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martedì 30 aprile 2024

Late Night with the Devil (2023)

Il secondo regalo di compleanno che mi sono fatta è stata la visione di Late Night With the Devil, diretto e sceneggiato nel 2023 dai registi Cameron e Colin Cairnes.


Trama: negli anni '70, un presentatore televisivo in declino decide di ospitare nel suo talk show una ragazzina apparentemente posseduta dal demonio...


Aspettavo da mesi anche Late Night With the Devil e il motivo era solo uno, ovvero vedere, finalmente, lo one man show di un attore che adoro, David Dastmalchian. Per fortuna non sono rimasta delusa, e non solo per la conferma della bravura di Dastmalchian, ma anche per il film in sé. Late Night With the Devil è la cronaca di una trasmissione televisiva andata male, la ricostruzione (con tanto di backstage) di un episodio di Halloween risultato anche troppo "speciale". Ambientato nel 1977 all'inizio della cosiddetta "sweep week" (ovvero la settimana in cui i programmi televisivi americani vengono confermati o cancellati), il film racconta il disperato tentativo del presentatore Jack Delroy di rimanere in onda dopo quattro anni passati alla conduzione di Night Owls, un talk show a base di ospiti, musica e sketch. Consapevole del rischio di essere la prossima vittima dell'ascia degli ascolti bassi, Jack tenta il tutto per tutto e invita in studio una parapsicologa che segue da tempo una ragazzina presumibilmente posseduta dal demonio; ovviamente, la decisione avrà ripercussioni terribili su tutti i coinvolti, ma l'aspetto horror del film è il mero veicolo per un ragionamento più ampio sul desiderio di sensazionalismo a tutti i costi. Mentre scrivo, sono reduce dalla visione di Civil War e le due opere, benché molto diverse, sono accomunate dalla volontà di puntare l'attenzione del pubblico sulla de-umanizzazione e desensibilizzazione di chi lavora nel mondo dello spettacolo o dell'informazione, sulla ferma volontà di primeggiare calpestando l'etica e la morale, senza riflettere sui danni provocati non solo a colleghi o concorrenti, ma anche ai fruitori del proprio lavoro. Late Night With the Devil si apre, non a caso, con un reel in bianco e nero che racconta l'ascesa e l'inizio della caduta di Jack Delroy, i tentativi sempre più imbarazzanti di risalire la china e infine la scelta di giocarsi il tutto per tutto scatenando forze pericolose che, sul finale, lasciano più di una crepa sulla facciata gentile e giocosa del protagonista; nel mezzo, sul palco si alternano ciarlatani più o meno consapevoli, produttori senza scrupoli ed egoisti di ogni specie, voci di una ragione subordinata comunque all'esibizione di un ego smisurato e di una vanità spesso ridicola. 


Ridicolo, invece, non è il film. Cameron e Colin Cairnes continuano la loro produzione di onesti horror a braccetto con la commedia, e ci sono molti momenti in cui si ride di gusto guardando Late Night With the Devil, anche grazie all'utilizzo di ottimi caratteristi come l'istrionico Ian Bliss. Eppure, anche i momenti più leggeri sono pervasi da una malinconia e un senso di perdita tangibili, che si trasformano in sottile tensione e vero orrore in più di una sequenza, soprattutto quando i Cairnes decidono di giocare con in vari registri del genere horror. Per quanto mi riguarda, la scena più geniale del film è un intrigante esempio di metacinema (o metatelevisione?) in cui noi del pubblico diventiamo, letteralmente, spettatori del programma Night Owls, orripilati davanti a un esempio di body horror artigianale in piena regola, ma non mancano ovviamente atmosfere debitrici de L'esorcista (uscito nel 1973, d'altronde. Al di là delle opere di finzione, i riferimenti al "Satanic Panic" e a tantissime figure reali del mondo dello spettacolo e della cronaca dell'epoca, sono tantissimi e talvolta incomprensibili o quasi per un italiano) e persino momenti visionari in cui viene citato persino Deliria; non è di sicuro un caso, visto che i gufi sono nel titolo del programma televisivo di Jack Delroy, però mi chiedo come mai  più di un horror recente ha omaggiato il film di Soavi per sottolineare la natura onirica di alcune sequenze. Evidentemente, è arrivato il momento di riguardarlo e di parlarne. Prima di tornare al passato, però, altre due parole su Late Night With the Devil, in particolare su David Dastmalchian. L'attore è immenso e spero davvero che questo film sia il primo passo di una seria carriera da protagonista: Dastmalchian regge sulle spalle l'intero film e i due volti del protagonista facendoci provare reale pena per lui anche nei momenti in cui verrebbe da prenderlo a sberle, celando un vuoto immenso dietro sorrisi amichevoli e una professionalità consumata. Late Night With the Devil è la tragedia di un uomo travolto da un successo mai raggiunto davvero, costruita con una cura talmente certosina dei dettagli che potrebbe davvero essere il ritrovamento della puntata di un talk show esistito, di cui gli spettatori cercano disperatamente di non parlare più per paura di ritrovarsi il demonio in casa. Guardatelo, e ditemi poi se non sarebbe stato maledettamente interessante veder succedere una cosa simile in Italia, ai "bei" tempi di Giucas Casella e del Mago Otelma


Dei registi e sceneggiatori Cameron e Colin Cairnes ho già parlato QUI mentre David Dastmalchian, che interpreta Jack Delroy, lo trovate QUA



venerdì 26 aprile 2024

Civil War (2024)

Nonostante un po' di diffidenza, domenica sera sono andata a vedere Civil War, diretto e sceneggiato dal regista Alex Garland.


Trama: Lee, fotografa di guerra veterana, decide di partire per Washington con due colleghi e un'aspirante reporter. L'idea è quella di fotografare ed intervistare il presidente degli Stati Uniti, durante gli ultimi atti di una guerra civile che ha distrutto il Paese...


Dopo la bellezza cerebrale di Ex Machina, mi ero disamorata di Alex Garland. Avevo trovato Annientamento una sciocchezzuola dalla bella confezione e Men talmente disascalico e presuntuoso da chiedermi perché mai tutti lo incensassero. Ero quindi abbastanza terrorizzata da Civil War (soprattutto dall'idea di portare con me Mirco al cinema...) ma il trailer, chissà perché, mi aveva attirata per via di un senso di disagio che non poteva essere attribuibile solo al nome di Alex Garland. Il disagio si è mantenuto fino alla fine del film, perché Civil War è un film angosciante, che mostra uno spaccato di orribile umanità anche troppo plausibile. Ambientata in un futuro molto prossimo, la pellicola racconta gli ultimi giorni di una guerra civile americana in cui Texas e Florida si sono uniti in una federazione decisa a schiacciare il resto della Nazione, in particolare un presidente fascista reo di avere commesso terribili crimini di guerra. L'America è diventata un Paese dove vigono la legge marziale e la confusione, una terra dove il rischio di venire uccisi non solo da bande di disperati afflitti da fame e povertà, ma anche da soldati impossibili da riconoscere come amici o nemici, è tangibile. In questo cupo, plausibilissimo futuro, si muove la fotografa di guerra Lee, ormai svuotata di ogni emozione e passione, un'automa che fotografa le peggiori atrocità, probabilmente vittima di una PTSD perenne; assieme a lei, due colleghi veterani e la giovane Jessie, la quale vorrebbe seguire le orme di Lee e si imbarca nel viaggio verso Washington, dove l'obiettivo finale è fotografare ed intervistare il presidente. Attraverso le vicissitudini di questo quartetto, Garland imbastisce un terribile discorso sul sensazionalismo a tutti i costi e sulla morte di un serio giornalismo di inchiesta. Lo fa, innanzitutto, confondendo volutamente il pubblico. I motivi della guerra civile non sono mai esplicitati, non c'è modo di fare chiarezza su chi sia in torto o meno, delle due parti, i soldati hanno divise impossibili da distinguere e i personaggi non vengono mai mostrati a riflettere sulle cause o le possibili soluzioni del conflitto. Ci sono solo dialoghi sommari su alcuni eventi particolarmente "memorabili", il che è proprio il punto dolorosamente sottolineato dal film. 


La Storia viene raccontata attraverso immagini ardite, più "pornografiche" sono, meglio è. La memoria collettiva vive di singoli momenti eclatanti, il quadro d'insieme non importa più; in un'epoca di informazione mordi e fuggi, conta correre per arrivare primi, ma non per offrire una cronaca in diretta, bensì per rubare lo scatto da primo premio, quello che consacrerà l'autore ad imperitura memoria. La presenza, all'interno del film, di quattro generazioni di giornalisti/fotografi, è testimonianza di un progressivo cambiamento di mentalità e di una mancanza di etica sempre più marcata; se, all'inizio, Lee parrebbe condannata ad un distaccato cinismo, la presenza di Jessie agisce da leva per spingerla a ritrovare l'umanità perduta ed impedire all'innocente ragazzina di prendere la stessa, orribile china. Ahilei, Civil War non è un film ottimista. Alex Garland descrive una società in caduta libera verso la rovina e la perdita di ogni valore positivo, e lo fa accelerando progressivamente il ritmo narrativo. Da un'inizio quasi da road trip (salvo per quell'inizio deflagrante, che scuote i nervi dello spettatore passando attraverso una delle paure più grandi della società occidentale), durante il quale i personaggi hanno tempo di dialogare, riflettere su se stessi e sulle reciproche differenze, si passa alla tensione di un horror ambientato in ambienti sperduti e dati in pasto a un male senza nome, dove qualunque cosa può capitare agli incauti viaggiatori, per poi arrivare a un film di guerra vero e proprio, a un'azione militare ininterrotta e al cardiopalma; la presa di Washington è talmente serrata, tra regia cinetica, montaggio e sonoro, che ho rischiato di lasciarmi influenzare dagli attacchi di panico di Lee, tanto che in qualche momento ho avuto difficoltà a respirare, forse per questo il finale mi ha colpita e sconvolta. D'altronde, non è facile rimanere impassibili davanti al volto sconfitto di una Kirsten Dunst svuotata di ogni entusiasmo, che sembra corteggiare la morte spingendo l'obiettivo della macchina fotografica dove nessuna persona sana di mente oserebbe arrivare, vittima di una mezza vita in cui le emozioni forti lasciano il tempo che trovano. E non è facile rimanere impassibili davanti a Cailee Spaeny, semplicemente favolosa, con la sua faccia da bimba in aperto contrasto con un'ambizione capace di passare sopra le esperienze più orribili, con il distacco di chi, come dicevo all'inizio, vive il momento di sublime gloria, lo immortala, e poi lo dimentica. Se esiste un film in grado di rappresentare la disumanizzazione alla quale siamo sottoposti quotidianamente e la superficialità della società odierna, dove indignazione e orrore durano quanto basta per lasciare spazio a un altro evento di grande risonanza mediatica che verrà a sua volta dimenticato nel giro di un paio di settimane, questo è Civil War. Guardatelo, grazie. E poi spiegatemi come diavolo ha fatto Kirsten Dunst a continuare a dividere il letto con Jessie Plemons, dopo la sua comparsata in divisa, senza temere di venire macellata. 


Del regista e sceneggiatore Alex Garland ho già parlato QUI. Kirsten Dunst (Lee), Cailee Spaeny (Jessie), Stephen McKinley Henderson (Sammy) e Jesse Plemons (non accreditato, interpreta un soldato) li trovate invece ai rispettivi link.


Wagner Moura
, che interpreta Joel, era Pablo Escobar nella serie Narcos. ENJOY!

mercoledì 24 aprile 2024

Hagazussa - La strega (2017)

Un horror austriaco. E' questo che mi chiedeva di vedere la HorrorX52 challenge di Letterboxd. La scelta è così finita su Hagazussa - La strega (Hagazussa), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Lukas Feigelfeld.


Trama: dopo la morte della madre, Albrun cresce in solitudine tra le montagne, con una figlia a carico e tacciata di essere una strega, per questo isolata dall'intera comunità...


Avevo letto delle belle cose su Hagazussa, scritte da amici con i quali condivido gusti assai simili in fatto di opere cinematografiche. Mi ero quindi accinta alla visione animata dalle migliori intenzioni e le più rosee aspettative, salvo poi cadere vittima di un sonno profondo durato 10 minuti. I colpi di sonno, con conseguente, disperato tentativo di riparare "riavvolgendo" il film fino a ricominciare là dove Morfeo mi aveva inopportunamente interrotta, si sono ripetuti un'altra mezza dozzina di volte (per non parlare di quando mi sono addormentata col dito sul tasto rew e ho dovuto poi rimandare avanti tutto, in lacrime), ma giuro che alla fine non mi sono persa nemmeno un fotogramma di Hagazussa. Da una parte, meglio così. Il film di Lukas Feigelfeld, visivamente, è bellissimo, per merito di un'ottima fotografia diurna (quella notturna un po' meno, diciamo...) che restituisce tutto il fascino solenne e selvaggio delle montagne e dei boschi dove si ambienta, e una regia attenta a dettagli perturbanti, con continui richiami al folklore e al paganesimo, raffinata ed elegante anche quando si tratta di mettere su pellicola le immagini più atroci e raccapriccianti. Purtroppo, qui finiscono anche, per me, i pregi del film, che trascina queste immagini bellissime e reiterate con ritmo monotono, di rara lentezza, cercando di far sì che lo spettatore si interessi alle vicende di Albrun, povera ragazza madre isolata dalla gente del paese in quanto "strega". Tanto quanto, la prima parte del film (diviso in quattro capitoli, Ombre, Corno, Sangue e Fuoco), con Albrun bambina che si ritrova ad avere a che fare con una madre malata e dai comportamenti inquietanti, è l'esempio perfetto di come si potrebbe realizzare un ottimo corto horror fatto di suggestioni ed atmosfere nefaste, senza dare troppe spiegazioni, anzi, sfruttando proprio la percezione distorta di chi non riconosce più sua madre e non capisce cosa stia accadendo, il resto invece ha messo a durissima prova la mia pazienza.


Tra un pisolo e un recupero "forzato", le vicende della Albrun adulta mi sono infatti scivolate addosso come acqua. La sceneggiatura di Hagazussa mira a rappresentare la fragile psiche di una donna isolata a causa di cieca superstizione e sottoposta a vessazioni sempre più terribili per lo stesso motivo, giocando sull'incertezza rispetto alla sua più o meno reale natura di strega, ma purtroppo lo fa indulgendo sul silenzio tormentato tipico degli "horror artistici". Albrun non spiccica quasi parola, le sequenze che la vedono protagonista hanno spesso per soggetto lunghi squarci di solitaria quotidianità con qualche espressione di disagio mentale (ma povere capre, che vi hanno fatto di male?), e giuro che sono arrivata a quel paio di momenti disgustosi che testimoniano il definitivo tracollo della protagonista dicendo tra me e me "Ah, vabbé" o, al massimo, "eewschifo". Questo per dire quanto poco Hagazussa mi abbia coinvolta emotivamente, quanto mi abbia perplessa la scelta della protagonista di inghiottire funghi ricoperti di vermi per festeggiare il possibile possesso di poteri malvagi (ma L'orso di Annaud non vi ha insegnato nulla in tal senso, di grazia?), e quanto abbia trovato gratuito tutto quel che di allucinato (e allucinante) succede nei capitoli "Sangue" e "Fuoco" dopo minuti interi di nulla cosmico. A me Hagazussa ha dato l'impressione di un film assai poco equilibrato, realizzato da una persona con tantissima passione e capacità, interessata però solo a scrivere una fredda tesi sulla malattia mentale femminile e su come veniva vissuta nelle comunità montane del quindicesimo secolo. L'incantesimo della strega, su di me, non ha funzionato ma, se non altro, ricorderò questo film come uno dei più tediosi e presuntuosi visti negli ultimi tempi. 

Lukas Feigelfeld è il regista e sceneggiatore della pellicola. Austriaco, ha diretto altri due film, Beton e Interferenz. Anche produttore e attore, ha 38 anni. 


Se Hagazussa - La strega vi fosse piaciuto recuperate The VVitch e Il sabba. ENJOY!

martedì 23 aprile 2024

Immaculate (2024)

Nel weekend del mio compleanno sono riuscita, inaspettatamente, godermi ben due horror. Il primo è stato Immaculate, diretto dal regista Michael Mohan.


Trama: Cecilia arriva in un convento italiano dall'America per prendere i voti. Lì però il suo corpo comincerà a cambiare in maniera inquietante...


Dopo The First Omen, aspettavo al varco questo Immaculate, di cui in giro si parlava già benissimo. In effetti, pur avendo parecchi punti in comune col prequel de Il presagio, il film di Michael Mohan si regge benissimo sulle sue gambe ed è molto più interessante, soprattutto visto con l'ottica di chi, come me, ha sempre vissuto in un Paese di stampo cattolico. Anche in questo caso la protagonista è una novizia e, come in The First Omen, la giovane futura suora proviene dall'America ma si ritrova a prendere i voti in un convento italiano. La barriera linguistica è sempre molto importante, perché costringe la protagonista straniera a sbattersi il doppio per capire cosa stia succedendo e la priva di mezzi per reagire verbalmente o per mettersi anche solo sullo stesso livello delle consorelle; il senso di spaesamento ed isolamento viene così stabilito già prima che comincino ad accadere cose strane a Cecilia. Il secondo punto in comune che Immaculate ha con The First Omen è l'impossibilità della donna di avere il controllo sul suo stesso corpo, che diventa semplicemente un mezzo per raggiungere uno scopo deciso da altri. In particolare, però, in Immaculate l'individualità e il libero arbitrio diventano accessori tra il disgustoso e l'inutile, semplici impedimenti alla pura gioia che dovrebbe derivare dalla sola idea di essere parte fondamentale di un miracolo che di demoniaco non ha nulla (o, almeno, non dovrebbe). Ai fedeli, in particolare alle "spose di Dio" che, come ho già scritto nel post dedicato a The First Omen, vengono considerate inferiori da preti e cardinali in quanto donne, quindi ancora più "serve" dei servi maschi, si richiede la cieca accettazione dei dogmi a prescindere che questi ultimi vengano "accomodati" a uso e consumo di chi li impone con belle parole. Non importa la sofferenza di chi subisce, non importano dubbi che vengono estirpati sul nascere o ignorati, importa solo il fine ultimo, la salvezza di un'umanità per la quale Cristo si è volontariamente sacrificato. E chi siamo noi, soprattutto noi donne (che, come ben sappiamo, serviamo solo a perpetuare la specie), per rinunciare al martirio, anche se imposto da altri? L'aspetto più interessante di Immaculate è il suo declinare in chiave horror una cosa che ci hanno sempre venduto come meraviglioso emblema di purezza e che, a pensarci con lucidità, è un'esperienza terrificante, da rimetterci la sanità mentale.


Immaculate
richiede quindi allo spettatore un drastico e doveroso cambiamento di mentalità, verso cui lo accompagna utilizzando i cliché tipici dell'horror satanico. Per questo, il film di Mohan è la pellicola più iconoclasta che vedrete quest'anno e, per quanto mi riguarda, al momento è quella col finale più soddisfacente e liberatorio, ma anche una delle più inquietanti. Se in The First Omen l'ambientazione del convento, richiamava la raffinatezza di Suspiria, qui evoca immagini di exploitation più "rozza" e crudele, più vicina all'horror di serie Z italiano, dove c'era un piacere quasi perverso a vedere queste povere serve di Cristo seviziate; qui, per quanto mi riguarda, il piacere risulta nella presa di coscienza e conseguente reazione di Cecilia, che non va molto per il sottile, giustamente, quando si tratta di libertà personale e mostrare diti medi a prelati spocchiosi e rattusi. Michael Mohan non si fa mancare nulla tra sangue, torture e scoppi di violenza, non solo inquadrati in tutta la gloria del gore ma anche appena fuori dall'inquadratura, e non per timidezza, attenzione; tutto ciò che succede in Immaculate è chiaro come un'illuminazione divina ed è per questo che sarà molto difficile vederlo distribuito come Cthulhu comanda. Da una parte è un peccato, dall'altra ringraziamo il cielo. L'adattamento nostrano farebbe solo un pessimo servizio a un film parlato al 50% in italiano, con Sidney Sweeney confusa in un pantano di frasi a lei incomprensibili, e il ridoppiaggio priverebbe di genuinità interpretazioni favolose come quelle di Benedetta Porcaroli (Sydney Sweeney è bravissima ma il personaggio di suor Guendalina è il migliore del film), di un Giorgio Colangeli estremamente leppegoso e di Dora Romano, la perfetta Madre Superiora alla quale tutti vorremmo fare molto ma molto male. Aggiungo una nota di merito alla scelta di Álvaro Morte come porno prete, giusto per togliere allo spettatore anche l'ultima traccia di fiducia nei confronti di una Chiesa che mai come in questo periodo storico sta collezionando magre figure nel cinema di genere. Datemi un film così al mese e sarò felice!


Di Sydney Sweeney (Cecilia) e Giorgio Colangeli (Cardinale Franco Merola) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Mohan è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come The Voyeurs. E' anche sceneggiatore e produttore.


Benedetta Porcaroli
, che interpreta Guendalina, era nel cast di Perfetti Sconosciuti e la protagonista della serie Baby mentre Dora Romano, che interpreta la Madre Superiora, era la maestra Oliviero della serie L'amica geniale e compare, sempre nei panni di una suora, anche in Omen - L'origine del presagio. Ovviamente, se Immaculate vi fosse piaciuto recuperate anche quello! ENJOY!




venerdì 19 aprile 2024

Incubi notturni (1945)

A causa degli Oscar avevo un po' abbandonato la challenge Horrorx52 di Letterboxd, ma torno oggi sfruttando il prompt "Film horror uscito prima del 1950" per parlare di Incubi notturni (Dead of Night), diretto nel 1945 dai registi Alberto Cavalcanti, Charles Crichton, Basil Dearden e Robert Hamer.


Trama: l'architetto Walter Craig viene invitato a supervisionare alcuni lavori in una casa nella campagna del Kent. Appena arrivato, si rende conto di avere sognato non solo di essere stato lì, ma anche le persone riunite all'interno della casa. Per liberarlo dell'inquietudine, i convenuti cominciano a raccontare le loro presunte esperienze col paranormale...


La challenge di Letterbox è un modo utile per smaltire la mia ormai infinita wishlist di film da vedere. Se vi chiedete come ci fosse finito dentro un film del 1945, dovete ovviamente "dare la colpa" a Lucia, che aveva scelto proprio Incubi notturni come horror per la sua rassegna del genere attraverso gli anni. Ha avuto ragione a farlo, come sempre. Incubi notturni può vantare, oltre all'avvallo di Martin Scorsese che lo ha definito il quinto film più spaventoso di sempre, il titolo di "nonno" di tutti gli horror antologici e dei portmanteau della Amicus; inoltre, è l'unico esempio di film horror (o comunque a tema inquietante e sovrannaturale) uscito nel periodo della seconda guerra mondiale, quando questo genere di pellicole era stato messo al bando in Inghilterra e non veniva più prodotto. A prescindere da questi interessanti cenni storici, che comunque aumentano il valore di Incubi notturni e che vi invito ad approfondire su blog ben più specializzati del mio e pubblicazioni cartacee, il film si è rivelato una visione assai piacevole, ed equilibrata nelle varie anime che la compongono. La cornice di per sé è già perturbante: abbiamo, infatti, un uomo che, invitato in una dimora sconosciuta da persone mai viste prima, si rende conto, una volta giunto in loco, di avere sognato quella esatta situazione e di riconoscere quindi i volti dei convenuti; ancor peggio, sa che, se rimarrà lì, accadrà qualcosa di orribile. La cornice del film, come dicevo, è già un episodio inquietante, imperniato su una cupa ineluttabilità che rende le persone marionette nelle mani di un destino ciclico da cui non è possibile sfuggire e, nonostante i dialoghi tendano a rappresentare una borghesia serena e razionale nella sua fascinazione verso l'inspiegabile, l'angoscia del protagonista risulta palpabile, anche grazie all'ottimo uso di luci e regia. Le diverse storie vengono introdotte proprio dalla volontà dei vari personaggi di liberare il protagonista dal terrore di essere diventato pazzo, intento che, mano a mano che il film prosegue, si trasformerà in una sfida verso il razionale Dr. van Straaten che, in quanto psichiatra, si impegna a "smontare" ogni racconto ed ogni esperienza narrata. Ma andiamo a vedere i singoli episodi, senza fare troppi spoiler.


I primi due, a onor del vero, non sono particolarmente entusiasmanti. Il primo riprende un po' il tema della cornice (non a caso il regista è lo stesso) ed è la versione breve di un tipico episodio di serie come Ai confini della realtà, tra presagi di morte e tragedie sfiorate per un pelo, mentre il secondo è una sorta di "non lo famo ma lo dimo" in cui una ragazzina si trova a tu per tu col fantasma più dolce e innocuo dopo Casper, per poi sentirsi raccontare di un orribile delitto legato all'apparizione. Piccoli antipasti, non particolarmente impegnati né a livello di regia né di interpreti, che lasciano il posto al più sostanzioso The Haunted Mirror. L'episodio diretto da Robert Hamer è un interessante gotico che riprende il tema del terrore di essere costretti a dubitare dei propri occhi, alla mercé di visioni che paiono precluse ad altri; in questo caso, il protagonista si ritrova vittima di uno specchio che riflette il passato, invece della realtà presente, e la sua psiche viene cancellata da quella del precedente proprietario. Il carattere spigliato e volitivo della futura moglie non inficiano nemmeno un po' la sensazione perenne (enfatizzata da una regia rigorosa e priva di fronzoli) di essere soli di fronte all'inspiegabile, privi di difese e pronti a venire inghiottiti dall'oscurità nel momento esatto in cui la quotidianità e luce del giorno lasciano il posto alla solitudine e alle ombre. Dopo un'immersione in queste suggestioni cupe, il film si sposta in territori più rilassanti. The Golfer's Story (diretto, non a caso, dal futuro regista di Un pesce di nome Wanda) è una spassosa storia di imbroglioni e fantasmi, che inizia col suicidio più rassegnato e tranquillo della storia del cinema, e diverte lo spettatore con una coppia di amici/nemici in pieno stile Lemmon e Matthau, impegnati in una contesa a base di donne e trofei. Il segmento è piacevolissimo, gli attori simpatici e l'umorismo garbato, nel complesso una chicca d'altri tempi.


L'ultimo episodio prima della risoluzione finale è talmente moderno da avere segnato una base fondamentale per tutto ciò che è venuto dopo. Qualunque altra opera a base di marionette, bambole e ventriloquia è un'imitazione più o meno riuscita di un pattern stabilito con The Ventriloquist's Dummy, un capolavoro di disagio psicologico ed inquietudine che non dà mai una risposta univoca allo spettatore, lasciato, nelle ultime sequenze, a chiedersi quale sia la reale natura del rapporto tra Maxwell Frere e il suo pupazzo Hugo. Michael Redgrave, nei panni di Frere, è un modello di nervosa apprensione ma, ovviamente, ciò che rimane impresso a fuoco nella mente dello spettatore è Hugo, spaventevole pupazzo dalla strana scintilla vitale negli occhi, palese modello del terrificante pupazzo Slappy di Piccoli Brividi. La sensazione di allucinata incertezza che The Ventriloquist's Dummy instilla nello spettatore viene trattenuta ed enfatizzata dal finale del film, che rivela il destino del protagonista appropriandosi di una qualità onirica mancante fino a quel momento, in un delirante turbinio di immagini da incubo. Le ultime battute di Incubi notturni, nonostante il ritorno a una regia e ad ambienti più casalinghi, non sono atte a rassicurare, anzi; anche in questo caso, un film di quasi 80 anni fa risulta modernissimo non solo per la sua struttura circolare, ma soprattutto per come si rapporta allo spettatore rispettandone l'intelligenza e mettendolo alla prova, senza cadere in soluzioni banali e cercando vie nuove per intrattenere ed inquietare. Per tutti questi motivi, Incubi notturni è per me degno della definizione di capolavoro che molti registi e addetti ai lavori gli tributano e, se non lo avete mai visto, vi consiglio di recuperarlo senza indugio!! 

Alberto Cavalcanti è il regista degli episodi Christmas Party e The Ventriloquist's Dummy. Brasiliano, ha diretto film come Sono un criminale e O canto do mar. Anche produttore, sceneggiatore e attore, è morto nel 1982 all'età di 85 anni.


Charles Crichton
è il regista dell'episodio The Golfer's Story. Inglese, ha diretto film come Un pesce di nome Wanda ed episodi di serie quali Agente speciale e Spazio: 1999. Anche sceneggiatore e produttore, è morto nel 1999 all'età di 89 anni.


Basil Dearden
 è il regista della cornice e dell'episodio The Hearse Driver. Inglese, ha diretto film come Cuore prigioniero, Frida l'amante straniera, I giovani uccidono, Zaffiro nero e Victim. Anche produttore e sceneggiatore, è morto nel 1971 all'età di 60 anni.


Robert Hamer
è il regista dell'episodio The Haunted Mirror. Inglese, ha diretto film come Sangue blu e Uno strano detective. Anche produttore e sceneggiatore, è morto nel 1963 all'età di 52 anni.


Parratt e Potter, protagonisti dello spassoso The Golfer's Story, derivano dai personaggi Charters e Caldicott, interpretati dagli stessi attori in La signora scompare di Alfred Hitchcock e, da allora, comparsi in innumerevoli produzioni, tra cui anche una serie TV a loro dedicata. Se Incubi notturni vi fosse piaciuto, consiglio di recuperare La morte dietro il cancello e Racconti dalla tomba. ENJOY!

mercoledì 17 aprile 2024

Ghostbusters - Minaccia glaciale (2024)

Sabato sono andata a vedere Ghostbusters - Minaccia glaciale (Ghostbusters - Frozen Empire), diretto e co - sceneggiato dal regista Gil Kenan. L'ha già visto persino la bonanima di mia nonna ma non farò spoiler.


Trama: i membri della famiglia Spengler si sono trasferiti a New York e sono ormai acchiappafantasmi a tempo pieno. Giusto in tempo per affrontare un'antica divinità votata alla distruzione dell'umanità intera...


Mi rendo conto di essere ormai fuori tempo massimo (come lo sono Aykroyd, Murray e compagnia. Ma ci torno più avanti) quindi non mi sento di essere troppo tranchant nel giudizio verso Ghostbusters - Minaccia glaciale. E' piaciuto al fanciullo seduto accanto a me, figlio tredicenne di uno dei miei storici compari di horror, e tanto basta. Questi sono film che vengono realizzati per loro e per i nostalgici dello zoccolo duro, quelli che vorrebbero vedere tornare gli attori originali anche fossero affetti da demenza senile e col catetere attaccato, basta poter indicare lo schermo e ridere, commossi, dell'ennesima citazione al primo, storico Ghostbusters. Dico questo perché i ragazzini delle medie non hanno (e non gliene faccio una colpa perché alla loro età ero uguale, è giusto e normale che sia così) abbastanza esperienza da fare le pulci a una sceneggiatura costruita sul nulla, dove nessun personaggio introdotto in Legacy è riuscito ad evolvere o diventare minimamente interessante, tanto che Gil Kenan e Jason Reitman hanno dovuto introdurre altri due nuovi membri della squadra per insaporire un po' questo piatto insipido (fallendo male, come Calenda). Inoltre, i ragazzini delle medie probabilmente apprezzano molto di più la CGI odierna, che a me sembra sempre posticcia e senza fantasia, rispetto ai rozzi effetti speciali artigianali di un tempo, che ai miei occhi risultano invece ancora freschi, colmi di inventiva ed ingegno. Quindi, ripeto, non sono più io il target di queste opere. Hai voglia, infatti, a dire che una delle fonti di ispirazione di Ghostbusters - Minaccia glaciale è la serie The Real Ghostbusters, quando il "mostro finale" si vede e no dieci minuti ed è un pupazzone brutto come il peccato, mentre prima del suo arrivo i fantasmi si contano sulle dita di una mano. Se non altro, i bambini non conoscono per nulla il cartone animato che spingeva me e le mie compagne di scuola ad inventarci pazzesche avventure nei panni degli Acchiappafantasmi titolari (io ero Ray, per inciso), quindi apprezzeranno anche quel poco che si vede come una novità, senza fare confronti. Diverso il discorso per gli ultraquarantenni che piangono, pubblico di invasati rappresentato dal matusa piagnone per eccellenza, Dan Aykroyd. E qui aprirò un libro più lungo di quelli che potrete trovare nella biblioteca in cui, guarda caso, troverete un'altra vecchia (e sottolineo vecchia) conoscenza in una riproposta fotogramma per fotogramma di una delle scene più iconiche di Ghostbusters.


'Sto cazzo de Ghostbusters. Gil Kenan, Jason Reitman, io ve lo buco 'sto Ghostbusters. Ma siete capaci a rinfrescare la serie senza citare ogni 5 minuti il film del 1984? Non se ne può più, santo cielo. Il secondo tempo di Legacy non aveva un'idea originale che fosse una ma, per carità, ci stava perché era un film di passaggio tra il vecchio e il nuovo; però nel frattempo sono passati quasi quattro anni, cosa vi costava realizzare un sequel in cui i riflettori fossero puntati sulla famiglia Spengler E BASTA, magari anche con location nuove, inventandovi qualcosa legato a quel poco di originale che era stato raccontato nel film precedente? Eh no, perché altrimenti povero Aykroyd che da decenni non ha più il controllo del suo film preferito. Ma Dan mio, hai idea della tristezza che provo a vederti portare avanti sempre lo stesso personaggio che in trent'anni non ha mai messo piede fuori dal suo negozietto, e soprattutto che si atteggia a nonno comprensivo con le nuove leve, annuendo con sorriso bonario ogni maledetta volta che McKenna Grace e il cinese di cui non ricordo il nome ripetono a pappagallo le battute o i concetti del vecchio Ghostbusters? Bill Murray, di te non voglio nemmeno parlare. Anni a dar contro al franchise e poi sei sempre il primo a tornare, fingendo scazzo cosmico prima di passare a ritirare l'assegno. Ma davvero devo arrivare a 43 anni disconoscendoti, tu che sei stato il mio primo amore? Non bastasse il bisogno di infilare nel film facce ormai incartapecorite (giuro che a vedere Annie Potts salire le scale arrampicandosi coi corrimano mi si è spezzato il cuore), Kenan e Reitman sono riusciti non solo a privare di spessore i nuovi protagonisti, ma hanno aggiunto anche altri personaggi di cui non frega un belino a nessuno. L'unica cosa interessante, potenzialmente, sarebbe stata l'evoluzione del rapporto tra i giovani Spengler e un ex insegnante ormai diventato ufficialmente fidanzato di mammà, rapporto complicato dalla decisione familiare di lavorare tutti come acchiappafantasmi, ma dei quattro personaggi coinvolti due (Trevor e Callie) stanno lì a far numero, Gary è costretto al ruolo del goffo minchione mentre Phoebe si è tenuta tutti gli aspetti lunatici ed asociali del nonno senza ereditare nemmeno un briciolo della sua simpatia. Prendete Sheldon e toglietegli ogni aspetto divertente, avrete un'idea di quanto sia pesante Phoebe in versione adolescente scazzata col mondo. Il cinese e la tizia coi dread erano insignificanti già in Legacy e qui non sono nemmeno in grado di evolvere in love interest per i protagonisti, mentre il mastro di fuoco (e certo, come volevi chiamarlo, sennò? Guardia di ghiaccio?) e lo scienziato biondo mi fanno solo venire voglia di andare da Rick Moranis e Sigourney Weaver e abbracciarli forte, augurando loro di non finire coinvolti nemmeno per sbaglio in un eventuale terzo capitolo. E porca miseria, alla fine sono stata TROPPO tranchant col giudizio, scusate. Rimedio assegnando voto 10 ai soliti marshmallow tenerini e a quel miracolo della natura di Paul Rudd. In un film dove tutti invecchiano male, persino i ragazzini, lui continua a rimanere figo e giovanile. Avrà mica un autoritratto nascosto in soffitta?  


Del regista e co-sceneggiatore Gil Kenan ho già parlato QUIPaul Rudd (Gary Grooberson), Carrie Coon (Callie Spengler), Finn Wolfhard (Trevor Spengler), Mckenna Grace (Phoebe Spengler), Kumail Nanjiani (Nadeem Razmaadi), Patton Oswalt (Dr. Hubert Wartzki), Emily Alyn Lind (Melody), Bill Murray (Peter Venkman), Dan Aykroyd (Ray Stantz), Ernie Hudson (Winston Zeddmore), Annie Potts (Janine Melnitz) e William Atherton (Sindaco Walter Peck) li trovate invece ai rispettivi link.


James Acaster
, che interpreta Lars, presta la voce all'Armadillo di Zerocalcare nel doppiaggio inglese di Questo mondo non mi renderà cattivo. Le scene in cui Trevor cerca di acchiappare Slimer sono simili ad alcune sequenze scartate da Ghostbusters II, dove al posto del ragazzino c'era Louis Tully; a proposito di Louis, se Ghostbusters - Minaccia glaciale vi è piaciuto recuperate Ghostbusters , Ghostbusters II e Ghostbusters LegacyENJOY!

martedì 16 aprile 2024

Monkey Man (2024)

Attirata da un trailer abbastanza zarro, sabato scorso sono andata a vedere Monkey Man, diretto, co-sceneggiato e interpretato dal regista Dev Patel.


Trama: a Mumbai, un uomo senza nome combatte sul ring con una maschera da scimmia. Il suo scopo, però, è la vendetta per una tragedia subita da bambino...


Ben vengano i film di menare! I quali, da John Wick in poi, sono usciti dalla nicchia ignorante in cui erano stati relegati dopo i gloriosi anni '80, per diventare uno dei generi più remunerativi dell'industria, a prescindere che si tratti di robetta divertente e poco tecnica, oppure di drammi più seri con attori, stuntman o registi che ne sanno a pacchi. Dev Patel, per esempio, è cintura nera primo dan di taekwondo, inoltre i suoi genitori hanno origini indiane, forse per questo ha deciso di coniugare la sua conoscenza delle arti marziali e il suo retaggio culturale dando vita a un film di menare profondamente radicato nella cultura indiana, al punto che scrivere questa recensione potrebbe essere un campo minato di ignoranza in materia. Ammetto, infatti, di non conoscere quasi per nulla la sterminata produzione cinematografica indiana, e mi dispiacerebbe parlare, come stanno facendo parecchie recensioni oltreoceano, di John Wick a Mumbai, quando magari i modelli di Patel erano altri; inoltre, ammetto di non sapere nulla dell'India, né delle mille caste, sottoculture, religioni che l'arricchiscono. Per dire che, a un certo punto del film, entrano in gioco gli Hijra, persone transgender e intersessuali (un tempo, anche eunuchi), che vivono in comunità ai margini della società, osteggiate dalla polizia e, in generale, poco riconosciute e rappresentate. Le comunità Hijra mi erano completamente sconosciute fino a domenica, e Monkey Man mi ha aperto letteralmente un mondo, ma l'intera figura del protagonista è basata sulla leggenda della divinità Hanuman, ci sono parecchi rimandi alle disparità della società indiana, e altri elementi folkloristici che un'occidentale ignorante come me rischia di lasciar cadere come mere note di colore, invece chissà quali significati hanno. Questo per dire che il problema di Monkey Man è quello di risultare un mero rip-off di John Wick per questioni superficiali di apparenza e stile, e che fuori da un contesto un po' meno ignorante si potrebbe apprezzare maggiormente la storia di vendetta e riscatto (già sentita e vista mille volte) che costituisce il canovaccio della sceneggiatura. Non che non si possa godere del film anche così, ci mancherebbe. Vedere un tizio incazzatissimo fare giustamente a pezzi chi ha condannato ad una fine indegna la madre e il luogo paradisiaco dov'è cresciuto  può far solo che bene, e se in mezzo ci sono della tamarreide e un allenamento fisico/mistico per diventare un super uomo-scimmia, ancora meglio.


A proposito di fisico "mistico", Dev Patel è tanta roba. Non me ne voglia Keanu Reeves, ma il nostro ha la fisicata d'ordinanza e si muove bene, non si può negare, benché forse la gamma espressiva richiesta dal personaggio del Monkey Man titolare non richiedesse le doti attoriali di Patel, maggiormente apprezzabile in altri ruoli. Diciamo che, a un certo punto, mi sono ritrovata come gli Hijra ad applaudire davanti agli allenamenti a suon di musica del protagonista, e non solo per la scelta interessante di ritmare i colpi in base alla cadenza dello strumento (altra scelta musicale che ho molto apprezzato, al di là di una colonna sonora che mescola roba tamarrissima a melodie che mi aspetterei in un film di Bollywood, è l'uso improprio di un coltello mentre nell'ascensore risuona Anna dai capelli ross.. ehm, Rivers of Babylon). Quello che contesto a Patel, attore, sceneggiatore e regista, è proprio il modo in cui utilizza la macchina da presa. Anche il montaggio isterico ha le sue colpe, per carità di Dio (che va bene essersi fatti due palle tante con Priscilla ma per poco non mi veniva da vomitare guardando Monkey Man), però quello che salta all'occhio è il fatto che Patel abbia scelto di non utilizzare nemmeno una singola inquadratura centrata. Ogni immagine del film prevede che il soggetto della stessa non sia mai centrale, ma appena un po' scostato verso destra, sinistra, o addirittura con la faccia tagliata in basso, oppure leggermente sfuocata, in ombra, nascosta nello sfondo, persa in visioni mistiche, quello che volete. Se mi dovessero puntare una pistola alla testa e chiedere se c'è un'immagine che mi è rimasta impressa direi di no, perché l'impressione generale che ho avuto di Monkey Man prima che cominciassi ad avere fastidio agli occhi causa sovraccarico sensoriale è quella di un'ipercineticità portata all'estremo. Un difetto forse trascurabile, ma che mi costringerà, prima o poi, a riguardare il film per essere certa di avere colto tutte le cose importanti. Nel frattempo, io ve lo consiglio, chissà che non vi venga voglia, dopo la giusta dose di botte, di imparare anche qualcosa sull'India e la sua variegatissima cultura!


Di Dev Patel, che è regista, co-sceneggiatore della pellicola e interpreta il protagonista senza nome, ho già parlato QUI, mentre Sharlto Copley, che interpreta Tiger, lo trovate QUA.


Se Monkey Man vi fosse piaciuto, recuperate la saga di John Wick. ENJOY!

venerdì 12 aprile 2024

Omen - L'origine del presagio (2024)

Dopo l'abbuffata di "Presagi" sono andata ovviamente a vedere Omen - L'origine del presagio (The First Omen), diretto e co-sceneggiato dalla regista Arkasha Stevenson.


Trama: nel 1971, la novizia Margaret si trasferisce in un convento di Roma per prendere i voti. Lì si ritroverà invischiata in un complotto per fare nascere l'Anticristo...


Finalmente si è concluso questo mese a base di presagi. In tutta onestà, non poteva finire meglio. Dopo la qualità calante dei sequel de Il presagio, film entrato giustamente a fare parte della storia del genere cinematografico "satanico", questo prequel è stata una boccata d'aria fresca. La cosa è paradossale, potete immaginare perché. The First Omen racconta tutto ciò che conduce all'inizio de Il presagio, quindi sappiamo già come andrà a finire, cioè male, e chi si è da poco immerso nella saga, come me, potrebbe farsi persino un'idea chiara di come e per chi andrà a finire male più o meno dalle prime scene. Non che sia un problema visto che, salvo un paio di incongruenze/forzature e qualche "maccosa", la trama di The First Omen è coinvolgente e interessante. Protagonista è Margaret, novizia americana che si trasferisce a Roma per prendere i voti e viene accolta all'interno di un orfanotrofio per sole bambine. Fin dall'inizio, l'esperienza di Margaret non è tutta rose e fiori: la madre superiora ha un cuore decisamente arido e poco cristiano, una bambina in particolare viene ostracizzata e tenuta separata dalle altre, tremende visioni del passato tornano a perseguitare la novizia e c'è anche il disagio di avere una compagna di stanza decisa a sperimentare piaceri molto terreni prima di indossare per sempre il velo. In generale, ciò che si percepisce di Margaret è uno stato di confusione, solitudine e spaesamento, dettato dapprima dal doversi adattare ad un Paese sconosciuto (il pout-pourri linguistico del film sarebbe molto interessante ma, ahimé, l'adattamento italiano ha dato una bella piallata in tal senso) e poi da eventi sempre più inquietanti che accrescono la diffidenza della protagonista e, parallelamente, anche la sua forte volontà di decidere del proprio destino. Nonostante, infatti, il punto di vista di The First Omen sia prevalentemente femminile, il film parla di una femminilità schiacciata e violata a più riprese, sfruttata da un sistema ecclesiastico governato ovviamente da uomini, dove le donne non sono solo serve/spose di Dio, ma anche sottoposte alle decisioni degli alti prelati. Come già nel Presagio originale, la Chiesa ci fa una ben magra figura, o mostrando una debolezza isterica (sono sempre dell'idea che se Padre Brennan la smettesse di terrorizzare il prossimo coi suoi modi da matto, il Maligno avrebbe meno possibilità) o qualcosa di ancora più oscuro, che nel primo film era stato giusto accennato (sì, negli anni '70 si parlava di satanisti, ma mi sono sempre chiesta perché nella nascita di Damien fossero coinvolti anche dei preti e delle suore) e che qui diventa fulcro stesso della trama, eliminando la nozione di "satanismo".


Rimanendo in tema "violazione della femminilità", The First Omen ha delle sequenze agghiaccianti assimilabili al body horror (un paio delle quali farebbero passare la voglia di partorire persino alla più fervente mamma pancina) che sono poi quelle più originali, riuscite e distanti dai necessari omaggi riaggiornati a Il presagio. Arkasha Stevenson, che si è fatta le ossa con serie interessanti e "visionarie" come Channel Zero, Legion e Al nuovo gusto ciliegia, dimostra di avere occhio per le atmosfere che richiamano l'horror anni '70 e non le scimmiotta, bensì le riporta in vita con gli stessi colori, la stessa morbidezza ed eleganza, spingendo lo spettatore a temere non solo quello che potrebbe nascondersi nel buio, ma anche ambienti familiari, in primis una città turistica come Roma. La sequenza che ho preferito è quella in cui il focus della cinepresa si allarga fino a mostrare come le luci che circondano Margaret siano posizionate in modo da rappresentare un viso demoniaco che la inghiotte, ma non è l'unico tocco di raffinatezza; tutto il film richiama alla mente capolavori come Suspiria, in particolare per l'uso del sonoro (per non parlare di quando esplode, prepotentissimo, lo score di Jerry Goldsmith nella scena clou. Non so se mi ha causato più brividi di gioia quello oppure Rumore della Carrà), mentre Possession viene esplicitamente citato poco prima del finale. A tal proposito, Arkasha Stevenson dimostra di sapere anche scegliere bene gli attori. Nell Tiger Free non è solo bellissima, ma anche brava nell'esprimere il tormento e la forza di Margaret, oltre a prestare il corpo ad un paio di scene disgustose, ma in generale tutto il cast di supporto è formato da facce espressive ed inquietanti, con menzione d'onore per Maria Caballero, la quale sul finale è talmente bella e solenne da mozzare il fiato. L'unica cosa che non ho granché apprezzato di The First Omen è l'apertura verso potenziali spin-off della serie, che manda un po' in vacca l'impressione di avere davanti un'opera curata e realizzata con passione, non con l'intento di fare soldi a palate gabbando, in futuro, gli spettatori babbei. E' vero che produce Disney, e che la malvagità della Casa del Topo supera quella di Damien, ma per stavolta spererei che i presagi finiscano in gloria, con questo bel prequel.


Di Ralph Ineson (Padre Brennan), Charles Dance (Padre Harris) e Bill Nighy (Cardinale Lawrence) ho parlato ai rispettivi link. 

Arkasha Stevenson è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto episodi di serie come Channel Zero, Legion e Al nuovo gusto ciliegia. E' anche produttrice. 


Nell Tiger Free
interpreta Margaret. Inglese, ha partecipato a serie come Il trono di spade e Servant. Ha 25 anni. 


Sonia Braga
, che interpreta Sorella Silva, era la protagonista de Il bacio della donna ragnoOmen - L'origine del presagio è il prequel de Il presagio quindi, se vi fosse piaciuto, recuperate almeno il primo film, visto che il resto della saga non è proprio un capolavoro! ENJOY!

mercoledì 10 aprile 2024

Priscilla (2023)

Mercoledì sono andata a vedere Priscilla, diretto e co-sceneggiato nel 2023 dalla regista Sofia Coppola a partire dall'autobiografia Io ed Elvis di Priscilla Presley.


Trama: cronaca dell'amore tormentato tra la giovanissima Priscilla Beaulieu e il famoso Elvis Presley.


Per parafrasare l'Elvis del film: "non sei tu, è che io...". E' che io, a 43 anni, probabilmente mi sono rotta le scatole di vedere film dalla confezione perfetta che, per tutta la loro durata, ribadiscono un unico concetto, ricamandoci sopra sfruttando sequenze e dinamiche sempre uguali. E' che io probabilmente non mi sono ancora ripresa dagli Oscar di quest'anno. E' che io, Sofia mia dolce, ti voglio bene al punto da aver amato anche Bling Ring, inviso credo persino ai tuoi parenti, ma stavolta non posso fare finta di niente, continuando a subire per amore senza mai dirti una parola di biasimo. A 43 anni, mi dispiace, mi tocca prendere le valigie e andarmene, canticchiando I Will Always Love You di Dolly Parton. Ma, ripeto, non sei tu. Il tuo modo di raccontare lo spleen dell'esistenza è sempre lo stesso: malinconico ed elegante, con le tue protagoniste all'apparenza tanto fragili che basterebbe un soffio per spezzarle, che nascondono tuttavia una tempra d'acciaio, la solida volontà di seguire il loro cuore, anche se ciò può nuocere. La solitudine, anche nella ricchezza e nel lusso, della tua Priscilla, richiama quella dell'amata Maria Antonietta, un'altra sposa bambina ritrovatasi suo malgrado sotto i riflettori e costretta ad inghiottire lacrime di infelicità, lei che voleva solo l'amore e la spensieratezza. Quella fotografia soffusa, che ammorbidisce i contorni di una realtà dolorosa e, allo stesso tempo, la rende poco chiara, filtrata da un velo quasi onirico, non impedisce allo spettatore di cogliere tutti gli importantissimi dettagli legati al lusso, alla moda, al trucco, al parrucco, agli accessori, quelle piccole cose materiali che rendono la vita più sopportabile e spesso ci abbagliano fino a farci sbagliare strada; la colonna sonora, vintage ma moderna, con canzoni che accompagnano Priscilla nella gioia di essere la "Venere" che ha fatto perdere la testa ad Elvis, la cullano nell'illusione d'amore, e infine la portano a schiantarsi contro la dura personalità di un uomo complicato ed egoista, sempre pronto a farle richieste impossibili (Dolly Parton avrebbe voluto che I Will Always Love You la cantasse proprio Elvis, ma le pretese assurde del Colonnello Parker l'hanno portata a rifiutare). Non sei tu, ripeto, che hai scelto la bravissima Cailee Spaeny per inorridire lo spettatore con un rapporto che nasce già "strano", filtrato dagli occhioni innocenti di una ragazzina acqua e sapone desiderata da un uomo all'apice del suo successo e, in seguito, plasmata secondo i canoni di bellezza di Elvis, costretta a diventare donna prima del tempo pur vedendosi negare la conferma di essere matura per una relazione fisica.


Sono io, va bene? Sono io. Io che, all'ennesima inquadratura di Priscilla truccatissima, piccola e sola all'interno dell'immensità di Graceland, ti dico "ho capito. Ha tutto quello che una ragazzina della sua età vorrebbe avere ma è sola, terribilmente sola, però non ha il coraggio di tornare alla vita di prima perché comunque è innamorata di Elvis. Passiamo oltre: come affronterà quest'empasse?". La risposta è un numero imprecisato di sequenze in cui Priscilla cerca di risvegliare il desiderio sessuale di Elvis in camera da letto, con lui che, ogni volta, la rifiuta (arrivando, a un certo punto, persino a ricordare un'involontaria  - spero - parodia del finale di Frankenstein Junior). "Ho capito. Elvis era uno stronzo manipolatore, vittima di stronzi ancora più manipolatori di lui che, però, in questo film che si intitola Priscilla vengono soltanto nominati oppure mostrati di striscio, anche perché c'è già Elvis di Baz Luhrmann a dare un quadro chiaro della situazione. C'era un altro modo di far passare il concetto, diverso dall'alternare scatti di violenza ad avance sessuali rimandate al mittente, evitando così l'effetto barzelletta?". Al netto della mia intelligenza, della sensibilità individuale e anche della disposizione d'animo contingente, in tutta onestà questo Priscilla non mi ha smosso altro che un'enorme perplessità (per non dire di peggio) relativamente alle radici del sentimento di Elvis verso la bambolotta che è riuscito a manipolare per parecchi anni sfruttandone la giovanissima età. Quanto alla protagonista, rimane la tristezza davanti alla sua gioventù perduta e ai sogni infranti, ma dico anche che ho trovato il film molto superficiale nel tratteggiare ciò che si cela nell'animo di Priscilla, al punto da arrivare a chiedermi perché mai a qualcuno dovrebbe interessare un film che racconta la noia di giornate tutte uguali passate ad attendere con pazienza, quando forse poteva essere più illuminante concentrarsi su ciò che è successo a Priscilla dopo la fuga dalla prigione dorata di Graceland. Ciò detto, Sofia, io non smetto di volerti bene. Ci risentiamo al tuo prossimo film!


Della regista e co-sceneggiatrice Sofia Coppola ho già parlato QUI mentre Jacob Elordi, che interpreta Elvis, lo trovate QUA.

Cailee Spaeny interpreta Priscilla. Americana, ha partecipato a film come 7 sconosciuti a El Royale, Vice - L'uomo nell'ombra e How It Ends. Ha 26 anni e un film in uscita, Alien: Romulus


Se Priscilla vi fosse piaciuto recuperate Marie Antoinette, Elvis e Spencer. ENJOY!