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martedì 17 febbraio 2026

Hamnet - Nel nome del figlio (2025)

Mercoledì scorso sono andata a vedere Hamnet - Nel nome del figlio (Hamnet), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dalla regista Chloé Zhao a partire dal romanzo omonimo di Maggie O'Farrell e candidato a 8 premi Oscar: Miglior Casting, Miglior colonna sonora originale, Miglior film, Miglior regia, Miglior attrice protagonista, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior scenografia, Migliori costumi. 


Trama: Agnes e Will si innamorano e hanno tre figli, ma li attende una terribile tragedia, che rischia di distruggere il loro mondo...


Hamnet
era uno dei film che mi incuriosivano maggiormente, in questa forsennata corsa all'Oscar, perché era già comparso mesi fa sulla homepage di Letterboxd come un'opera tra le più "chiacchierate". E poi Hamnet, chissà perché, mi sembrava un titolo stranissimo, quando invece è l'antico modo in cui veniva scritto "Hamlet", Amleto, quello di Shakespeare. E proprio del Bardo si parla nel nuovo film di Chloé Zhao, soprattutto in relazione alla moglie Agnes, vera protagonista del film, e di Hamnet, appunto, unico maschio su tre figli avuti dalla coppia e vittima (non è spoiler, fa parte della biografia di Shakespeare) di una morte prematura, ancora bambino. Prima della tragedia, il film della Zhao si prende molto tempo per presentarci i personaggi, i diversi mondi da cui provengono, uniti da reciproca attrazione e da un'amore profondo. Agnes è "la figlia della strega", una donna lontana dai canoni estetici e caratteriali delle sue coetanee dell'epoca, e vive in comunione con la natura, dalla quale trae un'enorme forza d'animo e una visione del mondo assai pratica, pur se permeata da riti e da qualcosa che richiama una magia antica. La schiettezza di Agnes, la passione e determinazione con cui affronta ogni aspetto della vita, è legata agli insegnamenti della madre morta quando era bambina, e alla capacità di intuire il futuro altrui, di vedere ciò che altri scelgono, volutamente o meno, di ignorare. Will, figlio di un conciatore pieno di debiti, è mosso dalla stessa passione di Agnes, da un fuoco sacro che lo spinge a rifiutare la vita che la famiglia vorrebbe per lui, ma a differenza della donna è incapace di esprimere a parole emozioni e sentimenti, che fluiscono solo quando incanalati in poesie, racconti o opere teatrali. Intuendo ciò, per evitare che le sensazioni "bloccate" si trasformino in un veleno capace di contaminare il loro amore, Agnes manda Will in città, a Londra, scelta che si rivela un'arma a doppio taglio. Quanto più Will fiorisce, esprimendo la propria arte, tanto più Agnes si ritrova sola ad affrontare dolore, timori ancestrali, un passato che minaccia di sopraffarla, finché la morte di Hamnet non la convince che il marito, ormai, non prova più alcun interesse nei loro confronti. Non si tratta della solita storia di un matrimonio che si frantuma per via di ruoli socialmente imposti e recriminazioni reciproche: Hamnet racconta un dolore comune talmente forte da annientare ogni possibilità anche solo di immaginare un futuro e l'incapacità di condividerlo con la persona amata, da qui il potere salvifico dell'arte, che diventa il tema dell'ultimo atto del film.


La prima parte di Hamnet è filtrata dal punto di vista di Agnes, solo apparentemente aperto. Agnes, in realtà, è testarda, rigida nelle sue convinzioni, pesino chiusa nel pensiero di essere l'unica depositaria di una serie di "misteri" iniziatici che nessun altro potrebbe capire. I tre momenti topici in cui il dolore l'aggredisce sono emblematici, perché è in essi che la donna allontana brutalmente quanti vorrebbero aiutarla, anche solo per superare una sofferenza condivisa. Agnes è anche cieca di fronte a ciò che l'arte e il teatro significano per Will. Benché abbia incoraggiato il marito, col tempo è arrivata a considerare la sua attività come un capriccio, o al limite un mero mezzo di sussistenza economica, e questo punto di vista viene abbracciato, inevitabilmente, anche dallo spettatore, travolto dall'intensità dell'interpretazione di Jessie Buckley. Il personaggio di Will rimane sempre sullo sfondo, depotenziato dalla bizzarria di Agnes, dalla vitalità dei gemelli, dalle tragedie che toccano solo parte del nucleo familiare, ed è per questo che l'ultimo atto suona come una rivelazione e rimette tutto in prospettiva. Will non ha mai agito, né parlato, apparentemente sempre guidato dalla sicurezza di Agnes, ma ha osservato e capito, e ha ovviamente sofferto quanto lei. Il Globe, trasformato come per magia nella vitale nicchia boscosa che ha da sempre cullato Agnes, si fa letteralmente teatro di una straziante ammissione di colpa e di un atto di puro amore, verso la moglie e il figlio perduto, una rappresentazione di ciò che poteva essere, resa ancora più efficace dalla scelta di introdurre, nei panni di Amleto, proprio Noah Jupe, fratello del piccolo Jacobi, che interpreta Hamnet. E così, nella scena finale più devastante dell'anno cinematografico appena iniziato, l'arte diventa un ponte che unisce non solo individui legati tra loro, ma anche perfetti sconosciuti, travalica le dimensioni, trasforma le lacrime in sorrisi, cancella la solitudine anche nella morte, rendendola non meno reale, certo, ma forse più sopportabile. 


Hamnet
è un film di rara bellezza, che dimostra come Chloé Zhao sia riuscita ad uscire indenne dal tritacarne Marvel mantenendo la sua coerenza autoriale. Come già in Nomadland, ma anche in Eternals, la Zhao cattura gli elementi "mistici" della natura che circonda i suoi personaggi, lega inestricabilmente l'elemento umano al paesaggio, e fa di ogni dettaglio un tassello fondamentale di quella trama di magia che sottende anche ai momenti più prosaici. In questo caso specifico, è aiutata da un reparto tecnico di prim'ordine, che affianca alla bellezza misteriosa dei boschi e all'altrettanto misteriosa inquietudine veicolata da grotte e passaggi oscuri, degli ambienti artificiali meticolosamente ricostruiti, che rispecchiano le personalità dei personaggi. Lo stesso, ovviamente, vale per i costumi, tra i quali spiccano gli abiti indossati da Jessie Buckley, infuocati da quel rosso vivido che contrasta col dimesso verde-azzurro di Will, e che si spegne in un atono grigio dopo che la tragedia ha colpito; gli abiti di Agnes fanno il paio con quelle mani perennemente sporche e rovinate, espressione di una personalità pratica, di un legame viscerale con la natura e tutto ciò che ad essa è legato. Alla faccia dell'aspetto volutamente sciatto, Jessie Buckley è affascinante da morire. La sua Agnes cattura fin dal primo fotogramma, con lo sguardo diffidente e quel mezzo sorriso sulle labbra, e spezza violentemente il cuore dello spettatore con un'interpretazione totalmente abbandonata alle emozioni grezze del personaggio, feroce, disperata e spesso rabbiosa. Non stupisce che abbia vinto ai Golden Globe e spero vivamente che si porterà a casa anche la statuetta di migliore attrice, ma il resto del cast non è da meno. Non solo Paul Mescal, la cui interpretazione acquista valore ed importanza, diventando sorprendente, man mano che il film prosegue (un po' come accade a Inga Ibsdotter Lilleaas, un'altra Agnes, in Sentimental Value), anche Emily Watson e il piccolo Jacobi Jupe danno vita a sequenze toccanti ed indimenticabili, per quanto brevi, e contribuiscono ad arricchire ulteriormente un film tra i più belli ed intensi visti finora per il recupero degli Oscar. L'unico difetto di Hamnet è un ritmo un po' altalenante, che mostra il fianco a qualche momento di "stanca" ogni volta che il film passa da una tragedia (potenziale o meno) all'altra, ma è ben poca cosa di fronte al risultato complessivo. Nell'attesa di capire come la Zhao si approccerà all'eredità di Buffy the Vampire Slayer e di sapere quanti Oscar portrà a casa Hamnet, il mio consiglio è di non perderlo assolutamente!


Della regista e co-sceneggiatrice Chloé Zhao ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Agnes), Paul Mescal (Will), Joe Alwyn (Batholomew), Emily Watson (Mary) e Noah Jupe (Hamlet) li trovate invece ai rispettivi link.


Jacobi Jupe
, che interpreta Hamnet, è il fratello minore dell'attore Noah Jupe. Sam Mendes, che figura tra i produttori del film, avrebbe dovuto dirigere Hamnet, con Tom Holland nel ruolo di William Shakespeare. ENJOY!




venerdì 19 novembre 2021

Eternals (2021)

Ho lasciato sciamare un po' le orde di nerd pronte a catapultarsi al cinema per vederlo e ho aspettato fino a lunedì per Eternals, l'ultimo film della Marvel, diretto e co-sceneggiato dalla regista Chloé Zhao.


Trama: mandati sulla Terra dai Celestiali in epoca mesopotamica, gli alieni chiamati Eterni si sono prodigati per millenni a far sì che l'umanità prosperasse e sopravvivesse agli attacchi dei Devianti, ma questi ultimi tornano in epoca moderna, più potenti che mai...


Sono un'idiota. Mi rendo conto solo ora che fino a tre secondi fa ero convinta che gli Eterni fossero gli Inumani, infatti c'ero rimasta un po' "male", guardando il film, nel non vedere Freccia Nera e Medusa; anzi, per un attimo avevo persino pensato che l'Eterna muta fosse una versione di Freccia Nera al femminile, invece i due supergruppi, pur essendo Marvel, non c'entrano un cavolo gli uni con gli altri. Pensate un po' come conosco bene i fumetti della Casa delle Idee quando si esula dal novero degli X-Men, e in che condizioni è la mia memoria. Ciò detto, ripeto la domanda fatta su Facebook: ma che diavolo vi hanno mai fatto questi Eterni? Cos'è tutto questo livore verso un film Marvel che non è né migliore né peggiore di altri, anzi, al limite PROVA a distaccarsi dal tono brigittobardò delle ultime pellicole e a creare un'epica più profonda e di ampio respiro? Io ho una memoria di melma, signori, ma probabilmente voi avete già dimenticato, nell'ordine, aberrazioni come il primo Capitan America, Thor: The Dark World e quel disastro di Loki, altrimenti davvero non si spiega perché tutto questo odio. Forse perché il film dura due ore e mezza, poco meno di Avengers: Endgame? D'accordo, in questo senso vi do ragione. Eternals è TROPPO lungo. Quaranta minuti in meno e un po' più di compattezza a livello di storia gli avrebbero enormemente giovato, soprattutto per quanto riguarda quel pesantissimo strascico di storia d'aMMore (??) tra Sersi e Dane Whitman solo in funzione di ciò che apporterà quest'ultimo ai futuri film Marvel, però mi rendo anche conto che tagliare qui e là sarebbe stato un bel casino: con dieci personaggi da introdurre e approfondire un minimo, non potendo contare, come nel caso degli Avengers, su almeno mezza dozzina di film in solitario a precedere la loro prima apparizione come gruppo, si rischiava di avere una pellicola avente per protagonisti dei cartonati monodimensionali di cui al pubblico sarebbe fregato meno di zero e già qui alcuni Eterni (Makkari in primis) sono pesantemente a rischio.


Qui gli sceneggiatori hanno dovuto condensare la genesi dei personaggi come Eterni e come gruppo, abbozzare un minimo di cosmogonia Marvel, dare un'idea di background in grado di coprire millenni e sottolineare legami/conflitti destinati a perdurare fino all'epoca moderna, fornire ai personaggi una nemesi e un twist shyamalano, soddisfare gli appassionati di fumetti e film Marvel con rimandi/citazioni/scene post credits, e ovviamente inserire scene d'azione ed effetti speciali, oltre a lasciare aperta la porta per futuri sequel/crossover. Insomma, avendo a disposizione solo un film non dev'essere stato facile e secondo me il risultato non è stato neppure male. Parlando solo per me, posso dire che Eternals è riuscito a coinvolgermi, a interessarmi al destino di personaggi a tratti anche profondi, molto umani di fronte a un dramma di proporzioni cosmiche (e non è tanto per dire), alla ricerca del loro posto in un mondo dove, a ragion veduta, potrebbero atteggiarsi come dei ma dove molti di loro sono costretti invece a nascondersi, a soffrire invidiando l'umanità, a portare sulle spalle un peso schiacciante, a subire la pazzia, la noia e la disperazione; si vede che le ambizioni di Zhao e company erano molto alte, lo si evince dalla natura multietnica dei personaggi, dal gran numero di location (alcune splendide) utilizzate e dalla grandeur di alcune sequenze (Eternals ha una delle poche scene di lotta finale che non mi fa venire voglia di cavarmi gli occhi) e si vede purtroppo anche l'ingresso a gamba tesa degli executive Marvel che hanno preteso i soliti momenti (tristemente) divertenti e le scene post-credits peggiori EVER. Il cast non è male, così come non lo è la protagonista Gemma Chan, carinissima e delicata ma anche fiera, e dovessi proprio dire gli unici che meritano sputi in un occhio sono Richard Madden, Salma Hayek e Kit Harington, inespressivi come pochi; la Jolie, stellassa, va a momenti, a volte si limita a mostrare i labbroni e dietro il vuoto, a volte diventa il personaggio più interessante e figo del mucchio, benché la palma dei migliori vada a Ma Dong-seok, Barry Keoghan e a Kumail Nanjiani, il quale si profonde in un numero bollywoodiano da urlo che mi impedisce di voler anche solo un po' di male a Eternals. Ho letto tantissime recensioni che lo definivano noioso e incoerente ma se cercate la Noia vera, quest'anno potete dedicarvi a Prisoners of the Ghost Land e se cercate l'incoerenza di azioni, pensieri e opere c'è sempre Army of the Dead. Ma poi, santo Cielo, è un film Marvel: davvero state a spaccare il capello quando potete evitarlo e andare a vedere Freaks Out, Last Night in Soho e The French Dispatch? E dài.


Della regista e co-sceneggiatrice Chloé Zhao ho già parlato QUI. Richard Madden (Ikaris), Angelina Jolie (Thena), Salma Hayek (Ajak), Kit Harington (Dane Whitman), Kumail Nanjiani (Kingo), Brian Tyree Henry (Phastos), Barry Keoghan (Druig), Bill Skarsgård (Kro), Patton Oswalt (voce di Pyp), Mahershala Ali (voce di Blade) li trovate invece ai rispettivi link.

Gemma Chan interpreta Sersi. Inglese, ha partecipato a film come Animali fantastici e dove trovarli, Captain Marvel, Maria regina di Scozia e a serie quali Doctor Who. Anche sceneggiatrice, ha 39 anni e un film in uscita. 


Due cenni anche sugli altri interpreti: Lia McHugh, che interpreta Sprite, era una dei due bambini di The Lodge, Lauren Ridloff, che interpreta Makkari ed è davvero sordomuta, era nel cast di Sound of Metal mentre il vero esperto di arti marziali Ma Dong-seok, ovvero Gilgamesh, si era già distinto in Train to Busan. Passando alle scene post-credit, ad interpretare Eros, fratello di Thanos, c'è l'ex membro degli One Direction Harry Styles. Gemma Chan aveva già partecipato a un film Marvel, Captain Marvel, ma il suo personaggio era l'aliena Kree Minn-Erva ed essendo ricoperta interamente di trucco blu, direi che il problema di due personaggi identici non si è posto; l'attrice, tra l'altro, l'ha spuntata su nomi come Sofia Boutella e Tatiana Maslany, ma quest'ultima non ha picchiato tanto distante visto che interpreterà She-Hulk nella serie a lei dedicata. Passando a chi "non ce l'ha fatta", per il ruolo di Druig c'erano in lizza Keanu Reeves, Luke Evans, Rami Malek e Ian McShane mentre per quello di Ikaris c'erano Charlie Hunnam, Alexander Skarsgård e Armie Hammer. Ciò detto, Eternals si colloca ovviamente DOPO tutti gli altri film del MCU. Se, come immagino, non avete tempo e voglia di recuperarli tutti, per gustarvi al meglio Eternals cercate almeno The Avengers, Avengers: Age of Ultron, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame, Guardiani della Galassia, Guardiani della Galassia: Vol. 2 e magari anche il primo Thor: li trovate tutti su Disney +. ENJOY!

venerdì 30 aprile 2021

Nomadland (2020)

Esce oggi su Disney+ lo splendido Nomadland, diretto e sceneggiato nel 2020 dalla regista Chloé Zhao e tratto dal libro omonimo di Jessica Bruder, che durante la notte degli Oscar ha vinto per le categorie Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista.


Trama: dopo aver perduto lavoro e casa a causa della crisi economica, Fern sale su un minivan e viaggia per l'America, cercando come può di sopravvivere...


In questa annata di Oscar poco convincenti, solo due pellicole hanno rapito il mio cuore e hanno smosso delle emozioni vere durante la visione. Una è stata Promising Young Woman, l'altra questo Nomadland, ognuna per motivi diversi. Il film di Chloé Zhao è una commovente parabola sulla natura sfuggente dell'essere umano, sul modo in cui ognuno vive a modo suo la tristezza della morte e la gioia della vita, e punta i riflettori sulle moderne popolazioni di nomadi americani che seguono il flusso delle stagioni e delle occupazioni temporanee, creando una sorta di tribù o famiglia allargata fatta di aiuti reciproci e di scambi non solo materiali ma anche e soprattutto umani. Fern è diventata uno di questi nomadi suo malgrado, ché lei le radici le aveva trovate col marito Bo, in una città "aziendale" ai margini del deserto del Nevada che, in quanto tale, si è svuotata di tutti i suoi abitanti quando l'azienda proprietaria è fallita; vedova, senza lavoro e senza casa, Fern decide di portarsi dietro poche cose importanti e di cominciare a vivere in un van, spostandosi seguendo le disponibilità lavorative offerte da altre aziende, come Amazon, o dalle varie località turistiche. La vita del nomade è pericolosa, perché innanzitutto si è spesso soli e come tali bisogna imparare a cavarsela, ci sono malattie improvvise, c'è il freddo dell'inverno, c'è l'impossibilità di trovare un posto sicuro (e legale) dove parcheggiare il van e dormire, al di là di tante altre piccole cose scomode, ma per Fern ancora più pericoloso è quello che potrebbe succederle se dovesse di nuovo mettere radici, lei che ancora non ha superato il lutto per il marito morto e sente di non appartenere ad altri che a se stessa. La protagonista di Nomadland non è né speciale né particolare, è un piatto dozzinale, rotto e rabberciato alla bell'e meglio con l'Attack, non certo un esempio dell'arte del Kintsugi, ed è per questo ancora più facile empatizzare con lei e mettersi nei suoi panni, nonostante il suo carattere schivo.


Non ho letto il libro di Jessica Bruder da cui Chloé Zhao ha tratto la sceneggiatura di Nomadland e la stessa mette ben poche parole in bocca a una Frances McDormand umanissima e meravigliosa, che si mescola senza fatica tra i veri nomadi con i quali ha condiviso non solo lo stile di vita, ma anche lavori ed esperienze, preferendo siano le immagini e la malinconica musica a trasmettere tutte le emozioni del personaggio. I primi piani di Fern, col suo sguardo perso verso l'orizzonte e verso qualcosa che solo lei può vedere, si alternano a campi lunghissimi che riportano tutti i colori e la bellezza selvaggia del paesaggio americano, che risulta così stranamente accogliente ed ospitale, in aperto contrasto con l'innegabile squallore dei piccoli van, delle lavanderie a gettoni, delle tavole calde. La cinepresa si sofferma a lungo su questi elementi naturali e sulla vita dei nomadi, dandoci modo di toccarla quasi con mano, mentre per contro le poche sequenze ambientate all'interno di quattro mura "sicure" e solide, abitate da Famiglie con la F maiuscola, vengono spezzettate da un montaggio rapido che rende palpabile l'ansia di Fern, ormai estranea a questo stile di vita, la sofferenza di sentirsi fuori posto nonostante la gentilezza di chi vorrebbe per lei una presunta normalità e la reintegrazione, l'inquietudine che sembra di leggere in ogni ruga e in ogni sguardo della McDormand, nei suoi capelli tagliati male e nel suo aspetto dimesso. Eppure, in tutti questi piccoli dettagli, quanta dignità si riesce a percepire, e quanta forza. La stessa che serve a scegliere come vivere la propria esistenza, magari sbagliando ma senza compromessi e senza fare male a nessuno. E pazienza se qualcuno, lungo la via, deciderà che quello non è il suo stile di vita, perché la strada perdona e capisce più delle persone, consapevole che, prima o poi, tutti quelli che abbiamo conosciuto e amato li rincontreremo lungo il cammino. Life isn't pain. Life isn't bliss. Life is just this. Is living. 


Di Frances McDormand, che interpreta Fern, ho già parlato QUI mentre David Strathairn, che interpreta Dave, lo trovate QUA.

Chloé Zhao è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Cinese, ha diretto film come Songs My Brothers Taught Me e The Rider -  Il sogno di un cowboy. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 38 anni e un film in uscita, Gli Eterni.



lunedì 26 aprile 2021

Oscar 2021

Buon lunedì a tutti! Qualcosa stanotte mi ha fatta svegliare giusto cinque minuti prima che cominciasse la lunghissima, noiosissima premiazione degli Oscar, ambientata in una location ariosa e particolare ma affossata dalle solite menate da cerimonia; unici sprazzi carini, il balletto di Glenn Close alla fine di un tristissimo gioco a tema musicale, il discorso della vincitrice Yuh-Jung Youn con tanto di tentativo di concupire Brad Pitt e la mise da spolverino de La bella e la bestia di una frizzante Laura Dern. Ma bando alle ciance e vediamo chi ha vinto... ENJOY!


Cominciamo dal miglior film, anche se alla Academy, con sommo scorno di Canova, hanno lasciato per ultime le premiazioni agli attori protagonisti, sovvertendo l'ordine solito. Scontatissima ma meritatissima la vittoria di Nomadland, che dopo Promising Young Woman è stato il film che mi ha emozionata di più. Nomadland ha portato a casa tre statuette: Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista, andata ad una Frances McDormand che evidentemente aveva lasciato aperto il gas, visto che ha arraffato l'Oscar, ha detto due parole ed è fuggita. Certo, l'adorabile attrice aveva già parlato molto nel corso della premiazione per Miglior Film, invitando gli spettatori ad andare a vedere Nomadland al cinema. Magari, Frances, magari: oggi hanno riaperto in tutta Italia tranne a Savona, quindi potevi anche evitare di girare il coltello nella piaga!


Passiamo al Miglior Attore Protagonista e a quella che è stata la vera sorpresa della serata, ovvero l'Oscar ad Anthony Hopkins, il secondo assegnato a The Father dopo essersi aggiudicato quello, meritato, per la Miglior Sceneggiatura Non Originale. Il premio ad Hopkins mi ha riempita di felicità, non solo perché l'attore ha imbroccato la miglior interpretazione da dieci anni a questa parte, commovente ed intensa dall'inizio alla fine, ma anche perché un Oscar postumo a Chadwick Boseman sarebbe stata una vera beffa. Il ragazzo era talentuoso, la sua perdita è grande, ma non avrebbe avuto senso omaggiarlo solo perché morto anzitempo, privando chi è ancora vivo degli onori del caso.


Nel caso cominciaste a preoccuparvi della mancanza di statuette alla marea di film ispirati e pompati dal Black Lives Matter, però, state tranquilli: Daniel Kaluuya (che pareva lì col corpo e altrove con la testa, almeno finché non ha vinto e si è animato durante i ringraziamenti) ha portato a casa l'Oscar per il Miglior Attore Non Protagonista. Tra lui e la co-star Lakeith Stanfield non ho dubbi che la mia preferenza vada a Daniel, tuttavia lasciatemi dire che Judas and the Black Messiah è un film davvero insipido, con una sola caratteristica positiva: è servito ad impedire che l'Oscar per la Miglior Canzone Originale andasse alla Pausini e alla sua ammorbantissima Io sì. Non che Fight for You di H.E.R. mi piacesse, io avrei fatto vincere Husavid, ma evidentemente non l'hanno presa abbastanza sul serio.


Altro motivo di gioia è stato l'Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista a Yuh-Jung Youn, attrice famosissima in patria ma snobbata per decenni, come da lei sottolineato durante il discorso di premiazione, dagli USA in generale e dall'Academy in particolare. E' bellissimo come ai coreani non freghi nulla degli Oscar (ha detto anche questo, la meravigliosa signora) e come siano privi di peli sulla lingua. Questo, per inciso, è stato l'unico Oscar andato a Minari, un film che partiva favoritissimo ed è stato tristemente ridimensionato, nonostante fosse un altro dei miei preferiti. 


Purtroppo, come previsto, a rimetterci più di tutti è stato lo splendido Promising Young Woman, che ha vinto "solo" il premio per la Miglior Sceneggiatura Originale. Avrei voluto molto di più per il mio film preferito, ma la gioia di vedere la Fennell in tutta la sua giunonica bellezza è stata grande. 


Grande soddisfazione anche per Un altro giro, ovvero il Miglior Film Straniero. Ammetto di essermi commossa durante il discorso di Thomas Vinterberg, che ha dedicato il premio alla figlia scomparsa poco dopo l'inizio delle riprese.


Scontata la vittoria dell'adorato ed adorabile Soul come Miglior Lungometraggio Animato, a cui l'Academy ha aggiunto il premio per la Miglior Colonna Sonora, che forse io avrei assegnato a Minari. Se dicessi di non essere felice mentirei ma un pezzo enorme del mio cuore è a Kilkenny da anni, alla Cartoon Saloon, e mi avrebbe resa ancora più contenta il riconoscimento, per una volta, a uno studio che fa della tradizione e della magia uno dei suoi punti di forza. Guardatelo Wolfwalkers che è un gioiellino!


Passiamo ora ad un mega riassuntone dei premi "tecnici", dei quali mi intendo ancora meno. Mank vince per la splendida Fotografia e per le raffinate Scenografie, due premi meritatissimi, almeno per quanto mi riguarda. Perplimente l'Oscar per il Miglior Montaggio a Sound of Metal, quando la perizia con cui sono stati realizzati quelli di Promising Young Woman e soprattutto The Father saltava agli occhi persino a me, ma meritatissimo quello per il Miglior Sonoro, la cosa migliore di un film che non mi ha fatta impazzire. Altro film mediocre ed ingiustamente premiato con due premi scippati (quelli sì, altro che Pausini) all'Italia è Ma' Rainey's Black Bottom, al quale, per non farlo rimanere a bocca asciutta, sono state assegnate le statuette per Costumi e Make-Up. Che vergogna, su. Giustamente ridimensionato anche Tenet, candidato solo per i Migliori Effetti Speciali, l'unica cosa notevole di un film bello ma non all'altezza della fama di Nolan. E con questo chiudo, che come al solito vivo nell'ignoranza per quanto riguarda corti e documentari. Ci risentiamo il prossimo anno!

lunedì 1 marzo 2021

Golden Globes 2021

Buon lunedì a tutti! Stanotte c'è stata la cerimonia di assegnazione dei Golden Globe "ai tempi del Covid", tra chupito, audio che va e viene, qualche premio prevedibilissimo e un unico diludendo, ovvero la tremebonda snobbata ai danni del bellissimo Promising Young Woman che, se tanto mi da tanto, vedrà sfumare non solo qualsiasi possibilità di vincere degli Oscar, ma anche di venire candidato per qualsivoglia categoria. La solita tristezza, insomma, quest'anno aggravata dal fatto che distribuzione italiana latita ancor più... ENJOY!


Miglior film drammatico
Nomadland  (USA/Germania, 2020)
Nonostante lo scippo ai danni di Promising Young Woman, non posso "odiare" in partenza un film con l'adorata Frances McDormand. A quanto si capisce dalla trama, Nomadland dev'essere un on the road spinto dalla disperazione di aver perso tutto e, ne sono quasi sicura, un film simile andrebbe visto al cinema per godere della regia. Purtroppo non esiste ancora una data di uscita italiana, anche perché non si sa ancora se e quando riapriranno le sale... il problema è che non si sa nemmeno se Nomadland finirà su qualche piattaforma di streaming legale. Insomma, come al solito buon per quelli che lo hanno visto a Venezia: noi stronzi aspettiamo e speriamo.



Miglior film - Musical o commedia
Borat Subsequent Moviefilm  (USA, 2020)
Questo invece lo si trova facile, è su Amazon Prime Video. Peccato che il prequel, che io non ho mai visto perché uscito nel periodo in cui avevo Baron Cohen in odio totale, non si trovi se non a pagamento e anche no, dai, grazie. Attenderò di guardarlo nel caso arrivasse agli Oscar, altrimenti pazienza, con calma. 

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Chadwick Boseman in Ma Rainey's Black Bottom
Vittoria scontata, sebbene meritata, anche perché Boseman è uno degli unici due elementi che rende Ma Rainey's Black Bottom un film sopportabile. Anzi, visto il contorno fuffoso, la sua performance risulta ancora più bella e intensa.



Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Andra Day in The United States vs. Billie Holiday
La "biografia" di Billie Holiday o, meglio, lo scandalo nato dalla sua canzone Strange Fruit, è un altro di quei film missing in action. In America è uscito pochi giorni fa sulla piattaforma Hulu, in Italia i diritti li ha la BIM, quindi potrebbero creare un evento come per il film di Sia oppure distribuirlo (chissà quando) su altre piattaforme come Chili ecc. Nell'attesa di vederlo, mi rammarico per Carey Mulligan, ovviamente, ma anche Viola Davis e Vanessa Kirby sono state bravissime, quindi come minimo la Day, al suo primo ruolo da protagonista, dovrà essere eccelsa.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Sacha Baron Cohen in Borat Subsequent Movie
Ammetto di avere visto solo la performance di Andy Samberg quindi non faccio testo ma siccome ultimamente il mio odio per Cohen è finito, non posso che essere felice per lui.


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Rosamund Pike in I Care a Lot
Altro premio prevedibilissimo e personalmente assai gradito, visto che la Pike asfalta davvero tutti nel film.



Miglior attore non protagonista
Daniel Kaluuya in Judas and the Black Messiah
Benché abbia sempre voluto bene a Kaluuya e sia sinceramente contenta per lui, questo è un altro film che non conosco e che è missing in distribution. La storia del leader delle Pantere Nere in America è stata distribuita su HBO Max, qui in Italia chissà. Per il resto non saprei davvero come commentare il premio, mi mancano tutti i contendenti tranne Baron Cohen, effettivamente bravissimo ma già premiato altrove.


Miglior attrice non protagonista
Jodie Foster in The Mauritanian
Anche in questo caso vivo in totale ignoranza. Sia Glenn Close che la piccola Helena Zengel mi sono piaciute molto ma alla Foster voglio sempre bene, quindi spero di potermi godere la sua performance ma, anche in questo caso, chissà quando.


Miglior regista
Chloé Zhao per Nomadland.
Il premio a una regista donna accresce ancor più la mia attesa per questo film anche se sarebbe stata meglio Emerald Fennell, mannaggia. E pazienza per Fincher e i suoi shottini!

Miglior sceneggiatura
Aaron Sorkin per Il processo ai Chicago 7.
A Sorkin non si può dir di no. Comunque erano molto interessanti anche le sceneggiature di Promising Young Woman e Mank.



Miglior canzone originale
Io sì (Seen) di Diane Warren, Niccolò Agliardi e Laura Pausini, per il film La vita davanti a sé
Gesù che ammorbo. E non aggiungo altro.

Miglior colonna sonora originale
Soul di Trent Reznor, Atticus Ross, Jon Batiste
Purtroppo ho poco orecchio musicale ma sicuramente, per un film come Soul, questa era la scelta più giusta.

Miglior cartone animato
Soul (USA 2020)
E non avevo dubbi avrebbe vinto Soul, onestamente, anche se devo ancora vedere The Wolfwalkers, l'unico col quale potrei mettere in discussione l'ultima meraviglia Pixar.

Miglior film straniero
Minari (USA, 2020)
Adoro Steven Yeun quindi non me lo perderò, anche se un po' mi spiace per La llorona, in quanto unico horror del mucchio. Purtroppo, anche in questo caso, non si sa nulla su un'eventuale distribuzione italiana.
Ti amo. Ti amo alla follia.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo
pochissime, quest'anno più che mai. Stavolta, hanno vinto tutto serie conosciutissime e amatissime che, ahimé, non ho avuto tempo (e continuerò a non avere, per inciso) di recuperare come The Crown e La regina degli scacchi. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

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