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martedì 10 febbraio 2026

L'agente segreto (2025)


La settimana scorsa è unscito in Italia L'agente segreto (O Agente Secreto), diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Kleber Mendonça Filho, e candidato a 4 Oscar (Miglior film, Miglior film straniero, Miglior attore protagonista, Miglior casting).

Trama

Nell'epoca del regime militare brasiliano, l'ex professore universitario Armando deve farsi una nuova vita in un'altra città, per fuggire ad un pericoloso passato...

RECENSIONE

Mi sembrava strano avere apprezzato tutti i film candidati e amati dalla critica visti finora, doveva arrivare a un certo punto l'opera che mi avrebbe lasciata con un punto interrogativo sulla testa. Il momento è giunto con L'agente segreto, film che segue le vicende di un ex professore universitario fuggito da una persecuzione ingiusta e da una serie di accuse costruite ad arte. L'agente segreto, scritto e sceneggiato dal regista Kleber Mendonça Filho, è un'opera ambientata negli anni '70, ai tempi della dittatura militare in Brasile, durante la presidenza di Ernesto Geisel. Lo scopo del film, chiaramente, è quello di raccontare come le persone vivessero in quel periodo buio, cercando la normalità pur con la costante spada di Damocle di venire arrestati o fatti sparire nel peggiore dei modi; per ogni "ribelle" che si offre di aiutare quanti vengono perseguitati dal regime, come la meravigliosa Dona Sebastiana, ci sono poliziotti corrotti o killer prezzolati nascosti nelle ombre, orribili individui dai valori morali completamente distorti. Il titolo del film, in questo, è eloquente. Per "agente segreto", infatti, non si intende il povero Marcelo/Armando, il quale cerca semplicemente di sopravvivere e riallacciare il rapporto col figlioletto, ma si fa riferimento a un termine usato in Brasile negli anni della dittatura, che indicava individui legati al governo, impegnati in attività clandestine di sorveglianza, identificazione e altre cose ben peggiori. C'è poi anche tutta l'accezione glamour veicolata dal cinema, un'arte che ha un ruolo preponderante all'interno del film (O agente secreto è il titolo di uno dei film proiettati all'interno della sala gestita dal suocero di Marcelo), oltre all'idea della memoria, individuale e collettiva, rappresentata come "agente" invisibile che modifica la percezione della realtà, come dimostra il finale in cui Fernando non è minimamente interessato a conoscere le vicende del padre, là dove una studentessa sconosciuta le reputa fondamentali per aggiungere un'ulteriore tessera ad un passato che rischia di scomparire. Tutto molto bello ed interessante, soprattutto il riferimento costante al film Lo squalo, utilizzato come oggetto delle brame del piccolo Fernando, pellicola "del momento" per i cittadini di Recife e metafora della situazione di Marcelo, braccato da "squali" che sentono sempre più l'odore del suo sangue, peccato che la vicenda del protagonista non mi abbia toccata nemmeno nei momenti più carichi emotivamente. 

Il motivo di questo distacco, almeno per me, è stata l'abbondanza di personaggi e sottotrame che distolgono l'attenzione da quello che dovrebbe essere il fulcro narrativo del film. Che i viscidi poliziotti coi quali Marcelo viene in contatto siano l'apoteosi dello schifo, che i giornali raccontino di una gamba dotata di vita propria che prende a calci gli omosessuali appartati nei parchi, che ricchi e poveri vengano trattati con una disparità imbarazzante, che il sarto tedesco (interpretato tra l'altro egregiamente da un Udo Kier alla sua, ahimé, ultima apparizione sullo schermo) sia un ebreo che i poliziotti ignoranti si incaponiscono a considerare nazista, sono tocchi di colore che sì, danno un'idea precisa dell'epoca storica in cui si muove Marcelo, ma sono poco utili ad empatizzare con lui. Personalmente, avrei preferito che venissero approfondite le storie dei rifugiati accolti da Dona Sebastiana, che venisse mostrato il loro rapporto con Marcelo, al di là di un accenno a una liaison con una delle inquiline, e che lo stesso Marcelo venisse approfondito di più. Così, mi ha dato l'impressione che il protagonista fosse  "uno dei tanti", e forse era proprio questo lo scopo di questo mix tra commedia nerissima, dramma e thriller, una scelta che con me però non ha funzionato. La conseguenza di ciò è che L'agente segreto, per quanto ben diretto, con alcune scelte stilistiche che fanno il verso ai filmacci di serie B affiancate a sequenze raffinatissime, mi è parso, a tratti, un'ordalia interminabile che mi ha persa in più punti, ovvero quando il mio disinteresse non era placato dal batticuore provato davanti alle nostalgiche immagini di sale cinematografiche affollate o da pochi momenti di pura angoscia pulp. Lo stesso Wagner Moura (peraltro affascinante da morire, difficile vederlo come un "uomo della strada") non mi ha colpita particolarmente, se non quando il personaggio apre il suo cuore al suocero e alla leader del movimento ribelle Elza, dove traspare tutto il dolore di un uomo costretto non solo a rinnegare la propria identità e gli affetti del presente, ma anche a sopportare l'infamia di venire additato come corrotto e traditore da uomini indegni persino di allacciargli le scarpe. Può essere che abbia guardato L'agente segreto in un momento di stanca, cosa che talvolta mi capita nel corso della Oscar Death Race, ma purtroppo ora come ora non mi ha convinta. Oggettivamente, però, mi rendo conto che è un'opera molto bella, quindi chissà che, tra qualche anno, non mi decida a ridargli una chance. Per ora, il mio cuore batte per altri candidati.

CAST

Di Udo Kier, che interpreta Hans, ho già parlato QUI.

  • Kleber Mendonça Filho è il regista e sceneggiatore del film. Brasiliano, ha diretto film come Aquarius, Bacurau e Retratos Fantasmas. Anche produttore, montatore, direttore della fotografia e attore, ha 58 anni. 
  • Wagner Moura interpreta Marcelo Alves/Armando Solimões/Fernando Solimões. Brasiliano, ha partecipato a film come Tropa de elite, Tropa de elite 2, Civil War e a serie quali Narcos e Narcos: Messico. Come doppiatore, ha lavorato in Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita. 

martedì 17 settembre 2019

American Animals (2018)

Mi è capitato di recente sotto mano il film American Animals, scritto e diretto nel 2018 dal regista Bart Layton. Scelto essenzialmente per la presenza di un paio di attori, si è rivelato una visione gradevolissima.


Trama: quattro studenti universitari pianificano un furto di antichi e preziosissimi volumi nella biblioteca della Transylvania University di Lexington.



Convincersi che per diventare veri artisti bisogna avere una vita tragica potrebbe non essere una delle idee migliori. L'ha imparato a sue spese Spencer Reinhard, studente universitario che, nel 2003, ha portato via dalla biblioteca universitaria di Lexington alcuni volumi dal valore inestimabile. Spencer non era solo, ovviamente. A spalleggiarlo c'erano altri tre ragazzi più o meno coetanei, in primis Warren Lipka, studente ribelle capitato "per caso" all'università grazie a una borsa ottenuta per meriti sportivi, galvanizzato dall'idea di poter commettere un furto come quelli dei film. Ma poiché American Animals è una storia vera (non è "tratto da", attenzione), ben poco di quel furto è andato come nei film, e lo dimostrano i volti provati da quasi dieci anni di carcere di coloro che questa storia l'hanno vissuta davvero, e che all'interno dell'opera di Bart Layton si alternano agli attori per raccontarla, rendendo American Animals una sorta di "docufilm" capace di toccare le corde più profonde degli spettatori. Non c'è nulla di romanzato, infatti, all'interno di American Animals, tranne per quello che riguarda le idee e i pensieri dei coinvolti, la cui giovinezza e felice ignoranza dell'epoca hanno filtrato una vicenda destinata a finire male già in partenza nonostante i quattro non volessero fare male a nessuno; la prima parte del film è simile infatti a quella di molti altri heist movies, coi ragazzotti pieni di speranze che, nonostante i dubbi, continuano a perseverare nell'impresa anche solo per il gusto di avere qualcosa di particolare, di speciale da fare, qualcosa che possa allontanarli dallo squallido grigiore della provincia del Kentucky. La seconda parte, introdotta dagli sguardi e dai silenzi dei veri Warren, Spencer e compagnia, è invece più cupa e si concentra sul disagio e sul senso di colpa, sulla consapevolezza di aver scazzato come solo ragazzini inesperti possono fare e sull'attesa, inevitabile, di venire condotti davanti alla giustizia, ritrovando così forse un po' di sollievo da quella situazione non così esaltante né "speciale".


Ciò che colpisce maggiormente di American Animals è il gusto e l'abilità con cui Bart Layton unisce in maniera indissolubile realtà e finzione, facendo del film una sorta di compendio visivo di quanto raccontato dai veri protagonisti; capita quindi che Spencer ricordi un uomo con una sciarpa blu, o forse viola, e nel giro di un secondo l'immagine cambi, oppure capita che nessuno sappia davvero se Warren sia andato o meno ad Amsterdam ad incontrare un bieco uomo d'affari, ed ecco quindi sparire dalla storia Udo Kier. Insomma, il film si trasforma a seconda di ciò che raccontano, omettono e ricordano i protagonisti che hanno davvero vissuto la vicenda e, a corollario, ci sono non solo le loro testimonianze ma anche quelle di genitori, insegnanti e vittime, la povera Betty Jean Gooch in primis. C'è da dire che i veri Warren Lipka e Spencer Reinhard sono a tratti più "personaggi" degli attori che li interpretano, soprattutto il primo, al quale il carcere pare non avere minimamente corretto quella vena di follia e strafottenza che sembra caratterizzare ogni suo gesto e sguardo. Bravissimo Evan Peters, che è riuscito a catturarne lo spirito alla perfezione offrendo ai fan un'altra delle sue interpretazioni sopra le righe, ma bravissimi anche gli altri attori coinvolti, Barry Keoghan in primis, con lo sguardo perso di chi sogna imprese grandiose e l'inquietudine di chi, alla fine, capisce di essere solo un ragazzino come tanti, che ha fatto il passo più lungo della gamba rovinandosi la vita. Un vero peccato che American Animals sia passato sotto silenzio (a Savona, per esempio, è durato un solo weekend al cinema d'élite ed è uscito in ritardo, inoltre ho letto pochissime recensioni in giro) perché è uno dei film più interessanti e godibili del 2018.


Di Evan Peters (Warren), Barry Keoghan (Spencer), Ann Dowd (Betty Jean "BJ" Gooch) e Udo Kier (Mr. Van Der Hoek) ho già parlato ai rispettivi link.

Bart Layton è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come L'impostore - The Imposter. Anche produttore, ha 44 anni.




venerdì 14 giugno 2019

Dragged Across Concrete (2018)

Ne ho letto benissimo da più parti, quindi in questi giorni ho cercato di recuperare Dragged Across Concrete, scritto e diretto nel 2018 dal regista S. Craig Zahler.



Trama: dopo essere stati sospesi, due poliziotti decidono di appropriarsi dell'oro appena rubato da un manipolo di sanguinari malviventi.



Non pretendo di intendermene di cinema, ma per quanto mi riguarda, per ciò che si limita ai film che conosco e che sono riuscita a vedere in questi ultimi anni, Craig S. Zahler non ha eguali. Quest'uomo è capace di inchiodarti alla sedia e non farti staccare gli occhi da scene in cui i personaggi si limitano a stare seduti e parlare tra loro del più e del meno (non dialoghi "cool" alla Tarantino ma dialoghi rozzi, quotidiani eppure profondi), prende personaggi secondari e, davvero, inutili ai fini della trama, rendendoli protagonisti di sequenze devastanti, mette in scena persone con pochi pregi e moltissimi difetti riuscendo a non farcele volere morte dopo dieci minuti, cattura la brutalità della vita come pochi altri Autori. E' un crogiolo di esistenze terribile quello che viene preso in esame con Dragged Across Concrete, fatto di persone "normali" alle quali succedono le peggio cose senza un motivo plausibile, di persone veramente malvagie e di altre che cattive non sono ma neppure si impegnano a fare cose "buone", anzi, si lasciano contagiare dal tanfo della violenza e del marciume col quale vivono a contatto ogni maledetto giorno e ne sono dolorosamente consapevoli. Non è questo, tuttavia, a spingere Brett ed Anthony ad uscire dalla legalità e derubare un branco di ladri ed assassini, con tutto quello che ne consegue; non si gettano a capofitto nell'impresa in quanto "felici" di essere corrotti ma affrontano l'impresa come un sacrificio, il volontario peccato di chi alla società ha dato (dal suo punto di vista) tutto senza ottenere altro che diffidenza e pesci in faccia. I due poliziotti vengono sospesi all'inizio del film per i modi brutali e il linguaggio razzista utilizzati durante l'arresto di un trafficante di droga e se Anthony è relativamente giovane, passabile di cambiare prima o poi, così non è per Brett, veterano che non ha mai fatto carriera perché ha scelto di rimanere immutabile e granitico, un residuato bellico incapace di comprendere concetti come politically correct o l'impietoso mondo social in cui chiunque può venire ripreso, giudicato e condannato. A Brett non frega nulla del giudizio della gente, gli importa solo di fare il suo lavoro in modo efficiente, senza indossare una finta maschera di affabilità e tolleranza: può non piacere, a noi come a chi lo circonda, ma il personaggio così è, punto, con i suoi sfottò razzisti, la sua freddezza, la sua totale mancanza di empatia.


Eppure, quanto arriva ad importarci di Brett e del suo socio voi non lo potete capire. Così come non potete capire, se non avete visto Dragged Across Concrete, quanto si può tirare la corda della tensione, della costruzione dei personaggi e dell'attesa paziente prima di arrivare a quello che dovrebbe essere il nocciolo della questione e che in realtà, per Zahler, nocciolo non è. La risoluzione delle vicende di Brett ed Anthony e delle loro famiglie, ma anche di Henry e persino di Kelly, giunge al 90% con una mancanza di catarsi totale, lasciando lo spettatore con un palmo di naso e spesso più depresso di prima, perché in questo caso, più che in altre pellicole, non è il traguardo che conta ma il viaggio compiuto per arrivarci. Un viaggio all'interno del quale ogni singolo attore brilla come una fulgida stella, da quello che ha solo pochissimi minuti per splendere a chi, come Mel Gibson, all'età di 63 anni e col baffo da duro e puro, è probabilmente incappato nel ruolo della vita; lui e Vince Vaughn sono perfetti, le icone viventi del film, sembrano la caricatura dei veri poliziotti "stronzi" da film e riescono lo stesso a risultare reali come se fossero nostri vicini di casa, il che se ci si pensa è scioccante. Ma una menzione d'onore la merita Jennifer Carpenter, per il cui personaggio la scrittura intelligentissima di Zahler ha davvero compiuto un miracolo, senza dimenticare Tory Kittles, "gangsta" sui generis ma dalle mille sfaccettature. Al solito, l'unico vero problema di Dragged Across Concrete è che nessuno si è ancora impegnato per acquistarlo, distribuirlo e regalarlo al pubblico italiano sul grande schermo, vai a sapere perché. Questo sarebbe davvero grande Cinema, un noir violento diretto benissimo e scritto ancora meglio, con attori in stato di grazia, che meriterebbe una distribuzione capillare. Esprimiamo un desiderio per i mesi venturi e incrociamo le dita.


Del regista e sceneggiatore S. Craig Zahler ho già parlato QUI. Mel Gibson (Brett Ridgeman), Vince Vaughn (Anthony Lurasetti), Thomas Kretschmann (Lorentz Vogelmann), Jennifer Carpenter (Kelly Summer), Laurie Holden (Melanie Ridgeman), Don Johnson (Tenente capo Calvert) e Udo Kier (Friedrich) li trovate invece ai rispettivi link.

Tory Kittles interpreta Henry Johns. Americano, ha partecipato a film come Instinct - Istinto primordiale,  A Perfect Getaway - Una perfetta via di fuga e a serie quali CSI: NY, Dr. House, CSI: Miami e True Detective. Ha 43 anni e due film in uscita.


Se Dragged Across Concrete vi fosse piaciuto recuperate anche Brawl in Cell Block 99 e Bone Tomahawk. ENJOY!

venerdì 26 ottobre 2018

Puppet Master: The Littlest Reich (2018)

E così, dopo averne letto bene un po' ovunque, ho recuperato anche Puppet Master: The Littlest Reich, diretto dai registi Sonny Laguna e Tommy Wiklund.


Trama: ad una convention dedicata ad Andre Toulon, psicopatico nazista creatore di orridi pupazzi assassini, si riuniscono una cinquantina di persone decise a partecipare ad un'asta che vede come oggetto proprio le creature di Toulon. Quando i malvagi burattini si animeranno sarà un massacro...



Se da piccola vedere La bambola assassina o Puppet Master mi causava le stesse reazioni di terrore inconsulto, col tempo ho imparato a fare differenze tra bambole e marionette, perlomeno sullo schermo, ché se mi mettete davanti una marionetta scappo comunque a gambe levate. Questo per dire che le creature assassine di Puppet Master (saga tra l'altro arrivata al millesimo episodio, di cui ho visto solo il primo capitolo e questo reboot) non mi fanno la stessa paura di Chucky o Annabelle perché sono troppo piccole, stilizzate e talvolta anche caruccette, quindi non mi hanno mai particolarmente attirata e ammetto di avere guardato Puppet Master: The Littlest Reich solo per la presenza di un nome alla sceneggiatura, quello di S. Craig Zahler, il regista e sceneggiatore di bombette come Bone Tomahawk e Brawl on Cell Block 99. Da lui mi aspettavo una cattiveria incredibile e una buona scrittura e questo ho ricevuto, in effetti. Puppet Master: The Littlest Reich è il trionfo dei personaggi simpatici che muoiono male senza un perché, talvolta anche in modi inaspettati che esulano dalla mano delle marionette di Toulon, e della bieca ignoranza nazi, che non si ferma davanti a nulla pur di martoriare il "diverso", sia esso gay, nero, ebreo, o quello che volete. Con due pennellate di "colore", Zahler ci fa entrare subito in sintonia col protagonista, la sua fidanzata e il suo migliore amico, personaggi forse archetipici ma abbastanza umani perché arrivi ad importarci qualcosa di loro, e li riunisce assieme ad altri personaggi secondari caratterizzati nel giro di un fotogramma o due che diventano automaticamente più di "vittima numero X"... e in tempo zero li fa massacrare dal "piccolo Reich" di Toulon senza peraltro troppa ironia, metafora nemmeno troppo velata di una società in cui succedono "brutte cose alle persone che non se lo meritano perché sì". Benché vi siano dei momenti di nera ironia, la verità è che si ride pochissimo in questo nuovo Puppet Master e il film è pervaso da un'atmosfera di ineluttabile pessimismo cosmico dall'inizio alla fine, da quello stesso nichilismo che sopraffà lo spettatore nelle altre opere di Zahler e che impedisce di relegare il film nel novero delle ca**te di serie Z a prescindere dai suoi mille difetti.


Difetti che ci sono, è evidente. Innanzitutto, per quanto si possa apprezzare lo sceneggiatore, il nuovo Puppet Master non è altro che una bieca scusa per mettere in scena macellate della peggior specie e tra un omicidio fantasioso e l'altro c'è ben poca sostanza; salvo la cornice, anche ben recitata, del fumettista impegnato a vendere il pupazzo del defunto fratello e l'introduzione col sempre divino Udo Kier, per non parlare dei titoli di testa a cartoni animati musicati da Fabio Frizzi, il resto del film sembra un'accozzaglia di scenette splatter attaccate con lo sputo, un insieme di micro-episodi efferatissimi che servono giusto a mostrare la bravura dei registi e dei responsabili degli effetti speciali quando si tratta di fare sul serio. Effettivamente, ammetto che da parecchio non vedevo una simile mancanza di remore all'interno di un horror: i pupazzi assassini non risparmiano nessuno, nemmeno bambini o donne incinte, e alcune sequenze (una in particolare, durante la quale l'idea di spegnere il televisore è stata forte come non l'avvertivo dai tempi delle mie prime esperienze con Joe D'Amato) sono talmente di cattivo gusto che c'è da dubitare che questo film vedrà mai una distribuzione cinematografica a meno di non venire pesantemente tagliato e quindi ridotto a un paio di scene. D'altronde, produce Fangoria, il che già di per sé potrebbe essere garanzia di sangue a secchiate, perfetto per gli appassionati del genere. Se a questo aggiungete un paio di guest star interessanti, benché ahimé poco utilizzate, capirete perché Puppet Master: The Littlest Reich è uno di quei pochi reboot che meritano di essere stati realizzati e un film da guardare se siete appassionati della saga o anche solo del sano, ignorante splatter fine a se stesso.


Di Udo Kier (Andre Toulon) e Barbara Crampton (Carol Doreski) ho già parlato ai rispettivi link.

Sonny Laguna e Tommy Wiklund sono i registi della pellicola. Americano il primo, probabilmente svedese il secondo, hanno diretto film come Blood Runs Cold, Wither e We Are Monsters. Anche sceneggiatori, tecnici degli effetti speciali, produttori e attori, hanno entrambi un film in uscita.


Michael Paré interpreta il Detective Brown. Americano, ha partecipato a film come Villaggio dei dannati, Scomparsa, The Vatican Tapes, Bone Tomahawk e a serie quali Ralph supermaxi eroe, Cold Case e Dr. House. Anche produttore, ha 60 anni e ben dodici film in uscita.


Thomas Lennon, che interpreta Edgar, era il preside Novak dell'esilarante Santa Clarita Diet mentre l'umano che viene usato come marionetta dai pupazzi altri non è che l'alieno malvagio del film Arma non convenzionale, ovvero Matthias Hues. Puppet Master: The Littlest Reich è, come già scritto nel post, il reboot di una saga iniziata nel col film Puppet Master - Il burattinaio e continuata per anni con Puppet Master II, Puppet Master 3 - Giochi infernali, Dollman, Giocattoli infernali, Radio Alien, Giocattoli assassini, Il ritorno dei giocattoli assassini, Giocattoli assassini - Scontro finale, Curse of the Puppet Master, Retro Puppet Master, Puppet Master: The Legacy, Puppet Master vs Demonic Toys, Demonic Toys: Personal Demons, Puppet Master: Axis of Evil e Puppet Master X: Axis Rising; al momento, tra l'altro, c'è il reboot e anche un film "canonico" contemporaneo, ovvero l'ultimo Puppet Master: Axis Termination, del 2017. Direi che se i pupazzetti assassini vi interessano avete materiale da vendere! ENJOY!

domenica 22 aprile 2018

Cell Block 99: Nessuno può fermarmi (2017)

Scuotendo la testa per l'orrendo titolo italiota che gli hanno appioppato, in questi giorni ho recuperato Cell Block 99: Nessuno può fermarmi (Brawl in Cell Block 99), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista S. Craig Zahler.


Trama: un ex pugile ed ex alcolista cerca di rifarsi una vita con la moglie e per racimolare denaro comincia a lavorare come corriere della droga. Quando una consegna finisce malissimo l'uomo viene condannato a sette anni di prigione ma è solo l'inizio di un incubo ben più terribile...


Da mesi tutti i blogger parlano benissimo di Cell Block 99 e siccome in questi giorni dovrebbe essere uscito straight to video anche nel nostro "bel" Paese arrivo anch'io a scrivere due righe per consigliarvi di assecondare la distribuzione italiana miope ed irrispettosa (per la cronaca, anche l'altro, bellissimo film di Zahler, Bone Tomahawk, qui è arrivato solo sul mercato dell'home video) e procurarvelo senza indugio. Come già accadeva con l'opera precedente di Zahler, Cell Block 99 è un film lento a carburare, che stuzzica lo spettatore con un preambolo atto a presentare al meglio il protagonista della pellicola, Bradley (mai Brad!) Thomas, e la sua situazione familiare, senza sprecare troppi dialoghi ma concentrandosi sui dettagli "ambientali" e sulla fisicità del personaggio. Fondamentalmente, Bradley è un mostro a malapena tenuto a bada da alcuni punti fermi quali onore, patriottismo e famiglia, un uomo che, per quanto ci provi, non è comunque in grado di condurre una vita normale e per tentare di averne una deve lo stesso scendere a compromessi col mondo criminale nella figura dell'amico Gil; quando quest'ultimo si mette in affari con dei messicani rissosi, Bradley finisce in carcere proprio per colpa del proprio codice morale e da lì comincia la letterale discesa all'inferno di un uomo che farebbe di tutto per proteggere le pochissime cose ancora pure ed importanti della sua vita. A un certo punto, quindi, Cell Block 99 diventerebbe uno dei più classici prison movie col protagonista non necessariamente "cattivo" nel senso stretto del termine, costretto a sopportare soprusi di carcerieri antipatici e di compagni di cella infingardi, se non fosse che, come da titolo, Bradley viene spinto (non vi dico come né perché) a raggiungere il blocco 99 e da lì la pellicola si contamina pesantemente con l'horror, come già accadeva in Bone Tomahawk, e diventa un omaggio ai grindhouse anni '70. Anche nelle sue fasi più concitate, tuttavia, Cell Block 99 è un film "ragionato", costruito alla perfezione, che non perde mai di vista la centralità del protagonista e tutto ciò che rende condivisibile al pubblico ogni sua azione o ogni suo momento riflessivo, che contribuisce non solo ad aumentare la tensione di una trama che ad un certo punto sfiora l'immorale, ma soprattutto a rendere più umano il personaggio di Bradley all'interno di un parterre di caratteri ad alto rischio cliché.


Bradley, tra l'altro, è interpretato da un Vince Vaughn quasi irriconoscibile che regge sulle spalle tutto il peso del film. Abituati come siamo all'azione frenetica e coreografata in maniera quasi surreale dei combattimenti action non solo dei cinecomics ma di qualsiasi film a base di violenza, vedere Vince Vaughn boxare con movimenti ragionati e "trattenuti" (ma non meno efficaci, Cristo) senza ausilio di controfigure, è affascinante e trasmette tutto il dolore di un pugno chiuso che impatta contro la carne e le ossa di chi è tanto sfortunato da subirne la furia. Diciamo che è un po' come succedeva in Profondo Rosso, dove tutte le morti erano causate da oggetti o elementi "comuni", veicolanti sensazioni che qualsiasi spettatore ha provato almeno una volta in misura minore: qui abbiamo un energumeno intelligente, incazzato e infaticabile che mena pugni veri, non un folletto orientale che spacca gli avversari a calci volanti, ed ogni osso spezzato, dente che salta, scheggia di vetro, nonaggiungoaltroomisiaccapponalapellesantoDdio, soprattutto se ripreso nel dettaglio o grazie a raffinati piani sequenza, entra secco nelle ossa e nei muscoli dello spettatore, alla faccia degli effetti speciali volutamente grezzi sul finale. Oltre a questo modo maschio e realistico di rappresentare la violenza, di Cell Block 99 ho apprezzato molto le scenografie del carcere di massima sicurezza, un emblema perfetto di "cura medievale per il tuo c**o" (cit.) che fa perdere ogni speranza sia al pubblico che ai carcerati, e poi ovviamente la comparsa di due caratteristi adorati come Don Johnson e Udo Kier. Quest'ultimo, in particolare, sarà anche "placid" e dotato di poco minutaggio ma come mette paura lui, con quelle due parole in croce cariche di terrificanti minacce, nessuno mai. Quindi Zahler ha lanciato nel mondo del cinema un'altra bella bombetta e ciò lo rende uno dei registi da tenere d'occhio nell'imminente futuro: quest'anno dovrebbe uscire Dragged Across the Concrete, che già dal titolo promette non bene, di più, e io lo attendo con gioia!


Del regista S. Craig Zahler ho già parlato QUI. Vince Vaughn (Bradley Thomas), Jennifer Carpenter (Lauren Thomas), Don Johnson (Guardia Tuggs) e Udo Kier (Uomo tranquillo) li trovate invece ai rispettivi link.

Marc Blucas interpreta Gil. Americano, indimenticato Riley di Buffy l'ammazzavampiri, lo ricordo per film come Pleasantville, Jay & Silent Bob... fermate Hollywood!, They - Incubi dal mondo delle ombre, Innocenti bugie e Red State, inoltre ha partecipato ad altre serie quali Dr. House e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, ha 46 anni.


Se Cell Block 99: Nessuno può fermarmi vi fosse piaciuto recuperate La fratellanza e Bone Tomahawk. ENJOY!

domenica 17 luglio 2016

Keyhole (2011)

Non chiedetemi perché ma qualche giorno fa ho scelto consapevolmente di guardare Keyhole, diretto e co-sceneggiato nel 2011 dal regista Guy Maddin. Seguirà post brevissimo e totalmente clueless.


Trama: un gruppo di malviventi braccati dalla polizia si asserraglia con un ostaggio all'interno di una casa. Il loro capo, Ulysses, arriva all'improvviso con una ragazza semi-annegata, deciso a cercare la propria moglie che dovrebbe trovarsi al piano superiore di quella stessa casa.



A detta di Guy Maddin, Keyhole è un film che andrebbe visto tre volte prima di trovare un senso e capirlo. Già da questa dichiarazione del regista avrete intuito che Keyhole è uno di quei film bellissimi ed incredibilmente artistici, d'"avanguardia", capaci di prostrare a terra lo spettatore medio quale io sono e farlo sentire inadeguato e mancante nei confronti della settima arte tutta. Capire non solo la trama di questa pellicola ma anche e soprattutto la frammentazione di tempo e luogo che la caratterizza richiederebbe infatti un'attenzione certosina, la volontà di esaminare ogni fermo immagine e il tempo di riguardarla da capo per ben più delle tre volte consigliate, tutti elementi di cui io, fatalmente, manco. Quindi, cosa mi è rimasto di Keyhole? Boh, andiamo a sentimento. Ciò che ho percepito io è l'essenza di un incubo surreale fatto di sensi di colpa ed occasioni perdute, con un novello Ulisse (appunto) che cerca di tornare a casa pur avendo quasi dimenticato i volti dei figli e della moglie, troppo impegnato con la sua vita criminale. I personaggi che vengono mostrati sono probabilmente i fantasmi di persone morte da tempo, alcuni più consapevoli di altri della propria condizione, tanto da fare distinzione tra loro e gli spettri che infesterebbero la casa; tra questi ultimi ci sono sicuramente Calypso, che invece di essere una bella ninfa è un vecchio orripilante tenuto in catene nonché padre di Hyacint, la moglie che Ulysses cerca invano e che è tenuta prigioniera proprio dal laido genitore (o forse no), e la ragazza cieca che Ulysses porta a casa, quasi sicuramente morta annegata dopo un dissidio col figlio. Questi vivi che vivi non sono e i morti che non si rendono conto di esserlo vagano per tutto il film come anime in pena, disperatamente bisognosi di qualcosa che neppure loro sanno cosa sia oppure condannati a ripercorrere gli errori commessi in vita, generando nello spettatore un senso di frustrazione che non può essere attribuibile solo alla natura ermetica della pellicola. La casa in cui si muovono, colma di elementi dissonanti (non vi dico ad un certo punto cosa compare nelle pareti...) e frutto di una scenografia fatta principalmente di ambienti claustrofobici, è praticamente un tunnel degli orrori privo di un inizio o di una fine, dotata di una struttura in perenne mutamento e persino di un sotterraneo che somiglia tanto all'Inferno. La linearità della trama viene stravolta di continuo da flashback, visioni, dejà vu e allucinazioni mentre il punto di vista della narrazione si alterna tra quello di Ulysses, quello di Calypso (che all'inizio credevo fossero la stessa persona) e persino quello del figlio di Ulysses, tutti stratagemmi atti a creare un caleidoscopio di eventi difficili da ricostruire, immersi in una splendida fotografia in bianco e nero che conferisce al film un sapore quasi espressionista. E qui direi che sarebbe il caso di fermarmi, rischierei di scrivere delle stupidaggini. Se ve la sentite di raccogliere la sfida e accingervi alla triplice visione di Keyhole fatemi sapere com'è andata, altrimenti tentate l'esperienza di guardarlo almeno una volta, potreste anche rimanerne estasiati, chissà!


Jason Patric (Ulysses), Isabella Rossellini (Hyacint) e Udo Kier (Dr. Lemke) li trovate ai rispettivi link.

Guy Maddin è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Canadese, ha diretto film come Dracula: Pages from a Virgin's Diary e La canzone più triste del mondo. Anche attore, produttore e compositore, ha 60 anni.


Se il film vi fosse piaciuto... mah, recuperate le altre opere di Guy Maddin, credo che uno stile così particolare sia solo suo! ENJOY!

lunedì 14 aprile 2014

Nymphomaniac - Volume 2 (2013)

Pronti per re-immergervi nel favoloso mondo di Gumb..ehm... Lars Von Trier? Spero di sì perché dopo il tour de force seSuale di ieri oggi si riprende con Nymphomaniac – Volume 2 (Nymphomaniac Vol. 2). Sono insaziabile, nevvero? Mah. Come al solito, i puristi e i cinefili si astengano.


Trama: il racconto di Joe prosegue, mentre Seligman ascolta sempre più attonito. Dopo aver perso sensibilità all’”arto”, infatti, la ninfomane proseguirà la sua esistenza cadendo sempre più in basso, in un vortice di solitudine e degrado…


A dimostrazione del fatto che Nymphomaniac NON era film da dividere in due parti nonostante il cliffhanger, il tono della pellicola non cambia repentinamente dal faceto al serio ma l’allegria (in senso Trieriano, ovvero assai simile a quella di un Capezzone qualsiasi) si mantiene alta mentre lo spettatore assiste incredulo (ma anche no visto che, dopo dieci amanti al giorno per 5/6 anni COME MINIMO la protagonista là sotto avrà avuto il Tunnel della Manica) ai metodi grotteschi con i quali Joe tenta di risvegliarsi l’orgasmo, tra colpi di straccio bagnato, inganni meccanici, ricordi d’infanzia, gravidanze, big bamboos... fino a toccare, molto banalmente, il fondo sostituendo al sesso la violenza. Aspettavate la svolta cupa? Don't worry, arriverà danzando sulle punte, come avrebbe fatto Billy Eliott prima di trasformarsi nella versione annoiata dello Zed di Pulp Fiction. E se la protagonista Joe abbraccia finalmente il massimo punto di degrado, anche la pellicola, fino a quel momento scorrevole, si impantana un po' tra uno sguardo inespressivo di LaBeouf, un'autocitazione VonTrieriana e una fotografia sempre più cupa e triste, specchio dell'animo e della baginga provati della protagonista. Alla risata si sostituisce lo sbadiglio e non basta qualche spunto vagamente interessante o la "rivelazione" di Stellan Skarsgard per ridestare l'interesse, che si affloscia ulteriormente quando Nymphomaniac, che era riuscito a mantenere comunque una sua identità più o meno coerente, diventa una sorta di loffio gangster movie erotico introdotto dalle note di Burning Down The House. A quel punto le banalità si sprecano davvero, come se Von Trier avesse davanti una lista dei cliché tratta direttamente dal Manuale del piccolo sporcaccione: settant'anni vergine celo, neri superdotati celo, frusta celo, fist fucking celo, lesbicata celo, golden shower celo e, per finire in bellezza, pedofilo celo (A tal proposito, Lars, il film che hai girato è una sciocchezzuola e te lo concedo, non c'è nemmeno da arrabbiarsi o scandalizzarsi, ma per la tirata sulla pedofilia meriteresti di venir preso a calci da qui all'eternità, deficiente che non sei altro. Provare pena un paio di balle, c'è mica qualcosa che devi confessare? Ti ascolto con una mazza chiodata in mano, tranquillo). A completare l'opera ci pensa un finale da facepalm, tratto direttamente da una canzone degli Elii ma preceduto da un meraviglioso spiegone conclusivo che, senza possibilità di errori, ci spiega per filo e per segno come interpretare in chiave "psicanalisi d'accatto" OGNI scelta di Joe. GRAZIE!


Cambiando il ritmo e il tono della storia narrata cambia leggermente anche il registro utilizzato per sequenze ed immagini, che diventano molto meno pop e sperimentali rispetto al Volume 1, più cupe e "mature"; ogni tanto Von Trier tira qualche zampata delle sue, come nella sequenza dell'orgasmo accompagnato da improbabili visioni o come la genialata dell'improvviso e spiazzante fast forward nella storia, che lascia perplesso il povero Seligman, ma per il resto il Volume 2 di Nymphomaniac risulta più piatterello e banale anche visivamente. La Gainsbourg sostituisce, con mia somma gioia, l'orrida ragazzetta che interpretava Joe da giovane e si riconferma attrice di una bravura incredibile e ovviamente molto affascinante nonostante l'aria sfatta e dimessa che l'accompagna per tutta la durata del film. Le comparsate di Udo Kier e Willelm Dafoe sono invece poco più che chicche messe lì per i fan di questi due mostri sacri, tuttavia c'è da dire che il simpatico Udo si becca un omaggio talmente weird che il suo buon nome non ne viene sicuramente intaccato. Sono invece indecisa su Jamie Bell, imprigionato in un personaggio talmente caricaturale e spiazzante che diventa molto difficile farsi un'idea dell'effettiva bravura dell'attore: certo, anche solo il fatto che non sia stramazzato al suolo dalle risate durante il momento "silent duck" potrebbe indicare che il giovanotto sa fare il suo mestiere, quindi gli concederei il beneficio del dubbio. O forse sono io che non ho capito la "profondità" (e mi si perdoni il gioco di parole) di quella che ho visto solo come una perplimente postilla, aggiunta tanto per. D'altronde, mi sono vissuta allo stesso modo tutto questo bailamme sessuale messo in piedi da Lars Von Trier, prendendolo come un esercizio di stile, una mera operazione commerciale fatta di tanto fumo e pochissimo arrosto, buona giusto per fare discutere le signore e i signori bene (ma esistono ancora?) nei loro salottini borghesi e fomentare la solita diatriba tra chi odia Von Trier e chi lo ama senza riserve. Sinceramente? Io mi pongo esattamente nel mezzo, non gli auguro né bene né male. Se la mia recensione vi ha incuriositi e vi è venuta voglia di vedere Nymphomaniac guardatelo senza timore di incomprensioni o accuse di esser dei maniaci sessuali in incognito, altrimenti fate come diceva Virgilio a Dante: non vi curate di Lars ma guardate e passate, magari in queste quattro ore fate all'amore per davvero che è la cosa migliore!


Del regista e sceneggiatore Lars Von Trier ho già parlato qui. Charlotte Gainsbourg (Joe),  Stellan Skarsgård (Seligman), Shia LaBeouf (Jerome), Jamie Bell (K), Willelm Dafoe (L), Christian Slater (il padre di Joe) e Udo Kier (il cameriere) li trovate invece ai rispettivi link.

Per eventuali curiosità su Nymphomaniac - Volume 2 andatevi a leggere la recensione del Volume 1 e... ENJOY!



martedì 18 settembre 2012

Halloween - The Beginning (2007)

Nonostante non ami molto lo slasher fine a sé stesso, nella mia collezione di DVD è finito anche Halloween – The Beginning (Halloween), diretto nel 2007 dal regista Rob Zombie.


Trama: il film racconta la “leggenda” di Michael Myers cominciando dall’infanzia, passando per lo sterminio della famiglia per poi arrivare al presente, quando lo spietato killer evade dal manicomio criminale per uccidere anche la sorella minore…


So che è brutto da dire per una persona che cura un blog di cinema e si dichiara appassionata di horror, ma l’Halloween di Carpenter non l’ho mai visto. Avevo beccato moltissimo tempo fa, a tarda sera, il secondo capitolo (senza capirci una beneamata mazza, ovviamente, visto che comincia direttamente dalla fine del primo film) e anche il moscerello Vent’anni dopo, ma in generale non mi avevano entusiasmata troppo. Quindi, non dovrete stupirvi se il mio giudizio nei confronti di Halloween – The Beginning sarà molto positivo, per il semplice fatto che non sono mai stata fan dell’originale e non potrò quindi fare un confronto. Aggiungo inoltre che il maledetto Rob Zombie mi ha catturata fin dal suo primo, imperfetto film d’esordio, La casa dei 1000 corpi, grazie al suo stile particolare, all’incredibile generosità nel regalare indimenticabili scene splatter e all’impeccabile uso di grandi caratteristi e azzeccatissime colonne sonore. In questo, Halloween – The Beginning non fa eccezione, sebbene sia sicuramente più debole delle due pellicole “zombiane” che lo hanno preceduto.


Ad essere sinceri, il film patisce di una sorta di divisione in due parti distinte, ovvero l’infanzia di Michael Myers e la seguente evasione dal manicomio con ricerca della sorellina sopravvissuta. Io ho sicuramente apprezzato molto di più la prima parte, nonostante anch’essa soffra di qualche piccolo difetto: personalmente, avrei trovato molto più interessante vedere il bimbo Michael che sviluppava la sua follia all’interno di una famiglia amorevole, non nella solita squallida casetta con madre amorevole ma spogliarellista, patrigno ubriacone e fancazzista, sorella maggiore zoccola e odiosa. Per fortuna Zombie non attribuisce tutta la colpa della malattia di Michael all’ambiente familiare, e ci mostra chiaramente come il ragazzino fosse già nato psicopatico ma con la faccetta (grassoccia) d’angelo, tuttavia è difficile biasimare il pargolo armato di coltello mentre taglia la gola al sacco di brenno accozzato sul divano o mentre bastona a morte un compagno di scuola simpatico come una cacca nel letto. Interessante, sebbene un po’ prolissa, anche la parte in cui il regista sviluppa il rapporto che si instaura tra il Dr. Loomis e il piccolo paziente, con Michael sempre più silenzioso, tetro ed inquietante man mano che le sue maschere di cartapesta (spettacolari!) diventano più elaborate. E’ alla fine di questo percorso, tra l’altro, che viene mostrata con forza inaudita la definitiva vittoria della follia sull’innocenza; prima della melodrammatica scena che porta alla morte fisica di Deborah, infatti, Zombie ci permette di vedere il momento in cui la donna muore davvero, una sequenza agghiacciante e magistrale in cui il figlio, ormai più bestia che essere umano, le urla in faccia dopo l’ultimo omicidio commesso.


Da qui in poi il film ridiventa uno slasher tout court, introdotto dalla scritta in sovrimpressione “Trick or Treat”. A differenziare Halloween – The Beginning da altri film simili spiccano personaggi particolarmente odiosi e stupidi, di una demenza che sconfina nella cattiveria (allucinante la scena dello stupro ai danni di una delle pazienti del manicomio, quasi insostenibile nella sua brutalità) e che per questo meritano ogni sevizia del gigantesco ed inquietante Michael, e, ovviamente, una cura dei dettagli quasi maniacale accompagnata da un sadico gusto gore. Zombie, infatti, riesce a regalare sia allo spettatore “normale” che al fan momenti a dir poco epici come quello in cui Michael ritrova nella casa abbandonata la maschera che diventerà il suo marchio di fabbrica, oppure sanguinosissime macellate come quella del camionista in bagno e dei genitori di Laurie. In tutto questo, comunque, la mia sequenza preferita è forse quella che precede l’ambiguo finale, in cui la sorellina ormai cresciuta cerca di fuggire al fratellone all’interno della loro vecchia casa, dove il regista si sbizzarrisce con arditissime inquadrature e un montaggio talmente serrato che la tensione non cala nemmeno per un secondo. Altra particolarità da me molto apprezzata è l’abbondante uso di caratteristi d’eccezione a fare da “spalla” a interpreti stranamente validi per il tipo di pellicola in questione: vedere Udo Kier, Danny Trejo, Clint Howard e Brad Dourif è sempre un piacere immenso, a prescindere dal poco tempo che viene loro concesso, Sheri Moon Zombie è adorabile e brava come al solito, Malcom McDowell parte male (quell’orrida parrucchetta all’inizio non si può vedere) ma poi riesce con la solita dignità a raccogliere lo scomodo scettro di Donald Pleasence, il piccolo Daeg Faerch non è all’altezza dei classici bambini malvagi del cinema horror ma il suo visetto inespressivo è sufficientemente inquietante per essere credibile, infine Scout Taylor – Compton ci mette tutta la sua capacità polmonare nell’interpretare la scream queen di turno e, soprattutto nel finale, mette i brividi. Per farla breve, avendo solo questo Halloween – The Beginning come punto di partenza della saga, mi sento di consigliarlo caldamente ai fan dell’horror, tuttavia se amate il film originale di Carpenter non saprei dire se l’operazione zombiana potrebbe o meno essere di vostro gusto.


Di Malcom McDowell (Dott. Samuel Loomis), Danny Trejo (Ismael Cruz), Bill Moseley (si vede solo nella versione cinematografica nei panni di una delle guardie, ma io a casa ho il DVD unrated, quindi me lo sono perso, sigh!), Brad Dourif (lo sceriffo Lee Brackett), Clint Howard (Dott. Koplenson), Udo Kier (Morgan Walker) e Dee Wallace (Cynthia Strode) ho già parlato nei rispettivi link.

Rob Zombie (vero nome Robert Bartleh Cummings) è regista e sceneggiatore della pellicola. “Nato” come musicista, lo ricordo per aver girato film come La casa dei 1000 corpi, La casa del Diavolo, il trailer Werewolf Women of the S.S. per il film Grindhouse, Halloween II, The Haunted World of El Superbeasto e un episodio di CSI:Miami. Anche compositore, produttore e attore, ha 47 anni e un film in uscita, l’imminente e attesissimo Lords of Salem.


Scout Taylor – Compton (vero nome Desariee Starr Compton) interpreta Laurie Strode. Americana, ha partecipato a film come Halloween II e a serie come Allie McBeal, E.R. Medici in prima linea, Una mamma per amica, Cold Case, Streghe, Bones, CSI, CSI:NY e Grey’s Anatomy. Ha 23 anni e quattro film in uscita.


Tyler Mane (vero nome Daryl Karolat) interpreta Michael Myers da adulto. Ex wrestler, lo ricordo per avere interpretato il francamente orribile Sabretooth di X – Men, inoltre ha partecipato ad altri film come Troy, La casa del Diavolo e Halloween II. Canadese, anche produttore e sceneggiatore, ha 46 anni e un film in uscita.

Con tutto il rispetto, ciccio, ma è meglio Liev Schreiber..!
Sheri Moon Zombie (vero nome Sheri Lyn Skurkis) interpreta Deborah Myers. Moglie di Rob Zombie, la ricordo per film come La casa dei 1000 corpi, La casa del Diavolo, il trailer Werewolf Women of the S.S. per il film Grindhouse, Halloween II e The Haunted World of El Superbeasto (dove dava la voce a uno dei personaggi); inoltre ha partecipato a una puntata di CSI: Miami. Americana, anche produttrice, ha 42 anni e un film in uscita, Lords of Salem.


William Forsythe interpreta Ronnie White. Americano, ha partecipato a film come C’era una volta in America, Dick Tracy, Cosa fare a Denver quando sei morto, The Rock, La casa del diavolo e a serie come Chips, Saranno famosi, Masters of Horror, CSI: Miami e Boardwalk Empire. Anche produttore e sceneggiatore, ha 57 anni e quattro film in uscita.


Danielle Harris interpreta Annie Brackett. Americana, ha partecipato a film come Halloween 4: il ritorno di Michael Myers, Halloween 5, Scappo dalla città – la vita, l’amore e le vacche, Non dite a mamma che la babysitter è morta, L’ultimo boyscout – missione sopravvivere, Free Willy: Un amico da salvare, Daylight – Trappola nel tunnel, Urban Legend e Halloween II, oltre a serie come Genitori in blue jeans, Pappa e ciccia, E.R. – Medici in prima linea, Streghe e Cold Case. Anche regista e produttrice, ha 34 anni e otto film in uscita.


Nella miriade di comparse d’eccezione segnalo anche Sid Haig, qui nei panni del becchino che indica al Dr. Loomis dov’è sepolta la madre di Michael Myers. Non avendo mai visto Halloween II, diretto nel 2009 sempre da Rob Zombie (si vocifera l’uscita di un terzo capitolo ad opera di Patrick Lussier), se Halloween – The Beginning vi fosse piaciuto consiglio di recuperare assolutamente La casa dei 1000 corpi e il suo seguito, il bellissimo La casa del Diavolo. Da parte mia, cercherò invece di guardare finalmente il primo Halloween di Carpenter. ENJOY!

martedì 31 luglio 2012

Iron Sky (2012)

Di tanto in tanto mi capita di leggere trame o vedere trailer di film che mi lasciano talmente sconvolta da diventare una sorta di “chiodo fisso”. E’ successo con The Human Centipede – First Sequence, con One – Eyed Monster e adesso anche con Iron Sky, diretto proprio quest’anno dal regista Timo Vuorensola.


Trama: dopo la seconda guerra mondiale i nazisti non sono scomparsi, ma si sono rifugiati sulla Luna, da dove hanno progettato per anni l’invasione della Terra e la restaurazione del Reich. E ora il momento di tornare al pianeta natio è giunto…


Finalmente sono riuscita nell’intento di guardare questo Iron Sky, di cui (quasi) tutti avevano parlato benissimo e che, molto probabilmente, mai giungerà nelle sale italiane. Sinceramente, forse perché mi ero creata davvero troppe aspettative, l’ho trovato un gradevole e demenziale divertissement ma niente più. L’idea di una manica di nazisti che vivono come se si trovassero ancora nel terzo Reich e che progettano di invadere la Terra con una flotta di astronavi antidiluviane e dai nomi altisonanti va sicuramente a braccetto col trash e la presenza di Udo Kier era una sorta di garanzia, quindi sulla carta Iron Sky avrebbe dovuto essere perfetto, tuttavia qualcosa non mi ha convinta né per quanto riguarda la trama né per quanto riguarda la realizzazione. Sicuramente, la pellicola è più di quel che appare, perché al di là dell’aspetto demenziale gli sceneggiatori hanno deciso di fare un bel po’ di satira neppure troppo velata nei confronti dell’attuale situazione mondiale, dove gli USA spadroneggiano con un governo apparentemente illuminato imponendo alle altre nazioni regole e limiti travestiti da obblighi morali che loro stessi disattendono allegramente: emblematica l’idea di creare un presidente donna sboccatissimo e praticamente identico a Sarah Palin, il cui motto è “Yes SHE Can” e che vede nella guerra contro gli invasori nazisti l’egoistica opportunità di venire rieletta, a scapito delle vite di milioni di americani e, ovviamente, della pace mondiale.


Purtroppo, Iron Sky risulta però debole proprio in quello che dovrebbe differenziarlo dalle altre pellicole, ovvero nella sua assurda idea di base. Per carità, le sequenze in cui Renate mostra ai suoi allievi Il Grande Dittatore composto solo dalla scena in cui Chaplin gioca a palla con il mappamondo oppure quelle in cui i Nazi si confrontano per la prima volta con una realtà fatta di potentissimi telefonini cellulari in grado di far muovere astronavi enormi sono geniali quanto l'astronauta nero "albinizzato" per mano dello scenziato pazzo, tuttavia l'ironia viene parecchio diluita per colpa di personaggi troppo caricaturali e interpretati da attori poco sopra il livello della mediocrità (Udo a parte, ma lui si vede davvero poco...) e, soprattutto, verso il finale il tono della pellicola cambia diventando amaro, serio e quasi triste, come se i realizzatori si fossero pentiti a metà strada e non avessero avuto il coraggio di abbracciare totalmente la serie Z trash come forse avrebbero dovuto fare. Inoltre, a fronte di una colonna sonora davvero splendida e divertente, al limite della parodia, le scene madri che contemplano invece l'uso degli effetti speciali, come quelle degli attacchi con i meteoriti o della "rinascita" dell'impronunciabile arma finale Götterdämmerung, assomigliano parecchio a quelle di un videogioco e risultano in qualche modo rallentate e fasulle. Splendidi, invece, fotografia e costumi, sicuramente un tocco di classe in una produzione indipendente come questa. In poche parole, Iron Sky è un film molto particolare che comunque merita una visione. Ma purtroppo non è riuscito ad assurgere al ruolo di cult, maledizione!


Di Udo Kier, che interpreta Wolfgang Kortzfleisch, ho già parlato qui.

Timo Vuorensola è il regista della pellicola. Finlandese, ha già diretto un corto e un'altra pellicola di pseudo-fantascienza. Anche attore, musicista e tecnico degli effetti speciali, ha 33 anni e due film in uscita.


Götz Otto interpreta Klaus Adler. Tedesco, ha partecipato a film come Schindler's List, Il domani non muore mai, La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler e alla serie TV I pilastri della terra. Anche sceneggiatore, ha 44 anni e cinque film in uscita, tra cui l'ennesimo live action dedicato ai Galli di Goscinny e Uderzo, Asterix e i bretoni.


Christopher Kirby interpreta James Washington. Americano naturalizzato australiano, ha partecipato a film come La regina dei dannati, Matrix Reloaded, Matrix Revolutions, 'Salem's Lot e alle serie Neighbours, Flipper, Willy il principe di Bel Air e Incubi e deliri. Ha due film in uscita.


Se il film vi fosse piaciuto consiglierei la visione di alcuni classici di fantascienza pseudo - demenziale come Balle spaziali, Men in Black, Paul e Galaxy Quest... oppure cambiate proprio genere e buttatevi sul capolavoro Inglorious Basterds. ENJOY!

giovedì 25 febbraio 2010

Suspiria (1977)

Dopo essermi occupata per un paio di post di film recentissimi, torno ora a parlare di qualche sano horror “vintage” e per certi versi storico. Premesso che non amo molto Dario Argento, tra i suoi film comunque il mio preferito in assoluto rimane non già il più famoso Profondo Rosso ma l’horror Suspiria, da lui diretto nel lontano 1977.


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La trama: Suzie Tanner è una promettente ballerina americana, che decide di iscriversi ad una prestigiosa accademia di danza in Germania. Lì, a mano a mano che i cadaveri e le sparizioni aumentano, scopre che un mistero molto pericoloso si cela tra le mura della scuola.


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Suspiria è il primo film della cosiddetta “trilogia delle tre Madri”, continuata poi nel 1980 con Inferno e conclusasi nel 2007 con La terza madre, appunto. Le tre pellicole rappresentano la principale incursione nell’horror di un regista che, nonostante i luoghi comuni, è sempre stato specializzato in sanguinolenti thriller, a volte contaminati da qualche sprazzo “sovrannaturale”. E senza dubbio Suspiria è il più bello dei tre: Inferno lo vidi ormai un sacco di anni fa, almeno dieci, e ammetto che non mi è rimasto molto impresso, mentre Suspiria ho sempre avuto voglia di rivederlo. Il motivo credo sia da ricercare (oltre che nella mia innata perversione) nel fatto che il film riunisce delle splendide immagini, una trama inquietante e una musica che ti entra nella testa e non ti lascia più.


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Partiamo dalla prima cosa che colpisce, ovvero le immagini. A differenza degli ultimi, orrendi film del nostro, Suspiria è curato da morire, e la mano dell’Autore si vede benissimo, fin dall’inizio. Le luci e i colori sono importantissimi e predominano quelli forti come il rosso sangue, il verde acceso, il blu elettrico, che possono essere scorti nell’illuminazione di ogni corridoio o finestra delle stanze dell’Accademia, ma anche all’Aereoporto, quando Suzy arriva per la prima volta in Germania. Ogni omicidio, per quanto assurdo potrebbe sembrare, è preceduto o seguito da immagini che sembrano fatte ad arte, delle piccole, macabre tele; un esempio eclatante è la morte dell’amica di Suzy, che richiama molto la passione di Cristo e la Sua corona di spine, quando la povera ragazza rimane impigliata in enormi matasse di filo di ferro. Altre immagini inquietanti ed indimenticabili sono le ombre che si stagliano contro una piazza vuota, i terribili occhi che compaiono dal nulla, attraverso un vetro oscurato, la doppia morte iniziale, che si conclude in una macabra pioggia di vetri infranti. Senza contare ovviamente il confronto finale con la strega, dove gli scenografi si sono dati particolarmente da fare per creare un ambiente claustrofobico e al contempo misterioso, prima delle spettacolari deflagrazioni finali.


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Come ho detto, quello che concorre a rendere il film inquietante e che completa degnamente le immagini è la colonna sonora dei Goblin. Ora, io di musica non me ne intendo, quindi perdonatemi se non mi saprò spiegare al meglio, ma non sono nemmeno così arrogante da pensare che, nonostante il pezzo più famoso di Suspiria stia venendo da tempo utilizzato nel gioco di Rai Uno Affari Tuoi, lo conoscano tutti. Immaginatevi quindi tutto il film percorso da un inquietante suono di carillon unito a dei sospiri, al respiro roco di una strega… aggiungeteci un’altra musica incalzante, composta da urla spettrali accompagnate da rulli di tamburi e colpi (si dice così??) di piatti. No, non potete immaginarla perché io mi spiego da cani, ma almeno vi costringerò a guardare il film o a cercarne la colonna sonora! Vi assicuro che è molto efficace e tiene davvero col fiato sospeso.


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Ultima cosa, per una volta la trama non è insensata e piena di buchi logici, e gli attori sono molto bravi, soprattutto la protagonista, delicata e forte allo stesso tempo (i bei tempi in cui Argento non infilava ancora la figlia Asia dappertutto…). Il film scorre senza intoppi dall’inizio alla fine, lasciando intatta la suspence e fornendo allo spettatore delle spiegazioni plausibili, nonostante alcuni ovvi picchi di trash forniti dalla presenza delle due “tate” o badanti, o quel che sono, senza dimenticare la comparsata di Miguel Bosé nei panni di un ballerino che concupisce timidamente la protagonista. Anche i dialoghi sono a volte altrettanto trash, come per esempio il litigio tra due ballerine basato sul fatto che i nomi che iniziano per “S” sono nomi di serpenti (…no comment), mentre invece alcuni personaggi avrebbero potuto essere sfruttati meglio, come per esempio il demoniaco bimbetto che deambula per tutto il film senza che venga mai chiarita la sua origine o la sua funzione. Comunque, Suspiria è un film che in generale consiglio, in primis agli appassionati di horror ovviamente, ma anche a chi ne è digiuno e vuole vedere un bell’esempio di horror italiano.


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Di Udo Kier, che compare come psicologo esperto di esoterismo, e che tornerà come prete ne La Terza Madre, ho già parlato nel post dedicato all’omonimo film, dove ovviamente troverete anche notizie sul regista Dario Argento.


Jessica Harper interpreta la protagonista, Suzie. L’attrice americana, che è anche cantante e compositrice, ha ripreso il ruolo storico di Janet Weiss nel “seguito” del Rocky Horror Picture Show, Shock Treatment, e ha inoltre recitato in Minority Report, mentre per la TV la troviamo in episodi di Moonlighting, Racconti di mezzanotte, Ally McBeal e Settimo cielo. Ha 61 anni.


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Alida Valli interpreta l’ambigua miss Tanner, la direttrice. Attrice italiana diventata assai famosa per la sua interpretazione in Senso, di Luchino Visconti, e attiva fin dagli anni ’30, possiamo ritrovarla in tutta la sua grazia ne Il caso Paradine di Hitchcock, Lisa e il Diavolo di Mario Bava, Novecento, l’altro film della Trilogia delle Madri ovvero Inferno e in Sogni mostruosamente proibiti. L’attrice è morta nel 2006 all’età di 85 anni.


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Di questo film pare che sia in produzione un remake previsto entro la fine dell’anno e diretto da un certo David Gordon Green. Ho già paura, ma non in senso buono. Una piccola curiosità: Daria Nicolodi, storica compagna del regista nonché cosceneggiatrice del film da la voce alla malvagia strega Elena Markos. Inoltre, non so se è una citazione o meno, ma la scena del cane che si rivolta contro il suo padrone cieco è praticamente identica a quella girata da Fulci nel suo E tu vivrai nel terrore... l'Aldilà. E ora vi lascio con l'inquietante colonna sonora dei Goblin e i terribili versi di Claudio Simonetti.. ENJOY!!




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