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venerdì 4 novembre 2022

Amsterdam (2022)

Domenica scorsa il buon Mirco mi ha portata a vedere Amsterdam, film diretto e sceneggiato dal regista David O. Russell che mi aveva attirata fin dal trailer...


Trama: negli anni '30, due reduci della prima guerra mondiale, un medico e un avvocato, rimangono coinvolti in una serie di delitti e complotti che li spingono a riallacciare i rapporti con un'ex infermiera conosciuta al fronte...


Non guardavo un film di David O. Russell dai tempi di Joy e mi duole abbastanza ammettere che la sensazione lasciatami da Amsterdam è stata più o meno la stessa, ovvero quella di un'enorme, grandiosa confezione per una cosetta esile e dimenticabile. Più che altro, sono arrivata chiedermi se non sia meglio che O. Russell, bravissimo come regista e dotato di un fiuto enorme per il casting e la direzione degli attori, posi per qualche tempo la penna di sceneggiatore e si faccia scrivere una storia da qualcuno un po' più centrato, capace di conferire equilibrio e sostanza a quelle che, spesso, sembrano una serie di idee tanto interessanti quanto evanescenti. Nel caso di Amsterdam, per esempio, abbiamo un'ottimo incipit mistery d'ispirazione noir, con tanto di voce fuori campo e flashback, dove i protagonisti vengono incastrati da criminali senza volto e decisamente insidiosi, al quale si aggiunge la parte migliore del film, ovvero una storia d'amore e di amicizia che mette in scena il più adorabile trio di amici/amanti dell'anno (magnificamente interpretati, poi ci torno), eppure questi due elementi della trama, invece di intrecciarsi dando vita a qualcosa di memorabile, scorrono dalle mani e dalla mente dello spettatore come rivoli d'acqua, messi al servizio di una vicenda fantapolitica (per quanto basata su una storia vera) che sembra quasi fare a pugni con tutto il resto. Più che altro, sembra quasi che allo sceneggiatore, pur palesemente innamorato dei suoi protagonisti, non bastasse puntare i riflettori su loro tre, già potenziali fonti di moltissimi punti di riflessione (c'è la lotta di classe di Burt, invischiato in un matrimonio nato per amore e proseguito per interesse, la questione razziale incarnata da Harold, l'indipendenza femminile di Valerie, un potenziale spaccato delle famiglie influenti americane e di tutto quello che si nasconde dietro di esse, tutto il discorso sull'importanza dei reduci di guerra e sulle difficoltà oggettive del loro reintegro in società), ma godesse un mondo all'idea di inserirli in un delirio "giallo" di altri personaggi connotati come macchiette, pronto a correre come un treno verso la risoluzione finale di un mistero trattato alla stregua di un giocattolone grottesco.


Il risultato, purtroppo, è deludente. Non tanto, come ho detto, per i tre protagonisti principali, i quali fanno tutti un'ottima figura, Christian Bale in primis (l'ho già scritto nel post dedicato a Thor: Love and Thunder, quest'uomo nobiliterebbe anche una recita di Natale parrocchiale, è sempre e comunque perfetto e fa scomparire tutti quelli che lo circondano, giusto Margot Robbie riesce a tenergli testa), quanto per il resto di un cast all star che si è ritrovato sul set di un film che avrebbe potuto essere "coeniano" o, come minimo, divertente e scoppiettante quanto Knives Out o Omicidio nel West End, mentre invece risulta facilone e perplimente. La conseguenza, per esempio, è che una Anya Taylor-Joy, che pure riesce, nonostante l'inconsistenza del suo personaggio, ad imbroccare un paio di momenti memorabili, appare inutile quanto Chris Rock, messo lì giusto per fare un paio di battute a tema nigger e poi scomparire come se non fosse mai esistito. Lungi da me, per carità, lamentarmi quando vedo spuntare facce adorate come quelle di Mike Myers, Timothy Olyphant o Michael Shannon, ma quando mi sembra di avere davanti una lista della spesa con tanto di spunte, allora ci rimango male. Per il resto, nulla da eccepire. La confezione di Amsterdam è extra-lusso, letteralmente, visto che la fotografia splendida è di Emmanuel Lubezki, e scenografie e costumi sono molto curati, soprattutto per quanto riguarda le mise di Margot Robbie e tutto l'apparato artistico legato a quella parentesi favolistica ambientata nella città che dà il titolo alla pellicola, affascinante ed intrigante più degli sconvolgenti rimandi ad un pezzo di storia americana che non conoscevo affatto e che, a mio avviso, avrebbe meritato un approccio un po' più serio. Amsterdam, per inciso, non finirà nella Worst 5 dell'anno ma in un'ideale classifica delle delusioni più cocenti, nonostante le molte cose positive, sarebbe di sicuro ai primi posti. Peccato. 


Del regista e sceneggiatore David O. Russell ho già parlato QUI. Christian Bale (Burt Berendsen), Margot Robbie (Valerie Voze), John David Washington (Harold Woodman), Alessandro Nivola (Detective Hiltz), Andrea Riseborough (Beatrice Vandenheuvel), Anya Taylor-Joy (Libby Voze), Chris Rock (Milton King), Matthias Schoenaerts (Detective Lem Getweiler), Michael Shannon (Henry Norcross), Mike Myers (Paul Canterbury), Timothy Olyphant (Taron Milfax), Zoe Saldana (Irma St. Clair), Rami Malek (Tom Voze), Robert De Niro (Generale Gil Dillenbeck) e Colleen Camp (Eva Ott) li trovate invece ai rispettivi link. 


La cantante Taylor Swift interpreta Liz Meekins. Michael B. Jordan avrebbe dovuto interpretare Harold, ma i ritardi produttivi dovuti al Covid lo hanno costretto a rinunciare. Se Amsterdam vi fosse piaciuto recuperate American Hustle. ENJOY!

domenica 8 marzo 2020

Panama Papers (2018)

Durante le vacanze di Natale ho recuperato, complice anche l'interesse del Bolluomo, Panama Papers (The Laundromat), diretto da Steven Soderbergh nel 2018.


Trama: dopo un incidente mortale accorso al marito, Ellen si ritrova coinvolta in una frode finanziaria che ha ramificazioni in tutto il mondo.



Alla fine di Panama Papers ho dovuto confrontarmi a lungo col Bolluomo perché, lo confesso candidamente, non ci ho capito nulla. Sarà molto difficile dunque scrivere un post sul film perché molte delle cose di cui parla non hanno alcun senso per me: capisco il concetto di società di facciata, capisco anche quello di società fiduciarie, mi perdo un po' in quello di riassicurazione, ma mettere assieme tutto ciò è dannatamente complesso perché, pur essendo una persona dalla mente "astratta", l'assenza di beni tangibili e la riduzione in mere cifre, nomi o scatole vuote mi frantuma il cervello. Alla fine di tutto il film, l'unica domanda che avevo in testa è "Ma come ca**o fa tutto questo ad essere legale?". Ecco, appunto, qui casca l'asino, casca la Streep col suo sentito appello finale e casca persino Obama, nelle leggi americane c'è qualcosa che non va per consentire tutto questo, per permettere l'esistenza di compagnie che creano società di facciata residenti nei cosiddetti paradisi fiscali, spesso frodando la povera gente e riciclando denaro, ma tant'è. Di gravemente illegale, in tutto questo, non c'è nulla, e i responsabili (il gatto e la volpe Mossack e Fonseca, persone realmente esistenti) rischiano al massimo tre mesi di galera e un buffetto di simpatia, con l'ammonizione di non farlo mai più. E benché il tutto venga spiegato in maniera molto ironica dai già citati gatto & volpe interpretati, per l'occasione, da un Gary Oldman con accento tedesco e da Antonio Banderas, forse a causail titolo italiano fuorviante uno rischia davvero un po' di perdersi perché i cosiddetti Panama Papers compaiono giusto all'ultimo, in guisa di pietra dello scandalo che porta il mondo intero ad aprire gli occhi su un enorme segreto di Pulcinella, mentre dall'alto della mia ignoranza avrei pensato che sarebbe stata Ellen ad agitare le acque e mettere al muro gli alti papaveri della finanza criminale con la perseveranza delle persone normali.


Quindi, sarà perché ci ho capito poco, al punto che spesso ho dovuto fare dei bei rewind (santa Netflix!) a causa di repentini cali della palpebra, ma Panama Papers non mi ha entusiasmata molto. Innanzitutto è troppo sbilanciato verso la commedia ma non ha l'arguzia di un film scritto e diretto da Adam McKay, nonostante l'accattivante utilizzo di capitoli o rotture della quarta parete, inoltre racconta vicende (a mio parere, ovvio) poco coinvolgenti; solo con la storia di Ellen si potrebbe empatizzare al punto da provare schifo, mentre quella del miliardario africano con figlia a carico o quella ambientata in Cina e basata su fatti realmente accaduti sembrano quasi dei tapulli aggiunti per allungare un po' il brodo, di base perché, come ho scritto su, le azioni di Ellen sono una goccia nel mare e non così rilevanti ai fini della condanna di Mossack e Fonseca (come direbbe Ortolani, si possono fare mille speculazioni ma qui trattasi di CULO). Ho percepito, tra l'altro, una voglia di rincorrere la guest star quasi fine a se stessa, tanto che molti nomi di spessore vengono sprecati in due/tre sequenze di raccordo velocissime e dimenticabili; un esempio su tutti, Sharon Stone, che non avevo riconosciuto e che ho notato solo grazie ai titoli di coda, ma non va meglio a James Cromwell, Robert Patrick o David Schwimmer, comparsi e poi subito liquidati come nemmeno Greg Grunberg all'interno delle opere targate J.J.Abrams. Onestamente un po' mi spiace, visti i grandi nomi coinvolti e la fiducia che da anni mi smuove davanti a ogni nuova uscita di Soderbergh ma stavolta il suo ultimo lavoro mi ha lasciata un po' insoddisfatta. Alla prossima, che dire.


Del regista Steven Soderbergh ho già parlato QUI. Gary Oldman (Jurgen Mossack), Antonio Banderas (Ramon Fonseca), Meryl Streep (Ellen Martin), James Cromwell (Joe Martin), Robert Patrick (Capitano Paris), David Schwimmer (Matthew Quirk), Jeffrey Wright (Malchus Irvin Bonchamp), Sharon Stone (Hannah) e Matthias Schoenaerts (Maywood) li trovate invece ai rispettivi link.


Melissa Rauch, la Bernadette di The Big Bang Theory, interpreta la figlia di Meryl Streep. Se Panama Papers vi fosse piaciuto recuperate The Wolf of Wall Street e La grande scommessa. ENJOY!

mercoledì 1 marzo 2017

Bollalmanacco On Demand: Un sapore di ruggine e ossa (2012)

Stavo per saltare febbraio per "colpa" degli Oscar ma anche questo mese sono riuscita a far tornare la rubrica On Demand! Nabil mi ha chiesto Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d'os), diretto e co-sceneggiato nel 2012 dal regista Jacques Audiard a partire dal raccolta Rust and Bone di Craig Davidson, quindi ora vi beccate il post. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere Terkel in Trouble. ENJOY!


Trama: Alain si trasferisce dal Belgio ad Antibes dalla sorella, portandosi dietro il figlio di cinque anni. Durante una serata da buttafuori conosce la bella Stéphanie, che risentirà solo dopo un terribile incidente in cui la ragazza ha perso le gambe...



Un sapore di ruggine e ossa. Già dal titolo da l’idea di qualcosa di viscerale, stridente, sicuramente doloroso da sopportare, tutte sensazioni “fastidiose” che prendono allo stomaco lo spettatore durante la visione della pellicola diretta da Jacques Audiard e gli lasciano in bocca lo stesso sapore di un cazzotto che spacca labbra e denti. Non esiste titolo migliore, in effetti. Le ossa sono quelle che si spezzano o che addirittura vengono a mancare, come succede alla povera Stéphanie che, di punto in bianco, si ritrova tradita dall’amato lavoro (addestratrice di orche) e perde entrambe le gambe dalle ginocchia in giù; le ossa di Alain, scapestrato improvvisatosi padre, sono invece forti, pronte a piegarsi sotto i pugni devastanti degli avversari affrontati su ring di strada senza rompersi, se non sul finale, quando l'uomo rischia di perdere la persona più importante della sua vita. Sia Stéphanie che Alain sono stati masticati e sputati dalla vita, al punto che entrambi potrebbero semplicemente arrendersi e smettere di lottare, eppure non lo fanno e continuano a stare a galla, ognuno a modo suo. E' questo, probabilmente, che li accomuna e li unisce nonostante l'estrazione sociale differente e il carattere fondamentalmente schivo, che li porta prima a cercarsi e poi unirsi in un modo strano, come raramente si vede al cinema; quella tra Stéphanie ed Alain non è né una storia d'amore né il racconto strappalacrime di come una donna menomata faccia mettere la testa a posto ad uno scapestrato improvvisamente intenerito da tanta fragilità, anzi. Ad Alain non importa nulla della tragedia di Stéphanie e la tratta esattamente come le altre donne, la sorella e il figlio, le sta accanto (con gentilezza, per carità) solo quando ne ha voglia o quando è "opé", come viene detto nel film, per il resto l'uomo continua la sua esistenza fatta di violenza, palestra, scopate e lavoretti al limite della legalità. E' proprio a causa di questo modo ruvido di mostrare affetto (amicizia? interesse?) che Stéphanie risorge come una fenice dalle ceneri, sentendosi trattata come una persona normale in un mondo in cui tutti le ricordano ciò che ha perso (lei che dell'aspetto fisico si faceva giustamente vanto schiacciando uomini come mosche) attraverso gesti di tenerezza eccessiva e persino paura, riappropriandosi così della sua identità di essere umano e soprattutto di donna.


La messa in scena priva di fronzoli, degna "compagna" di due personaggi ambigui nei quali non è proprio facilissimo riconoscersi, è probabilmente il punto forte di Un sapore di ruggine e ossa. La regia di Jacques Audiard rifugge immagini eccessivamente patinate eppure confeziona delle sequenze vagamente oniriche e molto belle, come quella in cui Stéphanie perde le gambe e, in parallelo, quella dell'incidente di Sam, ma per la maggior parte del tempo la macchina da presa si schiaccia addosso ai personaggi, mettendone a nudo la carne menomata, i difetti fisici e anche i pregi, per carità, ché la Cotillard è una gnocca spaventevole anche senza gambe e Schoenaerts un torello da paura (niente, i ruoli da minchietta aristocratica non gli si addicono e ora ho capito perché) oltre ad essere due attori incredibilmente bravi e perfetti per i rispettivi ruoli; allo stesso modo, vengono indagati a fondo ambienti al limite dello squallido, che trasudano povertà e disagio da tutti i pori alla faccia dell'eleganza della spiaggia di Antibes dove i protagonisti cominciano ad intrecciare il loro legame. Questo dualismo costantemente presente nella pellicola, unito alla totale mancanza di patetismo, forse è proprio ciò che me l'ha fatta amare, nonostante all'inizio avessi un po' paura di affrontare Un sapore di ruggine e ossa (per timore che fosse triste ed ammorbante, sapete che il pregiudizio verso i film franzosi è duro a morire...) e nonostante il personaggio di Alain mi abbia comunque rimembrato molte persone conosciute che ancora oggi meriterebbero abbondanza di schiaffi da parte mia. Ringrazio quindi Nabil per avermelo fatto recuperare, anche perché probabilmente senza di lui Un sapore di ruggine e ossa sarebbe probabilmente rimasto nel limbo e sarebbe stato davvero un peccato. Se anche voi che state leggendo siete preda dei pregiudizi come la sottoscritta, scrollateveli di dosso e recuperate subito questo bellissimo film!


Di Marion Cotillard, che interpreta Stéphanie, ho già parlato QUI mentre Matthias Schoenaerts, che interpreta Alain van Versch, lo trovate QUA.

Jacques Audiard è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto film come Tutti i battiti del mio cuore, Il profeta e Dheepan - Una nuova vita. Anche attore e produttore, ha 65 anni e un film in uscita.


Nel racconto originale Rocket Ride, che assieme a Rust and Bone compone la struttura della pellicola, è un uomo a perdere le gambe in un incidente, non una donna. Detto questo, se Un sapore di ruggine e ossa vi fosse piaciuto recuperate Quasi amici e La teoria del tutto. ENJOY!

martedì 13 settembre 2016

A Bigger Splash (2015)

Nei giorni di recuperi estivi ho guardato anche A Bigger Splash, diretto nel 2015 dal regista Luca Guardagnino e tratto dal romanzo La piscina di Alain Page.


Trama: in convalescenza per problemi di voce, la cantante Marianne Lane si rifugia in una villa sull'isola di Pantelleria assieme al giovane fidanzato Paul. A rovinare la vacanza arriva Harry, produttore discografico ed ex di Marianne, assieme alla figlia Penelope, della quale nessuno era a conoscenza, che si installano a loro volta nella villa...



Cosa si nasconde sotto la superficie dell'acqua? Cosa c'è stato prima e dopo il Bigger Splash di David Hockney? Queste le domande che si è posto Luca Guadagnino, nella sua elegante rielaborazione de La piscina a base di isole sulle quali il tempo sembra essersi fermato e artisti che paiono non appartenere a questo mondo, nonostante i loro difetti. La cornice bucolica di Pantelleria è lo scenario perfetto per una storia a base di sentimenti, capricci e rimpianti, all'interno della quale la bella e carismatica cantante Marianne viene contesa tra il fidanzato Paul e l'ex amante Harry, ma fosse tutto così semplice il film finirebbe lì. Il fatto è che Marianne, dopo una carriera folgorante, si è ritrovata ad una certa età priva della voce che le ha dato successo e ciò la rende in qualche modo dipendente dal giovane Paul, fragile documentarista alla perenne ricerca del progetto perfetto che, un giorno, si è visto letteralmente regalare Marianne dallo spregiudicato Harry. Marianne e Paul sono legati in maniera quasi morbosa da questo rapporto di interdipendenza e il produttore discografico nonché ex fidanzato della cantante arriva non invitato a Pantelleria sperando di trovare una breccia onde  distruggere un legame che lui stesso, vuoi per noia vuoi per qualsivoglia motivo muova un donnaiolo fanfarone, ha creato (salvo poi pentirsene amaramente). Purtroppo, Harry si porta dietro un bel carico da undici col sembiante di una figlia bellissima che tiene il mondo intero (soprattutto Marianne) in gran dispitto e che non ha altro modo per combattere il tedio e l'ingombrante presenza di un padre che quasi neppure conosce se non distruggendo psicologicamente chiunque le capiti a tiro. A questo punto ce n'è abbastanza per fare esplodere Pantelleria e Guadagnino si diletta, per due ore che sembrano una, ad esplorare la psicologia di questi eleganti e peculiari personaggi all'interno di un ambiente a loro non familiare, capace di donare a Marianne e compagnia un'illusione di sicurezza e libertà che, se mal gestita, rischia di frantumare la luminosa e fragile maschera che cela i loro volti agli occhi degli adoranti autoctoni.


La cinepresa di Guadagnino coglie immagini di rara bellezza baciate dalla luce dorata di una terra splendida, all'interno della quale i campi coltivati, le strade zeppe di curve, le grotte misteriose e i piccoli paesini attraversati dalle processioni convivono con l'opulenza di ville costruite per stranieri ricchissimi e probabilmente annoiati, i quali vedono i problemi dell'isola come qualcosa di irreale e lontano (almeno finché non diventano utili...). La stessa Tilda Swinton, mai così bella e fragile, è l'incarnazione di una divinità superiore, non solo perché lontana fisicamente dalla "plebe" ma anche perché impossibilitata a comunicare con i suoi stessi "simili"; l'attrice offre una performance fatta interamente di sguardi, gesti e poche parole sussurrate in tono graffiante, che esplode sul finale in un crescendo di tensione e dolore difficilmente sostenibile. Suo degno compagno è un inedito Ralph Fiennes, incontenibile e a tratti insopportabile ciclone fatto di canti, balli, celie e fisicità prorompente, costretto ad interpretare un personaggio spesso sgradevole ma comunque dotato di una profondità toccante, ovviamente visibile solo dagli occhi della bella Marianne. Discorso a parte, ahimé, lo meritano i due giovani. Ormai è assodato che, almeno per quanto mi riguarda, Matthias Schoenaerts sia uno degli attori più sopravvalutati di sempre e non capisco perché mai ogni regista se ne innamori e lo voglia nei suoi film; Paul è il personaggio più mollo ed intollerabile della pellicola, un uomo da nulla che dalla vita ha avuto ogni fortuna eppure non gli è bastata, ed è vero che Schoenaerts, con la sua inespressività, è perfetto per il ruolo, tuttavia ciò non lo rende più bravo ai miei occhi. Anche Dakota Johnson è perfetta per la parte di annoiata spaccamaroni priva di qualsivoglia qualità ma non penso che per un'attrice ciò sia qualcosa di cui vantarsi. Mi rendo conto che il confronto con una Swinton carismatica e bellissima sia nei panni di cantante cazzutissima che in quelli di artista ormai sfiorita ed imborghesita risulti forzatamente impari, ma la pallida imitazione di Dominique Swain in Lolita mi ha davvero depressa. Preferisco di gran lunga vedere Guzzanti nel ruolo di Maresciallo da operetta: in tanti hanno criticato il modo parodico in cui il geniale comico interpreta un appuntato che potrebbe figurare alla perfezione in una delle tante barzellette sui carabinieri ma sinceramente mi è sembrato che l'intera Pantelleria, con tutti i suoi abitanti, sia stata rappresentata filtrandola attraverso gli occhi degli ospiti stranieri, piegata ai loro pregiudizi e ai loro desideri. Forse mi sbaglio ma, a prescindere da questo, ho trovato A Bigger Splash davvero bellissimo ed intrigante e ora mi è venuta voglia di conoscere meglio il buon Guadagnino, altro autore italiano da me perennemente snobbato in quanto tale.


Di Tilda Swinton (Marianne Lane), Matthias Schoenaerts (Paul De Smedt), Ralph Fiennes (Harry Hawkes) e Dakota Johnson (Penelope Lannier) ho già parlato ai rispettivi link.

Luca Guadagnino è il regista della pellicola e compare in un piccolo cameo quando Paul sta girando il documentario su Harry. Nato a Palermo, ha diretto film come Melissa P. e Io sono l'amore. Anche produttore e sceneggiatore, ha 45 anni e due film in uscita, tra cui il remake di Suspiria.


Corrado Guzzanti interpreta il Maresciallo. Nato a Roma, lo ricordo ovviamente per trasmissioni storiche come Avanzi, Tunnel, Mai Dire Gol, Pippo Chennedi Show, La posta del cuore, L'ottavo nano e Il caso Scafroglia ma ha anche partecipato a film come Fascisti su Marte e serie come Boris oltre ad aver doppiato un episodio de I Simpson. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 51 anni.


Margot Robbie avrebbe dovuto interpretare Penelope ma le riprese di The Legend of Tarzan le hanno impedito di partecipare al progetto, cosa che ha portato all'arrivo di Dakota Johnson, mentre pare che Tilda Swinton abbia sostituito Cate Blanchett, impegnata a teatro. Se siete fan di Jovanotti vi farà piacere sapere che le riprese del concerto di Marianne sono state effettuate a San Siro, proprio durante uno dei concerti del Cherubini. Detto questo, torno in ambito cinematografico per dire che A Bigger Splash non è l'unico film tratto dal romanzo di Alain Page: nel 1969 il regista Jacques Deray aveva già diretto La piscina, con Alain Delon, Romy Schneider e Jane Birkin nei panni rispettivamente di Jean-Paul, Marianne e Penelope mentre François Ozon ha tratto spunto dallo stesso romanzo per il suo The Swimming Pool (tra l'altro Yorick Le Saux ha lavorato come direttore della fotografia sia per A Bigger Splash che per The Swimming Pool). Se A Bigger Splash vi fosse piaciuto recuperate quindi questi due film e aggiungete Il mistero dell'acqua. ENJOY!

venerdì 26 febbraio 2016

The Danish Girl (2015)

Gli Oscar si avvicinano prepotenti ma la distribuzione italiana fa cilecca e molti dei candidati arriveranno DOPO il 28. Questo fortunatamente non vale per The Danish Girl, diretto nel 2015 dal regista Tom Hooper e candidato a 4 premi Oscar (Eddie Redmayne Miglior Attore Protagonista, Alicia Vikander Miglior Attrice Non Protagonista, Migliori Costumi e Miglior Scenografia).


Trama: Einar Wegener è un pittore, sposato con l'artista Gerda. Quando quest'ultima lo convince a posare per un quadro in abiti femminili, Einar a poco a poco comincia a sentirsi estraneo al suo stesso corpo e a desiderare di essere donna, fino alle estreme conseguenze...


Mentre mi accingo a scrivere qualche riga su The Danish Girl, mi ritrovo a pensare quanto il film di Tom Hooper mi sarebbe piaciuto ben di più se nel frattempo non avessi visto Room, di cui parlerò prossimamente. Purtroppo per The Danish Girl, la pellicola di Lenny Abrahamson mi ha toccata e commossa più di quanto credessi possibile, forse anche per il fatto di averla vista in lingua originale, e al confronto la storia del "primo transgender" della storia mi è parsa un compitino bello, ben eseguito ma comunque un po' superficiale. La sensazione si è acuita dopo essermi documentata brevemente sulla vita di Einar e Gerta Wegener, cosa che mi ha fatto storcere il naso davanti alla scelta di rifarsi al romanzo omonimo di David Ebershoff piuttosto che alla raccolta dei documenti scritti dalla vera Lili Elbe, decisione che ha trasformato The Danish Girl nell'edulcorato racconto di una moglie devota alle prese con un marito deciso a diventare donna, con dovizia di scene costruite a tavolino per commuovere l'audience e perlomeno UNA scena capace di far venire in mente tutt'altro allo spettatore più o meno cinefilo (I'd Fuck Me. I'd Fuck Me HARD). In sostanza, la Danish Girl del titolo potrebbe essere Gerda Wegener e non Lili, in quanto la vera protagonista del film è la povera artista interpretata da Alicia Vikander, costretta, dopo aver dato dimostrazione della sua forza di donna indipendente e molto avanti per i suoi tempi, ad assecondare i (per carità!) comprensibili desideri di un marito che capisce di essere nato donna nel corpo di un uomo, standogli vicino fino alla morte e rinunciando alla propria felicità, alla sua indipendenza e alla possibilità di rifarsi una vita accanto ad altri compagni. Dal canto suo, Einar Wegener passa dall'apprezzare le nudità di una moglie disnibita al provare sempre più piacere nel sentirsi e vedersi femmina, subendo nel tempo una terrificante metamorfosi da marito timido e sottomesso a donna egoista, testarda e, ancor peggio, banalmente conforme ai dettami dell'epoca (il fatto che smetta di dipingere e trovi enorme gioia nel divenire commessa di supermercato, con annessi pettegolezzi e risolini assieme alle colleghe, mi ha spezzato il cuore), unendo così il peggio dei due sessi in un solo, tormentato ed incompleto essere.


Se dicessi quindi che non mi sarei aspettata un protagonista migliore, sarei una bugiarda e fortuna che The Danish Girl gode di un'ottima co-protagonista altrimenti la recensione sarebbe stata totalmente negativa, cosa ingiusta per un film comunque realizzato molto bene. Eddie Redmayne me lo hanno spacciato tutti come degno vincitore dell'Oscar di quest'anno ma mi chiedo davvero come si possa decretare la superiorità di un attore che per tutto il film si limita a sorridere leziosetto manco avesse una paresi oppure ad accasciarsi a terra, giancu cumme in papé (n.d.t., bianco come un foglio); ribadisco, non avendo visto il film in lingua originale magari non ho potuto apprezzare appieno la sua interpretazione ma whatever. Molto meglio, anche in italiano, Alicia Vikander, alla quale a rigor di logica sarebbe spettata una candidatura come Miglior Attrice Protagonista, se non fosse che i produttori hanno scelto di pomparla come NON protagonista per darle una maggior possibilità di vittoria e, vi dirò, ci hanno visto lungo, anche perché la fidanzata di Fassbender non regge il confronto con Brie Larson ma potrebbe tranquillamente sbaragliare la concorrenza (a scanso di equivoci, il mio voto andrebbe alla meravigliosa Jennifer Jason Leigh ma se la Academy la pensa come me mi mangio un cane) per la categoria in cui è stata relegata. Il resto del cast a onor del vero lascia un po' a desiderare e si salva soltanto la splendida Amber Heard che, in una manciata di minuti, riesce ad imporsi decisamente più dei due mollissimi Matthias Schoenaerts (mio Dio ma quanto è MMostro????) e Ben Whishaw, mentre tocca levarsi il cappello davanti agli splendidi costumi e alle scenografie, talmente belli da provocare un insano desiderio di poter vivere negli anni '20, in una Parigi purtroppo un po' poco bohemienne per i miei gusti. Insomma, non posso nascondere un po' di delusione, soprattutto considerato che da Hooper e dagli attori coinvolti mi aspettavo come minimo un capolavoro, ma non posso nemmeno dire che The Danish Girl sia un film brutto, anzi. Forse, nonostante lo spinoso tema trattato, è un po' poco coraggioso, quello sì.


Del regista Tom Hooper ho già parlato QUI. Alicia Vikander (Gerda Wegener), Eddie Redmayne (Einar Wegener/Lili Elbe), Amber Heard (Ulla), Ben Whishaw (Henrik) e Matthias Schoenaerts (Hans Axgil) li trovate invece ai rispettivi link.


Gerda Wegener nella realtà non era la moglie sofferente e fedele dipinta nel film e nel romanzo di David Ebershoff da cui è stato tratto, la donna portava avanti una relazione "libera" col marito ed era quasi sicuramente bisessuale e molto probabilmente lesbica, come si evince dalle sue famose illustrazioni lesbo-erotiche, peraltro mai mostrate nella pellicola; inoltre, i personaggi di Henrik e Hans (con il quale, almeno nel romanzo, Gerda finisce per avere una relazione) non sono mai esistiti e Gerda e Lili (che, con tutta probabilità, era già nata intersessuale) non hanno affrontato assieme le operazioni di quest'ultima perché Gerda nel frattempo si era risposata con un italiano ed era andata a vivere prima in Italia poi in Marocco, dove ha saputo della morte di Lili dopo dieci anni. The Danish Girl ci ha messo più o meno lo stesso tempo per venire prodotto e realizzato e a un certo punto di questo lungo cammino Nicole Kidman si è offerta di produrre il film e vestire i panni di Lili, pur avendo molti problemi a trovare un'attrice che interpretasse Gerda: Charlize Theron era stata la prima scelta ma poi ha rinunciato, lo stesso è successo a Gwyneth Paltrow e Rachel Weisz, la quale ha lasciato la parte alla Vikander appena il progetto è passato nelle mani di Tom Hooper. Detto questo, se The Danish Girl vi fosse piaciuto potreste cercare Man into Woman, la vera biografia di Lili Elbe messa assieme da Niels Hoyer a partire dagli stessi scritti della donna, e aggiungere film come The Dallas Buyers Club e Boys Don't Cry. ENJOY!


mercoledì 20 gennaio 2016

Le regole del caos (2014)

La maratona di giovedì scorso mi ha portata a vedere anche Le regole del caos (A Litte Chaos), diretto e co-sceneggiato da Alan Rickman nel 2014.


Trama: Re Luigi XIV commissiona al famoso progettatore di gardini André Le Notre i lavori per la nuova reggia di Versailles. Quest’ultimo rimane folgorato dalle idee intraprendenti di Madame De Barra, che viene coinvolta attivamente nei lavori…


Probabilmente sapete quanto ami la storia francese del periodo della Rivoluzione e quanto, di conseguenza, mi affascinino anche i secoli immediatamente precedenti o successivi nonché tutto ciò che riguarda luoghi “topici” come la reggia di Versailles. Le regole del caos, per quanto viziato da un’incredibile inesattezza storica, ha solleticato inevitabilmente queste mie passioni e mi ha spinta ad un gradito ripasso di tutte le storie dinastiche legate alla monarchia Francese, ramificate in un’infinita serie di figli illegittimi, dipartite premature, incroci di nazionalità e quant’altro, quindi in tal senso mi è piaciuto molto. Dall’altra parte però si tratta di una pellicola abbastanza banalotta per quel che riguarda la trama, con una protagonista emancipata e tuttavia propensa a viversi una telefonatissima storia d’amore col belloccio (moscio ma pur sempre belloccetto) di turno, stufo di venire cornificato dalla moglie vecchia, brutta, insensibile e pure vajassa. Madame De Barra è una donna intraprendente e dalle idee rivoluzionarie, ferma sostenitrice del “pizzico di caos” necessario anche nell'ambito dei progetti più regolari; la sua presenza all’interno della Corte desta scandalo ed ammirazione in egual modo in quanto non derivante da uno status nobiliare, bensì dai meriti acquisiti col duro lavoro e la bravura nell'eseguirlo. Madame De Barra è quindi il “canonico” elemento di caos che si può trovare spesso nelle opere in costume come questa e, come tale, affronta tutta una serie di esperienze positive e negative in grado di caratterizzarlo maggiormente e renderlo unico agli occhi dello spettatore, come per esempio l’incontro inaspettato con un Re “in borghese”, la quasi disfatta per mano di un’antagonista invidiosa, l’iniziale diffidenza dei colleghi uomini, il progressivo innamoramento del suo superiore, ecc. ecc. Per quel che riguarda la trama, dunque, non c’è nulla di particolarmente esaltante all’interno de Le regole del Caos, salvo un paio di momenti commoventi legati non tanto al tragico passato della protagonista, quanto alla triste (benché privilegiata) posizione delle dame a Corte, alle quali veniva fatto divieto di parlare di esperienze strazianti come la morte dei figli così da preservare l’atmosfera “solare” voluta dal Sovrano.


Alan Rickman, da parte sua, pare trovarsi molto a suo agio negli ambienti ricchi e raffinati della Corte ed azzecca un paio di sequenze di incredibile bellezza girate all’interno degli elegantissimi e colorati giardini (la fotografia di Le regole del caos è soprattutto molto bella); eppure, mancano quella sensibilità e quel minimalismo quasi intimista che tanto avevo apprezzato ne L’ospite d’inverno, tanto che la personalità del regista non solo non traspare dalla trama, ma neppure dalle immagini da lui girate né dall’interpretazione di Luigi XIV, priva della forza necessaria per renderlo carismatico quanto avrebbe dovuto. L’idea generale data da Le regole del caos è che, a dispetto del titolo, sia un compitino gradevole ed elegante ma privo di mordente in quanto anche troppo codificato e quest’impressione viene ulteriormente avvallata dal lavoro degli attori coinvolti. La Winslet, con la sua bellezza “terrena” ed imperfetta, è l’ideale per incarnare la temprata Madame De Barra, sia nei suoi aspetti più mascolini che in quelli prettamente femminili, eppure l’attrice non riesce a toccare l’animo dello spettatore neppure durante i momenti più drammatici della pellicola; d’altra parte il coprotagonista maschile, Matthias Schoenaerts, è talmente mollo ed insipido che la Winslet riuscirebbe a rubargli la scena anche solo spazzolandosi via la polvere dal vestito. Ad inghiottire tutto e tutti col suo carisma, però, è Stanley Tucci nei panni del Principe D’Orleans, il vero “caos” della pellicola nonostante la breve durata della sua permanenza sullo schermo, ahimé. Per quel che vale, comunque, Le regole del caos è un gradevole film in costume che piacerà molto agli amanti di un certo tipo di cinema romantico e sognatore, quindi non mi sento di sconsigliarlo del tutto, sebbene avrei preferito congedarmi da Alan Rickman con qualcosa di molto più travolgente!!


Del regista e co-sceneggiatore Alan Rickman, che interpreta anche Luigi XIV, ho già parlato QUI. Kate Winslet (Sabine De Barra), Stanley Tucci (Il duca d'Orleans) e Phyllida Law (Suzanne) li trovate invece ai rispettivi link.

Matthias Schoenaerts interpreta André Le Notre. Belga, ha partecipato a film come La meute, Un sapore di ruggine e ossa e The Danish Girl. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 39 anni e un film in uscita.


La bimba che si vede sedere da sola durante le scene ambientate al Louvre è Mia, figlia di Kate Winslet, all'epoca delle riprese incinta di un altro figlio. Per quel che riguarda il personaggio della Winslet, Sabine De Barra non è mai esistita mentre Le Notre sì ed è colui che ha progettato anche gli Champs-Elysées; il vero André Le Nôtre tra l'altro era più vecchio di Luigi XIV di 25 anni e, ai tempi in cui è ambientato il film, ne aveva 70, di cui più di 20 già passati a lavorare ai giardini di Versailles. Detto questo, se Le regole del caos vi fosse piaciuto recuperate Ragione e sentimento, L'intrigo della collana ed Orgoglio e pregiudizio. ENJOY!


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