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martedì 31 ottobre 2023

Visioni dal ToHorror Fantastic Film Fest 2023

La settimana scorsa, scansando il pericolo influenze e un po' di sfighe all'orizzonte, sono riuscita a salire tre giorni a Torino per il Tohorror Fantastic Film Fest, ormai giunto alla ventitreesima edizione. Il tema di quest'anno era C’era una volta il cyberpunk e molti spettatori hanno avuto la fortuna di godersi opere miliari come Tetsuo e il suo seguito su grande schermo; inoltre, chi è riuscito a fermarsi fino a domenica ha avuto anche l'onore di guardare un documentario a cui tenevo molto, King on Screen, e un film che mi interessava parecchio, Trim Season (purtroppo sono dovuta correre a casa e ho mancato entrambi). Mio malgrado, ho perso anche Best Wishes to All, il vincitore del premio del pubblico, perché era proiettato in contemporanea a un altro film su cui puntavo moltissimo, in compenso è successo un piccolo miracolo, ovvero ho apprezzato parecchio il vincitore del premio della giuria lungometraggi, cosa che non accadeva da qualche anno. Complessivamente, è stata di nuovo un'esperienza bellissima e interessante, quindi ringrazio gli organizzatori di questo amatissimo festival, per la cura con cui scelgono programmazione ed eventi "collaterali" e per la palese passione che ci mettono annualmente. Aspettando con incuriosita trepidazione di sapere quale sarà il tema del prossimo ToHorror e approfittando di Halloween, vi lascio con un piccolo riassunto delle visioni di questa edizione, con attenzione particolare ai film da tenere d'occhio o da recuperare! ENJOY!

Satan Wants You (Steve J. Adams e Sean Horlor, 2023) 

Se mi seguite da un po' sapete che è raro che io guardi documentari, un genere che mi attira poco, però questo mi interessava fin dal titolo. Ho fatto bene a guardarlo: Satan Wants You parla del "Satanic Panic" che ha investito l'America dopo l'uscita del libro biografico Michelle Remembers, scritto dallo psichiatra Lawrence Pazder e da una delle sue pazienti, Michelle Smith, in seguito alle sedute durante le quali quest'ultima ha ricordato di essere stata rapita e seviziata da bambina da una setta di satanisti. Con piglio ironico ed occhio critico, attraverso le testimonianze talvolta commoventi di chi si è ritrovato la vita stravolta dal libro (e quelle ormai disilluse di chi ha capito che la gente non ha imparato nulla dall'esperienza), i due autori raccontano non solo l'assurdo impatto mediatico di Michelle Remembers, che ha sconvolto l'America degli anni '80 causando un'isteria di massa senza precedenti, ma anche tutto il marcio che si nascondeva dietro la facciata rispettabile di Padzer e della Smith. Se vi piacciono le storie incredibili ma vere alla Gli occhi di Tammy Faye e guardate con sospetto tutto ciò che riguarda la Chiesa intesa come organizzazione, al di là della fede, avrete pane per i vostri denti. 

Les Chambres Rouges (Pascal Plante, 2023) 
Vincitore del premio ufficiale come miglior lungometraggio

Glaciale thriller psicologico che si prende tutto il tempo di creare la giusta atmosfera, inquietante ed asettica, prima di deflagrare poco prima del finale disgustando il pubblico pur senza mostrare neppure una goccia di sangue. L'orrore dell'ossessione e del completo distacco dalla realtà passa attraverso una regia elegantissima, una colonna sonora splendida e, soprattutto, una protagonista (la bravissima Juliette Gariépy) che rimane ambigua e "respingente" fino al finale, che lascia libera interpretazione allo spettatore. Io ve lo dico, raramente vedrete una partita di poker on line più coinvolgente e moralmente terrificante di quella mostrata in Les Chambres Rouges, film che non si dimentica facilmente. Per la cronaca, tra le fonti di ispirazione del regista ci sono Possession e Tesis, quindi traete le vostre conclusioni; io, per una volta, sono molto contenta del premio ottenuto!

She is Conann (Bertrand Mandico, 2023) 

La rivisitazione al femminile del Conan di R. E. Howard e del film di John Milius, scritta e diretta da un regista che non conoscevo, ma a cui il termine "eclettico" non rende giustizia. Not my cup of tea, troppo allucinato ed incomprensibile per potermi anche solo piacere a livello superficiale, considerato anche che io di Conan il Barbaro so meno di zero. Nonostante questo, gli riconosco un fascino innegabile che, per quanto mi riguarda, deriva dalla messinscena molto artistica anche quando il regista ricorre al gore più estremo; inoltre, il personaggio del cane/demone Rainer è la perfetta, rarissima unione di fascino carismatico e disgustosa repulsione, e il regista non lesina il glitter, che rende anche le splatterate più truci scintillanti come un servizio di moda. Chapeau.

Kick Me (Gary Huggins, 2023) 

Uno di quei rari film demenziali in grado di non stufare, perché c'è tanta di quella carne al fuoco da chiedersi dove voglia andare a parare l'autore. L'odissea di un consulente scolastico che, a causa della sua bontà, si infila in una situazione sgradevole dietro l'altra è costellata di personaggi che non sfigurerebbero in un film di John Waters (ma Kick Me è molto meno corrosivo e disgustoso dei vecchi film del regista) e profuma un po' di Fuori orario, perché lascia allo spettatore quella sgradevole sensazione di pericolosa claustrofobia che si ha quando si osa fare il passo più lungo della propria gamba, in territori sconosciuti e senza via d'uscita. Il coro surreale sul finale e il cane a tre zampe sono due tocchi di classe.

Abruptio (Evan Marlowe, 2023) 

L'esecuzione è a dir poco splendida, perché è un film splatterosissimo, fatto di marionette dall'aspetto inquietante, che danno fin da subito un tocco surreale al tutto e mettono nella giusta predisposizione d'animo. L'assunto iniziale è appetitoso: un giorno, moltissime persone (tra cui il protagonista) si ritrovano con una bomba impiantata alla base del collo e vengono spinte a compiere le azioni più abiette da mandanti sconosciuti, il che getta la società mondiale nel caos. Capire come e perché il protagonista sia tra gli "eletti" è coinvolgente e spaventoso, almeno finché non subentra uno dei twist di genere che meno sopporto sulla faccia della terra, e il finale è il trionfo dell'anticlimax. Con una sceneggiatura più centrata e coerente nella sua cattiveria sarebbe stato un capolavoro, così a me è parsa un'occasione sprecata. Complimenti però per il cast di voci, che vanta attori come James Marsters, Jordan Peele, Robert Englund e Sid Haig.

Tiger Stripes (Amanda Nell Eu, 2023) 

Delizioso coming of age che celebra l'originalità e l'empatia in una società schiacciata da religione e ignoranza, dove le donne sono talmente represse da arrivare a odiarsi tra loro. E' quello che succede a Zaffan, la prima del suo gruppetto ad avere il ciclo e bullizzata per questo ancora prima che altri, terribili mutamenti accorrano al suo corpo; la disperazione seguente al cambiamento, il bisogno di venire accettati e amati, la difficoltà ad accettare se stessi e gli altri, il coraggio di affermare le proprie convinzioni vanno a braccetto con leggende antiche, in un film che mescola body horror, commedia, suggestioni pop e delle protagoniste talmente carine che vi verrà voglia di portarvele a casa. O, come minimo, di imparare il loro balletto su Ticktock. A Cannes ha vinto il premio della Settimana della Critica ed è il film scelto per rappresentare la Malesia agli Oscar 2024 (purtroppo, le autorità malesiane hanno deciso di censurarne alcune scene proprio il giorno della sua uscita al ToHorror, quindi chissà quale versione arriverà in sala...) quindi potrebbe essere una delle poche pellicole a venire distribuite anche da noi, chissà.

The Seeding (Barnaby Clay, 2023) 

Horror "classico", di cui bastano il titolo e le prime sequenze per indovinare, senza timore di sbagliare, ogni snodo, twist e persino il finale. C'è poco da dire sull'esecuzione, lineare e pulita, con qualche guizzo quando la pellicola sconfina un po' nel folk horror, perché i punti forti del film sono l'ambientazione originale e la bravura degli attori principali, che si compensano a vicenda nelle loro interpretazioni diametralmente opposte. Altra pellicola ad alto "rischio" distribuzione, in quanto più vicina al genere mainstream rispetto al resto della selezione del festival.

Eight Eyes (Austin Jennings, 2023) 

A dimostrazione di quanto non capisca una mazza di cinema, ammetto vergognosamente che, per quanto riconosca la superiorità di Les Chambres Rouges e Tiger Stripes, questo è il film del ToHorror che ha rapito il mio cuore e che riguarderei anche domani. Dall'assunto più banale del mondo (coppia di sposini americani in crisi vanno in viaggio in Europa e cadono sotto la brutalità degli autoctoni dediti ad empie malvagità) nasce un omaggio all'horror anni '70, zeppo di echi fulciani che ricorrono negli effetti speciali e nella splendida colonna sonora, pasticciato e incoerente come un qualsiasi Il treno, talmente matto sul finale che non sapevo se mettermi a ridere o piangere. La mia perversione si manifesta ulteriormente nella convinzione che, per quanto laido e abietto, Bruno Veljanovski nei panni di St. Peter abbia un fascino tutto suo. In Italia dubito arriverà mai, ma magari su Shudder...

La mesita del comedor (Caye Casas, 2022) 

Era il titolo su cui puntavo di più quest'anno e non mi ha affatto delusa. Mi raccomando, assolutamente, EVITATE QUALSIASI SPOILER sul film e lasciatevi trascinare dall'atmosfera di questo angosciante "dramma da camera", interamente giocato sulle interpretazioni di attori bravissimi e su ciò che la sapiente regia lascia solo intendere, fermandosi appena un istante prima di andare oltre, scavando nelle emozioni devastanti dei protagonisti. Godetevi i divertentissimi momenti di commedia finché potete, perché più il film andrà avanti, più vi passerà la voglia, garantito. Santa Netflix, pensaci tu a portarlo da noi, grazie. 

Hardware (Richard Stanley, 1990) 

Capolavoro seminale del cyberpunk horror, non lo avevo mai visto e me lo sono goduto nel migliore dei modi, in sala e su pellicola, leggermente rovinata e per questo ancora più gustosa. Lascio a Lucia e Germano l'onore di parlare di questo film come merita, ché io, come dice Crozza, sono una guitta, non so una mazza; posso solo dire che ho adorato il concetto modernissimo di eroe maschio ma "inutile", di eroina (donna portatrice di vita, bella come una dèa) che lotta con le unghie e coi denti contro le aberrazioni di un mondo dominato dalla morte, e di uomo della strada sincero e coraggioso. Inoltre, quel robot che troneggia come una divinità maligna (ma anche come un terrificante pupazzo a molla) nelle visioni allucinate di Dylan McDermott lo ricorderò finché campo.  

venerdì 2 dicembre 2022

A Wounded Fawn (2022)

L'ultimo film del ToHorror a cui ho voluto dedicare un intero post è A Wounded Fawn, una produzione Shudder diretta e co-sceneggiata dal regista Travis Stevens, approdata proprio ieri sull'adorata piattaforma horror.


Trama: liberatasi dallo spettro dell'ex violento, Meredith cerca di rifarsi una vita e comincia ad uscire con Bruce... peccato che quest'ultimo sia un serial killer!


Che bestia stranissima questo A Wounded Fawn. Talmente tanto che persino il regista ha deciso di dividerlo in due atti, uno più "normale" e uno in cui la locura la fa totalmente da padrona. A Wounded Fawn parte dalle stesse premesse di Fresh, più o meno, ed è ascrivibile al filone dei revenge movie: Meredith è una donna desiderosa di ricominciare a vivere dopo anni di terapia passati a liberarsi del ricordo dell'ex violento, che decide di concedersi un weekend in una casa isolata assieme a un uomo conosciuto da poco. Costui, dotato della faccetta rassicurante di Josh Ruben, è apparentemente colto, affascinante e gentile... non fosse per quel piccolissimo difetto, quell'istinto da serial killer che parte all'improvviso, preannunciato dall'inquietante arrivo di un gufo gigante che pare uscito dritto da Deliria. Quando il killer getterà la maschera e attaccherà la sua vittima, però, qualcosa andrà storto e scoprirà che quest'ultima non è indifesa come crede, né come credete voi! Senza fare troppi spoiler, A Wounded Fawn è un film a base di uomini piccini che perdono tempo a giustificare la loro follia, troppo miseri persino per abbracciarla in toto una volta scoperti, prede di una lamentela continua che li rende comunque vittime a prescindere (della società, delle donne troppo belle o troppo di successo, di una piccola parte del loro cervello a cui non riescono proprio a non dar retta) di eventi di cui non hanno colpa, roba che, quasi quasi, verrebbe da puntare il dito contro le donne che hanno la sventura di incontrarli e di "scivolare" addosso al loro coltello, invece di rimanere chiuse in casa. Josh Ruben, che già in Scare Me aveva dimostrato un talento per i personaggi miserevoli e passivo-aggressivi, è perfetto per il personaggio di Bruce, inquietantissimo killer che, una volta privato delle armi, si mostra per la feccia che è, ridicolo e anche un po' imbarazzante, di sicuro impossibilitato a difendersi dal delirio che si scatena nella seconda parte del film (la citazione che apre il film, "I suddenly became aware that I was both mortal and touchable and that I could be destroyed", attribuita alla pittrice Leonora Carrington, non è di certo diretta a Meredith).


Il secondo atto, MOLTO debitore dello stile della pittrice nominata poc'anzi (se non la conoscete, andatevi a vedere un paio di quadri su internet), è un incubo mitologico e quasi shakespeariano dove si scatena un caos fatto di bestie antropomorfe, incubi ad occhi aperti e tanto, tantissimo sangue; a tal proposito, il colore rosso, vivido e luminosissimo, fotografato come in un thriller di Dario Argento, è presente in quasi tutte le scene del film come simbolo di inquietante follia, soverchia i personaggi quando Bruce viene sopraffatto dal suo istinto omicida ma è perennemente presente sullo sfondo, vuoi nei complementi d'arredo, vuoi negli abiti o in qualche oggetto di scena, come se fosse inevitabilmente scritto nel destino dei protagonisti. Se il primo atto, quello più thriller, vanta una regia rigorosa e pulita, quasi geometrica, il secondo atto omaggia a tratti il primo Sam Raimi ed è una corsa forsennata intervallata da sprazzi di allucinazioni che ricordano gli horror "artistici" come quelli di Peter Strickland, una sequela ininterrotta di punizioni, interrogatori e catarsi che non si ferma nemmeno nei titoli di coda, a dire il vero l'unica cosa del film che mi ha fatto un po' storcere il naso, perché sembrano davvero non finire mai. Di Josh Ruben ho già parlato e, come ho scritto su, l'ho trovato perfetto, ma il cast femminile non è da meno e le interpretazioni di Sarah Lind e Malin Barr, donne "normali" ma capaci e simpatiche prima, Erinni dopo la violenza, fanno sì che lo spettatore si ritrovi ancora più coinvolto nella vicenda. A Wounded Fawn, secondo me, è uno di quei film che si amano o si odiano ma, di certo, non lasciano indifferenti e rischia di essere una delle visioni più interessanti dell'anno. Non perdetelo!


Del regista e co-sceneggiatore Travis Stevens ho già parlato QUI mentre Josh Ruben, che interpreta Bruce, lo trovate QUI.


mercoledì 26 ottobre 2022

Terrifier 2 (2022)

Inutile dire che, per me, l'evento più atteso del ToHorror 2022 era l'anteprima di Terrifier 2, diretto e sceneggiato dal regista Damien Leone, che mi sono goduta in una sala strapiena di gente felice quanto lo ero io! Ma com'è alla fine questo attesissimo Terrifier 2?


Trama: un anno dopo gli eventi del primo film non c'è più traccia di Art il clown ma la gente vive comunque nel terrore dell'efferato assassino. La giovane Sienna, il cui fratellino è misteriosamente interessato al clown, comincia intanto ad avere strane visioni del mostro, proprio a ridosso della notte di Halloween...


Mai avrei pensato, nell'anno del Signore 2022, che il film più atteso dell'anno sarebbe stato, per quanto mi riguarda, una costola di quella schifezza di All Hallow's Eve (non è vero, sto aspettando Pearl. Quello è il più atteso di tutti!). Merito di un Damien Leone che ha fiutato in tempo il potere perverso della sua creatura più riuscita, Art il Clown, rendendolo protagonista assoluto di Terrifier, la roba più trucida e agghiacciante uscita nel 2018. Il primo Terrifier era la quintessenza della semplicità e, in quanto dotato di un esile canovaccio, più che di una trama vera e propria, andava avanti a mera cattiveria splatter, mettendo in scena un paio di personaggi sacrificabilissimi e lasciandoli nelle mani del terrificante Art, clown muto dotato di uno spiccato gusto per il sangue; il film procedeva non per tappe, bensì per omicidi efferati, e in pratica trattavasi di un lunghissimo reel di gente squartata nei modi peggiori, che mi aveva regalato tantissima gioia per la sua artigianalità e per il trucco inquietantissimo dell'unica sopravvissuta alla mattanza. Visto il successo di Terrifier, Leone è passato alla cassa e ha deciso di alzare la posta, realizzando Terrifier 2 con un budget e delle ambizioni palesemente più alti, oltre che con un metraggio più lungo. Stavolta, cosa non scontata, Terrifier 2 ha una trama ed è il più classico degli slasher con final girl annessa, una splendida ragazza perseguitata da Art per motivi non chiarissimi ma sicuramente sovrannaturali, legati in qualche modo al padre scomparso, un fumettista che prima di morire per un tumore al cervello aveva cominciato ad avere visioni di Art e non solo; ciò che si percepisce dalla trama di Terrifier 2, non proprio lucidissima e perfetta ma comunque piena di entusiasmo, è la volontà di creare una mitologia, un qualcosa di più ampio e ramificato, di rendere Art talmente immanicato con le forze maligne dell'universo da far sentire in difetto creature immortali come Michael Myers, Freddy Krueger e Jason Voorhes, della serie "perché lui sì e noi no? Eccheccazz'!".



Conseguenza di ciò è la presenza di personaggi più tratteggiati, protagonista in primis. Leone si prende tutto il tempo di indagarne il passato, i legami familiari col fratellino "strano" e la madre segnata dal dolore, di rivelare allo spettatore alcuni dei traumi che fanno di lei una perfetta final girl e, come risultato, rende più centrata la figura di Art, che diventa un boogeyman con uno scopo, per quanto non lapalissiano, là dove nel primo Terrifier era "semplicemente" un agente di caos totale. Ciò, bisogna dirlo, non priva Art di potenza e carisma, anzi. Affiancato da una "Art-girl" talmente terrificante che al confronto Henrietta de La casa 3 è Pippi Calzelunghe, il nostro clown sa che gli vogliamo tutti bene e gigioneggia senza mai risultare ridicolo o imbarazzante, anzi, la sua consacrazione a icona horror fa sì che quei pochi momenti di ironia lo rendano ancora più inquietante; per contrasto, quando Art smette di sorridere e di essere dolcissimo con la bagassa Art-girl, le sue efferatezze rivoltano lo stomaco più di prima, reiterate come sono sui corpi di povere vittime colpevoli soltanto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato (o di essere state maleducate, ma lì obiettivamente la reazione di Art è comprensibile, poverino) e costrette non solo a morire, ma anche a farlo male. Gli effetti speciali, infatti, non sono cambiati, per fortuna. Nessuna CGI, tranne forse in pochissimi momenti, e tanto trucco prostetico, sangue finto a secchiate, scarnificazioni in lattice talmente schifide da sembrare vere e, soprattutto, nessuna vergogna, ché Art non si tira dietro di fronte a nulla, neppure davanti alla coprofilia e al cannibalismo, toh, crepi l'avarizia! Stavolta, inoltre, Leone si avvale anche di attori discreti, soprattutto la final girl Lauren LaVera, bella da togliere il fiato nel suo costumino striminzito da valchiria e armata di tanta rabbia sul finale, mentre l'Art di David Howard Thornton è sempre una garanzia, con la sua mimica perfetta per il personaggio. Di più non vorrei dire, vi lascio il divertimento di scoprire come sia possibile che uno slasher da più di due ore fili come un treno senza mai annoiare, e incrocio le dita, ancora una volta, perché Leone torni per un terzo capitolo a deliziarci ancora una volta con la sua orripilante ma adorabile creatura (la possibilità secondo me c'è. Basta non alzarsi durante i titoli di coda)!


Del regista e sceneggiatore Damien Leone ho già parlato QUI

David Howard Thornton interpreta Art il Clown. Americano, ha partecipato a film come Terrifier. Ha 43 anni e due film in uscita.


Questa volta Damien Leone si è permesso anche le guest star! Nei panni di Miss Principe c'è la protagonista di Sleepaway Camp, Felissa Rose, mentre il wrestler Chris Jericho interpreta Burke. Ovviamente, se Terrifier 2 vi fosse piaciuto, recuperate Terrifier e forse anche All Hallow's Eve, dai! ENJOY!

martedì 25 ottobre 2022

Visioni dal ToHorror Fantastic Film Fest 2022

La scorsa settimana sono riuscita ad andare a Torino un paio di giorni per godermi, dopo due anni di stop da Covid, l'adorato ToHorror Fantastic Film Fest. L'edizione è stata molto ricca sia di film che di eventi, soprattutto a tema fumettistico, con un paio di anteprime niente male tra cui Terrifier 2, che merita un post a parte, e parecchi film in concorso che, in tutta onestà, non mi hanno entusiasmata quanto avrei voluto, salvo un paio. Colgo l'occasione per segnalarvi altre due pellicole meritevoli viste al Festival, che non rientreranno in questo riassuntone perché verranno di sicuro distribuite su ampia scala, quindi ne parlerò a tempo debito: Mandrake, che arriverà il 10 novembre su Shudder, e A Wounded Fawn, che uscirà sulla stessa piattaforma credo verso fine anno. Ma bando alle ciance e cominciamo il riassuntone... ENJOY!


Directamente para video (Emilio Silva Torres, 2021)

Il primo film visto durante la rassegna è stato un documentario che mi ha attirata per la sua natura di "docufiction". Partendo dalla ricerca reale di informazioni su un oscuro film uruguayano straight-to-videoActo de violencia en una joven periodista, il regista imbastisce una trama che, a un certo punto, sfocia nell'inquietante sospetto di una maledizione legata al film e, soprattutto, al suo enigmatico ed irrintracciabile regista, Manuel Lamas. Ora, è vero che io non amo particolarmente i documentari, ma Directamente para video risulta molto interessante nella parte in cui effettivamente compie ricerche sul "The Room uruguayano dei thriller" e ne alimenta lo status di cult, tanto che mi verrebbe voglia di cercarlo e guardarlo, ma l'ho trovato assai floscio per quanto riguarda la parte fiction, che dovrebbe inquietare lo spettatore ma ha alimentato solo la mia voglia di fare la nanna. 


Skinamarink (Kyle Edward Ball, 2022) - Vincitore del premio ufficiale come miglior lungometraggio

L'anno scorso avevo odiato il vincitore Midnight in a Perfect World e mi duole riconfermare, anche per questa edizione, la perplessità di fronte all'amore della giuria ufficiale per i film ambientati in luoghi bui, con sequenze che si ripetono all'infinito e una trama che si trascina, trasformando una pellicola da un'ora e mezza in un mattone di tre ore. Il regista, tramite un videomessaggio proiettato prima del film, ci ha ASSICURATO che non avremo dormito la notte, io tornata in hotel ho fatto una tirata unica neanche avessi preso della melatonina, ma Skinamarink l'ho guardato bene, senza addormentarmi: suggestivo, con un'ottima intuizione iniziale, inquietantissimo a livello di soggetto e con qualche jump scare ben piazzato, ma perdonami ciccio se al ventesimo spezzone di cartone animato ripetuto in loop, alla quarantesima ripresa dei Lego dei pargoli protagonisti, alla millesima inquadratura dell'angolo a destra in alto della sala da pranzo, mi sono spaccata i marroni. Ottima cosa il cinema sperimentale, ma pensate anche un po' agli ignoranti!


Syk Pike (Kristoffer Borgli, 2022) - Vincitore del premio del pubblico al miglior lungometraggio

Per l'appunto, il pubblico ignorante, me in primis, è stato conquistato da questa commedia nera norvegese, che probabilmente farebbe la gioia di tutti quelli che hanno odiato la protagonista de La persona peggiore del mondo. Il film verte sul desiderio perverso della giovane Signe, fidanzata di un artista narcisista, di essere sempre e comunque al centro dell'attenzione, cosa che la porta a fingere malattie sempre più estreme e, infine, ad assumere una droga russa dagli effetti devastanti per il suo fisico. Coloratissimo, scorretto, tristemente attuale e spietato, Syk Pike scava nella nostra società dove è importante solo fare parlare di sé, avere successo a tutti i costi (anche facendo schifo) e comunicare con gli sconosciuti, più che con gli amici e la famiglia (trattati comunque alla stregua di un pubblico), perché la nostra vita abbia finalmente un senso. Lo fa grazie all'ausilio di una protagonista bravissima, adorabilmente odiosa, e a parecchie scene surreali e girate benissimo. Pregate perché questo gioiellino venga distribuito da qualche parte! (Midnight Factory? Sto parlando con te!)


 Megalomaniac (Karim Ouelhaj, 2022) 

Il ritorno sporco e cattivo della new extremity d'oltralpe in un film belga che, partendo dalla storia vera del Macellaio di Mons, serial killer mai catturato, segue le vicende dei figli fittizi e imbastisce una trama fatta di squallore, sopraffazione, malattia mentale e predestinazione. Attraverso una fotografia e una regia elegantissime, Megalomaniac ci immerge nello schifo quotidiano vissuto da personaggi vinti, inquietando lo spettatore non tanto attraverso le abbondanti splatterate compiute da un killer che parrebbe un mix tra Klaus Kinski e Brad Dourif, comunque notevoli, quanto piuttosto attraverso gli occhi spiritati ed onnipresenti del terrificante Macellaio, che parrebbe vedere ciò che i personaggi sono troppo ciechi per scorgere e, a mo' di burattinaio demoniaco, li porta ad affrontare un destino spaventoso. Anche Megalomaniac merita una visione e una distribuzione, anche se rispetto a Syk Pike potrebbe essere un prodotto destinato più agli amanti dell'horror tout court. Anche lì, speriamo che la Midnight mi legga!


Landlocked (Paul Owens, 2022) 

Altro esempio di docufiction, che questa volta parte da film casalinghi appartenuti al padre del regista e si sviluppa nella ricerca del passato del protagonista, affamato di ricordi da immortalare su una cinepresa "particolare" prima che la sua casa d'infanzia venga distrutta. Lodevole l'idea e l'intento, fiacchissima la realizzazione, che rallenta a livelli estenuanti il ritmo del film e, spesso, rende alcune sequenze incomprensibili. Ottimo come rimedio per l'insonnia, comunque. 


Devil's Residents (Katsumi Sasaki, 2022) 

Mai sfidare un'appassionata di lingue, potrebbe aprire un ginepraio. Ero curiosa di capire quale fosse il titolo originale di questo horroretto giapponese che, fin dall'inizio, mi ha dato l'idea di un prodotto derivativo, nella misura in cui mi parevano mancare dei pezzi. E' così, in effetti. "Proprietà invendibili: Residenti terrificanti" è il secondo capitolo di una saga iniziata nel 2020 per mano nientemeno che di Hideo Nakata e tratta da un romanzo di non-fiction il cui titolo originale suona più o meno come "Proprietà invendibili: Planimetrie spaventose", che ovviamente raccoglie storie vere di persone che hanno vissuto in luoghi infestati. Non ho guardato il primo film e non so se Devil's Residents sia collegato in qualche modo alla pellicola di Nakata, ma di sicuro so che il brusco finale è facilmente spiegato dall'imminente uscita di "Proprietà invendibili: Annientamento", il capitolo successivo della saga, sempre diretto da Katsumi Sasaki. A prescindere da questo sproloquio, adesso ho capito perché Devil's Residents, pur simpatico e con un paio di scene splatter gradevolissime, mi è sembrato un prodottino dimenticabile e neppure tanto ben realizzato, quasi uno straight to video.


All Jacked Up and Full of Worms (Alex Phillips, 2022) 

Tu vuo' fa' John Waters prima maniera e Jim Muro ma sei nato nel 2022, ovvero l'anno sbagliato per girare una trashata a base di gente scema che fa cose schifose (come per esempio farsi di vermi o farsi le pippe davanti a una bambola gonfiabile a forma di neonato) senza un motivo plausibile. Il disagio esistenziale, se di questo si vuol parlare, o il film "punk", se questo voleva essere, non si esprimono con la fotografia pulitina e gli attori impostati, montando ad arte un finto senso di disgusto in un'epoca in cui si è già visto di tutto, suvvia. Complimenti però per avere realizzato quello che per me è stato il film più brutto del festival (Ah, scopro ora che la tizia che orgasma sfruttando le tecniche più assurde di meditazione prima e i vermi poi, era la stessa che in quell'orrore di The Scary of Sixty-First si infilava nella patata le foto di Andrea di York. Ora tutto ha più senso).


Polaris (Kirsten Carthew, 2022)

Polaris è un film delizioso, che se non fosse per le scene gore sarebbe perfetto per un pubblico di giovanissimi, visto che è la versione post-apocalittica di Chobin, con una ragazzina cresciuta da un orso al posto dell'alieno salterino. Il setting canadese, gelido ed innevato, è perfetto e suggestivo, la giovane protagonista ha talmente tanta cazzimma che al confronto persino Amber Midthunder è molla come la panissa, ed è interessante l'idea di scrivere i dialoghi in un mix di linguaggio inventato e suoni primordiali come ringhi ed urla. Ho solo una domanda: ma la Power Ranger di colore chiusa nella capsula chi diamine è e perché è così importante per la protagonista?


Il cameraman e l'assassino (Rémy Belvaux, André Bonzel e Benoît Poelvoorde, 1992)

Chiude questo lunghissimo post riepilogativo un film che ha fatto scuola e storia e che io, da brava bestia, non conoscevo. QUESTO è un mockumentary fatto bene, caustico e cattivo, che parla del progressivo distacco morale di una troupe dalle azioni aberranti del soggetto delle loro riprese, il ciarliero serial killer Ben. Emblema del significato letterale di "fascino del male", l'incredibile Ben di Benoît Poelvoorde spadroneggia dall'inizio alla fine di un film che è satira sociale, triste specchio del potere dei media, dramma, horror e commedia tutto in uno. Se non lo avete mai guardato fatelo, merita davvero: non mi sembrava il caso di scrivere un post intero perché ero stanchissima durante la visione e non l'ho guardato con l'attenzione che meritava, ma la voglia di rivederlo e parlarne seriamente e bene c'è. Intanto, datemi retta e recuperatelo! 




martedì 18 ottobre 2022

Videodrome (1983)

Oggi comincia il ToHorror Film Fest e il film d'inaugurazione della rassegna sarà la versione restaurata dalla Cineteca di Bologna di Videodrome, diretto e sceneggiato nel 1983 dal regista David Cronenberg. Io stasera purtroppo non potrò essere presente ma parlerò lo stesso del film, visto (sempre in questa splendida versione restaurata) a Savona in occasione della Festa del Cinema.


Trama: Max Renn è lo spregiudicato proprietario di un'emittente televisiva specializzata in programmi pornografici ed ultraviolenti. Un giorno incappa in una trasmissione pirata denominata Videodrome e da quel momento la sua percezione della realtà diventa un crogiolo di inquietanti allucinazioni...


Sarà un bel casino parlare di Videodrome, perché anche se non è il film horror che preferisco (ma è nella top 5) è comunque il mio Cronenberg del cuore, e non vorrei scrivere delle banalità scaturite dall'ansia da prestazione. Credo di averlo guardato, doppiato e in v.o., in VHS, DVD e finalmente al cinema, almeno una dozzina di volte, e ad ogni visione mi sembra di fruire di un film sempre nuovo, zeppo di dettagli che avevo perso o dimenticato; allo stesso tempo, Videodrome mi fa l'effetto di una sanguinolenta, schifida ma confortevole coperta, che mi accoglie e repelle in un modo tutto particolare, lasciandomi comunque sempre a bocca aperta (come può testimoniare il mio sconosciuto vicino di poltrona, che immagino sia rimasto perplesso a vedermi lì, in silenzio, con gli occhi sgranati e il sorriso da ebete per quasi due ore). Questa sensazione di repulsione è comprensibile, perché non solo l'argomento trattato è "scomodo", ma sono gli stessi protagonisti che tendono ad allontanare lo spettatore. Prendiamo Max Renn, "graziato" dalla faccia ambigua e per nulla "aperta" di James Woods, antieroe dai tratti somatici particolarissimi, se mai ce n'è stato uno. Seguire l'ordalia di Max significa parteggiare per uomo senza scrupoli, spregiudicato sul lavoro al punto da solleticare i più bassi istinti degli spettatori della sua emittente televisiva, nonché pronto ad assecondare le voglie masochiste della sua amante; se già da subito non è facile empatizzare con Max, le cose peggiorano ulteriormente man mano che il film prosegue, perché l'uomo viene costretto a subire tutto ciò che gli accade dal momento in cui viene esposto a Videodrome, perdendo dapprima il controllo della realtà che lo circonda, per poi arrivare a smarrire persino la coscienza di sé, cancellata come un nastro dalla riprogrammazione di Convex prima e Bianca poi. Non essendo dotato della stoffa dell'eroe, probabilmente è più semplice vedere Max come l'uomo comune, imperfetto e persino antipatico, al quale potrebbe succedere di venire inghiottito da una tecnologia spietata, da un potere superiore che mira a depersonalizzare ancora di più l'essere umano e sfruttarlo per scopi imperscrutabili.


Nel 2022, purtroppo, la visione modernissima di Cronenberg si è realizzata. Videodrome non ci ha fatto crescere nuovi organi scambiati per tumori (o viceversa), tuttavia ciò che vediamo sugli schermi dei cellulari è diventata la nuova realtà, in grado di tenerci tutti connessi, come viene promesso ai senzatetto ospiti della Chiesa Catodica, e di cambiare letteralmente la nostra percezione della stessa, tanto che anche le verità assodate risultano incerte per chi non ha più nemmeno voglia di aprire un libro. I messaggi più efficaci (pensate ai partiti politici che hanno acquisito prestigio negli ultimi anni, che da una parte esaltano l'autodifesa armata ma dall'altra urlano all'orrore davanti a coppie dello stesso sesso...) sono quelli che parlano alla pancia delle persone e sollecitano quella naturale, perversa fascinazione nei confronti del "proibito" che abbiamo più o meno tutti, oppure quelli che tentano di negarla a tutti i costi; allo stesso modo, le due organizzazioni presenti in Videodrome arrivano a contendersi l'anima di Max e, per estensione, il dominio su un mondo da plasmare attraverso le mutazioni indotte dal tubo catodico. Sia Convex, col suo desiderio di cancellare le perversioni, che gli O' Blivion, che mirano a fare evolvere l'umanità in qualcosa di "nuovo", sono ugualmente deprecabili sia nei loro mezzi che negli intenti ed è questa loro natura prevaricante a mettere angoscia e a rendere le cifre stilistiche di Cronenberg ancora più efficaci e disgustose.


Grazie agli effetti speciali di Rick Baker, le visioni del regista si concretizzano con una lucidità incredibile, consegnando a generazioni di amanti dell'horror immagini cult come televisori e videocassette che non solo respirano, ma diventano soprattutto l'incarnazione voluttuosa e tangibile della fascinazione verso la violenza e il sesso, veicolati dall'unico modo per averli senza incorrere in punizioni, ovvero i video pirata. Le videocassette "senzienti" di Videodrome penetrano, letteralmente, chi non è capace di sottrarsi ai propri istinti come Max e Nicky, privandoli ironicamente di ciò che li rendeva peculiari e riducendoli a mere macchine, alla faccia della "nuova carne" decantata da O' Blivion e figlia, e tra un'allucinazione e l'altra è proprio la realtà stessa raccontata nel film ad assomigliare tristemente a un video d'annata, tanto che risulta difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Ad aumentare ancora di più la sensazione di straniamento, infatti, come se non bastasse la già citata ambiguità di James Woods (ma anche di Debbie Harry, talmente sensuale da risultare irreale), ci si mettono anche una fotografia la cui palette di marroni e grigi, intervallata da sprazzi di vivido rosso o dall'azzurrino del tubo catodico, trasmette l'idea di una società squallida e allo sbando anche senza l'intervento di Videodrome, e la colonna sonora di Howard Shore, la cui solennità quasi religiosa viene alterata dai suoni del sintetizzatore, che la rendono ancora più cupa ed inquietante. Basta, ho sproloquiato troppo e mi rendo conto di non avere né i mezzi né le competenze per rendere onore a Videodrome come vorrei, quindi datemi solo retta come si fa con gli scemi e correte a vedere il film al ToHorror. Se non lo avete mai guardato sarà un'esperienza devastante, se invece lo conoscete e lo amate come me sarà un bel modo di innamorarsi di nuovo! E, come sempre... Lunga vita alla nuova carne!
 

Del regista e sceneggiatore David Cronenberg ho già parlato QUI. James Woods (Max Renn) e Debbie Harry (Nicky Brand) li trovate invece ai rispettivi link.


Peter Dvorsky, che interpreta Harlan, avrebbe poi partecipato a un altro film diretto da Cronenberg, La zona morta, assieme a Leslie Carson (Barry Convex), che è comparso anche ne La mosca, sempre diretto da Cronenberg. Se Videodrome vi fosse piaciuto recuperate Il demone sotto la pelle, Rabid - Sete di sangue, Brood - La covata malefica eXistenZ e Crimes of the Future. ENJOY!

venerdì 1 novembre 2019

Il Bollodromo #72: ToHorror Film Fest - parte 3

La bellissima esperienza al ToHorror Film Fest 2019 si è conclusa sabato col mio film preferito del festival (tra quelli visti, ovvio) e quello che più mi ha lasciata perplessa, per usare un eufemismo. Per quest'anno è tutto, spero davvero di riuscire a partecipare al festival anche l'anno prossimo, ma nell'attesa vi lascio, dopo le due mini-recensioni, l'elenco dei vincitori dell'edizione 2019. ENJOY!


Why don't You Just Die! (Papa, sdokhni) di Kirill Sokolov

Durante la presentazione ho storto il naso, lo ammetto. Quando mi citano Tarantino e Oldboy tra le fonti di ispirazione sono solita portare la mano al petto onde sedare un principio di infarto causato da siffatte bestemmie. Stavolta, fortunatamente, mi sono dovuta ricredere, nella misura in cui l'opera prima del giovane Sokolof è una gustosissima commedia nera che non lesina sequenze da far digrignare i denti condite da abbondanti secchiate di coloratissimo sangue, il tutto accompagnato da una colonna sonora accattivante capace di risuonare nella testa dello spettatore per tutta la sera dopo la visione. Gli attori poi, sono semplicemente meravigliosi, di quelli in grado di risvegliare la fangirl che è in me per andare a reperire tutta la loro filmografia. Il protagonista Aleksandre Kuznetsov, con quella faccia da sconvolto alla Tom Yorke, perfetta per entrare di diritto nel cast di un film alla Guy Ritchie vecchia maniera, fa venire voglia di abbracciarlo da tanto è sfigato, ma viene spesso eclissato dal suo antagonista Vitaliy Khaev, un mix tra Bruce Willis, Dave Bautista e Dean Norris, talmente esilarante nel suo essere merda da meritare l'Oscar. E a proposito di Bruce Willis: Michael Gor, attore russo spesso utilizzato anche in produzioni occidentali (Il ponte delle spie, La morte può attendere e persino Come ti ammazzo il bodyguard) mi ha ricordato tantissimo il bruccino de La morte ti fa bella. L'unico neo è che questo film, che ha ottenuto la menzione d'onore della giuria dei lungometraggi, pare disperso nell'etere distributivo e anche nel web non c'è possibilità di reperirlo, per il resto... cosa può chiedere di più una fanciulla?


Perfect di Eddie Alcazar

Beh può chiedere, per esempio, di non vedere mai più, e sottolineo MAI più questa camurrìa prodotta da Soderbergh in un evidente e fortissimo "momento droga". Perfect reca seco una divertente storia di ordinario rincoglionimento. Ero convinta cominciasse alle 22 e con Mirco ci siamo presentati al cinema alle 2145, solo per scoprire che la proiezione era prevista per le 21. FORTUNATAMENTE è stato tutto un po' ritardato e il film di chiusura del festival è cominciato alle 2120, minuto più, minuto meno, cosa che ci ha spinti a entrare comunque in sala, anche perché ormai avevamo già il biglietto. Non l'avessimo mai fatto. A film cominciato, ci si è parata innanzi una storia incomprensibile, un delirio di immagini visivamente splendide, sproloqui tra il biblico e il naturalistico e una colonna sonora obiettivamente molto evocativa, in cui l'unica cosa che si poteva capire era che il protagonista vuole diventare perfetto ricostruendosi mattoncino dopo mattoncino, il tutto all'interno di una clinica il cui obiettivo è far evolvere le persone e liberarle dal marcio. Forse. Ovviamente, Eddie Alcazar è uno di quei sceneggiatori e registi ai quali piace dimostrare di essere fighi realizzando lunghissimi, tediosi videoclip di fattura pregevolissima che ambiscono a toccare i massimi temi filosofici quando in realtà non dicono nulla, e lo dimostra il fatto che, in definitiva, Perfect è Il tagliaerbe per cinèfili dell'internet. Pur consapevoli di questo, colmi di vergogna per aver perso 20 minuti di questo mattone attaccato alle palle, abbiamo comunque aspettato all'esterno i nostri ben più accorti compagni di sventura (tra i quali figura Marco. Oh hi, Marco!) per chiedere lumi e l'unanime risposta è stata: "succede così e cosà. No, non ci si capiva un ca**o comunque". A postissimo! What a Story, Eddie!


E ora vai con l'elenco dei vincitori:

Premio del pubblico della giuria per il migliore lungometraggio a The Odd Family: Zombie on Sale di Lee Min-jae (2019).

Premio del pubblico per il migliore lungometraggio a The Invisible Mother di Jacob Gillman e Matt Diebler (USA 2018).

Premio della giuria per il migliore cortometraggio allo spagnolo El Cuento di Lucas Paulino e Angel Torres (2019). Menzione speciale al canadese Re: Possessed Homes (2018) di Matthew Evans Landry che vince anche il premio del pubblico.

Premio della giuria per la migliore animazione al francese Cadavre Exquis di Stéphanie Lansaque & François Leroy (2018). Menzione speciale all’italiano Bavure di Donato Sansone (2018). Premio del pubblico al tedesco Fuse di Shadi Adib (2018).

Premio speciale Anna Mondelli alla miglior opera prima a Tous les dieux du ciel di Quarxx.

Premio speciale Antonio Margheriti alla inventiva artigianale a The Invisible Mother.

Premio per i migliori effetti speciali all’australiano The Furies di Tony D’Aquino (2019).

mercoledì 30 ottobre 2019

Il Bollodromo #71: ToHorror Film Fest - parte 2

Seconda delle mie tre giornate al festival. Come potete immaginare, ho ridotto i film a massimo due al giorno per non uccidere il povero Bolluomo impreparato ai festival e non amante del genere horror e stavolta gli è andata bene. Si è evitato così un film anche troppo ridicolo ma perlomeno si è goduto il vincitore del festival, The Odd Family: Zombie on Sale. ENJOY!


Kuwaresma - The Entity (Kuwaresma) di Erik Matti

Dalle Filippine, un horror che parte non bene, benissimo. Fantasmi, demoni dall'aspetto esotico e molto particolare, spaventi veri, una violenza tale da far accapponare la pelle e un villain di rara cattiveria mi avevano convinta di avere davanti sì un pastiche di generi (c'è tutto: thriller psicologico, horror demoniaco, horror a base di case infestate, torture porn, ghost story, ecc.) ma comunque scritto e diretto da qualcuno in grado di tenere saldamente le redini del discorso. Poi arriva lo Shyamalan twist da facepalm, al quale sono seguiti uno dei peggiori esorcismi di sempre e il declassamento del demone da cazzutissima entità dall'aspetto peculiare a... boh, Luca Giurato? La critica sociale delle Filippine porta in dote all'occidente demoni perculanti e misogini, che si riducono a sputare noccioli di arancia in testa ad ignare persone, mentre altri personaggi si profondono nell'imitazione di Francesco Paolantoni quando, nei panni di Robertino, urlava "Luisaaaa!!!". Insomma, poteva andare meglio.


The Odd Family: Zombie on Sale di Lee Min-jae

L'ideale cuginetto orientale di Shaun of the Dead, meno originale di One Cut of the Dead ma comunque delizioso a vedersi, non a caso ha vinto il premio della giuria per il miglior lungometraggio. Merito innanzitutto della simpatia dei protagonisti, una famiglia che più disfunzionale non si può, a un passo dalla bancarotta e costretta a ricorrere a truffe della peggior specie onde racimolare denaro... che, un giorno, si imbatte in un ragazzo zombie, fuggito dai laboratori di una non meglio specificata industria farmaceutica dalla dubbia fama. Dire di più sulla trama sarebbe un delitto, perché il bello del film è scoprire come si abbatterà sull'intera Corea l'inevitabile piaga zombie e come il regista si impegnerà ad omaggiare vari generi, non solo l'horror, la commedia e i grandi modelli del genere (i momenti di "zombie-dance" non fanno rimpiangere le sequenze storiche di Shaun of the Dead in cui i morti viventi ballavano sulle note di Don't Stop Me Now) ma anche i k-drama, parodiati per buona parte della pellicola. Io vi avviso, a un certo punto mi sono persino commossa e ho seriamente temuto per gli adorabili membri della famiglia Park, quindi per me l'operazione è più che riuscita. Speriamo esca presto in Italia ma, nel caso, non vorrei sbagliare dicendo che chi cerca può già cominciare a trovare qualcosa.


martedì 29 ottobre 2019

Il Bollodromo #70: ToHorror Film Fest - parte 1

Anche quest'anno sono riuscita a salire un paio di giorni a Torino per partecipare al ToHorror Film Fest, che quest'anno aveva per tema "Strana medicina e la scienza nel segno del fantastico e del mistero". Purtroppo, siccome non potevo prendere troppe ferie, ho perso l'anteprima di un film che avrei visto assai volentieri, It Comes di Tetsuya Nakashima, e anche The Night Shifter di Dennison Ramahlo, ma nel complesso non mi posso lamentare, tra documentari attesissimi e sorprese inaspettate. Rimanete con me per la tripletta di post a tema e... ENJOY!


Fulci for Fake di Simone Scafidi

Presentato alla mostra del cinema di Venezia di quest'anno, aspettavo di vederlo da quando l'ho sentito nominare e non ne sono rimasta affatto delusa. Il mio amore per Fulci è un sentimento tardivo, fatto di prese in giro prima e teste cosparse di cenere poi, concretizzato in quei pochi film seminali, come L'aldilà, che lo hanno consacrato a cult oltreoceano. Quello di Simone Scarfidi è invece un amore sincero, nato quando "nessuno conosceva Fulci" e il risultato di questo sentimento puro è un documentario che dà a Fulci quel che è di Fulci, riconoscendo pregi e difetti del Maestro, un film nel film che inscena le ricerche di un attore al quale è stato chiesto di interpretare il defunto regista, e che per entrare meglio nel personaggio va ad intervistare chi lo ha conosciuto o studiato. Abbiamo dunque il punto di vista asciutto e professionale di Davide Pulici di Nocturno ma anche quello commosso (e commovente) della figlia Camilla, segnata da un destino sfortunato, e quelli tra il tecnico e l'aneddotico di Fabio Frizzi (ovviamente, nel sentire parlare delle melodie de L'aldilà a me è sceso un brivido), del direttore della fotografia Sergio Salvati, dell'attore Paolo Malco e di tanti altri che hanno avuto la fortuna di lavorare con Fulci o di conoscerlo. Ne esce un ritratto a tutto tondo, soddisfacente, che sfata alcuni miti e ne conferma altri. In definitiva, un'opera interessantissima, che dovrebbe uscire al cinema, chissà però dove, proprio il giorno di Halloween.


Tous les dieux du ciel di Quarxx

Vincitore del premio Anna Mondelli per la miglior opera prima. Tous les dieux du ciel è uno di quei rarissimi film in cui per buona parte della durata persino lo spettatore più scafato non capisce dove andrà a parare la storia, il che è splendido. Alla base della trama c'è il rapporto tra un uomo con problemi psichiatrici, che da anni attende l'arrivo di "qualcosa", e la sorella, sfigurata e costretta in un letto a causa di un vecchio incidente (interpretata tra l'altro dall'attrice e modella Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica); tra i due vige un rapporto di interdipendenza che ovviamente non è quello che sembra di primo acchito e che si mostra in tutto il suo doloroso orrore mano a mano che il film prosegue, così come si svelano man mano i vari personaggi, sia i principali che i secondari, molto difficili da etichettare come "positivi" o "negativi". Bellissimo a livello di regia e colonna sonora, con tocchi di weird spiazzanti e attori bravissimi che non si sottraggono ad interpretazioni anche grottesche, in tutta onestà lo avrei apprezzato di più se fosse finito venti minuti prima, ignorando l'epilogo ambientato in un convento che, dal mio punto di vista, appesantisce di molto la narrazione e offre una "spiegazione" non richiesta allo spettatore. Detto questo, ce ne fossero di film così "imperfetti". Bravo Quarxx, al secolo Alexandre Claudin, e buon meritato riposo dopo le fatiche festivaliere!


venerdì 25 ottobre 2019

The Furies (2019)

In concorso al ToHorror Film Fest c'è anche The Furies, diretto e sceneggiato dal regista Tony D'Aquino.


Trama: dopo aver litigato, due ragazze vengono rapite e separate. Una di loro si risveglia all'interno di un bosco isolato, popolato da altre donne e da energumeni mascherati che tentano di ucciderle, e non sarà facile per lei ricongiungersi all'amica...


Fatemi riprendere un incipit già usato per Killing Ground. Ah, l'Australia. Terra di sterminate distese selvagge, di boschi che non sono tali ma un mero agglomerato di alberi sparsi e scheletrici disseminati su terra rossastra e brulla, zeppa di tane per ragni; di posti dimenticati da Dio, abbandonati e cadenti, retaggio di un periodo in cui la bella Australia era una colonia penale, di orrore trucido che non va molto per il sottile quando si tratta di far scorrere del sangue perché tanto, all'interno del bush, nessuno può sentirti urlare. The Furies unisce tutte queste "belle" caratteristiche e le propone allo spettatore con la sfacciataggine di un esordiente nemmeno tanto giovane, tal Tony D'Aquino, il quale ha scritto e diretto un horror che più lineare e privo di messaggi sottesi non si può, per il solo gusto di inorridire il pubblico e fargli passare un'ora e mezza in tensione e disgusto. Poco di nuovo sotto il sole australiano, in effetti: ci sono donne cacciate da bruti mascherati in guisa di un Leatherface col gusto per gli animaletti e armati di oggetti mortali, povere fanciulle costrette a sopravvivere a un gioco mortale le cui regole sono tutte da scoprire e rendono, neanche a dirlo, il tutto ancora più crudele oltre che interessante. Protagonista di tutta la faccenda è Kayla, che di difetti, poverella, ne ha più di uno, l'epilessia in primis, e che nel corso del film sarà costretta a spogliarsi di ogni debolezza, di ogni remora morale e di ogni oncia di pelo sullo stomaco per sopravvivere alla mattanza.


Parliamo, per l'appunto, di pelo sullo stomaco. The Furies ha delle immagini bellissime, una regia che sfrutta al meglio lo spazio e la luce del brullo paesaggio australiano e che si concede persino qualche tocco di lirismo (sfruttando, per esempio, gli occhi bellissimi di Airlie Dodds, peraltro funzionali al racconto), una fotografia che costringe lo spettatore a non perdersi neppure un dettaglio... ma ha anche delle sequenze che fanno spesso venire voglia di girarsi dall'altra parte e fischiettare non solo per il modo in cui i bruti infieriscono sulle povere fanciulle ma anche per altre cosette poco carine mostrate qui e là, e Dio benedica sempre Fulci per quell'occhio in pasta di mandorle perché quelli di The Furies sono anche troppo realistici. Validissime anche le attrici, in particolare un paio. La protagonista Airlie Dodds, col phisique du rol della final girl, non esita a sporcarsi di sangue e terra e a fare cose innominabili in nome dell'amicizia e della sopravvivenza ma per me la palma della migliore va a Linda Ngo, infantile e pazza pazza pazza. Vedere per credere. Nel suo ottimo articolo (al quale vi rimando se volete la possibilità di fruire al meglio di The Furies) Lucia auspica giustamente un sequel per il film, anche perché di carne al fuoco ce ne sarebbe ancora molta, e mi unisco alla prece, se possibile: "Sant'Antonio d'Aquino", pensaci tu.

Tony D'Aquino è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio dopo aver diretto un episodio della serie Two Twisted e qualche corto. Australiano, anche attore e produttore, ha 46 anni.


Airlie Dodds, che interpreta Kayla, era già comparsa nel validissimo Killing Ground, che vi consiglierei di recuperare, già che ci siete. ENJOY!

venerdì 19 ottobre 2018

Laissez bronzer les cadavres (2017)

Tra i film presentati in anteprima al ToHorror Film Fest c'era Laissez Bronzer Les Cadavres, diretto e sceneggiato nel 2017 dai registi Hélène Cattet e Bruno Forzani e tratto dal romanzo omonimo di Jean Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid.


Trama: in cerca di un rifugio dopo una rapina, un gruppo di malviventi finisce nel luogo di villeggiatura di uno scrittore e della sua musa. Tra doppiogiochisti assortiti, arrivi inaspettati e poliziotti, la faccenda butterà malissimo...


Può un film essere visivamente stupendo ma totalmente insulso a livello di trama, al punto da non riuscire a coinvolgere ed interessare lo spettatore nemmeno per sbaglio? Hai voglia, Laissez Bronzer les Cadavres è un ottimo esempio di questo paradosso, tanto che la visione è risultata tra le più pesanti da me affrontate quest'anno. La cosa è assai strana perché a me, di base, le storie di rapine andate male ed assedi, popolate da criminali brutti, sporchi e cattivi piacciono tantissimo, eppure in questo caso non mi sono entusiasmata, forse perché i personaggi non vengono approfonditi nemmeno per sbaglio e sono poco più di figurine in movimento su uno sfondo bellissimo, tutte destinate a morire più o meno male. La morte incombe infatti su ognuno dei protagonisti come una figura misteriosa e affascinante, una sensuale donna senza volto che popola le visioni dalle quali è inframmezzato il film (o, almeno, questo è quello che mi è sembrato di capire, magari sbagliando), visioni di sesso violento, sangue, torture... e golden shower. Letteralmente. La percezione di come la Cattet e Forzani abbiano scelto di approfondire maggiormente l'aspetto estetico del film sacrificando appunto la disperazione e lo squallore dei criminali rappresentati o la loro amara, violenta ironia, mi ha subito reso inviso Laissez Bronzer les Cadavres, un'ora e mezza di "stallo" privo del ritmo e dell'angoscia di Free Fire, girato anch'esso in un ambiente chiuso e con pochissimi personaggi ma molto più esaltante e violento. Nel film di Ben Wheatley non c'era un attimo di tregua, le situazioni cambiavano di continuo e si arrivava a provare sulla propria pelle il terrore di beccarsi una pallottola in fronte, qui sembra di guardare delle statue realistiche che vanno in pezzi, tra un breve dialogo e l'altro, sensazione accentuata dal tripudio di arte e colori che è la cifra stilistica di regia, fotografia e montaggio di Laissez Bronzer Les Cadavres.


Già la scena iniziale racchiude in sé tutto ciò che sarà il film, con quella tela imbrattata di colori e buchi di pallottola, le riprese ravvicinatissime di occhi e labbra, i suoni enfatizzati. Ogni inquadratura di Laissez Bronzer les Cadavres è una tela, un'opera d'arte, una ricerca di soluzioni visive atte a stupire lo spettatore mettendogli davanti una serie infinita di quadri semoventi con la scusa di seguire un mero canovaccio che potrebbe anche non esserci. Più del gusto del sangue, benché le sequenze "ardite" non manchino, conta più il gusto della bellezza e del colore in ogni sua forma o la particolarità della messa in scena. Un esempio su tutti, la colonna sonora fatta sentire al contrario nel momento in cui il tempo torna indietro diventando un misto tra flashback e visioni, le formiche a simboleggiare i personaggi che brulicano disperati all'interno dei loro nascondigli, il passaggio da strisce di sangue a strisce di oro liquido senza soluzione di continuità, coi corpi (i cadaveri) che rimangono lì indolenti, a farsi toccare, dipingere, ferire e distruggere come se i registi avessero per le mani dei manichini o dei pezzi di argilla. Anche solo per la bellezza dei colori e delle location o per l'accostamento tra eros e thanatos, presente in altre opere dei due registi peraltro, non posso dire che Laissez Bronzer les Cadavres sia un film brutto ma purtroppo non è proprio il mio genere di pellicola. Per carità, a ripensarci anche The Neon Demon era al 90% estetica eppure qualcosa all'interno della trama mi aveva toccata e ipnotizzata, invece Laissez Bronzer les Cadavres non mi ha lasciato altro che il vuoto cosmico dentro. Che a qualcuno, per carità, potrà anche piacere ma, ribadisco, non è il mio genere.


Hélène Cattet e Bruno Forzani sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Marito e moglie, entrambi francesi, hanno diretto film come Amer, Lacrime di sangue e l'episodio O is for Orgasm di The ABCs of Death. Anche produttori, hanno entrambi 42 anni.


Se Laissez Bronzer les Cadavres vi fosse piaciuto consiglierei di recuperare il più prosaico ma soddisfacente Free Fire. ENJOY!

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