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martedì 31 dicembre 2019

Bolla's Top 5: Best of 2019

Ed eccoci arrivati alle Top 5, divise in horror e "generali". Il mio genere preferito, l'horror, non è in salute: di più. Il 2019 ci ha infatti regalato film piacevolissimi (tra l'altro molto attesi) come Suspiria, Midsommar, It - Capitolo II e La bambola assassina, e gioiellini inaspettati come L'angelo del male e Finché morte non ci separi. Ho tenuto fuori i film visti nei festival ma tenete d'occhio titoli come Tous les dieux du ciel, Zombie on Sale, The Lodge (uscirà il 16 gennaio) e El Hoyo, inoltre sono rimasti fuori per un pelo titoli interessantissimi e pregevoli come Lords of Chaos, The Hole in the Ground, Eli e The Nest. Speriamo che anche il 2020 ci dia delle gioie! ENJOY!

5. Wounds
Primo dei due horror Neflixiani in classifica. Complesso e particolare, questa discesa nel marciume dell'animo di un uomo qualsiasi mi ha inquietata oltre ogni dire.


4. The Perfection
La bellezza Netflix che non ti aspetti: violentissimo, dalla struttura particolare e anche bello a livello di colonna sonora.


3. The Lighthouse
Arriva in volata e non so nemmeno se riuscirò a recensirlo a breve ma basta dire che Eggers ha girato un'altra bomba, capace di riconciliarmi una volta per tutte con Robert Pattinson e terrorizzarmi alla sola idea di vedere Willem Dafoe. Speriamo esca prestissimo in Italia.


2. Doctor Sleep
Ha spodestato It - Parte II dalla classifica e ha riconfermato il mio amore per Flanagan, ponendosi come giusto omaggio sia a King che a Kubrick. E poi, a Rebecca Ferguson, cosa vuoi dire?


1. Noi
Altro regista che va come un treno è ovviamente Jordan Peele. Noi mi è piaciuto ancor più di Scappa - Get Out e ha delle immagini e una colonna sonora indimenticabili oltre a una grandissima attrice protagonista.


E passiamo ora alla cinquina dei film "generici", dominata da nomi giganteschi. Il mio amore eterno per Tarantino e, soprattutto, Scorsese si è riconfermato ma non avevo dubbi. Rimangono fuori per un pelissimo film adorati come Vice - L'uomo nell'ombra, Dragged Across Concrete e Mademoiselle e seguono poco distanti Il traditore e Joker, tutti inseriti in un'ideale Top 10. Menzione speciale a Why don't you just die? e Mientras dure la guerra, visti rispettivamente al ToHorror e al Torino Film Fest mentre a livello "multisala" vincono i meno "impegnati" ma deliziosi Copia originale e Rocketman e nei blockbuster è impossibile non citare Avengers: Endgame e Detective Pikachu.

5. The Nightingale
Potevo metterlo negli horror, perché è pieno di situazioni al limite, ma siccome è soprattutto la storia di due persone che superano la reciproca diffidenza per capirsi ed aiutarsi e più della paura o del disgusto è rimasta la commozione, ecco che il quinto posto diventa automaticamente suo.


4. Parasite
Lotta di classe in salsa coreana, imprevedibile e assurdo (ma oh, quanto realistico!) dall'inizio alla fine.


3. La favorita
Elegante e volgarissimo, come una parolaccia detta in francese, questa tragicommedia in costume conferma la cattiveria e la bravura di Lanthimos.


2. C'era una volta a Hollywood
La dichiarazione d'amore di Quentin a Hollywood, un film che andrebbe rivisto mille e una volta per poterlo apprezzare ogni volta di più.


1. The Irishman
Il film che ha ucciso gli utenti Netflix e fatto commuovere gli amanti di Scorsese e dei suoi gangster, il canto del cigno più bello dell'anno e la riconferma che il cineasta italoamericano sarà sempre al primo posto nel mio cuore, assieme al meraviglioso Joe Pesci.








domenica 29 dicembre 2019

Bolla's Top 5: Worst of 2019


Pensavate mi fossi dimenticata delle classifiche di fine anno? Naah. E' uno sporco lavoro ma qualcuno deve farlo e se siete preoccupati dell'assenza del Bolluomo, sappiate che con l'anno nuovo anche lui dirà la sua. Fortunatamente questo è stato un anno foriero di poche delusioni, chissà se perché nel frattempo mi sono rammollita o perché sono diventata più brava a scegliere i film. Comunque, fuffa ne ho vista anche io e qui c'è l'elenco dei 5 peggiori film visti quest'anno, con particolare attenzione agli shock da diludendo e sì, Rob Zombie, sto parlando con te. Ecco a voi quindi questa Worst 5 atipica, tirata per farci rientrare qualcosina di più. ENJOY!

5. Film da festival: Perfect, Tito, Bina

Quest'anno ho fatto la fighètta cinèfila dell'internet e sono andata al ToHorror e al Torino Film Festival. Le sòle, nemmeno a dirlo, si nascondono anche lì e spesso, come nel caso di Perfect, si travestono da mmerda autoriale. Tito e Bina sono un po' più grezzi (e l'horror turco non è neppure così brutto alla fine) ma il concetto è sempre quello.


4. Polaroid/La Llorona

Intercambiabili come da loro natura di horror per ragazzini particolarmente svogliati, Polaroid è l'estensione di un corto che funzionava solo come tale, La Llorona il tentativo mal riuscito di portare la mitologia di The Conjuring all'interno del folklore messicano o viceversa, tanto è brutto lo stesso.


3. La befana vien di notte

No, ma la scema sono io che vado a vedere 'ste cose convinta che Soavi sia infine rinsavito (non dico tornato ai fasti dei primi horror, per carità) e mi faccio fregare da Stefano Fresi nel cast. I bambini più irritanti ed incapaci del globo per un film che è un insulto all'intelligenza dei più piccoli. (So che il film è uscito nel 2018 ma avevo già concluso le classifiche per quell'anno e questo meritava di finire in elenco)


2. 3 From Hell

Ovvero: Rob Zombie ha bisogno di soldi e percula i fan rovinando i suoi due film più riusciti con un film che forse non avrebbe avuto senso nemmeno se avesse incluso nei tre il povero Sid Haig, ma così sembra più 3 From Discount invece che From Hell.


1. Velvet Buzzsaw

La noia fatta a horror, un cast sprecato e una minchiata colossale che poteva venire risolta in mille e uno modi migliori, con un titolo che non c'entra quasi nulla con la storia narrata. Bad Netflix, baaad.






venerdì 27 dicembre 2019

Bliss (2019)

Lo avevo puntato da quando ne avevano parlato I 400 calci ma francamente ero indecisa, poi Lucia mi ha convinta a vederlo ed ecco qui il post su Bliss, diretto e sceneggiato dal regista Joe Begos.


Trama: Dezzy è una pittrice che sta attraversando una profonda crisi creativa e per uscirne va da un suo amico pusher che le procura una nuova droga, la Diablo. Strafatta, Dezzy si perde in un delirio notturno che la cambierà in maniera inquietante...



Ho detto cazzo che botta!, che botta cazzo! Bisogna citare Tarantino per un riassunto agevolato di Bliss, horror di gente che si droga malissimo e non riesce più ad uscire da un'astinenza perenne e folle, che penetra nel cervello dello spettatore facendogli fare uno dei trip più allucinanti della sua vita da cinèfilo. Ecco, se quella merda d'autore di Perfect avesse avuto un senso, anche minimo, invece di essere un esercizio onanistico del regista, lo avrei apprezzato quanto questo Bliss, e non sto facendo paragoni a caso perché anche Begos indulge in sequenze "artistiche" o videoclippare apparentemente senza capo né coda, soprattutto nell'ultima parte del film, ma se non altro tutto ciò che accade a Dezzy, per quanto ovviamente assurdo, è perfettamente intellegibile. La fanciulla è una pittrice in crisi d'ispirazione, non riesce più a pagare l'affitto ed è stata appena mandata al diavolo dal suo agente; disperata davanti a un quadro che potrebbe essere il suo capolavoro se solo riuscisse a continuarlo e finirlo, Dezzy decide di cercare ispirazione in una droga nera come la pece, l'unica capace di darle quel "bliss" del titolo. In botta, la ragazza incontra un'amica e il suo misterioso compagno e finisce per imbarcarsi in una serata di droga, alcool, sesso a tre e... ma quello è sangue? E' un flash rapidissimo ma abbastanza da far drizzare le antenne allo spettatore. Non a Dezzy, santa creatura, che si risveglia nuda e dolorante davanti a una tela piena di elementi nuovi, che non ricorda di avere dipinto. Da quel momento il film diventa il calvario di una donna che alterna stati di astinenza a momenti di pura fattanza, sempre più angosciata ed ossessionata dalla consapevolezza di aver subito qualcosa di orribile durante quella notte fatale e di stare cambiando.


L'orrore di una sete di sangue sempre più pressante si accompagna alla necessità di abbandonarsi all'oblio che solo lei può dare, l'unico modo che ha Dezzy di riuscire a completare il suo capolavoro, impossibile da realizzare nei pochi momenti "lucidi" in cui la droga placa la vera dipendenza alla quale la ragazza è stata condannata con leggerezza. Man mano che la fame comincia a prendere il controllo di Dezzy, Begos diventa sempre più gore, arrivando ad inzuppare l'attrice Dora Madison (perfetta per un ruolo così spiacevole e fisico) di tutto il sangue possibile e immaginabile, tra dita mozzate ed esseri umani trasformati in Pez; il rosso della pittura si fonde col rosso dell'unica fonte d'ispirazione di Dezzy, che di contro diventa una divinità di terribile bellezza e un tutt'uno con l'arte che le scorre nelle vene, mentre il delirio registico e fotografico raggiunge picchi non indifferenti sul finale, tra urla, voci fuori campo, visioni e catfight, finché il finale esplosivo arriva a lasciare lo spettatore con un palmo di naso, stordito non solo dalla messa in scena ma anche da una colonna sonora particolarmente ispirata. Bliss è un film che converrebbe vedere tutto d'un fiato e magari con un paio di superalcoolici in corpo, una variazione sul tema del vampirismo ma anche su quello dell'artista maledetto, immerso in un mondo per nulla glamour, in una Los Angeles sporca e squallida fatta di strade spoglie, toilette vomitate e vecchi sudati che giocano a carte... quindi, capirete da voi, non un film per tutti. Personalmente sono rimasta molto soddisfatta e l'ho trovato uno degli horror più interessanti dell'anno che sta finendo, ma rischio di essere in minoranza.


Di Matt Mercer, che interpreta l'uomo insanguinato, ho già parlato QUI.

Joe Begos è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Almost Human e The Mind's Eye. Anche produttore sceneggiatore e attore, ha 32 anni.


Rhys Wakefield, che interpreta Ronnie, era il cosiddetto "leader educato" del primo La notte del giudizio.  Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate The Addiction, Miriam si sveglia a mezzanotte, Starry Eyes e Mandy. ENJOY! 

martedì 24 dicembre 2019

Depraved (2019)

Dopo che ne aveva scritto Lucia gli ho fatto la posta per qualche tempo e finalmente sono riuscita a guardare Depraved, scritto e diretto dal regista Larry Fessenden.


Trama: Henry, reduce di guerra spezzato dagli orrori visti come medico da campo, decide di sperimentare una cura in grado di rianimare i cadaveri e "costruisce" Adam, un essere umano piagato dai ricordi di una vita che non riconosce come sua.



Prima di iniziare col post, un avvertimento. Di Depraved ne esiste anche un altro, reintitolato Hell Girl, sempre del 2019, ed è un film talmente brutto che non ci potete credere, così malbecciato che, per la prima volta in vita mia, ho deciso di non finirlo. Fortunatamente, nonostante la sua natura di pellicola indipendente, "grezza" e dotata di evidenti limiti di budget, il Depraved di Larry Fessenden è invece un film molto particolare che merita una visione, anche se vi sento già sbuffare fin qua: UN'ALTRA versione di Frankenstein? Sì, perché no? Il romanzo della Shelley, così come i film di James Whale, continuano ad essere molto attuali e a prestarsi ad interpretazioni che possano anche non scadere nella baracconata o nella banalità più bieca. In questo caso, il Dr. Frankenstein è un giovane medico reduce di guerra che ha deciso di affidarsi ai soldi di un ex compagno di università, il dottor Polidori (altro nome interessante), e sperimentare non per gloria personale o per chissà quale ossessione assurda, bensì per riuscire a rimettere in sesto persone spezzate dagli orrori della guerra, fisicamente menomate, morte inutilmente. Purtroppo, una persona traumatizzata come Henry è difficile che riesca a combinare qualcosa di buono, e il risultato degli esperimenti è Adam, essere creato ex novo da parti di cadavere che, ahilui, è afflitto da ricordi di più vite passate, una creatura spezzata e priva di identità che i suoi creatori non possono o non vogliono aiutare; Henry è mentalmente instabile, afflitto da problemi personali che gli impediscono di essere il "padre" che Adam meriterebbe, Polidori è un narcisista che pensa solo al profitto ed è talmente cinico da fungere come un novello Lucignolo all'interno di un oscuro Paese dei Balocchi. Preso tra due fuochi, nascosto alla vista degli umani e privato della propria identità, è normale che a un certo punto Adam sfoghi la sua disperazione, la sua tremenda solitudine, nel modo più goffo e pericoloso possibile, sperando di recuperare tutto ciò che è andato perduto e che si ripresenta a sprazzi nella sua mente tormentata.


La messa in scena di Fessenden è perfetta per dare un senso di spaesamento allo spettatore, lo stesso provato da una creatura neonata che cerca di imparare a parlare, a leggere, a dare un senso agli stimoli che lo circondano attraverso un fitta nebbia di droghe probabilmente psicotrope; l'utilizzo della camera a mano è fondamentale, tanto che a volte sembra di assistere a uno di quei guerrilla movie, soprattutto quando l'azione si fa più concitata. Non mancano effetti grafici particolari, non solo per sottolineare i flash allucinati (e allucinanti) di Adam ma anche per omaggiare i film di James Whale, soprattutto nella parte finale della pellicola, e talvolta Fessenden si concede anche un che di lirico, di delicato. Il prologo e l'epilogo del film, infatti, sono il perfetto esempio di come si possano introdurre dettagli importantissimi per capire la psicologia di un personaggio senza ricorrere a spiegazioni lunghe e pesanti, che dubitano dell'intelligenza dello spettatore; bastano una canzone ricorrente, un paio di dialoghi semplici e toccanti col senno di poi, lo sguardo disperato di chi ha capito di aver perso la cosa più importante della sua vita in modo inaspettato, violento e doloroso, e l'immagine di un uomo che decide di perdersi in mezzo alla gente, alzando una muro di noncuranza per difendersi da tutto, per farci empatizzare con tutti i personaggi, "buoni" o "cattivi" che siano. State dunque attenti alla "ragazzina dell'inferno" e cercate di recuperare questo Depraved, ve lo consiglio.


Del regista e sceneggiatore Larry Fessenden, che interpreta anche Ratso, ho già parlato QUI mentre Joshua Leonard, che interpreta Polidori, lo trovate QUA.

domenica 22 dicembre 2019

Il cowboy con il velo da sposa (1961)

Qualche sera fa, per puro caso, ho beccato su Paramount Channel uno dei film che mi piacevano di più da bambina, Il cowboy con il velo da sposa (The Parent Trap), diretto nel 1961 dal regista David Swift e tratto dal romanzo La doppia Carlotta di Erich Kästner.

Trama: Susan e Sharon si incontrano al campo estivo, scoprono di essere identiche e si detestano fin dal primo istante, almeno finché non scoprono l'incredibile segreto che le unisce...


Da bambina dovevo avere un debole per le storie di scambi di identità, forse per retaggio delle varie majokko che popolavano la TV negli anni '80, chissà. Sta di fatto che due dei film Disney che ricordo ancora oggi con estremo piacere (assieme, ovviamente, a quelli col micione siamese, F.B.I. Operazione gatto e Il gatto venuto dallo spazio) dopo averli visti un'infinità di volte sono Tutto accadde un venerdì e questo Il cowboy con il velo da sposa che, per inciso, non rivedevo da credo 15/20 anni e mi è parso fresco e divertente come quando ero piccola. La storia è risaputa e divide in film in tre parti distinte e ugualmente esilaranti. All'inizio, abbiamo l'incontro/scontro di Susan Evers e Sharon McKendrick, la prima un ronzinaccio coi capelli corti e la seconda una signorinella dalle lunghe chiome, due ragazzine che scoprono di avere un aspetto identico e che per questo, oltre che per la differenza profonda tra i loro due caratteri, si detestano e si danno battaglia all'interno del campeggio di Miss Inch; quest'ultima, esasperata, decide di isolarle e costringerle a dormire e mangiare insieme e proprio lì le fanciulle scopriranno il segreto che le unisce e che darà il via allo scambio di persona fulcro della seconda parte del film. Se all'inizio non vi erano equivoci ma solo dispetti, dopo che le ragazze vengono a conoscenza delle loro origini l'attenzione dello spettatore si sposta sulle reazioni perplesse di chi ha a che fare con ragazzine un po' cambiate, con qualcosa che "stona", e ovviamente sulla gioia di Susan e Sharon, gemelle separate alla nascita e costrette a vivere una con la mamma e una col papà, senza conoscere l'altro genitore, che finalmente possono godersi un lato della famiglia fino a quel momento sconosciuto (punto della trama che ho sempre trovato cretino fin da piccola, a momenti sono più credibili i Gremlins ma tant'è, basta dare un calcio alla suspension of disbelief per tornare a farla funzionare a pieno regime e godersi il film!).


Il terzo atto del film prevede la necessità di unire le forze delle gemelle "diverse" così da impedire il catastrofico matrimonio del papà cowboy con una giovane cacciatrice di dote e assicurarsi così l'happy ending per tutta la famiglia, soprattutto dopo che le ragazze hanno gettato la maschera e confessato lo scambio a entrambi i genitori. Qui tocca aprire una parentesi, perché al di là dell'innegabile simpatia di Hayley Mills, con le sue smorfie fenomenali che si sdoppiano grazie agli ottimi effetti speciali del film (ci crediate o meno, ho capito solo dopo averlo visto a 38 anni suonati che le gemelle non esistono e l'attrice è una; effettivamente quando Susan e Sharon dividono la scena e vengono riprese entrambe in volto lo schermo è diviso in due parti esattamente uguali e gli sfondi hanno lievi differenze di illuminazione e colori, mentre quando non è necessario che interagiscano si vede sempre Hayley Mills in primo piano e poi il suo "doppio" ripreso o di spalle o col viso in qualche modo celato ), e delle parentesi musicarelle è il cast di supporto de Il Cowboy col velo da sposa a fare la differenza. Mamma Maureen O'Hara è una perfetta gentildonna di Boston dalla lingua velenosa e i pugni facili, la servitù del papà è spassosa da morire, il nonno delle due ragazzine è semplicemente meraviglioso e quando spunta Leo G. Carroll (quello che era over a barrel when Tarantula took to the hills) nei panni del prete non ce n'è davvero per nessuno; davanti a un cast così ispirato e dall'alchimia perfetta, si arriva a voler bene a tutti i personaggi, antipatica Vicky compresa (anche perché le vengono riservati i dispetti migliori del film), e persino ad intenerirsi davanti alla più bella dichiarazione d'amore mai udita in un film, a base di calzini appesi e solitudine. Lo so, forse sono di parte ma Il cowboy col velo da sposa per me è l'emblema dell'innocenza (intelligente, per nulla melensa) e dei film per famiglie Disney che rallegravano i miei lunedì di bambina e le mie festività di ragazzina quindi non posso non adorarlo anche all'alba dei 40!

David Swift è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Il segreto di Pollyanna ed episodi di serie quali Alfred Hitchcock presenta, Disneyland e La famiglia Bradford. Anche produttore, animatore e attore, è morto nel 2001 all'età di 82 anni.


Hayley Mills interpreta Susan Evers e Sharon McKendrick. Inglese, ha partecipato a film come Il segreto di Pollyanna, Il giardino di gesso, F.B.I. Operazione gatto e a serie come La signora in giallo e Love Boat. Ha 73 anni.


Maureen O'Hara interpreta Maggie McKendrick. Irlandese, ha partecipato a film come Notre Dame, Com'era verde la mia valle, Nel mar dei Caraibi, Il miracolo della 34sima strada, Bagdad, Rio Bravo, Il nostro agente all'Avana e Cara mamma, mi sposo. E' morta nel 2015 all'età di 95 anni.


Leo G. Carroll interpreta il Reverendo Mosby. Inglese, ha partecipato a film come Rebecca la prima moglie, Io ti salverò, L'altro uomo, Rommel la volpe del deserto, Tarantola, Intrigo internazionale e a telefilm come Organizzazione U.N.C.L.E.. E' morto nel 1972 all'età di 85 anni.


Brian Keith, che interpreta Mitch Evers, era lo zio Bill del telefilm Tre nipoti e un maggiordomo. Il cowboy con il velo da sposa vanta tre seguiti, tutti realizzati per la TV: Trappola per genitori II, Una trappola per Jeffrey (col ritorno di Hayley Mills e l'arrivo di Barry Bostwick) e Trappola per genitori - Vacanze hawaiane, sequel diretto del terzo film. La pellicola Disney è già un remake del tedesco Questi nostri genitori, e ovviamente ne sono stati girati molti altri nel corso del tempo. Il più famoso per noi è sicuramente Genitori in trappola, con Lindsay Lohan nel doppio ruolo di Hallie e Annie (per non parlare di Matrimonio a 4 mani, che più o meno si basa sulla stessa storia), ma ne esistono almeno una ventina realizzati in ogni lingua e tra quelli distribuiti in Italia segnalo C'era una volta... di Pressburger, il tedesco Charlie & Louise e lo svedese Martin e Julia. Il mio consiglio è di non recuperarli ma di buttarmi piuttosto su un altro grande classico Disney: Tutto accadde un venerdì! ENJOY!

venerdì 20 dicembre 2019

Satanic Panic (2019)

Ogni tanto ci vogliono horror corroboranti, anche se il loro animo è quello della supercazzola, definizione calzante ma neanche troppo di Satanic Panic, diretto dalla regista Chelsea Stardust.


Trama: Sam, appena assunta per consegnare pizze a domicilio, decide di accettare un ordine fuori dai confini della zona, per compensare le mance piuttosto scarse. Nel quartiere residenziale più ricco della città si ritroverà a dover fuggire da una setta di satanisti...



Da che mondo e mondo, i quartieri residenziali USA, quelli con ville hollywoodiane dove i proprietari sguazzano nell'oro e si dedicano a party principeschi, hanno sempre solleticato le fantasie di chi scrive e dirige horror, perché sotto tanta fortuna ci deve per forza essere "qualcosa", specchio dell'immoralità di chi probabilmente ha fatto i soldi a spese dei poveracci. Non si sottrae a questo assunto Satanic Panic, film dal nome che è già tutto un programma, diretto dal gioioso equivalente di un Minipony (la regista ha persino i capelli viola, insomma una meraviglia!!) e realizzato con un occhio al divertimento e l'altro al disgusto dello spettatore, che tra una risata e l'altra rischia di ritrovarsi a vomitare spesso e volentieri. La storia è quella della povera, letteralmente, Sam, che per rimettersi in gioco dopo dolorosi eventi passati che non vi spoilero, decide di mettersi a consegnare pizze; purtroppo è donna, è l'ultima arrivata, è costretta a servire le zone peggiori e le mance scarseggiano, quindi quando si presenta l'occasione di fare una sortita nel ricchissimo quartiere residenziale la fanciulla accetta. Purtroppo, Sam è ANCHE vergine, cosa che attirerà le sgradevoli attenzioni di chi cerca disperatamente una creatura pura da sacrificare a Baphomet per propiziare ulteriormente fama e ricchezza, con tutte le inevitabili conseguenze del caso. Come ho scritto sopra, Satanic Panic è molto divertente. Sam è una protagonista simpatica e alla mano, la middle class heroine tutta timida e impacciata che, alla bisogna, riesce comunque a tirare fuori le palle, mentre i membri della setta sono uno più scoglionato e isterico dell'altro, tutti pronti ad impegnarsi in una lotta intestina per dimostrare chi è il più forte e degno di essere considerato da Baphomet... non fosse che, quando c'è da mostrare il sangue, Satanic Panic lo fa.


Lo fa sfiorando talvolta il ridicolo (onestamente, solo Rebecca Romijn, splendida e altera com'è, può nobilitare l'idea di un'anima cotta in forno che si ripropone come una sorta di buco di chiulo semovente) e spesso proponendo le cose più truci trattandole con l'aplomb con cui dame Maggie Smith maneggerebbe una tazza di tea (sempre grazie a Rebecca Romijn), e in mezzo a un'operazione apparentemente molto goliardica riesce a piazzare accenni di orge, dildo che farebbero lacrimare di gioia Tetsuo the Iron Man e gente che vomita le sue stesse interiora, questo solo per dare un'idea, ma d'altronde produce Fangoria. Satanic Panic è dunque il perfetto esempio di horror che parte con un vago accenno di critica sociale e poi manda tutto allegramente in vacca senza dare modo allo spettatore di riflettere, impegnato com'è a intrattenerlo con cose sempre più surreali e assurde mentre fa spudoratamente il tifo per una protagonista tanto simpatica quanto, poverella, sfigatissima. Lo fa con un'abilità che riesce a ben pochi semi-esordienti, visto che l'impressione generale che si ha è quella di una produzione con un budget medio-alto, considerati anche i validi effetti speciali e la comparsa di demoni che non sembrano dei pupazzi ridicoli, e il risultato è che lo spettatore arriva alla fine di questo bagno di sangue felice e contento. Altro non aggiungo: fateci un pensierino per Halloween e gustatevelo!


Di Rebecca Romijn (Danica Ross), AJ Bowen (Duncan Havermyer), Jeff Daniel Phillips (Steve Larson) e Jerry O'Connell (Samuel Ross) ho già parlato ai rispettivi link.

Chelsea Stardust è la regista della pellicola, al suo primo e finora unico lungometraggio se non contiamo un episodio di In the Dark. E' anche produttrice.


Ruby Modine interpreta Judi Ross. Americana, figlia di Matthew Modine, ha partecipato a film come Auguri per la tua morte e Ancora auguri per la tua morte. Ha 29 anni e due film in uscita.


Jordan Ladd interpreta Kim Larson. Americana, figlia della Charlie's Angel Cheryl Ladd, ha partecipato a film come Cabin Fever, Inland Empire - L'impero della mente, Grindhouse: A prova di morte, Hostel: Part II e a serie quali Charlie's Angels e Six Feet Under; come doppiatrice ha lavorato in Robot Chicken. Ha 44 anni e un film in uscita.




giovedì 19 dicembre 2019

(Gio) WE, Bolla! del 18/12/2019

Buon giovedì a tutti! Natale è alle porte, ma soprattutto da ieri i fan di Star Wars avranno di che gioire, o piangere... ENJOY!

Star Wars - L'ascesa di Skywalker
Reazione a caldo: At last.
Bolla, rifletti!: L'attesa è finita, dicono che con questo si concluderà anche la saga almeno per quanto riguarda il ciclo iniziato nel lontano 1977. Io aspetterò almeno una settimana per andarlo a vedere, evitando torme di nerd assatanati e sbavanti.

Pinocchio
Reazione a caldo: Oddio...
Bolla, rifletti!: Di base, mi fido di Garrone. Ma sono ancora traumatizzata dal Pinocchio di Benigni e il fatto che quest'ultimo sia stato scelto come nume tutelare e specchietto per le allodole nei trailer mi turba non poco. Andrò a vederlo comunque, preparata al peggio.

Last Christmas
Reazione a caldo: Maledetti!!
Bolla, rifletti!: Il film che vi porterà a perdere lo Whamageddon! di default, se non vi avrà ucciso di diabete prima. Personalmente, lo eviterò come la peste.

La dea fortuna
Reazione a caldo: *sospiro*
Bolla, rifletti!: Vedere Edoardo Leo all'interno di una coppia gay è una cosa inedita che mi intrigherebbe anche perché come attore lo adoro, ma Accorsi non lo merito davvero. Mi dispiace ma per me è no.

Al cinema d'élite si respira profumo di libri misteriosi...

Il mistero di Henri Pick
Reazione a caldo: Oh!
Bolla, rifletti!: Un mistero letterario che si trasforma in commedia sferzante, mi sa di film perfetto da vedere per una serata all'insegna del divertimento quindi spero proprio di recuperarlo.

mercoledì 18 dicembre 2019

Dolemite Is My Name (2019)

Altro film disponibile su Netflix (recuperato sempre in vista dei Golden Globe dove è candidato sia come film sia per Eddie Murphy) altro regalo: oggi parlerò di Dolemite Is My Name, diretto dal regista Craig Brewer.


Trama: dopo anni di difficoltà, il comico Rudy Ray Moore riesce ad azzeccare il personaggio giusto, lo sboccato Dolemite, e progetta di portarlo anche sul grande schermo...


Ho un grosso, enorme limite: non capisco e non amo la comicità americana, soprattutto quando si tratta dei cosiddetti stand-up comedian. Probabilmente c'è di mezzo una qualche barriera linguistica, perché pur conoscendo l'inglese molto bene mi ritrovo inevitabilmente a non godere dell'immediatezza, che so, di un monologo di Crozza, ma c'è anche la mancanza assoluta di divertimento davanti a un pirla che parla a mitraglietta infilando un fuck ogni due parole, che è poi quello che accade nella prima parte di Dolemite Is My Name, film che per un'ora buona mi ha fatto venire il latte alle ginocchia. Con tutto il rispetto per il "Padrino del Rap", come sarebbe poi stato definito Rudy Ray Moore, ma da "culo bianco" preferisco mille volte l'umorismo dei citati Lemmon e Matthau e probabilmente, mi fossi trovata all'epoca davanti a questo pimp di mezza età pronto a sciorinare monologhi nonsense conditi da volgarità che potrebbero giusto far ridere un bambino, avrei pregato il Signore di strapparmi occhi e orecchie. Fortunatamente, a un certo punto il film prende una via diversa, nel momento esatto in cui Moore decide di dover portare il suo Dolemite al cinema, così che i neri possano avere la possibilità di vedere un film che li faccia davvero ridere, e lì è scattato il mio interesse per tutto ciò che riguarda i retroscena delle pellicole, da quelle più famose a quelle più trash, come nel caso di quel trionfo di camp e ridicolo involontario (o volontario?) che sarebbe diventato Dolemite, realmente realizzato negli anni '70 e distribuito nel 1975. Quello è anche il momento in cui, onestamente, ho cominciato a provare molta simpatia per Rudy Ray Moore.


Dolemite Is My Name si concentra infatti molto sul concetto di Moore come "intrattenitore", come artista pieno di limiti ma mai privo di entusiasmo, che desidera sì sfondare e diventare famoso ma soprattutto creare un senso di comunità attraverso le sue opere. Ora, io non so se Rudy Ray Moore fosse davvero il santo che viene mostrato nell'ultima sequenza del film, disposto ad intrattenere le persone in fila per vedere il suo esordio sul grande schermo, tuttavia la realizzazione di un Dolemite e quella di un The Room (equiparabili in quanto a qualità artistica, probabilmente, ché il primo devo ancora vederlo) si differenziano essenzialmente nel modo in cui la "primadonna" dell'opera, il motore che ha generato l'intera pellicola, decide di creare un prodotto per tutti oppure semplicemente celebrare il proprio ego. Se in The Disaster Artist veniva mostrato un Wiseau che riteneva di avere ogni diritto di realizzare un film e diventare famoso, in Dolemite Is My Name abbiamo gente che ci prova e ci spera, che alla fine non riesce a credere di esserci riuscita e che si ritrova a gioire anche solo per quello, per aver dato uno scopo e una svolta a vite altrimenti banali e destinate alla mediocrità; è la gioia della "zingarata", di un progetto portato a termine a prescindere dal successo, della creazione stessa, e non c'è nulla di più bello da vedere messo in pellicola, almeno per me. Poi, che Dolemite Is My Name sia l'imbarazzante quota black dei Golden Globe per dare il contentino e che Eddie Murphy non sia nemmeno candidabile accanto a Di Caprio e Taron Egerton sono dati di fatto, ma io a Eddie voglio bene dagli anni '80, posso dire che anche lui e Accolla mi hanno cresciuta, quindi vederlo sullo schermo a trascinare tutti, ancora una volta, col suo sorriso da mariuolo, è sempre una gioia. Se Dolemite is My Name l'avessero distribuito al cinema probabilmente vi avrei consigliato di lasciare perdere, anche perché doppiato non si può sentire, ma lo trovate comodamente su Netflix e in lingua originale, quindi recuperatelo e divertitevi!


Di Eddie Murphy (Rudy Ray Moore), Keegan-Michael Key (Jerry), Craig Robinson (Ben), Kodi Smit-McPhee (Nick), Wesley Snipes (D'Urville Martin) e Chris Rock (Bobby Vale) ho già parlato ai rispettivi link.

Craig Brewer è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Footlose ed episodi di serie come The Shield. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 48 anni e un film in uscita, Coming 2 America, il sequel de Il principe cerca moglie.


Mike Epps interpreta Jimmy. Americano, ha partecipato a film come Resident Evil: Apocalypse, Resident Evil: Extinction, Una notte da leoni, Una notte da leoni 3, Il giustiziere della notte - Death Wish e a serie quali I Soprano; come doppiatore, ha lavorato in Doctor Dolittle 2. Anche produttore e sceneggiatore, ha 49 anni.


Snoop Dogg compare nei panni del deejay Roj. Dolemite è il primo film interpretato da Rudy Ray Moore ma non è stato l'ultimo: i sequel diretti sono The Human Tornado, citato nel film di Brewer assieme a Disco Godfather e, in un dialogo, a Petey Wheatstraw, e The Return of Dolemite del 2002 ma la filmografia di Rudy Ray Moore è bella nutrita, quindi se foste interessati esploratela senza timore. ENJOY!