Trama: Un giovane aspirante scrittore, alla fine della seconda guerra mondiale, incontra un'ausiliaria dell'esercito USA e se ne innamora a prima vista. Un'anno dopo, il ragazzo si reca in America, e il suo destino si intreccia nuovamente con quello dell'ausiliaria di cui è ancora innamorato, nonostante non l'abbia più vista dopo il primo, fugace incontro...
Avevo lasciato Pupi Avati nel 2019 con Il signor Diavolo, opera affascinante ma molto imperfetta, anacronistica nel suo essere fondamentalmente televisiva nella regia, nella fotografia e nello stile. Il signor Diavolo, per inciso, ero riuscita ad anticiparlo con la lettura del romanzo omonimo, che mi era piaciuto assai più del film, mentre stavolta L'orto americano mi ha colta impreparata, lasciandomi con un palmo di naso davanti ad un finale "a libera interpretazione" che, forse, avrebbe necessitato l'accompagnamento di un testo scritto. D'altronde, a me è parso che tutto il film vivesse di suggestioni ed interpretazione, ché fare le pulci alla trama è un attimo. Durante la visione, tra l'altro, mi è sembrato di avere davanti un pastiche di tre film e generi diversi. Ma di cosa parla, in sostanza, L'orto americano? Tutto prende il via dal colpo di fulmine che rapisce il cuore del protagonista senza nome, alla comparsa di una bella ausiliaria dell'esercito americano, subito ripartita assieme ai suoi commilitoni. Questo incontro fugace è quanto basta al protagonista, aspirante scrittore in grado di sentire la voce dei defunti, per sviluppare un amore senza tempo, quasi ossessivo, che si rafforza ulteriormente quando, una volta trasferitosi in America, il ragazzo scopre di essere il vicino di casa della madre della donna. Non solo: Barbara, questo il nome dell'ausiliaria, non è mai tornata in patria, ed è stata data per dispersa, addirittura morta, in suolo italico, lasciandosi dietro una madre dal cuore spezzato e una sorella che, approfittando della tragedia, è riuscita a coronare il proprio sogno d'amore col promesso sposo di Barbara. Un macabro ritrovamento all'interno dell'orto americano del titolo, e il conseguente ritorno in Italia, spingono il giovane scrittore ad indagare sulla scomparsa di Barbara. Qualche riga fa scrivevo che L'orto americano mi è sembrato l'unione di tre film diversi, nessuno dei quali particolarmente approfonditi. La pellicola comincia come una ghost story, sottolineando più volte la capacità che ha il protagonista di sentire i sussurri dei morti, ma questo aspetto si stempera all'interno di atmosfere più thriller e meno malinconiche, che portano ad una lunga parentesi processuale atta a scavare negli orrori della provincia italiana e poi, nuovamente, torna ad affacciarsi l'elemento macabro, quasi horror, affidato all'inquietante sguardo di un maniaco perverso e agli effetti speciali del sempre ottimo Sergio Stivaletti. Tutti questi aspetti mi sono sembrati poco amalgamati tra loro, e la stessa coerenza della trama mi è parsa sfilacciarsi in una serie di mezze verità, ipotesi, leggende e indovinelli che non necessariamente riescono a ricomporre un quadro completo, se collegate tutte assieme.
Da una parte, la natura sfuggente della vicenda narrata concorre ad aumentare il fascino de L'orto americano e conferisce al film, come già accadeva a Il signor Diavolo, quella qualità tipica del vecchio horror italiano in cui piccoli paesi diventano anticamere dell'inferno, dov'è facile finire prede di mostri ed assassini, o perdersi in campagne nebbiose senza lasciare traccia; a questo, L'orto americano aggiunge anche l'incertezza di un immediato dopoguerra fatto di morti anonimi, di un lento ritorno alla giustizia (per quanto ancora sommaria), di individui abbandonati a loro stessi ed altri che proliferano nel male. Purtroppo, L'orto americano conserva anche tutti i difetti de Il signor Diavolo, al quale è tuttavia superiore per alcune intuizioni di regia e per una splendida fotografia in bianco e nero, degna del cinema USA anni '30. Per esempio, la parte centrale del film è molto lenta, e alcuni attori, in primis il protagonista, che ho trovato molto poco incisivo, non sono assolutamente all'altezza, soprattutto le quote rosa del cast, con una Chiara Caselli che ho fatto persino fatica a capire e Morena Gentile fin troppo teatrale nei panni di Arianna, la sorella di Barbara. Ci sono poi un paio di elementi weird che, in un altro genere di film, avrei annoverato tra i difetti e che qui, invece, tornano a rinnovare l'idea di aver davanti una media produzione horror italiana di fine anni '70, rendendomi più indulgente del solito. L'apice lo tocca l'incubo "vaginale" del protagonista, ma lo seguono a ruota il prete americano denominato "Father Jesus" e quella specie di Don Camillo cartonato, portato come passeggero in bicicletta in posizione obliqua, neanche fosse un pezzo di baccalà, nella sequenza del carcere. In tutto questo, Pupi Avati ha due anni in più di Dario Argento, e vi ricordo che il secondo è da più di vent'anni che ci offre prove della sua senilità anzitempo, cadendo sempre più in basso ad ogni produzione. Avati, invece, anche nelle sue prove meno riuscite continua, con coerenza, a veicolare le sinistre atmosfere di un gotico padano sempre originale e ben riconoscibile. E per questo continuo ad essere contenta di guardare i suoi film in sala!
Il protagonista Filippo Scotti era il Fabietto di E' stata la mano di Dio. Andrea Roncato compare nei panni del maresciallo, mentre Cesare Cremonini in quelli di Ugo. ENJOY!
Sono stata meno gentile e sono rimasta più scioccata dalla visione, non conoscendo il passato horror di Avati. Vorrebbe essere tante cose, cerca di omaggiarne tante altre, ma alla fine lascia un senso di confusione e di "e quindi...?". Diciamo che farne il film di chiusura a Venezia non ha giovato sulle aspettative o sul tenore della visione.
RispondiEliminaUn grande mah, ma mi porti dalla tua parte con il paragone con Argento.
Ma come "non conoscendo il passato horror di Avati"? Urge recuperare, Notte Horror serve (anche) a questo!
EliminaAddirittura film di chiusura? Uhm... avrei scelto altro, con tutto i rispetto!
Concordo, Erica: fargli fare il film di chiusura non è stata una scelta felice... specie dopo dieci giorni di faticose visioni. Certo meglio degli ultimi Avati visti (ci voleva poco) però ricordo parecchi sbadigli (miei e del pubblico) durante la proiezione (alle 9 di mattina, tra l'altro)
EliminaEh, dopo una settimana di full immersion credo che io mi sarei addormentata con tanto di bavetta. Mi capita persino al ToHorror, figurati! E' la vecchiaia, che mica coglie solo Pupi Avati! XD
EliminaA me non è piaciuto per niente, concordo quindi con la tua rece in gran parte. Avrei voluto lasciare la sala, ma ho resistito fino alla fine (non credo di avere fatto bene). Vero, ci sono un sacco di attori in ruoli anche piccoli, che è bello vedere, ma che brutto, orribile film.
RispondiEliminaSarà che ho visto molto peggio, io ho patito giusto la parte centrale. Per il resto, l'ho trovato affascinante, non mi è affatto venuta voglia di lasciare la sala!
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