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mercoledì 25 marzo 2026

Train Dreams (2025)


La Oscar Rush mi ha fatto recuperare anche Train Dreams, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Clint Bentley a partire dal romanzo di Denis Johnson e candidato a quattro premi Oscar (Miglior film, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia, Miglior canzone originale).

Trama

Robert Grainier è un taglialegna dal carattere schivo. Quando incontra Gladys, i due si innamorano e mettono su famiglia, ma la tragedia è dietro l'angolo...

RECENSIONE

Train Dreams era uscito su Netflix il 21 novembre 2025 e mi ci ero tenuta ben distante. Il primo motivo è che ero già rimasta "scioccata" l'anno scorso da Sing Sing, scritto e diretto da Greg Kwedar, co-sceneggiatore anche di Train Dreams; il secondo è Joel Edgerton, che sono ormai arrivata a considerare sinonimo di pesantezza coi controfiocchi. Il tremendo binomio prometteva un tedio infinito, soprattutto perché Edgerton si presentava nuovamente con un personaggio stundaio (vedi QUI ma anche QUI), quindi ho pensato bene di evitare, almeno finché non è diventato obbligatorio guardare Train Dreams in previsione degli Oscar. Per una volta, mi vedo costretta a cospargere il capo di cenere e ringraziare l'Academy per l'"obbligo", altrimenti avrei perso un film molto bello, poetico e commovente. Nonostante mi sia piaciuto molto, però, non sono sicura di avere capito bene Train Dreams, che a me è comunque parso un film fatto di "nulla", se mi passate l'imprecisione ignorante, o, meglio, un film fatto di sfiga cosmica, chiamata e sopportata da un uomo stolido nella sua ferma volontà di non godersi proprio una mazza. Mi spiego meglio. Robert Grainier è un uomo che non ha mai provato interesse per nulla, un lavoratore indefesso che vive senza curarsi troppo di chi gli sta attorno, senza mai fare quel passo in più per avvicinarsi a qualcuno. L'unico momento che spezza questo stile di vita è l'incontro con Gladys, colei che diventerà il suo grande amore nonché immensa fonte di disperazione e rimpianto. Senza addentrarci troppo in spoiler, il film racconta pezzi della vita di Grainier, alternando semplici momenti di quotidiana felicità casalinga ad episodi più o meno significativi legati al suo lavoro di boscaiolo e tutto un codazzo di compagni incontrati durante le lunghe trasferte lontano da casa. Gli episodi sono legati da un unico fil rouge, che è poi quella che credo sia la chiave di lettura di tutto il film, ovvero i cambiamenti all'interno della società e del paesaggio americano, osservati e talvolta causati da una natura "matrigna" che si lascia "stuprare" dall'uomo fino a un certo punto, prima di riprendere prepotentemente il controllo e ridurlo al ruolo che merita, quello di parassita da schiacciare, bruciare, o lasciare morire lentamente di vecchiaia e malattia. Chi pensa che i suoi tormenti siano importanti vive male, arriva alla fine dell'esistenza senza lasciare nulla e non si accorge, come dice il divino William H. Macy (ma lo dicono un po' anche i Negramaro) "di quanto il mondo sia meraviglioso". In poche parole, serve equilibrio, e la capacità di far fruttare ogni momento, anche il più futile e banale. Ora, io so di avere "solo" 44 anni, ma credetemi se vi dico che Grainier e tutti i suoi poco allegri compagni mi hanno messo addosso una tristezza terribile, la malinconia devastante al pensiero di guardarmi indietro e vedere quante cose non mi sono goduta presa da preoccupazioni futili col senno di poi, e di quanto tempo perderò ancora finché non giungerà il momento in cui non ne avrò più.

La vita di Robert scorre sotto gli occhi dello spettatore, scandita dalla perfetta narrazione "vecchio stampo" di Will Patton; ascoltando la voce dell'attore, sembra di stare seduti accanto al fuoco, ad ascoltare la storia di un'America (e di un tipo di americano) che non esiste più, cancellata da un progresso che è al tempo stesso fonte di rinascita e distruzione. Le immagini del film sono splendide, ricordano molto la bellezza poetica delle opere di Malick, in particolare The Tree of Life. Proprio gli alberi, le foreste sterminate, sono ripresi ed illuminati in tutta la loro gloria, diventano il cuore di Train Dreams, la metà legata alla natura; l'altra metà sono le sequenze connesse a treni e altri mezzi di locomozione, che hanno una qualità appunto onirica, e trasmettono quel misto di speranza e timore con le quali sicuramente si saranno approcciate le persone nell'epoca descritta nel film. Regia e fotografia consegnano una realtà dove i dettagli più prosaici si fanno poesia, dove ogni cosa è importante, dall'albero morto al cucciolo di cane, dai panorami mozzafiato al tavolo di casa propria, dove il mondo degli spiriti è talmente vicino da poter essere toccato e dove ogni storia è degna di essere raccontata. Anche quella di un uomo che praticamente non apre bocca, e che costringe Joel Edgerton ad esprimersi con lo sguardo, con il corpo, con una remissività talmente tenera da fare stare male, perché cosa vuoi dire a questo sfortunato pezzo di pane, "maledetto" da un unico momento di inazione dovuto ad un innato spirito di autoconservazione? In ruoli più brevi ma importantissimi brillano anche Felicity Jones, Kerry Condon (che si è fatta perdonare la partecipazione a quel giocattolone di F1 - Il film e, soprattutto, William H. Macy. William, io ti ho sempre amato e sono sempre stata convinta che la tua presenza rendesse un gioiello anche il film più trascurabile, e qui ne ho avuto l'ulteriore conferma, anche se Train Dreams è già da solo un'opera bellissima. Non fate come me e recuperatelo senza indugio!

CAST

Di Joel Edgerton (Robert Grainier), Clifton Collins Jr. (Boomer), Felicity Jones (Gladys Grainier), Paul Schneider (Frank l'apostolo), William H. Macy (Arn Peeples), Kerry Condon (Claire Thompson), Will Patton (voce narrante) ho già parlato ai rispettivi link.
  • Clint Bentley è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come L'ultima corsa. Anche produttore, attore e montatore, ha 39 anni.

venerdì 13 marzo 2026

F1 - Il film (2025)


All'uscita lo avevo snobbato ma, a fronte delle 4 candidature all'Oscar (Miglior film, Migliori effetti special, Miglior montaggio e Miglior sonoro), sono stata costretta a recuperare F1 - Il film (F1: The Movie), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Joseph Kosinski.

Trama

Sonny Hayes, ex pilota prodigio della Formula 1, viene richiamato in servizio da un vecchio amico, ora proprietario della squadra più scarsa del campionato, per risollevarne le sorti..

RECENSIONE

Che mi sarebbe toccato recuperare un film come F1 durante la già durissima Oscar Death Race non l'avevo minimamente preventivato. Che il film di Kosinski sarebbe addirittura arrivato a contendersi con opere ben migliori una statuetta per Miglior film mi offende nel profondo ma, si sa, storia che vince non si cambia e già qualche anno fa Top Gun: Maverick aveva fatto faville, quindi perché non sarebbe dovuta andare così anche stavolta? Sì, dall'acredine con cui scrivo si capisce che F1 non mi è proprio piaciuto. O, meglio, non è il film che fa per me. Nulla da dire su regia, effetti speciali, sonoro, montaggio e fotografia. F1 è un film tecnicamente ineccepibile, da vedere senza ombra di dubbio su grande schermo; immagino che l'esperienza in sala desse l'idea di trovarsi all'interno dell'abitacolo di una macchina da corsa a sfrecciare sui circuiti più famosi del mondo, e credo che per gli appassionati di Formula 1 un film simile sia stato una scossa di adrenalina emozionante dall'inizio alla fine. Io, che mi annoiavo ogni volta che mio padre cercava di guardare in TV un gran premio, questa emozione non l'ho ovviamente percepita, e mi sono ritrovata seduta sul divano a sorbirmi l'ennesima storia di riscatto e caduta, DUE ORE E TRENTACINQUE durante le quali lo stesso pattern si ripete due volte (ma non bastava una, Cristo, così il film sarebbe durato "solo" due ore?). Maver, ehm, Sonny è un pilota che non ce l'ha fatta, rimasto vittima di un tremendo incidente quando la sua carriera in Formula 1 stava per decollare, e che da allora ha vissuto guidando qualsiasi cosa su cui riusciva a mettere le mani, dall'Ape di mio padre alla Lambretta di Russell Crowe. Trent'anni dopo, l'ex collega Ruben, proprietario della squadra più scalcinata del campionato, va a chiedergli di risollevare le sorti di una squadra con due problemi fondamentali: le loro macchine sono dei ceraffi e il pilota di punta è un giovanotto indisponente che pensa solo ai social, grazie anche a un P.R. "bruv" che sarebbe da calcioruotare in tempo zero. Maver, ehm, Sonny si rivela, neanche a dirlo, un testa di cazzo ma con un cuore grande così e il volto di old man Pitt, il quale ci mette poco a conquistare il cuore dell'intera squadra e soprattutto quello della capameccanica donna, spingendola a trasformare il ceraffo in un mezzo guidabile. Ci mette un po' di più con il giovane Roost, ehm, con Joshua, ma non è nulla che due mezze tragedie ben piazzate alla bisogna non riescano a sistemare: patapim e patapam, il finale con lacrima strappastorie annessa in cui tutti brindano con Crystal, my moto and a couple of beyotches, why not? (cit.), è garantito.

Come ho scritto sopra, la trama del film è trita e ritrita, ma c'è di buono che, come già in Top Gun: Maverick, gli attori sono stati davvero infilati all'interno di monoposto modificate e guidano a rotta di collo con apposite telecamere a riprendere le loro reazioni e tutto ciò che scorre attorno all'auto da corsa, il che enfatizza molto la verosimiglianza del tutto. Inoltre, molte riprese sono state effettuate nel corso di vere gare di Formula 1 (d'altronde tra i produttori del film, se non ho visto male, figura Lewis Hamilton) quindi lo sforzo tecnico e produttivo è sicuramente da ammirare, sarei disonesta a dire il contrario. Però, a me l'intera operazione è sembrata un po' un'immensa, glaciale marchetta non solo per la Formula 1 e i suoi protagonisti reali, ma per Las Vegas e Dubai in primis, e per tutta quella serie di marchi famosi più o meno sbattuti in faccia allo spettatore i quali, sicuramente, avranno sganciato milioni di dollari per poter comparire almeno in un fotogramma. Gli attori coinvolti fanno il loro dovere, niente di più, niente di meno. Brad Pitt, invecchiato ma sempre figo, indossa la comoda coperta di un rustico dal cuore tenero, che affronta traumi e dolore con una vena di menefreghismo ed ironia, salvo sciogliersi in melense confessioni con la patata di turno. La patata di turno, per l'appunto, pur con tutta la cazzimma di un cervello tecnico di donna in carriera, l'ironia, il saldo desiderio di indipendenza, è destinata fin dalla prima inquadratura a fungere solo da love interest per il protagonista, e diventa sempre più "girlie" col passare del tempo, così ci siamo persi pure Kerry Condon, sacrificata nei panni di "bionda attrice intercambiabile". Il giovane Damson Idris e Javier Bardem sono infine l'esempio più fulgido di typecasting e fanno tutto ciò che le loro origini etnico-linguistiche richiedono loro, interpretando rispettivamente la testa calda di colore con mammà e crew a seguito e il miliardario "caliente" e un poco loco, disprezzato dai membri conservatori del consiglio di amministrazione. Ah, c'è anche un "villain", ma è talmente poco incisivo che non ve ne parlo nemmeno. Insomma, per quanto mi riguarda F1 è stato uno spreco di tempo, una mera tacca da aggiungere alla Oscar list senza infamia né lode, ma sono certa che per molti sarà un film bellissimo ed imprescindibile. Lo capisco e lo accetto ma, come si dice, not my cup of tea

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Joseph Kosinski ho già parlato QUI. Brad Pitt (Sonny Hayes), Javier Bardem (Ruben Cervantes), Kerry Condon (Kate McKenna) e Shea Whigham (Chip Hart) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Kim Bodnia, che interpreta Kaspar Smolinski, era l'insopportabile Jens de Il guardiano di notte. Se F1 vi fosse piaciuto recuperate Giorni di tuono, di cui doveva essere un seguito, e aggiungete RushLe Mans '66 - La grande sfida. ENJOY!

martedì 5 marzo 2024

Night Swim (2024)

Pur boicottata da orari incivili, ho recuperato comunque Night Swim, diretto e co-sceneggiato dal regista Bryce McGuire.


Trama: Ray è un giocatore di baseball affetto da una malattia degenerativa. In cerca di una nuova casa con la famiglia, si imbatte in una proprietà dotata di piscina, innamorandosene all'istante. Purtroppo la piscina nasconde un orribile segreto...


Il multisala di Savona ci aveva provato ad avvertirmi, relegando Night Swim alla fascia oraria delle 18, quella dei bambini, dei pensionati e degli statali. Ma io, di coccio, ho voluto ugualmente vedere l'ultima produzione targata Wan/Blumhouse, tratta dal corto omonimo sempre di Bryce McGuire. Ammetto che, dopo la visione, non ho nemmeno voglia di recuperare il corto, quindi non starò a disquisirne, e l'unica cosa che mi viene da dire su Night Swim è che trattasi di un Welcome to the Blumhouse che, non si sa come né perché, è stato promosso al grande schermo. Ora, chi mi segue da almeno due o tre anni sa che i Welcome to the Blumhouse sono dei film prodotti dalla casa in questione, finiti direttamente su Amazon Prime Video, accomunati (salvo un paio di lodevoli eccezioni) dall'essere lavori di rara pochezza, scarsamente inquietanti e anche un po' noiosini. Ecco, Night Swim ha tutte queste caratteristiche. In primis, non fa paura neanche per sbaglio. L'unica sequenza "tesa" è quella che si vede nel trailer, in cui la figlia di Ray gioca a Marco Polo col ganzo di turno, per il resto, come potete immaginare, è difficile che una PISCINA INFESTATA, per quanto risulti lunga e quasi infinita come il campo da gioco di Holly e Benji grazie a un paio di trucchi di regia e montaggio, metta paura. Basterebbe, di fatto, non entrarci più e la piscina si attaccherebbe al *azzo, soprattutto alla terza volta che i protagonisti rischiano di annegarci dentro dopo aver visto cose strane, invece come carico a coppe qui decidono anche di organizzare un party a tema. Aggiungeteci, inoltre, che la trama è il bignami dell'horror d'accatto, e comprende cliché inevitabili come possessioni demoniache (?), signore spiegoni, ricerche su internet, incontri con esperti poco raccomandabili e un finale in cui una tragedia terribile viene affrontata col "vabbé" dipinto in volto, a fronte di un bodycount di due persone e un gatto che, ovviamente, è la vittima per la quale mi sono dispiaciuta di più.


A livello di regia c'è poco o nulla da dire, un dispiego di inquadrature subacquee o a pelo dell'acqua con aggiunta di luci inquietanti per fare atmosfera, nulla di più rispetto a quanto mostrato dal trailer. A livello di effetti speciali, direi che si sono accontentati di abbozzare un'orribile creatura posticcia dagli occhi in stile Gollum che si riuscirebbe a vedere bene giusto con un fermo immagine, per il resto non ricordo qualcosa di particolarmente notevole. A livello di attori, c'è da chiedersi perché Kerry Condon, dopo avere sfiorato l'Oscar l'anno scorso, si sia prestata a 'sta ciofeca. Il personaggio di Eve Waller è caratterizzato da "paura delle piscine", tratto che la porta, per l'appunto, a lanciare sguardi di biasimo dubbioso alla piscina e le impedisce di affezionarsi in toto alla casa, ma non di farsi lunghi bagni di notte (!) e impedire ai figli di fare la stessa cosa dopo averci quasi lasciato il pacco, quindi trattasi di interpretazione non particolarmente memorabile. Meglio, neanche a dirlo, di Wyatt Russell. Il povero patatone non ha preso né il fascino rustico del padre né la verve frizzante della madre, e sta lì a fare la figura della bietola con velleità da Jack Torrance sul finale, ispirando solo tanta voglia di rispedirlo tra i campi, o a prendersi due lezioni di recitazione, che non guasterebbero. Continuo a dire che, quest'anno, l'horror mi sta deludendo abbastanza. Lucia, si sono messi in pausa per te? Torna, ti prego, così magari tornerà anche il buon cinema di genere!!


Di Kerry Condon, che interpreta Eve Waller, ho già parlato QUI.

Bryce McGuire è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, anche produttore, ha 54 anni.


Wyatt Russell
interpreta Ray Waller. Americano, figlio di Kurt Russell e Goldie Hawn, ha partecipato a film come Fuga da Los Angeles, Cowboys & Aliens, Overlord e a serie come Falcon and the Winter Soldier. Anche produttore, ha 38 anni e dovrebbe tornare a interpretare US Agent in Thunderbolts.


 

martedì 7 febbraio 2023

Bolle dall'Abisso: Gli spiriti dell'isola (2022)

Oggi tocca a Vidur di Pellicole dall'Abisso parlare di uno dei film più belli dell'anno, ovvero Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin), diretto e sceneggiato da Martin McDonagh, candidato a ben 9 Oscar: Miglior Attrice Non Protagonista Kerry Condon, Miglior Attore Protagonista Colin Farrell, Miglior Colonna Sonora Originale,  Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Non Protagonista Brendan Gleeson e Barry Keoghan, Miglior Sceneggiatura Originale e Miglior Montaggio. ENJOY!



Assoluto outsider, nonché quasi un unicum nella cinematografia mainstream moderna, la nuova opera di Martin McDonagh è un film destinato a mietere premi (candidato a 9 Oscar!), strappare consensi dalla critica e a, quasi fisiologicamente, dividere i gusti del pubblico.



McDonagh aveva già fatto il botto con l’eccellente Tre manifesti a Ebbing, Missouri, dopo un paio di cult passati sottotraccia come In Bruges e 7 Psicopatici, e si conferma essere uno degli autori più coraggiosi e fuori dagli schemi di questi disgraziati decenni.

Gli Spiriti dell’Isola narra una storia apparentemente semplice, se vogliamo banale, di un’amicizia che si interrompe all’improvviso e senza una spiegazione. Il vecchio e introspettivo Colm, un violinista, decide infatti, da un giorno all’altro, di non parlare più al suo migliore amico, Pádraic, un allevatore tanto puro di cuore quanto povero di ingegno. Le conseguenze del gesto di Colm saranno terribili e imprevedibili, accentuate dal fatto che il tutto si svolge in una piccola isola (di fantasia) al largo della costa irlandese, ai tempi della guerra civile.



Dramma con tante punte ironiche, basato quasi esclusivamente sui dialoghi, Gli Spiriti dell’Isola si presenta come un film concettuale, in cui le dinamiche che coinvolgono lo stolido ma gentile Pádraic e il profondo ma spocchioso Colm, fanno da specchio a molteplici interpretazioni. Si può passare da una metafora dei conflitti tra gli uomini che nascono per motivi futili per poi trasformarsi in guerre fratricide, ad una sorta di coming of age del protagonista  - costretto a crescere e a mettersi in discussione per la prima volta nella vita - o ad una contrapposizione di approccio all’esistenza stessa, fino ad arrivare ad una riflessione più terrena sul tema dell'amicizia. Quale che sia il significato che aveva in mente il regista, lo scopo di far nascere nello spettatore più di una riflessione è sicuramente riuscito, così com’è riuscito a rendere interessante una trama teoricamente esile, ma in realtà molto potente.

Certo, non si tratta di un film per tutti: alcuni lo troveranno incredibilmente noioso e senza senso e, d’altronde io stesso, al termine della visione ho provato una certa sensazione di frustrazione per la mancanza del cosiddetto “payoff”, forse retaggio di un cinema che vuole spesso e volentieri un finale netto e definito. 



Dove Gli Spiriti dell’Isola vince a mani basse è in tutto il resto: l’interpretazione dei due protagonisti, Colin Farrell e Brendan Gleeson (padre di Domnhall) è veramente di altissimo livello e se il buon Colin si aggiudicasse davvero l’Oscar non ci sarebbe nulla da dire. Fantastici anche i comprimari, in particolare la sorella di Pádraic, Kerry Condon, e “lo scemo del villaggio”, Dominic, quel Barry Keoghan che aveva già lavorato con Colin Farrell ne Il Sacrificio del Cervo Sacro di Lanthimos.

A livello visivo, il film è un capolavoro senza se senza ma: la maestosa bellezza dei classici paesaggi irlandesi viene immortalata da una fotografia gelida e spietata che fa trasparire tutta la disperazione e la solitudine di una comunità rassegnata ad una vita insignificante, in cui i pettegolezzi risultano l'unica forma di svago. È altresì evidente la grande attenzione ai dettagli, come i vestiti degli abitanti dell'isola (a quanto pare i maglioni di tutti i protagonisti sono stati tessuti a mano dallo stesso sarto) e ad un certo gusto per le inquadrature ad effetto, sempre piazzate per esaltare il momento e non per puro esibizionismo.

Un film d'autore ricercato e intelligente, splendidamente realizzato, magistralmente interpretato, ma anche di difficile lettura e assimilazione. Se vi piace il genere, buttatevi a capofitto, in caso contrario statene alla larga.


Del regista e sceneggiatore Martin McDonagh ho già parlato QUI. Colin Farrell (Pádraic Súilleabháin), Brendan Gleeson (Colm Doherty), Kerry Condon (Siobhán Súilleabháin) e Barry Keoghan (Dominic Kearney) li trovate invece ai rispettivi link.

Se Gli spiriti dell'isola vi fosse piaciuto recuperate In Bruges. ENJOY!

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