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domenica 31 gennaio 2016

The Hateful Eight (2015)

Dear Quentin,

Hello. It's me (leggilo con la voce di Adele, per favore). Sono passati quattro anni dall'ultima lettera d'aMMore che ti ho scritto e sinceramente sono un po' arrabbiata. Innanzitutto, non hai mai risposto ma pazienza, so che mi pensi sempre tanto; seconda cosa, alla prima di The Hateful Eight a Roma c'era persino quella pucchiacca della D'Urso, ti costava tanto togliere il posto a lei e darlo a me? Tra l'altro, dovresti sapere che abito a Savona quindi poteva anche mettermi male andare a vedere il film proiettato in 70 mm come volevi tu ma, per fortuna, a questo ho posto rimedio: sono partita, sono andata fino all'Arcadia di Melzo (un postaccio, mi perdonino i Melziani, anche se il multisala dentro è davvero IL trionfo), solo per fare la Tua Volontà. E quanto ho goduto, santo Te.


'sti profani: "che differenza passa tra la versione 70 mm e quella normale?". Beh. Tolto che, almeno all'Arcadia, lo schermo era talmente grande e le immagini talmente profonde, ben definite e ricche che sembrava di essere DENTRO il film, a ghiacciarsi il midollo nella tormenta di neve o a passeggiare tra le quattro mura dell'emporio di Minnie sfiorando i personaggi presenti. E poi. Quattro minuti di Ouverture, a godersi l'inquietante melodia che il Maestro Morricone ha realizzato per il film senza che nessuna immagine scorresse sullo schermo, pregustandosi l'atmosfera di un western che tale non è, più giallo e horror che racconto di frontiera; la possibilità di avere inquadrature più ampie, consentendo allo spettatore di cogliere dettagli impensabili per un formato "moderno" (aspetto di vedere anche la versione digitale per capire meglio le differenze ma, Quentin bello, anche il mio occhio non allenato ha percepito la meraviglia!); un intermezzo di 12 minuti esatti, dopo il quale il film, per una volta volutamente interrotto al punto giusto, riprende con la tua garrula vocetta narrante a fare da ironico contrappunto alle tesissime vicende appena passate sullo schermo. Basterebbero solo queste poche cose per giustificare un pellegrinaggio nelle tre sale italiane che proiettano The Hateful Eight in questo formato ma la mia competenza non è tale da riuscire a descrivere e farti capire quale esperienza folgorante sia stata la visione "in glorioso 70 mm" del tuo film, quindi mi fermo qui: tanto l'hai girato tu, lo sai.


La storia, non te lo sto nemmeno a dire, l'ho adorata. Qualche vecchio barbogio che non voglio nemmeno nominare in una lettera destinata a te, ha osato dire che The Hateful Eight è noioso, pieno di dialoghi inutili, inconcludenti, altre bestemmie del genere. Ora, questa sensazione l'avevo provata nella prima parte di A prova di morte, sai benissimo che quel film tra tutti è quello che mi è piaciuto di meno (pur essendo sempre meraviglioso, ovvio!!!!), ma stavolta no, che ca**o. Ogni dialogo è funzionale, crea legami tra i personaggi, ci racconta qualcosa della loro personalità, viene ripreso nelle scene seguenti per arricchire di ulteriori significati le loro azioni, insomma, ogni parola spesa in The Hateful Eight (come anche ogni silenzio e ogni gesto) è INDISPENSABILE. Tre ore? Mi sono sembrate una e mezza, nemmeno. Alla fine ne volevo ancora. Quando comincia la parte "gialla", preceduta da un'infinità di scene atte a mettere dubbi non solo ai protagonisti ma anche allo spettatore, io ormai ero già catturata in quel "whoddunnit?" che parte dal primo incontro tra John Ruth e il Maggiore Marquis, ma ho dimenticato tutto nell'esatto momento in cui hai scelto di regalare a Samuel L. Jackson il ruolo migliore dai tempi di Pulp Fiction. Durante quel lungo monologo che conclude il primo tempo sono rimasta ipnotizzata, talmente appesa alle parole del Maggiore che il vero motivo del suo racconto ha colpito anche me come un colpo di pistola; poi, vabbé, è cominciata la peggior macellata dell'ultimo anno e vorrei conoscere UN solo spettatore capace di dire che The Hateful Eight è un film lungo, noioso ed inconcludente. A parte che ad un certo punto sembrava di vedere QUELLA puntata de I Griffin e mi sono sentita male per lo schifo e lo shock, sei riuscito a sconvolgermi non solo con il sangue ma anche con il tripudio di rivelazioni che ne è seguito, che hanno mandato a gambe all'aria buona parte del quadro accusatorio che mi ero fatta, ma anche con quel terribile flashback: in dieci minuti sei riuscito a spezzarmi il cuore e ad ammazzarmi d'ansia NONOSTANTE sapessi come sarebbe andata a finire la storia. Sei cattivo, ma ti amo.


Ti amo anche e soprattutto per avermi restituito delle Iene in gran spolvero. No, dico: unire Le Iene al western, alla storia americana della guerra di secessione, alle atmosfere claustrofobiche de La cosa. Solo tu potevi riuscirci. Tu e la manica di "bastardi" che hai messo assieme. Un po' di diludendo l'ho avuto dalla consapevolezza che non hai sfruttato al meglio gli adorati Tim Roth e Michael Madsen, troppo defilati povere creature, anche se Ted il Tuttofare pareva voler uscire dalle vesti di Oswaldo Mobray e dare idealmente il cinque al Christoph Waltz di Django Unchained. Samuel L. Jackson e Kurt Russell sono favolosi, Walton Goggins è esilarante e sei riuscito persino nella non facile impresa di rendermi gradito quel mollume di Channing Tatum ma i fiori all'occhiello di The Hateful Eight sono Jennifer Jason Leigh e Bruce Dern. Bruce Dern, santo cielo, che si "limita" a fare il vecchio rincoglionito!!! Come sei riuscito a rendere un personaggio simile una delle colonne portanti dell'intera vicenda lo sai solo tu... ma parliamo di Jennifer: un mostro. Mai una donna estrapolata dal contesto di un film horror è riuscita a farmi così "schifo" e allo stesso tempo ispirarmi tenerezza e simpatia. La sua trasformazione da semplice criminale a terrificante strega ricoperta di sangue e senza alcuna parvenza di umanità sul viso non è solo frutto dell'incredibile lavoro di Nicotero, Berger e compagnia, questa donna ha lavorato sugli sguardi, sui gesti, sulla voce (ma che bella è la sua ballata???) ed è diventata l'unico personaggio di sesso femminile capace di tenere testa a delle divinità maschili in guisa di attori! Vogliamo darle l'Oscar? Io lo farei ma so che la Academy ha altri progetti, ahimé. Tuttavia, credo che lavorare in un tuo film sia già di per sé il premio di una vita. Ah, voto 11 anche per avere inserito la sempre carinissima Zoe Bell e il figlio numero 1, povero sfigato.


In sostanza, aMMore mio, ho ADORATO The Hateful Eight. Probabilmente non entrerà nella cinquina dei tuoi film migliori ma ho già voglia di rivederlo e lo farò di sicuro, magari la settimana prossima, perché più ci penso più mi sembra meraviglioso. Sì, anche col doppiaggio italiano, nonostante quel paio di scelte scellerate (lo spagnolo parlato dal doppiatore italiano?? La canzone cantata prima in inglese POI in italiano? Eccheschifo, mettete due sottotitoli, santo Quentin!) e l'orrida voce che ti hanno appioppato. Ora ti saluto, "Mary mi sta chiamando", ha-ha. Ciccio, scherzavo: attendo tue nuove, non costringermi a scrivere una finta lettera di risposta come se fossi un Abramo Lincoln qualunque!!!

Sempre tua,
Bollina


Del regista e sceneggiatore Quentin Tarantino ho già parlato QUI. Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren), Kurt Russell (John Ruth), Jennifer Jason Leigh (Daisy Domergue), Walton Goggins (Sceriffo Chris Mannix), Demián Bichir (Bob), Tim Roth (Oswaldo Mobray), Michael Madsen (Joe Gage), Bruce Dern (Generale Sandy Smithers), Zoe Bell (Judy Sei Cavalli) e Channing Tatum (Jody) li trovate invece ai rispettivi link.

James Parks (vero nome James Jean Parks), interpreta O.B. Jackson. Americano, lo ricordo per film come Fuoco cammina con me, Dal tramonto all'alba 2, Kill Bill - Vol. 1, Kill Bill - Vol.2, Grindhouse, Grindhouse - A prova di morte, Machete e Django Unchained; inoltre, ha partecipato a serie come Buffy l'ammazzavampiri, Walker Texas Ranger, Nash Bridges, X-Files, Numb3rs, CSI, Bones e 24. Ha 48 anni e due film in uscita.


Tra gli altri attori segnalo la presenza di Gene Jones (protagonista di The Testament) nei panni di Sweet Jay. Parlando invece di chi non ce l'ha fatta

SPOILER

Viggo Mortensen avrebbe dovuto interpretare Jodie ma ha dovuto rinunciare perché impegnato in altri film; la morte di Jodie stesso avrebbe dovuto essere ben più brutale (mangiato vivo dai ratti dopo essere stato colpito da Warren e Mannix), così come quella del Generale (l'impatto del proiettile lo avrebbe dovuto spedire dritto tra le fiamme del camino) e di Warren (ucciso dalla stessa Daisy). In ultimo, The Hateful Eight è pieno di riferimenti ad altri film girati da Quentin: intanto si svolge nello stesso universo di Django Unchained, come testimoniano alcune delle selle presenti nelle scene, poi il personaggio di Tim Roth è sicuramente un antenato del Archie Hicox di Bastardi senza gloria. E queste sono solo un paio delle tante gioie nascoste in The Hateful Eight: se vi fosse piaciuto, recuperate TUTTA la filmografia di Quentin e riempitevi la vita d'aMMore! ENJOY!


Edit del 1/02/2016

Quentin ha risposto. E come il Maggiore Warren con Lincoln, mi bullo di quest'onore: Tié!


venerdì 29 gennaio 2016

Dio esiste e vive a Bruxelles (2015)

Sia benedetto il cinema d'élite e il passaparola tra colleghi! Senza questi due fondamentali elementi non avrei mai guardato Dio esiste e vive a Bruxelles (Le tout nouveau Testament), diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Jaco Van Dormael.


Trama: Dio esiste, vive a Bruxelles e ha un figlia, Ea, che mal sopporta la cattiveria del padre verso la famiglia e l'umanità intera. Un giorno Ea manomette il computer del padre e scappa sulla terra, decisa a raggruppare sei apostoli da aggiungere ai dodici del fratello Gesù...


What if God was one of us?, cantava Joan Osborne. La bella cantante lo vedeva come un uomo solitario, perso in un mondo incapace di riconoscerlo, anonimo come la maggior parte delle persone che incontriamo ogni giorno. Jaco Van Dormael alza il tiro e ci offre un'interpretazione meno poetica ma forse un po' più "veritiera" di un'entità superiore che si diletta a scatenare le peggio cose sulla sua Creazione: Dio è un uomo squallido, la versione belga di uno dei Fratelli Peluria, ha una moglie e una figlia che comanda a bacchetta e un appartamento che è la quintessenza della tristezza bassoborghese, è violento, sadico, cattivo e soprattutto vittima di una ristrettezza mentale insopportabile, tanto che il figlio Gesù ha preferito morire piuttosto che rimanere chiuso sotto il suo stesso tetto per l'eternità. Mentre la moglie (sì, Dio ha anche una moglie!) subisce le sue angherie in silenzio, annullandosi sotto gli epiteti che Lui le vomita addosso ogni giorno, la figlia Ea decide di mettere una pezza al lavoro quotidiano del Padre e di fuggire di casa, non prima di avere rivelato ad ogni singolo essere umano la data della propria morte. Come una novella Amélie (i riferimenti all'adorabile film di Jeunet sono molteplici), la piccola Ea si mette alla ricerca di sei apostoli, sei anime da aiutare, ognuno con la propria, grottesca storia che non vi sto ovviamente a rivelare e, aiutata da un clochard in veste di scriba, combina le tessere di quello che sarà il Nuovo Nuovo Testamento, un'arma di speranza con la quale contrastare lo strapotere del Divino Despota e migliorare non solo la vita dell'intera umanità ma anche e soprattutto la propria e quella di sua madre. Dio esiste e vive a Bruxelles è una commedia surreale fatta di tante intuizioni e scene esilaranti che nasconde tuttavia un cuore di amarissima ironia e spesso porta a riflettere non solo sulla stupidità umana (o Divina) ma anche sul proprio modo di intendere l'esistenza: la sceneggiatura porta all'attenzione dello spettatore moltissimi esempi di vite sprecate e rovinate da fobie, preconcetti, insoddisfazione e da tutte quelle piccole o grandi catastrofi che Dio o chi per Lui ama infilare nel nostro cammino verso la felicità facendoci diventare deboli ed insicuri, rendendo di fatto il film una tragicommedia molto meno "sciocca" di quello che sembrerebbe ad una prima analisi.


Il titolo italiano come spesso accade è fuorviante: Dio, interpretato magistralmente da un abietto Benoît Poelvoorde, non è il protagonista assoluto della pellicola e spesso la sua onnipotenza va bellamente a farsi friggere, cosa che lo rende di fatto il fulcro comico del film. Piuttosto, la sceneggiatura si concentra sulla stesura del Nuovo Nuovo Testamento (come da titolo originale ed internazionale, ah ah) e il film è stato conseguentemente realizzato come un patchwork di eventi in tempo reale, flashback e intermezzi umoristici tenuti assieme dalla voce narrante della piccola Ea, che pare effettivamente leggere la genesi di questo nuovo libro sacro. Il risultato è che, nonostante la potenza dell'idea di base, non tutte le storie e i personaggi sono allo stesso livello qualitativo: alcune sfiorano la farsa (la Deneuve e il gorilla, un binomio imbarazzante...) mentre altre sono poco coinvolgenti (l'idea di un impiegato che segue uno stormo di uccelli è poetica ma non brilla particolarmente) e rischiano di stufare o scoraggiare quegli spettatori che magari si aspettavano una commedia ben più corrosiva. Stiano alla larga da Dio esiste e vive a Bruxelles anche coloro che odiano lo stile di Jeunet perché Van Dormael ricorre a molti dei "trucchi" che hanno mandato in sollucchero gli amanti de Il favoloso mondo di Amélie come la sottoscritta: personaggi che all'improvviso bucano la quarta parete, riprese in soggettiva con dovizia di ralenti o accellerato, coloratissimi effetti speciali che spuntano in maniera inattesa, animali canterini o sequenze che sfondano la barriera del surreale sono solo alcuni dei tanti "orpelli" presenti nel film. Personalmente, ho goduto di ogni singolo minuto speso in sala e di tutte le volte che le mie risate hanno lasciato il posto ad un lieve groppo alla gola e vorrei che venissero girate più pellicole come Dio esiste e vive a Bruxelles, fantasiose, ardite, ben realizzate e con una colonna sonora utilizzata non solo per creare atmosfera ma proprio come elemento indispensabile della trama. Peccato che i barbogi dell'Academy non l'abbiano capito e neppure la mala distribución italiana.


Di Catherine Deneuve, che interpreta Martine, ho già parlato QUI.

Jaco Van Dormael è il regista e co-sceneggiatore della pellicola (inoltre è l'uomo che viene investito da un autobus). Belga, ha diretto film come Toto le héros - Un eroe di fine millennio, L'ottavo giorno e Mr. Nobody. Anche attore e produttore, ha 59 anni.


La piccola Pili Groyne, che interpreta Ea, aveva già partecipato a Due giorni, una notte nei panni della figlia della protagonista mentre Yolande Moreau, ovvero la dea, era la triste Madeleine Wallace de Il favoloso mondo di Amélie. Francamente, Dio esiste e vive a Bruxelles è un film talmente particolare che non saprei cos'altro consigliarvi di guardare nel caso vi fosse piaciuto, quindi mi limito a dirvi cercatelo e... ENJOY!

giovedì 28 gennaio 2016

(Gio)WE, Bolla! del 28/01/2016

Buon giovedì a tutti! La settimana prossima è quella dell'aMMore ma per me l'aMMore arriverà già sabato, a meno che l'influenza non mi porti via. Cosa esce quindi oggi al multisala savonese? Mah, in prospettiva nulla di troppo esaltante... ENJOY!

L'abbiamo fatta grossa
Reazione a caldo: Mh.
Bolla, rifletti!: Tra i motivi che potrebbero spingermi ad andare a vedere una commedia italiana al cinema potrebbe esserci il binomio formato da due attori che apprezzo e mi stanno simpatici, ovvero Verdone e Albanese. Perlomeno stavolta pare che Verdone abbia deciso di rinnovare un po' i meccanismi ormai triti del genere!

Joy
Reazione a caldo: Bah.
Bolla, rifletti!: Ma basta DI Jennifer Lawrence! Pure l'Oscar per il Mocio Vileda? Joy è un film che non ho davvero voglia di vedere ma lo farò per dovere di completezza Awardica.

Point Break
Reazione a caldo: Ma anche no...
Bolla, rifletti!: Diciamoci le cose come stanno. Non sono mai andata matta per il film della Bigelow, non andrò a vedere questo sciapo remake.

Anche al cinema d'élite si respira aria di Oscar!

Il figlio di Saul
Reazione a caldo: Interessante...
Bolla, rifletti!: Doveroso che venga proiettato a ridosso del giorno della memoria, questo film già considerato capolavoro da chi è riuscito a vederlo mi ispira molto, tuttavia temo che l'argomento sia talmente doloroso che rischierei di lasciare la sala annegata dalle lacrime.

mercoledì 27 gennaio 2016

Creed - Nato per combattere (2015)

La strada verso gli Oscar mi ha portata in questi giorni ad incrociare anche Creed - Nato per vincere (Creed), diretto nel 2015 dal regista Ryan Coogler, film che vede Sylvester Stallone candidato come miglior attore non protagonista.


Trama: Adonis Johnson non è altri che il figlio del famosissimo pugile Apollo Creed e, come il padre, ha la boxe nel sangue. Deciso a farsi valere sul ring, il ragazzo va a Philadelphia alla ricerca del più grande avversario del padre, un Rocky Balboa ormai "in pensione"; il vecchio campione, dapprima titubante, decide di allenarlo ed aiutarlo a trovare la sua strada verso la gloria...


Io sono una dei pochi figli degli anni '80 a non essere cresciuta nel mito di Rocky. Per carità, i primi quattro li ho guardati come tutti i bambini/ragazzini dell'epoca (poche balle, noi si guardava quello che voleva papà e camminare!! Altro che pianti e strepiti isterici...) e come molti conosco a grandi linee il mito di Balboa, "Adriana, Adriana!!", "Io ti spiezzo in due", il tattattaratattaratattaratà che accompagnava i momenti topici della saga, le storiche nemesi Ivan Drago e soprattuttamente Apollo Creed ma a parte questo le vicissitudini del pugile italoamericano non sono mai diventate parte fondante della mia vita di cinefila. Ho quindi affrontato Creed senza un ripasso dei film precedenti, non ce l'avrei fatta né come tempo né come voglia, e soltanto in virtù della candidatura all'Oscar di Stallone, incuriosita dalla marea di recensioni positive arrivate non solo per la sua prova d'attore ma anche per la pellicola di Ryan Coogler. Che dire, non me ne sono affatto pentita; anzi, posso dire che, visto il mio background, Creed è un film enorme, perché riesce a coinvolgere emotivamente anche gli spettatori che non sono cresciuti a pane e Rocky. Estrapolata dal contesto (per quanto esso sia indispensabile), quella di Creed è la tipica ed esaltante storia di un talento grezzo che arriva a risplendere giustamente nell'Olimpo dei grandi in virtù della sua ferrea volontà e del desiderio di emergere non grazie alla scomoda eredità di un cognome, bensì come individuo unico ed insostituibile. Non solo: Creed è una grande storia di amicizia e rispetto, di uno scontro generazionale "onesto", di un rapporto assai simile a quello tra un padre e un figlio più che tra mentore e tutorato e la mente dello spettatore un minimo sensibile non può non correre automaticamente alla triste vicenda di Sage Stallone, morto a soli trentasei anni per arresto cardiaco lasciando il povero Sly devastato dal dolore.


A chi lo ha sempre definito "blocco di tufo" (affettuosamente l'ho fatto anche io) Stallone da uno schiaffo morale tornando a vestire i panni del suo personaggio più vero, un Rocky segnato dalla vita e dalla vecchiaia ma ancora indomito, fiero del suo passato e innamorato di quella Philadelphia che è praticamente uno dei personaggi fondamentali del film più che un mero sfondo. Stallone non si sottrae all'età che avanza, anzi, accetta di mostrarsi debole e malato senza patetismi ma con una commovente dignità (come direbbero I 400 calci: mannaggia a te, Sly, m'hai fatto sudare gli occhi!!) e duetta col protagonista del titolo mangiandogli spesso la scena. Adonis Johnson deve trovare la fama ed il successo senza rimanere all'ombra del famosissimo padre e il suo percorso è molto emozionante ma il cuore dello spettatore batte inevitabilmente per Rocky e il suo modo tra il burbero e il goffo di approcciarsi al figlio della sua nemesi e portarlo ai vertici della scena pugilistica; Michael B. Jordan ha il phisique du role e non è uno di quegli odiosi niggaH tamarri che spopolano al cinema ma il giovane non può ancora competere con un mostro come Stallone. D'altro canto però il combattimento finale tra Johnson e Ricky Conlan è mozzafiato e non si può non tifare per il bistrattato Johnson (alla fine tremavo, ve lo giuro!), così come non ci si può non commuovere davanti allo spettacolare ed intimo piano sequenza col quale è stato realizzato il primo combattimento in cui il protagonista viene accompagnato da Rocky in qualità di allenatore. Ryan Coogler ci sa fare moltissimo dietro la macchina da presa e questi virtuosismi, a differenza di quelli ben più blasonati e sicuramente più raffinati di registi come Iñarritu (cinefili, non chiedetemi quale film ho preferito tra Creed e Revenant, la risposta non vi piacerebbe!), superano la barriera degli occhi per arrivare dritti al cuore. Quindi bravo Coogler, bravo Michael B.Jordan, bravo Aaron Covington ma soprattutto bravo, bravissimo Stallone: se quest'anno non ti danno l'Oscar mandiamo tutti gli Expendables in spedizione punitiva a Los Angeles, tranquillo!


Di Sylvester Stallone, che interpreta Rocky Balboa ed è candidato all'Oscar come migliore attore non protagonista, ho già parlato QUI, mentre Graham McTavish, che interpreta Tommy Holiday, lo trovate QUA.

Ryan Coogler (vero nome Ryan Kyle Coogler) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Prossima fermata Fruitvale Station. Anche attore e produttore, ha 30 anni e dovrebbe essere il regista al quale verrà affidato il film su Pantera Nera nel 2018.


Michael B. Jordan (vero nome Michael Bakari Jordan) interpreta Adonis Johnson. Americano, ha partecipato a film come Chronicle, Prossima fermata Fruitvale Station, Fantastic 4 - I fantastici quattro e a serie come I Soprano, CSI - Scena del crimine, Cold Case, Bones e Dr. House. Anche produttore, ha 29 anni.


Tessa Thompson (vero nome Tessa Lynn Thompson) interpreta Bianca. Americana, ha partecipato a film come Chiamata da uno sconosciuto, Selma - La strada per la libertà e a serie come Cold Case, Veronica Mars, Grey's Anatomy, Heroes e 666 Park Avenue. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 33 anni e tre film in uscita.


Per la serie "Dove ho già visto questa faccia" Phylicia Rashad, che interpreta Mary Anne Creed, è stata per anni la Claire de I Robinson mentre Ritchie Coster, alias Pete Sporino, era l'abietto sindaco Chessani della seconda stagione di True Detective. Detto questo, se Creed vi fosse piaciuto recuperate in sequenza Rocky, Rocky II, Rocky III, Rocky IV, Rocky V e Rocky Balboa, aggiungendo magari anche Whiplash. ENJOY!

martedì 26 gennaio 2016

Steve Jobs (2015)

Prosegue il mio lento percorso di preparazione per gli Oscar e oggi parlerò di Steve Jobs, diretto nel 2015 dal regista Danny Boyle e tratto dalla biografia omonima di Walter Isaacson.


Trama: il film racconta la vita di Steve Jobs a partire dalla sua espulsione dal consiglio d'amministrazione della Apple per arrivare ai rinnovati fasti moderni e la definitiva consacrazione a genio dell'informatica..



Quello biografico è un genere che mi piace molto quando riguarda personaggi di mio interesse ma che tendo un po' ad evitare quando si tratta di persone che non hanno mai solleticato la mia curiosità. Dopo il suo "Stay Hungry, Stay Foolish" chissà perché mi immaginavo Steve Jobs come una sorta di John Keating del mondo dell'informatica ed ero quindi pronta ad una specie di "agiografia" atta a glorificare questa figura fondamentale per l'epoca moderna, conseguentemente a morire di noia. Per fortuna il film di Danny Boyle, sceneggiato da Aaron Sorkin a partire dalla biografia di Walter Isaacson, dipinge uno Steve Jobs insopportabile, geniale ma caratterizzato dagli incredibili, fastidiosi difetti che chiunque lavori come dipendente avrà riconosciuto almeno una volta nei propri capi: impaziente, inconsapevole dei ritmi della realtà che lo circonda, incapace di riconoscere ai suoi sottoposti e in generale alle persone la dignità di essere umani (gli unici due a sottrarsi in minima parte a questo trattamento sono la segretaria Joanna e l'ex mentore John Sculley), bizzoso, maleducato, egocentrico, truffaldino ed egoista, Steve Jobs schiaccia come una pressa tutto quello che si pone davanti al raggiungimento del suo obiettivo e dismette come inutile tutto ciò che non è funzionale ad esso. La pellicola è divisa in tre tempi, anni '80, anni '90 e secondo millennio, e racconta l'ascesa, la caduta e il successivo trionfo del protagonista, teso alla creazione di una società dove i computer fungono da migliori amici dell'uomo, perfetti non solo internamente ma soprattutto per quel che riguarda il design; per Steve Jobs il progresso passava innanzitutto dagli occhi e dal desiderio dell'utente di possedere qualcosa di esclusivo, una "forma d'arte" casalinga impossibile da modificare ed incompatibile con gli altri dispositivi comuni. La sceneggiatura è interamente incentrata sulla sua ossessione verso l'immagine, i mass media e la pubblicità e si snoda partendo dall'acuta citazione di un'intervista ad un esperto ai tempi dell'uscita di 2001: Odissea nello spazio (continuamente citato nel corso del film) mostrando progressivamente l'avverarsi delle profezie tecnologiche dell'intervistato, soprattutto ad opera di Steve Jobs. Lo stesso protagonista viene praticamente descritto come una futuristica macchina antropomorfa, difficile e talvolta pericolosa da gestire, e la rappresentazione della sua "umanità" viene interamente affidata ai confronti (purtroppo spesso mai avvenuti nella realtà) con le figure chiave della sua esistenza, soprattutto con la figlia Lisa, riconosciuta solo all'età di 9 anni e frutto di una relazione assai burrascosa.


La connotazione negativa del protagonista e il conseguente desiderio di capire cosa lo abbia reso perfetto ed immortale agli occhi dei suoi tanti estimatori è ciò che rende Steve Jobs incredibilmente interessante e dinamico, anche grazie a dialoghi vivaci e poco legati all'aspetto tecnico del suo lavoro, capaci di sviscerare la personalità di personaggi che vediamo descritti in un periodo ben particolare della loro vita. Cotanto lavoro di sceneggiatura viene affidato ad attori incredibilmente bravi. Michael Fassbender è un mostro (no, beh, è un figo pauroso ma capite cosa intendo...) e la sua presenza scenica è fondamentale per questa pellicola, anche perché l'attore mescola sapientemente una freddezza teutonica ad un fascino incredibile, che tuttavia spesso soccombono alla palese goffaggine del personaggio, almeno per quanto riguarda le questioni relative alle interazioni sociali. A spalleggiarlo ci sono una brava Kate Winslet (alla quale però non darei l'Oscar. Ora come ora la mia favorita è Rooney Mara ma devo ancora vedere le performance delle altre candidate...), il camaleontico Michael Stuhlbarg (l'unico il cui personaggio cambia radicalmente aspetto fisico nel corso del tempo), il gradevole Jeff Bridges (tornato finalmente ad un ruolo serio e ambiguo, con un personaggio allo stesso tempo abietto ma malinconico, degno di un minimo di pietà) e l'adorato Seth Rogen, per la prima volta alle prese con un ruolo misurato e "ingombrante" come quello di Steve Wozniak, ex socio di Jobs ritiratosi gradualmente dalle scene ma considerato uno dei "padri" degli attuali personal computer: i dialoghi tra Rogen e Fassbender, l'idea di un'amicizia difficile da tenere in piedi e lo scontro tra due personalità che più diverse non si può sono alcuni dei punti più alti del film ma la sequenza che mi ha più emozionata è stata quella che descrive il primo incontro tra Jobs e la figlia Lisa, durante la quale l'odio per il protagonista è salito a livelli insuperati. Buona infine la prova di Danny Boyle, un po' impersonale però agli occhi di un profano: onestamente, se non avessi letto che il regista ha scelto di filmare gli anni '80 in 16 mm, i '90 in 35 e i tempi recenti in digitale, per rispecchiare l'evoluzione nel tempo della tecnologia Apple, non ci avrei mai fatto caso. A parte questa botta d'ignoranza, Steve Jobs è un film davvero notevole, emozionante ed interessante anche per chi come me non si è mai curata troppo di un mito dell'epoca moderna. Che siate appassionati di Jobs o semplicemente amanti del buon cinema, non potete davvero perderlo!


Del regista Danny Boyle ho già parlato QUI. Michael Fassbender (Steve Jobs), Kate Winslet (Joanna Hoffman), Seth Rogen (Steve Wozniak), Jeff Daniels (John Sculley), Michael Stuhlbarg (Andy Hertzfeld) e Sarah Snook (Andrea Cunningham) li trovate invece ai rispettivi link.

Katherine Waterston interpreta Chrisann Brennan. Inglese, ha partecipato a film come Vizio di forma e a serie come Broadwalk Empire. Anche produttrice, ha 36 anni e tre film in uscita tra cui Animali fantastici e dove trovarli e Alien: Covenant.


Il film avrebbe dovuto essere diretto da David Fincher ma la Sony ha rinunciato ad ingaggiarlo a causa degli esosi compensi richiesti e la ferma volontà del regista di avere l'intero controllo dell'opera; Fincher avrebbe voluto Christian Bale nel ruolo di protagonista ma quando è subentrato Danny Boyle il regista ha chiesto la presenza di Leonardo Di Caprio, il quale ha rinunciato per girare Revenant. E' tornato così in lizza Bale ma è stato proprio lui a declinare l'offerta, ritenendosi inadatto al ruolo e spianando così la via a Fassbender. Come ho scritto nel corso del post, alcuni degli eventi salienti del film non sono mai accaduti e purtroppo di questo gruppo fanno parte alcuni tra i più emozionanti, come la sequenza in cui Lisa usa il computer per disegnare, la riconciliazione tra Jobs e Sculley, molti litigi con Wozniak e la scena finale tra Jobs e la figlia ormai maggiorenne, effettivamente la più "posticcia". Detto questo, se Steve Jobs vi fosse piaciuto consiglierei il recupero di Jobs, che pur non ho mai visto. ENJOY!

domenica 24 gennaio 2016

Cinema Italiano I Love You - Almost blue (2000)


Prima che venissimo colpiti da una serie di lutti invernali (ciao ciao Bowie, Rickman e Scola...) con l'ormai mitico gruppetto di Blogger avevamo pensato di ricordare all'Italia l'esistenza di un cinema nostrano carino e disimpegnato ma non necessariamente legato a quell'attore il cui cognome fa rima con "orgoglione". Siccome però tutti i film che volevo vedere li avevo già recensiti temo di aver commesso un clamoroso autogol che, più che spingere i lettori ad amare il cinema italiano recente, li allontanerà ancora di più: ho infatti scelto di guardare Almost Blue, diretto e co-sceneggiato nel 2000 dal regista Alex Infascelli e tratto dal romanzo omonimo di Carlo Lucarelli. ENJOY!


Trama: L'ispettrice Grazia Negro, esperta informatica, riesce a ricondurre alla mano di un singolo assassino una serie di omicidi irrisolti commessi a Bologna, anche grazie all'aiuto di un ragazzo cieco. Il killer però si sente braccato e comincia ad avvicinarsi pericolosamente ai due...



Sono passati 16 anni eppure ricordo ancora molto bene il battage pubblicitario che si era creato attorno ad Almost Blue, tratto da un romanzo all'epoca abbastanza famoso e diretto da un regista giovane e promettente come Alex Infascelli (che fine ha fatto poi? E' sparito? Non mi fate andare a Chi l'ha visto?, eh!), così come ricordo di essere corsa al videonoleggio appena la cassetta era diventata disponibile e di averlo visto almeno un paio di volte. Ad attirarmi erano stati sicuramente il trailer e la locandina, nei quali spiccava l'inquietante figura del killer glabro interpretato da Rolando Ravello e i suoi terrificanti occhi, non a caso ancora oggi gli elementi che spiccano maggiormente all'interno del film, oltre al titolo inusuale per una produzione italiana, "profumato" di esotico e legato ad una bella canzone di Chet Baker. All'epoca poi avevo apprezzato il piglio "acido" della regia di Infascelli, la scelta intelligente di non mostrare mai il killer per intero o in viso se non poco prima del finale, la soggettiva non solo visiva ma anche uditiva dell'assassino, l'abbondanza di scene splatter e delle prospettive che richiamavano lo stile di Dario Argento; tuttavia, qualche giorno fa mi sono resa conto che ricordavo poco altro di Almost Blue e mi sono stupita, decidendo così di ripetere la visione a distanza di quasi vent'anni. Diciamo che l'interpretazione di Ravello e la regia di Infascelli continuano a risultarmi gradite, così come l'idea di basare la trama su un killer capace di cambiare letteralmente pelle oppure la palese fascinazione di Lucarelli e degli sceneggiatori verso un mondo allora sconosciuto e potenzialmente pericolosissimo come quello delle chat (il terminale usato all'inizio dall'assassino è praticamente un pezzo d'antiquariato, certi discorsi oggi risultano di un'ingenuità incredibile!), per il resto bisognerebbe stendere un velo pietoso.


Come spesso accade, ciò che affossa una produzione nostrana coraggiosa (o meglio: OGGI sarebbe coraggiosa, in quegli anni la scena thriller-horror italiana stava morendo ma boccheggiava ancora tenacemente) e di genere come Almost Blue si può riassumere essenzialmente in due difetti fatali: attori cani e dialoghi pessimi. Almost Blue funziona quando la musica di Chet Baker e quella dei Massimo volume la fanno da padrone, quando le immagini scorrono violente e schizofreniche sullo schermo e il terrore di trovarsi alle spalle il terribile killer trasformista diventa palpabile ma appena i personaggi aprono bocca viene voglia di sventrarli. Indolenti, noiosi, sciocchi, sciapi: i poliziotti rappresentati in Almost Blue sono la quintessenza del mollo, vagano per lo schermo scazzati e litigiosi, con gli attori costretti ad immedesimarsi in ruoli da "duri" connotati solo dallo spreco di sigarette e da una generale incapacità di sorridere; la protagonista Grazia Negro è donna "con le palle" solo nel momento in cui non è impegnata a sbavare ai piedi del suo superiore oppure ad innamorarsi (ma perché poi? Vi siete parlati due volte, che vada bene...) del povero cecato interpretato da un giovanissimo ed incolore Claudio Santamaria e, di fatto, ha il carisma e il sex appeal di una mutanda di ghisa. Essendo un film ambientato in Italia c'è poi un utilizzo spropositato di accenti dialettali ma il problema di questo abuso tipicamente nostrano è l'incapacità degli attori di coniugare l'accento regionale alla capacità di recitare senza dare l'idea di leggere da un gobbo dialoghi improbabili che nessuno si sognerebbe mai di riportare nella realtà. Si salva, come ho detto, solo Rolando Ravello, forse perché dice due frasi in tutto il film o forse perché è l'unico personaggio con una connotazione vagamente interessante, chissà. Sta di fatto che ho scelto proprio il film peggiore per celebrare il cinema italiano ma almeno ora, siccome scripta manent, sono sicura che non riguarderò Almost Blue una quarta volta!


Il giorno celebrativo del cinema italiano non è mica finito, date un'occhiata a questi link:

Solaris: Io sono l'amore
White Russian: Non essere cattivo
Pensieri Cannibali: Non essere cattivo
Director's Cult: Il volto di un'altra
Mari's Red Room: Shadow
Non c'è paragone: Basilicata Coast to Coast
In Central Perk: Maicol Jecson
Delicatamente perfido: Italiano medio

venerdì 22 gennaio 2016

Revenant - Redivivo (2015)

Dopo mesi di hype devastante (ma mai quanto quello per The Hateful Eight, sappiatelo) martedì sono andata a vedere Revenant - Redivivo (The Revenant), diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Alejandro González Iñárritu e tratto dal romanzo omonimo di Michael Punke, nonché candidato a 12 premi Oscar. Quello che segue è il post più sincero che io abbia mai scritto, mi spiace.


Trama: dopo essere stato ridotto in fin di vita da un orso, l'avventuriero Hugh Glass viene costretto a testimoniare impotente all'omicidio del figlio e in seguito viene abbandonato dai suoi compagni, semi-sepolto nella terra. Riuscito miracolosamente a sopravvivere, Glass giura vendetta...



Se io dichiarassi su questo infimo blog che Revenant è un film brutto meriterei di venire lapidata. Revenant è un film bellissimo, anzi, splendido, tecnicamente parlando. Credo che solo un sasso potrebbe rimanere indifferente davanti alla tecnica registica di Iñarritu, la cui cinepresa riesce a danzare sulle acque limpide di un fiume prima di risalire fluida a mostrare le fronde di imponenti alberi tanto da darmi l'illusione di trovarmi davvero in un bosco e sentirne il profumo e l'aria fresca sul viso. Il freddo delle nevi semi-perenni, la durezza della terra brulla, la disperazione e il senso di oppressione di spietati paesaggi immersi in un bianco abbacinante, l'odore disgustoso delle carcasse in putrefazione, la sensazione della vita che scivola via col sangue e la violenza, il sollievo doloroso dei ricordi e quello illusorio dei sogni, tutto viene portato sul grande schermo con perizia mirabile dal buon Iñarritu, coadiuvato dalla splendida fotografia di Emmanuel Lubezki. 'sti due cristiani hanno filmato solo pochissime ore al giorno, hanno volutamente ricercato la luce naturale per non venire meno al realismo tanto desiderato, hanno dovuto spostare il set dal Canada all'Argentina meridionale quando i venti balzani hanno fatto alzare le temperature a livelli primaverili, come farei a disprezzare anche solo UNA sequenza di Revenant o a liquidarla come mera esibizione di bravura? E vogliamo parlare di Leonardo Di Caprio? La sofferenza, il sudore, il sangue, l'incapacità di parlare, l'essere costretto a mangiare bisonte crudo, a strisciare come la più vile delle creature, la fredda determinazione di vendicarsi in quegli occhi di ghiaccio segnati dal dolore, l'onere di portare sulle spalle praticamente tutto il film... oddio, è vero che Tom Hardy col suo bastardissimo Fitzgerald se lo mangia a colazione, soprattutto per la malvagità da "non ho nulla da perdere" che gli schiaffa in faccia sul finale, ed è ancor più vero che i miei occhi erano tutti per un Domhnall Gleeson mai così bello e consapevole della sua presenza scenica, ma Di Caprio è bravo, anzi, bravissimo. Certo, non bravo ai livelli "perchéCCristianimentonongliavetedatounOscar?" di The Wolf of Wall Street e Django Unchained ma è molto bravo. Ma. Però.


Ma. Ma come Malick. Perché se Malick mi mostra i dinosauri e gira un film di tre ore con cinque minuti totali di dialogo piango come un vitello ringraziando ogni Divinità per la Bellezza commovente che scorre sullo schermo e se Iñarritu riprende gli alberi che si muovono o un meteorite che solca il cielo mi ritrovo ad alzare così tanto le sopracciglia da temere di rimanere paralizzata, pur riconoscendone la bravura? Malick, Malick ho pensato, Buñuel, Dalì e le loro formiche, Kubrick e il terrore serpeggiante in un labirinto di ghiaccio e neve, Han Solo che usa per la prima ed unica volta la spada laser, Tarantino che balla Don't Let Me Be Misunderstood mentre La Sposa e O-Ren si affrontano nel giardino innevato della House of Blue Leaves; ho pensato a tutto questo e mi è venuto da piangere sì, ma per il diludendo. Vedere Revenant è come guardare una puntata di Man vs. Nature diretta da tutti i registi che ho nominato sopra, con Di Caprio nei panni di Bear Grylls e nelle mani degli sceneggiatori il Manuale delle giovani marmotte da una parte e il bignami del dramma di frontiera nell'altra. Hugh Glass affronta tutto con dolore e sofferenza ma prendendosi anche il tempo di mostrare allo spettatore tutti i vari step della sua resurrezione, ogni cosa di cui si è cibato, tutti i rimedi casalinghi per suturare ferite mortali, cosa fare in caso di tempesta di neve/ghiaccio/vento (se il cavallo si sfrocia giù da un dirupo e voi no, usate il cavallo come un Pisolone, ricordate!), ecc. ecc., senza un minimo di sentimento. Le immagini oniriche servono solo per far capire allo spettatore l'impotenza dell'uomo in balia della Natura o della Divinità, il contrasto tra un Di Caprio spirituale e un Tom Hardy col padre che identifica Dio in uno scoiattolo grasso e poi se lo mangia sono da bignami della sceneggiatura quasi quanto il fastidioso binomio "protagonista bianco ma buono perché favorevole al meltin'pot razziale/altri bianchi cattivi perché odiano gli indiani", insomma, tutto va avanti come ci si aspetterebbe da una pellicola di questo genere. Dov'è la nevrotica disperazione che tanto mi aveva fatto amare Birdman, l'originalità di visioni che si fondono con la realtà senza confini né limiti? Qui non ho percepito nulla di tutto questo e la bellezza si è fermata agli occhi senza arrivare al cuore, tanto che le lacrime e la rabbia che avrebbero dovuto farmi soffrire con Di Caprio sono state sostituite da risate (troppe) e un po' di dispiacere per il destino toccato ad alcuni personaggi secondari. Le due ore e mezza di film scorrono ma le uniche cose che mi rimarranno in mente da qui alla fatidica notte degli Oscar saranno l'interpretazione di Domhnall Gleeson, la colonna sonora di Ryuichi Sakamoto e il violentissimo scontro finale tra Di Caprio e Hardy quindi mi spiace ma quest'anno il mio tifo andrà ad altri!


Del regista e co-sceneggiatore Alejandro González Iñárritu ho già parlato QUI. Leonardo Di Caprio (Hugh Glass), Tom Hardy (John Fitzgerald), Domhnall Gleeson (Capitano Andrew Henry) e Lukas Haas (Jones) li trovate invece ai rispettivi link.


Will Poulter, che interpreta Bridger, avrebbe dovuto interpretare Pennywise il clown nel nuovo adattamento cinematografico di It ma siccome il progetto è in stallo credo che l'ingaggio sia ormai saltato. Revenant - Redivivo è candidato a 12 Oscar tra cui, ovviamente, quello di miglior attore protagonista; per partecipare, Leonardo Di Caprio ha rinunciato a interpretare il ruolo di protagonista in Steve Jobs e si troverà quindi a gareggiare proprio contro Michael Fassbender la notte degli Oscar. Sean Penn è stato invece il primo attore scelto per il ruolo di Fitzgerald ma ha dovuto rinunciare a causa di altri impegni mentre il "rimpiazzo" Tom Hardy ha dovuto abbandonare Suicide Squad a causa dell'immensa mole di lavoro richiesta dalle riprese di Revenant. Il film di Iñárritu è liberamente tratto dal romanzo Revenant di Michael Punke, basato sulla vera storia dell'avventuriero Hugh Glass che già aveva ispirato nel 1971 il film Uomo bianco va' col tuo Dio. Personalmente, credo proprio che recupererò questa pellicola per pura curiosità; a voi, se Revenant fosse piaciuto consiglio di guardare La sottile linea rossa, Oldboy, Kill Bill e Il gladiatore. ENJOY!

giovedì 21 gennaio 2016

(Gio)WE, Bolla! del 21/1/2015

Buon giovedì a tutti! Inghiotto la bestemmia ghibliana alla notizia che Piccoli brividi e Il figlio di Saul non sono usciti a Savona e cercherò essere obiettiva davanti a due film dei quali, ahimé, non mi frega una cippa... ENJOY!

Steve Jobs
Reazione a caldo: Bah.
Bolla, rifletti!: A fronte delle due nominations all'Oscar dovrò vederlo ma sinceramente sono poco ispirata, non amo particolarmente i biopic e non sono mai vissuta nel mito di Steve Jobs. D'altra parte, la regia è di Danny Boyle, ci sono Fassbender e Seth Rogen tra gli interpreti... ma sì, dai, guarderollo!


The Pills: Sempre meglio che lavorare
Reazione a caldo: Eh?
Bolla, rifletti!: Oh, io sono completamente fuori dal mondo degli Youtubers (si dice così? I The Pills lo sono? Boh!) quindi non conosco i The Pills e sinceramente non ho tempo né voglia di documentarmi, ci metterei 4 ore anche solo a caricare un loro video vista la mia "velocissima" connessione. Facciamo che passo stavolta, eh?

Al cinema d'élite tengono ancora Dio esiste e vive a Bruxelles, quindi forse è la volta buona che riuscirò a vederlo!


mercoledì 20 gennaio 2016

Le regole del caos (2014)

La maratona di giovedì scorso mi ha portata a vedere anche Le regole del caos (A Litte Chaos), diretto e co-sceneggiato da Alan Rickman nel 2014.


Trama: Re Luigi XIV commissiona al famoso progettatore di gardini André Le Notre i lavori per la nuova reggia di Versailles. Quest’ultimo rimane folgorato dalle idee intraprendenti di Madame De Barra, che viene coinvolta attivamente nei lavori…


Probabilmente sapete quanto ami la storia francese del periodo della Rivoluzione e quanto, di conseguenza, mi affascinino anche i secoli immediatamente precedenti o successivi nonché tutto ciò che riguarda luoghi “topici” come la reggia di Versailles. Le regole del caos, per quanto viziato da un’incredibile inesattezza storica, ha solleticato inevitabilmente queste mie passioni e mi ha spinta ad un gradito ripasso di tutte le storie dinastiche legate alla monarchia Francese, ramificate in un’infinita serie di figli illegittimi, dipartite premature, incroci di nazionalità e quant’altro, quindi in tal senso mi è piaciuto molto. Dall’altra parte però si tratta di una pellicola abbastanza banalotta per quel che riguarda la trama, con una protagonista emancipata e tuttavia propensa a viversi una telefonatissima storia d’amore col belloccio (moscio ma pur sempre belloccetto) di turno, stufo di venire cornificato dalla moglie vecchia, brutta, insensibile e pure vajassa. Madame De Barra è una donna intraprendente e dalle idee rivoluzionarie, ferma sostenitrice del “pizzico di caos” necessario anche nell'ambito dei progetti più regolari; la sua presenza all’interno della Corte desta scandalo ed ammirazione in egual modo in quanto non derivante da uno status nobiliare, bensì dai meriti acquisiti col duro lavoro e la bravura nell'eseguirlo. Madame De Barra è quindi il “canonico” elemento di caos che si può trovare spesso nelle opere in costume come questa e, come tale, affronta tutta una serie di esperienze positive e negative in grado di caratterizzarlo maggiormente e renderlo unico agli occhi dello spettatore, come per esempio l’incontro inaspettato con un Re “in borghese”, la quasi disfatta per mano di un’antagonista invidiosa, l’iniziale diffidenza dei colleghi uomini, il progressivo innamoramento del suo superiore, ecc. ecc. Per quel che riguarda la trama, dunque, non c’è nulla di particolarmente esaltante all’interno de Le regole del Caos, salvo un paio di momenti commoventi legati non tanto al tragico passato della protagonista, quanto alla triste (benché privilegiata) posizione delle dame a Corte, alle quali veniva fatto divieto di parlare di esperienze strazianti come la morte dei figli così da preservare l’atmosfera “solare” voluta dal Sovrano.


Alan Rickman, da parte sua, pare trovarsi molto a suo agio negli ambienti ricchi e raffinati della Corte ed azzecca un paio di sequenze di incredibile bellezza girate all’interno degli elegantissimi e colorati giardini (la fotografia di Le regole del caos è soprattutto molto bella); eppure, mancano quella sensibilità e quel minimalismo quasi intimista che tanto avevo apprezzato ne L’ospite d’inverno, tanto che la personalità del regista non solo non traspare dalla trama, ma neppure dalle immagini da lui girate né dall’interpretazione di Luigi XIV, priva della forza necessaria per renderlo carismatico quanto avrebbe dovuto. L’idea generale data da Le regole del caos è che, a dispetto del titolo, sia un compitino gradevole ed elegante ma privo di mordente in quanto anche troppo codificato e quest’impressione viene ulteriormente avvallata dal lavoro degli attori coinvolti. La Winslet, con la sua bellezza “terrena” ed imperfetta, è l’ideale per incarnare la temprata Madame De Barra, sia nei suoi aspetti più mascolini che in quelli prettamente femminili, eppure l’attrice non riesce a toccare l’animo dello spettatore neppure durante i momenti più drammatici della pellicola; d’altra parte il coprotagonista maschile, Matthias Schoenaerts, è talmente mollo ed insipido che la Winslet riuscirebbe a rubargli la scena anche solo spazzolandosi via la polvere dal vestito. Ad inghiottire tutto e tutti col suo carisma, però, è Stanley Tucci nei panni del Principe D’Orleans, il vero “caos” della pellicola nonostante la breve durata della sua permanenza sullo schermo, ahimé. Per quel che vale, comunque, Le regole del caos è un gradevole film in costume che piacerà molto agli amanti di un certo tipo di cinema romantico e sognatore, quindi non mi sento di sconsigliarlo del tutto, sebbene avrei preferito congedarmi da Alan Rickman con qualcosa di molto più travolgente!!


Del regista e co-sceneggiatore Alan Rickman, che interpreta anche Luigi XIV, ho già parlato QUI. Kate Winslet (Sabine De Barra), Stanley Tucci (Il duca d'Orleans) e Phyllida Law (Suzanne) li trovate invece ai rispettivi link.

Matthias Schoenaerts interpreta André Le Notre. Belga, ha partecipato a film come La meute, Un sapore di ruggine e ossa e The Danish Girl. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 39 anni e un film in uscita.


La bimba che si vede sedere da sola durante le scene ambientate al Louvre è Mia, figlia di Kate Winslet, all'epoca delle riprese incinta di un altro figlio. Per quel che riguarda il personaggio della Winslet, Sabine De Barra non è mai esistita mentre Le Notre sì ed è colui che ha progettato anche gli Champs-Elysées; il vero André Le Nôtre tra l'altro era più vecchio di Luigi XIV di 25 anni e, ai tempi in cui è ambientato il film, ne aveva 70, di cui più di 20 già passati a lavorare ai giardini di Versailles. Detto questo, se Le regole del caos vi fosse piaciuto recuperate Ragione e sentimento, L'intrigo della collana ed Orgoglio e pregiudizio. ENJOY!


martedì 19 gennaio 2016

L'ospite d'inverno (1997)

E così, dopo David Bowie, se n'è andato anche Alan Rickman. Per affrontare la tristezza io e il mio amico Toto abbiamo intrapreso la sera stessa della sua triste dipartita una maratona di film che vedevano l'attore inglese impegnato dietro la macchina da presa. Il primo è stato L'ospite d'inverno (The Winter Guest), diretto da Alan Rickman nel 1997 e tratto dall'omonima pièce teatrale di Sharman MacDonald, madre dell'attrice Keira Knightley.


Trama: Frances è una fotografa depressa e da poco vedova, madre di un figlio adolescente. L'anziana madre decide di farle visita una mattina d'inverno, mentre nel piccolo paesino in riva al mare dove abitano le due donne si intrecciano le storie di altre tre coppie di personaggi...


Nonostante fosse uno dei film preferiti di Toto, non avevo mai avuto occasione di vedere L'ospite d'inverno e purtroppo il triste evento è stato propizio. Tolto l'ovvio dolore per la dipartita di Rickman sono stata molto contenta di avere visto L'ospite d'inverno perché è una pellicola di una delicatezza incredibile, che si prende tutto il tempo di indagare nell'animo dei protagonisti ed immergerli in un'atmosfera malinconica, dal sapore antico, utilizzando come sfondo una cittadina di mare che, invece di accentuare i legami dei personaggi a causa delle sue dimensioni ridotte, pare quasi aumentare a dismisura la loro solitudine. La storia si focalizza su quattro coppie, eterogenee sia per sesso che per età: la principale è formata da Frances, fotografa da poco tempo vedova e in crisi depressiva, e la madre chiacchierona ma affetta da alcuni problemi (fisici e mentali) di senilità, la seconda vede il figlio di Frances alle prese con una misteriosa ragazza, la terza due vecchiette amanti dei funerali e la quarta due ragazzini che hanno marinato la scuola. Queste coppie talvolta incrociano gli altri protagonisti ma il più delle volte non interagiscono tra loro e si confrontano singolarmente con un aspetto particolare dell'esistenza e una fase della vita con tutti i pro e i contro che ne conseguono, a volte parlandone animatamente, altre rifugiandosi in un silenzio che vale più di mille parole. Quello che salta all'occhio dalle varie interazioni tra i personaggi è lo struggente desiderio di non rimanere da soli e la necessità di avere accanto qualcuno (amante, amico, genitore) per affrontare tutte le sfide della vita, da quelle più terribili causate dalla morte, la malattia o la vecchiaia, alle più semplici e fanciullesche ma non per questo meno complicate; la MacDonald par voler dire che non esiste fase dell'esistenza priva di problemi e che purtroppo il nostro egoismo e il nostro terrore talvolta ci rendono ciechi di fronte alla mano tesa di chi sta cercando di venirci in aiuto, magari goffamente ma comunque in modo sincero, tanto da rischiare di pentirci quando ormai è troppo tardi.


Rickman affronta la pièce di Sharman MacDonald con incredibile eleganza per un regista alla prima esperienza e utilizza il paesaggio desolato che circonda i personaggi trasformandolo in un protagonista indispensabile ai fini della storia. Le lunghe panoramiche del mare ghiacciato, la misteriosa sequenza finale ambientata nelle nebbie, quella iniziale in cui Phyllida Law affronta un percorso pericolosissimo per raggiungere la figlia, le panoramiche di quella che parrebbe un'isola completamente separata dal mondo esterno sono tutte molto suggestive e poetiche, inoltre rafforzano la caratterizzazione dei vari protagonisti aiutando lo spettatore a capire meglio ciò che li muove o li frena. Il rapporto burrascoso tra Emma Thompson e Phyllida Law, madre e figlia anche nella realtà, viene richiamato dalle immagini della terra dura e inospitale che paiono voler riecheggiare il carattere indomito e testardo delle due, così come gli altri personaggi si muovono all'interno di ambienti fatti apposta per loro: luoghi familiari come cimiteri, autobus e bar per le due vecchiette (simpatiche ma anche tenerissime nel loro essere turbate da ogni "anormalità" che dovesse turbare la loro incrollabile certezza che saranno le ultime a morire), una casa vuota e zeppa di ricordi dolorosi per due ragazzi pronti ad affrontare la loro prima esperienza sentimentale, una grotta nascosta e un mare sconfinato per due bambini che vogliono fuggire dagli adulti e conquistare la loro libertà. I tempi dilatati ricercati dal regista e dall'autrice dell'opera non rovinano minimamente la visione del film, anzi, ogni parola non detta e ogni sequenza spesa per celebrare l'inverno del titolo alimentano la voglia di conoscere meglio i personaggi e la sensazione di riconoscersi in almeno una delle piccole, grandi paure che inevitabilmente attenderanno chiunque, prima o poi. Personalmente, spero di arrivare all'età delle due arzille vecchiette avendo accanto un amico o un'amica con i quali condividere la gioia di essere ancora viva e la consapevolezza di non dovere affrontare i disagi della senilità da sola... nel frattempo, inserisco L'ospite d'inverno nell'elenco dei miei film preferiti e ringrazio con tutto il cuore Alan Rickman per aver lasciato al mondo questo gioiellino.


Del regista Alan Rickman ho già parlato QUI mentre Emma Thompson, che interpreta Frances, la trovate QUA.

Phyllida Law interpreta Elspeth. Madre di Emma Thompson anche nella realtà, ha partecipato a film come Molto rumore per nulla, Junior, Emma, Nanny McPhee - Tata Matilda, Albert Nobbs e a serie come Il giovane Indiana Jones. Anche costumista, ha 84 anni.


Sean Biggerstaff, che interpreta il piccolo Tom, sarebbe poi finito sul set di Harry Potter ad interpretare Oliver Baston. Se L'ospite d'inverno vi fosse piaciuto provate a guardare anche Le regole del caos. ENJOY!