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martedì 11 ottobre 2022

Omicidio nel West End (2022)

Attirata dal cast, mercoledì scorso sono andata al cinema a vedere Omicidio nel West End (See How They Run), diretto dal regista Tom George.


Trama: durante i festeggiamenti per la 100esima rappresentazione di Trappola per topi viene ucciso un membro del cast. Un investigatore alcolizzato, affiancato da una giovane recluta, deve indagare sul misterioso omicidio...


Omicidio nel West End è un piccolo film che, purtroppo, rischia di passare inosservato in queste settimane di uscite veneziane, forse perché l'impianto giallo spinge lo spettatore a considerarlo troppo banale per vederlo in sala. In realtà, pur essendo confortevole quanto una coperta calda, soprattutto ora che si sta avvicinando l'inverno, la struttura di Omicidio nel West End si basa proprio sulla consapevolezza e sulla presa in giro della "banalità" dei gialli classici, quelli che hanno sdoganato il cliché di un omicidio all'interno di un luogo chiuso, con il colpevole smascherato dall'ispettore di turno dopo una riunione di tutti i sospettati, e ci gioca costruendo un'opera metacinematografica e metateatrale. Il luogo del delitto, infatti, è un teatro dove sta andando in scena Trappola per topi, un'opera di Agatha Christie realmente esistente (che, peraltro, è l'unica opera teatrale a non avere mancato uno spettacolo dal giorno di uscita, tranne nel periodo dei lockdown da Covid), e buona parte di ciò che accade nel corso del film viene anticipato in almeno due scene diverse dalla cinica voce narrante di un personaggio che non ama il genere e che, per questo, vorrebbe vederlo rinnovato fino a snaturarlo. Il piglio ironico dell'operazione, le cui atmosfere richiamano spesso il divertentissimo Signori, il delitto è servito, non sminuiscono l'intelligenza di una trama dove tutto torna perfettamente sul finale e che confida molto sulla memoria dello spettatore, prendendolo in giro per la disattenzione con cui, normalmente, ci si approccia ai film ("tanto ricorderanno solo gli ultimi 20 minuti" è una frase che mi ha uccisa dalle risate); inoltre, la sceneggiatura di Mark Chappell riesce, con pochissimi tratti, a rendere interessanti i due personaggi principali e a dare loro una personalità che non sia solo quella di "ispettore" e "agente inesperto".


Certo, un punto in più ai due protagonisti lo dà venire interpretati da due signori attori come Sam Rockwell e Saoirse Ronan, che insieme sono ben assortiti e hanno un'ottima alchimia, soprattutto conferiscono ai rispettivi personaggi delle sfumature malinconiche che concorrono a renderli ancora più tridimensionali. Purtroppo, a tal proposito, il vero difetto di un Omicidio nel West End visto al cinema doppiato in Italia è l'impossibilità di godere di tutti gli accenti originali che dovrebbero essere parte integrante non solo del divertimento dello spettatore ma anche della natura dei singoli personaggi, che messi tutti assieme formano un melting pot linguistico assai interessante. Noi, al solito, dobbiamo "accontentarci" di un mix assai riuscito di regia (e pensare che, fino ad oggi, il britannico Tom George ha diretto solo episodi di serie televisive), scenografie ricchissime di dettagli e fotografia che donano al film una vaga rassomiglianza ai film di Wes Anderson, anche se l'argomento e i personaggi non sono né abbastanza weird né intellettualmente superiori a noi comuni mortali, anzi. Mi scuso per il breve post ma, essendo un giallo, mi tocca mantenere il segreto su moltissimi aspetti, e limitarmi a consigliarvi di andare al cinema e godervi questo piccolo, divertentissimo Omicidio nel West End, soprattutto se amate Agatha Christie


Di Ruth Wilson (Petula Spencer), Adrien Brody (Leo Kopernick), David Oyelowo (Mervyn Cocker-Norris), Saoirse Ronan (Agente Stalker), Sam Rockwell (Ispettore Stoppard) e Shirley Henderson (Agatha Christie) ho già parlato ai rispettivi link.

Tom George è il regista della pellicola. Inglese, al suo primo lungometraggio, lavora anche come sceneggiatore e produttore. 


Harris Dickinson, che interpreta Richard Attenborough, era il figlio di Ralph Fiennes in The King's Man - Le origini. Omicidio nel West End era in cantiere già da anni e, all'epoca, il primo nome fatto per l'Ispettore Stoppard è stato Hugh Grant, affiancato da Keira Knightley come Agente Stalker. Ciò detto, se il film vi fosse piaciuto recuperate Cena con delitto - Knives Out e Signori il delitto è servito. ENJOY!

mercoledì 17 febbraio 2016

1981 - Indagine a New York (2014)

Si è fatto aspettare un paio d'anni ma alla fine A Most Violent Year, film diretto e sceneggiato nel 2014 dal regista J.C.Chandor, è approdato anche sul suolo italico con l'orrido titolo 1981 - Indagine a New York.


Trama: Abel Morales, proprietario della Standard Heating Oil Co, si ritrova a dover fare i conti con piccole bande di criminali che assaltano i camion con i quali trasporta il combustibile, rovinando così la sua attività proprio alla vigilia di un'importante acquisizione. A gettare, letteralmente, benzina sul  fuoco, ci pensa un assistente procuratore distrettuale, che comincia ad indagare negli affari di Morales...


Tante volte, sul mio blog, ho scritto che il pubblico americano è al 70% formato da poveri mentecatti bisognosi di spiegoni e incapaci di capire l'argomento di un film se lo stesso non viene sviscerato da tutti i punti di vista e con dovizia di particolari, mentre noi europei siamo un pochino più elastici (oddio, forse una volta...). A fronte di questo ragionamento, mai avrei pensato che i titolisti italiani avrebbero sottovalutato così tanto il pubblico nostrano da dover specificare QUALE fosse "l'anno assai violento" del titolo originale, o lo avrebbe voluto perculare al punto da aggiungere una specifica assolutamente fuorviante come "indagine a New York", convincendo i poveri spettatori di avere davanti una sorta di crime story. Niente di più sbagliato!! A Most Violent Year (abbiate pazienza, non ce la faccio a riportare quel titolo orrendo) è una pellicola difficile da incasellare, ben lontana dalla tesa indagine investigativa che l'adattamento italiano lascerebbe supporre, più simile a quelle storie "criminali" a sfondo filosofico che vanno tanto di moda negli ultimi anni. Inoltre, lasciatemelo dire, è anche una palla mostruosa, salvata a malapena dalla bravura degli interpreti e da una regia sobria ma in qualche modo stilosetta. Il problema di A Most Violent Year, infatti, è che ANCHE il titolo americano è fuorviante: uno pensa che il film parli di una violenza generale, radicata all'interno dell'America, e l'inizio, in cui un camion viene assaltato, lascerebbe presupporre che sia così. In verità, l'anno violento si riferisce ad un anno particolare all'interno della vita dei protagonisti, costretti in un breve lasso di tempo ad affrontare una violenza non solo fisica ma anche psicologica, a lottare per mantenere uno status quo e, soprattutto nel caso di Abel Morales, per non farsi inghiottire dalle spire di un'illegalità che preme per infiltrarsi anche nella sua attività. Nella fattispecie, il protagonista ambirebbe a condurre una vita retta, onesta ed onorevole, mentre la moglie e tutti quelli che lo circondano (forse anche il procuratore, a un certo punto ho cominciato a seguire poco, lo ammetto) non esitano a ricorrere a mezzucci più o meno perseguibili per legge, onde prosperare nei loro affari.


Rileggendo quello che ho scritto viene quasi da pensare che A Most Violent Years sia un film dinamico ed interessantissimo. In verità, Albert Morales sarà anche un uomo (quasi) tutto d'un pezzo ma passa il tempo a lamentarsi di quanto siano scorretti gli altri e di quanto lui vorrebbe vivere un'esistenza retta; ancor peggio, adora dare consigli non richiesti agli altri, sempre con dovizia di parole gettate al vento e scarsi risultati, purtroppo per lui. Tra un dialogo-fiume e un altro si ha il tempo di andare a farsi parecchi caffé e sono davvero poche le sequenze capaci non dico di creare tensione nell'animo dello spettatore, ma perlomeno di interessarlo alle vicende narrate, interamente basate su un commercio di benzina in mano a dei banfoni. L'avesse girato Scorsese un film simile sarebbe probabilmente diventato un capolavoro, J.C. Chandor invece ha affrontato la cosa con piglio moscio e lo stesso, mi duole dirlo, ha fatto Oscar Isaac, bravo ma troppo compassato, incapace di trasferire al pubblico quel fuoco sacro che muove il suo personaggio, tanto da portarmi più volte a pensare "chissenefrega", come direbbe Sandford Smithers. Fuori scala invece, come sempre, la bellissima Jessica Chastain, interprete dell'unico personaggio con le palle presente nella pellicola e anche l'unico capace di regalare qualche emozione vera, lontana da quella fredda rigidità che mi è parso permeasse non solo i protagonisti ma anche i costumi, le scenografie e la fotografia, una sorta di perfezione eccessiva, fine a se stessa. Onestamente, mi spiace avere scritto quella che, in soldoni, è la stroncatura di un film che aspettavo da tempo; il fatto è che avevo riposto molte speranze in A Most Violent Years e il diludendo un po' brucia ma, chissà, magari a qualche spettatore meno "in fregola" e più illuminato della sottoscritta potrebbe anche piacere.


Di Oscar Isaac (Abel Morales), Jessica Chastain (Anna Morales), Albert Brooks (Andrew Walsh), David Oyelowo (D.A. Lawrence), Alessandro Nivola (Peter Forente), Catalina Sandino Moreno (Luisa) e David Margulies (Saul Lefkowitz) ho già parlato ai rispettivi link.

J.C. Chandor (vero nome Jeffrey McDonald Chandor) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Margin Call e All is Lost - Tutto è perduto. Anche produttore e attore, ha 43 anni.


Javier Bardem avrebbe dovuto interpretare Abel Morales ma ha abbandonato il progetto a causa di divergenze con il regista; è stata proprio Jessica Chastain a suggerire Oscar Isaac come rimpiazzo, mentre il ruolo di Anna Morales è stato rifiutato da Charlize Theron e quello di Andrew Walsh era stato scritto per Stanley Tucci. Detto questo, se 1981 - Indagine a New York vi fosse piaciuto recuperate anche Vizio di forma e Chi è senza colpa. ENJOY!

domenica 22 febbraio 2015

Selma - La strada per la libertà (2014)

Stasera verranno consegnati i premi Oscar e, nonostante i post debbano ancora uscire, io ho fatto del mio meglio per guardare praticamente tutti i film che concorreranno a qualche statuetta "importante". L'ultimo in ordine di tempo è stato Selma - La strada per la libertà (Selma), diretto nel 2014 dalla regista Ava DuVernay e candidato a due Oscar, uno per il Miglior Film e uno per la Miglior Canzone, Glory.


Trama: nel 1965, Martin Luther King si batte affinché i neri ottengano il diritto di voto e la chiave del movimento di protesta è riuscire ad organizzare una pericolosa, benché pacifica, marcia da Selma a Montgomery, in Alabama.


Selma è un film che mi incuteva timore, come tutte le pellicole che, in qualche modo, hanno a che fare con delle figure storiche moderne. Alla matematica certezza di perdermi nei nomi e nelle date, infatti, si aggiunge di solito la paura di avere davanti una mattonata retorica della peggior specie e questo Selma, che aveva anche troppi legami col pesantissimo The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca, sembrava davvero averne tutte le caratteristiche. Fortunatamente esiste Lucia, con la quale di solito mi trovo assai d'accordo in fatto di gusti, che ha cominciato a magnificare il film subito dopo averlo visto spingendomi così a recuperarlo, cosa che mi ha permesso di guardare uno dei migliori biopic in un anno che è stato anche troppo pieno di esempi mediocri del genere. Lungi da essere una menosissima prosopopea sul razzismo e sugli ideali di Martin Luther King, Selma è innanzitutto un film su un uomo. Un uomo sulle cui spalle un'intera comunità ha posato desideri, speranze, paure e odio, pretendendo che lui se ne facesse carico, senza mai sbagliare, senza mai tirarsi indietro, accompagnando i suoi sostenitori verso una battaglia contro dei mulini a vento che avrebbero intimorito lo stesso Don Chisciotte. Il film si intitola Selma e non "King" proprio per questo motivo; la cittadina di Selma e la marcia fino a Montgomery, sono lo snodo cruciale da cui si dipanano tutti i dubbi e le incertezze di Martin Luther King, afflitto da problemi personali, incalzato dai ragionamenti non interamente sbagliati del presidente Johnson (vero è che il vecchio testone cercava di accontentare i bianchi cercando di procrastinare le leggi elettorali ma non era neppure sbagliato concentrarsi prima su problemi come l'ignoranza e la povertà) e sconvolto dalla consapevolezza di avere sulle mani il sangue di molti suoi "fratelli neri" morti nel tentativo di resistere pacificamente ai soprusi e manifestare per i propri diritti in uno stato, l'Alabama, ancora profondamente razzista. King viene così quasi interamente spogliato del suo ruolo di icona e Selma diventa un film corale in cui, giustamente, molti uomini e donne "grandi" ma anche "semplici" influenzano in qualche modo le scelte del protagonista facendo la Storia come noi la conosciamo.  


Selma può vantare una bella sceneggiatura dunque, scorrevole ed emozionante, non banale, una vicenda interpretata magistralmente da tutti gli attori coinvolti a cominciare da un intenso David Oyelowo che riesce ad incarnare perfettamente il lato umano di Martin Luther King, ma anche tutti i personaggi "di contorno" (che, come ho detto sopra, di contorno non sono) finiscono ognuno per ritagliarsi un piccolo spazio importante e ben definito, risultando tridimensionali e credibili quanto il protagonista. Detto questo, tutti quelli che hanno visto Selma saranno però d'accordo col fatto che la mancata candidatura di Ava DuVernay per la regia è stata uno scandalo di proporzioni epiche, perché al di là della sceneggiatura (alla quale peraltro ha messo mano anche la DuVernay sebbene non venga accreditata) e degli attori sono molte le sequenze che rimangono nel cuore dello spettatore dopo la visione del film. L'aggressione dei manifestanti durante la prima marcia verso Montgomery, con le violente figure dei poliziotti che emergono dalle nebbie dei gas lacrimogeni per colpire le persone indifese, ha un sapore horror, quasi post-apocalittico, ed è girata con rara maestria ma è solo l'esempio più eclatante (o meglio, quello che più mi ha colpita) di una pellicola che è piena di bellissime immagini, dove l'equilibrio della composizione e un sapiente uso delle luci si fondono per sottolineare sia i momenti salienti che quelli solitamente ritenuti "di passaggio". A questo proposito, ho molto apprezzato, per esempio, le immagini che accompagnano le inevitabili scritte in sovraimpressione che riassumono il destino dei protagonisti alla fine del film, montate assieme in un modo troppo particolare per essere casuale, arrangiate in modo diverso per ogni personaggio. Davanti a tanta bravura trovo quindi ancora più scandaloso il contentino offerto al film per la moscia canzone Glory che accompagna i titoli di coda, forse la parte più debole di una colonna sonora altrimenti assai azzeccata. Peccato davvero: Selma - La strada della libertà è un grandissimo film e meriterebbe, oltre ad una visione assicurata, molti dei riconoscimenti che sono stati accordati a pellicole ben più celebrate che, al confronto, risultano mediocri. Maledetta Academy, maledetta!


Di David Oyelowo (Martin Luther King Jr.), Tom Wilkinson (Lyndon B. Johnson), Giovanni Ribisi (Lee White), Dylan Baker (J. Edgar Hoover), Tim Roth (Governatore George Wallace), Jeremy Strong (James Reeb), Cuba Gooding Jr. (Fred Gray), Alessandro Nivola (John Doar) e Martin Sheen (Frank Minis Johnson) ho già parlato ai rispettivi link.

Ava DuVernay è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come I Will Follow e Middle of Nowhere. Anche produttrice, sceneggiatrice e attrice, ha 42 anni e un film in uscita.


Oprah Winfrey interpreta Annie Lee Cooper ed è anche la produttrice della pellicola. "Donna più potente d'America" e conduttrice storica dell'Oprah Winfrey Show, come attrice la ricordo per film come Il colore viola e The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca; inoltre, ha partecipato a serie come 30 Rock e doppiato film come La principessa e il ranocchio. Anche sceneggiatrice, ha 60 anni.


Ruben Santiago-Hudson interpreta Bayard Rustin. Americano, ha partecipato a film come Il principe cerca moglie, L'avvocato del diavolo, Shaft e a serie come NYPD; come doppiatore, ha lavorato per la serie Gargoyles. Anche sceneggiatore e produttore, ha 58 anni.


Colman Domingo interpreta Ralph Abernathy. Americano, ha partecipato a film come Lincoln, The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca e a serie come Nash Bridges. Ha 45 anni e un film in uscita.


Wendell Pierce interpreta il reverendo Hosea Williams. Americano, ha partecipato a film come Sono affari di famiglia, Malcom X, Può succedere anche a te, Sleepers, Come ammazzare il capo... e vivere felici e a serie come Tutto in famiglia, Numb3rs e The Michael J. Fox Show. Anche produttore, ha 51 anni e due film in uscita.


In origine il film avrebbe dovuto essere diretto da Lee Daniels (altri interessati erano Steven Spielberg, Stephen Frears, Spike Lee e Michael Mann) e il cast comprendeva Hugh Jackman nel ruolo dello sceriffo Jim Clark, Liam Neeson in quello di Lyndon Johnson, Robert De Niro come George Wallace e Lenny Kravitz come Andrew Young; dopo che il progetto è passato ad Ava DuVernay l'unico ad avere mantenuto la parte è stato David Oyelowo, che fin dall'inizio era stato designato come Martin Luther King Jr. (sebbene Lee Daniels non lo ritenesse adatto). Detto questo, se Selma vi fosse piaciuto recuperate Grido di libertà, Malcom X e The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca. ENJOY!


mercoledì 22 gennaio 2014

The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca (2013)

Ispirata più dall'idea che lo avesse sceneggiato Danny Strong che dall'argomento del film in sé, in questi giorni ho guardato The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca (The Butler), diretto nel 2013 dal regista Lee Daniels.


Trama: il film racconta la storia di Cecil Gaines, diventato uno dei maggiordomi di colore della Casa Bianca ai tempi del mandato di Eisenhower e ritiratosi durante la presidenza di Reagan, dopo anni di soddisfazioni lavorative e dolori in seno alla famiglia...


"I'm merely a humble butler, sir." "And what do you do?" "I buttle". Così parlava il geniale Tim Curry nell'esilarante Signori, il delitto è servito. Mentre Forrest Gump diceva "La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita". Se unite queste due storiche frasi avrete la filosofia completa e definitiva dell'ambizioso The Butler, un film in cui l'odioso Forest Withaker (non posso farci niente, lo trovo mollo e privo di carisma, inoltre quell'occhio perennemente a mezz'asta fa calare la palpebra anche a me!) perlappuntamente serve i suoi padroni e racconta la sua storia come un novello Gump, inframmezzando a eventi strettamente personali degli stralci di nera storia americana, nera sia perché legata alla comunità di colore sia, soprattutto, perché vergognosa e disdicevole, segnata da segregazione, stupidità, soprusi e violenze di ogni tipo. Sulla carta, quindi, The Butler sarebbe indubbiamente interessante, considerando anche il suo essere tratto dalla vera storia di Eugene Allen, che ha lavorato alla Casa Bianca per più di trent'anni. Il problema è che condensare in due ore questi trent'anni di storia americana, le mentalità di mezza dozzina di presidenti, quattro o cinque diversi modi di combattere la segregazione razziale e il dramma di una famiglia allo sbando significa offrire allo spettatore un bignami colmo di buchi, piatto, didascalico e sbrigativo, che non lascia nemmeno il tempo di simpatizzare con le persone rappresentate. Si arriva alla fine della pellicola con un gigantesco punto interrogativo sulla testa e la consapevolezza di dover tirare fuori i vecchi libri dell'università o del liceo per riuscire ad apprezzare appieno la visione appena terminata e ciò, se da un lato è ammirevole, dall'altro rischia di condannare The Butler al dimenticatoio dopo un giorno o due.


Un po' deprimente anche lo spreco di grande potenziale attoriale. Se, come ho detto, Forest Withaker è di una mollezza rara, la sua famiglia (secondogenito a parte, un minorato mentale sotto mentite spoglie, probabilmente) e i suoi colorati colleghi offrono interpretazioni sentite e coinvolgenti mentre i grandi nomi chiamati per ruoli che dureranno sì e no dieci minuti a testa sono decisamente superflui e valgono giusto per richiamare la maggior parte del pubblico. Per chi, come me, è fan scatenata di Alan Rickman, John Cusack o Liev Schreiber è quasi una bestemmia vederli relegati in un angolo per fare spazio a Withaker e, soprattutto, quello di Cusack è un esempio di aberrante miscasting: vederlo sudato e con quel naso posticcio scatenerebbe la risata isterica a chiunque visto che la somiglianza con Nixon è praticamente inesistente. E' incredibile, quindi, come un film che aspettavo con abbastanza trepidazione si sia rivelato così una sòla o, meglio, talmente insapore da non ispirarmi nemmeno una recensione di media lunghezza; posso capire il didascalismo e la banalità della sceneggiatura, d'altronde secondo me Danny Strong deve ancora farsi le ossette, soprattutto per quel che riguarda i lungometraggi, ma visti i nomi degli altri coinvolti qualcosina in più si poteva fare. E adesso capisco anche perché The Butler è stato snobbato ai Golden Globe e non ha ricevuto nomination per l'Oscar nonostante il patriottismo che ne impregna ogni fotogramma. Comunque, se siete degli irriducibili appassionati di storia americana guardatelo perché alcune performance, soprattutto quelle di Oprah Winfrey e David Oyelowo, sono davvero notevoli.


Del regista Lee Daniels ho già parlato qui. Forest Whitaker (Cecil Gaines), Vanessa Redgrave (Annabeth Westfall), David Oyelowo (Louis Gaines), Terrence Howard (Howard), Cuba Gooding Jr. (Carter Wilson), Robin Williams (Dwight D. Eisenhower), John Cusack (Richard Nixon), James Marsden (John Fitzgerald Kennedy), Liev Schreiber (Lyndon Johnson) e Alan Rickman (Ronald Reagan) li trovate invece ai rispettivi link.

Danny Strong (vero nome Daniel William Strong) è lo sceneggiatore della pellicola e interpreta un giornalista all'interno dell'autobus durante l'attacco del KuKluxKlan. Da Buffy addicted non potevo non dedicargli un trafiletto perché il ragazzo, assieme ai compari Tom Lenk ed Adam Busch, faceva parte del trio di archenemesisses della bionda eroina conosciuto come Troika. Come attore, lo ricordo per pellicole quali L'angelo del male, Pleasantville, Shriek - Hai impegni per venerdì 17? e Seabiscuit, inoltre ha partecipato alle serie Bayside School - La nuova classe, Una famiglia del terzo tipo, Clueless, Nip/Tuck, Una mamma per amica, How I Met Your Mother e Grey's Anatomy. Americano, anche produttore, ha 39 anni.


Jane Fonda (vero nome Lady Jayne Seymour Fonda) interpreta Nancy Reagan. Americana, la ricordo per film come A piedi nudi nel parco, Tre passi nel delirio, Barbarella, Una squillo per l'ispettore Klute e Tornando a casa (queste due pellicole le sono valse l'Oscar come migliore attrice protagonista). Anche produttrice, ha 76 anni e due film in uscita.


Tra le altre guest star presenti nella pellicola troviamo inoltre un’irriconoscibile Mariah Carey (Hattie Pearl, la madre di Cecil), la conduttrice Oprah Winfrey (Gloria Gaines) e Lenny Kravitz (James Holloway). Nella "sala tagli" è invece rimasta una scena in cui Cecil avrebbe dovuto incontrare personalmente Barack Obama e quelle in cui Melissa Leo compare nei panni di Mamie Eisenhower, mentre tra gli attori che non hanno partecipato alla pellicola segnalo Matthew McConaughey e James Franco, entrambi interpellati per il ruolo di Kennedy, Mila Kunis (come Jackie Kennedy) e Liam Neeson (come Lyndon Johnson). Anche Nicole Kidman, Zac Efron e Hugh Jackman avrebbero dovuto essere presenti ma i loro ruoli sono rimasti sconosciuti. Detto questo, se The Butler vi è piaciuto recuperate anche The Help e Il colore viola. ENJOY!

martedì 9 aprile 2013

The Paperboy (2012)

Aaah, la mirabolante abitudine di scegliere i film in base agli attori presenti, mio enorme tallone d'Achille! Questa volta mi è bastato vedere i nomi di John Cusack, Nicole Kidman e Matthew McConaughey per gettarmi a capofitto e con ignoranza crassa su The Paperboy, film diretto nel 2012 dal regista Lee Daniels. La recensione che segue contiene SPOILER di alcune scene... e chiamiamole clou, vah.


Trama: un giornalista cerca di scagionare un uomo condannato alla sedia elettrica per l'omicidio di uno sceriffo. Mentre lui prosegue nelle indagini nell'ambigua Florida degli anni '60, il fratello adolescente si innamora di Charlotte, bellissima ma attempata donna che vorrebbe invece sposare il condannato, conosciuto per lettera... 


Districo le dita delle mani dai capelli e mi accingo a recensire questo The Paperboy, cosa non facile, vista la duplice natura delle reazioni avute a fine visione. La parte buona di me vi dirà che la pellicola diretta da Lee Daniels è un thriller stilosissimo per quanto riguarda i costumi, l'aria vintage e la fotografia "invecchiata", arricchito da una storia molto interessante, ambientato in un'epoca e in un luogo che mi hanno sempre affascinata, ovvero nella paludosa Florida ai tempi del Ku Klux Klan (di cui non si ha traccia, per fortuna); in soldoni, ci troviamo davanti personaggi ignoranti e bifolchi, impegnati tenacemente a non scomparire davanti al progresso, incarnato nei giovani illuminati che vedono i neri come loro pari e non come schiavi da disprezzare, seviziare e condannare per ogni quisquilia. All'interno di questo ambiente malsano, immerso nelle paludi zeppe di alligatori e popolate dalla feccia dell'umanità, si svolgono le difficili indagini di un meraviglioso McConaughey, che tenta di "fare la cosa giusta", ovvero riabilitare un uomo condannato a morte a fronte di prove insufficienti, scontrandosi sia con i pregiudizi e i modi spicci dei locali sia con l'atteggiamento decisamente poco convincente di un John Cusack mai così laido: Van Wetter è davvero innocente o Ward si sta arrampicando sugli specchi basandosi su speranze ed illazioni? Oddio, la risposta salterebbe subito agli occhi, basterebbe guardare Cusack, ma se vogliamo possiamo anche lasciare un po' di spazio all'incertezza, facendoci cullare dalla particolarissima e triste voce di una bravissima Macy Gray, qui nei panni di narratrice. Adesso fatemi dare la buona Bolla in pasto agli alligatori, perché devo lasciare spazio all'incredulità.


Dopo essermi documentata sul romanzo, mi pare di aver capito che in esso non vi sia traccia di quella presa di posizione anti-razzismo che tanto mi ha affascinata, ma se il regista e sceneggiatore si fosse preso solo questa libertà avrei allegramente sorvolato. Il problema è che The Paperboy, così come è stato realizzato, è diventato in tempo zero il trionfo del trash, arricchendosi di tre scene messe lì giusto per “scandalizzare” e che portano lo spettatore a sgranare progressivamente gli occhi trattenendosi dal morire per le grasse risate. Ribadisco: da qui in poi mi butterò nello SPOILER selvaggio. Scena incriminata numero 1: Nicole Kidman, la brava Nicole, mima un rapporto orale a distanza con John Cusack, davanti al resto del cast. Nemmeno a voler essere clementi una roba simile potrebbe risultare seria, con lui che la incita a strapparsi il collant e lei che, molto finemente, sooca dell’aria, mentre il mocciosetto innamorato inorridisce e McConaughey sembrerebbe gradire. Proseguiamo su questa china e passiamo alla scena incriminata numero 2, la mia preferita: nuotando, Zac Efron finisce in un banco di meduse e si trascina a riva più morto che vivo. Tre ragazzine lo vedono e tirano fuori l’ideona! “Servirebbe dell’ammoniaca, ma dove trovarla?” Soluzione: scendi Zac Efron che lo piscio. Se non fosse che, in quella, giunge la possessiva Nicole, che non ha intenzione di darla al moccioso ma si sente in qualche modo legata a lui da un profondo rapporto di amicizia e le blocca in tempo: “NO!!! Se qualcuno deve pisciarlo questa sono io!!” O___O Ed ecco che la vincitrice premio Oscar si profonde nell’imitazione della barzelletta che il buon Quentin raccontava al barista in Desperado e ricopre di urina l’idolo di una generazione di bimbeminkia. Ovviamente, questa scena non serve a nulla per il prosieguo del film, sia chiaro: nel libro l’ipotesi era solo ventilata, qui hanno deciso di metterla in pratica per dare letteralmente colore (giallo) alla storia. Andiamo avanti? Nella scena incriminata numero 3 si scopre nel peggiore dei modi che McConaughey è leggermente gay: il fratellino se lo trova davanti con il chiulo nudo per aria, incaprettato, sanguinante, sfigurato… e circondato da tre mandinghi che lévati. Altra sequenza utile giusto per snaturare uno dei personaggi secondari della pellicola, il nero Yardley, che, dopo qualche tempo, con enorme tatto replica al fratellino sconvolto: “Mbé, che ti aspettavi? Per avere il lavoro ho dovuto fare a tuo fratello quello che la Kidman ha fatto a Cusack!” Gesù. A parte che il personaggio di Yardley nel libro non è nero, ma perché devi anche inserire gratuitamente questo dettaglio, degradante per entrambi i coinvolti e assolutamente ininfluente col resto del film? Faceva colore anche quello? Ma non bastano già le oscene mise di Nicole Kidman e i gruppetti di scemi del villaggio che mangiano il gelato nelle paludi per dar colore?? Mah.

Notare le facce degli astanti, please...
Ora, cerchiamo di trovare un equilibrio tra i due estremi del mio cervellino bacato. Che dire, se non fosse per queste trashate gratuite The Paperboy non sarebbe male. Oggettivamente è ben fatto e ben diretto, la trama spogliata dagli orpelli è valida ed interessante, inoltre è ben recitato: tolto il povero Zac Efron, che ha la verve e l'espressività di un mitile anche se se riesce a riprendersi un po' nel drammatico finale, tutti gli altri attori portano a casa un'interpretazione validissima, nonostante quella della Kidman (pur nominata, se non erro, per il Golden Globe) sia anche troppo borderline, e non in senso buono. Certo, bisogna inghiottire un bel po' di insensatezze prima di arrivare alla fine del film e, ripensandoci, anche il fatto che la vicenda venga narrata in retrospettiva da una persona che non ha praticamente assistito al 90% degli eventi è a dir poco assurdo, però se non altro adesso mi è venuta voglia di cercare e leggere il libro per comprendere il vero senso dell'intera storia, che punta più sull'approfondimento del personaggio di Ward piuttosto che su quello di Jack. Intanto, per amor di discussione, se siete in grado di sopportare le inquietanti scene di cui sopra (o se siete curiosi di testimoniarle di persona!!) vi consiglio di recuperare e vedere questo The Paperboy, se non altro guarderete un film particolare e difficilmente ascrivibile ad un solo genere.


Di John Cusack (Hillary Van Wetter) e Scott Glenn (W.W. Jansen) ho già parlato ai rispettivi link.

Lee Daniels è il regista della pellicola, nonché co-sceneggiatore. Americano, ha diretto anche Precious. Anche produttore e attore, ha 54 anni e due film in uscita.


Zac Efron (vero nome Zachary David Alexander Efron) interpreta Jack Jansen. Americano, ha partecipato a film come High School Musical (con i suoi due seguiti) e alle serie E.R. – Medici in prima linea, CSI: Miami e Zach & Cody al Grand Hotel, inoltre ha doppiato un episodio di Robot Chicken. Ha 26 anni e quattro film in uscita. 


Matthew McConaughey  interpreta Ward Jansen. Americano, lo ricordo per film come Non aprite quella porta IV, Frailty – Nessuno è al sicuro, Tropic Thunder, Killer Joe e Magic Mike. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 44 anni e quattro film in uscita.


Nicole Kidman interpreta Charlotte Bless. Sicuramente una delle mie attrici preferite (soprattutto per quel che riguarda il periodo fine anni ’90 – inizio 2000), la ricordo per film come Ore 10: Calma piatta, Giorni di tuono, Cuori ribelli, Batman Forever, Ritratto di signora, The Peacemaker, Eyes Wide Shut, Moulin Rouge!, The Others, The Hours (film che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista), Dogville, Ritorno a Cold Mountain, La donna perfetta, Birth – Io sono Sean e Australia. Hawaiiana, anche produttrice, ha 46 anni e tre film in uscita, tra cui l’imminente Stoker.


David Oyelowo intepreta Yardley Acheman. Inglese, ha partecipato a film come Derailed – Attrazione letale, L’alba del pianeta delle scimmie, The Help e Lincoln. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 36 anni e tre film in uscita.


Ned Bellamy interpreta Tyree Van Wetter. Americano, ha partecipato a film come Le ali della libertà, Ed Wood, Con air, Essere John Malkovich, Charlie’s Angels, Saw – L’enigmista, FBI: Protezione testimoni 2, Tenacious D in The Pick of Destiny, Twilight, Django Unchained e alle serie Ralph Supermaxieroe, MASH, Hazzard, Ai confini della realtà, 21 Jump Street, MacGyver, La signora in giallo, CSI: Miami, E.R. – Medici in prima linea, Scrubs e 24. Ha 56 anni e tre film in uscita.


Tra gli altri interpreti ri-segnalo ovviamente la presenza della cantante Macy Gray, che interpreta Anita. The Paperboy avrebbe potuto essere un film completamente diverso, visto che Tobey Maguire ha rinunciato al ruolo di Ward per impegni pregressi, Nicole Kidman è stata messa “come rimpiazzo” al posto di Sofía Vergara e Pedro Almodóvar avrebbe dovuto dirigere la pellicola (prima di rinunciare aveva già messo mano allo script). Peccato che il buon Pedro si sia chiamato fuori, non so cosa avrebbe tirato fuori da questo gorgo di perversioni!! E con questo è tutto per oggi… ENJOY!

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