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venerdì 9 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 9: La torre del male (1972)


La Nuovi Incubi Halloween Challenge oggi si incrocia con la mia Horror Challenge annuale. Il tema odierno della prima era Isole, Porti, Spiagge, il tema settimanale della seconda era Protoslasher. E' uscito così La torre del male (Tower of Evil, anche conosciuto come Horror on Snape Island e Beyond the Fog), diretto e sceneggiato nel 1972 dal regista Jim O'Connolly.

Trama

Dei ragazzi vengono uccisi su Snape Island. L'unica sopravvissuta è accusata di omicidio plurimo ma il consulente della famiglia decide di andare sull'isola ad indagare, assieme a un gruppo di archeologi convinti che lì si nasconda un tesoro fenicio...

Recensione

La torre del male (conosciuto in Italia anche col meraviglioso titolo Perché il dio fenicio continua a uccidere?) è uno di quei film che parte benissimo e poi si sgonfia, tanto che verso la fine ho faticato a rimanere sveglia. Diciamo, anzi, che parte a bomba: soltanto nei primi 5 minuti ci sono tre cadaveri, di cui due decapitati, e un efferato omicidio all'arma bianca. In realtà, se La torre del male avesse continuato ad essere la ricostruzione di quanto accaduto a quattro ragazzi che, una sera, hanno deciso di usare il faro di un'isola sperduta come nido d'amore, forse avrebbe avuto tutt'altro genere di impatto, in quanto la narrazione, nella prima metà del film, è affidata alle allucinazioni di una ragazza in stato catatonico. La natura inaffidabile della narratrice, unica sopravvissuta accusata di omicidio, rende la vicenda molto più interessante rispetto a quanto viene mostrato dopo, quando un gruppo di archeologi si reca sull'isola alla ricerca di un tesoro fenicio. E' qui che, in effetti, La torre del male manifesta tutte le caratteristiche dello slasher; all'interno di un luogo più o meno confinato, i protagonisti vengono attaccati o uccisi a turno da una mano sconosciuta, in modi più o meno efferati, e l'unico mistero del film consiste nel capire se, come da fuorviante titolo italiano, l'assassino è una qualche mostruosa divinità satanica, oppure qualcosa di molto più prosaico. L'enorme difetto de La torre del male è il ritmo soporifero della parte centrale, durante la quale i realizzatori mi sono sembrati molto più interessati alle dinamiche sessual-sentimentali tra i vari protagonisti, rispetto a creare un clima di inquietudine, e anche il mistero "familiare" che, a un certo punto, viene sviscerato con uno spiegone inusuale per questo genere di film, risulta in un ulteriore appesantimento.

Come ho scritto prima, è un peccato, perché Jim O'Connolly, almeno per la prima mezz'ora, sceglie un approccio psichedelico, colorato e molto gore. Le tecniche sperimentali con le quali i medici cercano di risvegliare la mente di Penny e la rappresentazione dei suoi ricordi confusi, tra urla ininterrotte, immagini ripetute in loop e squarci di un sanguinoso inferno, mettono i brividi e contrastano con lo stile utilizzato a partire da quando gli archeologi mettono piede sull'isola. Da quel momento in poi, La torre del male diventa simile a un film minore della Hammer, solo con qualche scena osé in più. Gli interni gotici del faro si amalgamano alla perfezione con un'isola brulla, avvolta da una cupa nebbia, e con le caverne dove si sposta l'azione verso il finale, ma il tutto è privo di quell'aura weird che rende così particolare l'incipit de La torre del male. Il film si fa anche meno efferato, man mano che prosegue. L'unico omicidio degno di nota è perpetrato tramite mannaia d'oro, per il resto truccatori e reparto effetti speciali si sono concentrati più sulla creazione di cadaveri putrefatti e creature mostruose, che sono i protagonisti indiscussi del tremendo soggiorno degli archeologi sull'isola. Nemmeno gli attori sono particolarmente degni di nota, anzi, direi che un paio sono addirittura intercambiabili, tanto che già mi riesce difficile ricordarne le facce e, come spesso succede, i più interessanti sono i caratteristi impegnati nei ruoli di isolani stundai. Nonostante un po' di delusione, La torre del male ha comunque degli aspetti positivi, e sono contenta di averlo visto, anche perché è un'opera poco conosciuta, e quale momento migliore della spooky season per questi recuperi originali?

Cast

  • Jim O'Connolly è il regista e sceneggiatore del film. Inglese, ha diretto altri film come Smokescreen, Il cerchio di sangue e Spogliati... che poi ti sposo!. Anche produttore, è morto nel 1986.  


venerdì 25 settembre 2026

2026 Horror Challenge: A mezzanotte possiederò la tua anima (1964)


La challenge della settimana prevedeva di guardare un film che mi avesse attirata dalla locandina, seguendo la tipica "video store rule". Ho scelto così A mezzanotte possiederò la tua anima (À Meia-Noite Levarei Sua Alma), diretto e co-sceneggiato nel 1964 dal regista José Mojica Marins.

Trama

Il becchino Zé do Caixão ritiene che l'unica ragione dell'esistenza umana sia perpetuare la stirpe. Per questo, dopo avere ucciso la moglie sterile, cerca una donna che possa dargli un figlio...

Recensione

Ho già avuto modo più volte di scriverlo ma, anche se spesso è difficile guardare un film a tema tutte le settimane, adoro essermi imbarcata in questa Challenge, perché mi spinge ad uscire dalla comfort zone e ad imparare cose nuove. Per esempio, non avevo mai sentito nominare Zé do Caixão, invece in Brasile è un boogeyman più popolare di Freddy Krueger. Nato, appunto, con questo A mezzanotte possiederò la tua anima, il personaggio di Zé do Caixão (in pratica, Giò il cassamortaro) è stato riproposto dal suo creatore ed interprete, José Mojica Marins, moltissime volte nel corso degli anni, distinguendosi come una creatura del tutto amorale, spinta solo dal desiderio egoistico di perpetrare la propria stirpe, senza badare ad amici, nemici o mogli. L'aspetto paradossale di Zé è che, nonostante le azioni terrificanti che compie, non si tratta di un adoratore del demonio né di un mostro (a parte le inquietanti venuzze nere che gli compaiono nelle cornee prima di compiere un delitto, come se l'uomo ipnotizzasse le sue vittime); Zé è un "semplice" essere umano mosso da passioni innominabili, temuto dall'intero paese in cui vive, che non crede assolutamente nel paranormale o negli spiriti e sfida ogni credenza religiosa (in particolare quelle cattoliche) in quanto convinto che Dio non esista. Muovendosi con l'arroganza di chi non teme nulla e nessuno, Zé uccide con cattiveria senza distinzione di sesso, concupisce e violenta le donne, minaccia e picchia a sangue gli uomini, tutto con un solo obiettivo in mente, ovvero quello di procreare. Ovviamente, ad attendere Zé come punizione per i suoi innumerevoli peccati e per la sua miscredenza ci sarà un risvolto sovrannaturale della vicenda , il che rende A mezzanotte possiederò la tua anima uno spregiudicato mix di exploitation e horror gotico, a mio avviso molto avanti per i tempi in cui è stato girato, considerato il clima politico del Brasile dell'epoca.

A mezzanotte possiederò la tua anima è stato fotografato in un bellissimo e nitido bianco e nero che, se vogliamo, rende ancora più feroce la violenza degli omicidi di Zé e molto più inquietante il finale. Gli effetti speciali e il trucco riempiono lo schermo di occhi strappati, cadaveri, morti insanguinati e chi più ne ha più ne metta; nonostante questo, A mezzanotte possiederò la tua anima non manca di una certa ironia, che strizza l'occhio allo spettatore fin dall'inizio. Due dei personaggi, lo stesso Zé e la chiromante che avrà un ruolo fondamentale nel prosieguo del film, introducono l'opera parlando direttamente al pubblico, il primo spiegando la sua "filosofia" di vita, la seconda consigliando a chi fosse poco coraggioso di uscire dalla sala prima dell'inizio del film. In realtà, forse ho trovato A mezzanotte possiederò la tua anima più weird e pieno di umorismo nero di quanto sia in realtà. Il mio problema è che, essendo ligure, guardare il film in lingua originale è come guardare una commedia di Govi, con l'aggravante che ogni maledetta volta mi viene in mente Crozza nei panni di Josè Altafini; insomma, la mia mente è talmente condizionata da non ritenere il portoghese una lingua adatta agli horror, ed è un limite, me ne rendo conto. Ciò detto, José Mojica Marins nei panni di Zé è qualcosa di incredibile, perché riesce ad essere contemporaneamente piacione (per quanto non toccherei un uomo simile nemmeno con un dito), inquietante, terrificante e patetico nella sua natura fondamentalmente vanesia, che spesso supera persino quella di psicopatico senza scrupoli. Capisco molto bene come sia riuscito ad imprimersi a fuoco nella memoria del popolo brasiliano e a diventare un'icona dell'horror, e sono decisamente contenta di avere fatto la sua conoscenza, nonostante sia un individuo ben poco piacevole. Probabilmente, in futuro recupererò altri film aventi Zé per protagonista, anche perché mi piacerebbe sapere quali idee di sceneggiatura hanno tirato fuori per farlo tornare, visto che lo scioccante finale è molto definitivo!

Cast

José Mojica Marins è il regista e co-sceneggiatore del film e interpreta Zé do Caixão. Brasiliano, ha diretto altri film come Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere e Embodiment of Evil. Anche sceneggiatore e produttore, è morto a 64 anni. 

Curiosità

Il personaggio di Zé do Caixão è tornato, nel tempo, in molti altri film. Della trilogia "ufficiale" iniziata con A mezzanotte possiederò la tua anima fanno parte Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere e Embodiment of Evil. Altre opere sono The Strange World of Coffin Joe, Awakening of the Beast, The Bloody Exorcism of Coffin Joe, The Strange Hostel of Naked Pleasures (che ha per protagonista un personaggio molto simile) e Hallucinations of a Deranged Mind, tutti diretti da José Mojica Marins. Non vi resta che mettervi alla ricerca! ENJOY!

venerdì 18 settembre 2026

2026 Horror Challenge: Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (2024)


Siccome questa settimana ho parlato di Pinocchio: Unstrung, e visto che la challenge settimanale lasciava libera scelta, oggi vi beccate due righe su Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (Winnie-the-Pooh: Blood and Honey 2), diretto e co-sceneggiato dal regista Rhys Frake-Waterfield.

TRAMA

Dopo gli omicidi del Bosco dei 100 acri, Christopher Robin ha tentato di rifarsi una vita come infermiere, ma tutti pensano sia un assassino. Almeno finché Pooh e i suoi mostruosi compagni non decidono di uscire dal bosco...

RECENSIONE

Torna, con un titolo italiano che farebbe la felicità di Antonio Albanese, l'orsetto non ricchione preferito dal webbe. Una volta avevamo gli Sharknado, oggi il Twisted Childhood Universe, e non so dirvi se si stava meglio prima oppure no. Quel che è certo è che i realizzatori di Sharknado sapevano di avere per le mani una puttanata col botto e hanno sempre giocato la carta, più o meno efficace, dell'ironia, mentre Rhys Frake-Waterfield crede di essere Wes Craven e si approccia alle opere da lui prodotte con la stessa baldanza e ancor più serietà, nonostante sia privo di qualsiasi capacità artistica. Qui, addirittura, si scomoda il metacinema: per giustificare le orrende maschere di gomma utilizzate in Winnie the Pooh: Sangue e Miele nonché il cambio dell'interprete di Christopher Robin, l'azione viene spostata avanti nel tempo, abbastanza perché la strage perpetrata da Pooh e soci sia già diventata leggenda e materia di riduzioni cinematografiche. Pertanto, gli schermi televisivi dei protagonisti proiettano Winnie the Pooh: Sangue e Miele in svariate occasioni, e più volte viene nominato il film in questione, con sommo scorno di Christopher Robin, ormai considerato il matto del paese, o il serial killer quando gli dice proprio male. Ovviamente, come noi sappiamo, Winnie the Pooh e soci esistono davvero anche se, plot twist shyamalano da me indovinato al minuto 41, la loro storia non è proprio quella che avevamo conosciuto nel primo film. Ad affiancare Pooh e Pimpi nelle loro sanguinose scorribande, questa volta troviamo il beniamino Tigro e un altro bestio al quale, per dare un volto disneyano, sono dovuta andare su Wikipedia, ovvero il gufo Uffa. E l'onomatopea in questione è proprio quella che è uscita più volte dalle mie labbra nel corso della visione. Winnie the Pooh: Sangue e Miele era una vaccata splatter al sapor di silicone, ma correva come un treno da un'efferatezza all'altra, qui invece Rhys Frake-Waterfield cerca di "nobilitare" la faccenda con noiosissimi intermezzi psicoanalitici e onirici, tentando persino di dare un background a Christopher Robin e famiglia, e i mostriciattoli del boschetto della sua fantasia si scatenano ben poco. Oppure, forse, lo fanno ma io non sono riuscita a vederli.

I realizzatori avranno, infatti, anche avuto il budget pompato, ma dev'essere andato tutto a discapito del direttore della fotografia, che invece di smarmellare ha pensato bene di giocare di sottrazione in ogni scena notturna (e ce ne sono parecchie). Il risultato, innanzitutto, è che Tigro e Pooh sono indistinguibili l'uno dall'altro a meno che non ci siano campi medi che li mostrino vestiti oppure che non si senta la voce di Tigro (che a me è sembrata intercambiabile a quella di Uffa, per inciso, una parodia del Freddy Krueger ciarliero), e poi non si capisce un belino nel corso della maggior parte delle mattanze, salvo qualche dettaglio particolarmente cruento in alcune scene. Se non altro, il make-up migliorato delle creature fa sì che Pooh non sembri più un rattuso idiota con una maschera di gomma in faccia, mentre Uffa fa molto Anjelica Huston in Chi ha paura delle streghe?, ma sono gli unici due aspetti positivi in un film sciatto a livello di sceneggiatura e, soprattutto, di attori. Con tutto l'amore che provo per l'accento inglese più stretto, non puoi pretendere di ingaggiare solo persone che biascicano con delle patate in bocca, stelline siliconate o cristiani inespressivi, conficcando peraltro l'ultimo chiodo nella bara della carriera di Simon Callow, uno che ha partecipato ad Amadeus, per Dio! Di più, il finale del film è apertissimo e persino minaccioso: illustrazioni ben più belle di tutto ciò che è stato mostrato fino a quel momento introducono Peter Pan's Neverland Nightmare (già uscito da anni anche in Italia. Probabilmente non ci avete fatto caso ma la psichiatra di Christopher si chiama Mary Darling), Bambi: The Reckoning e Pinocchio: Unstrung. Quest'ultimo l'ho apprezzato, come sapete, di Bambi mi se ne dice bene, ma ho il serio timore che Peter Pan mi farà male, male, male da morire. Ma chissà quando riuscirò a finire la saga! 

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Rhys Frake-Waterfield ho già parlato QUI mentre Simon Callow, che interpreta Cavendish, lo trovate QUA.

CURIOSITÀ

Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele è il seguito di Winnie the Pooh: Sangue e Miele, se vi piace il genere recuperatelo, altrimenti evitate, ma recuperate senza indugio Pinocchio: Unstrung! ENJOY!



venerdì 11 settembre 2026

2026 Horror Challenge: Matango il mostro (1963)


Il tema della challenge settimanale era KAIJU, quindi ho scelto il film Matango il mostro (マタンゴ - Matango), diretto nel 1963 dal regista Ishiro Honda e tratto dal racconto The Voice in the Night di William Hope Hodgson.

Trama

Sette persone naufragano con lo yacht su un'isola deserta e avvolta da una nebbia perenne. Alla ricerca di cibo ed acqua, ritrovano il relitto di una nave, divorato dalla muffa e dai funghi...

Recensione

Come spesso succede, i suggerimenti della challenge su Letterboxd sono un po' imprecisi. Al di là dell'uso occidentale della parola "kaiju", che solitamente noi riserviamo ai mostri giganti tipo Godzilla, è difficile far rientrare Matango anche all'interno del significato letterale di "kaiju", ovvero "strane bestie". Questo perché il Matango del titolo originale è un fungo e, a parte un gabbiano e una tartaruga senza occhi, all'interno del film non ci sono animali, tranne forse l'uomo. Dando per buona quest'ultima considerazione, effettivamente i personaggi di Matango sono proprio delle bestie strane, come dimostra la sceneggiatura di Takeshi Kimura, che sfrutta l'elemento horror e lo stress da isolamento per mettere in scena quella che è, a tutti gli effetti, una lotta di classe. All'interno di uno yacht si riuniscono il ricco proprietario, uno scrittore non particolarmente famoso, una bellissima cantante, un professore universitario con la sua allieva, uno skipper e un uomo di fatica. Il morale è alto e tutti sono amici, finché, dopo una tempesta che danneggia gravemente lo yacht, i sette fanno naufragio su un'isola immersa nella nebbia, all'interno della quale ci sono sì torrenti di acqua dolce, ma nulla o quasi da mettere sotto i denti. Pur riuscendo a trovare del cibo in scatola all'interno del relitto di una nave, la quantità è assai scarsa per sette persone, e non solo; la struttura è invasa da una muffa tenace e da misteriosi funghi che il diario di bordo vieta chiaramente di mangiare, mentre di notte vagano creature deformi che potrebbero essere frutto di allucinazioni, eppure sembrano tremendamente reali. Ce n'è abbastanza per scatenare una cabin fever coi fiocchi, che fa tornare a galla il rigido classismo della società giapponese ed erode le regole basilari della convivenza sociale. Accecati da una fame sempre più nera, i naufraghi faticano a rimanere razionali; mentre il ricco si aggrappa, inutilmente, a privilegi che lì non hanno ragione di esistere, il povero o il frustrato cercano riscatto per una vita ingrata approfittando di un luogo dove le convenzioni sociali non esistono più, e di una situazione che, secondo loro, li rende liberi di dare sfogo ai loro istinti più bassi. Buona parte dell'orrore o, meglio, dell'inquietudine presente all'interno del film, non ha nulla a che vedere con l'aspetto horror/fantascientifico della trama. La possibile presenza di fantasmi o mostri, assieme alla disgustosa proliferazione fungina, è un ulteriore "disagio" che accelera le violente dinamiche negative all'interno del gruppo, ma non è quello fondamentale. Le due cause scatenanti sono, infatti, fame ed isolamento, che consentono all'elemento weird di insinuarsi persino come possibile fonte di salvezza od evasione. 

Fame e stanchezza spingono Yoshida, lo scrittore, a mangiare per primo i funghi. E' un atto di disperata ribellione, un modo per giustificare il compimento di future azioni mostruose, compiute dopo aver rinunciato volutamente alla propria umanità. Benché Yoshida (come del resto il riccastro, l'uomo di fatica e la cantante) venga connotato fin dall'inizio come un personaggio negativo o comunque borderline, il pessimismo di Matango sottolinea come questo tipo di debolezza, questo desiderio di arrendersi egoisticamente al "male" per cancellare le sofferenze fisiche e mentali, sia comune al 90% dell'umanità, con qualcuno che lo maschera meglio di altri. Il finale, in tal senso, è emblematico, e arriva come un'ulteriore doccia fredda dopo un'allucinata sequenza di puro terrore in cui, finalmente, lo spettatore riesce a vedere l'effetto del "matango" in tutta la sua gloria. Furbescamente, Honda centellina le apparizioni dei mostri lasciandoli spesso nella penombra, oppure nascondendoli in parte dietro alberi, porte ed oblò, così da garantire l'effetto shock di una foresta di funghi giganti semoventi che sembra uscita dritta da un'allucinazione da... beh, da funghi. E' un cerchio che si chiude, la versione ancora più in acido dell'Isola dei Lotofagi, dove gli esseri umani sostituiscono la realtà con kitschissime visioni di sfarzo ed opulenza, mentre vengono puniti per i danni inflitti alla natura (nel corso del film viene detto che l'isola era probabilmente luogo di esperimenti nucleari), trasformandosi in ciò che non riescono a smettere di mangiare. Tornando alla questione linguistica dell'inizio: no, Matango non è un kaiju eiga, è più un thriller psicologico con mostri, un ibrido tra horror, dramma e fantascienza. Sono comunque contenta di averlo visto, sia perché il vintage nipponico mi da sempre enormi gioie, sia perché è un'opera che spinge a riflessioni interessanti, anche se avrei preferito più fungoni mostruosi e meno dialoghi. Se la mia recensione vi ha incuriosito, sappiate che, al momento della pubblicazione del post, Matango si trova gratis su Plex. La qualità video non è delle migliori, ci sono un po' di interruzioni pubblicitarie e la lingua è esclusivamente in giapponese con sottotitoli inglesi, ma ho paura che non esistano versioni DVD o bluray adatte ai lettori italiani, quindi bisogna accontentarsi!

Cast

Ishiro Honda è il regista del film. Giapponese, ha diretto film come Godzilla, Il re dei mostri, Rodan il mostro alato, Mothra, Frankenstein alla conquista della Terra, Distruggete Kong! La Terra è in pericolo, Godzilla il re dei mostri e Sogni. Anche sceneggiatore, montatore e attore, è morto nel 1993. 

Curiosità

Tutti o quasi i membri del cast avevano già o hanno in seguito collaborato con Honda all'interno di altri kaiju eiga. Il film era stato quasi vietato in Giappone, perché il make-up dei mostri ricorda molto le deformazioni causate dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Se Matango il mostro vi è piaciuto recuperate L'invasione degli ultracorpi, Terrore dallo spazio profondo, Little Joe, Uomini H e S.O.S. i mostri uccidono ancora. ENJOY!






venerdì 4 settembre 2026

2026 Horror Challenge: The Hitcher - La lunga strada della paura (1986)


La challenge horror settimanale voleva un film uscito nel 1986, così ho deciso di festeggiare i 40 anni di The Hitcher - La lunga strada della paura (The Hitcher), diretto dal regista Robert Harmond.

Trama

Un ragazzo dà un passaggio a un autostoppista che, in realtà, è un folle killer. Dopo essere miracolosamente fuggito alle sue grinfie, il ragazzo viene perseguitato dall'autostoppista e ingiustamente accusato dei delitti da lui commessi...

Recensione

Ormai la mia memoria è andata. Mi sembra strano che non avessi mai visto prima di qualche giorno fa The Hitcher, eppure più ci penso più mi vengono in mente solo le locandine e le pubblicità su TV Sorrisi e Canzoni e basta. Quindi, do per buono, vergognosamente, di aver affrontato per la prima volta The Hitcher all'età di 45 anni, e sono felicissima di averne avuto, finalmente, l'opportunità, nonostante l'atroce dubbio che la versione disponibile su Prime Video sia tagliata. Spero di sbagliarmi ma, a prescindere, The Hitcher mette un'angoscia maledetta anche senza mostrare più del necessario. Per chi, come me, o non avesse mai visto il film o si fosse dimenticato di averlo fatto, The Hitcher inscena un terribile gioco tra gatto e topo ai danni del giovane Jim. Bello ed ingenuo, Jim si è messo in viaggio per consegnare una macchina a San Diego e, dopo aver rischiato di addormentarsi durante il tragitto, decide di caricare un autostoppista che possa tenergli compagnia. Quest'ultimo si rivela, purtroppo per Jim, un pazzo omicida il quale, dopo non essere riuscito ad ucciderlo per puro caso, si mette a perseguitarlo, arrivando al punto da incastrarlo per gli omicidi da lui commessi. L'agghiacciante meccanismo di pura tensione che è The Hitcher non risiede tanto nell'attesa che John Ryder, prima o poi, compaia su qualche macchina lanciata a folle velocità per uccidere Jim, quanto piuttosto nel modo subdolo con cui il killer priva il ragazzo di ogni minima speranza di aiuto o salvezza. Più volte, infatti, Ryder risparmia la vita di Jim, solo per farlo piombare in una nera disperazione che nulla ha a che fare con la morte (o, almeno, non la sua); beffardo e, in qualche modo, "paterno" nel suo desiderio di educare Jim, Ryder arriva persino al punto di mettergli delle monete sugli occhi (un obolo per il traghettatore dei morti) per sottolineare il suo desiderio di uccidere la parte ingenua ed infantile del ragazzo, di costringerlo ad abbracciare un'oscurità e un male percepiti come inevitabili. Privo di un nome reale, John Ryder potrebbe davvero essere l'incarnazione del male che si annida nel mondo, una macchina di morte senza motivazioni né origini, e per questo assolutamente casuale nelle modalità e nei tempi con cui dispensa violenza e orrore. La battaglia tra lui e Jim va dunque oltre il livello fisico, nonostante l'ampio utilizzo di armi da fuoco e lame affilate, e si concretizza in un'oscurità che divora, lentamente ma inesorabilmente, l'animo del ragazzo, lasciandolo solo ad affrontarla anche mentre scorrono i titoli di testa. 

La cosa che più colpisce, dopo 40 anni, è la lucidità con cui questa perdita di innocenza e questo viaggio nell'orrore vengono messi in scena, rifuggendo l'estetica anni '80 e i cliché del sottogenere slasher a cui The Hitcher è stato erroneamente ascritto. Robert Harmon, regista che poi si è inspiegabilmente perso, cattura la brulla bellezza dei paesaggi naturali "all-american" tagliati da strade infinite, prende la loro familiarità e li trasforma in qualcosa di alieno, una dimensione altra dove gli umani non posso entrare e, quando lo fanno, è a loro rischio e pericolo. E' come se, addormentandosi, Jim avesse sconfinato in un universo parallelo e, ad ogni tentativo di fuggire, si portasse dietro Ryder nella realtà, con tutte le terribili conseguenze del caso, per lui e per gli altri. Questo aspetto onirico della regia e della narrazione porta lo spettatore a sentirsi a tratti confuso; per esempio, durante il secondo incontro tra Jim e Ryder, nella stazione di servizio abbandonata, in mezzo alla nebbia, ero convinta che il ragazzo si sarebbe prima o poi svegliato, mentre l'intera sequenza nella stazione di polizia sembra presa di peso da uno dei vari Nightmare, tanto è surreale la situazione in cui viene a trovarsi il protagonista. E poi, ovviamente, c'è lui. Rutger Hauer, bello come il sole, tremendamente affascinante nonostante sia l'interpretazione dell'attore che la sceneggiatura diano l'idea che Ryder sia un buco nero, una fredda macchina di morte. Eppure, Hauer ha talmente tanto carisma che si mangia qualunque altra presenza nel film, anche il povero C. Thomas Howell, il quale a meno di vent'anni ha comunque interpretato egregiamente la terribile trasformazione psicologica che subisce Jim. "Iconico" è una parola ormai abusata, che sono arrivata a non apprezzare granché, eppure Rutger Hauer in The Hitcher è niente meno che iconico, uno spauracchio che, anche privo di trucco e col solo ausilio di quegli allucinanti occhi di ghiaccio, risulta più terribile di tanti altri mostri che hanno fatto la storia del genere horror. Se anche voi, dopo 40 anni, non avete mai visto The Hitcher o ve lo siete dimenticato (ma, arrivata a questo punto, ne dubito), questo anniversario è un'ottima occasione per recuperarlo ed imparare, una volta per tutte, che la mamma ha ragione: non si caricano gli autostoppisti!!

Cast

Di Rutger Hauer (John Ryder), Jennifer Jason Leigh (Nash) e Jeffrey DeMunn (Capitano Esteridge) ho parlato ai rispettivi link.

  • Robert Harmon è il regista del film. Americano, ha diretto film come Teneramente in tre e They - Incubi dal mondo delle ombre. Anche produttore, direttore della fotografia e sceneggiatore, ha 73 anni.
  • C. Thomas Howell interpreta Jim Halsey. Americano, ha partecipato a film come E.T. - L'extra-terrestre, I ragazzi della 56ª strada, The hitcher II - Ti stavo aspettando, The Amazing Spider-Man e a serie quali Moonlighting, I viaggiatori delle tenebre, Oltre i limiti, E.R. Medici in prima linea, 24, Outcast, The Punisher, The Terror, Criminal Minds, Creepshow e The Walking Dead. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 60 anni e due film in uscita. 

Curiosità

Armin Shimerman, che interpreta il sergente nelle scene dell'interrogatorio, era il preside Snyder di Buffy The Vampire Slayer. Il film ha un seguito, The hitcher II - Ti stavo aspettando, e un remake, The Hitcher. Non avendoli mai visti, non posso consigliarveli, ma potete guardare Duel e, perché no, Wolf Creek. ENJOY!

venerdì 28 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Kuroneko (1968)


La challenge questa settimana chiedeva di guardare un film consigliato da Guillermo del Toro. La scelta è caduta dunque su Kuroneko (藪の中の黒猫, Yabu no naka no kuroneko), diretto e sceneggiato nel 1968 dal regista Kaneto Shindo.

Trama

Due donne vengono violentate e uccise da una truppa di samurai, e tornano come spiriti assetati di vendetta, decise ad uccidere qualunque uomo dotato del medesimo titolo...

Recensione

Guillermo del Toro ha dichiarato di avere guardato sia Onibaba che Kuroneko all'età di 10 anni, e di esserne uscito con la psiche distrutta. Descrivendo questi due film come perfetti racconti radicati nel folklore giapponese, ne sottolinea però la modernità per quanto riguarda violenza e sessualità. Purtroppo, io a 10 anni non avevo neppure idea di cosa fosse Kuroneko, quindi non sono rimasta traumatizzata dalla visione quanto Guillermone, però gli do assolutamente ragione relativamente alla modernità con cui affronta la violenza sulle donne e la sessualità. La vicenda di Kuroneko parte proprio da una violenza sessuale con conseguente omicidio ai danni di due donne che, come già accadeva alle protagoniste di Onibaba, cercano di sopravvivere da sole in tempo di guerra. Se però, in qualche modo, le donne di Onibaba erano "colpevoli" di uccidere e derubare i passanti dei loro averi, Yone e la nuora Shige, per quel che è dato sapere allo spettatore, sono innocenti e l'orrore che è toccato loro in sorte nasce dal fatto di essere prive di una protezione maschile, visto che Gintoki, figlio di Yone e marito di Shige, non è ancora tornato dalla guerra. Le due donne muoiono e riappaiono sulla Terra come Onryou, spiriti vendicativi, ma all'interno del film c'è posto anche per un altro spirito del folklore giapponese, il bakeneko, una creatura mutaforma che divora gli esseri umani; i due spiriti si fondono in uno, e ogni notte la giovane Shige aspetta il passaggio dei samurai che hanno ucciso lei e la suocera, per portarli nel loro reame in mezzo al bambù (yabu no naka) e strappare loro la gola con affilati denti da felino. Il sesso, come scrivevo all'inizio, svolge un ruolo molto importante all'interno di Kuroneko. Le due donne non vengono "solo" uccise, ma anche violentate, subendo un doppio atto di brutale disprezzo. Nella loro vendetta, il sesso è fondamentale, in quanto i samurai vengono attirati dall'aspetto docile ed indifeso di Shige, e poi convinti da lei e Yone di essere non solo i benvenuti nella loro casa, ma anche desiderati, lasciati padroni di fare quello che desiderano alla giovane donna che si offre loro con l'appoggio della madre. In un cerchio perfetto di immagini e simbolismi, i samurai ripuliti e legittimati risultano disgustosi quanto la loro versione rozza, ugualmente mossi da appetiti smisurati che Kaneto Shindo riprende senza alcuna pietà né simpatia, aspetti questi che riserva invece alle due protagoniste.

ll sesso legato all'amore romantico si rivela invece veicolo di distruzione nel momento esatto in cui Gintoki incrocia nuovamente il cammino di Shige. Così come l'amore di Shige e Yone, tradotto nell'attesa del ritorno di Gintoki, le ha condannate a morire in solitudine, allo stesso modo l'umanissimo desiderio di potersi congiungere, finalmente, con l'uomo amato (e non con dei disgustosi sconosciuti, come necessario passaggio prima di eliminarli), spalanca a Shige le porte dell'aldilà, come punizione per non aver rispettato il giuramento di uccidere tutti i samurai. Kuroneko, come già Onibaba, non ha un lieto fine, perché la vendetta come viene intesa nella cultura giapponese non è pulita e ben mirata come ci ha insegnato Kill Bill, ma travolge anche chi non se lo merita, come invece ci ha insegnato Ju-On, il quale con Kuroneko ha un paio di cose in comune. Dall'istante in cui Gintoki e Shige si incontrano, dunque, scatta la tragedia, e la struttura del film, fino a quel momento regolare e quasi ripetitiva, diventa più movimentata ed imprevedibile, anche per quanto riguarda la messa in scena. A livello visivo, infatti, ciò che più mi ha colpita di Kuroneko è l'eleganza squisitamente teatrale delle sequenze che vedono Shige e Yone in azione all'interno della loro dimora spettrale. La lenta danza di Yone, in contrasto con la violenza con cui Shige strappa la gola dei samurai a morsi, i faretti che illuminano le figure delle donne facendole comparire all'improvviso dalle ombre come spettri di un bianco abbacinante, il fumo, che le avvolge di un'aura eterea, sono tutti aspetti stilistici presi dal teatro kabuki e noh e sono una gioia per gli occhi. Ma è splendido anche il trucco che, in maniera incredibilmente sottile e grazie anche all'abile uso dell'illuminazione, trasforma il viso di Nobuko Otowa in un ibrido tra donna e gatto, prima ancora che un make-up prostetico più "invasivo" intervenga nelle sequenze maggiormente horror e rivelatrici. Per tutti questi motivi, e per mille altri che lascio ai critici veri, Kuroneko è uno di quei film che meritano di essere custoditi e rivisti, magari in una double feature con Onibaba, per poter godere meglio di entrambe le opere!


Cast

Del regista e sceneggiatore Kaneto Shindo ho già parlato QUI.

Curiosità

Nobuko Otowa, che interpreta Yone, è la moglie del regista, per il quale aveva già recitato come protagonista in Onibaba; nello stesso film compariva come Hachi anche Kei Sato, qui nei panni del governatore Raiko. Ovviamente, il pluricitato Onibaba è un'opera che vi consiglio di recuperare se vi è piaciuto Kuroneko. ENJOY!

venerdì 21 agosto 2026

2026 Horror Challenge: L'ascensore (1983)


La challenge settimanale voleva un film in lingua non inglese, così ho deciso di guardare L'ascensore (De lift), diretto e co-sceneggiato nel 1983 dal regista Dick Maas.

Trama

Un ascensore comincia a mietere vittime e un tecnico decide di andare a fondo della faccenda... 

Recensione

L'ascensore era un'altro di quei film che ho sempre sentito nominare, che sarà sicuramente passato mille volte in TV, e che non ero mai riuscita a guardare, per un motivo o per l'altro. Mi aspettavo, chissà perché, un'esilarante trashata, invece L'ascensore, salvo alcuni momenti in cui, effettivamente, tiene fede al suo titolo mostrando gli omicidi di questa moderna comodità, soffre un ritmo sonnolento legato alle indagini del tecnico Felix, il quale cerca di capire come mai l'ascensore in questione sia impazzito. La trama è tutta qui e viene da chiedersi come mai, alla terza morte sospetta (lasciamo perdere le prime due, anche perché l'ascensore agisce progressivamente, cominciando col fare svenire quattro persone per mancanza d'aria), a nessuno, all'interno del palazzo, venga in mente di chiuderlo e smontarlo pezzo per pezzo. A rispondere ci pensa Dick Maas, impegnandosi a mettere in piedi un GombloDDoH che farebbe felici i detrattori dell'AI, perché negli anni '80 i nemici erano i misteriosi microchip, rei di impazzire e cominciare a godere di vita propria, oltre ad essere preclusi ai poveri tecnici degli ascensori, i quali si occupano non già di quadri elettrici, ma solo della greve meccanica degli apparecchi. In realtà, le indagini di Felix, intervallate da quei pochi momenti in cui l'ascensore un po' di ansia allo spettatore la mette, non sarebbero nemmeno il problema principale del film. Il fatto è che Dick Maas, invece di concentrarsi sulla "ciccia", perde parte dello scarso minutaggio a delineare non solo le scappatelle di un paio di dirigenti con procaci signore più giovani (mettendo una tacca, immagino sulla minima "quota sise" sindacale perché un horror, all'epoca, venisse accettato e distribuito) ma anche il dramma familiare di Felix. Felix (il quale, forse per tenere fede al nome, ha la verve di un gatto di marmo) tiene moglie e due figli, quindi verrebbe da pensare che la loro utilità sia legata al fatto che, prima o poi, il nucleo familiare verrà minacciato dall'ascensore. Invece, moglie e bimbi si legano essenzialmente alla sottotrama che vede Felix sposato "felicemente" da una decina d'anni con una donna neppure troppo rompiscatole, a parer mio, la quale a un certo punto lo molla in tronco perché l'amica ha visto il marito in compagnia di un'altra donna. L'aspetto esilarante della vicenda è che Felix non si impegna minimamente a giustificarsi, troppo distratto dal problema "ascensore", e che tutta questa digressione non apporta nulla allo sviluppo della trama, tanto che, sul finale, della moglie non si fa nemmeno più menzione.

Fortunatamente, al di là di queste digressioni poco utili e di un ritmo poco efficace, Dick Maas riesce ugualmente a trasmettere tensione ogni volta che qualcuno si avvicina all'ascensore, a prescindere da ciò che accadrà poi, grazie ad un abile uso delle inquadrature, del montaggio e di uno score elettronico che ricorda le colonne sonore dei Goblin. Un paio di omicidi, in particolare, sono degni di nota, soprattutto quello sul finale che, assieme alla rivelazione su cosa si nasconda dietro la "follia" dell'ascensore, ha probabilmente ispirato Tobe Hooper per quanto riguarda gli aspetti migliori del suo The Mangler - La macchina infernale. E' inquietante anche la lotta solitaria di Felix all'interno della tromba dell'ascensore, soprattutto perché è un luogo già pericoloso di per sé, quindi lo spettatore si ritrova a dover attendere il peggio, e non mi è dispiaciuta neppure l'ambientazione fredda e un po' squallida delle zone periferiche di Amsterdam, ben distanti dall'idea turistica di una città piena di eccessi "illegali". Purtroppo, avendo trovato il film su Tubi, doppiato in lingua inglese, credo che le interpretazioni dei vari attori ne abbiano risentito, rendendo così L'ascensore ancora più soporifero. Infatti, ogni personaggio parla con tono particolarmente monocorde, pulito, declamando dialoghi che, di tanto in tanto, parrebbero frutto di una traduzione priva di ogni sprezzo del ridicolo. Diciamo che, pur essendo consapevole di questa possibilità, non ho particolare interesse a recuperare il film in lingua originale per accertarmene. L'ascensore mi aveva incuriosita, finalmente l'ho guardato, ma direi che non mi ha fatto così tanta impressione da essermi pentita di avere perso così tanto tempo!

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Dick Maas ho già parlato QUI.

Curiosità

Huub Stapel, che interpreta Felix, è uno degli attori feticcio di Maas, col quale ha collaborato nei due Amsterdamned e in Saint. Dick Maas era stato licenziato a metà delle riprese a causa dei continui litigi col produttore, sia per via del cast sia perché il regista insisteva nel voler realizzare da solo anche la colonna sonora. Il giorno del licenziamento, Maas aveva comunque continuato a lavorare ed è stato riassunto il giorno dopo, perché nessuno era in grado di sostituirlo. Il film ha un remake in lingua inglese dello stesso regista, Down: Discesa infernale. Non l'ho mai visto ma vi consiglio di recuperarlo se vi è piaciuto L'ascensore, aggiungendo magari The Mangler - La macchina infernale e Brivido. ENJOY!

venerdì 14 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Storie di fantasmi (1981)


Il tema della Horror Challenge, questa settimana, era "psycho-biddy" ma il film trovato in questa lista era un po' stiracchiato, come scoprirete leggendo il post su Storie di fantasmi (Ghost Story), diretto nel 1981 dal regista John Irvin e tratto dal romanzo Ghost Story di Peter Straub.

Trama

Gli anziani membri di un club, e i figli di uno di loro, vengono perseguitati ed uccisi dal fantasma di una donna...

Recensione

Ho dovuto cercare la definizione di "psycho-biddy" per capire di cosa si stesse parlando. In pratica, si tratta di un altro modo di definire il genere hagsploitation che, per chi non fosse avvezzo nemmeno a questo termine, indica quei thriller horror aventi come principali protagoniste delle donne già di una certa età, psicopatiche e violente. Detto questo, non so proprio come abbia fatto a finire nella lista Storie di fantasmi che, è vero, ha una donna come villain della vicenda, ma è privo delle caratteristiche tipiche del genere hagsploitation (anche per quanto riguarda l'attrice che interpreta Alma/Eva) ed è una storia, appunto, di fantasmi e vendette dall'aldilà. Non ho mai letto il romanzo di Straub, che una cara amica mi ha detto essere "scritto da Dio, ma malloppone", quindi non ho la possibilità di fare un confronto tra le due versioni; quel che è certo è che lo scrittore non è rimasto soddisfatto del risultato finale, ed il motivo risiede nella lunghezza e nella complessità del romanzo, molto difficile da adattare. A un certo punto, qualcuno aveva suggerito ai produttori di realizzarne una miniserie in due parti, come Le notti di Salem, ma la Universal si era impuntata sull'avere un film a tutti i costi, quindi è uscito Ghost Story, un'opera superficiale, che cancella con un colpo di spugna la complicata lore di Alma/Eva e riduce all'osso il ruolo della città di Milburn e di moltissimi suoi abitanti coinvolti nella vicenda, compreso un quinto membro della Chowder Society. Quest'ultima è la protagonista del film, una società composta da quattro anziani ed eleganti signori che, durante le loro riunioni, si raccontano storie di fantasmi. Che dietro questo loro passatempo ci sia qualcosa di più lo intuiamo, fin da subito, dai terrificanti incubi che accompagnano le loro notti, ancor prima che uno di loro muoia per mano del cadavere rianimato di una donna. Proseguendo, Ghost Story introduce il personaggio di Don, figlio di uno dei soci della Chowder Society, il cui passato è strettamente legato all'entità che comincia a perseguitare gli anziani signori e ad una serie di eventi precedenti la sua nascita, che tratteggiano una triste realtà di provincia in cui gli outsider, anche quelli più introdotti in società, vengono presto isolati e cancellati dalla memoria collettiva. A differenza di quanto spesso accade nel sottogenere hagsploitation, la donna che perseguita i protagonisti, benché ovviamente connotata come mostro nel presente e come presenza come minimo perturbante nel flashback di Don, non ha proprio tutti i torti nel volere la loro morte, e non si accanisce contro giovani ed innocenti fanciulle per gelosia o pura follia, oltre al fatto di essere lei stessa giovane e bella.

Mettendo un attimo da parte quest'imprecisione a livello di scelta per la challenge, c'è da dire che Storie di fantasmi non è proprio granché come film. Tanto per cominciare, ha un ritmo a dir poco soporifero, e tiene desta l'attenzione giusto nella parte iniziale, anche se non proprio per questioni di "merito"; piuttosto, per la prima mezz'ora è difficile capire dove voglia andare a parare Storie di fantasmi, perché mescola presente, flashback di un recente passato, incubi e racconti senza alcuna soluzione di continuità. Dopodiché, la narrazione si assesta su uno stile più lineare che coinvolge anche i due corposi flashback risolutivi, forse per questo l'attenzione dello spettatore può permettersi di vagare, fiaccata da personaggi talmente poco caratterizzati che interessarsi al loro destino è difficile (forse giusto il Ricky di Fred Astaire è dotato di un minimo di sfumature in più), oppure perché vengono accennate un paio di sottotrame apparentemente fondamentali che poi vengono lasciate cadere nel nulla, e anche questo aspetto non aiuta. E' poco coinvolgente anche la regia di John Irvin, il quale non riesce a sfruttare appieno il potenziale dei soffocanti salotti in cui si riunisce la Chowder Society, né quello della casa in rovina di Eva, lasciandosi sfuggire la possibilità di confezionare un gotico moderno dalle atmosfere evocative. Per fortuna, gli effetti speciali sono orridi quanto basta e accompagnano un paio di jump scare efficaci, e anche Alice Krige ci mette del suo, con la sua bellezza elegante e non convenzionale, e quello sguardo che è un mix di sensualità e desiderio omicida. Un peccato, invece, che il cast maschile non sia alla sua altezza, tra vecchie glorie costrette a destreggiarsi nei panni di riccastri barbogi e il povero Craig Wasson che, impegnato in un doppio ruolo, risulta doppiamente inespressivo. Potrei sbagliare, ma Storie di fantasmi è uno di quei film ai quali servirebbe un remake, o meglio, una trasposizione in miniserie del romanzo originale, data in mano a un regista un po' sgamato. Mi verrebbe da nominare Mike Flanagan, ma a lui lascio tutte le opere di King, Straub deve mettersi in coda, con tutto il rispetto!

Cast

Di Melvyn Douglas (John Jaffrey) e Alice Krige (Alma/Eva) ho già parlato ai rispettivi link.

  • John Irvin è il regista del film. Inglese, ha diretto film come Codice Magnum e Tre vedove e un delitto. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 86 anni.
  • Fred Astaire (vero nome Frederic Austerlitz Jr.) interpreta Ricky Hawthorne. Americano, lo ricordo per film come Cappello a cilindro, Zigfield Follies, Papà gambalunga, Cenerentola a Parigi e L'inferno di cristallo. Anche ballerino, coreografo, produttore e cantante, è morto nel 1987, all'età di 88 anni.
  • Douglas Fairbanks Jr. (vero nome Douglas Elton Ulman Fairbanks Junior) interpreta Edward Wanderley. Americano, ha partecipato a film come Piccolo Cesare, Gunga din e Sinbad il marinaio. Anche produttore, cantante e sceneggiatore, è morto nel 2000, all'età di 90 anni.
  • John Houseman interpreta Sears James. Americano, ha partecipato a film come Esami per la vita, Rollerball, I tre giorni del condor, Fog, S.O.S. Fantasmi, Una pallottola spuntata e a serie quali L'uomo da sei milioni di dollari, La donna bionica e Mork & Mindy. Anche produttore, sceneggiatore e regista, è morto nel 1988, all'età di 86 anni.
  • Craig Wasson interpreta Don/David. Americano, ha partecipato a film come Omicidio a luci rosse, Nightmare 3 - I guerrieri del sogno, Malcom X, e a serie quali La signora in giallo e Walker Texas Ranger. Anche sceneggiatore, compositore e produttore, ha 72 anni.

Se vi è piaciuto...

Se Ghost Story vi è piaciuto recuperate Changeling e Scarlatti - Il thriller. ENJOY!

venerdì 7 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Dead End - Quella strada nel bosco (2003)


La challenge horror, per questa settimana, chiedeva di guardare un film ambientato durante una festività. Ho così scelto Dead End - Quella strada nel bosco (Dead End), diretto e co-sceneggiato nel 2003 dai registi Jean-Baptiste Andrea e Fabrice Canepa.

Trama

Diretta ad una festa di Natale, una famiglia si ritrova bloccata su una strada che si allunga apparentemente all'infinito, e braccata da strane entità...

Dead End è uno di quei film che non avevo mai neppure sentito nominare, e alla fine della visione me ne sono abbastanza dispiaciuta, perché avrebbe avuto tutte le potenzialità per diventare un cult, qualora l'avessi visto 20 anni fa. Guardato oggi, ovviamente, perde l'effetto sorpresa di una soluzione narrativa forse originale all'epoca, ma ormai già vista mille e una volta, però si mantiene molto godibile per il taglio grottesco che è stato dato ai personaggi e alle interazioni tra gli stessi. Il film racconta l'angosciante viaggio della famiglia Harrington (con annesso fidanzato della figlia maggiore) verso la cena di Natale organizzata dai parenti da parte di madre. Durante il tragitto, papà Frank decide, per la prima volta, di prendere una scorciatoia che, purtroppo per tutti, si rivela un'"allungatoia" fatta di boschi e strade interminabili, popolati soltanto da una misteriosa donna in bianco e un'inquietante macchina nera. La famiglia Harrington, lo capiamo fin da subito, è una famiglia disfunzionale con parecchi problemi malamente tenuti a bada, ai quali la madre, Laura, spererebbe di mettere un freno grazie allo spirito natalizio. La situazione sempre più stressante, e il crescente accumularsi di cadaveri, manda in frantumi tutti i buoni propositi di Laura ed esacerba i conflitti già esistenti, rivelando, sotto l'apparente normalità borghese degli Harrington, una manica di nevrotici da primato. Lasciando da parte l'insopportabile figlio adolescente, interessato solo alla droga e alle pippe, e la figlia maggiore alla quale tutti si rivolgono in quanto studiosa di psicologia (!), i pezzi forti del film sono Frank e Laura, i quali si liberano a poco a poco dell'irreprensibile maschera genitoriale per dare sfogo a quanto di imbarazzante e squallido si agita dentro di loro. I risultati della progressiva perdita di controllo di Frank e Laura, incapaci di tenere a bada la situazione e vittime di shock sempre più grandi, sono dialoghi esilaranti che vi lascio il piacere di scoprire e comportamenti estremi che li riducono al rango di bambini spaventati e sciocchi. Questo aspetto di Dead End è assai più interessante di quello horror, che è poca cosa anche in virtù del fatto che Jean-Baptiste Andrea e Fabrice Canepa, pur essendo francesi, mostrano ben poco.

Dead End vive dunque, essenzialmente, delle strepitose interpretazioni di due caratteristi come Ray Wise e Lin Shaye. Il primo si porta dietro l'esperienza twinpeaksiana di uomo sull'orlo di una crisi di nervi, un attimo prima padre amorevole, un attimo dopo pronto a mangiare la faccia di moglie e figli, non solo in senso metaforico. La seconda è perfettamente a suo agio quando il personaggio di Laura abbraccia in toto la follia, senza sottrarsi a situazioni anche scatologiche, o comunque di cattivo gusto, e portandole a casa dignitosamente. Il resto del cast, purtroppo, è formato da cagnacci o poco più, con menzione speciale per lo stupidissimo Richard di Mick Cain, giustamente finito, in seguito, ad ingrossare le fila degli attori di Beautiful. Per quanto riguarda l'horror, Dead End sfrutta al meglio le sue scarne ambientazioni, creando un incubo senza via d'uscita proprio grazie a paesaggi ed elementi ripetuti in loop, con l'aggiunta di qualche dettaglio perturbante come, appunto, la macchina nera, la fantasmatica presenza della donna in bianco, o le carrozzine inopportune che si piazzano in mezzo alla strada. Anche l'idea di ambientare buona parte del film all'interno dell'abitacolo di un'auto non è malvagia, perché Dead End, fin dall'inizio, punta a rendere la cabin fever di un viaggio interminabile una delle cause scatenanti di molte delle scelte sbagliate che condannano i personaggi a una fine pessima. Se l'estetica Y2K ancora legata alla sciatteria degli anni '90 non vi disturba, e cercate un horror con cui farsi anche un paio di risate, Dead End potrebbe non essere una cattiva scelta se, come me, non l'avete mai visto prima. Per quelli che invece lo conoscevano, sarei curiosa di sapere se guardano a questo film con affetto o con disgusto!

 Di Ray Wise (Frank Harrington) e Lin Shaye (Laura Harrington) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Jean-Baptiste Andrea è il co-regista e co-sceneggiatore del film. Francese, ha diretto altri due film, Big Nothing e Brotherhood of Tears. Anche produttore, ha 55 anni.
  • Fabrice Canepa è il co-regista e co-sceneggiatore del film, finora al suo primo ed unico lungometraggio. Francese, ha 51 anni.

SE VI è PIACIUTO...

Se Dead End vi è piaciuto, recuperate Southbound - Autostrada per l'inferno e Identità. ENJOY!

venerdì 24 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Gli invasati (1963)


Il tema della challenge settimanale era "domestic horror". Anche per festeggiare l'uscita del libro Confetti, dell'adorabile Marika, ho deciso di riguardare Gli invasati (The Haunting), diretto nel 1963 dal regista Robert Wise e tratto dal romanzo L'incubo di Hill House di Shirley Jackson.

Trama

L'antropologo John Markway decide di studiare Hill House, una casa definita malvagia, possibile teatro di mortiferi eventi sovrannaturali. Per fare ciò, contatta Eleanor e Theo, due donne dotate di percezioni extrasensoriali più acute del normale, e le invita a passare alcuni giorni con lui e l'erede dei Sannerson all'interno della villa. Hill House, però, sembra essere attratta principalmente da Eleanor...


Recensione

Non riguardavo Gli invasati (mamma, che titolo orrendo!) da 20 anni e, all'epoca, lo avevo recuperato perché una delle sue scene era stata definita, forse su Ciak, come una delle più spaventose all'interno di un horror. Sto parlando, ovviamente, di quella in cui la porta della sala da pranzo respira, verso il finale del film, un'immagine che ancora oggi, dopo più di 60 anni dall'uscita de Gli invasati, fa accapponare la pelle, pur non essendo l'unica degna di nota all'interno del film. Purtroppo, siccome non rileggo L'incubo di Hill House da tantissimo tempo, non riuscirò a fare un confronto tra romanzo e film, che mi pare siano sostanzialmente molto simili, quindi mi limiterò a fingere di non conoscere la fonte letteraria de Gli invasati e di non avere mai visto prima l'opera di Robert Wise. Al film calza alla perfezione la definizione di horror psicologico, oltre che di gotico avente per protagonista una casa infestata. Se l'introduzione, infatti, si concentra sulla malvagità di Hill House e sul tragico destino accorso a tutti i suoi abitanti, a partire dalla sua costruzione, in seguito il film si focalizza (come del resto la casa) su Eleanor, donna nevrotica e sensibile, vittima di un triste passato di soprusi familiari. La voce fuori campo di Eleanor apre la mente della protagonista allo spettatore, il quale viene travolto dal doloroso desiderio della donna di "appartenere" a qualcosa, di essere attesa e desiderata, di poter finalmente ambire ad un futuro di libertà e pienezza. La disperazione di Eleanor la rende cieca di fronte alle vibrazioni oscure di Hill House, da lei percepite fin dall'arrivo; a dispetto dell'istintiva paura verso la villa, voltare le spalle all'oscurità significherebbe tornare in seno a una famiglia che la considera poco più di una stupida servetta nevrastenica, venire meno alla fiducia che il fascinoso Dr. Markway ha riposto nei suoi confronti, insomma rinunciare a qualunque cosa la renda unica e necessaria. Eleanor, con tutte le sue paure e il senso di colpa per la morte della madre, è il bersaglio perfetto per Hill House, che fa leva proprio sull'inconscio della donna per frantumarlo al punto da farle perdere il contatto con la realtà. E' indubbio che all'interno di Hill House vi sia "qualcosa", ma il film è costruito in modo da impedire, sia allo spettatore che ai protagonisti, di capire quanto sia causato da veri fenomeni paranormali e quanto, invece, sia frutto della mente allo sbando di Eleanor, la quale perde progressivamente lucidità e autocontrollo.

Eleanor potrebbe trovare un'ancora di salvezza in Theo, libera e disnibita, oltre che incredibilmente acuta, ma il loro rapporto inizialmente amichevole e fraterno si deteriora per tutta una serie di motivi, tra i quali la gelosia di Theo (la cui omosessualità è stata "ammorbidita" dalla sceneggiatura ma è comunque palese) e il suo carattere volitivo, che porta Eleanor ad istintivi moti di ribellione per non farsi sottomettere e tornare alla sua condizione precedente. Man mano che il film prosegue, nonostante l'interesse di Markway, Eleanor rimane sempre più isolata e imprigionata negli oscuri intrighi di Hill House, e questa sua progressiva solitudine viene enfatizzata da una regia che, fin dall'inizio, mira a rendere la villa terribilmente claustrofobica e "sbagliata". La sceneggiatura ha tagliato quasi tutte le scene in esterno, presenti nel romanzo (tranne lo scioccante finale), così da rendere la casa ancor più protagonista, un mostro che inghiotte quanti sono così sventurati o incauti da avvicinarsi. La maggior parte del film è stata inoltre girata con obiettivi grandangolari, così da dare un'innaturale curvatura alle mura di Hill House, e l'impressione che i personaggi siano osservati oppure persi all'interno delle mura è fornita dalle inquadrature sghembe e dall'ampio utilizzo di un POV soggettivo che portano lo spettatore a chiedersi da dove arriverà l'orrore tanto temuto. Per veicolare un senso di terrore pur mantenendo il mistero della casa, Wise ha inoltre scelto di affidarsi al sonoro; quasi tutte le manifestazioni del sovrannaturale consistono in colpi assordanti, pianti, bisbigli e risate, il che, in una villa in stile rococò, zeppa di statue, stucchi, porte, specchi e corridoi, porta a guardare con sospetto qualsiasi elemento architettonico potenzialmente semovente, effetto ulteriormente accentuato dall'utilizzo di un bianco e nero fatto di ombre profondissime e luci abbacinanti. Quello che colpisce soprattutto de Gli invasati, però, è quanto sia moderno ed originale ancora oggi, sia per la messinscena che per i temi trattati. Merito, ovviamente, del materiale di partenza, ma anche della sensibilità con cui ne è stata maneggiata la complessità, adattandola al mezzo cinematografico senza snaturarla, consegnando allo spettatore la terrificante, attualissima discesa nella follia di un animo fragile e sensibile. Se non avete mai visto Gli invasati, vi consiglio di recuperarlo appena possibile!

Cast

  • Robert Wise è il regista del film. Americano, ha diretto film come La jena: L'uomo di mezzanotte, Ultimatum alla Terra, West Side Story (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior regista), Tutti insieme appassionatamente (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior regista), Audrey Rose e Star Trek. Anche produttore, attore e montatore, è morto nel 2005, all'età di 91 anni. 
  • Russ Tamblyn interpreta Luke Sannerson. Indimenticabile Dr. Jacobi della serie Twin Peaks, ha partecipato a film come 7 spose per 7 fratelli, I peccatori di Peyton, West Side Story, Drive, Django Unchained e ad altre serie quali Saranno famosi e Hill House. Anche sceneggiatore, ha 82 anni.

Curiosità

Richard Johnson, che interpreta il Dr. John Markway, negli anni '70 si è dato all'horror italiano e ai B-Movies, figurando nel cast di film come Zombie 2, L'isola degli uomini pesce, Chi sei? e Il medaglione insanguinato, tutte cose perfette da recuperare d'estate! De Gli invasati esiste un remake del 1999, Haunting - Presenze, mentre il capolavoro di Flanagan, Hill House, è una rilettura del romanzo di Shirley Jackson; vi consiglio, ovviamente, di recuperare questa splendida serie e aggiungere Ballata macabra. ENJOY!


venerdì 17 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Tesis (1996)


La challenge horror questa settimana chiedeva di festeggiare l'anniversario di un film uscito nel 1996. Invece di scegliere un "banale" Dal tramonto all'alba, di cui comunque quest'anno dovrò parlare, pur non essendone in grado, ho puntato un altro mio grande amore cinefilo, Tesis (Tésis), diretto e co-sceneggiato dal regista Alejandro Amenábar.

Trama

Cercando materiale per una tesi sulla violenza all'interno delle opere audiovisive, Angela incappa in uno snuff avente come protagonista una studentessa della sua stessa università, scomparsa da qualche tempo. Con l'aiuto del compagno di corso Chema, Angela comincia a indagare, attirando l'attenzione dell'assassino...

RECENSIONE

Cercando qua e là su Internet, è venuto fuori che la prima visione italiana televisiva di Tesis era andata in onda nel 2003. Non sono sicurissima al 100% che sia proprio vero, ma siccome quell'anno andavo a mia volta all'università, può essere. Sta di fatto che, come al solito, probabilmente devo ringraziare Ghezzi e il suo Fuori Orario per avermi fatto scoprire questa perla della cinematografia spagnola. Tesis era stato il mio amore di un'estate, culminato nella ricerca dell'opera di Oscar Wilde in cui si racconta la storia della principessa e del nano morto di crepacuore, ovvero Il compleanno dell'infanta. Erano tempi in cui internet si usava ancora poco, e avevo dovuto affidarmi alla memoria di quel pozzo di cultura che è l'amico Toto per recuperare la fonte della storia che Chema racconta ad Angela nei labirintici sotterranei dell'università. Da allora, avrò rivisto Tesis un paio di volte e poi, come spesso accade, ho lasciato che questo film tanto amato cadesse nell'oblio fino a qualche giorno fa, quando l'ho riguardato come fosse la prima volta, rimanendone nuovamente coinvolta e affascinata. Tesis racconta le vicende di Angela, laureanda alle prese, appunto, con la tesi. L'argomento scelto, come viene ribadito a un certo punto nel film, è complesso ed insidioso, ovvero la violenza all'interno delle opere audiovisive, direttamente collegato alla morbosa fascinazione dell'essere umano verso il sangue, le torture e la morte. Per ottenere materiale, Angela si avvicina a Chema, famoso all'interno della facoltà per essere amante dell'horror estremo, e chiede al suo relatore la possibilità di visionare film particolarmente espliciti. Quest'ultimo, cercando qualcosa che possa fare al caso della ragazza, recupera una videocassetta all'interno di un angolo nascosto della videoteca di facoltà, e muore dopo averla visionata. Angela è la prima a trovare il cadavere del relatore e, mossa proprio da quella morbosa fascinazione di cui sopra, ruba la cassetta, che si rivela essere uno snuff contenente l'omicidio di una studentessa della sua stessa facoltà, misteriosamente scomparsa da qualche tempo. Angela e Chema si mettono quindi ad indagare, attirando ovviamente le attenzioni di chi ha realizzato il video. 

Rivisto dopo 20 anni e un minimo di obiettività in più, Tesis si è rivelato un film con tantissimi pregi e qualche difetto. Il messaggio di fondo ha mantenuto intatta la sua potenza, la capacità di raccontare l'oscurità di un animo umano che, spogliato da tutte le regole sociali, è assimilabile a quello di una bestia assetata di sangue. Angela è attirata dall'orrore e dalla violenza, la sua mente la spinge in ogni modo a guardare, perlomeno a sbirciare. Ancor prima che dai sogni su Bosco, nei quali si mescolano eros e thanatos, questa sua "perversione" si capisce fin dall'inizio: dalla corsa per riuscire a vedere il cadavere in metropolitana nonostante i divieti della polizia, dall'incapacità di spiegare in cosa consisterebbe la sua tesi e perché abbia scelto proprio un argomento simile, dagli escamotage che utilizza per non essere "sfacciata" come Chema. Angela ha bisogno di giustificazioni oppure tramiti per legittimare la sua curiosità ed ergersi a giudice morale degli altri, mentre Chema, sostanzialmente, se ne frega e, in maniera molto infantile, ostenta la sua ribellione fingendo di non avere sentimenti, positivi o negativi che siano. Sono entrambi due personaggi immaturi e borderline ma, mentre Angela è la protagonista che viene costruita per essere "ingenua", al limite del cretino, nella pervicacia con la quale si ostina a mettersi in pericolo anche di fronte a una red flag grossa come una casa (cose che non la privano del suo ruolo di eroina), Chema viene connotato come un personaggio ambiguo, disgustoso. Un nano che si è visto allo specchio e, apparentemente, ha accettato la sua bruttezza indurendo il proprio cuore invece di morirne, arrivando ad assecondare in toto i pregiudizi delle persone. A differenza di altri, Chema non sa vivere, è incapace di indossare una maschera di normalità, e il difetto di Tesis è proprio quello di usare gli innumerevoli aspetti creepy della sua personalità solo come elemento sviante, senza imbastire un discorso più serio; ancora peggio, in qualche modo Chema viene giustificato nonostante sia oggettivamente deprecabile e compia azioni molto discutibili, perché nonostante il suo amore per l'horror estremo non arriva mai a mettere in pratica ciò che vede nei film.  

Molto interessante, ancora oggi, è invece il continuo dialogo tra l'occhio dello spettatore e quelli dei personaggi, tra la cinepresa del regista e quella dell'assassino, che si scambiano continuamente portando la realtà nella finzione e viceversa. Lo stile di Tesis è molto argentiano, con i protagonisti che corrono fuggendo da "qualcosa" di invisibile, incarnato dalla macchina da presa, oppure persi all'interno di ambienti assai comuni che diventano all'improvviso delle vuote anticamere di morte, dove potrebbe esserci chiunque in agguato. A differenza di Argento, però, Amenábar intavola anche un discorso cinefilo e metacinematografico. Tesis è ambientato all'interno della facoltà di Cinema, i personaggi conoscono sia le tecniche di regia che quelle di sceneggiatura, oltre alle regole del genere thriller-horror, e si trovano in una situazione in cui realtà e finzione si sovrappongono; da spettatrice riluttante ma curiosa, Angela si ritrova ad essere potenziale protagonista di qualcosa che si finge cinema per giustificare istinti brutali e, invece di "guardare", viene guardata e violata, talvolta anche a sua insaputa. Il prosaico discorso del professor Càstro, durante il quale gli studenti vengono invitati a "dare al pubblico ciò che vuole", ragionando principalmente in termini economici, si traduce sul finale in una doccia fredda per Angela, la quale ha finalmente toccato con mano il vero significato della parola "orrore" e si ritrova, a sua volta, ad essere protagonista di una storia da dare in pasto alle masse ipnotizzate e affamate di vicende violente. C'è da chiedersi cosa girerebbe oggi Amenábar, in un'epoca in cui vanno per la maggiore i true crime e in cui qualsiasi horror estremo, da raccattare in qualche oscura videoteca, impallidisce rispetto a quello che ci propinano i social, ma probabilmente aveva già immaginato una deriva simile, visto il modo in cui si chiude Tesis. Che, se ancora non aveste capito, vi consiglio di cercare e custodire come un tesoro prezioso!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Alejandro Amenábar ho già parlato QUI. Fele Martínez (Chema) e Eduardo Noriega (Bosco Herranz) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Ana Torrent, che interpreta Ángela ha partecipato al film Verónica nel ruolo della madre degli sfortunati protagonisti. Se Tesis vi fosse piaciuto, recuperate 8mm - Delitto a luci rosse, L'occhio che uccide e il reboot di Faces of Death. ENJOY!

venerdì 10 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Touch Me (2025)


Oggi la challenge lasciava libera scelta, quindi ho guardato un film che mi ispirava da un po', Touch Me, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Addison Heimann.

Trama

Joey e Craig, due amici problematici, vengono invitati a casa di Brian, alieno tentacolato che si nasconde sotto l'aspetto di fascinoso essere umano. L'idillio si spezza quando entrambi gli amici si scoprono molto attratti da Brian...

RECENSIONE

Agli albori del blog, ormai quasi 20 anni fa, cercavo quasi esclusivamente film dalle trame assurde, oppure quegli horror so bad it's so good, comunque roba che difficilmente avrebbe trovato una distribuzione da noi oppure degli scult che hanno fatto storia. Avrete notato che, ormai, non è più così da parecchio, e che il Bollalmanacco ormai è un diario di visioni anche abbastanza "banali", passatemi il termine, ma per fortuna, ogni tanto, arrivano film come questo Touch Me, che lasciano interdetti già dalla trama. Il film comincia con un lungo monologo di Joey, la quale, su invito della psicoterapeuta, racconta il trauma che l'ha portata lì infarcendolo di dettagli assurdi, quasi esilaranti, in modo da sdrammatizzarlo. Joey le parla di Brian, fascinoso uomo d'affari dalle tute multicolor, e di come costui l'abbia attirata nella sua enorme villa, prima di palesare la sua natura di alieno tentacolato e usarle violenza, costringendola a darsi alla fuga e cercare rifugio da Craig, il suo migliore amico gay. Quella che è stata venduta alla psicoterapeuta come una presa in giro, però, è la pura verità. Brian è realmente un alieno e Joey, prima di scappare terrorizzata, ha passato un periodo non meglio definito a godere, letteralmente, di tentacoli in grado di spazzare via ogni ansia e provocare orgasmi multipli. Un'altra verità è che Joey, seppur traumatizzata, è diventata dipendente dal tocco di Brian. Così, quando si presenta l'occasione, Joey torna alla villa portandosi dietro Craig, il quale si scopre affatto immune al fascino del narcisista Brian; quest'ultimo, ovviamente, è ben felice di fare sesso tentacolato con entrambi, ma il triangolo metterà a dura prova un idillio che nasconde terrificanti segreti. Temo di avere già detto troppo sulla trama di Touch Me, ma vorrei aggiungere ancora una cosa. Nonostante l'effettiva "stupidera" dell'assunto iniziale, il film di Addison Heimann è una spietata riflessione sulle amicizie tossiche, su quei legami di convenienza che si reggono essenzialmente sull'infelicità delle persone coinvolte, e che si sgretolano quando questa condizione di miseria condivisa viene meno. Joey è una ragazza che ha davvero vissuto un trauma terribile, ancor prima di conoscere Brian, ma invece di confidarsi con Craig e cercare di tirarsene fuori, preferisce vivere in una perenne condizione di stordimento; dall'altra parte, Craig usa Joey come metro della propria bontà d'animo, tenendosela in casa come un animaletto carino con cui sfogarsi dal mattino alla sera, in cambio di un tetto e di soldi a palate.

Quando Brian si propone come "guru" e guaritore dell'anima, il rapporto tra Craig e Joey si incrina proprio perché la creatura aliena è falsa e superficiale quanto loro, innamorato solo di se stesso e di un ideale di bellezza che vale finché i suoi amanti lo idolatrano senza porsi troppe domande. C'è anche un aspetto più horror sotteso alla vicenda, ovviamente, ma l'aspetto interessante di Touch Me è proprio il progressivo sfaldarsi dei legami tra i personaggi e la trasformazione di un sogno erotico in un incubo; il resto, sono dettagli che, molto ironicamente, Heimann evita consapevolmente di spiegare, abbracciando in toto le regole di un film di serie Z o l'esilarante follia di un film Giapponese. Questo aspetto di Touch Me potrebbe essere quello che me lo ha fatto piacere così tanto. Il film è, infatti, pesantemente legato alle iconografie giapponesi, cominciando proprio dall'hentai a base di polpi e tentacoli che risale già a fine '800 e il cui esempio più elevato è Il sogno della moglie del pescatore di Hokusai. Touch Me risente anche dell'influenza di film come House, per gli inserti onirico-demenziali che deformano i personaggi oppure trasformano in fumetto i loro pensieri, e del genere pinku eiga, ovviamente, ma io ci ho visto qualcosa anche di un film che col Giappone ha ben poco da spartire, ovvero Brain Damage di Henenlotter (i tentacoli dell'alieno creano dipendenza, inoltre non credo che Brian sia un nome messo a  caso!), anche per come, a un certo punto, vira nello splatter visionario e artigianale. Se Addison Heimann è un regista e sceneggiatore da tenere d'occhio, è anche vero che è riuscito a sfruttare al meglio il cast, in particolare Lou Taylor Pucci. Aperta parentesi body shaming: Lou Taylor Pucci mi fa orrore. Per quanto mi riguarda, l'aspetto più assurdo di Touch Me non è che qualcuno brami di venire scopato da dei tentacoli, ma che voglia farsi anche solo sfiorare dalla versione umana di Brian. Ciò detto, l'interpretazione dell'attore è inquietante e esilarante al tempo stesso, e il suo Brian ha proprio l'aria del guru carismatico dietro al quale c'è il vuoto cosmico, con somma sfortuna di quanti sono disposti a farsi rovinare la vita. I suoi balletti anti-stress, per affrontare l'infantile disperazione che lo assale di tanto in tanto, sono una delle cose più memorabili di un film che ne contiene parecchie, e che vi invito a recuperare se non siete troppo schizzinosi. Poi fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate!

CAST

Di Olivia Taylor Dudley (Joey) e Lou Taylor Pucci (Brian) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Addison Heimann è il regista e sceneggiatore del film. Americano, ha diretto anche il film Hypochondriac. E' anche produttore e attore.


venerdì 3 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Il mulino delle donne di pietra (1960)


Il tema settimanale della Challenge Horror poteva essere il top del trash, in quanto chiedeva la visione di un "Horny European Horror". Dall'elenco di esempi forniti dal creatore della challenge ho tirato fuori Il mulino delle donne di pietra, diretto e co-sceneggiato nel 1960 dal regista Giorgio Ferroni (la raccolta di racconti fiamminghi ad opera di tale Pieter van Weigen, nominata nei titoli di testa come fonte della trama del film, a quanto pare non esiste ed è stata inventata per dare maggior tono all'opera).

Trama

Dopo essere stato incaricato di fare delle ricerche sull'argomento, il giovane scrittore Hans viene invitato a dimorare presso il cosiddetto Mulino delle donne di pietra, all'interno del quale c'è un carillon composto da statue a grandezza naturale di tragiche eroine del passato. Il proprietario dell'opera è lo scultore Gregorius Wahl, che vive nel mulino assieme alla figlia Elfie, la quale cela un inquietante segreto...


RECENSIONE

E io che mi aspettavo chissà quale depravazione da Il mulino delle donne di pietra! In realtà, di gente arrapata ce n'è ben poca all'interno del film e, anche se verso il finale il mad doctor di turno approfitta della messa in atto del suo diabolico piano per mostrare un capezzolo della malcapitata vittima, la più infoiata è la figlia dello scultore, Elfie, la quale si invaghisce subito di Hans e se lo porta a letto senza troppe cerimonie. Qui e là, poi, si inneggia ai piaceri della carne grazie alla presenza della procace Annelore (interpretata dalla cugina di Moira Orfei, Liana) e all'atteggiamento piacione del simpatico Ralf, ma sono davvero dettagli di poco conto. In realtà, Il mulino delle donne di pietra è un dignitoso horror gotico in costume, peraltro il primo in Italia ad essere stato realizzato a colori, il che lo dota sicuramente di un valore storico non da poco. Il mulino delle donne di pietra prende il titolo dal luogo dov'è ambientata la maggior parte della vicenda, ovvero una struttura trasformata in una sorta di attrazione turistica dalla presenza di un carillon fatto di statue a grandezza naturale di famose eroine del passato. La caratteristica peculiare delle statue è quella di raffigurare queste donne da morte, oppure morenti; non bastasse questo elemento già abbastanza creepy, va aggiunto anche che Elfie, la figlia del proprietario del mulino nonché autore del macabro carillon, viene tenuta celata alla vista di eventuali ospiti. Nonostante ciò, lo scrittore Hans, incaricato di scrivere un articolo sul carillon e, conseguentemente, invitato a dimorare nel mulino, rimane ugualmente affascinato dalla ragazza, la quale non fa mistero di essersi perdutamente invaghita dell'uomo. E' il solito trope della femme fatale, procace e dai capelli corvini, il cui aspetto è in aperto contrasto con quello semplice e quasi fanciullesco di Liselotte, amica d'infanzia di Hans e da sempre innamorata di lui. Horny come da titolo della challenge, Hans "si concede" ad Elfie per una notte, ma si rende subito conto che la ragazza è strana, oltre che morbosa in maniera ossessiva, quindi torna con la coda tra le gambe da Liselotte, proclamando il suo amore eterno per lei. Ora, non dirò che Hans si merita tutto ciò che gli accadrà dopo, perché questo dovrebbe essere un post serio, ma a prescindere da come la penso io, il personaggio viene punito per questo suo abbandonarsi alla tentazione del proibito e, come i migliori eroi gotici, viene condotto sull'orlo della follia da qualcosa di talmente perverso da risultare inconcepibile.

Mi rendo conto di essere stata abbastanza lacunosa, ma potrei scommettere che sono in tanti a non avere guardato Il mulino delle donne di pietra, quindi mi spiacerebbe incappare in antipatici spoiler. Passo quindi a parlare un po' dell'aspetto visivo dell'opera. Come sottolineato all'inizio del post, Il mulino delle donne di pietra è stato il primo horror italiano a venire girato a colori e Giorgio Ferroni, assieme al direttore della fotografia Pier Ludovico Pavoni, sfruttano al meglio questo nuovo mezzo espressivo. I colori del film sono intensi, pieni, risaltano ancora più vividi grazie all'utilizzo di ombre nitide e ben definite; ovviamente, vengono privilegiate le sfumature del rosso, soprattutto per gli abiti, un giallo malato che sottolinea la natura non proprio salubre del mulino, tinte blu e viola che fanno assumere alla realtà i contorni di un incubo. L'abile uso del colore è anche funzionale alla trama, soprattutto quando la cinepresa si sofferma sul lento, inquietante movimento delle statue del carillon, indugiando sui dettagli dei loro volti e delle loro espressioni. Il mulino e i suoi dintorni, nebbiosi e grigi, sembrano usciti dritti da un romanzo gotico. La struttura del mulino è labirintica e le inquadrature del regista, talvolta debitrici dello stile espressionista tedesco, riescono a farlo sembrare molto più grande di quello che è, soprattutto quando Hans comincia a perdere contatto con la propria razionalità e a confondere realtà e allucinazioni. La lunga sequenza onirica in cui il protagonista immagina di parlare con vari personaggi è doppiamente efficace perché Ferroni non utilizza alcun elemento visivo per distinguere sogno e realtà; l'unico indizio per lo spettatore è l'eco della voce degli interlocutori di Hans, ma quando il protagonista è solo si finisce vittime della sua stessa confusione. Al di là dell'innegabile bellezza formale, un appunto che bisogna fare a Il mulino delle donne di pietra è che l'aspetto horror è trattenuto per buona parte del suo metraggio e che la follia, purtroppo, esplode solo sul finale, rivelando tutta la depravazione celata all'interno del mulino e gettando nuova luce sulla scappatella di Hans che, col senno di poi, rende molto meno peregrino il tema della challenge. Di più non dimandate e, se questo post vi ha incuriosito, recuperate anche voi Il mulino delle donne di pietra.

CAST

  • Giorgio Ferroni è il regista e co-sceneggiatore del film. Nato a Perugia, ha diretto film come Le baccanti, Il leone di Tebe, Un dollaro bucato, Per pochi dollari ancora, Wanted, L'arciere di fuoco e La notte dei diavoli. Anche montatore, attore e produttore, è morto nel 1981, all'età di 73 anni.

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