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venerdì 30 settembre 2011

La pelle che abito (2011) - Recensione

Porca menta. Sono le uniche due parole che ho pronunciato alla fine di La pelle che abito (La piel que habito), l’ultimo film diretto dal regista Pedro Almodóvar, tratto dal romanzo Tarantola di Thierry Jonquet. Un’esperienza senza dubbio scioccante, che lascia inevitabilmente perplessi su un eventuale giudizio.



Trama: dopo la morte della moglie e della figlia, un chirurgo plastico decide di creare la “pelle perfetta”, inattaccabile da fuoco e ferite, usando una misteriosa donna come cavia…



Che se la cosa finisse qui, in effetti, La pelle che abito potrebbe essere un banalissimo thriller. Peccato (o per fortuna…) la trama è fatta a strati come le cipolle, tolta una storia ce n’è un’altra sotto, apparentemente quasi scollegata da quella principale ma in realtà molto funzionale. E tolto lo strato di quest’altra storia, ecco spuntare un’altra vicenda che si ricollegherà poi sempre a quella principale. Alla fine tutto torna, grazie ad un meccanismo praticamente perfetto, come accade il 90% delle volte nei thriller cinematografici. Ma nel frattempo, con La pelle che abito, lo spettatore è passato attraverso diversi stadi di umore ed emozioni… ed è di questi stadi che parlerò, perché il principale punto a favore della pellicola è l’effetto sorpresa che sta nel non conoscere praticamente nulla della trama. Eviterò quindi di fare qualsivoglia altro accenno ad essa (come recensione sarà muy atipica!).



All’inizio mi ha presa la curiosità. Banderas traffica con provette, sangue, altre amenità con questa donna misteriosa segregata in casa e una domestica. Fin qui tutto bene, mi rilasso apprezzando la bellezza dei quadri esposti in casa, l’assoluto splendore dell’attrice principale, la particolarità della stanza in cui è rinchiusa e tutta la serie di piccoli dettagli che ci fanno intuire qualcosa di lei e della sua vita. Alla curiosità si sostituiscono le grasse risate quando viene introdotto il personaggio del Tigre. A voi non deve fregare nulla della sua funzione, ma permettetemi di dire che la sua comparsa fa toccare al film il suo punto più kitsch (non trash, non ancora): st’ominide calvo, grosso, scemo, conciato da tigre causa carnevale, con sta codina sifulotta e quest’enorme pacco ancora più sifulotto sul davanti. Impossibile restare seri, nonostante le scene che seguono il suo arrivo non siano delle più allegre in effetti. Ma tant’è. Il problema è che fino a questo punto (ed è già passata almeno mezz’ora…) il film non decolla e la noia, sotto le risate, regna abbastanza palpabile. E qui cominciano i salti temporali e i poco ameni ricordi dei protagonisti. Torniamo indietro di ben sei anni.



Di fronte a due flashback diversi, come dicevo, tristi ma apparentemente scollegati, la mente dello spettatore vola e và. Nello specifico si chiede il perché debba sopportare dei personaggi poco meno che imbecilli e sommamente irritanti, oltre a “godere” della vista di agghiaccianti amplessi in mezzo a pur splendidi giardini (perché comunque la fotografia, la regia e la colonna sonora sono a livelli di perfezione, semplicemente meravigliosi), secondariamente ci si domanda cosa c’entrino con la storia principale. Per fortuna a poco a poco diventa tutto chiaro e finalmente il film comincia a catturare lo spettatore che, dapprima, gode per una meritata vendetta, si perplime davanti alla sospensione della vendetta stessa… e poi smette di pensare, completamente preso in un gorgo di assurdità, perversione e trash. Mucho trash. Muchísimo trash. Ogni mistero viene dipanato nel modo più inaspettato ed inusuale, Almodóvar non risparmia nessun particolare, nemmeno quelli che “non volevo sapere, grazie. Scusa, ma anche no!!” e firma così un film… geniale. Bello. Grottesco. Particolarissimo e assolutamente NON per tutti i gusti. Impossibile da dimenticare per un bel po’ di tempo, sicuramente.



Basta, la recensione è finita. Mi permetto solo di aggiungere un paio di particolari “tecnici”. Come ho già detto, ci sono delle immagini splendide, che non fanno altro che confermare il talento visivo di Almodóvar: le già citate immagini del giardino, che sembra davvero incantato, la stanza colma di scritte fatte con una matita per il trucco (un’opera d’arte), il collage di coloratissimi abiti strappati in mille pezzi e gettati sul pavimento, l’immagine voyeuristica dello schermo gigante nella stanza di Banderas, il confronto tra lui e la protagonista sulle scale, lei con quell’inquietante maschera bianca e la tutina nera. Per quanto riguarda gli interpreti, Elena Anaya, che interpreta Vera, è una spanna sopra tutti. Banderas è purtroppo sottotono e costretto ad interpretare un personaggio odioso, ma a tratti tira fuori un carisma incredibile quindi voto più che sufficiente. Per quanto riguarda i dialoghi, invece… da dimenticare. Memorabile la frase della vecchia domestica “I miei figli sono folli per colpa mia. Perché io ho la PAZZIA NELLE VISCERE”. Good point. Ma anche i discorsi tra Robert e Vera sotto le coperte non sono male, uno su tutti “No, guarda, lì mi fa ancora male – Beh… facciamolo da dietro, ti va? – Ma… da dietro non mi farà ANCORA più male??? - …. Cazzo, hai ragione”. Good point 2. E nonostante questo, vi consiglio comunque di guardare La pelle che abito. Non essendo fan di Almodóvar l’ho apprezzato, non saprei però se consigliarlo o meno ai suoi aficionados. Sicuramente è adatto a chi è paziente e non si fa scoraggiare, a chi cerca un film non banale e a chi non si fa spaventare dalle storie folli e grottesche.



Di Antonio Banderas, che interpreta Robert, ho già parlato qui.

Pedro Almodóvar è il regista della pellicola. Sicuramente il regista spagnolo più famoso al mondo e anche uno dei più universalmente apprezzati (anche se a me, lo ammetto, non fa impazzire, a parte per il bellissimo Tutto su mia madre), ha diretto film come Donne sull’orlo di una crisi di nervi, Tacchi a spillo, Parla con lei (con il quale ha vinto l’Oscar  per la miglior sceneggiatura) e La mala educación. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 62 anni e un film in uscita.



Elena Anaya interpreta Vera. Spagnola, ha partecipato a film come Parla con lei, Van Helsing e Fragile. Ha 36 anni.



Marisa Paredes interpreta Marilla. L’attrice spagnola ha collaborato spesso con Almodóvar, la ricordo per film come Tacchi a spillo, La vita è bella, Tutto su mia madre e Parla con lei. Ha 65 anni e due film in uscita.

 

Blanca Suárez, che interpreta Norma, la figlia di Robert, ha già partecipato anche ad Eskalofrío, dove interpretava Ángela. Sinceramente, non saprei cosa consigliarvi di vedere dopo La pelle che abito… ma siccome Tutto su mia madre è splendido ed è di Almodóvar guardatevi quello! E ora vi lascio col trailer del film... ENJOY!!!

lunedì 26 settembre 2011

L'alba del pianeta delle scimmie (2011) - Recensione

Dopo un teaser per nulla invogliante e un trailer ufficiale decisamente ispirevole, la curiosità ha vinto e questo weekend sono andata a vedere L’alba del pianeta delle scimmie (Rise of the Planet of the Apes), diretto dal regista Rupert Wyatt.



Trama: durante le ricerche di una cura per l’alzheimer, un genetista scopre un virus che riesce a rendere le scimmie intelligenti come gli esseri umani. Cesare, un cucciolo di scimpanzè da lui adottato, cresce e diventa sempre più consapevole di questo dono, finché non decide di usarlo per liberare i suoi simili prigionieri…



Come dicevo, non volevo andare a vedere L’alba del pianeta delle scimmie. In primis, perché ero già rimasta scottata dal film di Tim Burton, quel Planet of the Apes che aveva già cominciato a segnare il declino artistico del regista. Seconda cosa, non sono mai stata una fan dei film originali, che credo di non aver mai guardato se non qualche spezzone giusto per caso. Quindi, appena saputo dell’esistenza di questo prequel ho sbuffato e storto il naso, soprattutto dopo aver visto il teaser, che mostrava un branco di scimmie in procinto di balzare addosso ad un povero sfigato che passava di lì per caso. E poi… e poi è arrivato il trailer ufficiale, che mi schiaffava John Lithgow in primo piano. Diamine, uno dei miei attori preferiti. Subito dopo, spuntava Tom Felton: voglia di rivedere Draco subito salita a 3000. E infine lui, quello scimmiottino dolcissimo dagli occhioni chiari, quella bestiola così espressiva. Alla fine mi sono quindi decisa a dare una chance al film, e non me ne sono pentita affatto.



Certo, L’alba del pianeta delle scimmie non è il film dell’anno, ma è ben fatto, ben recitato e ha degli effetti speciali che sono la fine del mondo; in più, e non è poco, non bisogna essere fan dei vecchi film per poterselo godere. Ovvio, magari non guasta conoscerne la trama, ecco, visto che solo lo spettatore che più o meno la sa intuirà il significato del finale e della sua particolare prosecuzione durante i titoli di coda, comprendendo così anche il significato del titolo. Ma per il resto, il film si lascia guardare, eccome. La storia non è sicuramente delle più originali, visto che fa leva sul solito binomio “scienziato buono che trova una cura vs profittatori cattivi che condannano la razza umana solo per avidità”, ma è come sempre molto efficace e regala momenti abbastanza toccanti ed emozionanti. Momenti che non esisterebbero senza la bravura degli attori, che poi è il motivo principale che mi ha spinta ad andare al cinema e fondamentalmente la caratteristica che rende L’alba del pianeta delle scimmie diverso da tonnellate di altri film simili.



Essendo abituata a vedere John Lithgow come un vulcano, un carismatico caratterista impossibile da relegare a semplici ruoli di comprimario, il suo personaggio in L’alba del pianeta delle scimmie mi ha stupita; la sua interpretazione è misurata, sofferente, realistica e commovente, assolutamente indispensabile. Infatti, nonostante i protagonisti siano lo scienziato Will e la scimmia Cesare, il personaggio più importante della pellicola è il vecchio Charles; il figlio crea la cura che rende intelligenti i primati proprio per guarirlo dall’alzheimer e decide di accogliere il cucciolo di scimpanzé in casa anche per l’immediata simpatia che il vecchio dimostra nei confronti dell’animale. Si può dire così che la vita di Cesare cominci grazie a Charles e che anche la sua perdita dell’”innocenza” e successiva ribellione coincida con il progressivo aggravarsi delle condizioni dell’uomo. Questi sono i momenti più toccanti dell’intero film e diventano ancora più emozionanti perché la realizzazione di Cesare rasenta la perfezione di un’opera d’arte, dove la bravura mimica di Andy Serkis si fonde con degli effetti speciali incredibili, dando vita ad una creatura espressiva, viva, assolutamente realistica (lo stesso si può dire anche delle altre scimmie, la maggior parte delle quali credo sarebbero indistinguibili da quelle vere, a parte un paio di primati un po’ più “fasulli” perché troppo caratterizzati, come il gorilla, lo scimpanzé orbo o il babbuino).



     
Non è tutto oro quel che luccica, ovviamente, perché alcune finte immagini “da poster” con il gruppetto di primati messi in posa ci sono, e anche perché l’idea che un branco di scimmie, per quanto intelligenti siano, riesca a mettere a ferro e fuoco una città come San Francisco in barba alle forze armate mi risulta un po’ difficile da digerire. Però devo ammettere che L’alba del pianeta delle scimmie mi ha fatto venire voglia di vedere i vecchi film della serie perché, laddove Planet of the Apes di Burton non mi aveva smosso un capello, questo mi ha messo addosso parecchia inquietudine e mi è riuscito difficile parteggiare per le scimmie, per quanto vessate e desiderose di libertà: l’idea che la razza umana si autocondanni all’estinzione e che le scimmie nel frattempo si freghino le mani sottomettendo gli stupidi uomini… mah, mi turba!! Lo ammetto! E ora scappo… il babbuino che tengo in casa mi ha detto di staccarmi dal pc che gli serve, e anche di invitarvi a vedere L’alba del pianeta delle scimmie e di votare per lui alle prossime elezioni. (Aiuto).



Decisamente. AIUTO.



Di Brian Cox, qui nei panni dell’odioso John Landon, ho parlato qua. Immancabile, ovviamente, Andy Serkis, che presta i movimenti e l’espressività a Cesare.

Rupert Wyatt è il regista della pellicola. Inglese, è al suo quarto film. Anche sceneggiatore e produttore, ha 39 anni.



James Franco interpreta Will. Uno dei più famosi attori americani di ultima generazione, lo ricordo per film come Spider – Man (e i suoi due seguiti) e 127 ore, che gli ha valso la nomination all’Oscar come miglior attore protagonista. Ha partecipato anche ad un episodio di X – Files. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 33 anni e otto film in uscita tra cui l’attesissimo (almeno da me!!) Oz: The Great and Powerful di Sam Raimi, dove interpreterà Oz in persona.  



John Lithgow interpreta il padre di Will, Charles. Uno dei miei attori preferiti, soprattutto dopo essermi goduta per anni le sue performance nella meravigliosa ed esilarante serie Una famiglia del terzo tipo, lo ricordo per film come Ai confini della realtà, Footlose, Bigfoot e i suoi amici, Cliffhanger – L’ultima sfida e Rosso d’autunno; ha inoltre prestato la voce al Lord Farquaad di Shrek e partecipato ad episodi delle serie Dexter e How I Met Your Mother. Americano, anche produttore e sceneggiatore, ha 66 anni e quattro film in uscita.



Tom Felton (vero nome Thomas Andrew Felton) interpreta l'odioso Dodge. Attore inglese passato alla storia per avere interpretato un altro personaggio odioso per eccellenza, il Draco Malfoy dei sette film dedicati ad Harry Potter, ha partecipato giovanissimo al film Anna and the King. Ha 24 anni e quattro film in uscita.



Non è facile inserire questo L’alba del pianeta delle scimmie in una cronologia che comprenda gli altri film perché, apparentemente, se ne distacca mantenendo solo qualche riferimento in quanto a nomi e situazioni. Per esempio, Cesare era il protagonista del quarto film della franchise originale, 1999: conquista della terra, ambientato in un futuro alternativo dove lo scimpanzé liberava i suoi simili ritornati ad essere schiavi degli uomini. Quindi, probabilmente L’alba del pianeta delle scimmie sarà un film che preluderà a tutta una nuova serie di reboots delle pellicole originali, anche perché il regista sta già pensando ad un sequel ambientato otto anni dopo le vicende narrate in questo episodio. E ora... so che dovrei lasciarvi con il trailer del film. Ma mentre scrivevo il post una canzone e una sola mi rimbombava nella mente.... ENJOY!!!

venerdì 23 settembre 2011

Carnage (2011) - Recensione

Dritto dritto dalla Mostra del cinema di Venezia arriva miracolosamente anche dalle mie parti l’ultima fatica di Roman Polanski, quel Carnage tratto dalla pièce teatrale Il dio del massacro di Yasmina Reza (anche sceneggiatrice della pellicola, assieme al regista).



Trama: due famiglie sono costrette a confrontarsi quando il figlio dei Longstreet viene picchiato con un bastone dal figlio dei Cowan. Inizialmente i toni della discussione sono concilianti e civili, ma l’idillio non dura a lungo…



Roman Polanski è un autore che personalmente amo molto, sebbene non abbia visto tutti i suoi film ma solo i più famosi e quelli un po’ più horror. Quello che mi piace della gran parte delle sue opere è la feroce ironia e la critica neppure troppo sottile della borghesia, delle piccole bugie che sono parte integrante della sua stessa esistenza. Queste due caratteristiche si ritrovano in questo Carnage, una commedia intellettuale nera, molto breve e di stampo teatrale, resa splendidamente dalla bravura di quattro attori a dir poco perfetti. Dopo una breve introduzione muta, ripresa da lontano (e che ritornerà nel finale come un cerchio perfetto), che ci introduce il motivo dell’incontro delle due famiglie, l’occhio del regista “viola” l’intimità dell’appartamento dei Longstreet e ci mostra impietosamente quello che può accadere dietro una facciata di civiltà ed apparente normalità, in un microcosmo che riflette, purtroppo, la realtà in cui viviamo.



Comincia così un film che, nonostante si svolga all’interno di un appartamento e sia assai verboso, non è per nulla statico né noioso. Il confronto tra le due famiglie da il La ad una riflessione sulla società moderna, dove i rapporti sono resi difficili dalle convenzioni imposte dalla civiltà, convenzioni che spesso seguiamo senza esserne convinti perché cozzano con il nostro fondamentale egoismo ed individualismo: è il “dio del massacro” del titolo originale che, sotto sotto, guida ogni nostra azione, anche quando sembra essere compiuta per altruismo, o per difendere qualcuno che ci sta a cuore. E’ quella volontà di  primeggiare sugli altri, sempre e comunque, di mostrarci perfetti, di mantenere le apparenze, di combattere con le unghie e con i denti per avere successo nella vita, anche a scapito della famiglia, degli amici, della serenità. I quattro protagonisti di Carnage sono, in tal senso, dei perfetti “adepti” di questo dio, anche quelli che in apparenza si battono per l’interesse dei figli e che sono più buoni e civili degli altri.



Non entrerò troppo nel dettaglio per non togliere la sorpresa a chi vuole andare a vedere il film, ma la cosa interessante di Carnage è il continuo alternarsi dei ruoli, delle “alleanze” tra personaggi, delle dinamiche di conflitto (essenzialmente quattro, oltre ovviamente all’evento scatenante iniziale: il fatto che Alan sia sempre al telefonino, la sua causa con una casa farmaceutica, i frequenti malori di Nancy, il criceto che John avrebbe abbandonato per strada). Le certezze del pubblico e i cliché vengono intelligentemente ribaltati:  il “cattivo” della pellicola è l’unico consapevole della realtà odierna e l’unico che, quindi,  segue coerentemente i suoi valori (o meglio, i suoi NON valori, visto che del figlio non gliene frega nulla, della famiglia tanto meno e non fa niente per nasconderlo, fino alla fine). In un certo senso quindi l’unico personaggio sincero e quindi relativamente positivo è lui, sicuramente più di quanto non siano gli altri tre: Nancy è debole, vanesia e schiava delle apparenze, Penelope invece è progressista e pacifista in apparenza ma in realtà è un’egoista che sfrutta i problemi del figlio solo per mostrare le sue presunte qualità, insoddisfatta della vita e con un marito felice della propria ignoranza e mediocrità, costretto a tenere alte le aspettative della moglie. Gli attori che interpretano questi quattro personaggi sono ovviamente tutti bravissimi; personalmente, adoro Christoph Waltz quindi forse non sono molto obiettiva nel dire che il migliore è sicuramente lui, tuttavia anche John C. Reilly, che solitamente non sopporto, incarna alla perfezione il difficile personaggio di John.  Però, oltre alle interpretazioni magistrali e alla storia effettivamente accattivante ed interessante, ho amato soprattutto il finale. Senza rivelarlo, dico solo che è meraviglioso assistere ad un’ora e mezza di esilaranti scene isteriche, comportamenti a dir poco grotteschi e sceneggiate da primedonne… solo per poi vedere ribadita la loro inutilità con una conclusione ironica e pungente, dove le immagini parlano da sole, senza bisogno di ulteriori dialoghi. Insomma andate a vedere Carnage perché, nel suo genere, è davvero un piccolo gioiello.



Di Christoph Waltz, che interpreta Alan Cowan, ho già parlato qui. Kate Winslet interpreta Nancy Cowan, trovate il suo trafiletto qua. Anche John C. Reilly, nei panni di John Longstreet, ha avuto modo di comparire sul Bollalmanacco qui.

Roman Polanski (vero nome Rajmund Roman Liebling) è il regista della pellicola. Un altro dei miei registi preferiti in assoluto, lo ricordo per film come Per favore non mordermi sul collo, il bellissimo Rosemary’s Baby, Chinatown, Pirati, La nona porta, Il pianista (con il quale ha vinto l’Oscar come miglior regista) e Oliver Twist. Francese, anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 78 anni.



Jodie Foster (vero nome Alicia Christian Foster) interpreta Penelope Longstreet. Universalmente considerata come una delle attrici più potenti di Hollywood, emblema di un tipo di cinema “di massa” ma anche molto intellettuale, la ricordo per film come Due ragazzi e … un leone, Taxi Driver, Tutto accadde un venerdì, Una ragazza, un maggiordomo e una lady, Hotel New Hampshire, lo splendido Il silenzio degli innocenti (per il quale ha vinto il suo secondo Oscar come migliore attrice protagonista, il secondo era arrivato nel 1989 con Sotto accusa) , Il mio piccolo genio, Sommersby, Nell, Anna and the King, Panic Room e il recente Mr. Beaver. Ha partecipato anche a serie come Una moglie per papà, The Addams Family, X – Files e doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttrice e regista, ha 49 anni e un film in uscita.



E ora vi lascio col trailer originale del film... ENJOY!!




Pubblicato su The Ed Wooder

giovedì 22 settembre 2011

Recensione: Critters (1986)

Nostalgia nostalgia “chénégliaaaaHHH” si cantava in altri tempi più felici, quando Al Bano e Romina ci davano ancora modo di credere nell’amore eterno, per dire. O quando anche una belinata di film come Critters, diretto nel 1986 da Stephen Herek, assurgeva al ruolo di cult e anche il solo sentirlo nominare metteva i brividi a me che ero piccina picciò.



Trama: in un paesotto campagnolo americano atterrano i Critters, un gruppetto di alieni pelosi, cattivi e mordaci, che non ci pensano due volte ad assediare una sfigatissima famiglia di autoctoni. Nel frattempo, dallo spazio, arrivano anche due cacciatori di taglie sulle tracce degli extraroditori…



Ho dovuto compiere i trenta prima di riuscire a vedere Critters. Non che le occasioni mi fossero mancate negli anni ’80, complice un cugino “merda” (con affetto, ovviamente!!) dall’insana passione per gli horror, ma grazie ad una madre premurosa, a leggende metropolitane legate alla presunta sanguinosità della pellicola in questione e ad una mia vaga codardia, non c’ero mai riuscita prima. In compenso, ho avuto modo di innamorarmi dei Gremlins, di cui alla fine Critters è una vaga e un po’ scadente scopiazzatura, anche se dallo spirito più affine ai b – movie di fantascienza anni ’50. Visti i presupposti, immaginate quindi la mia perplessità durante e dopo la visione del film! Critters di horror ha giusto un 10%, il resto è puro, esilarante e quasi commovente trash USA.



Prendete una roccia di cartone che vaga nello “spazio”, prendete gli alieni carcerieri più tristi che possiate immaginare e metteteli a parlare di un fantomatico “carcere intergalattico” da cui scappano i terribili Critters. Prendete poi due cacciatori di taglie decisi ad ingabbiare gli extraroditori, due alieni senza faccia che, chissà perché, decidono di assumere l’aspetto degli umani più orrendi e bolsi sulla faccia del pianeta. Inserite il tutto nella tipica provincia cafona USA che tutti conosciamo e amiamo, con sceriffi rincoglioniti, ubriaconi del paese e l’ovvia famiglia composta da padre e madre amorevoli e lavoratori, figlio minore scapestrato e furbetto, figlia maggiore vanerella e zoccoletta ma dal cuore d’oro e avrete il mix ideale per un film à la Tremors altrettanto divertente anche se più povero.



Del tanto temuto gore che immaginavo da piccola non c’è praticamente nulla: qualche morso ben dato ai protagonisti principali, un paio di mucche e galline sbranate e un'altra morte fuori campo (o meglio, sotto una macchina!), per il resto i Critters si limitano a mostrare le zannine e il brutto musetto o a saltellare qua e là come tanti porcospini, risultando talvolta inarrestabili, talvolta intimoriti dalla semplice vista di un fucile, comunque abbastanza spaventevoli e divertenti (il Critter che stacca la testa al pupazzetto di ET è geniale!). Mai spaventevoli, ovviamente, come la faccia dell’alieno/rockstar, dalla capigliatura marmorea quanto la sua espressione, o come gli orridi effetti speciali, con le astronavi identiche a quelle di Big Jim. E proprio per tutte queste cose, senza dimenticare il finale che mescola Mulini Bianchi a bastardate da primato, nomino Critters film imperdibile e degno di essere messo tra i cult infantili riscoperti troppo tardi!



Di Dee Wallace, qui nei panni di mamma Helen, ho già parlato qua, mentre Lin Shaye, che qui interpreta Sally, la trovate qua.

Stephen Herek è regista e sceneggiatore del film. Americano, ha girato film come I tre moschettieri e La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera. Anche produttore, ha 53 anni e un film in uscita.



Il regista è quello basso!



Billy Zane (vero nome William George Zane Jr.) interpreta Steve. E’ vero che compare solo per una decina di minuti nel film, ma siccome lo trovo un gran fico, soprattutto quando interpreta Satana nel film I racconti della Cripta – Il cavaliere del male, e siccome ha interpretato il ruolo di Joe Dee Foster nel geniale (e non mi vergogno assolutamente a dirlo!!) Il silenzio dei prosciutti, non fa male citarlo e ripercorrerne un po’ i trascorsi. Tra i suoi altri film ricordo Ritorno al futuro, Ore 10: Calma piatta, Ritorno al futuro parte II, Orlando, Acque profonde e Titanic, inoltre ha partecipato a serie come La signora in giallo, Twin Peaks e Streghe. Americano, anche produttore e regista, ha 45 anni e dieci film in uscita.



M. Emmet Walsh (vero nome Michael Emmet Walsh) interpreta lo sceriffo Harv. Americano, ha partecipato a film come Blade Runner, Bigfoot e i suoi amici e Romeo + Giulietta, oltre a serie come Starsky & Hutch, La casa nella prateria, Ai confini della realtà, Flash, Quell’uragano di papà, Oltre i limiti, X – Files, NYPD e Frasier. Ha 76 anni e un film in uscita



Scott Grimes interpreta il piccolo Brad. Difficile riconoscere lo scapestrato e simpatico ragazzino di allora nel più odioso degli ultimi protagonisti della serie E.R. Medici in prima linea, il pel di carota Dottor Morris, eppure eccolo lì! Tra gli altri film a cui ha partecipato l’attore americano segnalo Critters 2, mentre per quanto riguarda le serie televisive, lo trovate in episodi di Ai confini della realtà, Party of Five, Band of Brothers e Dexter; inoltre, in originale presta la voce a Steve, il figlio adolescente di American Dad!. Ha 40 anni e un film in uscita.



Del film esiste anche un finale alternativo “più realistico”, nel quale i danni provocati dagli alieni non si risistemano. Se Critters vi fosse piaciuto, sappiate che ne esistono tre seguiti: Critters 2 del 1988, Critters 3 del 1991 (con un giovanissimo Leonardo Di Caprio) e Critters 4 del 1992. Ovviamente, liberissimi di guardarvi anche due capolavori del genere come il sottovalutato Tremors oppure Essi vivono di John Carpenter. E ora vi lascio col trailer originale del film... ENJOY!!

lunedì 19 settembre 2011

Giallo (2009)

No, ma non è colpa sua. E’ mia. Perché io mi ostino a dare seconde, terze, quarte chance a Dario Argento, rifiutando di credere che un grande dell’horror, ad ogni film, si affossi sempre più nel pantano della triste mediocrità. Così, nonostante gli avvertimenti di tutti quelli che lo avevano già guardato, mi sono vista Giallo, la sua ultima “fatica” risalente al 2009 e uscita in pochissime sale italiane, pare, il mese scorso.



Una delle locandine più brutte della storia del cinema. Hitchcock si è rivoltato nella tomba.



Trama: un killer vaga in taxi per le strade di Torino, catturando ragazze ed uccidendole a causa della loro bellezza. Quando il mostro rapisce la sorella di una hostess, quest’ultima decide di chiedere aiuto alla polizia e comincia ad affiancare l’ispettore Avolfi nelle indagini…



Io non so da dove cominciare. Giallo parte bene, porca miseria, è quello che mi mette rabbia. C’è una bella musica, un’interessante sequenza iniziale dove il montaggio alterna il punto di vista del killer che si prepara per la sua caccia sulle strade di Torino e la serata apparentemente tranquilla di due turiste giapponesi che, come sappiamo, prenderà una bruttissima piega. Lì mi sono rilassata e ho pensato “Ah, ma su. Non è così male come mi avevano detto. E poi gli occhi del tassista non sono quelli di…? Uuuuh, che colpaccio di scena!! Ma spiattellato subito così? Peccato.” Peccato sta cippa, perché il colpo di scena non c’è. Non mi preoccupo nemmeno di mettere un’avvertenza spoiler, perché non posso rovinare una sorpresa che non esiste: sì, gli occhi del killer sono quelli di Adrien Brody, che interpreta anche l’ispettore. Ma non vi preoccupate, non ci sarà questo incredibile quanto banale twist perché il buon Brody, oltre ad essere produttore di questa ciofeca, ha pensato anche di prestarsi ad interpretare ben due personaggi. E che personaggioni!!



L’intera fauna di varia umanità che popola Giallo ha dalla sua una simpatia rara e una brillantezza, una vivacità decisamente fuori dal comune. Basti pensare che il 70% dei dialoghi è fatto di domande: “Cosa? Cos’hai detto? EH? Come? Ma… in che senso?” E santo Cielo, comprati un Amplifon, posso capire la hostess, ma perché un ispettore non dovrebbe capire una mazza in questo modo? Ci fosse almeno un qualche gap linguistico, macché. Non ho idea di come sia la versione italiana, perché personalmente ho avuto la (s)fortuna di beccare quella internazionale, ma sappiate che in quel di Torino TUTTI, dalle vecchie di 97 anni al bambino di 4 parlano un inglese se non perfetto almeno accettabile, e quando i poliziotti intimano l’arresto non dicono “Altolà”, bensì “Freeze!!”, roba che se fosse davvero così sai quanti frigoriferi si beccherebbero in faccia? Le vittime non si conterebbero più. E infatti la perfidia di Argento non la troviamo tanto nella trama o nelle immagini, il vero orrore sta nel vedere il povero Adrien Brody che si sbatte per pronunciare il suo nome, Enzo Avolfi, che detto da lui suona più o meno come ensoawulf. Ohibò. Ma avete ragione, questo è un blog di cinema, non dovrei stare a cogliere ogni difetto linguistico della pellicola. Sicuramente la trama e la realizzazione saranno impeccabili. Convinti, sì sì.



Delle immagini arzigogolate, artistiche ed efferate che hanno contribuito ad affermare Argento, non vi è traccia. Un dito tranciato, un paio di mani affettate da vetri e camminare, non c’è niente (altro) da vedere. Lo credo che gli effetti speciali per queste due sequenze siano buoni, insomma. Ah no, scusate, dimenticavo anche la lama di un coltellaccio da cucina che si infila per intero nella gola di una donna, durante uno dei flashback più inutili della storia del cinema, una cosa di rara tristezza, dove immagini alla Il piccolo Lord si mescolano a quelle di un bordello d’altri tempi solo per spiegare il trauma infantile dell’ispettore. E se l’infanzia dell’uno è triste, dovete solo aspettare che arrivi il momento dove ci viene raccontata quella del killer, un povero bambino “scherzato” perché afflitto da una malattia che lo rende giallo e di conseguenza pure picchiato dalle suore perché osa lamentarsi; a parte che giallo è una parola grossa, se non me lo dicevano neppure me ne accorgevo, perché il problema di costui non è il colore. Il gran difetto del personaggio è l’orrendo trucco posticcio con cui hanno seppellito la faccia di Brody, che come sovrappiù indossa anche una parrucchetta “ginger” completa di bandana, che nemmeno alle feste truzze in spiaggia le vedi!! La finiamo qui? No, dai, lasciatemi parlare della caratterizzazione dei vari personaggi.



Dai, su, sembra un incrocio tra John Rambo e uno dei BeeHive. Magari Mirko.



Diceva il “buon” Sgarbi: “CAPRE!CAPRE!CAPRE!”. E questa invettiva riflette bene il pensiero che mi ha colpito la mente nel veder recitare tutti i coinvolti. Adrien Brody prende l’Oscar, lo butta nel cesso e tira lo sciacquone a rischio di allagarsi il bagno; la sua caratterizzazione dell’ispettore prevede, oltre allo scazzo cosmico, il consumo di una quarantina di pacchetti di sigarette e almeno un quarto d’ora di occhio perso nel vuoto. Un po’ migliore l’interpretazione di Giallo, a patto che lo spettatore diventi sordo ad ogni sua comparsa e ignori il penoso rantolio dell’americano che cerca di fingersi un italiano che parla un inglese forzato. Andiamo avanti. Emmanuelle Seigner è vajassa da far schifo, la sequenza finale dove insulta come una bestia l’ispettore, dopo essersi comportata da imbecille per tutta la durata della pellicola è da manuale, ma nulla a che vedere con la sorella Celine che, nelle mani di un maniaco pazzo, non trova altra soluzione se non quella di urlargli addosso e ribadire la sua bruttezza con ovvi risultati. Pietà, vi prego. La finisco qui perché non ne ho davvero più voglia. Anzi no, aggiungo una piccola postilla e vi faccio notare che, 99 su 100, l’ingannevole titolo e la stupidissima trama sono stati concertati apposta per vendere il film all’estero, siccome Argento è considerato oltreoceano il re del giallo all’italiana, appunto. Shame on you, Dario.



Del regista Dario Argento ho già parlato qua, mentre un trafiletto su Adrien Brody, che interpreta sia l’ispettore Enzo Avolfi che il killer Giallo, lo trovate qui.

Emmanuelle Seigner interpreta Linda. Francese, la ricordo per  film come Nirvana e La nona porta. Ha 45 anni e due film in uscita.



Avrebbe dovuto essere Vincent Gallo ad interpretare l’ispettore Avolfi, ma siccome la sua ex Asia Argento era stata “scelta” (si può dire scegliere quando il regista è tuo padre, un uomo che si ostina a farti recitare nonostante sia palese agli occhi del mondo intero che non ne sei in grado???) per il ruolo di Linda ha pensato bene di rifiutare. Il fatto che Asia, in seguito, abbia dovuto rinunciare alla parte in quanto incinta, mi fa pensare che da qualche parte un Dio esista. Quel che non capisco però è perché anche Ray Liotta si sia tirato indietro lasciando così spazio a Brody… mi sa che Quel bravo ragazzo ci vede più lungo di quanto sembra. Comunque, tornando a parlare di ex, l’attrice che interpreta Celine, Elsa Pataky, all’epoca era la fidanzata di Brody, mentre ora è la moglie di Chris “Thor” Hemsworth. Tante volte, il caso. Ma voi invece non cercate film a caso, come faccio io, e guardatevi Profondo Rosso, diretto da Dario Argento quando ancora poteva definirsi il re del giallo. Volete il trailer? Non è male, meglio del film! ENJOY (vabbé...) !!

venerdì 16 settembre 2011

Super 8 (2011)

Obiettivo settimanale raggiunto! Dopo sono riuscita ad andare a vedere anche Super 8, l’ultima fatica del regista e sceneggiatore J.J.Abrams, uscendo dalla sala soddisfatta, anche se non tanto quanto avrei voluto.



Trama: mentre stanno girando un corto amatoriale, alcuni ragazzini diventano involontari testimoni di un incidente ferroviario. Da quel momento la cittadina in cui vivono comincia a diventare teatro di inquietanti sparizioni e strani fenomeni, tutti legati al misterioso carico che il treno trasportava…



Super 8 era uno dei film che aspettavo da tempo e con ansia. Dal trailer si capiva che la pellicola avrebbe mescolato atmosfere horror/fantascientifiche ad una storia dal sapore vintage, molto anni ’80, con il gruppo di bambini svegli ed intraprendenti che, affrontando un’esperienza fuori dal comune, sarebbero maturati sia nei loro rapporti che in quelli con le rispettive famiglie. Questo è sicuramente il genere di film che amo di più ed effettivamente, guardando Super 8, si può capire che le promesse del trailer, per una volta, sono state mantenute. D’altra parte ci hanno messo le mani Steven Spielberg (che l’80% delle volte è sempre una garanzia anche quando si limita a produrre) e J.J. Abrams, che tra Alias e Lost è diventato uno dei miei autori preferiti ed è riuscito a trasporre elementi i di queste due serie anche nella pellicola (la presenza pericolosa ed incombente del “fumo nero” di Lost, misteri che vengono svelati poco a poco, la fondamentale malvagità di esercito e servizi segreti), quindi il risultato non poteva essere che positivo.



Super 8 entra nel vivo della trama con una sequenza iniziale, quella dell’incidente ferroviario, a dir poco spettacolare ed emozionante, come da tempo non mi capitava di vedere, e regala altre scene mozzafiato come il primo attacco dell’alieno, l’evacuazione dell’intera cittadina, la guerriglia impazzita nelle strade vuote, il confronto finale nella tana del mostro. Ma il film non è solo, e per fortuna, un’ininterrotta sequenza di pur splendide scene d’azione, ha anche un cuore incarnato innanzitutto dai bravissimi attori che interpretano l’adorabile gruppo di mocciosi aspiranti cineasti. Come i Goonies che cercavano il tesoro di Willie l’Orbo, il gruppetto di “freaks” capitanato dal dolce Joe non è privo di problemi abbastanza seri (la madre del protagonista è morta lasciandolo con un padre vicesceriffo che preferisce risolvere i problemi della città piuttosto che affrontare il rapporto col figlio, il padre di Alice è un ubriacone con un terribile segreto e, in generale, gli altri pargoli sono rispettivamente ciccioni, fuori di testa e mammolette!) ma ognuno dei componenti ha una sua peculiarità che lo rende indispensabile, scafatissimo e divertente. Considerato anche che la colonna sonora di Michael Giacchino è evocativa da morire, che la CG del mostro alieno è ben fatta e non invadente e che il finale, oltre a mostrare un’altra sequenza da applauso, è commovente e di una dolcezza infinita… come mai ho ancora quel senso di insoddisfazione?



Francamente è difficile trovare un perché, ma mi sono accorta di questo “disagio” anche dal fatto che non mi uscivano le parole per la recensione. Quindi, pensando e ripensando, sono arrivata a pensare che forse, da brava figlia degli anni ’80, ho risentito innanzitutto di un senso di “finzione”. In qualche modo, infatti, mi è sembrato di poter grattare via la patina del recente passato e scorgere il presente sotto ogni personaggio, ogni scenografia, ogni gag tesa a sottolineare il distacco tra l’oggi e il ieri (esempio banalissimo: la camera di Charles, col manifesto del primo Halloween e la scatola del Big Jim messi in bella vista, oppure lo sceriffo che dice allo streppone armato di walkman “Uno stereo da portare in giro! Dove andremo a finire…”), e mi è sembrato di vedere persone che “giocavano” a rifare l’atmosfera di quegli anni. Inoltre, sempre rimanendo in tema, Super 8 non è altro che il figlio ibrido del già citato cult I Goonies e di un altro grande classico, E.T. l’Extraterrestre, due pietre miliari del cinema fantastico per ragazzi. Ripensando a queste due pellicole il confronto diventa impari e l’unico a perderci è il pur ben fatto Super 8, che risulta così un po’ freddino, incompleto ed imperfetto, privo sia dell’innocenza goliardica de I Goonies che dell’assoluta poesia di E.T.. Che tristezza, gente, sto diventando una vecchia e nostalgica brontolona, me ne rendo conto. Ma voi che siete GGGGiovani, non tituBBate, andate a vedere Super 8 con animo lieto e godetevi una grande e bella avventura, senza uscire durante i titoli di coda, perché lì c’è  la vera trovata geniale dell’intera pellicola: preparatevi ad emozionarvi davanti alla visione di “The Case”, il corto amatoriale girato appunto dai ragazzini protagonisti, un divertente film nel film di cui potrete testimoniare la realizzazione per tutta la durata di Super 8!

J.J. Abrams (dove le due J stanno per Jeffrey Jacob) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Come ho già avuto modo di dire, lui è la mente che ha creato meraviglie come Alias e Lost, mentre da regista ha firmato Mission: Impossible 3 e Star Trek. Anche produttore, attore e compositore, ha 45 anni e un film in uscita, il seguito di Star Trek.



Elle Fanning (vero nome Mary Elle Fanning) interpreta Alice. Sorella minore di Dakota Fanning, della quale sta cominciando ad eguagliare la fama e, recentemente, anche a superarla, ha già partecipato a film come Mi chiamo Sam, Déjà Vu – Corsa contro il tempo e Il curioso caso di Benjamin Button, oltre a serie come Taken, CSI: Miami, CSY: NY, Dr. House, Law & Order e Criminal Minds; ha inoltre doppiato la versione in lingua inglese de Il mio vicino Totoro. Ha 13 anni e due film in uscita.



Kyle Chandler interpreta Jackson, il padre di Joe. Americano, ha partecipato a film come King Kong e serie come Freddy’s Nightmare, Ultime dal cielo, Grey’s Anatomy e Robot Chicken. Anche produttore e regista, ha 46 anni e un film in uscita.



Ron Eldard (vero nome Ronald Jason Eldard) interpreta Louis, il padre di Alice. Americano, ha partecipato a film come Scent of a Woman – Profumo di donna, Una cena quasi perfetta e Sleepers, oltre a serie come E.R. Medici in prima linea e Law & Order. Ha 46 anni.



Noah Emmerich interpreta Nelec. Americano, ha partecipato a film come Last Action Hero – L’ultimo grande eroe, The Truman Show e Frequency – Il futuro è in ascolto, oltre a serie come NYPD, Melrose Place, Law & Order, Monk e The Walking Dead. Ha 46 anni e un film in uscita.



Tra gli altri attori che compaiono in ruoli più o meno importanti segnalo l’immancabile Greg Grunberg (presente in ogni produzione di J.J. Abrams, ma ammetto che qui è talmente sacrificato che non sono neppure riuscita ad individuarlo, e sì che lo adoro, sigh…), l’insospettabile Michael Giacchino, compositore della splendida colonna sonora del film, nei panni di uno dei poliziotti, Dan Castellaneta, storico doppiatore originale di Homer Simpson, qui nel ruolo del venditore di auto usate che si ritrova senza motori e infine Glynn Turman. Ve lo ricordate, nei Gremlins, il professore di Billy, quello che voleva fare esperimenti su uno dei mostriciattoli… e finiva mangiato? Ecco, qui torna nei panni del Dr. Woodward. Joel Courtney invece, il giovane attore che interpreta Joe, è da tenere d’occhio perché uno dei suoi prossimi ruoli sarà quello di Tom Sawyer nel film Tom Sawyer & Huckleberry Finn, che uscirà nel 2013. Concludendo con i soliti consigli, li ho già citati più di una volta, quindi se vi è piaciuto Super 8 guardate anche I Goonies ed E.T. L’Extraterreste, ai quali aggiungo anche Incontri ravvicinati del terzo tipo. E ora vi lascio al trailer originale del film.... ENJOY!!!