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venerdì 10 marzo 2023

Empire of Light (2022)

E' arrivato finalmente al cinema anche Empire of Light, diretto e sceneggiato dal regista Sam Mendes e candidato a un Oscar per la Fotografia.


Trama: in una cittadina balneare inglese di inizio anni '80 si intrecciano i destini dei dipendenti del cinema Empire, tra amori, amicizie, malattie e terribili cambiamenti sociali...


Aspettavo di vedere Empire of Light da quando ho dovuto saltare il TFF di quest'anno, dov'è stato proiettato in anteprima. Purtroppo, ho dovuto accontentarmi di un'occasione molto meno magica, ma l'importante, prima o poi, è riuscire, anche se questa volta Mendes non mi ha conquistata come avrei voluto. Empire of Light racconta la storia di Hilary, dipendente di un enorme cinema (in buona parte in disuso) in una cittadina balneare inglese che, più che vivere, sopravvive soverchiata dalla monotonia di un'esistenza fatta solo di lavoro, solitudine intervallata da insoddisfacenti rapporti sessuali col boss e visite mediche. La vita di Hilary prende una svolta inattesa quando il giovane Stephen, ragazzo di colore che non riesce ad entrare al college, viene assunto al cinema Empire; tra i due nasce un'attrazione reciproca che sfocia in una relazione clandestina, resa difficile non solo dal clima razziale sempre più teso all'interno dell'Inghilterra thatcheriana, ma anche dall'enorme segreto che nasconde Hilary, una donna più fragile di quanto sembri. La fragilità di Hilary viene rispecchiata dalla natura decadente dell'Empire, un rifugio per anime solitarie che diventa una sorta di micromondo per i dipendenti che ci lavorano, il baluardo non solo di tempi più felici e gloriosi, ma anche un mezzo per fuggire da una realtà deprimente che schiaccia i sogni delle persone in modi più o meno violenti. Hilary, dal canto suo, vive l'Empire come un'oasi di normalità, ma rifiuta di entrare in una sala che ritiene riservata agli spettatori paganti, come se il solo pensiero di sedersi e rilassarsi fosse qualcosa che a lei non sarà mai concesso, l'ennesimo "muro" pronto a separarla dal resto del mondo. Il legame tra Hilary e Stephen, per quanto non facile, serve ad entrambi per guardare oltre le loro paure e i loro limiti, li porta a conoscere realtà appena fuori dalla loro portata, ma nonostante questo la sceneggiatura di Empire of Light è il punto debole di un film che vuole mettere tantissima carne al fuoco e lo fa con un po' di superficialità, come se Mendes fosse semplicemente interessato a spuntare tante tacche di una lista comprendente ciò che va di moda di questi tempi: questioni razziali, emancipazione femminile, omaggi al Cinema, revival anni '80, impastati in un modo che non rende giustizia a nessuno di questi temi.


Fortunatamente, a livello di regia, fotografia e attori non c'è invece nulla di superficiale. Ogni singolo frame di Empire of Light è un piccolo capolavoro, una gioia per gli occhi impreziosita dal gusto per le luci, le ombre e i colori caldi di un Roger Deakins giustamente candidato all'Oscar; il desiderio di poter andare tutti i giorni all'Empire, di poter godere della bellezza delle sue sale in disuso dalle quali si vede l'Oceano, di poter penetrare nel sancta sanctorum di Norman e spiare, non vista, gli spettatori ai quali viene regalata la più grande delle magie, sono riusciti a farmi battere il cuore più della vicenda dei due protagonisti e, sicuramente, alcune delle immagini del film mi rimarranno impresse a lungo. Per quanto riguarda gli attori, la Colman si riconferma un mostro di bravura perfettamente a suo agio nei panni di personaggi complessi, sempre sul filo della depressione ma pronti a mostrare una grinta e una decisione insospettabili, e il giovane Micheal Ward (attore giamaicano che non conoscevo assolutamente) riesce a tenerle testa con un'interpretazione misurata e piacevole; tra i due si crea un'alchimia ottima, nonostante la differenza di età, che rende plausibile ed adorabile una coppia che, sulla carta, rischiava di risultare improbabile. Per quanto mi riguarda, però, nonostante la loro presenza sullo schermo avesse un minutaggio inferiore, il cuore è volato a Toby Jones e Tom Brooke, i due colleghi che chiunque meriterebbe di avere nella vita, riservati ma dolci e sempre pronti a dare ottimi consigli, due personaggi che fanno perdonare qualunque ingenuità a livello di sceneggiatura. Quindi sì, nonostante non mi abbia soddisfatta al 100%, consiglio la visione di Empire of Light, possibilmente al cinema, su uno schermo enorme che renda giustizia allo splendido lavoro di Deakins. Non ve ne pentirete!


Del regista e sceneggiatore Sam Mendes ho già parlato QUI. Olivia Colman (Hilary), Colin Firth (Donald Ellis) e Toby Jones (Norman) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Brooke interpreta Neil. Inglese, lo ricordo per film come I Love Radio Rock, Morto Stalin se ne fa un altro e serie quali Il trono di spade, Sherlock e Preacher. Ha 45 anni. 





martedì 28 gennaio 2020

1917 (2019)

I compiti sono finiti e con 1917, scritto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Sam Mendes, ho recuperato tutte le pellicole candidate all'Oscar come miglior film.


Trama: sul fronte francese della prima guerra mondiale, due soldati inglesi si imbarcano in una missione per impedire a un intero plotone di connazionali di finire in una trappola tedesca.


Chiedo a chi ama i film di guerra di essere indulgente con me, ché il genere non rientra proprio tra i miei preferiti. Dico questo perché ho letto, fino ad ora, le peggio cose su 1917: è noioso, è risibile, non racconta la prima guerra mondiale com'è successa davvero, è un videogioco, ha tutte le esplosioni sbagliate, è facilone, chi più ne ha più ne metta. A me, che sono invece ignorante come una capra di Biella e avrò visto sì e no una decina di film a tema, 1917 è piaciuto, con tutte le riserve del caso, ovviamente. Innanzitutto, non lo avrei mai guardato se non fosse stato nella rosa di candidati all'Oscar ma, detto questo, la marea di premi destinati a piovergli addosso mi perplime oltremodo: sì, il film di Mendes mi è piaciuto e posso definirlo una bella pellicola, sono convinta che vincerà il premio per la Miglior Regia anche solo per il virtuosismo tecnico del finto piano sequenza, ma da qui a candidarlo nella categoria Miglior Film e Miglior Sceneggiatura Originale ne passa. Ma parliamo un po' della sceneggiatura. Persino io, che di cinema di guerra non capisco nulla, mi sono resa conto di come la trama di 1917 altro non sia che una "storia di guerra" raccontata dal nonno (non lo dico tanto per dire: la sceneggiatura si basa sui racconti di Alfred Mendes) e filtrata dall'occhio sognante di un ragazzino che lo sta ad ascoltare, semplice, lineare ma avvincente dall'inizio alla fine. C'è davvero tutto: ci sono le trappole, la corsa contro il tempo per portare a casa una missione impossibile, gente che muore inaspettatamente, nemici insidiosi ed infidi, personaggi quasi "mitologici", parentesi dolci e commoventi, momenti terribili in cui tutto pare cospirare contro il protagonista, persino ingratitudine ed insulti. Questi ultimi meritati, va detto. Blake e Schofield sono due minchie di mare, l'incarnazione letterale di un triste verso de La guerra di Piero, inconsapevoli, povere creature, del detto mors tua vita mea persino quando hanno i tedeschi pronti a far loro saltare in aria le chiappe, roba che la suspension of disbelief era seduta sulla poltrona accanto a me a ridere come una matta (soprattutto quando, a un certo punto, cicciano fuori soldati e mezzi da ogni dove) mentre io mi asciugavo una lacrimuccia furtiva.


Sì, io mi sono commossa nonostante tutto perché George MacKay è bravissimo. O, meglio, la sua faccia sconvolta e stralunata è l'elemento che, assieme ad alcune sequenze crude, conferisce il necessario realismo a questa storia di guerra e offre il contrasto tra chi guarda/ascolta con distacco/racconta dopo tanto tempo e chi quella storia se l'è vissuta sulla pelle, provando tutta la sofferenza, il dolore e la paura del caso. E' l'elemento umano necessario, altrimenti sì, con la sua trama semplice e i suoi virtuosismi tecnici, 1917 sarebbe solo un bell'esercizio di stile, perfetto appunto per gli Oscar ma nulla più. Sam Mendes, chevvelodicoaffare, dietro la macchina da presa è un drago: sfruttando tecniche Hitchcockiane, il regista passa con fluidità invidiabile da una semi-soggettiva a riprese più panoramiche, ci catapulta nel vivo dell'azione senza una sbavatura (grazie anche a un valido montaggio) e senza mai perdere di vista la centralità dei protagonisti, si permette persino alcune sequenze di sublime poesia notturna, quando sembra che i personaggi siano immersi nell'Apocalisse, ma soprattutto ci consente di percepire la durezza della vita di trincea, riportando su grande schermo la labirintica claustrofobia di un luogo che, più che proteggere i soldati, arrivava ad inghiottirli per non lasciarli andare mai più (sì, ci aveva già pensato il film Deathwatch, che vi consiglio di recuperare, ma a me non era ancora capitato di andare a vedere al cinema un film ambientato in buona parte all'interno di trincee). Insomma, avrete capito che sono uscita dal cinema soddisfatta e non mi pento dei soldi spesi ma devo dire anche che Sam Mendes ha fatto di meglio e che accanto agli altri candidati 1917 è robetta, e, a costo di risultare antipatica e spocchiosa, spero sinceramente non porti a casa nemmeno un premio salvo quelli tecnici legati al sonoro.


Del regista e co-sceneggiatore Sam Mendes ho già parlato QUI. George MacKay (Caporale Schofield), Colin Firth (Generale Erinmore), Mark Strong (Capitano Smith), Benedict Cumberbatch (Colonnello MacKenzie) e Richard Madden (Joseph Blake) li trovate invece ai rispettivi link.


1917 ha ben dieci nomination: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia, Miglior Trucco e Pettinature, Miglior Scenografia, Miglior Colonna Sonora Originale, Migliori Effetti Speciali, Miglior Missaggio Sonoro, Miglior Montaggio Sonoro.  Dean-Charles Chapman, che interpreta Blake, era il Tommen de Il trono di spade e ha partecipato al film al posto di Tom Holland, non disponibile per impegni pregressi. Se 1917 vi fosse piaciuto recuperate Orizzonti di gloria. ENJOY!

martedì 7 gennaio 2020

Golden Globes 2020

Con un ritardo dovuto a un inizio anno già non dei migliori, ecco a voi due opinioni sugli ultimi Golden Globes assegnati domenica notte. Potevo anche evitare, ma sono pignola, Tarantino andava celebrato e la programmazione rimpolpata quindi... ENJOY!


Miglior film - Drammatico
1917 (USA, 2019)
A sorpresa, quatto quatto, l'ultimo film di Sam Mendes (che in Italia arriverà il 23 gennaio) si è portato a casa i premi per miglior film drammatico e miglior regia, con sommo scorno di chi, come me, sperava in una vittoria di The Irishman di Scorsese, grandissimo snobbato della serata. Sono molto curiosa, a questi punti, di vedere un film che già mi attirava dal trailer e più che felice di aver visto rimanere a bocca asciutta sia Joker che Storia di un matrimonio.

Miglior film - Musical o commedia
C'era una volta a... Hollywood  (USA, 2019)
Gioia, gioia, gioia. Il primo dei tre premi a firma del mio aMMore Tarantino, uscito trionfante dalla serata. Non ho ancora visto JoJo Rabbit ma, onestamente, direi che con gli altri candidati non c'era gara, per quanto alcuni mi siano piaciuti parecchio.


Miglior attore protagonista in un film drammatico
Joaquin Phoenix in Joker
Vittoria telefonatissima e meritata, anche perché l'interpretazione di Phoenix è di quelle che non si dimenticano, anche se io stavolta tifavo per Adam Driver.

Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Renée Zelweger in Judy
Da noi uscirà il 16 gennaio e io non vedo l'ora di vederlo, a prescindere dall'interpretazione della Zelweger che ha sbaragliato una concorrenza assai agguerrita. Ovvio, il mio cuore va a prescindere a Piccole donne ma non essendo ancora uscito non posso davvero giudicare le varie interpretazioni.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Taron Egerton in Rocketman
Dispiacere grande per Leonardo Di Caprio, a mio avviso fenomenale nel film di Tarantino e ben più meritevole del pur bravo collega Brad Pitt, però Egerton in Rocketman è favoloso. Non vincerà mai l'Oscar ma almeno il Globe è meritato!


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Awkwafina  in The Farewell - Una bugia buona
Onestamente, è un'attrice che non conosco ma devo ammettere che quest'anno non c'era molto di che essere entusiasti tra le varie candidature. Forse, tra tutte le performance viste, la migliore era quella di Ana de Armas ma visto l'argomento di The Farewell immagino che Awkwafina portasse un po' più di spessore.

Miglior attore non protagonista
Brad Pitt in C'era una volta a Hollywood
Ebbravo Bradano ma questo, con tutto il rispetto, era l'unico Globe che davvero non avrei consegnato, non quando c'erano Joe Pesci e Al Pacino da premiare in coppia per le magnifiche interpretazioni in The Irishman. Eddai, su.


Miglior attrice non protagonista
Laura Dern in Storia di un matrimonio
E' l'unica che ho potuto vedere ed è meravigliosa, quindi ben venga un Globe alla sempre amatissima Laura!


Miglior regista
Sam Mendes
Maddai, affanculo. Non a Mendes, al quale voglio bene da sempre, ma a chi assegna i Golden. Grazie a Dio non hanno dato premi a Todd Phillips, ma almeno quello a Scorsese!! Dai, cazzo!

Miglior sceneggiatura
Quentin Tarantino per C'era una volta a... Hollywood.
Tutta la vita. Più Globes e Oscar a Quentin vanno, più sono felice, anche perché la sceneggiatura del suo ultimo film è esaltante, commovente, poetica e bellissima.


Miglior canzone originale
I'm Gonna Love Me Again di Elton John e Bernie Taupin, per il film Rocketman
Ottima scelta, anche se a me è piaciuta parecchio anche Into the Unknown di Frozen II.

Miglior colonna sonora originale
Joker di Hildur Guanadottir
E chi se la ricorda? Molto meglio, a mio avviso, quella di Motherless Brooklyn.

Miglior cartone animato
Missing Link (USA 2019)
La Laika è sempre un'enorme garanzia di qualità ma questo film, porca miseria, è missing in action. Speriamo che la vittoria dia un calcio alla distribuzione italiana perché qui urge un pronto recupero!!

Miglior film straniero
Parasite (Corea del Sud, 2019)
Vittoria strameritata per un film bellissimo e attuale. Peccato per Ritratto della giovane in fiamme, di cui parlerò nei prossimi giorni, perché è splendido, particolarissimo e (senza forse) mi ha toccata assai più di Parasite.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo
pochissime. Stavolta, ho puntato su uno dei cavalli giusti, ovvero Chernobyl, che ha vinto sia come miglior miniserie sia con Stellan Skargard, mentre Emily Watson è stata battuta dalla Patricia Arquette di The Act, serie che non conosco assolutamente, e lo stesso vale per Jared Harris, che ha lasciato il posto a Russell Crowe. Da segnalare, infine, il premio Cecil B. De Mille per la carriera a Tom Hanks e il Carol Burnett Award per la carriera televisiva a Ellen DeGeneres. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

domenica 18 novembre 2012

American Beauty (1999)

Oggi mi accingerò a recensire un capolavoro. Con questo pensiero fisso in mente, che mi rende parecchio nervosa, vi chiedo di essere indulgenti, perché per recensire un capolavoro servirebbe un critico cinematografico della Madonna, non una "non - competente amante della settima arte". Cercherò però di compensare la non - competenza con l'amore, perché American Beauty, diretto nel 1999 da Sam Mendes, è stato forse il mio ultimo, vero colpo di fulmine cinefilo. E non me ne voglia Quentin.


Trama: Lester Burnham, un quarantenne costretto a un'esistenza che non gli da più alcuna soddisfazione, decide di cambiare radicalmente la sua vita quando si infatua di Angela, la bionda amica della figlia teenager...


Nel gennaio del 2000, grazie all'ormai proverbiale ritardo della mia migliore amica, siamo entrate in sala a vedere American Beauty a film già iniziato. Pochi minuti persi, nulla di trascendentale, ma sufficienti per cambiare radicalmente la prospettiva di visione e farci arrivare impreparate allo scioccante finale, che lo sceneggiatore Alan Ball, ricorrendo ad un escamotage già utilizzato 50 anni prima in un altro capolavoro cinematografico, aveva anticipato attraverso la voce narrante di Lester già in quei primi minuti. A differenza quindi del, credo, 98% degli spettatori che dal '99 hanno visto American Beauty, io ho avuto l'occasione di guardare due film diversi e di reinnamorami una seconda volta. Sì perché per quanto sicuramente costruito a tavolino, furbo, colmo di immagini talmente emblematiche da aver fatto scuola e da esser diventate persino parodia, American Beauty rimane uno dei miei film preferiti in assoluto, uno dei pochi in grado di divertirmi, sconvolgermi, commuovermi e anche farmi riflettere sulla mia vita e quella di chi mi circonda. Seguendo il consiglio del poster originale, "... look closer", ovvero guarda da vicino, andiamo a scoprire cosa nasconde davvero questa bellezza americana.


Guardando il film, come spettatori siamo influenzati dal punto di vista di Lester, protagonista e narratore. Un uomo fondamentalmente egoista e in piena crisi di mezza età, insoddisfatto della vita, del lavoro, della famiglia, colto da un'incredibile nostalgia per un passato che, da una distanza di sicurezza, gli sembra essere stato tutto rose e fiori. Superficialmente, vediamo solo quel che vede lui: una figlia adolescente che lo considera un perfetto idiota e una moglie che mette al primo posto l'apparenza, un'arida e fredda donna in carriera la cui unica preoccupazione è curare le sue splendide rose. Non è un caso quindi se in sensi ormai sopiti di Lester, novello Humbert Humbert, si risvegliano in un tripudio di petali di rose rosse con l'apparizione di Angela, perché nella disperazione dell'uomo la ragazzina arriva ad incarnare tutto quello che la moglie e la vita non possono più dargli, una promessa di "verità", innocenza, libertà, sesso e giovinezza. Tuttavia, per quanto possa starci simpatico Lester, per quanto indubbiamente, fino alla fine, tiferemo per lui, non possiamo chiudere gli occhi davanti a tutto ciò che si nasconde sotto la finta bellezza americana: Carolyn non è incarna la perfezione che vorrebbe mostrare agli altri, è vero, ma non è neppure una strega cattiva, piuttosto è una donna che si è sentita schiacciare dal peso di una responsabilità che probabilmente il marito ha rifiutato di assumersi da tempo, fino ad arrivare a provare solo disprezzo per lui; Jane e Angela sono due ragazzine insicure, ognuna a modo suo, e la seconda fa ancora più pena perché schiava della sua bellezza esteriore e di quello che gli uomini si aspettano da lei. Di Lester, quindi, non possiamo fidarci perché anche il suo punto di vista è condizionato da convinzioni e sterotipi. Ecco quindi che arriva in nostro soccorso il giovane Ricky, bollato come strano, drogato, maniaco e pazzo proprio perché impossibile da collocare all'interno di questo quadro di apparente perfezione americana.


L'occhio di Ricky è l'occhio del regista e dello sceneggiatore, è il ragazzo in grado di trovare la bellezza e la poesia nella danza di una borsa di plastica cullata dal vento, nell'occhio di chi muore, nel fisico sgraziato di una ragazzina insicura. E' l'unico personaggio in grado di superare lo schermo della bellezza americana, di capire il marciume che si nasconde sotto di essa, di affrontare la società che lo circonda e sfruttarne i meccanismi per non farsi schiacciare e prosperare, ed è in grado di farlo perché il padre è la quintessenza della stupidità USA, un ex marine maniaco della disciplina, omofobo, represso e di conseguenza violento, affiancato da una moglie perfetta perché malata e consapevole solo del proprio ruolo di casalinga. Sono le parole disincantate e sincere di Ricky a scuotere la vita di Lester, Angela e Jane ma solo quest'ultima trova in esse la forza di migliorarsi (notate come, a inizio film, il viso della ragazza è molto truccato mentre verso la fine diventa acqua e sapone, mentre Angela segue un percorso inverso), mentre Lester le travisa, usandole per nascondersi da un'esistenza odiosa e tornare ragazzino fino a giungere all'inevitabile, tragico e commovente finale, in cui riuscirà finalmente a capirne il senso reale. La sequenza e le parole che chiudono il film sono un incredibile, toccante alternarsi di emozioni fin troppo condivisibili, come speranza, gioia, nostalgia, rimpianto e amore, talmente universali da risultare efficaci sia che si guardi il film a 18 anni sia a 31.


A rendere ancora più valida la perfetta sceneggiatura di American Beauty, giustamente premiata con l'Oscar, concorrono una regia classica e al contempo innovativa (saranno anche diventate di maniera, ma quella pioggia di rose, il ralenti del tocco di Angela, la porta color rosso sangue sotto la pioggia notturna, il sacchetto che danza nel vento sono immagini che mi mettono i brividi ogni volta), una colonna sonora delicata e in grado di rendere indimenticabile ogni sequenza del film e, soprattutto, degli attori a dir poco in stato di grazia. Kevin Spacey è immenso, riesce ad essere contemporaneamente sfigato, leppego, affascinante e simpatico, un medioman dallo sguardo magnetico, uno spirito ribelle sconfitto dalla vita; Annette Bening, con le sue mise da donna in carriera e la pettinatura sempre impeccabile, incarna alla perfezione la fragilità e le nevrosi del personaggio, pronto ad esplodere senza preavviso in un pianto a dirotto o in un terribile, sconfortante grido di sconfitta e umiliazione; Chris Cooper è in grado di rendere umano e commovente il personaggio più odioso e stereotipato dell'intera pellicola, gli bastano un gesto trattenuto e uno sguardo per diventare indimenticabile; infine, Thora Birch, Mena Suvari e Wes Bentley (tre attori che all'epoca pensavamo destinati - erroneamente - a grandissime cose e chissà quale memorabile carriera da tanto le loro performance sono perfette) interpretano, ognuno a modo loro, tre adolescenti assolutamente credibili, tanto che ad ognuno di loro avremmo potuto dare o il nostro nome o quello di qualcuno che conoscevamo.


Ok, mi sono resa conto di aver scritto davvero troppo e molto probabilmente anche a sproposito, ma quando un film mi prende troppo non mi fermo più. Scorrendo i commenti del post dove avevo già brevemente accennato l'argomento American Beauty, mi sono accorta che dove io ho visto un capolavoro, alcune persone hanno visto un film tra i più sopravvalutati. Torno quindi a chiedervi indulgenza e anche, se non l'avete mai guardata, di dare una chance a questa splendida pellicola, in grado di comunicare veramente molto sotto la patina di "glamour" che ha acquisito nel corso degli anni. D'altronde, non bisogna mai fermarsi all'apparenza ma si deve guardare sempre da vicino. Fatelo, non ve ne pentirete.


Di Kevin Spacey (Lester Burnham, ruolo che gli ha fruttato l'Oscar come miglior attore protagonista e per il quale si era pensato anche a Jeff Daniels, Tom Hanks e Chevy Chase), Thora Birch (Jane Burnham), Wes Bentley (Ricky Fitts, ruolo per cui si era presentato al provino anche Jake Gyllenhaal), Chris Cooper (Colonnello Frank Fitts) ed Allison Janney (Barbara Fitts) ho già parlato ai rispettivi link.

Sam Mendes (vero nome Samuel Alexander Mendes) è il regista premio Oscar della pellicola. Inglese, ha diretto film come Era mio padre, Jarhead, Revolutionary Road e il recentissimo Skyfall. Anche produttore, ha 47 anni.


Annette Bening interpreta Carolyn Burnham, ruolo che le è valso la nomination all'Oscar come miglior attrice non protagonista. Americana, sposata con l'attore Warren Beatty, la ricordo per film come A proposito di Henry, Il presidente - Una storia d'amore, Bugsy, Mars Attacks!, Attacco al potere e In Dreams, inoltre ha partecipato a un episodio di Miami Vice. Ha anni e tre film in uscita.


Mena Suvari interpreta Angela. Americana, la ricordo per film come Carrie 2, American Pie, American School, American Pie 2, D'Artagnan, Day of the Dead e American Pie: Ancora insieme, inoltre ha partecipato alle serie E.R. - Medici in prima linea, Six Feet Under e American Horror Story. Ha 33 anni e un film in uscita.


E ora, qualche curiosità. Oltre ai già citati Oscar per la miglior sceneggiatura, la miglior regia (e pensare che Terry Gilliam ha rifiutato di dirigere il film) e il miglior attore protagonista, nel 2000 American Beauty si è portato a casa anche quelli per il miglior film e la miglior fotografia, mentre la Bening è stata battuta da Hilary Swank per la sua interpretazione in Boys Don't Cry. A proposito di fanciulle, Jessica Biel avrebbe dovuto interpretare Jane ma, grazie da Dio, era impegnata sul set di Settimo cielo e ha dovuto rinunciare, mentre per il ruolo di Angela erano state contattate Kirsten Dunst, Sarah Michelle Gellar Brittany Murphy e Katie Holmes, che hanno rifiutato, mentre l'unica povera sfigata che si è buttata nel provino, Tiffani Amber Thiessen (ma dai, quella di Bayside School!! XD), è stata scartata. Parlando di cose scartate, e NON ANDATE AVANTI SE NON VOLETE SPOILER, una delle versioni iniziali dello script prevedeva che Jane e Ricky venissero accusati da Angela e processati per l'omicidio di Lester a causa del video (fornito alle autorità proprio dal vero assassino, il padre di Ricky) nel quale lei chiede al ragazzo di uccidere suo padre per 3000 dollari, ripresa che si interrompe un attimo prima che lei dichiari di scherzare; in altre versioni, invece, si parla dell'amante gay del colonnello Fitts in Vietnam, della moglie che nasconde i vestiti sporchi di sangue del marito dopo l'omicidio di Lester, di quest'ultimo che arriva davvero a fare sesso con Angela invece di fermarsi, di Carolyn che sposa Buddy Cane e di Angela che raggiunge il successo come modella e attrice. FINE SPOILER.
Del film esiste una sorta di remake ungherese del 2003 dal titolo Hungarian Beauty (Magyar Szépség) e questo potrebbe essere il trailer, ma non conoscendo l'ungherese non posso esserne certa. Siccome però la qualità mi sembra a dir poco orrenda, se American Beauty vi fosse piaciuto non vi consiglierei di cercare questo dubbio remake, bensì titoli come Tempesta di ghiaccio e La guerra dei Roses. ENJOY!





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