venerdì 22 marzo 2019

Escape Room (2019)

Spinta da un trailer intrigante, non potevo evitare la visione di Escape Room, diretto dal regista Asam Robitel.



Trama: un eterogeneo gruppo di persone riceve un misterioso rompicapo che, una volta risolto, consegna l'invito per una escape room esclusiva. Poiché il premio in caso di vittoria è sostanzioso, gli invitati accettano la sfida ma si ritroveranno a lottare per sopravvivere all'interno di stanze sempre più pericolose...


Alzi la mano chi non ha mai avuto voglia di cimentarsi in una escape room! Per chi non sapesse di cosa sto parlando, le escape room sono dei giochi di ruolo dal vivo dove le persone vengono chiuse in una stanza (di solito a tema) e hanno un tempo limite per risolvere degli enigmi e uscirne, come viene ben spiegato all'inizio del film dal nerd del gruppo. Se pensate che una cosa simile, oltre ad essere sicuramente divertente, potrebbe risultare ansiogena e claustrofobica per gli utenti più sensibili, probabilmente avrete già capito che gli sceneggiatori di Escape Room hanno ricamato molto su queste due sensazioni e trasformato un innocuo passatempo assai di moda in un incubo dal quale è quasi impossibile uscire. I pregi di Escape Room risiedono non tanto nella trama, benché la ricerca di eventuali indizi per fuggire riesca a coinvolgere lo spettatore e a mettere in moto le sue cellule cerebrali, quanto piuttosto nella fantasia con la quale vengono messe in piedi le peggiori prove ai danni dei concorrenti, soprattutto a livello di scenografia ed effetti speciali. Senza troppi spoiler, i protagonisti si trovano davanti cinque prove diverse, sempre più letali ed impossibili da affrontare, mentre cercano ovviamente di capire chi possa avere deciso di convocarli e sottoporli a torture così inumane; vi avverto, la risoluzione finale è quanto più banale possibile, mutuata da una decina di altri horror a tema "gente infilata in situazioni assurde senza un perché e spiati da telecamere", inoltre offre furbescamente il fianco a possibili, infiniti sequel o addirittura prequel, ma è abbastanza ironica e cupa da non vanificare totalmente quanto è stato mostrato in precedenza, ovvero spicchi di alta tensione più o meno efficaci.


Dopo un inizio che omaggia Hellraiser, il film si snoda in micro-episodi sempre più al cardiopalma, all'interno dei quali conta moltissimo l'efficacia delle scenografie. Particolarmente riuscita, dal mio punto di vista, la dettagliatissima sala da biliardo ribaltata che crea un senso di stordimento ancora maggiore, all'interno della quale ogni complemento d'arredo rappresenta potenzialmente pericolo o salvezza per gli occupanti; se soffrite un minimo di vertigini come la sottoscritta patirete più questa di tutte le altre "stanze" ma anche l'escape room che funge da introduzione al film (anche lì, un trionfo di montaggio e scenografie particolareggiate quasi quanto quelle immagini statiche all'interno delle quali trovare una marea di oggetti nascosti) non è male e sicuramente dispone lo spettatore nello stato d'animo adatto per affrontare il resto della pellicola. Particolarmente apprezzabile, stavolta, è anche il cast, composto da attori non troppo famosi ma comunque espressivi, interpreti di personaggi con un minimo di background e nemmeno troppo bidimensionali. Certo, scommettere su chi sopravviverà all'ordalia è di una facilità estrema, meno facile, in mezzo a tutti questi volti semi-noti, capire l'ordine in cui se ne andranno. Su tutti, comunque, spicca la bella Deborah Ann Woll, protagonista di una delle sequenze più fisiche ed ansiogene del film e di uno sforzo muscolare che avrebbe meritato il plauso di Daredevil. C'è poco altro da dire, in verità, su questo Escape Room, film indubbiamente poco innovativo ma anche perfetto per il divertimento di una sera, su grande o piccolo schermo. I grossi calibri dell'horror devono ancora arrivare e io non vedo l'ora!!


Di Logan Miller (Ben Miller), Tyler Labine (Mike Nolan) e Deborah Ann Woll (Amanda Harper) ho parlato ai rispettivi link.

Adam Robitel è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come The Taking e Insidious: L'ultima chiave. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 41 anni.


Taylor Russell, che interpreta Zoey Davis, aveva partecipato assieme a Logan Miller a Prima di domani. Alla faccia della fantasia, nel 2017 sono usciti altri due horror a tema, con lo stesso titolo, QUESTO con Skeet Ulrich, mai arrivato in Italia, e QUESTO, che dovrebbe uscire a metà maggio in DVD e Blu-Ray sotto l'etichetta Midnight Factory. Detto questo, se Escape Room vi fosse piaciuto recuperate Cube - Il cubo, i suoi due sequel e almeno il primo Saw. ENJOY!

giovedì 21 marzo 2019

(Gio)WE, Bolla! del 21/3/2019

Buon giovedì a tutti e benvenuti alla settimana più moscia dell'anno, cinematograficamente parlando: i pezzi grossi arriveranno tutti tra sette giorni, purtroppo! ENJOY!

Peppermint - L'angelo della vendetta
Reazione a caldo: Uff.
Bolla, rifletti!: Avevo ottime speranze, già che adoro Jennifer Garner dai tempi di Alias, ma i 400 calci me le ha stroncate. Peccato.

Scappo a casa
Reazione a caldo: Anche no.
Bolla, rifletti!: Aldo Baglio lupo solitario in una commedia demenziale? Non lo so, non me la sento davvero.

Instant Family
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Mark Wahlberg adotta tre ragazzini e scoppia il delirio. Sinceramente, preferisco aspettare aprile e rileggere Due figlie e altri animali feroci di Leo Ortolani!

Al cinema d'èlite di respira aria british!

Peterloo
Reazione a caldo: Wow!
Bolla, rifletti!: Torna Mike Leigh, con il suo primo film "in costume" ad ampio respiro, concentrato sulla società inglese di inizio ottocento, tra regnanti grotteschi e disagio sociale. Interessante, molto!

mercoledì 20 marzo 2019

Boy Erased - Vite cancellate (2018)

Conquistata fin dal trailer, questa settimana sono corsa a guardare anche Boy Erased - Vite cancellate (Boy Erased), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Joel Edgerton a partire dall'autobiografia omonima di Garrard Conley.


Trama: il giovane Jared, figlio di un pastore, scopre al college di essere gay. Il padre decide quindi di mandarlo in una struttura "correttiva".


Già non dev'essere facile nascere gay e scoprire, quando cominciano ad affacciarsi le prime pulsioni sessuali, di non essere come gli altri si aspettano, ovvero pronto a vivere una "sana" vita di coppia eterosessuale e sfornare tanti bei pargoletti; non oso immaginare cosa debba essere nascere gay in una famiglia estremamente religiosa, che considera l'omosessualità una malattia al pari di una polmonite, un "incidente di percorso" da correggere con l'aiuto di Dio. Non posso (e non voglio) nemmeno cominciare a riflettere sul perché simili cretinate antiscientifiche ed incredibilmente bigotte si siano diffuse al punto da giustificare l'esistenza di centri correttivi apposta per gay, dove le persone vengono costrette a rinnegare se stesse attraverso discutibili percorsi fatti di preghiera e psicanalisi d'accatto, atti ad individuare i motivi esterni che hanno fatto nascere questo "peccato" così da riuscire a liberarsene il prima possibile. Il problema, come sottolinea Garrard Conley che in uno di questi centri c'è stato davvero, è che i ragazzi e le ragazze omosessuali non vengono mandati lì per cattiveria ma probabilmente perché le famiglie sono sinceramente convinte di fare il loro bene e, spesso, non conoscono l'inevitabile incompetenza di chi gestisce queste strutture, magari anche loro animati da buone intenzioni ma comunque capre ignoranti poco meno superstiziose di chi uccide i gatti neri perché portano sfortuna; il risultato di queste "cure", alla fine di un percorso fatto di umiliazione e vergogna quando va bene, rischia tra l'altro di non essere quello sperato dai familiari, poiché giustamente per evitare di vivere in quelle condizioni un istante di più, il paziente decide di mentire a se stesso e agli altri, pronto ad affrontare una vita in perenne clandestinità emotiva, frustrante e triste. Insomma, un incubo. Un incubo legalizzato che Joel Edgerton ha scelto di portare sullo schermo in questo dramma misurato e dai toni delicati ma comunque ben difficile da digerire, all'interno del quale il protagonista, Jared, viene costretto dapprima a prendere dolorosamente coscienza della sua omosessualità, poi della chiusura mentale dei suoi genitori, tanto amorevoli quanto orribilmente bigotti.


Quello che mi ha colpita più di tutto guardando Boy Erased, al di là dell'ovvia condanna di questo tipo di centri, fortemente connotati in maniera negativa con tanto di "villain", è il modo dolceamaro in cui viene descritta la presa di coscienza di Jared, senza storie d'amore esaltanti o relazioni osteggiate dai genitori. Il cammino di Jared verso il coming out è qualcosa di intimo e dolorosamente solitario, fatto di due esperienze segnanti sia in positivo che in negativo e vissute nella solitudine di un college, lontano dagli amici e dalla famiglia; la prima violenza, accolta con terrore dopo mesi di pulsioni segrete e di speranze e la difficoltà a fidarsi nuovamente di chi è omosessuale, si rispecchiano nell'atteggiamento schivo e allo stesso tempo speranzoso di Jared, interpretato alla perfezione da un Lucas Hedges espressivo e dimesso, un ragazzo che minaccia di essere cancellato e di diventare un manichino, un semplice burattino da riempire con le aspettative dei genitori. Due grandi attori come Nicole Kidman e Russell Crowe si limitano, in questo caso, a fare da spalla, sostenendo l'interpretazione di Hedges e in un paio di casi arricchendola, rendendola ancora più emozionante, come nel confronto finale tra padre e figlio o nel momento in cui mamma Nancy si rende conto di cosa si nasconda davvero dietro il centro correzionale ("Shame on you. Shame on you. And shame on me, too"). Joel Edgerton, che come attore ha iniziato a non piacermi proprio, mette al servizio di questa storia personale la sua natura "stundaia" e delicata, creando così un film che non fa urlare al miracolo per quanto riguarda la regia o la sceneggiatura e tuttavia centra l'obiettivo che si era prefissato, preferendo concentrarsi sulla sostanza più che sull'apparenza, dando modo allo spettatore di riflettere e ragionare su una piaga sociale realmente esistente, senza farsi trasportare troppo dagli inevitabili sentimenti. Che sul finale arrivano a colpire duro, a mo' di ginocchiata, ma perlomeno sono sentimenti sinceri, in quanto non si può proprio accusare Boy Erased di essere ruffiano e lacrimevole. In sostanza, un gran bel film, consigliato, magari per aprire un po' gli occhi sulla sofferenza di chi spesso viene considerato "frivolo" e malato o forse solo capriccioso.


Del regista e co-sceneggiatore Joel Edgerton, che interpreta anche Victor Sykes, ho già parlato QUI. Lucas Hedges (Jared Eamons), Nicole Kidman (Nancy Eamons) e Russell Crowe (Marshall Eamons) li trovate invece ai rispettivi link.

Xavier Dolan interpreta Jon. Canadese, soprattutto conosciuto come regista, ha partecipato a film come Martyrs e 7 sconosciuti a El Royale. Anche sceneggiatore, produttore, costumista, compositore, ha 30 anni e due film in uscita tra i quali It: Capitolo 2, dove interpreterà nientemeno che Adrian Mellon.


Flea (vero nome Michael Peter Balzary) interpreta Brandon. Australiano, storico bassista dei Red Hot Chili Peppers, lo ricordo per film come I ragazzi della 56ª strada, Ritorno al futuro - Parte II, Ritorno al futuro - Parte III, Belli e dannati, Il grande Lebowski, Paura e delirio a Las Vegas, Psycho e Baby Driver - Il genio della fuga; come doppiatore, ha lavorato ne I Simpson, American Dad!, I Griffin e Inside Out. Anche sceneggiatore e produttore ha 57 anni.


Se Boy Erased vi fosse piaciuto cercate di recuperare il recente La diseducazione di Cameron Post, che tratta le stesse tematiche. ENJOY!

martedì 19 marzo 2019

Captain Marvel (2019)

Per motivi logistici ho dovuto lasciar passare almeno una settimana dall'uscita ma finalmente anche io ho potuto guardare Captain Marvel e arrivare con un tardivo post SENZA SPOILER.


Trama: Verse è un'aliena kree dal passato misterioso e dagli enormi poteri. Costretta a un atterraggio di emergenza sulla Terra, scoprirà molte spiacevoli verità...



Di Captain Marvel hanno parlato (spesso a sproposito) cani e porci prima ancora che uscisse e probabilmente verrà ricordato come il film che ha fatto scapocciare i nerd di tutto il mondo portandoli ad invocare giustizia a causa di una presunta castrazione del ruolo di maschio alfa per mano di una donna supereroe, santo cielo. Non so perché se la siano presa così tanto visto che prima di Captain Marvel c'era già stata Wonder Woman e, allo stesso modo, non conoscendo il personaggio se non per alcuni collegamenti con l'universo degli X-Men non so se i nerd avessero ragione a insorgere per uno "spirito" non rispettato ma sta di fatto che, per qualcuno che non rientra nella categoria del troglodita internettaro medio, Captain Marvel è il "solito" film Marvel carinissimo ed entusiasmante per le due ore che dura e facilmente dimenticabile il giorno dopo. Origin story perfettamente inserita all'interno del Marvel Cinematic Universe nonché prologo dell'imminente Avengers: Endgame, Captain Marvel racconta il viaggio interiore di una persona, prima ancora di una donna. Un soldato, un'aliena, che si è ritrovata plasmata in qualcosa che forse non è mai stata, parte di una sorta di "coscienza collettiva" che la vuole potente ma nei limiti, grata di farne parte, ligia ai suoi doveri, confusa ma non troppo. Eppure, il passato c'è ed è dannoso ignorarlo, soprattutto quando nei ricordi di Vers, questo il nome della protagonista, c'è qualcosa di fondamentale che ha definito nel tempo la sua personalità: la capacità di rialzarsi, sempre e comunque, dopo ogni batosta, dopo ogni presa in giro, dopo ogni fallimento, dopo qualsiasi tentativo di negare e frustrare i suoi sogni. E' vero, Vers è donna, ma il messaggio che passa attraverso il suo atteggiamento, il suo "vaffanculo" finale a chi pretende di imporle il suo modo di vivere e di comportarsi, è e deve essere universale, un invito a non arrendersi mai e arrivare a brillare di luce propria, cercando e trovando la forza in se stessi, anche a costo di essere delle teste di cocco fatte e finite. Il resto, come si suol dire, è un di più, per quanto piacevole, divertente e necessario. Il giovane Nick Fury, gli Skrull, i Kree, Ronan l'accusatore, il tenerissimo miciotto Goose, protagonista dei momenti più esaltanti della pellicola e preso di peso da Il gatto venuto dallo spazio, la consapevolezza che Captain Marvel sarà una pedina fondamentale nella battaglia contro Thanos, tutto quello che volete, ma il fulcro del film è il percorso di presa di coscienza dell'adorabile Carol Danvers, e non in quanto donna ma in quanto persona.


Lo "sfogo" finale della protagonista è obiettivamente, per quanto forse un po' trash, una delle cose più liberatorie viste in anni di film Marvel, dove l'eroe, quando a un certo punto diventa consapevole dei suoi mezzi, da il meglio di se stesso ma sempre con quella punta di "reticenza" che rende umile persino uno come Iron Man. Captain Marvel invece se ne frega e spacca culi ed astronavi al ritmo di Just A Girl (punta di diamante di una colonna sonora che più anni '90 non si può, ma non dimentichiamoci Celebrity Skin, Come As You Are, I'm Only Happy When it Rains, ecc. ecc.), splendendo gioiosa e consapevole dei suoi mezzi, finalmente libera da qualsivoglia giogo, fisico o psicologico che sia. E' questo che rende Captain Marvel particolare, perché per il resto il film è perfettamente inserito all'interno del carrozzone Marvel, non brilla particolarmente per la regia o per la sceneggiatura, che ha l'unico pregio di essere in perfetto equilibrio tra la cazzoneria di un Thor: Ragnarok e la serietà di un Avengers, ed è popolata da attori che fanno il loro dovere anche quando, come Samuel L.Jackson, sono costretti a subire un lifting computerizzato che li rende più inquietanti di un manichino semovente. Simpatico e sbarazzino il continuo fluire di citazioni che contestualizzano il film nell'epoca degli anni '90, non sfacciato come gli omaggi trash di James Gunn e Taika Waititi ma in qualche modo delicato e gradevole; le mise delle protagoniste, con le maglie dei gruppi musicali dell'epoca e il profumo grunge che permea l'intero reparto costumi, è una botta di nostalgia più grossa dei riferimenti a Blockbuster, per intenderci, ma la palma della citazione (accompagnata da una bruschetta nell'occhio grossa come il Fenomeno) va al delizioso Stan Lee che legge la sceneggiatura di Generazione X, film di Kevin Smith che ogni True Believer dovrebbe guardare. Voto 3, invece, all'adattamento italiano: "giovanotta" fa il paio con il "benone" di Venom ("young lady" di solito viene reso con un "signorinella", by the way) e il riferimento alla password Wi-fi è imbarazzante, considerato che quella tecnologia non avrebbe preso piede ancora per un decennio come minimo (e infatti Fury parla di password Aol in originale). Potrei anche aver sentito Jude Law ciccare clamorosamente un congiuntivo all'inizio ma forse ero solo obnubilata dalla sua incommensurabile fighezza. Chissà. A parte tutto, Captain Marvel va visto, per più di un motivo, soprattutto se non vedete l'ora che arrivi Avengers: Endgame o se siete gattari incalliti come me. Rimanete incollati alla poltrona del cinema fino all'ultimo titolo di coda e divertitevi!


Di Brie Larson (Carol Danvers/Vers/Capitan Marvel), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Ben Mendelsohn (Talos/Keller), Jude Law (Yon-Rogg), Annette Bening (Suprema intelligenza/Dottoressa Wendy Lawson), Clark Gregg (Phil Coulson), Djimon Hounsou (Korath), Lee Pace (Ronan) e Mckenna Grace (Carol a 13 anni) ho parlato ai rispettivi link.

Anna Boden è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto film come Sugar e 5 giorni fuori. Anche produttrice, ha 43 anni.
Ryan Fleck è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Sugar e 5 giorni fuori. Ha 43 anni.


La scena mid-credit è stata diretta dai fratelli Russo. Captain Marvel, cronologicamente, si colloca dopo Captain America: Il primo vendicatore, ma tanto vi toccherà recuperare tutto se vorrete godere appieno del film: Iron ManIron Man 2, L'incredibile HulkThor , The Avengers, Iron Man 3Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierGuardiani della GalassiaGuardiani della Galassia vol. 2, Avengers: Age of UltronDoctor StrangeSpider-Man: Homecoming ,Captain America: Civil WarThor: RagnarokAnt-ManAvengers: Infinity WarAnt-Man and the Wasp e Black Panther. ENJOY!

domenica 17 marzo 2019

Lords of Chaos (2018)

Dopo averne letto benissimo sul blog di Lucia ho deciso di recuperare Lords of Chaos, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Jonas Åkerlund.


Trama: ascesa e caduta di Euronymous, fondatore della band black metal Mayhem, che dopo aver mietuto successi sulla scena musicale internazionale viene ucciso dall'amico e collega Varg, fondatore di Burzum.


Ciò che mi ha attirata di Lords of Chaos, oltre al bellissimo post di Lucia, sono state le immagini viste online e più in generale una sorta di macabra attrazione verso una storia vera che non conoscevo e che, sicuramente, all'epoca avrà fatto moltissimo scalpore tra gli amanti di un certo genere di metal. Essendo ignorantissima in materia, non avevo mai sentito nominare né Euronymous (i Mayhem sì) né tanto meno Burzum, "one man band" composta da Varg Vikernes, e non avevo idea dell'enorme influenza che hanno avuto questi gruppi norvegesi sulla scena musicale internazionale dopo un inizio praticamente in sordina. Intendiamoci, il film di Jonas Åkerlund non aiuta lo spettatore ignorante come me a farsi un'idea del processo creativo dietro la nascita di queste band né permette di conoscerne la musica (i coinvolti ovviamente non hanno dato i diritti), anche se sicuramente invoglia a documentarsi; quello che interessa al regista e co-sceneggiatore, dopo aver tratto spunto dalla biografia omonima di Michael Moynihan e Didrik Søderlind, è mostrarci un branco di ragazzini stupidi che hanno cominciato a giocare con cose più grandi di loro e si sono rovinati l'esistenza. L'intera vicenda viene raccontata, molto ironicamente, dalla voce di Euronymous, al secolo Øystein Aarseth, ragazzotto norvegese dalla lingua lunga e dalle enormi velleità artistiche che, un giorno, decide di fondare i Mayhem per diventare famoso a livello internazionale. "Tutto chiacchiere e distintivo", Euronymous predica l'avvento del Male, sobilla amici e conoscenti, si spara pose da satanista ma in realtà non farebbe del male a una mosca; a far le spese di questo atteggiamento sono Dead, il cantante dei Mayhem, già profondamente depresso di suo e sicuramente non invogliato a risollevarsi da un chitarrista che per la pubblicità si venderebbe anche la madre, e Varg Vikernes, talmente disprezzato durante il primo incontro con Euronymous da essere costretto a mostrarsi capace di fare dannatamente sul serio. Ovviamente, il punto di vista di Euronymous, peraltro voce narrante, è quello che gli sceneggiatori hanno dovuto ricostruire da zero, attraverso testimonianze e mitologia impossibili da districare, dunque non abbiamo la certezza che Øystein fosse davvero così. Più certo, invece, il livello di idiozia di gente come Varg, Faust e tutto il resto del Black Circle fondato da Euronymous, poco più che adolescenti e fomentati da una contraddittoria ridda di "idee" spazianti dal satanismo al paganesimo al nazismo, giusto per non farsi mancare nulla.


Åkerlund non perde occasione di beffarsi di questa gente, figli di papà fancazzisti costretti a chiedere soldi ai loro genitori per finanziare la loro stessa "ribellione" dalla società e spesso sembra di avere davanti una di quelle commedie americane a base di adolescenti idioti (l'intervista di Varg è tragicomica, davvero. E per quanto possa essere sicuramente romanzata, sta di fatto che l'imbecille le foto se le è fatte davvero fare), se non fosse per quelle tre morti violente che arrivano a spezzare il ritmo del film e schiaffeggiano lo spettatore riportandolo alla brusca realtà. La storia del black metal norvegese nasce da un profondo e stupido disagio ma è realmente costellata di sangue, di quella morte tanto favoleggiata da Euronymous e compagnia come qualcosa di epico e "satanico" ma in realtà faticosa, sporca, "banale" quasi. Alla facilità con cui le chiese fatte di legno bruciano si contrappone la testarda tenacia di corpi umani che non vogliono abbandonare la vita, né quando vengono colpiti dalle coltellate d'altri, né tanto meno quando la morte viene auto inflitta, come nel caso di Dead; e se la morte e il sangue in Polar, sempre di Åkerlund, avevano il sapore finto e trash di un film alla Rodriguez (o degli horror che i protagonisti del film, Faust in primis, guardano in loop continuo), in Lords of Chaos sono insostenibili, reiterate, raggiungono un livello tale di profondità che pare quasi di sentirsi il coltello di Varg nella pancia e nella schiena, altro che snuff movie. Hai voglia poi a dire "era tutto uno scherzo" quando lo scherzo fomenta le psicosi di gente già matta di suo. E così questo Lords of Chaos, imperniato su vicende destinate a un pubblico "di nicchia", diventa un film in grado di parlare un linguaggio universale, arrivando a confermarsi come una delle pellicole più belle ed interessanti viste in quest'anno cinematografico da poco iniziato.


Del regista e co-sceneggiatore Jonas Åkerlund ho già parlato QUI. Rory Culkin (Euronymous) ed Emory Cohen (Kristian "Varg" Vikernes) li trovate invece ai rispettivi link.

Sky Ferreira interpreta Anne-Marit. Cantante americana, ha partecipato a film come The Green Inferno, Baby Driver - Il genio della fuga e a serie come Twin Peaks: Il ritorno. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 27 anni.


Jack Kilmer, che interpreta Pelle "Dead" Ohlin è il figlio di Val Kilmer mentre, come si evince dal cognome e dai tratti somatici, Valter Skarsgård, che interpreta Bård Guldvik 'Faust' Eithun, è figlio di Stellan Skarsgård e fratello minore di Bill Skarsgård. ENJOY!


venerdì 15 marzo 2019

Bollalmanacco On Demand: Solaris (1971)

Torna finalmente il Bollalmanacco On Demand con una chicca scelta da Kris Kelvin del blog Solaris, ovvero... Solaris (Solyaris), per l'appunto, diretto e co-sceneggiato nel 1971 dal regista Andrei Tarkovsky e tratto dal romanzo omonimo di Stanislaw Lem. Il prossimo film On Demand sarà La signora della porta accanto. ENJOY!


Trama: uno psicologo viene inviato su una piattaforma spaziale all'interno della quale tre scienziati stanno ancora studiando, dopo decenni, il pianeta Solaris, cominciando apparentemente a soffrire di allucinazioni.


Dopo la visione di 2001: Odissea nello spazio, il buon Kris mi ha proposto una bella sfida. Recuperare uno dei suoi film preferiti e parlare con cognizione di causa di uno dei capisaldi della fantascienza cinematografica mondiale non è per niente facile, anche perché ogni mia opinione sarà viziata dall'ignoranza di non conoscere né il romanzo di Lem né tanto meno la poetica di Tarkovsky. Dunque, al solito, cercherò di buttare giù semplicemente le sensazioni provocate durante la visione di Solaris, senza pretendere di dargli un significato o offrire chissà quali nuovi punti di vista relativi alla regia e alla sceneggiatura dell'opera. Innanzitutto, quello che mi ha colpita più di ogni cosa è la malinconia che permea ogni singolo fotogramma del film, accompagnata dalla triste consapevolezza dei protagonisti di essere "solo" umani e crucciati da domande filosofiche che, ahimé, sono destinate a rimanere senza risposte. La fantascienza diventa quindi una scusa per mettere in scena una storia d'amore e rimpianto, all'interno della quale i fantasmi evocati da Solaris, immortali ed indistruttibili, si fanno portavoce del senso di colpa di chi non ha saputo godere del tempo passato assieme alla persona amata, oppure dei peggiori incubi che si agitano nell'inconscio degli uomini. Lo psicologo Kris Kelvin è il fulcro di tutto il racconto; inviato quale "persona razionale", come specialista, a smascherare la presunta follia degli astronauti in orbita attorno al pianeta Solaris per mettere fine alla loro spedizione, si ritroverà letteralmente invischiato nell'atmosfera insinuante e viscida dell'Oceano senziente presente sul pianeta, perseguitato dal fantasma della moglie morta. Una persecuzione che, se all'inizio viene accolta dall'uomo con orrore, andando avanti diventa molto simile all'idea di paradiso, tanto che Kelvin si ritrova combattuto tra il dovere di tornare sulla Terra, nella "realtà" tangibile della dacia paterna e dei suoi datori di lavoro, e il desiderio di rimanere nell'orbita di Solaris, dove il tempo pare essersi fermato e gli abitanti della stazione spaziale si trascinano ubriachi e disperati, piagati dalle loro stesse pulsioni inconsce.


Mano a mano che il film prosegue, lo scontro tra Kris e gli altri due abitanti della stazione spaziale (uno dei quali deciso a distruggere Solaris, l'altro più propenso a cercare un contatto col pianeta) si fa sempre più acceso e verte su una domanda che ricorre spesso nei racconti di fantascienza: cos'è l'umanità? Al di là di una differenza meramente strutturale, anche a livello subatomico, se una creatura arriva a provare sentimenti e a sviluppare un'autocoscienza che la porta a soffrire per la consapevolezza di non avere un passato né ricordi, di essere la mera proiezione dell'inconscio di un altro, perché dovrebbe essere definita non umana? La capacità di sacrificarsi per gli altri e di suscitare empatia, oltre che a provarla, si scontra con la freddezza di chi ragiona in termini meramente scientifici ed è tuttavia terrorizzato da qualcosa che non può essere controllato con la scienza, che richiede un "ponte" tra essa e l'irrazionalità tipica degli esseri umani, ma la cosa interessante di Solaris è che Tarkovsky non si impegna a dare ragione all'una o all'altra fazione. Oltre alla malinconia, c'è infatti un sottile senso di inquietudine, teso come un filo per tutta la durata della pellicola, che non abbandona lo spettatore nemmeno nell'ambiguo finale, davanti alla rivelazione mostrata da una cinepresa che allarga a poco a poco il campo della visuale e si allontana, lasciando i personaggi a un destino che forse si sono scelti o dal quale forse sono stati catturati, chissà. Sta di fatto che Solaris, con tutte le domande che solleva, i riferimenti a Don Chisciotte e Tolstoy, con quelle scenografie alternativamente spoglie ed inquietanti benché futuristiche oppure zeppe di dettagli di squisita arte e arredamento, con quel rincorrersi di bianco e nero e colore, con quei ricordi mescolati senza soluzione di continuità alla realtà e al sogno, con quei tintinnii inquietanti che preludono alle apparizioni, quei bambini muti che evocano ricordi di pura malvagità cinematografica e quei tocchi di lieve poesia, è uno dei film più strani ed interessanti che abbia mai visto e vorrei recuperarlo ancora, magari dopo essermi documentata meglio su tutto ciò che si collega all'universo di questa splendida pellicola.

Andrei Tarkovsky è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Russo, ha diretto film come Andrej Rublev, Stalker e Sacrificio. Anche attore e scenografo, è morto nel 1986, all'età di 54 anni.


Nel 2002 Steven Soderbergh ha girato un remake del film che sinceramente non ho intenzione di recuperare ma, se Solaris vi fosse piaciuto, voi potete farlo e aggiungere 2001: Odissea nello spazio. ENJOY!

giovedì 14 marzo 2019

(Gio)WE, Bolla! del 14/3/2019

Buon giovedì a tutti! Nonostante debba ancora recuperare Captain Marvel, avrò sicuramente molto altro da vedere questa settimana! ENJOY! 

Escape Room
Reazione a caldo: Yeeeeh!!
Bolla, rifletti!: Mi stupiva che ancora nessuno avesse girato un horror sulle famose escape room ed infatti eccolo qua, in tutto il suo glorioso PG-13. Non mi aspetto niente di che, sinceramente, ma magari è una pellicola interessante, chissà.

Boy Erased - Vite cancellate
Reazione a caldo: Aw ç_ç
Bolla, rifletti!: Film che mi fa piangere fin dal trailer e puntato mesi fa grazie alla presenza del bravo Lucas Hedges. Preparo i fazzoletti e una bella dose di nervoso, perché queste storie di bigotti che tentano di "curare" gli omosessuali mi fanno uscire di testa, e non in modo positivo.

Momenti di trascurabile felicità
Reazione a caldo: Hmm..
Bolla, rifletti!: Non mi è capitato nemmeno una volta di vedere dei trailer per questo film con Pif per protagonista, tratto dai libri di Francesco Piccolo che non ho mai avuto occasione di leggere. Storia di un uomo con meno di due ore a disposizione per mettere a posto tutto ciò che non va nella sua vita, questo film sembra un'opera poetica e particolare... o forse è solo perché voglio bene a Pif?

Un viaggio a quattro zampe
Reazione a caldo: Mmah.
Bolla, rifletti!: Tipica storia "a quattro zampe" di un cagnolino a cui ne succedono di ogni per ritornare a casa. Immagino ci siano da preparare i fazzoletti anche qui ma stavolta passerò!

Al cinema d'élite ripropongono Green Book e si accaparrano The Guilty - Il colpevole, entrambi consigliatissimi e già recensiti sul blog!

mercoledì 13 marzo 2019

Il colpevole - The Guilty (2018)




La settimana scorsa è uscito in Italia Il colpevole - The Guilty (Den skyldige), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Gustav Möller.


Trama: durante il turno di notte, un poliziotto impegnato al centralino riceve la telefonata di Iben, rapita dal marito e portata in un luogo sconosciuto...


Nella marea di thriller italiani ed internazionali che escono mensilmente al cinema, Il colpevole - The Guilty spicca per la sobrietà e per il suo essere uno one man show che non rinuncia alla tensione e ai colpi di scena. Com'è possibile, direte voi, girare un thriller "al telefono", ambientato per intero in un centralino di primo soccorso, capace di inchiodare lo spettatore allo schermo e farlo temere per il destino di personaggi di cui si sente solo la voce? E' possibile grazie a una sceneggiatura intelligente che richiederebbe una seconda visione per cogliere appieno i "trucchi" coi quali lo spettatore viene indotto ad accogliere per intero il punto di vista di Asger, malinconico centralinista pro-tempore, ex poliziotto in attesa di un processo che potrebbe farlo tornare a lavorare come tale oppure condannarlo per sempre. La sceneggiatura del film ci porta sia a temere per la vita di Iben, donna senza volto rapita da un marito con precedenti penali, sia a chiederci quale sia il segreto di Asger, al quale si accenna a spizzichi e bocconi, tra telefonate imbarazzanti agli ex colleghi e sguardi di biasimo da quelli attuali, che trattano il protagonista con talmente tanta freddezza da dare a intendere che l'errore da lui compiuto in servizio non sia proprio una quisquilia; Asger, che sia al telefono o che venga inquadrato perso in chissà quali pensieri, sembra sempre camminare su un filo teso e pronto a spezzarsi al minimo tentennamento, con la vita di una persona sconosciuta tra le mani e il proprio destino sull'orlo di un baratro profondo, in un clima di costante tensione psicologica che non manca di riservare sorprese dolorose e persino raccapriccianti.


La cinepresa di Gustav Möller non abbandona per un solo istante il volto e il corpo di Jakob Cedergren, attore costretto letteralmente a sostenere per intero il film, e lo immerge in un ambiente asettico ed impersonale, all'interno del quale è quasi scontato pensare che i dipendenti, anche solo per sfuggire alla noia, viaggino di fantasia e si aggrappino a qualunque caso vagamente "succulento", seguendo il filo dei propri pensieri. La luce rossa del centralino, unico tocco di colore all'interno di una fotografia in cui predominano azzurri e grigi, incarna alternativamente la speranza o la perdita di ogni possibilità di riscatto e arriva ad inghiottire Asger nel momento più buio del film, quando la verità gli piomba addosso senza possibilità di errore. "Il colpevole", in questo caso, ha quindi più di un'accezione e non sempre è quello che noi ed Asger vorremmo: cercato così disperatamente da chi nell'occhio ha una trave grossa quanto un grattacielo e cerca di togliersela scovando la pagliuzza in quella di un ex convitto, alla fine diventa ulteriormente colpevole anche chi cerca di sgravarsi dalla propria colpa personale arrivando a vestire i panni del cavaliere telefonico senza macchia, privo della lucidità necessaria per cogliere la situazione nella sua interezza. Alzi la mano chi non si è mai ritrovato in una situazione simile, in cui si mescolano pregiudizi e voglia di riscatto morale. E' per questo che il thriller incredibilmente umano di Gustav Möller funziona, perché è privo di supereroi improbabili e supercattivi da operetta e si concentra sulle imperfezioni talvolta macroscopiche di un personaggio che, nonostante questo, è impossibile odiare.

Gustav Möller è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Svedese, anche attore, ha 31 anni.



martedì 12 marzo 2019

Nosferatu a Venezia (1988)

Non sono impazzita, vi spiegherò nel post perché qualche sera fa mi sono ritrovata a vedere per la seconda volta nella mia vita Nosferatu a Venezia, diretto nel 1988 dal regista Augusto Caminito.


Trama: Nosferatu viene evocato da una seduta spiritica e si ripalesa a Venezia, dove ricomincia a mietere vittime...



Mi era capitato di vedere Nosferatu a Venezia verso la fine degli anni '90, dopo aver letto l'ormai famigerata classifica dei 100 film peggiori di sempre stilata dalla rivista Ciak. Ovviamente, ammorbo e disgusto mi avevano sconfitta e all'epoca avevo giurato di non rivedere MAI più un simile abominio. Da qualche tempo, però, Mirco palesa la voglia di guardare il Nosferatu di Herzog, spinto dall'amore per questo sketch. Purtroppo, non dispongo del DVD e trovarlo on line è un po' arduo, quindi ci siamo rivolti a Youtube dove, ahimé, c'è solo una versione in inglese... e anche Nosferatu a Venezia, che ha attirato l'attenzione di Mirco per la presenza di Klaus Kinski. Ho provato a dirgli che il film di Caminito è orrendo, inguardabile e noioso ma niente, non c'è stato verso. Quindi, eccoci qui. Nosferatu a Venezia avrebbe dovuto essere il sequel di Nosferatu ma tra le intemperanze di Kinski e una serie di casini in fase produttiva, è uscito fuori questo ibrido inguardabile tra un "horror" e un filmetto erotico, dove Nosferatu viene richiamato a Venezia in maniera alquanto improbabile da una seduta spiritica mentre si trova (credo, che mica si capisce) a passare l'eternità nel Mato Grosso o in qualche altra amena località equatoriale. In quella, cicciano fuori eventi legati a una famiglia di ricconi già piagati in passato dalla presenza "iniqua" di Nosferatu, reo di aver vampirizzato una principessa e impalato un prete/scimmia urlatrice, ed è proprio per mettere a tacere delle semplici "voci" che i membri di questa famiglia di dementi decidono di chiamare il massimo esperto in vampirismo di tutto il mondo, scatenando nuovamente il lussurioso vampiro. Quest'ultimo, non pago di avere a disposizione la discendente della principessa da prosciugare e tucchignare in maniera laida, decide di bombarsene almeno altre tre e di rubare la verginità dell'ultima per liberarsi dalla maledizione dell'eternità (comodo, nevvero?), mentre gli uomini della famiglia rimangono con un palmo di naso, tra chi pensa di trovarsi davanti un cinghiale più che Nosferatu, chi accetta con sportività la propria natura di ameba inutile e si getta nel Canal Grande, chi per non sbagliare fa la figura del cioccolataio fin dal minuto 5 (ciao, Donald Pleasance!).


Per citare l'articolo di Ciak, "Kinski vaga per le calli veneziane con un'orrida parrucchetta color stoppia in testa" ed è fondamentalmente quello che succede per buona parte del film, cosa che costringe lo spettatore a subire carrellate su carrellate di calli, canali e tristi figuri in abito carnevalesco, fiaccate da una fotografia nebulosa, bluastra, ammorbante. E' sempre giorno, palesemente, in Nosferatu a Venezia, il che rende inutile i patetici tentativi di Maria di tirare le tende poco prima di venir deflorata dal vampiro, ché tanto quest'ultimo gira quando vuole manco fosse un Edward Cullen qualsiasi, ma è un giorno perennemente nebbioso e triste, triste da morire. Triste quanto la presenza di Christopher Plummer e Donald Pleasence, il primo ingessato nel ruolo di sedicente esperto di vampiri perennemente turlupinato da Nosferatu, il secondo nei panni di un prete da operetta che mangia, beve di lungo e arriva con un utilissimo "La Chiesa proibisce le sedute spiritiche" proprio nel corso della seduta stessa, venendo trattato con la stessa considerazione che si riserverebbe a Massimo Boldi durante la Notte degli Oscar, anzi, anche meno. In tutto questo, neanche a dirlo, Kinski (in veste di star e soprattutto, non accreditato, di regista e capricciosissimo deus ex machina dell'intera "opera") ottiene invece quello che vuole da questo genere di succidi personaggi: quando non gira per le calli con la faccia di chi non ha voglia di stare al mondo, si struscia sul corpo di belle fanciulle seminude, dando al morso importanza quasi nulla e concentrandosi maggiormente sulle generose palpate sul seno delle attrici (e anche peggio, a quanto si legge QUI  e QUI) che, poverine, mi sono ritrovata a compiangere più di quanto non avessi fatto vent'anni fa. Al disgusto per il film si è infatti accompagnato il disgusto per l'empio e folle Klaus, cose che mi porta ancora più a sconsigliare Nosferatu a Venezia e a maledire il giorno in cui ne sono venuta a conoscenza. Eew.


Di Klaus Kinski (Nosferatu), Christopher Plummer (Professor Paris Catalano) e Donald Pleasence (Don Alvise) ho parlato ai rispettivi link.

Augusto Caminito è il regista "ufficiale" e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Napoli, ha diretto film come Grandi cacciatori. Anche produttore, ha 80 anni.


Barbara De Rossi interpreta Helietta Canins. Nata a Roma, la ricordo per film come Caramelle da uno sconosciuto inoltre ha partecipato a serie TV quali La piovra. Ha 59 anni.


Narra la leggenda che Klaus Kinski abbia litigato fin dal primo giorno con il regista Mario Caiano, rifiutando di lavorare con lui e costringendo Caiano ed andarsene dal set. Il regista è stato così rimpiazzato da Augusto Caminito, produttore del film, il quale, non avendo esperienza di regia, è stato aiutato dall'assistente Luigi Cozzi e in alcuni casi persino dallo stesso Kinski (dopo avere, per inciso, assunto e licenziato prima Maurizio Lucidi e poi Pasquale Squitieri). Il vecchio Klaus ha fatto licenziare anche Amanda Sandrelli, scritturata per il ruolo di Maria Canins che è poi finito a Anne Knecht, capitata sul set per caso e finita, ahilei, ignuda tra le braccia di Klaus. Detto questo, Nosferatu a Venezia avrebbe dovuto essere il seguito di Nosferatu il principe della notte quindi se malauguratamente vi fosse piaciuto recuperate il film di Herzog. ENJOY!


domenica 10 marzo 2019

Polar (2019)

Ammiccava sulla home page di Netflix da qualche tempo e in questi giorni mi sono decisa a vedere Polar, diretto dal regista Jonas Åkerlund.


Trama: un killer a un passo dalla pensione diventa il bersaglio dei suoi colleghi più giovani, ingaggiati dal suo ex datore di lavoro.


Dico la verità. L'unico motivo per cui ho recuperato Polar è stato per prepararmi al film Lord of Chaos, sempre diretto da Jonas Åkerlund, e anche perché di tamarreidi a base di killer à la John Wick non ce n'è mai abbastanza. Però Polar è dannatamente sfacciato, porca miseria, supera la barriere del cattivo gusto come farebbe Dominic Toretto sparato su una delle sue pimpatissime macchine, col triste difetto di ammosciarsi un po' all'inizio e anche un po' alla fine. Protagonista del tutto è tale Black Kaiser, killer quasi pensionato che vorrebbe solo ritirarsi a vita privata incassando l'assegno milionario promesso dalla sua "ditta"; la gabola dietro a questo contratto vantaggiosissimo, pure troppo, per un dipendente, è che il boss della ditta, una creatura che è un incrocio tra Jabba the Hutt, il Dr. Male e uno slime, prima dell'inizio della pensione si premura di far secco il dipendente, reincassando così il vile denaro. Gli esattori di tale somma sono un branco di ragazzetti killer tagliati con l'accetta, dalle spiccate personalità che variano da "zoccolona matta come un cavallo" a "orientale pericolosissima" passando per "gigante muto" fino ad arrivare a "roscio insignificante" e "belloccio con velleità di capo", tutti lanciati contro il Black Kaiser e introdotti da scritte fighissime in sovrimpressione, tutti sacrificati a quello che, da metà film in poi, diventa il fulcro della vicenda, ovvero l'amicizia tra il protagonista e la sfigatissima vicina di casa. Per dire, per scatenare John Wick bastava la morte del cane, qui *ehm* il cane meglio dimenticarlo e passare direttamente al rapimento di una povera disadattata, ché Black Kaiser è ancora più solitario, duro, fuori dalla realtà e vecchio di quanto non fosse il buon John, benché dotato della stessa fissità facciale e dello stesso fisico impenetrabile a proiettili, coltellate, pinze, uncini, schegge di vetro, robe.


Per essere una produzione Netflix, il "bello" di Polar è che ci da giù pesantissimo, tanto che al confronto il pluricitato John Wick è un film di Bergman. All'interno della cornice ipercinetica e pop della regia di Jonas Åkerlund (il quale si è fatto le ossa con video come QUESTO, QUESTO , QUESTO ma anche QUESTO, giusto per dare un'idea), un trionfo di colori saturatissimi, casino ed esagerazioni visive, succede davvero la qualunque. Intanto, se fossi una femminista convinta, direi che il corpo femminile qui subisce una mercificazione fuori scala, tra terga inquadrate a distanza ravvicinata e (gratuitissime) scene di sesso matto e disperatissimo che 50 sfumature scansati, poi c'è proprio il gusto del sangue e della gente che muore sparata malissimo, per non parlare della lunga sequenza di tortura ai danni del povero Mads Mikkelsen, mostrata con abbondante dovizia di particolari e secchiate di liquido rosso. All'attore danese spetta l'ingrato compito di privarsi di ogni espressione facciale e offrire il suo fisico massiccio all'azione, col risultato che sì, Polar è sicuramente più efferato e trash di John Wick, ma la presenza di Keanu Reeves assicurava quelle coreografie viUlente che tanto mi avevano affascinata nel primo capitolo, mentre qui Mikkelsen spara e basta (però gli piace parecchio mostrarsi nudo). Gli attori di contorno sono tutti delle macchiette sopra le righe, come scritto sopra, sembrano quasi giocare a chi confeziona il personaggione più da facepalm (SPOILER: vincerebbe il povero Richard Dreyfuss, almeno a livello "tristezza". Ma siccome pare che il grande vecchio abbia diretto alcune delle scene di tortura, direi che la palma va a Johnny Knoxville), e di fatto vedere Vanessa Hudgens che si impegna per dare serietà e profondità al proprio personaggio fa un po' ridere ma tant'è. Comunque, difetti a parte, Polar indubbiamente intrattiene e diverte per tutta la sua durata, tanto da risultare perfetto per una serata a base di bieca ignoranza condita da esplosione di retine e cervello.


Di Mads Mikkelsen (Duncan Vizla/Black Kaiser), Vanessa Hudgens (Camille) e Richard Dreyfuss (Porter) ho già parlato ai rispettivi link.

Jonas Åkerlund è il regista della pellicola. Svedese, ha diretto anche il film Lords of Chaos. Anche sceneggiatore, produttore, attore e stuntman, ha 54 anni.


Katheryn Winnick interpreta Vivian. Canadese, ha partecipato a film come Uomini di parola, La torre nera e a serie quali Psi Factor, Relic Hunter, Oz, CSI: Miami, CSI: NY, Criminal Minds, Dr. House, CSI - Scena del crimine e Bones. Anche produttrice e regista, ha 42 anni.


Matt Lucas interpreta Blut. Inglese, ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Alice in Wonderland, Paddington e a serie quali Little Britain, Little Britain USA e Doctor Who; come doppiatore ha lavorato in Astro Boy. Anche sceneggiatore, produttore, regista e compositore, ha 45 anni e due film in uscita.


Robert Maillet interpreta Karl. Ex wrestler canadese conosciuto col nome d'arte di Kurrgan, ha partecipato a film come 300, Sherlock Holmes, Pacific Rim, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, Deadpool 2 e a serie quali C'era una volta e The Strain. Ha 50 anni.


Johnny Knoxville (vero nome Philip John Clapp) interpreta Michael Green. Americano, creatore di Jackass, lo ricordo per film come Men in Black II, Hazzard e Comic Movie, inoltre ha lavorato come doppiatore in SpongeBob Squarepants. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e due film in uscita.


Se Polar, tratto dall'omonima web serie a fumetti e graphic novel della Dark Horse,  vi fosse piaciuto recuperate il pluricitato John Wick e aggiungete Atomica bionda e Kick Ass. ENJOY!

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