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martedì 19 agosto 2025

Weapons (2025)

Martedì scorso sono emigrata fino a Genova per vedere Weapons, diretto e sceneggiato dal regista Zach Cregger. NIENTE SPOILER, anche se ora che avrò pubblicato il post, avrete tutti già visto e stravisto il film!


Trama: una notte, senza preavviso, tutti i bambini di una classe elementare escono di casa e scompaiono senza lasciare traccia. Passa un mese senza notizie, finché l'insegnante responsabile della classe e uno dei genitori decidono di cominciare a indagare da soli...


Zach Cregger
ci è riuscito di nuovo. Dopo Barbarian, ha realizzato un altro film che, nonostante un trailer abbastanza dettagliato, porta lo spettatore in luoghi decisamente inaspettati, tenendolo sul filo della tensione e dell'incertezza per tutta la sua durata. Nel caso di Weapons, Cregger si aiuta in primis con la struttura del racconto, il quale, come una meravigliosa favola nera, inizia con un prologo raccontato da una bambina, dopodiché prosegue con una narrazione non lineare (anche a livello di regia, il cui stile è sempre diverso) e divisa per capitoli, ognuno dedicato a un personaggio. Ciascun capitolo ci consente di conoscere a fondo i protagonisti di Weapons, anche quelli che, lì per lì, non ci sembrano importanti, rendendoci tragicamente partecipi del loro destino, e tutto ciò che loro vedono o sognano aggiunge un tassello per risolvere l'enigma iniziale: cos'è successo ai bambini di una classe elementare di Maybrooks e perché sono fuggiti tutti di casa nella notte, alle 2:17, tranne il piccolo Alex? La risposta arriverà sul finale, tranquilli, ma probabilmente non sarà quello che vi aspetterete, visto che Cregger costruisce tantissime piste false, prima di sbatterci in faccia la verità, e racconta una storia molto kinghiana, radicata nei pochi pregi e tanti difetti di una piccola cittadina di provincia. Quello di Weapons è un male insinuante e grottesco, che fa leva su pregiudizi, sensi di colpa e pura e semplice debolezza; le "armi" del titolo originale sono letterali strumenti di dolore e morte, per quanto inconsueti, ma anche ricatti psicologici che permettono di mantenere un lungo status quo, sottili manipolazioni che portano a puntare il dito verso l'outsider, l'insegnante dal passato oscuro che, pur amando i propri alunni, è un essere umano che non disdegna l'alcool e gli uomini. L'aspetto inquietante di Weapons è il modo in cui gli abitanti di Maybrooks scelgono di non vedere, lasciandosi trascinare da pregiudizi impigriti da una gentilezza superficiale, la stessa di chi, tutto sommato, si cura del proprio orticello senza notare che quello degli altri sta lentamente marcendo; la polizia indaga senza andare oltre procedure consolidate, la scuola segue strette regole codificate che innalzano una barriera tra alunni ed insegnanti, e le uniche forze motrici della comunità sono una rabbia e un'indignazione fini a se stesse, a causa delle quali è facile perdere di vista le vittime, concentrandosi sul presunto colpevole. 


L'orrore di Weapons non è palese e "urlato" come quello di Bring Her Back, per fare il paragone con un film uscito poche settimane fa; l'ultima opera di Cregger abbonda di momenti esilaranti e sequenze grottesche, in primis quella sul prefinale, che ha visto la sala in cui mi trovavo esplodere in risate incontrollate, ma le radici e le conseguenze di ciò che viene mostrato non fanno ridere proprio per nulla. Weapons tratta di esperienze verosimili, addirittura biografiche, "esorcizzate" in chiave horror, parla di solitudine ed esperienze così traumatiche da lasciare il segno, racconta di famiglie distrutte e cittadine che spazzano la vergogna sotto il tappeto. Lo fa con uno stile accattivante, senza dubbio, che intrattiene e diverte, gettando lo spettatore in mezzo all'azione anche grazie alla sinergia tra la fotografia di Larkin Seiple (lo stesso di Everything Everywhere All at Once, per inciso) e il montaggio di Joe Murphy, in un tripudio di cineprese posizionate appena dietro la spalla dei personaggi in movimento, sul corpo di chi viene gettato a terra, e così via. Questo stile così dinamico rende ancora più preziosi i pochi ma efficaci jump scares, le zampate di gore inaspettato e il ricorso ad atmosfere più dark nella seconda parte del film, che catapultano lo spettatore in un mondo altro, cupo e claustrofobico. L'ulteriore pregio di Weapons sono gli attori, ai quali è consentito di brillare singolarmente, rendendo i loro personaggi tridimensionali, proprio grazie alla particolare struttura narrativa del film. Julia Garner è favolosa e Josh Brolin granitico come sempre, ma probabilmente i due avrebbero funzionato anche all'interno di un'opera più "tradizionale"; personaggi secondari come quelli interpretati da Alden Ehrenreich, Austin Abrams, Benedict Wong e il piccolo Cary Cristopher hanno invece modo di diventare a loro volta protagonisti, consentendo agli attori di arricchirli di tantissime sfumature fondamentali e renderli indimenticabili ed importanti. In un'ideale Oscar horror 2025, il premio andrebbe però ad Amy Madigan e alla sua zia Gladys. Gladys, come direbbe il bardo, "nun va vista, va vissuta", quindi non starò a ricamare troppo su di lei, vi dico solo che abbiamo il personaggio migliore dell'anno e più non dimandate. Weapons è un'opera che spicca all'interno delle produzioni horror commerciali, per la cura con la quale è stato realizzato, per tutta una serie di dettagli che offrono spazio a molteplici interpretazioni, per una lore inesplorata potenzialmente infinita, che potrebbe dare ancora enormi gioie. Non date retta a chi non lo ha apprezzato perché "poco horror", strano o incomprensibile, e correte al cinema a vederlo prima che sia troppo tardi!!


Del regista Zach Cregger ho già parlato QUI. Julia Garner (Justine), Josh Brolin (Archer), Benedict Wong (Marcus), Alden Ehrenreich (Paul), Amy Madigan (Gladys), Toby Huss (Ed), Sara Paxton (Erica) e Justin Long (Gary) li trovate invece ai rispettivi link.

Austin Abrams interpreta James. Americano, ha partecipato a film come Gangster Squad, Scary Stories to Tell in the Dark, Tragedy Girls, Do Revenge e a serie quali The Walking Dead. Ha 29 anni e un film in uscita. 


Rooney Mara
ed Elizabeth Olsen hanno declinato il ruolo principale e Pedro Pascal ha rinunciato a partecipare al film, preferendogli I Fantastici 4 - Gli Inizi. Se Weapons vi fosse piaciuto recuperate Barbarian e Longlegs. ENJOY!

martedì 4 ottobre 2022

Blonde (2022)

Siccome il multisala di Savona ha deciso di consacrare la programmazione settimanale a puttanate (Taddeo l'esploratore, Tutti a bordo) e film vecchi che poco mi interessa rivedere al cinema (Avatar in tutte le versioni possibili e immaginabili), ho dovuto ripiegare sul film di punta di Netflix, ovvero Blonde, diretto e co-sceneggiato dal regista Andrew Dominik a partire dal romanzo omonimo di Joyce Carol Oates.


Trama: il film racconta parte della vita di Marilyn Monroe, divisa tra una fama necessaria e una desiderata normalità, dalla tragica infanzia al presunto suicidio...


Come sempre, prima di vedere un film sulla bocca di tutti ho fatto l'unica cosa possibile: non ho letto niente in merito, anche se stavolta non è stato per nulla facile visto che chiunque, persino chi guarda un film all'anno, ha sentito il bisogno di esprimere un'opinione su Blonde. Considerato che non ho mai letto il romanzo di  Joyce Carol Oates e che di Marilyn Monroe conosco solo pochi fatti risaputi da chiunque, non sapevo proprio cosa aspettarmi dall'opera di Andrew Dominik, tranne il fatto che Blonde NON è un biopic accurato, bensì una rivisitazione della vita della bionda icona, una libera interpretazione, se vogliamo. Talmente libera, in effetti, che gli appassionati di biografie farebbero meglio ad astenersi dalla visione, in quanto Blonde è più un incubo allucinato che una ricostruzione di fatti, per quanto romanzati; per intenderci, chi ha odiato Spencer probabilmente detesterà Blonde, in quanto, anche in questo caso, il regista abbraccia completamente il punto di vista di una mente spezzata, inquieta e disperata, senza badare molto alla verità. Si può proprio dire che non c'è una gioia che sia una all'interno di Blonde, che parte raccontando l'orrore vissuto da una Norma Jeane bambina per mano di una madre depressa e malata e prosegue offrendo il ritratto di una donna divorata dagli sguardi e dalle voglie altrui, impossibilitata a trovare un equilibrio tra la Marilyn Monroe desiderata dal pubblico, dagli studios e dai giornalisti, e la Norma Jeane che vorrebbe solo vivere un'esistenza normale, circondata da affetti di cui è sempre stata tragicamente priva. Il film è scioccante per la violenza che viene mostrata, sia fisica che psicologica, e per il modo in cui alcuni eventi assumono realmente le fattezze di un horror vissuto da una persona trascinata sistematicamente in fondo al baratro nel momento esatto in cui tenta di tirarsene fuori (ogni uomo mostrato nel film è ugualmente deprecabile, tranne forse Arthur Miller, che tuttavia a un certo punto sparisce, e proprio quando Marilyn avrebbe più bisogno di una persona accanto, quindi se non viene rappresentato come orribile esempio di umanità, risulta comunque inutile); Blonde, in questo senso, demolisce il mito di una Marilyn stupida e fragile, perché la stupidità era solo una maschera che l'attrice, tra l'altro, neppure voleva indossare e che agli altri faceva più comodo vedere, mentre se fosse stata davvero fragile non sarebbe probabilmente nemmeno arrivata a compiere 20 anni.


Poiché, spesso, le vicende assumono toni onirici ed allucinati, lo stile di Blonde non è assolutamente lineare, né si può sperare in una consecutio temporum, se non quella vaga di una cronologia generica scandita più che altro da un paio di film particolarmente conosciuti e un paio di mariti ed amanti eccellenti, peraltro mai chiamati per nome. Andrew Dominik rinuncia al realismo e gira il film principalmente in bianco e nero, con alcuni inserti realizzati come i film a colori anni '50 o come vecchi filmati casalinghi, a sottolineare quanto la vita di Norma Jeane fosse così intrecciata al mito di Marilyn Monroe da rendere impossibile distinguerle, ed è inquietante come spesso e volentieri il regista inserisca delle riproposizioni anastatiche di foto o filmati ormai diventati parte del patrimonio culturale dell'umanità, soprattutto perché ad ogni immagine familiare riuscivo a sentirmi in colpa, parte di quel pubblico che ha condannato Marilyn ad essere (e a venire tramandata) sempre in un certo modo. E la stessa Marilyn è stata fatta rinascere per l'occasione, non grazie all'ausilio dell'odiata ed irrispettosa CGI, ma grazie ad un attrice che porta sulle spalle tutto il peso del film e che, a tratti, sembra la reincarnazione della bionda bombshell. Ana De Armas è spettacolare, non solo si annulla fisicamente nei panni di Marilyn, ché lì si giocherebbe nel territorio "facile" del cosplay, ma ne tira fuori l'anima tormentata, e nello sguardo riesce a racchiudere la condanna di rimanere perennemente una bambina spaventata, l'orrore di rappresentare un giocattolo sessuale, la dignità di chi cerca di mostrarsi al di là dei preconcetti, la tristezza di chi comunque è destinato a non essere capito ed accettato per ciò che è, il dolore di chi vorrebbe essere madre e non riesce, i rarissimi sprazzi di felicità incarnati da pochi, nervosi sorrisi che contrastano con quello sexy, quasi vorace, al quale siamo abituati a pensare quando si parla di Marilyn. Certo, la De Armas probabilmente non basta ad "alleggerire" un film imperfetto nei ritmi e nelle intenzioni, lacunoso ed impreciso a livello biografico, che comunque richiede molto allo spettatore, sia in termini di tempo che di attenzione, e che rischia di lasciare insoddisfatta la maggior parte degli utenti, ma qualcuno potrebbe venire catturato dall'elegante, perverso fascino di Blonde, com'è successo a me... Quindi vi invito a trovare una sera (o un paio, non si offenderà nessuno se spezzerete la visione in due) per dare almeno una chance a questo film. Se vi va di parlarne, ci risentiamo nei commenti!


Di Ana de Armas (Norma Jeane), Julianne Nicholson (Gladys), Sara Paxton (Miss Flynn), Xavier Samuel (Cass Chaplin), Bobby Cannavale (Ex Atleta) e Adrien Brody (il Drammaturgo) ho parlato ai rispettivi link.

Andrew Dominik è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Neozelandese, ha diretto film come L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e Cogan - Killing Them Softly. Ha 55 anni. 


Il romanzo di Joyce Carol Oates era già stato adattato nel 2001 in una miniserie TV in due parti dal titolo omonimo. Sia Naomi Watts che Jessica Chastain (il film è in progetto dal 2010) erano state considerate per la parte ma entrambe hanno rinunciato. Ciò detto, se Blonde vi fosse piaciuto recuperate Spencer. ENJOY!
 

venerdì 30 maggio 2014

Cheap Thrills (2013)

Spinta dalla lettura di recensioni molto positive e dalla presenza dell'adorabile David Koechner, l'altra sera ho deciso di guardare Cheap Thrills, diretto nel 2013 dal regista E.L. Katz.


Trama: Craig, sposato e padre di famiglia, si ritrova improvvisamente senza lavoro e con un avviso di sfratto sulla porta. La stessa sera incontra il vecchio amico Vince e un'eccentrica coppia di ricchi annoiati che, con la promessa di soldi facili, coinvolge i due in un vortice sempre più perverso di prove e scommesse...


Cheap Thrills rientra di diritto in quel prospero, intrigante filone di commedie nerissime dove la risata va spesso e volentieri a braccetto con orrore, disagio ed angoscia, più o meno accennati; tra gli esempi più alti del genere o, meglio, tra quelli che più ho amato, mi vengono giusto in mente Piccoli omicidi tra amici, Cose molto cattive o Una cena quasi perfetta (Cheap Thrills assomiglia più alla vecchia pellicola di Danny Boyle che a quelle con Cameron Diaz tra l'altro). Tuttavia, sarà perché mala tempora currunt, sarà perché nel frattempo sono entrata negli Enta, ho riso davvero poco guardando il film di E.L. Katz e non perché mancasse il divertimento, anzi: Cheap Thrills nel corso della sua prima metà scodella una serie di situazioni grottesche da manuale, che non avrebbero affatto sfigurato in una di quelle tipiche commedie idiote americane... però, anche durante questi momenti esilaranti, si avverte palpabile IL DISAGIO. IL DISAGIO, scritto a caratteri cubitali, esplode prepotentemente nel finale che, per quanto prevedibile (come tutto il film del resto), riesce a lasciare lo spettatore con un soverchiante senso di vergogna ed impotenza. Diciamoci infatti la verità: per tutto il film il nostro ruolo coincide con quello di Violet e Colin, i due ricchi annoiati che scommettono su cosa sarebbero disposti a fare due poveracci disperati per avere dei soldi facili e, come loro, trepidiamo tra lo schifato e il divertito nell'attesa di scoprire quali saranno le reazioni di Craig e Vince davanti alle proposte sempre più estreme della coppia. IL DISAGIO però nasce dal fatto che noi non saremo MAI come Violet e Colin ma, molto più facilmente, rischieremmo di trovarci nei panni di Craig e Vince, disperati e con l'acqua alla gola, disposti a rinunciare a dignità, umanità e amicizia per riuscire a sopravvivere in una società che non ci uccide con guerre, carestie o epidemie, bensì con un semplice avviso di sfratto o licenziamento, con una sudata laurea che ci consente a malapena di diventare meccanici sottopagati, con aspirazioni e sogni di grandezza schiacciati dall'impietosa natura "pratica" del mondo che ci circonda mentre ci chiediamo diffidenti cosa pensino di noi i nostri amici e come fare per ottenere approvazione, riscatto o affermazione sociale. In una società come questa nascono i mostri peggiori e basta un solo attimo di debolezza per morire, non necessariamente in senso fisico, e diventare talmente orribili, così brutti "dentro" e fuori da terrorizzare persino i nostri figli. Capirete quindi che, nonostante le premesse, c'è davvero poco da ridere e qui sta l'intelligenza di un film che è molto più di quel che appare.

IL. DISAGIO.
Come in un'opera teatrale di alta caratura, pochi sono i protagonisti e ancora meno gli ambienti in cui si muovono, ma ovviamente entrambi gli elementi sono ottimi. Tra le quattro mura di un bar prima e di una villa poi si consuma il dramma che vede coinvolti degli attori in stato di grazia che non fanno mai dubitare, nemmeno per un attimo, della verosimiglianza delle persone portate su schermo. Pat Healy è il perfetto medioman, l'uomo della strada che non farebbe male a una mosca né rimarrebbe impresso durante un incontro: la contrapposizione con lo scapestrato strozzino interpretato da Ethan Embry è palese e diventa la chiave del gioco al massacro rappresentato nella pellicola dal momento in cui Healy si abbruttisce fisicamente e mentalmente, spillando sangue dall'anima e dal corpo, mentre Embry risulta sempre più sfigato e patetico, disperatamente invidioso della vita apparentemente perfetta dell'amico di un tempo e disposto a qualunque bassezza pur di mostrarsi "superiore" e degno agli occhi dei due ricconi. Dall'altra parte della barricata, invece, si trova la coppia incarnata da David Koechner e Sarah Paxton, lei bellissima, annoiata ed eterea e lui caciarone ed inquietante come pochi, semplicemente inarrivabili e perfetti, la moderna rappresentazione del "male". Per quel che li riguarda, il regista indugia sui dettagli, sui gesti, sulle espressioni appena accennate (soprattutto della Paxton) e sul sottile gioco di sguardi che, fin dall'inizio, lascia intuire che sotto l'atteggiamento indolente di lei e quello compagnone di lui c'è molto di più. Anzi, c'è molto meno di quello che ci aspetteremmo. Perché i due riccastri, a dirla tutta, si limitano a sventolare soldi e proporre scommesse, senza forzare la mano, senza essere violenti o subdoli, con una sincerità di intenti e, soprattutto nel caso dell'inarrivabile Koechner, con una simpatia che ha del disarmante. Non c'è nessuna "tela del ragno", nessun complotto, nessuna machiavellica macchinazione ed è questa la cosa terribile e bellissima di un film che vi consiglio spassionatamente di vedere... per poi magari riflettere su quello che si nasconde dentro di voi, tra una risata a denti stretti e l'altra.


Di Pat Healy (Craig), Ethan Embry (Vince), Sarah Paxton (Violet) e David Koechner (Colin) ho già parlato ai rispettivi link.

E. L. Katz è il regista della pellicola, al suo primo film. Presto uscirà The ABCs of Death 2, che includerà anche un episodio diretto da lui. Americano, anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 33 anni.


Se Cheap Thrills vi fosse piaciuto, non perdetevi 13 Beloved (o 13: Game of Death, i titoli variano) e magari le altre commedie nere che ho citato qui e là durante il post. ENJOY!


domenica 5 febbraio 2012

The Innkeepers (2011)

Il bello di essere blogger è che si viene a conoscenza di film che, altrimenti, sarebbero molto probabilmente passati inosservati. Questo è sicuramente il caso del bellissimo The Innkeepers, diretto nel 2011 dal regista Ti West. Quindi, prima di cominciare la recensione, mi sento in dovere di ringraziare i “padroni” dei blog Il giorno degli zombi, Book and Negative e A rip in the fabric, in primis per avere scritto delle recensioni talmente interessanti ed entusiastiche su The Innkeepers da avermi fatto venire voglia di superare la mia atavica pigrizia e di sbattermi a cercarlo. E poi, come direbbe Maccio Capatonda, perché sono sicuramente dei blogger MEGLIO. Grazie!


Trama: ultimi giorni di attività dello storico hotel Yankee Pedlar Inn. Mentre gli ospiti si presentano col contagocce, i receptionist Claire e Luke cercano le prove dell’esistenza di fantasmi nell’edificio…


Dopo i doverosi ringraziamenti ai blogger, c’è un’altra persona che devo ringraziare, ed è il regista e sceneggiatore Ti West. Incurante delle leggi di mercato che vogliono gli horror moderni come delle stupide ed economiche sagre dello spavento facile, lui ha deciso infatti di girare un film lento, curato, ben diretto, ancor meglio recitato, che diventa horror solo negli ultimi dieci minuti. Un bel fangool di proporzioni cosmiche ad Oren Peli e alla sua franchise Paranormal Activity, insomma. Sì perché di base il “tema” è comunque quello della casa infestata e dei poveri pirla che decidono di immolarsi per testimoniare eventuali fenomeni paranormali. Solo che la cosa splendida di The Innkeepers è che lo spettatore si affeziona a questi poveri pirla, proprio come ogni lettore si affeziona ai personaggi dei libri di Stephen King, seguendo la massima “gente ordinaria in situazioni straordinarie”… inoltre, cosa assolutamente non scontata nell’attuale cinema di genere, il film non si limita a spaventare (come il viral video che Luke mostra a Claire…), ma RACCONTA una storia, catturando l’attenzione e la curiosità dello spettatore dall’inizio alla fine.


La bontà di The Innkeepers si può godere fin dall’inizio, con la bellissima colonna sonora che accompagna le immagini della Yankee Pedlar Inn, dalla costruzione fino ad oggi. Poi il film comincia, introdotto dal titolo del primo capitolo della storia (in totale sono tre, più l’epilogo)… e noi siamo già irrimediabilmente persi. Catturati dall’assoluta simpatia e verosimiglianza di Claire e Luke, che non sono stupide e vuote vittime sacrificali come quelle di Paranormal Activity, né fighetti arrapati come nella maggior parte dei film horror, ma due colleghi, due amici che cazzeggiano, parlano, si prendono in giro, palesano tic, desideri, simpatie ed antipatie come potrebbe fare chiunque nei loro panni, come tutti noi facciamo quotidianamente, in effetti. West non tralascia nulla e si concentra nel caratterizzare e rendere “viva” soprattutto Claire, con le sue smorfie, la sua incapacità di gettare un enorme saccone della spazzatura, il suo scazzo davanti alla barista che le racconta dei dubbi sul fidanzato, la sua delusione nell’essere trattata male dall’attrice di cui è una grande fan, e tanti altri piccoli dettagli che, in definitiva, costituiscono l’ossatura stessa del film e che sono portati su schermo con incredibile sensibilità dall’attrice Sara Paxton. E l’orrore, direte voi, quando arriva quindi e cosa c’entra?


L’orrore c’è. La paura incombe sui due poveri malcapitati, sugli altri ospiti dell’hotel e sullo spettatore, appena percepita, come una stonatura in una melodia oppure come un suono di sottofondo, che solo un potente microfono potrebbe captare. C’è la storia di Madeline O’Malley, che sarebbe morta in circostanze assai misteriose e il cui fantasma infesterebbe l’hotel, tanto che Luke giura di averlo visto; c’è un’attrice riscopertasi medium che dice a Claire, in buona sostanza, di farsi gli affari suoi e non andare a curiosare in cantina; c’è uno strano vecchietto che desidera a tutti i costi dormire nella vecchia Honeymoon Suite; infine, c’è un pianoforte che suona da solo. E questo è solo l’inizio, ovviamente, questi sono solo gli strumenti che vengono accordati prima della brevissima, intensa sinfonia finale, dove l’orrore vero, ineluttabile ed inarrestabile come il destino, esplode con l’infrangersi di un cristallo. Per poi aleggiare a lungo nelle menti e nei cuori degli spettatori, danzando a braccetto con una tristezza e un senso di perdita che raramente si provano alla fine di un horror. In due parole, The Innkeepers è un gioiello che difficilmente verrà “esposto” in Italia ma che merita di essere recensito da ogni blogger cinematografico che si rispetti. Chissà, forse per una volta il passaparola funzionerà e sarà il buon cinema a vincere.

Ti West è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come The House of the Devil e Cabin Fever 2 – Spring Fever. Anche attore e produttore, ha 32 anni e due film in uscita.


Sara Paxton interpreta Claire. Americana, ha partecipato a film come Bugiardo bugiardo, Aquamarine, Superhero – Il più dotato fra i supereroi, L’ultima casa a sinistra e Shark Night 3D, oltre a serie come Lizzie McGuire, CSI: Scena del crimine, CSI: Miami, Malcom, Will & Grace. Ha anche doppiato degli episodi di Spongebob Squarepants. Ha 24 anni e cinque film in uscita.


Pat Healy interpreta Luke. Americano, ha partecipato a film come Magnolia e Ghost World, oltre a serie come NYPD, Angel, CSI: Miami, Streghe, Six Feet Under, Cold Case, Senza traccia, CSI: Scena del crimine, Grey’s Anatomy e 24. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 41 anni.


Kelly McGillis interpreta Leanne. Americana, ha partecipato a film come Witness – Il testimone, Top Gun e Stakeland, oltre ad un episodio della serie Oltre i limiti. Anche produttrice, ha 55 anni e due film in uscita.


Aggiungo un ringraziamento anche al curatore del bellissimo blog Pensieri Cannibali, che ha pubblicato un’ancor più bella recensione dopo che io avevo già visto il film! Menzione d’onore, insomma. ENJOY!!

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