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venerdì 17 marzo 2023

Bolle dall'Abisso: Scream VI (2023)

Mi ha fatto aspettare un po' ma martedì sono riuscita finalmente ad andare al cinema a vedere Scream VI, diretto dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett. Il post che segue sarà rigorosamente SENZA SPOILER e lo potete trovare anche sul blog Pellicole dall'Abisso


Trama: è passato un anno dagli eventi dell'ultimo Scream e Sam e Tara, assieme agli amici Mindy e Chad, si sono trasferiti a New York, gli ultimi tre per studiare, la prima per tenere d'occhio la sorella. Il tentativo di ricominciare una nuova vita viene interrotto dalla comparsa di un nuovo Ghostface...


Con lo Scream uscito l'anno scorso, i Radio Silence raccoglievano l'eredità di Wes Craven dando vita a un requel (definizione di Mindy) che fungesse da ponte col passato ma guardando al futuro. I temi erano gli stessi dei suoi quattro predecessori, aggiornati al gusto moderno, e la follia degli assassini era sempre, in qualche modo, legata all'horror e alle sue regole, in un continuo gioco metacinematografico di eventi "reali", film "fasulli" e la vaga, rassegnata consapevolezza dei personaggi di essere dei cliché da slasher, trattati come tali da un killer senza volto ma dalle grandi ambizioni. Con Scream VI i Radio Silence si staccano dal passato senza lasciarlo andare del tutto e cominciano a creare una propria mitologia, un proprio studio sui personaggi di Sam e Tara, le vere eredi di quella Sidney che (non è uno spoiler, lo si sapeva da un anno) è la grande assente di questo capitolo. I tempi sono cambiati, ed è cambiato non solo il modo di affrontare i traumi ma anche la sensibilità della società: se Sidney, nel secondo Scream, cercava attivamente di rifarsi una vita coccolata dagli amici rimasti e da un nuovo amore, "pulita" e credibile nel suo ruolo di vittima o sopravvissuta, Sam è costretta ad affrontare una gogna mediatica legata alle sue radici, cosa che le impedisce ulteriormente di fidarsi delle persone e che inficia il suo rapporto con Tara, la quale, dal canto suo, vorrebbe solamente tornare a vivere un'esistenza normale. Questo studio sulle due protagoniste, già cominciato in Scream, ce le rende familiari e simpatiche, e lo stesso vale per Mindy e Chad, il che consente allo spettatore di interessarsi alle loro vicende come fossero quelle dei vecchi personaggi titolari, tanto che il ritorno di un paio di volti noti viene vissuto come una piacevole aggiunta, non come LA cosa fondamentale, a dimostrazione che il franchise è ormai in grado di camminare sulle sue gambe. 


Il "manifesto programmatico" del nuovo corso di Scream, se così si può chiamare, viene enunciato senza possibilità di errore nell'esatto momento in cui il nuovo Ghostface manda al diavolo i film horror, lasciando lo spettatore e Mindy (pur inconsapevolmente) con un palmo di naso, in quanto, potete ben capirlo, non ci sono più regole tranne quelle dettate da un assassino che non necessariamente agirà come pensiamo o come siamo abituati. Per questo, Scream IV è forse ancora più spassoso da seguire rispetto ai suoi predecessori, è più divertente perdersi nelle elucubrazioni di chi si possa nascondere dietro la maschera di Ghostface, confrontandosi con i compagni di visione sulle teorie più strampalate (se avete già visto il film, se volete, ne possiamo parlare nei commenti, vi farete delle grassissime risate), ma è anche più insidioso ed inquietante, proprio per la costante atmosfera di incertezza e diffidenza che stringe alla gola Sam, forse ancora più di Sidney. E' anche, diciamolo tranquillamente, molto più sanguinoso ed efferato dei precedenti. I Radio Silence vengono da quei bagni di sangue che sono Southbound e Finché morte non ci separi e il loro stile dinamico e cattivissimo riverbera nella mano del nuovo Ghostface, il quale non disdegna modi assai creativi e dolorosi di nuocere al prossimo; ci sono poi due o tre sequenze esaltantissime che mostrano tutta l'abilità dei Radio Silence come registi, nella fattispecie una delle scene iniziali più interessanti e divertenti di tutta la saga, tre sequenze incredibilmente dinamiche girate all'interno di luoghi chiusi o ristretti, e uno showdown finale ambientato in quello che penso sia uno dei set più belli del mondo. Se ancora non vi basta, potete confidare anche in un paio di momenti di pura commozione, tra sentiti (e mai inutili) omaggi ai personaggi che abbiamo sempre amato e stralci di una colonna sonora ormai consacrata a mito, che già mi emozionava durante i rewatch post 1996, figuriamoci dopo il 2023 d.L.. Di più non posso dire senza fare spoiler, mi dispiace. Correte al cinema a vedere Scream VI e preparatevi, che il VII è già lì che vi sta sulle spalle a mo' di carogna e io non vedo l'ora!!


Dei registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett ho già parlato QUICourteney Cox (Gale Weathers), Jenna Ortega (Tara Carpenter), Skeet Ulrich (Billy Loomis), Dermot Mulroney (Detective Bailey), Hayden Panettiere (Kirby Reed), Tony Revolori (Jason Carvey), Samara Weaving (Laura Crane) e Henry Czerny (Dr. Christopher Stone) li trovate ai rispettivi link.


Jack Champion, che interpreta Ethan, è lo Spider di Avatar - La via dell'acqua e, come tale, tornerà in Avatar 3 e 4. Ovviamente, per capire alla perfezione ogni riferimento di Scream VI è necessario avere visto Scream, Scream 2, Scream 3, Scream 4 e lo Scream del 2022, quindi recuperateli (li trovate tutti su Prime Video a pagamento, altrimenti potete abbonarvi a Paramount + ma dovrete comunque acquistare a parte Scream 4 che, a quanto pare, è il figlio della serva) e più non dimandate! ENJOY!

martedì 22 settembre 2020

La babysitter - Killer Queen (2020)

So che l'etichetta cinèfila avrebbe voluto che guardassi prima Sto pensando di finirla qui invece di La babysitter - Killer Queen (The Babysitter: Killer Queen), diretto e co-sceneggiato dal regista McG, ma amici mi hanno sconsigliato di approcciarmi all'ultimo film dell'adorato Charlie Kaufman in questo momento di umore nero, così ho preferito buttarmi sulla supercazzola.


Trama: Cole è cresciuto ma è sempre lo stesso sfigato e, soprattutto, nessuno gli crede quando racconta che tre anni prima la sua babysitter Bee è scomparsa dopo aver cercato di usarlo come sacrificio umano assieme ad altri ragazzi ora morti. La situazione ovviamente peggiora quando il culto satanico di tre anni prima torna a cercarlo...


La babysitter, uscito su Netflix nel 2017, aveva due meriti: uno, quello di avere attirato l'attenzione sulla bionda e bellissima Samara Weaving, due, non prendersi mai sul serio nemmeno per sbaglio. A dire il vero ci sarebbe anche un terzo merito, quello di essere uno dei film più splatter sul catalogo Netflix, non fosse che quello di La babysitter era un gore così cartoonesco da non turbare neppure gli stomaci deboli, quindi rimaniamo concentrati sui primi due punti. Purtroppo, il sequel La babysitter - Killer Queen ha l'unico, enorme difetto di privarsi del punto uno, mentre per il resto rimane fedele al secondo per tutta la sua durata, anzi, se possibile è ancora più cazzone e cretino del primo capitolo. Cole è cresciuto, non ha più bisogno di una babysitter, ma è rimasto comunque un liceale sfigato e weird, reso ancora più disadattato dagli eventi che lo hanno visto potenziale vittima sacrificale della babysitter Bee e dei suoi amici, tutti peraltro morti per mano sua o quasi; come nelle migliori tradizioni horror, infatti, nessuno gli crede, i genitori preoccupati lo considerano pazzo e persino la migliore amica d'infanzia, Melanie, finge che non sia accaduto nulla e gli consiglia di fare altrettanto. Tutto cambia durante una serata di libertà in cui Cole, trascinato da Melanie e dai suoi amici, non decide di smettere di fare il bravo ragazzo e decide di andare a una festa privata sul lago (notoriamente pessimi posti per gli horror), ritrovandosi così davanti il suo peggior incubo. E qui mi fermo, perché Killer Queen nasconde tantissime sorprese che vi lasceranno alternativamente scioccati e piacevolmente stupiti se avete voluto anche solo un po' di bene a La babysitter. Tra personaggi amatissimi che ritornano ancora più in forma di prima, altri ai quali viene concesso più spazio (i padri snaturati di Melanie e Cole) e nuovi arrivi, in tutta onestà, non particolarmente carismatici, anche questa volta Cole avrà il suo bel daffare per sopravvivere a quell'innocenza che pare essere nettare prelibato per il diavolo e, ovviamente, per dimostrare di non essere lo sfigato che tutti credono.


Quanto alla realizzazione, se conoscete un po' McG sapete bene che il regista non è uno dei più raffinati, anzi, realizza buona parte dei suoi film come se avesse per le mani un cartone animato di inizio nuovo millennio e non risparmia citazioni a piene mani (il Bolluomo s'è commosso per il momento Street Fighter, per esempio), ralenti, flashback trattati col metodo "grindhouse", scritte in sovrimpressione, momenti pop come se piovessero e bagni di sangue con morti splatterosissime. Personalmente, durante la visione di Killer Queen sono rimasta estasiata davanti alla sequenza/metafora sessuale più trash ed esilarante di sempre, con tanto di balletto retrò ad accompagnare il tutto, qualcosa che non avrebbe sfigurato in capolavori del nonsense come Una pallottola spuntata o Hot Shots!, per intenderci. La sequenza è accompagnata da una canzone di cui non conosco assolutamente il titolo, parte di una colonna sonora bellissima che trionfa sul finale con l'ovvia ma perfetta Killer Queen dei Queen e che fa venire voglia di recuperare altre hit citate ma, ahimé, non utilizzate come Can't Touch Me o Ice Ice Baby, giusto perché di trash dal sapore anni '90 non ce n'è mai abbastanza. Molto valido, ovviamente, anche il cast: Judah Lewis si diverte palesemente molto nel ruolo di Cole ma mai quanto Bella Thorne, Andrew Bachelor e Robbie Amell, tra i quali non saprei scegliere chi mi fa più ammazzare dalle risate, e la strana coppia Ken Marino-Chris Wylde stavolta dà letteralmente il bianco, così come l'esilarante Carl McDowell. Io non so se faranno il terzo La babysitter ma, per una volta, mi auguro proprio di sì e che la squadra vincente non si cambi, perché sarebbe come l'appuntamento annuale con Sharknado ma senza la vergogna di dire "ca**o, non vedo l'ora che esca il prossimo Sharknado!". Cole, sarai anche sfigato ma ti si vuole bene.


Del regista e co-sceneggiatore McG ho già parlato QUI. Samara Weaving (Bee), Emily Alyn Lind (Melanie), Bella Thorne (Allison), Ken Marino (Archie) e Leslie Bibb (Phyllis) li trovate invece ai rispettivi link.

Judah Lewis interpreta Cole. Americano, ha partecipato a film come La babysitter e Summer of '84. Ha 19 anni.


Ovviamente, se La babysitter - Killer Queen vi fosse piaciuto recuperate anche La babysitter. ENJOY!

domenica 29 marzo 2020

Guns Akimbo (2019)

Amazon Prime Video ci viene incontro in questi giorni tristi e mette in catalogo il divertentissimo Guns Akimbo, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Jason Lei Howden.


Trama: un nerd sfigatello, dopo una sessione di trolling on line, viene punito dai gestori del sito Skizm, dove la gente si uccide per il divertimento del pubblico, e costretto a partecipare come concorrente contro la campionessa in carica.


Voi avreste mai pensato che Daniel Radcliffe, con quel suo faccino ciccio e anche un po' sminchio in Harry Potter, sarebbe diventato un matto che fa film strani? Non fosse bastato Swiss Army Man, che se non avete ancora visto vi IMPONGO di recuperare subitissimo senza spoilerarvi nulla sulla trama (ma sappiate che lì Radcliffe è impagabile), ci si mette anche questo Guns Akimbo, all'interno del quale il non più giovane maghetto interpreta un tizio con delle pistole inchiodate alle mani, costretto per buona parte del tempo a correre qui e là con ciabatte pelose, boxer e veste da camera. Anche così, però, è difficile intuire i livelli di esilarante delirio che riesce a toccare Guns Akimbo, film divertentissimo al confronto del quale un qualsiasi John Wick è un serio e posato esempio di neorealismo, fumettone nel vero senso della parola e violento quanto basta. Non ci sono critiche sociali, salvo forse quella blanda dell'inizio in cui si perculano i troll alla Napalm di Crozza, per il resto il film scorre velocissimo e col cervello totalmente disinserito, retto interamente dalle interpretazioni non solo di Radcliffe, la cui aria stralunata è perfetta per interpretare un personaggio infilato a calci in una situazione inaspettata, ma anche di una Samara Weaving stranamente "brutta" (per quanto possa esserlo lei), sporca e drogata e di un Ned Dennehy mille spanne sopra le righe, entrambi usciti dritti da un Mad Max qualsiasi nonostante l'azione si svolga in un futuro abbastanza prossimo e simile al nostro presente, privo di particolari innovazioni tecnologiche ma zeppo di rifiuti per strada (è incredibile quante volte Radcliffe si spetasci sui sacchetti della spazzatura). All'interno della trama si intersecano un paio di improbabili colpi di scena e di sequenze completamente scollegate dalla realtà, il tutto commentato a volte dalla voce fuoricampo del protagonista, e tra le stragi di Nix, inseguimenti in macchina e il folle pubblico di Skizm non c'è mai un istante di noia.


Dovessi proprio trovare un neo a Guns Akimbo, potrei dire che Jason Lei Howden si è un po' rammollito. La sua fatica precedente, Deathgasm, aveva degli attori non solo poco famosi ma soprattutto memorabili (e in questo Guns Akimbo lo supera senza nessun problema), tuttavia era anche un trionfo di splatter ai livelli dei primi film di Peter Jackson, mentre qui mi è parso che sul versante "sangue" si sia tirato un po' il freno, preferendo ricorrere ad escamotage più "da videogioco", per quanto sempre e comunque violenti; non tanto per quanto riguarda le sparatorie, talmente esagerate da desensibilizzare lo spettatore, quanto per le brevi sequenze di corpo a corpo dove si può avvertire tranquillamente tutto il dolore provocato dall'uso improprio di un martello. Approfittando di quest'ultimo oggetto contundente, apro una parentesi sulla colonna sonora del film. Da uno che ha girato il suo primo horror sfruttando la musica metal non potevo aspettarmi una playlist di canzoni floscia, e infatti la musica che si sente per tutta la durata di Guns Akimbo non solo è esaltante e tamarra come atmosfera impone ma viene anche sfruttata per rendere i dialoghi ancora più divertenti e accattivanti (Lo "Stop. Hammer Time!" seguito dopo poco da Super Freak è da manuale ma vogliamo parlare del geniale utilizzo della cover truzza di You Spin Me Round?). Siccome siamo tutti tristi e nervosi per colpa di questa pandemia, un film come Guns Akimbo, così leggero e sciocchino, è manna dal cielo, quindi ringraziamo tutti in coro Amazon Prime Video per averlo reso disponibile anche in Italia così velocemente!


Del regista e sceneggiatore Jason Lei Howden ho già parlato QUI. Daniel Radcliffe (Miles), Samara Weaving (Nix) e Rhys Darby (Glenjamin) li trovate invece ai rispettivi link.

Ned Dennehy interpreta Riktor. Irlandese, ha partecipato a film come Sherlock Holmes, Harry Potter e i doni della morte - Parte 1, Anonymous, Grabbers - Hangover finale, Rogue One: A Star Wars Story e Mandy. Ha 54 anni e un film in uscita.






domenica 3 novembre 2019

Finché morte non ci separi (2019)

La settimana scorsa sono usciti due horror. Uno, Scary Stories to Tell in the Dark, a Savona non è mai arrivato, l'altro ha rischiato di perdersi nei meandri della programmazione ed è stato costretto a condividere la sala con Downton Abbey. Sto parlando di Finché morte non ci separi (Ready or Not), diretto dai registi Matt Bettinelli-Olpin Tyler Gillett.


Trama: freschi di matrimonio, gli sposi novelli Grace e Alex passano la prima notte di nozze nella magione della ricca famiglia di lui, dove Grace sarà costretta a partecipare ad un terribile rito di iniziazione...



Poco prima di cominciare a scrivere queste righe ascoltavo le preoccupazioni di una mia collega, la quale affermava che i bambini, all'interno della classe elementare di suo figlio, sono attaccatissimi ai soldi e tengono molto a sottolineare di essere ricchi, con sommo scorno e disagio di quelli che, piccolini, arrivano a ritrovarsi automaticamente etichettati come "poveri". Non oso immaginare cosa accadrà agli sfortunati, futuri compagni di classe del figlio della Ferragni, che probabilmente sputerà direttamente in faccia ai suoi coetanei, ma il fatto è che negli ultimi tempi il divario tra ricchi e poveri è tornato ingrandirsi a dismisura, con persone un tempo "bassoborghesi" che non riescono nemmeno ad arrivare a fine mese, figuriamoci quelli che poveri lo erano davvero e tali sono rimasti, oppure i migranti che arrivano "a rubarci il lavoro". Questo per dire che l'horror recente ha annusato non solo il disagio sociale ma anche la semplicità della rabbia del pubblico pagante e ultimamente è un fiorire di titoli estremamente ironici a base di ricchi matti che fanno cose matte ai poveri tanto sfortunati da finire nelle loro grinfie, come per esempio Satanic Panic (di cui parlerò nei prossimi giorni), Monster Party e questo Finché morte non ci separi, in cui la neo sposa del rampollo di una ricchissima famiglia di produttori di giochi in scatola è costretta a partecipare a un rito di iniziazione, non solo per mostrare di essere adatta ad una famiglia così blasonata ma anche, se la sfiga decidesse di bussare alla porta, per mantenere intatte la ricchezza e la prosperità di detta famiglia. Ovviamente, la sfiga arriva di gran carriera e Grace, connotata fin dall'inizio come fanciulla grezza ma di buon cuore e sinceramente innamorata del suo sposo, è costretta a giocare alla peggior partita di nascondino della sua vita, con la famiglia di riccastri al gran completo pronta a farle la pelle per perpetrare le tradizioni familiari e onorare un antico patto.


Il bello di Finché morte non ci separi, oltre alla feroce critica sociale di grana grossa, estremamente catartica, è l'incertezza in cui lascia lo spettatore e i personaggi: davvero la sopravvivenza di Grace significherebbe morte istantanea per i membri della famiglia Le Domas? Questi ultimi sono davvero i discendenti di qualcuno che ha fatto un patto col demonio oppure sono solo degli idioti superstiziosi? Domande che aleggiano nell'aria per tutto il film e che costringono Grace a correre per la sua vita, senza un attimo di respiro né noia per lo spettatore, grazie all'abilità dei due registi (quanto sono lontani i tempi dell'efficace ma pur sempre grezzissimo Southbound?) di creare punti di vista e situazioni sempre nuove, sfruttando alla perfezione la labirintica magione dei Le Domas, zeppa di passaggi, armi antiche e citazioni di Cluedo, e tutto ciò che si trova al di fuori, siano le inquietanti stalle zeppe di caprette o gli oscuri boschetti che la circondano. Per me, inoltre, vedere per la prima volta Samara Weaving su un grande schermo è stata una gioia immensa. Punta di diamante di un cast perfetto, frutto anche dell'abilità degli sceneggiatori di caratterizzare ogni singolo membro dei Le Domas (se il personaggio della zia si scrive da solo, così come quelli di Tony e Fitch, entrambi di una stupidità abissale, è sicuramente più difficile azzeccare quelli dei due fratelli, eppure gli sceneggiatori ci sono riusciti), la bionda e bellissima Samara abbraccia ed asseconda una metamorfosi esilarante e catartica, da sposa terrorizzata a working class heroine incazzata nera, capace di riversare sugli avversari non solo il suo giustissimo sdegno ma anche improperi degni di un portuale, mentre il suo bel vestito da sposa passa da un bianco purissimo a un colore indefinibile, sporco e stracciato. Finché morte non ci separi, fiaccato dal solito titolo italiano idiota, non è un film innovativo o capace di indurre chissà quali riflessioni ma è perfetto per una serata di folle divertimento, che vi farà uscire dal cinema soddisfatti e con un buon sapore di sangue in bocca. Cercatelo nei cinema e non perdetelo!


Dei registi  Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett ho già parlato QUI. Samara Weaving (Grace), Adam Brody (Daniel Le Domas) e Andie MacDowell (Becky Le Domas) li trovate invece nei rispettivi link.

Henry Czerny interpreta Tony Le Domas. Canadese, ha partecipato a film come Mission: Impossible, Tempesta di ghiaccio, The Exorcism of Emily Rose, La pantera rosa, A-Team e a serie quali CSI - Scena del crimine, Ghost Whisperer e Monk. Ha 60 anni.


Se Finché morte non ci separi vi fosse piaciuto recuperate i già citati Satanic Panic e Monster Party. ENJOY!

martedì 16 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Fresco di quattro Golden Globe (Miglior Film Drammatico, Miglior Sceneggiatura, Frances McDormand Miglior Attrice Protagonista per un film drammatico, Sam Rockwell Miglior Attore Non Protagonista) è arrivato anche a Savona Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri), scritto e diretto dal regista Martin McDonagh. Vediamo se mi ha colpita com'è successo con la stampa estera!


Trama: Mildred, madre di una ragazza stuprata mentre veniva uccisa dai suoi aguzzini, decide di affittare tre enormi cartelloni pubblicitari appena fuori Ebbing, la città dove vive, per dare una scossa al sonnolento corpo di polizia...



Se c'è una cosa che mi ha colpita enormemente guardando Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (che, per comodità, da qui in poi chiamerò solo "Tre manifesti") è la capacità di Frances McDormand di comunicare tutta la rabbia, il dolore e l'umanità del suo personaggio alzando semplicemente un sopracciglio e stringendo le labbra in una fessura sottilissima. Il volto segnato dell'attrice, che ho imparato ad amare già ai tempi di Fargo, qui diventa la granitica rappresentazione di una donna che ha deciso di non fermarsi davanti a nulla pur di consegnare alla giustizia l'assassino (o gli assassini) della figlia o, meglio, di spingere la polizia a fare il proprio lavoro e dare una svegliata agli agenti mangiaciambelle. Mildred è una spietata macchina di caos, una madre incazzata che non accetta né la mancanza di prove, né il fatto che le indagini siano arrivate ad un punto morto dopo meno di un anno e come si può pensare di darle torto, di spingerla ad arrendersi perché "queste sono le leggi e non ci si può fare niente"? La sua protesta silenziosa ma implacabile, la decisione di dire le cose come stanno e scriverle sulla stessa strada dov'è morta la figlia a caratteri cubitali è comprensibile e, verrebbe da dire, è anche poco rispetto a quello che il suo dolore potrebbe spingerla a fare... però è abbastanza per sconvolgere gli equilibri di una piccola cittadina di provincia dove tutti si conoscono e dove non è facile per gli abitanti simpatizzare con una donna conosciuta per essere "peculiare", nonostante quello che le è capitato. Le parole di Mildred toccano personalmente lo sceriffo, figura di riferimento per tutti i cittadini, uomo integerrimo con un terribile segreto, e le persone bene di Ebbing ci mettono un secondo a trasformare la madre a cui hanno ucciso la figlia in una matta da ostacolare a tutti i costi, talvolta da minacciare, e la cosa assurda di Tre manifesti è la plausibilità di questo voltafaccia, avvallato dall'ignoranza gretta di poliziotti incompetenti e compaesani che magari non hanno mai sopportato né Mildred né la figlia Angela (la quale, non a caso, è finita nel dimenticatoio dopo pochi mesi). Non è un caso che gli unici alleati di Mildred, abitante di una cittadina ubicata in uno Stato di frontiera dove il razzismo è ben lungi dall'essere stato sradicato, siano i "freak" del paese o i diversi: messicani, neri, nani, gli unici a sostenere la donna fino all'ultimo sono loro, quasi la guerra di Mildred fosse una guerra dei reietti contro il potere costituito, quando invece la donna pensa (egoisticamente ma comprensibilmente) solo a sé stessa, senza regalare mai un sorriso o un gesto di conforto ai suoi aiutanti ma, anzi, andando avanti come uno schiacciasassi alla faccia di tutto quello che possa capitare a loro, alla sua famiglia, al figlio superstite.


Quella di Tre manifesti è una storia drammatica, eppure nel corso della pellicola si ride. E' un riso amaro, di cui ci si vergogna, perché si ride non coi personaggi (forse solo con lo sceriffo, nonostante la meschinità del suo tragico gesto di "vendetta") bensì DEI personaggi, peccando della stessa cecità degli abitanti di Ebbing. Si prenda ad esempio l'agente Dixon, interpretato da un Sam Rockwell a dir poco magistrale. Non mi è mai capitato di trovare sullo schermo un personaggio da odiare un minuto prima, per il quale provare un'immensa pietà quello dopo, fino ad arrivare a volergli bene anche se è scemo, un po' come fa lo sceriffo. Questa, se vogliamo, è la vera magia di sceneggiatura che ho avvertito guardando Tre manifesti, una pellicola che per altri motivi non mi ha convinta fino in fondo, troppo "superficiale" in alcuni punti (ma davvero un poliziotto può mandare all'ospedale un cittadino e farsi impunemente i fatti propri, persino nell'America di provincia Trumpiana? A che pro intimorire una persona se con la faccenda non si ha nulla a che fare, giusto per introdurre un "cattivo" più cattivo?) e melodrammatica in altri (sottolineare il senso di colpa di Mildred era necessario ma lo scambio di battute con la figlia l'ho trovato gratuito e agghiacciante), ma sicuramente in grado di definire personaggi sfaccettati e, come del resto accadeva già in In Bruges, impossibili da definire come positivi o negativi. La crociata di Mildred, l'ossessione per quei tre cartelloni rossi come il sangue e il fuoco, è giusta? Sì, assolutamente, soprattutto se la figlia è stata dimenticata. Ma anche no, perché "la violenza genera altra violenza" e bisogna pensare anche, e soprattutto, a chi rimane in vita. L'atteggiamento dello sceriffo è condivisibile? Sì, poveraccio, cosa ci si può fare se non esistono indizi? Ma a mettersi nei panni di Mildred verrebbe anche voglia di prenderlo a schiaffi. Dixon è deprecabile? Assolutamente sì ma le persone possono cambiare, anche gli imbecilli che non hanno ragione di esistere nel corpo di polizia, perché forse bastano una parola o un gesto gentili per stimolare anche i cervelli più bacati. Tre manifesti ha la lucidità di raccontare una storia tremenda, grottesca e sfaccettata come la realtà, una storia che non necessita di happy ending né di una conclusione definitiva, perché la vita non è mai lineare come viene dipinta nei film... e stavolta, anche la "quadratura" di In Bruges, lungi dall'essere risolutiva, porta a delusione e ulteriore perdita di speranza. Forse. Tra i tanti "dubbi" rimasti sul finale, c'è perlomeno la certezza di un cast di una potenza unica (a Woody Harrelson una nomination e un Oscar quando diavolo glieli diamo?) e della bravura di Martin McDonagh non solo come regista (il modo in cui si scopre il contenuto dei tre cartelli è angosciante, l'utilizzo di Chiquitita in una delle scene più tristi e grottescamente divertenti da standing ovation) ma soprattutto come scrittore di dialoghi, al punto che parecchie battute hanno rischiato di strapparmi l'applauso solitario nella sala affollata oltre a un paio di risate di cuore. Proprio lì', per inciso, rimarrà Tre manifesti, film a cui vorrò sempre bene anche in assenza di un colpo di fulmine vero e proprio.


Del regista e sceneggiatore Martin McDonagh ho già parlato QUI. Frances McDormand (Mildred), Caleb Landry Jones (Red Wilby), Sam Rockwell (Dixon), Woody Harrelson (Willoughby), Abbie Cornish (Anne), Lucas Hedges (Robbie), Zeljko Ivanek (Agente addetto alle comunicazioni col pubblico), Peter Dinklage (James) e Samara Weaving (Penelope) li trovate invece ai rispettivi link.

Kerry Condon interpreta Pamela. Irlandese, ha partecipato a film come This Must Be the Place, Dom Hemingway e a serie quali The Walking Dead, inoltre ha prestato la voce all'intelligenza artificiale Friday nei film Avengers: Age of Ultron, Captain America: Civil War e Spider-Man: Homecoming. Ha 35 anni e tre film in uscita.


John Hawkes interpreta Charlie. Americano, lo ricordo per film come Scuola di polizia, Scary Movie, Freaked - Sgorbi, Dal tramonto all'alba, Rush Hour - Due mine vaganti, Incubo finale, Identità, Miami Vice, Contagion e Lincoln, inoltre ha partecipato a serie quali Millenium, Nash Bridges, ER Medici in prima linea, Buffy l'ammazzavampiri, Più forte ragazzi, X-Files, 24, Taken, CSI, Monk e Lost. Anche musicista e produttore, ha 58 anni e tre film in uscita.


Il musetto antipatico di Kathryn Newton, che compare in un flashback nei panni di Angela, è destinato a diventare ricorrente in TV (è l'odiosa Amy del Piccole Donne prodotto dalla BBC, una splendida miniserie che vi consiglio di recuperare) e al cinema (è tra le protagoniste dell'imminente Lady Bird). Detto questo, se Tre manifesti a Ebbing, Missouri, vi fosse piaciuto, recuperate In Bruges - La coscienza dell'assassino e Fargo. ENJOY!

venerdì 15 dicembre 2017

Mayhem (2017)

Attirata da una locandina molto stilosa e da un paio di attori simpatici, ho deciso di dare una chance a Mayhem, diretto dal regista Joe Lynch.


Trama: colpiti da un virus che fa perdere ogni inibizione, i dipendenti di un importantissimo studio legale vengono messi in quarantena e lasciati liberi di dare sfogo ai loro istinti...



Trama che, letta come l'ho scritta, parrebbe il riassunto di uno dei volumi di Crossed, serie horror creata da quel genio perverso di Garth Ennis. In verità, nonostante l'abbondanza di sangue e qualche scenetta un po' weird, Mayhem non si avvicina lontanamente nemmeno al più "tranquillo" dei volumi della serie, all'interno della quale chi perde le inibizioni lo fa al punto da soddisfare OGNI desiderio, in un tripudio di aberrazioni che rischiano di far sentire parecchio male l'incauto lettore (che è poi uno dei motivi per cui ho smesso di acquistarla, oltre al fatto che i volumi costano abbastanza, ma diciamo che al ventesimo ribadire sempre la stessa storia declinata in modi più o meno perversi mi è venuta la nausea) quindi perché indulgere in questo paragone? Beh, perché più o meno Mayhem si basa sullo stesso concetto, persone normali che a causa di un virus cominciano a comportarsi da selvaggi, facendo tutto quello che normalmente la sanità mentale impedirebbe di fare. Non solo compiere efferati omicidi, dunque, ma anche mettersi a piangere per delle inezie, mandare al diavolo i superiori, indulgere in atti di autolesionismo, prendere a schiaffi o ricoprire di insulti il nostro migliore amico, copulare in mezzo ad un corridoio, ecc. ecc. Ovviamente, considerato che gli effetti del virus si accentuano in caso di stress, ne consegue che il posto di lavoro diventa automaticamente una bomba atomica pronta ad esplodere, soprattutto nel caso del povero Derek Cho, appena licenziato dallo studio legale a causa di un errore non commesso da lui. La voglia di rivalsa è tanta ma per riuscire a farsi le sue ragioni Derek, accompagnato da una ragazza a rischio sfratto giunta all'interno dello studio legale proprio per rimandarlo o annullarlo, deve raggiungere i piani alti dello studio, all'interno dei quali i dirigenti si nascondono protetti da codici e tessere magnetiche più preziose di qualsiasi tesoro. Mayhem racconta quindi l'incredibile scalata alla vetta di Derek, un percorso popolato da personaggi ugualmente detestabili sia da sani che da malati, ognuno con caratteristiche facilmente riconoscibili per chiunque abbia avuto la sventura di lavorare da dipendente in un'azienda o studio legale ma ancora più accentuate dal terribile virus che, intendiamoci, tanto terribile non è. Molto divertente, questo sì.


La violenza di Mayhem non è infatti quella cupa e terrificante di un torture porn, quanto piuttosto quella cartoonesca inadatta solo a chi davvero non ha mai affrontato prima un horror e di prodotti simili, più commedia che film d'orrore, negli ultimi anni ne sono stati girati a bizzeffe; l'unica "novità", se così si può dire, risiede nella scelta di mostrare due protagonisti resi a loro volta folli dal virus e pronti a sfruttare la malattia per ottenere ciò che normalmente non avrebbero avuto nemmeno il coraggio di sognare. Forse anche per questo gli effetti del virus non vengono resi in maniera troppo esagerata, anzi, succede spesso che con gli infetti si possa parlare tranquillamente invece di venire subito congedati con una penna infilata in un occhio, e gli stessi protagonisti non uccidono indiscriminatamente ma solo se provocati o trattati in modo particolarmente scortese. Ciò non toglie, per carità, che scegliere consapevolmente di sfruttare il lasso temporale concesso dalla malattia sia di per sé forse deprecabile, il che rende Derek e Melanie (interpretati da uno Steven Yeun finalmente libero dallo spettro di Glenn e da una Samara Weaving bella e feroce, uniti sullo schermo da un'ottima alchimia) dei personaggi magari non originali ma comunque interessanti e meritevoli delle simpatie dello spettatore. Mayhem è reso ancora più piacevole da una regia moderna che si appoggia ad un montaggio rapido e all'uso di flashback, ralenti, fermo immagine, flash forward ad accompagnare la disillusa voce narrante di Steven Yeun, in più ha dalla sua un bel cast di ottimi caratteristi tra i quali spiccano Dallas Roberts col suo meraviglioso "Reaper" e  l'accento inglese di un'invecchiata ma signorile Kerry Fox. Lungi da me quindi far rientrare Mayhem nel novero dei film dell'anno ma per una serata all'insegna, appunto, del caos più totale e della commedia sanguinolenta è una pellicola perfetta!


Di Samara Weaving, che interpreta Melanie Cross, ho già parlato QUI.

Joe Lynch è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Wrong Turn 2 - Senza via d'uscita, Knights of Badassdom e Everly. Anche attore, produttore e sceneggiatore, ha un film in uscita.


Steven Yeun interpreta Derek Cho. Sud Coreano, famoso per aver interpretato Glenn nella serie The Walking Dead, ha partecipato a film come Okja e ad altre serie quali The Big Bang Theory, inoltre ha doppiato episodi di American Dad! e Robot Chicken. Ha 34 anni e tre film in uscita tra i quali la versione animata di Chew.


Kerry Fox interpreta Irene Smythe. Neozelandese, ha partecipato a film come Piccoli omicidi tra amici, The Dressmaker - Il diavolo è tornato e a serie come I racconti della cripta. Anche sceneggiatrice, ha 51 anni.


Dallas Roberts interpreta il Mietitore. Americano, ha partecipato a film come Quando l'amore brucia l'anima, Dallas Buyers Club, My Friend Dhamer e a serie come The Walking Dead. Ha 47 anni.


Se Mayhem vi fosse piaciuto recuperate The Belko Experiment e Redd, Inc. ENJOY!

martedì 17 ottobre 2017

The Babysitter (2017)

Ottobre è il mese di Halloween e, nell'attesa della seconda serie di Stranger Things, Netflix ha tirato fuori dal cilindro la commedia horror The Babysitter, diretta dal regista McG.


Trama: Cole è un ragazzino timido e pauroso che, alla veneranda età di 13 anni, ha ancora bisogno della babysitter, la bellissima e sensuale Bee. Una sera Cole decide non dormire quando la babysitter lo mette a letto e scopre così che la bella Bee nasconde un terrificante segreto...


The Babysitter è la seconda commedia horror (che io sappia) prodotta e distribuita da Netflix dopo Little Evil, film che ho già visto ma di cui non ho ancora parlato. A differenza della storia del "figlio di Satana", carina all'inizio ma un po' moralista da metà in poi, The Babysitter non smette mai di essere ciò che appare all'inizio, ovvero un'esageratissima supercazzola dalle tinte sanguinolente, assai divertente e molto godereccia, che non perde mai di vista l'assurda cattiveria del suo assunto iniziale e offre allo spettatore la presenza di personaggi assurdi e ben caratterizzati. Il protagonista, innanzitutto. Cole frequenta le scuole medie e ha paura di qualsiasi cosa, questo nonostante abbia dei genitori che gli permetterebbero di fare parecchie esperienze che farebbero la gioia di un ragazzino della sua età (guidare la macchina in primis); conciato come un piccolo Kingsman, ovviamente vessato dal novanta per cento dei compagni di scuola, non si capisce se Cole sia davvero uno sfigato oppure se ci marci sopra per poter continuare ad avere come babysitter la bionda Bee. Quest'ultima è caratterizzata come il sogno proibito di ogni uomo e donna del pianeta e non ha un difetto che sia uno: bionda, gnocca, simpatica, intelligente, sensualissima, persino dotata di enorme cultura nerd e cinematografica, è indubbiamente la compagna di giochi ideale per un ragazzino che comunque si trova nella delicata fase prepuberale e quindi non è totalmente indifferente alle grazie della signorina. La prima parte del film è interamente realizzata come una commedia che potrebbe sfociare nel coming of age, con Cole costretto ad affrontare i suoi problemi, Bee che gli fa da allegra spalla, il cucuzzaro di assurdi personaggi che circondano il protagonista ognuno impegnato a svolgere al meglio il proprio ruolo (bulletto, amici del bulletto, ragazzina carina della porta accanto, genitori in crisi matrimoniale impegnati a ravvivare il loro rapporto, ecc. ecc.) e la scommessa di rimanere sveglio per vedere cosa succede di notte dopo che la babysitter l'ha mandato a letto (ci saranno "prostate"? "Orge"? Chissà...)... poi però la situazione cambia e subentra l'elemento horror. Molto splatter. Come si evince dal trailer, da protetto Cole diventa vittima sacrificale e la bella Bee un mostro spietato, quindi il ragazzino deve superare la sua natura paurosa e cercare di sopravvivere alla notte più difficile della sua vita, tramutatasi all'improvviso nel più classico degli home invasion, una roba che quella del povero Kevin McCallister, al confronto, era una natalizia passeggiata di salute.


Dopo la lunga introduzione dal sapor di commedia, dunque, The Babysitter sconfina in campo horror eppure non smette mai, nemmeno per un secondo, di divertire lo spettatore. Tra battute esilaranti, personaggi incredibilmente stupidi, equivoci e carnefici che si prendono tutto il tempo di fare anche da mentore alle proprie vittime, il regista McG trova anche l'occasione di prendersi in giro citando una delle scene iconiche del primo Charlie's Angels e fa inorridire lo spettatore con tarantole giganti, secchiate di sangue e un bodycount abbastanza alto per questo genere di pellicola. Intendiamoci, non si ha mai davvero paura guardando The Babysitter, eppure ci sono un paio di jump scare efficaci e un'ottima gestione dei momenti più thriller, durante i quali McG dimostra di non essere l'ultimo streppone che si è ritrovato in mano una macchina da presa per caso; fortunatamente, il regista non dimentica neppure le sue origini pop e i momenti topici vengono evidenziati con divertentissime scritte in sovrimpressione, finestre tipiche dei giochi di ruolo e altre amenità dosate con parsimonia così da non risultare fastidiose. Ma io posso anche stare qui a scrivere delle ore su quanto mi sia divertita guardando The Babysitter, tanto so benissimo che l'unico motivo per guardarlo sta nell'incredibile bellezza di Samara Weaving, quella maledetta sgnoccolona australiota. La sua presenza scenica non può passare inosservata e durante il gioco della bottiglia tra lei e Bella Thorne il Bolluomo ha rivalutato in tempo zero il valore culturale della cinematografia horror (non potevo neppure tirargli una gomitata nei denti...) ma, al di là dell'innegabile bellezza stratosferica che le fate madrine le hanno donato, mi è parso che la biondina sapesse anche recitare, cosa che mi porta ad augurarle una fulgida carriera. Il resto del cast non è magari così memorabile, per quanto sia composto da almeno un paio di facce conosciute, ma per il valore che ha The Babysitter portano tutti a casa la pagnotta, sia ragazzini che adulti, con menzione speciale a una Bella Thorne che ho trovato molto più in parte qui rispetto all'abominevole Amityville: Il risveglio. In soldoni, Netflix ha tirato fuori una pellicola perfetta per una serata ignorante a base di pop corn e brividelli allouìni, adatta anche a chi non ha il coraggio di affrontare un Horror con l'H maiuscola ma vuole comunque farsi trasportare dall'atmosfera stagionale, quindi consiglio senza remore una visione disimpegnata.


Di Bella Thorne (Allison), Leslie Bibb (la mamma di Cole) e Ken Marino (il papà di Cole) ho parlato ai rispettivi link.

McG (vero nome Joseph McGinty Nichols) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Charlie's Angels, Charlie's Angels - Più che mai e Terminator Salvation. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.


Samara Weaving interpreta Bee. Nipote di Hugo Weaving, ha partecipato a serie quali Home and Away e Ash vs Evil Dead. Australiana, anche regista e sceneggiatrice, ha 25 anni ed è tra le protagoniste dell'imminente serie Picnic ad Hanging Rock.



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