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martedì 18 agosto 2026

Spider-Man: Brand New Day (2026)


Ho lasciato passare il solito mese per via di tutti i problemi del multisala, ma alla fine sono riuscita ad andare a vedere Spider-Man: Brand New Day, diretto dal regista Destin Daniel Cretton.

Trama

Peter Parker, dimenticato dalla fidanzata MJ e dai suoi amici, cerca di tirare avanti mettendo tutte le energie nella "carriera" di supereroe nei panni di Spider-Man. Questo finché problemi fisici e una nuova, pericolosa minaccia, non arrivano a sconvolgere la sua routine...

Recensione

Salvo poche eccezioni, ho saltato senza farmi troppi problemi parecchi dei film Marvel degli ultimi tre anni, forte delle delusioni cocenti di robaccia come Thor: Love and ThunderBlack Panther: Wakanda Forever e Ant-Man and the Wasp: Quantumania, gli ultimi due visti, peraltro, direttamente in streaming. Pur non avendo mai letto i fumetti de L'uomo ragno, o di Spider-Man che dir si voglia, mi sono comunque affezionata a quello del MCU, e ritengo che i tre film a lui dedicati siano tra i migliori usciti dalla branca cinematografica della Casa delle Idee. Ecco perché, con tutta la calma derivante dall'impossibilità di trovare posto nel multisala causa riduzione delle sale e guasti all'impianto di condizionamento, ho deciso di vedere Spider-Man: Brand New Day in sala, senza peraltro pentirmene. Avevamo lasciato Peter Parker solo come un cane, dopo avere chiesto al Dr. Strange di cancellarlo dalla memoria di amici, nemici e parenti, per salvare il multiverso. Lo ritroviamo ugualmente solo, salvo per un paio di improbabili "colleghi", consacrato al 100% al suo ruolo di supereroe, mentre la vita di MJ e Ned è andata avanti, portando con sé amori, successi accademici, una vita normale. Il personaggio di Peter Parker/Spider-Man si evolve dunque seguendo due percorsi ben precisi, che diventano un po' il fulcro psicologico-sentimentale del film. Peter è connotato come un workaholic che annega i propri fallimenti come persona nel suo alter ego di supereroe, al quale si consacra fino a consumarsi mentalmente e fisicamente, prendendo una cantonata dietro l'altra. Ma Peter è connotato anche, nonostante i lutti e le esperienze passate, come un ragazzino rimasto ancorato all'adolescenza perduta, terrorizzato dalla mutazione più tremenda di tutte, quella in adulto capace di affrontare e mettere insieme tutte le sfaccettature della propria personalità. I due percorsi di evoluzione sono strettamente connessi l'uno all'altro, intrecciati all'incontro con almeno quattro figure chiave che fungono da esempio da seguire (vedi la Vedova Nera e il suo modus vivendi assai rilassato), da evitare, con cui confrontarsi o a cui guardare per avere un terrificante quanto probabile squarcio di futuro.

Siccome ho fatto i salti mortali per evitare antipatici spoiler legati all'introduzione di personaggi che potrebbero rivelarsi fondamentali per il futuro del MCU (inutilmente, aggiungo, tanto ci hanno pensato persino i siti specialistici a mettere foto fuori contesto ma comunque spoilerose), per correttezza verso chi non avesse ancora visto il film eviterò di ricamare troppo sulla trama, pesantemente connessa proprio ad un nuovo, importantissimo personaggio, quindi passerò agli aspetti tecnici di Spider-Man: Brand New Day. Mi tocca ripetere ciò che hanno già detto in molti, ovvero che il film di Destin Daniel Cretton è uno dei più "supereroistici" del franchise, questo perché non solo offre moltissimo spazio all'azione e all'attività di Spider-Man inserito nel quotidiano newyorchese, ma anche perché riprende tantissime delle copertine e splash page che hanno fatto la storia cartacea del personaggio. E', per fortuna vostra e purtroppo per me, anche uno dei film del franchise più "urbani", il che si traduce in Spider-Man che si catapulta dai grattacieli e penzola dalle sue dannatissime ragnatele, offrendo prospettive e soggettive da incubo, alla faccia di chi teme questo genere di altezze e di tuffi nel vuoto. Salvo un paio di effetti speciali posticci che, ormai, sono la cifra stilistica del MCU, l'interazione tra il corpo di Tom Holland e tutto il paesaggio digitale che lo circonda, oltre a tutte le rapidissime e concitate sequenze di lotta, impreziosite da fantasiosi usi della ragnatela, sono tra le cose migliori viste negli ultimi anni. Da fan dell'horror, ho apprezzato anche tantissimo la citazione all'amato Il tocco del male come rappresentazione visiva dei poteri in boccio di uno dei personaggi, a proposito del quale, il tocco di finezza dei colori di uno scrunchie ha soddisfatto la nerd che è in me. Per quanto riguarda gli attori, che gli vuoi dire a Tom Holland? Lui ormai E' Spider-Man, la sua faccina è semplicemente perfetta, in ogni momento del film, e le interazioni con MJ riconfermano lui e Zendaya come una delle coppie più belle del mondo. Voto 10 anche a Jon Bernthal, ormai perfettamente a suo agio nei panni del Punitore, benché ormai sia un personaggio schizofrenico, viste quante interpretazioni diverse gli danno i vari sceneggiatori, e bravissima anche Sadie Sink, destinata a una gloriosa e meritata carriera. So già che tutte queste belle cose verranno mandate in vacca da Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars, i quali mi faranno pentire di non ricordare il 70% di quanto avvenuto nel MCU in questi ultimi sette anni (anche per progressiva perdita di interesse, soprattutto verso le serie Disney +), quindi meglio godersi questi film deliziosi e "piccini", finché è possibile!

Cast

Del regista Destin Daniel Cretton ho già parlato QUITom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ), Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk), Jon Bernthal (Frank Castle/Punisher), Jacob Batalon (Ned Leeds), Sadie Sink, Florence Pugh (Yelena Belova/Vedova Nera), Marisa Tomei (May Parker), Naomi Watts (voce originale di E.V.) e Keith David (Narratore di Spider Video) li trovate invece ai rispettivi link.

Se vi è piaciuto...

Se volete farla semplice, la conditio sine qua non è recuperare  Spider-Man: HomecomingSpider-Man: Far From Home e Spider-Man: No Way Home. Se invece volete fare i completisti, aggiungete Captain America: Civil WarAvengers: Infinity War, Avengers: Endgame, Black WidowThunderboltsla seconda stagione di Daredevil, le due stagioni di The Punisher, le due stagioni di Daredevil: Born Again e lo speciale The Punisher: One Last Kill. ENJOY!

venerdì 14 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Storie di fantasmi (1981)


Il tema della Horror Challenge, questa settimana, era "psycho-biddy" ma il film trovato in questa lista era un po' stiracchiato, come scoprirete leggendo il post su Storie di fantasmi (Ghost Story), diretto nel 1981 dal regista John Irvin e tratto dal romanzo Ghost Story di Peter Straub.

Trama

Gli anziani membri di un club, e i figli di uno di loro, vengono perseguitati ed uccisi dal fantasma di una donna...

Recensione

Ho dovuto cercare la definizione di "psycho-biddy" per capire di cosa si stesse parlando. In pratica, si tratta di un altro modo di definire il genere hagsploitation che, per chi non fosse avvezzo nemmeno a questo termine, indica quei thriller horror aventi come principali protagoniste delle donne già di una certa età, psicopatiche e violente. Detto questo, non so proprio come abbia fatto a finire nella lista Storie di fantasmi che, è vero, ha una donna come villain della vicenda, ma è privo delle caratteristiche tipiche del genere hagsploitation (anche per quanto riguarda l'attrice che interpreta Alma/Eva) ed è una storia, appunto, di fantasmi e vendette dall'aldilà. Non ho mai letto il romanzo di Straub, che una cara amica mi ha detto essere "scritto da Dio, ma malloppone", quindi non ho la possibilità di fare un confronto tra le due versioni; quel che è certo è che lo scrittore non è rimasto soddisfatto del risultato finale, ed il motivo risiede nella lunghezza e nella complessità del romanzo, molto difficile da adattare. A un certo punto, qualcuno aveva suggerito ai produttori di realizzarne una miniserie in due parti, come Le notti di Salem, ma la Universal si era impuntata sull'avere un film a tutti i costi, quindi è uscito Ghost Story, un'opera superficiale, che cancella con un colpo di spugna la complicata lore di Alma/Eva e riduce all'osso il ruolo della città di Milburn e di moltissimi suoi abitanti coinvolti nella vicenda, compreso un quinto membro della Chowder Society. Quest'ultima è la protagonista del film, una società composta da quattro anziani ed eleganti signori che, durante le loro riunioni, si raccontano storie di fantasmi. Che dietro questo loro passatempo ci sia qualcosa di più lo intuiamo, fin da subito, dai terrificanti incubi che accompagnano le loro notti, ancor prima che uno di loro muoia per mano del cadavere rianimato di una donna. Proseguendo, Ghost Story introduce il personaggio di Don, figlio di uno dei soci della Chowder Society, il cui passato è strettamente legato all'entità che comincia a perseguitare gli anziani signori e ad una serie di eventi precedenti la sua nascita, che tratteggiano una triste realtà di provincia in cui gli outsider, anche quelli più introdotti in società, vengono presto isolati e cancellati dalla memoria collettiva. A differenza di quanto spesso accade nel sottogenere hagsploitation, la donna che perseguita i protagonisti, benché ovviamente connotata come mostro nel presente e come presenza come minimo perturbante nel flashback di Don, non ha proprio tutti i torti nel volere la loro morte, e non si accanisce contro giovani ed innocenti fanciulle per gelosia o pura follia, oltre al fatto di essere lei stessa giovane e bella.

Mettendo un attimo da parte quest'imprecisione a livello di scelta per la challenge, c'è da dire che Storie di fantasmi non è proprio granché come film. Tanto per cominciare, ha un ritmo a dir poco soporifero, e tiene desta l'attenzione giusto nella parte iniziale, anche se non proprio per questioni di "merito"; piuttosto, per la prima mezz'ora è difficile capire dove voglia andare a parare Storie di fantasmi, perché mescola presente, flashback di un recente passato, incubi e racconti senza alcuna soluzione di continuità. Dopodiché, la narrazione si assesta su uno stile più lineare che coinvolge anche i due corposi flashback risolutivi, forse per questo l'attenzione dello spettatore può permettersi di vagare, fiaccata da personaggi talmente poco caratterizzati che interessarsi al loro destino è difficile (forse giusto il Ricky di Fred Astaire è dotato di un minimo di sfumature in più), oppure perché vengono accennate un paio di sottotrame apparentemente fondamentali che poi vengono lasciate cadere nel nulla, e anche questo aspetto non aiuta. E' poco coinvolgente anche la regia di John Irvin, il quale non riesce a sfruttare appieno il potenziale dei soffocanti salotti in cui si riunisce la Chowder Society, né quello della casa in rovina di Eva, lasciandosi sfuggire la possibilità di confezionare un gotico moderno dalle atmosfere evocative. Per fortuna, gli effetti speciali sono orridi quanto basta e accompagnano un paio di jump scare efficaci, e anche Alice Krige ci mette del suo, con la sua bellezza elegante e non convenzionale, e quello sguardo che è un mix di sensualità e desiderio omicida. Un peccato, invece, che il cast maschile non sia alla sua altezza, tra vecchie glorie costrette a destreggiarsi nei panni di riccastri barbogi e il povero Craig Wasson che, impegnato in un doppio ruolo, risulta doppiamente inespressivo. Potrei sbagliare, ma Storie di fantasmi è uno di quei film ai quali servirebbe un remake, o meglio, una trasposizione in miniserie del romanzo originale, data in mano a un regista un po' sgamato. Mi verrebbe da nominare Mike Flanagan, ma a lui lascio tutte le opere di King, Straub deve mettersi in coda, con tutto il rispetto!

Cast

Di Melvyn Douglas (John Jaffrey) e Alice Krige (Alma/Eva) ho già parlato ai rispettivi link.

  • John Irvin è il regista del film. Inglese, ha diretto film come Codice Magnum e Tre vedove e un delitto. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 86 anni.
  • Fred Astaire (vero nome Frederic Austerlitz Jr.) interpreta Ricky Hawthorne. Americano, lo ricordo per film come Cappello a cilindro, Zigfield Follies, Papà gambalunga, Cenerentola a Parigi e L'inferno di cristallo. Anche ballerino, coreografo, produttore e cantante, è morto nel 1987, all'età di 88 anni.
  • Douglas Fairbanks Jr. (vero nome Douglas Elton Ulman Fairbanks Junior) interpreta Edward Wanderley. Americano, ha partecipato a film come Piccolo Cesare, Gunga din e Sinbad il marinaio. Anche produttore, cantante e sceneggiatore, è morto nel 2000, all'età di 90 anni.
  • John Houseman interpreta Sears James. Americano, ha partecipato a film come Esami per la vita, Rollerball, I tre giorni del condor, Fog, S.O.S. Fantasmi, Una pallottola spuntata e a serie quali L'uomo da sei milioni di dollari, La donna bionica e Mork & Mindy. Anche produttore, sceneggiatore e regista, è morto nel 1988, all'età di 86 anni.
  • Craig Wasson interpreta Don/David. Americano, ha partecipato a film come Omicidio a luci rosse, Nightmare 3 - I guerrieri del sogno, Malcom X, e a serie quali La signora in giallo e Walker Texas Ranger. Anche sceneggiatore, compositore e produttore, ha 72 anni.

Se vi è piaciuto...

Se Ghost Story vi è piaciuto recuperate Changeling e Scarlatti - Il thriller. ENJOY!

mercoledì 12 agosto 2026

Leviticus (2026)


In Italia si è momentaneamente (spero!) perso in un limbo distributivo, ma sono comunque riuscita a recuperare il film Leviticus, diretto e sceneggiato dal regista Adrian Chiarella.

Trama

Il giovane Naim, da poco trasferitosi con la madre, è attratto dal compagno di classe Ryan. Una serie di circostanze fa sì che i due ragazzi vengano perseguitati da un'entità malevola e violenta, che si palesa col volto della persona che più desiderano...

Recensione

Levitico 18,22: "Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole.” C'è anche un altro passo, sempre nel Levitico, che ribadisce lo stesso concetto in modo ancora più violento e odioso, ma quello che ho citato basta per spiegare il titolo del film e ciò da cui parte Adrian Chiarella per raccontare la vicenda di Naim e Ryan. I due ragazzi sono attratti l'uno dall'altro, ma hanno la sventura di risiedere in una cittadina profondamente religiosa; in particolare, Naim si è trasferito lì da poco dopo la morte del padre, un evento che ha traumatizzato la madre al punto da spingerla a cercare il supporto di una comunità evangelica chiusa, che potesse dare supporto spirituale a lei ed aiutarla a crescere un figlio adolescente. Come spesso accade nell'horror, la madre di Naim è una figura evanescente, lontana dal ragazzo per motivi lavorativi, questo almeno finché non decide di mettere una pezza a ciò che lei percepisce come un problema, un'onta, ovvero l'omosessualità di Naim. Non starò a fare spoiler, anche perché la sceneggiatura non è interessata all'origine dell'entità che arriva a perseguitare Naim e Ryan, né al modo di debellarla (benché, a un certo punto, il film percorra sentieri già battuti in tal senso, ma è una piccola deviazione che dura poco), quanto piuttosto al renderla metafora di un profondo disagio sociale e personale. Adrian Chiarella, attingendo alla propria esperienza personale, mette in scena l'insicurezza e il desiderio, anche e soprattutto sessuale, di due ragazzi che cominciano a conoscere sé stessi e le proprie pulsioni. La reciproca attrazione tra i due protagonisti passa attraverso pochissimi momenti di gioia condivisa e tanti, troppi sguardi scambiati di nascosto, alternati a occhiate terrorizzate verso eventuali testimoni di una relazione "proibita". L'entità incarna sia la gioia di vedere l'altro, di venire toccati e baciati dalla persona più desiderata, ma anche la paura di cosa possa significare questo abbandonarsi completamente alla passione: una violenta morte fisica, perché questo è un horror, ma nella realtà si tradurrebbe in una dipartita "spirituale", troppo spesso causata proprio dalla stessa vittima, costretta a provare disgusto verso le proprie naturali pulsioni e ad indirizzarle verso ciò che la comunità intende come "giusto".

La "cura" rappresentata dall'entità richiama proprio quei centri dove si praticano terapie di riconversione, spesso legate a questo o quel credo religioso. La doppia natura di queste abominevoli terapie viene richiamata dalla contrapposizione di immagini naturali ed urbane presenti nel film. Ambientando Leviticus all'interno di una cittadina industriale, dove abbondano le sequenze che hanno come sfondo fabbriche funzionanti oppure abbandonate, Chiarella sottolinea l'ambiguità di una religione che non può essere divina, ma necessariamente filtrata e gestita dalla volontà umana, che ne applica ricompense e castighi. L'origine della stessa entità, come ho scritto sopra, potrebbe essere legata ad un reale castigo divino, oppure dalla manipolazione di umani che hanno piegato la spiritualità ad una loro concezione distorta, o ancora, potrebbe nascere dalla vergogna e dalla paura delle sue stesse vittime. Le molteplici interpretazioni di questo "castigo" sono parte del fascino di un film complesso, da lasciare decantare per poi guardarlo ancora, più di una volta, anche se Leviticus è molto doloroso, oltre che commovente. Buona parte del merito sta nell'incredibile alchimia che si è venuta a creare tra i due protagonisti, Joe Bird e Stacy Clausen. Non mi ritengo grande esperta di film queer, né ho mai provato un sentimento d'amore o attrazione verso una persona del mio stesso sesso, ma mi è parso, finalmente, di vedere su schermo una delle pochissime relazioni omosessuali in grado di risultare plausibili e naturali, proprio come quelle vere. Naim e Ryan sono dolcissimi nella loro imperfezione, in quei comportamenti umani talvolta deprecabili, in quanto dettati da rabbia e gelosia, ma sono anche incredibilmente sensuali e puri quando si lasciano andare, abbandonandosi all'attrazione, e viene proprio voglia di tifare per loro, augurandogli il meglio per un futuro incerto e plumbeo quanto la luce che accompagna ogni fotogramma del film. Io non so se Leviticus è uno degli horror migliori dell'anno, probabilmente sì. Anche se così non fosse, sono abbastanza certa che Naim e Ryan possano diventare un modello di speranza per ogni persona queer che si sente sola, insicura e abbandonata. Anche per questo, spero che Leviticus venga presto distribuito in Italia, così che possa essere conosciuto ed apprezzato anche qui da noi.

Cast

Di Mia Wasikowska, che interpreta Arlene, ho già parlato QUI.

  • Adrian Chiarella è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Australiano, è anche montatore e produttore.

CURIOSITà

Joe Bird, che interpreta Naim, era il Riley di Talk to Me. Se Leviticus vi è piaciuto, recuperate It Follows. ENJOY!

martedì 11 agosto 2026

Sul tuo cadavere (2026)


Qualche tempo fa ho guardato su Prime Video il film Sul tuo cadavere (Over Your Dead Body), diretto dal regista Jorma Taccone, nonché remake diretto del film The Trip. E siccome dall'uno all'altro cambia davvero poco, per l'occasione ho deciso di scrivere il remake del mio post dedicato al film di Wirkola, quindi non lamentatevi se vi sembra di averlo già letto.

TRAMA

Marito e moglie vanno in una baita isolata per un weekend, ognuno intenzionato a fare la pelle all'altro. Destino vuole, nella baita si nascondono due evasi e la guardia che li ha aiutati a fuggire di prigione, i quali scombineranno non poco i loro piani omicidi...

RECENSIONE

Un uomo e una donna si dichiarano amore eterno di fronte a un fondale posticcio, per poi tirare fuori un telefonino e ricordarsi a vicenda una qualche promozione. Non c’entra una fava col resto del film, a differenza del fine gioco metacinematografico imbastito da Wirkola nell’introduzione di The Trip; è solo per ribadire che Dan, protagonista di Sul tuo cadavere, è il René Ferretti della situazione, un regista fallito sia come artista sia come uomo che, dopo un unico film di successo, è finito a dirigere pubblicità pop-up per internet. Dan, in maniera assai goffa, con chiunque abbia la compiacenza di starlo ad ascoltare si prepara un alibi per l'imminente omicidio della moglie Lisa. L'idea è quella di andare nella baita dell'anziano padre e, con la scusa di una gita in montagna finita male, far fuori la donna, non fosse che, Shyamalan twist... anche Lisa ha accettato la proposta di un weekend in baita solo per fare fuori Dan! Insomma, i due si odiano e non c'è da stupirsi: quella che era nata come una storia d'amore tra artisti (Lisa è un'attrice fallita quanto Dan) è diventata una palude di risentimento, resa ancora più infida e profonda da debiti, tradimenti, bugie, e chi più ne ha più ne metta. Jorma Taccone e gli sceneggiatori Nick Kocher e Brian McElhaney (questi ultimi usciti dritti dalla commedia stile Saturday Night Live) rimettono in scena la rovina di un matrimonio tra due persone estremamente infantili, lui un’ameba che non si occuperebbe nemmeno delle parti più cruente di un eventuale omicidio, lasciandole ad altri perché disgustato dalla vista del sangue, e lei un grosso punto interrogativo, nel senso che l’unica cosa che la caratterizza è un pesantissimo accento aussie che Dan trova assai fastidioso. La situazione di "stallo" si risolve nel momento esatto in cui Dan e Lisa scoprono che la baita è diventata il rifugio di due evasi e una guardia carceraria corrotta e lì, ovviamente, le dinamiche si complicano.

A differenza di The Trip, che veniva definita dai più "commedia horror", Sul tuo cadavere rientra nella definizione di dark comedy. Questo perché l’elemento horror, presente nel film originale dal momento in cui le primissime interazioni con i tre evasi avevano un po’ il sapore del torture porn psicologico e lo stesso veleno che corrode Lars e Lisa offriva il gancio a momenti angoscianti, in Sul tuo cadavere è completamente assente. L’amore tra Dan e Lisa si rinfocola dopo pochissimo tempo, attraverso dialoghi “motivazionali” e strappalacrime, e i tre malviventi sono ancora più caricaturali rispetto ai loro corrispettivi norvegesi. L’aggiunta poi di un elemento femminile nel trio, nel tentativo di costruire un parallelismo tra la tossicità delle due storie “d’amore” presenti nel film, cade abbastanza nel vuoto, forse perché, là dove Timothy Oliphant sembra divertirsi un sacco, Juliette Lewis è ormai la sguaiata  caricatura di sé stessa. Manca, inoltre, l’elemento eversivo ed estremamente godurioso di una furia femminile scagliata contro lo schifo nazista, una rinascita del personaggio maschile che non passi attraverso il completo annullamento della damsel in distress (io amo Samara Weaving ma qui è troppo sottoutilizzata e, da un certo punto in poi, la sua Lisa fa poco o nulla mentre fortunatamente l’ormai irriconoscibile Jason Segel, che parte spaesato e fuori parte, si riprende verso il finale) e la conseguenza di tutto ciò è che anche l’elemento splatter che abbonda nella seconda parte del film risulta una fredda imitazione dell’originale, padre di Dan incluso. Sul tuo cadavere è dunque un film che consiglio a chi non ha mai visto The Trip, che trovate su Netflix, e a chi ama semplificarsi la vita con storie rimasticate per un pubblico americano, prive di qualsiasi ambiguità o elemento scomodo. Se il genere supercazzola sanguinolenta vi piace, vi aspettano due ore di divertimento che non rimpiangerete assolutamente!

CAST

Di Jason Segel (Dan), Samara Weaving (Lisa), Timothy Olyphant (Pete), Juliette Lewis (Allegra), Kumail Nanjiani (Hollywood Dan) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Jorma Taccone è il regista del film. Americano, ha diretto film come Vite da popstar. Anche sceneggiatore, produttore, attore e compositore, ha 49 anni.

CURIOSITÀ

André Eriksen, che nel film originale interpretava Roy, compare nel finale di Sul tuo cadavere come la versione cinematografica di Todd. Se il film vi fosse piaciuto vi invito ovviamente a recuperare The Trip. ENJOY!

venerdì 7 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Dead End - Quella strada nel bosco (2003)


La challenge horror, per questa settimana, chiedeva di guardare un film ambientato durante una festività. Ho così scelto Dead End - Quella strada nel bosco (Dead End), diretto e co-sceneggiato nel 2003 dai registi Jean-Baptiste Andrea Fabrice Canepa.

Trama

Diretta ad una festa di Natale, una famiglia si ritrova bloccata su una strada che si allunga apparentemente all'infinito, e braccata da strane entità...

Dead End è uno di quei film che non avevo mai neppure sentito nominare, e alla fine della visione me ne sono abbastanza dispiaciuta, perché avrebbe avuto tutte le potenzialità per diventare un cult, qualora l'avessi visto 20 anni fa. Guardato oggi, ovviamente, perde l'effetto sorpresa di una soluzione narrativa forse originale all'epoca, ma ormai già vista mille e una volta, però si mantiene molto godibile per il taglio grottesco che è stato dato ai personaggi e alle interazioni tra gli stessi. Il film racconta l'angosciante viaggio della famiglia Harrington (con annesso fidanzato della figlia maggiore) verso la cena di Natale organizzata dai parenti da parte di madre. Durante il tragitto, papà Frank decide, per la prima volta, di prendere una scorciatoia che, purtroppo per tutti, si rivela un'"allungatoia" fatta di boschi e strade interminabili, popolati soltanto da una misteriosa donna in bianco e un'inquietante macchina nera. La famiglia Harrington, lo capiamo fin da subito, è una famiglia disfunzionale con parecchi problemi malamente tenuti a bada, ai quali la madre, Laura, spererebbe di mettere un freno grazie allo spirito natalizio. La situazione sempre più stressante, e il crescente accumularsi di cadaveri, manda in frantumi tutti i buoni propositi di Laura ed esacerba i conflitti già esistenti, rivelando, sotto l'apparente normalità borghese degli Harrington, una manica di nevrotici da primato. Lasciando da parte l'insopportabile figlio adolescente, interessato solo alla droga e alle pippe, e la figlia maggiore alla quale tutti si rivolgono in quanto studiosa di psicologia (!), i pezzi forti del film sono Frank e Laura, i quali si liberano a poco a poco dell'irreprensibile maschera genitoriale per dare sfogo a quanto di imbarazzante e squallido si agita dentro di loro. I risultati della progressiva perdita di controllo di Frank e Laura, incapaci di tenere a bada la situazione e vittime di shock sempre più grandi, sono dialoghi esilaranti che vi lascio il piacere di scoprire e comportamenti estremi che li riducono al rango di bambini spaventati e sciocchi. Questo aspetto di Dead End è assai più interessante di quello horror, che è poca cosa anche in virtù del fatto che Jean-Baptiste Andrea e Fabrice Canepa, pur essendo francesi, mostrano ben poco.

Dead End vive dunque, essenzialmente, delle strepitose interpretazioni di due caratteristi come Ray Wise e Lin Shaye. Il primo si porta dietro l'esperienza twinpeaksiana di uomo sull'orlo di una crisi di nervi, un attimo prima padre amorevole, un attimo dopo pronto a mangiare la faccia di moglie e figli, non solo in senso metaforico. La seconda è perfettamente a suo agio quando il personaggio di Laura abbraccia in toto la follia, senza sottrarsi a situazioni anche scatologiche, o comunque di cattivo gusto, e portandole a casa dignitosamente. Il resto del cast, purtroppo, è formato da cagnacci o poco più, con menzione speciale per lo stupidissimo Richard di Mick Cain, giustamente finito, in seguito, ad ingrossare le fila degli attori di Beautiful. Per quanto riguarda l'horror, Dead End sfrutta al meglio le sue scarne ambientazioni, creando un incubo senza via d'uscita proprio grazie a paesaggi ed elementi ripetuti in loop, con l'aggiunta di qualche dettaglio perturbante come, appunto, la macchina nera, la fantasmatica presenza della donna in bianco, o le carrozzine inopportune che si piazzano in mezzo alla strada. Anche l'idea di ambientare buona parte del film all'interno dell'abitacolo di un'auto non è malvagia, perché Dead End, fin dall'inizio, punta a rendere la cabin fever di un viaggio interminabile una delle cause scatenanti di molte delle scelte sbagliate che condannano i personaggi a una fine pessima. Se l'estetica Y2K ancora legata alla sciatteria degli anni '90 non vi disturba, e cercate un horror con cui farsi anche un paio di risate, Dead End potrebbe non essere una cattiva scelta se, come me, non l'avete mai visto prima. Per quelli che invece lo conoscevano, sarei curiosa di sapere se guardano a questo film con affetto o con disgusto!

 Di Ray Wise (Frank Harrington) e Lin Shaye (Laura Harrington) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Jean-Baptiste Andrea è il co-regista e co-sceneggiatore del film. Francese, ha diretto altri due film, Big Nothing e Brotherhood of Tears. Anche produttore, ha 55 anni.
  • Fabrice Canepa è il co-regista e co-sceneggiatore del film, finora al suo primo ed unico lungometraggio. Francese, ha 51 anni.

SE VI è PIACIUTO...

Se Dead End vi è piaciuto, recuperate Southbound - Autostrada per l'inferno e Identità. ENJOY!

mercoledì 5 agosto 2026

The Turkish Coffee Table (2025)


Avevo giurato che mai più avrei rimesso piede in "quel" salotto, invece qualche giorno fa ho recuperato The Turkish Coffee Table (Cam Sehpa), remake del 2025 di La mesita del comedor, ad opera di Can Evrenol .

Trama

Ibrahim, sposato con una moglie opprimente e diventato da poco padre, si incapriccia di un orrendo tavolino da salotto. Durante il montaggio del mobile apparentemente infrangibile, succede però un terribile incidente...

RECENSIONE

Sarà un bel casino parlare di The Turkish Coffee Table senza fare spoiler sulla trama. Ai tempi della scioccante visione del corrispettivo spagnolo mi era venuto incontro il mini-articolo scritto in occasione del ToHorror, ma se voglio arrivare a due paragrafi sarà dura. Dunque, diciamo che il film viene definito "commedia nera", e io l'ho sempre trovato un eufemismo, in quanto, salvo per i primi cinque minuti ambientati nel negozio di mobili, dovesse scapparvi anche solo che uno sbuffo divertito dal naso il mio consiglio sarebbe quello di recarvi subito al reparto psichiatrico più vicino. The Turkish Coffee Table, così come del resto La mesita del comedor, sono due drammi nerissimi dalla forte componente horror/grottesca, e mettono il protagonista di fronte a un fatto talmente orribile da azzerare all'istante qualsiasi facoltà mentale. Non so se vi è mai capitato di ritrovarvi in una situazione, anche banale, davanti alla quale siete stati soverchiati da una sensazione soffocante di prigionia, causata dalla totale mancanza di soluzioni per uscire da quella determinata situazione; come avere in testa una spada di Damocle, messa lì da qualcosa che avete fatto voi, e che inevitabilmente, presto o tardi, vi colpirà recando con sé non solo dolore, ma anche ignominia. A me, per esempio, sta capitando proprio in questi giorni, ed è qualcosa che ha a che fare con la scomparsa di ogni tipo di immagine dal blog, quindi guardare The Turkish Coffee Table in questo momento della mia vita ha avuto un effetto devastante, tanto che ho finito la visione con un mezzo attacco di panico. Tutto ciò accade perché, come già La mesita del comedor, anche The Turkish Coffee Table si sofferma innanzitutto sulle sensazioni del protagonista, sull'orrore e la disperazione, sulla paura, sul pensiero fisso di un suicidio allo stesso tempo liberatorio e punitivo. Lo spettatore viene messo davanti al fatto compiuto e a tutte le irricevibili "pezze" che il protagonista cerca di mettere, nei rarissimi momenti di lucidità tra uno stato catatonico e uno di pura isteria, e il risultato è un filo che si tende sempre di più nella mente e nello stomaco di chi si trova impossibilitato a staccare gli occhi dallo schermo, scosso dall'attesa di una deflagrazione sempre più imminente. 

Alla situazione di partenza già abbastanza scioccante, sia Evrenol che Casas hanno aggiunto elementi di disturbo, ulteriori "micce" atte a rendere il tutto ancora più arduo, sia per il protagonista che per lo spettatore. C'è da dire che Evrenol ha scelto un approccio non solo più gore, che è quanto mi sarei aspettata da lui (la cinepresa di Casas si fermava appena prima di diventare troppo esplicita, lasciando spazio all'immaginazione, Evrenol sbatte in faccia qualunque cosa, anche la più irricevibile), ma anche più asciutto e rapido, limando un po' di cose qui e là. Ricordo, infatti, che il dramma spagnolo era molto più focalizzato sul prolungato deterioramento mentale di Jesús, cosa che, a tratti, inficiava il ritmo della narrazione, mentre Evrenol va come un treno e, sul finale, cambia tutte le carte in tavola prendendo a schiaffi anche chi conosce il film originale. A proposito del finale, non saprei dire quale sia migliore, così come non saprei dire quale dei due film abbia preferito. Sicuramente, The Turkish Coffee Table è "too much" in tutto, anche per certi toni un po' da soap opera dei dialoghi e di alcune situazioni, oltre che per la sua natura più esplicita, quindi il finale è il perfetto corollario di questa esagerazione e dà proprio l'idea che Dio (più volte nominato) si sia stufato di persone tanto ridicole, eliminandole dall'equazione con una schicchera cumulativa. C'è anche da dire che i fan di Can Evrenol, probabilmente, troveranno The Turkish Coffee Table "moscio" rispetto alle sue solite opere, e in effetti persino io mi sono stupita della sobrietà con la quale ha evitato di rendere un dramma da camera il trionfo dello splatter e dell'ultraviolenza. L'unica cosa di cui sono sicura è che The Turkish Coffee Table, così come La mesita del comedor, sono due film per stomaci fortissimi, due opere zeppe di trigger e contenuti "sensibili" che possono risultare fastidiosi persino raccontati (due miei colleghi ne sono un esempio), figuriamoci visti. Io vi ho avvisati!

CAST

Del regista e sceneggiatore Can Evrenol ho già parlato QUI.  

SE VI è PIACIUTO...

Il film è il remake dello spagnolo The Coffee Table di Caye Casas, che ovviamente vi consiglio di recuperare, se vi è piaciuta la sua versione turca. ENJOY!

martedì 4 agosto 2026

Odissea (2026)


Con un bel po' di ritardo, in quanto trovare biglietti senza prenotarli prima era impossibile anche a Savona, sono riuscita a vedere Odissea (The Odyssey), diretto e sceneggiato dal regista Christopher Nolan a partire, ovviamente, dall'omonimo poema epico di Omero.

Trama

Musa, di quell'uom di multiforme ingegno dimmi che molto errò, poich'ebbe a terra gittate di Ilïòn le sacre torri; che città vide molte, e delle genti l'indol conobbe; che sovr'esso il mare molti dentro del cor sofferse affanni, mentre a guardar la cara vita intende, e i suoi compagni a ricondur...

Recensione

C'è un momento, poco prima dell'ultimo atto del film, in cui mi sono finalmente sentita coinvolta dall'operazione di Nolan, al di là degli ovvi sentimenti di fascinazione, paura, angoscia e curiosità delle due ore e fischia precedenti. Quel momento coincide col flashback di Ulisse, che accompagna il racconto della conquista di Troia, finalmente udito dalla bocca di chi viene ritenuto un eroe, un genio, da chiunque. Davanti ad una Penelope ignara dell'identità del suo interlocutore, Ulisse racconta tutta l'orribile verità della guerra, offrendo a lei e agli spettatori il punto di vista di chi, schiacciato dal piede del più forte, vede i prodi vincitori per quello che sono: barbari, assassini e stupratori. Il colpo di genio tramandato dai canti, l'inganno del cavallo di Troia, è una bassezza che va contro la legge degli dèi e degli uomini, e che sputa in faccia ad ogni idea di correttezza. E' questo il peso che grava sul cuore di Ulisse, che si traduce in tremende vicissitudini atte a tenerlo lontano da casa. Un senso di colpa incarnato dal volto di un'Atena giovanissima, un pungolo che gli avvelena l'animo al punto da temere, per Itaca, un destino simile a quello di Troia, scatenato proprio dalle sue azioni. Non si può non volere bene a questo Ulisse imperfetto e ben lontano da quell'aggettivo, "polìtropo", attribuitogli da Omero. Anzi, per reazione al risultato tremendo del suo ingegno, sembrerebbe che l'Ulisse di Nolan si guardi bene dall'usare l'astuzia. Il protagonista di questa Odissea è dunque un uomo impulsivo ed egoista, testardo nel suo essere fermo su un desiderio di autodeterminazione che non prevede la presenza di divinità impiccione, forse per questo più umano e pronto a concedere il beneficio del dubbio a creature impaurite e sofferenti, come Circe. Certo, il rovescio della medaglia di questa umanità ritrovata è che Ulisse imbrocca una cretinata dietro l'altra, ma accanto a uomini e re connotati come mostri guidati dai loro impulsi più bassi, ci fa la figura del principe. Chi ci fa invece la figura dell'inetto è il povero figliolo Telemaco, surclassato sia dal tostissimo servo cieco Eumeo che da mamma Penelope. In un finale durante il quale Ulisse diventa John Wick, Telemaco fatica a tenere a bada un solo uomo, e riesce a beccarsi persino il cazziatone di una madre che, dopo vent'anni a reggere da sola il trono e tenere a bada i Proci, deve sopportare i piani di un figliolo imberbe intenzionato a diventare re "perché serve un uomo". Penelope è uno dei pochi personaggi femminili che Nolan, nella sua carriera, è riuscito a gestire ottimamente, affiancata da una Circe e una Elena (per non parlare di Clitemnestra) che, nonostante il brevissimo metraggio concesso, si imprimono nella mente dello spettatore come donne complesse, consapevoli del loro potere e dell'orrore di ritrovarsi impotenti davanti a un mondo ormai in rovina, governato dagli istinti di uomini che non solo lo piegano alla loro volontà, ma distorcono l'interpretazione di eventi reali in base alle loro necessità. Un altro personaggio femminile, Calipso, non è stata altrettanto fortunata, messa lì come mero plot device per consentire ad Ulisse di raccontare la sua storia e ricordare a poco a poco, come se la ninfa lo stesse curando da una tremenda forma di PTSD. Sono piccole sfumature che un po' disturbano, così come la fede intermittente di Ulisse verso gli dèi (a volta sembra che ne metta in discussione persino l'esistenza, il che in un universo come quello dell'Odissea è assurdo), ma che non inficiano l'alta qualità del film.

E questo è il momento in cui dovrei smettere di scrivere il post, lo so. Ché io il film non l'ho visto in IMAX, né all'Arcadia di Melzo, né in Inghilterra, e nemmeno in v.o., giusto cielo. Meriterei di fare la fine dei disgraziati masticati da Polifemo, ne sono consapevole, però posso dire che, per quel che si è visto sugli schermi di Savona, Nolan ha fatto un lavoro egregio. Mettendo un attimo da parte il mastodontico lavoro, che definirei commovente, di scenografi e costumisti, nonché il delirio di filmare con le megacineprese IMAX, per non parlare della fotografia nitidissima e dei paesaggi naturali mozzafiato, o dell'incalzante colonna sonora di Ludwig Goransson (che, assieme al sonoro avvolgente, ha messo a dura prova l'impianto savonese), io ho solo una cosa importante da dire. Nolan, Cristo, lo avevo già pensato mentre guardavo Oppenheimer e ora te lo metto giù nero su bianco: REALIZZA. UN. HORROR. Solo questo devi fare. Basta film larger than life, abbraccia senza vergogna la tua vera vocazione! All'interno di Odissea ci sono quattro sequenze che sono dei veri e propri capolavori. Una è quella di Polifemo, dove il ciclope, peraltro orrendo e deforme come pochi, sembra Saturno che divora i suoi figli di Goya. La seconda è quella dei Lestrigoni, angosciante come un horror d'assedio, con i boschi e le lame che non lasciano scampo alcuno ai marinai e quella sensazione di claustrofobia anche a ridosso del mare aperto. La terza, ovviamente, è Circe, un trionfo di effetti speciali artigianali che avrebbero fatto invidia a un body horror anche senza utilizzare nemmeno una goccia di sangue finto. La quarta è la splendida sequenza della discesa nell'Ade, impreziosita da un favoloso contrasto tra il nero dei morti e le sparute fiammelle che guidano Ulisse e i suoi compagni. Non è che le sequenze d'azione, tra cavalli di Troia, razzie di guerra e naufragi non siano meravigliose (contesto solo lo showdown finale di Ulisse. Tremendo, incomprensibile, montato e coreografato in un modo che non rende giustizia a tutto ciò che lo ha preceduto), ma quelle in cui l'atmosfera è la stessa di un horror tout court valgono il prezzo di qualsiasi biglietto. Nolan, te lo ripeto, riflettici. Nel frattempo che lui ci pensa su, io non posso fare altro che unirmi al coro quasi unanime di quanti si sperticano a consigliare Odissea. Andatelo a vedere, godetevelo nel cinema più bello che potete, non aspettate lo streaming e sopportate le sale gremite, perché vi posso assicurare che non sentirete volare una mosca e quelle tre ore vi sembreranno tre minuti. E questa è una cosa che MAI mi sarei aspettata da Nolan!

Cast

Del regista e sceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato QUI. Matt Damon (Ulisse), Robert Pattinson (Antinoo), Corey Hawkins (Polibo),Tom Holland (Telemaco), Elliot Page (Sinone), Shiloh Fernandez (primo troiano), Anne Hathaway (Penelope), John Leguizamo (Eumeo), Mia Goth (Melanto), Benny Safdie (Agamennone), Himesh Patel (Euriloco), Logan Marshall-Green (Melantio), Charlize Theron (Calipso), Zendaya (Atena), Jon Bernthal (Menelao), Bill Irwin (Ciclope), Lupita Nyong'o (Elena/Clitemnestra), Samantha Morton (Circe) li trovate invece ai rispettivi link.

Curiosità

Christopher Nolan avrebbe dovuto dirigere il film Troy ma aveva abbandonato il progetto in favore di Batman Begins. A Robert Downey Jr. era stato invece offerto il ruolo di Poseidone, quando ancora il film prevedeva la presenza di altri dèi, ma l'attore ha rinunciato per partecipare ad Avengers: Doomsday. ENJOY!

venerdì 31 luglio 2026

Bolla Loves Bruno: La colazione dei campioni (1999)



Torna l'appuntamento salterino con Bolla Loves Bruno! Oggi tocca ad un film che avevo sentito nominare parecchio all'epoca, senza mai riuscire a trovarlo, ovvero La colazione dei campioni (Breakfast of Champions), diretto e co-sceneggiato dal regista Alan Rudolph nel 1999, a partire dal romanzo omonimo di Kurt Vonnegut.

Trama 

Dwayne Hoover, stimatissimo proprietario di una concessionaria di auto, comincia a perdere il contatto con la realtà, proprio quando lo scrittore fallito Kilgore Trout viene chiamato nella città in cui vive Dwayne per essere insignito di un premio...

Recensione

Dopo il successo di Armageddon, la carriera di Bruce Willis era di nuovo ad uno stallo, fatto di fallimenti commerciali, film non particolarmente apprezzati dalla critica ed esperimenti autoriali nei quali, palesemente, il nostro cercava di liberarsi del cliché del rude eroe urbano, con successo altalenante. La colazione dei campioni è un mix di tutte queste tendenze, un rischioso passo falso da cui Willis è stato salvato grazie a M. Night Shyamalan e al suo Il sesto senso, che ha restituito all'attore tutta la dignità di un artista in grado di caricarsi sulle spalle ruoli drammatici che richiedono un atteggiamento dimesso e riflessivo. Qui, purtroppo, Alan Rudolph (che già aveva collaborato con Willis nel pregevole L'ombra del testimone) ha scelto di dare maggior risalto all'apparenza, invece che alla sostanza e, ancora peggio, ha provato a dare un senso al romanzo La colazione dei campioni di Kurt Vonnegut. Ora, io non ho mai letto l'opera in questione, ma mi immagino che non sia facile né da leggere né da interpretare, un delirio di satira e critica sociale intrecciata, senza soluzione di continuità, ad aspetti metaletterari. L'adattamento cinematografico, definito dallo stesso Vonnegut "painful to watch", si affida quasi interamente all'overacting del cast e a tutta una serie di artifici registici atti a restituire le percezioni allucinate di Dwayne Hoover, uomo che sta lentamente impazzendo e pensa quotidianamente al suicidio. Il motivo per cui Hoover sia ridotto in questo stato viene vagamente attribuito ad un senso di estraneità rispetto alla vita e al mondo, una conseguente diffidenza verso tutte le persone che lo popolano, una progressiva perdita dell'identità, esacerbata dal bombardamento mediatico che vede "la maschera" da venditore di Hoover moltiplicata all'infinito, all'interno di pubblicità televisive, cartelloni, cartonati, ecc. Ciò che rende confuso e superficiale La colazione dei campioni, però, non è tanto la discesa nella follia di Hoover e tutte le circostanze che portano lo scrittore Kilgore Trout ad incrociare il suo cammino, quanto la presenza di una serie di personaggi secondari altrettanto nevrotici e folli che sembrano messi lì solo per fare casino, tratteggiati in maniera troppo superficiale perché allo spettatore possa importare qualcosa di loro.

Salvo forse Kilgore Trout e Harry Le Sabre, socio di Hoover terrorizzato che le persone scoprano il suo amore per il cross-dressing, gli altri personaggi sono insipidi e poco delineati, soprattutto i membri della famiglia di Dwayne; il figlio Bunny è un'aspirante performer di piano bar che vive in un bunker e la moglie Celia è un matta impasticcata che passa le giornate davanti alla TV, incapace di distinguere realtà da finzione, ma cosa apportino queste loro caratteristiche allo sviluppo della trama è qualcosa che devo capire ancora adesso. La superficialità dei personaggi secondari è ulteriormente aggravata dalla loro quantità spropositata e dal conseguente utilizzo di una miriade di cammei eccellenti, che danno proprio l'idea di una bieca scelta commerciale atta a dare prestigio al film (col senno di poi, credo che molti attori si siano pentiti di avere partecipato a questa schifezzuola). In tutto questo, Bruce Willis si impegna a dare vita ad un uomo terrorizzato e folle, al quale viene richiesto non solo di essere all'altezza della sua immagine pubblica, ma di donare un sorriso e una parola di speranza a tutti quelli che lo riconoscono per strada e pretendono da lui chissà quali "miracoli", fosse anche solo condividere un po' del suo apparente successo con loro. La discesa nella follia di Dwayne Hoover è una delle cose più credibili ed inquietanti del film, che purtroppo è invecchiato malissimo anche a livello estetico. Pur essendo stato girato nel 1999, La colazione dei campioni è squallido e sciatto per quanto riguarda la fotografia e le scenografie e i pochi effetti speciali utilizzati da Rudolph (probabilmente per emulare la presenza di illustrazioni "esplicative" realizzate da Vonnegut all'interno del romanzo) rendono il tutto più caotico, ma non in senso buono, né visionario. La sensazione che lascia La colazione dei campioni dopo la visione è quella di un film che, nelle mani di un regista più affine a Vonnegut, sarebbe potuto diventare un'opera interessante ma, così, è semplicemente una trasposizione confusa che non coinvolge il pubblico nemmeno per un istante; la mia speranza, sul finale, era che il fantomatico Creatore dell'Universo arrivasse a fare piazza pulita dell'irritante cittadina di provincia in cui è ambientata la storia, facendola saltare in aria con tutti i suoi abitanti. Se volete tentare l'esperienza, mentre sto scrivendo il post potete trovare La colazione dei campioni su Plex, in v.o. senza sottotitoli. Vi dico solo: auguri!

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Alan Rudolph ho già parlato QUI. Bruce Willis (Dwayne Hoover), Albert Finney (Kilgore Trout), Nick Nolte (Harry Le Sabre), Barbara Hershey (Celia Hoover), Glenne Headly (Francine Pefko), Lukas Haas (George 'Bunny' Hoover), Will Patton (Moe il camionista), Owen Wilson (Monte Rapid), Shawnee Smith (Bonnie MacMahon) e Michael Clarke Duncan (Eli) li trovate invece ai rispettivi link.

  • Omar Epps interpreta Wayne Hoobler. Americano, ha partecipato a film come Scream 2, Brother e a serie quali E.R. Medici in prima linea e Dr. House. Anche produttore e sceneggiatore, ha 53 anni.
  • Michael Jai White interpreta Howell. Americano, ha partecipato a film come The Toxic Avenger Part II, The Toxic Avenger Part III: The Last Temptation of Toxie, Tartarughe Ninja II - Il segreto di Ooze, Sfida tra i ghiacci, Spawn, Il cavaliere oscuro, Dragged Across Concrete, e a serie quali Bayside School, Renegade, CSI: Miami. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 59 anni.

Curiosità

Ken Hudson Campbell, che interpreta Eliot Rosewater/Gilbert, era nel cast di Armageddon come molti altri attori di Breakfast of Champions, e impersonava Max. Nel film compaiono anche due figlie d'arte, ovvero Alison Eastwood nei panni di Maria Maritimo e Scout Willis, in quelli di una ragazzina. Nel 1975, a seguito del successo di Nashville, Dino De Laurentis aveva proposto a Robert Altman di girare un adattamento del romanzo di Kurt Vonnegut (che qui compare nei panni del regista degli spot), con Peter Falk come Hoover ed Alice Cooper come suo figlio Bunny, ma dopo il flop commerciale di Buffalo Bill e gli indiani il progetto è rimasto nel limbo. Se La colazione dei campioni vi fosse piaciuto, recuperate Paura e delirio a Las Vegas, Vizio di forma e Il grande Lebowski, tutti riusciti molto meglio! ENJOY!



mercoledì 29 luglio 2026

Find Your Friends (2025)


Era uscito su Shudder qualche tempo fa, ma solo in questi giorni sono riuscita a recuperare Find Your Friends, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Izabel Pakzad.

TRAMA

Dopo essere state cacciate da un party su uno yacht, un gruppo di amiche vanno in vacanza nelle zone di Joshua Tree. Lì vengono importunate da un terzetto di locali, i cui intenti si fanno sempre più pericolosi...

RECENSIONE

Sono forse troppo vecchia per queste stronzate? Sicuramente sì, e "stronzata" non è comunque il termine che applicherei a questo film, per motivi che spiegherò, ma ciò non toglie che Find Your Friends non sia stato assolutamente la mia cup of tea a causa di un'antipatia totale verso tutti i personaggi coinvolti. L'antipatia, ribadisco, probabilmente deriva da cause prettamente anagrafiche. In tutta onestà, sorbirmi un'ora e fischia di twentysomething sballate, ubriache come degli irlandesi, sceme come dei tacchi e circondate da bonobi sbavanti ancora più sballati, ubriachi, scemi ed arrapati, ha messo in crisi tutta l'empatia che avrei dovuto ragionevolmente provare per quello che, di fatto, è un rape and revenge. Prima di venire crocefissa: sono donna, sono stata giovane e scema anche io. Guardando Find Your Friends mi è venuto lo stesso maledetto nervoso di quando, in mezzo a persone sconosciute, in un luogo sconosciuto e potenzialmente pericoloso, magari in vacanza, qualche mia amica (fortunatamente poche) si riduceva talmente a merda da accettare di appartarsi col primo streppone scappato di casa, costringere le altre a subire la compagnia di altrettanti strepponi scappati di casa per non lasciarla sola o, ancora peggio, sparire per ore senza nemmeno rispondere al telefono facendo morire di preoccupazione le altre ed impedendo loro di poter tornare a casa. Ecco, salvo Amber, la protagonista, che pure si sballa come se non avesse un domani, le sue allegre compagne sono tutte così, egoiste di merda sempre in cerca di alcol, droga e belino, e pazienza se la loro amica ha subito un trauma tremendo, l'importante è che detta amica non faccia la pesantona, rovinando la festa a tutte. Alla faccia della cringissima cerimonia "love on you", dove le protagoniste di Find Your Friends si augurano il sicuro meglio per un futuro radioso, quando arriva il momento di sostenere Amber ecco che il "love" sparisce, tornando solo quando le imbecillissime scelte di vita delle cinque grazie le costringono ad affrontare conseguenze estreme. A prescindere da tutto ciò, è PALESE che le cinque sgallettate non meritino ciò che accade loro nel film, però trovo anche scorretto che Izabel Pakzad, regista e sceneggiatrice, mi costringa, in almeno un paio di occasioni, a pensare "Però te la sei cercata, stella mia!", e a vergognarmi neanche fossi un giancazzo qualsiasi. Perché va bene che "girls just want to have fun", ma porca puttana, il minimo che ti si chiede è stare lontana dalle red flag palesi.


Find Your Friends
non è dunque ascrivibile al novero delle "stronzate" perché costringe lo spettatore a stare scomodo sulla poltrona, con i suoi pensieri non sempre limpidi, e se vogliamo posso anche concedere alla Pakzad l'abilità di approfondire almeno la personalità di Amber, e conseguentemente, in parte, delle altre ragazze, dando una giustificazione più filosofica della loro idea di divertimento, qualcosa che vada al di là di "siamo delle oche decerebrate". Il punto è che Find Your Friends, per quanto mi riguarda, non racconta nulla che altri rape and revenge non abbiano fatto meglio; l'unico aspetto che distingue il film da altre opere simili è la mancanza di catarsi sul finale, che priva lo spettatore anche del gusto di una violenza vendicativa, poiché lascia le protagoniste sole, con l'unica certezza di avere fallito nell'unica cosa che conta nella vita, ovvero proteggere gli amici, più che affidarsi ad una app per "trovarli" quando sono lontani. Per il resto, Find Your Friends è molto ben fatto. Mi pare che, nei titoli di coda, Izabel Pakzad ringrazi Gaspar Noé, al quale sicuramente si è ispirata nelle molteplici scene in cui le protagoniste sono perse nei loro deliri indotti da alcol e droga, immerse in luoghi saturi di corpi sudati che si muovono al ritmo di una musica martellante. Le stesse protagoniste sono brave, in particolare Helena Howard, affiatate tra loro e verosimili nel loro appartenere ad una generazione che ha fatto del nulla cosmico la sua bandiera; è stato fatto anche un ottimo lavoro di casting per quanto riguarda i personaggi maschili, due dei quali affidati ad attori sicuramente belli e, soprattutto, capaci di tirare fuori l'aspetto viscido dell'uomo consapevole del suo aspetto e disabituato a vedersi rifiutato. Per tutti questi motivi, non mi sento quindi di sconsigliare Find Your Friends solo perché ho preso in odio totale le protagoniste e i loro modi di fare. Magari, se chi legge questo post è meno anziano e più indulgente di me, lo adorerà, chissà!  

CAST

Di Bella Thorne, che interpreta Lavinia, ho già parlato QUI.

Curiosità

Helena Howard, che interpreta Amber, era la Isabel di I Saw the TV Glow. Se Find Your Friends vi fosse piaciuto, recuperate Revenge. ENJOY!

martedì 28 luglio 2026

Ricchi... da morire - Delitti in famiglia (2026)


Qualche settimana fa ho recuperato anche Ricchi... da morire - Delitti in famiglia (How to Make a Killing), diretto e co-sceneggiato dal regista John Patton Ford.

Trama: Becket si ritrova orfano dopo che la madre, disconosciuta dalla facoltosa famiglia, muore di malattia senza che i suoi parenti muovano un dito per aiutarla a coprire le spese mediche. Destinato comunque ad ereditare l'immenso patrimonio familiare alla morte degli altri discendenti, Becket decide di non aspettare e di accelerarne la dipartita...

Ho deciso di tornare a fare un po' come quando ero ragazzina, e guardare i film anche per la presenza di determinati interpreti. Spinta da questa risoluzione, ho recuperato Ricchi da morire perché nel cast figuravano Margaret Qualley, che ormai adoro, e Ed Harris, che è sempre un piacere vedere sullo schermo. Glen Powell, invece, mi suscita sentimenti contrastanti. Per me lui è il Chad di Scream Queen e per questo gli vorrò sempre bene, ma mi pare che lo stiano utilizzando per riempire il vuoto incolmabile lasciato da Bruce Willis, alternando ruoli action in cui è necessario il suo fisico di tutto rispetto a commedie in cui gli viene richiesto savoir faire, un'aria piaciona e una moralità borderline le quali, purtroppo, evidenziano tutti i limiti della sua gamma espressiva, cosa che non accadeva a Bruno. Anche questo Ricchi da morire rientra nella categoria, ed è lontano dall'essere memorabile non solo per quella faccetta un po' di gomma che si ritrova l'attore, ma anche perché la struttura della trama dà l'idea di una cosa concepita più per una miniserie che per un film. Becket è figlio di una rampolla dell'alta società, la quale decide di andare contro il volere paterno e tenere il bambino, venendo così ripudiata. Rimasti senza un soldo, Becket e la madre tirano avanti finché quest'ultima non muore per malattia. Consapevole di essere l'erede ultimo dell'intera fortuna dei Redfellow, Becket decide di prendere il proprio destino tra le mani e di eliminare sistematicamente tutti i familiari che lo precedono senza aspettare una morte naturale. Ricchi da morire è un intero, lungo flashback raccontato da Becket a un prete il giorno prima dell'esecuzione capitale, quindi il "gioco" del film è capire come e quando, oppure a causa di chi, l'uomo ha compiuto un passo falso fatale. Tra un omicidio e l'altro, troppo breve e ai danni di personaggi troppo superficiali per essere davvero interessanti, Ricchi da morire porta avanti una riflessione sulla moralità delle persone (affidato ad un lungo monologo/spiegone di Ed Harris) e su cosa sia la reale ricchezza, visto che a un certo punto Becket si ritrova tra le mani, prima ancora di raggiungere il suo obiettivo ultimo, uno stile di vita invidiabile.

E' anche questo il motivo per cui dico che Ricchi da morire sarebbe stato meglio come miniserie. C'è, infatti, questa trama "orizzontale" di sviluppo del personaggio di Becket, il quale scopre amore e amicizia espandendo quel microcosmo snob al quale la madre, pur priva di denaro, lo aveva relegato, e poi ci sarebbe un "murder of the week", che porta Becket sempre più vicino alla realizzazione dei suoi piani. Spalmare la vicenda all'interno di una miniserie avrebbe dato più sostanza anche al personaggio di Julia, che qui risulta semplicemente una matta umorale, e avrebbe consentito un finale meno frettoloso e riuscito. E' palese, e anche comprensibile, che i realizzatori puntassero ad un effetto shock, ma la vera dannazione morale di Becket sarebbe stata molto più efficace con un ultimo omicidio (d'altronde, è anche vero che il protagonista non risulta inquietante proprio perché le sue vittime sono molto più deprecabili di lui) eseguito per cieca vendetta, non con un'accettazione passiva degli eventi, con moraletta finale annessa. Ricchi da morire è dunque un film destinato a passare e a non lasciare ricordo di sé e ciò inficia anche l'interpretazione della Qualley la quale, dopo meno di una decina di film "importanti", risulta già la caricatura di sé stessa, relegata nel typecasting di donna affascinante e pericolosa con istinti da dominatrice. Niente di male, ci mancherebbe, anche perché la ragazza è sempre bellissima e, in questo caso, ha anche la fortuna di indossare degli splendidi abiti Chanel, ma la speranza è quella che le vengano affidati ruoli un po' più originali e di spessore, in futuro. Ciò detto, Ricchi da morire è un film perfetto per il mercato dello streaming, quindi non disperatevi se non lo trovate più programmato nei cinema e aspettate con fiducia che esca su qualche piattaforma, se proprio avete voglia di guardarlo.  

venerdì 24 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Gli invasati (1963)


Il tema della challenge settimanale era "domestic horror". Anche per festeggiare l'uscita del libro Confetti, dell'adorabile Marika, ho deciso di riguardare Gli invasati (The Haunting), diretto nel 1963 dal regista Robert Wise e tratto dal romanzo L'incubo di Hill House di Shirley Jackson.

Trama

L'antropologo John Markway decide di studiare Hill House, una casa definita malvagia, possibile teatro di mortiferi eventi sovrannaturali. Per fare ciò, contatta Eleanor e Theo, due donne dotate di percezioni extrasensoriali più acute del normale, e le invita a passare alcuni giorni con lui e l'erede dei Sannerson all'interno della villa. Hill House, però, sembra essere attratta principalmente da Eleanor...


Recensione

Non riguardavo Gli invasati (mamma, che titolo orrendo!) da 20 anni e, all'epoca, lo avevo recuperato perché una delle sue scene era stata definita, forse su Ciak, come una delle più spaventose all'interno di un horror. Sto parlando, ovviamente, di quella in cui la porta della sala da pranzo respira, verso il finale del film, un'immagine che ancora oggi, dopo più di 60 anni dall'uscita de Gli invasati, fa accapponare la pelle, pur non essendo l'unica degna di nota all'interno del film. Purtroppo, siccome non rileggo L'incubo di Hill House da tantissimo tempo, non riuscirò a fare un confronto tra romanzo e film, che mi pare siano sostanzialmente molto simili, quindi mi limiterò a fingere di non conoscere la fonte letteraria de Gli invasati e di non avere mai visto prima l'opera di Robert Wise. Al film calza alla perfezione la definizione di horror psicologico, oltre che di gotico avente per protagonista una casa infestata. Se l'introduzione, infatti, si concentra sulla malvagità di Hill House e sul tragico destino accorso a tutti i suoi abitanti, a partire dalla sua costruzione, in seguito il film si focalizza (come del resto la casa) su Eleanor, donna nevrotica e sensibile, vittima di un triste passato di soprusi familiari. La voce fuori campo di Eleanor apre la mente della protagonista allo spettatore, il quale viene travolto dal doloroso desiderio della donna di "appartenere" a qualcosa, di essere attesa e desiderata, di poter finalmente ambire ad un futuro di libertà e pienezza. La disperazione di Eleanor la rende cieca di fronte alle vibrazioni oscure di Hill House, da lei percepite fin dall'arrivo; a dispetto dell'istintiva paura verso la villa, voltare le spalle all'oscurità significherebbe tornare in seno a una famiglia che la considera poco più di una stupida servetta nevrastenica, venire meno alla fiducia che il fascinoso Dr. Markway ha riposto nei suoi confronti, insomma rinunciare a qualunque cosa la renda unica e necessaria. Eleanor, con tutte le sue paure e il senso di colpa per la morte della madre, è il bersaglio perfetto per Hill House, che fa leva proprio sull'inconscio della donna per frantumarlo al punto da farle perdere il contatto con la realtà. E' indubbio che all'interno di Hill House vi sia "qualcosa", ma il film è costruito in modo da impedire, sia allo spettatore che ai protagonisti, di capire quanto sia causato da veri fenomeni paranormali e quanto, invece, sia frutto della mente allo sbando di Eleanor, la quale perde progressivamente lucidità e autocontrollo.

Eleanor potrebbe trovare un'ancora di salvezza in Theo, libera e disnibita, oltre che incredibilmente acuta, ma il loro rapporto inizialmente amichevole e fraterno si deteriora per tutta una serie di motivi, tra i quali la gelosia di Theo (la cui omosessualità è stata "ammorbidita" dalla sceneggiatura ma è comunque palese) e il suo carattere volitivo, che porta Eleanor ad istintivi moti di ribellione per non farsi sottomettere e tornare alla sua condizione precedente. Man mano che il film prosegue, nonostante l'interesse di Markway, Eleanor rimane sempre più isolata e imprigionata negli oscuri intrighi di Hill House, e questa sua progressiva solitudine viene enfatizzata da una regia che, fin dall'inizio, mira a rendere la villa terribilmente claustrofobica e "sbagliata". La sceneggiatura ha tagliato quasi tutte le scene in esterno, presenti nel romanzo (tranne lo scioccante finale), così da rendere la casa ancor più protagonista, un mostro che inghiotte quanti sono così sventurati o incauti da avvicinarsi. La maggior parte del film è stata inoltre girata con obiettivi grandangolari, così da dare un'innaturale curvatura alle mura di Hill House, e l'impressione che i personaggi siano osservati oppure persi all'interno delle mura è fornita dalle inquadrature sghembe e dall'ampio utilizzo di un POV soggettivo che portano lo spettatore a chiedersi da dove arriverà l'orrore tanto temuto. Per veicolare un senso di terrore pur mantenendo il mistero della casa, Wise ha inoltre scelto di affidarsi al sonoro; quasi tutte le manifestazioni del sovrannaturale consistono in colpi assordanti, pianti, bisbigli e risate, il che, in una villa in stile rococò, zeppa di statue, stucchi, porte, specchi e corridoi, porta a guardare con sospetto qualsiasi elemento architettonico potenzialmente semovente, effetto ulteriormente accentuato dall'utilizzo di un bianco e nero fatto di ombre profondissime e luci abbacinanti. Quello che colpisce soprattutto de Gli invasati, però, è quanto sia moderno ed originale ancora oggi, sia per la messinscena che per i temi trattati. Merito, ovviamente, del materiale di partenza, ma anche della sensibilità con cui ne è stata maneggiata la complessità, adattandola al mezzo cinematografico senza snaturarla, consegnando allo spettatore la terrificante, attualissima discesa nella follia di un animo fragile e sensibile. Se non avete mai visto Gli invasati, vi consiglio di recuperarlo appena possibile!

Cast

  • Robert Wise è il regista del film. Americano, ha diretto film come La jena: L'uomo di mezzanotte, Ultimatum alla Terra, West Side Story (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior regista), Tutti insieme appassionatamente (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior regista), Audrey Rose e Star Trek. Anche produttore, attore e montatore, è morto nel 2005, all'età di 91 anni. 
  • Russ Tamblyn interpreta Luke Sannerson. Indimenticabile Dr. Jacobi della serie Twin Peaks, ha partecipato a film come 7 spose per 7 fratelli, I peccatori di Peyton, West Side Story, Drive, Django Unchained e ad altre serie quali Saranno famosi e Hill House. Anche sceneggiatore, ha 82 anni.

Curiosità

Richard Johnson, che interpreta il Dr. John Markway, negli anni '70 si è dato all'horror italiano e ai B-Movies, figurando nel cast di film come Zombie 2, L'isola degli uomini pesce, Chi sei? e Il medaglione insanguinato, tutte cose perfette da recuperare d'estate! De Gli invasati esiste un remake del 1999, Haunting - Presenze, mentre il capolavoro di Flanagan, Hill House, è una rilettura del romanzo di Shirley Jackson; vi consiglio, ovviamente, di recuperare questa splendida serie e aggiungere Ballata macabra. ENJOY!


mercoledì 22 luglio 2026

Il Bollalmanacco On Demand: Buon compleanno Mr. Grape (1993)


Oggi torna il Bollalmanacco on Demand con una richiesta di Lory! Il film di oggi è Buon compleanno Mr. Grape (What's Eating Gilbert Grape), diretto dal regista Lasse Hallström e tratto dal romanzo omonimo di Peter Hedges, anche sceneggiatore. Il prossimo film On Demand sarà The Square. ENJOY!

TRAMA

Gilbert vive assieme al fratello Arnie, affetto da una grave disabilità intellettiva, alle due sorelle e alla madre, la quale dopo il suicidio del marito si è lasciata andare diventando talmente obesa da non potersi muovere dal divano. I suo giorni passati ad accudire i familiari scorrono lenti e privi di stimoli, finché nella sonnolenta cittadina dove vive arrivano Becky e la nonna, due nomadi che girano l'America in camper...

RECENSIONE

Buon compleanno Mr. Grape era uno di quei film che, all'epoca, avevano guardato praticamente tutti quelli che conoscevo, e che io avevo invece volutamente evitato per un unico, importantissimo motivo: detestavo Leonardo DiCaprio, universalmente acclamato come un gran figo, e quella sua faccetta da coglioncello imberbe. Poco m'importava che in Buon compleanno Mr. Grape il suo ruolo fosse quello di un ragazzino con problemi intellettivi e che il film non avesse a che fare con sdolcinate storie d'amore, DiCaprio mi stava sulle balle quindi via, camminare. Adesso, per contro, non sopporto Johnny Depp, che all'epoca era uno dei miei attori preferiti, mentre invece adoro DiCaprio, quindi diciamo che, se da una parte vedere Buon compleanno Mr. Grape mi ha portata a pentirmi di avere sempre snobbato un'interpretazione di DiCaprio a dir poco allucinante, dall'altra ho provato fastidio ad ogni apparizione di Depp. Il problema è che il titolo italiano del film, orribile sotto ogni punto di vista, darebbe a intendere che il protagonista sia Arnie, invece la trama si concentra, come da titolo originale, su Gilbert e su quello che lo rode, che lo disturba al punto da dare l'impressione di essere una sorta di "passeggero" della vita, apatico ed inespressivo. Ne ha ben donde, poveraccio. Gilbert è il figlio maggiore (in realtà ce ne sarebbe un altro ma ha preferito la vita militare) della famiglia Grape e, come tale, è costretto a prendersi cura di due sorelle, una madre che è ormai diventata talmente grassa da non potersi più muovere, e di un fratellino, Arnie, con gravi disabilità intellettive. La trama del film è interamente incentrata su un soffocante senso di immobilità e prigionia, che sia o meno volontaria. La madre di Gilbert, dopo il suicidio del marito, si è imprigionata all'interno di un corpo informe, diventando l'insano pilastro attorno al quale ruotano le abitudini quotidiane della famiglia. La sorella maggiore di Gilbert, giocoforza, è stata costretta ad assumere il ruolo di "donna di casa", la sorella minore, pur andando ancora al liceo, lavora per aiutare con le spese, e Gilbert, oltre a lavorare, è stato eletto a "guardiano" del fratellino disabile. Le responsabilità nei confronti della famiglia, assieme al trauma mai superato per il suicidio del padre e alla sostanziale immobilità della cittadina di provincia in cui vive, hanno fatto di Gilbert un ragazzo taciturno ed introverso, vittima di una routine soffocante ed incapace di guardare al futuro.

Paradossalmente, prima dell'arrivo della nomade Becky, è proprio l'imprevedibilità delle azioni di Arnie, per quanto radicate anch'esse in una sorta di routine, a rappresentare l'unico diversivo all'interno di una cittadina ormai morta. Arnie dice quello che gli passa per la mente, vuole salire "in alto", anela ad una commovente libertà che non può esprimere a parole, ed è anche per questo che Gilbert prova, verso il fratello, un complesso mix di amore e odio: c'è ovviamente l'angoscia di percepirlo come una zavorra che non gli impedirà mai di prendere il largo (e lo stesso vale per la madre, che zavorra lo è anche fisicamente) ma c'è anche l'invidia di vederlo ancora innocente, sgravato da qualsiasi responsabilità, questo nonostante la consapevolezza della tragedia della condizione di Arnie. Per tutto il film, Gilbert tenta di affrancarsi dalle catene che lo legano, ma sono minuscole ribellioni che non portano a nulla e che gli arrecano ancora più dolore, perché è la sua visione del mondo ad essere ristretta ed immutabile; è l'incontro con Becky a consentirgli di guardare le cose da un altro punto di vista, perché la ragazza prende la vita così com'è, senza pregiudizi, accettandola e vivendola appieno sia nel bene che nel male. Lasse Hallström, vero maestro quando si tratta di portare sullo schermo le assurdità della vita di provincia, crea non solo un microcosmo fatto di negozietti e tavole calde dove tutti si conoscono, ma fa della casa di Gilbert una metafora del suo stesso tormento interiore; un edificio costantemente bisognoso di riparazioni, all'interno del quale il tempo si è fermato a quando la famiglia era unita e felice, e dove tutto è stato riorganizzato attorno alla gigantesca mole di Mrs. Grape, insomma una prigione se mai ne è esistita una. Johnny Depp, con un'improbabile tinta rossiccia, attraversa il film sempre con la stessa espressione e, proprio per questo, veicola l'immagine calzantissima di un ragazzo morto dentro, privo di speranze e desideri salvo qualche blando prurito sessuale giusto per salvarsi dalla noia. La sua è un'interpretazione commovente, soprattutto quando viene enfatizzata dall'interazione con DiCaprio, il quale dà l'illusione perfetta di avere davvero dei problemi mentali. I suoi tic, lo sguardo sfuggente, le risate improvvise e la disperazione altrettanto repentina, l'intero linguaggio corporeo dell'attore è la prova di uno studio che va al di là della mera imitazione, ma che parte dal rispetto e dalla comprensione di chi si trova in quelle stesse condizioni. E se quella di DiCaprio è una mimesi perfetta, l'aspetto più tragico del film è la realtà della fisicità di Darlene Cates, la quale ha avuto un declino fisico e mentale assai simile a quello di Mrs. Grape, il che rende ogni sua scena ancora più dolorosa e commovente. In sostanza, ho aspettato più di 30 anni per recuperare Buon compleanno Mr. Grape ma adesso sono molto contenta che Lory me lo abbia chiesto. D'altronde, sospettavo mi sarebbe piaciuto, perché il Lasse Hallström degli anni '90 e degli inizi del nuovo millennio era uno dei miei registi preferiti!

CAST

Johnny Depp (Gilbert Grape), Leonardo DiCaprio (Arnie Grape), Juliette Lewis (Becky), Mary Steenburgen (Betty Carver), Laura Harrington (Amy Grape), John C. Reilly (Tucker Van Dyke) e Crispin Glover (Bobby McBurney) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Lasse Hallström (vero nome Lars Sven Hallström) è il regista del film. Svedese, ha diretto film come Qualcosa di cui... sparlare, Le regole della casa del sidro, Chocolat, The Shipping News - Ombre dal profondo e Hachiko - Il tuo migliore amico. Anche sceneggiatore, montatore, produttore e attore, ha 80 anni. 
  • Kevin Tighe (vero nome Jon Kevin Fishburn) interpreta Mr. Carver. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto a 4 zampe, Ancora 48 ore, Mumford, San Valentino di sangue, Una battaglia dopo l'altra e a serie quali Squadra emergenza, Love Boat, La signora in giallo, I racconti della cripta, E.R. Medici in prima linea, Oltre i limiti, Rose Red, The 4400, Numb3rs e Lost. Anche regista e sceneggiatore, ha 82 anni.

CURIOSITÀ

Leonardo DiCaprio, all'epoca delle riprese nemmeno ventenne, era stato nominato all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, perso contro Tommy Lee Jones per Il fuggitivo. Se Buon compleanno Mr. Grape vi fosse piaciuto recuperate Rain Man, Le regole della casa del sidro e Little Miss Sunshine. ENJOY!