mercoledì 18 settembre 2019

Vox Lux (2018)

Stasera correrò a vedere l'ultimo film di Quentin e spero di riuscirne a parlare già venerdì. Nel frattempo, spinta dai molti pareri positivi, nonostante la pessima distribuzione italiana ho recuperato anche Vox Lux, scritto e sceneggiato nel 2018 dal regista Brady Corbet.


Trama: sopravvissuta a una strage, la giovanissima Celeste intraprende una carriera di pop star che, nonostante inevitabili alti e bassi, prosegue per oltre vent'anni...


"Ciao, io sono Gianfranzo, sono il vuoto che c'è dentro di te. Se mi accosti l'orecchio alla bocca senti solo il mare e basta!", così cantavano I ragazzi delle ragazze, durante la sigla del mitico Pippo Chennedy Show. Non riuscivo a trovare un perfetto riassunto per ciò che ho provato assistendo alle gesta di Celeste e alla fine toh, l'illuminazione, la Lux anche senza Vox: il nulla cosmico, accompagnato da una sensazione costante di prurito alle mani che non sono riuscita a sfogare con una bella catarsi esplosiva nel corso dei titoli di coda, privi di colonna sonora, arrivati dopo 10 minuti di concerto durante i quali, lo giuro, speravo qualcuno facesse brillare una bomba o perlomeno levasse dal mondo Celeste. SPOILER: magari, e invece. Sono una bestia ignorante, lo so, tuttavia ho provato un reale senso di disfatta guardando Vox Lux, un senso di aspettativa costantemente frustrata che, probabilmente, è proprio ciò che ricercava il regista. Perché, altrimenti, far raccontare la sciocca, inutile vita della pop star Celeste dal Diavolo in guisa di voce narrante, mister Willem Dafoe in persona, accostandola costantemente alle peggiori piaghe sociali (stragi studentesche e terrorismo) nella speranza che la Vox Lux di Celeste, sopravvissuta proprio ad una strage da ragazzina e infusa del potere di guarire col canto, potesse in qualche modo cambiare questo mondo così marcio? In questo modo lo spettatore si trova per le mani la solita storia all'interno della quale la protagonista, con tutte le sue doti e la sua bontà iniziale, il sentimento religioso che la smuove unito al profondo amore per la sorella maggiore, diventa una vuota vaiassa che è riuscita a distruggere tutto ciò che di buono c'era nella sua vita, indulgendo in parossismi di autodistruzione a base di alcool e droga e accumulando soldi, soldi, soldi. One for the Money and two for the Show. Ma 'sti soldi, benedetta fanciulla, a che ti servono? Si potrebbe riflettere sul fatto che il pop di Celeste, nato da una tragedia, serva proprio a non far pensare il suo pubblico, ad aiutare tutti i fan della cantante a superare i propri problemi prendendola come esempio di persona che ha superato un'enorme tragedia risorgendo più forte, come la fenice mitologica, raggiungendo un successo planetario che tutti vorrebbero, tuttavia anche vedendola così non sono riuscita assolutamente a trarre davvero un senso da ciò che viene raccontato nel film.


Diverso, invece, l'entusiasmo per il MODO in cui viene raccontata la storia di Celeste. Conoscevo Brady Corbet solo come uno dei protagonisti dell'angosciante ma bellissimo Mysterious Skin (film che peraltro vi consiglio di recuperare se non lo avete mai fatto, preparando stomaco e fazzoletti) e non avrei pensato che sarebbe diventato un regista raffinato e capace, in grado di padroneggiare diversi registri e, soprattutto, giocare con le aspettative dello spettatore. Avendo cominciato a guardare Vox Lux senza mai avere visto trailer o letto recensioni, onestamente mi sarei aspettata, dalle poche foto scorse sulla rete, di avere davanti un novello The Neon Demon oppure un Il cigno Nero, ovvero qualcosa in bilico tra il dramma e l'horror; in effetti, la già citata voce narrante di Defoe e l'inizio scioccante concorrono a dare proprio questa impressione, e il contrasto che si crea tra la pacatezza del narratore e la freddezza delle immagini mostrate da Corbet, seguite dai titoli di testa più angoscianti e "arty" visti quest'anno, provoca uno shock sensoriale non da poco. In realtà, andando avanti, più dell'abilità registica, che comunque si mantiene su livelli altissimi, contano le performance di Natalie Portman e della meravigliosa Raffey Cassidy, che incarnano il triste contrasto tra una ragazzina cupa che cerca di superare il peggior trauma della sua vita e la donna che sarebbe diventata, una pazza umorale prosciugata dal successo che prospera sulla sciocca vacuità del suo pubblico di riferimento e si crede una divinità. Il glitter & gold citato da Rebecca Ferguson abbonda, ammaliando lo spettatore assieme al make up, agli abiti glamour di una sfattissima Natalie Portman dal trucco pesante, spezzata nel corpo e nello spirito, e alle melodie pop di Sia (combinate alle melodie totalmente diverse di Scott Walker), ma è tutta vuota apparenza, una maschera talvolta splendente e talvolta dark priva di significato, tanto che può essere indossata da chiunque, terroristi o killer in primis. Il risultato è un film bellissimo, affascinante e anche capace di tenere avvinto lo spettatore alla poltrona anche solo per mera curiosità, ma che a mio avviso si perde un po' e rischia di avere difficoltà a far passare il suo messaggio, se davvero ne ha uno; a pensarci, però, potrebbe essere proprio questa la sua carta vincente, ovvero quella di far scervellare il pubblico per cercare di colmare quei "vuoti" di cui Vox Lux è pieno, interessanti quanto lo stesso film e ugualmente affascinanti. Insomma, un bell'esercizio cerebrale, altro che una semplice canzonetta pop.


Del regista e sceneggiatore Brady Corbet ho già parlato QUI. Natalie Portman (Celeste), Jude Law (il manager), Jennifer Ehle (Josie), Raffey Cassidy (Celeste da giovane/Albertine) e Willem Dafoe (il narratore) li trovate invece ai rispettivi link.

Stacy Martin interpreta Eleanor. Francese, ha partecipato a film come Nymphomaniac - Volume 1, Nymphomaniac - Volume 2, Il racconto dei racconti, High Rise e Tutti i soldi del mondo. Ha 28 anni e quattro film in uscita.


Rooney Mara avrebbe dovuto interpretare Celeste ma quando la produzione è andata per le lunghe l'attrice ha abbandonato il progetto. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Il cigno nero. ENJOY!

martedì 17 settembre 2019

American Animals (2018)

Mi è capitato di recente sotto mano il film American Animals, scritto e diretto nel 2018 dal regista Bart Layton. Scelto essenzialmente per la presenza di un paio di attori, si è rivelato una visione gradevolissima.


Trama: quattro studenti universitari pianificano un furto di antichi e preziosissimi volumi nella biblioteca della Transylvania University di Lexington.



Convincersi che per diventare veri artisti bisogna avere una vita tragica potrebbe non essere una delle idee migliori. L'ha imparato a sue spese Spencer Reinhard, studente universitario che, nel 2003, ha portato via dalla biblioteca universitaria di Lexington alcuni volumi dal valore inestimabile. Spencer non era solo, ovviamente. A spalleggiarlo c'erano altri tre ragazzi più o meno coetanei, in primis Warren Lipka, studente ribelle capitato "per caso" all'università grazie a una borsa ottenuta per meriti sportivi, galvanizzato dall'idea di poter commettere un furto come quelli dei film. Ma poiché American Animals è una storia vera (non è "tratto da", attenzione), ben poco di quel furto è andato come nei film, e lo dimostrano i volti provati da quasi dieci anni di carcere di coloro che questa storia l'hanno vissuta davvero, e che all'interno dell'opera di Bart Layton si alternano agli attori per raccontarla, rendendo American Animals una sorta di "docufilm" capace di toccare le corde più profonde degli spettatori. Non c'è nulla di romanzato, infatti, all'interno di American Animals, tranne per quello che riguarda le idee e i pensieri dei coinvolti, la cui giovinezza e felice ignoranza dell'epoca hanno filtrato una vicenda destinata a finire male già in partenza nonostante i quattro non volessero fare male a nessuno; la prima parte del film è simile infatti a quella di molti altri heist movies, coi ragazzotti pieni di speranze che, nonostante i dubbi, continuano a perseverare nell'impresa anche solo per il gusto di avere qualcosa di particolare, di speciale da fare, qualcosa che possa allontanarli dallo squallido grigiore della provincia del Kentucky. La seconda parte, introdotta dagli sguardi e dai silenzi dei veri Warren, Spencer e compagnia, è invece più cupa e si concentra sul disagio e sul senso di colpa, sulla consapevolezza di aver scazzato come solo ragazzini inesperti possono fare e sull'attesa, inevitabile, di venire condotti davanti alla giustizia, ritrovando così forse un po' di sollievo da quella situazione non così esaltante né "speciale".


Ciò che colpisce maggiormente di American Animals è il gusto e l'abilità con cui Bart Layton unisce in maniera indissolubile realtà e finzione, facendo del film una sorta di compendio visivo di quanto raccontato dai veri protagonisti; capita quindi che Spencer ricordi un uomo con una sciarpa blu, o forse viola, e nel giro di un secondo l'immagine cambi, oppure capita che nessuno sappia davvero se Warren sia andato o meno ad Amsterdam ad incontrare un bieco uomo d'affari, ed ecco quindi sparire dalla storia Udo Kier. Insomma, il film si trasforma a seconda di ciò che raccontano, omettono e ricordano i protagonisti che hanno davvero vissuto la vicenda e, a corollario, ci sono non solo le loro testimonianze ma anche quelle di genitori, insegnanti e vittime, la povera Betty Jean Gooch in primis. C'è da dire che i veri Warren Lipka e Spencer Reinhard sono a tratti più "personaggi" degli attori che li interpretano, soprattutto il primo, al quale il carcere pare non avere minimamente corretto quella vena di follia e strafottenza che sembra caratterizzare ogni suo gesto e sguardo. Bravissimo Evan Peters, che è riuscito a catturarne lo spirito alla perfezione offrendo ai fan un'altra delle sue interpretazioni sopra le righe, ma bravissimi anche gli altri attori coinvolti, Barry Keoghan in primis, con lo sguardo perso di chi sogna imprese grandiose e l'inquietudine di chi, alla fine, capisce di essere solo un ragazzino come tanti, che ha fatto il passo più lungo della gamba rovinandosi la vita. Un vero peccato che American Animals sia passato sotto silenzio (a Savona, per esempio, è durato un solo weekend al cinema d'élite ed è uscito in ritardo, inoltre ho letto pochissime recensioni in giro) perché è uno dei film più interessanti e godibili del 2018.


Di Evan Peters (Warren), Barry Keoghan (Spencer), Ann Dowd (Betty Jean "BJ" Gooch) e Udo Kier (Mr. Van Der Hoek) ho già parlato ai rispettivi link.

Bart Layton è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come L'impostore - The Imposter. Anche produttore, ha 44 anni.




domenica 15 settembre 2019

E poi c'è Katherine (2019)

Giovedì sono usciti in tutta Italia un paio di film interessanti che, ovviamente, a Savona non hanno trovato distribuzione. Uno di questi è E poi c'è Katherine (Late Night), diretto dalla regista Nisha Ganatra.


Trama: un'operaia di origini indiane si ritrova a lavorare per Katherine Newbury, conduttrice di uno show comico che ormai ha ben poco successo.


Solitamente non indulgo in questo genere di commedie ma il trailer di E poi c'è Katherine era intrigante e a un certo punto è spuntato John Lithgow, motivo sufficiente per dare una chance al film che Mindy Kaling (comica americana già creatrice della sit-com The Mindy Project) si è ritagliata su misura per sé avendo in mente Emma Thompson come co-protagonista. Non mi sono pentita della scelta, devo dire. E poi c'è Katherine (solito, stupidissimo titolo italiano: "e poi" cosa, che Molly nella vita ha solo il lavoro?) è la tipica, innocua commedia made in USA sui self made men/women attualizzata grazie a continui riferimenti al movimento #metoo e allo slut-shaming tanto in voga in questo periodo, palesemente ispirata a Il diavolo veste Prada. Anche in questo caso abbiamo la stagista totalmente inesperta della realtà lavorativa in cui verrà a trovarsi, nella fattispecie il mondo dello showbusiness televisivo, che si riscoprirà ovviamente bravissima nel suo lavoro, tanto da riuscire a conquistare a poco a poco non solo i colleghi diffidenti ma anche la terribile "boss" che ha in odio tutto e tutti; il film segue il pattern tipico di questo genere di pellicola, col protagonista che affronta piccole difficoltà iniziali fino ad affermarsi, trovarsi davanti un ostacolo praticamente insormontabile, superarlo e infine ottenere definitivamente il successo, pattern in questo caso raddoppiato perché una forma di catarsi devono ottenerla sia Katherine che Molly, e in generale è permeato da un'atmosfera assai ottimista che viene ripresa anche dalle canzoni che compongono la colonna sonora. In contrapposizione a Katherine Newbury, comica affermata ma ormai "fossilizzata", formale e incapace di interpretare i gusti del pubblico, Molly è schietta e genuina, affronta la vita di petto e dice sempre quello che pensa, un esempio virtualmente molto positivo, peccato che nella realtà verrebbe davvero licenziata dopo cinque minuti. Ecco perché, molto democraticamente e in maniera piuttosto paracula, ai personaggi secondari vengono messi in bocca discorsi ragionevoli, frasi come "hai un carattere meraviglioso e hai ragione tu ma cerca di non essere sempre così schietta perché rischi di finire male", un sottile avviso per lo spettatore o spettatrice che dovesse sentirsi ispirato a imitare le gesta di Molly, perché la vita non è un film. Della serie: don't try this at work.


Nonostante un minimo di prevedibilità e questa mentalità cerchiobottista, E poi c'è Katherine è lo stesso un film divertente, spensierato e persino commovente. La Thompson non è disumana come Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada, il suo personaggio è tratteggiato con un minimo di sensibilità e vengono sottolineati tutti i lati deprecabili ma comprensibili della sua Katherine, tanto che sono anche riuscita a commuovermi non solo durante il confronto finale col marito malato (interpretato dal sempre amabile John Lithgow) ma anche davanti alla presa di coscienza della vecchiaia, dell'inadeguatezza, di un disprezzo per il prossimo che travalica il gender e non è maggiormente giustificabile (o INgiustificabile) solo perché si è donne e quindi normalmente vessate. Se Emma Thompson è una formidabile mattatrice che meriterebbe davvero un futuro nella stand up comedy (nonostante, sinceramente, la comicità USA non mi strappi mani nemmeno una minima risata) a supportarla non c'è solo la simpatica Mindy Kaling, incredibilmente verosimile nel suo ruolo di stagista sognatrice ed ottimista, e un signor attore come il già citato Lithgow, ma un intero cast di caratteristi di tutto rispetto, tra i quali spiccano il sempre adorabile Denis O'Hare e tutti i membri dell'esilarante, insopportabile staff maschile di Katherine. Parliamoci chiaro, come farebbe Molly: E poi c'è Katherine non è il film dell'anno e secondo me non merita nemmeno lo sbattimento di andare in una sala per vederlo proiettato su grande schermo, tanto più che i furiosi scambi di battute tra personaggi e i monologhi della Thompson rendono di sicuro più in inglese che in italiano, ma è stato acquistato dagli Amazon Studios quindi immagino entrerà presto nel catalogo Prime Video e siccome è divertente e piacevole vi consiglierei di non perderlo appena sarà disponibile!


Di Emma Thompson (Katherine Newbury), Mindy Kaling (anche sceneggiatrice della pellicola, interpreta Molly Patel), John Lithgow (Walter Lovell), Denis O'Hare (Brad) e Halston Sage (Zoe Martlin) ho già parlato ai rispettivi link.

Nisha Ganatra è la regista della pellicola. Canadese, ha diretto film che non conosco come Chutney Popcorn, Cake - Ti amo, ti mollo... ti sposo e The Hunters - Cacciatori di leggende. Anche produttrice, attrice e sceneggiatrice, ha 45 anni e un film in uscita.


Max Casella interpreta Burditt. Americano, ha partecipato a film come Ed Wood, A proposito di Davis, Blue Jasmine, Jackie e a serie quali I Soprano e Medium; come doppiatore ha lavorato in Leone cane fifone. Anche produttore, ha 52 anni e tre film in uscita.


Paul Walter Hauser interpreta Mancuso. Americano, ha partecipato a film come Tonya e BlackKklansman. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 33 anni e cinque film in uscita tra cui Cruella.


Ike Barinholtz interpreta interpreta Daniel Tennant. Americano, ha partecipato a film come Mordimi, Suicide Squad, The Disaster Artist, Bright e a serie quali Weeds e The Twilight Zone; come doppiatore ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 42 anni e un film in uscita.


A dirigere il film avrebbe dovuto esserci Paul Feig ma impegni pregressi lo hanno costretto a rinunciare. Se il film vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Il diavolo veste Prada. ENJOY!

venerdì 13 settembre 2019

Mademoiselle (2016)

Nonostante la frenesia da It - Capitolo 2, questa settimana sono riuscita anche a recuperare Mademoiselle (Ah-ga-ssi), diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Chan-wook Park e tratto dal romanzo Ladra di Sarah Waters.


Trama: la giovane Sook-Hee viene mandata a lavorare come dama di compagnia di Lady Hideko presso la magione del facoltoso signor Kouzuki, collezionista di libri e zio della Lady in questione. Tra le due donne si svilupperà un profondo e pericoloso legame...


Non mi ritengo un'esperta di Chan-wook Park (la trilogia della vendetta, per esempio, devo ancora recuperarla in toto, vergogna su di me) ma ha uno stile che adoro e quando sento che esce un suo film, anche se in stra-ritardo come in questo caso, faccio di tutto per fiondarmici a pesce. Mademoiselle (titolo italiano orrendo, ovviamente, anche se più aderente all'originale di quello internazionale. Infatti non c'è traccia di inflessioni francesi in un film ambientato in una Corea che vive nel mito del Giappone e spero vivamente che l'adattamento italiano non abbia introdotto la lingua "dei Galli" all'interno dei dialoghi) a mio avviso è un altro splendido esempio della sua bravura come sceneggiatore e regista, capace di offrire al pubblico film mai banali, dalla struttura intricata anche a fronte di trame più "semplici" o mutuate da altri; in questo caso, la storia è tratta da un romanzo ambientato nella Londra di fine ottocento, trasposto nella Corea degli anni '30 ed epurato da twist familiari "Dickensiani". La storia, senza spoiler, è quella di Sook-Hee, giovanissima coreana che trova lavoro come dama di compagnia di Lady Hideko, nipote di un vecchiaccio collezionista di libri erotici. Tanto è scafata Sook-Hee, vivace e servizievole, tanto è cupa e fragile Hideko, "bambola" da vestire e ingioiellare con tendenze suicide, trattata alla stregua di un libro raro dallo zio e vittima delle brame del Conte, aitante uomo che desidera sposarla e strapparla (assieme all'eredità, ovviamente) al vecchio collezionista. Tra le due donne, così diverse per origini e temperamento, si sviluppa un'attrazione dapprima solo fisica, poi sempre più profonda, un inno alla libertà e alla felicità che passa attraverso il sesso vissuto al di là delle convenzioni sociali e dei doveri ma anche al di là dell'attitudine guardona di chi considera il sesso mero passatempo licenzioso, forma d'arte da dare in pasto a un pubblico sbavante di persone che non si avvicinerebbero alla "carne" nemmeno per sbaglio e che preferiscono fantasticare tristemente su ciò che potrebbe essere, senza esporsi in prima persona. Anche in questo Hideko è una bella bambola, da guardare e non toccare, corpo e viso perfetti che si fanno veicolo delle fantasie più perverse attraverso la voce e i gesti, creatura eterea che solo Sook-Hee avrebbe il coraggio di fare sua in quanto unica persona capace di conferire alla sua "Lady" lo status di essere vivente.


Ricamare ulteriormente sulla trama, ripresa più volte, rigirata su se stessa, raccontata da diversi punti di vista, significherebbe addentrarsi nel pericoloso terreno dello spoiler e sarebbe un peccato, perché Mademoiselle è un film da scoprire a poco a poco, pendendo dalle labbra del narratore Chan-wook Park come fa il pubblico di Hideko nel corso dei suoi licenziosi racconti, godendo allo stesso modo della bellezza delle immagini mostrate. Elegantissimo nella messa in scena, nel modo in cui indugia sui dettagli, in cui gioca con le luci e coi colori, in cui trasforma le sequenze più crude e disgustose in arte in movimento, nella delicatezza con cui realizza le scene chiave della passione tra Hideko e Sook-Hee (ben distanti dalle fredde rappresentazioni che fanno sudare la fronte dei giovani ospiti del lord della casa) anticipandole con piccoli siparietti sottilmente erotici, e nella commovente vivacità che permea ogni istante di ribellione della Handmaiden del titolo internazionale, si potrebbe accusare Chan-wook Park di freddezza e manierismo ma la verità è che non c'è un solo istante del film in cui non ci si senta vicini alle protagoniste e coinvolti dalla storia raccontata. Il merito, certamente, va anche e soprattutto alle attrici che interpretano i due personaggi principali. Min-Hee Kim, truccata di tutto punto, elegantissima ed algida, si muove sullo schermo come un gatto indolente e altrettanto affascinante, mentre la giovane Tae-ri Kim ha tutta la vivacità combattiva di chi ha il fuoco nello sguardo e non ama farsi mettere i piedi in testa da nessuno; assieme, le due attrici arricchiscono la pellicola con la loro mera presenza fisica (offrendo il corpo a scene lesbo talmente dettagliate che probabilmente avrebbero messo a disagio attrici ben più esperte e blasonate), mettendo in ombra i loro pur bravi colleghi uomini (non a caso, non c'è un solo istante di film in cui la società fallocentrica non venga ridicolizzata e resa inutile quanto, appunto, i membri degli uomini presenti) e dando ancora più valore all'incredibile bellezza dei costumi, delle scenografie e della colonna sonora. Nell'epoca del girl power, un film che racconta di liberazione dalla sottomissione e dell'errore di accettare destini imposti, spinti da un assurdo senso di inferiorità, probabilmente non è più una novità ma Chan-wook Park è così bravo a rendere cinematograficamente il messaggio che perdersi Mademoiselle sarebbe proprio un peccato.


Del regista e co-sceneggiatore Chan-wook Park ho già parlato QUI.


Il romanzo Ladra era già statO trasposto in un film per la TV in tre parti dal titolo Fingersmith, con Sally Hawkins nei panni della dama di compagnia e Imelda Staunton in quelli della donna che l'ha cresciuta. Non l'ho mai visto ma, se Mademoiselle vi fosse piaciuto, potreste recuperarlo. ENJOY!


giovedì 12 settembre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 12/9/2019

Buon giovedì a tutti! Nella settimana che segue It - Capitolo 2 e precede C'era una volta a Hollywood, è normale che non esca nulla degno di nota ma il multisala si sforza di prendere davvero il peggio delle uscite, mannaggia. ENJOY!

Tutta un'altra vita
Reazione a caldo: Ugh...
Bolla, rifletti!: Ho visto il trailer tante di quelle volte da saperlo a memoria e mai una volta che mi sia venuto da ridere. Anzi, sinceramente, Brignano mi fa pure un po' schifo come uomo.

Angry Birds 2: Nemici per sempre
Reazione a caldo: Ossegnur...
Bolla, rifletti!: Idem come sopra. Ho saltato il primo capitolo, non ho voglia né di recuperarlo né di vedere il secondo film dedicato agli uccelletti incazzosi.

Mio fratello rincorre i dinosauri
Reazione a caldo: Meh...
Bolla, rifletti!: Potrebbe essere uno di quei piccoli film di cui far tesoro nei secoli a venire, potrebbe essere una cazzatona melensa buona solo per suscitare sensi di colpa negli spettatori. Cosa sia questo film non lo so ma sono certa, ora come ora, di non volergli dare chance alcuna, non quando lo pubblicizzano come il Wonder italiano. Convincetemi del contrario, se potete.

Al cinema d'élite si indulge sempre in atmosfere francesi...


Grandi bugie tra amici
Reazione a caldo: Hmm......
Bolla, rifletti!: Non ho mai visto Piccole bugie tra amici ma questo è il sequel, girato a distanza di una decina d'anni, quindi non andrò a vederlo in sala visto che non conosco i precedenti. Che dite, il primo film merita un recupero? 

mercoledì 11 settembre 2019

Offspring (2009)

Sono andata a ritroso come i gamberi e, dopo The Woman e Darlin' ho recuperato Offspring, diretto dal regista Andrew van den Houten nel 2009 e tratto dal romanzo omonimo di Jack Ketchum.


Trama: sulle coste del Maine, due famiglie vengono attaccate da un gruppo nomade di cannibali, in cerca di cibo e neonati da rapire.



Forse non è stata una grande idea recuperare Offspring dopo The Woman e Darlin' ma evidentemente c'era un motivo per cui a venire continuamente citato è ricordato è il film di Lucky McKee e non quello di Andrew van der Houten. Quest'ultimo è infatti un "banale" film a tema uomo contro natura, un survival movie dove persone tranquille e più o meno simpatiche (tranne il marito di una delle due donne, che avrebbe dovuto morire male al secondo minuto) vengono attaccate senza apparente motivo da un branco di cannibali che infieriscono su di loro in modi più o meno violenti, sanguinosi e fastidiosi. Nessun intento di critica sociale, messaggi femministi inesistenti, personaggi tagliati con l'accetta e tante scelte sbagliate (da parte dei protagonisti) tipiche dell'horror di serie B sono le caratteristiche di Offspring, che si fa ricordare giusto per la sfacciataggine con cui sfrutta la presenza di bambini cannibali istigando lo spettatore a volerli vedere morti nonostante la loro natura "innocente" e per il modo in cui si serve di poveri neonati per alimentare l'ansia e il sentimento di odio verso chi, nei film successivi, sarebbe diventato il beniamino del pubblico, ovvero la Donna (in effetti il personaggio caratterizzato meglio, mentre gli altri cannibali sono abbastanza dimenticabili). Interessante, inoltre, la presenza del già citato ex di una delle protagoniste femminili, una sorta di precursore del Chris di The Woman ma molto più caricaturale, un uomo abietto che non cessa di prevaricare la ex moglie e torturarla anche nelle situazioni più disperate, sacrificando il desiderio di sopravvivenza a quello di infierire ulteriormente.


Il resto, mi duole dirlo, ma è poca cosa. Benché sia stato girato nel 2009, Offspring ha lo stile squallido degli anni '90 e non parlo solo della regia o della fotografia, piatte che più non si può, tanto da sembrare quelle di un film TV dell'epoca, ma anche delle mise degli interpreti, un po' tutti, indistintamente, cani maledetti salvo la sempre magnetica Pollyanna McIntosh. Nulla da eccepire, invece, per quanto riguarda il reparto gore, segno che ai realizzatori interessava sicuramente più "scioccare" il pubblico con efferatezze assortite che non raccontare una storia come nei due film successivi. Anzi, tra seni nudi, morsi in parti decisamente dolorose per una donna, flagellazioni e quant'altro, direi che Offspring sconfina spesso e volentieri sul terreno della exploitation, non a caso agli uomini viene riservato un trattamento brutale ma rapido mentre la violenza sulle due poveracce protagoniste viene reiterata; non c'è nulla di divertente o divertito in quello che viene mostrato e, complice anche la messa in scena rozza e violentissima, spesso sembra di avere davanti uno di quei cattivissimi horror anni '70 zeppi di pessimismo e brutte persone. Personalmente, salvo pochi esempi, non è un genere che mi appassioni granché, forse anche perché sto invecchiando e tendo ad evitare di deprimermi, ma se vi piacciono queste atmosfere allora apprezzerete Offspring tanto quanto The Woman e Darlin'. Io, probabilmente, lo dimenticherò già domani.


Di Art Hindle (George Chandler) e Pollyanna McIntosh (la Donna)  ho già parlato ai rispettivi link.

Andrew van den Houten è il regista della pellicola e interpreta l'assistente del medico. Americano, ha diretto film come Headspace. Anche produttore e sceneggiatore, ha 40 anni.


Amy Hargreaves interpreta Amy Halbard. Americana, ha partecipato a film come Brainscan - Il gioco della morte e La stanza delle meraviglie. Ha 49 anni e un film in uscita.


Nel film compare lo stesso scrittore e sceneggiatore Jack Ketchum nei panni di Max Joseph mentre Tommy Nelson, che interpreta il piccolo Luke, compare anche, non accreditato, in The Woman. Se il film vi fosse piaciuto o volete anche solo sapere come prosegue la storia, recuperate The Woman e Darlin', decisamente migliori di Offspring. ENJOY!

martedì 10 settembre 2019

Darlin' (2019)

Dopo aver rivisto The Woman mi sono dedicata a Darlin', diretto e sceneggiato da Pollyanna McIntosh.



Trama: la piccola Darlin', ormai ragazza, viene abbandonata dalla Donna davanti a un ospedale e finisce in un collegio religioso che ospita giovani orfane...



Darlin' inizia, più o meno, dove The Woman finiva. A quanto pare, delle tre sorelle Cleek solo la piccola e rossa Darlin' è rimasta assieme alla Donna ma la stessa, a un certo punto, decide di abbandonarla in un ospedale senza apparente motivo. Darlin', un tempo bimba ciarliera, è diventata la versione più giovane della Donna, una creatura incapace di parlare e dagli istinti brutali, selvaggi, e proprio per queste sue caratteristiche diventa il "progetto" di un vescovo impegnato a non far chiudere un istituto da lui gestito, che la affida ad una suora dal passato oscuro e a ragazzine problematiche. Due uomini diversi, Chris Cleek e il vescovo, il primo violento e psicopatico, il secondo affabile ma veniale, entrambi tuttavia accomunati da un desiderio di prendere le donne e plasmarle secondo i loro desideri, reputandosi superiori e pronti ad indirizzare sulla giusta via creature palesemente inferiori, sciocche, incapaci di decidere da sé (almeno dal loro punto di vista). Purtroppo, vedere Darlin' venire "addomesticata" a son di prediche e letture bibliche atte a mostrarle il peccato in ogni aspetto della vita, fa forse ancora più male che vedere la Donna incatenata nella cantina dei Cleek, perché Darlin', a differenza della Donna, è una creatura dall'innocenza assoluta, facilmente malleabile nel bene e nel male, soprattutto se la sua ignoranza di ogni aspetto della vita umana viene alimentata da persone che tendono a giudicare ed indottrinare invece di spiegare. La libertà di Darlin', in grado già da sola di capire la differenza tra bene e male (il momento in cui parla di mangiare chi si ama mette il magone) ma anche di affrontarla senza remore per questioni legate alla sopravvivenza, si trasforma nel corso del film in un crogiolo di incubi e sensi di colpa, all'interno di un terribile coming of age nel quale la protagonista femminile ottiene una consapevolezza imposta dagli uomini, dalla religione e dalla società, filtrata dal loro punto di vista, che riesce ad annientarla più di quanto non abbia fatto la vita selvaggia.


Diversamente da Lucky McKee, Pollyanna McIntosh realizza un film elegante e quasi privo di sequenze gore, preferendo concentrarsi sul volto bellissimo di Lauryn Canny, sensuale ed innocente al tempo stesso, e sul contrasto tra gli squallidi interni del collegio dov'è rinchiusa Darlin' e la natura appena fuori da esso, deliziando lo spettatore con raffinate riprese crepuscolari e campi lunghi in cui viene racchiuso tutto il desiderio di libertà della protagonista e della Donna, per non parlare della bellezza dei flashback (pochi dettagli significativi che rivelano molto più di mille spiegoni), dell'uso delle luci, degli incubi che popolano i sonni di Darlin'. Ha del coraggio Pollyanna McIntosh a ritagliarsi un ruolo piccolissimo, rendendo la Donna (beniamina del pubblico) un personaggio "marginale" alla disperata ricerca della figlia, ha del coraggio a cambiare i toni del racconto cercando atmosfere più drammatiche che horror, eppure il messaggio che passa non è diverso da quello di The Woman, accusato a torto di essere misogino, ed è il rifiuto a conformarsi a idee ipocrite e vetuste, che non tengono conto del cambiamento dei tempi, del potere insito nella natura femminile, che impongono anziché tentare di inglobare punti di vista differenti, cercando magari un punto di contatto. Sono le posizioni estreme di chi rifiuta di guardare oltre il proprio patetico egoismo a richiamare una furia selvaggia come quella della Donna, pronta ovviamente a difendere se stessa e i suoi cari assieme a tutti quelli che si trovano nella stessa condizione di prigionia (fisica e mentale) e cercano in tutti i modi di liberarsene, lottando con le unghie e con i denti; si può dire che la Donna aiuti chi cerca già di aiutarsi da sé o, perlomeno, non gli strappa la gola a morsi, e chissà se la rivedremo mai a curare una nuova generazione di donne libere, prendendo a calci nel sedere padri di famiglia psicopatici e prelati disgustosi. Certamente, dovesse succedere, io sarò lì in prima fila.


Della regista e sceneggiatrice Pollyanna McIntosh, che interpreta anche la Donna, ho già parlato QUI.


Cooper Andrews, che interpreta l'infermiere Tony, è il Jerry di The Walking Dead mentre il vescovo Bryan Batt era il sindaco delle prime due serie di Scream. Se Darlin' vi fosse piaciuto recuperate i prequel Offspring e The Woman. ENJOY!

domenica 8 settembre 2019

The Woman (2011)

Siccome in questi giorni è uscito Darlin', ho deciso di rivedere The Woman, diretto nel 2011 da Lucky McKee e co-sceneggiato a partire dal romanzo omonimo di Jack Ketchum, e parlarne un po'.


Trama: un avvocato trova nei boschi una donna selvaggia, dedita al cannibalismo, e decide di catturarla e portarla a casa per educarla assieme ai membri della sua assurda famiglia.



Nel novero di film che fanno stare male davvero, un posto d'onore ce l'ha sicuramente The Woman. Non è facile parlare di questo film senza scadere nelle banalità quindi vi chiedo scusa fin da subito se tutto quello che leggerete lo avranno già detto meglio altri prima di me. The Woman è un film che prende allo stomaco, sia per la violenza che mostra sia, soprattutto, per quella che volutamente insinua tra le righe, nei silenzi dei personaggi e negli sguardi che si scambiano, nell'incalzare del ritmo della colonna sonora, nelle inquadrature realizzate ad arte anche quando la situazione sfocia nel paradossale. Sequel di Offspring (ma non è importante per seguire la trama), The Woman racconta appunto la storia di una donna selvaggia, l'ultima discendente di una stirpe di cannibali che un giorno incappa in qualcosa di ancor più terribile: un uomo folle che decide di "domarla" come tutte le inutili, imperfette donne della sua famiglia. Chris, avvocato e cacciatore, è un uomo che mette a disagio fin dalle prime inquadrature, dalle prime parole che rivolge alla moglie Belle e alla figlia Peggy, permeate da una durezza e un distacco che scompaiono quando le interlocutrici sono altre donne, da blandire ed ingannare; in questo novero, ovviamente, rientra anche la Donna, vittima degli interessi sessuali di Chris e soggetto perfetto da educare e conformare in base ai desideri dell'uomo, un progetto da sottoporre alla famiglia così da ribadire la supremazia del maschio alfa in barba ad ogni buon senso. E se, da un lato, abbiamo Belle e Peggy che si scambiano sguardi tra il perplesso e il disgustato, consapevoli di essere in balia del capofamiglia tanto quanto la Donna ma incapaci di ribellarsi a un giogo che viene mantenuto da anni, dall'altro c'è il figlio Brian che pare voler seguire le orme del padre palesando una malvagità inusuale per un ragazzino. In mezzo, la piccola Darlin', ancora innocente e permeabile a qualsiasi suggestione, l'unica ad accettare la Donna per quello che è: un essere vivente, né più né meno, dotata del fondamentale diritto di essere rispettata e trattata dignitosamente anche se diversa.


Ovvio, Lucky McKee non ci illude nemmeno per un momento che la Donna sia un personaggio bello o positivo, anzi. Pollyanna McIntosh, affascinante e animalesca, sporca come il lume e capace di esprimersi solo in un raffazzonato antico gaelico, è una delle creature più mortali mai apparse sullo schermo e la cosa viene ribadita fin dalle primissime sequenze, per non parlare della terribile, inappellabile condanna finale ai danni di chi ha scelto di sottomettersi senza aiutare, di odiare senza provare nemmeno un minimo di compassione, spinta da un'incomprensibile gelosia. Eppure c'è chi è ancora più orribile di chi, come la Donna, segue semplicemente la sua natura animalesca, ovvero colui che impone la sua visione del mondo col terrore e la violenza, convinto di essere matematicamente nel giusto anche davanti alle situazioni più aberranti, privando moglie e figlia delle più banali libertà. Più delle botte, più del sangue che scorre a fiumi, più delle condizioni inumane in cui viene costretta la Donna fanno male le lacrime silenziose di Peggy, l'animo distrutto da un segreto inconfessabile che condannerà l'unica persona capace di leggerle dentro, oppure lo sguardo stralunato di Belle (una Angela Bettis strepitosa come al solito), moglie annichilita dalla personalità soverchiante di un marito che non le ha mai perdonato un "errore" terribile e che ciò nonostante ha continuato ad usarla come sfornafigli perché, diamine, l'importante è dare agli altri l'illusione di avere una famiglia perbene, con tanti piccoli pargoletti "felici" come nelle pubblicità di una volta e che ci importa se l'illusione viene mantenuta a furia di botte, prevaricazioni e insulti. Ben venga dunque la Donna, a spazzare via chiunque si attacchi all'erronea idea di essere un santo e un condottiero, strappandogli di dosso l'ingannevole maschera perfetta per esporre al mondo un cuore marcio e imputridito, non buono nemmeno per venire mangiato. Ben venga l'orrore di The Woman, uno dei migliori horror moderni, film da vedere e rivedere, senza smettere mai di apprezzarlo.


Del regista e co-sceneggiatore Lucky McKee ho già parlato QUI. Sean Bridgers (Chris Cleek) e Angela Bettis (Belle Cleek) li trovate invece ai rispettivi link.

Pollyanna McIntosh interpreta la Donna. Scozzese, la ricordo per film come Offspring e Tales of Halloween, inoltre ha partecipato a serie come The Walking Dead. Anche sceneggiatrice e regista, ha 40 anni e due film in uscita.


Il film è il seguito di Offspring mentre il sequel è Darlin', di cui parlerò nei prossimi giorni. ENJOY!

venerdì 6 settembre 2019

It - Capitolo due (2019)

Mercoledì sera mi sono imbarcata in una maratona degna di quelle di Mentana, culminata con la proiezione di mezzanotte dell'attesissimo It - Capitolo due (It Chapter Two), diretto dal regista Andy Muschietti e tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King. Siccome non sono una brutta persona, NIENTE SPOILER.



Trama: i Perdenti tornano dopo 27 anni a Derry, così da uccidere il malvagio clown Pennywise una volta per tutte.



Disclaimer: ho solo 4 ore di sonno addosso, quindi mi scuso in anticipo se questo post sarà scritto coi piedi (per non dire di peggio) ma tanto c'è chi ha già parlato e soprattutto parlerà di questo secondo capitolo di It meglio di quanto possa fare io, ergo non mi preoccupo. Abbiamo aspettato due anni, pianto e gioito sul dream cast messo in piedi da Muschietti e soci, incrociato le dita affinché la conclusione di It cancellasse con un colpo di spugna il ragno di gomma di Tommy Lee Wallace e finalmente è arrivato il momento di tirare le somme: i perdenti sono cresciuti, hanno dimenticato quello che è successo a Derry nel corso della loro terrificante adolescenza e ventisette anni dopo sono tornati all'ovile, pronti a uccidere Pennywise una volta per tutte. Se la prima parte della serie del 1990 si concludeva con un evento ben preciso, dopo aver giustamente mescolato passato, presente e telefonate minatorie, il film del 2017 si era concluso invece con la promessa dei Perdenti ancora ragazzini: è normale, quando non si sa quale successo potrà avere la pellicola e quindi bisogna offrire un film in grado di stare in piedi da solo. Ecco perché uno degli eventi più importanti di It, uno dei più scioccanti e, perché no, "scenografici", qui viene ridotto a mero flash (mentre io quelle caspita di gocce che cadono le ricordo ancora adesso), parte di un processo di accelerazione che riunisce i Perdenti già adulti nel giro di pochi minuti. Uno dei difetti del film, senza dubbio, ma difetti inevitabili, ahimé. Come condensare in tre ore, tante ma purtroppo lo stesso insufficienti, tutta la ricchezza delle fisime, dei problemi, del dolore accumulatosi in 27 anni? C'è giusto il tempo di qualche sprazzo di indizio che il pubblico potrà cogliere o meno, di far pace con l'idea che forse Tom e Audra non sono poi così importanti all'economia della storia, di pensare che magari Bowers qualche minuto in più l'avrebbe anche meritato altrimenti non è null'altro che una macchia messa lì per far colore; di chiedersi, di nuovo, dove diamine è finito Mike, povero bibliotecario con la mera funzione di guardiano e portasfiga cosmico, prima che l'azione incalzi e cancelli ogni pensiero. Non si può dire, infatti, che il secondo capitolo di It manchi di ritmo. Allo spettatore non viene concesso nemmeno un istante di tregua perché anche i momenti più riflessivi sono il preludio a qualcosa di orribile, con l'occhio onnipresente di Pennywise sempre puntato sulla schiena dei protagonisti, nel passato e nel presente.


E quanto è più infantile e malvagio Pennywise in questo secondo capitolo. Così appare, ovvio, perché i Perdenti sono cresciuti, gli anni '80 hanno lasciato il posto al nuovo millennio ma Pennywise è rimasto sempre lo stesso, una creatura piena di sé convinta di avere sempre davanti dei bambini incapaci di liberarsi dai traumi passati e che quindi agisce di conseguenza, probabilmente nell'unico modo che conosce. Vero, sono passati 27 anni, non dovrebbero essere solo i Perdenti ad essere cambiati ma anche il mondo, popolato da ragazzini più smaliziati che hanno per l'anima di farsi prendere in giro da un clown; eppure, la solitudine e la paura travalicano i tempi, i diversi e perdenti vengono sempre perseguitati, e di questo il maledetto clown si nutre, approfittando della natura umana che tende a voler dimenticare quello che fa male, anche a costo di allontanarsi dai momenti felici e abbandonare tutto, le cose importanti e quelle che non lo sono mai state. Per questo, sono tanto più importanti quei momenti in cui i perdenti si ritrovano, l'umorismo infantile degli esilaranti battibecchi tra Richie ed Eddie e quei momenti di apparente comic relief che aiutano a stemperare la tensione, perché il fulcro della storia è, banalmente, questo: Pennywise è ridicolo, Pennywise incarna la stupida bruttezza del mondo, è il bullo supremo che merita di essere annullato con una risata in faccia per mostrargli la realtà della sua insipienza, non di essere temuto e venerato. Questo King lo diceva nel libro, lo ribadisce Muschietti, e se per un paio di momenti divertenti vi siete messi a gridare allo scandalo e al "ma questo non è horror", mi spiace ma non avete capito nulla. Anzi, It - Capitolo due, nonostante non sia privo di momenti agghiaccianti, è un film volutamente molto ironico e demolisce non solo Pennywise ma anche quelli che "la vecchia miniserie era meglio" (in effetti un ragno c'è anche qui), quelli che "ma questo pezzo nel libro non era così" (sì, mi ci metto in mezzo io per prima. E ammetto che alcuni contentini mi hanno fatto un po' male, decontestualizzati come sono), quelli che "Stephen King non sa scrivere i finali" (a volte è vero) e persino lo stesso Stephen King (amore mio), facendosi volere ancora più bene.


Non che il film sia esente da difetti, ci mancherebbe. Come ho scritto, tante, troppe cose si perdono qui e là o vengono totalmente stravolte per le esigenze più svariate ma ci sta, gli sceneggiatori non possono diventare scemi e inoltre non hanno vilipeso in toto un libro che al limite posso rileggere per la ventesima volta; è soprattutto la CGI a non convincere. Vedendo in sequenza il primo e il secondo capitolo saltano all'occhio gli imbarazzanti pupazzoni deformi e se già, rivista a mente fredda, la donna di Modigliani fa pietà, preparatevi all'orribile visu della strega/gollum e ad altre schifezzuole assortite, finte come i soldi virtuali di un Monopoli giocato su un green screen. Peccato, perché poi la battaglia finale è epica, tra regia e montaggio si arriva a un certo punto che manca il respiro per l'ansia e Bill Skarsgård è talmente "bello" che verrebbe voglia di abbracciarlo e allora perché Muschietti non ce la fa a stare lontano dagli obbrobri grotteschi? Chi lo sa, non pensiamoci, perché in It - Capitolo due ci sono ancora tante cose bellissime. Il dream cast di cui parlavo sopra, in primis. Tutti gli attori, nessuno escluso, sono assolutamente in parte e se da Jessicona nostra e Jamesuccio bello me lo aspettavo, non avevo idea che Bill Hader sarebbe stato un Richie sfaccettato, dolce da spezzare il cuore, né che i semi-sconosciuti James Ransone e Jay Ryan avrebbero riportato in vita alla perfezione due personaggi amatissimi come Eddie e Ben (tra l'altro scusate ma Ben è strafigo, come l'avevo sempre pensato). I loro volti, le loro espressioni, i loro gesti non fanno rimpiangere quelli delle loro giovani controparti (anche se, non me ne voglia la Chastain, ma la Lillis è talmente bella da essere innaturale) ed entrano nel cuore dello spettatore, concorrendo a spillare qualche lacrima, non certo per il bruciore dovuto a cinque ore ininterrotte di film. E qui, mi dispiace, ma parte lo SPOILER, tanto la recensione è bell'e finita, il film mi è piaciuto, correte a vederlo.


SPOILER
Stephen King potrà anche non sapere scrivere finali, ma quello di It è amaro e malinconico, una rappresentazione lucida di quello che è la vita, dove anche i legami più saldi, col tempo e a causa di percorsi diversi, tendono ad indebolirsi e forse a scomparire. E' un finale per nulla felice, che ho amato da lettrice, detestato da fan girl. Muschietti mi è venuto incontro con un happy ending per il quale non posso che ringraziarlo tra le lacrime, che hanno cominciato a scorrere copiose quando sullo schermo è comparsa una delle citazioni più belle di It e si sono intensificate con l'inno alla vita e all'amicizia di Stan. E' una cosa paracula, lo so. E' un tradimento dello spirito dell'opera, va bene, senza contare che Stan è morto per mera paura (e qui avrebbero potuto ricamare sul fatto che è stato l'unico, assieme a Beverly, a guardare DENTRO It)  enon per qualche contorto e scricchiolante piano. Ma che cazzo, già la vita dona poche gioie, perché non si può sperare, abbracciando idealmente un Ben finalmente felice, innamorato e pronto a girare il mondo in compagnia di Beverly? Sperando che la maledetta rimpatriata al ristorante cinese sia una delle mille che accompagneranno i Perdenti superstiti fino alla vecchiaia? Suvvia, lasciatemi sognare. E lasciate in pace Muschietti, criticoni.
FINE SPOILER



Del regista Andy Muschietti ho già parlato QUI. Jessica Chastain (Beverly Marsh), James McAvoy (Bill Denbrough), Bill Hader (Richie Tozier), James Ransone (Eddie Kaspbrak), Bill Skarsgård (Pennywise), Jaden Lieberher (Bill Denbrough da giovane) Nicholas Hamilton (Henry Bowers da giovane), Javier Botet (il barbone/la strega) e Xavier Dolan (Adrian Mellon) li trovate invece ai rispettivi link.


Il primo It ha portato fortuna ai giovani protagonisti, tutti tornati anche in questo secondo capitolo? Non proprio a tutti, in effetti, ma ad alcuni sì: Jack Dylan Grazer (Eddie) ha partecipato al film Shazam!, Finn Wolfhard (Richie) è sempre più mostro e, oltre a continuare a interpretare Mike in Stranger Things ha avuto tempo di doppiare Pugsley nell'imminente La famiglia Addams e parteciperà al nuovo Ghostbusters 2020; Sophia Lillis (Beverly) era nel cast di Sharp Objects, Chosen Jacobs (Mike) in quello di Castle Rock mentre Jeremy Ray Taylor (Ben) ha fatto capolino in Piccoli brividi 2 - I fantasmi di Halloween. Interessante invece vedere come l'attrice Molly Atkinson, che nel primo film interpretava la madre di Eddie, sia stata utilizzata nel secondo film per incarnarne la moglie, Myra; se inoltre, come me, volete sapere chi sia il "Peter" regista del film di Bill, trattasi di un regista vero, nella fattispecie Peter Bogdanovich il quale, per inciso, non è l'unica guest star eccellente della pellicola, anzi. Ma ho promesso niente spoiler, quindi vi rimando semplicemente alla visione di It e della miniserie del 1990 oltre a consigliarvi di leggere il romanzo di Stephen King. ENJOY!

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