Trama: un uomo investe accidentalmente un cane e, dopo poco, la sua automobile si ferma. Questo "semplice incidente" cambierà la sua vita e quella di molte altre persone...
Può un film raccontare tutto l'orrore di un regime senza essere cupo né didascalico, e arrivare al cuore anche di chi, fortunatamente, è privo di metri di paragone e mai ha sperimentato sulla propria pelle gli abusi di una prigionia ingiusta e violenta? Certo, se questo film è Un semplice incidente, che racconta l'angosciante situazione in cui versa buona parte della popolazione iraniana con toni che oserei definire lievi. Quest'aggettivo, però, non deve essere inteso negativamente. E' solo che, guardando Un semplice incidente, mi veniva in mente la violenta sicumera dei protagonisti di Big Bad Wolves, mentre Panahi instilla un dubbio tutto umano, la paura di diventare esattamente ciò che odiamo. Vahid, protagonista di Un semplice incidente, ha l'occasione di vendicarsi del suo carceriere, che lo ha sottoposto a costanti abusi fisici e psicologici; tuttavia, proprio mentre sta per seppellirlo vivo, gli viene il dubbio che non si tratti dello stesso uomo, in quanto i prigionieri venivano torturati bendati. Incapace di fidarsi di ricordi e percezioni distorte dal dolore, Vahid va in cerca di chi potrebbe aiutarlo a fare chiarezza e la sua decisione diventa un pungolo arroventato che riporta in superficie tutto il dolore di chi, nel frattempo, ha cercato di dimenticare e di andare avanti con la propria vita. Un semplice incidente sfrutta i toni della commedia per parlare di una tragedia enorme, spostando l'attenzione dall'aguzzino, che non viene quasi mai inquadrato, alle vittime delle sue azioni, al loro presente, alle relazioni che intercorrono tra chi si ritrova involontariamente unito nella disgrazia pur non provando simpatia alcuna verso i suoi temporanei compagni. Sullo sfondo di una situazione politica e sociale tra le più cupe, col terrore della polizia e dell'arresto sempre lì, a mo' di spada di Damocle, l'obiettivo che spinge Vahid è quello di non aggiungere altri incubi a quello che lo perseguita e di trovare, finalmente, sollievo o un minimo di senso a una vita faticosa da sopportare, senza però sacrificare la propria umanità. Le sue scelte possono sembrare sciocche, forse pavide, e Panahi non ci dà la certezza matematica che siano giuste (come dimostra la sequenza che precede i titoli di testa), ma sicuramente sono frutto di un ragionamento personale, di una scelta consapevole che va oltre i tremendi vaneggiamenti pseudo-religiosi che lo spettatore è costretto ad ascoltare nell'angosciante pre-finale. Vada come vada, sembra dirci il regista, ciò che conta è avere il coraggio delle proprie azioni, senza imputarle a divinità o governi.
L'apparenza di "normalità" che si respira all'inizio del film, viene presto distrutta con tanti piccoli dettagli, con dialoghi e soprattutto silenzi quasi metacinematografici; il regista, infatti, ha diretto Un semplice incidente senza il permesso delle autorità iraniane, e la sensazione di segretezza, di urgenza, così come la sottile paura che permea ogni sequenza dell'opera, è diretta conseguenza di questa scelta libera e consapevole. Lo stesso vale anche per gli attori. Il cast è un riuscitissimo mix di professionisti, come quelli che interpretano Vahid e l'uomo con la protesi alla gamba, e attori amatoriali, come per esempio l'interprete di Hamid e Mariam Afshari. Quest'ultima, in particolare, è sorprendente. Non solo la sua Shiva è una co-protagonista perfetta, che permette a Vahid di evolvere e confessare l'incubo che lo tormenta, ma l'attrice si porta sulle spalle la sequenza più carica a livello emotivo, quella del prefinale, che credo avrebbe messo alla prova veterani ben più esperti (e mi riferisco anche agli spettatori. Mamma mia). Nonostante questi "limiti", Un semplice incidente è confezionato con incredibile maestria, il montaggio e la regia lavorano in sinergia perfetta per far sì che il film mantenga un miracoloso equilibrio tra commedia e dramma (i divertenti battibecchi e i singoli episodi di ordinaria sfortuna si susseguono a confronti seri e sequenze più dilatate e drammatiche senza soluzione di continuità, in maniera assai fluida), e un paio di sequenze avrebbero poco da invidiare ad un thriller horror (la sequenza del rapimento ha un taglio di montaggio agghiacciante per ciò che implica, mentre il finale è materiale da incubi per la vita), il che mi ha reso Un semplice incidente ancora più gradito, e l'opera alla quale avrei dato l'Oscar per il miglior film straniero. Recuperatelo, se ancora non lo avete fatto, perché ne vale davvero la pena!
Jafar Panahi è il regista e co-sceneggiatore del film. Iraniano, ha diretto film come Il palloncino bianco, Oro Rosso, Il cerchio, Offside, Tre volti, Gli orsi non esistono e Taxi Teheran. Anche montatore, produttore, direttore della fotografia e attore, ha 66 anni.




Per ma Sirat era il film più potente tanto da meritare l'Oscar, anche Un Semplice Incidente è un bellissimo film (devo dire che la circostanza particolare in cui abbiamo visto La Voce di Hind Rajab gli aveva dato sul momento della visione qualche punto in più - dettato dall'emozione - ma il lavoro di Panahi, che è sempre una sicurezza, è effettivamente migliore) e, probabilmente, avrebbe vinto se non ci fosse stato l'attacco all'Iran di Trump e dello Stato sionista (mattina del 28 febbraio e votazioni a partire dal 26). Così è andata. Purtroppo questi Oscar ipocritamente dimessi sono stati forse ancora più politicizzati dei precedenti (v. Oscar a Penn), senza coraggio (a parte Bardem), qualche tiepida battuta e critica a Trump ma poi nelle scelte la sensazione del solito bilancino tra inclusione (senza esagerare, ma almeno la regia a Coogler?) e critica, non troppo graffiante, soprattutto che non desse fastidio ai più né fosse eccessivamente divisiva. Alla fine ha vinto un buon, bel film intimista e che di certo non scontenta nessuno.
RispondiEliminaLa Voce di Hind Rajab è bellissimo perché è necessario, per quanto doloroso. Ma purtroppo non rielabora né reinventa nulla, è un documentario dell'orrore. Un semplice incidente è più vicino alla mia idea di cinema.
EliminaBuon film, ma non il miglior Panahi secondo me. Mi aveva emozionato molto di più con "Gli orsi non esistono" (premiato a Venezia tre anni fa). Questo è un lavoro più standardizzato (se si può usare un termine simile con uno come Panahi), ma sempre di alto livello. Ha avuto la sfortuna di capitare in un annata iper-competitiva per quanto riguarda gli Oscar, con tanti titoli importanti. In altre edizioni avrebbe vinto alla grande.
RispondiEliminaDevo fare un po' di recuperi, ammetto che Panahi è un regista che non conoscevo.
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