Visualizzazione post con etichetta pierfrancesco favino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pierfrancesco favino. Mostra tutti i post

mercoledì 8 gennaio 2025

Maria (2024)

Un altro film che non volevo assolutamente perdere la prima settimana dell'anno era Maria, diretto dal regista Pablo Larraín.


Trama: il film ripercorre gli ultimi sette giorni di vita di Maria Callas, tra allucinazioni e dolorosi ricordi...


Dopo Jackie e Spencer, Pablo Larraín si cimenta con un'altra dea, anzi, con LA Divina per eccellenza, la soprano Maria Callas. Ora, a scanso di equivoci, io non so nulla né della Callas né dell'opera, mi limito a canticchiare talvolta le arie più famose senza, peraltro, saperle collocare o dare loro dei titoli, e l'unica opera alla quale abbia mai assistito è l'Aida. Nonostante questo, sono anche una di quelle persone particolarmente sensibili al canto lirico, che mi provoca brividi lungo la schiena e mi lascia lì, incantata e a bocca aperta. Guardando Maria, ho provato queste sensazioni per un buon 70% della sua durata; questo perché, come ho scoperto leggendo un paio di articoli a tema, è vero che nel corso della maggior parte del film la voce reale della Callas è stata sovrapposta a quella della Jolie, ma l'attrice ha preso mesi di lezioni e lo sforzo nel canto è visibile, così come il sentimento, il trasporto infuso in esso, finché, sul finale, si possono udire i risultati di tutto il suo impegno, senza ausilio della tecnologia, o quasi. Dunque, ho avuto brividi dall'inizio alla fine di Maria, e mi sono commossa più volte, e non poteva essere altrimenti. Maria non è un film biografico, è letteralmente un'opera in tre atti, più curtain call finale, nella quale l'attrice si confronta con in fantasmi del suo passato e si fa fantasma lei stessa. C'è ben poco di realistico in ciò che si vede sul grande schermo. Ogni cosa, persino il quotidiano con due servitori buoni che sembrano quasi archetipi teatrali, più che persone vere, è filtrato dallo sguardo di una donna che ha vissuto per il bel canto e per la musica fino a diventarne schiava, prigioniera di una gabbia dorata oltre la quale non c'è vita, non c'è la Divina Callas, ma solo l'anonima "Maria". All'inizio del film, la protagonista è morta. La sceneggiatura e la regia confezionano una ghost story in cui la Callas ripercorre gli ultimi giorni della sua vita in forma di intervista per un documentario immaginario, durante i quali non esiste una dimensione temporale definita; come un fantasma, la Divina "infesta" i luoghi a lei più cari, quali l'appartamento di Parigi e il teatro di prova, e passeggia per una Ville Lumière che diventa, alternativamente, un paradiso fatto di visioni di un glorioso passato, o un inferno in cui la protagonista è costretta a rivivere i momenti più dolorosi della sua vita o ad essere apostrofata con violenza da sconosciuti arroganti che vedono le loro aspettative tradite. Lo spettatore viene messo di fronte a una fragilità estrema dissimulata da un carattere forte, volitivo e, talvolta, insopportabile, capricci che diventano reazione al tradimento di un corpo (rivelatosi men che divino) incapace di stare dietro al desiderio della diva di cantare, proprio nel momento in cui il canto sarebbe nato non da necessità, ma da pura volontà, da puro amore.  


La regia di Larraín asseconda la sceneggiatura di Steven Knight creando non-luoghi dall'impianto teatrale squisito e dà vita alle visioni della protagonista, trasformando le vie di Parigi in sontuosi palcoscenici pieni di comparse pronte a mettersi a fare da coro alla Divina, oppure rievocando l'elegante bianco e nero di patinati cinegiornali, nel corso dei quali viene messo in scena il legame tra la Callas e il magnate Aristotele Onassis (fun fact: tra il primo e il secondo tempo c'è stato il delirio di gente, compresa me, impegnata a cercare su wikipedia dettagli scandalistici d'epoca, ché io Onassis lo ricordavo solo con Jackie Kennedy, giusto per ribadire ancora una volta la mia ignoranza!). Questa fusione continua di realtà, visioni, finti documentari e riproposizioni di spettacoli iconici mi ha ipnotizzata tanto quanto l'eleganza, l'alterigia con la quale Angelina Jolie ha rappresentato la "sua" Callas. Non sono mai andata matta per la Jolie, ma stavolta non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo; la potenza della sua interpretazione ha spazzato via anche il doppiaggio italiano, peraltro abbastanza valido, e mi ha trasportata sull'onda di un'altalena di sentimenti contrastanti, alimentati anche dallo splendido uso della colonna sonora, che mi ha annientata poco prima del finale con quel E lucevan le stelle piazzato a tradimento. La Jolie, peraltro, è l'unica attrice femminile degna di nota nel cast, che rappresenta un piccolo ma significativo neo all'interno di un film che ho trovato, altrimenti, ineccepibile. Alba Rohrwacher nei panni della governante e Valeria Golino in quelli della sorella della Callas, infatti, sono da latte alle ginocchia pur essendosi ridoppiate, per fortuna il tenerissimo Favino (ormai sempre più simile a Braccobaldo Bau) e l'affascinante Kodi Smit-McPhee, coi suoi occhi asimmetrici, sono due spalle perfette per la protagonista, e riescono ad arricchirne di ulteriori sfumature la potente interpretazione . Insomma, partivo prevenuta e convinta di addormentarmi in sala, ma mi sono trovata davanti un film meraviglioso. Vi consiglio, dunque, di liberarvi dai pregiudizi e di tentare la visione di Maria, potreste rimanere sorpresi!


Del regista Pablo Larraín ho già parlato QUI. Angelina Jolie (Maria Callas), Pierfrancesco Favino (Ferruccio), Alba Rohrwacher (Bruna), Kodi Smit-McPhee (Mandrax) e Valeria Golino (Yakinthi Callas) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Maria vi fosse piaciuto recuperate Jackie e Spencer. ENJOY!

martedì 14 marzo 2023

Bolle dall'Abisso: L'ultima notte di Amore (2023)


E anche 'sti Oscar se li semo levati dai cojoni!! Per l'occasione, tiro il fiato e lascio che sia Vidur di Pellicole dall'Abisso a scrivere di un film che con la kermesse losangelina non ha avuto nulla a che fare nonostante, pare, sia davvero un bell'esempio di pellicola italiana! Aspettando di riuscire a vederlo a mia volta, ecco il post di Vidur su L'ultima notte di Amore, diretto e sceneggiato dal regista Andrea Di Stefano. ENJOY!


A dispetto del titolo, L'Ultima Notte di Amore non è né un dramma sentimentale, né un raffinato porno soft, ma uno splendido thriller che conferma l'ottima salute del cinema italiano e la progressiva rinascita del cinema di genere nel nostro paese. L'Amore del titolo è il cognome del protagonista, un poliziotto ad un passo dalla pensione dopo trentacinque anni di onorato servizio, che si trova ad indagare sulla morte improvvisa e violenta del suo migliore amico e collega. 

Quasi impossibile aggiungere altro alla trama senza fare spoiler, pertanto accontentatevi di questo stringato incipit. Il regista Andrea Di Stefano si è fatto le ossa con due film dal respiro internazionale come Escobar e The Informer e infatti confeziona un gioiellino che ha poco da invidiare a tantissime produzioni americane analoghe. L'Ultima Notte di Amore è un thriller poliziesco che si muove a metà fra il mondo del crimine e della legge, seguendo quasi alla regola gli stilemi del genere, flirtando con alcuni inevitabili cliché, ma proponendo comunque una storia assolutamente avvincente.


Si seguono le vicissitudini di Franco Amore e dei coprotagonisti con sincero trasporto, con l'ansia e la voglia di sapere cosa accadrà e la cosa vale fino all'ultimo secondo della pellicola, capace di mantenere un elevato livello di tensione per quasi tutta la sua durata. Merito di una regia moderna e dinamica -ma mai troppo invadente- e di dialoghi crudi e realistici, che rifuggono l'effetto sceneggiato RAI o Distretto di Polizia. Efficace anche il tema portante di Santi Pulvirenti, ricco di classici echi anni '70 e '80.

Favino, come sempre, è eccezionale nell'interpretazione di un personaggio assolutamente umano, compresso nella zona grigia di quelli che sono onesti fino ad un certo punto (cit.). E per una volta anche il casting di supporto si rivela all'altezza della situazione: il ruolo di Cosimo sembra essere scritto apposta per Antonio Gerardi, così come è impossibile non empatizzare immediatamente con il Dino di Francesco Di Leva. A sorprendere però è Linda Caridi, davvero bravissima nel ruolo di Viviana, la giovane moglie calabrese del protagonista. Il suo personaggio è sfaccettato e davvero intrigante, capace com'è di unire dolcezza e amore al coraggio e alla determinazione. 



C'è poi un ulteriore personaggio, ovvero Milano. Tutto il film è ambientato nel capoluogo lombardo, le cui riprese aeree sono uno spettacolo nello spettacolo. La Milano rappresentata è una metropoli in cui il confine tra legalità e illegalità è labile e onnipresente e forse era l'unica città italiana in cui un film di questo genere poteva tenersi; per uno che ci è nato e cresciuto come il sottoscritto poi, è stata un vera goduria vederla sullo schermo, senza considerare che la scena clou è ambientata letteralmente a due passi dalla casa in cui ho vissuto per quasi vent'anni. 

Un paio di ingenuità e falle logiche nella scrittura e qualche villain un filino troppo stereotipato, sono gli unici difetti ascrivibili ad un film che definirei semplicemente bello, pienamente riuscito e che spero faccia da volano per altre produzioni di questo genere. 
Il cinema italiano è ancora vivo e lotta insieme a noi.







martedì 14 gennaio 2020

Hammamet (2020)

Spinti da un trailer arricchito da un Favino irriconoscibile e da un'insana passione per le biografie storico-politiche, col Bolluomo siamo andati a vedere Hammamet, diretto e co-sceneggiato dal regista Gianni Amelio, scontrandoci col primo diludendo dell'anno.


Trama: ultimi anni della vita di Bettino Craxi, esule in Tunisia per fuggire alla giustizia italiana, tra gravi malattie e riflessioni.


Come ho già scritto su Facebook: Si può dire "che due palle"? Lo so che non è bello liquidare un film con queste tre, tragiche parole, ma alcune pellicole lo meritano e Hammamet è una di queste. Noiosissima, banale agiografia alla fine della quale di Craxi non si viene a sapere nulla più di quanto può venire riportato sulla sua pagina Wikipedia né si esce arricchiti o incuriositi, Hammamet spicca per la mancanza di coraggio e per la ferma volontà di non prendere una posizione che sia una, cercando di accontentare contemporaneamente detrattori e amanti di una figura politica tra le più controverse della vecchia repubblica italiana. Anzi, soprattutto, a mio avviso, si è cercato di essere quanto più "positivi" possibile, altrimenti non avrei parlato di agiografia San Bettino, il quale viene rappresentato come un uomo malato e ingiustamente vessato dalla giustizia italiana, spinto alle sue "marachelle" (la metafora del bambino con la fionda è qualcosa di angoscioso, nell'accezione più ligure del termine) dalla profonda convinzione di non essere l'unico a comportarsi in quel modo e di farlo meglio di altri, mitigando la giusta corruzione con opere di bene finanziate proprio da questi guadagni illeciti. Ma chi era Robin Hood, santo cielo? Oltre ai deliri di un uomo solo, malato, da compatire, si aggiungono terrificanti presenze che serpeggiano per tutta la durata della pellicola, roba che la LLorona e la bambola Annabelle sono due Orsetti del Cuore. Sto parlando, ovviamente, della figlia di Craxi e del wannabe assassino eletto a documentarista del buon Bettino, due escamotage narrativi di cui una perennemente incazzata/triste, l'altro che probabilmente dovrebbe rappresentare l'occhio esterno di chi osserva l'ex uomo politico con sentimenti ambivalenti (consentendo a Favino di profondersi in interminabili monologhi fatti di nulla) e poi boh, a un certo punto sparisce per cicciare fuori sul finale senza un perché e inspiegabilmente ridotto alla follia. Non è il solo, ovviamente, privo di un reale perché: ci aggiungo anche il nipotino ciccione di Craxi, probabilmente messo lì per far colore e poi eliminato dalla trama una volta che gli sceneggiatori si sono accorti della sua inutilità, e la Gerini in guisa di Ania Pieroni, amante storica di Craxi che compare per cinque minuti durante i quali parrebbe fondamentale e invece no, altra parentesi di "colore" e umanità fine a se stessa.


E forse, aggiungerei, è meglio che alcuni attori (aggiungo anche l'"indispensabile" Alberto Paradossi/Bobo Craxi) compaiano per un minutaggio scarso, perché a parte Pierfrancesco Favino, Renato Carpentieri e Silvia Cohen, che interpreta la moglie di Craxi, non se ne salva uno. Il più imbarazzante di tutti è Luca Filippi. Bello come il sole, un ragazzo dai lineamenti finissimi, splendidi, e dagli occhi ipnotici. Peccato abbia scelto la carriera di attore, visto che è l'equivalente maschile di Corinna Negri e ad ogni sua comparsa mi veniva voglia di tirare delle capocciate fortissime contro il muro, anche solo per rimanere sveglia; per carità, probabilmente la colpa è anche del personaggio insulso che gli è stato appioppato, ché uno in effetti non può cavare sangue da una rapa. Lo stesso Favino, poverino, sacrifica la perfezione di fisico, intonazione, voce, accento, trucco all'interno di un'opera ancor meno interessante di una puntata di Tale e quale show, il cui unico momento apprezzabile è una sequenza onirica troppo breve, all'interno della quale Amelio vuò fa' Sorrentino senza la sfacciataggine cafona ma aggraziata del regista partenopeo e risultando così paraculo ANCHE quando avrebbe potuto e dovuto essere graffiante e corrosivo. Se non altro, lì ci sono Olcese e Margiotta che mi hanno sempre fatta tanto ridere ma, come direbbe Rene in Mallrats: "Troppo poco, troppo tardi". Che spreco di infinite possibilità. Evitate, anche se siete amanti di Pierfrancy.


Di Pierfrancesco Favino (Bettino Craxi) e Claudia Gerini (L'amante) ho parlato ai rispettivi link.

Gianni Amelio è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Calabrese, ha diretto film come Il ladro di bambini, Lamerica e Le chiavi di casa. Anche attore, ha 75 anni.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate Il Divo, Loro 1 e Loro 2. ENJOY!

martedì 28 maggio 2019

Il traditore (2019)

Ero un po' dubbiosa ma domenica, grazie alle parole di Sauro, sono andata a vedere Il traditore, diretto e co-sceneggiato dal regista Marco Bellocchio.


Trama: dopo una vita di "onorata" carriera all'interno di Cosa Nostra, negli anni '80 Tommaso Buscetta decide di diventare il primo collaboratore mafioso della polizia.


Quello di Tommaso Buscetta è un nome che da bambina e ragazzina avrò sentito mille volte nel corso di quei telegiornali che ascoltavo, durante il pranzo o la cena, con un occhio sempre tenuto su un libro o su un fumetto. Riflettendoci, domenica mi sono resa conto che, se di Totò Riina ho ben impresso il viso da vecchio zoticone di campagna, il volto di Buscetta mi era praticamente sconosciuto, così come in generale tutto ciò che era legato alla sua figura di primo collaboratore di giustizia; ho ben chiaro, invece, il ricordo della strage di Capaci, anche se nel tempo è subentrata la sensazione di caldo afoso che accompagnava un'altra strage, quella dove ha perso la vita Borsellino, a dimostrazione di come anche gli eventi più segnanti diventino vittime, col tempo, di una sorta di "smarginatura". Per fortuna esistono i film, che nel caso specifico colpiscono duro nel riproporre la strage di Capaci, momento tristemente fondamentale della storia moderna italiana e anche nella vita di Buscetta, la cui esistenza si è intrecciata saldamente, almeno per un periodo, a quella di Giovanni Falcone. Ma chi era questo Buscetta? Cosiddetto Boss dei due mondi, soldato di Cosa Nostra fuggito in Brasile, dopo essere stato catturato per la seconda volta ha deciso di diventare uno dei primi informatori di giustizia a causa di un perverso senso dell'onore, offeso dalla perdita dei romantici dettami della mafia di un tempo. "Cosa nostra" che diventa "cosa del singolo", col dio denaro come primo ed unico principio da seguire, senza guardare in faccia donne, bambini e "famiglie": così Buscetta arriva a considerarsi paladino della correttezza di Cosa Nostra, dimenticando (o, meglio, sorvolando sul fatto) di essere lui stesso, in primis, assassino, criminale, spacciatore, pronto a suicidarsi pur di non farsi catturare dalla polizia, esponente di spicco di qualcosa già sbagliato e orribile in partenza. Bellocchio, anche co-sceneggiatore, cammina sul filo sottilissimo che separa fascinazione e disgusto, riuscendo a smontare in tempo zero ogni sequenza che rischierebbe di presentarci Buscetta come l'ultimo degli eroi e sottolineando sempre e comunque la sua natura di criminale; emblematici i confronti con Falcone e la pubblica gogna dell'avvocato Coppi (per quanto paraculo difensore di un altro deprecabile, Andreotti), la prima atta ad aprire gli occhi di Buscetta davanti al suo concetto di mafia "onorevole", la seconda atta a sviscerare tutta l'assurdità di un criminale trattato come un vip e la possibilità che, tra 100 verità espresse dal nostro, ci fossero almeno 30 bugie o mezze verità, magari dettate da odio, desiderio di vendetta, voglia di mostrarsi ancora indispensabile allo Stato.


Certo, non è facile distaccarsi dall'inevitabile fascino e carisma di Pierfrancesco Favino. Affascinante anche sotto il make up che lo vuole appesantito e talvolta invecchiato, l'attore da vita ad un Buscetta molto umano non solo a livello di "sentimenti" ma anche per quanto riguarda il modo di esprimersi, di muoversi, di parlare, con quegli occhi che da un momento all'altro diventano lucidi e quel sarcasmo a fior di labbra tremanti, incerte davanti alla consapevolezza di come la cultura e l'arte oratoria talvolta possono veramente poco contro chi è più bestia di te. Il confronto tra Buscetta e Calò, così come tutti i processi mostrati all'interno del film, hanno quel mix di profondità drammatica e trash da tragicommedia che li rendono ipnotici e disgustosi al tempo stesso; si fa, paradossalmente, il tifo per Buscetta, ci si chiede se cose del genere siano accadute veramente, ci si vergogna per aver anche solo pensato di sorridere davanti alle intemperanze di un branco di animali in gabbia e allora arriva il regista a ricordarcelo, magari in maniera un po' didascalica, che ogni mafioso, Buscetta compreso, è una bestia selvatica momentaneamente confinata in una parvenza di civiltà, che non si farebbe scrupoli, una volta libero, a mordere, mutilare e uccidere. Come da "scuola Miller", Bellocchio a 80 anni si dimostra in grado di spaccare culi e confezionare un film violento, moderno sia per la scrittura che per la regia, che tira fuori il meglio dai suoi attori (non solo Favino ma anche Lo Cascio è strepitoso) e lascia lo spettatore spiazzato a più riprese, con flashback che vengono accennati e poi ripresi nel momento esatto in cui il pubblico disattento avrebbe potuto dimenticarli, tra immagini poetiche ed altre talmente terra terra da far venire voglia di vomitare. Personalmente, lo sapete, non sono "nazionalista" e non contesto (non avendo visto le opere in questione) la vittoria a Cannes di Banderas e Bong Joon-ho ma sicuramente questo Il traditore ha meritato di venire visto ed apprezzato al festival e di venire già acquistato da molti distributori esteri, quindi superate il terrore per un'eventuale mattonata (che stava per frenare anche me, lo ammetto) e correte al cinema a guardare l'ultimo film di Bellocchio prima che lo tolgano dalle sale!


Di Pierfrancesco Favino, che interpreta Tommaso Buscetta, ho già parlato QUI mentre Luigi Lo Cascio, nel ruolo di Totuccio Contorno, lo trovate QUA.

Marco Bellocchio è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Piacenza, ha diretto film come Sbatti il mostro in prima pagina, Diavolo in corpo, La balia, L'ora di religione, Buongiorno notte e Bella addormentata. Anche attore e produttore, ha 80 anni.


Tra gli altri interpreti segnalo Bebo Storti nei panni dell'avvocato Franco Coppi. ENJOY!

venerdì 16 ottobre 2015

Suburra (2015)

Approfittando della Festa del Cinema mercoledì sono andata a vedere Suburra, film diretto dal regista Stefano Sollima e tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo.


 Trama: a Roma, nel novembre del 2011, si intrecciano i destini del parlamentare corrotto Malgradi, del boss Samurai, del PR Sebastiano e di due famiglie di spicco della malavita romana, il tutto mentre il Papa confida al camerlengo uno sconvolgente segreto...


Non può piovere per sempre, si diceva in un vecchio cult anni '90. Eppure, quel che resta soprattutto del film di Sollima è la visione di un impenetrabile muro di incessante pioggia, mentre nelle nostre orecchie riverbera continuo lo scrosciare di un novello diluvio universale. Sembra quasi che un impietoso giudizio divino sia intenzionato a spazzare via la Capitale dalla faccia della Terra, a mondarla da tutto lo sporco e la corruzione che albergano nella Suburra, naturale evoluzione della sub-urbe dell'antichità e sentina dove allignano malviventi, drogati, codardi, schiavi del potere, prostitute, pervertiti e politici della lega più infima che possiate immaginare. Con tutta quest'acqua, uno pensa, sarebbe naturale mondarsi dallo schifo che Sollima sbatte sul grande schermo, invece no: si esce dalla visione di Suburra sentendosi sporchi, con un gran peso sullo stomaco, il terrore di venire colpiti da atti di violenza gratuita, desiderosi soltanto di respirare aria fresca e purgarsi il cervello. Forse perché è più facile chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie, fingendo che gli orrori raccontati dal regista siano frutto di fantapolitica o pregiudizi sinistroidi e populisti quando la realtà edulcorata ci passa davanti tutti i giorni appena accendiamo la TV e cominciamo a guardare il telegiornale: Tangentopoli, Mafia Capitale, politici di destra che scivolano prima al centro poi a sinistra, PDini che ragionano come i Berlusconiani, gente che muore sulle strade, pedofilia, prostituzione, scandali in Vaticano, chi più ne ha più ne metta, sono cose talmente radicate nella nostra concezione di società che, raccontate con piglio professionale da un mezzobusto, arrivano a sembrarci distanti e quasi accettabili, una terribile, normale amministrazione che ci indigna per un paio di giorni, sì, giusto il tempo di scrivere qualche status su Facebook, prima di dimenticarle per sempre. Eppure ricordo bene quando da bambina avevo un sacro terrore di quella "cosa" chiamata Mafia, capace di renderti orfana o ucciderti senza un perché, magari davanti a membri compiacenti delle forze dell'ordine. Ricordo molto bene il senso d'impotenza provato davanti allo sceneggiato La Piovra, nel quale politici, magistrati e delinquenti cospiravano uniti dall'unico scopo di fare soldi senza preoccuparsi del sangue che avrebbe bagnato le strade. Forse se lo ricorda anche Sollima perché, sfruttando i recenti scandali romani, il regista firma un La Piovra 2.0 capace di suscitarmi lo stesso senso di angoscia ed impotenza provato da bambina.


Dimenticate Quei bravi ragazzi, Casinò, Mean Streets, persino Romanzo criminale. Nella macchina da presa di Sollima non c'è posto per la punta di indulgenza, il rispetto e il glamour scorsesiani e neppure per il carisma di Freddo e compagnia, c'è solo la grandissima, stomachevole consapevolezza del vuoto cosmico incarnato dai figli di mignotta che sfilano sullo schermo. Personaggi patetici che, come diceva Frankie Hi NRG, hanno mani "ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano altrimenti le altre mani chissà cosa pensano" e che, come ratti, bisbigliano i loro piani truci lontani da occhi indiscreti. Nonostante la pioggia battente, infatti, buona parte di Suburra è girato in interni (il parlamento, la cafonissima villa degli zingari, il centro commerciale, gli abitacoli delle auto, le camere d'hotel, le discoteche) o comunque dentro pochi ambienti esterni ben delimitati che si ripropongono ciclicamente per tutta la durata della pellicola. La gente comune non ha la facoltà di entrare in questi luoghi di potere e quando lo fa (o quando ne esce, più o meno volontariamente) si fa molto male perché l'insidiosa Suburra romana ha delle zanne potenti ed invisibili, zeppe di un veleno che è sia temporale che spirituale. Avrete notato, nel trailer, la presenza di un Pontefice. Ecco, il Papa che se ne va e se ne lava le mani di tutto, dando inizio di fatto al countdown verso l'apocalisse che coinciderà con la caduta del governo, è la rappresentazione perfetta di come non esistano redenzione o salvezza per nessuno dei protagonisti né tantomeno per i poveracci che si limitano a vivere all'ombra della Capitale; esistono solo piccole, dolorose vittorie (o meglio, vendette) temporanee, patetiche illusioni di un potere eterno, deliri di onnipotenza e la consapevolezza che i cosiddetti "pesci grossi" non sono altro che avannotti ai quali basta un niente per essere dimenticati e sostituiti dai loro simili fatti della stessa, vomitevole pasta. Tutto questo schifo viene "nobilitato" dalla bravura di Sollima e degli attori coinvolti (Favino è la quintessenza del laido, Germano un topo di fogna fatto e finito, Amendola un perfetto "signor nessuno" come il Massimo Carminati a cui si ispira, la coppia di coatti formata da Alessandro Borghi e Greta Scarano subisce un'evoluzione sorprendente e apprezzatissima, Adamo Dionisi incarna spavaldo un personaggio vomitevole al quale non avrei esistato a spaccare la testa con un badile) e da una colonna sonora a dir poco splendida e coinvolgente, elementi indispensabili per rendere la visione di Suburra piacevole senza però mitigare neppure per un istante l'enorme pugno che vi sfonderà lo stomaco mentre state comodamente seduti in poltrona. Io, incurante dell'angoscia che ancora mi attanaglia, aspetto con ansia sia di riguardare Suburra sia l'uscita della serie nel 2017 e intanto ringrazio Sollima per aver completato la tripletta di gioielli italiani usciti nell'anno cinematografico in corso.


 Di Pierfrancesco Favino (Filippo Malgradi), Elio Germano (Sebastiano) e Antonello Fassari (il padre di Sebastiano) ho già parlato ai rispettivi link.

Stefano Sollima è il regista della pellicola. Originario di Roma, ha diretto film come ACAB - All Cops Are Bastards, ed episodi di serie come Un posto al sole, Romanzo Criminale - La serie e Gomorra - La serie. Anche sceneggiatore, ha 49 anni.


Claudio Amendola interpreta il Samurai. Nato a Roma, lo ricordo per film come Vacanze di Natale, Vacanze in America, Soldati - 365 all'alba, Mery per sempre, Ultrà, I mitici - Colpo gobbo a Milano e per serie come Felipe ha gli occhi azzurri e I Cesaroni. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 52 anni.


Jean-Hugues Anglade interpreta il Cardinale Berchet. Francese, lo ricordo per film come Nikita, Jona che visse nella balena, Killing Zoe e Identità violate, inoltre ha partecipato a serie come I Soprano. Anche regista e sceneggiatore, ha 60 anni e due film in uscita.


Se Suburra vi fosse piaciuto recuperate ACAB - All Cops Are Bastards e Romanzo Criminale. ENJOY!

mercoledì 3 luglio 2013

World War Z (2013)

Luglio col bene che ti voglio, portatore dei primi blockbuster estivi! Ieri sera è stata la volta di World War Z, diretto dal regista Marc Forster e tratto dall’omonimo romanzo di Max Brooks. La recensione che segue contiene SPOILER quindi non leggete se non volete togliervi la sorpresa.


Trama: Gerry, ex agente delle Nazioni Unite, viene richiamato in servizio dopo che una pandemia in grado di trasformare gli uomini in zombie comincia a decimare la popolazione mondiale…


World War Z può essere riassunto così: Brad Pitt tuttofare, Brad Pitt paraculo, Brad Pitt porta jella e Brad Pitt man of steel. Bradano (d'ora in poi lo chiameremo così) è il protagonista assoluto della pellicola, alla faccia degli zombi e della marea di personaggi, leggasi pedine sacrificabili, che gli ruotano attorno. Il che non significa che World War Z sia un brutto film, perché effettivamente Bradano è un bell'uomo, gli effetti speciali sono da paura anche se non ne fanno, il ritmo rimane sostenuto per tutta la durata della pellicola, le prime sequenze sono sconvolgenti a tratti allucinanti, come si diceva al Pippo Kennedy Show. Tecnicamente parlando abbiamo davanti un kolossal della madonna, come faccio a dirvi di non andare a vederlo? Sicuramente, potrei dirvi di snobbare il 3D perché, a naso, non cambierebbe nulla per quel che riguarda il film ma uscireste dalla sala con due euro in meno che potreste spendervi invece per un ottimo gelato. Potrei dirvi che, sempre a naso, sarebbe meglio procurarsi il libro di Brooks perché un'epidemia zombie non può, non deve essere ridotta al Bradano che s'atteggia da superfigo. Ma, lo stesso, dire che World War Z è un brutto film non si può. E allora mi viene in soccorso l'internetto che mi dice che, effettivamente, tutto quello che mi ha portata a considerare la seconda metà della pellicola un gigantesco WTF è frutto di ripensamenti dell'ultim'ora e di rimaneggiamenti della sceneggiatura affidati a Goddard e Lindelof. come avrò modo di spiegare nelle note di chiusura. Quindi, diciamo che World War Z è un bel film ma purtroppo è stato rovinato in fieri e noi ci siamo beccati la versione tecnicamente pregevole ma oggettivamente despicable, l'aMMericanata tamarra.


War World Z scorre liscio (si fa per dire) come l'olio finché Bradano non sale sull'aereo dopo la caduta di Gerusalemme. Fino a quel momento ci avevo creduto, mi ero anche commossa perché un paio di sequenze sono oggettivamente bastarde quanto la pubblicità del gattino Barilla. Poi, dev'essere arrivata l'incoscienza, Goddard e Lindelof devono aver lasciato il lavoro nelle mani di due scimmie urlatrici poco addestrate: gli unici aspetti positivi di questo twist nella sceneggiatura sono l'incredibile figaggine di Pierfrancé, l'apparizione del sempre simpatico Moritz Bleibtreu e l'arrivo di uno zombi così espressivo ed accattivante da far sfigurare Bradano con due semplici schiocchi di mandibola. A parte queste tre cose, il resto è incosciente delirio: spiegatemi come diamine fa Bradano a sopravvivere, nell'ordine, ad un disastro aereo da lui provocato con bomba a mano (totale sopravvissuti: lui e la soldatessa monca e aggiungete il fatto che, pur sconvolto dagli eventi, il nostro riesce a scoprire il metodo per fregare gli zombi, cosa che non era riuscita alle menti più brillanti del pianeta), al conseguente impalamento tramite scheggione metallico, all'auto-iniezione di un virus sconosciuto e potenzialmente mortale e a tornare dalla famiglia con giusto un paio di croste in faccia e i capelli spettinati. Spiegatemi anche PERCHE' diamine, con tutti gli scienziati sulla nave, gli elicotteri, i mezzi per arrivare sulla terraferma etc... a prendere il virus c'è dovuto andare Bradano a piedi nonostante avesse spiegato tranquillamente la situazione via cellulare al suo superiore. A regà, datemi gli stessi soldi che avete dato ai due signori dal nome famoso che ve le butto giù io un paio di modifiche sensate, non presentiamo alle platee di mezzo mondo 'sta roba fatta a tirar via, su!!! Anzi, sapete che vi dico? Arrivata a questo punto mi sono arrabbiata e ho cambiato idea, consiglio di NON andare a vedere World War Z, perché è una kolossale presa per i fondelli anche se è ben girato e c'è Pierfrancé che merita. Anzi, donne, andatelo a vedere SOLO per Pierfrancé.


Brad Pitt (Gerry Lane), James Badge Dale (Capitano Speke), David Morse (l'ex agente della CIA), Peter Capaldi (uno dei dottori dello W.H.O.) e Pierfrancesco Favino (il più figo dei dottori dello  W.H.O.) li trovate ai rispettivi link.

Marc Forster è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Monster’s Ball – L’ombra della vita, Neverland – Un sogno per la vita, Vero come la finzione, Il cacciatore di aquiloni e Quantum of Solace. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 44 anni.


Moritz Bleibtreu interpreta uno dei dottori dello W.H.O. Tedesco, lo ricordo per film come The Experiment, Lola corre, Munich e Vallanzasca - Gli angeli del male. Ha 42 anni e quattro film in uscita.


Mireille Enos, che interpreta la moglie di Gerry, era stata la consorte di Josh Brolin in Gangster Squad, Elyes Gabel, sfigatissimo benché geniale ricercatore di belle speranze, era l'altrettanto sfigatissimo fidanzato della protagonista di Dead Set, mentre il Jack di Lost, Matthew Fox, compare brevemente come uno dei soldati che salva Bradano e famiglia all’inizio del film. A dire il vero, su internet si legge che il poveraccio avrebbe dovuto avere una parte ben più consistente e ingrata, ovvero quella del soldato “rovina famiglie”, impegnato in una relazione con la moglie di Bradano… ma la premiata ditta Lindelof & Goddard hanno deciso di tagliarlo completamente fuori nel corso delle riscritture della sceneggiatura, che hanno garantito anche un finale diverso (e, come avete letto nella recensione, meno sensato) alla pellicola: all’inizio l’aereo doveva atterrare in Russia e Gerry doveva finire a combattere zombi con l’esercito; sarebbe dovuto arrivare l’inverno e il protagonista avrebbe capito che l’arma per uccidere i non morti era il freddo, quindi avrebbe viaggiato per arrivare in Oregon e guidare uno sparuto gruppo di soldati in una battaglia atta a raggiungere la sua famiglia. Il film si sarebbe concluso con questo incerto cliffhanger e, se devo essere sincera, avrei preferito questa soluzione alle belinate con cui se ne sono usciti Lindelof e Goddard dopo la caduta di Israele! Maledetti studios edulcoranti! Quindi, detto questo, dubito che succederà ma se World War Z dovesse piacervi recuperate la saga di Rec, i film Romeriani dedicati agli zombi e 28 giorni dopo. ENJOY!!!

mercoledì 20 febbraio 2013

Bollalmanacco On Demand: Romanzo criminale (2005)

Dopo millemila mesi ecco tornare la rubrica dove chiunque può farmi vedere quello che gli pare, ovvero il Bollalmanacco On Demand. Oggi tocca alla blogger Tiziana beccarsi la recensione del film richiesto, quel Romanzo Criminale diretto nel 2005 da Michele Placido e tratto dall'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo. La prossima pellicola On Demand sarà invece Il giorno della bestia di Áxel de la Iglesia, chiesto dall’horroromane Matteo.


Trama: nella Roma degli anni’70 un gruppo di delinquenti riesce a farsi strada nel mondo della mala e a diventare la banda criminale più potente e pericolosa della Capitale… 

 
Ovviamente, stavolta partivo prevenuta. Mi è bastato leggere nei credits i nomi, a me abbastanza invisi, di Claudio Santamaria, Michele Placido, Stefano Accorsi e Riccardo Scamarcio per cominciare a sudare freddo e a maledire il giorno in cui ho tirato fuori 'sta malsana idea delle recensioni a richiesta. Alla vista della durata della pellicola (quasi tre ore!!) ho rischiato invece l'embolia. Per fortuna questa volta mi tocca ammettere l'errore e cospargere il capo di cenere: Romanzo Criminale ha tutte le carte in regola per rappresentare degnamente il buon cinema italiano e per una volta non sembra di guardare un prodotto televisivo anche se, lo ammetto, ho sentito spesso il riverbero inquietante e nostalgico de La piovra, tanto che mi sarei aspettata di veder spuntare in qualsiasi momento Tano Cariddi e il Commissario Cattani (che effettivamente ciccia fuori, ma in un altro ruolo). La fotografia in particolare è molto bella e la pellicola è curatissima sia per quanto riguarda la colonna sonora che per i costumi e le scenografie, ricche di quei piccoli dettagli in grado sia di collocare la vicenda in una determinata epoca sia di approfondire maggiormente la psicologia e il carattere dei personaggi (emblematica la rappresentazione delle abitazioni dei tre "capi" della banda, semplice e spartana quella del Freddo, tamarra e piena di oggetti kitsch e costosissimi quella del Dandi ed enorme ma impersonale quella di Libano). Molto interessante ed utile, inoltre, la scelta di mescolare al girato anche degli spezzoni di veri telegiornali, che innanzitutto contestualizzano "il romanzo" e poi contribuiscono a rendere ancor più verosimile la storia di questo gruppo di criminali, ispirata a quella della banda della Magliana.


Come dice il titolo, per quanto la trama della pellicola sia legata alla realtà ci troviamo comunque davanti ad un romanzo, appunto. Libano, il Dandi e il Freddo sono tre criminali troppo belli per essere veri (come dice peraltro una delle due protagoniste femminili all'altra), troppo carismatici e ripuliti nonostante il pesante accento romanazzo con cui si esprimono. E' per questo che, nel corso di Romanzo Criminale, ci troviamo spesso a parteggiare per loro e ad assecondare quasi l'idea romantica che spinge Libano e gli altri a dar vita alla banda, un'idea di libertà, di indipendenza, di conquista, il desiderio di elevarsi da un destino che relegherebbe questi giovani ad essere dei semplici impiegati, dei delinquentelli di strada, dei servitori. E' interessante vedere come spesso e volentieri questa "filosofia" di vita riesca quasi a cammuffare l'effettiva bassezza delle azioni compiute dalla banda e come purtroppo essa si ritrovi a cozzare con una realtà fatta di mafiosi, politici corrotti e oscuri burattinai dei servizi segreti, che alla fin fine offrono a Libano e soci solo l'illusione di essere liberi e potenti e sono sempre pronti a farli tornare brutalmente con i piedi per terra. Questo intersecarsi di registri diversi appassiona ed intriga, soprattutto perché i tre protagonisti principali sono delineati con una precisione e una delicatezza che raramente si trova nel cinema italiano moderno. Personalmente, ho molto apprezzato l'introduzione che ci mostra il primo, tragico crimine commesso dal trio di malviventi da ragazzini, perché racchiude già in sé quello che sarà il loro destino da adulti: Libano rimarrà per sempre lo scapestrato di buon cuore che rinuncerebbe a tutto per salvare i compagni, Freddo sarà sempre quello più distaccato e taciturno, il Dandi quello codardo, infantile e paraculo. Il fatto che i tre non cambino nel corso della pellicola fa capire quanto la loro ricerca della grandezza e della libertà sia viziata da ignoranza, preconcetti e da un distorto codice d'onore, un trittico letale che non riuscirà a far fronte allo sterminato nugolo di parassiti, nemici e profittatori che gravita loro attorno.


Appurata quindi la bontà della trama e del film in sé, passo a spendere due parole sull'aspetto che mi inquietava di più a inizio visione, ovvero gli attori. Di Pierfrancesco Favino non posso che dire bene e non solo perché è un figo pazzesco in grado di ottenebrare il mio giudizio ad ogni comparsa, ma anche per il modo in cui riesce ad interpretare un personaggio sfaccettato e complesso come il Libano senza renderlo odioso. Bravissimi anche Kim Rossi Stuart e Claudio Santamaria, ognuno a modo loro, e molto validi anche i personaggi di contorno, a partire dalla femme fatale Cinzia, interpretati da caratteristi che riescono a non trasformare dei criminali borgatari, ignoranti e burini in macchiette kitsch di cui ridere a crepapelle. Ovviamente, in mezzo a tanta dignitosa professionalità (non necessariamente bravura) spunta anche una mosca bianca; nella fattispecie il solito, mollo, inguardabile Stefano Accorsi che con la sua floscia e inespressiva interpretazione di un personaggio importante come il commissario Scialoja rischia più volte di far sprofondare il livello di Romanzo Criminale dal bello all'insopportabile. Pericolosamente sotto il livello di guardia anche la zuccherosissima e tediosa Roberta di Jasmine Trinca, l'unica cretinetti che per quasi tutto il film si beve le bugie del Freddo senza sospettare minimamente la reale natura della sua attività, fissandolo con quell'atteggiamento da Madonnina infilzata che farebbe perder la pazienza a un santo. Mi si dice comunque che gli attori ingaggiati per la serie tratta da Romanzo Criminale siano due spanne sopra, quindi a questi punti mi dichiaro MOLTO incuriosita. Nel frattempo, ringrazio Tiziana per avermi "costretta" a ricordare che il cinema italiano può offrire ancora dei prodotti validi e vi invito a guardare, se non lo avete ancora fatto, questo pregevole Romanzo Criminale.


Di Pierfrancesco Favino (Libano),  Claudio Santamaria (il Dandi), Gianmarco Tognazzi (Carenza) ed Elio Germano (il Sorcio) ho già parlato ai rispettivi link.

Michele Placido è il regista della pellicola, inoltre interpreta il padre del Freddo. Forse più famoso come attore che come regista, in quest’ultima veste ha firmato film come Le amiche del cuore, Del perduto amore, Un viaggio chiamato amore, Ovunque sei e Vallanzasca – Gli angeli del male. Originario della Puglia, anche sceneggiatore e produttore, ha 66 anni.


Kim Rossi Stuart interpreta il Freddo. Romano, idolo della mia infanzia scellerata per il ruolo del bel Romualdo nella serie Fantaghirò, lo ricordo anche per film come Il nome della rosa, Il ragazzo dal kimono d’oro, Il ragazzo dal kimono d’oro 2, Il rosso e il nero, Pinocchio e Vallanzasca – Gli angeli del male. Anche sceneggiatore e regista, ha 43 anni.


Stefano Accorsi interpreta il commissario Scialoja. Non faccio mistero di quanto non sopporti quest’attore, tra i più sopravvalutati in assoluto, mi limito a segnalare la sua partecipazione a film come Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Vesna va veloce, Radiofreccia, L’ultimo bacio, Le fate ignoranti, La stanza del figlio, Santa Maradona, Un viaggio chiamato amore, Baciami ancora e la recentissima serie tv Il clan dei camorristi. Bolognese, ha 41 anni e un film in uscita.


Riccardo Scamarcio interpreta il Nero. Altro attore il cui successo è per me assolutamente incomprensibile, ha partecipato a film come La meglio gioventù, Tre metri sopra il cielo, Manuale d’amore 2, Mio fratello è figlio unico e Manuale d’am3re. Pugliese, anche produttore, ha 33 anni e quattro film in uscita. 


Antonello Fassari interpreta Ciro Buffoni. Romano, è tornato alla ribalta in questi ultimi anni per il suo ruolo nella serie I Cesaroni e ha partecipato a film come Montecarlo gran casinò, Il conte Max, Selvaggi e ad altre serie come I ragazzi della 3 C, Anni ’50 e Don Matteo. Anche sceneggiatore e regista, ha 60 anni.


Tra gli altri interpreti segnalo anche la presenza di Roberto Brunetti, alias Er Patata, nei panni di Aldo Buffoni. Del film esistono un paio di versioni: in quella tagliata sono stati omessi i riferimenti al ritrovamento di Aldo Moro e un discorso di Berlusconi, che peraltro pare sia stato censurato anche durante il passaggio di Romanzo Criminale sulle reti Mediaset. Rimanendo in ambito televisivo, la pellicola ha dato origine, nel 2008, a Romanzo Criminale – La serie, durata per due stagioni e interpretata, come già detto nel post, da attori completamente diversi. Pare sia molto meglio del film, quindi urge pronto recupero!! ENJOY!

martedì 19 maggio 2009

Angeli e Demoni (2009)

Solo un appunto: sono STUFA di vedere film tratti dai libri di Dan Brown dalle prime file dei cinema. A Melbourne successe con il Codice Davinci, venerdì è successo con Angeli e Demoni (Angels and Demons), l’ultima (e speriamo davvero che lo sia..) fatica della premiata ditta Ron Howard/Tom Hanks/Dan Brown, il cui bolso faccione è un incubo che mi ha accompagnata durante le notti insonni. Ma andiamo con ordine e cominciamo la difficile recensione.






 locandina






La trama: dopo l’improvvisa morte dell’ultimo Papa, a Roma comincia il Conclave per designare il successore al soglio pontificio. Nel frattempo al CERN qualcuno ruba un cilindro contenente dell’antimateria uccidendo uno degli scienziati responsabili del progetto, marchiandolo a fuoco con il simbolo di una setta che si credeva scomparsa, quella degli Illuminati. Chiamato dal Vaticano, il massimo esperto mondiale in materia, ovvero Robert Langdon, vola a Roma e, con l’aiuto della scienziata Vittoria Vetra, deve cercare di impedire che l’antimateria esploda e che un misterioso assassino faccia fuori i quattro cardinali papabili, seguendo l’antico ed iniziatico Cammino degli Illuminati i cui simboli sono nascosti nei più famosi monumenti di Roma.

 






angelsdemons_13





Non è facile rendere in pellicola i romanzi di Dan Brown. Costui unisce trame al limite del ridicolo ma decisamente interessanti e coinvolgenti a dissertazioni su filosofia, religione, simbolismo, infarcendo le sue opere di rimandi colti ed intellettuali che stimolano il lettore a leggere altre opere che possano trattare gli argomenti citati. Un film, per quanto ben fatto, cerca di concentrarsi invece sugli eventi, piazzando qualche citazione arguta qua e là, ma sostanzialmente tenendo in conto che uno spettatore non starà a seguire contorti ragionamenti ed auliche rivelazioni. Di conseguenza opere come questa ed il Codice DaVinci diventano dei thriller/action banalotti e neppure troppo avvincenti. Angeli e Demoni è già più coinvolgente, come film e come libro, del più famoso fratellino, il Codice, ma l’impressione che lascia, almeno cinematograficamente (il libro mi è piaciuto molto), è quella di un film tirato per le lunghe e noiosetto, con opinabili cambiamenti della trama (il direttore del CERN non viene neppure nominato ma al suo posto viene messo un fantomatico capo delle guardie svizzere interpretato da Stellan Skarsgard, il Camerlengo cambia nome e diventa irlandese invece che italiano, Vittoria non viene rapita e non è neppure figlia dello scienziato ucciso, i destini di Olivetti e del quarto cardinale sono MOLTO diversi da quelli degli stessi personaggi nel libro, viene compiuta una mutilazione insensata ed imprevista a carico del Diagramma di Galileo, ma almeno Ron Howard ci fa il favore di non mostrare Tom Hanks mentre si paracaduta con della tela cerata…)

 





Angeli-e-Demoni-Immagini-del-film-3_mid






Tecnicamente, ovviamente, è un film fatto benissimo. La fotografia è splendida, le immagini di Roma scaldano il cuore e ci ricordano quanto il nostro Paese sia decisamente superiore a qualsiasi altro luogo non naturale della Terra, la scena finale relativa allo scoppio dell’antimateria è qualcosa di epico, con Ewan McGregor che svolazza circondato da un’aura angelica che tanto somiglia a quella che avrebbe il paradiso, attorniato da una folla osannante (ammetto che le immagini delle folle in questo film abbondano e sono molto belle). Anche le morti dei cardinali, soprattutto quella legata al fuoco, sono spettacolari ed inquieta la presenza di questo assassino nascosto tra tanti candidati tali: il regista rende benissimo quest’ansia e questa ricerca del malvagio grazie ai primi piani sui vari presenti nella folla, che ricambiano donando allo spettatore sguardi truci e poco raccomandabili. Gli attori potevano essere migliori in effetti; svettano in bravura un Ewan McGregor quasi irriconoscibile con quella faccetta da prevosto pentito, e il nostrano Pierfrancesco Favino nei panni di un Olivetti assai più simpatico ed accomodante di quello descritto nel libro, ma per il resto Ayelet Zurer interpreta una Vittoria assolutamente molla e priva di carisma, e Tom Hanks fa a gara di bolsaggine con Stellan Skarsgard che è perennemente scazzato.

 






una-scena-del-film-angeli-e-demoni-2008-100874







Il pessimo casting è ulteriormente penalizzato da una storia che a tratti rasenta il ridicolo (colpa di Dan Brown) e all’eccessiva presenza di inseguimenti a bordo di Lancia assurdamente tirate a lucido (colpa di Ron Howard e degli sponsor: metà film è identico alla pubblicità della Lancia che passa sulle TV in questo periodo…) e che, in effetti, spezzano il ritmo di un film che poteva anche non essere così noioso. Il doppiaggio italiano è pessimo: i francesi parlano come se fossero tutti figli dell’ispettore Clouseau, mentre svizzeri e tedeschi parlano come Papa Ratzinger (che maledirà ulteriormente il mio blog dopo questa…), quando li aboliranno sti orrendi stereotipi? Alla fine della fiera non mi sento di sconsigliare questo film, ma nemmeno di consigliarlo. Esistono pellicole peggiori ma, assolutamente, anche pellicole MOLTO migliori, soprattutto per questo genere di film. Della serie, provaci ancora Ron. Magari non con un altro libro di Dan Brown e non con Tom Hanks.

 

Ron Howard è il regista del film. Ricordate il piccolo e sfigatissimo Richie Cunningham di Happy Days? Ecco, è proprio lui. Da allora ne ha fatta di strada, confezionando parecchi film tra i più premiati e più amati dal pubblico (e dalla mia infanzia..), come Splash, una sirena a Manhattan, Cocoon, l’energia dell’universo, Fuoco assassino, Cuori ribelli, Apollo 13, Il Grinch, A Beautiful Mind (che ha vinto due Oscar, miglior film e miglior regista), Cinderella Man, Il codice Davinci, Frost/Nixon – Il duello. Ha 55 anni e ben nove film in progetto.

 





ronhoward






Tom Hanks interpreta Robert Langdon. Un bolso Robert Langdon, per la precisione. Eppure non era mica così il buon Tom Hanks un tempo, e tra i suoi film ce ne sono alcuni più che pregevoli, come lo splendido Forrest Gump (uno dei miei film preferiti, per cui ha anche vinto l’Oscar) e il meraviglioso Il miglio verde. Tra le altre pellicole del nostro ricordo Splash, una sirena a Manhattan, La retata, Big, Turner e il casinaro, Il falò delle vanità, Ragazze vincenti, Insonnia d’amore, Philadelphia (per il quale ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista), Apollo 13, Toy Story e Toy Story 2 (dava la voce a Woody in originale), Salvate il soldato Ryan, l’orrendo C’è posta per te, Cast Away, Era mio padre, Prova a prendermi, The Ladykillers, Il codice Davinci. Per la TV ha recitato in episodi di Love Boat, Happy Days, Casa Keaton, I racconti della cripta. Ha 53 anni e due film in uscita (tra cui Toy Story 3).

 






tom-hanks-picture-2






Ewan McGregor interpreta il camerlengo Patrick McKenna (in originale Carlo Ventresca…). L’attore scozzese è innegabilmente uno dei sex symbol della mia adolescenza, ed è sempre un piacere per me vederlo sullo schermo, data anche la qualità delle pellicole che solitamente interpreta, tra le quali ricordo Piccoli omicidi tra amici, Trainspotting (che gli ha conferito la notorietà internazionale), Nightwatch, Una vita esagerata, lo splendido Velvet Goldmine, il meraviglioso Moulin Rouge!, Big Fish – Le storie di una vita incredibile. Tra le serie TV alle quali ha partecipato, I racconti della cripta ed ER. Ha 38 anni e cinque film in uscita.

 






ewan-mcgregor-b






Pierfrancesco Favino… è fico. Ok, la recensione finisce qui! No, sto scherzando. L’attore romano, finalmente un giovane attore italiano che SA recitare e parlare senza dare l’illusione di avere delle biglie in bocca, interpreta l’ispettore Olivetti. Tra gli altri film, italiani e, ultimamente, internazionali, del buon Pierfrancesco ricordo L’ultimo bacio, Da zero a dieci, El Alamein, Romanzo criminale, Una notte al museo (dove interpreta nientemeno che Colombo!), Le cronache di Narnia – Il Principe Caspian. Per la TV italiana ha recitato nel telefilm Amico mio e nella miniserie Gino Bartali – L’intramontabile. Ha 30 anni e un film in uscita.

 






favinoa-6ce4e






Di Stellan Skarsgard, che interpreta il capo delle guardie svizzere, ho già parlato qui. E siccome il film in sé non è nulla di che... vi lascio alla visione di Pierfrancesco Favino nei panni di Frank'N'Furter assieme a Paola Cortellesi! ENJOY! 








Se vuoi condividere l'articolo