mercoledì 9 ottobre 2019

Nell'erba alta (2019)

La settimana scorsa è uscito su Netflix un altro adattamento di un racconto di Stephen King (scritto in combo col figlio Joe Hill), Nell'erba alta (In the Tall Grass), diretto e co-sceneggiato dal regista Vincenzo Natali.


Trama: attirati dalla richiesta di aiuto di un bambino, una donna incinta e suo fratello si infilano in un campo di erba alta dal quale non riusciranno più ad uscire.


Cominciamo il post con la necessaria premessa: purtroppo Nell'erba alta è una delle pochissime opere di King che devo ancora leggere, persa nel limbo di un periodo in cui non avevo neppure idea di cosa fossero degli e-book. Per noi amanti del cartaceo il racconto è appena stato inserito nell'ultima raccolta di Joe Hill, A tutto gas, che uscirà proprio nei prossimi giorni, quindi rimedierò prestissimo alla mancanza, ma nel frattempo parliamo del film di Vincenzo Natali, un trip psichedelico mica da ridere. Anzi, forse troppo psichedelico, e come tutte le cose psichedeliche a un bel momento scivola anche nel ridicolo involontario e dispiace che a farsene veicolo, assieme ad una pietra cappelliforme, sia un Patrick Wilson a cui hanno messo in bocca i dialoghi probabilmente più ridicoli della sua carriera. Ma facciamo un passo indietro, senza fare troppi spoiler. Nell'erba alta è un horror che, fin dalle prime scene, gioca con una claustrofobia strisciante e con l'atavico terrore umano di perdersi in un luogo da cui è impossibile uscire, inserendo a un certo punto un altro terrificante elemento horror, ovvero bambini ambigui ed inquietanti; tre elementi che, già da soli, a mio avviso sarebbero più che sufficienti per creare un'opera valida, a saperci ricamare sopra. L'inizio di Nell'erba alta sembrerebbe mantenere queste promesse, perché i due fratelli protagonisti, già resi più indifesi dal fatto che la ragazza è incinta, vengono subito separati e frastornati da un delirio di suoni distorti, prospettive spaziali falsate, mentre il sole picchia come un fabbro ferraio e l'apparente semplicità di un campo d'erba alta si trasforma in un incubo verde che, peraltro, ai fan di King potrebbe tranquillamente ricordare l'habitat di "Colui che cammina tra i filari", soprattutto grazie alla presenza di questo bimbo onnisciente, che parla di "cose morte che non possono essere spostate".


L'unico problema è che poi queste premesse vengono sì mantenute, ma anche inutilmente (a mio avviso, ci mancherebbe) complicate da mille altri elementi atti a rendere l'opera più cervellotica di quello che è, arrivando a toccare picchi di "lostitudine" non da poco e a frastornare lo spettatore costringendolo a non staccare gli occhi dallo schermo nemmeno per un istante, ché ci vuole pochissimo a perdere qualche elemento fondamentale (avete idea di quanti siti stiano spiegando il finale del film in questi giorni?). Insomma, l'erba alta a un certo punto viene pompata a steroidi di follia quasi messianica con paradossi e si fa esasperante, ma d'altronde dallo sceneggiatore di The Cube non mi sarei aspettata nulla di meno. Quanto alla regia, è palese che a Natali piacciano le sequenze allucinanti e allucinate, all'interno delle quali l'ingerenza della CGI si fa sentire dando un po' l'idea di posticcio ma riuscendo comunque ad impressionare lo spettatore; il pre-finale, per esempio, è un delirio di corpi striscianti, violenza e sangue, anche se il tutto è immerso in una fotografia talmente buia che a volte non si riesce ad avere proprio un quadro completo della situazione. Più interessanti ed inquietanti le scene iniziali, a dimostrazione che spesso l'orrore si insinua maggiormente sottopelle quando viene mostrato in pieno sole, proprio quando crediamo di essere più al sicuro: bastano voci che si allontanano anche se noi rimaniamo fermi, basta vedere andare in frantumi ogni nostra convinzione di poter tornare a una vita normale, bastano sinistri presagi per far davvero paura. Un peccato che questo Natali lo abbia dimenticato per strada e si sia perso in quello stesso labirinto d'erba alta che avrebbe dovuto avvincere lo spettatore per non lasciarlo più. Per carità, come originale Netflix è uno dei più interessanti visti finora e di sicuro intrattiene dall'inizio alla fine, però il suo desiderio di voler strafare lo condanna ad essere poco più di un complicato divertissement, buono magari per scervellarsi il giorno dopo con in colleghi d'ufficio. Ma se volete, per quello su Netflix c'è sempre Dark!


Di Patrick Wilson, che interpreta Ross Humboldt, ho già parlato QUI

Vincenzo Natali è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Cube - Il cubo, Splice, ABCs of Death 2 ed episodi di serie quali PSI Factor, Hannibal, Wayward Pines, Luke Cage, The Strain e American Gods. Anche produttore e attore, ha 50 anni.


Laysla De Oliveira, che interpreta Becky, ha ottenuto il ruolo di Dodge nella serie Locke & Key, tratta dal fumetto omonimo di Joe Hill e Gabriel Rodriguez, di cui due episodi dovrebbero essere diretti proprio da Vincenzo Natali; ancora non si sa quando uscirà la serie su Netflix, se mai uscirà, ma di sicuro, avendo adorato il fumetto, l'aspetto con trepidazione assieme a possibili nuove storie cartacee. Passando ad altro, Patrick Wilson ha sostituito all'ultimo James Marsden, impegnato nelle riprese di C'era una volta a... Hollywood nel ruolo di Burt Reynolds, alla fine tagliato. Detto questo, se Nell'erba alta vi fosse piaciuto perché non provate a recuperare Cube - Il cubo? ENJOY!


8 commenti:

  1. Natali è bravissimo, il film ha una regia sontuosa a tratti, ma per il resto mi è sembrato una porcata incomprensibile. Piaciuto poco poco. :(

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    1. Devo leggere il racconto originale ma secondo me Natali ha aggiunto complicazioni inutili solo "perché sì" e perché fa fico. Ma mi ricrederò una volta letto il racconto, forse.

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  2. Ahhhh!Abissi e Splendori (spesso pochi purtroppo!) degli adattamenti kinghiani! :(

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    1. Questo sta un po' in mezzo. Non è entusiasmante ma nemmeno brutto. Ma come ho detto sospendo il giudizio fino alla lettura del racconto.

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  3. Visto. All'inizio non era neanche male ma verso metà film ho cominciato a non capirci più niente e si è trasformato tutto in un bad trip. Bocciato.

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  4. Ricordo a malapena il racconto che mi pare fosse anche brevissimo, mentre qui il loop temporale è allungato a dismisura.
    Io dopo un'ora di film ho cominciato a sbuffare, ma c'è da dire che io fatico a reggere ultimamente questo tema che vedo un po' in sovraesposizione in film, telefilm e persino anime.

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    1. Sì, pare vada molto di moda ultimamente, tra l'altro su Netflix c'è già Dark :)

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