La settimana scorsa, scansando il pericolo influenze e un po' di sfighe all'orizzonte, sono riuscita a salire tre giorni a Torino per il Tohorror Fantastic Film Fest, ormai giunto alla ventitreesima edizione. Il tema di quest'anno era C’era una volta il cyberpunk e molti spettatori hanno avuto la fortuna di godersi opere miliari come Tetsuo e il suo seguito su grande schermo; inoltre, chi è riuscito a fermarsi fino a domenica ha avuto anche l'onore di guardare un documentario a cui tenevo molto, King on Screen, e un film che mi interessava parecchio, Trim Season (purtroppo sono dovuta correre a casa e ho mancato entrambi). Mio malgrado, ho perso anche Best Wishes to All, il vincitore del premio del pubblico, perché era proiettato in contemporanea a un altro film su cui puntavo moltissimo, in compenso è successo un piccolo miracolo, ovvero ho apprezzato parecchio il vincitore del premio della giuria lungometraggi, cosa che non accadeva da qualche anno. Complessivamente, è stata di nuovo un'esperienza bellissima e interessante, quindi ringrazio gli organizzatori di questo amatissimo festival, per la cura con cui scelgono programmazione ed eventi "collaterali" e per la palese passione che ci mettono annualmente. Aspettando con incuriosita trepidazione di sapere quale sarà il tema del prossimo ToHorror e approfittando di Halloween, vi lascio con un piccolo riassunto delle visioni di questa edizione, con attenzione particolare ai film da tenere d'occhio o da recuperare! ENJOY!
martedì 31 ottobre 2023
Visioni dal ToHorror Fantastic Film Fest 2023
Les Chambres Rouges (Pascal Plante, 2023)
venerdì 2 dicembre 2022
A Wounded Fawn (2022)
L'ultimo film del ToHorror a cui ho voluto dedicare un intero post è A Wounded Fawn, una produzione Shudder diretta e co-sceneggiata dal regista Travis Stevens, approdata proprio ieri sull'adorata piattaforma horror.
Trama: liberatasi dallo spettro dell'ex violento, Meredith cerca di rifarsi una vita e comincia ad uscire con Bruce... peccato che quest'ultimo sia un serial killer!
Il secondo atto, MOLTO debitore dello stile della pittrice nominata poc'anzi (se non la conoscete, andatevi a vedere un paio di quadri su internet), è un incubo mitologico e quasi shakespeariano dove si scatena un caos fatto di bestie antropomorfe, incubi ad occhi aperti e tanto, tantissimo sangue; a tal proposito, il colore rosso, vivido e luminosissimo, fotografato come in un thriller di Dario Argento, è presente in quasi tutte le scene del film come simbolo di inquietante follia, soverchia i personaggi quando Bruce viene sopraffatto dal suo istinto omicida ma è perennemente presente sullo sfondo, vuoi nei complementi d'arredo, vuoi negli abiti o in qualche oggetto di scena, come se fosse inevitabilmente scritto nel destino dei protagonisti. Se il primo atto, quello più thriller, vanta una regia rigorosa e pulita, quasi geometrica, il secondo atto omaggia a tratti il primo Sam Raimi ed è una corsa forsennata intervallata da sprazzi di allucinazioni che ricordano gli horror "artistici" come quelli di Peter Strickland, una sequela ininterrotta di punizioni, interrogatori e catarsi che non si ferma nemmeno nei titoli di coda, a dire il vero l'unica cosa del film che mi ha fatto un po' storcere il naso, perché sembrano davvero non finire mai. Di Josh Ruben ho già parlato e, come ho scritto su, l'ho trovato perfetto, ma il cast femminile non è da meno e le interpretazioni di Sarah Lind e Malin Barr, donne "normali" ma capaci e simpatiche prima, Erinni dopo la violenza, fanno sì che lo spettatore si ritrovi ancora più coinvolto nella vicenda. A Wounded Fawn, secondo me, è uno di quei film che si amano o si odiano ma, di certo, non lasciano indifferenti e rischia di essere una delle visioni più interessanti dell'anno. Non perdetelo!
Del regista e co-sceneggiatore Travis Stevens ho già parlato QUI mentre Josh Ruben, che interpreta Bruce, lo trovate QUI.
mercoledì 26 ottobre 2022
Terrifier 2 (2022)
martedì 25 ottobre 2022
Visioni dal ToHorror Fantastic Film Fest 2022
La scorsa settimana sono riuscita ad andare a Torino un paio di giorni per godermi, dopo due anni di stop da Covid, l'adorato ToHorror Fantastic Film Fest. L'edizione è stata molto ricca sia di film che di eventi, soprattutto a tema fumettistico, con un paio di anteprime niente male tra cui Terrifier 2, che merita un post a parte, e parecchi film in concorso che, in tutta onestà, non mi hanno entusiasmata quanto avrei voluto, salvo un paio. Colgo l'occasione per segnalarvi altre due pellicole meritevoli viste al Festival, che non rientreranno in questo riassuntone perché verranno di sicuro distribuite su ampia scala, quindi ne parlerò a tempo debito: Mandrake, che arriverà il 10 novembre su Shudder, e A Wounded Fawn, che uscirà sulla stessa piattaforma credo verso fine anno. Ma bando alle ciance e cominciamo il riassuntone... ENJOY!
Directamente para video (Emilio Silva Torres, 2021)
Il primo film visto durante la rassegna è stato un documentario che mi ha attirata per la sua natura di "docufiction". Partendo dalla ricerca reale di informazioni su un oscuro film uruguayano straight-to-video, Acto de violencia en una joven periodista, il regista imbastisce una trama che, a un certo punto, sfocia nell'inquietante sospetto di una maledizione legata al film e, soprattutto, al suo enigmatico ed irrintracciabile regista, Manuel Lamas. Ora, è vero che io non amo particolarmente i documentari, ma Directamente para video risulta molto interessante nella parte in cui effettivamente compie ricerche sul "The Room uruguayano dei thriller" e ne alimenta lo status di cult, tanto che mi verrebbe voglia di cercarlo e guardarlo, ma l'ho trovato assai floscio per quanto riguarda la parte fiction, che dovrebbe inquietare lo spettatore ma ha alimentato solo la mia voglia di fare la nanna.
Skinamarink (Kyle Edward Ball, 2022) - Vincitore del premio ufficiale come miglior lungometraggio
L'anno scorso avevo odiato il vincitore Midnight in a Perfect World e mi duole riconfermare, anche per questa edizione, la perplessità di fronte all'amore della giuria ufficiale per i film ambientati in luoghi bui, con sequenze che si ripetono all'infinito e una trama che si trascina, trasformando una pellicola da un'ora e mezza in un mattone di tre ore. Il regista, tramite un videomessaggio proiettato prima del film, ci ha ASSICURATO che non avremo dormito la notte, io tornata in hotel ho fatto una tirata unica neanche avessi preso della melatonina, ma Skinamarink l'ho guardato bene, senza addormentarmi: suggestivo, con un'ottima intuizione iniziale, inquietantissimo a livello di soggetto e con qualche jump scare ben piazzato, ma perdonami ciccio se al ventesimo spezzone di cartone animato ripetuto in loop, alla quarantesima ripresa dei Lego dei pargoli protagonisti, alla millesima inquadratura dell'angolo a destra in alto della sala da pranzo, mi sono spaccata i marroni. Ottima cosa il cinema sperimentale, ma pensate anche un po' agli ignoranti!
Syk Pike (Kristoffer Borgli, 2022) - Vincitore del premio del pubblico al miglior lungometraggio
Per l'appunto, il pubblico ignorante, me in primis, è stato conquistato da questa commedia nera norvegese, che probabilmente farebbe la gioia di tutti quelli che hanno odiato la protagonista de La persona peggiore del mondo. Il film verte sul desiderio perverso della giovane Signe, fidanzata di un artista narcisista, di essere sempre e comunque al centro dell'attenzione, cosa che la porta a fingere malattie sempre più estreme e, infine, ad assumere una droga russa dagli effetti devastanti per il suo fisico. Coloratissimo, scorretto, tristemente attuale e spietato, Syk Pike scava nella nostra società dove è importante solo fare parlare di sé, avere successo a tutti i costi (anche facendo schifo) e comunicare con gli sconosciuti, più che con gli amici e la famiglia (trattati comunque alla stregua di un pubblico), perché la nostra vita abbia finalmente un senso. Lo fa grazie all'ausilio di una protagonista bravissima, adorabilmente odiosa, e a parecchie scene surreali e girate benissimo. Pregate perché questo gioiellino venga distribuito da qualche parte! (Midnight Factory? Sto parlando con te!)
Megalomaniac (Karim Ouelhaj, 2022)
Il ritorno sporco e cattivo della new extremity d'oltralpe in un film belga che, partendo dalla storia vera del Macellaio di Mons, serial killer mai catturato, segue le vicende dei figli fittizi e imbastisce una trama fatta di squallore, sopraffazione, malattia mentale e predestinazione. Attraverso una fotografia e una regia elegantissime, Megalomaniac ci immerge nello schifo quotidiano vissuto da personaggi vinti, inquietando lo spettatore non tanto attraverso le abbondanti splatterate compiute da un killer che parrebbe un mix tra Klaus Kinski e Brad Dourif, comunque notevoli, quanto piuttosto attraverso gli occhi spiritati ed onnipresenti del terrificante Macellaio, che parrebbe vedere ciò che i personaggi sono troppo ciechi per scorgere e, a mo' di burattinaio demoniaco, li porta ad affrontare un destino spaventoso. Anche Megalomaniac merita una visione e una distribuzione, anche se rispetto a Syk Pike potrebbe essere un prodotto destinato più agli amanti dell'horror tout court. Anche lì, speriamo che la Midnight mi legga!
Landlocked (Paul Owens, 2022)
Altro esempio di docufiction, che questa volta parte da film casalinghi appartenuti al padre del regista e si sviluppa nella ricerca del passato del protagonista, affamato di ricordi da immortalare su una cinepresa "particolare" prima che la sua casa d'infanzia venga distrutta. Lodevole l'idea e l'intento, fiacchissima la realizzazione, che rallenta a livelli estenuanti il ritmo del film e, spesso, rende alcune sequenze incomprensibili. Ottimo come rimedio per l'insonnia, comunque.
Devil's Residents (Katsumi Sasaki, 2022)
Mai sfidare un'appassionata di lingue, potrebbe aprire un ginepraio. Ero curiosa di capire quale fosse il titolo originale di questo horroretto giapponese che, fin dall'inizio, mi ha dato l'idea di un prodotto derivativo, nella misura in cui mi parevano mancare dei pezzi. E' così, in effetti. "Proprietà invendibili: Residenti terrificanti" è il secondo capitolo di una saga iniziata nel 2020 per mano nientemeno che di Hideo Nakata e tratta da un romanzo di non-fiction il cui titolo originale suona più o meno come "Proprietà invendibili: Planimetrie spaventose", che ovviamente raccoglie storie vere di persone che hanno vissuto in luoghi infestati. Non ho guardato il primo film e non so se Devil's Residents sia collegato in qualche modo alla pellicola di Nakata, ma di sicuro so che il brusco finale è facilmente spiegato dall'imminente uscita di "Proprietà invendibili: Annientamento", il capitolo successivo della saga, sempre diretto da Katsumi Sasaki. A prescindere da questo sproloquio, adesso ho capito perché Devil's Residents, pur simpatico e con un paio di scene splatter gradevolissime, mi è sembrato un prodottino dimenticabile e neppure tanto ben realizzato, quasi uno straight to video.
All Jacked Up and Full of Worms (Alex Phillips, 2022)
Tu vuo' fa' John Waters prima maniera e Jim Muro ma sei nato nel 2022, ovvero l'anno sbagliato per girare una trashata a base di gente scema che fa cose schifose (come per esempio farsi di vermi o farsi le pippe davanti a una bambola gonfiabile a forma di neonato) senza un motivo plausibile. Il disagio esistenziale, se di questo si vuol parlare, o il film "punk", se questo voleva essere, non si esprimono con la fotografia pulitina e gli attori impostati, montando ad arte un finto senso di disgusto in un'epoca in cui si è già visto di tutto, suvvia. Complimenti però per avere realizzato quello che per me è stato il film più brutto del festival (Ah, scopro ora che la tizia che orgasma sfruttando le tecniche più assurde di meditazione prima e i vermi poi, era la stessa che in quell'orrore di The Scary of Sixty-First si infilava nella patata le foto di Andrea di York. Ora tutto ha più senso).
Polaris (Kirsten Carthew, 2022)
Polaris è un film delizioso, che se non fosse per le scene gore sarebbe perfetto per un pubblico di giovanissimi, visto che è la versione post-apocalittica di Chobin, con una ragazzina cresciuta da un orso al posto dell'alieno salterino. Il setting canadese, gelido ed innevato, è perfetto e suggestivo, la giovane protagonista ha talmente tanta cazzimma che al confronto persino Amber Midthunder è molla come la panissa, ed è interessante l'idea di scrivere i dialoghi in un mix di linguaggio inventato e suoni primordiali come ringhi ed urla. Ho solo una domanda: ma la Power Ranger di colore chiusa nella capsula chi diamine è e perché è così importante per la protagonista?
Il cameraman e l'assassino (Rémy Belvaux, André Bonzel e Benoît Poelvoorde, 1992)
Chiude questo lunghissimo post riepilogativo un film che ha fatto scuola e storia e che io, da brava bestia, non conoscevo. QUESTO è un mockumentary fatto bene, caustico e cattivo, che parla del progressivo distacco morale di una troupe dalle azioni aberranti del soggetto delle loro riprese, il ciarliero serial killer Ben. Emblema del significato letterale di "fascino del male", l'incredibile Ben di Benoît Poelvoorde spadroneggia dall'inizio alla fine di un film che è satira sociale, triste specchio del potere dei media, dramma, horror e commedia tutto in uno. Se non lo avete mai guardato fatelo, merita davvero: non mi sembrava il caso di scrivere un post intero perché ero stanchissima durante la visione e non l'ho guardato con l'attenzione che meritava, ma la voglia di rivederlo e parlarne seriamente e bene c'è. Intanto, datemi retta e recuperatelo!
martedì 18 ottobre 2022
Videodrome (1983)
venerdì 1 novembre 2019
Il Bollodromo #72: ToHorror Film Fest - parte 3
Why don't You Just Die! (Papa, sdokhni) di Kirill Sokolov
Durante la presentazione ho storto il naso, lo ammetto. Quando mi citano Tarantino e Oldboy tra le fonti di ispirazione sono solita portare la mano al petto onde sedare un principio di infarto causato da siffatte bestemmie. Stavolta, fortunatamente, mi sono dovuta ricredere, nella misura in cui l'opera prima del giovane Sokolof è una gustosissima commedia nera che non lesina sequenze da far digrignare i denti condite da abbondanti secchiate di coloratissimo sangue, il tutto accompagnato da una colonna sonora accattivante capace di risuonare nella testa dello spettatore per tutta la sera dopo la visione. Gli attori poi, sono semplicemente meravigliosi, di quelli in grado di risvegliare la fangirl che è in me per andare a reperire tutta la loro filmografia. Il protagonista Aleksandre Kuznetsov, con quella faccia da sconvolto alla Tom Yorke, perfetta per entrare di diritto nel cast di un film alla Guy Ritchie vecchia maniera, fa venire voglia di abbracciarlo da tanto è sfigato, ma viene spesso eclissato dal suo antagonista Vitaliy Khaev, un mix tra Bruce Willis, Dave Bautista e Dean Norris, talmente esilarante nel suo essere merda da meritare l'Oscar. E a proposito di Bruce Willis: Michael Gor, attore russo spesso utilizzato anche in produzioni occidentali (Il ponte delle spie, La morte può attendere e persino Come ti ammazzo il bodyguard) mi ha ricordato tantissimo il bruccino de La morte ti fa bella. L'unico neo è che questo film, che ha ottenuto la menzione d'onore della giuria dei lungometraggi, pare disperso nell'etere distributivo e anche nel web non c'è possibilità di reperirlo, per il resto... cosa può chiedere di più una fanciulla?
Perfect di Eddie Alcazar
Beh può chiedere, per esempio, di non vedere mai più, e sottolineo MAI più questa camurrìa prodotta da Soderbergh in un evidente e fortissimo "momento droga". Perfect reca seco una divertente storia di ordinario rincoglionimento. Ero convinta cominciasse alle 22 e con Mirco ci siamo presentati al cinema alle 2145, solo per scoprire che la proiezione era prevista per le 21. FORTUNATAMENTE è stato tutto un po' ritardato e il film di chiusura del festival è cominciato alle 2120, minuto più, minuto meno, cosa che ci ha spinti a entrare comunque in sala, anche perché ormai avevamo già il biglietto. Non l'avessimo mai fatto. A film cominciato, ci si è parata innanzi una storia incomprensibile, un delirio di immagini visivamente splendide, sproloqui tra il biblico e il naturalistico e una colonna sonora obiettivamente molto evocativa, in cui l'unica cosa che si poteva capire era che il protagonista vuole diventare perfetto ricostruendosi mattoncino dopo mattoncino, il tutto all'interno di una clinica il cui obiettivo è far evolvere le persone e liberarle dal marcio. Forse. Ovviamente, Eddie Alcazar è uno di quei sceneggiatori e registi ai quali piace dimostrare di essere fighi realizzando lunghissimi, tediosi videoclip di fattura pregevolissima che ambiscono a toccare i massimi temi filosofici quando in realtà non dicono nulla, e lo dimostra il fatto che, in definitiva, Perfect è Il tagliaerbe per cinèfili dell'internet. Pur consapevoli di questo, colmi di vergogna per aver perso 20 minuti di questo mattone attaccato alle palle, abbiamo comunque aspettato all'esterno i nostri ben più accorti compagni di sventura (tra i quali figura Marco. Oh hi, Marco!) per chiedere lumi e l'unanime risposta è stata: "succede così e cosà. No, non ci si capiva un ca**o comunque". A postissimo! What a Story, Eddie!
E ora vai con l'elenco dei vincitori:
Premio del pubblico della giuria per il migliore lungometraggio a The Odd Family: Zombie on Sale di Lee Min-jae (2019).
Premio del pubblico per il migliore lungometraggio a The Invisible Mother di Jacob Gillman e Matt Diebler (USA 2018).
Premio della giuria per il migliore cortometraggio allo spagnolo El Cuento di Lucas Paulino e Angel Torres (2019). Menzione speciale al canadese Re: Possessed Homes (2018) di Matthew Evans Landry che vince anche il premio del pubblico.
Premio della giuria per la migliore animazione al francese Cadavre Exquis di Stéphanie Lansaque & François Leroy (2018). Menzione speciale all’italiano Bavure di Donato Sansone (2018). Premio del pubblico al tedesco Fuse di Shadi Adib (2018).
Premio speciale Anna Mondelli alla miglior opera prima a Tous les dieux du ciel di Quarxx.
Premio speciale Antonio Margheriti alla inventiva artigianale a The Invisible Mother.
Premio per i migliori effetti speciali all’australiano The Furies di Tony D’Aquino (2019).
mercoledì 30 ottobre 2019
Il Bollodromo #71: ToHorror Film Fest - parte 2
Kuwaresma - The Entity (Kuwaresma) di Erik Matti
Dalle Filippine, un horror che parte non bene, benissimo. Fantasmi, demoni dall'aspetto esotico e molto particolare, spaventi veri, una violenza tale da far accapponare la pelle e un villain di rara cattiveria mi avevano convinta di avere davanti sì un pastiche di generi (c'è tutto: thriller psicologico, horror demoniaco, horror a base di case infestate, torture porn, ghost story, ecc.) ma comunque scritto e diretto da qualcuno in grado di tenere saldamente le redini del discorso. Poi arriva lo Shyamalan twist da facepalm, al quale sono seguiti uno dei peggiori esorcismi di sempre e il declassamento del demone da cazzutissima entità dall'aspetto peculiare a... boh, Luca Giurato? La critica sociale delle Filippine porta in dote all'occidente demoni perculanti e misogini, che si riducono a sputare noccioli di arancia in testa ad ignare persone, mentre altri personaggi si profondono nell'imitazione di Francesco Paolantoni quando, nei panni di Robertino, urlava "Luisaaaa!!!". Insomma, poteva andare meglio.
The Odd Family: Zombie on Sale di Lee Min-jae
L'ideale cuginetto orientale di Shaun of the Dead, meno originale di One Cut of the Dead ma comunque delizioso a vedersi, non a caso ha vinto il premio della giuria per il miglior lungometraggio. Merito innanzitutto della simpatia dei protagonisti, una famiglia che più disfunzionale non si può, a un passo dalla bancarotta e costretta a ricorrere a truffe della peggior specie onde racimolare denaro... che, un giorno, si imbatte in un ragazzo zombie, fuggito dai laboratori di una non meglio specificata industria farmaceutica dalla dubbia fama. Dire di più sulla trama sarebbe un delitto, perché il bello del film è scoprire come si abbatterà sull'intera Corea l'inevitabile piaga zombie e come il regista si impegnerà ad omaggiare vari generi, non solo l'horror, la commedia e i grandi modelli del genere (i momenti di "zombie-dance" non fanno rimpiangere le sequenze storiche di Shaun of the Dead in cui i morti viventi ballavano sulle note di Don't Stop Me Now) ma anche i k-drama, parodiati per buona parte della pellicola. Io vi avviso, a un certo punto mi sono persino commossa e ho seriamente temuto per gli adorabili membri della famiglia Park, quindi per me l'operazione è più che riuscita. Speriamo esca presto in Italia ma, nel caso, non vorrei sbagliare dicendo che chi cerca può già cominciare a trovare qualcosa.
martedì 29 ottobre 2019
Il Bollodromo #70: ToHorror Film Fest - parte 1
Fulci for Fake di Simone Scafidi
Presentato alla mostra del cinema di Venezia di quest'anno, aspettavo di vederlo da quando l'ho sentito nominare e non ne sono rimasta affatto delusa. Il mio amore per Fulci è un sentimento tardivo, fatto di prese in giro prima e teste cosparse di cenere poi, concretizzato in quei pochi film seminali, come L'aldilà, che lo hanno consacrato a cult oltreoceano. Quello di Simone Scarfidi è invece un amore sincero, nato quando "nessuno conosceva Fulci" e il risultato di questo sentimento puro è un documentario che dà a Fulci quel che è di Fulci, riconoscendo pregi e difetti del Maestro, un film nel film che inscena le ricerche di un attore al quale è stato chiesto di interpretare il defunto regista, e che per entrare meglio nel personaggio va ad intervistare chi lo ha conosciuto o studiato. Abbiamo dunque il punto di vista asciutto e professionale di Davide Pulici di Nocturno ma anche quello commosso (e commovente) della figlia Camilla, segnata da un destino sfortunato, e quelli tra il tecnico e l'aneddotico di Fabio Frizzi (ovviamente, nel sentire parlare delle melodie de L'aldilà a me è sceso un brivido), del direttore della fotografia Sergio Salvati, dell'attore Paolo Malco e di tanti altri che hanno avuto la fortuna di lavorare con Fulci o di conoscerlo. Ne esce un ritratto a tutto tondo, soddisfacente, che sfata alcuni miti e ne conferma altri. In definitiva, un'opera interessantissima, che dovrebbe uscire al cinema, chissà però dove, proprio il giorno di Halloween.
Tous les dieux du ciel di Quarxx
Vincitore del premio Anna Mondelli per la miglior opera prima. Tous les dieux du ciel è uno di quei rarissimi film in cui per buona parte della durata persino lo spettatore più scafato non capisce dove andrà a parare la storia, il che è splendido. Alla base della trama c'è il rapporto tra un uomo con problemi psichiatrici, che da anni attende l'arrivo di "qualcosa", e la sorella, sfigurata e costretta in un letto a causa di un vecchio incidente (interpretata tra l'altro dall'attrice e modella Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica); tra i due vige un rapporto di interdipendenza che ovviamente non è quello che sembra di primo acchito e che si mostra in tutto il suo doloroso orrore mano a mano che il film prosegue, così come si svelano man mano i vari personaggi, sia i principali che i secondari, molto difficili da etichettare come "positivi" o "negativi". Bellissimo a livello di regia e colonna sonora, con tocchi di weird spiazzanti e attori bravissimi che non si sottraggono ad interpretazioni anche grottesche, in tutta onestà lo avrei apprezzato di più se fosse finito venti minuti prima, ignorando l'epilogo ambientato in un convento che, dal mio punto di vista, appesantisce di molto la narrazione e offre una "spiegazione" non richiesta allo spettatore. Detto questo, ce ne fossero di film così "imperfetti". Bravo Quarxx, al secolo Alexandre Claudin, e buon meritato riposo dopo le fatiche festivaliere!
venerdì 25 ottobre 2019
The Furies (2019)
Trama: dopo aver litigato, due ragazze vengono rapite e separate. Una di loro si risveglia all'interno di un bosco isolato, popolato da altre donne e da energumeni mascherati che tentano di ucciderle, e non sarà facile per lei ricongiungersi all'amica...
Fatemi riprendere un incipit già usato per Killing Ground. Ah, l'Australia. Terra di sterminate distese selvagge, di boschi che non sono tali ma un mero agglomerato di alberi sparsi e scheletrici disseminati su terra rossastra e brulla, zeppa di tane per ragni; di posti dimenticati da Dio, abbandonati e cadenti, retaggio di un periodo in cui la bella Australia era una colonia penale, di orrore trucido che non va molto per il sottile quando si tratta di far scorrere del sangue perché tanto, all'interno del bush, nessuno può sentirti urlare. The Furies unisce tutte queste "belle" caratteristiche e le propone allo spettatore con la sfacciataggine di un esordiente nemmeno tanto giovane, tal Tony D'Aquino, il quale ha scritto e diretto un horror che più lineare e privo di messaggi sottesi non si può, per il solo gusto di inorridire il pubblico e fargli passare un'ora e mezza in tensione e disgusto. Poco di nuovo sotto il sole australiano, in effetti: ci sono donne cacciate da bruti mascherati in guisa di un Leatherface col gusto per gli animaletti e armati di oggetti mortali, povere fanciulle costrette a sopravvivere a un gioco mortale le cui regole sono tutte da scoprire e rendono, neanche a dirlo, il tutto ancora più crudele oltre che interessante. Protagonista di tutta la faccenda è Kayla, che di difetti, poverella, ne ha più di uno, l'epilessia in primis, e che nel corso del film sarà costretta a spogliarsi di ogni debolezza, di ogni remora morale e di ogni oncia di pelo sullo stomaco per sopravvivere alla mattanza.
Parliamo, per l'appunto, di pelo sullo stomaco. The Furies ha delle immagini bellissime, una regia che sfrutta al meglio lo spazio e la luce del brullo paesaggio australiano e che si concede persino qualche tocco di lirismo (sfruttando, per esempio, gli occhi bellissimi di Airlie Dodds, peraltro funzionali al racconto), una fotografia che costringe lo spettatore a non perdersi neppure un dettaglio... ma ha anche delle sequenze che fanno spesso venire voglia di girarsi dall'altra parte e fischiettare non solo per il modo in cui i bruti infieriscono sulle povere fanciulle ma anche per altre cosette poco carine mostrate qui e là, e Dio benedica sempre Fulci per quell'occhio in pasta di mandorle perché quelli di The Furies sono anche troppo realistici. Validissime anche le attrici, in particolare un paio. La protagonista Airlie Dodds, col phisique du rol della final girl, non esita a sporcarsi di sangue e terra e a fare cose innominabili in nome dell'amicizia e della sopravvivenza ma per me la palma della migliore va a Linda Ngo, infantile e pazza pazza pazza. Vedere per credere. Nel suo ottimo articolo (al quale vi rimando se volete la possibilità di fruire al meglio di The Furies) Lucia auspica giustamente un sequel per il film, anche perché di carne al fuoco ce ne sarebbe ancora molta, e mi unisco alla prece, se possibile: "Sant'Antonio d'Aquino", pensaci tu.
Tony D'Aquino è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio dopo aver diretto un episodio della serie Two Twisted e qualche corto. Australiano, anche attore e produttore, ha 46 anni.
Airlie Dodds, che interpreta Kayla, era già comparsa nel validissimo Killing Ground, che vi consiglierei di recuperare, già che ci siete. ENJOY!
venerdì 19 ottobre 2018
Laissez bronzer les cadavres (2017)
Trama: in cerca di un rifugio dopo una rapina, un gruppo di malviventi finisce nel luogo di villeggiatura di uno scrittore e della sua musa. Tra doppiogiochisti assortiti, arrivi inaspettati e poliziotti, la faccenda butterà malissimo...
Può un film essere visivamente stupendo ma totalmente insulso a livello di trama, al punto da non riuscire a coinvolgere ed interessare lo spettatore nemmeno per sbaglio? Hai voglia, Laissez Bronzer les Cadavres è un ottimo esempio di questo paradosso, tanto che la visione è risultata tra le più pesanti da me affrontate quest'anno. La cosa è assai strana perché a me, di base, le storie di rapine andate male ed assedi, popolate da criminali brutti, sporchi e cattivi piacciono tantissimo, eppure in questo caso non mi sono entusiasmata, forse perché i personaggi non vengono approfonditi nemmeno per sbaglio e sono poco più di figurine in movimento su uno sfondo bellissimo, tutte destinate a morire più o meno male. La morte incombe infatti su ognuno dei protagonisti come una figura misteriosa e affascinante, una sensuale donna senza volto che popola le visioni dalle quali è inframmezzato il film (o, almeno, questo è quello che mi è sembrato di capire, magari sbagliando), visioni di sesso violento, sangue, torture... e golden shower. Letteralmente. La percezione di come la Cattet e Forzani abbiano scelto di approfondire maggiormente l'aspetto estetico del film sacrificando appunto la disperazione e lo squallore dei criminali rappresentati o la loro amara, violenta ironia, mi ha subito reso inviso Laissez Bronzer les Cadavres, un'ora e mezza di "stallo" privo del ritmo e dell'angoscia di Free Fire, girato anch'esso in un ambiente chiuso e con pochissimi personaggi ma molto più esaltante e violento. Nel film di Ben Wheatley non c'era un attimo di tregua, le situazioni cambiavano di continuo e si arrivava a provare sulla propria pelle il terrore di beccarsi una pallottola in fronte, qui sembra di guardare delle statue realistiche che vanno in pezzi, tra un breve dialogo e l'altro, sensazione accentuata dal tripudio di arte e colori che è la cifra stilistica di regia, fotografia e montaggio di Laissez Bronzer Les Cadavres.
Già la scena iniziale racchiude in sé tutto ciò che sarà il film, con quella tela imbrattata di colori e buchi di pallottola, le riprese ravvicinatissime di occhi e labbra, i suoni enfatizzati. Ogni inquadratura di Laissez Bronzer les Cadavres è una tela, un'opera d'arte, una ricerca di soluzioni visive atte a stupire lo spettatore mettendogli davanti una serie infinita di quadri semoventi con la scusa di seguire un mero canovaccio che potrebbe anche non esserci. Più del gusto del sangue, benché le sequenze "ardite" non manchino, conta più il gusto della bellezza e del colore in ogni sua forma o la particolarità della messa in scena. Un esempio su tutti, la colonna sonora fatta sentire al contrario nel momento in cui il tempo torna indietro diventando un misto tra flashback e visioni, le formiche a simboleggiare i personaggi che brulicano disperati all'interno dei loro nascondigli, il passaggio da strisce di sangue a strisce di oro liquido senza soluzione di continuità, coi corpi (i cadaveri) che rimangono lì indolenti, a farsi toccare, dipingere, ferire e distruggere come se i registi avessero per le mani dei manichini o dei pezzi di argilla. Anche solo per la bellezza dei colori e delle location o per l'accostamento tra eros e thanatos, presente in altre opere dei due registi peraltro, non posso dire che Laissez Bronzer les Cadavres sia un film brutto ma purtroppo non è proprio il mio genere di pellicola. Per carità, a ripensarci anche The Neon Demon era al 90% estetica eppure qualcosa all'interno della trama mi aveva toccata e ipnotizzata, invece Laissez Bronzer les Cadavres non mi ha lasciato altro che il vuoto cosmico dentro. Che a qualcuno, per carità, potrà anche piacere ma, ribadisco, non è il mio genere.
Hélène Cattet e Bruno Forzani sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Marito e moglie, entrambi francesi, hanno diretto film come Amer, Lacrime di sangue e l'episodio O is for Orgasm di The ABCs of Death. Anche produttori, hanno entrambi 42 anni.
Se Laissez Bronzer les Cadavres vi fosse piaciuto consiglierei di recuperare il più prosaico ma soddisfacente Free Fire. ENJOY!









































