venerdì 2 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 2: Sting (2024)


Il tema del secondo giorno della Nuovi Incubi Halloween Challenge era "Insettini", così ho scelto Sting, diretto e sceneggiato nel 2024 dal regista Kiah Roache-Turner.

Trama

Durante una delle sue esplorazioni, la piccola Charlotte trova un ragnetto e decide di allevarlo. Purtroppo per l'intero condominio in cui vive la bambina, Sting non è un ragno normale...

Recensione

Sting era uno dei film che avevo da qualche tempo nella watchlist di Letterboxd, non ricordo nemmeno per quale motivo. Siccome mi sembrava perfetto per il tema e si trova gratis su Tubi, ho deciso di guardarlo senza troppe aspettative, invece si è rivelato un horror delizioso, benché segua un percorso già ampiamente battuto, quello del ragnetto apparentemente innocuo che, con sommo scorno di chi ha deciso allevarlo, cresce per diventare un gigantesco mostro omicida. Considerato che non ricordo quasi nulla dell'unico film di Kiah Roache-Turner che ho visto, Wyrmwood, mi sorprende che, durante la visione di Sting, mi sia ritrovata a provare sincero sgomento all'idea che Charlotte e i suoi familiari, nonnina in primis, venissero uccisi dal ragno titolare, perché i personaggi sono scritti particolarmente bene, o comunque fanno in modo di accattivarsi le simpatie dello spettatore. L'idea di un patrigno fumettista/illustratore in difficoltà familiari e soprattutto artistiche mi porta, ovviamente, ad essere più indulgente col poveraccio, mentre Charlotte fa parte di quel ristretto novero di ragazzine cinematografiche "weird" e saputelle che non vorresti prendere a calci da qui all'eternità; il piccolo nucleo familiare disfunzionale, ai cui vertici ci sono proprio questi due personaggi, unito al pittoresco bestiario a due e quattro zampe (ma anche un paio d'ali) dei comprimari, tra abitanti dell'edificio e uno sboccato sterminatore di insetti, funziona al punto che ogni attacco del ragno smuove svariati tipi di emozione, che non si riducono al semplice disgusto o alla fredda spunta di potenziali vittime da un'ideale checklist. Anzi, sul finale sono persino riuscita a commuovermi (non che sia difficile con me, ma davanti a un horror dichiaratamente "scemo" e con ampio spazio per la commedia come Sting è molto raro che succeda).

Sting è anche molto ben fatto. Kiah Roache-Turner riesce a sfruttare al meglio lo spazio ristretto di un unico condominio, rivelandoci molto dei suoi abitanti grazie alle particolari esplorazioni di Charlotte, la quale utilizza i condotti dell'aria per intrufolarsi nei vari appartamenti senza essere vista; gli stessi appartamenti sono arredati con estrema cura, proprio per darci un'idea della personalità di chi ci vive senza dover sprecare troppi dialoghi, togliendo tempo all'azione. L'interessante sinergia tra regia e scenografia si palesa anche nei titoli di testa, in cui il ragno appena giunto sul pianeta Terra si muove sinuoso all'interno della casa delle bambole di Gunter, prefigurando in scala ciò che avverrà più avanti nel film. Altra cosa apprezzabile, è il fatto che Sting sia stato realizzato utilizzando principalmente animatronic e pupazzi sviluppati dalla WETA, e che gli effetti digitali siano pochi, riservati quasi esclusivamente alla resa del ragno in piccolo. Come sempre, è ben diverso percepire la "fisicità" della minaccia, più coinvolgente rispetto alla vista su schermo di un mostronetto in CGI, magari anche brutto e finto da morire, quindi voto 10 a Kiah Roache-Turner per essere rimasto fedele allo spirito originale dei creature feature. L'unica cosa che potrebbe risultare fastidiosa per qualcuno, è che Sting non si tira indietro in quanto a violenza sugli animali. Fortunatamente, non si vede mai l'atto omicida in sé (a differenza di quanto accade agli esseri umani, con sequenze in cui si mescolano momenti splatter a dettagli disgustosi di fluidi, veleni, punture e ponfi. Ho già detto che i film coi ragni sono quelli che fatico di più a guardare, vero?), ma i risultati finali sono molto espliciti e le povere bestie fanno una gran brutta fine. Siccome so che questo è un TW per molti, mi sembra giusto avvertire. Tolto questo, Sting è un film ottimo anche per introdurre i ragazzini all'horror (i bambini magari no!) e potrebbe essere un titolo papabile se cercate qualcosa di adatto per la sera di Halloween.

Cast

Del regista e sceneggiatore Kiah Roache-Turner ho già parlato QUI.

Curiosità

Alyla Browne, che interpreta Charlotte, era la Furiosa bambina del film Furiosa: A Mad Max Saga; Robyn Nevin, che qui interpreta la terribile Gunter, era l'anziana protagonista di Relic; Ryan Corr, qui nei panni di Ethan, era quello che in Wolf Creek 2 "ammaliava" Mick Taylor con la canzone Tie Me Kangaroo Down, Sport. Se Sting vi fosse piaciuto recuperate Aracnofobia, Arac Attack e Vermin. ENJOY!

giovedì 1 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 1: Natale di sangue (1984)

It's the most wonderful time of the year! No, non è Natale, ma l'inizio del mese che ci porterà ad Halloween e, quest'anno, è tornAAAAta come Mariah Carey anche la Halloween Challenge del podcast Nuovi Incubi. Come per il 2025, cercherò di fare un post al giorno tranne nei weekend, dove troverete brevi caroselli a tema sul mio profilo Instagram. Si comincia con "Feste comandate (ma non Halloween!)", quindi con un film ambientato a Natale, cosa che contraddice ciò che ho scritto nelle prime righe! Oggi tocca a Natale di sangue (Silent Night, Deadly Night), diretto nel 1984 dal regista Charles E. Sellier Jr..

Trama

Dopo essere stato verbalmente traumatizzato dal nonno, il piccolo Billy riceve lo shock più grande della sua vita quando testimonia all'omicidio dei genitori per mano di un uomo vestito da Babbo Natale. Inevitabilmente, Billy cresce con una fobia e un odio smisurati verso la gioiosa festività...

Recensione

Se devo essere onesta, mi aspettavo che Natale di sangue fosse una cretinata splatter dalla superficialità imbarazzante e non pensavo che, affiancato all'inevitabile abbondanza di elementi tipici dell'exploitation, ci fosse anche un interessante approfondimento psicologico del killer protagonista. Con spietata lucidità, Natale di sangue mostra allo spettatore non solo gli ovvi danni di un trauma subito in tenera età, ma anche ciò che accade quando questo trauma viene derubricato a semplice capriccio, gestito da persone ottuse che non hanno la preparazione adeguata per seguire lo sviluppo psico-cognitivo di bambini in condizioni delicate. Il piccolo Billy, il giorno della Vigilia, viene molestato verbalmente dal nonno, deciso ad incutergli un sacro terrore verso Babbo Natale; le parole del folle vecchiaccio vengono purtroppo confermate quando proprio un uomo vestito da Babbo Natale uccide i genitori di Billy davanti ai suoi occhi, segnandolo per sempre. La povera creatura, come se la sfiga non fosse abbastanza, viene affidato alle "cure" dell'orfanotrofio gestito da una Madre Superiora al confronto della quale la madre di Georgie, la signora Legan, la signorina Rottelmeier e Miss Minci erano Madre Teresa di Calcutta; nelle mani di una "pia donna" che ragiona solo in virtù di peccati mortali e punizioni corporali, Billy rimane bloccato all'interno del suo trauma, terrorizzato da qualsiasi cosa faccia riferimento al Natale, vittima di un circolo vizioso che lo costringe a vivere la propria paura come un peccato vergognoso che necessita un castigo. Non c'è da stupirsi che, una volta cresciuto e dopo essere stato costretto proprio a vestire i panni di Babbo Natale per lavoro, il povero Billy sbrocchi e decida di diventare il mostro di cui ha sempre avuto paura. In un perverso meccanismo di autodifesa, la vittima si fa carnefice e decide di mettere in pratica tutto quello che gli è stato inculcato fin dalla più tenera età, ergendosi a protettore della morale e dispensatore di mortali punizioni. Potenziali predatori sessuali, ragazze discinte, coppie in fregola, festaioli ubriachi, bulletti di strada e mostri violenti (ma anche chiunque si metta in testa di fermare Billy, poliziotti in primis); nessuno è al sicuro dalla ferrea morale omicida del ragazzo travestito da Babbo Natale, il quale mette sotto terrorizzato scacco un'intera cittadina.

Pur avendo colto questo aspetto "serio", devo dire che mi sono divertita molto guardando Natale di sangue, il quale alla fine è un B-movie horror anni '80 con tutti i pregi e i difetti che una simile definizione comporta. Oltre ad esserci un quantitativo di tette al vento e scene di sesso (o meglio, di palpeggiamenti reiterati di procaci corpi femminili) superiore alla media, cosa che in qualche modo è comunque funzionale alla trama per tutta la questione del senso di colpa di Billy, ci sono anche molti personaggi talmente bastardi da scatenare la risata involontaria. E non parlo tanto della Madre Superiora, priva di qualsiasi oncia di umorismo, anche involontario, ma dell'allucinante nonno delle sequenze iniziali e del collega porco e fancazzista di Billy. Un altro momento in cui ho dovuto mettere il film in pausa perché ho rischiato di strozzarmi dalle risate è il misunderstanding (e chiamiamolo così!) che costa la vita ad un povero prete, seguito da dialoghi surreali quali "Gli avevo urlato di fermarsi, ma non ha obbedito!" "Per forza, è sordo!!".  Genio. Tornando ad argomenti più horror, le mattanze di Billy sono un godurioso profluvio di effettacci splatter che non guardano in faccia a nessuno, con picchi notevoli che coinvolgono una delle icone del genere, Linnea Quigley, e un paio di oggetti "impopri" che superano a destra l'accetta protagonista delle varie locandine. La carriera registica di Charles E. Sellier Jr. è andata a ramengo dopo questo film, per motivi che vi risulteranno evidenti leggendo le "curiosità", ed è un peccato perché, con tutti gli ovvi limiti del genere, mi è parso che avesse un buon occhio per la suspence e le sequenze violente, quindi magari avrebbe potuto dare ancora qualche gioia nell'ambito dei B-Movie. Di sicuro, credo che se avessi visto Natale di sangue durante qualche Notte Horror sarebbe diventato uno dei miei guilty pleasure preferiti. A 45 anni, però, posso solo consigliarvi di dargli una chance, senza giudicarlo troppo frettolosamente, perché potrebbe sorprendervi!   

Cast

Di Linnea Quigley, che interpreta Denise, ho già parlato QUI.

  • Charles E. Sellier Jr. è il regista del film. Americano, ha diretto Banda senza legge. Famoso soprattutto come produttore, era anche sceneggiatore ed è morto nel 2011.
  • Lilyan Chauvin interpreta la madre superiora. Francese, ha partecipato a film come Predator 2, L'uomo che non c'era, Prova a prendermi e serie quali Alfred Hitchcock presenta, Perry Mason, Missione impossibile, Hunter, Fantasilandia, Magnum P.I., Il mio amico Arnold, Beautiful, Baywatch, La signora in giallo, X-Files, Friends, Alias, E.R. Medici in prima linea e CSI - Scena del crimine. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, è morta nel 2008.

Curiosità

Natale di sangue era uscito lo stesso weekend di Nightmare - Dal profondo della notte, e per qualche giorno lo aveva persino superato negli incassi. Questo finché, a causa delle feroci proteste dell'associazione Citizens Against Movie Madness (creata da persone sconvolte dalla campagna pubblicitaria del film, rea di demonizzare la figura di Babbo Natale e terrorizzare i bambini), le vendite di biglietti sono crollate al punto da costringere la casa di produzione a ritirare il film dalla maggior parte dei cinema dopo sole due settimane. Nonostante tutto, Natale di sangue ha generato ben quattro seguiti (Silent Night, Deadly Night 2, Silent Night, Deadly Night 3: Better Watch Out!, Initiation: Silent Night, Deadly Night 4, Silent Night, Deadly Night 5: The Toy Maker) e due remake, Silent Night e  Silent Night, Deadly Night. Io non li ho mai visti, ma se Natale di sangue vi è piaciuto potreste recuperarli e aggiungere Un Natale rosso sangue - Black Christmas! ENJOY!



mercoledì 30 settembre 2026

Carrie 2: La furia (1999)


Sempre in previsione dell'uscita del Carrie di Flanagan, ho riguardato dopo decenni anche Carrie 2: La furia (The Rage: Carrie 2), diretto nel 1999 dalla regista Katt Shea.

Trama

Rachel, liceale dotata di poteri telecinetici, si ritrova coinvolta in uno squallido gioco portato avanti dai membri della squadra di football, che ha causato il suicidio della sua migliore amica...

Recensione

Sono ragionevolmente sicura di avere guardato Carrie 2: La furia il giorno esatto della sua prima TV italiana, ché all'epoca non mi perdevo un horror in televisione neanche a morire. Sono anche abbastanza sicura che non lo avessi apprezzato, reduce da una visione abbastanza recente del film di De Palma, che, comprensibilmente, a 18-19 anni mi portava a considerare merda tutto il resto. Ricordo anche che il mio giudizio era stato inficiato da un paio di cose all'epoca molto importanti, ma che oggi non mi fanno né caldo né freddo. In primis, non capivo come Mena Suvari, assurta al livello di dea dopo la performance in American Beauty, potesse essere stata relegata al ruolo di personaggio usa e getta; seconda cosa, ero una spettatrice abbastanza affezionata di Quell'uragano di papà, e vedere Zachery Ty Bryan, uno dei figli televisivi di Tim Allen, nei panni di deprecabile jock mi aveva abbastanza sconcertata (col senno di poi, visto quanti arresti per violenza domestica ha portato a casa l'attore, il direttore del casting ci aveva visto giusto). In realtà, il vero difetto di Carrie 2: La furia è proprio il modo in cui tenta di ricollegarsi al film tratto dall'opera di Stephen King, con tutta una serie di supercazzole a base di parentele improbabili unite al desiderio di ricalcare pedissequamente la struttura portante della trama originale, tutti aspetti aggiunti una volta che i realizzatori si sono accorti di quanto l'idea iniziale del film fosse simile a quella di King. Preso come horror nato in un universo privo di Carrie, il film è un dignitoso horror di fine millennio con tutti i pregi e i difetti dell'epoca, reso più interessante dal suo precorrere un argomento molto attuale, ovvero il bullismo a sfondo sessuale. Gli eventi di Carrie 2: La furia si scatenano nel momento in cui Lisa, la migliore amica della protagonista, si suicida dopo avere confessato a Rachel la gioia di avere perso finalmente la verginità con un ragazzo apparentemente carinissimo. In realtà, Lisa è finita vittima dello squallido e crudele gioco della squadra di football della scuola, i cui membri si sfidano a portarsi a letto le ragazze (a loro dire, ovvio) più cesse della scuola, segnando poi i rispettivi punti su un quaderno. La morte di Lisa scoperchia una cloaca che rischia di rovinare il futuro di questi poveri pulcini il cui unico pregio è saper maneggiare una palla ovale, e l'aspetto più angosciante del film non è tanto l'ovvia esplosione dei poteri telecinetici di Rachel sul finale, quanto piuttosto la cattiveria impressionante dei ragazzi (e delle queen bee che li spalleggiano ai danni delle loro coetanee), la loro indifferenza davanti alla morte e al dolore, la compiacenza di genitori al cui confronto il padre di Chris era un santo e un signore. 

La vendetta di Rachel diventa dunque doppiamente doverosa, in quanto i comportamenti criminali di Mark e dei suoi allegri compagni sono reiterati e privi di rispetto per chi ha già perso la vita per colpa loro. E' una vendetta anche più controllata e razionale rispetto a quella di Carrie, perché la festa di Mark è un ritrovo di persone consapevoli, appartenenti alla cerchia interna dei ragazzi "cool", i quali hanno volutamente circuito l'outsider svergognandola con un mezzo assai simile a quello dei video intimi condivisi nelle chat private a mo' di sex revenge. La differenza tra Carrie e Rachel è che la prima, intrisa di fobie religiose inculcatele dalla madre, ha sempre tenuto un piede fuori dalla "normalità" e il suo invito al ballo risulta un espediente forzato, una potenziale fonte di stress anche prima dell'intervento di Chris; la strage al ballo della scuola sembra più frutto di un raptus causato dalla rottura di un animo già diviso in partenza. Rachel è invece la tipica ragazza alternativa dell'epoca, connotata per essere una gnocca siderale benché tutti la considerino strana ed inchiavabile (Emily Bergl ha la stessa aura che avevano all'epoca Thora Birch, Fairuza Balk e Katharine Isabelle, quindi potete immaginare!). L'avere una madre pazza e dei poteri misteriosi non le ha impedito di avere una vita sociale e di essere in grado di avere un ragazzo, volendo, anche senza attirare l'attenzione del popolare Jesse, quindi la sua è proprio la vendetta razionale di chi si è rotta le scatole di avere a che fare con persone schifose il cui unico scopo è mostrarsi migliori calpestando gli altri. Sul finale, la rivincita di Rachel ha degli echi che rimandano alle protagoniste di Giovani Streghe, con un tatuaggio che si anima fino a ricoprirle tutto il corpo di rovi, una tamarrata fuori scala ma comunque coerente con l'idea di figaggine gotica dell'epoca, e fa della protagonista una sorta di antieroina, un novello Corvo al femminile, là dove Carrie sembrava davvero un demone sterminatore uscito dritto dall'inferno. Carrie 2: La furia è anche più esplicito e meno raffinato del film di De Palma, il che gli consente di far salire i toni della mattanza aggiungendo gente impalata, evirata, decapitata, accecata e quant'altro di sanguinolento possa venirvi in mente, con sommo scorno della povera Sue Snell, la quale forse avrebbe fatto meglio a farsi i fatti suoi, invece di tornare nel sequel. Credevo avrei concluso la visione riconfermando l'ignominia che gli avevo attribuito per quasi 30 anni, invece Carrie 2: La furia è molto meno peggio di quanto ricordassi. Recuperatelo, se potete!

Cast

Di Amy Irving (Sue Snell), Mena Suvari (Lisa), Eli Craig (Chuck) ed Eddie Kaye Thomas (Arnie) ho parlato ai rispettivi link.

  • Katt Shea è la regista del film. Americana, ha diretto altri film come La mia peggiore amica. Anche sceneggiatrice e attrice, ha 66 anni. 
  • Emily Bergl interpreta Rachel Lang. Inglese, ha partecipato a film come Blue Jasmine e serie quali E.R. Medici in prima linea, Taken, Una mamma per amica, CSI: Miami, Medium, Grey's Anatomy e Desperate Housewives. Anche produttrice, ha 49 anni. 

Curiosità

Zachery Ty Bryan, che interpreta Eric, era uno dei figli di Tim Allen nel telefilm Quell'uragano di papà mentre Charlotte Ayanna, che interpreta Tracy, era la Liz Purr di Amiche cattive. Sissy Spacek ha preferito non partecipare al film ma ha dato alla regista (che ha sostituito dopo poche settimane di riprese Robert Mandel, che ha abbandonato il progetto per divergenze creative) il permesso di utilizzare alcune delle scene di Carrie, lo sguardo di Satana in cui era protagonista, per i flashback. Ovviamente, prima di guardare Carrie 2: La furia recuperate Carrie, lo sguardo di Satana e magari anche Giovani streghe e Ginger Snaps. ENJOY!


martedì 29 settembre 2026

Resident Evil (2026)


Martedì scorso sono andata al cinema a vedere Resident Evil, diretto e co-sceneggiato dal regista Zach Cregger e tratto dal videogame omonimo.

Trama

Bryan, che lavora come corriere per trasportare organi ai vari ospedali, viene incaricato di portare un delicatissimo contenitore a quello di Raccoon City. Sorpreso dalla neve, Bryan investe una donna ed è solo l'inizio di una notte da incubo...

Recensione

Ma non c'erano gli zombi? Questa è la prima domanda che mi sono posta guardando Resident Evil, memore (si fa per dire) dei film di Anderson e di un paio di tentativi andati a vuoto di giocare al videogame omonimo, solo per rinunciarci per sopraggiunto attacco di panico dopo 5 minuti scarsi. Ciò dimostra quanto fossi impreparata al "trattamento Cregger" di uno dei franchise multimediali horror più amati di sempre, cosa che, probabilmente, mi ha permesso di godere di Resident Evil divertendomi come una matta. Il piglio scelto dal regista, infatti, è incredibilmente ironico, fin dalla scelta del protagonista. Bryan non è un soldato, un agente della sicurezza, un membro della Umbrella Corporation e nemmeno un poliziotto: è un povero stronzo, come potrebbe essere chiunque di noi, costretto ad accettare un lavoro infimo per poter sbarcare il lunario, al quale va MOLTO storta l'ennesima brutta serata passata a consegnare organi in giro per gli ospedali. Allettato da un compenso particolarmente elevato, Bryan prende un'automobile inadatta alle strade di montagna e si dirige verso l'ospedale di Racoon City; lì, la cosa più normale che gli succede è sbandare di tanto in tanto sulla via sempre più innevata, finché non investe una donna che gli spalanca le porte di un inferno sempre più pericoloso. Proprio come il personaggio di un videogioco, Bryan deve, innanzitutto, capire dov'è finito, cosa c'è di sbagliato a Raccoon City e come sopravvivere, trovando strumenti di fuga, di difesa e di offesa che gli consentano di raggiungere l'obiettivo finale. Il bello di Resident Evil, però, è che Bryan non è caratterizzato come il personaggio di un videogioco, quanto piuttosto come il giocatore che si immedesima, ha paura, si incazza come una bestia, si innervosisce talmente tanto da compiere delle solenni minchiate, bestemmia tra i denti ed aguzza l'ingegno imparando dalle esperienze pregresse. Come ho scritto poco sopra, Bryan è uno di noi e, in quanto tale, le sue avventure sono tragicomiche e ben poco epiche, anche perché sul suo cammino incontra dei concentrati di dabbenaggine da primato, che gli rendono le cose ancora più difficili.

Zach Cregger segue Bryan passo passo alternando riprese appena sopra la spalla del protagonista, inquietanti panoramiche "esterne" ed inquadrature tipiche dei videogiochi, come quelle che riprendono il punto di vista "totale" del giocatore, oppure le soggettive in cui il personaggio cerca oggetti, ricarica armi e spara. E' un mix vincente e reso assai dinamico dal montaggio, uno stile che abbonda di long take e richiama tantissimo le scene più concitate di Barbarian e, soprattutto, Weapons; in pratica è come se Cregger avesse preso il folle inseguimento finale di Gladys e la corsa forsennata del preside e li avesse uniti in un'unica sequenza lunga un'ora e mezza. Non c'è mai un momento di noia in Resident Evil, nemmeno nelle scene più "tranquille" (anzi, l'attesa è persino peggiore dell'orrore vero e proprio), e la scelta di non riproporre gli ennesimi zombi, inserendo Bryan all'interno di un incubo mutante uscito dritto da La cosa di Carpenter l'ho trovata vincente. Il bestiario, di fatto, è variegato e disgustoso, tanto che spesso mi sono ritrovata vittima di risate isteriche per tutto lo schifo che viene letteralmente gettato addosso al protagonista, perseguitato da mostri sempre più disumani e vischiosi. La cosa migliore di Resident Evil, però, è Austin Abrams. Si dice spesso che un attore porti sulle spalle il peso di un intero film, anche quando è circondato da altri colleghi eclissati dal suo carisma, ma questa volta il significato di questa frase fatta è letterale. Abrams si ritrova per buona parte del film da solo, ad interagire con creature inumane ma anche con oggetti ed ambienti, e sono i tempi comici perfetti, le sue espressioni sconvolte più che terrorizzate, la sua fisicità, il suo essere connotato come il Paperino di Resident Evil (perseguitato dai lucchetti, peraltro!) a conquistare il cuore degli spettatori, i quali non possono fare a meno di tifare per lui ed immedesimarsi in ogni suo gesto e parola. L'ho già scritto ovunque e mi ripeto anche qui: datemi uno di questi film al mese, fate di Austin Abrams il protagonista assoluto di ogni horror da qui all'eternità, e io sarò felice!!     

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Zach Cregger, che nella versione originale presta la voce all'interfono, ho già parlato QUI. Austin Abrams (Bryan), Paul Walter Hauser (Paul) e Sara Paxton (la voce originale di Michelle), li trovate invece ai rispettivi link.

Curiosità

Kali Reis, che interpreta Maxine, era la protagonista di True Detective: Night Country. Se questo Resident Evil vi fosse piaciuto, oltre a recuperare i film della precedente saga (Resident Evil, Resident Evil: Apocalypse, Resident Evil: Extinction, Resident Evil: Afterlife, Resident Evil: Retribution e Resident Evil: The Final Chapter) e il reboot Resident Evil: Welcome to Raccoon City, potete aggiungere Splatters - Gli schizzacervelli, La cosa,  Slither, La casa & La casa 2, Overlord e Weapons. ENJOY! 

venerdì 25 settembre 2026

2026 Horror Challenge: A mezzanotte possiederò la tua anima (1964)


La challenge della settimana prevedeva di guardare un film che mi avesse attirata dalla locandina, seguendo la tipica "video store rule". Ho scelto così A mezzanotte possiederò la tua anima (À Meia-Noite Levarei Sua Alma), diretto e co-sceneggiato nel 1964 dal regista José Mojica Marins.

Trama

Il becchino Zé do Caixão ritiene che l'unica ragione dell'esistenza umana sia perpetuare la stirpe. Per questo, dopo avere ucciso la moglie sterile, cerca una donna che possa dargli un figlio...

Recensione

Ho già avuto modo più volte di scriverlo ma, anche se spesso è difficile guardare un film a tema tutte le settimane, adoro essermi imbarcata in questa Challenge, perché mi spinge ad uscire dalla comfort zone e ad imparare cose nuove. Per esempio, non avevo mai sentito nominare Zé do Caixão, invece in Brasile è un boogeyman più popolare di Freddy Krueger. Nato, appunto, con questo A mezzanotte possiederò la tua anima, il personaggio di Zé do Caixão (in pratica, Giò il cassamortaro) è stato riproposto dal suo creatore ed interprete, José Mojica Marins, moltissime volte nel corso degli anni, distinguendosi come una creatura del tutto amorale, spinta solo dal desiderio egoistico di perpetrare la propria stirpe, senza badare ad amici, nemici o mogli. L'aspetto paradossale di Zé è che, nonostante le azioni terrificanti che compie, non si tratta di un adoratore del demonio né di un mostro (a parte le inquietanti venuzze nere che gli compaiono nelle cornee prima di compiere un delitto, come se l'uomo ipnotizzasse le sue vittime); Zé è un "semplice" essere umano mosso da passioni innominabili, temuto dall'intero paese in cui vive, che non crede assolutamente nel paranormale o negli spiriti e sfida ogni credenza religiosa (in particolare quelle cattoliche) in quanto convinto che Dio non esista. Muovendosi con l'arroganza di chi non teme nulla e nessuno, Zé uccide con cattiveria senza distinzione di sesso, concupisce e violenta le donne, minaccia e picchia a sangue gli uomini, tutto con un solo obiettivo in mente, ovvero quello di procreare. Ovviamente, ad attendere Zé come punizione per i suoi innumerevoli peccati e per la sua miscredenza ci sarà un risvolto sovrannaturale della vicenda , il che rende A mezzanotte possiederò la tua anima uno spregiudicato mix di exploitation e horror gotico, a mio avviso molto avanti per i tempi in cui è stato girato, considerato il clima politico del Brasile dell'epoca.

A mezzanotte possiederò la tua anima è stato fotografato in un bellissimo e nitido bianco e nero che, se vogliamo, rende ancora più feroce la violenza degli omicidi di Zé e molto più inquietante il finale. Gli effetti speciali e il trucco riempiono lo schermo di occhi strappati, cadaveri, morti insanguinati e chi più ne ha più ne metta; nonostante questo, A mezzanotte possiederò la tua anima non manca di una certa ironia, che strizza l'occhio allo spettatore fin dall'inizio. Due dei personaggi, lo stesso Zé e la chiromante che avrà un ruolo fondamentale nel prosieguo del film, introducono l'opera parlando direttamente al pubblico, il primo spiegando la sua "filosofia" di vita, la seconda consigliando a chi fosse poco coraggioso di uscire dalla sala prima dell'inizio del film. In realtà, forse ho trovato A mezzanotte possiederò la tua anima più weird e pieno di umorismo nero di quanto sia in realtà. Il mio problema è che, essendo ligure, guardare il film in lingua originale è come guardare una commedia di Govi, con l'aggravante che ogni maledetta volta mi viene in mente Crozza nei panni di Josè Altafini; insomma, la mia mente è talmente condizionata da non ritenere il portoghese una lingua adatta agli horror, ed è un limite, me ne rendo conto. Ciò detto, José Mojica Marins nei panni di Zé è qualcosa di incredibile, perché riesce ad essere contemporaneamente piacione (per quanto non toccherei un uomo simile nemmeno con un dito), inquietante, terrificante e patetico nella sua natura fondamentalmente vanesia, che spesso supera persino quella di psicopatico senza scrupoli. Capisco molto bene come sia riuscito ad imprimersi a fuoco nella memoria del popolo brasiliano e a diventare un'icona dell'horror, e sono decisamente contenta di avere fatto la sua conoscenza, nonostante sia un individuo ben poco piacevole. Probabilmente, in futuro recupererò altri film aventi Zé per protagonista, anche perché mi piacerebbe sapere quali idee di sceneggiatura hanno tirato fuori per farlo tornare, visto che lo scioccante finale è molto definitivo!

Cast

José Mojica Marins è il regista e co-sceneggiatore del film e interpreta Zé do Caixão. Brasiliano, ha diretto altri film come Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere e Embodiment of Evil. Anche sceneggiatore e produttore, è morto a 64 anni. 

Curiosità

Il personaggio di Zé do Caixão è tornato, nel tempo, in molti altri film. Della trilogia "ufficiale" iniziata con A mezzanotte possiederò la tua anima fanno parte Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere e Embodiment of Evil. Altre opere sono The Strange World of Coffin Joe, Awakening of the Beast, The Bloody Exorcism of Coffin Joe, The Strange Hostel of Naked Pleasures (che ha per protagonista un personaggio molto simile) e Hallucinations of a Deranged Mind, tutti diretti da José Mojica Marins. Non vi resta che mettervi alla ricerca! ENJOY!

martedì 22 settembre 2026

Carrie (2002)



Il 7 ottobre uscirà il Carrie di Mike Flanagan, serie che ovviamente riuscirò a cominciare e concludere probabilmente a Natale del 2029. Nonostante il sicuro ritardo con cui la guarderò, ho comunque deciso di prepararmi non solo rileggendo il romanzo per la trentesima volta, ma anche di rivedere gli altri adattamenti cinematografico/televisivi, parlando sul blog di quelli che ancora non avevo trattato. Cominciamo oggi col film TV Carrie, diretto nel 2002 dal regista David Carson e tratto dal romanzo omonimo di Stephen King.

Trama

Carrie, plagiata dall'ossessiva madre ipercattolica, è lo zimbello della scuola. A seguito dell'ennesimo episodio di bullismo ai suoi danni, la ragazza si accorge di possedere dei poteri telecinetici...

Recensione

Correva l'anno 2002 e, nonostante King avesse già disconosciuto Carrie 2: La furia (di cui parlerò nei prossimi giorni), la NBC aveva pensato fosse comunque un'ottima idea produrre un remake televisivo di Carrie, con un'ambientazione contemporanea. Nella mente di Bryan Fuller, che più avanti sarebbe assurto agli onori televisivi come showrunner di Hannibal, la versione di De Palma era una favoletta che approfondiva poco i personaggi, quindi lo sceneggiatore aveva deciso di scrivere un adattamento che approfondisse le caratterizzazioni di Carrie e della altre studentesse, e che ci andasse un po' più cauto sulla questione "vendetta", in quanto la strage di Columbine era avvenuta giusto un paio di anni prima. Il risultato è questo elefantiaco Carrie, della durata di più di due ore, il quale segue quasi pedissequamente, almeno nella prima parte, il romanzo di King, riprendendone lo stile di racconto "postumo", con tanto di interrogatori dei poliziotti ai sopravvissuti, e portando sullo schermo persino l'episodio in cui una Carrie bambina fa piovere pietre sulla casa e su tutto il vicinato.  L'approfondimento psicologico tanto sbandierato da Fuller lascia il tempo che trova, in quanto, salvo la protagonista, tutti coloro che la circondano sono macchiette più o meno bidimensionali. Per quanto riguarda Carrie, invece, il personaggio è meno passivo e più tosto rispetto a quello portato in scena da De Palma, tuttavia manca dello spirito di spietata vendetta che rendeva l'originale così spaventoso, in quanto le manifestazioni più violente del potere della ragazza (e ciò vale soprattutto per la strage al ballo) si accompagnano ad uno stato di trance che la rende inconsapevole e, una volta tornata cosciente, dimentica delle sue azioni. Questa scelta, come ho scritto sopra, deriva dalla volontà di rendere Carrie un personaggio con cui gli spettatori potessero empatizzare, sgravandola da quella sete di vendetta che, dopo Columbine, era comprensibilmente tabù all'interno di un'opera pensata per un pubblico televisivo. Il secondo motivo di questo cambiamento lo trovate nelle "Curiosità", e porta il finale della storia a prendere una strada diversa da quella del romanzo, nonostante vengano conservati un paio di "omaggi"al film di De Palma.

Per quanto riguarda la realizzazione, Carrie è un prodotto televisivo nel senso più stretto e squallido del termine, non è certo figlio di quello stile cinematografico che, proprio in quegli anni, caratterizzava le serie TV più famose. Purtroppo, per rimanere in tema Stephen King, il film TV ricorda roba terrificante come I langolieri, non solo per via della regia piatta ma soprattutto dal punto di vista degli effetti speciali. A cominciare dalle pietre presenti nel flashback iniziali, più simili a dei piccoli asteroidi digitali, per continuare con gli oggetti fatti levitare da Carrie e concludere con la ciliegina sulla torta, l'angoscioso (non angosciante) incendio della palestra con conseguente crollo dell'edificio, Carrie è un trionfo di effettacci indegni persino di filmino realizzato in casa. A salvare più o meno la baracca è l'interpretazione di Angela Bettis, che compensa anche quella per nulla incisiva della Clarkson (Emilie de Ravin, invece, è un'ottima Chris e lo stesso vale per Kandyse McClure nei panni di Sue). La Bettis aveva deciso di partecipare al film esclusivamente con l'idea che ne sarebbe stata tratta una serie TV in grado di darle un compenso più o meno stabile, e in seguito ha disconosciuto questo Carrie, ma la sua bellezza particolare e i suoi lineamenti duri danno vita ad un personaggio meno "malleabile" rispetto alla Carrie di Sissy Spacek. I dialoghi con le altre studentesse al ballo sono molto divertenti, e le ferme prese di posizione nei confronti della madre sono inquietanti quanto basta; l'unico aspetto dell'interpretazione della Bettis a risultare buffo è il modo in cui storce gli occhi prima di ogni attacco, scelta che per quanto mi riguarda priva un po' il personaggio di pathos, ma ovviamente si tratta di gusto personale. Diciamo che il mastodontico, oggettivo difetto di Carrie è che si limita a raccontare una storia già letta e vista due volte senza aggiornarla né renderla più accattivante o apporre sostanziali cambiamenti, salvo per un paio di scelte che, però, la trasformano in qualcosa che, se si fosse concretizzato, sarebbe diventato un'altra opera di King, con un focus più governativo-supereroistico. Ci sarebbero voluti altri 4 anni perché Fuller realizzasse questa sua ambizione, ma questa è un'altra storia e non deve costringervi a subire due ore di piattume televisivo, nemmeno per amor di completezza.  

Cast

Di Angela Bettis (Carietta 'Carrie' White), Patricia Clarkson (Margaret White), Katharine Isabelle (Tina Blake), David Keith (Detective John Mulchaey), ho già parlato ai rispettivi link.

  • David Carson è il regista del film. Inglese, ha diretto episodi di serie come Le avventure di Sherlock Holmes, Star Trek: The Next Generation, Beverly Hills 90210, Star Trek: Deep Space Nine, Nash Bridges, Più forte ragazzi, Smallville e film quali Generazioni. E' anche produttore.
  • Emilie de Ravin interpreta Chris Hargensen. Australiana, la ricordo per film come Le colline hanno gli occhi e per serie quali Roswell, CSI: Miami, Lost e C'era una volta. Ha 45 anni. 

Curiosità

Il finale del film TV è legato all'idea con cui è nata questa versione di Carrie, ovvero fungere da prologo per una serie televisiva che, vista la pessima accoglienza del suo precursore, non ha mai visto la luce. Se volete arrivare preparati all'appuntamento con Flanagan, oltre a leggere il romanzo di Stephen King, recuperate le due versioni cinematografiche di Carrie, quella di De Palma e quella di Kimberly Peirce, e magari aggiungete Carrie 2: La furia, di cui parlerò domani. ENJOY!


venerdì 18 settembre 2026

2026 Horror Challenge: Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (2024)


Siccome questa settimana ho parlato di Pinocchio: Unstrung, e visto che la challenge settimanale lasciava libera scelta, oggi vi beccate due righe su Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (Winnie-the-Pooh: Blood and Honey 2), diretto e co-sceneggiato dal regista Rhys Frake-Waterfield.

TRAMA

Dopo gli omicidi del Bosco dei 100 acri, Christopher Robin ha tentato di rifarsi una vita come infermiere, ma tutti pensano sia un assassino. Almeno finché Pooh e i suoi mostruosi compagni non decidono di uscire dal bosco...

RECENSIONE

Torna, con un titolo italiano che farebbe la felicità di Antonio Albanese, l'orsetto non ricchione preferito dal webbe. Una volta avevamo gli Sharknado, oggi il Twisted Childhood Universe, e non so dirvi se si stava meglio prima oppure no. Quel che è certo è che i realizzatori di Sharknado sapevano di avere per le mani una puttanata col botto e hanno sempre giocato la carta, più o meno efficace, dell'ironia, mentre Rhys Frake-Waterfield crede di essere Wes Craven e si approccia alle opere da lui prodotte con la stessa baldanza e ancor più serietà, nonostante sia privo di qualsiasi capacità artistica. Qui, addirittura, si scomoda il metacinema: per giustificare le orrende maschere di gomma utilizzate in Winnie the Pooh: Sangue e Miele nonché il cambio dell'interprete di Christopher Robin, l'azione viene spostata avanti nel tempo, abbastanza perché la strage perpetrata da Pooh e soci sia già diventata leggenda e materia di riduzioni cinematografiche. Pertanto, gli schermi televisivi dei protagonisti proiettano Winnie the Pooh: Sangue e Miele in svariate occasioni, e più volte viene nominato il film in questione, con sommo scorno di Christopher Robin, ormai considerato il matto del paese, o il serial killer quando gli dice proprio male. Ovviamente, come noi sappiamo, Winnie the Pooh e soci esistono davvero anche se, plot twist shyamalano da me indovinato al minuto 41, la loro storia non è proprio quella che avevamo conosciuto nel primo film. Ad affiancare Pooh e Pimpi nelle loro sanguinose scorribande, questa volta troviamo il beniamino Tigro e un altro bestio al quale, per dare un volto disneyano, sono dovuta andare su Wikipedia, ovvero il gufo Uffa. E l'onomatopea in questione è proprio quella che è uscita più volte dalle mie labbra nel corso della visione. Winnie the Pooh: Sangue e Miele era una vaccata splatter al sapor di silicone, ma correva come un treno da un'efferatezza all'altra, qui invece Rhys Frake-Waterfield cerca di "nobilitare" la faccenda con noiosissimi intermezzi psicoanalitici e onirici, tentando persino di dare un background a Christopher Robin e famiglia, e i mostriciattoli del boschetto della sua fantasia si scatenano ben poco. Oppure, forse, lo fanno ma io non sono riuscita a vederli.

I realizzatori avranno, infatti, anche avuto il budget pompato, ma dev'essere andato tutto a discapito del direttore della fotografia, che invece di smarmellare ha pensato bene di giocare di sottrazione in ogni scena notturna (e ce ne sono parecchie). Il risultato, innanzitutto, è che Tigro e Pooh sono indistinguibili l'uno dall'altro a meno che non ci siano campi medi che li mostrino vestiti oppure che non si senta la voce di Tigro (che a me è sembrata intercambiabile a quella di Uffa, per inciso, una parodia del Freddy Krueger ciarliero), e poi non si capisce un belino nel corso della maggior parte delle mattanze, salvo qualche dettaglio particolarmente cruento in alcune scene. Se non altro, il make-up migliorato delle creature fa sì che Pooh non sembri più un rattuso idiota con una maschera di gomma in faccia, mentre Uffa fa molto Anjelica Huston in Chi ha paura delle streghe?, ma sono gli unici due aspetti positivi in un film sciatto a livello di sceneggiatura e, soprattutto, di attori. Con tutto l'amore che provo per l'accento inglese più stretto, non puoi pretendere di ingaggiare solo persone che biascicano con delle patate in bocca, stelline siliconate o cristiani inespressivi, conficcando peraltro l'ultimo chiodo nella bara della carriera di Simon Callow, uno che ha partecipato ad Amadeus, per Dio! Di più, il finale del film è apertissimo e persino minaccioso: illustrazioni ben più belle di tutto ciò che è stato mostrato fino a quel momento introducono Peter Pan's Neverland Nightmare (già uscito da anni anche in Italia. Probabilmente non ci avete fatto caso ma la psichiatra di Christopher si chiama Mary Darling), Bambi: The Reckoning e Pinocchio: Unstrung. Quest'ultimo l'ho apprezzato, come sapete, di Bambi mi se ne dice bene, ma ho il serio timore che Peter Pan mi farà male, male, male da morire. Ma chissà quando riuscirò a finire la saga! 

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Rhys Frake-Waterfield ho già parlato QUI mentre Simon Callow, che interpreta Cavendish, lo trovate QUA.

CURIOSITÀ

Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele è il seguito di Winnie the Pooh: Sangue e Miele, se vi piace il genere recuperatelo, altrimenti evitate, ma recuperate senza indugio Pinocchio: Unstrung! ENJOY!



martedì 15 settembre 2026

Pinocchio: Unstrung (2026)


Non lo volevo nemmeno vedere, poi Lucia e Silvia ne hanno parlato con affetto, quindi ho recuperato Pinocchio: Unstrung, diretto e sceneggiato dal regista Rhys Frake-Waterfield.

Trama

Per risollevare il morale del nipote James, dopo la morte dei genitori e del migliore amico, Geppetto decide di fargli conoscere Pinocchio, un ragazzino di legno creato da lui. Tutto andrebbe per il meglio, non fosse che il desiderio di Pinocchio è diventare umano a sua volta...

Recensione

Non avevo voglia di guardare Pinocchio: Unstrung perché la mia fiducia nei confronti di Rhys Frake-Waterfield era pari a zero. Dopo l'inguardabile Winnie the Pooh: Sangue e miele e il suo seguito/reboot leggermente migliorato, Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (di cui non ho ancora parlato sul blog) il cosiddetto Twisted Childhood Universe mi aveva abboffata oltremisura. Il problema principale riscontrato durante la visione dei film dedicati all'orsetto rattuso era la totale mancanza di ironia a fronte di make-up ed effetti speciali al limite del decente e degli attori canini, mentre l'unico pregio del progetto TCU era una sfacciata esibizione di gore e violenza. Per fortuna, Rhys Frake-Waterfield deve avere udito i miei improperi, perché Pinocchio: Unstrung di serio ha poco o nulla. Certo, c'è la necessaria quota da pagare per il progetto "universo condiviso" che dovrebbe prima o poi condurre a Poohniverse: Monsters Assemble, con tutta una mitologia non meglio chiarita legata alla nascita di Pinocchio e dell'inquietante Wood Mother che, se non ho capito male, dovrebbe coinvolgere anche il creatore degli ibridi visti in Winnie the Pooh, ma sono dettagli che non rovinano il divertimento. In buona sostanza, Pinocchio: Unstrung è un rozzo coming of age in cui il burattino titolare, dopo aver cercato di diventare umano nel modo peggiore (per gli altri), impara a capire la differenza tra bene e male e ad accettare la propria unicità (forse). All'interno del percorso di crescita, come succede in quasi tutte le versioni di Pinocchio, il burattino incapperà in pochi buoni amici e troppi consiglieri fraudolenti, con un paio di aggravanti: gli amici, in Pinocchio: Unstrung, sono delle minchie di mare, e i consiglieri fraudolenti degli psicopatici da primato, come se già non bastasse quel minimo sindacale di devianza mentale di cui il burattino è dotato già in partenza. A farne le spese è chiunque si azzardi a fare del male, anche poco, al piccolo James, come accadeva nel reboot de La bambola assassina... solo che a Chucky piacerebbe essere matto in culo come il Pinocchio di Rhys Frake-Waterfield!

La più recente incarnazione di Pinocchio non ha, infatti, la minima remora morale e vuole solo divertirsi come un bambino, mettendo a frutto quelle poche "lezioni" di anatomia impartitegli dall'amichetto James per raccogliere quanto serve per diventare "vero". Mai mi sarei aspettata, all'interno di un film diretto da Rhys Frake-Waterfield, di trovare la sequenza più TW del 2026, una roba atroce che ha rischiato di farmi svenire in poltrona mentre con le mani cercavo di capire se la mia faccia aveva ancora tutto al suo posto. Obiettivamente, per quanto mi riguarda, la sequenza nello studio dentistico non ha rivali, e tutto il resto è la sagra dello humour nero e della cattiveria fuori scala, uniti ad effetti speciali deliziosi, interamente o quasi affidati ad artigiani che hanno evitato la CGI come la peste, e si vede. Questo è uno dei motivi per cui Pinocchio: Unstrung va visto, perché è ben raro al giorno d'oggi questo amore per gli effettacci splatter di una volta, e tale dedizione va ricompensata. Cascate male, invece, se decidete di salire sul treno di Pinocchio: Unstrung per godervi l'interpretazione di Robert Englund, perché il grillo è ben poco parlante. Detto ciò, a parte gli amici in carne e ossa di James (la versione discount di Dudley Dursley, apprezzabile solo per la cattiveria con cui viene trattato, e l'unica studentessa delle superiori che sembra una vecchia di 30 anni), gli attori che partecipano a Pinocchio: Unstrung sono molto meglio degli scappati di casa che infestavano i primi due film del Poohniverse, per non parlare poi della presenza di Richard Brake. Se Pinocchio è "unstrung", il suo Geppetto è "unhinged", e anche se mi fa riderissimo l'idea di un riccastro inglese che di nome fa Geppetto (se quello fosse il cognome sarebbe ancora peggio, ché James Geppetto non si può sentire), l'attore non si risparmia e, da un certo punto in poi, dà vita ad uno dei suoi tipici personaggi allucinanti e disgustosi che tutti i fan dell'horror hanno imparato ad amare. Non avrei mai pensato di scriverlo sul mio blog ma guardate Pinocchio: Unstrung perché ne vale proprio la pena. Io, intanto, proverò a dare una chance agli altri film del Poohniverse che mi mancano!

Cast

Del regista e sceneggiatore Rhys Frake-Waterfield ho già parlato QUI. Richard Brake (Geppetto) e Robert Englund (voce del Grillo) li trovate invece ai rispettivi link.
 

Curiosità

Scott Chambers, che interpreta Christopher Robin, riprende il ruolo da Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele, che vi consiglio di recuperare, se vi è piaciuto Pinocchio: Unstrung, assieme a Winnie the Pooh: Sangue e Miele, Peter Pan: Incubo nell'isola che non c'è e Bambi: La Vendetta. ENJOY!

venerdì 11 settembre 2026

2026 Horror Challenge: Matango il mostro (1963)


Il tema della challenge settimanale era KAIJU, quindi ho scelto il film Matango il mostro (マタンゴ - Matango), diretto nel 1963 dal regista Ishiro Honda e tratto dal racconto The Voice in the Night di William Hope Hodgson.

Trama

Sette persone naufragano con lo yacht su un'isola deserta e avvolta da una nebbia perenne. Alla ricerca di cibo ed acqua, ritrovano il relitto di una nave, divorato dalla muffa e dai funghi...

Recensione

Come spesso succede, i suggerimenti della challenge su Letterboxd sono un po' imprecisi. Al di là dell'uso occidentale della parola "kaiju", che solitamente noi riserviamo ai mostri giganti tipo Godzilla, è difficile far rientrare Matango anche all'interno del significato letterale di "kaiju", ovvero "strane bestie". Questo perché il Matango del titolo originale è un fungo e, a parte un gabbiano e una tartaruga senza occhi, all'interno del film non ci sono animali, tranne forse l'uomo. Dando per buona quest'ultima considerazione, effettivamente i personaggi di Matango sono proprio delle bestie strane, come dimostra la sceneggiatura di Takeshi Kimura, che sfrutta l'elemento horror e lo stress da isolamento per mettere in scena quella che è, a tutti gli effetti, una lotta di classe. All'interno di uno yacht si riuniscono il ricco proprietario, uno scrittore non particolarmente famoso, una bellissima cantante, un professore universitario con la sua allieva, uno skipper e un uomo di fatica. Il morale è alto e tutti sono amici, finché, dopo una tempesta che danneggia gravemente lo yacht, i sette fanno naufragio su un'isola immersa nella nebbia, all'interno della quale ci sono sì torrenti di acqua dolce, ma nulla o quasi da mettere sotto i denti. Pur riuscendo a trovare del cibo in scatola all'interno del relitto di una nave, la quantità è assai scarsa per sette persone, e non solo; la struttura è invasa da una muffa tenace e da misteriosi funghi che il diario di bordo vieta chiaramente di mangiare, mentre di notte vagano creature deformi che potrebbero essere frutto di allucinazioni, eppure sembrano tremendamente reali. Ce n'è abbastanza per scatenare una cabin fever coi fiocchi, che fa tornare a galla il rigido classismo della società giapponese ed erode le regole basilari della convivenza sociale. Accecati da una fame sempre più nera, i naufraghi faticano a rimanere razionali; mentre il ricco si aggrappa, inutilmente, a privilegi che lì non hanno ragione di esistere, il povero o il frustrato cercano riscatto per una vita ingrata approfittando di un luogo dove le convenzioni sociali non esistono più, e di una situazione che, secondo loro, li rende liberi di dare sfogo ai loro istinti più bassi. Buona parte dell'orrore o, meglio, dell'inquietudine presente all'interno del film, non ha nulla a che vedere con l'aspetto horror/fantascientifico della trama. La possibile presenza di fantasmi o mostri, assieme alla disgustosa proliferazione fungina, è un ulteriore "disagio" che accelera le violente dinamiche negative all'interno del gruppo, ma non è quello fondamentale. Le due cause scatenanti sono, infatti, fame ed isolamento, che consentono all'elemento weird di insinuarsi persino come possibile fonte di salvezza od evasione. 

Fame e stanchezza spingono Yoshida, lo scrittore, a mangiare per primo i funghi. E' un atto di disperata ribellione, un modo per giustificare il compimento di future azioni mostruose, compiute dopo aver rinunciato volutamente alla propria umanità. Benché Yoshida (come del resto il riccastro, l'uomo di fatica e la cantante) venga connotato fin dall'inizio come un personaggio negativo o comunque borderline, il pessimismo di Matango sottolinea come questo tipo di debolezza, questo desiderio di arrendersi egoisticamente al "male" per cancellare le sofferenze fisiche e mentali, sia comune al 90% dell'umanità, con qualcuno che lo maschera meglio di altri. Il finale, in tal senso, è emblematico, e arriva come un'ulteriore doccia fredda dopo un'allucinata sequenza di puro terrore in cui, finalmente, lo spettatore riesce a vedere l'effetto del "matango" in tutta la sua gloria. Furbescamente, Honda centellina le apparizioni dei mostri lasciandoli spesso nella penombra, oppure nascondendoli in parte dietro alberi, porte ed oblò, così da garantire l'effetto shock di una foresta di funghi giganti semoventi che sembra uscita dritta da un'allucinazione da... beh, da funghi. E' un cerchio che si chiude, la versione ancora più in acido dell'Isola dei Lotofagi, dove gli esseri umani sostituiscono la realtà con kitschissime visioni di sfarzo ed opulenza, mentre vengono puniti per i danni inflitti alla natura (nel corso del film viene detto che l'isola era probabilmente luogo di esperimenti nucleari), trasformandosi in ciò che non riescono a smettere di mangiare. Tornando alla questione linguistica dell'inizio: no, Matango non è un kaiju eiga, è più un thriller psicologico con mostri, un ibrido tra horror, dramma e fantascienza. Sono comunque contenta di averlo visto, sia perché il vintage nipponico mi da sempre enormi gioie, sia perché è un'opera che spinge a riflessioni interessanti, anche se avrei preferito più fungoni mostruosi e meno dialoghi. Se la mia recensione vi ha incuriosito, sappiate che, al momento della pubblicazione del post, Matango si trova gratis su Plex. La qualità video non è delle migliori, ci sono un po' di interruzioni pubblicitarie e la lingua è esclusivamente in giapponese con sottotitoli inglesi, ma ho paura che non esistano versioni DVD o bluray adatte ai lettori italiani, quindi bisogna accontentarsi!

Cast

Ishiro Honda è il regista del film. Giapponese, ha diretto film come Godzilla, Il re dei mostri, Rodan il mostro alato, Mothra, Frankenstein alla conquista della Terra, Distruggete Kong! La Terra è in pericolo, Godzilla il re dei mostri e Sogni. Anche sceneggiatore, montatore e attore, è morto nel 1993. 

Curiosità

Tutti o quasi i membri del cast avevano già o hanno in seguito collaborato con Honda all'interno di altri kaiju eiga. Il film era stato quasi vietato in Giappone, perché il make-up dei mostri ricorda molto le deformazioni causate dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Se Matango il mostro vi è piaciuto recuperate L'invasione degli ultracorpi, Terrore dallo spazio profondo, Little Joe, Uomini H e S.O.S. i mostri uccidono ancora. ENJOY!






mercoledì 9 settembre 2026

Coyote vs. Acme (2026)


Ci ha provato la ACME ad impedirmi la visione, approfittando della collaborazione del multisala savonese, palesemente in combutta con la bieca multinazionale. Ma è "bastato" un salto a Genova per poter vedere Coyote vs. Acme, diretto dal regista Dave Green.

Trama

Dopo l'ennesimo, disastroso tentativo di catturare Beep Beep, Wile E. Coyote decide di fare causa alla ditta ACME, da decenni causa dei malfunzionamenti di ogni suo strumento di cattura...

Recensione

Le persone normali aspettavano questo film da tre anni, ovvero da quando la Warner Bros., per ottenere una detrazione fiscale milionaria, aveva deciso di non distribuire il film completato (se qualcuno poi mi spiega il meccanismo dietro una cosa simile gliene sarei grata!). Io lo aspettavo da QUARANTACINQUE anni, perché Wile E. Coyote, genio, è il mio personaggio preferito in assoluto all'interno della nutrita scuderia dei Looney Tunes. Lo amo talmente tanto che da bambina ero arrivata ad associare i nomi dei singoli registi agli episodi migliori, ad un character design più accattivante e curato rispetto ad altri (qualcuno ha detto Chuck Jones?), e ancora oggi non esiste, per me, nulla di più esilarante delle facce sconsolate di Wile E. Coyote davanti alla sfiga cosmica che lo coglie come un tornado ogni volta che tenta di catturare il maledetto Beep Beep che, per quanto mi riguarda, è progenie di qualche demone infernale. L'idea di un lungometraggio interamente dedicato a Wile E. Coyote mi aveva mandata in visibilio, la notizia che il film non avrebbe mai visto la luce mi aveva intristita oltremodo, e posso solo ringraziare (per la prima e credo unica volta nella vita) l'internet per avere sollevato tutte le proteste che hanno concesso a Coyote vs. Acme di vedere la luce. In realtà, appena entrata in sala, la paura era che tante aspettative avrebbero coinciso con una mezza delusione, timori che si sono dissipati dopo la prima sequenza, in cui l'essenza dell'eterna lotta tra coyote e road runner è stata rispettata in tutta la sua purezza. Ma cos'è, in soldoni, Coyote vs. Acme? E' la rivalsa di Wile E. Coyote contro l'azienda il cui nome campeggia da decenni su ogni articolo da lui comprato per corrispondenza, al fine di creare le invenzioni che gli consentirebbero di catturare e mangiare Beep Beep. Disperato dopo l'ennesimo fallimento, Wile E. Coyote vede in TV l'annuncio di un avvocato che promette risarcimenti per situazioni assai simili alla sua, e decide di correre in città per ingaggiarlo. L'avvocato, Kevin Avery, è uno scappato di casa che cerca di fare il minimo sindacale e ha ormai perso ogni fiducia verso se stesso e il suo lavoro, ma in qualche modo Wile riesce a manipolarlo fino a fargli intentare una causa di risonanza nazionale contro la Acme, rischiando di portare a galla segreti che sarebbero dovuti restare sepolti.  

Coyote vs. Acme gioca sullo stesso terreno di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, non solo perché il fulcro della vicenda è la strana alleanza tra un umano che ha toccato il fondo del barile e un cartone animato con un proprio obiettivo da raggiungere, ma perché mescola diversi generi cinematografici"adulti", come l'action, il crime e il procedural, dando vita ad una vicenda dai toni semi-seri, tristemente legata all'attualità. Le megacorporazioni come la ACME sono, purtroppo, una realtà consolidata, e le singole persone, rapportate a questi colossi fatti di nomi altisonanti e figure quasi leggendarie come i loro CEO, ci fanno la figura delle formiche davanti a un gigante. Messe di fronte all'unica cosa che sembra valere davvero a questo mondo, il Dio Denaro, le persone che hanno subito dei soprusi da parte di queste multinazionali chinano il capo, quasi ringraziando per i pochi spiccioli d'indennizzo che, spesso, possono cambiare la vita di chi li riceve, e tentare di smascherare queste entità per ciò che sono sembra, davvero, il tormento di Sisifo. Una fatica inutile, un raggiungere la cima del monte spingendo una gigantesca pietra, solo per poi dover ricominciare da capo, ancora, ancora e ancora. Che è poi quel che fa il povero Wile ogni volta che tenta di catturare Beep Beep, scontrandosi contro la colossale pietra della sfiga cosmica, inaspettatamente aiutata da una Acme per la quale il povero coyote è una mucca da mungere, un numero particolarmente remunerativo da spremere fino all'osso. Alla domanda che gli insensibili si pongono da sempre, ovvero "perché Wile, invece di spendere soldi comprando trabiccoli inutili, non li usa per mangiare?", il film offre l'unica risposta possibile, veicolando un necessario messaggio di resilienza, orgoglio, costanza e rispetto di ciò che per altri è importante, anche se a noi sembra una cosa assurda. Sfido chiunque a non commuoversi fino alle lacrime sul finale e a lasciare un pezzettino di cuore non solo a Wile, ma anche a un altro essere insospettabile.

E rimanendo in tema "esseri", passando però a cose più facete, Coyote vs. Acme punta a deliziare i fan dei Looney Tunes con una serie di guest star da primato, senza limitarsi ad un freddo elenco di personaggi da spuntare. Al di là dei "soliti" Bugs Bunny e Daffy Duck (non fraintendetemi: il coniglio lo farei in fricassea, ma il papero è secondo, tra i miei preferiti), altri Looney Tunes vengono messi sotto i riflettori in ruoli per loro inusuali ma stranamente calzanti; Foghorn Leghorn in primis, ma anche Titti e un'insospettabile nonnina, quest'ultima legata a un personaggio che non si vedeva su schermo da almeno 20 anni. Tra gag "fisiche" iconiche ma sempre riuscitissime, perfette per bambini e adulti, e nuove strizzate d'occhio ai più grandicelli (la battuta sui predatori mi ha annientata), Coyote vs. Acme ha parecchi momenti in cui si ride davvero di cuore, non solo grazie ai cartoni animati ma anche ai loro colleghi umani. Will Forte è un'ottima spalla per Wile e John Cena ormai ha dei tempi comici praticamente perfetti, ma chi non sbaglia un colpo da decenni è sempre P.J. Byrne, che nei panni del servile avvocatucolo della multinazionale regala gioie immense. Tecnicamente parlando, Coyote vs. Acme è molto bello. Talvolta l'interazione tra animazione e immagini live action non è proprio ineccepibile, però non ci sono mai momenti in cui si ha la sensazione di guardare una roba finta, zeppa di CGI inguardabile, e le mattane animate per le squallide strade di Albuquerque sembrano poter accadere davvero, tanto i realizzatori sono stati attenti ai dettagli e a tutto ciò che accade sullo sfondo dell'azione principale. Che dire, io ormai ho 45 anni e i tempi di Chi ha incastrato Roger Rabbit? sono lontani, ma non mi  stupirei se qualche bambino tra i meno smaliziati si convincesse del fatto che Abuquerque sia una nuova Cartoonia, allo stesso modo in cui mi ero illusa io prima che mamma mi rivelasse una triste verità. Anche se i cartoni animati non potranno mai interagire con noi, Coyote vs. Acme è la prova che non bisogna mai abbandonare i propri sogni, né smettere di lottare per ciò che crediamo giusto... che ci vogliano tre anni o una vita intera, e anche se le fredde multinazionali ci mettono i bastoni tra le ruote!

Cast

Di Luis Guzmán (Giudice Troppogrosso), P.J. Byrne (Bill Pelicanos) e Kenneth Choi (Oscar Jeon) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Dave Green è il regista del film. Americano, ha diretto film come Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra. Anche produttore e montatore, ha 43 anni. 

Curiosità

Lo studio legale Avery, Jones and Maltese è un omaggio agli storici animatori della Warner Bros Tex Avery, Chuck Jones e Michael Maltese, questi ultimi proprio creatori del personaggio di Wile E. Coyote. Se il film vi è piaciuto recuperate Chi ha incastrato Roger Rabbit? e Space Jam. ENJOY! 

martedì 8 settembre 2026

Notte Horror 2026: La casa 7 (1989)


A causa del mega-problema avuto quest'anno col blog avevo pensato di lasciare perdere tutto e non partecipare nemmeno alla Notte Horror. Poi ho riflettuto, arrivando alla conclusione che non sono di certo io a dover scomparire come se avessi fatto qualcosa di male, quindi eccomi qua per il tredicesimo anno consecutivo a celebrare i filmacci del ciclo Notte Horror. Il mio compagno questa sera è La stanza di Gordie, che vi parlerà di Rawhead Rex, mentre io sono rimasta in territori più casalinghi, e ho scelto, per l'appunto, La casa 7 (The Horror Show, anche conosciuto come House III: The Horror Show), diretto nel 1989 dal regista James Isaac. ENJOY!

Trama

Il detective McCarthy cattura il killer Max Jenke, il quale viene condannato alla sedia elettrica. Appena prima di morire, Jenke giura vendetta a McCarthy e gli si insedia in casa come spirito, rovinandogli famiglia e carriera...

Recensione

Voi forse non avete idea della confusione provata, a inizio anni '90, quando Notte Horror aveva mandato in onda La casa 7. Nonostante la mancanza di internet, tra un passaggio televisivo e l'altro avevo più o meno tenuto conto della quantità di "case", ed ero rimasta molto male quando mi ero resa conto di essermi persa la sesta. Ed ero anche rimasta perplessa dal fatto che La casa 7, a differenza di quelle originali e di quelle apocrife, sarà anche stata ambientata in una casa, appunto, però sembrava più una versione di Sotto Shock, uscito all'estero lo stesso anno ma, probabilmente, arrivato in Italia un po' prima del film di James Isaac. Col tempo ho imparato di non potermi fidare della numerazione di questa saga, e anche che La casa 7 non c'entra effettivamente nulla né con le opere di Raimi, né con gli apocrifi italiani, né con la serie House, di cui avrebbe dovuto essere il terzo capitolo, come leggerete nelle "Curiosità". Quindi a cosa serve La casa 7? Ecco, bella domanda. Il film di James Isaac, prodotto da Sean S. Cunningham, è la storia di una vendetta postuma, perpetrata ai danni del detective McCarthy dal serial killer Max Jenke dopo essere stato fulminato sulla sedia elettrica. Siccome il DVD edito dalla Magic Memory non è dotato, mortacci loro, di sottotitoli per l'audio inglese, ammetto di essermi persa la spiegazione di come abbia fatto Jenke a dotarsi del potere di diventare spirito (c'è tutta una supercazzola legata all'elettricità ma non fatemi entrare nei dettagli), ma è poco importante ai fini della trama. La cosa fondamentale è che Jenke si insedia in casa di McCarthy e, approfittando del fatto che il detective è già guardato con sospetto da famiglia e colleghi a causa di un'importante PTSD causata proprio dall'indagine su Jenke, gli incasina ancor più la testa facendolo passare per matto in culo grazie a una serie di allucinazioni ben piazzate. A differenza di Horace Pinker che si limitava a possedere la gente, Jenke è un Freddy Krueger ancora più potente, capace di modificare la realtà, trascinare le vittime nella sua dimensione, imitare voci, profondersi in esibizioni da stand-up comedian e chi più ne ha più ne metta. L'unica cosa che Jenke non fa è tenere fede alla sua fama di sanguinario figlio di puttana omicida, il che significa che il film è una menata senza fine, salvata solo da un inizio e un finale scoppiettanti e zeppi di momenti ad alto tasso di gore.

Ciò che impedisce a La casa 7 di scadere nell'ignominia perpetua sono, in primis, gli effetti speciali dello studio KNB EFX Group, fondato da Kurtzman, Nicotero e Berger, che si possono gustare nel corso del flashback in cui McCarthy entra in un incubo fatto di corpi smembrati e teste mozzate, nella sequenza della sedia elettrica, nell'esilarante scena del tacchino, e in tutti i momenti in cui il finale ricorre al body horror "spinto", con idee che avrebbero fatto la felicità di Cronenberg. L'altra cosa che salva La casa 7 dal dimenticatoio è la presenza di Lance Henriksen e Brion James all'interno di un cast di attori mediamente cani (tra l'altro, il DVD che ho io pubblicizza in maniera massiccia il nome di Dedee Pfeiffer, che interpreta la figlia di McCarthy, invece che di Brion James, e continuo a chiedermi perché). Henriksen si profonde in un'interpretazione che, negli ultimi 20 anni, sarebbe stata molto più consona per l'overacting di Nicolas Cage, ma se non altro crede fermamente in quel che fa e ci mette tutto l'impegno che un film simile non meriterebbe nemmeno per sbaglio. Brion James, dal canto suo, dipende molto da quanto lo spettatore ha voglia di prenderlo sul serio. L'idea di un serial killer dotato della risatina fessa di uno Skeletor qualsiasi a me fa molto ridere, e in questo contesto l'attore non riesce ad incutermi né timore né inquietudine, ma ammetto di apprezzare molto questi tocchi cheesy all'interno di un horror anche ambizioso, quindi sono rimasta soddisfatta. Purtroppo per lui, James non è né Mitch Pileggi né, tantomeno, Robert Englund, e il suo gigioneggiare mostra tutti i limiti di un attore nato per i ruoli di malvagio glaciale, quindi altri spettatori potrebbero non essere così indulgenti. La casa 7 è un film che ovviamente non inserirò mai nel novero dei cult da Notte Horror, ma è un'opera alla quale sono molto legata, perché è stato il primo e unico horror propinato ad una delle mie migliori amiche, che ancora oggi mi odia per averla costretta a tale supplizio, come dimostrano i messaggi Whatsapp che ci siamo scambiate durante il mio rewatch dopo 30 e fischia anni. Il contrappasso di questo odio è di essersi trovata un marito che ama gli horror e avere generato un figlio ugualmente traviato, ma mica sarà colpa mia, giusto? Ti voglio bene, Paola!!  

Cast

Di Lance Henriksen (Detective Lucas McCarthy) e Brion James (Max Jenke) ho già parlato ai rispettivi link.

  • James Isaac è il regista del film. Americano, ha diretto film come Jason X e Skinwalkers - La notte della luna rossa. Anche tecnico degli effetti speciali, produttore e attore, è morto nel 2012.
  • Dedee Pfeiffer interpreta Bonnie. Americana, sorella di Michelle Pfeiffer, ha partecipato a film come Tutto in una notte, Un giorno di ordinaria follia e a serie quali La signora in giallo, Seinfeld, Ellen, Friends. CSI - Scena del crimine, La zona morta, CSI: NY, E.R. - Medici in prima linea e Supernatural. Anche produttrice, ha 62 anni. 

Curiosità

Lewis Arquette, che interpreta il tenente Miller, è il patriarca degli Arquette ed era comparso accanto al figlio David in Scream 2. Kane Hodder ha fatto da stuntman a Brion James in alcune scene. James Isaac ha sostituito il regista originale del film, David Blyth, dopo che quest'ultimo è stato licenziato poco dopo l'inizio della produzione. Il film avrebbe dovuto essere il sequel ufficiale di Chi è sepolto in quella casa? e La casa di Helen, ma non ha nulla a che vedere con i capitoli precedenti; infatti, la MGM voleva ricominciare da capo e ha chiesto di modificare pesantemente la sceneggiatura introducendo un nuovo boogeyman potenzialmente iconico, re-intitolando il film The Horror Show. Nel 1992 è poi uscito, per il mercato dell'home video, House IV - Presenze impalpabili, seguito diretto di Chi è sepolto in quella casa?. Se La casa 7 vi fosse piaciuto recuperate quindi piuttosto Sotto Shock e Pentagram, che ho già visto e conosco, e aggiungete i per me sconosciuti Prison e L'occhio della morte, magari da segnarsi per le prossime Notti Horror.

Notte Horror 2026

E' toccato a me chiudere la rassegna, ma di seguito trovate tutti i film di cui hanno parlato i miei esimi colleghi, di cui vi consiglio di recuperare i post! Al prossimo anno (spero)!





venerdì 4 settembre 2026

2026 Horror Challenge: The Hitcher - La lunga strada della paura (1986)


La challenge horror settimanale voleva un film uscito nel 1986, così ho deciso di festeggiare i 40 anni di The Hitcher - La lunga strada della paura (The Hitcher), diretto dal regista Robert Harmond.

Trama

Un ragazzo dà un passaggio a un autostoppista che, in realtà, è un folle killer. Dopo essere miracolosamente fuggito alle sue grinfie, il ragazzo viene perseguitato dall'autostoppista e ingiustamente accusato dei delitti da lui commessi...

Recensione

Ormai la mia memoria è andata. Mi sembra strano che non avessi mai visto prima di qualche giorno fa The Hitcher, eppure più ci penso più mi vengono in mente solo le locandine e le pubblicità su TV Sorrisi e Canzoni e basta. Quindi, do per buono, vergognosamente, di aver affrontato per la prima volta The Hitcher all'età di 45 anni, e sono felicissima di averne avuto, finalmente, l'opportunità, nonostante l'atroce dubbio che la versione disponibile su Prime Video sia tagliata. Spero di sbagliarmi ma, a prescindere, The Hitcher mette un'angoscia maledetta anche senza mostrare più del necessario. Per chi, come me, o non avesse mai visto il film o si fosse dimenticato di averlo fatto, The Hitcher inscena un terribile gioco tra gatto e topo ai danni del giovane Jim. Bello ed ingenuo, Jim si è messo in viaggio per consegnare una macchina a San Diego e, dopo aver rischiato di addormentarsi durante il tragitto, decide di caricare un autostoppista che possa tenergli compagnia. Quest'ultimo si rivela, purtroppo per Jim, un pazzo omicida il quale, dopo non essere riuscito ad ucciderlo per puro caso, si mette a perseguitarlo, arrivando al punto da incastrarlo per gli omicidi da lui commessi. L'agghiacciante meccanismo di pura tensione che è The Hitcher non risiede tanto nell'attesa che John Ryder, prima o poi, compaia su qualche macchina lanciata a folle velocità per uccidere Jim, quanto piuttosto nel modo subdolo con cui il killer priva il ragazzo di ogni minima speranza di aiuto o salvezza. Più volte, infatti, Ryder risparmia la vita di Jim, solo per farlo piombare in una nera disperazione che nulla ha a che fare con la morte (o, almeno, non la sua); beffardo e, in qualche modo, "paterno" nel suo desiderio di educare Jim, Ryder arriva persino al punto di mettergli delle monete sugli occhi (un obolo per il traghettatore dei morti) per sottolineare il suo desiderio di uccidere la parte ingenua ed infantile del ragazzo, di costringerlo ad abbracciare un'oscurità e un male percepiti come inevitabili. Privo di un nome reale, John Ryder potrebbe davvero essere l'incarnazione del male che si annida nel mondo, una macchina di morte senza motivazioni né origini, e per questo assolutamente casuale nelle modalità e nei tempi con cui dispensa violenza e orrore. La battaglia tra lui e Jim va dunque oltre il livello fisico, nonostante l'ampio utilizzo di armi da fuoco e lame affilate, e si concretizza in un'oscurità che divora, lentamente ma inesorabilmente, l'animo del ragazzo, lasciandolo solo ad affrontarla anche mentre scorrono i titoli di testa. 

La cosa che più colpisce, dopo 40 anni, è la lucidità con cui questa perdita di innocenza e questo viaggio nell'orrore vengono messi in scena, rifuggendo l'estetica anni '80 e i cliché del sottogenere slasher a cui The Hitcher è stato erroneamente ascritto. Robert Harmon, regista che poi si è inspiegabilmente perso, cattura la brulla bellezza dei paesaggi naturali "all-american" tagliati da strade infinite, prende la loro familiarità e li trasforma in qualcosa di alieno, una dimensione altra dove gli umani non posso entrare e, quando lo fanno, è a loro rischio e pericolo. E' come se, addormentandosi, Jim avesse sconfinato in un universo parallelo e, ad ogni tentativo di fuggire, si portasse dietro Ryder nella realtà, con tutte le terribili conseguenze del caso, per lui e per gli altri. Questo aspetto onirico della regia e della narrazione porta lo spettatore a sentirsi a tratti confuso; per esempio, durante il secondo incontro tra Jim e Ryder, nella stazione di servizio abbandonata, in mezzo alla nebbia, ero convinta che il ragazzo si sarebbe prima o poi svegliato, mentre l'intera sequenza nella stazione di polizia sembra presa di peso da uno dei vari Nightmare, tanto è surreale la situazione in cui viene a trovarsi il protagonista. E poi, ovviamente, c'è lui. Rutger Hauer, bello come il sole, tremendamente affascinante nonostante sia l'interpretazione dell'attore che la sceneggiatura diano l'idea che Ryder sia un buco nero, una fredda macchina di morte. Eppure, Hauer ha talmente tanto carisma che si mangia qualunque altra presenza nel film, anche il povero C. Thomas Howell, il quale a meno di vent'anni ha comunque interpretato egregiamente la terribile trasformazione psicologica che subisce Jim. "Iconico" è una parola ormai abusata, che sono arrivata a non apprezzare granché, eppure Rutger Hauer in The Hitcher è niente meno che iconico, uno spauracchio che, anche privo di trucco e col solo ausilio di quegli allucinanti occhi di ghiaccio, risulta più terribile di tanti altri mostri che hanno fatto la storia del genere horror. Se anche voi, dopo 40 anni, non avete mai visto The Hitcher o ve lo siete dimenticato (ma, arrivata a questo punto, ne dubito), questo anniversario è un'ottima occasione per recuperarlo ed imparare, una volta per tutte, che la mamma ha ragione: non si caricano gli autostoppisti!!

Cast

Di Rutger Hauer (John Ryder), Jennifer Jason Leigh (Nash) e Jeffrey DeMunn (Capitano Esteridge) ho parlato ai rispettivi link.

  • Robert Harmon è il regista del film. Americano, ha diretto film come Teneramente in tre e They - Incubi dal mondo delle ombre. Anche produttore, direttore della fotografia e sceneggiatore, ha 73 anni.
  • C. Thomas Howell interpreta Jim Halsey. Americano, ha partecipato a film come E.T. - L'extra-terrestre, I ragazzi della 56ª strada, The hitcher II - Ti stavo aspettando, The Amazing Spider-Man e a serie quali Moonlighting, I viaggiatori delle tenebre, Oltre i limiti, E.R. Medici in prima linea, 24, Outcast, The Punisher, The Terror, Criminal Minds, Creepshow e The Walking Dead. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 60 anni e due film in uscita. 

Curiosità

Armin Shimerman, che interpreta il sergente nelle scene dell'interrogatorio, era il preside Snyder di Buffy The Vampire Slayer. Il film ha un seguito, The hitcher II - Ti stavo aspettando, e un remake, The Hitcher. Non avendoli mai visti, non posso consigliarveli, ma potete guardare Duel e, perché no, Wolf Creek. ENJOY!

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