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mercoledì 29 marzo 2023

Luther: Verso l'inferno (2023)

Mi campeggia il faccione gnoccolone di Idris Elba sulla home page di Netflix col thriller Luther: Verso l'inferno (Luther: The Fallen Sun), diretto dal regista Jamie Payne, posso forse non guardarlo?


Trama: il detective Luther è costretto ad evadere dal carcere per fermare un serial killer che si serve del web per ricattare e uccidere le sue vittime...


Più invecchio più mi rendo conto di essere come John Snow e di non sapere nulla. Ad esempio, scopro solo ora che il film Luther: Verso l'inferno è il sequel diretto della serie Luther, durata cinque mini-stagioni e avente per protagonista sempre quel gran figo di Idris Elba. Avendolo scoperto il giorno dopo avere visto il film, non sono nemmeno andata in panico, per carità: sono la dimostrazione vivente che Luther: Verso l'inferno è perfettamente fruibile anche se non avete visto la serie creata dallo sceneggiatore Neil Cross, e al limite vi chiederete come mai il personaggio titolare, pur essendo un detective pluridecorato, è stato sbattuto in carcere per crimini che non vengono mai davvero chiariti ma solo accettati con un'alzata di spalle da gente che, ovviamente, ne sa ben più di me. Ciò detto, Luther: Verso l'inferno mi è piaciuto abbastanza e sarei interessata al recupero della serie, che potrebbe essere anche pane per il Bolluomo, ma poiché in Italia si trova solo su TimVision 'sti cazzi, ne farò a meno. La trama, comunque, racconta di questo infallibile detective che viene incarcerato proprio quando un serial killer sta cominciando a mietere vittime sfruttando il web e la doppia vita segreta (spesso vergognosa) che alcune persone hanno su internet; legato da una promessa fatta alla madre di una delle vittime, Luther decide di evadere dal carcere e di catturare il killer da solo senza tuttavia mettere i bastoni tra le ruote alla polizia, e l'aspetto assai interessante della pellicola è proprio questo moltiplicarsi della "caccia", con Luther che cerca il killer, il killer che cerca di re-incastrare Luther e la polizia che indaga per catturare entrambi, lasciando però che Luther tolga loro qualche castagna dal fuoco. Altro aspetto molto intrigante del film è la natura inquietante e dark del serial killer in questione, un mostro spietato capace di arrivare a chiunque senza farsi troppi scrupoli, sfruttando i piccoli/grandi segreti delle persone fino a spingerle al suicidio per timore di venire scoperti da famiglia, amici e colleghi, cosa che lo rende piuttosto tentacolare e offre al regista l'occasione di imbastire parecchie scene spettacolari e ad effetto (anche se forse l'atto finale è un po' tirato per i capelli).


A tal proposito, per essere un "film TV" (passatemi il termine), Luther: Verso l'inferno ha tutte le caratteristiche di un film pensato per la sala, o di una grande produzione Netflix. Nonostante l'aria piatta e patinata che accomuna, per quanto riguarda la fotografia, buona parte dei film nati in seno alla piattaforma, Jamie Payne non ha affatto una brutta mano e confeziona un paio di sequenze al cardiopalma, molto ben dirette, in particolare quella della rissa in carcere, quella ambientata a Piccadilly Circus e tutte quelle che vedono Andy Serkis scivolare alle spalle delle persone con intenzioni terrificanti. Anzi, diciamo che Andy Serkis è la cosa migliore di Luther: Verso l'inferno. Penalizzato, in parecchie scene, da una parrucchetta inguardabile, Serkis riesce a risultare comunque inquietantissimo in ogni singolo fotogramma e si annulla all'interno di un personaggio repellente che non sfigurerebbe in un horror, sia per lo sguardo che per il lavoro, sempre egregio, sulla voce (io ho sempre detto che quest'uomo è uno dei migliori attori in circolazione ma nessuno mi dà retta). In presenza di Serkis persino Idris Elba scompare, mentre per tutto il resto del film il protagonista fa la sua porchissima figura (pun intended. Mi basta vederlo in maniche di camicia per avere pensieri "tinti"). Non avendo visto la serie, in realtà, in alcuni momenti sono rimasta leggermente perplessa dall'aria agitata e folle del detective e mi sono chiesta se Elba non stesse caricando un po' troppo il personaggio, ma immagino che se avessi guardato Luther non mi sarei posta nemmeno la domanda, quindi lascio la questione in sospeso e apprezzo con gratitudine 'sto pezzo di Marcantonio che, per quanto mi riguarda, sarebbe un perfetto James Bond. Io ve la butto lì. Quindi sì, consiglio senza remore la visione di Luther: Verso l'inferno. Come sempre quando si ha a che fare con gli originali Netflix, non è un capolavoro né un film particolarmente memorabile, ma è una pellicola godibilissima per il divertimento di una sera e, soprattutto, è perfetta anche per chi non conosce la serie. 


Di Idris Elba (John Luther), Cynthia Erivo (Odette Raine) e Andy Serkis (David Robey) ho parlato ai rispettivi link.

Jamie Payne è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto episodi di serie come Doctor Who, L'alienista e Luther. Anche produttore e montatore, ha 55 anni.


Dermot Crowley interpreta Martin Schenk. Irlandese, ha partecipato a film come Il ritorno dello Jedi, Octopussy - Operazione piovra, Il figlio della pantera rosa, La migliore offerta, Morto Stalin se ne fa un altro, Il prodigio e a serie quali Luther. Anche produttore, ha 76 anni. 


Se vi fosse piaciuto Luther: Verso l'inferno recuperate la serie Luther, che vanta ben tre remake, uno francese, uno coreano e uno indiano. ENJOY!

domenica 13 ottobre 2019

Non succede, ma se succede... (2019)

Spinta da un trailer simpatico e dalla presenza di Seth Rogen ho recuperato Non succede, ma se succede... (Long Shot), diretto dal regista Jonathan Levine.


Trama: Fred Flarsky, integerrimo giornalista dalle forti idee liberali, scopre che la sua ex babysitter è diventata la segretaria di stato. Dall'incontro fortuito tra i due nasce un'improbabile collaborazione quando la donna decide di far scrivere a Fred i propri discorsi...


Il Long Shot del titolo originale indica una cosa improbabile (mai quanto la sua traduzione italiana, chevvelodicoaffare.). Fred Flarsky sarebbe contento se iniziassi il post dicendo che il Longshot della Marvel era un mutante col dono della fortuna, capace di volgere le situazioni più improbabili in suo favore, e l'improbabilità è un po' il filo conduttore della commedia di Jonathan Levine. Nell'America Trumpiana, nel MONDO Trumpiano, che la bella segretaria di stato Charlotte Field riesca a fare le scarpe allo stupido e vanesio presidente americano pur essendo donna, giovane e bella, magari mostrando al mondo intero il suo fermo impegno di lottare per l'ambiente, è improbabile. Ancor più improbabile un sistema basato sulla meritocrazia, che vede un paria come Fred Flarsky ritrovarsi nei panni di ghost writer della donna più potente del mondo. Se poi aggiungiamo che il paria in questione ha il volto barbuto e gioviale di Seth Rogen mentre lei la bellezza surreale di Charlize Theron, e tra i due piano piano nasce una splendida storia d'amore a base di canzoni dei Roxette e inconfessabili affinità, beh, è ovvio che il long shot diventa ancora più "long", ma il bello del cinema è anche la possibilità di abbandonarsi e sognare un mondo migliore, pieno di Fred e Charlotte innamorati e al potere, ché francamente le varie Kate, William, Harry e Meghan, glamour e cacafigli, hanno davvero un po' rotto le palle. Non c'è vergogna quindi nell'abbandonarsi all'improbabile universo creato da Levine e soci, che mescola l'umorismo "grezzo" e citazionista tipico di un film di e con Rogen alla leggerezza di una romcom adatta un po' a tutti i palati, soprattutto a quelli femminili, che potranno prendere a modello la Theron come donna innamorata ma forte, alla quale nessuno riesce a mettere i piedi in testa. Un gioco di contrasti e incastri che, a dire il vero, la tira anche troppo per le lunghe (il film avrebbe potuto durare anche mezz'ora di meno, tranquillamente) ma che comunque regala parecchie risate e, a patto di non essere totalmente cinici e disillusi, anche un po' di sano ottimismo se non addirittura flebili speranze.


Poi, insomma, sapete che se c'è di mezzo Rogen io non faccio testo e divento di parte. Ammetto pubblicamente che tra Seth Rogen e un Alexander Skarsgård dall'accento franzoso e la risata inquietante, io sceglierei ciccio Rogen tutta la vita, col suo vocione roboante e l'umorismo da tredicenne, e anche se un po' lo odio per lammerda che è diventato Preacher (che orrore quest'ultima stagione) me lo terrei volentieri sul comodino per abbracciarlo quotidianamente nemmeno fosse un orsacchiotto formato famiglia. Peccato non essere la Theron, che vi devo dire. Eppure, nonostante, anche lì, i due assieme siano la coppia più improbabile del creato, l'alchimia funziona eccome. La bella Charlize Theron aveva già dimostrato di sapersi prendere in giro nel dimenticabile Un milione di modi di morire nel west, dove peraltro era affiancata, anche lì, da un partner non particolarmente bello e pure un po' sfigato, ed evidentemente Talia è stata molto generosa con lei, perché l'attrice dimostra di divertirsi e sapersi divertire senza perdere un'oncia della sua eleganza, persino nelle situazioni dove il suo personaggio mostra la natura di "ronzino" sotto la maschera della statista. A proposito di maschere. Quando nel cast ho letto il nome di Andy Serkis ho avuto l'istinto di riguardare l'intero film dall'inizio alla fine, perché giuro che non l'ho proprio riconosciuto. Ma divago, perdonatemi. In soldoni, Non succede, ma se succede... è uno di quei film perfetti per una serata davanti alla TV. Il mio consiglio è aspettare che venga messo in catalogo su qualche servizio di streaming, perché al cinema non val la pena andare, a meno che non lo proiettino in v.o., ché sapete quanto la voce di Rogen sia troppo particolare perché Simone Mori, la cui inflessione rende i personaggi interpretati dall'attore più cretini di quanto non siano (d'altronde era il doppiatore di Ross, e chi è più sfigato di Ross??), le tributi il giusto onore.


Del regista Jonathan Levine ho già parlato QUI. Charlize Theron (Charlotte Field), Seth Rogen (Fred Flarsky), Bob Odenkirk (Presidente Chambers), Andy Serkis (Parker Wembley), Alexander Skarsgård (Primo ministro James Stewart) e Lisa Kudrow (Katherine) li trovate invece ai rispettivi link.

June Diane Raphael interpreta Maggie Millikin. Americana, ha partecipato a film come Zodiac, Anchorman 2 - Fotti la notizia e The Disaster Artist, inoltre ha lavorato come doppiatrice in BoJack Horseman, I Muppet, American Dad! e Big Mouth. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 39 anni e un film in uscita.


Randall Park interpreta il capo di Fred. Americano, ha partecipato a film come The Interview, The Disaster Artist, Ant- Man and the Wasp, Aquaman e serie come Alias, E.R. Medici in prima linea, Dr. House, Beautiful, Cold Case e CSI - Scena del crimine, inoltre ha lavorato come doppiatore in Robot Chicken e BoJack Horseman. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 45 anni e tornerà nell'universo Marvel con la serie WandaVision.




mercoledì 4 aprile 2018

Deathwatch - La trincea del male (2002)

Attirata da un articolo di Lucia, ho deciso di recuperare Deathwatch - La trincea del male (Deathwatch), diretto e sceneggiato nel 2002 dal regista M. J. Bassett.


Trama: sul fronte ungherese della prima guerra mondiale, un gruppo di soldati inglesi si ritrova tagliato fuori dal resto degli alleati e bloccato in una trincea dove cominciano a succedere cose misteriose...



Prima che ne parlasse Lucia non avevo mai sentito nemmeno nominare Deathwatch, o probabilmente se è successo l'ho cancellato dalla mente a causa del terribile titolo italiano, che incasella automaticamente la pellicola di Bassett nel novero delle porcate da videonoleggio. Sottovalutare Deathwatch è però un errore enorme, perché dietro al titolo italiota imbecille si nasconde un film capace di sviscerare tutto l'orrore della guerra, prima ancora di quello "sovrannaturale" che i protagonisti si ritroveranno ad affrontare. La pellicola è infatti interamente ambientata al fronte, nelle trincee dove i soldati sono costretti ad attendere bombardamenti e assalti mentre le condizioni meteorologiche, la fatica, la sporcizia, l'orrore di quanto visto in precedenza logorano lentamente ma inesorabilmente mente e corpo di chi ogni giorno deve affrontare la morte; in condizioni proibitive come queste l'idea che possa venirsi a creare un clima di paranoia e reciproca diffidenza (se non addirittura odio) anche all'interno di un gruppo che dovrebbe essere affiatato non è così peregrina ed è su questo che gioca molto Deathwatch. Epurato dell'elemento horror, il film di Bassett è la storia di soldati che perdono lentamente la testa a causa dell'attesa non solo dei soccorsi ma soprattutto di un attacco nemico, bloccati in una trincea zeppa di fango e cadaveri, con un prigioniero reso incomprensibile dall'inevitabile barriera linguistica, un ferito grave, superiori che non sanno come uscire da una situazione insostenibile eppure intestarditi dal senso dell'onore militare, soldati che sfruttano la guerra per sfogare la propria innata violenza e altri che vorrebbero essere altrove in quanto terrorizzati dall'idea della propria morte e anche da quella di causarla, come succede al giovane soldato Charlie, vero "protagonista" della pellicola. Questa situazione da sola, per come viene rappresentata realisticamente nel film, basterebbe a creare un ottimo horror ma Bassett sceglie di darle un twist sovrannaturale interamente affidato alla libera interpretazione dello spettatore, che alla fine si ritrova a chiedersi cosa diamine fosse quella maledetta trincea e perché a un certo punto i soldati cominciano a morire come mosche sotto gli attacchi di un "male" sconosciuto.


Alla sceneggiatura già di per sé intrigante si unisce una messa in scena perfetta, che concede poco ma bene al gusto del gore (una scena in particolare rivolta lo stomaco, altre ricordano alcune sequenze di Punto di non ritorno da tanto sono cupe e angoscianti, in più credo sia la prima volta che vedo utilizzato il filo spinato come elemento davvero pericoloso e doloroso, a prescindere dall'horror) e per il resto si affida alla natura labirintica di una trincea che parrebbe infinita, quasi costantemente immersa nel buio e bagnata da una pioggia insistente. In essa, vagano sempre più paranoici ed incazzati fior di attori britannici, un mix di caratteri che ho visto così ben assortiti solo in un altro horror "maschio" ed inquietante, lo splendido L'insaziabile. I singoli personaggi sono ben delineati già dalla sceneggiatura, perfettamente riconoscibili senza che ricadano tuttavia nel cliché e nel classico gioco del "chi morirà per primo?", domanda che in questo film cade decisamente in secondo piano; particolarmente riusciti, oltre al "codardo" Charlie, sono l'inquietante beghino Bradford con i suoi sermoni sull'Apocalisse, l'apparente comic relief scozzese McNess, l'integerrimo e sempre più confuso Sergente Tate, l'inutile Capitano Jennings e, soprattutto, il soldato Quinn di Andy Serkis, che è poi il motivo principale per cui mi sono messa a guardare Deathwatch dopo aver eletto Ulysses Klaue a miglior personaggio diBlack Panther. Vedere Serkis "al naturale", pervaso dal sacro fuoco di un'interpretazione borderline e violentissima, ché Quinn è davvero un sadico bastardo, riempie il cuore di gioia e fa sperare (inutilmente purtroppo, visto che sono già passati sedici anni e Serkis viene ancora principalmente utilizzato come modello per personaggi in CG privandolo di ogni riconoscimento attoriale "ufficiale") di poterselo godere un po' più spesso nei panni di villain. Motivo in più, come ho detto, per recuperare Deathwatch e dare una chance a questo film ingiustamente dimenticato.


Di Jamie Bell (Soldato Charlie Shakespeare), Laurence Fox (Capitano Bramwell Jennings) e Andy Serkis (Soldato Thomas Quinn) ho già parlato ai rispettivi link.

M.J. Bassett (vero nome Michael J. Bassett) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Silent Hill: Revelation 3D ed episodi della serie Ash vs Evil Dead. E' anche produttore.


Hugo Speer interpreta il Sergente David Tate. Inglese, ha partecipato a film come Full Monty, Nymphomaniac - Volume I e a serie quali The Musketeers e Britannia. Anche regista, ha 49 anni.


martedì 27 febbraio 2018

Black Panther (2018)

Primo della pressoché infinita sfilza di cinecomics che ci verranno propinati quest'anno, è arrivato anche a casa Bolla Black Panther, diretto e co-sceneggiato dal regista Ryan Coogler. NO SPOILER, of course.


Trama: dopo la morte del padre, T'challa diventa sovrano del ricchissimo Wakanda ed eredita i poteri della Pantera Nera. Oltre a proteggere lo stato africano dalle mire del mondo esterno, il nuovo re deve anche fare i conti con una minaccia dal passato...


Lo scrivo all'inizio del post così ci togliamo il dente: dopo DIECI anni davvero non avete ancora capito che dovete rimanere seduti a subire in silenzio TUTTI i titoli di coda di un film Marvel perché ci saranno come minimo DUE scene post credits, solitamente la migliore proprio alla fine degli stessi? In una sala gremita, al primo spettacolo ho contato otto spettatori rimanenti, quando sono andata io pochi di meno. Siete ridicoli, su. A parte questo sfogo, Black Panther era uno dei film del MCU a cui non avrei dato un euro e invece mi sono trovata davanti l'opera migliore dai tempi di Winter Soldier (parlando ovviamente di pellicole con un'impronta action e seria, ché Guardiani della Galassia gioca su un altro livello, ormai direi che sia chiaro a tutti...). Il personaggio di Pantera Nera, supereroe africano del quale, beninteso, a me non è mai importato una cippa come del resto di tutti i Vendicatori cartacei, viene portato sullo schermo con intelligenza e finezza, grazie ad una sceneggiatura non esente da cliché ma comunque interessante ed entusiasmante, che sottolinea le differenze del personaggio rispetto ai suoi colleghi americani, inglesi ed extraterrestri. T'Challa, infatti, non è un "banale" supereroe con superproblemi, bensì un re guerriero, conscio dei doveri non già verso il mondo ma verso la sua gente, il popolo di Wakanda. Questa piccola nazione inventata, situata nel cuore dell'Africa, ha la particolarità di sembrare un poverissimo Paese di contadini ma in realtà, grazie al metallo chiamato Vibranio, è invece una fucina di scienza, tecnica e ricchezza, dove gli abitanti vivono in bilico tra tradizioni tribali e un progresso inimmaginabile; per proteggersi da eventuali minacce esterne, radicate in un desiderio di espansione coloniale ai danni dei popoli "deboli", Wakanda deve mantenere una maschera di povertà ed ignoranza e per questo il suo re è sempre stato costretto a lasciare che la sua gente (le persone di colore non Wakandiane) venisse ridotta in schiavitù e privata di terre e diritti. Partendo da questo assunto, Black Panther collega una storia di pura fantasia a lotte civili realmente accorse e contestualizzate nel tempo, spingendo lo spettatore a riflettere assieme ai personaggi su quale sia il modo migliore per aiutare i nostri simili ed evitare l'insorgere di violenza ed ignoranza, ché spesso a nascondere la testa sotto la sabbia si fanno solo danni: è giusto rimanere isolati per timore di venire schiacciati dal mondo esterno, privando così quest'ultimo di importanti scoperte scientifiche, oppure è più vantaggioso tendere una mano ed instaurare un rapporto di mutuo arricchimento? E' meglio costruire muri o ponti? Domande banali, domande necessarie in tempi bui come questi, non solo nell'America di Trump ma anche nell'Italia di Forza Nuova, Salveenee e Casapound, e fa ridere che sia un film Marvel a doverle porre scatenando il panico nelle teste vuote di tutto il mondo.


C'è tanto cuore, dunque, in questo Black Panther ma anche tanta azione, visto che T'challa e i suoi degni compari sono dei badass da primato. Anche stavolta il PG-13 ha reso di gomma gli artigli della Pantera, per carità, ma le scene d'azione sono parecchio goduriose e ben coreografate, perlomeno quando non sono ambientate in un tunnel nero dove si scontrano le pantere, ché lì mi è sembrato di guardare un videogame; alla tecnologia Wakandiana, che rende possibile l'impossibile, va dato il merito di buona parte della riuscita degli inseguimenti mozzafiato sia in auto che sui mezzi alati mentre la regia di Ryan Coogler, fattosi le ossa con Creed - Nato per combattere, ha reso per una volta chiari e gradevoli i corpo a corpo rituali ambientati sul ciglio della cascata. Black Panther è molto curato anche dal punto di vista delle scenografie e dei costumi, un mix di design dal moderno al fantascientifico e ispirazioni tribali, con abiti utilizzati per caratterizzare le diverse tribù del Wakanda attraverso una commistione di colori e materiali che ricordano molto quella dei reali stati africani, in più ha anche una splendida colonna sonora tra il truzzo e il tribale, perfetta per esprimere la particolare natura "borderline" di T'challa e del suo popolo. A proposito di colonna sonora, devo collegarmi proprio alle canzoni, anzi, a What is Love di Haddaway per parlare degli attori, partendo da chi mi ha colpita al punto da pregare (invano, ahimé) per uno spin-off interamente dedicato al personaggio. Mi riferisco, ovviamente, all'Ulysses Klaue di Andy Serkis, matto come un cavallo ed esaltante come pochi altri villain del MCU (diciamo proprio nessuno, a parte l'indimenticato Yondu), in grado di surclassare ad occhi chiusi il pur valido Killmonger di Michael B. Jordan e di riconfermarsi uno dei più grandi attori "commerciali" al mondo; apprezzatissima anche la Okoye di Danai Gurira, la donna capace di stenderti con un'occhiataccia mortale anche quando non è armata di katana come in The Walking Dead o impegnata a far volteggiare lance come in questo caso. Come al solito, i personaggi secondari mi hanno colpita più di quelli principali (a Mirco è piaciuto il rinoceronte leppegoso, per dire...) ma sarebbe un peccato non rendere merito a Chadwick Boseman per la fiera interpretazione del suo T'Challa e a Lupita Nyong'o per la dolce e forte Nakia, così come sarebbe un peccato se futuri sceneggiatori e registi mancassero di sviluppare la giovane Shuri, simpatico comic relief dell'intera operazione, fortunatamente non irritante né invasivo come un Thor: Ragnarok qualsiasi. Gli artigli della Pantera hanno quindi colpito, signori. Speriamo che Avengers: Infinity War sia altrettanto bello!


Del regista e co-sceneggiatore Ryan Coogler ho già parlato QUI. Chadwick Boseman (T'Challa/Black Panther), Michael B. Jordan (Erik Killmonger), Lupita Nyong'o (Nakia), Martin Freeman (Everett K. Ross), Daniel Kaluuya (W'Kabi), Forest Whitaker (Zuri) e Andy Serkis (Ulysses Klaue) li trovate invece ai rispettivi link.

Angela Bassett interpreta Ramonda. Americana, la ricordo per film come FX- Effetto mortale, Un poliziotto alle elementari, Critters 4, Amore all'ultimo morso, Malcom X, Strange Days, Vampiro a Brooklyn e Contact; inoltre, ha partecipato a serie quali I Robinson, Flash, Nightmare Cafe, Alias, E.R. - Medici in prima linea, American Horror Story e ha doppiato episodi de I Simpson e Bojack Horseman. Anche produttrice e regista, ha 60 anni e due film in uscita, Avengers: Infinity War e Mission: Impossible - Fallout.


Danai Gurira, che interpreta Okoye e che dovrebbe tornare anche in Avengers: Infinity War, è ovviamente la Michonne della serie The Walking Dead mentre Letitia Wright, che interpreta Shuri, dovrebbe tornare sia nel succitato Infinity War ed essere tra i protagonisti dell'imminente Ready Player One; altro volto conosciuto è quello di Sterling K. Brown, alias N'Jobu, che in American Crime Story era l'avvocato Christopher Darden. In tempi non sospetti, ovvero negli anni '90, Wesley Snipes avrebbe voluto interpretare Pantera Nera e aveva realizzato persino uno script; l'attore avrebbe voluto che la storia fosse interamente ambientata in Africa mentre il regista legato al progetto, John Singleton, preferiva l'America dei movimenti civili, inoltre il nome Black Panther era ancora troppo legato all'omonimo gruppo di attivisti, così non se n'è fatto nulla e nel frattempo Wesley Snipes è diventato troppo vecchio per il ruolo. Oltre a Wesley Snipes ci sono altri attori che hanno sperato di diventare Pantera Nera e quasi tutti sono poi finiti ad interpretare altri personaggi nel MCU, come Djimon Hounsou (Korath nel primo Guardiani della Galassia) ed Anthony Mackie, diventato Falcon al posto di Michael B. Jordan, che aveva fatto il provino per il ruolo e invece è diventato Killmonger. Manca solo John Boyega all'appello, considerato per il ruolo di T'Challa ma ancora fuori dal MCU per ora. Per quel che riguarda i registi, invece, la prima a cui era stato proposto di lavorare a Black Panther è stata Ava DuVernay, che si è ritirata dal progetto per divergenze creative ma è rimasta a lavorare con la Disney per l'imminente Nelle pieghe del tempo. Dopo tutto questo infoporn passiamo alle cose serie, ovvero alla CONTINUITY! T'Challa, assieme al padre T'Chaka, è comparso per la prima volta in Captain America: Civil War (e tornerà assieme a quasi tutti gli eroi nel pluricitato Avengers: Infinity War); nello stesso film era comparso anche l'agente Everett Ross mentre per la prima apparizione di Ulysses Klaue bisogna risalire all'anno precedente con Avengers: Age of Ultron. Apparentemente, quindi, per godere appieno di Black Panther avreste da recuperare solo tre film... ma non scherziamo, ecco l'elenco completo delle pellicole che compongono il MCU, per una volta in ORDINE CRONOLOGICO: Captain America: Il primo vendicatore, Iron Man, Iron Man 2, L'incredibile Hulk, Thor (qui aggiungete di nuovo Captain America: Il primo vendicatore), The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier, Guardiani della Galassia, Guardiani della Galassia vol. 2, Avengers: Age of Ultron, Ant - Man, Doctor Strange, Captain America: Civil War, Spider-Man: Homecoming e Thor: Ragnarok. ENJOY!

martedì 19 dicembre 2017

Star Wars - Gli ultimi Jedi (2017)

Puntuale come un cinepanettone è arrivato anche quest'anno l'appuntamento con Guerre Stellari, franchise giunta all'episodio VIII, ovvero Star Wars - Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson. Ovviamente il post è SPOILER FREE ma una cosa devo dirla prima di cominciare: il film è dedicato alla memoria di Carrie Fisher quindi NON FATE I BONOBI e non alzatevi durante i titoli di coda, almeno finché non comparirà la dedica in questione. A voi e alle vostre creature spargi-popcorn (non fatemi toccare questo tasto...) potrà non fregare un belino, dopo quasi tre ore di film, di commemorare l'attrice ma c'è gente, tipo me, che avrebbe gradito commuoversi in relativa pace, senza doversi agitare come un pupazzo misirizzi per riuscire a vedere lo schermo coperto da primati desiderosi di uscire. #FottuteScimmie



Trama: mentre il Nuovo Ordine sta per sferrare l'attacco definitivo contro i Ribelli, Rey cerca di convincere Luke Skywalker a tornare in battaglia, con scarsi risultati...



Suvvia, più stringata di così con la trama non potevo essere. Di quest'ultimo Star Wars ne ho lette di ogni, nei limiti del non spoiler, e come direbbe Elio "la critica è concorde" nel definirlo una noia mortale per i primi tre quarti di durata e un trionfo meraviglioso verso il finale. Ora, sarà che io non sono una fan sfegatata della saga e questi film, gira che ti rigira, mi sembrano tutti uguali, posso dire invece con sincerità di averlo apprezzato dall'inizio alla fine, un po' come è successo con gli altri. Gli ultimi Jedi è un giusto mix di tutti gli elementi che hanno fatto la fortuna di Star Wars: ci sono le battaglie nello spazio, con un inizio decisamente esplosivo e la sensazione palpabile che stavolta per i Ribelli butterà malissimo (magari non ai livelli di Rogue One ma un bel po' di tensione c'è), ci sono i flashback che cercano di scavare un po' di più sulle questioni di Forza, Lato Oscuro e Lato Chiaro, ci sono le avventure su mondi strani popolati da alieni più o meno carini (stavolta il tasso di cuterie è alto, forse è questo il problema dei fan duri e puri!), ci sono confronti molto attesi, ritorni assai graditi, momenti di Nostalgia Canaglia, momenti lacrimevoli, momenti divertenti, momenti di approfondimento psicologico, momenti di puro orrore (Adam Driver topless!! Holy fuck!!!!) e persino qualche timido tentativo di imbastire una parvenza di romanticismo. Soprattutto, c'è una bella riflessione sul mito e su un paio di figure chiave delle "leggende", non solo in ambito starwarsiano. Per tutto il film i personaggi invitano a lasciare spazio al nuovo, a non farsi condizionare dal "sentito dire" o da ciò che ormai viene dato come dogma, nel bene e nel male, e c'è l'invito a guardare al futuro non solo in chiave poetica ma anche nel senso pratico di preservare la propria vita in funzione di ciò che verrà dopo. Non è che non muoia nessuno in Gli ultimi Jedi ma viene imbastita una riflessione anche sull'utilità della morte e sul ruolo di "eroe", che non dev'essere necessariamente colui che si butta di testa in azioni spericolate alla Han Solo, perché ci sono altri modi per essere eroi. Meno spettacolari, magari meno efficaci, ma quanto basta per mantenere viva una scintilla di speranza, oscillando tra eccesso e moderazione così che l'equilibrio necessario venga mantenuto, un po' come accade con la cosiddetta Forza, anch'essa ben ridimensionata da fonti autorevoli.


C'è quindi parecchio spazio per la crescita dei personaggi in Gli ultimi Jedi, cosa che ho apprezzato tantissimo, una crescita che non si limita ai personaggi nuovi (i quali, bontà loro, dovrebbero avere ancora tanto da dire, sottoutilizzato Finn in primis) ma si estende a quelli più vecchi e più amati e sicuramente solleticherà il naso a qualche produttore furbo già pronto a finanziare prequel e quant'altro. In particolare, mi è piaciuto il lavoro di "lima" svolto sul Frignetta, che rimarrà sempre un umorale testa di minchia ma perlomeno è in qualche modo cresciuto, così come non è scontata l'evoluzione di Dameron Poe, a mio avviso destinato a grandi cose; continuo a non uscire di testa per Rey, ormai assurta a livelli di MaryStuaggine fuori scala (SPOILER applausi a scena aperta per il Frignetta, che l'ha freddata con un "te alla fine qui non c'entri una mazza, non ti credere che non sei figlia di nessuno di importante!") ma dal lato femminile c'è l'introduzione della simpatica Rose, la quale mi ha ricordato parecchio il punto di vista "normale" di un Samvise Gamgee, unico in grado di cogliere verità importanti con la sua semplicità, come per esempio il fatto che nel corso di una guerra tra "buoni" e "cattivi" chi ci guadagna non è l'una o l'altra fazione ma chi fornisce loro le armi, facendo il gesto dell'ombrello ai popoli vessati. A proposito di "popoli", molto carino, benché ridotto, il bestiario alieno e soprattutto tanto di cappello ad un regista "inesperto" come Rian Johnson, autore anche della sceneggiatura, il quale è riuscito a confezionare un paio di sequenze spettacolari ed emozionanti (SPOILER Lo specchio di Rey ma anche il bombardamento iniziale e la sconvolgente soluzione finale adottata da Holdo) e a concludere il film con un accostamento di colori classico ma sempre valido, ché sapete quanto adori vedere sporcare il bianco della neve col rosso del sang.. ehm, scusate, del terreno sotto il sale (ringrazio un illuminato utente FB per la correzione!). Solo io trovo geniale l'idea di aggirare il PG-13 e mostrare la devastazione di un campo di battaglia senza mostrare nemmeno un cadavere ma impregnando lo schermo di rosso come nemmeno Tarantino? Spero di no. Ma poi, chissenefrega di qualsiasi pensiero critico, mio o di chiunque altro. Se Mirco è andato al cinema solo per Chewbacca e i Porg, io andavo solo per vedere Carrie Fisher, la mia, la nostra Principessa per l'ultima volta. Non Benicio Del Toro e Domhnall Gleeson, sempre due bellissimi figlioli, nemmeno Mark Hamill in tutta la sua gloriosa e scazzatissima vecchiaia: solo Carrie Fisher. E il mio cuore, nonostante fosse gonfio di lacrime, con lei ha gioito e trovato la Forza.


Di Mark Hamill (Luke Skywalker e quella specie di Leprecauno alieno che infila le monete dentro BB8), Carrie Fisher (Leia Organa), Adam Driver (Kylo Ren), Daisy Ridley (Rey), John Boyega (Finn), Oscar Isaac (Poe Dameron), Andy Serkis (Snoke), Lupita Nyong'o (Maz Kanata), Domhnall Gleeson (Generale Hux), Laura Dern (Vice Ammiraglio Holdo), Benicio Del Toro (DJ), Frank Oz (voce originale di Yoda), Justin Theroux (Maestro Codebreaker), Andy Nyman (Guardia della prigione), Joseph Gordon - Levitt (Voce originale di Slowen Lo), Warwick Davis (Wobidin) e Gareth Edwards (Soldato della resistenza) ho già parlato ai rispettivi link.

Rian Johnson è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Looper ed episodi di Breaking Bad. Anche attore, ha 44 anni.


Gwendoline Christie interpreta il Capitano Phasma. Inglese, famosa per essere la Brienne de Il trono di spade, ha partecipato a film come Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo, The Zero Theorem - Tutto è vanità, Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 2 e Star Wars - Il risveglio della forza. Ha 39 anni e due film in uscita.


Billie Lourd interpreta il Luogotenente Connix. Americana, figlia di Carrie Fisher, la ricordo per aver partecipato alle serie Scream Queens e American Horror Story. Ha 25 anni e un film in uscita.


Joaquin Phoenix ha rifiutato il ruolo di DJ, andato così a Benicio Del Toro. A Rian Johnson è stato offerto di girare anche il prossimo Episodio IX e, benché il regista abbia declinato a causa dei tempi strettissimi di lavorazione , pare che la Lucasfilm gli abbia dato il La per una trilogia personale ambientata nell'universo di Star Wars. Nell'attesa di vedere questa nuova trilogia e che torni J.J. Abrams alla regia l'anno prossimo per l'Episodio XI, se Gli ultimi Jedi vi fosse piaciuto recuperate  tutti i film legati alla saga di Guerre Stellari. ENJOY!

martedì 18 luglio 2017

The War - Il pianeta delle scimmie (2017)

Non so nemmeno io perché il reboot de Il pianeta delle scimmie sia diventato una di quelle saghe da seguire no matter what, sta di fatto che domenica sono corsa al cinema a vedere The War - Il pianeta delle scimmie (War for the Planet of the Apes), diretto e co-sceneggiato dal regista Matt Reeves.


Trama: a seguito delle azioni di Koba, tra scimmie e umani è scoppiata una guerra senza esclusione di colpi, che vede da un lato della barricata lo scimpanzé Cesare e dall'altro il sadico Colonnello. Quando la tragedia colpisce Cesare, il capo-branco si imbarca in un viaggio per cercare vendetta e scopre un terribile segreto...



Con The War - Il pianeta delle scimmie si chiude un cerchio, si tira un colpo alla testa dei titolisti italiani che hanno costretto gli adattatori a fare salti mortali per tradurre le didascalie iniziali del film e si aspetta, consapevoli che probabilmente quel mondo nato nel 2011 avrebbe ancora molto da raccontare. O forse no, in quanto per una volta che si chiude in bellezza forse sarebbe meglio non forzare troppo la mano. Lo scimpanzé Cesare, che abbiamo visto nascere, crescere, perdere fiducia nell'umanità e persino verso i suoi stessi simili, torna in The War - Il pianeta delle scimmie come una creatura ormai invecchiata, provata dalla guerra e sempre più in difficoltà a non cedere ad una rabbia bestiale capace di sterminare non solo gli umani ma anche sancire la disfatta delle scimmie; se nel primo film il focus era necessariamente la ricerca di un posto nel mondo di un essere troppo umano per essere scimmia e troppo scimmia per essere umano e nel secondo si parlava di fiducia, odio e speranza, qui il viaggio di Cesare assume molteplici significati e si concretizza in un esodo biblico verso un mondo nuovo, forse peggiore o forse migliore. Echi del Vecchio e del Nuovo Testamento (non c'è il Mar Rosso ma c'è una slavina, non ci saranno corone di spine ma le croci si sprecano, così come le frustate, le frecce nel costato e i Giuda) si uniscono in una trama adulta e ben più riflessiva rispetto al fiacco trionfo di effetti speciali che era Apes Revolution, all'interno della quale pochi personaggi si muovono circospetti, tra atmosfere western e post-apocalittiche, per fuggire da una guerra che li aspetta appena svoltato l'angolo, pronta a ghermirli coi suoi rimandi a campi di concentramento, muri Trumpiani, schiavismo e un senso di apocalisse incombente. L'Apocalisse. Apocalypse Now, fonte prima d'ispirazione dell'intera pellicola, perché quale film (tranne forse Full Metal Jacket) è stato in grado di raccontare l'alienazione, la follia e anche il fascino pericoloso di una cosa orribile come la guerra, meglio di quanto abbia fatto il capolavoro di Coppola?


Le motivazioni che spingono Cesare e compagni sono diverse da quelle di Willard ma l'obiettivo è lo stesso, ovvero raggiungere il "Cuore di Tenebra" e uccidere il Colonnello (non Kurtz ma McCullogh), quello che veniva nominato alla fine di Apes Revolution, un cupissimo babau evocato proprio da quel Koba che ora infesta gli incubi di Cesare, riscopertosi incapace di perdonare il prossimo come già accaduto al suo antico compagno/nemico. Provato da anni di soprusi e difficoltà, Cesare guarda negli occhi la Tenebra e riempie l'enorme vuoto che ha nel cuore della stessa oscurità che emana dal Colonnello, perdendo di vista obiettivi importanti come la famiglia e la sopravvivenza del suo branco solo per perseguire il proprio desiderio di vendetta; dal canto suo, il Colonnello è pervaso dalla stessa follia che albergava in Kurtz, fermo nei suoi propositi come i Vietcong che tagliavano il braccio ai bimbi vaccinati dagli americani e pronto ad ergersi a Dio di un mondo purificato dall'ennesimo virus in grado di sterminare l'umanità. E' il confronto (più che lo scontro) tra questi due personaggi il cuore di The War - Il pianeta delle scimmie, l'aspetto della trama che rappresenta la svolta "adulta" di quello che sulla carta rischiava di essere solo l'ennesimo blockbuster estivo e che invece regala emozioni, rabbia, copiose lacrime in più di un'occasione; una pellicola dove, finalmente, la bontà dell'effetto speciale si mescola ad una reale capacità di gestire sequenze tipiche di un film di guerra (l'inizio e il finale sono spettacolari e concitati) e ad attori umani che non scompaiono di fronte alle espressivissime scimmie. Woody Harrelson qui porta a casa un'interpretazione come non ne offriva da anni, facendo rivivere il fantasma di Marlon Brando nella pelle di Robert Duvall senza risultare né parodico né una semplice fotocopia dei due mostri sacri e stordendo lo spettatore con sentimenti contrastanti di odio puro e altrettanto sincera fascinazione, mentre la giovanissima Amiah Miller è semplicemente deliziosa nei panni di Nova. L'unico a rimetterci, come al solito, è un immenso Andy Serkis che viene sistematicamente sottovalutato in quanto sepolto da un volto e un corpo creati al computer ma senza il quale Cesare non sarebbe lo stesso personaggio vivido, profondo e tragico che ha conquistato il cuore degli spettatori dal 2011. Cosa sarà d'ora in avanti del franchise poco mi importa, sinceramente: Matt Reeves e soci hanno concluso la loro storyline con un'eleganza raramente riscontrabile in questo genere di saghe succhiasoldi e personalmente mi dichiaro molto soddisfatta. Se vi capita di cercare refrigerio al cinema date una chance a Cesare e ai suoi (poco) allegri compagni, non ve ne pentirete!


Del regista e co-sceneggiatore Matt Reeves ho già parlato QUI. Andy Serkis (Cesare), Woody Harrelson (Il Colonnello), Steve Zahn (Scimmia Cattiva), Toby Kebbel (Koba) e Judy Greer (Cornelia) li trovate invece ai rispettivi link.


L'anno scorso si diceva che fosse in progetto un quarto episodio della saga ma al momento non se ne ha notizia quindi, nell'attesa di saperne di più, se The War - Il pianeta delle scimmie vi fosse piaciuto potete recuperare tranquillamente L'alba del pianeta delle scimmie e Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie, assieme magari alla saga originale. ENJOY!

P.S. Dalla Mondadori mi hanno appena inviato una mail comunicando che il libro Il pianeta delle scimmie di Pierre Boulle, che ha ispirato in primis il film omonimo del 1968, è disponibile nella collana Oscar Mondadori. Lo trovate nelle librerie e negli store on line se siete interessati.

venerdì 14 luglio 2017

Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie (2014)

E' uscito ieri The War - Il pianeta delle scimmie, ultimo capitolo del reboot della serie Il pianeta delle scimmie, iniziato nel 2011. Per l'occasione, ho recuperato Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes), diretto nel 2014 dal regista Matt Reeves.


Trama: dieci anni dopo la diffusione del virus che ha distrutto la popolazione umana, il gruppo di scimmie capitanate da Cesare incontra dei reduci nella foresta, intenzionati a far funzionare una centrale idroelettrica per tornare ad avere elettricità e comunicare col mondo esterno. Mentre Cesare cerca di superare la diffidenza verso gli umani, lo scimpanzé Koba medita lo sterminio...



L'alba del pianeta delle scimmie avrebbe dovuto essere questo, ché di rivoluzione primate non se ne vede nemmeno l'ombra. Purtroppo il termine Alba era già stato usato per Rise of the Planet of the Apes e noi italiani ci siamo dovuti accontentare ma, di fatto, anche il secondo capitolo della saga è una sorta di prequel atto a preparare uno scenario in cui i ruoli di "razza superiore" e "razza inferiore" (che brutti termini, lo so) dovrebbero risultare completamente ribaltati, con gli umani soggiogati dalle scimmie. Dieci anni dopo gli eventi del primo film gli umani sono stati decimati da un virus nato, ironia della sorte, per combattere l'alzheimer mentre le scimmie guidate da Cesare vivono tranquille ai margini della foresta, prosperando e moltiplicandosi senza rompere le scatole ai loro pochi vicini glabri, almeno finché questi ultimi non invadono il territorio dei quadrumani. Qui la trama si apre ad un discorso simile a quello portato avanti nel primo film, che era anche uno degli elementi capaci di renderlo piacevole ai miei occhi: più che raccontare la lotta tra scimmie e umani, anche il secondo capitolo della saga punta ad essere una riflessione sulla tolleranza, sul razzismo, sulla difficoltà (ma anche la necessità) di tornare a fidarsi di qualcuno, sul confine sottile tra desiderio di proteggere la propria gente e l'odio irrazionale verso "l'altro", mai attuale come in questi ultimi anni. Le difficoltà incontrate da Cesare nel convincere i suoi simili e sé stesso a dare una seconda chance agli esseri umani considerati nemici vengono ulteriormente acuite dalla presenza di Koba, scimpanzé vittima di torture e per questo ancora più determinato a proteggere la sua specie ma soprattutto guidato da una sete di vendetta capace di trasformarlo da feroce condottiero a folle dittatore, cieco al dolore di chi dovrebbe essere nelle sue stesse condizioni. Non è difficile riconoscere nella sceneggiatura del film un rimando a totalitarismi nati stravolgendo le migliori intenzioni di chi voleva un mondo migliore, sia per quanto riguarda la fazione delle scimmie che per quanto riguarda quella degli umani, ed è questo ciò che rende interessante il film, in quanto si parteggia a turno sia per l'uno che per l'altro schieramento, composti in egual misura da figure positive ed altre deprecabili.


Per quel che riguarda la storia c'è poco altro da aggiungere, anche perché la trama segue un percorso abbastanza ovvio che forse poteva anche essere completato in meno tempo, per quel che riguarda gli effetti speciali invece Apes Revolution non ha una sola sbavatura. Le scimmie sono bellissime, incredibilmente espressive, al punto che verrebbe voglia di vedere un film dedicato solo a loro, senza inutili umani tra i piedi; lo sguardo triste di Occhi Blu, la presa in giro di Koba nei confronti di bipedi troppo stupidi per andare oltre i loro pregiudizi, un Cesare coerentemente invecchiato fanno scomparire d'incanto l'assurdità di vedere dei primati a cavallo oppure maneggiare armi come fosse la cosa più naturale del mondo e le scene d'azione sono altrettanto belle e galvanizzanti, soprattutto nella battaglia finale. Se Andy Serkis e Toby Kebbel, inguainati nelle tutine necessarie alla stop motion e nascosti quindi dall'effetto speciale, meritano l'applauso a scena aperta, lo stesso non vale purtroppo per gli attori "al naturale", tutti abbastanza anonimi, stereotipati e dimenticabili, a partire dalla superstar Gary Oldman che probabilmente era lì con un occhio all'orologio e uno all'assegno milionario da incassare per dieci minuti di girato. Per dire, sono lontani i momenti di pura commozione regalati da un signor attore come John Lithgow e mi sono ritrovata a sentire la mancanza persino di quella faccia da caSSo di James Franco, cosa che non è da me. Nonostante l'abbia trovato inferiore a L'alba del pianeta delle scimmie, Apes Revolution è però un film che merita comunque la visione e, cosa non da poco, invoglia ad andare a vedere il terzo capitolo, sperando che la storia di Cesare riservi ancora qualche sorpresa e non si riduca ad essere un agglomerato di splendidi effetti speciali scimmieschi senz'anima.


Del regista Matt Reeves ho già parlato QUI. Andy Serkis (Cesare), Jason Clarke (Malcom), Gary Oldman (Dreyfus), Keri Russell (Ellie), Toby Kebbell (Koba), Kodi Smit-McPhee (Alexander) e Judy Greer (Cornelia) li trovate invece ai rispettivi link.


Il regista de L'alba del pianeta delle scimmie, Rupert Wyatt, ha rinunciato a dirigere Apes Revolution perché avrebbe dovuto rispettare dei tempi strettissimi, per consentire al film di uscire in una determinata data. Gary Oldman era invece uno degli attori presi in considerazione per il ruolo del Generale Thade (andato poi all'amico Tim Roth) nel Planet of the Apes di Tim Burton. Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie può essere considerato un remake di Anno 2670 ultimo atto, quinto film della saga originale de Il pianeta delle scimmie e avrebbe dovuto concludersi con i militari all'inseguimento di Cesare e soci ma il finale è stato cambiato perché non apprezzato durante le proiezioni in anteprima; tuttavia, se avrete la pazienza di aspettare fino alla fine dei titoli di coda, si sentono dei rumori che lasciano pensare che Koba sia ancora vivo. Se questa supposizione è vera o meno lo sapremo guardando The War - Il pianeta delle scimmie, mentre se Apes Revolution vi fosse piaciuto consiglio il recupero de L'alba del pianeta delle scimmie e magari, per completezza, anche della webserie in tre episodi Before the Dawn, che racconta quanto è successo tra il primo e il secondo capitolo del reboot. ENJOY!


mercoledì 10 febbraio 2016

David Bowie Day - The Prestige (2006)



A seguito del vuoto incolmabile lasciato da David Bowie era inevitabile che il gruppetto di blogger di cui mi pregio di far parte decidesse di dedicare un "day" all'Uomo che cadde sulla terra. Come al solito arrivo tardi e conseguentemente male alloggio tanto che, tolti i titoli importanti di cui avevo già parlato sul Bollalmanacco, erano rimaste libere ben poche pellicole col Duca Bianco come unico protagonista, quindi ho dovuto "ripiegare" su The Prestige, diretto e co-sceneggiato nel 2006 dal regista Christopher Nolan.


Trama: dopo un terribile incidente accorso durante uno spettacolo di magia, il rapporto di amicizia professionale tra due prestigiatori diventa un odio reciproco radicato negli anni, una scalata al successo senza esclusione di colpi...



Il post dovrebbe essere dedicato a David Bowie, quindi parliamo del Duca Bianco e del perché Christopher Nolan ha voluto giustamente a tutti i costi che il cantante partecipasse a The Prestige. Il film dell'autore inglese racconta la storia di due prestigiatori, Robert Angier e Alfred Borden, dichiaratamente due imbonitori che devono convincere il loro pubblico a credere in una magia fatta di trucchi, illusioni ed inganni; molte volte nel corso della pellicola viene ribadito il concetto e la trama è interamente giocata sul continuo scambio di ruoli tra Angier e Borden i quali, a turno, diventano l'ingannatore e l'ingannato, il prestigiatore e il pubblico che deve scoprire quali assi si nascondano nella manica dell'avversario. A scombinare le carte all'interno di una storia vissuta da due "semplici" esseri umani, per quanto incredibili, arriva ad un certo punto "lo stregone", come viene definito dal personaggio di Michael Caine, Nikola Tesla. Tesla è una persona realmente esistita, un pioniere dell'ingegneria elettrica dalle molte idiosincrasie e dalla mente geniale, ma all'interno della pellicola di Nolan viene descritto più come un mago che come uno scienziato, quasi un visionario osteggiato dal "malvagio" Edison (per il quale, peraltro, Tesla ha davvero lavorato prima di venire derubato dei suoi progetti e spedito fuori dall'azienda a calci nel sedere); relegato all'interno di un laboratorio/rifugio in cima alle montagne del Colorado, il Tesla di Bowie sembra un novello Dottor Frankestein ma non c'è follia nel suo sguardo, semmai una dolorosa consapevolezza di ciò che lo circonda e di quello che si cela nel futuro. La performance di Bowie, per quanto breve, si carica della personalità magnetica dell'attore/cantante e conferisce al personaggio un nobile distacco, una saggezza superiore, un'aura quasi ultraterrena: arrivato agli inizi del nuovo millennio il Duca Bianco poteva permettersi di nobilitare qualunque pellicola anche solo in virtù del suo fascino e della sua presenza scenica, non a caso qualche anno prima era stato Ben Stiller a decretare Bowie arbitro indiscusso di un'improbabile contesa tra fotomodelli mentre in The Prestige il cantante si erge a nume tutelare e figura di riferimento all'interno della terribile faida tra i due protagonisti che, diciamocelo, per almeno una decina di minuti scompaiono, inghiottiti dallo sguardo bicromo dello splendido David.


Ovviamente, The Prestige non ruota attorno a David Bowie, nonostante il suo personaggio sia una figura chiave all'interno della trama. La pellicola di Nolan è splendida a prescindere, forse il film del regista che ho preferito, ancora più di Inception, per il modo subdolo che ha di ingannare lo spettatore creando una sorta di identificazione non solo con l'ingenuo (e tuttavia molto esigente!) pubblico dell'epoca ma anche con i due protagonisti, vittime della propria curiosità ancor più che della loro ambizione. Intendiamoci, Angier e Borden sono due personaggi deprecabili, ognuno per motivi diversi, e non si fa in tempo a provare pena per il dolore dell'uno o i fallimenti dell'altro che Nolan cambia le carte in tavola e alla pietà si sostituisce l'odio e viceversa, come in un carosello apparentemente infinito. Merito non solo della sceneggiatura ad orologeria ma anche di un intelligente montaggio che scivola con eleganza tra presente e passato, costringendo lo spettatore a seguire le vicende con estrema attenzione. La macchina da presa di Nolan non lesina spettacolari coreografie dei numeri di magia e le inquadrature giocano con l'occhio dello spettatore, costringendolo dapprima a concentrarsi sui dettagli o i piccoli trucchi per poi allargare all'improvviso il campo di ripresa e scioccare l'occhio con macroscopiche e inquietanti rivelazioni, troppo grandi per rimanere nascoste a lungo. Affiancati da un cast di supporto di prima scelta (il già citato Michael Caine, Scarlett Johansson, Rebecca Hall e Andy Serkis), Christian Bale e Hugh Jackman duettano e soprattutto duellano dall'inizio alla fine del film, cercando di accaparrarsi non solo le simpatie del pubblico ma anche i favori di chi potrebbe aiutarli a prevalere e placare finalmente la loro devastante sete di vendetta unita ad un pericoloso desiderio di imperitura gloria. Di fronte a simili modelli di rovina faustiana fa quasi specie pensare che David Bowie, talmente "superiore" a noi miseri umani da far davvero pensare ad un patto col diavolo, in The Prestige giochi il ruolo del saggio e misterioso deus ex machina ma tant'è, il Duca Bianco è stato anche questo ed è bello ricordarlo anche in questi piccoli, grandi cammei.


Di David Bowie, ovviamente, ho già parlato sul Bollalmanacco, ecco l'elenco dei post "a tema" che potete trovare:

Elegantissimo vampiro in Miriam si sveglia a mezzanotte (1983)


Il mio primo amore, Jareth il Re dei Goblin, in Labyrinth - Dove tutto è possibile (1986)


Qui invece trovate l'elenco degli omaggi tributati al grande Artista dagli altri blogger:

L’uomo che cadde sulla terra (1976) su In Central Perk
The Elephant Man (1980) su The Obsidian Mirror
ChristianeF. (1981) su Mari’s Red Room
Furyo (1983) su White Russian
Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) su Combinazione Casuale
Tutto in una notte (1985) su Non c’è paragone
Labyrinth (1986) su Director’s Cult
C.R.A.Z.Y (2005) su Pensieri cannibali
Zoolander su Viaggiando (meno)



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