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martedì 18 marzo 2025

L'orto americano (2024)

Mercoledì sono andata al cinema a vedere l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Pupi Avati, L'orto americano, tratto dall'omonimo romanzo scritto proprio dallo stesso regista.


Trama: Un giovane aspirante scrittore, alla fine della seconda guerra mondiale, incontra un'ausiliaria dell'esercito USA e se ne innamora a prima vista. Un'anno dopo, il ragazzo si reca in America, e il suo destino si intreccia nuovamente con quello dell'ausiliaria di cui è ancora innamorato, nonostante non l'abbia più vista dopo il primo, fugace incontro...


Avevo lasciato Pupi Avati nel 2019 con Il signor Diavolo, opera affascinante ma molto imperfetta, anacronistica nel suo essere fondamentalmente televisiva nella regia, nella fotografia e nello stile. Il signor Diavolo, per inciso, ero riuscita ad anticiparlo con la lettura del romanzo omonimo, che mi era piaciuto assai più del film, mentre stavolta L'orto americano mi ha colta impreparata, lasciandomi con un palmo di naso davanti ad un finale "a libera interpretazione" che, forse, avrebbe necessitato l'accompagnamento di un testo scritto. D'altronde, a me è parso che tutto il film vivesse di suggestioni ed interpretazione, ché fare le pulci alla trama è un attimo. Durante la visione, tra l'altro, mi è sembrato di avere davanti un pastiche di tre film e generi diversi. Ma di cosa parla, in sostanza, L'orto americano? Tutto prende il via dal colpo di fulmine che rapisce il cuore del protagonista senza nome, alla comparsa di una bella ausiliaria dell'esercito americano, subito ripartita assieme ai suoi commilitoni. Questo incontro fugace è quanto basta al protagonista, aspirante scrittore in grado di sentire la voce dei defunti, per sviluppare un amore senza tempo, quasi ossessivo, che si rafforza ulteriormente quando, una volta trasferitosi in America, il ragazzo scopre di essere il vicino di casa della madre della donna. Non solo: Barbara, questo il nome dell'ausiliaria, non è mai tornata in patria, ed è stata data per dispersa, addirittura morta, in suolo italico, lasciandosi dietro una madre dal cuore spezzato e una sorella che, approfittando della tragedia, è riuscita a coronare il proprio sogno d'amore col promesso sposo di Barbara. Un macabro ritrovamento all'interno dell'orto americano del titolo, e il conseguente ritorno in Italia, spingono il giovane scrittore ad indagare sulla scomparsa di Barbara. Qualche riga fa scrivevo che L'orto americano mi è sembrato l'unione di tre film diversi, nessuno dei quali particolarmente approfonditi. La pellicola comincia come una ghost story, sottolineando più volte la capacità che ha il protagonista di sentire i sussurri dei morti, ma questo aspetto si stempera all'interno di atmosfere più thriller e meno malinconiche, che portano ad una lunga parentesi processuale atta a scavare negli orrori della provincia italiana e poi, nuovamente, torna ad affacciarsi l'elemento macabro, quasi horror, affidato all'inquietante sguardo di un maniaco perverso e agli effetti speciali del sempre ottimo Sergio Stivaletti. Tutti questi aspetti mi sono sembrati poco amalgamati tra loro, e la stessa coerenza della trama mi è parsa sfilacciarsi in una serie di mezze verità, ipotesi, leggende e indovinelli che non necessariamente riescono a ricomporre un quadro completo, se collegate tutte assieme.


Da una parte, la natura sfuggente della vicenda narrata concorre ad aumentare il fascino de L'orto americano e conferisce al film, come già accadeva a Il signor Diavolo, quella qualità tipica del vecchio horror italiano in cui piccoli paesi diventano anticamere dell'inferno, dov'è facile finire prede di mostri ed assassini, o perdersi in campagne nebbiose senza lasciare traccia; a questo, L'orto americano aggiunge anche l'incertezza di un immediato dopoguerra fatto di morti anonimi, di un lento ritorno alla giustizia (per quanto ancora sommaria), di individui abbandonati a loro stessi ed altri che proliferano nel male. Purtroppo, L'orto americano conserva anche tutti i difetti de Il signor Diavolo, al quale è tuttavia superiore per alcune intuizioni di regia e per una splendida fotografia in bianco e nero, degna del cinema USA anni '30. Per esempio, la parte centrale del film è molto lenta, e alcuni attori, in primis il protagonista, che ho trovato molto poco incisivo, non sono assolutamente all'altezza, soprattutto le quote rosa del cast, con una Chiara Caselli che ho fatto persino fatica a capire e Morena Gentile fin troppo teatrale nei panni di Arianna, la sorella di Barbara. Ci sono poi un paio di elementi weird che, in un altro genere di film, avrei annoverato tra i difetti e che qui, invece, tornano a rinnovare l'idea di aver davanti una media produzione horror italiana di fine anni '70, rendendomi più indulgente del solito. L'apice lo tocca l'incubo "vaginale" del protagonista, ma lo seguono a ruota il prete americano denominato "Father Jesus" e quella specie di Don Camillo cartonato, portato come passeggero in bicicletta in posizione obliqua, neanche fosse un pezzo di baccalà, nella sequenza del carcere. In tutto questo, Pupi Avati ha due anni in più di Dario Argento, e vi ricordo che il secondo è da più di vent'anni che ci offre prove della sua senilità anzitempo, cadendo sempre più in basso ad ogni produzione. Avati, invece, anche nelle sue prove meno riuscite continua, con coerenza, a veicolare le sinistre atmosfere di un gotico padano sempre originale e ben riconoscibile. E per questo continuo ad essere contenta di guardare i suoi film in sala!


Del regista e co-sceneggiatore Pupi Avati ho già parlato QUI


Il protagonista Filippo Scotti era il Fabietto di E' stata la mano di Dio. Andrea Roncato compare nei panni del maresciallo, mentre Cesare Cremonini in quelli di Ugo. ENJOY!  


venerdì 30 agosto 2019

Il signor Diavolo (2019)

Tripletta, questa settimana. Aspettando It - Capitolo 2 i cinema si riempiono di opere horror e stavolta è toccato a Il signor Diavolo, diretto e co-sceneggiato dal regista Pupi Avati.


Trama: negli anni '50, un funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia viene incaricato di indagare su un caso di omicidio in un paesino del Veneto, dove un ragazzino ne ha ucciso un altro convinto di avere a che fare col demonio...


Il signor Diavolo di Pupi Avati è una lettura che mi ha tenuto compagnia per un paio di giorni estivi, un romanzo breve che cattura il lettore dalla prima all'ultima pagina e lascia di stucco con un finale angosciantissimo (non che ciò che viene prima non lo sia, beninteso). Avevo quindi molte aspettative per il film diretto e co-sceneggiato dallo stesso Avati ma anche parecchi timori, in quanto le critiche verso Il signor Diavolo non erano per nulla positive: si parlava di un horror già vecchio, sciatto, un passo indietro rispetto a ciò che dovrebbe essere la rinascita del genere italiano, ecc. ecc.. A seguito della visione, posso dire di ritrovarmi esattamente nel mezzo tra chi saltella di gioia e chi soffre per il disgusto, perché l'ultimo film di Avati ha sia pregi che, purtroppo, difetti e tutto sta nel mettersi nell'ottica giusta. Il primo pregio, di sicuro, è il modo in cui Il signor Diavolo è radicato nella storia italiana e in una mentalità superstiziosa che in molte zone non si è ancora persa. Il giovane funzionario Furio Momenté viene mandato dal Ministero di Grazia e Giustizia, nel primo dopoguerra italiano governato con pugno di ferro dalla Democrazia Cristiana, a risolvere una questione potenzialmente assai incresciosa per un partito che proprio sulla mentalità bigotta e superstiziosa si appoggia e che non è pronto a subire l'altro lato della medaglia dell'ignoranza facilmente malleabile, soprattutto quando il Diavolo (o meglio, il signor Diavolo) pare metterci lo zampone. In uno sperduto paesino del Veneto, un ragazzino ne ha ucciso un altro sobillato da una suora e da un sagrestano, convinti che il giovane Emilio, nato deforme, altri non sia che un'incarnazione del demonio nonché fonte di tutte le disgrazie che stanno colpendo molti degli abitanti del paese. La madre di Emilio, donna potentissima e un tempo fervente sostenitrice della Democrazia Cristiana, ha deciso di far di tutto, comprensibilmente, perché le magagne della Chiesa vengano alla luce e il compito di Momenté è far sì che né la suora né il sagrestano né nessun altro esponente del clero compaia in un'aula di tribunale. All'interno degli atti secretati del Ministero, che mettono su carta gli interrogatori del piccolo assassino, si snoda quindi la vicenda condensata nella prima parte del film, quella più affascinante, che spazia tra spaccati di vita contadina immersi in uno squallore innaturale, orribili visioni e riti in bilico tra magia nera, religione e superstizione, come se la realtà tangibile e quella nascosta ai nostri occhi andassero costantemente a braccetto, inscindibili l'una dall'altra.


Avati si conferma dunque fine indagatore degli orrori della provincia "ignorante" e antica, oltre che talent scout di volti che restano impressi quasi più delle vicende narrate. Con tutto il rispetto per i poveri attori coinvolti, in quanto io per prima bella non sono, Il signor Diavolo presenta infatti un campionario di gente orrenda da primato, a partire dal convincentissimo protagonista, sfigatello e sudaticcio, passando per il piccolo Carlo, brutto come il peccato, per non parlare poi del cantante Cesare Cremonini, sepolto sotto un make-up che lo rende irriconoscibile e tanto più inquietante per me, ché il padre di Carlo è identico al mio boss, porca miseria. A proposito di make-up, gli effetti speciali di Stivaletti sono pochi ma buoni, degni complementi di immagini scioccanti che riversano incubi ancestrali all'interno delle misere esistenze degli abitanti di Liù Piccolo, e francamente questo ritorno all'horror italiano più "casereccio", fatto di singoli momenti scioccanti incorniciati in una vicenda lenta ed inquietante, persino confusa a tratti, a me non è dispiaciuto. Certo, proprio questa lentezza e confusione, soprattutto nella seconda parte, contribuiscono a rendere Il signor Diavolo un film non proprio riuscitissimo e sì, "vecchio", al quale The Nest (giusto per fare un confronto con un horror italiano recente) riesce a fare le scarpe senza problemi, a livello di regia e fotografia in primis. Forse per conquistare maggiormente la platea cinematografica, che ovviamente ha esigenze diverse da un lettore, Avati e soci hanno puntato molto su un singolo, terrificante evento accorso nel passato del deforme Emilio, infilando storie di fantasmi e presenze anche dove non ce n'era bisogno, e il pre-finale, col protagonista che vaga da un posto all'altro interrogando persone senza cavare un ragno dal buco, è inutilmente dilatato e rende ben poco sullo schermo, soprattutto perde di quella caratteristica allucinata che lo rende così avvincente ed inquietante nel libro. Altra enorme pecca, almeno per me, il finale, che priva di qualsiasi ambiguità quello del romanzo, scodellando un cattivo ad hoc. Insomma, il ritorno all'horror di Pupi Avati poteva essere sicuramente meglio ma poteva anche essere molto peggio. Come ho scritto, io mi pongo nel mezzo ma sono comunque contenta che qualche "vecchio" ancora approdi nelle sale cinematografiche con opere come questa.


Del regista e co-sceneggiatore Pupi Avati ho già parlato QUI mentre Alessandro Haber, che interpreta Padre Amedeo, lo trovate QUA.

Gianni Cavina interpreta il sagrestano. Nato a Bologna, ha partecipato a film come La casa dalle finestre che ridono, Cornetti alla crema, Regalo di Natale, La rivincita di Natale e Benvenuto presidente!. Anche sceneggiatore, ha 78 anni.


Lino Capolicchio interpreta Don Zanini. Nato a Merano, ha partecipato a film come Il giardino dei Finzi Contini, La casa dalle finestre che ridono e a serie come La piovra 3. Anche regista e sceneggiatore, ha 75 anni.


Lorenzo Salvatori, che interpreta Emilio, ha 29 anni ed è affetto dalla sindrome di Noonan. Tra le varie guest star che compaiono nel film segnalo un irriconoscibile Andrea Roncato nei panni dell'anziano dottor Rubei e il già citato cantante Cesare Cremonini in quelli del padre di Carlo. Detto questo, vi consiglio la lettura de Il signor Diavolo, ovviamente. ENJOY!

giovedì 22 novembre 2007

Il Nascondiglio (2007)

Nella serata di ieri, facendomi abilmente gabbare da Ale (per il consiglio) e da Toto (per i soldi) sono andata al cinema a vedere Il Nascondiglio del sempre ameno Pupi Avati.. Ecco, solo due parole: mortacci mia.

La trama, in breve, è questa: a Davenport, USA, una vedova appena uscita dal manicomio decide di aprire un ristorante italiano. Ovviamente il sito che la sconfinfera maggiormente è una casa dove almeno 50 anni prima era stato commesso un delitto efferato, le cui colpevoli non sono mai state trovate. Quando ricomincerà a sentire le voci, assieme a delle palesi presenze nelle intercapedini, la vedova novella Clerici deciderà di indagare.

 




Pupi Avati è tornato al thriller horror, quello di Zeder e La casa dalle finestre che ridono. Da quest’ultimo modello però non si è mai staccato, tant’è che il film risulta un blando calco della sua pellicola più famosa: un delitto insoluto da anni i cui strascichi permangono nel presente e una persona che si improvvisa detective, pagandone le conseguenze del caso. Aggiungiamoci anche una citazione involontaria de La Casa nera di Wes Craven, e il quadro è completo.

 

Avati abbandona la piccola realtà della provincia italiana a lui tanto cara ed ambienta una pellicola in America, con attori d’oltreoceano che affiancano la protagonista, Laura Morante. Il risultato è scialbo e privo di verve come la stessa Davenport. La Morante gira a vuoto per paesaggi anonimi e banali, incontra personaggi altrettanto vacui, solo per risolvere un mistero che lo spettatore medio aveva già risolto al decimo minuto di film e quello un po’ più attento ai trailer al quinto. In assenza di suspance rimane dunque l’esercizio di stile? No, perché il film è piatto anche a livello stilistico, banale calco delle produzioni Americane più infime, affossato ancor di più da un’orrida colonna sonora che richiama le pellicole di serie Z anni ’70 (a Riz Ortolani dovrebbero tagliare le mani: non mi puoi sottolineare l’”orrore” di una lampadina che si spegne con un suono di violino che, in tempi di dolby surround, mi renderà sorda per una settimana!!).

 

Gli attori, nonostante la Morante dichiari di essersi divertita moltissimo durante la realizzazione del film, sono intollerabili. La protagonista vaga per la città con la stessa verve di Asia Argento dopo 20 canne, Treat Williams e Burt Young sono i fantasmi dei bravi caratteristi che erano, e sugli altri protagonisti e sul doppiaggio pessimo è meglio non commentare, soprattutto sulla vecchia che parla come Gollum, con un sacco dal dubbio contenuto al posto di Sméagol. Peccato perché l’inizio, che richiama i vecchi horror della Hammer, non è male, ed è anche sottilmente inquietante. Ma è l’unico punto a favore di un film da dimenticare. Sorry, Pupi.  

 

Giuseppe “Pupi” Avati è uno dei registi italiani di punta, dallo stile ironico e particolare, e dalla sottile vena thriller. Ama raccontare storie ambientate in piccoli paesini della sua Romagna, mostrando allo spettatore la realtà della provincia italiana, regalando solitamente piccoli e particolari film. Tra le sue pellicole, oltre i già citati Zeder e La Casa dalle finestre che ridono, ricordo Bordella, Tutti defunti tranne i morti, Regalo di natale, L’arcano incantatore, La rivincita di natale e La seconda notte di nozze. La maggior parte dei suoi film sono sceneggiati da lui stesso, e come scrittore ha lavorato anche a Salò e le 120 giornate di Sodoma. Ha 69 anni.





Laura Morante interpreta Lei, la protagonista (con i nomi Pupi si è sbizzarrito questa volta: Lei, Egle, Liuba…). Personalmente non ci vedo nulla di particolare in questa attrice, che è invece molto amata dal pubblico. Tra i suoi film ricordo La stanza del figlio, Vajont e Ricordati di me, forse quelle più famose. Ha 41 anni e due film in uscita.





Treat Williams interpreta Padre Amy, viscido prete della cittadina. Questo caratterista statunitense è molto famoso, ha partecipato ad uno dei film che amo di più in assoluto, C’era una volta in America di Sergio Leone. Tra le altre pellicole citerei Il maratoneta, Hair, 1941: allarme a Hollywood, L’impero colpisce ancora, Cosa fare a Denver quando sei morto, Scomodi omicidi ed è stato protagonista del telefilm Everwood. Ha 56 anni.





Burt Young interpreta Mueller, agente immobiliare innamorato (ovviamente non ricambiato) di Lei. Costui è un altro apprezzato caratterista, anche lui presente in C’era una volta in America, famoso per aver dato il volto al Paulie di Rocky. Tra gli altri suoi film ricordo Spiaggia di sangue (incredibile e noiosissimo pseudo horror che dovrei recensire) Amityville Possession, She’s so lovely. E’ stato anche il papà di Bobby “Baccalà” Baccalieri in alcuni episodi de I Soprano. Ha 67 anni e due film in uscita.





Yvonne Sciò interpreta Ella Murray, nuora del giudice che emise la sentenza. Incredibile che una donzella lanciata da Non è la Rai sia diventata un’attrice utilizzata per produzioni francesi e americane ma, tant’è. Ha partecipato a film come Rose Red e The Pink Panther, inoltre ad alcuni episodi de La Tata (è la migliore amica di Fran Drescher) nonché ad una puntata del mitico (almeno per me) telefilm E vissero infelici e contenti, con protagonista un coniglio di peluche doppiato (nella versione originale) da Bobcat Goldthwait *____*. Yvonne ha 38 anni.

 




Come guest appearence del film c’era anche Cesare Cremonini, non chiedetemi perché e per fortuna che non l’ho riconosciuto….  E ora ecco a voi il trailer del capostipite... La Casa dalle finestre che ridono! Enjoy!









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