martedì 31 maggio 2022

Everything Everywhere All at Once (2022)

A metà dell'anno, ho finalmente trovato IL film del 2022, ovvero Everything Everywhere All at Once, diretto e sceneggiato da Dan Kwan e Daniel Scheinert. NIENTE SPOILER, tranquilli!


Trama: Evelyn gestisce una lavanderia assieme al marito Waymond. La sua vita monotona e insoddisfacente cambia in maniera inaspettata il giorno del temuto controllo fiscale...


Everything Everywhere All at Once è un film realizzato e pensato dai due geni del male che hanno dato vita all'assurdo Swiss Army Man, quindi, se conoscete la pellicola con un inedito Daniel Radcliffe, potete avere un'idea di quello che vi aspetterà con questa loro nuova opera. Senza fare troppi spoiler, Everything Everywhere All at Once è un'altra storia di incredibile, umanissimo disagio, raccontata coi toni assurdi e fantasiosi, talvolta anche triviali, del cinema indipendente, che trascina una normale donna cinese ormai oltre la soglia della mezza età e rassegnata a vivere un'esistenza "insapore", in una vicenda talmente surreale che, al confronto, Doctor Strange nel Multiverso della follia è di una banalità sconcertante. Il cuore del film è la natura "fallimentare" di Evelyn, una donna che, dopo un unico colpo di testa costituito nell'abbandonare la famiglia per sposare Waymond e mettere su famiglia in America, ha abbandonato tutti i suoi sogni e le sue speranze per consacrarsi interamente alla lavanderia, diventando così una persona che vive ogni giorno come se fosse una lotta, sempre presa da problemi più pressanti del marito e della figlia, sempre più arida ed insoddisfatta. Di base, Everything Everywhere All at Once è "solo" questo. Un film che racconta l'insensatezza della vita e i diversi modi che ha la gente di affrontarla senza impazzire, un film che invita ad aprire gli occhi e a diventare un po' meno egoisti, un po' meno presi dalla continua lotta contro un mondo fatto di impegni pressanti ed insoddisfazione, per andare incontro a chi sta lottando come noi ma magari in modo diverso, un modo che noi non capiamo e non accettiamo, convinti come siamo di essere gli unici depositari della verità, spaventati dai fallimenti e schiacciati dal rimpianto di tutto ciò che poteva essere e non è stato. In queste ultime parole, in effetti, risiede la particolarità di Everything Everywhere All at Once, tanto della trama quanto, soprattutto, della sua particolarissima realizzazione.


Ad essere troppo specifici nel descrivere sequenze e scene pronte per diventare il cult (ma anche lo Scult) del 2022 si rischia di rovinare buona parte del divertimento insito nella visione del film (che, come avrete capito da ciò che ho scritto sopra, mi ha anche parecchio commossa e fatta riflettere), ma due o tre cosine vanno dette, ovvio. Everything Everywhere All at Once tiene fede al suo titolo in quanto, davvero, al suo interno troverete di tutto: fantascienza, commedia, dramma, musical, romanticismo, un pizzico di horror, wu-xia, live action di famosi cartoni animati, pezzi della vostra infanzia che credevate di avere perduto per sempre, pellicole d'autore, assurdità assortite alla Dupieux, perversioni, steampunk, superstar, citazioni a non finire e persino epiche punte di trash, giusto per dirne un paio. Se pensate che tutta quest'accozzaglia di generi e stili non possa essere amalgamata alla perfezione, alla fine del film vi ricrederete e, probabilmente, vorrete rivedere Everything Everywhere All at Once per cogliere tutti i particolari persi ad una prima visione, anche perché smarrirsi è davvero facilissimo, in quanto il montaggio del film, nonostante l'incredibile fluidità che non crea sensazione di scollamento mai neppure per sbaglio (anche merito di un'attenzione alla fotografia, alle scenografie e ai costumi, questi ultimi favolosi, davvero ammirevole), è oltre il frenetico. Pensate, se avete visto il già citato Doctor Strange nel Multiverso della follia, alla sequenza in cui Strange e America vengono scagliati nel Multiverso e prolungatela per quasi due ore, migliorandola mille volte (con tutto il rispetto per Raimi) e forse avrete una vaga idea di quello che intendo. Se a tutto ciò aggiungete anche la bravura degli attori coinvolti, dalla protagonista Michelle Yeoh all'ultima delle comparse, oltre all'abilità di tecnici degli effetti speciali praticamente autodidatti, capirete perché, almeno per me, Everything Everywhere All at Once è al momento il film dell'anno. Ho il terrore che il film dei Daniels non vedrà mai le sale italiane e, visti coinvolti e produttori, non ho idea su quale piattaforma potrebbe finire ma incrocio le dita perché arrivi prestissimo in Italia e, soprattutto, che mi venga consentito di guardare questo trionfo su grande schermo perché lo merita tutto.


Dei registi e sceneggiatori Dan Kwan e Daniel Scheinert (che interpreta anche l'impiegato masochista) ho già parlato QUIMichelle Yeoh (Evelyn Wang), Ke Huy Quan (Waymond Wang), James Hong (Gong Gong), Jamie Lee Curtis (Deirdre Beaubeirdre) e Jenny Slate (la mamma del cagnolino) li trovate invece ai rispettivi link. 


Se Everything Everywhere All at Once vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Swiss Army Man. ENJOY!

venerdì 27 maggio 2022

Violation (2020)

Gli originali Shudder sono sempre opere che val la pena di vedere, come questo Violation, diretto e sceneggiato nel 2020 dai registi Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer.


Trama: dopo essere stata violentata dal marito della sorella, una donna cerca vendetta...


Violation
è un film difficilissimo, per mille ragioni. Intanto ha una carburazione lentissima, un po' come She Dies Tomorrow, che rischia di allontanare più di uno spettatore dal cuore della pellicola a causa di dialoghi fiume, personaggi ben poco simpatici e riprese artistiche di elementi naturali che, per quanto affascinanti espressioni del marasma che regna nella mente della protagonista, di sicuro contribuiscono a rallentare ulteriormente il ritmo, spezzato anche dalla scelta di annullare la linearità dell'azione con flashback e vari sfasamenti temporali. Come seconda cosa, è brutale e rivolta lo stomaco, non solo per ciò che di esplicito viene mostrato, ma per il realismo della situazione in cui viene a trovarsi Miriam. La quale, dopo una serata ad alto tasso alcoolico passata con l'amico storico (che è anche il marito della sorella) e dopo un bacio fuggevole subito rinnegato da entrambi, viene violentata nel sonno dal cognato. Lungi dal vergognarsi come un cane il giorno dopo, l'uomo ovviamente, messo alle strette, rivolta completamente la frittata arrivando ad accusare Miriam, "rea" di avere confessato di non fare sesso col marito da mesi e di averlo quindi fondamentalmente invitato a "soddisfarla", soprattutto dopo averlo baciato (e allora perché approfittare del fatto che fosse addormentata?). Disperata, Miriam decide di raccontare tutto alla sorella ma quest'ultima sposa in pieno il punto di vista del marito e, forte di un legame tra sorelle burrascoso e non facile, la accusa a sua volta di avere sedotto il povero cognato e di essere una stronza egoista. Di fronte a un matrimonio sull'orlo del fallimento e all'odio irrazionale della sorella, plagiata da un uomo orribile, a Miriam non rimane altro da fare che pianificare una feroce vendetta. 


Quanto feroce, ovviamente, non vi starò a dire ma vi avviso: Violation è crudo ed incredibilmente esplicito. Miriam non è la protagonista "tipo" del rape and revenge, nonostante faccia cose che una donna probabilmente non riuscirebbe mai a fare neppure in una situazione realistica come quella in cui viene a trovarsi; è funestata da dubbi, ripensamenti, da un profondo disgusto che non l'abbandona neppure una volta arrivata alla fine dell'ordalia perché, di fatto, l'ordalia non è mai finita e mai finirà. Non c'è catarsi nella vendetta di Miriam, solo uno sfogo che lascia il tempo che trova e che non potrà mai lenire cicatrici profondissime inflitte non solo da azioni irreparabili, ma anche dalle parole; l'accusa del cognato di averlo istigato, quelle del marito che ormai ha rinunciato ad amarla perché consapevole della difficoltà di lei di ricambiarlo, quelle della sorella che dà sfogo ad un risentimento causato da anni di conflitti sottesi e da un probabile senso di inferiorità verso chi è "scappato" andando in città a cercare fortuna, abbandonando gli affetti dietro di sé. La vendetta lascia solo lacrime e dubbi, un groppo alla gola impossibile da vomitare, non quando attorno a noi c'è solo l'incapacità di provare empatia e di capire. Se decidete di affrontare Violation, quindi, sappiate che andrete incontro a una sensazione di pesantezza e sconfitta che necessita di una certa predisposizione d'animo. Spettatori avvisati...   

Dusty Mancinelli è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Canadese, anche produttore, è al suo primo lungometraggio. Madeleine Sims-Fewer è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola, inoltre interpreta Miriam. Canadese, anche produttrice, è al suo primo lungometraggio.




mercoledì 25 maggio 2022

The Twin (2022)

Recentemente è uscito su Shudder The Twin, diretto e co-sceneggiato dal regista Taneli Mustonen, e stranamente sono riuscita a vederlo senza lasciar passare troppo tempo.


Trama: dopo la morte del figlio Nathan, Rachel si trasferisce in Finlandia col marito e il gemello di Nathan, Elliot, che tuttavia comincia a comportarsi in maniera inquietante...


The Twin è stata una bella ed inaspettata sorpresa, realizzata non a caso da un regista, Taneli Mustonen, che già con Lake Bodom aveva dimostrato di saperci fare con l'horror, di conoscerne bene i cliché e di poter giocare con essi regalando allo spettatore opere assai pregevoli. A tal proposito, non sarà facilissimo parlare di The Twin senza fare spoiler, ma ci proviamo. L'incipit è simile a quello di mille altri horror: dopo un incidente stradale che ha causato la morte di uno dei due figli, Rachel e il marito tentano di ricominciare una nuova vita e vanno nella casa d'infanzia di lui, in Finlandia, dove però il bambino superstite comincia a comportarsi in maniera strana e a parlare col gemello scomparso. Conseguenza di ciò, è che l'atmosfera di The Twin, almeno all'inizio, è quella tipica di un film ambientato in una casa infestata. La nuova magione dei protagonisti è zeppa di foto inquietanti, di stanze vuote (o presumibilmente tali, in quanto spesso e volentieri le inquadrature sono realizzate apposta perché non si capisca), di sussurri misteriosi e di specchi, questi ultimi indispensabili veicoli per l'entità che tenta di impossessarsi di Elliot sfruttando il vuoto creato dal suo gemello; il terrore di essere "il bambino non voluto", l'idea che i genitori avrebbero preferito morisse Elliot invece che Nathan, fanno il paio con la costante inquietudine di Rachel, che teme di venire privata anche dell'altro figlio e che, piagata da atroci incubi e costretta a stare in un Paese a lei sconosciuto, non riesce a pensare ad altro che alla salute del piccolo, ignorando completamente il legame col marito e la propria felicità.  


La natura di horror sovrannaturale a base di possessioni e case infestate, a un certo punto del film, si dirama arricchendosi di strati che lo rendono sempre più interessante e coinvolgente, sui quali sarebbe tuttavia male spendere troppe parole. Sappiate solo che, da un certo punto in poi, The Twin si contamina con suggestioni folk horror a tratti assai crudeli, con una paranoia strisciante che guarda ad esempi alti quali Rosemary's Baby o A Venezia un dicembre rosso... shocking! e poi, verso il finale, vira ulteriormente chiudendosi in un cerchio perfetto quanto quelle figure che, a un certo punto, pensiamo di vedere da tutte le parti. Certo, come in quelle figure, qualche difetto c'è. Nonostante tutto sul finale torni, alcune domande rimangono aperte e l'idea che gli sceneggiatori a un certo punto abbiano un po' perso il filo di tutto ciò che hanno imbastito in effetti mi si è insinuata in testa, tuttavia The Twin è così ben curato a livello di atmosfere (la scena più "folk horror" del film gela il sangue nelle vene ed è bellissima a livello di regia e fotografia) e così ben recitato (Teresa Palmer e Barbara Marten sono davvero molto brave, soprattutto la prima) che personalmente sono riuscita a sorvolare su alcune cose che mi hanno fatto storcere il naso. The Twin è dunque uno di quei film che consiglio, sperando arrivi ad essere presto disponibile in Italia, e che riguarderei col senno di poi, per godere di tanti piccoli dettagli che sicuramente a una prima visione mi saranno sfuggiti.


Del regista e co-sceneggiatore Taneli Mustonen ho già parlato QUI mentre Teresa Palmer, che interpreta Rachel, la trovate QUA.


Se The Twin vi fosse piaciuto recuperate Hereditary, Rosemary's Baby, Midsommar e A Venezia un dicembre rosso... shocking. ENJOY!

martedì 24 maggio 2022

Darkman (1990)

Siccome Sam Raimi è tornato al genere supereroistico, ho deciso di riguardare (ispirata anche dal bellissimo podcast Paura & Delirio) Darkman, da lui diretto e co-sceneggiato nel 1990.


Trama: creduto morto in un incendio, uno scienziato sfigurato reclama giusta vendetta da coloro che hanno tentato di ucciderlo...


Al momento in cui scrivo queste righe, non ho ancora guardato Doctor Strange in The Multiverse of Madness, uscito poco tempo fa nelle sale di tutta Italia, ma ne ho letto tutto il bene possibile, cercando come una matta di dribblare gli spoiler. Sperando di trovare in un film del MCU un'eco del vecchio Sam Raimi, ho deciso dunque di prepararmi riguardando non Spider-Man, la sua prima incursione "ufficiale" nell'universo cinematografico Marvel (benché pre-Feige), bensì Darkman, ovvero il film di supereroi che nessuno voleva fargli realizzare e che, alla veneranda età di 32 anni, dà ancora punti a buona parte delle pellicole a tema realizzate ultimamente, non solo per le idee che contiene, ma soprattutto per le atmosfere, le contaminazioni con l'horror e alcune scene d'azione al cardiopalma. Ma cos'è di preciso Darkman, a beneficio di chi non l'avesse mai visto? Darkman è la origin story di un antieroe e, in primis, la storia della vendetta di un uomo buono e geniale al quale è stata tolta ogni possibilità di avere una vita normale, con tutto ciò che ne consegue. All'inizio del film Peyton è uno scienziato impegnato a rendere stabile la sua invenzione, pelle artificiale in grado, teoricamente, di aiutare chiunque dovesse rimanere sfigurato, menomato o ferito per qualsivoglia motivo, ed è un uomo profondamente innamorato della sua fidanzata, un'avvocatessa in carriera; quando quest'ultima trova le prove degli illeciti commessi da un ricco uomo d'affari, Peyton diventa vittima al posto suo della furia di pericolosi malviventi e si ritrova non solo orribilmente sfigurato ma anche privo dei recettori del dolore, cosa che amplifica enormemente le sue emozioni, soprattutto quelle negative. Peyton diventa così una figura tragica, l'erede ideale del Fantasma dell'Opera, affamato di amore e di vendetta al punto da corrompere persino la natura potenzialmente salvifica della sua invenzione, che viene trasformata nel mezzo per distruggere chi gli ha fatto del male. Darkman è dunque l'antesignano degli antieroi dei fumetti anni '90, un Batman più horror e privo di scrupoli, un Punitore dall'aspetto di teschio, ma è anche profondamente legato ai mostri della Universal, alla loro natura grottesca e melodrammatica, nonché ai fumetti anni '30 à la Dick Tracy, con tutto il parterre di nemici cattivissimi ma anche buffi, pieni di tic e facilmente riconoscibili.


Tutto ciò concorre a rendere Darkman incredibilmente godibile e divertente, un gioiellino di rara personalità all'interno di un panorama "supereroistico" che, all'epoca, contava ben pochi esponenti e tutti comunque abbastanza omologati, mentre l'opera di Raimi trasuda espressività e originalità da tutti i pori. Come ho detto, poi, ci sono delle scene action di tutto rispetto, magari leggermente invecchiate male dal punto di vista dello stacco tra personaggio e sfondo ma capaci comunque di far scorrere brividi di freddo lungo la schiena, soprattutto a chi, come me, è terrorizzato dalle altezze. Lo showdown finale, ambientato sui ponteggi di un palazzo in costruzione, è degno dei miei peggiori incubi (ci credo che poi a Raimi hanno affidato Spider-Man!) ma anche lo scontro in elicottero non scherza e vi posso giurare che ho (ri)passato l'ultima mezz'ora di film con l'angoscia nel cuore, nonostante più o meno lo ricordassi. Apprezzabilissimi anche i momenti più dichiaratamente horror, nonostante le morti avvengano fuori campo e molto venga lasciato all'immaginazione dello spettatore, con la scena che si interrompe un momento prima di mostrare l'orribile destino dei malcapitati, e il trucco che trasforma Liam Neeson (che effetto fa vederlo così giovane, mentre duetta con una Frances McDormand bionda, leziosa e in tailleur!) in Darkman è ancora oggi efficacissimo e spaventevole. A completare il tutto ci pensa la colonna sonora di un Danny Elfman particolarmente ispirato... e, a questo punto, se non vi ho invogliato io a riguardare Darkman o a recuperarlo vi consiglierei di ascoltare il podcast che ha fatto tornare la voglia a me!


Del regista e sceneggiatore Sam Raimi ho già parlato QUI. Liam Neeson (Peyton Westlake/Darkman), Frances McDormand (Julie Hastings), Ted Raimi (Rick), Dan Hicks (Skip), John Landis (Medico) e Bruce Campbell (Darkman sul finale), Joel Coen (Autista), Ethan Coen (Passeggero) li trovate invece ai rispettivi link. 

Larry Drake interpreta Robert G. Durant. Americano, ha partecipato a film come The Karate Kid - Per vincere domani, Dr. Giggles, Darkman II - Il ritorno di Durant, Mr. Bean - L'ultima catastrofe, American Pie 2 e a serie quali Hunter, I racconti della cripta, Oltre i limiti, Le avventure di Superman, Fantasy Island e Six Feet Under; come doppiatore ha lavorato per Prince Valiant e Johnny Bravo. Anche regista, è morto nel 2016, all'età di 66 anni.


Raimi avrebbe voluto Bruce Campbell come protagonista ma i produttori hanno messo il veto; il ruolo è così andato a Liam Neeson, che lo ha soffiato a Bill Paxton, mentre per quanto riguarda Julie, Julia Roberts ha rinunciato al ruolo perché, nel frattempo, era arrivata l'offerta per Pretty Woman (tra le altre attrici considerate c'erano anche Demi Moore e Bridget Fonda). Nulla di fatto anche per Kathy Bates, scelta per interpretare la dottoressa esperta di ustioni, che all'ultimo ha deciso di rinunciare, così come anche Richard Dreyfuss e James Caan, che hanno rifiutato il ruolo di Louis Strack, Jr. Tra le varie guest star del film figurano anche i registi William Lustig e Scott Spiegel, entrambi come operai. Del film esistono due seguiti straight to video, Darkman II - Il ritorno di Durant e Darkman III - Darkman morirai, dove il protagonista è interpretato da Arnold Vosloo; onestamente, eviterei il recupero ma se Darkman vi ha intrippati... perché no? ENJOY!

venerdì 20 maggio 2022

Firestarter (2022)

Il multisala e i soliti amici hanno collaborato ben poco, ma sono lo stesso riuscita a guardare Firestarter, diretto dal regista Keith Thomas e tratto dal romanzo L'incendiaria di Stephen King.


Trama: quando Charlie perde il controllo dei suoi poteri pirocinetici, lei e il padre sono costretti a fuggire da un'organizzazione che li vorrebbe studiare per i loro scopi...


Per Firestarter mi ero preparata guardando il film tratto da L'incendiaria nel 1984 (quello col nome troppo lungo da scrivere), visto che il romanzo l'ho letto non troppi mesi fa e lo ricordavo ancora abbastanza bene, ma dopo pochi minuti dalla visione mi sono resa conto che prepararsi non serviva a granché, visto che Firestarter non segue alla lettera le due opere che l'hanno preceduto. Per carità, il canovaccio è sempre quello, dagli anni '80, con Charlie e suo padre costretti a fuggire da chi vuole sfruttarne i poteri, ma mentre in passato ci si focalizzava molto sulla cosiddetta Bottega e sulla battaglia per l'anima di Charlie, combattuta tra il padre e la terribile combo Cap Hollister/John Rainbird, qui il fulcro dell'intera faccenda è proprio Charlie, una ragazzina ben più grande della frugola interpretata da Drew Barrymore, che non ci sta tanto a farsi comandare o guidare da chicchessia. La Charlie del 2022 è molto più vicina, concettualmente, a un mutante della Marvel o a uno dei ragazzini di Stranger Things (e qui si crea un bel cortocircuito visto che la serie Netflix pesca a piene mani dall'immaginario Kinghiano, Incendiaria e Carrie in particolare): percepisce la sua stranezza, ne soffre, conduce una vita scolastica a dir poco aberrante ma, allo stesso tempo, capisce che il suo potere la rende superiore ad altri e lo fa diventare il veicolo per sfogare la sua frustrazione crescente, la sua rabbia. La Charlie degli anni '80 non controllava il suo potere ma non era bizzosa, quella del 2022 non riesce a tenere a bada il suo potere neppure davanti a episodi stupidi, e la sua natura resta avvolta da un'aura di ambiguità anche sul finale, diametralmente opposto rispetto a quello del libro e assai aperto all'incertezza di quale sarà la strada che la giovane deciderà di percorrere. Questo non è il solo cambiamento effettuato in fase di sceneggiatura, la quale, tra le altre cose, concede un po' più di spazio alla madre di Charlie e fornisce un diverso background a Rainbird, ciò nonostante anche questa volta il risultato è più superficiale di quanto avrei voluto e condanna Firestarter a soffrire diversi problemi di ritmo, che lasciano lo spettatore a bocca asciutta proprio sul più bello.


Nonostante gli innegabili difetti, comunque, Firestarter non mi è dispiaciuto. Ryan Kiera Armstrong è la cosa migliore del film e si porta dietro tutto il bagaglio accumulato nel corso delle riprese di American Horror Story: Blood Tide, dove anche lì la fanciulletta era la punta di diamante, impegnata nel ruolo di bambina resa malvagia dalla sua ambizione (e da una droga potente), un piccolo mostro detestabile ma comunque impossibile da odiare; qui, ovviamente, spesso e volentieri Charlie fa tenerezza, eppure quando la sua parte oscura si scatena non sfigurerebbe accanto alle varie Fenici e Wanda della Marvel, con l'aggiunta che qui si parla di un film della Blumhouse e i risultati dello sfogo dei suoi poteri si vedono eccome. Altra cosa molto bella di Firestarter sono le inconfondibili musiche create da Carpenter padre e figlio. Il primo avrebbe dovuto girare Fenomeni paranormali incontrollabili, poi non se n'è fatto nulla perché La Cosa è stato un flop al botteghino, ma stavolta ha potuto mettere mano almeno a una parte del film e, bisogna dirlo, è davvero una delle parti migliori. Dopo la visione di Firestarter, dunque, rimane un po' di amaro in bocca. I mezzi ci sarebbero stati, così come la bravura del regista e degli attori, tuttavia il risultato (benché migliore del film dell'84, ci mancherebbe anche) supera appena la sufficienza di una pellicola che difficilmente ricorderò la prossima settimana e che somiglia anche troppo al pilot di una serie... che, per carità, non mi dispiacerebbe neppure vedere. Chissà se qualcuno avrà la lungimiranza di allacciare la storia di Firestarter a quella di The Institute, creando un film o magari una serie à la Castle Rock


Di Zac Efron (Andy McGee) e Kurtwood Smith (Dr. Joseph Wanless) ho parlato ai rispettivi link.

Keith Thomas è il regista della pellicola. Americano, ha diretto The Vigil. E' anche produttore e sceneggiatore.


Gloria Reuben interpreta il Capitano Hollister. Canadese, la ricordo per film come Lincoln e serie quali Alfred Hitchcock presenta, Flash, Lassie, Numb3rs, E.R. Medici in prima linea e Cloak and Dagger. Anche produttrice, ha 58 anni e un film in uscita. 


Come già scritto nel post, Ryan Kiera Armstrong era la cosa migliore dell'ultima serie di American Horror Story, dove interpretava la terrificante, odiosissima Alma. Se Firestarter vi fosse piaciuto recuperate Fenomeni paranormali incontrollabili, Carrie lo sguardo di Satana, Thelma, Chronicle e L'angelo del male - Brightburn. ENJOY!

mercoledì 18 maggio 2022

Bolla loves Bruno: Appuntamento al buio (1987)


Pensavate che non mi avesse toccato il ritiro dalle scene del mio adorato Bruce Willis? Oh, come vi sbagliavate. Davanti alla ferale notizia, lo ammetto, ho pianto come una bambina, vergognandomi anche delle brutte parole spese per un uomo che, negli ultimi anni, non ha più azzeccato un film prettamente per gravi questioni di salute, non certo perché era impazzito. E quindi la mia idea è dedicare, almeno una volta al mese, un post celebrativo a uno dei miei attori preferiti, alla mia crush di sempre, all'uomo che, in un mondo ideale, avrebbe sposato me, mica quella giovinetta sgallettata che gli sta appresso. Bolla loves Bruno andrà in ordine rigorosamente cronologico (saltando ovviamente i film di cui ho già parlato), cominciando con Appuntamento al buio (Blind Date), diretto nel 1987 dal regista Blake Edwards.


Trama: Walter è un workaholic che non riesce a far carriera. Costretto a portare un'accompagnatrice alla cena della ditta, chiede aiuto al fratello che gli presenta Nadia, potenzialmente la donna dei sogni... non fosse per la follia totale che la prende anche dopo una singola goccia di alcool.


Nel 1987, Bruce Willis interpretava David Addison, investigatore nella serie Moonlighting, da un paio d'anni e aveva fatto delle comparsate in un paio di film (tra cui Il verdetto di Lumet) e in un paio di serie famose quali Miami Vice e persino Ai confini della realtà (in un episodio diretto da Wes Craven, Shatterday, che recupererò al più presto, dove Willis è protagonista assoluto); c'era stato anche un mockumentary per la HBO dal titolo The Return of Bruno, dove l'attore interpretava un cantante fittizio omaggiato da una discreta quantità di artisti famosi, dando così sfogo alle sue abilità canore, ma il primo vero film per il grande schermo dove il nostro ha recitato come protagonista è Appuntamento al buio. Come esordio, vista la nomea di action star che Willis ha acquisito nel corso degli anni, non rende assolutamente l'idea della carriera che sarebbe toccata all'adorabile Bruno, in quanto Walter Davis è il fratello mancato del Paul Hackett di Fuori Orario o del Loudon Trott di Who's That Girl? (entrambi, guarda caso, interpretati da Griffin Dunne), ovvero il prototipo dell'uomo comune, neanche particolarmente avvenente, che si ritrova a perdere il controllo della propria esistenza banale ed insoddisfacente nel giro di un paio di giorni. Dotato di un viso gradevole e rassicurante, e di un phisique du role perfetto per i ruoli comici, Willis è l'ideale "uomo medio" da contrapporre alla bomba sexy Kim Basinger (reduce dal successo di 9 settimane e 1/2 e pronta ad imbarcarsi in un paio di pellicole "per tutta la famiglia"), quel tipo di uomo che fa sospirare il pubblico femminile nella speranza di trovare qualcuno di simile sul posto di lavoro e che risulta simpatico anche a quello maschile; l'alchimia tra i due, apparentemente, funziona, perché Nadia diventa (complice una goccia di champagne) la scheggia impazzita che sconvolge completamente la vita di Walter e, com'è ovvio, gliela migliora riportandolo a dar valore alle cose davvero importanti, in primis l'amore.


Noterete che ho scritto "apparentemente". La verità è che, come la maggior parte delle commedie sentimentali anni '80, la trama di Appuntamento al buio funziona nel momento in cui lo spettatore ne accetta i meccanismi irreali. Non c'è nessun motivo logico per cui, dopo una sola serata in cui, tra l'altro, Walter rischia di essere più volte ucciso e finisce in prigione con l'accusa di tentato omicidio e in cui Nadia è poco più di una pericolosa scema ciarliera, l'uomo se ne innamori perdutamente, al punto da volerla addirittura sposare; allo stesso modo, non c'è motivo per cui Nadia si innamori follemente di Walter (salvo l'incredibile figaggine di Bruce Willis, ovvio) solo in virtù del suo essere unico maschio newyorkese dotato di cortesia, soprattutto quando la natura rispettosa del protagonista spicca soltanto perché affiancata a quella di porco matricolato del collega e a quella di folle dell'ex di Nadia. A tal proposito, bisogna anche ammettere che gli unici momenti di reale divertimento sono offerti proprio dal David di John Larroquette, soprattutto in coppia con il giudice di William Daniels, e che la verve corrosiva e divertita di un Blake Edwards particolarmente anonimo si percepisce solo davanti alle due/tre sequenze corali in cui la doppia personalità di Nadia dà vita alle peggiori situazioni di scontri verbali e fisici, per il resto Appuntamento al buio continua a provocarmi un po' di noia, oggi come allora. D'altronde, da bambina l'avrò visto giusto una volta, perché era un altro il film con Kim Basinger che ho guardato fino allo sfinimento, Ho sposato un'aliena, che al posto di Willis contava Aykroyd e mezzo futuro cast di Buffy l'ammazzavampiri. Di Appuntamento al buio, rivisto a 41 anni, rimarrà ovviamente la bellezza di Bruce Willis, quel mezzo sorriso tra il furbetto e il malinconico, e i sospiri invidiosissimi davanti a quei baci appassionati scambiati con Nadia, in un trionfo di aMMore e romantiche spiagge hawaiane. Al prossimo appuntamento!


Del regista Blake Edwards ho già parlato QUI. Kim Basinger (Nadia), Bruce Willis (Walter Davis), John Larroquette (David Bedford) e Joyce Van Patten (la madre di Nadia) li trovate invece ai rispettivi link.


Phil Hartman, che interpreta il fratello di Walter, è stato per anni la voce di Troy McClure e Lionel Hutz ne I Simpson mentre Armin Shimerman, l'odioso cameriere francese, era l'altrettanto odioso preside Snyder di Buffy l'ammazzavampiri; infine, William Daniels, che interpreta il giudice, è la voce originale di K.I.T.T. in Supercar. Madonna avrebbe dovuto interpretare Nadia ma la cantante aveva deciso di imporre l'allora marito Sean Penn come Walter e il regista ha giustamente messo il veto. Ciò detto, se Appuntamento al buio vi fosse piaciuto recuperate i già citati Who's That Girl e Fuori orario. ENJOY!

martedì 17 maggio 2022

Doctor Strange nel multiverso della follia (2022)

Domenica sono riuscita, finalmente, ad andare a vedere Doctor Strange nel multiverso della follia (Doctor Strange in the Multiverse of Madness), diretto dal regista Sam Raimi.


Trama: Doctor Strange è costretto a difendere America Chavez, ragazza dotata del potere di viaggiare nel Multiverso, da una Wanda Maximoff ormai corrotta dal libro di magia nera Darkhold e intenzionata a riunirsi coi figli perduti...


Lo si aspettava da tanto questo Doctor Strange nel multiverso della follia, per un paio di motivi. Il primo, ovviamente, era il ritorno di Sam Raimi alla regia dopo il (per me) deludente Il grande e potente Oz; Doctor Strange dava parecchie speranze ai fan del regista, non solo per le atmosfere leggermente horror che già avevano permeato il primo capitolo, ma soprattutto perché la famigerata fantasia di Raimi, la sua ricchezza di idee visive, avevano tutto il potenziale per essere perfette nella rappresentazione di un multiverso folle. Il secondo motivo era il multiverso stesso. Loki e What If...? sono stati una grandissima delusione il primo e una bella menata di cojones, interrotta alla terza puntata, il secondo, ma l'idea di Multiverso mutuata dalle letture dei fumetti Marvel a me è sempre piaciuta tantissimo e non vedevo l'ora che venisse presa e trattata come meritava. E poi, terzo motivo, il ritorno di Wanda Maximoff dopo l'adorabile Wanda/Vision. Con tutte queste aspettative, l'ovvio rischio era quello di uscire dal cinema molto ridimensionata, invece Doctor Strange nel multiverso della follia mi ha divertita e soddisfatta per parecchi motivi, pur non essendo privo di difetti. Il primo dei quali è la natura un po' risibile della trama, un canovaccio semplicissimo stiracchiato in due ore per dargli una parvenza di grandeur e che solleva parecchie domande "scomode" che ovviamente rimangono prive di risposta (SPOILER: l'elefante nella stanza è il libro dei Vishanti, talmente potente che si perdono le ore per cercarlo, solo per poi vederselo distruggere in un secondo e sistemare i poteri incontrollabili di America con un "puoi farcela, credo in te". Vabbé dai), mentre il secondo, macroscopico, è la qualità a dir poco altalenante del character building. Anche qui, si va nello SPOILER: al di là della "tentazione" rappresentata da Christine, che dopo essersi vista per 20 minuti scarsi nel primo film, adesso diventa l'unico motivo di felicità per Strange, io non mi capacito del trattamento riservato a Wanda. Per carità, quella dei fumetti non è mai stata un modello di stabilità mentale, ma questa supera ogni livello di follia e, dopo un po', scartavetra i marroni con 'sta storia dei figli, come se una donna bella, potente e intelligente dovesse per forza venire definita dall'essere madre. Di Visione, poveraccio, nessuno parla, forse semplicemente perché il contratto della Disney con Paul Bettany è scaduto. Ciò detto, un bello spreco di potenziale per il personaggio più affascinante della Fase 4 del MCU.

Nonostante tutti questi ovvi difetti, però, Doctor Strange nel multiverso della follia è una visione divertente ed entusiasmante, che a tratti mi ha lasciata a bocca aperta, colma di beata ed ignorante felicità (scusate mai il mio cuore di nerd ha fatto un salto davanti all'arrivo del pelatone rattuso più adorabile di sempre). Non è un film di Raimi, ovvio, è un film del MCU che, a non conoscere il regista, risulta praticamente identico alle altre millemila pellicole prodotte da Kevin Feige, ma in realtà contiene tante belle zampate del "vecchio" Sam, e non parlo solo della comparsata di Bruce Campbell. Le inquadrature sghembe, la velocità con cui la cinepresa si avvicina a un personaggio o un oggetto per poi stravolgere il punto di vista, i jump scare costruiti con cura, le inquietanti soggettive, la quasi totalità delle sequenze aventi per protagonista una Wanda più terrificante di qualunque presenza spettrale in molti horror recenti, un certo gusto per il weird e la realizzazione di una scena musicale di bellezza commovente (a proposito, Danny Elfman è tornato in grande spolvero!) indicano la presenza di un regista dietro la macchina da presa, non di un signor nessuno adibito a zerbino, e nonostante l'ovvia omologazione alla macchina per soldi Disney (humour fastidioso e spesso inopportuno in primis), queste cose traspaiono. Tornando un attimo al tema horror, Raimi e Wanda, ho apprezzato tantissimo non solo l'interpretazione della Olsen, che si mangia quasi letteralmente gli altri attori, Cumberbatch compreso, ma anche la serietà con cui il regista ha cercato di trasformarla sia miglior villain del MCU di sempre che in un orrore da non dormirci la notte; echi di Carrie e di Drag Me to Hell vengono dati in pasto allo spettatore assieme ad un paio delle morti più (s)gradevoli e spettacolari della saga, tanto che la strizzata d'occhio ai Marvel Zombies è una bambinata rispetto all'angoscia di una Wanda la cui realtà viene travolta da una presenza "altra" che ne annulla completamente la volontà, trasformandola in un mostro. Il resto, ovviamente, è tutto worldbuilding fatto di serie, film passati e futuri, scene post credit grazie alle quali sappiamo che Doctor Strange tornerà e tutto il resto del carrozzone, che può piacere o meno. Al momento, a me piace ancora, anche se onestamente sto cominciando a faticare a stare dietro a tutti film e le serie indispensabili per capirci qualcosa (a tal proposito, qualcuno mi spiega perché lo Stregone Supremo è Wong e non Strange, quando il mago cinese sarà anche simpatico ma palesemente meno abile? Mi sono persa qualcosa...)!


Del regista Sam Raimi ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (Dottor Stephen Strange), Elizabeth Olsen (Wanda Maximoff /Scarlet Witch), Chiwetel Ejiofor (Barone Mordo), Benedict Wong (Wong), Rachel McAdams (Dr. Christine Palmer), Julian Hilliard (Billy Maximoff), Michael Stuhlbarg (Dr. Nic West), Hayley Atwell (Captain Carter), John Krasinski (Reed Richards), Patrick Stewart (Professor Charles Xavier), Charlize Theron (Clea) e Bruce Campbell (Pizza Poppa) li trovate ai rispettivi link. 


Anson Mount era già comparso come Black Bolt nella sfortunata serie Inhumans mentre Lashana Lynch, che qui interpreta una versione di Captain Marvel, nel film omonimo era Maria Rambeau. A tal proposito, se Doctor Strange nel multiverso della follia vi fosse piaciuto, o se volete vederlo, non impazzite a recuperare tutto: vi bastano giusto Doctor Strange, Wanda/Vision e, se proprio siete pignoli, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e Spiderman: No Way Home. ENJOY!


venerdì 13 maggio 2022

Sweetie, you won't believe it (2020)

L'ultimo film visto durante la quarantena da coviddo è stato Sweetie, you won't believe it (Жаным, ты не поверишь / Zhanym, ty ne poverish) diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Yernar Nurgaliyev.


Trama: decisi ad andare a pesca, tre amici si ritrovano a testimoniare la morte di un uomo e a finire nelle mire di svariati assassini...


Sweetie, you won't believe it
è uno di quei film passati al ToHorror 2021 e in una serie di altri festival sparsi per Italia ed Europa, lasciando soddisfatti un po' tutti quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo. Sono miracolosamente riuscita a recuperarlo durante la quarantena, passando un pomeriggio in sanguinosa allegria, ché questa deliziosa pellicola kazaka è un gioiellino di commedia horror, ricca di idee e personaggi simpatici. L'inizio è quello che ci si potrebbe aspettare per l'appunto da un film comico, zeppo com'è di cliché, e la situazione è quella tipica del genere: Dastan è uno sfigato vessato dai debiti e da una moglie incinta particolarmente rompipalle, che giustamente decide di prendersi un giorno di svago coi suoi migliori amici andando a pescare. Gli amici di Dastan sono dei soggettoni altrettanto tipici, il cui successo con le donne va da "gestore di negozio di articoli erotici che considera le bambole gonfiabili come fidanzate" a "30-40enne vergine", e com'è ovvio la bromance tra i tre è viziata dal fatto che Dastan è diventato lo zerbino della moglie, cosa che da anni infastidisce gli altri due. La svolta splatter avviene per accumulo ed incrocio, nel momento in cui i tre si ritrovano ad essere testimoni oculari di un omicidio, perpetrato da malviventi che hanno ucciso il cane della persona sbagliata, ovvero di un pazzo maniaco (un John Wick kazako con l'indistruttibilità di un Michael Myers qualsiasi). A questa situazione già di per sé esplosiva dovete aggiungere un paio di altri personaggi assurdi, rei di complicare ulteriormente la faccenda e di rendere Sweetie you won't believe it spassoso ed imprevedibile dall'inizio alla fine, in un crescendo non solo di cadaveri accumulati, ma anche di inventiva. 


Yernar Nurgaliyev,
al suo quarto film, si è fatto le ossa dirigendo solo commedie e questo, a quanto mi è dato sapere, è il suo primo passo nella contaminazione dei generi. Il regista ha dunque, sicuramente, un buon fiuto per i tempi comici, che stemperano le scene più cruente senza privarle di una certa forza, e sa come utilizzare al meglio attori inguardabili ma bravissimi tirando fuori la loro vis umoristica non solo a livello di dialoghi, ma anche e soprattutto a livello fisico; in tutto questo, Nurgaliyev non si presta mai il fianco alla cialtronata insopportabile e sfrutta alcune soluzioni di regia e montaggio degne di un action con le palle o di splatter serissimi. Probabilmente faccio un paragone sbagliato, ma ciò che mi aspettavo da Sweetie, you won't believe it era qualcosa in stile Non dormire nel bosco stanotte o, a dirne proprio bene, All my Friends Are Dead. Non so nemmeno io perché avevo pensato a questi due titoli, vista l'enorme distanza geografica che separa il Kazakistan dalla Polonia, ma è per dire che i film polacchi distribuiti da Netflix (nonostante il secondo mi sia piaciuto molto) sono più "banali" e sciatti, "ripuliti" per venire dati in pasto a un algoritmo, mentre Sweetie, you won't believe it, benché non raggiunga MAI le vette di Why don't You Just Die! (distribuito in Italia dalla Midnight Factory come Muori, papà... muori!), è molto più simile al cult di Kirill Sokolov e regala alcune sequenze realmente esaltanti, ottimamente coreografate e perfette per il modo in cui la cinepresa sfrutta la natura angusta di una baracca piena di pericoli e la perfetta alchimia di attori che vorrei rivedere sullo schermo anche domani. Dire altro su Sweetie, you won't believe it sarebbe un delitto: faccio appello a Santa Midnight Factory perché lo distribuisca il prima possibile e invito tutti voi a goderne come merita... you won't believe it per davvero!

Yernar Nurgaliyev è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Kazako, è al suo quarto film. Anche montatore e produttore, ha 37 anni.


Se Sweetie, you won't believe it vi fosse piaciuto recuperate Muori, papà... muori! ENJOY!

mercoledì 11 maggio 2022

Fenomeni paranormali incontrollabili (1984)

Siccome domani dovrebbe uscire il nuovo Firestarter, ho deciso di recuperare Fenomeni paranormali incontrollabili (The Firestarter), diretto nel 1984 dal regista Mark K. Lester e primo film ad essere stato tratto dal romanzo L'incendiaria di Stephen King.


Trama: Andy e la figlia Charlie sono in fuga dagli uomini della Bottega, che li cercano per studiare e sfruttare i loro poteri psichici. In particolare, la Bottega è molto interessata a Charlie, dotata di una potentissima e incontrollabile pirocinesi...


Ci credete che, fino a pochi giorni fa, non avevo mai visto Fenomeni paranormali incontrollabili? Eppure, a ripensarci, era un film che passavano spessissimo in TV quando ero ragazzina, ma nonostante fosse tratto da un romanzo di King che ho letto parecchie volte non mi è mai venuto voglia di guardarlo. Ora posso dire che non è uno dei film Kinghiani "imprescindibili" e il motivo è presto detto, anche se probabilmente farà inorridire tutti i Fedeli Lettori: è identico al romanzo, che segue in maniera pedissequa dall'inizio alla fine. Come sappiamo, gli adattamenti "fantasiosi" sono spesso e volentieri il male e non sarò io a negarlo (qualcuno ha detto La torre nera? Qualcuno ha detto L'acchiappasogni?) ma anche inchinarsi al genio di King spesso fa più danni che il colera, soprattutto quando, come nel caso de L'incendiaria, inchinarsi davvero vorrebbe dire prendere l'abbondantissimo approfondimento psicologico di Andy, Charlie e persino Rainbird e costruirci sopra un film, altrimenti rimane solo un susseguirsi di eventi che, talvolta, presi da soli risultano monodimensionali, quando non addirittura noiosi. Sarà per l'atmosfera pesantemente anni '80 del film, ma è un po' difficile affezionarsi o provare interesse per le vicende di Andy (Charlie è un altro paio di maniche e ci mancherebbe. E' un topolino biondo con un musetto adorabile e l'attrice migliore del mucchio, nonostante i grandi nomi coinvolti), inseguito da agenti che sembrano uscire dritti da qualche episodio di Hunter, non solo anonimi ma proprio squallidi, perché viene poco approfondito il terrore del padre davanti a una figlia pericolosissima (anche l'episodio di Vicky viene relegato a una pennellata di colore) e, soprattutto, viene ignorata la fascinazione di Charlie verso un potere che la seduce e la rende libera, e che la terrorizza proprio per questo motivo.


In Fenomeni paranormali incontrollabili la "soddisfazione" di Charlie nell'utilizzare la pirocinesi viene ridotta a una sbruffonata da bimba, e così si perde un po' tutto ciò che sta dietro, lasciando che il film di Lester sia "semplicemente" una buona produzione dal budget importante, una pellicola che scorre liscia dall'inizio alla fine senza mai diventare memorabile. L'unica cosa davvero entusiasmante del film è il finale. Se pensate che Fenomeni paranormali incontrollabili è stato realizzato ormai quasi 40 anni fa, rimarrete a bocca aperta quando vi renderete conto che lo sfogo di Charlie nelle ultime sequenze non è invecchiato di un giorno; merito, ovviamente, di effetti speciali fisici e pericolosissimi, che hanno richiesto la presenza di vere palle infuocate attaccate a dei fili, stuntman che prendevano davvero fuoco, edifici che esplodevano realmente, il tutto con una Drew Barrymore troppo piccola per girare di notte e a volte sostituita da una controfigura. Il resto, in effetti, è un po' invecchiato maluccio, a cominciare dalla colonna sonora dei Tangerine Dreams, non particolarmente adatta se posso permettermi, per concludere con gli attori principali: George C. Scott ce la mette tutta ed è un villain molto intenso, per quanto leggermente weird, Martin Sheen invece è un cartonato privo del carisma necessario ad interpretare Cap Hollister e David Keith vive della luce riflessa della dolcissima Drew Barrymore, ma nelle scene in solitaria non regala particolari emozioni. In tutto questo, credo che Fenomeni paranormali incontrollabili sia da recuperare almeno una volta, se non altro per rimpiangere la bellezza del cinema artigianale dopo la scorpacciata di CGI che sicuramente saremo costretti a fare col film di Keith Thomas.


Di Drew Barrymore (Charlie McGee), Martin Sheen (Capitano Hollister), George C. Scott (John Rainbird) e Louise Fletcher (Norma Manders) ho già parlato ai rispettivi link.

Mark L. Lester è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Classe 1984, Commando e Classe 1999. Anche produttore e sceneggiatore, ha 76 anni.


David Keith
interpreta Andrew McGee. Americano, ha partecipato a film come Ufficiale e gentiluomo, U-571, Men of Honor, Carrie, All Souls Day: Dia de los Muertos e a serie quali Happy Days, Oltre i limiti, Walker Texas Ranger, Più forte ragazzi e CSI: Miami. Anche regista, produttore e stuntman, ha 67 anni e un film in uscita.


Heather Locklear interpreta Vicky McGee. Americana, ha partecipato a film come Fusi di testa 2: Waynestock, Il club delle prime mogli,  Scary Movie 5 e a serie quali CHIPs, La famiglia Bradford, Fantasilandia, Love Boat, Dynasty, Melrose Place, Ally McBeal, Scrubs, Due uomini e mezzo, Hannah Montana; come doppiatrice ha lavorato in Batman e Hercules. Anche produttrice, ha 60 anni.


Il film avrebbe dovuto venire diretto da John Carpenter e scritto dallo sceneggiatore de La cosa, ma dopo il fallimento al botteghino del film, la Universal ha tolto loro dalle mani il progetto. Per quanto riguarda il ruolo di Charlie, la Barrymore ha vinto su nomi del calibro di Jennifer Connelly e Heather O'Rourke. Esiste un seguito del film, una miniserie televisiva dal titolo L'incendiaria che racconta le disavventure di Charlie dopo 10 anni e che vede tra gli attori protagonisti Dennis Hopper e Malcom McDowell nei panni di un redivivo John Rainbird. Onestamente, avrei paura a guardarla, quindi se Fenomeni paranormali incontrollabili vi fosse piaciuto potreste recuperare L'occhio del gatto. ENJOY! 


martedì 10 maggio 2022

The Grandmother (2021)

In questi giorni mi è capitato di scorrere sulla home page di Facebook parecchie recensioni su The Grandmother (La abuela), diretto nel 2021 dal regista Paco Plaza e, incuriosita, ho deciso di guardarlo.


Trama: Susana, fotomodella che vive a Parigi, torna a Madrid dopo che la nonna ha avuto un ictus. Costretta a prendersi cura dell'anziana donna, Susana scopre parecchie cose inquietanti a lei legate...


The Grandmother
è la continuazione della storia d'amore tra Paco Plaza e le vecchie inquietanti, che il regista si porta dietro fin dai tempi di Rec e che qui trova il suo compimento definitivo. E' anche un altro esponente dei sempre più abbondanti horror che trattano il tema terribile dell'invecchiamento, della demenza senile, della paura di finire soli e dimenticati da tutti in qualche casa di cura e, in tal senso, l'inquietudine che veicola è molto più efficace ed interessante della trama in sé, che lo spettatore mediamente scafato potrà scrivere su un taccuino dall'inizio alla fine senza sbagliare un twist. La protagonista, Susana, fa la modella, quindi vive letteralmente della sua giovinezza e della sua bellezza, costretta a sgomitare in un mondo che non perdona distrazioni, perché c'è sempre qualcuno più bello e più giovane pronto a rubarti la scena sotto i riflettori, o su Instagram; ironicamente, la sua carriera viene frenata proprio dall'ictus che costringe la nonna (la quale ha cresciuto Susana dopo la morte dei genitori) a soccombere a una vecchiaia orribile, fatta di totale dipendenza dagli altri e di una progressiva trasformazione in un guscio vuoto, nell'ombra della donna raffinata e capace di un tempo. Susana si ritrova così costretta a badare a un'"aliena", a una creatura che fatica a riconoscere e verso la quale prova anche un disgusto alimentato dal terrore di dover diventare così un giorno, sensazioni ulteriormente aggravate da qualcosa di effettivamente strano ed inquietante che comincia a nascondersi nelle ombre di un appartamento e di un passato che un tempo erano sembrati accoglienti e sicuri.


Paco Plaza è molto bravo a mantenere, per tutta la durata del film, un'atmosfera straniante e allucinata. Dai piccoli dettagli di arredamento, come quadri, orologi o uccelliere, che stonano leggermente all'interno di un appartamento elegante, passa a movimenti di macchina ed inquadrature che trasformano lo stesso appartamento in un labirinto cupo e dai confini sfumati, in cui perdersi nonostante le dimensioni contenute e dove l'unica stanza apparentemente sicura è quella della Susana bambina. All'interno di questa dimensione casalinga diventata all'improvviso un universo altro, impera come un totem o una divinità maligna una nonna che viene descritta come affettuosa e gentile solo attraverso le parole della protagonista, delle quali dobbiamo fidarci nonostante Pilar (interpretata dalla bravissima Vera Valdez, ex modella brasiliana e persino musa di Chanel), per tutto il film, non rivolga alla nipote che sguardi freddi e duri, risate inquietanti o peggio; sono rari i momenti in cui, da spettatori, proviamo empatia nei confronti di Pilar, surclassati da quelli in cui, ad avere una nonna così, ci sarebbe da scappare a gambe levate senza neppure sentirsi in colpa. Fortunatamente, ci pensa la brava Almudena Amor a portare su schermo quel minimo di tormento "filiale" in grado di rendere verosimile la volontà di non abbandonare nonnina neppure davanti alle peggiori nefandezze, e a tenere sul filo del rasoio le ansie dello spettatore. Detto ciò, sono costretta comunque ad ammettere che il rischio di The Grandmother è quello di risultare un po' noioso dal punto di vista thriller/horror, a fronte dell'intreccio visto già mille volte, ma se vi piacciono questi horror d'atmosfera dove conta più l'inquietudine della sorpresa, risulterà sicuramente una visione gradevole. 


Del regista Paco Plaza ho già parlato QUI.

Se The Grandmother vi fosse piaciuto recuperate The Skeleton Key, Relic e The Manor. ENJOY!

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