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mercoledì 30 novembre 2022

Il prodigio (2022)

L'ultima uscita interessante su Netflix è stata Il prodigio (The Wonder), diretto e co-sceneggiato dal regista Sebastián Lelio a partire dal romanzo omonimo di Emma Donoghue, anche co-sceneggiatrice.


Trama: alla fine dell'800, in un villaggio irlandese, una ragazzina sopravvive da quattro mesi senza mangiare. Un concilio di dignitari locali decide di fare arrivare al villaggio una suora e un'infermiera, così che possano osservare per qualche tempo la ragazzina e confutare o meno l'apparente miracolo...


Il prodigio è la testimonianza di quanto le storie siano importanti per aiutare o condannare le persone in determinati periodi della loro vita. Dotato di un prologo e un epilogo ambientati in un teatro di posa, che sottolineano sia la natura fittizia della vicenda narrata sia l'importanza di cui parlavo prima, Il prodigio è un dramma ambientato in Irlanda dopo la grande carestia che, sul finire dell'800, ha portato alla morte migliaia di persone, lasciando i sopravvissuti prostrati, diffidenti e privi di speranza. Non è un caso, dunque, che la notizia dell'esistenza di Anna, ragazza sopravvissuta per quattro mesi senza mangiare nulla, rinfocoli nella gente la speranza di un miracolo, di una mano salvifica in grado di rendere speciale un villaggio di pochissime anime pie, né che un gruppo di dignitari decida di chiamare una suora e un'infermiera a controllare il caso, così da poterlo, eventualmente, certificare e sfruttare per richiamare pellegrini da ogni dove. Così come la storia di Anna è necessaria alla popolazione del villaggio, così confutarla o meno è necessario all'infermiera Lib, vittima di un passato da dimenticare e in cerca di qualcosa su cui concentrarsi e per cui tornare a vivere; la presenza della "scientifica" Lib all'interno della cattolicissima famiglia di Anna darà vita ad uno scontro di speranze e credenze all'interno del quale si ripropone nuovamente il bisogno disperato di "inventare" storie per sopravvivere a un dolore devastante, tra chi desidera ripulirsi la coscienza a tutti i costi e chi è disposto persino a sacrificarsi per sedare un senso di colpa inestinguibile. Nel corso del film quasi tutti i personaggi si ritroveranno a dover creare storie o dare loro quell'interpretazione necessaria per guardare con speranza al futuro o anche solo tornare a guardarsi allo specchio la mattina, confidando non tanto nei prodigi mistici, quanto in quelli più prosaici, che possiamo riuscire a creare giorno per giorno, fermo restando che potrebbe anche non cambiare nulla e che le storie rischiano di rimanere, per l'appunto, tali.


Per raccontare le vicende di Lib ed Anna, Il prodigio sfrutta i registri del dramma e del thriller basato sullo studio dei personaggi, immergendo il tutto in una cornice d'epoca a dir poco perfetta, che porta quasi a dimenticare la natura moderna del prologo e dell'epilogo (per non parlare di un paio di altri lievi sfondamenti della quarta parete in medias res) che, a mio avviso, lungi dallo spezzare l'incanto illusorio della ricostruzione storica, la rendono ancora più preziosa. I costumi sono sobri ma spettacolari, gli ambienti, sia esterni che interni, sono impreziositi da una splendida fotografia, e la regia di Sebastián Lelio riesce a dare risalto ai drammi dei personaggi, ad accentuare il senso di claustrofobia derivante da ambienti piccoli e cupi e dall'ancor più cupa aura di diffidenza da cui è circondata Lib ogni volta che si ritrova ad avere a che fare con abitanti e dignitari, oltre alla fisicità dell'isolamento di Anna e della sua famiglia, circondati da paesaggi pianeggianti praticamente infiniti. La vera punta di diamante del film, però, è una Florence Pugh che, ormai, è una garanzia. A differenza degli ultimi film che l'hanno vista protagonista, ne Il prodigio l'attrice offre un'interpretazione misurata, che rivela la natura del tormento di Lib attraverso espressioni e sguardi fugaci, dai quali si evince la fragilità di un personaggio connotato, almeno all'inizio, come duro e spiccio, sebbene gentile; l'interazione con Kíla Lord Cassidy, anche lei bravissima, è dolce e intensa e arricchisce le interpretazioni di entrambe, rendendo la vicenda narrata ancora più coinvolgente, oltre che credibile. L'unica avvertenza che vi do prima di affrontare Il prodigio, pur consigliandovelo spassionatamente, è quella di non mettervi davanti allo schermo dopo una giornata particolarmente stancante o rischiate di addormentarvi più volte durante la visione, come è successo a me. Basta non arrendersi e riprovarci con un po' più di energia in corpo, verrete ripagati con un un bellissimo film!


Di Florence Pugh (Lib Wright), Toby Jones (Dr McBrearty) e Ciarán Hinds (Padre Thaddeus) ho parlato ai rispettivi link. 

Sebastián Lelio è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Cileno, ha diretto film come Gloria e Una donna fantastica. Anche produttore e attore, ha 48 anni.


Niahm Algar, che interpreta Kitty O' Donnell, era la protagonista di Censor mentre Tom Burke, che interpreta Will Byrne, ha incarnato Cormoran Strike nella serie TV tratta dai libri di Robert Galbraith. Se Il prodigio vi fosse piaciuto recuperate Lady Macbeth e Room. ENJOY!

martedì 29 novembre 2022

The Menu (2022)

Spuntato un po' a sorpresa qualche mese fa nelle anteprime, è miracolosamente arrivato anche a Savona The Menu, diretto dal regista Mark Mylod.


Trama: un gruppo di persone selezionate si ritrova nel ristorante dello Chef Slovik per degustare quella che si preannuncia una raffinatissima cena da gourmet, almeno finché non cominciano a succedere cose strane...


Negli ultimi anni, scellerati palinsesti televisivi hanno trasformato quelli che una volta erano normali mestieranti, magari più fantasiosi o bravi di altri, in mega star pronte a far spendere centinaia di euro all'incauto consumatore, il quale magari non capisce una ralla dell'"arte" in questione. No, non sto parlando di pittori o scultori, ma di cuochi, pasticceri o simili, anzi, scusate, dovrei dire chef. Ormai chiunque è costretto a capirsene di cucina (anzi, scusate, food) e a guardare con indulgenza questi figuri aprire locali su locali che, di base, propinano ciò che io mangerei come merendina spacciandolo come primo/secondo annegato in un mare di salsine dubbie e cazzabubbole assortite, dentro un piatto grande come uno scudo, per poi chiedere l'equivalente di un rene al grido di "Eh, ma non devi guardare quanto mangi, bensì all'ESPERIENZA in sé". Io, che nasco bestia e animale brutto morirò, preferisco andare nella taverna rustica o nella pizzeria banale ma buona piuttosto che gettare soldi in queste scempiaggini ma, de gustibus, ognuno fa come crede o come impongono le mode, e mi è parso che fosse quest'ultima motivazione la base di partenza di The Menu, commedia nera tinta di horror ambientata, appunto, all'interno di un ristorante esclusivissimo. All'interno di The Menu i "casi umani" sono ben riconoscibili, anche se non troppo caricati, e ce n'è per tutti i gusti, perché il film non indulge in un banale scontro "ricchi contro poveri"; autocelebrazione che sconfina in un completo distacco dalla realtà, esperienze mordi e fuggi fatte giusto perché "si può", mancanza totale di empatia, esistenze consacrate al nulla, vuota ostentazione, sono solo alcuni degli orrori serviti sul piatto preparato da Mark Mylod, che mescola sapientemente momenti grotteschi al limite dell'esilarante, aspetti thriller e un pizzico di horror, il tutto filtrato da un'estetica accattivante e, sì, molto gustosa. 


C'è da divertirsi parecchio a scoprire ogni singola portata del menu, partendo da quelle più eccentriche ma "normali" per arrivare a quelle maggiormente perplimenti e pericolose, e seguire il percorso filosofico/culinario del luciferino Chef Slovik (condannato a destreggiarsi tra piaggiatori e maleducati arricchiti) viene reso ancora più interessante dalla presenza di un punto di vista esterno ma vicino a quello dello spettatore, il quale si ritrova a condividere gli stati d'animo della giovane Margo, commensale suo malgrado. Quest'ultima è una delle punte di diamante di un cast eccellente. Come ho già scritto in passato, Anya-Taylor Joy non sbaglia un film e, anche quando lo sbaglia (penso al recente Amsterdam ma anche New Mutants), riesce comunque rendere tridimensionale e interessante il suo personaggio; la Margo di The Menu non fa eccezione ed è degno complemento del favoloso Ralph Fiennes, impegnato nell'interpretazione sul filo della follia di un uomo ormai privo di uno scopo nella vita, eppure ancora colmo di dignità e desiderio di rivalsa verso chi non l'ha mai capito. Anche il resto del cast è molto interessante, in primis il fastidioso (ma adorabile) Nicholas Hoult e John Leguizamo, quest'ultimo ormai abbonato al ruolo di caratterista di lusso e sempre dotato di una forte presenza scenica, ma non bisogna dimenticare la freddissima cortesia di Hong Chau, i cui modi compiti all'interno del caos fungono da perfetto esempio delle assurdità grottesche di cui The Menu è costellato. Sarò anche bestia per quanto riguarda il cibo e non posso consigliarvi ristoranti stellati in cui andare a mangiare, ma se volete un film appetitoso e ottimo per passare una serata al cinema, fidatevi della cVitica Bolla e correte in sala prima che questa primizia venga relegata agli sciapi palati dello streaming!


Di Ralph Fiennes (Chef Slovik), Anya Taylor-Joy (Margo), Nicholas Hoult (Tyler), Janet McTeer (Lillian) e John Leguizamo (Stella del cinema) ho già parlato ai rispettivi link.  

Mark Mylod è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Ali G Indahouse ed episodi di serie come C'era una volta e Il trono di spade. Anche produttore, ha 57 anni.


Emma Stone era stata scelta per il ruolo di Margo quando si pensava che il regista sarebbe stato Alexander Payne. Se The Menu vi fosse piaciuto recuperate Fresh, The Feast, Silent Night e Flux Gourmet. ENJOY!

venerdì 25 novembre 2022

Diabolik - Ginko all'attacco! (2022)

Non so quale follia mi abbia colta ma, nonostante non avessi apprezzato granché Diabolik, domenica sono andata al cinema col povero Mirco a vedere Diabolik - Ginko all'attacco!, sempre diretto dai Manetti Bros.


Trama: dopo un audace colpo, Diabolik riesce a fuggire ma il suo covo viene presto scoperto dall'ispettore Ginko. Il ladro fugge lasciando indietro la compagna Eva Kant, che giura vendetta e si allea proprio con l'ispettore...


Sono costernata. Non saprei neppure da che parte cominciare a parlare di questo Diabolik - Ginko all'attacco, quindi potrei farlo con le poche cose dignitose e salvabili, premettendo che io ai Manetti Bros. non riesco proprio a volere male (e ammetto, più di una volta, di aver pensato quanto mi piacerebbe vedere un Lupin diretto da loro. Lo so, sono malata) e che tornerò in sala anche per il terzo capitolo. Il motivo di questa mia scelta scellerata è che lo stile mi piace, è inutile, mi piacciono le città di fantasia create mescolando Bologna e Trieste, lo squisito gusto per l'arredamento anni '60 e quegli aggeggi ingenui usciti dritti dal fumetto dell'epoca. Stavolta i realizzatori hanno azzeccato anche il metraggio, senza perdersi in quelle lungaggini che, a mio avviso, affossavano il primo Diabolik, il che mi ha consentito di apprezzare i lenti inseguimenti in macchina e a piedi, quel perdersi in cunicoli tutti uguali per dei minuti, accogliendo senza problemi il fascino del vintage concentrato in quel pugnale che *swish!*, senza fretta ti si pianta nel petto se sei uomo o ti scassa la capa col pomolo se sei donna (che, sia mai, Marinelli avrebbe messo paura persino a Mamma Fratelli, mentre il bietolone nuovo è un morbidone, poi ci torniamo). La scorsa volta avevo trovato molto originale la colonna sonora di Manuel Agnelli, è vero,  ma mi è piaciuto anche l'ingresso a gamba tesa di Pivio e Aldo De Scalzi, con un perfetto omaggio ai Goblin capace di cancellarmi dalle labbra la bestemmia seguita alla comparsa di Diodato come performer di una sigla iniziale così trash a livello di immagini e coreografie (preceduta dal cringissimo monologo di un guitto) che, al confronto, Spy Hard era un capolavoro. Ho apprezzato persino la trama, cosa credete? C'è chi si lamenta della sua prevedibilità ma, figlioli cari, è tratta da uno dei primi albi delle Giussani, non possiamo pretendere che sia machiavellica e, onestamente, non me lo aspettavo neppure. Anzi, devo dire che proprio il suo essere prevedibile e "rilassante", su di me, ha avuto l'effetto di aumentare la suspance, perché pensavo "dai, mica potrà andare come penso!" e io lì, scema, ad aspettare il colpo di scena che non arrivava. Quindi, mi ci sono anche divertita, anche se alla fine sono rimasta lì come l'aratro nel maggese, ovvero come Ginko. Ginko, mio adorato Ginko, povero Valerio Mastandrea che si staglia come unico baluardo di recitazione all'interno di un gruppo di figuranti dotati degli stessi nomi dei poliziotti di Aldo, Giovanni e Giacomo (anche se il baffuto Roller è caruccetto davvero) e che, nonostante indossi le vesti del personaggio attaccante, viene gabbato, perculato e finisce persino in bianco mentre i due criminali limonano felici, ebbri di sole vacanziero e Campari. Di più, gli tocca pure sopportare di dividere la scena con la Bracchetta Umbra. E qui, mi spiace, ma le cose positive finiscono ed inizia il giusto sfogo.


Mirco, tra una risata e l'altra, ha espresso un desiderio. Che facciano una quinta stagione di Boris che sia anche un terzo episodio di Diabolik, con Stannis nei panni del ladro e René Ferretti con tutta la sua troupe a bazzicare nel backstage. Questo perché, se già il primo Diabolik era un po' "Occhi del cuore", qui abbiamo anche il momento love love con tanto di fotografia smarmellata e regina delle Cagne Maledette impegnata a profondersi in un improbabile accento franco/slavo/umbro, grazie al quale l'invocazione reiterata al maggiordomo Osvaldo mi è sembrata quasi un incantesimo atto alla materializzazione di una catasta di Ferrero Rocher sotto cui il povero Mastandrea potesse nascondersi. Ora, io non ho davvero nulla contro Monica Bellucci, povera cristiana, non mi sta antipatica, ci mancherebbe... ma perché si ostina(no) a (farla) recitare? Ho capito, è bellissima, ci mancherebbe, ma allora limitatevi a fotografarla, rispolverate i film muti, però basta torturare gli spettatori con 'sta dizione affaticata e 'ste espressioni vacue, basta!! Anche perché è inutile diminuire drasticamente il tempo sullo schermo di Giacomo Gianniotti, il nuovo Diabolik, in quanto palesemente incapace a recitare, se poi affidi il resto del film ad attrici peggiori di lui. No, non mi vengano a dire che Gianniotti compare poco per evitare allo spettatore di rimanere stranito dal cambiamento di protagonista; Marinelli, povero ragazzo, era legnoso e spaesato perché probabilmente il personaggio di Diabolik non gli era congeniale, mentre questo è legnoso perché sì e, ancor peggio, quando non si profonde in una blue steel degna di Zoolander ha lo stesso sguardo di quei bietoloni da fotoromanzo di Grand Hotel nel momento in cui si trovano davanti la gnocca bionda. A proposito della quale, e dai. Anche la Leone, bella stella, è innaturalmente splendida, d'accordo, ma non puoi darle la direttiva di recitare come se avesse sempre e comunque un palo su per lo sfintere e piccata col mondo, nemmeno Fujiko esce dai tombini con la pomposità di una modella a una sfilata! A farle da contraltare, per inciso, ci sono le ballerine più ruzze del mondo, protagoniste di una scena talmente imbarazzante da farmi richiedere a gran voce, per il prossimo capitolo, la partecipazione di Jerry Calà, per capire se possa essere peggio di un invecchiatissimo Andrea Roncato costretto a pronunciare la frase "Stanno arrivando delle donne nude! E' un sogno!" (cito a braccio ma più o meno... era meglio il "che ci do, che ci do!") prima di farsi "rubare" la scena da un galletto sulla munnezza. E potrei continuare per delle ore, ma anche no. Meglio che mi trattenga per il terzo capitolo!


Dei registi e co-sceneggiatori Antonio e Marco Manetti ho già parlato QUIMiriam Leone (Eva Kant), Valerio Mastandrea (Ginko) e Monica Bellucci (Altea di Vallemberg) li trovate invece ai rispettivi link.


Giacomo Gianniotti, che interpreta Diabolik, è dal 2015 membro del cast di Grey's Anatomy. Se Diabolik - Ginko all'attacco! vi fosse piaciuto recuperate la serie Boris e il primo Diabolik. ENJOY!

mercoledì 23 novembre 2022

Hocus Pocus 2 (2022)

Recuperato poco prima di Halloween, è giunto il momento di parlare anche di Hocus Pocus 2, diretto dalla regista Anne Fletcher.


Trama: due ragazze richiamano accidentalmente le sorelle Sanderson dal mondo dei morti e la città di Salem viene di nuovo minacciata...


Come forse avevo già scritto nel post di Hocus Pocus, il film di Kenny Ortega mi è sempre piaciuto ma non è mai rientrato nel novero di cult intoccabili, di conseguenza non ero particolarmente "intimorita" all'idea di affrontare Hocus Pocus 2 e, forse proprio per questo motivo, ho trovato la visione assai gradevole e divertente. Con un occhio al girl power e un altro a serie teen/horror con protagoniste dotate di poteri magici, Hocus Pocus 2 rinverdisce i fasti dello storico predecessore e riporta in scena le sorelle Sanderson più o meno come le avevamo lasciate, con giusto qualche anno in più e chilo in meno, il tutto abilmente celato da make-up e probabili ritocchini in fase di post-produzione, impegnate anche questa volta ad affrontare le diavolerie moderne. Ciò che è cambiato nel frattempo è la necessità (sto guardando la quarta stagione di Boris, quindi saranno i voleri dell'algoritmo?) di rendere i villain meno cattivi di un tempo, fornendo loro quel minimo di background lacrimevole che giustifichi la loro malvagità e rendendoli il fulcro del messaggio positivo dell'opera in cui compaiono; è vero, come mi faceva notare il mio compare di visione, che le sorelle Sanderson sono sempre state connotate come tre streghe pasticcione e divertenti, ma qui le radici del loro odio verso la città di Salem diventano più comprensibili da parte dello spettatore, tanto che il loro intento di mangiare bambini o uccidere adolescenti sembrano quasi vezzi trascurabili e la possibilità di un terzo capitolo, magari con più di una congrega unita a fronteggiare una minaccia ben più terribile e malvagia, non è un'idea così peregrina.


Per il resto, mi è sembrato che i realizzatori del film abbiano scelto di non allontanarsi dai binari che hanno decretato il successo (postumo, è bene ricordarlo) di Hocus Pocus e persino la struttura della trama è molto simile, con tanto di numero musicale piazzato, così si dice, allo stesso identico minuto di quello della pellicola precedente. Essendo passati quasi 30 anni, ovviamente, Hocus Pocus 2 risulta migliore del predecessore a livello meramente estetico. La fotografia non sembra quella di un film TV anni '90, anzi, dal punto di vista di colori, scenografie e costumi, per quanto quelli iconici siano stati mantenuti, parliamo di un livello qualitativo medio-alto, perfettamente in linea con le produzioni "di lusso" delle varie piattaforme, e gli effetti speciali sono ovviamente all'altezza, anche se quello migliore rimane comunque Doug Jones, anche lui tornato nei divertenti panni del sempre scazzatissimo Billy. Quanto agli attori, le tre protagoniste rimangono carismatiche oggi come allora e si vede che la Midler e socie si sono divertite tantissimo, e anche le ragazzine che fungono da sostitute di Max e compagne, a differenza di questi ultimi (Thora Birch a parte, piccola ma ancora oggi inarrivabile), sono dotate di personalità interessanti e non si limitano ad essere le "colpevoli" della resurrezione delle Sanderson, ma in qualche modo apportano un contributo essenziale alla storia anche per tutto il resto del film. Quindi affrontate pure Hocus Pocus 2 senza timore, se vi è piaciuto il primo troverete molto carino anche questo! 


Di Bette Midler (Winifred), Sarah Jessica Parker (Sarah), Kathy Najimy (Mary), Doug Jones (Billy Butcherson) e Tony Hale (Sindaco/Reverendo Traske) ho parlato ai rispettivi link. 

Anne Fletcher è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Ricatto d'amore, Parto con mamma e Fuga in tacchi a spillo. Anche attrice, produttrice e animatrice, ha 56 anni.


Se Hocus Pocus 2 vi fosse piaciuto, ovviamente non dimenticate di recuperare il primo! ENJOY!

martedì 22 novembre 2022

Hocus Pocus (1993)

In occasione dell'uscita del secondo capitolo ho deciso di riguardare Hocus Pocus, diretto nel 1993 dal regista Kenny Ortega.


Trama: le tre sorelle Sanderson, streghe in cerca dell'eterna giovinezza, vengono impiccate nella Salem di fine '600 ed incautamente fatte risorgere in epoca moderna da Max e i suoi amici...


Non riguardavo Hocus Pocus da anni, nonostante ne conservassi un ricordo molto gradevole, e la visione a 41 anni non è stata funesta come avrei temuto. Certo, nel tempo sono arrivata ad associare il nome di Kenny Ortega a roba invereconda, ma fortunatamente all'epoca il regista non era stato ancora fagocitato dai musicarelli trash Disney e, grazie anche alla mano felice di sceneggiatori come Mick Garris, il quale qualcosina di horror ne ha sempre capito, Hocus Pocus era una bella visione già all'epoca ed è riuscito a resistere alle insidie del tempo. La trama, per chi non la conoscesse, incorpora elementi horror, come streghe che mangiano i bambini e fanno patti con Satana, zombi e maledizioni, a caratteristiche che rendono il film adatto a tutta la famiglia e molto meno spaventoso di uno Scuola di mostri, per intenderci, ma anche di Chi ha paura delle streghe, in quanto Hocus Pocus è dotato di un umorismo molto più marcato non solo a livello di dialoghi e situazioni ma anche per quanto riguarda la personalità delle tre sorelle Sanderson. Queste ultime sono la vera ragione per cui il film è diventato, col tempo, un cult, in quanto ognuna di loro è dotata di una personalità scoppiettante e ben definita che le rende divertenti e simpatiche anche quando il "gioco" dello sfasamento temporale, con tutto quello che ne consegue, si è esaurito (anche perché, ammettiamolo, il protagonista non è granché carismatico - lo surclassa spesso e volentieri la simpatica sorellina - e lo stesso vale per il suo love interest).


Bette Midler, Sarah Jessica Parker e Kathy Najimy sono le vere mattatrici del film, soprattutto le prime due. La "divina" Midler, neanche a dirlo, ha una presenza scenica preponderante che rende impossibile prendere sottogamba la sua Winifred anche nei momenti più divertenti (per non parlare di quel numero musicale che strappa ancora oggi applausi a scena aperta) e, tra tutte, è la sorella strega che può mettere addosso qualche brivido, soprattutto sul finale, e Sarah Jessica Parker, ancora libera dal fardello di Sex and the City, è una strega bellissima e sensuale, ma anche completamente svampita, uno spirito libero che non avrebbe sfigurato nel Coven dell'omonimo American Horror Story, perfetta nella sua commistione di elementi trash e sexy. La Najimy ha un personaggio tutto faccette che non ho mai sopportato granché ma, per fortuna, ci sono altri protagonisti "sovrannaturali" adorabili, come il Billy Butcherson di Doug Jones, zombi burtoniano di infinita dolcezza, e il micio Binx, il mio preferito dal 1993. A proposito di quest'ultimo, c'è da dire che neppure gli effetti speciali di Hocus Pocus sono invecchiati male, e il mix di gatti veri e animatronic risulta ancora oggi abbastanza naturale, così come sono ancora molto belli i costumi delle streghe e le varie scenografie utilizzate per il loro covo, mentre il film perde un po' a livello di regia, a tratti televisiva, e purtroppo manca anche di quella cattiveria che avrebbe potuto renderlo più graffiante e memorabile, se solo i realizzatori avessero puntato maggiormente sull'elemento horror invece di ammorbidirlo con racconti di formazione di fratelli che imparano ad amare le sorelline. Ma per carità, non starò io a sputare nel piatto in cui ho mangiato per anni, né ad impedirvi di riguardare Hocus Pocus, magari in compagnia di figli o nipoti che di sicuro si divertiranno tantissimo!
 

Del regista Kenny Ortega ho già parlato QUI. Bette Midler (Winifred), Sarah Jessica Parker (Sarah), Kathy Najimy (Mary), Thora Birch (Dani), Vinessa Shaw (Allison) e Doug Jones (Billy Butcherson) li trovate invece ai rispettivi link. 


Il ruolo di Max era stato offerto a Leonardo DiCaprio, che ha rinunciato per girare Buon compleanno Mr. Grape, mentre Rosie O' Donnel ha rifiutato quello di Mary. Se Hocus Pocus vi fosse piaciuto recuperate il seguito, di cui parlerò a breve, e aggiungete Chi ha paura delle streghe?, La famiglia Addams, La famiglia Addams 2, Casper, Beetlejuice e The Nightmare Before Christmas. ENJOY!

venerdì 18 novembre 2022

Wendell & Wild (2022)

Siccome ho sempre adorato il genere, ho recuperato volentieri Wendell & Wild, diretto dal regista Henry Selick e disponibile su Netflix.


Trama: la tredicenne Kat, dopo la morte dei genitori e un'adolescenza passata in riformatorio, viene mandata in una scuola per ragazze e scopre di essere legata a due demoni pasticcioni, Wendell & Wild...


Henry Selick è per me amore dai tempi di Nightmare Before Christmas e quando ho letto il suo nome alla regia di Wendell e Wild mi sono sfregata le manine dalla gioia, visto che non realizzava più un lungometraggio dal 2009. Dopo la visione, posso dire che Selick è un po' sfortunato, poverello. A Nightmare Before Christmas la gente associa in primis il nome di Tim Burton, a Coraline quello di Neil Gaiman, mentre Wendell & Wild parrebbe principalmente frutto dello stile di Jordan Peele, tanto che probabilmente in futuro sarà il suo nome a venire associato a quest'opera animata. Nonostante l'aspetto gotico del film, presente ed innegabile, il fulcro della storia di Kat affonda infatti nel degrado di una città (s)popolata da minoranze, dove a farla da padroni sono i soldi di due dubbi riccastri che vorrebbero distruggere definitivamente il tessuto urbano per costruire un mega carcere in cui i detenuti non verrebbero riabilitati, bensì sfruttati per fare ulteriori quattrini; la morte dei genitori di Kat, devastata dal senso di colpa per essere sopravvissuta all'incidente che li ha uccisi, è il prodromo della morte di una città privata dei suoi abitanti più combattivi, portatori di valori quali famiglia e comunità, e la triste disumanità di chi è rimasto fa impallidire un inferno che, al limite, può essere giusto definito ripetitivo e "vecchio". I livelli di lettura di Wendell & Wild sono dunque molteplici, ma proprio questo è il suo difetto più grande, in quanto l'abbondanza di trame e sottotrame rallenta parecchio il ritmo della pellicola e, talvolta, rende più difficile l'armonizzazione tra temi, stili e personaggi, col risultato che questi ultimi sono poco approfonditi, spesso anzi sono solo abbozzati e dimenticati (la tutrice di Kat all'inizio, caratterizzata come donna forte e interessante, scompare dopo 2 minuti di film, le deliziose amichette di Siobhan sono meno di un comic relief, il collezionista di demoni è poco sviluppato, e potrei continuare).


Dal punto di vista della realizzazione, invece, Selick è Selick e non si discute. Premesso che, per puro gusto personale, non ho apprezzato granché il character design dei personaggi (la protagonista in particolare è bruttarella assai), ma un'opera animata in stop motion è qualcosa che riesce sempre a riempirmi il cuore di gioia e ammirazione, scatenate dalla consapevolezza di quanta bravura e pazienza ci voglia a realizzare ogni singola sequenza, tra costruzioni e movimenti di pupazzini, mezzi, scenografie, edifici e quant'altro. La fantasia visionaria del regista, assieme al suo gusto per la composizione delle scene, qui si manifestano soprattutto in presenza di Wendell e Wild, non a caso i personaggi titolari, che infondono gioiosa e macabra incoscienza a vari numeri di resurrezione con annesso trucco e parrucco (ho apprezzato molto lo spirito iconoclasta con cui ci viene proposto un prete truccato come Divine o quasi) e ci portano per mano in una dimensione infernale governata da un gigantesco demone vanesio, una sorta di Oogie Boogie un po' più indolente e magnanimo, che funge da "abitazione" bisognosa di strane cure. Ci sarebbero molti altri punti di forza all'interno del film, per esempio la bella colonna sonora interamente formata da pezzi black o il design tribale dei demoni personali di Kat, piuttosto che delle illustrazioni disegnate da Raul, ed è un peccato che si perdano all'interno di un film che, purtroppo, non ha la forza né la poesia dei cult realizzati in passato da Selick, al quale auguro di poter tornare in gran spolvero o con una storia interamente scritta da lui, oppure da qualcuno col quale sia più affine, perché qui ci sono talmente tante anime che il lungometraggio "infernale" è diventato un po' un purgatorio!   


Del regista e co-sceneggiatore Henry Selick ho già parlato QUIKeegan-Michael Key (voce originale di Wendell), Jordan Peele (co-sceneggiatore e voce originale di Wild), Angela Bassett (Sorella Helley), James Hong (Padre Bests) e Ving Rhames (Buffalo Belzer) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Wendell & Wild vi fosse piaciuto recuperate The Nightmare Before Christmas, La sposa cadavere, Coraline e ParaNorman. ENJOY!

martedì 15 novembre 2022

Bolla Loves Bruno: L'ombra del testimone (1991)


Non mi sono dimenticata della rubrica Bolla Loves Bruno, ho solo dato la priorità all'ampissima selezione horror degli ultimi mesi. Oggi è venuto il momento di ricominciare, con L'ombra del testimone (Mortal Thoughts), diretto nel 1991 dal regista Alan Rudolph.


Trama: Cynthia, sposata e madre di due bimbi, viene interrogata in merito all'omicidio di James, il marito violento della sua migliore amica, Joyce. Cynthia è accusata di avere aiutato Joyce nel delitto e cerca di scagionarsi...


L'ombra del testimone è uno di quei film che avranno passato in TV migliaia di volte e che io, nonostante Bruce Willis, ho sempre ignorato, sicuramente perché pensavo che il ruolo dell'adorato Bruno fosse inconsistente o quasi. In effetti, le protagoniste della pellicola sono Demi Moore, all'epoca ancora moglie di Willis, e Glenne Headly, impegnate in due ruoli che hanno alcuni, superficiali punti in comune con i personaggi di Thelma e Louise (il film di Ridley Scott sarebbe uscito nei cinema solo un mese dopo L'ombra del testimone, per inciso); anche Joyce, come Thelma, è vittima di un marito violento, anche Cynthia viene coinvolta in un delitto non premeditato e deve fare tutto ciò che è in suo potere perché lei e l'amica non finiscano in carcere. La differenza, a parte lo stile con cui viene raccontata la vicenda e la trama, è che il legame tra le due, invece di venire cementato dalla tragedia, comincia a sfaldarsi anche in virtù di quella differenza sociale che già in partenza costituisce una spaccatura tra Cynthia e Joyce, la prima sposata ad un marito in carriera che ovviamente detesta gli amici della moglie, e la seconda invischiata per nascita e per scelta con criminali, drogati ed alcoolisti di ogni genere, incapaci di tenersi uno straccio di lavoro a meno che non sia illegale. La "povera" vittima, James, è tutt'altro che meritevole di umana pietà, e di fatto, come per l'appunto succedeva anche in Thelma e Louise, la sua morte strappa l'applauso allo spettatore più che spingerlo a piangere, tanto che è difficile empatizzare con l'investigatore (sempre interpretato da Harvey Keitel, altro punto in comune tra le due opere) che tenta di far sentire in colpa Cynthia per il ruolo giocato nell'incresciosa vicenda. La trama si dipana dunque su due piani temporali, un presente in cui il Detective Woods interroga Cynthia e dei flashback derivati dalle risposte di quest'ultima, dai quali viene ricostruita una triste vicenda di squallore umano e frustrazione femminile, con un'interessante sovrapposizione tra il pensiero maschilista del Detective ("non pensavate che così avreste reso orfano suo figlio??", come se fosse un bene per il bambino avere un papà per forza, soprattutto se drogato e violento nei confronti della madre) e la volontà generale di fare di Cynthia e Joyce delle vittime silenziose, le brave donne di casa che devono sopportare qualunque cosa dagli uomini che hanno sposato, fosse anche un biasimo disgustato che si conclude con la decisione di buttarle fuori di casa (sì, non è che Cynthia sia fortunatissima, anche se non viene picchiata).


Avrete capito che non mi aspettavo nulla da L'ombra del testimone, invece l'ho trovato uno slow burn parecchio convolgente, neppure troppo datato a livello di regia. Non conoscevo Alan Rudolph , allievo di un peso massimo come Robert Altman, ma ho apprezzato il suo stile delicato e ambiguo, che sceglie di non indulgere nella pornografia della violenza fisica e verbale ma, anzi, se ne ritrae inorridito, preferendo concentrarsi sugli occhi e sui gesti, nervosi e terrorizzati, di Demi Moore e Glenne Headly, rinchiudendo il loro mondo in inquadrature claustrofobiche, intervallate da riprese dalla qualità onirica, che alimentano la percezione di inaffidabilità verso il narratore, o meglio la narratrice. Prima di parlare infatti del protagonista della rubrica, bisogna sottolineare come Demi Moore offra la performance più bella della sua carriera, in un ruolo che finalmente non parte dalla sua bellezza, un aspetto che non viene mai sottolineato nel film, ma si basa piuttosto sulla fragilità e determinazione infuse nel personaggio di Cynthia. Per quanto riguarda Bruce Willis, il nostro compare poco ma lascia il segno, dando vita a un personaggio abietto e disgustoso che è l'emblema di tutti i mariti stupidi, violenti e perdigiorno visti al cinema, tanto che per tutta la durata del film ha dato fastidio persino a me quel sorrisetto "mangiamerda" (cit. Tom Hanks) che solitamente trovo sexy da morire e che, per inciso, James si porta persino nella tomba, vedere per credere. Considerato che ho apprezzato molto anche gli altri attori, Glenne Headly in primis, direi che questa tappa della retrospettiva dedicata a Bruce Willis mi ha lasciata molto soddisfatta e non posso fare altro che consigliarvi, se ancora non lo avete visto, questo ottimo neo noir/thriller d'annata. 


Di Glenne Headly (Joyce Urbanski), Bruce Willis (James Urbanski), John Pankow (Arthur Kellogg), Harvey Keitel (Det. John Woods) e Frank Vincent (Dominic Marino) ho già parlato ai rispettivi link.

Alan Rudolph è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Stati di alterazione progressiva, Choose me - Prendimi, Accadde in Paradiso, Moderns e Mrs. Parker e il circolo vizioso. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 80 anni.


Demi Moore (vero nome Demi Gene Guynes) interpreta Cynthia Kellogg. Storica moglie di Bruce Willis, da cui ha divorziato nel 2000, la ricordo per film come L'ospedale più pazzo del mondo, La settima profezia, Non siamo angeli, Ghost - Fantasma, Codice d'onore, Proposta indecente, La lettera scarlatta, Il giurato, Striptease, Soldato Jane, Harry a pezzi, Charlie's Angels - Più che mai e Il talento di Mr. C; inoltre ha partecipato a serie come General Hospital, Moonlighting, Racconti della cripta, Ellen, Will & Grace e, come doppiatrice, ha lavorato ne Il gobbo di Notre Dame e Beavis & Butt-Head alla conquista dell'America . Anche produttrice e regista, ha 61 anni. 


Per il ruolo di Cynthia era stato fatto il nome di Robin Wright ma alla fine è stata presa Demi Moore. Se L'ombra del testimone vi fosse piaciuto recuperate Presunto innocente, Per legittima accusa, A letto con il nemico e L'amore bugiardo - Gone Girl. ENJOY! 

venerdì 11 novembre 2022

Mandrake (2022)

Era uno dei titoli che più ho apprezzato all'ultimo ToHorror ma mi sono tenuta da parte il post perché, da ieri, Mandrake, della regista Lynne Davison, dovrebbe essere approdato su Shudder.


Trama: a un'agente di custodia cautelare viene affidata la cosiddetta Bloody Mary, una donna colpevole di vari omicidi e sospettata di essere una strega. Quando sparizioni e omicidi ricominciano, Bloody Mary diventa la prima indiziata...


Mandrake è un film che mi ha dato fiducia già a partire dalla sua nazionalità, ché sapete quanto ami gli horror irlandesi (anche se questo ufficialmente sarebbe inglese, visto che ha origini nord irlandesi), e anche dalla sua definizione di folk horror ambientato nel moss, la boscaglia paludosa dove ci si può perdere e venire inghiottiti da qualsiasi cosa si aggiri nell'oscurità della foresta. Benché non sia legato ad alcuna particolare leggenda irlandese, Mandrake prende spunto da creature fantastiche, a tratti fiabesche, come le streghe e la mandragola che dà il titolo al film, per indagare in maniera non banale su vari modi di percepire e vivere la maternità, un evento tanto naturale quanto traumatico, capace di rendere le persone più complesse di quanto non appaia a una prima occhiata; dico questo perché in Mandrake, nonostante la componente stregonesca e demoniaca, non c'è una netta distinzione di buoni e cattivi, ma anche chi viene percepito come mostro è comunque una creatura che a tratti ispira pietà, mentre gli eroi non sono così perfetti come vorrebbero essere. La protagonista Cathy, per esempio, è una donna che ha consacrato tutta la sua esistenza agli ex detenuti che le vengono affidati, e questo l'ha resa una madre "snaturata", poco amata persino dal figlio affetto da una grave malattia respiratoria e probabilmente considerata "merce avariata" dall'ex marito, che si è risposato con una ragazza più giovane, ancora in grado di dargli figli possibilmente sani. Dall'altra parte, invece, abbiamo Mary, denominata Bloody Mary, alla quale è stato strappato non solo il figlio che un'entità misteriosa ha voluto donarle, ma anche vent'anni di vita solo per essersi vendicata di un marito talmente violento da averle lasciato indelebili cicatrici da ustione su tutto il corpo. Mary è una strega, ha fatto cose indicibili ed è scesa a patti con entità innominabili (Non è uno spoiler, in quanto Mandrake non si preoccupa minimamente di nascondere la vera natura di Mary, perché non è il punto fondamentale del film), eppure lo stesso è impossibile provare totale repulsione per lei e non percepire il dolore e la solitudine che traspaiono dalla sua inquietante figura. 


La potenza dei personaggi si esprime appieno grazie alla qualità migliore del film, ovvero la performance delle due attrici principali, Deirdre Mullins e Derbhle Crotty. Quest'ultima, in particolare, attrice di teatro alla sua prima esperienza su un set cinematografico, è in grado di rendere Mary sia inquietante che affascinante, crudele ma anche fragile e triste, efficacissima sia nelle sequenze più horror sia in quelle più legate al thriller psicologico, durante le quali i confronti tra Mary e Cathy strappano più di un brivido. Un altro elemento che eleva Mandrake rispetto alla media del genere è poi indubbiamente l'occhio della regista Lynne Davison, anche lei alla sua prima esperienza di lungometraggi (ha già girato diversi corti), la quale ha evidentemente ben studiato i modelli di riferimento nominati nel corso del Q&A al Tohorror, ovvero The Wicker Man, Midsommar e The Witch, ed è riuscita a confezionare una pellicola che sfrutta al meglio l'ambientazione boschiva e la piccola realtà di un paese poco distante dal moss, e si concede sequenze in cui l'orrore di riti pagani misteriosi viene reso comunque con realismo e un pizzico di "magia" conferita da un sapiente uso delle luci e della fotografia. Detto questo, Mandrake non è un film privo di difetti, ma è scusabile in virtù della sua natura di opera prima. La prima parte, più thriller e giocata su sospetti e dicerie, l'ho trovata più interessante ed efficace rispetto al terzo atto, dove aumentano non solo le suggestioni horror, ma anche i momenti in cui la trama si fa più sfilacciata e perde un po' di vista il fulcro del discorso, tuttavia sono convinta che quello di Lynne Davison sia un nome da tenere d'occhio per il futuro, sempre che continui a coltivare il suo amore per l'horror (l'ho vista molto interessata durante la proiezione di A Wounded Fawn, quindi forse c'è speranza). Date un'occhiata a Mandrake e fatemi sapere cosa ne pensate, se volete!

Lynne Davison è la regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Irlandese, ha lavorato anche come sceneggiatrice e produttrice. 


Se Mandrake vi fosse piaciuto recuperate The Wicker Man, Midsommar e The Witch, Hellbender e Il sabba. ENJOY!

martedì 8 novembre 2022

Barbarian (2022)

Incensato ovunque, salutato come uno degli horror dell'anno, Barbarian, scritto e diretto dal regista Zach Cregger, è arrivato direttamente su Disney + e io non potevo lasciarmelo sfuggire. NO SPOILER, tranquilli.


Trama: Tess scopre che l'appartamento affittato su AirBnB è già occupato da un uomo. In qualche modo, i due si accordano per superare l'increscioso inconveniente ma l'incubo per Tess è appena iniziato...


La trama di cui sopra è quanto vi basta sapere per godere appieno di Barbarian, l'horror "commerciale" più particolare visto quest'anno, anche se per me non si tratta del migliore. Di sicuro, per i temi trattati e il modo intelligente e leggero, se vogliamo, con cui li affronta, Barbarian supera a destra il pesantissimo e ridondante Men, mettendo in scena, anche in questo caso, uomini che odiano le donne e donne costrette a subire l'influenza di questi ultimi, ma non solo. Barbarian è anche un horror sociale a spettro più ampio, e consacra definitivamente Detroit come uno dei luoghi cult del genere, con tutto il suo degrado, la mancanza di speranza, lo squallore derivante dalla morte del sogno americano, che lascia alle sue spalle solo povertà e schifo MA a un comodissimo passo dalla prospera grande città. Il luogo ideale, insomma, perché ci si ritrovi una ragazza come Tess, sola in un giorno  una notte di pioggia durante la quale, cercando l'appartamento affittato su AirBnB, si scontra e si incontra non già con Andrea e Giuliano ma con Bill "Pennywise" Skarsgård, primo campanello d'allarme per lo spettatore. Trovarsi l'appartamento già occupato da Billyno, nonostante il suo aspetto di bel ragazzo cortese, non convince neppure Tess, va detto, ma poiché questo è un film di uomini che quando non odiano le donne le prevaricano comunque, di lì a poco la protagonista si lascia intortare e rimane comunque a dormire in casa con uno sconosciuto, facendosi scivolare addosso ogni dettaglio stridente, vuoi per paura di essere maleducata, vuoi per convenienza. Ovvio, lo sguardo di Tess non è il nostro, quindi la si può anche capire. Zach Cregger invece si impegna in ogni modo a costruire la prima parte di Barbarian come un tipico thriller a base di donne indifese e misteri e rende ogni inquadratura, ogni sequenza, una potenziale minaccia per Tess, una demoniaca madeleine che ci costringe a ricordare tonnellate di altri thriller horror in cui la protagonista ha fatto una brutta fine per mano di un prince charming che tanto charming non era. 


E voi direte, ma che palle, dove sta la novità? La novità è che, dopo lo jump scare più efficace del 2022, la situazione peggiora. Ma poi migliora, almeno in apparenza. Barbarian è dotato, infatti, di una struttura a scatole cinesi ricavata da un paio di bruschi cambi di registro e stile, non solo di sceneggiatura ma anche di regia, fotografia e persino colonna sonora; la cosa può disturbare lo spettatore, io l'ho trovata sicuramente spiazzante ma non sgradevole, soprattutto perché Cregger dimostra di avere le idee chiare al punto da conferire una totale coerenza di temi e idee a tutti questi cambiamenti. Cambiano i personaggi, cambiano i punti di vista, ma Barbarian rimane sempre un film di uomini che odiano le donne, con diverse sfumature; chi si limita a trattarle come adorabili sciocchine da difendere, chi è uno stronzo patentato con la faccetta di merda del solito Justin Long, il cui arco narrativo trattato in guisa di commedia fa venire voglia di tornare sul set di Tusk per torturarlo ancora di più, chi è proprio un mostro senza possibilità di appello, l'incarnazione fisica e squallida del marciume che condanna i quartieri alla decadenza mentre la gente fa finta di non vedere, anzi, nasconde sotto il tappeto. E le donne, direte voi? Guardando Men mi ero lamentata perché il film di Garland connotava la protagonista solo come vittima di traumi, qui la situazione è per fortuna ben diversa. Tess, infatti, è ben consapevole di chi è e di cosa rischia, ed agisce e si adatta di conseguenza, senza subire, anzi, cercando di tutelarsi con tutta l'intelligenza e personalità di cui dispone. Eppure, ancora Barbarian non si limita solo a questo. Il regista riesce nel miracolo di farci empatizzare con tutti i personaggi tranne uno, giocando anche con i nostri sentimenti (ho speso una lacrima di commozione sul finale ma mi sono anche maledetta per la mancanza di fiducia e ci sono rimasta male per una confessione ubriaca, ché invece qualcuno il mio beneficio del dubbio se l'era accaparrato), e il risultato è che ci sentiamo ancora più coinvolti nella storia, terrorizzati... e sì, divertiti. Anzi, nel mio caso il divertimento, almeno per più di metà film, ha superato la paura, forse per questo ho apprezzato Barbarian meno di quanto avrei sperato, visto che me lo avevano venduto come un incubo ad occhi aperti. Poco male, parliamo comunque di grande cinema, ed è un peccato che in Italia abbiamo dovuto accontentarci dello streaming, perché un esordio simile avrebbe meritato lo schermo di una sala. Magari col prossimo film di Cregger, chissà...


Di Bill Skarsgård (Keith), Justin Long (AJ) e Richard Brake (Frank) ho già parlato ai rispettivi link.

Zach Cregger è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, sposato con Sara Paxton, ha diretto film come Miss Marzo. Anche attore e produttore, ha 41 anni. 


Il regista aveva offerto il ruolo di AJ a Zac Efron, che lo ha rifiutato, e ha quindi dovuto "risistemarlo" per Justin Long. Vista la particolarità di Barbarian non saprei davvero quale film consigliarvi nel caso vi fosse piaciuto, quindi non vi rimane che guardarlo! ENJOY!

venerdì 4 novembre 2022

Amsterdam (2022)

Domenica scorsa il buon Mirco mi ha portata a vedere Amsterdam, film diretto e sceneggiato dal regista David O. Russell che mi aveva attirata fin dal trailer...


Trama: negli anni '30, due reduci della prima guerra mondiale, un medico e un avvocato, rimangono coinvolti in una serie di delitti e complotti che li spingono a riallacciare i rapporti con un'ex infermiera conosciuta al fronte...


Non guardavo un film di David O. Russell dai tempi di Joy e mi duole abbastanza ammettere che la sensazione lasciatami da Amsterdam è stata più o meno la stessa, ovvero quella di un'enorme, grandiosa confezione per una cosetta esile e dimenticabile. Più che altro, sono arrivata chiedermi se non sia meglio che O. Russell, bravissimo come regista e dotato di un fiuto enorme per il casting e la direzione degli attori, posi per qualche tempo la penna di sceneggiatore e si faccia scrivere una storia da qualcuno un po' più centrato, capace di conferire equilibrio e sostanza a quelle che, spesso, sembrano una serie di idee tanto interessanti quanto evanescenti. Nel caso di Amsterdam, per esempio, abbiamo un'ottimo incipit mistery d'ispirazione noir, con tanto di voce fuori campo e flashback, dove i protagonisti vengono incastrati da criminali senza volto e decisamente insidiosi, al quale si aggiunge la parte migliore del film, ovvero una storia d'amore e di amicizia che mette in scena il più adorabile trio di amici/amanti dell'anno (magnificamente interpretati, poi ci torno), eppure questi due elementi della trama, invece di intrecciarsi dando vita a qualcosa di memorabile, scorrono dalle mani e dalla mente dello spettatore come rivoli d'acqua, messi al servizio di una vicenda fantapolitica (per quanto basata su una storia vera) che sembra quasi fare a pugni con tutto il resto. Più che altro, sembra quasi che allo sceneggiatore, pur palesemente innamorato dei suoi protagonisti, non bastasse puntare i riflettori su loro tre, già potenziali fonti di moltissimi punti di riflessione (c'è la lotta di classe di Burt, invischiato in un matrimonio nato per amore e proseguito per interesse, la questione razziale incarnata da Harold, l'indipendenza femminile di Valerie, un potenziale spaccato delle famiglie influenti americane e di tutto quello che si nasconde dietro di esse, tutto il discorso sull'importanza dei reduci di guerra e sulle difficoltà oggettive del loro reintegro in società), ma godesse un mondo all'idea di inserirli in un delirio "giallo" di altri personaggi connotati come macchiette, pronto a correre come un treno verso la risoluzione finale di un mistero trattato alla stregua di un giocattolone grottesco.


Il risultato, purtroppo, è deludente. Non tanto, come ho detto, per i tre protagonisti principali, i quali fanno tutti un'ottima figura, Christian Bale in primis (l'ho già scritto nel post dedicato a Thor: Love and Thunder, quest'uomo nobiliterebbe anche una recita di Natale parrocchiale, è sempre e comunque perfetto e fa scomparire tutti quelli che lo circondano, giusto Margot Robbie riesce a tenergli testa), quanto per il resto di un cast all star che si è ritrovato sul set di un film che avrebbe potuto essere "coeniano" o, come minimo, divertente e scoppiettante quanto Knives Out o Omicidio nel West End, mentre invece risulta facilone e perplimente. La conseguenza, per esempio, è che una Anya Taylor-Joy, che pure riesce, nonostante l'inconsistenza del suo personaggio, ad imbroccare un paio di momenti memorabili, appare inutile quanto Chris Rock, messo lì giusto per fare un paio di battute a tema nigger e poi scomparire come se non fosse mai esistito. Lungi da me, per carità, lamentarmi quando vedo spuntare facce adorate come quelle di Mike Myers, Timothy Olyphant o Michael Shannon, ma quando mi sembra di avere davanti una lista della spesa con tanto di spunte, allora ci rimango male. Per il resto, nulla da eccepire. La confezione di Amsterdam è extra-lusso, letteralmente, visto che la fotografia splendida è di Emmanuel Lubezki, e scenografie e costumi sono molto curati, soprattutto per quanto riguarda le mise di Margot Robbie e tutto l'apparato artistico legato a quella parentesi favolistica ambientata nella città che dà il titolo alla pellicola, affascinante ed intrigante più degli sconvolgenti rimandi ad un pezzo di storia americana che non conoscevo affatto e che, a mio avviso, avrebbe meritato un approccio un po' più serio. Amsterdam, per inciso, non finirà nella Worst 5 dell'anno ma in un'ideale classifica delle delusioni più cocenti, nonostante le molte cose positive, sarebbe di sicuro ai primi posti. Peccato. 


Del regista e sceneggiatore David O. Russell ho già parlato QUI. Christian Bale (Burt Berendsen), Margot Robbie (Valerie Voze), John David Washington (Harold Woodman), Alessandro Nivola (Detective Hiltz), Andrea Riseborough (Beatrice Vandenheuvel), Anya Taylor-Joy (Libby Voze), Chris Rock (Milton King), Matthias Schoenaerts (Detective Lem Getweiler), Michael Shannon (Henry Norcross), Mike Myers (Paul Canterbury), Timothy Olyphant (Taron Milfax), Zoe Saldana (Irma St. Clair), Rami Malek (Tom Voze), Robert De Niro (Generale Gil Dillenbeck) e Colleen Camp (Eva Ott) li trovate invece ai rispettivi link. 


La cantante Taylor Swift interpreta Liz Meekins. Michael B. Jordan avrebbe dovuto interpretare Harold, ma i ritardi produttivi dovuti al Covid lo hanno costretto a rinunciare. Se Amsterdam vi fosse piaciuto recuperate American Hustle. ENJOY!