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venerdì 13 settembre 2024

Beetlejuice Beetlejuice (2024)

Nonostante qualche perplessità non potevo perdermi Beetlejuice Beetlejuice, diretto dal regista Tim Burton.


Trama: Lydia e la figlia Astrid sono costrette a tornare a Winter River per partecipare a un funerale. Lì, per una serie di circostanze, avranno di nuovo a che fare col bioesorcista Betelgeuse.


Non avevo grandi speranze quando ho deciso di andare al cinema a vedere Beetlejuice Betlejuice. Ormai dai tempi di Planet of the Apes, Burton non è più quello di un tempo, e il massimo che mi sarei aspettata è un prodotto dignitoso, in grado di farmi passare un paio d'ore in tetra allegria. Fino alla fine del primo tempo, in realtà, mi sono sentita invece come Califano. Tra nuovi personaggi abbastanza sciapi, vecchie conoscenze che non sembrano essersi evolute dagli anni '80 e omaggi alla prima pellicola, la sensazione è stata quella di una storia che stentava a decollare, schiacciata nella noia di un'introduzione infinita. Tutto il primo atto, infatti, serve a presentarci una Lydia ormai cresciuta, con figlia annessa che la odia a causa di un lavoro derivante dalla sua capacità di vedere qualsiasi fantasma tranne quello dell'adorato padre defunto. La sceneggiatura scava nelle dinamiche familiari dei Deetz, che subiscono uno scossone alla morte di un altro padre, quello di Lydia; l'evento costringe le donne superstiti, assieme al nuovo compagno di Lydia, Rory, a tornare a Winter River e ad affrontare un passato ancora ben radicato all'interno del diorama dei coniugi Maitland, ma finché non arriva l'unico, imprevedibile twist della pellicola, il tempo scivola via lento tra recriminazioni, bizzarrie e imbarazzi. La cosa che mi ha soprattutto fatto specie è vedere la tosta Lydia ridotta a cretinetti insicura, incapace di riconoscere il belinone che la sorte le ha messo accanto e di comunicare con una figlia ben più odiosa di quanto fosse lei da adolescente. Ha un bel daffare Delia a parlare di Karma, quando la realtà è che la rossa wannabe artista, nonostante il disprezzo di Lydia, ha sempre avuto un carattere egoista e volitivo, mentre la figliastra è diventata un'ameba dallo sguardo stralunato (lì, probabilmente, ci ha messo del suo anche la Ryder, che negli anni si è legata al ruolo di Joyce Byers e non ne è più uscita). Il film si risolleva un po' quando l'aldilà torna a farla da padrone, con le sue stranezze e la grottesca burocrazia sbattute in faccia senza pietà agli umani inconsapevoli, e quando, ovviamente, la presenza di Beetlejuice comincia a farsi un po' più preponderante. Da quel momento, se non altro, il ritmo aumenta e si torna a divertirsi, a dispetto della costante sensazione di avere davanti tre film in uno, rabberciati alla bell'e meglio come la bellissima Sall.... ehm, Delores di Monica Bellucci.


Ha i suoi momenti, Beetlejuice Beetlejuice. Al di là dell'innegabile bellezza dei costumi di Coleen Atwood, delle scenografie, e di parecchi effetti speciali artigianali, il film raggiunge apici notevoli, per esempio, quando si affida alla verve della divertentissima Catherine O'Hara e alla sua elaborazione del lutto, fa battere il cuore nei momenti in cui Burton si convince di stare girando un horror e mette in campo un terrificante neonato frutto dell'empia unione tra Baby Killer e il cadaverino di Trainspotting, e poco prima del finale riesce persino a commuovere nonostante la faciloneria con cui i personaggi ci lasciano le piume. Il resto, purtroppo, l'ho trovato molto superficiale, oppure tirato per le lunghe. Non c'è stato, da parte mia, alcun coinvolgimento emotivo davanti a drammi familiari o ricongiungimenti, e onestamente avrei preferito che il personaggio interpretato all'epoca da Jeffrey Jones non venisse proprio utilizzato "fisicamente" (se decidi, giustamente, di non coinvolgerlo in quanto predatore sessuale pluricondannato e ritiratosi dalla recitazione da anni, mi pare assurdo infilare delle sue foto o animazioni in stop motion dal sembiante identico, o sfruttare un personaggio senza testa, ma perché?). Il numero musicale verso la fine richiama quello iconico della cena coi gamberetti, ma è davvero lunghissimo e, anche se io l'ho apprezzato ridendo parecchio, capisco perché uno dei miei compagni di visione si sia addormentato; allo stesso modo, enorme rispetto verso Burton per la scelta di utilizzare la melodia che accompagna il finale di Carrie - Lo sguardo di Satana, ma francamente mi è sembrato che la conclusione onirica di Beetlejuice Beetlejuice fosse attaccata con lo sputo, messa lì giusto per dare la possibilità di realizzare un altro sequel. D'altronde, il nome del bioesorcista va pronunciato tre volte, non mi stupirei se tra qualche anno arrivasse Beetlejuice Beetlejuice Beetlejuice. Nell'attesa (e non tratterrò il respiro, non mi va di finire laggiù e prendere il numero), per me è un nì. Non è un film che riguarderei, sono contenta comunque di averlo visto, ma temo che la settimana prossima l'avrò già dimenticato. Peccato.  


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Michael Keaton (Beetlejuice), Winona Ryder (Lydia Deetz), Catherine O'Hara (Delia Deetz), Jenna Ortega (Astrid Deetz), Justin Theroux (Rory), Willem Dafoe (Wolf Jackson), Monica Bellucci (Delores) e Danny DeVito (uomo delle pulizie) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Beetlejuce Beetlejuice vi fosse piaciuto, recuperate Beetlejuice, La sposa cadavere e The Nightmare Before Christmas. ENJOY!

 

venerdì 5 aprile 2019

Dumbo (2019)

Lo si aspettava al varco Tim Burton, regista del nuovo Dumbo, ennesimo remake live action della Disney. Vediamo com'è andata.


Trama: all'interno di un circo in difficoltà economiche nasce un piccolo elefante dalle orecchie spropositate. Tutti sono sconvolti e denigrano la bestiola ma due bambini scoprono che proprio quel difetto fisico consente all'elefantino, battezzato Dumbo, di volare.


Partiamo da un paio di necessarie premesse. E' vero, i remake live action della Disney sono delle bieche operazioni commerciali senz'anima. La cosa si può criticare quanto volete ma sta di fatto che la gente, me compresa, va a vederli e consente alla Casa del Topo di incassare fior di quattrini in tutto il mondo, quindi, per quanto apparentemente non necessari, vendono e ciò spinge la Disney a continuare a mungere la vacca Clarabella, semplice semplice. Come ho scritto poco su, la Disney è una major e ciò implica, come dimostrano anche i film Marvel e quelli della saga di Star Wars, un controllo pressoché totale su ogni pellicola sfornata, anche a costo di soffocare la personalità di eventuali registi (salvo rare eccezioni, ma qui parliamo di classici Disney, non di MCU). Il Dumbo di Tim Burton, qui anche produttore esecutivo, non si distacca dalle regole auree che governano questi remake live action fin dalla loro prima comparsa nelle sale e proprio per questo non si può parlare di un Tim Burton "bollito", come si legge da più parti. Al limite, di un Burton fagocitato dalle necessità Disneyane, questo sì, ma se paragoniamo Dumbo a roba improponibile come Alice in Wonderland e Miss Peregrine si può solo che essere felici e tornare a volere almeno un po' di bene al regista di Burbank. Allo stesso modo, possiamo criticare la trama di un film che nel 1941 durava poco più di un'ora e che, riproposto nel 2019, arriva a toccarne due? Certo, possiamo secondo il principio per cui "questi live action sono inutili" ma siccome esistono e li si guarda, dobbiamo prenderli come opere a sé stanti senza fare troppi paragoni o pretendere chissà che. Di fatto, il nocciolo del Dumbo originale è stato rispettato. La trama continua a concentrarsi sull'ingiusto odio per chi è diverso e quindi considerato inferiore o "dumb", sulla fiducia necessaria a far sì che le persone trovino la forza di essere migliori e compiere miracoli, sulla bellezza intrinseca anche in ciò che è "strano", e queste caratteristiche si estendono da Dumbo a tutto il codazzo di esseri umani che abitano il circo in cui è nato, a partire da due bimbi orfani di madre. Si può discutere del fatto che, una volta esaurita la storia "originale", gli sceneggiatori si sono letteralmente seduti su un plot visto e stravisto mille volte (supercattivone arriva apparentemente a salvare il circo solo per poi rivelarsi spinto essenzialmente dalla volontà di avere Dumbo per sé e farci soldi licenziando il resto del personale, che si scoprirà invece una grande famiglia in grado di salvare tutti i suoi membri) e popolato da figurette monodimensionali mutuate da parecchi film di Burton ma, ribadisco, parliamo di un film Disney destinato essenzialmente a un pubblico di bambini, non di cinèfili dell'internet, il cui unico "dovere" nei confronti degli adulti è quello di strizzare l'occhio con rimandi alla pellicola originale atti a far sorridere, piangere come delle fontane oppure indinniare (sì, a mio avviso l'unico vero difetto del film è aver trasformato un incubo da ubriachi in un innocuo spettacolo di bolle).


Chi si aspettava di più e per questo non si è fatto catturare dai buoni sentimenti, dalla tenerezza di Dumbo e dalla semplicità della storia, con tutto il rispetto, è un pirla. Ribadisco, nel caso non fosse ancora chiaro: E' Burton? No, è DISNEY che assolda Burton. E possiamo commuoverci quanto vogliamo nel vedere il Pinguino riunirsi a Batman (o bestemmiare perché il cattivo interpretato da Michael Keaton è imbarazzante) oppure piangere perché la visionarietà artigianale di Burton si è persa nel 2003 con Big Fish, sepolta sotto un utilizzo sempre più estensivo della computer graphic, ma perlomeno Dumbo è delicato e sposa tematiche da sempre assai care al regista, tanto da non sembrare solo un prodotto senz'anima fatto su commissione. Saranno gli occhioni azzurri del meraviglioso Dumbo, più gattino frugnante che elefantino, a rendermi più tenera di quanto questo film meriterebbe? O sarà l'effetto Pavlov di una colonna sonora realizzata da un Danny Elfman svogliato, pronto ad autoplagiarsi brutalmente profondendosi in melodie praticamente identiche a quelle strappacuore dell'adorato Edward Mani di Forbice? Chissà. Sta di fatto che, con tutti i suoi limiti, Dumbo mi è piaciuto con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Tra i primi c'è comunque una certa grandeur a livello di scenografie e costumi, la scelta di riproporre le scene topiche del Dumbo originale contestualizzandole all'interno del film senza renderle la saga del cosplay venuto male, la già citata bellezza dell'elefantino, l'utilizzo di vecchie melodie mai dimenticate e la presenza di un Danny De Vito in gran spolvero; tra i secondi, a proposito di attori, c'è un Colin Farrell assolutamente fuori parte, un Michael Keaton che sul finale fa cose stupide "perché sì" e l'orrore di un paio di sequenze in cui Eva Green (sempre splendida ed elegantissima) cavalca un elefantino che pare appiccicato allo schermo con lo sputo, alla faccia dell'effetto speciale venuto male. E il finale, con tutta la letizia cheesy di un film anni '40 (appunto) sarà anche il trionfo della banalità Disneyana ma a me ha fatto venire un magone grosso come una casa e uscire dal cinema col sorriso sulle labbra. Quindi, per me è sì. Non mi è venuta voglia né di rivalutare Burton né di correre a vedere Aladdin ma lo stesso, per questa volta, sono tornata un po' bambina. E pensare che a me Dumbo non è mai piaciuto!


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Colin Farrell (Holt Farrier), Michael Keaton (V. A. Vandevere), Danny De Vito (Max Medici), Eva Green (Colette Marchant) e Alan Arkin (J. Griffin Remington) li trovate invece ai rispettivi link.

Roshan Seth interpreta Pramesh Singh. Indiano, ha partecipato a film come Gandhi, Indiana Jones e il tempio maledetto e Street Fighter - Sfida finale. Anche sceneggiatore, ha 77 anni.


Nico Parker, che interpreta Milly Farrier, è l'esordiente figlia dell'attrice Thandie Newton. Nell'edizione italiana del film la canzone Bimbo mio è cantata da Elisa, che doppia anche Miss Atlantis. Will Smith, Tom Hanks, Casey Affleck, Christopher Walken e Chris Pine erano il lizza per dei ruoli ma hanno tutti rinunciato per dedicarsi ad altri progetti. Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto, non potete esimervi dal recuperare il Dumbo originale . ENJOY!


martedì 4 dicembre 2018

Il mistero di Sleepy Hollow (1999)

Per Halloween ho provato a guardare Il mistero di Sleepy Hollow (Sleepy Hollow), diretto nel 1999 dal regista Tim Burton e tratto dal racconto omonimo di Washington Irving.


Trama: l'agente di polizia Ichabod Crane viene mandato nella cittadina di Sleepy Hollow, dove sono stati commessi parecchi omicidi accomunati dal fatto che le vittime sono state trovate tutte senza testa.


Ho provato a guardare Il mistero di Sleepy Hollow ad Halloween ma l'idea di rivederlo era già sorta dopo la visione di Le avventure di Ichabod e Mister Toad, allorché avevo proposto al Bolluomo di farmi compagnia solo per scoprire che il dvd, acquistato anni fa su Play.com, non solo non aveva la traccia italiana ma nemmeno i sottotitoli inglesi. Vista ormai l'età della pellicola e del supporto ammetto che non è stato facile nemmeno per me seguire la vicenda al 100%, considerato anche il tempo trascorso dalla prima e unica volta che avevo guardato Il mistero di Sleepy Hollow in TV, chissà ormai quanti anni fa, quindi probabilmente in questo post scriverò parecchie cretinate. A proposito delle quali, oserei dire che Il mistero di Sleepy Hollow sia stato l'ultimo esponente del "gotico burtoniano" prima della discesa del regista nella follia con Planet of the Apes, interrotta giusto da quel capolavoro di Big Fish - Storie di una vita incredibile; ci ha provato, Burton, a tornare agli antichi fasti, prima col commovente La sposa cadavere, poi con Sweeney Todd, altrettanto gradevole, ma diciamo che Il mistero di Sleepy Hollow aveva ancora in sé quell'"innocenza" diventata poi fredda maniera e lo stesso vale per l'interpretazione di Johnny Depp, ancora ben lontano dalle tristi macchiette odierne nonostante le varie peculiarità del personaggio di Ichabod Crane. Il mistero di Sleepy Hollow è quindi una deliziosa favola horror che parte dal racconto di Irving e si sviluppa in un "giallo" a tratti ironico a tratti terribilmente serio, debitore delle atmosfere di alcuni film di Bava e delle pellicole della Hammer. Fulcro del film è lo scontro tra razionalità, religione e magia, un triangolo al centro del quale finisce per trovarsi Ichabod Crane, agente di polizia deciso ad utilizzare metodi scientifici in contrasto con la chiusura mentale dell'epoca, cresciuto da una madre strega e da un padre inquisitore e che per questo ha scelto, dunque, di allontanarsi dalla via di entrambi. Giunto a Sleepy Hollow, paese dove un cavaliere senza testa decapita le persone apparentemente senza un perché, Ichabod dovrà capire il modus operandi dell'assassino ricercando nell'eredità materna la soluzione al caso, superando una metodologia scientifica che rischia di renderlo ottuso come il padre che ha rinnegato, cieco di fronte all'evidenza dei fatti.


Attorno a Ichabod si muovono una ridda di personaggi interessanti benché archetipici, tutti esponenti di spicco della comunità di Sleepy Hollow, e il motore della storia, nonché calamita dell'attenzione dello spettatore, è proprio capire cosa abbiano fatto questi uomini (e donne, e bambini) irreprensibili per meritarsi le ire del cavaliere senza testa; quest'ultimo è incarnazione dell'orrore più cupo, terrificante sia da vivo che da morto, accompagnato in ogni suo arrivo da elementi inquietanti quali fulmini, spaventapasseri in stile The Nightmare Before Christmas, buio improvviso e rospi che gracidano all'interno dei ponti in omaggio al già citato Le avventure di Ichabod e Mister Toad, peraltro citato in un'intera sequenza. L'influsso nefasto del cavaliere su Sleepy Hollow è così preponderante che persino la fotografia del film è virata nei freddi toni del blu per tutto il tempo in cui il fantasma spadroneggia tenendo in scacco il povero Ichabod e gli unici momenti in cui questo velo di nebbia si solleva, lasciando spazio a colori più tenui e delicati, sono i flashback onirici del protagonista, imperniati su un'eterea Lisa Marie e sul suo terribile destino. Come ho scritto più sopra, questo film vede un Burton ancora assai ispirato, gradevole citazionista di se stesso come potranno notare i fan più accaniti, sottilmente crudele e perfettamente a suo agio non solo con i suoi attori feticcio ma anche con la crema dei caratteristi inglesi e americani. Se è vero, infatti, che Johnny Depp è un Ichabod assai divertente nel suo essere perennemente teso come una corda di violino e talmente gentleman che sembra quasi di vederlo camminare con una scopa nel c***, a rimanere particolarmente impressi sono i laidi, infidi personaggi interpretati da Michael Gambon, Jeffrey Jones e compagnia cantante, per non parlare di un Christopher Walken genuinamente terrificante che, sul finale, non avrebbe sfigurato all'interno del Dracula di Coppola. A tal proposito, c'è un altro personaggio assai interessante sul quale si potrebbe ricamare un po' ma qui si finirebbe nel campo dello spoiler e, benché immagino che tutti abbiate visto Il mistero di Sleepy Hollow, non è il caso. Se invece non l'avete ancora visto, recuperatelo subito!!


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Johnny Depp (Ichabod Crane), Christina Ricci (Katrina Van Tassel), Michael Gambon (Baltus Van Tassel), Jeffrey Jones (Reverendo Steenwyck), Richard Griffiths (Magistrato Philipse), Michael Gough (Notaio Hardenbrook), Christopher Walken (il cavaliere), Miranda Richardson (Lady Van Tassel), Lisa Marie (Lady Crane), Christopher Lee (Borgomastro) e Martin Landau (non accreditato, Peter Van Garrett) li trovate invece ai rispettivi link.

Casper Van Dien interpreta Brom Van Brunt. Americano, lo ricordo per film come Starship Troopers - Fanteria dello spazio e Python - Spirali di paura, inoltre ha partecipato a serie quali Bayside School, Beverly Hills 90210 e Monk. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 50 anni e otto film in uscita.


Winona Ryder ha rifiutato il ruolo di Katrina, finito così a Christina Ricci, che Depp conosceva da quando l'attrice aveva 9 anni; per il ruolo di Ichabod Crane, invece, erano stati fatti i nomi di Brad Pitt, Daniel Day-Lewis e Liam Neeson e, addirittura, si dice che il Cavaliere senza testa era stato proposto a Marlon Brando. Detto questo, se Il mistero di Sleepy Hollow vi fosse piaciuto consiglio il recupero di Le avventure di Ichabod e Mister Toad, From Hell, La sposa cadavere e magari anche qualche film della Hammer. ENJOY!

martedì 20 dicembre 2016

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (2016)

Nonostante il boicottaggio del multisala sono riuscita comunque a vedere Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (Miss Peregrine's Home for Peculiar Children), l'ultimo film di Tim Burton tratto dall'omonima serie di libri scritta da Ransom Riggs. Forse era meglio rispettare il boicottaggio...


Trama: il giovane Jake è cresciuto ascoltando le fantasiose storie del nonno, popolate da bambini dotati di abilità peculiari, riuniti in una scuola gestita da Miss Peregrine, in grado di trasformarsi in falco. Col tempo Jake ha smesso di credere alle storie ma alla morte del nonno intraprende un viaggio per andare a cercare Miss Peregrine e i suoi protetti, minacciati da terribili nemici.


Qualcuno ha ordinato un gran bollito? Occhio a quello che fate perché il cameriere potrebbe portarvi la testa di Tim Burton su un piatto e non necessariamente un piatto d'argento, piuttosto d'ottone, che sappiamo tutti con cosa fa rima. Io ci avevo sperato in un redenzione di Burton, in un allontanamento dalle barracconate degli ultimi anni, da quei cinecomic inutilmente patinati e zeppi di effetti speciali (perché, si sa, lui è "visionario"), in un riavvicinamento a pellicole magari meno grandiose ma un po' più personali come l'ingiustamente disprezzato Big Eyes. E invece. Gli esperimenti a laGGente non piacciono, quindi Burton è tornato alla deliranza aliciana e il risultato è stato un capitolo della saga X-Men ambientato negli anni '40, con la splendida Eva Green nei panni di una Xavier gnocca e capelluta (persino piumata) e un ragazzino che scopre di essere un mutante (no, scusate: "speciale") e incontra tanti piccoli mutant... speciali come lui. Per carità, dai libri di Ransom Riggs non si poteva tirare fuori un capolavoro, sono godibili ma derivativi e durano una settimana nella mente di un lettore, però trarne un mattone da due ore talmente piatto che mi sono addormentata durante la visione perdendomi la comparsata di Rupert Everett era una cosa che avrei detto impossibile. La colpa non è solo di Burton, per carità. Lui fa il regista e pertanto i problemi di sceneggiatura sono imputabili alla solitamente brava Jane Goldman, che stavolta è riuscita nella non facile impresa di privare di fascino un gruppo di bambini peculiari costretti a vivere in un loop temporale, a fare del tormentato e dubbioso Jake un banalissimo eroe pienamente consapevole del suo ruolo in un mondo sconosciuto dopo neppure mezz'ora di pellicola (alla faccia del racconto di formazione...), ad incasinare personaggi che non erano scritti male modificandone personalità e poteri senza apportare migliorie alla trama (davvero, mi spiegate perché Emma e Olive si sono scambiate nomi e poteri? Una ragazza fiammeggiante non sarebbe andata bene come fidanzata del protagonista? A Burton piaceva l'idea di rimettere una bionda accanto all'eroe, come ai tempi di Edward mani di forbice? Sarò limitata ma non capisco, giuro.) per poi aggiungerne altri per il semplice gusto di dare una parte sostanziosa ad attori del calibro di Samuel L. Jackson, a riempire la storia di buchi logico-temporali e a privare i romanzi di Riggs della loro cattiveria inusitata togliendo peraltro anche momenti commoventi (il fratello di Bronwyn schiatta definitivamente e lei non fa una piega? Vabbé.). Complimenti, non avrei potuto far di meglio, davvero. Con una storiella così derivativa, semplificata, freddina e zeppa di WTF cosa poteva fare Burton per salvare la baracca?


Assolutamente niente, ovvio. Come qualsiasi mestierante, Burton si è messo dietro la macchina da presa concentrandosi principalmente sull'effetto spettacolare fine a sé stesso e non dico che la resa dei poteri dei peculiar children non sia ben fatta, soprattutto quando Jake arriva per la prima volta nel rifugio di Miss Peregrine trovandosi davanti un mondo incantato, ma è uno sfoggio di tecnica fredda che mi aspetto da altri registi, non certo da Tim. L'unico momento di palpitazione è stato quando il regista ha scelto di tornare ad utilizzare la stop motion e lì ho cominciato (sbagliando) a nutrire aspettative per il personaggio di Enoch: con un ragazzo capace di infondere vita nelle creature inanimate più assurde e costringerle a battersi in modi crudeli speravo nel compimento di quel weird che già aveva caratterizzato il buon Baffino di Frankenweenie. E invece, again. Dieci minuti di omaggio a Harryhausen con la colonna sonora più sbagliata di sempre, una roba che neppure Uwe Boll probabilmente avrebbe utilizzato in una delle sue ciofeche, e neanche una sequenza memorabile al di fuori di quelle già mostrate nel trailer. Sugli attori, poi, stendiamo un velo pietoso. Eva Green non è criticabile, ovviamente, per carità. Non è colpa sua se Miss Peregrine non fa una cippa tanto nel film quanto nel libro, limitandosi a trattare i pargoli come la sorella mistress di Mary Poppins, quindi la bella Eva si limita semplicemente ad essere gnocca e a godere degli splendidi costumi di Colleen Atwood rendendoci tutti felici. Samuel L. Jackson merita invece schiaffi fortissimi e financo il trattamento riservato al figlio di Bruce Dern in The Hateful Eight perché non esiste che quest'uomo accetti ruoli al limite del demente solo per scopi alimentari: Samuel, la prossima volta che ti becco con gli occhi bianchi e i denti da squalo a fare il malvagio simpaticone nell'ennesimo film per ragazzini sono volétili per diabetici, te lo giuro. Stamp, Butterfield e tutti gli altri coinvolti portano invece a casa il compito dignitosamente, poverelli. Come per la Green, non è colpa loro se i personaggi sono delle macchiette monodimensionali e perlomeno Terence Stamp ci mette tutta la dignità del mondo, riuscendo a conferire al malinconico nonno Abe quel minimo di profondità capace di renderlo simpatico (anche lì, la sceneggiatura sbaglia tempi e modi nel riportare l'invidia di Mr. Portman verso il figlio e l'ovvio risentimento verso un padre che ha preferito cercare le sue chimere invece che vivere in un mondo "reale", struggendosi di dolore per un amore impossibile che qui diventa il peggiore dei teen romance); non a caso, le sequenze più belle del film sono quelle in cui duettano Jake e il nonno, per il resto proprio tanta aria fritta e l'ultimo film di Burton risulta sì "speciale", però nell'accezione utilizzata quando si parla di quei poveri bimbi che a scuola vengono seguiti da un insegnante di sostegno.

L'unica reazione possibile al film...

Del regista Tim Burton (che compare in un cameo al luna park) ho già parlato QUI. Eva Green (Miss Peregrine), Asa Butterfield (Jake), Samuel L. Jackson (Barron), Judi Dench (Miss Avocet), Allison Janney (Dr. Golan), Chris O'Dowd (Franklin Portman) e Terence Stamp (Abraham "Abe" Portman) li trovate invece ai rispettivi link.

Rupert Everett interpreta l'ornitologo. Inglese, lo ricordo per film come Dellamorte Dellamore, La pazzia di re Giorgio, Il matrimonio del mio migliore amico, Shakespeare in Love, Sogno di una notte di mezza estate, Inspector Gadget, Sai che c'è di nuovo?, L'importanza di chiamarsi Ernest, Stardust, inoltre ha partecipato a serie come Black Mirror; come doppiatore ha invece lavorato in Shrek 2, La cronache di Narnia - Il leone, la strega e l'armadio e Shrek terzo. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 57 anni e tre film in uscita.


Ella Purnell interpreta Emma Bloom. Inglese, ha partecipato a film come Non lasciarmi, Intruders, Kick - Ass 2, Maleficent e The Legend of Tarzan. Ha 20 anni e due film in uscita.


La madre di Jake è interpretata da Kim Dickens, ovvero la Madison della serie Fear the Walking Dead. Detto questo, se Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali vi fosse piaciuto, recuperate Alice in Wonderland, Animali fantastici e dove trovarli, Stardust e Il grande e potente Oz. ENJOY!

domenica 11 gennaio 2015

Big Eyes (2014)

A Natale, si sa, i miracoli possono accadere. Ed è così che, senza preavviso, anche il multisala di Savona ha deciso di programmare Big Eyes, diretto dal regista Tim Burton nel 2014. Potevo forse lasciarmelo sfuggire?


Trama: dopo essere scappata dal primo marito portandosi dietro la figlia, l'artista Margaret Hawkins incontra Walter Keane. L'uomo la sposa e, per una serie di circostanze, comincia a spacciare per propri i quadri della donna, caratterizzati da figure coi grandi occhioni, raggiungendo così inaspettate vette di successo...


Tim Burton, lo sanno ormai anche i bambini, è un grande fan della pittrice Margaret Keane, ha comprato lui stesso alcuni suoi quadri e, all'epoca della relazione con Lisa Marie, aveva commissionato all'artista un ritratto della compagna. Eppure, guardando Big Eyes non ho avuto la sensazione di vedere riportata su pellicola la vita di Margaret Keane quanto piuttosto l'ignoranza e l'insensibilità di un certo tipo di pubblico che VUOLE a tutti i costi un determinato prodotto e così non ho potuto fare a meno di pensare ad un parallelo tra il regista e l'artista a cui l'ultimo film di Tim Burton è dedicato. Margaret Keane comincia la sua carriera in sordina ed è solo "grazie" alla lingua lunga del marito Walter che qualcuno, finalmente, nota quei tristi ed inquietanti bimbi dagli enormi occhi lacrimosi; Walter, che ha sempre voluto fare il pittore, rivendica così la paternità di quelle opere e nel corso del film, mano a mano che il suo successo aumenta, schiavizza sempre più la moglie con becere scuse, costringendola a chiudersi in casa a dipingere in segreto per ogni occasione che aumenterebbe la visibilità di questi quadri fino al punto da arrivare a riconoscerli SUOI e, allo stesso tempo, di commercializzarli in ogni salsa, tanto che i grandi occhi dei bambini ritratti perdono ogni parvenza di anima, diventando soltanto dei kitchissimi alienetti disprezzati dalla critica. A quel punto la Keane era già arrivata a realizzare quadri da poter rivendicare anche in pubblico, cercando di realizzarli con uno stile diverso (che purtroppo interessava ben pochi) che potesse dare corpo a sentimenti ed emozioni che ormai la donna non riusciva più ad esprimere tramite quello che era ormai diventato un lavoro a cottimo, prevedibile, viziato dal manierismo. Se la decisione della Keane vi smuove o, perlomeno, vi ricorda qualcosa, molto probabilmente anche voi, una volta nella vita, vi sarete chiesti "che fine ha fatto Tim Burton?".


Non sentitevi in colpa, ché una domanda simile me la sono posta anche io alla fine di Big Eyes. La potenza di un film però sta in quello che lascia nel corso del tempo, non subito dopo la visione, e in questi giorni in me si è innescato un pensiero nuovo che mi ha portata a rivalutare la pellicola e a ritenerla uno dei migliori Tim Burton recenti. Le ultime opere del regista (sì, anche quel Frankenweenie che pur mi era piaciuto) non erano altro che dei quadri di bambini dagli occhi grandi ed immensamente vuoti, il tentativo di tornare a dare al pubblico quello che voleva dopo il devastante cambio di marcia de Il pianeta delle scimmie, con risultati ovviamente disastrosi (tolto Big Fish); sempre il solito Johnny Depp, sempre la stessa Bonham Carter, sempre la solita poetica del diverso, sempre i soliti personaggi vagamente gotici ma sempre più privi di quella poesia, di quell'ironia vintage, di quella struggente malinconia che erano riuscite a rendere unico persino un cinecomic (anche se ancora non si chiamavano così) come Batman - Il ritorno. "Rivogliamo il vecchio Tim Burton" è una cosa che ho detto spesso anche io e ad ogni sua pellicola ancora spero ingenuamente in un suo ritorno ma la verità è che i tempi e le persone cambiano, soprattutto gli artisti; continuare a mungere sempre la stessa vacca, per accontentare pubblico e critica, quando ormai davvero in quell'ambito non si ha più nulla da dire, significa tirare fuori degli obbrobri e venire detestati e svalutati. Ecco così che Burton si affida ad Amy Adams e Christoph Waltz (la prima brava, il secondo immenso, un perfetto cialtrone che ruba spesso e volentieri la scena alla protagonista) per creare il suo film forse meno "personale", meno riconoscibile sicuramente per quel che riguarda lo stile di regia e la colonna sonora, indiscutibilmente "semplicino" e ben lontano dai capolavori del regista ma anche più rilassato, più piacevole dal punto di vista della sceneggiatura, ironico e graffiante a tratti ma soprattutto coinvolgente ed interessante: ecco quello che mancava agli ultimi film di Burton, signori, la capacità di coinvolgere emotivamente un pubblico che si ritrovava a sbadigliare davanti a tanta freddezza, tanto manierismo privo di contenuti e, inevitabilmente, a ricoprire di giusti insulti il povero Tim. Che tornerò, giustamente, ad insultare per la scellerata decisione di dirigere Beetlejuice 2 ma che, dopo questo delizioso Big Eyes, attenderò con piacere per quel che riguarda Miss Peregrine's Home for Peculiar Children, sperando davvero che il regista abbia trovato una nuova strada.


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Amy Adams (Margaret Keane), Christoph Waltz (Walter Keane), Jason Schwartzman (Ruben), Danny Houston (Dick Nolan) e Jon Polito (Enrico Banducci) li trovate invece ai rispettivi link.

Krysten Ritter interpreta DeeAnne. Americana, ha partecipato a film come Margaret, Veronica Mars - Il film e a serie come Veronica Mars, Una mamma per amica e Breaking Bad; come doppiatrice ha lavorato nelle serie Robot Chicken e The Cleveland Show. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 33 anni e due serie Marvel in uscita, A.K.A. Jessica Jones e The Defenders, dove dovrebbe interpretare per l'appunto l'eroina Jessica Jones.


Terence Stamp interpreta John Canaday. Inglese, lo ricordo per film come Superman, Superman II, Link, Priscilla - La regina del deserto e Wanted - Scegli il tuo destino. Ha 75 anni e un film in uscita.


Gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski avevano già lavorato allo script del precedente biopic di Tim Burton, Ed Wood. Kate Hudson e Thomas Haden Church erano la prima scelta per interpretare i due protagonisti ma sono stati "sostituiti" da Reese Witherspoon e Ryan Reynolds; la lunga gestazione del progetto ha costretto però i due attori ad abbandonare l'impresa, lasciando posto così ad Amy Adams e Christoph Waltz. Se volete invece vedere la vera Margaret Keane al di fuori dei titoli di coda, sappiate che la trovate seduta su una panchina alle spalle dei due protagonisti nella scena in cui dipingono al parco. Detto questo, se Big Eyes vi fosse piaciuto recuperate anche Saving Mr. Banks, Big Fish ed Ed Wood. ENJOY!

sabato 30 agosto 2014

Fabbrica dei Sogni Day

In verità il DAY era giovedì ma avevo già un paio di post in programma e non sono riuscita degnamente ad onorare i 6 anni del blog di Arwen, La fabbrica dei sogni.
Purtroppo di recensire un film in così breve tempo non se ne parla e la classifica personale dei migliori film usciti tra il 2008 (anno di nascita del blog) e il 2013 era già stata pubblicata parzialmente QUI... quindi ho deciso di fare gli auguri a La fabbrica dei sogni sfruttando un'altra delle passioni di Arwen e tirando fuori dal cappello una canzone che all'età di 8 anni mi aveva fatta letteralmente impazzire (mentre il meraviglioso film da cui è tratta, ovvero il primo Batman di Tim Burton, l'avrei conosciuto ovviamente qualche anno dopo, al momento del passaggio televisivo).

Auguroni dunque ad Arwen e alla Fabbrica dei sogni! Auguri e... get the funk up!!!

domenica 9 giugno 2013

Johnny Depp Day: Ed Wood (1994)


Eccoci di nuovo qui a festeggiare il compleanno di un mito cinematografico! Questa volta non c’è stata praticamente alcuna incertezza, l’attore di cui si parlerà oggi ha sbaragliato la concorrenza conquistandosi la simpatia di più di metà di questo gruppetto di blogger (anche se io avevo votato Bruce Campbell u__u) e l’ha spuntata persino sull’Albertone nazionale. Prepariamoci dunque a fare tanti auguri a John Christopher Depp II, meglio conosciuto come Johnny Depp, che oggi compie 50 anni tondi tondi. Passano gli anni e questo figliolo non perde in bellezza, nonostante, almeno con me, abbia perso un po’ in stima vista la sua ultima tendenza a fossilizzarsi su personaggi più o meno tutti simili… e pensare che fino a pochi anni fa, se c’era un attore eclettico, in grado di scrollarsi di dosso la sua nomea di sex symbol ed interpretare ruoli davvero fuori dagli schemi era proprio Depp! Esempio eclatante è il film che ho scelto di recensire per l’occasione, ovvero Ed Wood, diretto nel 1994 dall’amico fraterno Tim Burton. Ricordandovi che presto Depp tornerà sugli schermi con The Lone Ranger e, in futuro, probabilmente anche come Capitan Sparrow, vi dico non ENJOY ma…. BEWARE!!


Trama: il film percorre i primi anni di carriera di Edward D. Wood Jr., alias Ed Wood, universalmente riconosciuto come il peggior regista del mondo, concentrandosi in particolare sul suo rapporto con un Bela Lugosi ormai vecchio e dimenticato…


Prima di cominciare la recensione di Ed Wood, devo fare una vergognosissima confessione: non ho mai visto un solo film diretto dal regista di Poughkeepsie, prima per ignoranza, poi per paura di rovinare il mito quasi “romantico” cantato dal protettore dei reietti Tim Burton. Piuttosto che esclamare davvero “chemmerda!” davanti a Plan 9 From Outer Space preferisco guardare questo delizioso film in bianco e nero dove Ed Wood ha la faccia cialtrona e stralunata di Johnny Depp, che qui parla con la “s” sibilante a causa della mancanza di mezza arcata dentale superiore e si mostra svariate volte “en travesti”. Il regista peggiore del mondo non ha nulla da invidiare, pur essendo personaggio realmente esistito, ai migliori freak dell’universo Burtoniano e il suo estenuante tentativo di farsi accettare dalla Hollywood che conta viene raccontato con un tale sovrapporsi di toni grotteschi e lirici che il poveraccio parrebbe quasi un degno erede del più malinconico Edward mani di forbice. Johnny Depp, non a caso, incarna entrambe le figure e non potrebbe essere altrimenti vista la sua comprovata natura di alter ego del regista, tuttavia credo che Edward avrebbe avuto paura di Ed; logorroico, inguaribilmente ottimista, impossibilitato a stare fermo e dotato di grande faccia tosta, Wood è colui che nega l'evidenza, che per perseguire il suo Sogno (paragonabile, nella sua mente, a quello del grande Orson Welles e perché non dovrebbe essere così? Esistono sogni più piccoli di altri?) non guarda in faccia a nessuno e mente persino a sé stesso. Un ego gigante in un uomo dotato di passione e fantasia ma privo di talento, un uomo che trova conforto nella sua parte femminile avvolgendosi in morbidi maglioni d'angora, un mezzo debosciato dotato però di grandissima umanità.


A tal proposito, lo so che il post dovrebbe essere dedicato a Johnny Depp ma, per quanto il festeggiato sia adorabile con la sua aria stralunata, quando fa la danza del ventre con una parrucca bionda oppure quando, come un invasato, ripete a menadito gli orribili dialoghi previsti dalla sceneggiatura, la presenza veramente indimenticabile della pellicola è Martin Landau (premiato ovviamente con l'Oscar come miglior attore non protagonista) nei panni di un Bela Lugosi alla fine della propria carriera. E' impossibile non provare pietà per una delle icone horror per eccellenza, per il dramma umano di un vecchio dipendente dalla morfina, solo e dimenticato a tal punto che la maggior parte della gente lo crede morto... ed è impossibile non provare almeno un po' di nervoso davanti alla faccetta giuliva di Depp quando il suo personaggio assume contemporaneamente il ruolo di amico fraterno e sfruttatore del povero Lugosi: Burton mostra più volte l'ambiguità di Ed Wood, sincero e sfegatato fan del vecchio Dracula ma anche affarista consapevole del vago richiamo ancora esercitato sugli spettatori da Bela Lugosi, tanto che la sua decisione di lanciare Plan 9 From Outer Space come l'ultimo film dell'attore (sfruttando un brevissimo girato originale a dir poco commovente e utilizzando poi una controfigura col volto costantemente coperto dopo la morte di Bela) potrebbe essere sia un goffo modo di omaggiarlo, sia una bieca operazione commerciale. Il problema è che lo spettatore non capirà mai qual è il VERO Ed Wood, cosa ci sia di sincero dietro la maniacale volontà di raggiungere la fama e conquistare il pubblico di tutta l'America. Ed è qui che risiede molta della bellezza di questo film peculiarissimo.


Spendo ancora qualche parola sulla realizzazione. Ed Wood dimostra di essere un gioiellino a partire dai titoli di testa, che racchiudono tutti gli elementi della "poetica" del disgraziato regista, nonché per il modo in cui viene introdotta la storia narrata, presentata da Criswell, eccentrico e sedicente "veggente" diventato poi parte della sgangherata cricca del regista. In ogni sequenza vengono riproposte le scene madri dei primi film di Ed Wood e il goffo modo in cui, probabilmente, sono state veramente realizzate e ogni passaggio viene accompagnato dalla splendida musica di Howard Shore (con richiami da Il lago dei cigni di Tchaikovsky ogni volta che Lugosi si avvicina alla morte) e impreziosito dai meravigliosi costumi di Colleen Atwood. Tim Burton riempie la pellicola con tante di quelle citazioni da far impazzire un cinefilo e dirige un cast di attori della Madonna tra i quali, oltre a Johnny Depp e Martin Landau, spiccano Bill Murray, Patricia Arquette, Sarah Jessica Parker, Jeffrey Jones e Lisa Marie (che interpreta la splendida, sensualissima antenata della mia Elvira, Vampira - solo, non andatelo a dire a Cassandra Peterson visto che ha vinto la causa intentatale da Maila Nurmi per plagio!). Insomma, non credo vi serva ancora qualche motivo per guardare il capolavoro che è Ed Wood, cercatelo e non ve ne pentirete!!


Johnny Depp è una presenza importante del Bollalmanacco, ecco a voi tutti i post in cui è comparso il nostro. ENJOY!

Paura e delirio a Las Vegas (1998), dove si annulla negli scomodi ed esilaranti panni di Hunter S. Thompson.

Pirati dei Caraibi, la trilogia (2003-2007), Pirati dei Caraibi: oltre i confini del mare (2011): con il cialtronissimo Capitan Jack Sparrow, Johnny Depp crea un nuovo personaggio che diventa subito icona.

Sweeney Todd (2007), dove lo vediamo cupo antieroe in cerca di una sanguinosissima vendetta.

Alice in Wonderland (2010), davvero poco "moltoso". Un passo falso in odor di deliranza e diludendo, sia per Depp che per Burton.

Dark Shadows (2012) nei panni del vampiro Barnabas Collins, Depp da il meglio di sé ma il film è troppo pasticciato per convincere come dovrebbe.

E ovviamente non possono mancare i bellissimi post degli altri blogger che hanno deciso di omaggiare il genetliaco di Johnny Depp!!!

50/50 Thriller
Bette Davis Eyes
Combinazione casuale
Director's cult
Era meglio il libro
Il Cinema spiccio
In central perk
Montecristo
Movies Maniac
Pensieri Cannibali
Recensioni ribelli
Scrivenny
The Obsidian Mirror
Triccotraccofobia
Viaggiando (meno)
White Russian Cinema
CriticissimaMente
Dal romanzo al film

mercoledì 27 febbraio 2013

Frankenweenie (2012)

Approfittando della bufera di neve che mi ha impedito di uscire sabato scorso, ho recuperato finalmente Frankenweenie, diretto nel 2012 dal buon Tim Burton e basato sul suo omonimo corto del 1984.


Trama: Victor è un geniale ma solitario bimbo con un solo, grande amico, il suo cagnolino Sparky. Quando quest'ultimo muore a causa di un incidente il ragazzino riesce a riportarlo in vita come un novello Frankenstein, ma presto la voce si sparge e per Victor cominciano i guai... 


Correva l'anno 1984 e un Tim Burton allora ventiseienne decideva di girare il corto in bianco e nero Frankenweenie, beccandosi gli strali della Disney prima e il licenziamento poi, perché i boss credevano che un'opera simile, da dover proiettare prima della riedizione di Pinocchio, avrebbe traumatizzato i poveri pargoli innocenti. Sono passati gli anni, Burton è diventato giustamente famoso, i tempi sono cambiati e nel 2012 è stata proprio la Disney a produrre il lungometraggio a cartoni animati basato su questo vecchio corto. Dove prima c'erano Shelley Duvall e altri attori in carne ed ossa adesso ci sono dei pupazzini dalle fattezze inquietanti e portati in vita grazie alla stop-motion, tecnica tanto amata dal regista, ma ciò che sta alla base di entrambe le opere è sempre quella poetica del Diverso di cui Burton è supremo cantore: l'impossibilità di uniformarsi alla piatta vita di provincia, l'ottusità delle persone ignoranti, la fondamentale innocenza e bontà dell'outsider, considerato "mostro" e conseguentemente pericoloso in quanto lontano dai canoni universali che decretano la bellezza e la normalità, sono temi che possiamo trovare nei film del regista fin dai tempi di Edward Mani di Forbice e che si riaffermano prepotentemente anche in questo Frankenweenie.


Mantenendo coerentemente i punti chiave della trama e i valori di fondo del corto dell'84, Tim Burton reinventa Frankenweenie a beneficio delle nuove generazioni e si diverte come un matto, creando un bellissimo lungometraggio che mescola divertimento, suspance e momenti di commozione, nel quale il regista si sbizzarrisce riversando tutto l'amore per i vecchi horror, per i personaggi che hanno segnato la sua infanzia e anche un po' per sé stesso, diciamolo. Ed è così che, al di là dell'ovvio omaggio a Frankenstein che sta alla base della sceneggiatura, il logo Disney si trasforma in un meraviglioso castello degno del Conte Dracula, il piccolo ed inquietante Edgar "E" Gore diventa la versione bambina dei mostruosi e servili gobbi tipici del cinema di genere, i compagni di scuola di Victor ricordano la Lydia di Beetlejuice, la Staring Girl della raccolta La morte malinconica del bambino ostrica ed altri racconti e lo stesso Boris Karloff, il professor Rzykruski ha lo stesso sembiante del compianto (e amatissimo dal regista) Vincent Price e sul finale viene tirato fuori un bestiario di mostri ragguardevole, dal cagnolino/mummia alla tartaruga/Gamera, dal gatto/Dracula alle scimmiette/Gremlins, per finire con un inquietantissimo ratto mannaro. La tecnica della stop-motion è ormai diventata un’arte in grado di mostrare allo spettatore movimenti fluidi e scene dinamiche, il bianco e nero con cui è girata la pellicola è nitido e molto evocativo e anche la colonna sonora di Danny Elfman sembra essere tornata ai fasti delle prime, storiche collaborazioni con Tim Burton.


Ovviamente, anche il character design dei pupazzini e la realizzazione degli ambienti sono molto curati e assai distintivi e non c’è nessun personaggio o dettaglio che non richiami almeno uno dei lavori precedenti del regista (c’è anche un omaggio a Christopher Lee che, pur non essendo annoverato tra i doppiatori, viene mostrato nei panni di Dracula mentre i genitori di Victor guardano il suo film alla tv). Qualcuno potrebbe dire “e che palle! Burton alla fine rigira sempre la stessa frittata!”, io invece mi sono vissuta questo tratto caratteristico di Frankenweenie come un modo per omaggiare i fan del regista, che ne hanno dovuto sopportare il declino artistico a partire dall’immondo Planet of the Apes (con qualche guizzo di ripresa di tanto in tanto, per esempio Sweeney Todd) e, sinceramente, spero che la pellicola diventi una sorta di punto di passaggio che possa consentire a Burton di lasciarsi finalmente alle spalle il passato e cominciare a rinnovarsi senza snaturarsi. Nell’attesa, Frankenweenie è comunque un film godibilissimo sia per gli estimatori del regista sia per quelli che magari non lo conoscono ancora, la storia in sé è entusiasmante, dolce e divertente, i personaggi principali sono tratteggiati con una sensibilità incredibile (verrebbe voglia di avere un cucciolo meraviglioso come Sparky, che si presta persino a far da attore per film girati in casa!!) e quelli di contorno rubano spesso la scena ai protagonisti. Da gattara, per esempio, mi sono totalmente innamorata del Signor Baffino e del suo inquietante modo di predire il futuro attraverso gli escrementi, e il destino del povero micio è l’unica cosa che rimprovero a Burton: sono rimasta a guardare fino alla fine i titoli di coda sperando in qualche risvolto particolare e invece nulla, cattivo Tim!! E bentornato, finalmente.


Del regista e cosceneggiatore Tim Burton ho già parlato qui. Catherine O'Hara (la doppiatrice originale di Mrs. Frankenstein, Weird Girl e della professoressa di ginnastica) e Winona Rider (Elsa Van Helsing) le trovate invece ai rispettivi link.

Martin Short (vero nome Martin Hayter Short) è il doppiatore originale di Mr. Frankenstein, Mr. Burgemeister e Nassor. Canadese, lo ricordo per film come Salto nel buio, In fuga per tre, Il padre della sposa, Finché dura siamo a galla, Il padre della sposa 2, Mars Attacks!, Da giungla a giungla, Alice nel Paese delle meraviglie (il film TV) e Mumford. Come doppiatore ha lavorato nei film Il principe d'Egitto, Il pianeta del tesoro e Madagascar 3 - Ricercati in Europa, inoltre ha partecipato a serie come Love Boat, Weeds e How I Met Your Mother. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 62 anni e un film in uscita, Dorothy of Oz.


Martin Landau è il doppiatore originale di Mr. Rzykruski. Americano, lo ricordo per film come Intrigo internazionale, Cleopatra, Sliver, Ed Wood (che gli è valso l'Oscar come miglior attore non protagonista), X- Files - Il film e Il mistero di Sleepy Hollow, inoltre ha partecipato a serie come Ai confini della realtà, Missione impossibile, Colombo, La signora in giallo, Alfred Hitchcock presenta e ha doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttore, ha 84 anni e quattro film in uscita.


Edward “E” Gore viene doppiato, in originale, dal piccolo Atticus Shaffer, ovvero l’orrido moccioso faccia di ratto che possiamo vedere nell’altrettanto orrido Il mai nato mentre Conchata Ferrel, doppiatrice della grassa madre di Bob, era già apparsa in Edward mani di forbice. Al momento Burton parrebbe “disoccupato”, ma se Frankenweenie vi è piaciuto consiglio la visione di ParaNorman, Coraline e la porta magica (omaggiato con la comparsa di un gatto assai simile a quello presente nel cartone animato di Henry Selick), La sposa cadavere e ovviamente The Nightmare Before Christmas. ENJOY!!

giovedì 17 maggio 2012

Dark Shadows (2012)

Dopo una lunga attesa, sono riuscita ad andare a vedere l’ultima fatica di Tim Burton, Dark Shadows, tratto dall’omonima serie televisiva americana andata in onda alla fine degli anni ‘60.


Trama: il ricco Barnabas Collins, reo di avere rifiutato l’amore di una strega, viene trasformato da quest’ultima in vampiro e rinchiuso sottoterra per quasi duecento anni. Nel 1972 il vampiro viene casualmente liberato e si ritrova a dover affrontare un’epoca sconosciuta, i suoi disastrati discendenti e quella stessa strega che lo aveva maledetto…


Diamo innanzitutto risposta alla domanda che, da almeno un anno, affliggeva tutti i Burtonomani: Tim è tornato? Hmmmmmmnì. O meglio, avrei detto sì fino a ben oltre la metà del film. Dark Shadows comincia con un meraviglioso, gotico ed emozionante flashback che ci introduce alla vicenda e ci catapulta in una fine ‘700 non molto dissimile da quella dei meravigliosi vecchi horror in costume della Hammer. Ci troviamo davanti ad un mix quasi perfetto di regia, costumi, scenografie e musica, con un Johnny Depp intensissimo e una Eva Green perfetta nei panni della sensuale amante scornata. Il film poi vira su un registro più ironico e camp quando Barnabas si risveglia nel 1972. Se avete visto Mars Attacks! sapete sicuramente di cosa sto parlando, ovvero di un Tim Burton che abbandona la sua anima gotica e apre la fiera del modernariato dei freaks, immergendosi in un’epoca e in un’America nelle quali la “diversità” comincia ad emergere per diventare “normalità”: fricchettoni, lava lamp, esseri inquietanti ed ambigui come Alice Cooper, improbabili abiti e capigliature, droga, amore libero, movimenti per la parità dei sessi e chi più ne ha, più ne metta. In tutto questo ben di Dio regista e sceneggiatore (su cui poi torneremo) ci sguazzano e Dark Shadows prosegue mantenendo un miracoloso equilibrio tra horror, ghost story, soap opera e commedia: geniale e trashissima la sequenza in cui Barnabas e la sua vecchia amante si abbandonano al fuoco della passione distruggendo un ufficio, splendida l’immagine del fantasma di Josephine che danza attorno al meraviglioso lampadario del salone del maniero dei Collins, incredibilmente cinefilo l’arrivo di Barnabas sulla strada principale, con gli spettatori che escono da un cinema in cui si proiettano Superfly e soprattutto 1972: Dracula colpisce ancora! (film con il buon Christopher Lee, che in Dark Shadows compare in un cameo come boss dei pescatori), esilaranti i mille modi in cui il disperato vampiro cerca di mettersi a dormire. Insomma, puro divertimento vintage e visionarietà targati Tim Burton.


Questo per quanto riguarda la regia, sicuramente la cosa migliore di Dark Shadows. Anche la storia, di per sé, è interessante e scorrevole e i personaggi sono simpatici e divertenti (basta non scavare troppo a fondo ma, come ho detto, ne parliamo dopo). Neanche a dirlo, Johnny Depp è perfetto nel ruolo del vampiro fuori dal tempo, contemporaneamente gentiluomo innamorato e ironico assassino, ma stavolta viene superato di gran lunga dalla favolosa femme fatale Anjelique, brillantemente interpretata da un’Eva Green in formissima: sorrisetto affilato, sguardo da pazza, aspetto supersexy e alcune tra le battute migliori dell’intero film rendono la “povera” strega innamorata uno dei migliori  personaggi dell’universo di freaks burtoniani (basterebbe solo il momento in cui “imbavaglia” Johnny Depp con un paio di mutande in pizzo rosso per consacrarla nell’Olimpo del cult). Per quanto riguarda la famiglia Collins, se devo proprio essere sincera, a parte la meravigliosa ed enigmatica Elizabeth di Michelle Pfeiffer il resto dei componenti è un po’ sottotono: Chloe Moretz è divertente ma fin troppo rigida nelle sue movenze da ragazzina che vuole fare la vamp, il piccolo Gulliver McGrath è praticamente inesistente e Jonny Lee Miller viene cacciato a calci dal film dopo solo un’oretta (e ne parliamo, ne parliamo…). Quanto a Helena Bonham Carter e Jackie Earle Haley, è un peccato vederli rilegati a semplici caratteristi, ma sono entrambi perfetti per i loro ruoli di dottoressa e custode ubriaconi e sicuramente partecipano ad alcune delle sequenze più esilaranti dell’intera pellicola, mentre gli enormi occhioni e l’aspetto “antico” di Bella Heathcote (talmente bella sul finale, assieme a Johnny Depp, che avrebbero meritato entrambi di essere immortalati da qualche grande artista Romantico) portano quasi a dimenticare l’assoluta mancanza di carisma del suo personaggio, che in teoria dovrebbe essere uno dei principali. Il che ci porta, finalmente, a parlare dei difetti della pellicola.


Purtroppo Dark Shadows cade vittima di un pre-finale (che non rivelerò) a dir poco orrendo e attaccato alla bell’e meglio al resto della trama, un twist talmente assurdo che riesce ad agire come uno schiaffo sullo spettatore ipnotizzato dalla mirabolante e ritrovata verve burtoniana. Lo spettatore in questione, infatti, si ripiglia un attimo e comincia a porsi delle domande. A ricordare, nella fattispecie, come Seth Grahame – Green, il furbone matricolato autore di Orgoglio, pregiudizio e zombie, sia sì uno scrittore in grado di cavalcare le mode ed  imbastire una buona ed interessante trama generale, ma anche di sorvolare sui dettagli e sulla coerenza, infilando cose “ad mentula canis”, come si suol dire. E così, la maschera di perfezione di Dark Shadows comincia a creparsi come il bellissimo viso di Eva Green, quando cominciamo a pensare…  ma era il caso di liberarsi di Jonny Lee Miller in quel modo così imbecille? Cosa lo avete messo a fare il suo personaggio nel cast? Perché mai lo spettatore viene spinto a chiedersi più volte che fine abbia fatto il marito di Michelle Pfeiffer… e poi la cosa viene lasciata cadere lì? Perché, in generale, la famiglia Collins parrebbe semplicemente un’accozzaglia di pittoreschi figuri appena abbozzati tanto per dare colore? Perché l’interessante passato di Vicky viene accennato e poi lasciato lì a languire? Perché il finale viene tirato via di corsa, come se tutti avessero fretta di tornare a casa, e chiuso giusto con un paio di battutine ad effetto? Insomma, riflettendoci bene Dark Shadows è come una di quelle partite di calcio dove i giocatori fanno dei numeri della madonna ma poi, gira che ti rigira, palle in rete ne mandano poche o nessuna. Però è anche la dimostrazione di come Tim Burton non sia ormai privo di cose da dire, anzi. Gli basterebbe tanto così per regalarci un film degno dei suoi antichi fasti. Nella fattispecie, il tanto così sarebbe prendere Seth Grahame – Green e seppellirlo vivo, lasciandolo sottoterra per almeno duecento anni. Voi però non aspettate così tanto e andate a vedere Dark Shadows perché, a prescindere da queste imperfezioni, merita davvero.


Del regista Tim Burton, Johnny Depp (Barnabas Collins), Michelle Pfeiffer (Elizabeth Collins Stoddard, personaggio presente anche nella serie originale), Chloe Moretz (Carolyn Stoddard, un po' più adulta nella serie e "fulcro" di molteplici storie d'amore), Helena Bonham Carter (Dr. Julia Hoffman, presente anche nella serie, solo che lì era una dei più fedeli alleati di Barnabas), Jackie Earle Haley (Willie Loomis, che nella serie originale era colui che liberava Barnabas e diventava suo schiavo) e Christopher Lee (Clarney) ho già parlato nei rispettivi link.

Eva Green (vero nome Eva Gaelle Green) interpreta Anjelique Bouchard. Francese, la ricordo per film come The Dreamers - I sognatori e Casino Royale. Ha 32 anni e un film in preparazione, 300: Battle of Artemisia.


Jonny Lee Miller (vero nome Johnathan Lee Miller) interpreta Roger Collins, personaggio già presente nella serie originale. Figliuole, lo ricordate quel figo di Sick Boy in Trainspotting? Un po' più calvo e un po' più brutto, ma eccolo qui! Tra gli altri suoi film ricordo Dracula's Legacy - Il fascino del male, Melinda e Melinda e Aeon Flux - Il futuro ha inizio, inoltre ha partecipato alle serie Doctor Who e Dexter. Inglese, ha 40 anni e due film in uscita.


Bella Heathcote interpreta Victoria Winters (presente come governante anche nella serie ma un po' diversa dalla versione del film) e il fantasma Josette. Australiana, ha partecipato al film Acolytes e In Time. Ha 24 anni e un film in uscita.


Tra gli altri attori che compaiono nella pellicola, segnalo il piccolo Gulliver McGrath (David Collins, altro personaggio mutuato direttamente dal vecchio telefilm), già comparso in Hugo Cabret, e ovviamente la presenza, come ospiti dell'happening, di alcuni membri del cast originale della serie Dark Shadows: oltre all'immancabile Jonathan Frid, il "vero" Barnabas Collins, compaiono anche Kathryn Leigh Scott (il cui personaggio, Maggie Evans, era in realtà la donna molto somigliante alla Josette amata da Barnabas, non Victoria), Lara Parker (l'Anjelique originale) e David Selby (Quentin Collins, personaggio che nel film non compare). Mi sembra una soap un po' complicatussa ma personalmente cercherò di recuperare Dark Shadows nell'immediato futuro, giusto per poter fare un confronto. ENJOY!




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