Trama: Agnes e Will si innamorano e hanno tre figli, ma li attende una terribile tragedia, che rischia di distruggere il loro mondo...
Hamnet era uno dei film che mi incuriosivano maggiormente, in questa forsennata corsa all'Oscar, perché era già comparso mesi fa sulla homepage di Letterboxd come un'opera tra le più "chiacchierate". E poi Hamnet, chissà perché, mi sembrava un titolo stranissimo, quando invece è l'antico modo in cui veniva scritto "Hamlet", Amleto, quello di Shakespeare. E proprio del Bardo si parla nel nuovo film di Chloé Zhao, soprattutto in relazione alla moglie Agnes, vera protagonista del film, e di Hamnet, appunto, unico maschio su tre figli avuti dalla coppia e vittima (non è spoiler, fa parte della biografia di Shakespeare) di una morte prematura, ancora bambino. Prima della tragedia, il film della Zhao si prende molto tempo per presentarci i personaggi, i diversi mondi da cui provengono, uniti da reciproca attrazione e da un'amore profondo. Agnes è "la figlia della strega", una donna lontana dai canoni estetici e caratteriali delle sue coetanee dell'epoca, e vive in comunione con la natura, dalla quale trae un'enorme forza d'animo e una visione del mondo assai pratica, pur se permeata da riti e da qualcosa che richiama una magia antica. La schiettezza di Agnes, la passione e determinazione con cui affronta ogni aspetto della vita, è legata agli insegnamenti della madre morta quando era bambina, e alla capacità di intuire il futuro altrui, di vedere ciò che altri scelgono, volutamente o meno, di ignorare. Will, figlio di un conciatore pieno di debiti, è mosso dalla stessa passione di Agnes, da un fuoco sacro che lo spinge a rifiutare la vita che la famiglia vorrebbe per lui, ma a differenza della donna è incapace di esprimere a parole emozioni e sentimenti, che fluiscono solo quando incanalati in poesie, racconti o opere teatrali. Intuendo ciò, per evitare che le sensazioni "bloccate" si trasformino in un veleno capace di contaminare il loro amore, Agnes manda Will in città, a Londra, scelta che si rivela un'arma a doppio taglio. Quanto più Will fiorisce, esprimendo la propria arte, tanto più Agnes si ritrova sola ad affrontare dolore, timori ancestrali, un passato che minaccia di sopraffarla, finché la morte di Hamnet non la convince che il marito, ormai, non prova più alcun interesse nei loro confronti. Non si tratta della solita storia di un matrimonio che si frantuma per via di ruoli socialmente imposti e recriminazioni reciproche: Hamnet racconta un dolore comune talmente forte da annientare ogni possibilità anche solo di immaginare un futuro e l'incapacità di condividerlo con la persona amata, da qui il potere salvifico dell'arte, che diventa il tema dell'ultimo atto del film.
La prima parte di Hamnet è filtrata dal punto di vista di Agnes, solo apparentemente aperto. Agnes, in realtà, è testarda, rigida nelle sue convinzioni, pesino chiusa nel pensiero di essere l'unica depositaria di una serie di "misteri" iniziatici che nessun altro potrebbe capire. I tre momenti topici in cui il dolore l'aggredisce sono emblematici, perché è in essi che la donna allontana brutalmente quanti vorrebbero aiutarla, anche solo per superare una sofferenza condivisa. Agnes è anche cieca di fronte a ciò che l'arte e il teatro significano per Will. Benché abbia incoraggiato il marito, col tempo è arrivata a considerare la sua attività come un capriccio, o al limite un mero mezzo di sussistenza economica, e questo punto di vista viene abbracciato, inevitabilmente, anche dallo spettatore, travolto dall'intensità dell'interpretazione di Jessie Buckley. Il personaggio di Will rimane sempre sullo sfondo, depotenziato dalla bizzarria di Agnes, dalla vitalità dei gemelli, dalle tragedie che toccano solo parte del nucleo familiare, ed è per questo che l'ultimo atto suona come una rivelazione e rimette tutto in prospettiva. Will non ha mai agito, né parlato, apparentemente sempre guidato dalla sicurezza di Agnes, ma ha osservato e capito, e ha ovviamente sofferto quanto lei. Il Globe, trasformato come per magia nella vitale nicchia boscosa che ha da sempre cullato Agnes, si fa letteralmente teatro di una straziante ammissione di colpa e di un atto di puro amore, verso la moglie e il figlio perduto, una rappresentazione di ciò che poteva essere, resa ancora più efficace dalla scelta di introdurre, nei panni di Amleto, proprio Noah Jupe, fratello del piccolo Jacobi, che interpreta Hamnet. E così, nella scena finale più devastante dell'anno cinematografico appena iniziato, l'arte diventa un ponte che unisce non solo individui legati tra loro, ma anche perfetti sconosciuti, travalica le dimensioni, trasforma le lacrime in sorrisi, cancella la solitudine anche nella morte, rendendola non meno reale, certo, ma forse più sopportabile.
Hamnet è un film di rara bellezza, che dimostra come Chloé Zhao sia riuscita ad uscire indenne dal tritacarne Marvel mantenendo la sua coerenza autoriale. Come già in Nomadland, ma anche in Eternals, la Zhao cattura gli elementi "mistici" della natura che circonda i suoi personaggi, lega inestricabilmente l'elemento umano al paesaggio, e fa di ogni dettaglio un tassello fondamentale di quella trama di magia che sottende anche ai momenti più prosaici. In questo caso specifico, è aiutata da un reparto tecnico di prim'ordine, che affianca alla bellezza misteriosa dei boschi e all'altrettanto misteriosa inquietudine veicolata da grotte e passaggi oscuri, degli ambienti artificiali meticolosamente ricostruiti, che rispecchiano le personalità dei personaggi. Lo stesso, ovviamente, vale per i costumi, tra i quali spiccano gli abiti indossati da Jessie Buckley, infuocati da quel rosso vivido che contrasta col dimesso verde-azzurro di Will, e che si spegne in un atono grigio dopo che la tragedia ha colpito; gli abiti di Agnes fanno il paio con quelle mani perennemente sporche e rovinate, espressione di una personalità pratica, di un legame viscerale con la natura e tutto ciò che ad essa è legato. Alla faccia dell'aspetto volutamente sciatto, Jessie Buckley è affascinante da morire. La sua Agnes cattura fin dal primo fotogramma, con lo sguardo diffidente e quel mezzo sorriso sulle labbra, e spezza violentemente il cuore dello spettatore con un'interpretazione totalmente abbandonata alle emozioni grezze del personaggio, feroce, disperata e spesso rabbiosa. Non stupisce che abbia vinto ai Golden Globe e spero vivamente che si porterà a casa anche la statuetta di migliore attrice, ma il resto del cast non è da meno. Non solo Paul Mescal, la cui interpretazione acquista valore ed importanza, diventando sorprendente, man mano che il film prosegue (un po' come accade a Inga Ibsdotter Lilleaas, un'altra Agnes, in Sentimental Value), anche Emily Watson e il piccolo Jacobi Jupe danno vita a sequenze toccanti ed indimenticabili, per quanto brevi, e contribuiscono ad arricchire ulteriormente un film tra i più belli ed intensi visti finora per il recupero degli Oscar. L'unico difetto di Hamnet è un ritmo un po' altalenante, che mostra il fianco a qualche momento di "stanca" ogni volta che il film passa da una tragedia (potenziale o meno) all'altra, ma è ben poca cosa di fronte al risultato complessivo. Nell'attesa di capire come la Zhao si approccerà all'eredità di Buffy the Vampire Slayer e di sapere quanti Oscar portrà a casa Hamnet, il mio consiglio è di non perderlo assolutamente!
Della regista e co-sceneggiatrice Chloé Zhao ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Agnes), Paul Mescal (Will), Joe Alwyn (Batholomew), Emily Watson (Mary) e Noah Jupe (Hamlet) li trovate invece ai rispettivi link.
Jacobi Jupe, che interpreta Hamnet, è il fratello minore dell'attore Noah Jupe. Sam Mendes, che figura tra i produttori del film, avrebbe dovuto dirigere Hamnet, con Tom Holland nel ruolo di William Shakespeare. ENJOY!






Altro che Shakespeare in Love, Nomadland o Una Battaglia dopo l’Altra: è questo il film da Oscar! Jessie Buckley si supera (non per snobismo ma ho visto la v.o. e non c’è paragone con l’anodino doppiaggio in cui è costretta nel trailer), migliore interpretazione di sempre (ai livelli di Beast); Paul Mescal conferma quello che tutti noi pensiamo dai tempi di Aftersun: è uno dei pochi attori capaci di esprimere sincera fragilità e sensibilità maschile. Hamnet ci restituisce la ferinità intima - affascinante e respingente assieme - della natura selvatica e - sì, è vero, che piacere per i sensi! - vedere la Buckley in quella natura accovacciarsi immergersi - sino interrogarla - con il suo abito rosso che quasi come un cuore pare pulsare tra quei verdi e bruni di cui sono fatti i boschi e la campagna inglese (era qualcosa a cui aveva guardato anche Garland in Men ma senza riuscirci). Nella prima parte c’è questo bellissimo verismo quasi sensoriale che si invera nelle pennellate che raccontano con magnificenza e mistero la natura: terre (sfido a non sentirne il petricore dopo la pioggia), manti di foglie (e il loro crepitio al passaggio di bestie e uomini), radici (che Agnes usa come medicamenti, retaggio di atavica sapienza - dopotutto siamo ancora nel tardo Cinquecento), fronde (e il loro stormire tra aliti di vento). Ma se Agnes, quasi una strologa, è un tutt’uno con la natura animale e i suoi spazi immensi - la respira e la vive – William, per me, è il contraltare della civiltà popolare che con Agnes si avvicina attraverso sguardi e parole, dialoga attraverso la ricerca raffinata di un lessico che quella natura riesca a trascendere; ancora, con il lavoro manuale (le pelli conciate che cuce come guanti da donare). Così agli spazi aperti ariosi, alle forme viventi e che ci raccontano di Agnes come non avvertire invece il contrasto del piccolo e angusto laboratorio del guantaio William; e poi la casa, abitazione in stile Tudor con i suoi graticci e linee ortogonali (dobbiamo aspettare tre secoli e più per l’architettura organica di Gaudì, Wright, Aalto e che guarda finalmente al mondo pulsante e vivo di Agnes); ancora, gli interni - spazi chiusi, umidi e sbertucciati del desco. Eppure, nonostante questa distanza tra natura e civiltà Agnes e William sono kindred spirits: reietti nel loro mondo hanno scelto di aprire il proprio cuore e per questo si incontrano si trovano si amano. Sino alla tragedia. Sino all’ultima parte, al Globe Theatre (ed è vero, ancora più bella della prima), quando finalmente si ricompone quel dolore, dolore urlato da Agnes quando grazie al potere taumaturgico del teatro (il vero della finzione) questo Globe miracolosamente ricostruito dà asilo e consolazione a quella disperazione lacerante; e William, dal bruno della terra dove era solita adagiarsi Agnes, ricoperto il volto di bianca biacca, può così consegnare il proprio commiato al figlioletto perduto e la preghiera di perdono alla moglie amata. Sfido, sfido in quelle ultime scene di non essersi sentiti fisicamente immersi in quel cortile di giunchi e gusci di noce, abiti di canapa indosso, l’odore acre di sudore degli stinkards intorno le proprie braccia protese, incontro ad un Amleto come mai lo avevamo visto immaginato sentito.
RispondiEliminaVedo che questo film ha colpito moltissimo anche te! Purtroppo non ho avuto la fortuna di vederlo passare al cinema d'essai, dove almeno una proiezione in v.o. la fanno, quindi ho dovuto fruirne in italiano, ma è un film che non perde di potenza nemmeno così. Un motivo in più per riguardarlo, magari dopo la febbre da Oscar, sempre che abbia la forza di farmi spezzare di nuovo il cuore.
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