Pagine

venerdì 31 marzo 2023

Children of the Corn (2020)

E' uscito su Shudder un nuovo episodio dell'ormai infinita saga nata dal racconto omonimo di Stephen King, Children of the Corn, diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Kurt Wimmer, vuoi non guardarlo?


Trama: dopo la morte dei suoi compagni di orfanotrofio, una ragazzina viene "plagiata" da Colui che Cammina tra i Filari e comincia a vendicarsi di tutti gli adulti...


Personalmente, non sono una di quelle che vive nel culto de I figli del grano. Ho apprezzato tantissimo il racconto di King, inquietante a più livelli, crudele e ben scritto, mentre Grano rosso sangue, il primo adattamento dello stesso, mi ha lasciata abbastanza indifferente e, avendo visto alcuni dei ben nove film a seguire, posso dire che non ce n'è uno che mi abbia entusiasmata (anzi, uno ero persino finita a vederlo al cinema a causa di un titolo improprio come Gli adoratori del male, cosa che mi aveva portata ad esclamare dopo 10 minuti "Ma vaffanc*lo, questo è un altro Children of the Corn!!". Ah, i bei tempi in cui non c'era internet a metterci in guardia da tutto!). Ciò nonostante, l'idea di un remake/prequel in qualche modo mi intrigava, e mi ispirava parecchio la presenza di una fanciulletta paffutella ma dallo sguardo omicida al posto dello storico Isaac, quindi ho deciso di dare una chance a questa versione della storia. Che dire, se non MEH. Children of the Corn (realizzato nel 2020 ma distribuito solo ora, il che di solito è già un ottimo campanello d'allarme) è la sagra delle occasioni sprecate e della CGI orripilante, ed è un peccato perché l'incipit iniziale non è per nulla malvagio e "profuma" di Greta Thunberg e lotta all'inquinamento e alla stupidità degli adulti; gli abitanti della cittadina in cui si ambienta il film sono degli idioti da primato, incapaci non solo di salvare ciò che dà loro da mangiare ed alimenta l'economia locale, incappando in un errore dopo l'altro e dimostrandosi pigri e svogliati, ma sono proprio noncuranti quando si tratta di vite umane da salvaguardare, come dimostra lo scioccante inizio. Non serve una divinità oscura del grano per far saltare la mosca al naso ai ragazzini della cittadina, però aiuta, ed aiuta soprattutto l'idea (ahimé non sviluppata a sufficienza per renderne il peso) che forse Colui che Cammina tra i Filari non sia nato malvagio, ma sia stato corrotto dall'inopportuna gestione di campi di grano lasciati in pasto ad incuria, malattie ed avidità, che lo hanno spinto a sua volta ad irretire innocenti come Eden, la ragazzina che ha "preso il posto" di Isaac e che diventa portavoce della divinità e braccio della sua giusta vendetta. Riluttante antagonista di Eden è Bo, studentessa di biologia pronta ad andare a Boston e convinta che il mondo si possa cambiare con la razionalità e lo studio. La presenza di quest'ultima, in un film un po' meno rozzo, avrebbe dato vita ad un interessante dibattito tra estremismo (da entrambe le parti, ché la riunione iniziale degli adulti ricorda tantissimo un comizio trumpiano di redneck) e posizioni più equilibrate relativamente a natura, tradizioni e futuro, ma Kurt Wimmer non è particolarmente raffinato, quindi tutto rimane in superficie, lasciato lì a marcire come il grano.


Fa piangere comunque il cuore che, nonostante la mancanza di raffinatezza, Wimmer sia riuscito lo stesso a lesinare sul gore e, soprattutto, sul senso di inquietudine. Children of the Corn gioca allo scoperto fin dall'inizio ed elimina gli adulti dalla scacchiera con una facilità estrema, tra l'altro al 90% o fuori dall'inquadratura oppure con metodi di sicuro terrificanti per chi li subisce ma ben poco soddisfacenti per lo spettatore, e quel paio di scene dove il sangue scorre sembrano un contentino messo lì tanto per. Anche a livello di atmosfera, però, siamo messi male. Persino i campi di grano, che a me sono parsi quasi interamente realizzati in CGI, non mettono la solita ansia se i bambini ci si nascondono poco e preferiscono essere teatrali fin dall'inizio, se poi aggiungiamo anche un'orripilante divinità la cui resa è leggermente migliore (ma nemmeno tanto) degli squali di Sharknado, abbiamo fatto filotto. L'unico highlight del film è Kate Moyer, all'epoca dodicenne, una perfetta, piccola scheggia di follia dotata di un tale disprezzo per l'umanità che è quasi impossibile non fare il tifo per lei, anche perché il resto del cast, salvo Elena Kampouris, a suo agio nel ruolo della final girl col cervello (per quanto, poverina, un po' inutile vista la micidiale combo ragazzina demoniaca/adulti imbecilli contro la quale non potrebbe nulla nemmeno Sherlock Holmes), oscilla tra l'imbarazzante e il dimenticabile e gli stessi, anonimi children non fungono da buona spalla per la giovane villain. Insomma, qualcosa non ha funzionato in questo Children of the Corn, vuoi per la sceneggiatura poco coraggiosa e "pigra", vuoi per la regia non particolarmente ispirata e per gli effetti speciali insipidi, vuoi per il cast poco memorabile. Dubito che ciò sarà un buon motivo per sotterrare definitivamente la saga, che si ripropone come la peperonata ogni cinque/sei anni, ma se fosse mio potere decidere, chiederei che la finiscano qui. 


Di Callan Mulvey, che interpreta Robert Williams, ho già parlato QUI mentre Bruce Spence, che interpreta il Pastore Penney, lo trovate QUA.

Kurt Wimmer è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Equilibrium e Ultraviolet. Anche produttore e attore, ha 59 anni.


Se volete immergervi nella saga che ha anticipato Children of the Corn, potete recuperare Grano rosso sangue, Grano rosso sangue II: Sacrificio finale, Grano rosso sangue III: Urban Harvest, Inferno a Grand Island, Gli adoratori del male, Children of the Corn 666 - Il ritorno di Isaac (questi ultimi tre si possono noleggiare su Prime Video), Children of the Corn: Revelation, Children of the Corn: Genesis e Children of the Corn: Runaway; oltre a questi, esiste anche un film TV del 2009 intitolato Campi insanguinati, giunto anche sui canali satellitari italiani. ENJOY!

mercoledì 29 marzo 2023

Luther: Verso l'inferno (2023)

Mi campeggia il faccione gnoccolone di Idris Elba sulla home page di Netflix col thriller Luther: Verso l'inferno (Luther: The Fallen Sun), diretto dal regista Jamie Payne, posso forse non guardarlo?


Trama: il detective Luther è costretto ad evadere dal carcere per fermare un serial killer che si serve del web per ricattare e uccidere le sue vittime...


Più invecchio più mi rendo conto di essere come John Snow e di non sapere nulla. Ad esempio, scopro solo ora che il film Luther: Verso l'inferno è il sequel diretto della serie Luther, durata cinque mini-stagioni e avente per protagonista sempre quel gran figo di Idris Elba. Avendolo scoperto il giorno dopo avere visto il film, non sono nemmeno andata in panico, per carità: sono la dimostrazione vivente che Luther: Verso l'inferno è perfettamente fruibile anche se non avete visto la serie creata dallo sceneggiatore Neil Cross, e al limite vi chiederete come mai il personaggio titolare, pur essendo un detective pluridecorato, è stato sbattuto in carcere per crimini che non vengono mai davvero chiariti ma solo accettati con un'alzata di spalle da gente che, ovviamente, ne sa ben più di me. Ciò detto, Luther: Verso l'inferno mi è piaciuto abbastanza e sarei interessata al recupero della serie, che potrebbe essere anche pane per il Bolluomo, ma poiché in Italia si trova solo su TimVision 'sti cazzi, ne farò a meno. La trama, comunque, racconta di questo infallibile detective che viene incarcerato proprio quando un serial killer sta cominciando a mietere vittime sfruttando il web e la doppia vita segreta (spesso vergognosa) che alcune persone hanno su internet; legato da una promessa fatta alla madre di una delle vittime, Luther decide di evadere dal carcere e di catturare il killer da solo senza tuttavia mettere i bastoni tra le ruote alla polizia, e l'aspetto assai interessante della pellicola è proprio questo moltiplicarsi della "caccia", con Luther che cerca il killer, il killer che cerca di re-incastrare Luther e la polizia che indaga per catturare entrambi, lasciando però che Luther tolga loro qualche castagna dal fuoco. Altro aspetto molto intrigante del film è la natura inquietante e dark del serial killer in questione, un mostro spietato capace di arrivare a chiunque senza farsi troppi scrupoli, sfruttando i piccoli/grandi segreti delle persone fino a spingerle al suicidio per timore di venire scoperti da famiglia, amici e colleghi, cosa che lo rende piuttosto tentacolare e offre al regista l'occasione di imbastire parecchie scene spettacolari e ad effetto (anche se forse l'atto finale è un po' tirato per i capelli).


A tal proposito, per essere un "film TV" (passatemi il termine), Luther: Verso l'inferno ha tutte le caratteristiche di un film pensato per la sala, o di una grande produzione Netflix. Nonostante l'aria piatta e patinata che accomuna, per quanto riguarda la fotografia, buona parte dei film nati in seno alla piattaforma, Jamie Payne non ha affatto una brutta mano e confeziona un paio di sequenze al cardiopalma, molto ben dirette, in particolare quella della rissa in carcere, quella ambientata a Piccadilly Circus e tutte quelle che vedono Andy Serkis scivolare alle spalle delle persone con intenzioni terrificanti. Anzi, diciamo che Andy Serkis è la cosa migliore di Luther: Verso l'inferno. Penalizzato, in parecchie scene, da una parrucchetta inguardabile, Serkis riesce a risultare comunque inquietantissimo in ogni singolo fotogramma e si annulla all'interno di un personaggio repellente che non sfigurerebbe in un horror, sia per lo sguardo che per il lavoro, sempre egregio, sulla voce (io ho sempre detto che quest'uomo è uno dei migliori attori in circolazione ma nessuno mi dà retta). In presenza di Serkis persino Idris Elba scompare, mentre per tutto il resto del film il protagonista fa la sua porchissima figura (pun intended. Mi basta vederlo in maniche di camicia per avere pensieri "tinti"). Non avendo visto la serie, in realtà, in alcuni momenti sono rimasta leggermente perplessa dall'aria agitata e folle del detective e mi sono chiesta se Elba non stesse caricando un po' troppo il personaggio, ma immagino che se avessi guardato Luther non mi sarei posta nemmeno la domanda, quindi lascio la questione in sospeso e apprezzo con gratitudine 'sto pezzo di Marcantonio che, per quanto mi riguarda, sarebbe un perfetto James Bond. Io ve la butto lì. Quindi sì, consiglio senza remore la visione di Luther: Verso l'inferno. Come sempre quando si ha a che fare con gli originali Netflix, non è un capolavoro né un film particolarmente memorabile, ma è una pellicola godibilissima per il divertimento di una sera e, soprattutto, è perfetta anche per chi non conosce la serie. 


Di Idris Elba (John Luther), Cynthia Erivo (Odette Raine) e Andy Serkis (David Robey) ho parlato ai rispettivi link.

Jamie Payne è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto episodi di serie come Doctor Who, L'alienista e Luther. Anche produttore e montatore, ha 55 anni.


Dermot Crowley interpreta Martin Schenk. Irlandese, ha partecipato a film come Il ritorno dello Jedi, Octopussy - Operazione piovra, Il figlio della pantera rosa, La migliore offerta, Morto Stalin se ne fa un altro, Il prodigio e a serie quali Luther. Anche produttore, ha 76 anni. 


Se vi fosse piaciuto Luther: Verso l'inferno recuperate la serie Luther, che vanta ben tre remake, uno francese, uno coreano e uno indiano. ENJOY!

martedì 28 marzo 2023

Soft & Quiet (2022)

Finita la febbre da Oscar ho cercato di rimettermi un po' in pari con le uscite horror, cominciando con questo Soft & Quiet, diretto e sceneggiato nel 2022 dalla regista Beth de Araújo.


Trama: Emily, maestra di scuola elementare, si incontra dopo il lavoro con alcune donne e, una volta finita la riunione, la serata prende una piega inquietante...


Siccome Soft & Quiet è una pellicola che non è né delicata né tantomeno tranquilla, mi piacerebbe parlarne senza fare troppi spoiler, il che mi porterà inevitabilmente a scrivere meno di quanto vorrei. Ci proviamo, dai. Beth de Araújo, al suo film di esordio, racconta la giornata "normale" (almeno nell'immediato inizio) di Emily, maestra elementare con un sogno di scrittrice nel cassetto, il cui cruccio più pressante è quello di non essere ancora riuscita ad avere figli, unico neo di una vita apparentemente perfetta. Dopo il lavoro, Emily si incontra con quelle che potremmo definire più conoscenti che amiche, ed imbastisce una sorta di riunione per parlare dei problemi quotidiani che si ritrovano ad affrontare donne americane, madri, cristiane, lavoratrici (se pensate sia una citazione, beh, non posso negarlo); lì c'è la prima scena che vi lascerà a bocca aperta e che ribalterà in dieci minuti il senso di tutto il film, spalancando una cloaca di banalissimo, quotidiano orrore. Mentirei, infatti, se dicessi che i discorsi uditi nel corso della riunione, con tutte le ovvie estremizzazioni, non siano MOLTO, pericolosamente vicini ad alcune conversazioni che mi è capitato di orecchiare in ufficio, cosa che rende la realtà dipinta dalla de Araújo ancora più agghiacciante, in quanto tremendamente plausibile, tremendamente soft & quiet, per l'appunto, data in pasto a poco a poco finché la gente non si abitua al suo gusto schifoso e arriva a ritenerla, se non sopportabile, perlomeno "normale". Questo è il motivo per cui ho ritenuto la prima parte del film molto più efficace della seconda, la quale, nonostante sviluppi con terrificante coerenza i temi imbastiti in precedenza, aggiungendo nuovi elementi alla personalità e al passato di Emily, scivola nel territorio del thriller becero che costringe lo spettatore a sentirsi male per l'orrore. Normalmente non è una cosa che disprezzo, mi conoscete, ma di questi tempi sono davvero troppo giù per reggerla, anche nonostante la grazia della regista, che si impegna a far sì che la macchina da presa non indugi mai su particolari troppo scabrosi (ma bastano urla, improperi e dialoghi ad annichilire lo spettatore).


A proposito di macchina da presa, Soft & Quiet è costruito per sembrare un unico piano sequenza girato in tempo reale (in realtà la regista ha dovuto girare l'interno film quattro volte), e l'occhio della cinepresa non abbandona mai Emily e chi le sta intorno, costringendo lo spettatore a fare altrettanto nell'attesa che succedano le peggio cose (con diversi gradi di paura e speranza, ovviamente, perché mentirei se dicessi che non avrei sperato nell'arrivo di un irreale orrore cosmico a divorare Emily e compagne dopo averle torturate a piacimento). Per essere il primo lungometraggio della de Araújo , Soft & Quiet mostra già un'autrice dalle idee chiare e dotata dell'invidiabile capacità di gestire con mano sicura un cast impegnato in ruoli e scene non facili, con risultati eccellenti. Tutte le attrici coinvolte, infatti, pur non essendo particolarmente famose offrono delle performance incredibili e, se è vero che l'attenzione dello spettatore viene inevitabilmente catturata da Stefanie Estes ed Olivia Luccardi (la mia "preferita" del mucchio, ma lei mi è sempre piaciuta, anche quando faceva Channel Zero), protagoniste delle scene più "forti", bisogna dire che Dana Millican Eleanore Pienta rappresentano le "pennellate" necessarie per completare l'opera e rendere il quadro ancora più intenso e spaventevole. Soft & Quiet non è un film facile e potrebbe allontanare più di uno spettatore, ma il mio consiglio è quello di dargli una chance, perché certi argomenti pericolosamente attuali e sempre più diffusi andrebbero affrontati, non evitati.

Beth de Araújo è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Americana, è al suo primo lungometraggio. 


Olivia Luccardi interpreta Leslie. Americana, ha partecipato a film come It Follows, Candy Land e a serie quali Channel Zero. Anche produttrice, ha 34 anni. 



venerdì 24 marzo 2023

Un fantasma in casa (2023)

Passata la febbre da Oscar, ho deciso di recuperare un paio di film interessanti che avevo lasciato indietro, a cominciare da Un fantasma in casa (We Have a Ghost), diretto e sceneggiato dal regista Christopher Landon a partire dal racconto Ernest di Geoff Manaugh (che potete leggere QUI).


Trama: Kevin e la sua problematica famiglia si trasferiscono in una vecchia casa a buon mercato, tale proprio perché abitata da un fantasma di nome Ernest. Kevin si prende a cuore il fantasma e cerca di scoprire cosa gli sia successo, ma suo padre cerca il successo facile su internet...


Siccome da un paio di settimane, per vari motivi, ci mette male andare al cinema nel weekend e in settimana è sempre un casino, sabato ho proposto al Bolluomo la visione casalinga (pun intended) di Un fantasma in casa. Il mio primo motivo di interesse, ma a lui non ditelo, era ovviamente la presenza di quel gran figo (pure col riporto) di David Harbour, il secondo la regia di quel Christopher Landon che adoro dai tempi di Tanti auguri per la tua morte e che finora non mi aveva mai delusa. Quest'ultima frase vi dovrebbe far capire che un po' di delusione, invece, c'è stata guardando Un fantasma in casa, ma non so se la colpa sia da imputarsi a Landon o all'amore di Netflix per l'elefantiasi, che ha preso un racconto breve dai concetti spaventosamente chiari, commovente dolce pur nella sua brevità, e lo ha dilatato fino a raggiungere le due ore e passa di metraggio. Sono tante, infatti, le cose che avrebbero potuto essere eliminate dalla trama del film, e un po' più di coesione avrebbe reso la pellicola più asciutta, scorrevole e dinamica, anche perché la carne messa sul fuoco è sì decisamente troppa, ma era tranquillamente possibile raggrupparla in grandi insiemi, come si faceva negli anni '80-'90 nelle opere a cui Un fantasma in casa fa riferimento. Il fulcro della storia risiede nel rapporto che si viene a instaurare tra Kevin, ragazzotto con problemi familiari legati in primis a un padre eternamente bambino, incapace di trovare un punto fermo nella vita, e il fantasma muto Ernest, una creatura che non ricorda più nulla del suo passato ed è quindi insicura ed instabile quanto Kevin; i due si aiutano a vicenda, legandosi con un rapporto di sincera amicizia che va oltre le parole, mentre attorno a loro c'è chi vorrebbe solo sfruttare Ernest per soldi (papà Frank in primis) o per motivi legati ad una fantomatica "sicurezza nazionale", con tutto quello che ne consegue. Un fantasma in casa, in tal senso, è molto "Spielberghiano" nel tratteggiare una vicenda in cui l'elemento fantastico o sovrannaturale accoglie chi viene respinto da una realtà triste, diventando motivo di maturazione e crescita, senza ovviamente tralasciare momenti di pura avventura, tra rocambolesche fughe da polizia/esercito e momenti un po' più dark in cui la vita dei protagonisti rischia di venire messa seriamente in pericolo.


Ci sono sequenze, all'interno del film, tra l'esilarante e il geniale, che mi hanno ricordato moltissimo ciò a cui mi ha abituata Langdon (la critica ai social, con tutte le challenge nate dall'amore per Ernest, è una delle cose migliori di Un fantasma in casa, assieme a quel paio di momenti horror che avrei voluto un po' più consistenti) e il rapporto tra Ernest e Kevin è molto ben tratteggiato, così come è interessante la quest intrapresa dal ragazzo per rivelare il passato dell'amico fantasma, costellata da inseguimenti in macchina fantasiosi e molto inventivi dal punto di vista degli effetti speciali, ma personalmente ho trovato molto, troppo deboli un paio di altri elementi. In primis, il papà interpretato da Anthony Mackie è uno dei personaggi più odiosi (non che nel racconto breve fosse simpatico, anzi) e malscritti di sempre: capiamo che, per non ben specificati moti di orgoglio misti a dabbenaggine congenita, l'uomo ha mandato in bancarotta la famiglia per poi continuare a fare il gallo sulla monnezza (altro personaggio assolutamente malscritto è quello della madre di Kevin, più fantasma lei di Ernest), di conseguenza tutto l'amore e la simpatia che moglie e figlio maggiore provano nei suoi confronti non si spiegano e vorrei ben vedere che Kevin non lo elegga a monumento alla delusione, visto che non basta un discorsetto strappalacrime prima del finale per redimersi, almeno dal mio punto di vista. Altro elemento debolissimo è la scrittrice/agente della CIA/Ghostbuster interpretata da Tig Notaro, il cui arco narrativo prevede la scomparsa, nel giro di un paio di minuti, di tutto il risentimento e la volontà di rivalsa che l'hanno spinta per decenni a trovare ed imprigionare un fantasma (a questi punti, era meglio tenersi il ben poco carismatico capo della CIA a mo' di nemico quasi senza volto, piuttosto che sprecare tempo a tratteggiare un personaggio di nessuno spessore). Peccato, perché vista la presenza di un David Harbour che, senza dire una parola, riesce ad emanare un carisma e una dolcezza incredibili, ci sarebbe voluto davvero poco per confezionare un film malinconico e delicato in grado di colpire lo spettatore, ma tutte le lungaggini di cui è infarcito contribuiscono a renderlo dimenticabile, non certo graffiante come Freaky e i due Auguri per la tua morte. Io comunque non demordo e spero che Landon torni alle sue simpatiche contaminazioni horror, magari di nuovo con David Harbour ma senza Netflix tra le bolas!


Del regista e sceneggiatore Christopher Landon ho già parlato QUIDavid Harbour (Ernest), Anthony Mackie (Frank) e Tom Bower (Ernest Scheller) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jennifer Coolidge interpreta Judy Romano. Americana, la ricordo per film come Austin Powers - La spia che ci provava, American Pie, American Pie 2, Zoolander, Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi, Cambia la tua vita con un click e Una donna promettente, inoltre ha partecipato a serie quali Friends, La vita secondo Jim e Nip/Tuck; come doppiatrice ha lavorato in American Dad!. Anche sceneggiatrice, ha 62 anni. 


Jahi Di'Allo Winston, che interpreta Kevin, ha già partecipato a I morti non muoiono e Queen & Slim mentre Tig Notaro, che interpreta la dottoressa Leslie Monroe, era nel cast di Army of the Dead. Se Un fantasma in casa vi fosse piaciuto recuperate E.T. L'extraterrestre, Beetlejuice, Casper, Sospesi nel tempo e RIPD - Poliziotti dall'aldilà. ENJOY!


mercoledì 22 marzo 2023

Infinity Pool (2023)

Tra Oscar e altre priorità, riesco a scrivere solo ora di Infinity Pool, diretto e sceneggiato dal regista Brandon Cronenberg. Cercherò di non fare troppi spoiler, tranquilli! 


Trama: James, uno scrittore con all'attivo solo un romanzo poco conosciuto, è in vacanza con la ricca moglie in un resort di La Tolqa e lì fa la conoscenza di altri riccastri assieme ai quali, un giorno, viene coinvolto in un incidente stradale...


Sono passati due anni dall'uscita di Possessor e io, ancora, non ho recuperato Antiviral, cosa che rende la mia conoscenza di Cronenberg figlio in qualche modo incompleta. Da quel che ho visto, comunque, il mio quasi coetaneo Brandon non ha molto in simpatia i ricconi, anzi, diciamo che li odia proprio, assieme a tutto il carico di ipocrisia e sciocca vanità che si portano appresso, cosa che non rende facilissimo parteggiare per qualcuno, in questo Infinity Pool. L'ultima opera di Cronenberg Jr. racconta infatti l'odissea di James, wannabe scrittore con all'attivo solo un romanzo che avranno letto lui e il suo agente, il quale da anni si fa mantenere da una ricca figlia di papà. In vacanza nella nazione fittizia di La Tolqa, James e la moglie fanno amicizia con l'attrice Gabi e il marito architetto, assieme ai quali, una sera, investono un autoctono uccidendolo. Da qui in poi non è facile parlare di Infinity Pool senza fare spoiler ma vi basti sapere che La Tolqa è un paese così poco tollerante che, al confronto, l'Arabia Saudita è Las Vegas e che gli stranieri vengono condannati a morte se anche solo si soffiano il naso; (s)fortunatamente per questi ultimi, avendo i soldi c'è un ottimo metodo per scamparla, il che fa di La Tolqua una sorta di luna park per quegli stronzi abbienti il cui unico pregio è nuotare nei soldi (il disprezzo di Cronenberg nei confronti non solo di James, connotato come un apatico minchione, ma anche di Gabi e compagnia, è riassunto alla perfezione nell'allucinante sequenza finale in cui il gruppetto torna a casa con addosso abiti degni di un branco di scappati di casa, parlando come se niente fosse di argomenti futili e trivialissimi, dopo averla zappettata a James per tutto il film con tremila discorsi "maledetti" su sangue, emancipazione, elevazione dalla massa, coraggio, ecc. ecc.). La triste realtà dipinta da Cronenberg si basa, altrettanto tristemente, su un "male" trattato alla stregua dell'ultimo modello di cellulare, visto come status symbol temporaneo (o valvola di sfogo, fate voi) da parte di gente depersonalizzata per un motivo ben preciso, che è riuscita persino ad acquistare e volgere a proprio favore un folklore così terrificante che, in un altro film, avrebbe cambiato per sempre le vite di chi fosse sopravvissuto per parlarne. 


In tal senso, James è un non-protagonista per più di una ragione, è un belinone che nulla impara e nulla insegna allo spettatore, un essere fastidioso che fa venire voglia a più riprese di riempirlo di sberle, e in questo tanto di cappello ad Alexander Skarsgård per essersi accollato un ruolo tanto sgradevole. Non che quello di Mia Goth lo sia di meno, ma lei è una dea e la si adora alla follia anche (e soprattutto) quando si butta di testa nell'interpretazione di un personaggio irritante nei modi e nella voce, una di quelle donne che solo un mollusco vanesio come James riuscirebbe non solo a trovare affascinanti al punto da cascarci con tutte le scarpe, ma anche a convincersi che siano interessate a lui in virtù di chissà quale merito (povero geììììììììììììììììms). Più metaforico e, sì, anche più didascalico rispetto al film precedente, Infinity Pool non si fa mancare comunque angosciantissime e grottesche sequenze gore che in alcuni punti mi hanno portata a girarmi dall'altra parte, a parer mio assai più efficaci dei deliri allucinati e onirici innescati da una pianta psicotropa che, invece, mi sono sembrati dei meri mezzucci artistici per allungare il metraggio del film e privarlo, da un certo punto in poi, di un ritmo che avrebbe necessitato maggior coesione. Ciò detto, Brandon Cronenberg si riconferma un autore interessante e coerente come il padre, apparentemente deciso a proseguire la sua crociata contro i mali e la stupidità del capitalismo senza rinunciare a un che di "affettato" ed arty che ne smussa un po' la ferocia. Chissà se, anche lui, arriverà a 80 anni senza mai cambiare rotta pur riuscendo ad esplorare anche generi distanti dall'horror? Posso solo augurarglielo e augurarmi che questo Infinity Pool arrivi presto in Italia. 


Del regista e sceneggiatore Brandon Cronenberg ho già parlato QUIAlexander Skarsgård (James Foster), Mia Goth (Gabi Bauer) e Thomas Kretschmann (Detective Thresh) li trovate invece ai rispettivi link.
 


martedì 21 marzo 2023

Akira (1988)

Per festeggiare il suo 35simo anniversario, Akira (アキラ), diretto e sceneggiato nel 1988 dal regista Katsuhiro Otomo a partire dal suo stesso manga, è tornato al cinema e io l'ho guardato per la prima volta (non nella versione 4K su grande schermo ma su Netflix, ahimé).


Trama: nel 2019, dopo la terza guerra mondiale, Tokyo è diventata una metropoli dove spadroneggiano bande di motociclisti in un clima di povertà e violenza. Kaneda e Tetsuo, due sbandati amici fin dall'infanzia, hanno la sventura di incrociare i loro cammini con degli scienziati del governo e la leggendaria macchina di distruzione denominata Akira...


Comincerò il post facendo outing, ma promettete di non odiarmi, per favore. Nonostante conoscessi, di fama, Akira da almeno una ventina d'anni, non ho mai letto il manga di Katsuhiro Otomo finché non è uscita nel 2021 l'edizione spacchiusissima in 6 volumi edita da Planet Manga. Avendo sempre sentito parlare di Akira come di un capolavoro totale dei manga, mi sono ovviamente approcciata al materiale con tantissime aspettative, che si sono ahimé scontrate col mio scarso amore per la fantascienza e con preferenze più orientate verso gli shoujo, le opere horror o manga meno "filosofici" o "criptici", se vogliamo definire Akira tale. Ovviamente, non sono una profana e capisco benissimo la portata di un'opera grandiosa e complessa (sia a livello di trama che di disegni) come quella di Otomo, di cui non a caso ho riscontrato tantissime influenze all'interno dei fumetti USA che leggevo a inizio millennio, ed oggettivamente ne riconosco il valore, perché ognuna di quelle tavole è una piccola opera d'arte, eppure, lo stesso, non ha fatto breccia nel mio cuore: sono felicissima di averlo finalmente letto ma non è qualcosa che ritirerei fuori dallo scaffale a breve, ecco. Lo stesso vale per la versione anime, realizzata da Otomo quando la serializzazione del manga doveva ancora concludersi (pertanto diversa in alcuni punti chiave, più "asciutta" e priva di alcuni personaggi), un film che probabilmente avrei dovuto guardare negli anni '90 per trasformarlo in cult, non fosse che all'epoca le mie letture erano orientate su altro e non avevo neppure idea di fosse Katsuhiro Otomo. Ciò detto, anche dopo 35 anni e persino visto su uno schermo televisivo, Akira colpisce per la sua freschezza e le idee innovative, distanti anni luce dall'animazione occidentale di quegli anni, ed è una visione che ritengo necessaria, soprattutto se amate il genere. Se pensate che è stato realizzato negli anni '80, rimarrete stupiti dalla triste attualità di una società allo sbando, dove governicchi pesantemente militarizzati manipolano a loro insaputa presunti rivoluzionari per creare caos e mantenere il potere (rimettendoci la ghirba, ovviamente, per stupidi deliri di onnipotenza ed ignoranza), dove i giovani vengono impilati all'interno di scuole che sembrano pollai, dove non esiste futuro che non sia incerto, cupo e spaventoso, e dove persino i bambini sono costretti ad abbandonare la loro innocenza facendosi carico di responsabilità incomprensibili. Un'altra particolarità del film è che Akira, poverino, nonostante sia il titolare del film si vede sì e no per cinque minuti. Colpevole ma soprattutto vittima, fonte di ogni devastazione ma anche deus ex machina di qualcosa di nuovo e che "non può essere fermato", la sua valenza è quella di un totem ma l'attenzione di Otomo è concentrata principalmente sugli umanissimi Kaneda e Tetsuo, sulle emozioni che portano il primo a rimanere testardamente e spavaldamente attaccato alla vita mentre il secondo perde la strada e diventa un mostro, letteralmente inghiottito da invidia, desiderio di rivalsa e paura. 


Anche a livello di animazioni Akira non è invecchiato di un giorno e posso solo invidiare chi ha avuto la fortuna di andarlo a vedere al cinema in 4K. La sequenza iniziale della sfida tra la banda di Kaneda e quella dei clown, coi violenti scontri in sella a moto dal design ormai leggendario (quello della moto di Kaneda è uno spettacolo diventato un'icona inconfondibile) che lasciano dietro di loro le scie dei fari posteriori, mozza il fiato vista anche nel 2023 su uno schermo piccolo, e la quantità di sangue, violenza e dinamismo presenti in ogni singola scena ha dello sconvolgente. Personalmente, sono rimasta molto colpita dai molti momenti horror che costellano il film, dalle allucinazioni di un Tetsuo che arriva persino a credere di perdere gli intestini, passando per i "tenerissimi" mostri creati psichicamente dai bambini per fermarlo, senza dimenticare ovviamente un finale che avrebbe commosso non solo Cronenberg ma anche il Peter Jackson di Splatters - Gli schizzacervelli. Non si evince, guardando Akira, la sciatteria (a livello di character design ma anche di proporzioni di ciò che magari rimane sullo sfondo, personaggi inclusi) che caratterizza molta dell'animazione giapponese recente, che sacrifica la qualità a beneficio della quantità, e l'impressione generale che si ha guardandolo è quella di un prodotto molto curato, su cui è stata giustamente investita una discreta quantità di soldi per avvalersi delle migliori tecniche di animazione, tra le quali una pionieristica ma gradevolissima (perché non troppo invasiva) computer grafica. Altro punto di forza di Akira è la colonna sonora composta da Shōji Yamashiro e realizzata da Geinoh Yamashirogumi, che sembra quasi volere contrastare l'immagine futuristica e distopica di Neo Tokyo con dei ritmi tribali che si mescolano a melodie più tradizionali e quasi "religiose", raggiungendo un risultato allo stesso tempo evocativo ed inquietante, diverso da qualsiasi cosa abbia mai ascoltato guardando un anime. Quindi sì, hanno ragione quelli che considerano Akira un capolavoro, e il fatto che io preferisca altri generi ed altre opere non deve assolutamente privare di valore un'opera seminale come questa che, tra l'altro, mi sento di dovere ringraziare, perché se l'Occidente ha cominciato a venire invaso da manga e anime, il merito è in buona parte suo. 

Katsuhiro Otomo è il regista e sceneggiatore della pellicola. Giapponese, ha diretto film come World Apartment Horror, Memories, Steamboy ed episodi di serie quali Le bizzarre avventure di Jojo. Anche animatore e produttore, ha 69 anni. 


Nozomu Sasaki, la voce originale di Tetsuo, è diventato il doppiatore ufficiale di Yusuke Urameshi nel cartone Yu Yu Hakusho, mentre Mami Koyama, che interpreta Kei, è la voce di personaggi storici come la maghetta Minki Momo (in Italia, Benvenuta Gigi), Arale e la Lunch di Dragonball. Da anni si parla sia di una serie che di un live action basati su Akira, ma entrambi i progetti sembrano ancora lontani dal realizzarsi, anche se pare che Taika Waititi sia molto interessato, eventualmente, a dirigere il film. Nell'attesa, che credo sarà lunga, se Akira vi fosse piaciuto recuperate Ghost in the Shell e Nausicaa della Valle del Vento. ENJOY!

venerdì 17 marzo 2023

Bolle dall'Abisso: Scream VI (2023)

Mi ha fatto aspettare un po' ma martedì sono riuscita finalmente ad andare al cinema a vedere Scream VI, diretto dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett. Il post che segue sarà rigorosamente SENZA SPOILER e lo potete trovare anche sul blog Pellicole dall'Abisso


Trama: è passato un anno dagli eventi dell'ultimo Scream e Sam e Tara, assieme agli amici Mindy e Chad, si sono trasferiti a New York, gli ultimi tre per studiare, la prima per tenere d'occhio la sorella. Il tentativo di ricominciare una nuova vita viene interrotto dalla comparsa di un nuovo Ghostface...


Con lo Scream uscito l'anno scorso, i Radio Silence raccoglievano l'eredità di Wes Craven dando vita a un requel (definizione di Mindy) che fungesse da ponte col passato ma guardando al futuro. I temi erano gli stessi dei suoi quattro predecessori, aggiornati al gusto moderno, e la follia degli assassini era sempre, in qualche modo, legata all'horror e alle sue regole, in un continuo gioco metacinematografico di eventi "reali", film "fasulli" e la vaga, rassegnata consapevolezza dei personaggi di essere dei cliché da slasher, trattati come tali da un killer senza volto ma dalle grandi ambizioni. Con Scream VI i Radio Silence si staccano dal passato senza lasciarlo andare del tutto e cominciano a creare una propria mitologia, un proprio studio sui personaggi di Sam e Tara, le vere eredi di quella Sidney che (non è uno spoiler, lo si sapeva da un anno) è la grande assente di questo capitolo. I tempi sono cambiati, ed è cambiato non solo il modo di affrontare i traumi ma anche la sensibilità della società: se Sidney, nel secondo Scream, cercava attivamente di rifarsi una vita coccolata dagli amici rimasti e da un nuovo amore, "pulita" e credibile nel suo ruolo di vittima o sopravvissuta, Sam è costretta ad affrontare una gogna mediatica legata alle sue radici, cosa che le impedisce ulteriormente di fidarsi delle persone e che inficia il suo rapporto con Tara, la quale, dal canto suo, vorrebbe solamente tornare a vivere un'esistenza normale. Questo studio sulle due protagoniste, già cominciato in Scream, ce le rende familiari e simpatiche, e lo stesso vale per Mindy e Chad, il che consente allo spettatore di interessarsi alle loro vicende come fossero quelle dei vecchi personaggi titolari, tanto che il ritorno di un paio di volti noti viene vissuto come una piacevole aggiunta, non come LA cosa fondamentale, a dimostrazione che il franchise è ormai in grado di camminare sulle sue gambe. 


Il "manifesto programmatico" del nuovo corso di Scream, se così si può chiamare, viene enunciato senza possibilità di errore nell'esatto momento in cui il nuovo Ghostface manda al diavolo i film horror, lasciando lo spettatore e Mindy (pur inconsapevolmente) con un palmo di naso, in quanto, potete ben capirlo, non ci sono più regole tranne quelle dettate da un assassino che non necessariamente agirà come pensiamo o come siamo abituati. Per questo, Scream IV è forse ancora più spassoso da seguire rispetto ai suoi predecessori, è più divertente perdersi nelle elucubrazioni di chi si possa nascondere dietro la maschera di Ghostface, confrontandosi con i compagni di visione sulle teorie più strampalate (se avete già visto il film, se volete, ne possiamo parlare nei commenti, vi farete delle grassissime risate), ma è anche più insidioso ed inquietante, proprio per la costante atmosfera di incertezza e diffidenza che stringe alla gola Sam, forse ancora più di Sidney. E' anche, diciamolo tranquillamente, molto più sanguinoso ed efferato dei precedenti. I Radio Silence vengono da quei bagni di sangue che sono Southbound e Finché morte non ci separi e il loro stile dinamico e cattivissimo riverbera nella mano del nuovo Ghostface, il quale non disdegna modi assai creativi e dolorosi di nuocere al prossimo; ci sono poi due o tre sequenze esaltantissime che mostrano tutta l'abilità dei Radio Silence come registi, nella fattispecie una delle scene iniziali più interessanti e divertenti di tutta la saga, tre sequenze incredibilmente dinamiche girate all'interno di luoghi chiusi o ristretti, e uno showdown finale ambientato in quello che penso sia uno dei set più belli del mondo. Se ancora non vi basta, potete confidare anche in un paio di momenti di pura commozione, tra sentiti (e mai inutili) omaggi ai personaggi che abbiamo sempre amato e stralci di una colonna sonora ormai consacrata a mito, che già mi emozionava durante i rewatch post 1996, figuriamoci dopo il 2023 d.L.. Di più non posso dire senza fare spoiler, mi dispiace. Correte al cinema a vedere Scream VI e preparatevi, che il VII è già lì che vi sta sulle spalle a mo' di carogna e io non vedo l'ora!!


Dei registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett ho già parlato QUICourteney Cox (Gale Weathers), Jenna Ortega (Tara Carpenter), Skeet Ulrich (Billy Loomis), Dermot Mulroney (Detective Bailey), Hayden Panettiere (Kirby Reed), Tony Revolori (Jason Carvey), Samara Weaving (Laura Crane) e Henry Czerny (Dr. Christopher Stone) li trovate ai rispettivi link.


Jack Champion, che interpreta Ethan, è lo Spider di Avatar - La via dell'acqua e, come tale, tornerà in Avatar 3 e 4. Ovviamente, per capire alla perfezione ogni riferimento di Scream VI è necessario avere visto Scream, Scream 2, Scream 3, Scream 4 e lo Scream del 2022, quindi recuperateli (li trovate tutti su Prime Video a pagamento, altrimenti potete abbonarvi a Paramount + ma dovrete comunque acquistare a parte Scream 4 che, a quanto pare, è il figlio della serva) e più non dimandate! ENJOY!

mercoledì 15 marzo 2023

Women Talking - Il diritto di scegliere (2022)

Il film che ha segnato la fine del mio tentativo fallito di recuperare per tempo tutte le opere candidate agli Oscar di quest'anno, nonché l'ultimo uscito nelle sale italiane, è Women Talking - Il diritto di scegliere (Women Talking), diretto e sceneggiato nel 2022 dalla regista Sarah Polley partendo dal romanzo omonimo di Miriam Toews, che alla fine ha vinto la statuetta per la Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: all'interno di una comunità religiosa retrograda ed isolata, un gruppo di donne deve decidere del destino di tutte le altre, anziane, adulte e bambine, dopo che gli uomini si sono resi protagonisti di crimini inenarrabili...


Women Talking viene presentato come "opera nata dall'immaginazione femminile" ma ciò che lo ha ispirato è agghiacciante e, purtroppo, legato ad una storia vera. Tra il 2005 e il 2009, nella colonia mennonita di Manitoba, in Bolivia, più di 100 donne sono state stuprate da un gruppo di uomini abitanti nella stessa colonia, i quali si sono serviti di un anestetico per animali spruzzato dalle finestre aperte per rendere inerti ed incoscienti le loro vittime. Quando dico più di 100 donne, parlo di un range di età che va dai TRE ai 65 anni, quindi ci sono state anche moltissime bambine e ragazze vergini che si sono risvegliate al mattino doloranti, ferite, con le lenzuola macchiate di sangue senza sapere perché e, se ciò non bastasse, gli anziani della colonia hanno cercato di convincerle che fosse o tutto frutto della loro immaginazione, oppure opera del Diavolo. Ora, per quanto mi riguarda un posto simile avrebbe dovuto essere raso al suolo e dato alle fiamme con all'interno ogni abitante di sesso maschile, possibilmente ancora vivo e urlante, dopo essere stato castrato con forbici arrugginite, ma purtroppo i colpevoli del gesto sono stati semplicemente condannati a una ventina di anni di prigione e, non sto nemmeno a dirvelo, gli stupri non sono mai cessati, solo diminuiti, mentre alle vittime è stata negata qualsiasi forma di aiuto psicologico, poiché durante gli atti erano incoscienti e quindi, signori, quale trauma avrebbero mai potuto subire? Vi giuro che mi tremano le mani mentre scrivo, porca di quella puttana. E ulteriore nervoso si aggiunge pensando a come buona parte del pubblico (soprattutto quello maschile) troverà Women Talking una menata "femminista" nata dalla mente contorta di una rompicoglioni figlia del #metoo, perché all'interno del film non si fa menzione (nel romanzo sì, per fortuna) ad eventi realmente accorsi, ma si parla solo di "opera nata dall'immaginazione femminile", e se non è un autogol questo, non so davvero come definirlo. Anche perché un film come Women Talking, dato in pasto a un pubblico suscettibile come quello attuale, rischia davvero di non venire capito perché tiene fede in toto al suo titolo originale: nella pellicola di Sarah Polley ci sono solo donne che parlano, e la vicenda si concentra in una riunione lunga due giorni tenuta all'interno di un fienile, per decidere quale sarà il destino delle abitanti della colonia, costrette a scegliere tra restare e perdonare, restare e combattere oppure andarsene, pena la scomunica.


Pubblico avvisato, mezzo salvato: se odiate i film di impianto teatrale e zeppi di dialoghi, con l'azione ridotta a pochi flashback di orribile, suggerita crudeltà, state pure lontani da Women Talking, nessuno ce l'avrà con voi per questo. Se, invece, dopo quello che ho scritto sopra, avete la curiosità di capire quali riflessioni possono scatenare eventi così orribili, soprattutto all'interno di una comunità di donne fortemente religiose la cui fede è in buona parte basata su pacifismo, comprensione, perdono e ricerca del "buono" in tutte le sue forme, allora questo è il film che fa per voi. Viceversa, vi perderete alcune delle più belle ed intense interpretazioni dell'anno. Ognuna delle protagoniste ha una personalità ben definita che consente, alle attrici che le interpretano, di attingere ad una vasta gamma di emozioni alimentate e modificate da importanti riflessioni su vita, salvezza, sicurezza e futuro, e che dà origine ad un'unica voce sfaccettata, formata da tanti punti di vista diversi eppure accomunati dalla natura storicamente "debole" ed ignorata di chi tenta disperatamente di farsi sentire. Rooney Mara è di una delicatezza incredibile, la sua fragilità sognante spezza il cuore quanto l'interpretazione malinconica di Ben Whishaw, l'unico interprete maschile nonché l'unico uomo della comunità che si apre alla voce delle donne, mentre dalla parte opposta c'è la giusta e feroce rabbia di Claire Foy e Jessie Buckley, che personalmente avrei seguito in capo al mondo per fare scempio di uomini malvagi (il monologo della Foy mette i brividi, considerato quello che è successo davvero in Bolivia); nel mezzo, ci sono tutte le incredibili sfumature offerte da un cast eccezionale, dalle "anziane" Judith Ivey e Sheila McCarthy, passando per Michelle McLeod, per arrivare alle esordienti Kate Hallett Liv McNeil con la prima, in particolare, dotata di un'espressività capace di renderla indimenticabile. Ciliegina sulla torta è la colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, che asseconda con grazia l'atmosfera malinconica e, a tratti, persino lieve (Sometimes I think people laugh as hard as they want to cry) di un opera che riesce, nonostante i temi trattati e nonostante la fotografia "sbiadita" di un mondo chiuso ed inghiottito dal passato, a offrire un raggio di luminosa speranza sia allo spettatore che alle sue sfortunate protagoniste, a differenza di moltissimi dei candidati di quest'anno. 


Di Rooney Mara (Ona), Claire Foy (Salome), Sheila McCarthy (Greta), Jessie Buckley (Mariche), Frances McDormand (Janz) e Ben Whishaw (August) ho parlato ai rispettivi link.

Sarah Polley è la regista e co-sceneggiatrice del film. Canadese, più conosciuta come attrice, ha diretto film come Away from Her - Lontano da lei e Take This Waltz. Anche produttrice, ha 44 anni. 


Se Women Talking vi fosse piaciuto recuperate Room, Charlie Says e First Reformed (li trovate tutti su Amazon Prime Video, anche se solo Charlie Says è compreso nell'abbonamento base). ENJOY!

martedì 14 marzo 2023

Bolle dall'Abisso: L'ultima notte di Amore (2023)


E anche 'sti Oscar se li semo levati dai cojoni!! Per l'occasione, tiro il fiato e lascio che sia Vidur di Pellicole dall'Abisso a scrivere di un film che con la kermesse losangelina non ha avuto nulla a che fare nonostante, pare, sia davvero un bell'esempio di pellicola italiana! Aspettando di riuscire a vederlo a mia volta, ecco il post di Vidur su L'ultima notte di Amore, diretto e sceneggiato dal regista Andrea Di Stefano. ENJOY!


A dispetto del titolo, L'Ultima Notte di Amore non è né un dramma sentimentale, né un raffinato porno soft, ma uno splendido thriller che conferma l'ottima salute del cinema italiano e la progressiva rinascita del cinema di genere nel nostro paese. L'Amore del titolo è il cognome del protagonista, un poliziotto ad un passo dalla pensione dopo trentacinque anni di onorato servizio, che si trova ad indagare sulla morte improvvisa e violenta del suo migliore amico e collega. 

Quasi impossibile aggiungere altro alla trama senza fare spoiler, pertanto accontentatevi di questo stringato incipit. Il regista Andrea Di Stefano si è fatto le ossa con due film dal respiro internazionale come Escobar e The Informer e infatti confeziona un gioiellino che ha poco da invidiare a tantissime produzioni americane analoghe. L'Ultima Notte di Amore è un thriller poliziesco che si muove a metà fra il mondo del crimine e della legge, seguendo quasi alla regola gli stilemi del genere, flirtando con alcuni inevitabili cliché, ma proponendo comunque una storia assolutamente avvincente.


Si seguono le vicissitudini di Franco Amore e dei coprotagonisti con sincero trasporto, con l'ansia e la voglia di sapere cosa accadrà e la cosa vale fino all'ultimo secondo della pellicola, capace di mantenere un elevato livello di tensione per quasi tutta la sua durata. Merito di una regia moderna e dinamica -ma mai troppo invadente- e di dialoghi crudi e realistici, che rifuggono l'effetto sceneggiato RAI o Distretto di Polizia. Efficace anche il tema portante di Santi Pulvirenti, ricco di classici echi anni '70 e '80.

Favino, come sempre, è eccezionale nell'interpretazione di un personaggio assolutamente umano, compresso nella zona grigia di quelli che sono onesti fino ad un certo punto (cit.). E per una volta anche il casting di supporto si rivela all'altezza della situazione: il ruolo di Cosimo sembra essere scritto apposta per Antonio Gerardi, così come è impossibile non empatizzare immediatamente con il Dino di Francesco Di Leva. A sorprendere però è Linda Caridi, davvero bravissima nel ruolo di Viviana, la giovane moglie calabrese del protagonista. Il suo personaggio è sfaccettato e davvero intrigante, capace com'è di unire dolcezza e amore al coraggio e alla determinazione. 



C'è poi un ulteriore personaggio, ovvero Milano. Tutto il film è ambientato nel capoluogo lombardo, le cui riprese aeree sono uno spettacolo nello spettacolo. La Milano rappresentata è una metropoli in cui il confine tra legalità e illegalità è labile e onnipresente e forse era l'unica città italiana in cui un film di questo genere poteva tenersi; per uno che ci è nato e cresciuto come il sottoscritto poi, è stata un vera goduria vederla sullo schermo, senza considerare che la scena clou è ambientata letteralmente a due passi dalla casa in cui ho vissuto per quasi vent'anni. 

Un paio di ingenuità e falle logiche nella scrittura e qualche villain un filino troppo stereotipato, sono gli unici difetti ascrivibili ad un film che definirei semplicemente bello, pienamente riuscito e che spero faccia da volano per altre produzioni di questo genere. 
Il cinema italiano è ancora vivo e lotta insieme a noi.







lunedì 13 marzo 2023

Oscar 2023

Buon lunedì a tutti! Eeeeh, lo so che non siete per nulla contenti, cari cinèfili, ma personalmente ho trovato l'ultima edizione degli Academy Awards una delle più soddisfacenti degli ultimi anni, ed è quasi paradossale pensare che non ho nemmeno visto la premiazione causa sonno devastante (Sandy mi ha svegliata in tempo per vedere il discorso dell'adorabile Michelle Yeoh e il giusto premio come miglior film ad Everything Everywhere All at Once!). Ma bando alle ciance, cominciamo con il gioioso recap dei premi! ENJOY!


Come poteva non vincere Everything Everywhere All at Once come Miglior Film? La pellicola dei Daniels è stata la mia preferita l'anno scorso, l'ho vista, tradotta per giorni, amata dall'inizio alla fine per il suo essere un riuscitissimo mix di momenti seri, faceti, trash e commoventi; la folle poetica dei Daniels e la loro celebrazione della normalità e della gentilezza mi hanno conquistata, così come la loro capacità di surclassare film ben più costosi e blasonati, arrivando a creare un mondo con un budget proporzionalmente irrisorio grazie a fantasia e perizia tecnica. A maggior ragione, trovo legittimo l'Oscar per la Miglior Regia (e mi dispiace per gli altri), quello per l'ottimo Montaggio e quello per la Miglior Sceneggiatura Originale e doverosi sia quelli per la Miglior Attrice Protagonista a un'emozionatissima Michelle Yeoh e per il Miglior Attore Non Protagonista al dolcissimo Ke Huy Quan, il cui discorso mi ha ovviamente commossa fino alle lacrime. Davvero incommentabile, invece, l'Oscar a Jamie Lee Curtis per la Miglior Attrice Non Protagonista. Non ne faccio una colpa a lei, alla quale voglio bene da sempre e che ritengo una delle più grandi attrici (nonché donne) viventi, ma la stupidità dell'Academy è palese e un premio simile offre giustamente il fianco alle critiche e agli strali piovuti addosso alla marea di premi dati al film dei Daniels, e non è così diverso da un'eventuale statuetta concessa alla Bassett. Quest'anno avrebbe dovuto vincere Kerry Condon ma, evidentemente, Gli spiriti dell'isola, partito favoritissimo e tornato a casa (a mio parere ingiustamente) a bocca asciutta, è risultato inviso ai membri dell'Academy, o non si spiega. Peccato, sono queste cadute di stile a rendere gli Oscar sempre meno credibili col passare degli anni, come se già non bastasse il rifiuto totale a riconoscere validità all'horror e ai suoi interpreti a meno che non siano mainstream e in linea con la politica attuale. 


Altra gioia altro regalo! Brendan Fraser si è portato a casa l'Oscar per il Miglior Attore Protagonista, spezzando il cuore di chi gli ha sempre voluto bene con un discorso commoventissimo pronunciato con voce rotta e sull'orlo delle lacrime. Che questo sia davvero il primo, importante passo per la ripartenza di una carriera ingiustamente stroncata da un'industria senza pietà, che nasconde le brutture pluriennali sotto glamour e lustrini. The Whale vince anche l'Oscar per il Miglior Make-Up, come avevo ampiamente previsto, anche perché il lavoro dietro alla trasformazione di Fraser è stato imponente e meritevole di un riconoscimento.


Continuando a parlare di gioia, il piccolissimo, meraviglioso Women Talking (di cui parlerò nei prossimi giorni) ha vinto il premio per la Miglior Sceneggiatura Non Originale. Se non avete ancora recuperato il film di Sarah Polley è giunto il momento di farlo, magari informandovi prima sull'orribile vicenda di cronaca che ha ispirato il romanzo, prima di sparare a zero su contentini al #metoo e affini. 


Un po' di delusione, per quanto mi riguarda, c'è stata a livello di Miglior Film Straniero. Niente di nuovo sul fronte occidentale ha vinto non solo un premio che, personalmente, avrei destinato a The Quiet Girl (mi si dice che anche Closer meritava molto, non stento a crederlo), ma anche un sacco di altri importanti premi tecnici che mi hanno lasciata basita: la Fotografia era da dare a Deakins e al suo impressionante lavoro in Empire of Light, mentre la Colonna Sonora Originale (nonostante sia una delle poche ad avere apprezzato lo score dissonante composto da Volker Bertelmann) e la Scenografia sarebbero dovute andare a Babylon (ma anche ad Elvis, per quanto riguarda l'ultima categoria). Poi vi lamentate di Everything Everywhere All at Once, perlomeno un po' più originale e coraggioso di questo ennesimo, banale film di guerra!


Torniamo ai mille motivi di felicità con l'Oscar più giusto di tutti, ovvero quello al Pinocchio di Del Toro che, dopo alcuni anni di egemonia, strappa dalle mani della Disney l'Oscar come Miglior Film d'Animazione riconfermandosi, se mai ce ne fosse bisogno, come un capolavoro. Disney, Pixar, prendete esempio.


Infine, riassumo quell'altro paio di premi "tecnici" andati ad altre pellicole. Giusto per non farlo rimanere senza nulla, a Black Panther: Wakanda Forever è andato l'Oscar per i Migliori Costumi a scapito di Elvis (a mio parere uno dei film più bistrattati della serata assieme a Gli spiriti dell'isola), Top Gun: Maverick, come avevo previsto, ha vinto solo l'Oscar per il Miglior Sonoro, RRR continua a fare proseliti con la sua Canzone Originale (il che richiede che io trovi tre ore per vedere 'sto maledetto film!) e James Cameron probabilmente si starà sparando nelle palle perché dopo 10 anni di lavoro il suo Avatar - La via dell'acqua vince solo un premio, quello doverosissimo per i Migliori Effetti Speciali. Aggiungo infine quelle categorie di cui non ho assolutamente conoscenza: Navalny come Miglior Documentario, Raghu, il piccolo elefante come Miglior Corto Documentario, Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo come Miglior Corto Animato e An Irish Goodbye come Miglior Corto. Ci risentiamo l'anno prossimo, intanto torno a festeggiare e vi lascio con un paio di immagini tra il commovente e l'esilarante!!


Oscar al miglior bestinetto di diritto!