martedì 9 agosto 2022

How it Ends (2021)

Questo sarà un post di servizio per mettere in guardia chiunque si facesse venire voglia, come purtroppo è accaduto a me, di guardare How it Ends, scritto e diretto nel 2021 da Zoe Lister-Jones e Daryl Wein e approdato la settimana scorsa su Amazon Prime Video.


Trama: il giorno della fine del mondo Liza, accompagnata dal suo io più giovane, si mette in cammino per risolvere tutte le questioni lasciate in sospeso, prima di concludere la sua esistenza a un party.


Vi è mai capitato che un film vi stesse antipatico a pelle, un po' come succede con le persone? Di solito, con queste ultime mi succede nel momento esatto in cui mi rendo conto che chi ho davanti è un* quaquaraqua, un* che se la crede, un* fint* compagnon* che in realtà ti sta giudicando e pensando "ma guarda te st* sfigat*, sono molto più intelligente e fig* io, diamo corda solo perché mi fa pena". Ecco, le stesse sensazioni le ho provate guardando How it Ends, il film sulla fine del mondo che si crede molto più acuto degli altri film sulla fine del mondo e te lo sbatte in faccia in maniera simpatica, mettendo assieme un mucchio di attori che si sono divertiti un casino a girarlo, tanto che sicuramente buona parte dei dialoghi (come si evince dai "simpaticissimi" titoli di coda) sono stati improvvisati, anche perché trattasi di siparietti pseudo-comici ed arguti che nascondono solo un enorme cumulo di aria fritta derivante dalla necessità di aggiungere qualcosa alla trama semplicissima e derivativa: protagonista (che è anche co-regista e co-sceneggiatrice) deve andare da punto A a punto B, il giorno della fine del mondo, per rimettere a posto tutti gli errori commessi nel corso della vita. Per rendere la cosa più frizzante e alternativa, alla protagonista viene affiancata la sua versione più giovane, una sorta di avatar che dovremmo avere tutti e che solitamente vediamo solo noi, tuttavia con l'arrivo della fine del mondo questo essere immaginario diventa capace di interagire e di essere visto da quasi tutti e molti di quelli che Liza incontra ne hanno una loro versione accanto. In realtà, questo "younger self" serve non tanto per dare un'aura surreale alla vicenda, quanto piuttosto per veicolare il METAFORONE che accompagna il messaggio principale del film, ovvero "tu conti, sei importante, e per vivere bene devi imparare ad amare ed accettare te stesso e a metterti in cima alle priorità". Mi verrebbe da citare Martellone di Boris, guarda. 


L'enorme problema di How it Ends, film girato in pandemia tra amici e con un budget risicato probabilmente utilizzato per appiccicare con lo sputo un asteroide in CGI sullo sfondo che ciccia fuori verso il finale, è che il messaggio finale sarà anche condivisibile e giusto, ma il percorso per arrivarci è una martellata sulle gonadi. Gli incontri che fa Liza nel mezzo del cammin verso la festa di fine mondo vanno dal MEH con velleità hipster (la comica e la cantante) all'orrore di persone che, per la maggior parte, sono la versione moderna e tiratissima per i capelli di Dharma (ve lo ricordate Dharma e Greg?), impegnate in dialoghi che vorrebbero essere simpatici e divertenti, o comunque legati al modo di parlare dei 30/40something di oggi (aggiungo una parentesi: la protagonista ha la mia età e sogna un aldilà dove scoparsi Chalamet. Ma mi tiri il belino??? Che orrore, quell'essere implume che potrebbe essere tuo figlio!!!), ma risultano solo imbarazzanti, nemmeno cringe, diciamo le cose in italiano per non abbassarci ai livelli di How it Ends. Ve lo giuro, il film dura un'ora e 22 e sono riuscita ad addormentarmi almeno sette volte prima di arrivare alla fine; testardamente, ogni volta mandavo indietro e dopo nemmeno un quarto d'ora stavo a occhi rivoltati e con la bava alla bocca, in catalessi, pregando che 'sta tortura a base di dialoghi sul nulla e confronti inutili finisse e maledicendo tutti quelli che si lamentano del mumblegore o degli horror in cui "non succede nulla". Sulle guest star presenti nel film non mi pronuncio, spero che abbiano partecipato o per amicizia o perché ben pagati, non certo perché convinti di poter portare una ventata di freschezza e divertimento alla settima arte. Comunque, c'è da dire che Zoe Lister-Jones e Daryl Wein un traguardo lo hanno raggiunto, ovvero quello di girare un film che finirà quasi sicuramente al primo posto della mia Worst 5 di fine anno. Oh, sempre meglio di nulla!


Di Finn Wolfhard (Ezra), Logan Marshall-Green (Nate), Nick Kroll (Gary), Bradley Whitford (Kenny), Olivia Wilde (Alay), Paul Scheer (Dave), Helen Hunt (Lucinda), Colin Hanks (Charlie) e Charlie Day (Lonny) ho già parlato ai rispettivi link. 

Zoe Lister-Jones è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola, inoltre interpreta Liza. Americana, ha diretto altri due film, Band Aid e Il rito delle streghe, ovvero il remake di Giovani streghe. Anche produttrice, ha 40 anni ed è l'ex moglie di Daryl Wein.


Daryl Wein è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Lola Versus. Anche attore e produttore, ha 39 anni ed è l'ex marito di Zoe Lister-Jones.


Le guest star del film sono molteplici, anche fuori dal cast di It's Always Sunny in Philadelphia, di cui fanno parte Glenn Howerton (John) e Mary Elizabeth Ellis (Krista): Cailee Spaeny, che interpreta la giovane Liza, era nel cast de Il rito delle streghe, sempre diretto da Zoe Lister-Jones, Whitney Cummings (Mandy) è una famosa comica americana, vista di recente in Studio 666 mentre Fred Armisen è un altro comico comparso anche in The Anchorman. Ciò detto, se cercate un bel film a tema fine del mondo, recuperate These Final Hours e Don't Look Up. ENJOY!

venerdì 5 agosto 2022

Monstrous (2022)

E' uscito questa settimana su Infinity il film Monstrous, diretto dal regista Chris Sivertson, che ha attirato il mio interesse per la protagonista.


Trama: in fuga dal marito, Laura si rifugia col figlioletto Cody in una casa isolata dove ricominciare una nuova vita ma comincia a venire perseguitata da una strana entità...


Quando ho letto il nome di Christina Ricci all'interno del cast di Monstrous, non ho potuto fare a meno di recuperarlo. Non vedevo un film con la Ricci protagonista dal 2006, tanto che pensavo si fosse persa nel limbo di quelli che avevano smesso di recitare ma in realtà, come molti suoi colleghi, si è data alle serie TV e io quelle, ahimé, riesco a seguirle pochissimo. Mi ha fatto dunque un po' effetto vederla nel ruolo di madre (anche se ormai pure lei è 42enne, quindi hai voglia!) in questo horror ambientato negli anni '50, che la vede protagonista come mamma di un bimbo in età scolare e in fuga da un marito violento. Laura e Cody scappano dalla città e si rifugiano in una casetta da sogno, isolata ma arredata come una bomboniera, circondata tuttavia da terreni abbastanza brulli e, soprattutto, vicino a una palude da dove, la sera, esce un mostro particolarmente interessato al bambino. Mentre Laura cerca di vivere l'American Dream di una donna dell'epoca, tra deliziosi vestitini, un lavoro come segretaria e succulenti manicaretti da offrire al pargolo, Cody è sempre più esasperato dalla situazione, non riesce a farsi neppure un amico a scuola e vorrebbe solo tornare a casa, quindi la presenza del mostro non fa che esacerbare i conflitti tra i due e minare ancor più la tranquillità precaria di Laura, la quale vede il suo sogno andare a poco a poco in frantumi e non riesce a liberarsi dalla spada di Damocle della minaccia del marito. Di più non conviene dire sulla trama di Monstrous, uno di quei film che ci mette un po' a svelare le sue carte e che dissemina qui e là particolari indizi di un puzzle che troverà un senso solo alla fine, cosa che spingerebbe lo spettatore a una seconda visione se solo, ammettiamolo, la trama non sconfinasse spesso dal misterioso al confusionario (non confuso. Alla fine torna tutto ma bisogna turarsi un po' il naso, anche perché l'utilità di alcuni dettagli dati per importanti sembrerebbe quasi essersi persa in fase di montaggio, come per esempio il dolore allo stomaco che Laura dà mostra di provare di tanto in tanto).


Per il resto, Monstrous non è un film eccezionale ma è comunque gradevole. Purtroppo, i fasti di All Cheerleaders Die (a dire il vero co-diretto assieme all'adorato Lucky McKee) sono lontani e il film spicca non tanto per la regia, che si appoggia a un unico vezzo "rivelatorio" mentre per il resto è abbastanza ordinaria, quanto piuttosto per la fotografia dai colori particolarmente vividi e la bellezza delle scenografie e dei costumi indossati dalla Ricci, entrambi sicuramente migliori del solito, orrendo mostrillo fatto al computer che parrebbe essere un'inevitabile condanna in questo genere di produzioni a medio budget. Quanto a Christina Ricci, che è poi il motivo che mi ha spinta a vedere Monstrous, offre un'interpretazione prevalentemente valida, che a tratti si fa forse un po' troppo isterica ed esagerata, quasi "finta", e l'alchimia tra lei e il pargoletto moscerello che interpreta Cody stenta a crearsi, esprimendosi compiutamente solo nel commovente finale. Il resto del cast non è particolarmente memorabile, ho riconosciuto giusto Colleen Camp, relegata tuttavia all'ingrato ruolo della vicina di casa rompitasche, e Nick Vallelonga nei panni dell'anziano avventore del pub, mentre le altre facce a me sconosciute sono rimaste tali e nessuno mi ha colpita positivamente o negativamente. In definitiva, lo avrete capito, Monstrous non è un film imprescindibile ma se siete fan di Christina Ricci potrebbe darvi parecchie gioie e anche chi ama i thriller horror with a twist potrebbe passare una serata gradevole.
 

Del regista Chris Sivertson ho già parlato QUI. Christina Ricci (Laura), Colleen Camp (Mrs. Langtree) e Lew Temple (Mr. Alonzo) li trovate invece ai rispettivi link.



 

martedì 2 agosto 2022

Dashcam (2021)

Quest'anno il mio istinto fa cilecca. Non mi spiego altrimenti perché mi sarei ritrovata a guardare Dashcam, diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Rob Savage.


Trama: una vlogger ruba la macchina a un amico e dà un passaggio a un'anziana e misteriosa signora, per poi pentirsene subito dopo.


E io che ero convinta di avere già visto il peggio dell'horror del 2022 con The Scary of Sixty-First e Occhiali neri. Che ingenua. Non avevo calcolato che Rob Savage, dopo il gradevole Host, si sarebbe appassionato a film realizzati in pandemia con due lire, facendola fuori dal vaso. Se non conoscete Host vi rimando al mio post ma, in soldoni, il film in questione racconta di una seduta spiritica condotta via zoom in pieno lockdown e, poiché sfrutta alla perfezione tutti i limiti della situazione contingente ricorrendo ad espedienti fantasiosi, riesce a risultare molto efficace e, benché non particolarmente innovativo, è realizzato in maniera molto intelligente. Quest'ultima caratteristica si perde totalmente in Dashcam, pellicola che della stupidità fa una sorta di orgogliosa bandiera, "sovvertendo" il legame che viene a crearsi tra spettatori e final girl in quanto la protagonista, Annie Hardy, è l'essere più fastidioso che vi possa venire in mente. L'attrice/cantante interpreta una versione "romanzata" di se stessa, quindi per tutta la durata del film vi toccherà sorbirvi le tirate in chiave rap di una trumpiana, no vax, complottista (e mi par di aver capito che il personaggio di finzione non sia molto distante da quello reale, il che mi dà ancora più fastidio) scema come un tacco, il cui unico scopo nella vita è intrattenere i suoi followers con le canzoni e i video più stupidi ed infantili mai realizzati. Parteggiare per costei è difficile se non impossibile e l'unica speranza che si prova durante la tortur... ehm, visione del film è quella di vederla morire malissimo.


Purtroppo, anche utilizzare il verbo "vedere" è una parola grossa perché, ahimé, ahivoi, ahituttiquellichehannoavutolasventuradiincappareinDashcam, l'ultimo lavoro di Savage è girato con la tecnica del video in presa diretta, con telefonini che riprendono o in soggettiva oppure mostrano la faccia stupida (non stupíta) della protagonista, e corredo di chat live di presunti utenti che commentano in diretta ciò che avviene sullo schermo. Vi dico solo che dopo pochi minuti, giusto per distrarmi dalle cretinate sparate a raffica dalla Hardy, mi sono messa a leggere i commenti senza prestare granché attenzione al film, anche perché è tutto talmente "shaky", buio e fuori fuoco da farmi rivalutare ogni aspetto di The Gallows come una sorta di eredità Kubrickiana, soprattutto quando viene introdotto l'elemento horror. A proposito del quale, Savage preferisce indulgere sul dettaglio schifoso piuttosto che giocare d'atmosfera, peccato che le sequenze più piene di "ciccia" siano anche (ovviamente) quelle più confuse, il che non va a favore di una sceneggiatura che è già di per sé pasticciata pur nella sua semplicità (SPOILER: Ma i tizi della setta che si suicidano d'amblé in presenza di Angela cosa mi significano? E se si sono suicidati per permettere la nascita dello schifo che possiede la ragazzina/vecchia, a che pro stare nascosti visto che qualcuno Angela doveva portarla nella villa? Giuro, non si capisce nulla ma, a un certo momento, chi se ne frega). Ma giuro che, in tutto questo, l'unica cosa che davvero non ho sopportato e che mi porterà a maledire Dashcam finché campo è Annie Hardy, orripilante frutto marcio caduto dritto dall'albero della maledetta ignoranza americana, e la totale mancanza di catarsi sul finale, con aggiunta perculante di ulteriore, orrido rap sui titoli di coda. Avrei concluso il post invitandovi a stare lontani da questo film come la peste, ma Lucia ne ha parlato molto meglio di me, in ogni senso, quindi leggete entrambi i punti di vista e fatevi un'idea di ciò che rischiate di guardare!


Del regista e co-sceneggiatore Rob Savage ho già parlato QUI

venerdì 29 luglio 2022

Il silenzio dei prosciutti (1994)

Sono emozionatissima. Finalmente è arrivato il momento di parlare del mio guilty pleasure per eccellenza, Il silenzio dei prosciutti, scritto e diretto nel 1994 da Ezio Greggio.


Trama: l'agente speciale Jo Dee Fostar deve indagare sulla scomparsa della sua fidanzata Jane, fuggita coi soldi rubati al proprio capo e finita nelle grinfie del misterioso proprietario di cimiteri Antonio Motel...


Disclaimer: io amo questo film. Qualunque critico illuminato vero, qualunque cinèfilo dell'internet, qualunque persona dotata di senno proverà a farmi passare questo amore, facendomi aprire gli occhi sui millemila difetti de Il silenzio dei prosciutti troverà un muro davanti a sé, perché l'amore vero ACCETTA  i difetti e questa parodia ne è zeppa, ne sono consapevole. Eppure l'avrò guardata, da bambina e ragazzina, almeno trenta volte e non avete idea della gioia che mi è sorta in cuore quando, qualche settimana fa, l'ho vista per caso sul Canale 34 e mi sono ritrovata impossibilitata a staccare gli occhi dallo schermo. Per chi non avesse mai guardato Il silenzio dei prosciutti, una breve spiegazione. Il film è una parodia che mescola principalmente la trama di Psyco ad elementi de Il silenzio degli innocenti e il livello di umorismo è, che ve lo dico a fare, quello di un ragazzino entusiasta che crede di far ridere (ovvero Ezio Greggio) ispirandosi non già ai film di Mel Brooks, ma più a L'aereo più pazzo del mondo oppure Hot Shots!. Non c'è nulla di particolarmente raffinato, l'umorismo a base di gag scatologiche, sessuali o semplicemente infantili si spreca, ed Ezio Greggio, che interpreta anche il "villain" Antonio Motel, sembra non essere mai uscito da una puntata di Drive In e, di tanto in tanto, la sua interpretazione tenta di rifarsi, senza successo, a quelle di Marty Feldman. Questa, ovviamente, è solo la punta dell'iceberg dei difetti del film, ai quali bisogna aggiungere l'approccio grezzo dietro la macchina da presa e la caratteristica "caducità" di buona parte dell'umorismo legato ad elementi tipici dell'epoca, di cui patiscono spesso anche le parodie più riuscite e che rischia di appannarle o renderle meno divertenti per chi non riesce a cogliere il riferimento. Eppure, come ho scritto prima, in questo caso sorvolo su tutto, e per un motivo ben preciso.


Il motivo è che, da bambina, Ezio Greggio mi faceva riderissimo (ora non gli sputerei in faccia nemmeno se bruciasse, all due respect) e non sto nemmeno a dirvi quanto adorassi i film completamente fuori di senno come il già citato Hot Shots!, quindi per me Il silenzio dei prosciutti era il non plus ultra della comicità e quell'imprinting è rimasto intatto fino a oggi, tanto da cancellare dal mio cervello ogni capacità di discernimento critico. Non posso fare altro che sbellicarmi davanti a un grandioso Dom DeLuise che urla "Iggy-Poo!" profondendosi nella soave imitazione del Dottor Hannibal Lecter o ai dialoghi non-sense tra lui e un Billy Zane in stato di grazia, pronto ad abbracciare il trash senza riserve nei panni dello stupidissimo Jo Dee Fostar, e come posso non adorare Ezio Greggio vestito come un becchino, che tratta tutti gli ospiti del suo "cimitero chiamato Motel" con lo scazzo fotonico di un killer costretto a fare il superlavoro? Credetemi se vi dico che, anche a 41 anni, ho riso di cuore per qualsiasi gag, anche la più triste (in questo caso, quella di Pavarotti a pezzi), anche la più becera (quelle che riguardano il grasso Putrid) e che, soprattutto, sono rimasta affascinata da ciò che da ragazzina non potevo comprendere. Ma, signori, avete idea del cast che è riuscito a tirare su Il silenzio dei prosciutti? Mi sembrava di essere in un universo parallelo. In quale favoloso, berlusconiano mondo zeppo di cocaina Ezio Greggio è riuscito a chiamare sul set di una parodia stroncata in ogni dove e distribuita non si sa in virtù di cosa gente come John Carpenter (!!), Joe Dante, John Landis, Martin Balsam (che fa la parodia del suo ruolo più famoso), Mel Brooks, John Astin, Shelley Winters e chi più ne ha più ne metta? E lo stesso Billy Zane, ragazzi, in quegli anni era bello come il sole e all'apice della carriera, è incredibile anche solo pensare che si sia prestato. Per questi e per mille altri motivi continuerò sempre a sbandierare il mio amore per questo frutto di un universo alternativo finito per sbaglio in questo... e continuerò sempre a piangere all'idea che Jurassic Pork non sia mai stato girato mentre ci siamo beccati quell'orrore di Chicken Park!


Dom DeLuise (Dr. Animal Cannibal Pizza), Billy Zane (Jo Dee Fostar), Martin Balsam (Detective Balsam), Shelley Winters (la madre), Tony Cox (Guardia nana), Joe Dante (Moribondo), John Carpenter (Uomo con l'impermeabile) e John Landis (Agente dell'FBI) li trovate ai rispettivi link. 

Ezio Greggio è il regista e sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Antonio Motel. Piemontese, ha diretto altri film come Killer per caso, Svitati e Box Office 3D: Il film dei film. Anche produttore, ha 67 anni.


Joanna Pacula interpreta Lily Wine. Polacca, ha partecipato a film come Gorky Park, Il bacio del terrore, Virus e Tombstone. Ha 65 anni.  


Stuart Pankin interpreta l'ispettore Pete Putrid. Americano, ha partecipato a film come Attrazione fatale, Aracnofobia, Congo, Striptease, e a serie quali Chips, Saranno famosi, Casa Keaton, Otto sotto un tetto, Ally McBeal, Innamorati pazzi, Walker Texas Ranger, Malcom, Dharma & Greg, Raven e Desperate Housewives; come doppiatore ha lavorato per Darkwing Duck, Bonkers, Dinosauri, Batman, Aladdin, Mucca e pollo, Angry Beavers, Animaniacs e Hercules. Anche sceneggiatore, ha 76 anni.


John Astin interpreta il Ranger. Americano, indimenticabile Gomez originale de La famiglia Addams, ha partecipato a film come West Side Story, Tutto accadde un venerdì, Il ritorno dei pomodori assassini, Gremlins 2 - La nuova stirpe, Killer Tomatoes Strike Back!, Killer Tomatoes Eat France!, Sospesi nel tempo e ad altre serie quali Ai confini della realtà, Dennis the Menace, Star Trek, Batman, Fantasilandia, Il mio amico Arnold, Love Boat, I racconti della cripta, Innamorati pazzi, La signora in giallo, Una bionda per papà e La tata; come doppiatore ha lavorato per Bonkers, Tazmania, Aladdin, Johnny Bravo, Mignolo e Prof. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 92 anni e un film in uscita.


Charlene Tilton è famosa per avere interpretato una delle sorelle di Bobby nella serie Dallas mentre Bubba Smith, che interpreta Olaf, è l'Hightower della serie Scuola di polizia. Ciò detto, se Il silenzio dei prosciutti vi fosse piaciuto, recuperate Hot Shots!, Hot Shots! 2, Palle in canna, L'aereo più pazzo del mondo, Dracula morto e contento e Robin Hood - Un uomo in calzamaglia. ENJOY!

mercoledì 27 luglio 2022

Il talento di Mr. C (2022)

Meritava di uscire al cinema accolto con tutti gli onori del caso, invece noi italiani dobbiamo accontentarci di guardare Il talento di Mr. C (The Unbearable Weight of Massive Talent), diretto e co-sceneggiato dal regista Tom Gormican, sulle varie piattaforme di streaming e con un titolo che non gli rende giustizia. 


Trama: Nick Cage è ormai a un punto morto della sua carriera e sta meditando di smettere di recitare. Per raggranellare qualche soldo accetta di partecipare alla festa di compleanno di un riccone spagnolo e lì si ritroverà coinvolto in una storia di amicizia, spionaggio e criminali...


L'ho già detto e lo ripeto: come si fa a non amare Nicolas Cage? All'età di quasi 60 anni, con all'attivo 100 film, cifra raggiunta proprio con Il talento di Mr. C, lo si può amare o lo si può odiare ma, di sicuro, non gli si può rimanere indifferenti, soprattutto ora che internet gli ha regalato una nuova giovinezza a base di meme e gadget discutibili, rendendo oro (per quanto trash) ogni cosa toccata dal nostro. Ma spezziamo una lancia a favore di Nicolas, prima di passare al film, e smettiamola di parlare di attore incapace, perché non si nomina un massive talent dall'unbearable weight così, tanto per caso. In realtà, le pesantissime scelte infelici di Cage e la sua conseguente monoespressività parrucchinata o l'altrettanto parrucchinata verve trash hanno avuto un picco col nuovo millennio, prima il buon Nic ci aveva regalato parecchie interpretazioni da brivido oppure dignitose performance action in film anche buoni, e per fortuna da qualche anno è riuscito ad sfruttare la fama di attore demmerda per agguantare ruoli iconici in pellicole principalmente horror o di genere, la maggior parte delle quali anche belline, tornando a regalare allo spettatore momenti di pura gioia e facendosi volere di nuovo bene. Il talento di Mr. C è l'ultimo film destinato a rinfocolare il ruolo di icona moderna del versatile attore, talmente modesto, per inciso, che non avrebbe voluto nemmeno partecipare; badate bene, non siamo ovviamente nel territorio di quel capolavoro che era Essere John Malkovich, tuttavia il film di Tom Gormican è divertente e molto ironico, soprattutto perché si basa sull'"idea" che la gente ha di Nicolas Cage, un'immagine che quest'ultimo abbraccia senza vergogna e prendendosi talmente in giro da arrivare... a limonare se stesso. E questo non era stato mostrato nemmeno in Killing Hasselhoff ma, diciamoci la verità, The Hoff a Nic può giusto spicciare casa e lo stesso vale per la sceneggiatura del film di Darren Grant.


Il talento di Mr. C è infatti gradevole sotto molti aspetti, non solo in virtù dell'essere un progetto matto dedicato a Cage. Anzi, a mio avviso uno degli elementi migliori del film, oltre alla sua natura smaccatamente metanarrativa, tanto che la trama viene "decisa" o, meglio, anticipata dai protagonisti impegnati a realizzare un film (o a convincere l'interlocutore di starne realizzando uno), è la presenza del tenerissimo, imbranato Javi di Pedro Pascal. Quest'ultimo non è solo un espediente narrativo per dare un'ossatura alla trama e scatenare determinati eventi, ma diventa il ritratto del fan "sano", di colui che adora il suo mito e vorrebbe "vivere di avventure" con lui riuscendo anche ad essere umano ed empatico, benché magari un po' invadente, ben lontano dai matti che popolano internet in questi tempi malati. La strana coppia Nick Cage/Javi è divertentissima e frizzante, due caratteri che si compensano e danno vita a una bromance da antologia, equilibrando così quello che rischiava di essere un delirante one man show di Cage il quale, a onor del vero, riesce già da solo a trattenersi, almeno quando è nel personaggio (quando interpreta il suo giovane doppio è il Cage che tutti ci aspettiamo: un pazzo urlante in overacting). Ulteriore valore aggiunto di un film assai piacevole da guardare e, probabilmente, adatto anche a chi non ha particolare interesse per Cage (chi, di grazia, CHI mai oserebbe???) è l'abbondanza di citazioni legate ai "capolavori" del nostro, che arriva giustamente a prendersi per i fondelli profondendosi in un meraviglioso "Not the Bees!!" sul finale... ma, dovessi dire, la parte è ho preferito è il giusto vilipendio ai Duplass Brothers, che conferisce a Il talento di Mr. C tutto l'aMMore di cui dispongo. Guardatelo e vogliategli bene com'è giusto che sia, nell'attesa che esca Renfield!


Di Nicolas Cage (Nick Cage/Nicky), Pedro Pascal (Javi Gutierrez), Neil Patrick Harris (Richard Fink), David Gordon Green (regista) e Ike Barinholtz (Martin) ho già parlato ai rispettivi link.
 
Tom Gormican è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto anche il film Quel momento imbarazzante. Anche produttore e attore, ha 52 anni.


Tiffany Haddish interpreta Vivian. Americana, ha partecipato a film come 3ciento - Chi l'ha duro... la vince!, Il collezionista di carte e a serie quali Raven e My Name is Earl. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 43 anni e quattro film in uscita. 


Tra le guest star segnalo la presenza di Demi Moore nei panni della versione cinematografica di Olivia, al posto di Angelina Jolie, mentre Pedro Pascal ha sostituito Dan Stevens e David Gordon Green nientemeno che Tarantino (partecipazione che avrebbe reso il film IL capolavoro del 2022. Ahimé). Se Il talento di Mr. C vi fosse piaciuto recuperate Killing Hasselhoff, Il ladro di orchidee, My Name is Bruce e, ovviamente, Essere John Malkovich! ENJOY! 

martedì 26 luglio 2022

Watcher (2022)

Attirata dalla locandina vista su Letterboxd, ho deciso di recuperare Watcher, diretto e co-sceneggiato dalla regista Chloe Okuno.


Trama: appena trasferitasi in Romania col marito, l'ex attrice Julia vede qualcuno che la spia dalla finestra dell'appartamento di fronte, proprio mentre il quartiere è scosso dagli omicidi di alcune giovani donne...


Watcher
è un film di un'eleganza spaventosa. Sto scrivendo questo post dopo parecchi giorni dalla fine della visione, ed è la bellezza della messa in scena la cosa che più mi è rimasta impressa, forse ancor più dell'aspetto thriller di quello che può tranquillamente venire definito uno slow burn con tutti i crismi, dove "non succede nulla" fino a pochi minuti dalla fine. Eppure, come tutti gli slow burn ben fatti, Watcher entra sottopelle, con una storia la cui atmosfera paranoica mira a grandi nomi come Hitchcock e Polanski, aggiornata tuttavia a situazioni anche troppo attuali, nelle quali molte spettatrici rischiano di riconoscersi, in questi tempi in cui è difficile sentirsi sicure anche in pieno giorno, in mezzo alla gente. Julia, la protagonista, si ritrova ad essere straniera in terra straniera nel momento in cui il marito la porta con sé in Romania per lavoro; lui ha origini romene, quindi conosce la lingua e deve impegnarsi ogni giorno per mostrarsi degno della promozione ricevuta, lei parla solo inglese e si è presa una pausa dalla recitazione per motivi che non vengono chiariti ma che, probabilmente, hanno radici in qualche disagio psicologico. Le giornate di Julia passano, inutile girarci attorno, nella solitudine e nella noia, amplificate dalla barriera linguistica che si frappone tra lei e chi la circonda, e la sensazione di straniamento iniziale si amplifica nel momento in cui la ragazza si accorge che, dall'appartamento di fronte, qualcuno la sta spiando. A nulla vale ricorrere alla soluzione più intelligente che vedrete in un horror recente, ovvero mettere delle tende spesse per bloccare la visuale del vicino inopportuno, perché nel frattempo nel quartiere vengono uccise delle donne e Julia si convince di essere nel mirino dell'assassino, di essere perseguitata dal suo sguardo onnipresente, mentre il marito, oltre ovviamente a non crederle, la lascia sempre più sola.


Come vedete, la trama di Watcher è una delle più classiche che esistano, eppure il film di Chloe Okuno è comunque estremamente efficace e costruisce la suspense in maniera impeccabile, avvalendosi di una protagonista che non si limita a subire lo sguardo del maniaco ma che, in qualche modo, cerca di reagire creando nuove dinamiche e sovvertendo gli equilibri. Julia, forse in modo goffo, ci prova a prendere in mano la situazione, non lascia mai correre. Monta delle tende efficaci, impone al marito di chiamare la polizia e di andare nell'appartamento del vicino assieme allo scettico poliziotto, pretende di vedere le immagini di sorveglianza del supermercato, si improvvisa a sua volta stalker, ribaltando completamente il punto di vista di un film che, fino a quel momento, non aveva mai messo in dubbio la natura negativa (fosse anche perché "soltanto" guardona) del vicino di casa; sotto lo sguardo implacabile di Julia, messo dall'altra parte del "microscopio", l'uomo diventa una figura triste e sola quanto la protagonista, ammantata da un'aura di dimesso squallore, là dove Julia potrebbe vivere invece un'esistenza da sogno. Il suo appartamento enorme, gli abiti raffinati (che acquistano toni di colore sempre più neutri, come se Julia volesse mescolarsi con l'ambiente urbano cercando di non saltare all'occhio del potenziale stalker), l'innegabile bellezza, sono croce e delizia del personaggio interpretato dalla bravissima Maika Monroe, schiacciata dal peso dell'essere "la moglie annoiata e matta", "l'eccentrica straniera", l'"ingrata che sfrutta i soldi del marito senza fare nulla" e che addita un poveraccio come fonte di tutti i suoi problemi, attirandosi l'incredulo biasimo di chi dovrebbe invece proteggerla. 


Tutti gli aspetti apparentemente positivi della vita di Julia diventano dunque mezzi per aumentare il senso di claustrofobia crescente, riproposto anche in inquadrature che vedono la protagonista sempre un po' in disparte o inscritta all'interno di una "cornice" dalla quale non può né scappare né evitare di essere vista, nonostante la presenza di ambienti spaziosi (il pluricitato appartamento, ma anche il cinema e il museo) o addirittura esterni come le strade di Budapest, città dai colori e dalle atmosfere perfette per raccontare questo tipo di storia, importante tanto quanto gli attori che in essa si aggirano. Della Monroe ho già detto ed è perfetta, regge letteralmente il film sulle sue spalle, ma per fortuna è affiancata da ottimi attori sui quali spicca Burn Gorman, con la sua faccia da omino sconfitto dalla vita, e la semi-esordiente Chloe Okuno riesce a tirare fuori il meglio da quello sguardo il grado di comunicare profonda tristezza, dolore ma anche una durezza insospettabile... che è poi uno specchio della natura stessa del film, che sul finale regala un inaspettata esplosione di dura e sanguinosa violenza. Dategli una chance se vi piacciono i thriller horror che non hanno fretta di scoprire tutte le carte fin da subito, non ve ne pentirete!


Maika Monroe (Julia), Karl Glusman (Francis) e Burn Gorman (Weber) li trovate ai rispettivi link.

Chloe Okuno è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto un episodio di V/H/S/ 94. Ha 35 anni. 


Se Watcher vi fosse piaciuto recuperate La finestra sul cortile, Rosemary's Baby e Lost in Translation, tra i film che hanno influenzato Chloe Okuno durante la realizzazione. ENJOY!

venerdì 22 luglio 2022

Bolla Loves Bruno: 58 minuti per morire - Die Harder (1990)

Nonostante il caldo che mi annulla le funzioni mentali, ho cercato comunque di rispettare l'appuntamento con Bolla Loves Bruno, ovvero l'omaggio all'adorato e ormai pensionato Bruce Willis. Oggi tocca a 58 minuti per morire - Die Harder (Die Hard 2), diretto nel 1990 dal regista Renny Arlin e tratto dal romanzo 58 minuti di Walter Wager.


Trama: mentre è in aeroporto ad aspettare il ritorno della moglie per Natale, John McClane si ritrova a dovere sventare una minaccia terroristica costituita da soldati decisi a far fuggire un generale sudamericano...


Gli anni '90 si aprono per Bruce Willis col ritorno del personaggio che lo ha elevato nell'Olimpo degli eroi action. In realtà, ho volutamente saltato il film precedente del nostro, Senti chi parla, che pure adoravo da bambina, e il motivo è semplice: è un film il cui valore risiede nel doppiaggio italiano e nella voce di Paolo Villaggio, sinceramente l'idea di un bambino che parla con la voce di Bruce Willis non mi fa granché ridere, poi potrei anche sbagliarmi. Detto questo, torniamo a 58 minuti per morire. Messo da parte John McTiernan, impegnato a dirigere Caccia a Ottobre Rosso, e dimenticato il romanziere Roderick Thorp per fare spazio a Walter Wager (che col personaggio non aveva nulla a che fare), la nuova avventura natalizia di John McClane lo vede stavolta impegnato ad ingannare il tempo in aeroporto scontrandosi con pericolosi ex soldati americani convertiti in terroristi. Lo sceneggiatore Steven E. de Souza si ricollega alla continuity del film precedente (e anche a Commando, se Val Verde vi dice qualcosa), sempre scritto da lui, ed alza l'asticella del pericolo affrontato dal protagonista; John McClane è ora universalmente riconosciuto come l'eroe, il salvatore del Nakatomi, il matrimonio con Holly è tornato ad essere idilliaco, e giustamente, per la legge del #maiunagioia, la minaccia esterna arriva a superare i confini di un ristretto edificio (in questo caso l'aeroporto) per diventare ancora più infida ed estesa. Aumentano, per la frustrazione di McClane, anche gli ostacoli posti da chi dovrebbe ragionevolmente dargli una mano, tra poliziotti invidiosi del successo ottenuto dal nostro e purtroppo incompetenti, giornalisti che pensano solo agli scoop senza tenere in conto l'incolumità delle persone e chi più ne ha più ne metta, e aumentano ovviamente anche i "boss di fine livello", che in questo caso diventano addirittura tre, uno più carismatico e malvagio dell'altro.


Le minacce dirette a McClane e ai poveri, ignari passeggeri degli aerei tanto sventurati da essersi trovati a passare dall'aeroporto di Dulles nel giorno sbagliato, sono molteplici e la struttura del film segue uno schema in crescendo che vede il protagonista occuparsi (con più o meno successo) del problema contingente per poi trovarsene davanti uno più grosso, magari dopo essersi fatto trarre in inganno da una falsa pista, e la differenza sostanziale con Trappola di cristallo, oltre al bodycount decisamente superiore, è che qui McClane gioca a carte più o meno scoperte, mentre là, per buona metà del film, il suo personaggio doveva cercare di non farsi scoprire. Ciò ovviamente consente a Bruce Willis di gigioneggiare anche più di prima. Il suo personaggio è consapevole sia della sua sfiga costante sia del pericolo che minaccia lui e la moglie e, tra una sparatoria e l'altra, gli tocca armarsi di parecchia ironia per non diventare pazzo o per non spaccare la faccia a chi fa orecchie da mercante davanti alle sue giuste rimostranze; l'adorato Bruno si profonde quindi nelle improvvisazioni che gli riescono meglio, perdendo magari quell'umana debolezza che lo caratterizzava in Trappola di cristallo ma guadagnandoci in cazzimma e "invulnerabilità", per quanto sempre troppo vestito, ahimé, ché con la neve la canottiera d'ordinanza non ci stava (poi vi chiedete perché ricordassi così poco questo film? Dai, quel maglione di lana è inguardabile!!). D'altronde, stavolta gli tocca competere con almeno un paio di attori dal carisma indubbio. Vero è che Franco Nero si vede poco, ma quando compare è magnetico, e a William Sadler vengono addirittura regalate la sequenza più agghiacciante dell'intero film e un'introduzione a dir poco cult, quindi Bruno qui ha il suo bel da fare per diventare ancora più indimenticabile. 


Cambiando argomento, non è solo per la canottiera mancante che 58 minuti per morire è il film della trilogia (lo so, esistono anche Die Hard - Vivere o morire e Die Hard - Un buon giorno per morire ma non li ho mai visti) che ricordavo di meno. Renny Harlin è bravo, nulla da dire, ed è costretto a gestire molta più carne al fuoco rispetto a John McTiernan, ma il suo film risulta più sfilacciato e meno centrato rispetto a Trappola di cristallo, che non aveva un minuto morto o un elemento non funzionale neppure a cercarlo col lanternino, e riusciva ad essere claustrofobico e pieno di inquadrature interessanti; in 58 minuti per morire non mancano le scene epiche e caciarone, d'altronde stiamo comunque parlando di aerei che esplodono, ma difetta di quella scintilla "magica" che sembrava infusa in ogni sequenza del primo Die Hard, e il tempo è stato impietoso con alcuni effetti speciali (Bruce Willis e il sedile eiettabile... 'nuff said). Ciò detto, non si può dire che 58 minuti per morire sia un brutto film, anche se da quel che ricordo Duri a morire è molto, ma molto più bello, e sicuramente in queste serate caldissime è in grado di portare non solo un po' di sano, caciarone divertimento action, ma anche un'illusione di freschezza, grazie a tutta la neve (finta) di cui abbonda. Col prossimo Bolla Loves Bruno si cambia genere, preparatevi! 


Del regista Renny Arlin ho già parlato QUI. Bruce Willis (John McClane), Bonnie Bedelia (Holly McClane), William Atherton (Thornberg), Reginald VelJohnson (Al Powell), Franco Nero (Esperanza), William Sadler (Stuart), John Amos (Grant), Tom Bower (Marvin), Sheila McCarthy (Samantha Coleman), Robert Patrick (O'Reilly), John Leguizamo (Burke), Vondie Curtis-Hall (Miller) e  Mark Boone Junior (Shockley) li trovate ai rispettivi link.


Dennis Franz, che interpreta Carmine Lorenzo, sarebbe diventato famosissimo pochi anni dopo per il ruolo di Andy Sipowicz nel telefilm New York Police Department. Ciò detto, se vi interessa 58 minuti per morire, sappiate che prima dovete guardare Trappola di cristallo e poi, se il genere vi piace, Die Hard - Duri a morire, Die Hard - Vivere o morire e Die Hard - Un buon giorno per morire. ENJOY!

mercoledì 20 luglio 2022

Non sarai sola (2022)

La scorsa settimana è uscito in pochi cinema anche Non sarai sola (You won't be alone) particolarissima fiaba horror scritta e diretta dal regista Goran Stolevski.


Trama: resa muta e poi rapita da una strega in grado di cambiare forma, una giovane ottiene lo stesso potere e, attraverso esso, sperimenta diverse esistenze...


Che buffo recuperare un film in quanto horror e in quanto interpretato da Noomi Rapace, solo per poi scoprire che di horror ce n'è ben poco e ancor meno di Noomi Rapace e rimanerne comunque molto soddisfatta. E che buffo che un film simile sia approdato nelle sale italiane, per di più a luglio, visto che non è proprio un esempio di cinema leggero e adatto alla stagione, anzi. Non sarai sola è quello che potrei definire un Malick meets Eggers, giusto per farvi capire con cosa avrete a che fare se mai decideste di dargli un'occhiata; è una pellicola fatta di lunghi silenzi, insistite riprese di elementi naturali accarezzati da mani, calpestati da piedi e divorati da bocche, di sguardi che si intrecciano mentre la protagonista muta si abbandona a un malinconico monologo interiore, cercando di capire se stessa e il mondo. L'aspetto folk horror è ciò che da il via alla vicenda ma non ne è il fulcro, quanto piuttosto un mezzo per consentire alla protagonista di provare sulla propria pelle diverse esperienze e andare oltre il limitato universo a cui era stata condannata da una madre spaventata. Come nelle migliori fiabe, tutto comincia con una strega. Maria, la divoratrice di lupi, si palesa nella capanna della madre della piccola Nevena, pretendendone il sangue, e la donna le promette invece la figlia al compimento dei sedici anni; decisa a non tenere fede alla promessa, la madre di Nevena rinchiude la figlia in una caverna "sacra", dove la fanciulla cresce senza sapere nulla del mondo, finché Maria non arriva a reclamarla e la marchia, rendendola una strega capace di cambiare forma. Priva di una guida e di una madre, Nevena comincia a seguire la sua potenziale aguzzina, ma la vita di Maria, creatura solitaria e violenta, non si addice a una giovane affamata di emozioni, inesperta e curiosa, così Nevena si ritrova, per un tragico caso, a "cambiare pelle" così da fare esperienza di ogni aspetto della vita. 


Nevena uccide le sue vittime per rubarne l'aspetto ma Non sarai sola non parla di morte, bensì di vita. Davanti agli occhi della protagonista sfilano esistenze miserevoli di donne schiacciate dal lavoro (il film è ambientato nella Macedonia del XIX secolo) e costrette a subire le angherie di mariti violenti, di uomini messi al bando perché considerati deboli dai loro pari, ma anche di calore familiare legato ai bambini, all'innocenza di questi ultimi, di amore capace di superare la "pelle" e arrivare al cuore di una persona, al punto di farle pensare "la vita è dolorosa e orribile... Eppure. Eppure." Non sarai sola racconta, appunto, la vita, vista con gli occhi innocenti di chi non la conosce e si rende conto di come, all'interno di essa, gioia e dolore siano due facce della stessa medaglia, imprescindibili e necessarie; la stessa Maria, strega cattiva del racconto, in realtà è vittima di un'orribile storia capace di spezzare il cuore, e la stessa Nevena non è né buona né cattiva, semplicemente esiste, e ogni sua azione può assumere una connotazione diversa a seconda dei punti di vista. Come avete capito, qui si parla più di "filosofia" che di horror, e Non sarai sola, nonostante una buona dose di sangue, il bel make up della strega ustionata e i begli effetti speciali, è quello che si potrebbe definire un film intimista, d'atmosfera, quindi sicuramente non sono la persona più adatta a parlarne; il ritmo della pellicola è lentissimo e dilatato, i silenzi la fanno da padrone e tutto viene affidato alla bellezza di regia e fotografia, unita alla bravura degli interpreti, soprattutto di quelli femminili. A mio avviso è un piccolo, stranissimo gioiello, ma mi rendo conto che potrebbe non incontrare i gusti di tutti.


Di Noomi Rapace (Bosilka/madre) ho già parlato QUI mentre Anamaria Marinca (Maria/Divoratrice di lupi) la trovate QUA.

Goran Stolevski è il regista e sceneggiatore della pellicola. Di origini australiane e rumene, è al suo primo lungometraggio ed è anche produttore e montatore.


Se Non sarai sola vi fosse piaciuto recuperate The VVitch, Hellbender e Gretel e Hansel. ENJOY!

martedì 19 luglio 2022

Incantation (2022)

La scorsa settimana è uscito su Netflix un film presentato ad aprile al Far East Film Festival (non la versione on line), Incantation (), diretto e co-sceneggiato dal regista Kevin Ko.


Trama: avendo profanato un luogo sacro anni prima, una donna si ritrova vittima di una maledizione che minaccia di ucciderne la figlia...


Potrei sbagliarmi ma non penso di avere mai guardato un find footage orientale e la cosa mi dispiace, perché chi è un po' più esperto di me ha nominato spesso e volentieri Noroi come uno degli esempi più spaventosi del genere. Il film di Kōji Shiraishi viene spesso citato, da chi ha visto sia Noroi che Incantation, come palese fonte di ispirazione per la pellicola di Kevin Ko, il quale ha tuttavia dichiarato di avere preso spunto dall'assurda storia vera di una famiglia Taiwanese i cui membri erano tutti convinti di essere posseduti da demoni e, di conseguenza, passavano il tempo ad esorcizzarsi a vicenda con metodi decisamente poco ortodossi (bruciature di incensi, urina e feci spalmate sul corpo, ecc.), finché la figlia maggiore non ci ha rimesso la ghirba. In effetti, Incantation nasce da un misterioso rito collettivo effettuato da un'intera comunità, e racconta di come tre incauti videoamatori si siano attirati addosso una potente maledizione introducendosi in uno dei luoghi cardine del rito, un tunnel dall'ingresso interdetto, ma le somiglianze con la storia vera della famiglia di Taiwan finiscono qui. La vera protagonista di Incantation è infatti Ronan, l'unica sopravvissuta, che dopo anni di terapia psichiatrica trova finalmente il coraggio di richiedere la potestà della figlioletta, abbandonata per ovvie ragioni; la maledizione che sembrava essersi allontanata da Ronan, tuttavia, torna a farsi sentire dapprima come "mostro invisibile" che pare interessato solo alla pargoletta, dopodiché come malattia che comincia a consumare la bambina da dentro, portandola vicina alla morte. I tragici eventi vengono riportati in prima persona da Ronan: attraverso un video che ricostruisce l'intera vicenda, la protagonista mira a convincere gli spettatori ad aiutare lei e sua figlia, invitandoli a pronunciare l'antica benedizione "Hou Ho Xiu Yi Si Sei Wu Ma" prima che l'orrore riesca ad inghiottirle entrambe.


Il reportage di Ronan, e così la struttura di Incantation, non è lineare né segue la consecutio temporum. La protagonista mette insieme pezzetti di serena vita familiare intervallati a sprazzi di ciò che è successo anni prima, torna a mostrarci un presente sempre più nero e di nuovo ci offre uno sguardo sulla sofferta terapia psicologica che l'aveva portata a diventare quasi normale, rimandando il recupero del terribile video girato all'interno del tunnel proibito fin quasi sul finale, dove tutto ciò che si era accumulato in precedenza esplode con una scioccante rivelazione. L'idea in sé sarebbe anche affascinante, e Incantation è a tratti molto efficace nel dipingere l'orrore che perseguita da anni Ronan e che torna a prendere forza proprio nel momento in cui la donna si ritrova ad avere a che fare con una pargolotta adorabile, tuttavia la narrazione spezzettata e frammentaria, unita all'eccessiva lunghezza di un film di quasi due ore, non giovano al ritmo d'insieme dell'opera. I momenti condivisi tra Ronan e la figlia sono necessari ma ripetitivi, e la stessa ripetitività si avverte purtroppo in quella che dovrebbe essere la parte più "succosa" del film, ovvero quella ambientata all'interno dell'inquietante villaggio dov'è nata la maledizione, alla quale forse avrebbe giovato un po' più di compattezza a livello cronologico, senza diluirla in infiniti salti temporali che rischiano di creare solo confusione allo spettatore (li ho patiti io, che pur ho capito senza problemi il film, figuriamoci lo spettatore medio di Netflix o lo spettatore medio in generale!). E' un peccato, perché Incantation aveva tutte le potenzialità per risultare uno dei film più terrificanti dell'anno data l'abbondanza di sequenze efficacissime, che giocano più sul non visto che sull'effettivo jump scare (per non parlare dell'interessante colpo di scena che rompe ulteriormente la quarta parete), invece così risulta una visione gradevole ma non memorabile. 

Kevin Ko è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Taiwanese, ha diretto film come Invitation Only ed è anche produttore e montatore. 


Se Incantation vi fosse piaciuto magari recuperate Noroi, che è quello che farò io. ENJOY!


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