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venerdì 20 febbraio 2026

Cime tempestose (2026)


Martedì sono finalmente andata al cinema a vedere un film che mi incuriosiva parecchio, Cime tempestose (Wuthering Heights), diretto e sceneggiato dalla regista Emerald Fennel a partire dal romanzo omonimo di Emily Brontë.

Trama

Cathy ed Heathcliff passano l'infanzia assieme, uniti da un sentimento di reciproco amore mai confessato. La situazione precipita quando il ricco Edgar Linton si stabilisce nei pressi di Wuthering Heights e si innamora di Cathy...

RECENSIONE

Cime tempestose mi ha incuriosita fin dall'inizio, in virtù del taglio molto "Harmony" che traspariva dai primi poster e dal trailer, roba da fare rabbrividire tutti gli amanti della Brontë. Siccome le due opere precedenti della Fennel mi erano piaciute, la prima più della seconda, mi ero detta che l'operazione da lei condotta non poteva certo essere così banale. Poi sono piovute recensioni che hanno stroncato, quasi all'unanimità, Cime tempestose, al punto che uno dei critici italiani più blasonati è arrivato a definirlo "il film peggiore dell'anno, nonostante si sia appena a Febbraio". Ora, con tutto il rispetto, il signore che non nomino mi pare ormai un po' senile, o forse non ricorda cosa siano i brutti film, che da qui a definire "brutto" Cime tempestose ne passa. Quel che è certo è che, probabilmente, tra tutte le opere di Emerald Fennel è quella che, al momento, mi è piaciuta meno, perché mi ha dato l'impressione di essere poco più di un feuilletton assai patinato, benché non sciocco come possa apparire a una prima occhiata. A me è sembrato che la Fennel abbia voluto raccontare la "sua" versione di Cime tempestose, esplicitando a chiare lettere la propria poetica per mezzo del personaggio di Isabella, la quale viene introdotta mentre "impone" ad Edgar l'appassionato resoconto (riportato a modo suo) di una storia d'amore fittizia che l'ha travolta, quella di Romeo e Giulietta. A sua volta, la Fennel, sostituendosi alla narratrice inaffidabile del romanzo, racconta la storia d'amore di Cathy ed Heathcliff, liberandola da (quasi) tutte le sottotrame presenti nell'opera della Brontë e presentandola come la storia di un sentimento totalizzante tra due animi orgogliosi, che non riescono a vivere l'uno senza l'altra ma arrivano comunque a distruggersi per punirsi a vicenda di colpe mai commesse. Nel film della Fennel non esiste una "seconda generazione", il legame tra Cathy ed Heathcliff non si compie attraverso una gioventù più innocente, ma si consuma in tutta la sua passione nel presente, in maniera, se posso permettermi, molto più verosimile, per quanto sicuramente meno poetica. In breve, la Fennel reimmagina Cime tempestose come se lo stesse raccontando con tutto l'entusiasmo di una fan non tantodell'opera, quanto dei due protagonisti, anche rendendo esplicito qualcosa che nel romanzo non c'è ma, tutto sommato, potrebbe essere anche solo stato omesso "per verecondia" (di una narratrice, ribadisco, inaffidabile e pudica). Pertanto, criticare la regista per il mancato rispetto dell'opera, a mio avviso, lascia il tempo che trova. 

Per quanto mi riguarda, ho un problema a monte con Cime tempestose. Ho sempre trovato il romanzo una discreta mattonata sulle palle e di Heathcliff e Cathy non mi è mai fregato nulla, né a18 anni né dopo averlo riletto l'anno scorso. La sceneggiatura della Fennel ha di buono che smussa un po' gli spigoli di due personaggi talmente insopportabili da fare il giro, rendendo Cathy più bisbetica che Algida Stronza (TM) e privando Heathcliff della natura di mostro detestabile che mostra nel romanzo. Vero è, però, che Heathcliff ne esce depotenziato in generale, e l'idea che mi ha dato è quella di un cagnolino bastonato che rialza la testa per mordere nei momenti sbagliati, quando invece avrebbe dovuto limitarsi a "brillare" come selvaggio ammaliatore graziato dal fascino gitano e l'appetito sessuale di un Kinski's Paganini qualsiasi. E su questa nota di colore, direi che è giunto il momento di onorare Lucia sottolineando quanto mi abbia divertito e fatto ridere Cime tempestose. Non so se ogni risata fosse voluta al 100%, o se ho il cervello ormai deviato dagli horror e sono riuscita a cogliere una natura tragicomica dove magari non esisteva. Sicuramente, lo stretto legame tra eros e thanatos è presente fin dalla prima, splendida sequenza introduttiva, e viene riproposto più volte nel corso del film (credo sia evidente come ogni evoluzione del rapporto tra Heathcliff e Cathy sia preceduto o seguito da qualcosa che richiama la morte, come se quello fosse il loro destino finale), ma è anche vero che ogni immagine macabra viene stemperata da immagini e simbologie grottesche. Restando in argomento, ho preferito la prima parte del film alla seconda. Le interazioni e i dialoghi tra i personaggi sono frizzanti, non solo i battibecchi tra Heathcliff e Cathy, ma anche i botta e risposta tra quest'ultima e Nelly (per quanto Nelly sia comunque una figura tragica, ben distante dall'impicciona del romanzo), per non parlare della caratterizzazione estrema di Isabella, un'esilarante psicopatica in erba. Per contro, il "far l'amore in tutti i luoghi e in tutti i laghi" l'ho trovato di una noia mortale, talvolta persino cringe, insomma tutto quello che non mi sarei aspettata dall'unione carnale di due "belli belli in modo assurdo" come Margot Robbie e Jacob Elordi. E ora, le fan dell'attore australiano smettano pure di leggere, grazie.

A me Elordi non piace, né come uomo, né come attore. In Cime tempestose lo salva un inizio in versione Sandokan, ma nonostante ciò che ha decretato all'unisono buona parte della popolazione femminile della sala attraverso starnazzanti urla di giubilo, Heathcliff imberbe, col capello sbarazzino e l'orecchino da scugnizzo in bella vista, perde almeno 20 punti di fascino. E va bene l'occhio spento e il viso di cemento, lei è il mio piccione ed io il suo monumento, ma il ragazzo non cambia espressione se non quando copula o quando deve spingere Cathy a sventolarsi la patasfralla: lì gli viene lo sguardo malandrino, si rianima di botto trasformandosi nel sogno bagnato di tutte le donne etero con gusti normali (ahimé, sono etero ma ho sempre avuto gusti di merda, quindi con me non attacca), confermandosi dunque perfetto per una carriera nel porno, non nel Cinema, mi spiace. Margot Robbie invece affronta ogni scena, anche quelle potenzialmente ridicole, con dignità e fascino, portando a casa una Cathy alla quale potrei anche affezionarmi. Ciò che invece rasenta la perfezione sono la colonna sonora che mescola modernità e suggestioni antiche, l'uso dei colori, i costumi e le scenografie. Questi ultimi due elementi saranno anacronistici quanto volete, ma che originalità, che opulenza, che inventiva (la carta da parati color "Catherine". Geniale). Sempre rimanendo in tema "momenti esilaranti", mi rimarrà sempre nel cuore la simmetria dei fiaschi lucidi come smeraldi, impilati in perfetta simmetria, all'interno di una lurida bettola che non vedeva uno straccio dal '15-'18, ma questa è solo la punta dell'iceberg: sia Wuthering Heights che la casa di Edgar rispecchiano l'animo di chi le abita e sono entrambi soffocanti a modo loro, gabbie che intrappolano Cathy, l'una come cupo inferno di indigenza e degrado, l'altra come casa delle bambole (e chi s'è perso la palese citazione a Barbie Gioielli Segreti è una persona malissima). L'unico luogo di libertà è la brughiera. Spazzata dagli elementi e chilometrica quanto il campo da calcio di Holly e Benji, i protagonisti sembrano passare la vita a correrci dentro per raggiungersi, o fermi ad aspettarsi a vicenda, con pochi brevi incontri che li segnano indelebilmente, condannandoli a un destino di solitudine, morte e follia. E con questo concludo, dicendo che Cime tempestose, pur con tutti i suoi difetti, è un film molto bello, che merita una visione con occhi scevri da pregiudizi e l'animo libero da qualsiasi tipo di amore talebano verso il libro della Brontë. Ora aspetto che la Fennel diriga un vero film horror, perché tra impiccagioni, fiumi rossastri, sanguisughe e salassi da incubo, sono sicura che ne sarei molto soddisfatta. 

CAST

Della regista e sceneggiatrice Emerald Fennel ho già parlato QUI. Margot Robbie (Cathy), Jacob Elordi (Heathcliff) e Hong Chau (Nelly) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Alison Oliver, che interpreta Isabella, era anche nel cast di Saltburn mentre Ewan Mitchell, che interpreta Joseph, è l'Aemond Targaryen della serie House of the Dragon. Se volete altre versioni di Cime tempestose, vi rimando a questo link. ENJOY! 

martedì 25 luglio 2023

Barbie (2023)

Giovedì sono corsa a vedere uno dei film che aspettavo di più quest'anno, il Barbie diretto e co-sceneggiato dalla regista Greta Gerwig. NIENTE SPOILER, tranne quelli presenti in un trailer per una volta poco rivelatore!


Trama: la vita scorre serena all'interno di Barbieland finché una Barbie comincia a notare stranezze e difetti nella sua esistenza sulla carta perfetta. Per indagare, la Barbie (assieme a Ken) valica i confini che separano il suo mondo da quello umano...


Di Barbie si è già detto e scritto tutto ancora prima che uscisse, quindi non sarà facile scrivere qualcosa di interessante e poco banale, soprattutto senza fare spoiler, ma ci proverò. Preceduto da un trailer accattivante e sciocchino, Barbie, per la prima mezz'ora, è, volutamente, tutto quello che i suoi detrattori pensavano. In un trionfo di rosa e kitsch, veniamo introdotti in quella che è la realtà di Barbieland, un luogo in cui ogni giorno è perfetto ma anche perfettamente uguale a quello precedente, e dove ogni Barbie può essere ciò che vuole, da presidente ad astronauta, in un susseguirsi di scene tra l'esilarante e il paradossale. Furbamente, la Gerwig e Baumbach puntano i riflettori sulla "Barbie" per eccellenza, bionda bella e sorridente, e modellano la perfezione di Barbieland su di lei perché, capirete bene, non tutte le bambine (me compresa) si limita(va)no a pensare noiose quanto glamour giornate di ozio, svago e trionfi per le proprie bambole; questo stereotipo radicato nel tempo da decenni di marketing e pubblicità è però essenziale per rendere ancora più duro lo scontro con la realtà, allorché Barbie, allarmata da terrificanti cambiamenti all'interno della sua routine e dei suoi pensieri, decide di andare nel mondo umano per indagare. E' qui che il film prende una piega inaspettata e devia da quel trailer che ci viene propinato da mesi, diventando una riflessione su un aspetto ben preciso della società, legato a doppio filo al desiderio di Ruth Handler, la creatrice di Barbie, di dare alla figlia e alle donne la possibilità di sognare in grande, proiettando ogni aspirazione su una bambola che non si limitava ad essere solo madre o moglie, ma poteva essere qualunque cosa. Prigione dorat, ehm, rosa dove questo desiderio è portato all'estremo, Barbieland è un'isola felice rigidamente amministrata da un consiglio direttivo della Mattel gestito interamente da uomini, e al suo interno c'è qualcuno che invece NON può essere quello che desidera, perché creato per esistere in funzione di Barbie, ovvero Ken. Si può dunque dire che Barbieland è il riflesso distorto di un'idea di per sé giusta, un luogo che non solo ha creato dei mostri nella realtà, alimentando ideali di bellezza e perfezione irraggiungibili, ma che "vendica" la sopraffazione con una sopraffazione al contrario, dove c'è sempre e comunque qualcuno che soffre e che viene ignorato o considerato "inferiore", a discapito di tutta la tolleranza e l'inclusività moderna predicata dal marchio Barbie.


Alla faccia di tutta la gioiosa idiozia riversataci addosso da trailer, meme ed anteprime, Barbie è un film molto amaro, che non mostra il fianco neppure per un istante a soluzioni semplici ed happy ending posticci. La Gerwig e Baumbach, anzi, sembrano volerci dire che la vita è fatta di scelte e sofferenza, una lotta continua per affermare noi stessi in una società che probabilmente non ci vuole e che ci impone assurdi modelli maschili o femminili; ancora peggio, non esistono cambiamenti nati da illuminazioni improvvise e lo status quo è terribilmente difficile da sradicare, quindi tutto il contrario di ciò che ci è sempre stato insegnato dalla Disney e dai suoi emuli (se poi pensate che l'amore possa vincere su ogni cosa, avete davvero puntato sul film sbagliato). Tutto ciò viene gettato in faccia allo spettatore col sorriso, con i toni garbati di una commedia capace di spingere il pedale sull'acceleratore dell'assurdo senza mai deviare dal suo percorso né imbroccare la via senza ritorno della caciara fine a se stessa, cosa che dimostra l'incredibile lucidità mentale della Gerwig e il suo polso fermissimo sia in fase di scrittura che di regia. Se, a tratti, Barbie vi sembrerà un po' troppo fighetto e "maestrino" nel suo desiderio di aprirci gli occhi al mondo, beh, non sarò io a farvi cambiare idea, perché ogni tanto ho avuto io stessa la sensazione di venire "bacchettata" tra una risata e l'altra (probabilmente avvertivo l'aura di Baumbach, con cui non vado d'accordissimo), ma siccome sul finale sono riuscita persino a commuovermi direi che nel film c'è soprattutto del sentimento, non solo del freddo, cinico calcolo.


Al di là di queste considerazioni che, come avrete capito, non posso sviscerare appieno pena incappare in sgraditi spoiler, Barbie è proprio bello cinematograficamente parlando. Se date un'occhiata QUI, vi farete un'idea di quante, elegantissime fonti d'ispirazione abbiano guidato la Gerwig nella realizzazione del film che, effettivamente, è una gioia per gli occhi fatta di inquadrature iconiche ed intelligenti, con numeri musicali dal sapore vintage, capaci di lasciare a bocca spalancata. Le scenografie sono spettacolari e non potrebbe essere altrimenti: il rosa e i colori pastello delle case dei sogni di Barbieland si accompagnano a fondali disegnati che noi bambine conosciamo molto bene, e non contrastano neppure troppo con la fredda monocromia e regolarità degli uffici della Mattel, proprio a rispecchiare il rigido controllo presente in due mondi strettamente legati. Personalmente, non ho mai avuto molte Barbie con cui giocare ma mi sono ammazzata di cataloghi Mattel (li adoravo, avendo sempre amato disegnare mi davano una fonte d'ispirazione costante per vestire le mie donnine e, in più, erano scritti in almeno un paio di lingue) e non nascondo di avere represso più di un brivido di gioia davanti al rispetto filologico di costumi, pettinature, accessori e linee, spesso utilizzati come ulteriore fonte di ironica presa in giro. La presenza di una narratrice d'eccezione, che spesso sfonda la quarta parete dialogando con spettatori e realizzatori, è l'ulteriore aggiunta a un cast perfetto. Se Michael Cera e Kate McKinnon sfruttano al meglio il poco tempo a loro concesso e Margot Robbie è una Barbie fatta e finita, a rubarle la scena c'è un Ryan Gosling favoloso, che si è gettato anima e corpo in un ruolo che molti avrebbero rifiutato perché troppo "stupido"; l'attore ha reso finalmente giustizia al povero Kentozzi(tm) rendendolo tragico, eroico "imperatore del regno di mille fighe di legno", "monumento" di un algido piccione biondo, che verrebbe voglia di abbracciare per tutta la durata del film. Non mi vergogno a dire che, per quanto mi riguarda, questa è l'interpretazione migliore di Gosling e, prima di venire linciata, vi invito a correre al cinema a vedere Barbie. Lo so, è una cretinata, ma andate con almeno un accessorio rosa, perché vedere una sala gremita di gente tutta vestita a tema, persino nel triste multisala di Savona, è stata un'esperienza bellissima!!


Della regista e co- sceneggiatrice Greta Gerwig ho già parlato QUI. Margot Robbie (Barbie), Kate McKinnon (Barbie), Alexandra Shipp (Barbie), Emerald Fennell (Midge), Ryan Gosling (Ken), Michael Cera (Allan), America Ferrera (Gloria), Helen Mirren (narratrice), Will Ferrell (CEO della Mattel) e Lucy Boynton (Barbie Proust) li trovate invece ai rispettivi link. 

Simu Liu interpreta Ken. Cinese, lo ricordo per film come Shang - Chi e la leggenda dei dieci anelli, inoltre ha partecipato a serie quali Slasher e prestato la voce per I Simpson. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 34 anni e tre film in uscita. 


Rhea Perlman interpreta Ruth. Americana, moglie di Danny De Vito, ha partecipato a film come Matilda 6 mitica e a serie quali Taxi, Blossom, Cin Cin, Innamorati pazzi e Ally McBeal; come doppiatrice ha lavorato ne I Simpson, American Dad!, Robot Chicken e Sing. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 75 anni. 


Tra le mille Barbie e Ken presenti nel film spuntano Dua Lipa e John Cena in versione sirene. Se Barbie vi fosse piaciuto il mio consiglio è di recuperare davvero le fonti di ispirazione della Gerwig, male non farà di sicuro! ENJOY!



mercoledì 25 gennaio 2023

Babylon (2022)

Invogliata da un trailer favoloso, domenica sono corsa al cinema a vedere Babylon, diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Damien Chazelle. Con oggi comincia ufficialmente la Road to the Oscar, visto che Babylon è candidato a tre statuette (Miglior Scenografia, Colonna Sonora e Costumi).


Trama: nella Hollywood di fine anni '20, grandi star e semplici mestieranti devono fare i conti con una nuova era inaugurata dall'avvento del sonoro...


Dopo l'esordio strepitoso con Whiplash avevo un po' litigato con Chazelle. Il suo La La Land, osannato da chiunque, mi aveva lasciata abbastanza tiepida nonostante l'indubbia bellezza formale, mentre di First Man non ricordo nemmeno un fotogramma. Ciò nonostante, il trailer di Babylon, dal montaggio forsennato e accompagnato da una splendida colonna sonora, mi ha attirata fin dalla prima volta che l'ho visto e lo stesso vale per il cast all star che si è piano piano svelato agli occhi dei futuri spettatori. A dimostrazione di quante speranze riponessi in Babylon, non mi sono fatta sviare né dalle stroncature praticamente unanimi di critica e pubblico, né dalla durata elefantiaca della pellicola e, a posteriori, devo dire che sono strafelice di essermelo goduto al cinema (l'unica pecca, come sempre, doppiaggio e adattamento, ma che cosa ci posso fare se a Savona è già un lusso che i film escano?) perché Babylon è diventata la mia prima folgorazione per questo 2023. Ovviamente, capisco perché possa non piacere, e per questo chiedo scusa ai miei due compagni di visione, che verranno testé tirati in ballo: nonostante entrambi abbiano dichiarato di essersi divertiti e abbiano apprezzato molti aspetti del film, il Bolluomo lo ha definito una pellicola "riservata" agli addetti ai lavori, a gente che ama il cinema e ne conosce un po' la storia, la nostra compare invece non ha saputo bene come prenderlo, in quanto troppo strano e sbilanciato nei toni della commedia o della tragedia. In effetti, Babylon è un film sul cinema, scritto e diretto da un autore che il cinema lo ama e lo vive, e tratta un periodo storico ben preciso con riferimenti a fatti ben noti e persone realmente esistite. Le vicende narrate nascono non solo dall'avvento del sonoro, che aveva fatto piazza pulita di molte star del cinema muto (inadeguate per via di una voce inadatta, in totale contrasto con l'aspetto fisico, come nel caso di John Gilbert, che ha ispirato il personaggio di Jack Conrad), ma anche dal ben più "castrante" avvento del Codice Hayes, un compendio di regole severissime atte non solo a regolare regie e sceneggiature (soprattutto per quanto riguardava sesso e violenza ma si andavano a toccare anche mille questioni morali e di "decoro", così che nulla potesse anche solo indurre in tentazione lo spettatore), ma anche la vita degli attori fuori dal set dopo anni di eccessi che il folgorante inizio di Babylon, uno schizofrenico mix di piani sequenza e raccordi di montaggio ad hoc, sbatte in faccia allo spettatore tenendo perfettamente fede al titolo. Hollywood come una Babilonia delirante fatta di orge e morti accidentali, sacrificati all'altare dello spettacolo o del piacere, completamente priva dell'aura di magia che ogni film acquista agli occhi dello spettatore facendolo sognare eppure, lo stesso, affascinante, glamour e desiderabile, come se ogni cosa orribile o scatologica facesse comunque parte dello spettacolo e, dunque, non potesse fare troppo male perché "finta". 


Passando alla critica mossa dalla mia compare, Babylon è certamente un film strano ed atipico ma, a mio avviso, rispecchia in pieno la mancanza di regole dell'epoca del muto nel momento in cui i toni della commedia grottesca la fanno da padrone, perché nella prima parte i protagonisti sono o troppo innocenti o troppo addentro agli ingranaggi del sistema per poter anche solo pensare di offrire il fianco alla disperazione (sempre presente nelle vite dei quattro personaggi principali, basti pensare alla madre di Nelly, alla famiglia perduta di Manny, al razzismo subito da Sidney, ai mille vizi e follie di Jack); con l'arrivo dei grandi cambiamenti nell'industria cinematografica muta anche il tono del film, che diventa sempre più malinconico e tragico, più lento, se vogliamo, perché "il tempo passa quando ci si diverte", ma quando cominciano i problemi inizia a pesare come piombo. La struttura di Babylon, in questo, somiglia molto a quella di capolavori Scorsesiani come Quei bravi ragazzi, Casinò o The Wolf of Wall Street, dove lo spettatore subisce il "fascino dello schifo" e viene talmente distratto dall'abbondanza di dettagli da arrivare a parteggiare persino per personaggi deprecabili e autodistruttivi come Jack o Nelly, la cui vita fatta di eccessi corre, inesorabilmente, incontro al destino di chi non è in grado di gestirsi e, soprattutto nel caso di Nelly, rovina l'esistenza di chiunque abbia la (s)fortuna di incontrarli. Anche in questo caso, giusto per continuare il parallelo con Scorsese, ci sono personaggi con un piede appena fuori dall'illusoria bellezza di Hollywood che fungono da occhio esterno pur non essendo totalmente estranei all'influsso della "Babilonia" e anche il loro destino (abbandonare il carro dei vincitori con la dignità ancora intatta o venire buttati giù a calci perché ancora non sono riusciti a capire le regole del gioco) dipende dal grado di coinvolgimento o di distacco coi quali si rapportano alla sirena del successo; in particolare, l'occhio dello spettatore viene rappresentato da quello di Manny che, in un cerchio (im)perfetto, parte come sognatore appassionato di film, si spoglia di ogni illusione nel momento in cui diventa parte integrante del business, e torna a sognare dopo anni di rifiuto quando si rende conto che, nonostante tutte le delusioni e le esperienze negative, il Cinema è una magia che si rinnova in eterno. 


In tal senso, l'unica critica vera che posso muovere a Chazelle è, forse, l'eccessiva indulgenza nei confronti dell'industria cinematografica. Nonostante venga spesso sottolineato l'orrore nascosto dietro la patina luccicante, il regista e sceneggiatore si mostra anche troppo innamorato dei suoi personaggi e li ammanta di un'aura malinconica e poetica, rendendoli rappresentanti di "bei tempi che non torneranno più" quando, razionalmente, sia Nelly che Jack hanno ben pochi aspetti positivi, salvo l'essere delle vivaci schegge impazzite che vanno contro ogni convenzione. Eppure, magia del cinema o di attori talmente in parte da essere perfetti (sì, Brad Pitt sembra quasi il doppelganger di Di Caprio in C'era una volta... Hollywood ma è comunque intensissimo, la Robbie, con quel vestitino rosso che può portare solo lei, è una dea scesa in terra a prescindere da quanto sia sfatta, il semi-esordiente Diego Calva si porta a casa un primo piano finale da applausi e un'interpretazione degna di un veterano, Jovan Adepo fa una tenerezza infinita e persino Flea è bello, ma mai quanto un P.J. Byrne che vorrei al lavoro ad urlare e bestemmiare ogni volta che qualcuno scazza), quando il film si è avviato verso la sua china tragica e triste non ho potuto fare altro che emozionarmi e piangere, passando attraverso quell'unico momento di ansia e disgusto vero che mi ha fatto pensare a un Chazelle come possibile regista horror e mi ha scosso i nervi più di quanto credessi possibile, alla faccia della bellezza barocca e della grandeur di tutto il resto di Babylon. Il film, per inciso, conferma la bravura di Chazelle come regista, sempre più a suo agio dietro la macchina da presa, con riprese ed inquadrature che annullano ogni confine tra finzione e realtà e si fanno metacinema di alto livello, fonte di interesse per gli spettatori curiosi, affiancate ad altre quasi oniriche, Felliniane, per non parlare di quel finale che sembra quasi un testamento, più che un atto d'amore. E siccome le citazioni e i rimandi non bastano mai, Chazelle omaggia se stesso con la colonna sonora jazzissima del fido Justin Hurwitz, che in qualche modo rievoca quella di La La Land soprattutto nel pezzo strappacuore intitolato Manny and Nellie's Theme (ripresa di Call Me Manny), riproposto più volte a mo' di leitmotiv, il mio preferito assieme a quella splendida Voodoo Mama che si sente già nei trailer. Mi rendo conto di avere scritto un post lungo, raffazzonato e pesante come un macigno, quindi mi taccio e vi dico l'unica cosa importante, ovvero "correte a vedere Babylon", ovviamente al cinema, perché val la pena di passare tre ore (che sembrano una) in quel magico luogo che, da sempre, veicola mille emozioni!


Del regista e sceneggiatore Damien Chazelle ho già parlato QUI. Margot Robbie (Nelly La Roy), Flea (Bob Levine), Brad Pitt (Jack Conrad), Olivia Wilde (Ina Conrad), Joe Dallesandro (Charlie/Fotografo), Lukas Haas (George Munn), Patrik Fugit (Agente Elwood), Eric Roberts (Robert Roy), P.J. Byrne (Max), Max Minghella (Irving Thalberg), Samara Weaving (Costance Moore), Katherine Waterston (Estelle), Ethan Suplee (Wilson), Tobey Maguire (James McKay) e Spike Jonze (Otto) li trovate invece ai rispettivi link.

Jovan Adepo interpreta Sidney Palmer. Inglese, ha partecipato a film come Barriere, Madre!, Overlord e a serie quali L'ombra dello scorpione. Ha 35 anni e un film in uscita. 


Jean Smart, che interpreta Elinor St. John, era la Melanie della serie Legion mentre del carismatico Diego Calva, che interpreta Manny ed è stato persino nominato al Globe, non ho mai visto nulla. Tra gli altri attori più o meno conosciuti segnalo Kaia Gerber (già nel cast di American Horror Story/Stories, qui interpreta un'attricetta), Li Jun Li (la Rose della serie L'esorcista, qui nei panni di Lady Fay Zhu) e Olivia Hamilton (interpreta Ruth Adler e, oltre ad essere la moglie di Chazelle, ha partecipato a La La Land e First Man). Emma Stone era stata scelta per il ruolo principale quando il film doveva essere una sorta di biografia della diva del muto Clara Bow ma ha dovuto rinunciare a causa dei ritardi della produzione e, quando è stata ingaggiata Margot Robbie, il suo personaggio si è distaccato maggiormente dalla fonte di ispirazione iniziale. Se Babylon vi fosse piaciuto recuperate C'era una volta a... Hollywood, La La Land, Viale del tramonto e Cantando sotto la pioggia. ENJOY!


venerdì 4 novembre 2022

Amsterdam (2022)

Domenica scorsa il buon Mirco mi ha portata a vedere Amsterdam, film diretto e sceneggiato dal regista David O. Russell che mi aveva attirata fin dal trailer...


Trama: negli anni '30, due reduci della prima guerra mondiale, un medico e un avvocato, rimangono coinvolti in una serie di delitti e complotti che li spingono a riallacciare i rapporti con un'ex infermiera conosciuta al fronte...


Non guardavo un film di David O. Russell dai tempi di Joy e mi duole abbastanza ammettere che la sensazione lasciatami da Amsterdam è stata più o meno la stessa, ovvero quella di un'enorme, grandiosa confezione per una cosetta esile e dimenticabile. Più che altro, sono arrivata chiedermi se non sia meglio che O. Russell, bravissimo come regista e dotato di un fiuto enorme per il casting e la direzione degli attori, posi per qualche tempo la penna di sceneggiatore e si faccia scrivere una storia da qualcuno un po' più centrato, capace di conferire equilibrio e sostanza a quelle che, spesso, sembrano una serie di idee tanto interessanti quanto evanescenti. Nel caso di Amsterdam, per esempio, abbiamo un'ottimo incipit mistery d'ispirazione noir, con tanto di voce fuori campo e flashback, dove i protagonisti vengono incastrati da criminali senza volto e decisamente insidiosi, al quale si aggiunge la parte migliore del film, ovvero una storia d'amore e di amicizia che mette in scena il più adorabile trio di amici/amanti dell'anno (magnificamente interpretati, poi ci torno), eppure questi due elementi della trama, invece di intrecciarsi dando vita a qualcosa di memorabile, scorrono dalle mani e dalla mente dello spettatore come rivoli d'acqua, messi al servizio di una vicenda fantapolitica (per quanto basata su una storia vera) che sembra quasi fare a pugni con tutto il resto. Più che altro, sembra quasi che allo sceneggiatore, pur palesemente innamorato dei suoi protagonisti, non bastasse puntare i riflettori su loro tre, già potenziali fonti di moltissimi punti di riflessione (c'è la lotta di classe di Burt, invischiato in un matrimonio nato per amore e proseguito per interesse, la questione razziale incarnata da Harold, l'indipendenza femminile di Valerie, un potenziale spaccato delle famiglie influenti americane e di tutto quello che si nasconde dietro di esse, tutto il discorso sull'importanza dei reduci di guerra e sulle difficoltà oggettive del loro reintegro in società), ma godesse un mondo all'idea di inserirli in un delirio "giallo" di altri personaggi connotati come macchiette, pronto a correre come un treno verso la risoluzione finale di un mistero trattato alla stregua di un giocattolone grottesco.


Il risultato, purtroppo, è deludente. Non tanto, come ho detto, per i tre protagonisti principali, i quali fanno tutti un'ottima figura, Christian Bale in primis (l'ho già scritto nel post dedicato a Thor: Love and Thunder, quest'uomo nobiliterebbe anche una recita di Natale parrocchiale, è sempre e comunque perfetto e fa scomparire tutti quelli che lo circondano, giusto Margot Robbie riesce a tenergli testa), quanto per il resto di un cast all star che si è ritrovato sul set di un film che avrebbe potuto essere "coeniano" o, come minimo, divertente e scoppiettante quanto Knives Out o Omicidio nel West End, mentre invece risulta facilone e perplimente. La conseguenza, per esempio, è che una Anya Taylor-Joy, che pure riesce, nonostante l'inconsistenza del suo personaggio, ad imbroccare un paio di momenti memorabili, appare inutile quanto Chris Rock, messo lì giusto per fare un paio di battute a tema nigger e poi scomparire come se non fosse mai esistito. Lungi da me, per carità, lamentarmi quando vedo spuntare facce adorate come quelle di Mike Myers, Timothy Olyphant o Michael Shannon, ma quando mi sembra di avere davanti una lista della spesa con tanto di spunte, allora ci rimango male. Per il resto, nulla da eccepire. La confezione di Amsterdam è extra-lusso, letteralmente, visto che la fotografia splendida è di Emmanuel Lubezki, e scenografie e costumi sono molto curati, soprattutto per quanto riguarda le mise di Margot Robbie e tutto l'apparato artistico legato a quella parentesi favolistica ambientata nella città che dà il titolo alla pellicola, affascinante ed intrigante più degli sconvolgenti rimandi ad un pezzo di storia americana che non conoscevo affatto e che, a mio avviso, avrebbe meritato un approccio un po' più serio. Amsterdam, per inciso, non finirà nella Worst 5 dell'anno ma in un'ideale classifica delle delusioni più cocenti, nonostante le molte cose positive, sarebbe di sicuro ai primi posti. Peccato. 


Del regista e sceneggiatore David O. Russell ho già parlato QUI. Christian Bale (Burt Berendsen), Margot Robbie (Valerie Voze), John David Washington (Harold Woodman), Alessandro Nivola (Detective Hiltz), Andrea Riseborough (Beatrice Vandenheuvel), Anya Taylor-Joy (Libby Voze), Chris Rock (Milton King), Matthias Schoenaerts (Detective Lem Getweiler), Michael Shannon (Henry Norcross), Mike Myers (Paul Canterbury), Timothy Olyphant (Taron Milfax), Zoe Saldana (Irma St. Clair), Rami Malek (Tom Voze), Robert De Niro (Generale Gil Dillenbeck) e Colleen Camp (Eva Ott) li trovate invece ai rispettivi link. 


La cantante Taylor Swift interpreta Liz Meekins. Michael B. Jordan avrebbe dovuto interpretare Harold, ma i ritardi produttivi dovuti al Covid lo hanno costretto a rinunciare. Se Amsterdam vi fosse piaciuto recuperate American Hustle. ENJOY!

martedì 17 agosto 2021

The Suicide Squad - Missione suicida (2021)

Quale modo migliore per festeggiare la riapertura del multisala di Savona se non andando a vedere The Suicide Squad - Missione suicida (The Suicide Squad), diretto e sceneggiato dal regista James Gunn?


Trama: il governo americano riunisce la squadra di antieroi nota come Suicide Squad per recuperare una pericolosissima arma da un piccolo paese del Sud America...


Suicide Squad
è il miglior esempio di quello che potrebbe succedere al cinema seriale se gli Autori venissero lasciati liberi di fare gli Autori e se coordinatori/produttori/deus ex machina assortiti non si mettessero in mezzo alle palle cercando di uniformare ogni cosa e modificarla per renderla più a misura di bambino. Messo accanto a quella cacca fumante che era Suicide Squad di Ayer diventa anche un meraviglioso esempio di come fare un film senza sbagliare casting, sceneggiatura, tempistiche ed inquadrature, ché se hai un branco di fuorilegge senza pietà non puoi buttare lì Will Smith che non ammazza perché poi la figlia piange, né fare del culo di Margot Robbie l'highlight di una storia noiosissima che nessuno mai ricorderà. Ma d'altronde, non è che tutti possono essere James Gunn, anche perché sarebbero buoni tutti a fare il film cazzone senza capo né coda, magari trasformando il tutto in un infinita serie di siparietti dedicati a personaggi che ammazzano male le persone e fanno a gara a chi è più sgradevole e pazzo. Ci vuole equilibrio anche nella follia, un minimo di cuore, la gioia di infilare in un prodotto di mero intrattenimento tutta una serie di cose palesemente amate dal regista e sceneggiatore amalgamandole alla perfezione col materiale di partenza, la lucidità di prendere tutto quello che non andava nel primo Suicide Squad (con tutto che Ayer è stato ringraziato nei titoli di coda) e di mandarlo al diavolo col sorriso sulle labbra, tirando delle croci rosse talmente evidenti che ad ogni stortura raddrizzata non potevo fare altro che ringraziare. E così, ecco che il film più divertente dell'estate è un Suicide Squad meets Slither (tanto la Troma l'avete già citata tutti, quindi ne faccio a meno) con "delicatissimi" tocchi di Quella casa nel bosco ed echi di Garth Ennis, all'interno del quale ogni cliché del cinema di supereroi viene smontato con una risata o ricoperto da laghi di sangue e dove non solo i personaggi principali, ma persino quelli secondari non fanno quello che ci si aspetterebbe da loro, col risultato di far perdere completamente la cognizione del tempo dello spettatore, perché non direste mai che il film duri più di due ore. 


Suicide Squad
sorprende fin dai primi dieci minuti, davanti ai quali vi sfido (ovvio, se siete come me che non guardo più i trailer) a non rimanere con la mascella slogata e anche un po' con la lacrima nell'occhio davanti a uno Shyamalan twist tra i più scioccanti della storia dei cinecomic "seri" e continua con l'asticella dell'assurdo e del sangue posta sempre più in alto, dribblando agilmente il sapore finto di alcuni momenti strappalacrime grazie alla presenza di personaggi comunque ben caratterizzati dei quali arriva ad importarci se finiranno morti malissimo o meno, anche nel caso in cui non abbiate idea di quali siano le loro controparti cartacee, com'è successo a me. A differenza di Ayer, Gunn riesce a ritagliare ad ognuno dei suoi antieroi lo spazio necessario per esprimere la propria personalità e per integrarsi nella trama generale del film, preferendo talvolta lasciare parlare solo i "fatti", senza ricorrere a imbarazzanti dialoghi, magari con personaggi secondari utilizzati solo per definire meglio quelli principali, e soprattutto li mette di fronte non solo a una minaccia schifosetta e terribile, ma anche al marciume presente all'interno dell'intelligence USA: in questo caso, non si tratta di diventare buoni perché gli avversari sono più cattivi, ma di procedere come schiacciasassi per raggiungere l'obiettivo che si è prefissati, anche se magari non coincide con quello di partenza, e di scrollarsi di dosso casualties innocenti come farebbe un'anatra con l'acqua, dando di gomito allo spettatore grazie ad abbondanti dosi di umorismo nero.


Ci sarebbero poi da scrivere righe intere sullo stile di Gunn, ovviamente, sul profumo di B-Movie che la patina glamour dei grandi nomi e dei bellissimi effetti speciali non riesce a nascondere del tutto, ma anche sulla raffinatezza con cui, per esempio, uno dei confronti più importanti del film viene mostrato riflesso su un lucidissimo elmo (abbandonato per un motivo ben preciso) invece che inquadrato direttamente. Eredi diretti dei b-movie sono in primis Starro, colorato ed esageratissimo eppure lo stesso capace di fare rabbrividire per il terribile destino riservato alle sue vittime, ma in generale tutto lo stuolo di "cattivi" lo è, popolato com'è di personaggi che non avrebbero affatto sfigurato in un action anni '80 fatto di militari spietati, ribelli sudaticci e Paesi dai nomi inventati; l'intera sequenza in cui Bloodsport e soci si addentrano nella giungla mentre lui e Peacemaker si sfidano con omicidi sempre più elaborati avrebbe fatto invidia sì a Schwarzenegger e Stallone ma soprattutto ai più trash Norris, Seagal e Van Damme, mentre il presidente belloccio "col mostro tra le gambe" è l'ennesimo sbeffeggiamento a quel genere di boss finali che nei vecchi film di cassetta avrebbe messo in scacco i nostri eroi nell'ultimo confronto prima di venire brutalmente sconfitto. E non vogliamo parlare dei membri della Suicide Squad? Uno più esilarante e interessante dell'altro, tutti in grado di non sfigurare davanti all'ormai "solita" Harley Queen, con Idris Elba che calcioruota fino allo spazio siderale quel mollusco di Will Smith e Polka-Dot Man che, assieme alla sua mamma, diventa il personaggio più adorabile di tutto il film, degnamente accompagnati dai "soliti" caratteristi che ormai Gunn si porta giustamente dietro ovunque e da un paio di new entries deliziose, tra le quali la carinissima Ratcatcher 2, lenta a rapire il cuore dello spettatore ma capacissima di non lasciarlo più andare. Voto dieci allo splatter esagerato e alla bella colonna sonora (la vittoria spetta alla nenia à la Rosemary's Baby che accompagna la visita all'acquario del meraviglioso King Shark e che, onestamente, avrei detto appartenere a qualche horror anni '70  mentre invece è stata composta per il film) mentre se dovessi per forza trovare un difetto segnerei un paio di forzatissimi e ridicoli dialoghi a base di volgarità assortite e poi SPOILER macheccazzovipareilcasodifaremorirecosìMichaelRookerlWeaselBoomermaddaiporcoddue! FINESPOILER Molto poco per non richiedere a gran voce James Gunn dietro ad ogni singolo film DC da ora e per sempre. 


Del regista e sceneggiatore James Gunn ho già parlato QUI. Michael Rooker (Savant), Viola Davis (Amanda Waller), Nathan Fillion (T.D.K.), Sean Gunn (Weasel/Calendar Man), Margot Robbie (Harley Quinn), Idris Elba (Bloodsport), David Dastmalchian (Polka-Dot Man), Sylvester Stallone (voce originale di King Shark), Alice Braga (Sol Soria), Peter Capaldi (Thinker) e Taika Waititi (Ratcatcher) li trovate invece ai rispettivi link. 

Joel Kinnaman interpreta Rick Flag. Svedese, ha partecipato a film come Millenium - Uomini che odiano le donne e Suicide Squad. Ha 42 anni. 


John Cena
, star della WWE, tornerà nei panni di Peacemaker in una serie che dovrebbe uscire su HBO Max l'anno prossimo; tra l'altro, Gunn avrebbe voluto Bautista al suo posto, ma l'attore aveva già detto sì a Snyder e al "meraviglioso" Army of the Dead. Tra le guest star segnalo la "mantide" Pom Klementieff, che si vede ballare all'interno de La Gatita Amable, e il patron della Troma, il mitico Lloyd Kaufman, anche lui tra gli avventori de La Gatita Amable ma anche presente in un'altra scena. Se The Suicide Squad - Missione suicida vi fosse piaciuto vi Sconsiglio il recupero di Suicide Squad, piuttosto date una chance a Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn e, ovviamente, anche a Guardiani della Galassia e Guardiani della Galassia vol. 2. ENJOY!

martedì 14 aprile 2020

Slaughterhouse Rulez (2018)

Su Netflix trovate un altro horror divertente con un sacco di cosette interessanti all'interno, Slaughterhouse Rulez, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Crispian Mills.


Trama: Don viene ammesso alla Slaughterhouse, un esclusivo college inglese, proprio nel momento in cui, a causa di una scellerata attività di fracking, dal sottosuolo qualcosa comincia a strisciare nei boschi e nelle aule...


Slaughterhouse Rulez è una simpatica horror comedy, genere che come ben sapete piace tantissimo agli inglesi, che per più di metà della sua durata concede davvero poco all'orrore, salvo qualche leggenda misteriosa e un paio di indizi che rischiano di perdersi all'interno di quella che è, fondamentalmente, una critica sociale al sistema classista britannico frullata a un po' di ecologismo. Il film è ambientato in uno di quei college assurdi che paiono esistere solo nella vecchia albione, all'interno del quale gli alunni sono divisi in divinità e scarti, con ragazzi e ragazze rigorosamente separati e gli studenti di sesso maschile ulteriormente suddivisi in diverse fazioni; gli sfigati, nella fattispecie, sono gli Spartani e il protagonista di Slaughterhouse Rulez, costretto da mammà ad andare alla prestigiosa scuola in virtù del desiderio del defunto padre, si ritrova ovviamente in questa categoria, assieme ad una serie di altri personaggi più o meno interessanti tra i quali spicca Willoughby, l'unico dotato di un background un po' più elaborato. Oltre ad essere vessati dagli Dei e gestiti da un branco di insegnanti buffi e variamente incompetenti, i giovani virgulti sono anche costretti a subire gli effetti del fracking praticato da una compagnia che gestisce lo sfruttamento del gas ed è ovviamente in combutta col preside, il che ci porta alla parte prettamente horror del film, durante la quale vediamo materializzarsi leggende mostruose celate nel sottosuolo, pronte a fare scempio di studenti impegnati in "orge" latineggianti e quant'altro.


Slaughterhouse Rulez è tutto qui, un filmetto disimpegnato che a tratti è molto divertente, con una parte finale che accelera per non fermarsi più e una lunghissima introduzione fatta di momenti esilaranti ed altri un po' più mosci, soprattutto quando si concentra sul protagonista (effettivamente poco carismatico ed impegnato giusto a sbavare sulla biondina di turno, chissà perché a sua volta attratta dal tizio, con tutti gli altri studenti presenti nel college). Onestamente, ho guardato il film "solo" per la presenza degli adorati Simon Pegg e Nick Frost e non sono rimasta delusa: il primo ha un ruolo abbastanza importante ed è sempre adorabilmente sfigato anche quando si carica sulle spalle delle fisime che sarebbero state perfette per l'odioso Pete di Shaun of the Dead (I've got a splitting headache!), il secondo è invece sempre adorabilmente fattone e quel suo accento incomprensibile mi ha fatto venire voglia di abbracciarlo ancora di più. Se degli attori non ve ne frega nulla e siete qui solo per l'horror, sappiate che la parte finale del film è una simpatica macellata a base di schizzi di sangue, arti mozzati e gente pirla che ci rimette la ghirba nei modi più splatter possibili ed il design delle mordaci creature non è per nulla male anche se per la maggior parte del tempo possiamo soltanto intuirne la forma completa visto che il regista preferisce concentrarsi su muso e zanne. Quindi, se la pandemia vi è venuta a noia e vi sentite un po' giù, Slaughterhouse Rulez è un'ottima panacea, magari poco conosciuta e pompata da Netflix, il che è male. Fidatevi e guardatelo!


Di Margot Robbie (Audrey), Asa Butterfield (Willoughby Blake), Michael Sheen (Il Pipistrello), Simon Pegg (Meredith Houseman) e Nick Frost (Woody Chapman) ho già parlato ai rispettivi link.

Crispian Mills è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al secondo film dopo A Fantastic Fear of Everything. Inglese, leader del gruppo Kula Shaker, ha 47 anni.


Se Slaughterhouse Rulez vi fosse piaciuto recuperate Attack the Block. ENJOY!

venerdì 27 marzo 2020

Bombshell - La voce dello scandalo (2019)

Sarebbe dovuto uscire ieri, già in vergognoso ritardo, e ora chissà quando uscirà, Bombshell - La voce dello scandalo (Bombshell), diretto nel 2019 dal regista Jay Roach.


Trama: dopo essere stata licenziata da Fox News la giornalista Gretchen Carlson decide di far causa al direttore Roger Ailes per molestie sessuali, portando diverse altre colleghe a fare altrettanto.



L'eco del movimento #metoo è arrivato fino a qui, "grazie" a quel vecchio suino di Harvey Weinstein e al coinvolgimento di molte attrici famose, ma già nel 2016 qualcosa si era smosso ai piani alti di uno dei posti più impensabili del mondo, ovvero la sede di Fox News, sentina di repubblicani duri e puri, conservatori e Trumpiani della peggior specie. Che lì in mezzo, e perdonatemi se ragiono per stereotipi, non si nascondano i peggio maschilisti e maiali sulla faccia della terra mi parrebbe un po' improbabile e infatti, alla faccia dei mille volti femminili che quotidianamente bucano lo schermo, qualcosa di marcio è venuto fuori. Bombshell è la storia di quel marciume che risponde al nome di Roger Ailes, vero e proprio numero uno, secondo giusto a Rupert Murdoch all'interno della piramide di potere della Fox, e delle donne che hanno scelto di farsi sentire e rivelare la mondo la sua natura di predatore seriale. Una scelta non facile, ovviamente, e non solo per questioni di carriera, reputazione o soldi, ma proprio per quella perversa malattia intrinseca delle persone, che tendono sempre a porre la stessa domanda idiota: "E come mai lo accusa proprio ora? Non poteva dirlo prima?". No, non si può, o almeno non sempre. Lo spiega alla perfezione il personaggio di Kaya Pospisil, uno dei pochi inventati per l'occasione, in un dialogo telefonico che spezza il cuore e conferma Margot Robbie, se ancora ce ne fosse bisogno, come una delle attrici più brave in circolazione. Il motore che spinge le donne a mantenere il silenzio è, semplicemente, la vergogna. Quel dubbio che comincia a rodere e che ti porta non solo a rivivere mille volte momenti disgustosi e dolorosi ma anche tutto quello che c'è stato prima (comportamenti, frasi, abiti, sguardi: e se fossi stata io ad incoraggiarlo, in effetti?), alimentando un senso di colpa inesistente e annullando ogni speranza di indulgenza o di riuscire a reagire e a cercare una qualche forma di giustizia. La colpa, certo, è di una società e di posti di lavoro dove il maschilismo ancora impera, ma spesso le nemiche più agguerrite delle donne sono altre donne, senza contare che non sempre questi enormi atti di coraggio pagano (in senso letterale e figurato), non nell'immediato almeno, e servono spalle enormi per sopportare critiche, insulti o minacce.


La vicenda di Bombshell viene quindi narrata da tre punti di vista prettamente femminili, a partire da quello di Megyn Kelly, probabilmente la donna più potente del network, invidiabile e sicura di sé al punto da poter addirittura osare dare addosso a Trump (pagandone le conseguenze, ovviamente; è interessante vedere come la vicenda di Ailes venga preceduta dallo scontro tra la Kelly e il futuro presidente USA, che contestualizza l'intera situazione e mostra come le giuste critiche mosse da una donna famosa, potente ed intelligente possano diventare in tempo zero il punto di partenza per slut shaming e altre orribili pratiche); Megyn è il vertice apparentemente "neutro" di un triangolo che vede presenti anche Gretchen Carlson, la "scarpa vecchia" da sostituire e trattare come una matta visionaria, e la già citata Kayla, giovane ed inesperta, potenzialmente la più malleabile del trio. Un trio di donne che scatenerà, ognuna a modo suo e ognuna coi suoi tempi, uno tsunami che andrà ad influenzare non sono i personaggi principali di questa scandalosa vicenda ma anche quelli secondari, che si ritrovano ad incrociare il cammino delle tre anche solo per poco tempo. La quantità di vite "toccate" dallo scandalo si rispecchia in una scrittura e in una regia veloci ed accattivanti ma comunque pregne, dove è un attimo perdersi la battuta o il dialogo fondamentali (soprattutto in lingua originale) e dove star dietro alla frenetica attività di Fox News non è facilissimo, tra momenti di dramma e altri in cui Bombshell diventa quasi una commedia, con tanto di quarta parete infranta e narratori esterni. Uno stile che forse riesce a gestire meglio Adam McKay, laddove Jay Roach a tratti pare un po' perdersi e lasciare che sia la grandezza delle tre attrici protagoniste a governare il ritmo della pellicola, ma comunque un modo di fare cinema che a me piace parecchio, soprattutto quando racconta storie importanti come questa sottolineando, con amara ironia, quanto ancora sia lunga la strada per un mondo più equo e giusto per tutti.


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Charlize Theron (Megyn Kelly), Nicole Kidman (Gretchen Carlson), Margot Robbie (Kayla Pospisil), John Lithgow (Roger Ailes), Allison Janney (Susan Estrich), Malcom McDowell (Rupert Murdoch), Kate McKinnon (Jess Carr), Mark Duplass (Doug Brunt), Jennifer Morrison (Juliet Huddy), Ashley Greene (Abby Huntsman) e P.J. Byrne (Neil Cavuto) li trovate invece ai rispettivi link.

Connie Britton interpreta Beth Ailes. Americana, ha partecipato a film come Nightmare e a serie quali Ellen, 24, American Crime Story e American Horror Story; come doppiatrice ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttrice, ha 53 anni e due film in uscita.


Liv Hewson, che interpreta Lily Balin, era Abby Hammond in Santa Clarita Diet mentre Madeline Zima, che interpreta la truccatrice Eddy, era la piccola Gracie Sheffield de La tata. Alcuni degli eventi raccontati nel film sono stati riportati anche nella miniserie TV The Loudest Voice, che recupererò il prima possibile. ENJOY!

mercoledì 12 febbraio 2020

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (2020)

Alla faccia dei recuperi pre-Oscar non conclusi, proprio domenica sono andata a vedere Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (Birds of Prey: And the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn), diretto dalla regista Cathy Yan. No Spoiler, sereni.


Trama: dopo aver rotto con Joker, Harley Quinn si ritrova contro mezza Gotham e, per sopravvivere, si impegna a recuperare un diamante per conto del malvagio Romani Sionis, alias Black Mask.


Dopo il diludente Suicide Squad, la voglia di vedere un film interamente dedicato ad Harley Quinn (che pure era la cosa migliore di quella schifezza) era pari a zero. Poi, con l'uscita italiana, per curiosità sono andata a leggere un paio di commenti d'Oltreoceano e uno in particolare ha catturato la mia attenzione: "Deadpool meets John Wick". Pur con tutte le riserve del caso, ho quindi deciso di dare una chance a Birds of Prey, anche considerato il fatto che molte scene "di menare" sono state girate da David Leitch, e alla fine del film piangevo commossa all'interno di un fazzoletto dei My Little Pony, perché lo spin-off con Harley Quinn è il miglior film DC di sempre, qui lo dico e qui lo nego, almeno parlando di quell'universo condiviso che la Distinta Concorrenza vorrebbe contrapporre a quello Marvel. Anzi, se andiamo a vedere ho apprezzato più Birds of Prey di molti dei cinecomics del MCU, perché trasuda tanta di quell'ignoranza volontaria e gioiosa incoscienza che volergli male è impossibile. In più, adoro le pellicole imperniate su donne che picchiano durissimo e questo è un degno esponente del genere e, se è vero che sangue ne scorre davvero poco, la bionda Harley compensa con un sacco di ossa spezzate nei modi più disparati e con una comicità cartoonesca sempre molto apprezzabile. Certo, se vi aspettate un film coerente, con una trama che non sia scritta sul retro di un biglietto da visita e magari anche introspettivo, oppure una pellicola dove non esiste la distinzione paracula tra chi è davvero malvagio e chi è cattivello ma fondamentalmente eroe (come già accadeva in Suicide Squad, mortacci loro), cascate malissimo, ma Margot Robbie, un po' come Ryan Reynolds con Deadpool, crede così tanto nella sua Harley Quinn che tutto acquista magicamente un tocco di glitterosa luminosità, un po' come se ci ritrovassimo a sorridere maneggiando le cacchette rosa di Arale. E io in questa cacchetta rosa ci ho sguazzato per tutta la durata, divertendomi come una bambina, tra risate a profusione e applausi ad ogni violentissima trovata della bionda criminale creata da Paul Dini e Bruce Timm (per dire, una delle gioie più grandi è stata per me la sequenza animata, con lo spettacolare design di Shane Glines).


La storia, come ho scritto, è poca roba, una scusa per calcioruotare (per ora) Joker fuori dal franchise e introdurre una nuova squadra DC, le Birds of Prey appunto; almeno, queste erano le intenzioni dei realizzatori, che parlavano persino di trilogia, non fosse che Birds of Prey ecc. è stato un terrificante flop in patria e anche qui non se la cava benissimo, visto che in sala saremo stati poco più di una decina, di domenica sera, alle 20. E' un peccato che il film stia andando così male, anche perché al di là di Harley Quinn, sempre meravigliosa, anche le altre Birds of Prey sono molto interessanti e cool, sia d'aspetto che di carattere, un gruppo eterogeneo i cui membri si completano alla perfezione. La fascinosa Black Canary buca indubbiamente lo schermo ma la Cacciatrice le dà parecchio filo da torcere e la natura di sbirro anni '80 di Montoya regala alcune delle gag più riuscite del film; per quanto riguarda il reparto villain, Ewan McGregor è un matto vero, indossa i panni di un personaggio che sarebbe stato perfetto per Sam Rockwell senza colpo ferire e regala un cattivo che, per una volta, non è solo un cartonato da dimenticare il giorno dopo, mentre Chris Messina è il suo degno compare (e forse qualcosina di più, chissà!). Lo stile della Yan è pop e chiassoso, non rinuncia a scritte in sovrimpressione particolarmente esilaranti, che contribuiscono all'effetto "distruzione della quarta parete" assieme al racconto in terza persona e totalmente sconclusionato della protagonista, e si amalgama bene alle sequenze action supervisionate da Leitch, che spiccano per l'alto tasso di violenza cafona, declinata alle esigenze del personaggio (la battaglia a colpi di lustrini esplosivi è già una delle mie sequenze preferite, assieme alle evocative ambientazioni del luna park abbandonato, dove si consumano altre risse ben congegnate). A tutto ciò, aggiungete le citazioni più disparate, che vanno, tra le altre, dal subdolo omaggio a Leon, alla splendida parodia di Diamonds Are a Girl's Best Friend, passando per le citazioni a La notte del giudizio e a un capolavoro della commedia anni '80: Who's That Girl?. Se a quest'ultima, personalissima gioia, aggiungete una colonna sonora spesso zamarra ma comunque assai calzante e a tratti persino bella (come si intitola il pezzo strumentale durante i titoli di coda?? Come faccio a riascoltarlo in loop??), capirete perché Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn mi abbia fatta uscire dalla sala con un sorrisone che nemmeno il Joker di Jack Nicholson!


Di Margot Robbie (Harley Quinn), Mary Elizabeth Winstead (Helena Bertinelli/Cacciatrice), Ewan McGregor (Roman Sionis) e Chris Messina (Victor Zsasz) ho parlato ai rispettivi link.

Cathy Yan è la regista della pellicola. Cinese, ha diretto il film Dead Pigs ed è anche produttrice e sceneggiatrice.


Rosie Perez interpreta Renee Montoya. Americana, ha partecipato a film come Fa' la cosa giusta, Fearless - Senza paura, Può succedere anche a te, The Counselor - Il procuratore, I morti non muoiono e a serie quali 21 Jump Street e Frasier; come doppiatrice, ha lavorato in The Cleveland Show. Anche regista, produttrice e sceneggiatrice, ha 56 anni e un film in uscita.


Jurnee Smollett - Bell era la piccola Eve del bellissimo La baia di Eva. Prima che venisse preso Ewan McGregor, sia Sharlto Copley che, soprattutto, Sam Rockwell erano gli attori considerati per il ruolo di Black Mask, villain introdotto al posto del Pinguino, già utilizzato per il prossimo film su Batman. Per la Cacciatrice, invece, erano stati fatti i nomi di Sofia Boutella e Alexandra Daddario, mentre per Canary si sono alternati quelli di Janelle Monáe, Gugu Mbatha-Raw e persino Blake Lively. Le Birds of Prey erano già state portate sullo schermo (televisivo) in una serie omonima del 2002 ma onestamente è una serie che non conosco; se il film vi fosse piaciuto non vi dirò di recuperare Suicide Squad quanto piuttosto i tre John Wick, Atomica bionda e il primo Kick Ass. ENJOY!

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