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martedì 3 marzo 2026

Rental Family (2025)


Questa settimana mi sono presa una pausa dalla Oscar death race per recuperare Rental Family, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dalla regista Hikari.

Trama

Phillip è un attore sul viale del tramonto, il quale vive a Tokyo da sette anni. Un giorno accetta un ingaggio presso un'agenzia che fornisce persone in affitto, per gli scopi più disparati...

RECENSIONE

Benché da anni mi interessi alla società giapponese, non avevo mai sentito parlare del fenomeno "Rent a Family", che esiste sin dagli anni '90. In pratica, il "Rent a Family" è l'evoluzione (o l'involuzione) delle società che un tempo fornivano persone per fare numero ad eventi di qualsiasi genere, e che ora si sono specializzate nell'offrire compagnia (mai di tipo sessuale) per ogni genere di necessità: finti fidanzati, amici, genitori, figli, accompagnatori, insomma tutto ciò che può servire per superare quell'alienazione che purtroppo è parte integrante della società nipponica, dove tutto dev'essere, all'apparenza, perfetto ed irreprensibile. Nonostante sia stato tacciato di grondare eccessiva melassa, Rental Family sottolinea molto questo aspetto triste del Giappone, diffuso soprattutto nelle grandi città. Vuoi per le dimensioni spropositate delle metropoli, vuoi per la natura stessa di una società che inquadra le persone fin dalla più tenera età e le costringe, fondamentalmente, ad allacciare rapporti di collaborazione temporanea/lavoro più che di amicizia, mettendole davanti ad un'enorme pressione e un conseguente stress, ci sono tantissimi individui in Giappone che vivono soli, vittime di giornate sempre uguali che si trascinano perse nella folla senza volto. Questo, nel film, succede a Phillip, gaijin privo di uno scopo e straniero in terra straniera, ma anche ai suoi colleghi di lavoro, che offrono "famiglie in affitto" senza riuscire a crearne una, nemmeno all'interno di un'azienda formata da tre persone in croce. Inoltre, al di là dell'ovvia trama "formativa" e a lieto fine, Rental Family pone scomode domande sulle conseguenze psicologiche di un simile servizio, non solo per chi ne usufruisce, ma anche per chi lo offre. Il film non indaga troppo su potenziali risvolti pericolosi (anche se ci vengono mostrati sprazzi di psicosi, masochismo, violenza fisica e verbale), però solleva molti dubbi sull'eticità di un servizio basato essenzialmente su una bugia, per quanto raccontata a fin di bene, soprattutto quando l'utilizzo degli attori coinvolge non solo il richiedente, ma anche altre persone. Insomma, un conto è richiedere la presenza di una/un dama/o di compagnia per affrontare la solitudine e sfogarsi, trovando magari più comodo aprire il proprio cuore ad uno sconosciuto da plasmare a nostro piacimento, un altro è usare queste persone per influenzare l'opinione o la vita altrui, soprattutto quando il rapporto lavorativo si protrae nel tempo, e rischia di non essere più così superficiale.

La sceneggiatura di Hikari e Stephen Blahut, lieve e malinconica, si tiene ben lontana dalla mielosa zuccherosità anche quando le situazioni mostrerebbero il fianco al melodramma, e asseconda invece una commozione e un divertimento lievi, quasi garbati. Lieve e garbata è anche l'interpretazione di Brendan Fraser, un gigante buono con l'espressione perennemente corrucciata, quella di chi si sente in dovere di scusarsi per la sua stessa esistenza; in realtà, lo sguardo dell'attore veicola tantissima solitudine e lo spaesamento di un gaijin che potrà anche vivere cent'anni in Giappone, ma non riuscirà mai a cogliere le mille sfumature di una società fuori dalla portata degli occidentali. L'atteggiamento di Fraser, comunque, indica che non smetterà di provarci, vittima di un fascino e di una curiosità talvolta "infantile" ma mai irrispettosa, che brilla intensa negli occhi azzurri dell'attore e che viene veicolata dalla regia di Hikari, la cui consapevolezza nipponica gioca, furbescamente, con la fascinazione dello spettatore occidentale. La regista, nata ad Osaka, rifugge quelle rappresentazioni di Tokyo e del Giappone tipiche dei registi "stranieri", spesso imperniate su immagini notturne, postmoderne, e, pur non rinunciando a un paio di scorci molto turistici, ambienta la maggior parte del film di giorno, in zone poco conosciute, alternando prosaiche rappresentazioni di una triste, grigia vita quotidiana a magici festival di strada e mistici boschi che nascondono piccoli templi antichi. Inutile dire che, se il vostro cuore palpita per andare in Giappone (o se ci siete già stati ma non vedete l'ora di tornare), la visione di Rental Family ve lo spezzerà, alimentando il desiderio di recarvi in zone meno battute, dove respirare l'essenza più vera di quella splendida terra. Per quanto mi riguarda, ammetto di avere pianto più per la nostalgia che per il film in sé, comunque molto bello e degno di almeno una visione!  

CAST

Di Brendan Fraser, che interpreta Phillip Vanderploeg, ho già parlato QUI.

  • Hikari (vero nome Mitsuyo Miyazaki) è la regista e co-sceneggiatrice del film. Giapponese, ha diretto film come 37 Seconds ed episodi di serie quali Lo scontro. Anche produttrice, attrice, montatrice e direttrice della fotografia, ha 50 anni.

SE VI è PIACIUTO...

Non l'ho mai visto ma mi si dice che, se l'argomento "famiglie in affitto" vi interessa, dovreste recuperare Family Romance LLC di Werner Herzog. ENJOY!

venerdì 27 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon (2023)

Siccome è uscito al ridosso del ToHorror, ho dovuto aspettare fino a martedì per vedere il nuovo film diretto e co-sceneggiato da Martin Scorsese, Killers of the Flower Moon, tratto dal libro omonimo di David Grann. Ne è valsa la pena? (Che domande, ovviamente SI'!)


Trama: anni '20, città di Fairfax. Al ritorno dal fronte della Prima Guerra Mondiale, Ernest Burkhart trova una terra dove gli indiani Osage si sono arricchiti grazie al petrolio. Lavorando come autista, conosce la giovane Osage Mollie e la sposa, ma il ricco zio Bill Hale trama nell'ombra...


Tra poco Scorsese compirà 81 anni e io vorrei arrivarci, alla sua età, con questa coerenza e lucidità. Killers of the Flower Moon (film che, per inciso, non metterei mai nella lista dei suoi primi 5, ma ciò non vuol dire sia brutto) è l'ennesima conferma della solidità della poetica Scorsesiana, legata alle radici più profonde della nazione Americana, una nazione che affonda nel sangue fin dalle sue origini e che vive pregna di sangue e violenza, vittima di mille contraddizioni e destinata a dimenticare il proprio passato o rinnegarlo. E' anche, ovviamente, una storia di persone che sono condannate ad un destino orribile nel momento esatto in cui si allontanano dal loro ambiente originario, vittime di un mondo che non comprendono appieno, e questo vale sia per gli Osage che, neanche a dirlo, per il protagonista Ernest Burkhart. Nel corso degli anni Scorsese si è fatto più cinico e, se prima i suoi personaggi erano comunque dotati di un'intelligenza che veniva obnubilata dal "vizio" e dall'eccesso, ora ci troviamo spesso davanti dei babbei senza arte né parte, mossi come marionette da gente che se la crede e sicuramente sa come stare al mondo, ma dimostra lo stesso ben poco cervello in più. Ernest, in questo, è emblematico. Il "coyote dagli occhi azzurri" più che un coyote è un cojone, un fannullone assetato di soldi che, pur amando di cuore la sua sposa indiana, non riesce a spezzare la pesante influenza che ha su di lui lo zio Bill, il Re di Fairfax, e corre allegro verso il baratro della rovina sua e della sua famiglia senza quasi neppure capire le implicazioni di ogni suo gesto. D'altra parte, Re Bill non è più furbo. Sovrano di un piccolo regno fatto di bianchi buzzurri e indiani troppo ingenui o resi sicuri dalla ricchezza per capire chi hanno davanti, Bill è in grado di giocare solo secondo le sue regole, consapevole di avere le spalle coperte anche nell'eventualità di dover buttare all'aria la scacchiera, ma crolla come un castello di carte nel momento in cui subentrano giocatori esterni neppure troppo abili. La pietà di Scorsese è, piuttosto, riservata agli Osage, nonostante la "colpevolezza" di avere rinnegato (con dolore, come testimonia la commovente sequenza iniziale) buona parte del loro retaggio, sporcandolo con la ricchezza dell'oro nero; come buona parte dei "vinti" scorsesiani, gli Osage sono stati divorati da una società che ha sfruttato proprio il loro desiderio di fare parte di un altro mondo e, in seguito, dimenticati quando la storia è stata riscritta dai vincitori, ridotta a mero racconto per casalinghe o piccola nota a pié di pagina. 


L'andamento del racconto (sì, il film dura tre ore e mezza, no, a me sono passate in un lampo ma capisco che non siamo tutti uguali) è inevitabilmente quello di un'epopea, di un noir atipico dove il colpevole si conosce fin dall'inizio, e va in netta contrapposizione con la velocità con cui i protagonisti bianchi sembrano dimenticarsi delle vittime Osage; per lo stesso motivo, la violenza sulle vittime è ripresa in campo lungo, a rispecchiare la loro natura poco importante agli occhi della città di Fairfax, e il regista preferisce insistere invece sui primi piani e piani americani, indagando sulla natura dei protagonisti, sulle maschere che indossano, sul lampo brutale di disprezzo di occhi che si fingono amici, sulla malinconica, terribile dignità di chi è costretto a vivere terrorizzato nella sua stessa casa eppure ancora si affida, speranzoso, a un briciolo di amore e umanità. Killers of the Flower Moon è un mosaico di sequenze inaspettatamente poetiche che si inseriscono in un contesto spesso triviale, e in esso la storia vera (quella raccontata da foto in bianco e nero) si mescola ad embrioni di fiction spettacolarizzante (la sequenza dello show radiofonico è spettacolare), passando attraverso gli occhi di chi non capisce letteralmente nulla e rimane lì, a provare dolore senza capire bene perché, oggetto di una lunghissima sequenza di court drama dove i concetti vengono ribaditi più e più volte (nulla me lo toglie dalla testa) a suo uso e consumo, con sommo scorno di uno spettatore già provato. Per questo, l'interpretazione di Di Caprio è perfetta. Ernest passa il tempo a cercare di imitare il Re, a cui guarda come una divinità e come esempio da seguire, conseguentemente la sua mimica facciale è la versione distorta e quasi caricaturale di quella di De Niro, che invece è l'apoteosi del vecchio bastardo che ha in odio il mondo intero e pensa solo a se stesso. In una sfilata di facce davvero brutte (ma amate. Ciao Brendan, ciao John, ciao Martin, ciao Larry e Pat!!) spicca il volto bellissimo di Lily Gladstone, con la sua espressione compassata e gli occhi tristi e profondi, rappresentazione vivente di un popolo forte ma ridotto, con "amore", a folkloristico ricordo celebrato dai pochi che hanno ancora memoria, e danzano sotto la Flower Moon in un finale di inenarrabile tristezza. Dite quello che volete, ma per me Scorsese ha fatto centro anche stavolta, e quando avrà voglia di rapirmi per altre tre ore e mezza saprà sempre dove trovarmi.


Del regista e co-sceneggiatore Martin Scorsese (che compare nei panni del produttore radiofonico) ho già parlato QUI. Leonardo DiCaprio (Ernest Burkhart), Robert De Niro (William Hale), Jesse Plemons (Tom White), John Lithgow (Peter Leaward, avvocato dell'accusa), Brendan Fraser (W.S. Hamilton), Pat Healy (Agente John Burger), Michael Abbott Jr. (Agente Frank Smith) e Larry Fessenden (interprete radiofonico di Hale) li trovate invece ai rispettivi link.


Leonardo DiCaprio doveva inizialmente interpretare l'agente Tom White, ma il ruolo è andato a Jesse Plemons (che ha rinunciato così a partecipare a Nope nei panni di Jupe) perché Scorsese ha deciso di rendere il rapporto tra Mollie ed Ernest il fulcro del film. Ciò detto, se Killers of the Flower Moon vi fosse piaciuto, recupererei Gangs of New York, Quei bravi ragazzi, Casinò e The Irishman. ENJOY!

lunedì 13 marzo 2023

Oscar 2023

Buon lunedì a tutti! Eeeeh, lo so che non siete per nulla contenti, cari cinèfili, ma personalmente ho trovato l'ultima edizione degli Academy Awards una delle più soddisfacenti degli ultimi anni, ed è quasi paradossale pensare che non ho nemmeno visto la premiazione causa sonno devastante (Sandy mi ha svegliata in tempo per vedere il discorso dell'adorabile Michelle Yeoh e il giusto premio come miglior film ad Everything Everywhere All at Once!). Ma bando alle ciance, cominciamo con il gioioso recap dei premi! ENJOY!


Come poteva non vincere Everything Everywhere All at Once come Miglior Film? La pellicola dei Daniels è stata la mia preferita l'anno scorso, l'ho vista, tradotta per giorni, amata dall'inizio alla fine per il suo essere un riuscitissimo mix di momenti seri, faceti, trash e commoventi; la folle poetica dei Daniels e la loro celebrazione della normalità e della gentilezza mi hanno conquistata, così come la loro capacità di surclassare film ben più costosi e blasonati, arrivando a creare un mondo con un budget proporzionalmente irrisorio grazie a fantasia e perizia tecnica. A maggior ragione, trovo legittimo l'Oscar per la Miglior Regia (e mi dispiace per gli altri), quello per l'ottimo Montaggio e quello per la Miglior Sceneggiatura Originale e doverosi sia quelli per la Miglior Attrice Protagonista a un'emozionatissima Michelle Yeoh e per il Miglior Attore Non Protagonista al dolcissimo Ke Huy Quan, il cui discorso mi ha ovviamente commossa fino alle lacrime. Davvero incommentabile, invece, l'Oscar a Jamie Lee Curtis per la Miglior Attrice Non Protagonista. Non ne faccio una colpa a lei, alla quale voglio bene da sempre e che ritengo una delle più grandi attrici (nonché donne) viventi, ma la stupidità dell'Academy è palese e un premio simile offre giustamente il fianco alle critiche e agli strali piovuti addosso alla marea di premi dati al film dei Daniels, e non è così diverso da un'eventuale statuetta concessa alla Bassett. Quest'anno avrebbe dovuto vincere Kerry Condon ma, evidentemente, Gli spiriti dell'isola, partito favoritissimo e tornato a casa (a mio parere ingiustamente) a bocca asciutta, è risultato inviso ai membri dell'Academy, o non si spiega. Peccato, sono queste cadute di stile a rendere gli Oscar sempre meno credibili col passare degli anni, come se già non bastasse il rifiuto totale a riconoscere validità all'horror e ai suoi interpreti a meno che non siano mainstream e in linea con la politica attuale. 


Altra gioia altro regalo! Brendan Fraser si è portato a casa l'Oscar per il Miglior Attore Protagonista, spezzando il cuore di chi gli ha sempre voluto bene con un discorso commoventissimo pronunciato con voce rotta e sull'orlo delle lacrime. Che questo sia davvero il primo, importante passo per la ripartenza di una carriera ingiustamente stroncata da un'industria senza pietà, che nasconde le brutture pluriennali sotto glamour e lustrini. The Whale vince anche l'Oscar per il Miglior Make-Up, come avevo ampiamente previsto, anche perché il lavoro dietro alla trasformazione di Fraser è stato imponente e meritevole di un riconoscimento.


Continuando a parlare di gioia, il piccolissimo, meraviglioso Women Talking (di cui parlerò nei prossimi giorni) ha vinto il premio per la Miglior Sceneggiatura Non Originale. Se non avete ancora recuperato il film di Sarah Polley è giunto il momento di farlo, magari informandovi prima sull'orribile vicenda di cronaca che ha ispirato il romanzo, prima di sparare a zero su contentini al #metoo e affini. 


Un po' di delusione, per quanto mi riguarda, c'è stata a livello di Miglior Film Straniero. Niente di nuovo sul fronte occidentale ha vinto non solo un premio che, personalmente, avrei destinato a The Quiet Girl (mi si dice che anche Closer meritava molto, non stento a crederlo), ma anche un sacco di altri importanti premi tecnici che mi hanno lasciata basita: la Fotografia era da dare a Deakins e al suo impressionante lavoro in Empire of Light, mentre la Colonna Sonora Originale (nonostante sia una delle poche ad avere apprezzato lo score dissonante composto da Volker Bertelmann) e la Scenografia sarebbero dovute andare a Babylon (ma anche ad Elvis, per quanto riguarda l'ultima categoria). Poi vi lamentate di Everything Everywhere All at Once, perlomeno un po' più originale e coraggioso di questo ennesimo, banale film di guerra!


Torniamo ai mille motivi di felicità con l'Oscar più giusto di tutti, ovvero quello al Pinocchio di Del Toro che, dopo alcuni anni di egemonia, strappa dalle mani della Disney l'Oscar come Miglior Film d'Animazione riconfermandosi, se mai ce ne fosse bisogno, come un capolavoro. Disney, Pixar, prendete esempio.


Infine, riassumo quell'altro paio di premi "tecnici" andati ad altre pellicole. Giusto per non farlo rimanere senza nulla, a Black Panther: Wakanda Forever è andato l'Oscar per i Migliori Costumi a scapito di Elvis (a mio parere uno dei film più bistrattati della serata assieme a Gli spiriti dell'isola), Top Gun: Maverick, come avevo previsto, ha vinto solo l'Oscar per il Miglior Sonoro, RRR continua a fare proseliti con la sua Canzone Originale (il che richiede che io trovi tre ore per vedere 'sto maledetto film!) e James Cameron probabilmente si starà sparando nelle palle perché dopo 10 anni di lavoro il suo Avatar - La via dell'acqua vince solo un premio, quello doverosissimo per i Migliori Effetti Speciali. Aggiungo infine quelle categorie di cui non ho assolutamente conoscenza: Navalny come Miglior Documentario, Raghu, il piccolo elefante come Miglior Corto Documentario, Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo come Miglior Corto Animato e An Irish Goodbye come Miglior Corto. Ci risentiamo l'anno prossimo, intanto torno a festeggiare e vi lascio con un paio di immagini tra il commovente e l'esilarante!!


Oscar al miglior bestinetto di diritto!


martedì 28 febbraio 2023

The Whale (2022)

Era uno dei film che aspettavo di più per questa stagione, così il giorno stesso dell'uscita sono corsa a vedere The Whale, diretto nel 2022 dal regista Darren Aronofsky, tratto dalla pièce teatrale omonima di Samuel D. Hunter e candidato a tre premi Oscar (Brendan Fraser miglior attore protagonista, Hong Chau miglior attrice non protagonista e miglior trucco e acconciatura).


Trama: Charlie, insegnante di lettere, a causa delle complicazioni derivanti dalla sua obesità patologica ha più pochi giorni da vivere. Nel tempo che gli rimane, cerca di ricucire il rapporto con la figlia adolescente, Ellie...


"Fanculo le tesi, fanculo questo corso". Queste sono le parole scritte da Charlie sulla chat del suo gruppo di studio, verso la fine di The Whale, quando tutto attorno a lui è sul punto di crollare definitivamente. Uno passa la vita ad imparare come analizzare le opere, diventando alla stregua di un freddo robot spinto, il 90% delle volte, a scrivere o enunciare ciò che gli altri vogliono sentire dire, seguendo la scia di altri critici più eminenti che hanno sviscerato tutto quello che viene percepito come "giusto" e dogmatico, e il risultato è che di verità ce n'è ben poca, di sincerità non ne parliamo. E così è la vita, ovviamente. Una vita in cui tutto dev'essere regolare, dove anche ciò che viene percepito come aberrante deve avere un senso e riportato alla "normalità", e dove rischiamo di arrivare a sentirci in colpa anche davanti alla felicità: in un atto di egoismo, Charlie l'ha agguantata abbandonando la sua vecchia famiglia e lo stesso ha fatto il suo compagno, Alan, ma nessuno dei due è riuscito a perseguirla fino in fondo, schiacciati dai sensi di colpa e dai fantasmi delle loro vite precedenti. Se Alan ha lasciato che il suo corpo si consumasse, Charlie, quasi come per un contrappasso dantesco, ha invece deciso di diventare l'equivalente di Moby Dick, una balena bianca di incommensurabile tristezza, lontano dagli occhi di un mondo a cui è legato giusto dal filo sottile di un lavoro online e di sporadiche telefonate alla moglie, sempre concentrate sull'unica cosa "vera" che ancora gli è rimasta, la figlia Ellie. Ma se dicessi di essere in grado di capire i sentimenti dei personaggi che si muovono sul palcoscenico di The Whale contraddirei l'apologia della verità salvifica che è il fulcro del film di Aronosfsky. La verità è che io non avrei mai sopportato di stare vicina a una persona debole e rinunciataria come Charlie e che capisco tutta la rabbia di Ellie, figlia abbandonata a otto anni e mai più contattata da un padre che prima ha cercato l'amore altrove e poi non ha avuto il coraggio di condividere il proprio dolore se non con il cibo. La verità è che io sarei stata tagliata fuori dalla vita di Charlie, perché a differenza di Liz non avrei mai assecondato la sua malattia e lo avrei costretto ad un ricovero coatto, anche a costo di perdere per sempre l'unico legame rimasto con la mia famiglia. 


La verità è che non c'è un solo personaggio che non abbia disprezzato profondamente all'interno di The Whale, ognuno per vari motivi, e che solo lo sguardo mite del meraviglioso Brendan Fraser mi ha dato la pazienza di aspettare e capire, mentre ringraziavo ogni divinità di non essere costretta innanzitutto a vivere come Charlie, ma anche a dover essere coinvolta in una situazione simile. Sono forse egoista? Sicuramente, non ho mai detto il contrario. La verità è che quel formato 4:3, assieme alla stazza immensa di Charlie, mi hanno chiuso lo stomaco all'idea di vivere in quella casa sporca, di sicuro puzzolente, dove l'unica oasi di serenità e pulito è una stanza chiusa a chiave dove non entra mai nessuno; la sensazione di una depressione perenne (così simile ma così diversa dalla mia, che da qualche anno mi picchietta delicatamente sulla spalla ricordandomi la sua sgradevole esistenza senza mai esagerare), rappresentata da ambienti quasi sempre bui o male illuminati e dalla pioggia scrosciante all'esterno, mi ha talmente serrato la gola che il tanto temuto pianto è arrivato solo alla fine, per un misto purificante di tristezza e liberazione. Il sole, il mare, la voce di Sadie Sink (vergognosamente snobbata agli Oscar) che, dopo tanti urli di rabbia, declama una sincerità ingenua, disarmante eppure impossibile da prendere sottogamba, sono arrivati a trafiggere quel blocco che mi teneva rigida e a disagio sulla poltrona, indecisa su cosa pensare di tutto ciò che era passato fino a quel momento sullo schermo, e mi ha scossa con immagini di pura poesia e leggerezza, porte su un mondo da sogno che noi stupidi, fragili, brutti esseri umani passiamo la vita a negarci, appesantiti da una realtà brutale e da catene che ci creiamo da soli. Al diavolo, ho di nuovo il magone quindi la smetto, tanto la verità è che non saprei mai scrivere bene di un film come questo. Brendan, mio dolcissimo Brendan. Ti auguro con tutto il cuore che The Whale ti riporti tutto il successo che meriti perché la bellezza, quella vera, non può togliertela nessuno, e neppure il talento. E fanculo l'Oscar, fanculo l'Academy, fanculo il sistema, servono solo ai cinèfili per farsi le pippe.


Del regista Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Brendan Fraser (Charlie), Sadie Sink (Ellie) e Samantha Morton (Mary) li trovate invece ai rispettivi link.

Ty Simpkins interpreta Thomas. Americano, ha partecipato a film come Insidious, Iron Man 3, Oltre i confini del male - Insidious 2, The Nice Guys, Insidious: L'ultima chiave, Avengers: Endgame e a serie quali CSI: Scena del crimine. Anche produttore, ha 22 anni e due film in uscita tra cui Insidious: Fear the Dark.


Hong Chau interpreta Liz. Thailandese, ha partecipato a film come Vizio di forma, The Menu e a serie quali How I Met Your Mother e CSI - Scena del crimine; come doppiatrice ha lavorato in American Dad! e BoJack Horseman. Anche sceneggiatrice, ha 44 anni e due film in uscita. 



venerdì 2 ottobre 2009

Inkheart - la leggenda del cuore d'inchiostro (2008)

Nonostante questo blog raccolga per la maggior parte film horror o trash, capita anche che ci sia spazio per film “carini”, quasi leggeri. E’ questo il caso di Inkheart – La leggenda del cuore d’inchiostro, diretto nel 2008 dal regista Iain Softley, e tratto dal primo romanzo di una trilogia scritta dalla tedesca Cornelia Funke, Cuore d’inchiostro, appunto (gli altri due romanzi sono Veleno d’inchiostro e Alba d’inchiostro).

 

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La trama: Mo è un restauratore di libri in grado di rendere reale ciò che legge, di trasportare personaggi di fiabe e romanzi nella realtà e anche, come “contrappasso”, di far finire le persone viventi nei mondi immaginari della carta stampata. Lo ritroviamo in viaggio con la figlia, Maggie, in cerca del libro Inkheart dove sua moglie è rimasta intrappolata, e in fuga da due personaggi usciti dallo stesso libro: il mangiafuoco Dita di Cenere, che vorrebbe tornare nel romanzo, e il malvagio Capricorno che invece vorrebbe sfruttare l’abilità di Mo per i suoi scopi.


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Ammetto che prima di vedere il film non conoscevo né il romanzo da cui è tratto, né l’autrice. Nella miriade di pellicole fantasy che periodicamente escono, Inkheart ha attirato la mia attenzione non tanto per il cast, che pure conta nelle sue fila grandi nomi, ma per gli splendidi luoghi dove è stato girato, tutti delle mie parti. Nel film viene nominata Alassio, dove si svolgono alcune scene del film (si riconoscono in effetti il Budello e la passeggiata), ma la parte più consistente vede come location il borgo medievale di Balestrino, in provincia di Savona (e che io e Toto abbiamo erroneamente preso per Bussana vecchia, considerando lo splendido castello di Capricorno un’aggiunta fatta al computer!). E sono senza dubbio le location scelte a rendere affascinante una pellicola che alla fine prende un po’ troppo da La storia infinita, per il concetto della metaletteratura e per l’amore legato ai libri, e un po’ da mille altri romanzi simili per tematiche e personaggi, e che quindi non racconterebbe nulla di troppo nuovo.


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In generale, il film è realizzato ottimamente, belli gli effetti speciali che non soffocano assolutamente una regia fluida che predilige scene colme di panorami ed elementi vivaci, ricca di dettagli anche negli ambienti chiusi. Le scenografie e i costumi sono azzeccati e davvero graziosi, oltre al già citato Castello di Capricorno segnalo le librerie in casa della zia di Maggie, lo splendido negozietto del villaggio svizzero e le pagine scritte tatuate sui volti di coloro che escono “imperfetti” dal mondo dei libri. Alcune trovate sono geniali, come quando compare il mitico cane Toto del Mago di Oz o gli effetti devastanti di una lettura balbuziente. Gli attori sono tutti molto bravi, anche se forse i personaggi sono un po’ bidimensionali. Non avendo letto il libro, rimango un po’ perplessa dal fatto che un’attrice come Jennifer Connelly abbia accettato un cameo di mezzo minuto, comparendo in un paio di flashback come la moglie bramata di Dita di Polvere. Il finale sembrerebbe un po’ “facilone”, e cozza con quanto afferma quello che nel film è l’autore di Inkeart, quando ad un certo punto afferma che solo leggendo nuove parole scritte dal vero scrittore di un romanzo ne si potrebbe cambiare la storia, influenzando gli eventi. Invece alla fine bastano poche parole scritte a caso sulle braccia per salvare capra e cavoli. Mah. Nonostante tutto il mio giudizio è comunque positivo: se cercate un film fatto bene, carino e piacevole da vedere, per una serata relax, questo fa per voi. E chissà che non vi faccia venire voglia di leggere dei buoni, vecchi libri.


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Di Jennifer Connelly ho parlato qui, mentre qua potete trovare una presenza ormai fissa del Bollalmanacco, ovvero Jim Broadbent, che interpreta lo scrittore Fenoglio (non il nostrano Beppe!)

Iain Softley è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto pochi film tra cui K – Pax e il pregevole The Skeleton Key. Ha 51 anni.

 

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Brendan Fraser interpreta Mortimer, detto Mo. L’attore americano si è fatto un nome con scanzonati film d’azione come La mummia e i suoi due seguiti, ma nella sua filmografia figurano anche opere pregevoli e più serie come il bellissimo Uomini e dei. Inoltre ricordo Airheads – Una banda da lanciare, Sbucato dal passato, George re della giungla, Looney Tunes: Back in Action, Viaggio al centro della terra. Ha prestato la voce ad un episodio de I Simpson e partecipato ad alcune puntate di Scrubs. Ha 41 anni e tre film in uscita.


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Paul Bettany interpreta il mangiafuoco Dita di Polvere. L'attore inglese, assai particolare, ha recitato nel bellissimo Gangster N°1, Il Codice Davinci ed Iron Man, dove ha dato la voce a Jarvis. Ha 38 anni e tre film in uscita.

 

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Andy Serkis interpreta il malvagio Capricorno. Se la sua faccia vi dice qualcosa, non sforzate i neuroni: non è facile riconoscere il Gollum de Il Signore degli anelli e King Kong, senza trucco, vero?! La sua vera faccetta possiamo vederla in InsomniaThe Prestige, inoltre ha prestato la voce per un episodio de I Simpson e per il film Giù per il tubo. L'attore inglese ha 45 anni e ben nove film in uscita.


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Helen Mirren interpreta la zia Elinor. Inglese, ha vinto il premio Oscar per il film The Queen, ed era già stata nominata come miglior attrice non protagonista per il pregevole Gosford Park e La pazzia di Re Giorgio. Tra i suoi altri film ricordo Caligola del nostrano Tinto Brass (ohibo!!!), Excalibur, Calendar Girls e ha prestato inoltre la voce per Il principe d'Egitto. Ha recitato in almeno un episodio di Ai confini della realtà e Frasier. Ha 74 anni e cinque film in uscita.


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vi lascio con il trailer del film, ora.... ENJOY!!!!











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