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venerdì 27 novembre 2020

Visioni dal Torino Film Festival (parte 3)

Oggi parlerò di due horror visti al Torino Film Festival, uno assai spassoso, l'altro deprimente e fastidioso, ahimé. Lo so, purtroppo più il festival prosegue più io divento monogenere, ma come al solito i problemi sono: il tempo che mi consente di vedere solo un film al giorno e il fatto che dopo 48 ore i film scompaiono, quindi recuperarne altri magari nel weekend risulta quasi impossibile. Ciò detto... ENJOY!

Fried Barry di Ryan Kruger (2020)

L'inevitabile quota horror-trash del festival, una roba spassosissima che si ammoscia giusto sul finale, durante il quale effettivamente subentra un po' di noia nel vedere il povero Barry vagare senza capire bene che succede attorno a lui. Ryan Kruger dev'essersi innamorato del Dougie di Kyle MacLachlan o non si spiega perché abbia deciso di girare un film avente per protagonista un alieno nel corpo umano di uno streppone, impegnato a strafarsi di roba nelle strade di una Città del Capo popolata da esseri immondi della peggior specie, e, inaspettatamente, a portare improbabili sprazzi di felicità a quanti (soprattutto quante) sono così "fortunati" da incrociarlo; Barry sembrerebbe cattivo ma in realtà sperimenta gioie e dolori della vita umana, senza preconcetti di sorta, assieme a tutte le inevitabili difficoltà di indossare un "Edgar-abito" non propriamente in forma. L'Edgar-abito in questione è l'esilarante Gary Green, già protagonista del corto omonimo da cui il film è stato tratto, che tra facce smascellate, movimenti spastici e sguardi pallati, riesce a conquistare lo spettatore più dello stile "da trip" e delle melodie con cui il regista trasforma il film nel viaggio mentale di chi già prima di venir posseduto da un alieno non riusciva più a connettersi con la realtà. Fried Barry non è sicuramente un film per tutti, visto che in alcune sequenze è abbastanza gore ed esplicito, ma un'occhiata la merita, soprattutto se vi piace il genere horror psichedelico. Sicuramente vi farete delle grassissime risate. 


Breeder di Jens Dahl (2020)

Non il film giusto da vedere nella giornata contro la violenza sulle donne, decisamente. Breeder parte come un thriller/horror in odor di fantascienza genetica, per poi rivelarsi come un torture porn dove le vittime sono povere criste seviziate da un matto e dove l'idea di cercare una cura per la vecchiaia diventa giusto una scusa: perché mai, infatti, torturare donne che dovrebbero ragionevolmente venire lasciate in salute per motivi che non spoilero? Peggio ancora, Breeder, inspiegabilmente scritto da una donna, sbaglia completamente il finale. La protagonista, come ci viene spiegato attraverso un monologo all'inizio, adora la sensazione di avere il controllo assoluto ma ama anche subire violenze dal marito, mossa da una vena masochistica; ora, sarebbe stato sbagliato farle perdere questa "perversione" dopo essere stata seviziata da un maniaco, perché un conto è il desiderio, un conto è essere vittime, ma arrivare a rimanere col marito mollo, infame e bastardo solo per avere un padre con cui crescere una bambina e continuare a farsi frustare da lui no, cazzo, non lo accetto, è il messaggio più sbagliato che si potrebbe dare. E al diavolo i "100 motivi che non vi sto a dire". Film pessimo e scorretto, che mi stupisco sia diventato materiale per il festival. 



4 commenti:

  1. Dovendo scegliere, da vecchio appassioanto horror mi orienterei su "Fried Barry", chi lo sa perché ma "Breeder" mi dà l'idea della classica operazione nata a tavolino solo per far polemica e quindi far (s)parlare di lei.

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    1. Breeder mi ha fatto venire il nervoso, forse sono io che ultimamente comincio a trovare alcuni argomenti fastidiosi. Fried Barry perlomeno fa ridere.

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  2. Oddio, anche se l'horror-trash è un genere che mi stuzzica, mi sa che questi due non fanno troppo per me...

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