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venerdì 28 ottobre 2022

Halloween Ends (2022)

"Finalmente" è finita! L'ultimo capitolo della saga cominciata nel lontano 1978, Halloween Ends, diretto e co-sceneggiato dal regista David Gordon Green, è arrivato e... com'è? Cercherò di esprimere un'opinione, senza fare SPOILER.


Trama: quattro anni dopo gli eventi accorsi in Halloween Kills, di Michael Myers non c'è più traccia e Laurie ed Allyson cercano di superare i traumi dell'incontro col killer, finché gli abitanti di Haddonfield cominciano di nuovo a morire...


C'è un dialogo, in Scuola di mostri, in cui si dice più o meno così: "Se lo facessero a pezzi, li buttassero in un frullatore e poi li spedissero su Marte, lui risorgerebbe di nuovo!". La battuta era riferita a Venerdì 13, quindi a Jason Voorhees, ma credo che la stessa cosa si possa dire di Michael Myers e, in effetti, Halloween Kills era un omaggio a questa iconica e verissima teoria, che veniva in qualche modo "spiegata" e resa tangibile. Quattro anni sono passati per i personaggi, uno per gli spettatori, e in Halloween Ends (e voglio proprio vedere se "enda" davvero...) le teorie esplicate nella pellicola precedente prendono una direzione ancora diversa, benché rimangano sempre legate alla riflessione sul "male" e la sua natura; Michael Myers, dopo la mattanza descritta in Halloween Kills, è scomparso, lasciando le persone rimaste in vita ad attendere terrorizzate il suo ritorno per la Notte di Ognissanti o a cercare, in qualche modo, di andare avanti senza soccombere all'idea del male e senza nutrirlo ulteriormente. Purtroppo, dimenticare ad Haddonfield non è facile, non solo per Laurie e la nipote Allyson, la prima additata come "causa" della follia di Myers e la seconda come sopravvissuta da proteggere e compatire, ma anche per il giovane Corey, accusato ingiustamente di omicidio e per questo considerato un paria da buona parte della comunità. Partendo da questi tre personaggi, gli sceneggiatori di Halloween Ends tentano di nuovo la carta della metafora, utilizzando Michael Myers come "spettro, ombra", una forma definita solo dall'immaginazione altrui, costretto ad incarnarsi nel male che alberga nelle persone e a dargli sfogo, nel bene e nel male, un qualcosa che si nutre di emozioni negative e dolore, riversandole a fiumi in una città incapace, di conseguenza, di guarire davvero (così come non ne sono in grado né Laurie né Allyson, nonostante lo vogliano con tutte le loro forze). Un po' Freddy Krueger nel secondo Nightmare, un po' Pennywise, un po' old man Myers, questo Michael si fa ancora più simbolico di quello di Halloween Kills e prende una strada tutta sua, potenzialmente molto interessante e sicuramente originale... il problema è che la trama, spesso e volentieri, dà l'idea che i quattro sceneggiatori si siano picchiati in fase di scrittura.


Halloween Ends, infatti, può essere tranquillamente definito come due film in uno, a volte anche tre, e non solo perché il confronto finale tra Laurie e Michael sembra attaccato con lo sputo ad una trama che, fino a quel momento, ha praticamente parlato di tutt'altro salvo per il sottile fil rouge "maligno" a cui ho accennato sopra, ma perché i personaggi sembrano fare cose senza un motivo plausibile, in primis Allyson. Io capisco l'attrazione verso chi viene considerato un paria, capisco il sentimento di identificazione, ma costruire parte della trama come uno di quei thriller "shady" che andavano di moda negli anni '90 dove tutto urla "scema, che minchia fai???" e la protagonista, nescia come un tacco, si tappa le orecchie come una bambina piccola, per quanto mi riguarda ha privato di potenza proprio la parte più interessante ed innovativa del film. Film che, a un certo punto, per non scontentare i fan manda al diavolo tutto e torna sui vecchi binari, quasi un ripensamento nel caso si fosse andati troppo oltre con l'originalità, mettendo da parte frettolosamente tutto ciò che era accaduto prima e lasciando lo spettatore un po' "appeso". L'impressione che ho avuto di Halloween Ends è quella di un film incredibilmente ambizioso, di scrittori e registi pieni di idee ed entusiasmo, che però non hanno avuto il polso o, forse, la pazienza di ragionare un po' sul discorso che volevano portare avanti e che, a un certo punto, hanno perso il controllo della loro bizzarra creatura. Nessuna critica sulla regia, la ricostruzione filologica, lo stile dei titoli di testa e, ovviamente, sulla bravura di Jamie Lee Curtis, che conferirebbe personalità e carisma persino a un palo della luce, e non posso nemmeno dire di avere odiato Halloween Ends, perché è riuscito ad incuriosirmi e persino a stupirmi in un paio di occasioni, ma ammetto che mi sarei aspettata molto di più e, in definitiva, per me la conclusione di una delle saghe horror più amate di sempre ha un po' il sapore di un anticlimax. Peccato, davvero, ci avevo creduto molto!


Del regista e co-sceneggiatore David Gordon Green ho già parlato QUI. Jamie Lee Curtis (Laurie), Andi Matichak (Allyson), Will Patton (Frank) e Kyle Richards (Lindsey) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film è sequel diretto di Halloween e Halloween Kills ma, ovviamente, per avere un quadro completo della saga dovete sicuramente recuperare Halloween - La notte delle streghe e Halloween - Il signore della morte, e se non siete ancora stanchi di Michael Myers aggiungete Halloween III - Il signore della notte, Halloween 4 - Il ritorno di Michael Myers, Halloween 5 - La vendetta di Michael Myers, Halloween 6 - La maledizione di Michael Myers, Halloween - 20 anni dopo, Halloween - La resurrezione... e magari aggiungete anche Christine - La macchina infernale, che male non fa. ENJOY! 

mercoledì 26 ottobre 2022

Terrifier 2 (2022)

Inutile dire che, per me, l'evento più atteso del ToHorror 2022 era l'anteprima di Terrifier 2, diretto e sceneggiato dal regista Damien Leone, che mi sono goduta in una sala strapiena di gente felice quanto lo ero io! Ma com'è alla fine questo attesissimo Terrifier 2?


Trama: un anno dopo gli eventi del primo film non c'è più traccia di Art il clown ma la gente vive comunque nel terrore dell'efferato assassino. La giovane Sienna, il cui fratellino è misteriosamente interessato al clown, comincia intanto ad avere strane visioni del mostro, proprio a ridosso della notte di Halloween...


Mai avrei pensato, nell'anno del Signore 2022, che il film più atteso dell'anno sarebbe stato, per quanto mi riguarda, una costola di quella schifezza di All Hallow's Eve (non è vero, sto aspettando Pearl. Quello è il più atteso di tutti!). Merito di un Damien Leone che ha fiutato in tempo il potere perverso della sua creatura più riuscita, Art il Clown, rendendolo protagonista assoluto di Terrifier, la roba più trucida e agghiacciante uscita nel 2018. Il primo Terrifier era la quintessenza della semplicità e, in quanto dotato di un esile canovaccio, più che di una trama vera e propria, andava avanti a mera cattiveria splatter, mettendo in scena un paio di personaggi sacrificabilissimi e lasciandoli nelle mani del terrificante Art, clown muto dotato di uno spiccato gusto per il sangue; il film procedeva non per tappe, bensì per omicidi efferati, e in pratica trattavasi di un lunghissimo reel di gente squartata nei modi peggiori, che mi aveva regalato tantissima gioia per la sua artigianalità e per il trucco inquietantissimo dell'unica sopravvissuta alla mattanza. Visto il successo di Terrifier, Leone è passato alla cassa e ha deciso di alzare la posta, realizzando Terrifier 2 con un budget e delle ambizioni palesemente più alti, oltre che con un metraggio più lungo. Stavolta, cosa non scontata, Terrifier 2 ha una trama ed è il più classico degli slasher con final girl annessa, una splendida ragazza perseguitata da Art per motivi non chiarissimi ma sicuramente sovrannaturali, legati in qualche modo al padre scomparso, un fumettista che prima di morire per un tumore al cervello aveva cominciato ad avere visioni di Art e non solo; ciò che si percepisce dalla trama di Terrifier 2, non proprio lucidissima e perfetta ma comunque piena di entusiasmo, è la volontà di creare una mitologia, un qualcosa di più ampio e ramificato, di rendere Art talmente immanicato con le forze maligne dell'universo da far sentire in difetto creature immortali come Michael Myers, Freddy Krueger e Jason Voorhes, della serie "perché lui sì e noi no? Eccheccazz'!".



Conseguenza di ciò è la presenza di personaggi più tratteggiati, protagonista in primis. Leone si prende tutto il tempo di indagarne il passato, i legami familiari col fratellino "strano" e la madre segnata dal dolore, di rivelare allo spettatore alcuni dei traumi che fanno di lei una perfetta final girl e, come risultato, rende più centrata la figura di Art, che diventa un boogeyman con uno scopo, per quanto non lapalissiano, là dove nel primo Terrifier era "semplicemente" un agente di caos totale. Ciò, bisogna dirlo, non priva Art di potenza e carisma, anzi. Affiancato da una "Art-girl" talmente terrificante che al confronto Henrietta de La casa 3 è Pippi Calzelunghe, il nostro clown sa che gli vogliamo tutti bene e gigioneggia senza mai risultare ridicolo o imbarazzante, anzi, la sua consacrazione a icona horror fa sì che quei pochi momenti di ironia lo rendano ancora più inquietante; per contrasto, quando Art smette di sorridere e di essere dolcissimo con la bagassa Art-girl, le sue efferatezze rivoltano lo stomaco più di prima, reiterate come sono sui corpi di povere vittime colpevoli soltanto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato (o di essere state maleducate, ma lì obiettivamente la reazione di Art è comprensibile, poverino) e costrette non solo a morire, ma anche a farlo male. Gli effetti speciali, infatti, non sono cambiati, per fortuna. Nessuna CGI, tranne forse in pochissimi momenti, e tanto trucco prostetico, sangue finto a secchiate, scarnificazioni in lattice talmente schifide da sembrare vere e, soprattutto, nessuna vergogna, ché Art non si tira dietro di fronte a nulla, neppure davanti alla coprofilia e al cannibalismo, toh, crepi l'avarizia! Stavolta, inoltre, Leone si avvale anche di attori discreti, soprattutto la final girl Lauren LaVera, bella da togliere il fiato nel suo costumino striminzito da valchiria e armata di tanta rabbia sul finale, mentre l'Art di David Howard Thornton è sempre una garanzia, con la sua mimica perfetta per il personaggio. Di più non vorrei dire, vi lascio il divertimento di scoprire come sia possibile che uno slasher da più di due ore fili come un treno senza mai annoiare, e incrocio le dita, ancora una volta, perché Leone torni per un terzo capitolo a deliziarci ancora una volta con la sua orripilante ma adorabile creatura (la possibilità secondo me c'è. Basta non alzarsi durante i titoli di coda)!


Del regista e sceneggiatore Damien Leone ho già parlato QUI

David Howard Thornton interpreta Art il Clown. Americano, ha partecipato a film come Terrifier. Ha 43 anni e due film in uscita.


Questa volta Damien Leone si è permesso anche le guest star! Nei panni di Miss Principe c'è la protagonista di Sleepaway Camp, Felissa Rose, mentre il wrestler Chris Jericho interpreta Burke. Ovviamente, se Terrifier 2 vi fosse piaciuto, recuperate Terrifier e forse anche All Hallow's Eve, dai! ENJOY!

martedì 25 ottobre 2022

Visioni dal ToHorror Fantastic Film Fest 2022

La scorsa settimana sono riuscita ad andare a Torino un paio di giorni per godermi, dopo due anni di stop da Covid, l'adorato ToHorror Fantastic Film Fest. L'edizione è stata molto ricca sia di film che di eventi, soprattutto a tema fumettistico, con un paio di anteprime niente male tra cui Terrifier 2, che merita un post a parte, e parecchi film in concorso che, in tutta onestà, non mi hanno entusiasmata quanto avrei voluto, salvo un paio. Colgo l'occasione per segnalarvi altre due pellicole meritevoli viste al Festival, che non rientreranno in questo riassuntone perché verranno di sicuro distribuite su ampia scala, quindi ne parlerò a tempo debito: Mandrake, che arriverà il 10 novembre su Shudder, e A Wounded Fawn, che uscirà sulla stessa piattaforma credo verso fine anno. Ma bando alle ciance e cominciamo il riassuntone... ENJOY!


Directamente para video (Emilio Silva Torres, 2021)

Il primo film visto durante la rassegna è stato un documentario che mi ha attirata per la sua natura di "docufiction". Partendo dalla ricerca reale di informazioni su un oscuro film uruguayano straight-to-videoActo de violencia en una joven periodista, il regista imbastisce una trama che, a un certo punto, sfocia nell'inquietante sospetto di una maledizione legata al film e, soprattutto, al suo enigmatico ed irrintracciabile regista, Manuel Lamas. Ora, è vero che io non amo particolarmente i documentari, ma Directamente para video risulta molto interessante nella parte in cui effettivamente compie ricerche sul "The Room uruguayano dei thriller" e ne alimenta lo status di cult, tanto che mi verrebbe voglia di cercarlo e guardarlo, ma l'ho trovato assai floscio per quanto riguarda la parte fiction, che dovrebbe inquietare lo spettatore ma ha alimentato solo la mia voglia di fare la nanna. 


Skinamarink (Kyle Edward Ball, 2022) - Vincitore del premio ufficiale come miglior lungometraggio

L'anno scorso avevo odiato il vincitore Midnight in a Perfect World e mi duole riconfermare, anche per questa edizione, la perplessità di fronte all'amore della giuria ufficiale per i film ambientati in luoghi bui, con sequenze che si ripetono all'infinito e una trama che si trascina, trasformando una pellicola da un'ora e mezza in un mattone di tre ore. Il regista, tramite un videomessaggio proiettato prima del film, ci ha ASSICURATO che non avremo dormito la notte, io tornata in hotel ho fatto una tirata unica neanche avessi preso della melatonina, ma Skinamarink l'ho guardato bene, senza addormentarmi: suggestivo, con un'ottima intuizione iniziale, inquietantissimo a livello di soggetto e con qualche jump scare ben piazzato, ma perdonami ciccio se al ventesimo spezzone di cartone animato ripetuto in loop, alla quarantesima ripresa dei Lego dei pargoli protagonisti, alla millesima inquadratura dell'angolo a destra in alto della sala da pranzo, mi sono spaccata i marroni. Ottima cosa il cinema sperimentale, ma pensate anche un po' agli ignoranti!


Syk Pike (Kristoffer Borgli, 2022) - Vincitore del premio del pubblico al miglior lungometraggio

Per l'appunto, il pubblico ignorante, me in primis, è stato conquistato da questa commedia nera norvegese, che probabilmente farebbe la gioia di tutti quelli che hanno odiato la protagonista de La persona peggiore del mondo. Il film verte sul desiderio perverso della giovane Signe, fidanzata di un artista narcisista, di essere sempre e comunque al centro dell'attenzione, cosa che la porta a fingere malattie sempre più estreme e, infine, ad assumere una droga russa dagli effetti devastanti per il suo fisico. Coloratissimo, scorretto, tristemente attuale e spietato, Syk Pike scava nella nostra società dove è importante solo fare parlare di sé, avere successo a tutti i costi (anche facendo schifo) e comunicare con gli sconosciuti, più che con gli amici e la famiglia (trattati comunque alla stregua di un pubblico), perché la nostra vita abbia finalmente un senso. Lo fa grazie all'ausilio di una protagonista bravissima, adorabilmente odiosa, e a parecchie scene surreali e girate benissimo. Pregate perché questo gioiellino venga distribuito da qualche parte! (Midnight Factory? Sto parlando con te!)


 Megalomaniac (Karim Ouelhaj, 2022) 

Il ritorno sporco e cattivo della new extremity d'oltralpe in un film belga che, partendo dalla storia vera del Macellaio di Mons, serial killer mai catturato, segue le vicende dei figli fittizi e imbastisce una trama fatta di squallore, sopraffazione, malattia mentale e predestinazione. Attraverso una fotografia e una regia elegantissime, Megalomaniac ci immerge nello schifo quotidiano vissuto da personaggi vinti, inquietando lo spettatore non tanto attraverso le abbondanti splatterate compiute da un killer che parrebbe un mix tra Klaus Kinski e Brad Dourif, comunque notevoli, quanto piuttosto attraverso gli occhi spiritati ed onnipresenti del terrificante Macellaio, che parrebbe vedere ciò che i personaggi sono troppo ciechi per scorgere e, a mo' di burattinaio demoniaco, li porta ad affrontare un destino spaventoso. Anche Megalomaniac merita una visione e una distribuzione, anche se rispetto a Syk Pike potrebbe essere un prodotto destinato più agli amanti dell'horror tout court. Anche lì, speriamo che la Midnight mi legga!


Landlocked (Paul Owens, 2022) 

Altro esempio di docufiction, che questa volta parte da film casalinghi appartenuti al padre del regista e si sviluppa nella ricerca del passato del protagonista, affamato di ricordi da immortalare su una cinepresa "particolare" prima che la sua casa d'infanzia venga distrutta. Lodevole l'idea e l'intento, fiacchissima la realizzazione, che rallenta a livelli estenuanti il ritmo del film e, spesso, rende alcune sequenze incomprensibili. Ottimo come rimedio per l'insonnia, comunque. 


Devil's Residents (Katsumi Sasaki, 2022) 

Mai sfidare un'appassionata di lingue, potrebbe aprire un ginepraio. Ero curiosa di capire quale fosse il titolo originale di questo horroretto giapponese che, fin dall'inizio, mi ha dato l'idea di un prodotto derivativo, nella misura in cui mi parevano mancare dei pezzi. E' così, in effetti. "Proprietà invendibili: Residenti terrificanti" è il secondo capitolo di una saga iniziata nel 2020 per mano nientemeno che di Hideo Nakata e tratta da un romanzo di non-fiction il cui titolo originale suona più o meno come "Proprietà invendibili: Planimetrie spaventose", che ovviamente raccoglie storie vere di persone che hanno vissuto in luoghi infestati. Non ho guardato il primo film e non so se Devil's Residents sia collegato in qualche modo alla pellicola di Nakata, ma di sicuro so che il brusco finale è facilmente spiegato dall'imminente uscita di "Proprietà invendibili: Annientamento", il capitolo successivo della saga, sempre diretto da Katsumi Sasaki. A prescindere da questo sproloquio, adesso ho capito perché Devil's Residents, pur simpatico e con un paio di scene splatter gradevolissime, mi è sembrato un prodottino dimenticabile e neppure tanto ben realizzato, quasi uno straight to video.


All Jacked Up and Full of Worms (Alex Phillips, 2022) 

Tu vuo' fa' John Waters prima maniera e Jim Muro ma sei nato nel 2022, ovvero l'anno sbagliato per girare una trashata a base di gente scema che fa cose schifose (come per esempio farsi di vermi o farsi le pippe davanti a una bambola gonfiabile a forma di neonato) senza un motivo plausibile. Il disagio esistenziale, se di questo si vuol parlare, o il film "punk", se questo voleva essere, non si esprimono con la fotografia pulitina e gli attori impostati, montando ad arte un finto senso di disgusto in un'epoca in cui si è già visto di tutto, suvvia. Complimenti però per avere realizzato quello che per me è stato il film più brutto del festival (Ah, scopro ora che la tizia che orgasma sfruttando le tecniche più assurde di meditazione prima e i vermi poi, era la stessa che in quell'orrore di The Scary of Sixty-First si infilava nella patata le foto di Andrea di York. Ora tutto ha più senso).


Polaris (Kirsten Carthew, 2022)

Polaris è un film delizioso, che se non fosse per le scene gore sarebbe perfetto per un pubblico di giovanissimi, visto che è la versione post-apocalittica di Chobin, con una ragazzina cresciuta da un orso al posto dell'alieno salterino. Il setting canadese, gelido ed innevato, è perfetto e suggestivo, la giovane protagonista ha talmente tanta cazzimma che al confronto persino Amber Midthunder è molla come la panissa, ed è interessante l'idea di scrivere i dialoghi in un mix di linguaggio inventato e suoni primordiali come ringhi ed urla. Ho solo una domanda: ma la Power Ranger di colore chiusa nella capsula chi diamine è e perché è così importante per la protagonista?


Il cameraman e l'assassino (Rémy Belvaux, André Bonzel e Benoît Poelvoorde, 1992)

Chiude questo lunghissimo post riepilogativo un film che ha fatto scuola e storia e che io, da brava bestia, non conoscevo. QUESTO è un mockumentary fatto bene, caustico e cattivo, che parla del progressivo distacco morale di una troupe dalle azioni aberranti del soggetto delle loro riprese, il ciarliero serial killer Ben. Emblema del significato letterale di "fascino del male", l'incredibile Ben di Benoît Poelvoorde spadroneggia dall'inizio alla fine di un film che è satira sociale, triste specchio del potere dei media, dramma, horror e commedia tutto in uno. Se non lo avete mai guardato fatelo, merita davvero: non mi sembrava il caso di scrivere un post intero perché ero stanchissima durante la visione e non l'ho guardato con l'attenzione che meritava, ma la voglia di rivederlo e parlarne seriamente e bene c'è. Intanto, datemi retta e recuperatelo! 




venerdì 21 ottobre 2022

Glorious (2022)

Domani, alle 22.15, al ToHorror Film Festival ci sarà l'anteprima italiana di Glorious, diretto dalla regista Rebekah McKendry. Io l'ho già visto, ed essendo uno dei film in concorso ve ne parlo un pochino, invitandovi ad andarlo a vedere!


Trama: Dopo essere stato lasciato dalla fidanzata, un uomo rimane bloccato all'interno di una toilette pubblica assieme a un interlocutore particolarmente inquietante...


Glorious
è un altro di quei piccolissimi, particolari film distribuiti da Shudder che magari non rimarranno impressi per sempre ma che valgono almeno una visione. Nello specifico, il film di  Rebekah McKendry è una commedia horror dal fortissimo impianto teatrale, interamente ambientata all'interno di un bagno pubblico (al massimo giusto fuori dallo stesso, ma per un paio di minuti), dove si confrontano due personaggi legati da un motivo che verrà chiarito in toto soltanto sul finale. Per amor di post posso dirvi che i due protagonisti sono Wes, "servo della gleba" disperato per essere stato lasciato dalla fidanzata e reduce da una serata a base di superalcoolici, e Ghat, il cui vero nome è impronunciabile, il quale è nientemeno che un semi-Dio destinato a distruggere l'umanità nel caso in cui Wes non gli dia quello che vuole. Cosa voglia Ghat e perché, ovviamente, non vi deve interessare, sappiate solo che i dialoghi tra i due alternano momenti di ilarità scatologica, condita da equivoci a non finire, a inquietanti discorsi legati non solo alla fine del mondo ma anche alla natura imperfetta dell'essere umano, con poche note di speranza e molta, troppa disperazione. Essendo il film molto breve, l'abbondanza di dialoghi non viene mai a noia e, grazie a un paio di escamotage narrativi che, in qualche modo, consentono parecchie variabili anche all'interno di un setting sempre identico, la stessa trama si dimostra vivace e interessante, anche perché mantiene fino all'ultimo la curiosità di conoscere il motivo per cui un "signor nessuno" come Wes sia così importante per un semi-Dio della distruzione.


Il film è anche interessante a livello di scenografie e regia. Il bagno che funge da ambientazione per tutta la vicenda viene caratterizzato da un inquietantissimo murales annesso al "glory hole" da cui deriva il titolo, che trasforma in modo efficace una struttura anonima in un luogo inquietante dietro a cui rischia di nascondersi l'impensabile; l'orrore cosmico che arriva ad insidiare Wes non viene quasi mai mostrato e i limiti di budget vengono facilmente aggirati da scelte narrative ad hoc e da una fotografia virata spesso nei toni del rosso e del fucsia (quest'ultimo ormai sdoganato come colore lovecraftiano per eccellenza!), con qualche concessione ad alcuni scorci più sostanziosi della minaccia che si nasconde appena dietro la nostra percezione, informe e tentacolata. A proposito di tentacoli, Glorious non lesina il gore, anche grazie a un terzo elemento introdotto più o meno a metà film, anche se per me il vero schifo è stato vedere per buona parte del minutaggio l'attore Ryan Kwanten strisciare su superfici meno che pulite appoggiandoci mani, faccia e bocca, cosa che già mi avrebbe disgustata a prescindere e resa ancora più schifida dall'"amichevole" voce di J.K. Simmons a rimarcare la presenza di germi, batteri, materiale organico di varia natura e quant'altro. Considerato anche che Kwanten è bravo e la voce di Simmons assai calzante, vi invito a guardare Glorious, ovviamente se non avete la fobia dei germi, in caso contrario astenetevi!


Di J.K. Simmons, che presta la voce a Ghat, ho già parlato QUI.

Rebekah McKendry è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come All the Creatures Were Stirring e Le bugie scorrono nel sangue. Anche produttrice, sceneggiatrice e attrice, ha 43 anni e un film in uscita. 


Ryan Kwanten
interpreta Wes. Australiano, ha partecipato a film come Dead Silence e serie quali Home and Away, Tru Calling, True Blood e Creepshow. Anche produttore, ha 46 anni e un film in uscita. 



mercoledì 19 ottobre 2022

My Best Friend's Exorcism (2022)

Un film perfetto per Halloween è My Best Friend's Exorcism, diretto dal regista Damon Thomas, tratto dal romanzo omonimo di Grady Hendrix e disponibile su Amazon Prime Video.


Trama: Abby e Gretchen sono amiche per la pelle ma tutto cambia quando la seconda viene posseduta da un demone...


Nonostante sia ormai arrivata a sopportare poco le "rievocazioni storiche" degli anni '80, mi sono ritrovata ad aspettare con gioia l'uscita di My Best Friend's Exorcism, soprattutto dopo avere letto il romanzo da cui è tratto (purtroppo ancora inedito in Italia ma disponibile in una gagliardissima edizione inglese dalla gradevole copertina vintage). Non avevo mai avuto occasione di conoscere Grady Hendrix, prolifico scrittore "di genere" americano, e mi sono ritrovata davanti una lettura gradevolissima e scorrevole, che sfrutta l'horror e un pizzico di sana ironia per fare una riflessione non banale sulla lotta di classe, sul tempo che passa e sull'amicizia, tratteggiando due protagoniste, Abby e Gretchen, sfaccettate ed adorabili nelle loro mille imperfezioni. Il mio consiglio, ovviamente, è quello di leggerlo senza indugio ma, nel frattempo, My Best Friend's Exorcism è un ottimo e simpatico antipasto. Purtroppo, il difetto principale del film è quello di essere inevitabilmente più superficiale e "semplice", al limite del banale, soprattutto per quanto riguarda le circostanze della possessione di Gretchen, nebulose e quasi oniriche nel romanzo e molto definite nel film (francamente avrei evitato l'espediente stra-abusato della tavoletta Ouija ma sono scelte, per carità...), e per ciò che concerne il finale, incredibilmente sbrigativo; l'altro difetto, se così si può chiamare in quanto My Best Friend's Exorcism percorre la via del teen horror umoristico, quindi potrebbe semplicemente essere una scelta di stile, è che il film manca della cattiveria a tratti crudele di cui il romanzo è permeato e di quei tantissimi momenti di autodisprezzo e disperazione che portano il lettore a temere davvero per il destino dei personaggi, sia quelli principali che secondari. 


Quello che rimane è una commedia horror godibile e ben realizzata, perfetta per un pubblico di adolescenti alle prime prese col genere, che alterna momenti spaventosi ad altri più ironici che stemperano la tensione di alcune scene abbastanza "forti". L'atmosfera della casa abbandonata dove Abby e Gretchen incontrano per la prima volta il demone Andras, così come la sequenza ambientata lì dentro, è molto efficace e lo stesso vale per la scena più schifosa del romanzo, fortunatamente mantenuta quasi inalterata (interessante come, invece, il parossismo autodistruttivo di Glee sia stato trasformato in un'allergia, forse perché per il target di riferimento un tentativo di suicidio sarebbe stato tabù), mentre non ho granché apprezzato il sembiante del demone, troppo simile a Gollum per non farmi scoppiare a ridere. La cosa più apprezzabile del film, però, è l'interpretazione delle due protagoniste. Elsie Fisher ormai è una garanzia, dopo l'ottima prova nella seconda serie di Castle Rock (lasciamo perdere Non aprite quella porta, lì non poteva farci nulla neppure lei!), ed interpreta Abby con una sensibilità incredibile, in parte aiutata da un make up che la rende più bruttina di quanto non sia in realtà, mentre Amiah Miller, giovane attrice che non conoscevo e che ha più di un punto in comune con Amanda Seyfried, è il perfetto mix di inconsapevole innocenza e diabolica malizia che mi sarei aspettata dalla povera, sfortunata Gretchen. Sulla rappresentazione degli anni '80 non commento ma sappiate che, più della colonna sonora e dei poster dei Culture Club, ciò che mi ha travolta a mo' di  madeleine proustiana sono i braccialetti di plastica indossati da Abby, che non vedevo dalle elementari e che mi hanno ricordato un angelo biondo e dolce quanto Gretchen, andato in cielo troppo presto. Sarà per questo che sul finale, nonostante l'atmosfera divertente e rilassata del film, mi è scesa la lacrima, chissà.


Di Elsie Fisher ho già parlato QUI.

Damon Thomas è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto episodi di serie come Penny Dreadful e Dracula. E' anche produttore e sceneggiatore. 


Cathy Ang, che interpreta Glee, era la voce originale della protagonista di Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria mentre Clayton Johnson, che interpreta Wallace, era uno degli stupidi amici di Jason nell'ultima stagione di Stranger Things. Detto ciò, se il film vi fosse piaciuto recuperate Jennifer's Body. ENJOY!



martedì 18 ottobre 2022

Videodrome (1983)

Oggi comincia il ToHorror Film Fest e il film d'inaugurazione della rassegna sarà la versione restaurata dalla Cineteca di Bologna di Videodrome, diretto e sceneggiato nel 1983 dal regista David Cronenberg. Io stasera purtroppo non potrò essere presente ma parlerò lo stesso del film, visto (sempre in questa splendida versione restaurata) a Savona in occasione della Festa del Cinema.


Trama: Max Renn è lo spregiudicato proprietario di un'emittente televisiva specializzata in programmi pornografici ed ultraviolenti. Un giorno incappa in una trasmissione pirata denominata Videodrome e da quel momento la sua percezione della realtà diventa un crogiolo di inquietanti allucinazioni...


Sarà un bel casino parlare di Videodrome, perché anche se non è il film horror che preferisco (ma è nella top 5) è comunque il mio Cronenberg del cuore, e non vorrei scrivere delle banalità scaturite dall'ansia da prestazione. Credo di averlo guardato, doppiato e in v.o., in VHS, DVD e finalmente al cinema, almeno una dozzina di volte, e ad ogni visione mi sembra di fruire di un film sempre nuovo, zeppo di dettagli che avevo perso o dimenticato; allo stesso tempo, Videodrome mi fa l'effetto di una sanguinolenta, schifida ma confortevole coperta, che mi accoglie e repelle in un modo tutto particolare, lasciandomi comunque sempre a bocca aperta (come può testimoniare il mio sconosciuto vicino di poltrona, che immagino sia rimasto perplesso a vedermi lì, in silenzio, con gli occhi sgranati e il sorriso da ebete per quasi due ore). Questa sensazione di repulsione è comprensibile, perché non solo l'argomento trattato è "scomodo", ma sono gli stessi protagonisti che tendono ad allontanare lo spettatore. Prendiamo Max Renn, "graziato" dalla faccia ambigua e per nulla "aperta" di James Woods, antieroe dai tratti somatici particolarissimi, se mai ce n'è stato uno. Seguire l'ordalia di Max significa parteggiare per uomo senza scrupoli, spregiudicato sul lavoro al punto da solleticare i più bassi istinti degli spettatori della sua emittente televisiva, nonché pronto ad assecondare le voglie masochiste della sua amante; se già da subito non è facile empatizzare con Max, le cose peggiorano ulteriormente man mano che il film prosegue, perché l'uomo viene costretto a subire tutto ciò che gli accade dal momento in cui viene esposto a Videodrome, perdendo dapprima il controllo della realtà che lo circonda, per poi arrivare a smarrire persino la coscienza di sé, cancellata come un nastro dalla riprogrammazione di Convex prima e Bianca poi. Non essendo dotato della stoffa dell'eroe, probabilmente è più semplice vedere Max come l'uomo comune, imperfetto e persino antipatico, al quale potrebbe succedere di venire inghiottito da una tecnologia spietata, da un potere superiore che mira a depersonalizzare ancora di più l'essere umano e sfruttarlo per scopi imperscrutabili.


Nel 2022, purtroppo, la visione modernissima di Cronenberg si è realizzata. Videodrome non ci ha fatto crescere nuovi organi scambiati per tumori (o viceversa), tuttavia ciò che vediamo sugli schermi dei cellulari è diventata la nuova realtà, in grado di tenerci tutti connessi, come viene promesso ai senzatetto ospiti della Chiesa Catodica, e di cambiare letteralmente la nostra percezione della stessa, tanto che anche le verità assodate risultano incerte per chi non ha più nemmeno voglia di aprire un libro. I messaggi più efficaci (pensate ai partiti politici che hanno acquisito prestigio negli ultimi anni, che da una parte esaltano l'autodifesa armata ma dall'altra urlano all'orrore davanti a coppie dello stesso sesso...) sono quelli che parlano alla pancia delle persone e sollecitano quella naturale, perversa fascinazione nei confronti del "proibito" che abbiamo più o meno tutti, oppure quelli che tentano di negarla a tutti i costi; allo stesso modo, le due organizzazioni presenti in Videodrome arrivano a contendersi l'anima di Max e, per estensione, il dominio su un mondo da plasmare attraverso le mutazioni indotte dal tubo catodico. Sia Convex, col suo desiderio di cancellare le perversioni, che gli O' Blivion, che mirano a fare evolvere l'umanità in qualcosa di "nuovo", sono ugualmente deprecabili sia nei loro mezzi che negli intenti ed è questa loro natura prevaricante a mettere angoscia e a rendere le cifre stilistiche di Cronenberg ancora più efficaci e disgustose.


Grazie agli effetti speciali di Rick Baker, le visioni del regista si concretizzano con una lucidità incredibile, consegnando a generazioni di amanti dell'horror immagini cult come televisori e videocassette che non solo respirano, ma diventano soprattutto l'incarnazione voluttuosa e tangibile della fascinazione verso la violenza e il sesso, veicolati dall'unico modo per averli senza incorrere in punizioni, ovvero i video pirata. Le videocassette "senzienti" di Videodrome penetrano, letteralmente, chi non è capace di sottrarsi ai propri istinti come Max e Nicky, privandoli ironicamente di ciò che li rendeva peculiari e riducendoli a mere macchine, alla faccia della "nuova carne" decantata da O' Blivion e figlia, e tra un'allucinazione e l'altra è proprio la realtà stessa raccontata nel film ad assomigliare tristemente a un video d'annata, tanto che risulta difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Ad aumentare ancora di più la sensazione di straniamento, infatti, come se non bastasse la già citata ambiguità di James Woods (ma anche di Debbie Harry, talmente sensuale da risultare irreale), ci si mettono anche una fotografia la cui palette di marroni e grigi, intervallata da sprazzi di vivido rosso o dall'azzurrino del tubo catodico, trasmette l'idea di una società squallida e allo sbando anche senza l'intervento di Videodrome, e la colonna sonora di Howard Shore, la cui solennità quasi religiosa viene alterata dai suoni del sintetizzatore, che la rendono ancora più cupa ed inquietante. Basta, ho sproloquiato troppo e mi rendo conto di non avere né i mezzi né le competenze per rendere onore a Videodrome come vorrei, quindi datemi solo retta come si fa con gli scemi e correte a vedere il film al ToHorror. Se non lo avete mai guardato sarà un'esperienza devastante, se invece lo conoscete e lo amate come me sarà un bel modo di innamorarsi di nuovo! E, come sempre... Lunga vita alla nuova carne!
 

Del regista e sceneggiatore David Cronenberg ho già parlato QUI. James Woods (Max Renn) e Debbie Harry (Nicky Brand) li trovate invece ai rispettivi link.


Peter Dvorsky, che interpreta Harlan, avrebbe poi partecipato a un altro film diretto da Cronenberg, La zona morta, assieme a Leslie Carson (Barry Convex), che è comparso anche ne La mosca, sempre diretto da Cronenberg. Se Videodrome vi fosse piaciuto recuperate Il demone sotto la pelle, Rabid - Sete di sangue, Brood - La covata malefica eXistenZ e Crimes of the Future. ENJOY!

venerdì 14 ottobre 2022

Smile (2022)

Non gli avrei dato un centesimo. E invece Smile, diretto e sceneggiato dal regista Parker Finn, mi ha terrorizzata.


Trama: dopo il violento suicidio di una paziente, la psichiatra Rose comincia ad essere perseguitata da un'entità malevola...


Okay, rimettiamo un po' le cose in prospettiva. Sono andata a vedere Smile aspettandomi una sòla, una roba orribile e per ragazzetti in stile Obbligo o verità o qualunque altro film horror brutto con minchiette sorridenti in quanto possedute. E' verosimile, dunque, che il mio apprezzamento verso la pellicola sia cresciuto proprio in virtù di queste scarse aspettative, almeno per quanto riguarda la trama, che ho trovato decisamente angosciante; abbiamo, similmente a It Follows, una maledizione incarnata da un "qualcosa" che perseguita chi ne è afflitto e che prende la forma di persone normali, sconosciute o meno, le quali cicciano fuori armate di sorriso agghiacciante nei momenti meno opportuni, ma in questo caso la maledizione si scatena non tramite i rapporti sessuali, bensì tramite i suicidi. Questa è la svolta "adulta" della trama, che sottolinea quanto sia facile non solo perdere il controllo della propria esistenza a causa di un trauma orribile, ma anche quanto sia arduo venire accettati da chi ci circonda quando la malattia, in questo caso quella mentale o presunta tale, comincia a mordere con ferocia, trasformandoci da membri "rispettabili" della società in reietti da scansare con sguardi di commiserazione. Rose, la protagonista di Smile, è una psichiatra stacanovista, che mette i pazienti davanti a tutto il resto, è un modello di compostezza e professionalità. Assistere alla sua progressiva trasformazione in una pazza urlante, distrutta dall'ansia e dal terrore, abbandonata da famiglia e fidanzato, privata della sua rispettabilità di professionista, è una delle cose più angoscianti viste al cinema quest'anno, soprattutto quando l'apparente follia di Rose la porta a fare del male, inconsapevolmente, a chi le è più caro (parliamo del colpo di scena meglio gestito del film, una cosa che si capisce pochissimi istanti prima della rivelazione e che ammazza lo spettatore a causa della sua ineluttabilità). Probabilmente, uno dei motivi per cui Smile ha avuto così tanto effetto su di me è la possibilità, rara in un horror recente, di empatizzare totalmente con la protagonista; vero è che nessuno ha mai provato (spero!) l'ansia di venire perseguitati da un'entità maligna, ma di sicuro a molti sarà capitato di provare il terrore di essere bloccati in una situazione senza via d'uscita e di non riuscire a far capire agli altri l'entità della paura che proviamo, anche per questioni che per tante persone sono di facile soluzione o di nessun interesse, e per questo gli sfoghi di rabbia e dolore di Rose mi hanno portato più volte sull'orlo del magone.


Magonata com'ero, anche perché, diciamolo, tanto tranquilla in questo periodo non sono, sono diventata anche più permeabile all'elemento horror, che a me è sembrato gestito in maniera egregia. Parker Finn è al suo primo film ed è stupefacente come riesca, alla faccia di registi anche più "esperti", ad introdurci fin dall'inizio all'interno di un'atmosfera di totale disagio, con la macchina da presa che, spesso, prende il punto di vista di "qualcosa" che, dall'esterno, governa in qualche modo la vita della protagonista privandola del libero arbitrio, designandola come vittima neppure troppo casuale, all'inizio, e in seguito togliendole ogni sicurezza quando la sua casa si trasforma in un terrificante crogiolo di anfratti bui, ombre sospette e suoni inquietanti. E' un mondo alla rovescia quello catturato dalla cinepresa di Finn, fatto di panoramiche che sfidano lo spettatore a scorgere l'elemento dissonante, oppure di inquadrature che piano piano si chiudono sulla protagonista togliendole ogni via di scampo, e nonostante il regista non faccia granché affidamento sui jump scares classici, la combinazione mortale tra montaggio e colonna sonora (particolarmente inquietante ed insidiosa) offre salti sulla sedia assicurati. Sarà che ero abbastanza logorata, ma anche sul finale, quando l'entità si palesa in tutta la sua bruttezza, l'ho trovata particolarmente spaventosa a discapito dell'abbondante CGI che, di solito, mi fa cadere ogni sentimento, e nel tornare a casa ho corso nelle strade buie come non mi capitava da qualche anno (tra l'altro sono invecchiata male, avevo il fiatone), temendo di trovarmela dietro qualche angolo o portone. Come avrete capito, ho apprezzato moltissimo anche la protagonista, la cui metamorfosi nel corso del film è davvero sorprendente, e mi sono stupita di non essermi mai accorta prima di Sosie Bacon, pur avendo visto qualcuna delle opere in cui è comparsa, mentre il resto del cast, pur essendo apprezzabile, non conta nessuno in grado di rubarle la scena. In soldoni, Smile è un film che consiglio e che, molto probabilmente, entrerà nella mia top 5 di fine anno, ma siccome sto leggendo molti pareri contrastanti devo essere sincera ed ammettere di non sapere se è davvero un film efficace o se ero io, martedì sera, particolarmente "permeabile" all'ansia. Provatelo e fatemi sapere! 


Di Kyle Gallner (Joel), Caitlin Stasey (Laura Weaver) e Kal Penn (Dr. Morgan Desai) ho già parlato ai rispettivi link. 

Parker Finn è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore.


Sosie Bacon interpreta Rose Cotter. Americana, figlia di Kevin Bacon, ha partecipato a film come Charlie Says e a serie quali Scream: La serie. Ha 30 anni e un film in uscita. 


Jessie T. Usher, che interpreta Trevor, è l'A-Train della serie The Boys. Il film si basa sul corto Laura Hasn't Slept, sempre diretto e sceneggiato da Parker Finn e avente per protagonista Caitlin Stasey. Se Smile vi fosse piaciuto, cercatelo e aggiungete It Follows. ENJOY!

mercoledì 12 ottobre 2022

Hellraiser (2022)

Lo si aspettava con un po' di trepidazione, quindi appena ho potuto ho cercato di guardare il nuovo Hellraiser, diretto dal regista David Bruckner.


Trama: una ragazza entra in possesso di un rompicapo capace di spalancare le porte di una dimensione infernale...


Non essendo un'esperta di Hellraiser, di cui credo di avere visto giusto il primo film della saga (oltre ad aver letto The Hellbound Heart di Clive Barker, che ha dato origine al mito dei supplizianti) e qualche pezzetto dei sequel, mi sono approcciata al reboot di David Bruckner senza particolari aspettative né pregiudizi e devo dire che la visione mi ha lasciata parecchio soddisfatta. La trama, frutto di una sceneggiatura a tre mani, prende solo spunto dal romanzo e dal film di Barker, per il resto va in una direzione completamente nuova, anche se non esattamente imprevedibile. La protagonista è un'ex tossicodipendente dalla vita sregolata, che all'improvviso si ritrova per le mani la famigerata Configurazione dei Lamenti o scatola/cubo di Lemarchand, un rompicapo in grado di richiamare i Cenobiti (o Supplizianti, chiamateli un po' come volete) dalla loro dimensione infernale; purtroppo per lei, negli anni '80 le creature si limitavano a torturare chi era tanto sventurato da risolvere il puzzle e poi se ne tornavano a casa, mentre in questo reboot l'oggetto ha sette configurazioni diverse e i Cenobiti stanno sul collo del momentaneo proprietario della scatola finché quest'ultimo non è riuscito a procurarsi altrettanti sacrifici per giungere alla configurazione finale, in grado di esaudire qualsiasi desiderio. A fronte di questa trama, la struttura del nuovo Hellraiser diventa assai simile a quella di uno slasher "a tappe", con final girl annessa, e il conseguente aumento di personaggi priva questi ultimi di buona parte della personalità, connotandone la maggioranza come mera "carne da macello" sulla quale i Supplizianti possono sfogarsi. Ci sono un paio di carte jolly che gli sceneggiatori scelgono di giocare per complicare un po' di più la trama, ma in generale questo Hellraiser è un horror "tranquillo", dall'impostazione assai classica, dove l'orrore risiede ovviamente nella natura maligna e sovrannaturale dei Supplizianti e nel destino della protagonista, costretta a combattere il suo destino di carnefice di innocenti, mentre l'opera prima di Barker era molto più ambigua e il desiderio sessuale, prima ancora del connubio tra eros e thanatos, era una componente fondamentale dell'opera, capace di repellere e allo stesso tempo attrarre non solo i personaggi, ma anche gli spettatori.


Qui, di sesso e perversione ce n'è poco o niente, se non prendete in considerazione la bava che ho dovuto asciugare con un fazzoletto alla vista di un Goran Visnjic malvagio e disgustoso ma sempre più figo, mentre la perfetta unione di eros e thanatos la incarna la bellissima Jamie Clayton, il nuovo "Priest" o Pinhead, se preferite, dotata di un fascino ultraterreno che la ascrive indifferentemente alla categoria degli angeli o dei demoni, tanto è algida ed elegante nella sua incredibile presenza scenica. Diciamo che, a fronte di protagonisti abbastanza anonimi (si salva giusto la protagonista, connotata come pazza isterica e malata, quindi gioca parecchio facile), i nuovi Supplizianti sono una gioia per gli occhi, e vanno dal genuinamente orribile al giusto mix di sensualità e orrore che dovrebbe essere la caratteristica principale di questi eleganti e silenziosi mostri deputati alla ricerca del piacere supremo; la loro presenza viene centellinata all'inizio per diventare più preponderante e gore sul finale e la loro eleganza viene ulteriormente amplificata dalla bella regia di David Bruckner, regista che già con The RitualThe Night House aveva dimostrato di essere molto bravo a gestire atmosfere da incubo legate non tanto ai jump scares quanto piuttosto alle scenografie (la villa di Voight, dove si svolge l'atto finale del film, è uno spettacolo per gli occhi), alle luci e ombre, ai colori e agli spazi che circondano gli attori. Il livello tecnico di Hellraiser lo eleva dunque di parecchie spanne rispetto alla sciatteria straight to video di molti suoi seguiti, che mi è capitato di sbirciare in TV ai tempi di Notte Horror, tuttavia gli manca quel pizzico di coraggio "popporno" che, onestamente, avrei preteso nell'anno del Signore 2022 e che, in mano ad un regista raffinato come Bruckner, avrebbe potuto trasformare Hellraiser in un perverso incubo erotico in grado di tenere alta la fama del conclamato sadomasochismo dei Cenobiti. Chissà che non esca qualche seguito in grado di esaudire il mio desiderio!


Del regista David Bruckner ho già parlato QUI mentre Goran Visnjic lo trovate QUA.

Jamie Clayton interpreta The Priest. Americana, ha partecipato a film come The Neon Demon, L'uomo di neve e a serie quali Sense8. Ha 44 anni. 


Ovviamente, se Hellraiser vi fosse piaciuto, potete recuperare l'originale di Clive Barker. ENJOY!


martedì 11 ottobre 2022

Omicidio nel West End (2022)

Attirata dal cast, mercoledì scorso sono andata al cinema a vedere Omicidio nel West End (See How They Run), diretto dal regista Tom George.


Trama: durante i festeggiamenti per la 100esima rappresentazione di Trappola per topi viene ucciso un membro del cast. Un investigatore alcolizzato, affiancato da una giovane recluta, deve indagare sul misterioso omicidio...


Omicidio nel West End è un piccolo film che, purtroppo, rischia di passare inosservato in queste settimane di uscite veneziane, forse perché l'impianto giallo spinge lo spettatore a considerarlo troppo banale per vederlo in sala. In realtà, pur essendo confortevole quanto una coperta calda, soprattutto ora che si sta avvicinando l'inverno, la struttura di Omicidio nel West End si basa proprio sulla consapevolezza e sulla presa in giro della "banalità" dei gialli classici, quelli che hanno sdoganato il cliché di un omicidio all'interno di un luogo chiuso, con il colpevole smascherato dall'ispettore di turno dopo una riunione di tutti i sospettati, e ci gioca costruendo un'opera metacinematografica e metateatrale. Il luogo del delitto, infatti, è un teatro dove sta andando in scena Trappola per topi, un'opera di Agatha Christie realmente esistente (che, peraltro, è l'unica opera teatrale a non avere mancato uno spettacolo dal giorno di uscita, tranne nel periodo dei lockdown da Covid), e buona parte di ciò che accade nel corso del film viene anticipato in almeno due scene diverse dalla cinica voce narrante di un personaggio che non ama il genere e che, per questo, vorrebbe vederlo rinnovato fino a snaturarlo. Il piglio ironico dell'operazione, le cui atmosfere richiamano spesso il divertentissimo Signori, il delitto è servito, non sminuiscono l'intelligenza di una trama dove tutto torna perfettamente sul finale e che confida molto sulla memoria dello spettatore, prendendolo in giro per la disattenzione con cui, normalmente, ci si approccia ai film ("tanto ricorderanno solo gli ultimi 20 minuti" è una frase che mi ha uccisa dalle risate); inoltre, la sceneggiatura di Mark Chappell riesce, con pochissimi tratti, a rendere interessanti i due personaggi principali e a dare loro una personalità che non sia solo quella di "ispettore" e "agente inesperto".


Certo, un punto in più ai due protagonisti lo dà venire interpretati da due signori attori come Sam Rockwell e Saoirse Ronan, che insieme sono ben assortiti e hanno un'ottima alchimia, soprattutto conferiscono ai rispettivi personaggi delle sfumature malinconiche che concorrono a renderli ancora più tridimensionali. Purtroppo, a tal proposito, il vero difetto di un Omicidio nel West End visto al cinema doppiato in Italia è l'impossibilità di godere di tutti gli accenti originali che dovrebbero essere parte integrante non solo del divertimento dello spettatore ma anche della natura dei singoli personaggi, che messi tutti assieme formano un melting pot linguistico assai interessante. Noi, al solito, dobbiamo "accontentarci" di un mix assai riuscito di regia (e pensare che, fino ad oggi, il britannico Tom George ha diretto solo episodi di serie televisive), scenografie ricchissime di dettagli e fotografia che donano al film una vaga rassomiglianza ai film di Wes Anderson, anche se l'argomento e i personaggi non sono né abbastanza weird né intellettualmente superiori a noi comuni mortali, anzi. Mi scuso per il breve post ma, essendo un giallo, mi tocca mantenere il segreto su moltissimi aspetti, e limitarmi a consigliarvi di andare al cinema e godervi questo piccolo, divertentissimo Omicidio nel West End, soprattutto se amate Agatha Christie


Di Ruth Wilson (Petula Spencer), Adrien Brody (Leo Kopernick), David Oyelowo (Mervyn Cocker-Norris), Saoirse Ronan (Agente Stalker), Sam Rockwell (Ispettore Stoppard) e Shirley Henderson (Agatha Christie) ho già parlato ai rispettivi link.

Tom George è il regista della pellicola. Inglese, al suo primo lungometraggio, lavora anche come sceneggiatore e produttore. 


Harris Dickinson, che interpreta Richard Attenborough, era il figlio di Ralph Fiennes in The King's Man - Le origini. Omicidio nel West End era in cantiere già da anni e, all'epoca, il primo nome fatto per l'Ispettore Stoppard è stato Hugh Grant, affiancato da Keira Knightley come Agente Stalker. Ciò detto, se il film vi fosse piaciuto recuperate Cena con delitto - Knives Out e Signori il delitto è servito. ENJOY!