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venerdì 31 marzo 2023

Children of the Corn (2020)

E' uscito su Shudder un nuovo episodio dell'ormai infinita saga nata dal racconto omonimo di Stephen King, Children of the Corn, diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Kurt Wimmer, vuoi non guardarlo?


Trama: dopo la morte dei suoi compagni di orfanotrofio, una ragazzina viene "plagiata" da Colui che Cammina tra i Filari e comincia a vendicarsi di tutti gli adulti...


Personalmente, non sono una di quelle che vive nel culto de I figli del grano. Ho apprezzato tantissimo il racconto di King, inquietante a più livelli, crudele e ben scritto, mentre Grano rosso sangue, il primo adattamento dello stesso, mi ha lasciata abbastanza indifferente e, avendo visto alcuni dei ben nove film a seguire, posso dire che non ce n'è uno che mi abbia entusiasmata (anzi, uno ero persino finita a vederlo al cinema a causa di un titolo improprio come Gli adoratori del male, cosa che mi aveva portata ad esclamare dopo 10 minuti "Ma vaffanc*lo, questo è un altro Children of the Corn!!". Ah, i bei tempi in cui non c'era internet a metterci in guardia da tutto!). Ciò nonostante, l'idea di un remake/prequel in qualche modo mi intrigava, e mi ispirava parecchio la presenza di una fanciulletta paffutella ma dallo sguardo omicida al posto dello storico Isaac, quindi ho deciso di dare una chance a questa versione della storia. Che dire, se non MEH. Children of the Corn (realizzato nel 2020 ma distribuito solo ora, il che di solito è già un ottimo campanello d'allarme) è la sagra delle occasioni sprecate e della CGI orripilante, ed è un peccato perché l'incipit iniziale non è per nulla malvagio e "profuma" di Greta Thunberg e lotta all'inquinamento e alla stupidità degli adulti; gli abitanti della cittadina in cui si ambienta il film sono degli idioti da primato, incapaci non solo di salvare ciò che dà loro da mangiare ed alimenta l'economia locale, incappando in un errore dopo l'altro e dimostrandosi pigri e svogliati, ma sono proprio noncuranti quando si tratta di vite umane da salvaguardare, come dimostra lo scioccante inizio. Non serve una divinità oscura del grano per far saltare la mosca al naso ai ragazzini della cittadina, però aiuta, ed aiuta soprattutto l'idea (ahimé non sviluppata a sufficienza per renderne il peso) che forse Colui che Cammina tra i Filari non sia nato malvagio, ma sia stato corrotto dall'inopportuna gestione di campi di grano lasciati in pasto ad incuria, malattie ed avidità, che lo hanno spinto a sua volta ad irretire innocenti come Eden, la ragazzina che ha "preso il posto" di Isaac e che diventa portavoce della divinità e braccio della sua giusta vendetta. Riluttante antagonista di Eden è Bo, studentessa di biologia pronta ad andare a Boston e convinta che il mondo si possa cambiare con la razionalità e lo studio. La presenza di quest'ultima, in un film un po' meno rozzo, avrebbe dato vita ad un interessante dibattito tra estremismo (da entrambe le parti, ché la riunione iniziale degli adulti ricorda tantissimo un comizio trumpiano di redneck) e posizioni più equilibrate relativamente a natura, tradizioni e futuro, ma Kurt Wimmer non è particolarmente raffinato, quindi tutto rimane in superficie, lasciato lì a marcire come il grano.


Fa piangere comunque il cuore che, nonostante la mancanza di raffinatezza, Wimmer sia riuscito lo stesso a lesinare sul gore e, soprattutto, sul senso di inquietudine. Children of the Corn gioca allo scoperto fin dall'inizio ed elimina gli adulti dalla scacchiera con una facilità estrema, tra l'altro al 90% o fuori dall'inquadratura oppure con metodi di sicuro terrificanti per chi li subisce ma ben poco soddisfacenti per lo spettatore, e quel paio di scene dove il sangue scorre sembrano un contentino messo lì tanto per. Anche a livello di atmosfera, però, siamo messi male. Persino i campi di grano, che a me sono parsi quasi interamente realizzati in CGI, non mettono la solita ansia se i bambini ci si nascondono poco e preferiscono essere teatrali fin dall'inizio, se poi aggiungiamo anche un'orripilante divinità la cui resa è leggermente migliore (ma nemmeno tanto) degli squali di Sharknado, abbiamo fatto filotto. L'unico highlight del film è Kate Moyer, all'epoca dodicenne, una perfetta, piccola scheggia di follia dotata di un tale disprezzo per l'umanità che è quasi impossibile non fare il tifo per lei, anche perché il resto del cast, salvo Elena Kampouris, a suo agio nel ruolo della final girl col cervello (per quanto, poverina, un po' inutile vista la micidiale combo ragazzina demoniaca/adulti imbecilli contro la quale non potrebbe nulla nemmeno Sherlock Holmes), oscilla tra l'imbarazzante e il dimenticabile e gli stessi, anonimi children non fungono da buona spalla per la giovane villain. Insomma, qualcosa non ha funzionato in questo Children of the Corn, vuoi per la sceneggiatura poco coraggiosa e "pigra", vuoi per la regia non particolarmente ispirata e per gli effetti speciali insipidi, vuoi per il cast poco memorabile. Dubito che ciò sarà un buon motivo per sotterrare definitivamente la saga, che si ripropone come la peperonata ogni cinque/sei anni, ma se fosse mio potere decidere, chiederei che la finiscano qui. 


Di Callan Mulvey, che interpreta Robert Williams, ho già parlato QUI mentre Bruce Spence, che interpreta il Pastore Penney, lo trovate QUA.

Kurt Wimmer è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Equilibrium e Ultraviolet. Anche produttore e attore, ha 59 anni.


Se volete immergervi nella saga che ha anticipato Children of the Corn, potete recuperare Grano rosso sangue, Grano rosso sangue II: Sacrificio finale, Grano rosso sangue III: Urban Harvest, Inferno a Grand Island, Gli adoratori del male, Children of the Corn 666 - Il ritorno di Isaac (questi ultimi tre si possono noleggiare su Prime Video), Children of the Corn: Revelation, Children of the Corn: Genesis e Children of the Corn: Runaway; oltre a questi, esiste anche un film TV del 2009 intitolato Campi insanguinati, giunto anche sui canali satellitari italiani. ENJOY!

domenica 25 settembre 2016

Alla ricerca di Nemo (2003)

In un mondo ideale questo post avrebbe dovuto essere già scritto e postato prima che io andassi a vedere Alla ricerca di Dory ma purtroppo il mio è un mondo fatto di minuti risicati. Quindi, oggi vi beccate con orrida mancanza di consecutio temporum la recensione di Alla ricerca di Nemo (Finding Nemo) diretto dai registi Andrew Stanton (anche sceneggiatore) e Lee Unkrich, vincitore nel 2003 dell'Oscar come Miglior Lungometraggio Animato.


Trama: a causa dell'attacco di un barracuda, il pesce pagliaccio Nemo si ritrova vedovo e con un unico figlio superstite, il piccolo Nemo dalla pinna atrofica. Quando il pesciolino viene pescato per essere messo in un acquario, Marlin parte alla sua ricerca, accompagnato dalla smemorata Dory...


Non guardavo Alla ricerca di Nemo da qualche anno e, ovviamente, ho tirato fuori dalla libreria il DVD in occasione dell'uscita di Alla ricerca di Dory, uscendo estasiata dalla visione come già era successo la prima volta al cinema. La storia di Marlin e della sua disperata ricerca del figlio Nemo è un emozionante racconto di formazione che tocca più di un personaggio, tra momenti genuinamente tragici, sequenze commoventi e altre di puro, indimenticabile divertimento. La sceneggiatura del film parte da un'esperienza terribile come la perdita dei familiari e mostra un protagonista evidentemente traumatizzato, incapace di vivere per paura che qualsiasi cosa fuori dall'ordinario possa celare mortali pericoli; Marlin prova per Nemo ciò che probabilmente tutti i genitori provano per i propri figli (il timore di lasciarli andare per la loro strada, di permettere loro di vivere esperienze anche negative sulla loro pelle) ma ovviamente il tutto viene esasperato al punto che il pesciolino viene soffocato dall'amore genitoriale anche all'interno della relativa sicurezza di una scuola. Quando Nemo, portato all'imprudenza proprio dall'atteggiamento del padre, viene rapito, Marlin è costretto ad ignorare l'atavico terrore di ciò che sta "oltre" la barriera e a collaborare con altre creature per il bene del figlio, uscendo letteralmente dal guscio in cui si era rinchiuso al momento della morte dell'amata moglie. Allo stesso tempo, il piccolo Nemo scopre il significato della parola fiducia, imparando a credere in sé stesso (oltre che in quel papà troppo noioso e pavido agli occhi di un bambino) grazie ad un gruppo di pesci da acquario che arrivano a considerarlo loro pari, rendendolo la chiave del loro piano di fuga nonostante il suo difetto fisico. Alla crescita di Nemo e Marlin si aggiunge il percorso per nulla banale della "spalla" Dory, pesciolina afflitta da perdita di memoria a breve termine che in Marlin trova il punto fisso dal quale partire per costruirsi quel senso di appartenenza che la malattia le ha sempre precluso: attraverso Dory, gli sceneggiatori intavolano un meraviglioso discorso relativo alla natura di famiglia al di là del nucleo costituito da genitori e figli, innescando riflessioni che si estendono non solo agli spettatori, ma agli stessi personaggi, facendoli maturare.


Ai momenti squisitamente malinconici dei quali Alla ricerca di Nemo è pieno, si affiancano ovviamente sequenze di altissimo umorismo, perfettamente adatte sia ai grandi sia ai piccoli, affidate non solo a personaggi esilaranti quali gli squali "vegetariani", la stessa Dory oppure i gabbiani col loro favoloso verso "Mio! Mio! Mio!", ma anche a piccoli inside joke nascosti abilmente all'interno delle scene o (soprattutto nella versione originale) ai vari accenti e modi di dire dei singoli personaggi, strettamente legati alla loro origine Australiana. L'abilità tecnica della Pixar è in questo caso strabiliante anche dopo tredici anni. Non parlo solo dell'incredibile bellezza delle sequenze ambientate nei fondali marini, un trionfo di colori e forme talmente variegati da far venire voglia di indossare maschera e muta e tuffarsi nella barriera corallina (magari senza macchina fotografica per flashare i poveri pesci...), ma anche per l'espressività dei singoli personaggi e per la commistione perfetta di animazione e colonna sonora. Due esempi su tutti: sfido chiunque a non farsi venire l'ansia prima, e a morire di magone poi, davanti allo sguardo determinato della sfortunata Coral, che soppesa il pericolo del barracuda per poi lanciare un'occhiata determinata ai piccoli ancora nascosti, oppure a non disperarsi assieme a Marlin quando la barca porta via Nemo, accompagnata da un martellante score da film horror. Questi sono ovviamente solo alcuni degli importanti ingredienti della perfetta ricetta Pixar, casa di produzione dotata dell'intelligenza di creare film adatti ai bambini senza prenderli in giro addolcendo la pillola con scene consolanti o happy ending definitivi (obiettivamente, il destino dei pesci nell'acquario non è proprio quello di totale trionfo), offrendo loro film capaci di emozionare e far riflettere l'intera famiglia, magari su diversi livelli. Purtroppo, lo sapete già, questo non è successo con Alla ricerca di Dory che, scivolando nella concessione ai fan, si è rivelato privo di quella complessità che ha reso Alla ricerca di Nemo un capolavoro senza tempo in grado di non sfigurare accanto ai cosiddetti Grandi Classici Disney, che vivono imperituri nella memoria di chiunque abbia avuto la fortuna di vederli.


Del co-regista Lee Unkrich ho già parlato QUI mentre il co-regista e co-sceneggiatore Andrew Stanton lo trovate QUA. Albert Brooks (voce originale di Marlin), Ellen DeGeneres (Dory), Willem Dafoe (Gill/Branchia), Allison Janney (Peach/Diva), Geoffrey Rush (Nigel/Amilcare), Eric Bana (Anchor/Randa) e Bruce Spence (Chum/Fiocco) li trovate invece ai rispettivi link.

La voce originale del dentista è quella dell'attore australiano Bill Hunter, che ha interpretato Bob in Priscilla la regina del deserto, mentre tra i doppiatori italiani figurano invece Luca Zingaretti (Marlin) e Carla Signoris (Dory). William H. Macy aveva prestato la voce Marlin per una prima versione del film ma, dopo le proiezioni negative della stessa per i vertici della Disney, Andrew Stanton ha deciso di far ridoppiare il personaggio ad Albert Brooks (che, per inciso, era sempre stato la prima scelta del regista). Un'altra attrice ad aver perso la possibilità di partecipare al progetto è stata Megan Mullally dopo aver rifiutato di modulare la voce come quella del personaggio per la quale era famosissima all'epoca, la caustica Karen della serie Will & Grace. Il film è stato seguito, dopo la bellezza di tredici anni, da Alla ricerca di Dory: se Alla ricerca di Nemo vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete Monsters & Co., Il re leone e la trilogia di Toy Story. ENJOY!

mercoledì 13 maggio 2015

Mad Max oltre la sfera del tuono (1985)

Siamo arrivati all'ultimo appuntamento pre-Fury Road! Oggi parliamo di quello che, fino a trent'anni fa, era l'ultimo capitolo della saga Milleriana, ovvero Mad Max oltre la sfera del tuono (Mad Max Beyond Thunderdome), diretto nel 1985 da George Miller e George Ogilvie.


Trama: derubato dei cammelli e delle provviste, Max arriva a Bartertown, una città nel deserto governata dalla regina Aunty ma resa funzionante dai macchinari sotterranei di Master. Quando Max viene bandito dalla città proprio per mano di Aunty, viene salvato da un gruppo di ragazzini che vivono in un'oasi al di là del deserto...



Dopo il sequenziale delirio violento e post-apocalittico di Interceptor e Interceptor - Il guerriero della strada, guardare Mad Max oltre la sfera del tuono è stata un'esperienza spiazzante e non completamente positiva. La prima metà della pellicola è una naturale evoluzione dei primi due capitoli della saga; in Interceptor veniva descritto un Paese sull'orlo dell'apocalisse, in Interceptor - Il guerriero della strada l'attenzione di Miller si spostava su uno sparuto nugolo di sopravvissuti nomadi mentre in Mad Max oltre la sfera del tuono vediamo un mondo post-apocalittico che, per citare le parole dell'immortale bardo del Maine, "è andato avanti" ed è riuscito a ricreare una sorta di civiltà, fatta di leggi (per quanto barbare e siglate con sputi e strette di mano), con un'economia basata sul baratto e in grado di sostenersi per quel che riguarda servizi ed energia. Certo, la violenza e le pistole sono sempre il modo migliore di condurre gli affari ma c'è anche spazio per empatia e pietà mentre la sovrana della città di Bartertown, la sanguigna Aunty (non a caso donna!), non ragiona solo con la forza bruta ed è soprattutto una fine stratega dagli obiettivi insondabili. Mad Max oltre la sfera del tuono ci racconta tutto questo, filtrato attraverso gli occhi dell'onnipresente e sfortunato Max, ma a un certo punto decide di mostrarci anche un'altra realtà, che è il suo aspetto peculiare ma anche la sua debolezza. A un certo punto, infatti, il film diventa una sorta di avventurosa favola avente per protagonisti dei bambini miracolosamente sopravvissuti a un incidente aereo e Max si trasforma in un riluttante babysitter nonché salvatore di un'intera generazione di futuri abitanti del pianeta Terra, riguadagnando così la sua umanità perduta; se il finale rimane comunque affascinante e riesce a mantenere quell'aura di happy end incerto e pessimista tipico dei primi due capitoli, la parte centrale di Mad Max oltre la sfera del tuono ricorda anche troppo un maldestro tentativo di cavalcare l'onda di film come Indiana Jones e il tempio maledetto o I Goonies, guarda caso usciti quasi nello stesso periodo (so che l'idea di Miller era di girare un film a sé ma qualcuno lo ha convinto che unire il tema "bambini selvaggi" a Mad Max sarebbe stato perfetto ed ecco il risultato...).


Al leggero diludendo derivante dalla trama, si aggiunge anche quello provato davanti al percettibile "piattume" tecnico. Nei credits viene citato George Olgivie come co-regista ed effettivamente Miller aveva perso interesse a girare Mad Max oltre la sfera del tuono perché l'amico e produttore Byrion Kennedy era morto proprio poco prima dell'inizio delle riprese, durante un sopralluogo per le location; il risultato di questa tragedia è stata la scelta di Miller di dedicarsi esclusivamente alle scene d'azione (che effettivamente sono poche ma al livello di quelle dei primi capitoli della saga) e lasciare il resto ad Olgivie, un mestierante che ha portato a casa la pagnotta e nulla più. Palese anche la disponibilità di un budget maggiore rispetto a quello dei film precedenti; l'apporto di denaro sonante americano ha consentito a Miller e soci di creare le scenografie più belle ed imponenti della saga, basti solo pensare alla complessità della "reggia" di Aunty o alla fabbrica sotterranea di Master, senza dimenticare ovviamente la pericolosa bellezza della Sfera del tuono del titolo italiano, ma purtroppo ha imposto anche la presenza di Tina Turner, che se la cava bene come attrice ma si porta appresso anche un paio di canzoni che a mio avviso c'entrano davvero poco con le atmosfere della pellicola (We Don't Need Another Hero è bella quanto volete ma troppo poco rozza per il film). Rimanendo in ambito attori, ho gradito molto il ritorno di Bruce Spence, sebbene nei panni di un pilota diverso da quello di Interceptor - Il guerriero della strada, mentre Mel Gibson (che all'inizio si mostra con un taglio di capelli assai simile a quello del futuro Braveheart e per tutta la pellicola ha l'occhio sinistro dilatato a causa dell'incidente accorso a Max alla fine di Interceptor - Il guerriero della strada) nella vituperata seconda metà del film viene costretto nel poco felice ruolo di "papà chiacchierone" che purtroppo toglie un po' di smalto alla necessaria aura cool che il personaggio di Max richiederebbe. Insomma, la saga dell'eroico Max avrebbe potuto davvero concludersi col secondo capitolo, come avrebbe voluto Miller, e purtroppo ciò mi fa temere per Mad Max: Fury Road... ma, chissà, magari togliendo bambini e favolette il futuro post-apocalittico tornerà a rombare feroce ed inquietante!


Del co-regista e co-sceneggiatore George Miller ho già parlato QUI. Mel Gibson (Mad Max) e Bruce Spence (Jedediah il pilota) li trovate invece ai rispettivi link.

George Ogilvie è il co-regista della pellicola. Australiano, ha diretto film come The Crossing ed episodi di serie come The Blue Heelers. Anche sceneggiatore e attore, ha 84 anni.


Mi sembra superfluo ribadire che Mad Max oltre la sfera del tuono segue Interceptor e Interceptor - Il guerriero della strada.. nell'attesa di Mad Max: Fury Road, recuperateli! ENJOY!


Ah, mi sembrava bello concludere la rassegna su Mad Max con un po' di foto fatte nel lontano 2006 nelle location di Silverton e Broken Hill, dov'è stato girato Interceptor - Il guerriero della strada. Ecco qua!
Ecco il Silverton Hotel, sede del museo fotografico dedicato a Mad Max
Ed ecco, da varie angolazioni, la replica della macchina di Mad Max in persona!



Ed ora, alcuni paesaggi dei dintorni di Broken Hill e Silverton, due delle location australiane scelte per Interceptor - Il guerriero della strada!
Non vi sembra un posto adatto per un inseguimento? :D

Mad Max style!










martedì 12 maggio 2015

Interceptor - Il guerriero della strada (1981)

Meno due giorni all'uscita di Mad Max: Fuy Road! Con un po' di pazienza dovrei riuscire ad andare a vederlo, intanto però continuiamo il ripasso dei capitoli precedenti con Interceptor - Il guerriero della strada (Mad Max 2), diretto e co-sceneggiato nel 1981 dal regista George Miller.


Trama: dopo gli eventi del primo film, Max si ritrova in un paese devastato dalla guerra, dove il carburante è l'unica risorsa che conta. In cerca della preziosa benzina, Max si imbatte in un gruppo di sopravvissuti presi di mira da una banda di sanguinari teppisti...


Eccolo qui, il Mad Max che ricordavo! Ed ecco qui anche uno dei pochi esempi (almeno a parer mio) di sequel migliore del capostipite, in grado di raccogliere tutti gli aspetti positivi e le suggestioni del primo capitolo e far loro raggiungere il massimo potenziale passando dal revenge movie "motorizzato" ad un genere post-apocalittico zeppo di violenza e con uno stile assai caratteristico che ha ispirato persino un cult senza tempo come Ken il guerriero (la maschera di Humungus, le chiappe all'aria di Wez e l'aspetto ambiguo del suo compagno richiamano subito alla mente in mente i cattivissimi e selvaggi nemici di Kenshiro, che scorazzavano liberamente all'interno di sconfinati deserti e paesaggi desolati). Anche la trama di Interceptor - Il guerriero della strada è un po' più complicata e "globale" rispetto a quella di Interceptor. Dopo gli eventi del primo film, Max è rimasto senza famiglia e senza speranza, si limita a sopravvivere rubacchiando benzina e sfuggendo agli attacchi degli uomini di Humungus, logorroico kapò di una pericolosa banda di scoppiati selvaggi; Miller sembra volerci giustamente dire che un uomo senza scopo e senza nessuno da proteggere è poco più di un animale e per questo rischia costantemente di diventare come uno dei mostruosi seguaci di Humungus, che stuprano e uccidono senza pietà alcuna. A far da contraltare a questi delinquenti c'è una pacifica comunità di persone civilizzate che è ancora in grado di produrre benzina, cosa che la rende in qualche modo "ricca" ma anche invidiata e vulnerabile, una comunità che fermamente resiste al degrado del mondo esterno cercando di preservare le vestigia di tempi più felici: nella comunità non ci sono solo forti guerrieri ma anche donne, anziani, un bambino selvatico, una sorta di democrazia per quel che riguarda le decisioni da prendere e, soprattutto, la volontà di tramandare la storia, come dimostra la voce fuoricampo del narratore che apre e chiude il film.


Miller racconta una vicenda più articolata rispetto a quella di Interceptor ma, come dicevo all'inizio, spinge anche il piede sull'accelleratore della violenza e del gore, realizzando sequenze che sono giustamente entrate nella storia del Cinema. Al di là dell'abbondanza di inseguimenti e scontri automobilistici terribilmente realistici e oltre alla sanguinosa mossa da maestro del piccolo selvaggio armato di boomerang metallico, ciò che diventato una vera e propria icona sono le crudeli crocefissioni delle vittime di Humungus, durante le quali le persone vengono bruciate vive oppure, ancor peggio, lasciate morire legate ai fuoristrada della banda fino a diventare dei macabri ornamenti da sfoggiare. Prima parlavo anche del look di questa masnada di stupratori ed assassini, un trionfo di pelle nera, borchie, pellicce, stivalacci, creste colorate e deretani al vento, ma anche la mise di Mel Gibson non scherza in quanto a stile e, soprattutto, è perfettamente coerente con tutto quello che è accaduto a Max nel primo film: una manica mancante, dei tutori metallici ad una gamba e due dita dei guanti tagliate per meglio maneggiare le armi fanno il paio con quell'unica striscia di capelli bianchi che lo invecchia aumentandogli di mille volte il fascino e il carisma che nel primo capitolo venivano annullati sotto quell'apparenza da ragazzino. Rimanendo sempre in tema Gibson, è bello notare che se nel primo film Max parlava poco, qui il nostro non apre praticamente bocca, lasciando la parte di anti-eroe ciarliero allo stravagante pilota Gyro e limitandosi, com'è giusto che sia, a quei fatti concreti che gli hanno conquistato un posto d'onore nell'immaginario cinematografico di tutti gli appassionati del genere e anche di chi, come me, lo bazzica per caso e soprattutto per amore di nostalgia. Quindi, a fronte di tutto questo, se anche non aveste voglia di recuperare tutta la saga come sto facendo io vi consiglio di non perdere assolutamente Interceptor - Il guerriero della strada perché è un film che merita almeno una visione!


Del regista e co-sceneggiatore George Miller (che proprio grazie a questo film, enormemente apprezzato da Steven Spielberg, ha ottenuto la possibilità di girare il quarto episodio del film Ai confini della realtà) ho già parlato QUI mentre Mel Gibson, che interpreta Max, lo trovate QUA.

Bruce Spence interpreta il capitano Gyro. Neozelandese, ha partecipato a film come Mad Max oltre la sfera del tuono, Ace Ventura - Missione Africa, Dark City, La regina dei dannati, Matrix Revolution, Il signore degli anelli - Il ritorno del re, Peter Pan e a serie come Incubi e deliri; come doppiatore, ha lavorato per il film Alla ricerca di Nemo. Ha 70 anni e tre film in uscita.


E ora, un paio di curiosità! Nella versione Australiana del film manca completamente la sequenza introduttiva che spiega come si sia arrivati (nel giro di due anni!) al futuro descritto in Interceptor - Il guerriero della strada e che riassume brevemente il primo capitolo della saga. Il malvagio Humungus, invece, avrebbe dovuto essere Jim Goose, l'ex partner di Max, idea alla fine decaduta ma in qualche modo "ricordata" dalla maschera del villain, che nasconderebbe le sue orribili ustioni. Infine, Interceptor - Il guerriero della strada avrebbe dovuto essere l'ultimo capitolo della saga ma siccome a Miller era venuto in mente di girare un Signore delle mosche post-apocalittico, con una comunità di bambini selvaggi scoperta da un adulto, ecco che qualcuno gli ha suggerito che quell'adulto avrebbe potuto essere proprio Max ed è nato Mad Max - Oltre la sfera del tuono... che, ovviamente, vi consiglio di recuperare assieme a Interceptor se questo Interceptor - Il guerriero della strada vi fosse piaciuto! ENJOY!

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