Domenica scorsa sono tornata al cinema, per quanto in una sala all'aperto, e l'occasione è stata la proiezione di Primo amore, diretto e co-sceneggiato nel 2004 dal regista Matteo Garrone partendo dal romanzo Il cacciatore di anoressiche di Marco Mariolini.
Trama: un orafo in cerca dell'ideale di bellezza impossibile incontra una ragazza e, a poco a poco, la convince a perdere peso fino a mettere a repentaglio la sua salute...
Lo sportello antiviolenza delle Albisole ha organizzato, la settimana scorsa, la proiezione di Primo amore di Garrone, che per inciso non avevo mai visto, per raccogliere fondi e sensibilizzare gli abitanti della zona verso il concetto di violenza. Un concetto, soprattutto di questi tempi, quanto mai ampio e non limitato "semplicemente" a percosse o violenze visibili, bensì subdolo, infingardo, spesso confuso con l'amore che da vita alle cosiddette "relazioni tossiche". Ne abbiamo viste parecchie, ultimamente, negli horror, basti solo pensare all'angosciante Swallow oppure Wounds ma anche The Beach House (anche se lì il fidanzato era semplicemente scemo), di queste relazioni in cui uno dei due elementi della coppia depersonalizza l'altro imponendogli "per amore" il suo punto di vista univoco oppure sminuendone le aspettative e i desideri trattandoli come ostacoli alla felicità della relazione, e sappiamo, purtroppo, che non è facile uscire da queste gabbie dorate per chi ci si ritrova chiuso dentro. I motivi sono molteplici ma hanno una base comune, ovvero la fragilità di chi subisce la violenza e il terrore di perdere una forma di stabilità, di incappare nella solitudine, di venire biasimati a causa di una prospettiva distorta, mentre dall'altra parte c'è l'approfittarsi di questa fragilità invece di aiutare l'altro a superarla e trovare una forma di indipendenza che arricchirebbe il rapporto e lo renderebbe realmente felice, per entrambi. Garrone, con Primo amore, porta su grande schermo un caso di sopraffazione da manuale, angosciante e dalle profonde sfumature horror, con un mostro che è l'incarnazione stessa della sfiga più abietta: Vittorio è infatti quel tipo di uomo che andrebbe preso a calci al primo incontro, al minimo accenno di voler aprire bocca, mollo come la panissa ed insopportabilmente cafone (giuro che al "ah, ti pensavo un po' più magra" pronunciato con quella supponente parlata veneta, volevo uscire dal cinema), tanto che la premessa stessa del film, con la povera Sonia che invece ci rimane anche male nel venir sminuita da un uomo così "meraviglioso", è più surreale e inverosimile dell'incipit di qualsiasi horror.
E infatti Vittorio tanto normale non è, ha la folle idea di trovare la donna perfetta, una "testa" dotata di un corpo da sistemare poi col tempo, che risponda ai suoi assurdi canoni di magrezza. Sonia, almeno all'inizio, accetta anche per se stessa, almeno finché le pretese di Vittorio non diventano sempre più assurde e limitanti, nel momento esatto in cui il giogo della dieta si trasforma in una prigione dentro cui nessuno può entrare, né dottori, né amici, né qualsiasi forma di svago che non sia il rimanere insieme chiusi in casa così che Sonia non rischi di cadere in tentazione oppure uscire assieme per delle cene imbarazzanti. In un'angosciante poetica dello squallore, Garrone segue piccoli sprazzi di questa vita orrenda, di due esistenze che si imbruttiscono ognuna in modo diverso, attraverso episodi significativi e sempre più dolorosi o grotteschi, mentre la cinepresa indugia sul corpo di Sonia, dapprima sinonimo di una perfezione filtrata dagli occhi dell'arte, poi semplice oggetto da modellare andando di sottrazione, indipendente dalla sua stessa volontà, completamente assoggettato ai desideri egoisti di chi non è mai contento; il contrasto tra Sonia, prigioniera della volontà altrui, e il fratello, non solo di corporatura robusta ma anche strano, libero e incurante del giudizio degli altri, è un tocco di genio che fa male quanto la sequenza terribile in cui la ragazza è costretta a provarsi uno striminzito abito nero prima di scoppiare in un pianto disperato, sempre arpionata sulle spalle dal fidanzato rapace, che le incombe addosso come un'ombra velenosa. Primo amore è un film bellissimo e doloroso, che sono davvero felice di aver visto in un contesto così importante e necessario, oggi più che mai; non è una visione facile e alla fine vi ritroverete sicuramente depressi ma se avete la fortuna di avere accanto una persona con cui condividere un reale sentimento d'amore vi riscoprirete ancora più fortunati e felici. Viceversa, spero davvero che un simile film possa aprire gli occhi a chi ha la sfortuna di vivere una relazione malata ed avvilente perché i Vittorio di questo mondo meritano solo calci nei denti, non la possibilità di distruggere esistenze.
Del regista e co-sceneggiatore Matteo Garrone ho già parlato QUI.
Michela Cescon interpreta Sonia. Nata a Treviso, ha partecipato a film come Tulpa - Perdizioni mortali, Loro 1 e a serie quali Braccialetti rossi. Anche regista, ha 49 anni.
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venerdì 14 agosto 2020
venerdì 10 gennaio 2020
Pinocchio (2019)
Altro recupero Natalizio: oggi parlerò di Pinocchio, diretto e co-sceneggiato nel 2019 da Matteo Garrone a partire dall'opera Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi.
Trama: dopo che Mastro Ciliegia gli ha regalato un ciocco di legno semovente, il falegname Geppetto si costruisce il burattino Pinocchio, che subito si dimostra un discolo di prim'ordine, finendo in una marea di guai...
Alzi la mano chi non conosce la storia di Pinocchio. Probabilmente quasi nessuno di noi ha letto le avventure scritte da Collodi (io l'ho fatto solo una volta, moltissimo tempo fa, e ammetto di non esserne rimasta entusiasta ma vorrei riprovare) ma quasi sicuramente siamo stati toccati dalla versione Disney, edulcorata ma non troppo; quelli più anziani, come me, hanno visto l'opera di Comencini (con la quale non farei confronti visto che non la riguardo da almeno trent'anni e ho più familiarità con la parodia della Marchesini) e purtroppo ci è toccata pure la pantomima di Benigni, che ricordo con orrore vestito come un cretino all'età di 50 anni e accompagnato dalla cagnolina dai capelli turchini. Benigni torna anche nel film di Garrone, fortunatamente in panni più consoni per la sua età e senza la parrucchetta gialla che caratterizzerebbe il personaggio di Geppetto, una delle chiavi di lettura da cui partire per capire un po' l'anima di questo nuovo Pinocchio, che a me è sembrata una storia di umanità "vinta" eppur dignitosa. Infatti, al di là dell'incredibile bellezza dell'aspetto fantastico del film, sul quale tornerò più avanti, ho apprezzato forse ancor più il tentativo di dare al tutto uno sfondo "realistico", fatto di spaccati di vita contadina e interazioni tra abitanti di piccoli paesi, all'interno dei quali tutti, nel loro piccolo, cercano di dare una mano anche quando si tratta di furboni matricolati come il bottegaio (doppiamente maledetto) oppure il Gatto e la Volpe, infingardi e stronzi ma se vogliamo anche degni di pietà. Pare quasi che lo scopo di questo Pinocchio sia riscoprire la dignità di cui sopra, una dignità che deriva non tanto dall'istruzione e da un banale concetto di "bontà", ma dalla capacità di ottenere qualcosa con le proprie forze accettando anche i limiti delle stesse, creando al contempo il proprio piccolo "paese", la propria famiglia, una rete di persone alle quali appoggiarsi consapevoli di poter dare loro qualcosa in cambio. Pinocchio diventa dunque un "bravo" bambino dopo una serie di peripezie più o meno conosciute (selezionate da Garrone e Ceccherini, che hanno omesso alcune delle avventure del burattino pur rimanendo assai fedeli al testo originale) che arriveranno a renderlo meno ingenuo e soprattutto meno approfittatore e pigro, due difetti di cui le famose bugie sono solo un mero effetto collaterale, per quanto scenografico.
E a proposito di scenografia, ma anche di effetti speciali, è giunto il momento di parlarne, perché sono una parte fondamentale della bellezza di questo Pinocchio. Girato in evocativi paesini e scorci naturali toscani e pugliesi che danno un'incredibile sensazione di realismo, il Pinocchio di Garrone è un po' il fratellino minore de Il racconto dei racconti e presenta un bestiario di tutto rispetto, che coniuga un'iconografia gotica a a creazioni tutte italiane; personalmente, ho adorato la domestica lumaca della Fata Turchina così come il Grillo Parlante e i conigli becchini, per non parlare del trucco della Fata Turchina bambina e adulta (che bello è quell'azzurro tenue abbinato alla pelle diafana, quasi cadaverica?) ma l'Oscar del momento più inquietante e quasi horror va alla sequenza in cui Pinocchio e Lucignolo si trasformano in ciuchini, tra urla di dolore e metamorfosi perfette (forse la sensazione è data anche dal terrificante, pedofilissimo omino di burro?). E che dire del make up di Pinocchio e dei vari burattini? Il piccolo Federico Ielapi, oltre ad essere un attore bravissimo, sembra un burattino vero ed è un ulteriore esempio di come anche il cinema italiano, se si impegna, può raggiungere lo state of the art dei cugini stranieri in quanto ad effetti speciali. Onestamente, la cosa che mi preoccupava di più era la presenza di Benigni, anche troppo pompata nei trailer, ma fortunatamente le mie preoccupazioni erano inutili: Geppetto è caratterizzato con l'inevitabile scintilla del toscanaccio Benigni, svampito ma adorabilmente furbetto, ed è divertente vederlo interagire all'inizio coi compaesani, mentre cerca di portare a casa la pagnotta con piccoli lavoretti, per poi consacrarsi al ruolo di "babbo" di Pinocchio e strappare più di una lacrima commossa, soprattutto sul finale. Quindi, nel complesso, il Pinocchio di Garrone mi è piaciuto parecchio e onestamente non capisco le critiche che gli sono state mosse. Nell'attesa che esca il Pinocchio in stop motion di Guillermo Del Toro è un ottimo antipasto e l'ennesimo esempio di un cinema italiano che può e deve tornare in salute!
Del regista e co-sceneggiatore Matteo Garrone ho già parlato QUI. Roberto Benigni (Geppetto), Massimo Ceccherini (Volpe) e Maurizio Lombardi (Tonno) li trovate invece ai rispettivi link.
Rocco Papaleo interpreta il Gatto. Nato a Lauria, lo ricordo per film come I laureati, Il barbiere di Rio, Basilicata Coast to Coast, Nessuno mi può giudicare e serie quali Classe di ferro. Anche sceneggiatore, regista e compositore, ha 60 anni e un film in uscita.
Gigi Proietti interpreta Mangiafuoco. Nato a Roma, lo ricordo per film come Brancaleone alle crociate, Febbre da cavallo e serie quali Il maresciallo Rocca e Una pallottola nel cuore. Anche sceneggiatore e regista, ha 80 anni e un film in uscita.
Toni Servillo era stato considerato per il ruolo di Geppetto ma alla fine è stato scelto Roberto Benigni, che già nel 2002 aveva realizzato il suo Pinocchio nei panni del personaggio titolare. Vi risparmierei l'imbarazzo di guardarlo: se il Pinocchio di Garrone vi fosse piaciuto recuperate innanzitutto Il racconto dei racconti, poi il Pinocchio di Comencini e la versione Disney. ENJOY!
Trama: dopo che Mastro Ciliegia gli ha regalato un ciocco di legno semovente, il falegname Geppetto si costruisce il burattino Pinocchio, che subito si dimostra un discolo di prim'ordine, finendo in una marea di guai...
Alzi la mano chi non conosce la storia di Pinocchio. Probabilmente quasi nessuno di noi ha letto le avventure scritte da Collodi (io l'ho fatto solo una volta, moltissimo tempo fa, e ammetto di non esserne rimasta entusiasta ma vorrei riprovare) ma quasi sicuramente siamo stati toccati dalla versione Disney, edulcorata ma non troppo; quelli più anziani, come me, hanno visto l'opera di Comencini (con la quale non farei confronti visto che non la riguardo da almeno trent'anni e ho più familiarità con la parodia della Marchesini) e purtroppo ci è toccata pure la pantomima di Benigni, che ricordo con orrore vestito come un cretino all'età di 50 anni e accompagnato dalla cagnolina dai capelli turchini. Benigni torna anche nel film di Garrone, fortunatamente in panni più consoni per la sua età e senza la parrucchetta gialla che caratterizzerebbe il personaggio di Geppetto, una delle chiavi di lettura da cui partire per capire un po' l'anima di questo nuovo Pinocchio, che a me è sembrata una storia di umanità "vinta" eppur dignitosa. Infatti, al di là dell'incredibile bellezza dell'aspetto fantastico del film, sul quale tornerò più avanti, ho apprezzato forse ancor più il tentativo di dare al tutto uno sfondo "realistico", fatto di spaccati di vita contadina e interazioni tra abitanti di piccoli paesi, all'interno dei quali tutti, nel loro piccolo, cercano di dare una mano anche quando si tratta di furboni matricolati come il bottegaio (doppiamente maledetto) oppure il Gatto e la Volpe, infingardi e stronzi ma se vogliamo anche degni di pietà. Pare quasi che lo scopo di questo Pinocchio sia riscoprire la dignità di cui sopra, una dignità che deriva non tanto dall'istruzione e da un banale concetto di "bontà", ma dalla capacità di ottenere qualcosa con le proprie forze accettando anche i limiti delle stesse, creando al contempo il proprio piccolo "paese", la propria famiglia, una rete di persone alle quali appoggiarsi consapevoli di poter dare loro qualcosa in cambio. Pinocchio diventa dunque un "bravo" bambino dopo una serie di peripezie più o meno conosciute (selezionate da Garrone e Ceccherini, che hanno omesso alcune delle avventure del burattino pur rimanendo assai fedeli al testo originale) che arriveranno a renderlo meno ingenuo e soprattutto meno approfittatore e pigro, due difetti di cui le famose bugie sono solo un mero effetto collaterale, per quanto scenografico.
E a proposito di scenografia, ma anche di effetti speciali, è giunto il momento di parlarne, perché sono una parte fondamentale della bellezza di questo Pinocchio. Girato in evocativi paesini e scorci naturali toscani e pugliesi che danno un'incredibile sensazione di realismo, il Pinocchio di Garrone è un po' il fratellino minore de Il racconto dei racconti e presenta un bestiario di tutto rispetto, che coniuga un'iconografia gotica a a creazioni tutte italiane; personalmente, ho adorato la domestica lumaca della Fata Turchina così come il Grillo Parlante e i conigli becchini, per non parlare del trucco della Fata Turchina bambina e adulta (che bello è quell'azzurro tenue abbinato alla pelle diafana, quasi cadaverica?) ma l'Oscar del momento più inquietante e quasi horror va alla sequenza in cui Pinocchio e Lucignolo si trasformano in ciuchini, tra urla di dolore e metamorfosi perfette (forse la sensazione è data anche dal terrificante, pedofilissimo omino di burro?). E che dire del make up di Pinocchio e dei vari burattini? Il piccolo Federico Ielapi, oltre ad essere un attore bravissimo, sembra un burattino vero ed è un ulteriore esempio di come anche il cinema italiano, se si impegna, può raggiungere lo state of the art dei cugini stranieri in quanto ad effetti speciali. Onestamente, la cosa che mi preoccupava di più era la presenza di Benigni, anche troppo pompata nei trailer, ma fortunatamente le mie preoccupazioni erano inutili: Geppetto è caratterizzato con l'inevitabile scintilla del toscanaccio Benigni, svampito ma adorabilmente furbetto, ed è divertente vederlo interagire all'inizio coi compaesani, mentre cerca di portare a casa la pagnotta con piccoli lavoretti, per poi consacrarsi al ruolo di "babbo" di Pinocchio e strappare più di una lacrima commossa, soprattutto sul finale. Quindi, nel complesso, il Pinocchio di Garrone mi è piaciuto parecchio e onestamente non capisco le critiche che gli sono state mosse. Nell'attesa che esca il Pinocchio in stop motion di Guillermo Del Toro è un ottimo antipasto e l'ennesimo esempio di un cinema italiano che può e deve tornare in salute!
Del regista e co-sceneggiatore Matteo Garrone ho già parlato QUI. Roberto Benigni (Geppetto), Massimo Ceccherini (Volpe) e Maurizio Lombardi (Tonno) li trovate invece ai rispettivi link.
Rocco Papaleo interpreta il Gatto. Nato a Lauria, lo ricordo per film come I laureati, Il barbiere di Rio, Basilicata Coast to Coast, Nessuno mi può giudicare e serie quali Classe di ferro. Anche sceneggiatore, regista e compositore, ha 60 anni e un film in uscita.
Gigi Proietti interpreta Mangiafuoco. Nato a Roma, lo ricordo per film come Brancaleone alle crociate, Febbre da cavallo e serie quali Il maresciallo Rocca e Una pallottola nel cuore. Anche sceneggiatore e regista, ha 80 anni e un film in uscita.
Toni Servillo era stato considerato per il ruolo di Geppetto ma alla fine è stato scelto Roberto Benigni, che già nel 2002 aveva realizzato il suo Pinocchio nei panni del personaggio titolare. Vi risparmierei l'imbarazzo di guardarlo: se il Pinocchio di Garrone vi fosse piaciuto recuperate innanzitutto Il racconto dei racconti, poi il Pinocchio di Comencini e la versione Disney. ENJOY!
mercoledì 23 maggio 2018
Dogman (2018)
Già mi aveva attirata dal trailer, in più si è aggiunta la Palma come miglior attore a Marcello Fonte, quindi lunedì sono andata sola soletta al cinema a vedere Dogman, diretto e co-sceneggiato dal regista Matteo Garrone.
Trama: Marcello, uomo piccolino e mite, gestisce un salone di bellezza per cani ed è benvoluto da tutto il vicinato. Per sbarcare il lunario, l'uomo talvolta spaccia eroina e il suo maggiore cliente è il violento ed instabile ex pugile Simone, delinquente che vive della paura che instilla agli altri, pronto a distruggere la vita di Marcello per un capriccio...
La storia del "delitto del Canaro" è una delle pagine di cronaca nera più truculente d'Italia. Basta leggerne i dettagli su Wikipedia per farsi un'idea di quanto sarebbe facile ricavarne un horror splatter (a questo ci sta pensando Sergio Stivaletti, pare) invece Garrone, che pur con Il racconto dei racconti aveva dimostrato di saper ben padroneggiare sangue e orrore, ha scelto di giocare di sottrazione e soffermarsi sul lato umano della vicenda, di mostrare cosa porta un uomo buono e mite a prendersi con la forza la propria rivalsa. E in effetti Marcello, con tutte le sue imperfezioni, è davvero una brava persona, lo capiamo fin da subito: ama gli animali al punto da rischiare di finire in carcere per loro, adora la figlia, salva le chiappe all'uomo che tutti, nel quartiere, vorrebbero vedere morto. E' vero, Marcello talvolta vive di espedienti, però lo fa soltanto per riuscire a regalare una vita migliore alla figlioletta, anche perché lui stesso cerca di condurre un'esistenza semplice fatta di partitelle di calcio con gli amici, immersioni subacquee e interazione con gli amati cani, tutto racchiuso nella cornice di periferia della Magliana. Anche il suo legame con Simone, ex-pugile violento e completamente fuori di testa, probabilmente nasce dal desiderio di proteggere il proprio piccolo universo felice, in quanto Marcello, propiziandosi l'amicizia di un uomo così temuto e pericoloso, dovrebbe di regola vivere da "privilegiato" e talvolta ricevere le briciole dei bottini di costui; la verità è che Simone è una bomba ambulante, che fa solo il suo interesse e non si fa scrupoli a metterla nello stoppino agli altri, e questo Marcello lo proverà sulla sua pelle quando Simone deciderà di coinvolgerlo in una rapina troppo audace... solo per usarlo come capro espiatorio. Il cortocircuito mentale è tanto rapido quanto doloroso: in un attimo Marcello perde tutto ciò che rende sopportabile la vita di periferia, perde il rispetto, l'amicizia, la dignità davanti agli occhi della figlia, il tutto per colpa di un uomo che è meno di una bestia, peggiore del più selvaggio dei cani, qualcuno che sarebbe meglio non esistesse neppure. Più che sul desiderio di vendetta, Garrone punta maggiormente sulla follia di un uomo disposto a tutto pur di ripristinare lo status quo e recuperare la stima di vicini e amici, sul terrore soffocante di rimanere veramente soli al mondo, sulla paura che ci porta a compiere ciò di cui non credevamo fossimo capaci, anche solo per difenderci. E' la paura, infatti, a condannare Marcello, che a causa di essa prende (si può dire quasi involontariamente?) un sentiero dal quale è impossibile tornare indietro.
Quella di Dogman è una moderna storia di "vinti", di persone relegate ai margini della società e di un ambiente sociale che comunque, per quanto "selvaggio", ha delle regole da rispettare se non si vuole venire buttati fuori a calci e questo vale per criminali e non. Garrone rappresenta questo ambiente filtrandolo attraverso i toni del grigio e del marrone, colori che rendono quello della Magliana un paesaggio quasi alieno, venefico, dove persino l'acqua sembra essere inquinata; gli sparuti negozi e le attività che costellano questo angolo di mondo contribuiscono ulteriormente ad aumentare la sensazione di squallore e povertà che colpisce lo spettatore fin dall'inizio del film e l'unico luogo che pare immune da questo effetto "malato" è il fondale marino che tanto affascina Marcello e la figlioletta, emblema di libertà e unione familiare, baciato dal sole e da un azzurro naturale, non da cartolina. E se gli ampi campi lunghi che abbracciano la periferia mettono angoscia, non da meno sono i primi piani. Che siano cani o persone, la cinepresa di Garrone ne indaga le emozioni o la totale assenza di esse, affidandosi completamente alla bravura dei due interpreti principali. Ora, in tutta onestà, guardando il trailer e (non me ne voglia) vedendo le interviste di Marcello Fonte ho avuto delle titubanze, ché l'idea di andare al cinema e non capire una mazza di quello che si dicono i personaggi, interpretati peraltro da attori quasi alle prime armi, mi arride sempre pochissimo... ma la verità è che è bastato vedere Fonte in scena i primi cinque minuti per rimanerne conquistata. L'attore non ha davvero bisogno di parlare per esprimere tutto ciò che il suo personaggio si porta dentro, basterebbero le scene in cui Marcello rimane in silenzio sulla barca con la figlia, quando è costretto a inghiottire il terrore davanti al poliziotto oppure quando si ritrova schiacciato dal peso delle proprie azioni nello splendido finale per confermarne la bravura, e il mostruoso Simone di Edoardo Pesce non è da meno; pura macchina di brutale terrore, Simone mette angoscia dall'inizio alla fine, consentendo allo spettatore di immedesimarsi ancora più nel povero Marcello e di provare pena non solo per il protagonista ma anche per chi è costretto a vivere nel terrore di un essere simile, povera madre compresa. Quindi sì, Dogman è bello come hanno detto tutti i più grandi critici e sono davvero felice che Marcello Fonte abbia portato a casa la Palma d'Oro. Non fatevi schiacciare dagli stessi pregiudizi che hanno rischiato di lasciarmi a casa, per carità, e correte a vedere Dogman al cinema prima che lo tolgano!
Del regista e co-sceneggiatore Matteo Garrone ho già parlato QUI.
Marcello Fonte interpreta Marcello. Calabrese, ha partecipato a film come Io sono tempesta e ad episodi della serie La mafia uccide solo d'estate. Ha 40 anni.
Edoardo Pesce interpreta Simone. Nato a Roma, ha partecipato a serie quali Un medico in famiglia, Romanzo criminale - La serie, I Cesaroni e Il cacciatore. Ha 39 anni.
Trama: Marcello, uomo piccolino e mite, gestisce un salone di bellezza per cani ed è benvoluto da tutto il vicinato. Per sbarcare il lunario, l'uomo talvolta spaccia eroina e il suo maggiore cliente è il violento ed instabile ex pugile Simone, delinquente che vive della paura che instilla agli altri, pronto a distruggere la vita di Marcello per un capriccio...
La storia del "delitto del Canaro" è una delle pagine di cronaca nera più truculente d'Italia. Basta leggerne i dettagli su Wikipedia per farsi un'idea di quanto sarebbe facile ricavarne un horror splatter (a questo ci sta pensando Sergio Stivaletti, pare) invece Garrone, che pur con Il racconto dei racconti aveva dimostrato di saper ben padroneggiare sangue e orrore, ha scelto di giocare di sottrazione e soffermarsi sul lato umano della vicenda, di mostrare cosa porta un uomo buono e mite a prendersi con la forza la propria rivalsa. E in effetti Marcello, con tutte le sue imperfezioni, è davvero una brava persona, lo capiamo fin da subito: ama gli animali al punto da rischiare di finire in carcere per loro, adora la figlia, salva le chiappe all'uomo che tutti, nel quartiere, vorrebbero vedere morto. E' vero, Marcello talvolta vive di espedienti, però lo fa soltanto per riuscire a regalare una vita migliore alla figlioletta, anche perché lui stesso cerca di condurre un'esistenza semplice fatta di partitelle di calcio con gli amici, immersioni subacquee e interazione con gli amati cani, tutto racchiuso nella cornice di periferia della Magliana. Anche il suo legame con Simone, ex-pugile violento e completamente fuori di testa, probabilmente nasce dal desiderio di proteggere il proprio piccolo universo felice, in quanto Marcello, propiziandosi l'amicizia di un uomo così temuto e pericoloso, dovrebbe di regola vivere da "privilegiato" e talvolta ricevere le briciole dei bottini di costui; la verità è che Simone è una bomba ambulante, che fa solo il suo interesse e non si fa scrupoli a metterla nello stoppino agli altri, e questo Marcello lo proverà sulla sua pelle quando Simone deciderà di coinvolgerlo in una rapina troppo audace... solo per usarlo come capro espiatorio. Il cortocircuito mentale è tanto rapido quanto doloroso: in un attimo Marcello perde tutto ciò che rende sopportabile la vita di periferia, perde il rispetto, l'amicizia, la dignità davanti agli occhi della figlia, il tutto per colpa di un uomo che è meno di una bestia, peggiore del più selvaggio dei cani, qualcuno che sarebbe meglio non esistesse neppure. Più che sul desiderio di vendetta, Garrone punta maggiormente sulla follia di un uomo disposto a tutto pur di ripristinare lo status quo e recuperare la stima di vicini e amici, sul terrore soffocante di rimanere veramente soli al mondo, sulla paura che ci porta a compiere ciò di cui non credevamo fossimo capaci, anche solo per difenderci. E' la paura, infatti, a condannare Marcello, che a causa di essa prende (si può dire quasi involontariamente?) un sentiero dal quale è impossibile tornare indietro.
Quella di Dogman è una moderna storia di "vinti", di persone relegate ai margini della società e di un ambiente sociale che comunque, per quanto "selvaggio", ha delle regole da rispettare se non si vuole venire buttati fuori a calci e questo vale per criminali e non. Garrone rappresenta questo ambiente filtrandolo attraverso i toni del grigio e del marrone, colori che rendono quello della Magliana un paesaggio quasi alieno, venefico, dove persino l'acqua sembra essere inquinata; gli sparuti negozi e le attività che costellano questo angolo di mondo contribuiscono ulteriormente ad aumentare la sensazione di squallore e povertà che colpisce lo spettatore fin dall'inizio del film e l'unico luogo che pare immune da questo effetto "malato" è il fondale marino che tanto affascina Marcello e la figlioletta, emblema di libertà e unione familiare, baciato dal sole e da un azzurro naturale, non da cartolina. E se gli ampi campi lunghi che abbracciano la periferia mettono angoscia, non da meno sono i primi piani. Che siano cani o persone, la cinepresa di Garrone ne indaga le emozioni o la totale assenza di esse, affidandosi completamente alla bravura dei due interpreti principali. Ora, in tutta onestà, guardando il trailer e (non me ne voglia) vedendo le interviste di Marcello Fonte ho avuto delle titubanze, ché l'idea di andare al cinema e non capire una mazza di quello che si dicono i personaggi, interpretati peraltro da attori quasi alle prime armi, mi arride sempre pochissimo... ma la verità è che è bastato vedere Fonte in scena i primi cinque minuti per rimanerne conquistata. L'attore non ha davvero bisogno di parlare per esprimere tutto ciò che il suo personaggio si porta dentro, basterebbero le scene in cui Marcello rimane in silenzio sulla barca con la figlia, quando è costretto a inghiottire il terrore davanti al poliziotto oppure quando si ritrova schiacciato dal peso delle proprie azioni nello splendido finale per confermarne la bravura, e il mostruoso Simone di Edoardo Pesce non è da meno; pura macchina di brutale terrore, Simone mette angoscia dall'inizio alla fine, consentendo allo spettatore di immedesimarsi ancora più nel povero Marcello e di provare pena non solo per il protagonista ma anche per chi è costretto a vivere nel terrore di un essere simile, povera madre compresa. Quindi sì, Dogman è bello come hanno detto tutti i più grandi critici e sono davvero felice che Marcello Fonte abbia portato a casa la Palma d'Oro. Non fatevi schiacciare dagli stessi pregiudizi che hanno rischiato di lasciarmi a casa, per carità, e correte a vedere Dogman al cinema prima che lo tolgano!
Del regista e co-sceneggiatore Matteo Garrone ho già parlato QUI.
Marcello Fonte interpreta Marcello. Calabrese, ha partecipato a film come Io sono tempesta e ad episodi della serie La mafia uccide solo d'estate. Ha 40 anni.
Edoardo Pesce interpreta Simone. Nato a Roma, ha partecipato a serie quali Un medico in famiglia, Romanzo criminale - La serie, I Cesaroni e Il cacciatore. Ha 39 anni.
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venerdì 22 maggio 2015
Il racconto dei racconti (2015)
Approfittando dell'insperata fortuna di trovarmi davanti una settimana ricca per quel che riguarda la programmazione cinematografica savonese, martedì sono andata a vedere Il racconto dei racconti, diretto e co-sceneggiato dal regista Matteo Garrone partendo da tre novelle contenute nell'opera omonima di Giambattista Basile.
Trama: in tre diversi regni vicini, una regina desidera ardentemente rimanere incinta, una principessa viene data in sposa ad un orco e un re si innamora perdutamente di una vecchia, ingannato dalla sua splendida voce..
In questi giorni il Cinema mi sta davvero regalando delle gioie. Prima c'è stato il trionfo di Mad Max: Fury Road, ora lo splendore visivo di questo Il racconto dei racconti, un film talmente bello da non sembrare nemmeno italiano. E invece, per fortuna, a parte gli attori principali (e la splendida fotografia di Peter Suschitzky) con l'ultima pellicola di Garrone si gioca interamente in casa e finalmente possiamo vantarci di quella Bella Italia che dovrebbe essere il nostro fiore all'occhiello nonché il nostro schiaffo morale agli occhi del mondo intero: i personaggi da fiaba de Il racconto dei racconti vivono, soffrono e soprattutto sbagliano nelle magnifiche stanze del Castello di Sammezzano, nel verde del bosco monumentale di Sasseto, tra le mura del Castello di Donnafugata, sulle rocce mozzafiato dove s'arrocca il Castello di Roccascalegna, nelle acque misteriose delle Gole dell'Alcantara, tra le strettissime pareti di roccia di Sovana e Sorano, solo per citare i luoghi che mi sono rimasti più impressi. I re e le principesse che rivivono sul grande schermo indossano abiti sfarzosi, talmente ricchi da lasciare senza parole, e interagiscono con creature fuori dall'immaginazione, le più belle che abbia mai visto in un film italiano: il mostro che sul finale attacca gli albini Eliah e Jonas è un incubo degno di Guillermo Del Toro e il drago che si vede all'inizio è molto, molto più realistico e delicato di quanto potrà mai essere lo Smaug della WETA, per non parlare della raccapricciante pulce formato famiglia del Re di Altomonte, talmente ben fatta da indurre a temere che possa uscire dallo schermo da un momento all'altro. Tutto questo orgoglioso sfoggio di artigianalità italiana viene amalgamato dalla sapiente regia di Garrone, che smussa alcuni difetti e lungaggini insite nella trama regalandoci immagini da imprimere nella mente per non scordarle mai più, in un continuo alternarsi di poesia e trivio, di allegra luce e triste oscurità, di commozione e risate, mentre l'evocativa colonna sonora di Alexandre Desplat culla l'orecchio dello spettatore trasportandolo inconsapevole all'interno di questo mondo che affonda le radici in un passato mai esistito e allo stesso tempo terribilmente familiare.
Avrete notato che, a differenza degli altri post, ho cominciato a parlare de Il racconto dei racconti partendo dalla tecnica mirabolante con cui è stato confezionato. Questo perché, onestamente, mi hanno catturata più le immagini del contenuto ma anche i tre racconti scelti non mi hanno lasciata indifferente, anzi. Finalmente, qualcuno ha avuto le palle di voltare le spalle alla "lezione Disney" e di proporre al pubblico delle fiabe senza snaturarle, lasciando intatta la loro ingenuità e soprattutto la loro terrificante crudeltà. Genitori alla lettura, non azzardatevi a portare i bambini a vedere Il racconto dei racconti: al di là di alcune immagini che ho trovato paurose persino io e di qualche nudo frontal-posteriore (sia benedetto Vincent Cassel e la sua chiappa d'oro) le tre storie selezionate dal cosiddetto "Pentamerone" sono angoscianti perché gettano in faccia allo spettatore tutta la pochezza della razza umana senza alcuna morale di fondo, lasciando i personaggi a subire un triste o mortale destino a causa dell'egoismo e dell'avidità di chi dovrebbe proteggerli e amarli. La regina che non può avere figli e la vecchia Dora sarebbero dei personaggi verso i quali provare pietà ma i loro desideri sono talmente violenti (come giustamente dice l'evocativo Necromante di Franco Pistoni) e loro talmente prive di scrupoli nel tentare di realizzarli che automaticamente la pietà si trasforma in repulsione, soprattutto quando la loro arroganza arriva a danneggiare i più deboli. La regina di Salma Hayek e la vecchia Dora sono due protagoniste complesse e sono in grado di suscitare sentimenti ambivalenti ma la storia che più mi ha toccata nel profondo, facendomi uscire dal cinema con un magone devastante, è quella che racconta di come il Re di Altomonte abbia dato in sposa la figlia Viola ad un orco, un racconto in cui la stupida freddezza di un solo uomo (che preferisce dare attenzioni ad una pulce piuttosto che alla figlia) causa l'infelicità e la morte anche di chi, pur essendo normalmente additato come "malvagio", non avrebbe sicuramente meritato una simile sorte. E qui mi fermo, altrimenti rischio di incappare nei tanto odiati spoiler. Voi invece non lasciatevi scoraggiare da eventuali recensioni tiepide e andate a vedere questo trionfo di fantasia e fiaba tutto italiano: vi assicuro che nessun blockbuster fantasy d'oltreoceano vi lascerà in bocca lo stesso gusto dolceamaro e nostalgico de Il racconto dei racconti!
Di Salma Hayek (Regina di Selvascura), Vincent Cassel (Re di Roccaforte), Toby Jones (Re di Altomonte) e John C. Reilly (Re di Selvascura) ho già parlato ai rispettivi link.
Matteo Garrone è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Originario di Roma, ha diretto film come L'imbalsamatore, Gomorra e Reality. Anche produttore e attore, ha 47 anni.
Shirley Henderson interpreta Imma. Scozzese, ha partecipato a film come Rob Roy, Trainspotting, Il diario di Bridget Jones, Harry Potter e la camera dei segreti, Che pasticcio Bridget Jones!, Harry Potter e il calice di fuoco, Marie Antoinette, Lo schiaccianoci 3D, Anna Karenina e a serie come Doctor Who. Ha 50 anni e un film in uscita.
Alba Rohrwacher interpreta la padrona del circo. Originaria di Firenze, ha partecipato a film come Melissa P., Mio fratello è figlio unico, Caos calmo, La solitudine dei numeri primi, Bella addormentata e Hungry Hearts. Ha 36 anni e tre film in uscita.
Massimo Ceccherini interpreta il padrone del circo. Originario di Firenze, lo ricordo per film come S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa, Cari fottutissimi amici, I laureati, Il ciclone, Fuochi d'artificio, Viola bacia tutti, Lucignolo e Faccia di Picasso. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni.
Stacy Martin, che interpreta la giovane Dora, era la giovane Joe in Nymphomaniac mentre il Necromante altri non è che il meraviglioso Iettatore di Avanti un altro, alias Franco Pistoni. ENJOY!
Qui trovate la recensione di Lucia e quella de I 400 calci, con le quali mi trovo assolutamente d'accordo!
Trama: in tre diversi regni vicini, una regina desidera ardentemente rimanere incinta, una principessa viene data in sposa ad un orco e un re si innamora perdutamente di una vecchia, ingannato dalla sua splendida voce..
In questi giorni il Cinema mi sta davvero regalando delle gioie. Prima c'è stato il trionfo di Mad Max: Fury Road, ora lo splendore visivo di questo Il racconto dei racconti, un film talmente bello da non sembrare nemmeno italiano. E invece, per fortuna, a parte gli attori principali (e la splendida fotografia di Peter Suschitzky) con l'ultima pellicola di Garrone si gioca interamente in casa e finalmente possiamo vantarci di quella Bella Italia che dovrebbe essere il nostro fiore all'occhiello nonché il nostro schiaffo morale agli occhi del mondo intero: i personaggi da fiaba de Il racconto dei racconti vivono, soffrono e soprattutto sbagliano nelle magnifiche stanze del Castello di Sammezzano, nel verde del bosco monumentale di Sasseto, tra le mura del Castello di Donnafugata, sulle rocce mozzafiato dove s'arrocca il Castello di Roccascalegna, nelle acque misteriose delle Gole dell'Alcantara, tra le strettissime pareti di roccia di Sovana e Sorano, solo per citare i luoghi che mi sono rimasti più impressi. I re e le principesse che rivivono sul grande schermo indossano abiti sfarzosi, talmente ricchi da lasciare senza parole, e interagiscono con creature fuori dall'immaginazione, le più belle che abbia mai visto in un film italiano: il mostro che sul finale attacca gli albini Eliah e Jonas è un incubo degno di Guillermo Del Toro e il drago che si vede all'inizio è molto, molto più realistico e delicato di quanto potrà mai essere lo Smaug della WETA, per non parlare della raccapricciante pulce formato famiglia del Re di Altomonte, talmente ben fatta da indurre a temere che possa uscire dallo schermo da un momento all'altro. Tutto questo orgoglioso sfoggio di artigianalità italiana viene amalgamato dalla sapiente regia di Garrone, che smussa alcuni difetti e lungaggini insite nella trama regalandoci immagini da imprimere nella mente per non scordarle mai più, in un continuo alternarsi di poesia e trivio, di allegra luce e triste oscurità, di commozione e risate, mentre l'evocativa colonna sonora di Alexandre Desplat culla l'orecchio dello spettatore trasportandolo inconsapevole all'interno di questo mondo che affonda le radici in un passato mai esistito e allo stesso tempo terribilmente familiare.
Avrete notato che, a differenza degli altri post, ho cominciato a parlare de Il racconto dei racconti partendo dalla tecnica mirabolante con cui è stato confezionato. Questo perché, onestamente, mi hanno catturata più le immagini del contenuto ma anche i tre racconti scelti non mi hanno lasciata indifferente, anzi. Finalmente, qualcuno ha avuto le palle di voltare le spalle alla "lezione Disney" e di proporre al pubblico delle fiabe senza snaturarle, lasciando intatta la loro ingenuità e soprattutto la loro terrificante crudeltà. Genitori alla lettura, non azzardatevi a portare i bambini a vedere Il racconto dei racconti: al di là di alcune immagini che ho trovato paurose persino io e di qualche nudo frontal-posteriore (sia benedetto Vincent Cassel e la sua chiappa d'oro) le tre storie selezionate dal cosiddetto "Pentamerone" sono angoscianti perché gettano in faccia allo spettatore tutta la pochezza della razza umana senza alcuna morale di fondo, lasciando i personaggi a subire un triste o mortale destino a causa dell'egoismo e dell'avidità di chi dovrebbe proteggerli e amarli. La regina che non può avere figli e la vecchia Dora sarebbero dei personaggi verso i quali provare pietà ma i loro desideri sono talmente violenti (come giustamente dice l'evocativo Necromante di Franco Pistoni) e loro talmente prive di scrupoli nel tentare di realizzarli che automaticamente la pietà si trasforma in repulsione, soprattutto quando la loro arroganza arriva a danneggiare i più deboli. La regina di Salma Hayek e la vecchia Dora sono due protagoniste complesse e sono in grado di suscitare sentimenti ambivalenti ma la storia che più mi ha toccata nel profondo, facendomi uscire dal cinema con un magone devastante, è quella che racconta di come il Re di Altomonte abbia dato in sposa la figlia Viola ad un orco, un racconto in cui la stupida freddezza di un solo uomo (che preferisce dare attenzioni ad una pulce piuttosto che alla figlia) causa l'infelicità e la morte anche di chi, pur essendo normalmente additato come "malvagio", non avrebbe sicuramente meritato una simile sorte. E qui mi fermo, altrimenti rischio di incappare nei tanto odiati spoiler. Voi invece non lasciatevi scoraggiare da eventuali recensioni tiepide e andate a vedere questo trionfo di fantasia e fiaba tutto italiano: vi assicuro che nessun blockbuster fantasy d'oltreoceano vi lascerà in bocca lo stesso gusto dolceamaro e nostalgico de Il racconto dei racconti!
Di Salma Hayek (Regina di Selvascura), Vincent Cassel (Re di Roccaforte), Toby Jones (Re di Altomonte) e John C. Reilly (Re di Selvascura) ho già parlato ai rispettivi link.
Matteo Garrone è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Originario di Roma, ha diretto film come L'imbalsamatore, Gomorra e Reality. Anche produttore e attore, ha 47 anni.
Shirley Henderson interpreta Imma. Scozzese, ha partecipato a film come Rob Roy, Trainspotting, Il diario di Bridget Jones, Harry Potter e la camera dei segreti, Che pasticcio Bridget Jones!, Harry Potter e il calice di fuoco, Marie Antoinette, Lo schiaccianoci 3D, Anna Karenina e a serie come Doctor Who. Ha 50 anni e un film in uscita.
Alba Rohrwacher interpreta la padrona del circo. Originaria di Firenze, ha partecipato a film come Melissa P., Mio fratello è figlio unico, Caos calmo, La solitudine dei numeri primi, Bella addormentata e Hungry Hearts. Ha 36 anni e tre film in uscita.
Massimo Ceccherini interpreta il padrone del circo. Originario di Firenze, lo ricordo per film come S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa, Cari fottutissimi amici, I laureati, Il ciclone, Fuochi d'artificio, Viola bacia tutti, Lucignolo e Faccia di Picasso. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni.
Stacy Martin, che interpreta la giovane Dora, era la giovane Joe in Nymphomaniac mentre il Necromante altri non è che il meraviglioso Iettatore di Avanti un altro, alias Franco Pistoni. ENJOY!
Qui trovate la recensione di Lucia e quella de I 400 calci, con le quali mi trovo assolutamente d'accordo!
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