mercoledì 8 luglio 2020

Non si sevizia un paperino (1972)

Continua l'omaggio a Fulci su Cine34! Qualche settimana fa è toccato a Non si sevizia un paperino, andato in onda ahimé pesantemente tagliato (fortunatamente le scene incriminate si trovano agilmente su Youtube), scritto e diretto dal buon Lucio nel 1972.


Trama: i bambini di Accendura cominciano a venire uccisi da mano ignota e un giornalista decide di indagare.



Erano decenni che avevo il desiderio di guardare Non si sevizia un paperino, col suo titolo stranissimo (in realtà avrebbe dovuto essere Non si sevizia Paperino ma la Disney ha messo il veto), poi come al solito non sono mai riuscita, questo fino alla settimana scorsa. E' un peccato conoscere Fulci solamente per gli horror che ha girato, quando c'è enorme "gioia" anche nei gialli, soprattutto quando gialli i suoi film non sono, o meglio, non possono venire accostati a quelli tradizionali. Nella fattispecie, Non si sevizia un paperino è un giallo bruciato dal sole che punta il dito non solo contro l'assassino ma contro un intero sistema sociale, dotato di caratteristiche solo apparentemente retrograde, visto che alcuni atteggiamenti della "brava" gente di Accendura si possono tranquillamente trovare ancora oggi. Protagonisti di Non si sevizia un paperino sono i bambini, sospesi in quell'età kinghiana in cui ai giochi da "piccoli" si uniscono pulsioni più adulte, accompagnate da una progressiva perdita dell'innocenza; l'inizio del film mostra una tipica giornata di bravate, la scoperta del sesso incarnato da due prostitute, la crudeltà innocente con cui il desiderio di vedere finalmente gli adulti impegnati a far zozzerie scompare davanti alla possibilità di prendere in giro lo scemo del paese, con un realismo quasi spietato. Questa introduzione sfacciata e giocosa è il cuore di Non si sevizia un paperino, perché da quel momento una mano ignota cerca di cristallizzare il tempo innocente di Accendura, paese in cui il tempo, per inciso, si è già fermato e dove le poche ingerenze "moderne" (giornalisti, polizia, una ricca ereditiera disnibita) faticano a farsi strada in un sostrato di religione e superstizione, ignoranza e violenza.


Ai margini del villaggio, infatti, vive la Maciara, figura oscura dal tragico passato, che più volte Fulci ci mostra impegnata in inquietanti pratiche assai somiglianti al voodoo, intenta a maledire i pargoli viziosi con un malocchio innominabile. Quando i bambini cominciano a scomparire, è assai facile per gli abitanti di Accendura puntare lo sguardo sulla Maciara e sugli altri diversi che vagano per le strade, quegli stessi diversi che magari, come lo stregone zio Francesco, vengono consultati di tanto in tanto quando fa comodo, quando la religione e la razionalità non riescono più ad essere d'aiuto, e che vanno eliminati quando smettono di essere buoni ed utili. La critica sociale di Fulci è forte quanto la tristezza che trasuda da ogni fotogramma, forte quanto il pessimismo che accompagna una delle sequenze più atroci e belle del film, ambientata in un cimitero abbandonato e accompagnata dalle dolci note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni, una sequenza assolutamente innovativa e dissonante, che prima colpisce nel profondo per la sua violenza fisica, quindi sconfigge definitivamente lo spettatore per il rimpianto che si può leggere negli occhi della Bolkan mentre le macchine sull'autostrada, così vicine da poterle toccare con la mano e lo stesso così distanti, portano via tutto quello che la donna non ha mai avuto dalla vita. Ovviamente, quella della Maciara è la scena che colpisce di più, anche quando viene pesantemente censurata, ma Non si sevizia un paperino è un film bellissimo nella sua interezza, per il modo in cui mescola i topoi del giallo alla bellezza (e aridità) di una terra baciata dal sole, per il contrasto tra la peccaminosa bellezza moderna di Barbara Bouchet e quella selvaggia e pericolosa della Bolkan, per i primi piani di facce dolorose e scavate dalla fatica che si affiancano a quelle di bambini che non potranno mai più tornare tali, privati forzatamente della possibilità di crescere in un mondo che fa paura solo agli adulti, non certo a loro. Ancora una volta, quindi, bisogna dire "grazie" al grande ed incompreso Fulci, per aver creato un'opera che non è spazzatura violenta e deprecabile come strillato dai cVitici dell'epoca, bensì un esempio di grande cinema con un cuore e un'anima.


Del regista e co-sceneggiatore Lucio Fulci ho già parlato QUI mentre Florinda Bolkan la trovate QUA.

Barbara Bouchet (vero nome Barbel Goutscherola) interpreta Patrizia. Nata in Repubblica Ceca, la ricordo per film come Casino Royale, La tarantola dal ventre nero, Milano Calibro 9, La moglie in vacanza... l'amante in città e Gangs of New York. Ha 77 anni e un film in uscita.


Tomas Milian interpreta Andrea Martelli. Cubano, lo ricordo per film come Il tormento e l'estasi, Squadra volante, Milano odia: la polizia non può sparare, Roma a mano armata, Squadra antiscippo, Il trucido e lo sbirro, Squadra antifurto, La banda del trucido, Squadra antitruffa, La banda del gobbo, Squadra antimafia, Squadra antigangsters, Delitto al ristorante cinese, Delitto al Blue Gay, JFK - Un caso ancora aperto e Traffic, inoltre ha partecipato a serie quali Miami Vice e La signora in giallo. Anche sceneggiatore, è morto nel 2017 all'età di 84 anni.


Se Non si sevizia un paperino vi fosse piaciuto recuperate Una lucertola con la pelle di donna e Sette note in nero. ENJOY!

martedì 7 luglio 2020

Far East Film Festival 2020: The Closet - Detention

Il Far East Film Festival è finito sabato e, purtroppo, gli ultimi due giorni non sono riuscita a sfruttarli, come previsto. Per la cronaca, il Festival è stato vinto dal cinese Better Days, che ovviamente non ho visto, mentre Exit si è portato a casa il Gelso Bianco per la miglior opera prima e non posso che esserne molto felice. Intanto, rimangono due horror di cui non ho parlato ma visto che, pur essendo assolutamente pregevoli, non mi hanno entusiasmata alla follia, ho deciso di raggrupparli in un unico post. ENJOY!

The Closet di Kwang-Bin Kim

Classica storia di case infestate ed esorcismi, The Closet ha dalla sua una messa in scena molto raffinata e dei begli effetti speciali e di make-up, con alcuni momenti in cui si sfiora il vero terrore (la scena dei bambini-demoni nella stanza, col protagonista assediato che deve uscire stando attento a non aprire gli occhi è notevole, ma la mia preferita è la sequenza iniziale, a dir poco scioccante). Il personaggio del giovane esorcista/sciamano viene introdotto non solo come potenziale deus ex machina quasi risolutore ma anche come comic relief, il che non è male visto il tema non proprio allegrissimo e molto attuale che sta alla base di The Closet, ovvero i bambini indesiderati e vittime di una violenza che può non essere solo fisica ma anche e soprattutto legata a determinati atteggiamenti "rivelatori" dei genitori; a tal proposito, il finale è molto commovente, anche perché le bambine asiatiche hanno un modo tutto loro di piangere e mostrare sofferenza che spezzerebbe il cuore a un sasso, quindi preparate i fazzoletti. 


Detention di John Hsu

Altra ghost story ambientata stavolta a Taiwan, durante gli anni del terrore bianco, e tratta da un videogioco, parla di una scuola da incubo dove due studenti si ritrovano bloccati al confine tra sogno e realtà, vita e morte. Molto interessante dal punto di vista storico e culturale, soprattutto per chi, come me, non aveva idea che a Taiwan la gente venisse condannata a morte a causa (tra le altre cose) di un enorme indice di libri proibiti, dal punto di vista horror il film è abbastanza lento e pieno di momenti morti, imperniato su un mistero che lo spettatore scafato o mediamente intelligente rischia di avere già risolto dopo una ventina di minuti. Non ho amato particolarmente i mostrilli in CGI che popolano le mura della scuola, probabilmente presenti già nel videogame, e onestamente non ricordo sequenze particolarmente degne di nota, ma anche in questo caso il finale è abbastanza commovente, così come tutto quello che si nasconde dietro l'aspetto horror del film, e il messaggio dell'intera pellicola è positivo, quindi è stata comunque una bella visione. Detention, per la cronaca, pur essendo prodotto dalla divisione taiwanese della Warner Bros. è stato bandito in Cina, quindi chissà se verrà mai distribuito dalle nostre parti.




lunedì 6 luglio 2020

Ennio Morricone (1928-2020)


La mia unica gioia, oggi, è di essere corsa a Lucca l'anno scorso per il concerto di questo grandissimo compositore, consapevole del fatto che, vista l'età, ogni lasciata avrebbe rischiato di essere persa.
Grazie, Ennio, di tutto.

domenica 5 luglio 2020

Far East Film Festival: Chasing Dream (2019)

Questo Far East Film Festival si sta rivelando ricchissimo di sorprese: un altro film che ha inaspettatamente messo d'accordo me e il Bolluomo è stato Chasing Dream我的拳王男友 - Chihuo Quan Wang), diretto nel 2019 dal regista Johnnie To.


Trama: Tigre è uno sbalestrato campione della MMA, che si ritrova quasi involontariamente ad aiutare la bella Cuckoo quando quest'ultima, per vendetta nei confronti del suo ex, decide di partecipare al talent-show Perfect Diva.


Conoscevo Johnnie To di fama, come tutti quelli che, amando Tarantino, hanno imparato anche i nomi dei registi a lui più cari. Tuttavia, poiché all'epoca in cui vivevo di pane e Quentin e avevo molto più tempo da dedicare al cinema ero anche priva di mezzi per coltivare la mia passione, non sono mai riuscita a procurarmi e guardare uno dei film di Johnnie To. Così, sono arrivata vergine all'appuntamento con un regista famoso per il genere noir e gli action violenti, che da tre anni non dirigeva più una pellicola, e posso solo dire di essere rimasta più che perplessa: Chasing Dream è infatti un folle ibrido che nulla ha a che fare coi due generi che hanno portato il regista ad essere conosciuto in occidente e l'unica cosa a cui potrei vagamente paragonarlo è a un film di Takashi Miike nel caso in cui quest'ultimo avesse deciso di bombarsi di acidi e di spararsi una maratona di Uomo Tigre e X-Factor. Chasing Dreams racconta infatti la storia di Tigre, voracissimo campione della MMA che lavora anche come riscossore di crediti per il suo boss, e Cuckoo, appunto indebitata fino al collo col boss di Tigre e determinata a vendicarsi del suo ex fidanzato, diventato un vip dopo averle rubato i testi e le melodie delle sue canzoni; quando Cuckoo scopre che l'ex è nella giuria del talent-show Perfect Diva, la ragazza costringe Tigre ad aiutarla a passare i provini, così da sputtanare in cinovisione il fighetto fedifrago. Le vicende dei due personaggi, come nelle migliori storie d'amore, scorrono in parallelo partendo da una situazione di reciproca mal sopportazione, per poi sfociare in una mutua dipendenza che in Chasing Dream viene ancora più esacerbata dalla natura dei sogni dei protagonisti, per i quali è importantissimo avere dei fan che credono ciecamente in loro, perché il T.I.F.O., come diceva la Mariko Konjo di Ranma 1/2, è Amore. E questo è quanto vi basta sapere della trama, tenendo conto che gli sceneggiatori e il regista sono riusciti ad unire (lo so, sono una otaku, non ho altri termini di paragone) due generi di anime in uno stesso film e a creare un perfetto crossover tra Rocky Joe e L'incantevole Creamy, senza una sbavatura che sia una.


Questo perché Johnnie To mescola i registri con una fluidità tale da rasentare una sfacciataggine che, probabilmente, non si vedrebbe nemmeno al trashissimo Euro Vision Song Contest. Premesso che i due personaggi cominciano a prendersi sul serio giusto verso la fine, e che per almeno un'ora abbondante di film sembrano due esilaranti cartoni animati (Jacky Heung ha una faccia da scemo indimenticabile mentre Wenwen Yu, nonostante sia bellissima, si presta a parecchie sequenze di impagabile demenza), Chasing Dreams è connotato da un montaggio serratissimo che consente alla regia di passare serenamente dalle violente sequenze di lotta sui ring della MMA, con lottatori sempre più mostri, al regno patinato ma ugualmente violento dei talent-show, con fanciulle pronte ad esibirsi nei numeri più improbabili (preparatevi a piegarvi in due dalle risate) davanti a giudici elegantissimi e spietati. Se pensavate che calci volanti, sangue e sudore non potessero mescolarsi al musicarello probabilmente non avete mai visto The Happiness of the Katakuris, quindi avrete sicuramente di che meravigliarvi nel momento esatto in cui vedrete i due mondi scontrarsi e fondersi  e Johnnie To profondersi in due splendide sequenze danzate e cantate che vi faranno venire voglia di alzarvi e ballare a ritmo o, perlomeno, battere le mani senza vergogna, perdendovi nelle zarrissime immagini di una Cina filtrata dai colori dei sogni di gloria, dove copiare dev'essere un'arte, non un imbroglio, e dove tutto deve comunque essere fatto col cuore, con rispetto e con coraggio. Onestamente, l'unica cosa che rinfaccio a Chasing Dreams è quella di avere un finale buttato lì, concluso nel più prevedibile dei modi e "sospeso", nel senso che avrei voluto una sorta di catarsi anche per un altro paio di personaggi, non solo per gli adorabili protagonisti, ma a parte questo l'ho trovato veramente splendido ed emozionante. Anche questo film ha ottenuto l'approvazione del Bolluomo, quindi non spaventatevi davanti al mix assurdo di registri e generi e guardatelo senza indugio!

Johnnie To è il regista della pellicola. Nato a Hong Kong, ha diretto film come The Mission, PTU, Election, Mad Detective e Drug War. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 65 anni e un film in uscita.


venerdì 3 luglio 2020

Far East Film Festival: Exit (2019)

Una delle gioie del Far East Film Festival ha esulato completamente dall'horror ed è piaciuta persino al Bolluomo! Sto parlando di Exit (엑시트 - Eksiteu), diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Sang Geun Lee.


Trama: durante i festeggiamenti per i settant'anni della mamma, Yong-Nam e la sua famiglia si ritrovano bloccati all'interno di un edificio, mentre all'esterno un gas velenosissimo minaccia l'intera popolazione...


Dopo i due horror di cui ho parlato sul blog, Impetigore e Soul, ho avuto modo di guardare The Closet, carino ma non entusiasmante, e avevo quindi pensato di fare un post riassuntivo delle ultime visioni, anche perché il Far East Film Festival finirà domani. Tuttavia, Exit mi ha presa tantissimo e vorrei spendere due parole su questa commedia action firmata, a sorpresa, da un esordiente. Exit è uno di quei film che meriterebbero di approdare in sala come si deve e di venire distribuiti anche in Italia e non come fondi di magazzino; certo, la trama a tratti rasenta il surreale (ma vogliamo paragonarlo a Fast & Furious, giusto per fare un titolo? E dai!) ma vi assicuro che non riuscirete a staccare gli occhi dallo schermo davanti alle peripezie del povero Yong-Nam, disoccupato, single impenitente che vive ancora coi genitori, la "vergogna" della famiglia, ritrovatosi a dover festeggiare il compleanno di mammà in mezzo a gente che palesemente lo ritiene un cretino. Non bastasse il disagio familiare, si aggiungono la presenza della bella Eui-Joo, che anni prima lo aveva respinto, e un attentato terroristico a base di gas venefico, che in pochissimo tempo trasforma la città in un inferno e ogni edificio in una potenziale trappola per topi, visto che il gas sale e l'unica via di scampo sono i vertiginosi tetti dei grattacieli. Fortunatamente, in mezzo a tutto il suo carico di sfiga, Yong-Nam ha dalla sua una pregevolissima preparazione come scalatore quasi professionista, fulcro delle sequenze più al cardiopalma di Exit, roba che, spesso, mi costringeva a distogliere lo sguardo dallo schermo visto il mio atavico terrore davanti a scene che prevedono dei personaggi penzolanti nel vuoto (sapete che mi dà fastidio persino Spider-Man, vero?). E ce ne sono parecchie di queste scene, tutte dirette alla perfezione, concitate ed insieme dilatate all'infinito, dove la fisicità dell'attore Jung-Suk Jo si unisce a tecniche digitali e di regia che non sfigurerebbero davanti ai cosiddetti "blockbuster" occidentali: la scalata del primo edificio trasmette una tensione insostenibile e la corsa finale fa letteralmente saltare sulla sedia e in tutto questo Sang Jeun Lee, anche sceneggiatore, riesce persino a dare spessore ai personaggi.


All'aspetto action si affianca, infatti, un cuore di commedia familiare a tratti esilarante. Ogni membro della famiglia di Yong-Nam è tratteggiato con pochi tocchi che lo rendono subito riconoscibile e "tipico" nel suo modo di essere, unito agli altri nel suo far parte di un sistema da cui Yong-Nam, almeno in apparenza, è tagliato fuori a causa delle mille convenzioni sociali che regolano la vita in Corea (tutta la lunga introduzione è splendida, tra nipotini che fingono di non conoscere lo zio "strano" ed esempi di ordinaria e gretta pochezza in cui genitori e parenti vari mostrano di non essere poi così perfetti, vittime dei loro peccati veniali); i dialoghi, di una spietatezza estrema, strappano spesso delle grasse risate e lo stesso vale per i flashback in cui il protagonista rimembra la triste storia con Eui-Joo, altro personaggio interessante, dalla dura scorza di professionalità che tenta disperatamente di nascondere un animo umanissimo e fragile. A tal proposito, si ride molto in Exit ma c'è anche spazio per magoni sconfinati e ci sono sequenze in cui la commedia si mescola inestricabilmente ad un senso di tragedia e tristezza imminente, in un equilibrio miracoloso che mi è capitato poche volte di vedere in questo genere di film. A questo, dovete aggiungere una bella colonna sonora (non conosco il titolo della canzone che accompagna i titoli di coda ma è perfetta, sembra la sigla di un anime), un ottimo comparto tecnico in grado di scodellare le immagini e sequenze più impensabili, arrivando persino, a un certo punto, a farmi pensare a un film di fantascienza, e un cast di attori uno più bravo dell'altro. Della serie, credevo fosse una supercazzola, scelta giusto per non ammorbare il Bolluomo, invece mi sono ritrovata a guardare il film più entusiasmante del festival: certo, mi mancano ancora una trentina di titoli che non riuscirò mai a recuperare, ma per il tempo che ho avuto posso dire di essere rimasta decisamente soddisfatta! Incrociamo le dita per una futura distribuzione italiana.

Sang Geun Lee è il regista e sceneggiatore della pellicola, sudcoreano, al suo primo lungometraggio.


In-hwan Park, che interpreta papà Jang-Soo era il prete di Thirst. ENJOY!

mercoledì 1 luglio 2020

Far East Film Festival: Soul (2019)

Il secondo film visto nel corso dell'edizione on line del Far East Film Festival è stato Soul (Roh), diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Emir Ezwan.


Trama: una madre e i suoi due figli vivono isolati nella giungla malese. Un giorno, ricevono la visita di una strana bambina...


Dopo i classici fantasmi di Joko Anwar, la visione di Soul è stata una sfida affascinante ed impegnativa, introdotta da un paio di versetti del Corano ove si parla dell'odio di Satana nei confronti di chi è stato "creato con la creta", quell'essere umano così fragile, credulone ed imperfetto. Anche in questo caso il film è ambientato ai margini di una foresta lussureggiante, dove vivono una madre e i suoi due figli, un maschio e una femmina, nell'attesa che torni il padre scomparso da tempo. Non ci viene spiegato perché questo piccolo nucleo familiare sia così isolato, considerato che oltre il fiume esiste un villaggio, ma probabilmente tutto risiede nella condizione di possibile vedovanza della madre, che sarebbe costretta a prostrarsi per ottenere aiuto, affidarsi alle cure (e non solo) degli uomini e confermare la propria inferiorità, mentre in questo modo riesce a condurre una vita assai frugale ma più o meno serena. Questo equilibrio già difficile da mantenere viene tuttavia sconvolto quando alla porta della catapecchia in cui risiedono si palesano tre sconosciuti: una bambina muta, ricoperta di terra e sangue, un'anziana donna esperta di misteriose arti magiche e un uomo armato di lancia. Questi tre elementi di disturbo scateneranno una serie di tragici eventi, all'interno dei quali si mescolano leggende del folklore locale, superstizione, religione e la naturale propensione dell'essere umano a non andare oltre le apparenze, affidandosi ad un istinto fatto di preconcetti e paure che diventano terreno fertile per tutto ciò che al mondo vi è di malvagio, non solo gli spiriti. "Gli spiriti non possono farti direttamente del male ma sfruttano gli esseri umani, quindi non fidarti ciecamente di nessuno". Un saggio consiglio che viene impartito nel corso del film e che cade, ovviamente, inascoltato, soffocato da sentimenti squisitamente umani.


Nel corso della visione di Soul mi è venuto spesso in mente The VVitch per il senso di isolamento palpabile e l'inquietudine progressiva che si viene a creare, data non solo dai vari personaggi ma anche e soprattutto da una foresta lussureggiante fotografata in maniera vivida e splendida, all'interno della quale gli alberi sembrano osservare di nascosto i patetici esseri umani di passaggio e racchiudere oscuri segreti pronti a distruggerli. Anche in questo caso, l'elemento sovrannaturale viene centellinato per buona parte della durata del film, poiché la sceneggiatura punta molto su una situazione di disagio familiare già esistente (la madre viene dipinta come una donna rude e poco incline a mostrare affetto verso i figli, il ragazzino anela al possibile ritorno del padre, la ragazzina più grande è dolorosamente consapevole dei molti segreti celati dalla madre e cova il risentimento comportandosi nella stessa maniera rude della donna), ma quando si tratta di cominciare a "fare sul serio" Emir Ezwan non si tira indietro. Immagini sempre più terrificanti spazzano via con un soffio il precario equilibrio dei protagonisti, soprattutto quando il sole cala e i personaggi si trovano immersi in incubi ad occhi aperti, quando una banale febbre potrebbe celare una possessione demoniaca e il confine tra reale e immaginario diventa sempre più labile, fino a deflagrare in un finale rivelatorio ma comunque complesso e allegorico, che meriterebbe a Soul ben più di una visione. Onestamente, se anche non riuscissi a guardare altri film mi verrebbe da dire che quello di Emir Ezwan varrebbe da solo il prezzo dell'abbonamento al Festival, quindi ve lo consiglio spassionatamente.

Emir Ezwan è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Malaysiano, anche tecnico degli effetti speciali, è al suo primo lungometraggio.


Se Soul vi fosse piaciuto recuperate The VVitch. ENJOY!

martedì 30 giugno 2020

Far East Film Festival: Impetigore (2019)

Come ho scritto su Facebook (piacciate la pagina, per favore) mi sono imbarcata nell'impresa di abbonarmi all'edizione on line del Far East Film Festival. Perché impresa, direte voi? Beh, perché non ho praticamente tempo per vedere film, tra lavoro e menate di palle casalinghe, quindi se riuscirò a guardarne due in una settimana sarà già molto. Per la cronaca, ho cominciato con gli horror, mio genere preferito, e il primo è stato Impetigore (Perempuan Tanah Jahanam), diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Joko Anwar.


Trama: dopo essere sopravvissuta all'attacco di un uomo, la giovane Maya scopre che nel suo passato si celano dei segreti e decide di andare nel villaggio sperduto dove hanno abitato i suoi genitori per indagare...


Domenica ho miracolosamente guardato due horror di fila. Uno era Soul, di cui parlerò prossimamente, l'altro era questo Impetigore, molto apprezzato a una prima visione ma uscito sconfitto dal confronto impari col suo collega, assai più raffinato. Detto ciò, anche Impetigore è molto interessante, benché d'impianto più "classico"; la sceneggiatura, infatti, è interamente imperniata sul passato, orribile e segreto, di una ragazza in apparenza normale che, a un certo punto, si ritrova vittima delle mire omicide di un uomo in una sequenza di apertura tra le più concitate viste di recente. Dopo l'attacco, Maya scopre che qualcosa non va, non solo in un presente in cui lei e la migliore amica si arrabattano per sopravvivere, ma anche nel passato, al quale Maya si avvicina non solo per curiosità ma anche attirata dalla possibilità di avere in eredità un'enorme villa in stile occidentale, possibile panacea di tutti i suoi problemi economici. L'azione si sposta dunque dalle caotiche città della Malesia a uno sparuto villaggio fatto di sentieri battuti nelle foreste e piccole casette che paiono stare in piedi con lo sputo, un villaggio che farebbe invidia alla sfigatissima cittadina di Dead Silence, dove una misteriosa maledizione ha messo in ginocchio gli abitanti e un abile burattinaio spadroneggia indisturbato assieme alla madre. Ovviamente, Maya e l'amica si ritroveranno invischiate in un'inquietante atmosfera fatta di diffidenza, odio e superstizione, là dove gli spiriti irrequieti dei morti popolano case e foreste, cicciando fuori quando uno meno se lo aspetta; se non altro, Anwar è onesto e gioca più di suggestioni che di jump scare, senza lesinare sequenze più gore e altre immagini di rara crudeltà, soprattutto nel momento in cui la trama comincia a svelare la natura della maledizione calata sul villaggio.


Nonostante il film venga dalla lontana Malesia, ad accomunare Impetigore agli horror occidentali c'è l'idea del villaggio isolato dal quale è impossibile uscire, con gli abitanti tanto gentili e tanto onesti in apparenza ma pronti a tirare fuori coltellacci affilati; la sequenza finale, che vede la protagonista correre strillante nei boschi per poi saltare su una provvidenziale camionetta, richiama alla mente quella di Non aprite quella porta mentre altre scene si portano sulle spalle lontani echi di Hostel e simili, benché le attrici siano molto meno cagne (anzi, in un paio di occasioni mi hanno messo il magone, anche perché Anwar si impegna a renderci subito simpatiche sia Maya che Dini, caratterizzandole con tratti molto umani). Accanto a questi elementi più "universali" ve ne sono però altri più particolari, che rendono Impetigore molto affascinante. Al di là della raffinatezza efferata degli spettacoli dei burattini (in realtà silhouette di carta che proiettano ombre su uno schermo) c'è anche da considerare l'aspetto sociale rappresentato, che non fa molto onore alla Malesia. Le due ragazze vengono a trovarsi in un contesto di isolamento e arretratezza, in un villaggio in cui il valore della donna è essenzialmente legato alla sua capacità o meno di procreare e dove si fa presto ad abbandonare i deboli e gli svantaggiati, ma la situazione in città non è migliore, basti vedere quante volte si faccia riferimento alla violenza sessuale nel film, a come sia Maya che, soprattutto, Dini, siano consapevoli di essere un anello debole e poco tutelato (sentire una terrorizzata Dini dire "non sono vergine quindi non mi opporrò, ma non fatemi male" mi ha agghiacciata), costantemente prese di mira da uomini che le vedono essenzialmente come oggetto sessuale. Onestamente, nonostante l'indiscutibile potenza di una vecchia malvagia, questa concezione di donna mi ha fatto più orrore dell'intero film, che comunque consiglio in quanto validissimo esponente del genere, se vi piacciono le intricate storie di fantasmi condite da un po' di gore.


Del regista Joko Anwar ho già parlato QUI.

Tara Basro (Maya) e Marissa Anita (Dini) sono anche nel cast del secondo film di Joko Anwar presente al festival, il supereroico Gundala, che chissà se riuscirò a guardare. Detto ciò, se Impetigore vi fosse piaciuto consiglio la visione di Satan's Slaves, altro horror dello stesso regista. ENJOY! 




domenica 28 giugno 2020

Pitch Black (2000)

Qualche sera fa passavano in TV Pitch Black, diretto nel 2000 dal regista David Twohy, e siccome ne ho sentito sempre parlare benissimo ho deciso di dargli un'occhiata.


Trama: dopo un incidente, gli occupanti di un'astronave si ritrovano dispersi su un pianeta sconosciuto, con due enormi problemi da affrontare. Uno, tenere a bada il pluriomicida Riddick, imprigionato proprio all'interno dell'astronave, e due, sopravvivere a fameliche ed implacabili creature.



Guardando Pitch Black mi è tornato tutto alla mente, nemmeno fosse una madeleine proustiana. Correva l'anno 2000 e una Bolla diciannovenne era letteralmente DISGUSTATA da ciò che leggeva su Ciak e affini: Vin Diesel celebrato come il nuovo Bruce Willis, anche se st'informe zamarro pelato non aveva un briciolo del fascino dell'adorato Bruno. Così come, a pelle, avevo provato subitaneo disgusto per Take That, Leonardo di Caprio (poi rivalutato), Titanic et similia, così come ancora oggi quando sento nominare Adam Sandler mi viene la pellagra, così all'epoca avevo bollato ogni film che avesse per protagonista Vin Diesel come indegno di essere guardato in quanto Puttanata Galattica. Ecco perché sono passati vent'anni prima che io decidessi di guardare Pitch Black, e solo perché ne ho sentito parlare benissimo da gente di cui mi fido. Quindi, direte voi, questa è l'illuminazione bollesca sulla via di Damasco che porta alla rivalutazione di Vin Diesel? Ehm, no. Mi dispiace ma ho trovato Pitch Black di una noia mortale e visivamente brutto come il peccato, con l'unico pregio di una protagonista donna che sarebbe stata benissimo a fianco di Ripley e che invece è finita ad avere le caldane davanti al Gigioni (cit. Leo Ortolani), granitico concentrato di smorfie da piacione dispensante sguardi minacciosi a la qualsiasi, costretto ad affrontare bestie più pericolose di lui. Sì, Pitch Black è un sci-fi horror e solo per questo avrei dovuto apprezzarlo molto, avrei dovuto adorare una trama che infila dei desperados su un pianeta decisamente inospitale (o tre soli o buio pesto, per l'appunto, o un caldo porco e zero acqua oppure un freddo culo e bestie che cercano di affondare i denti nel suddetto) e poi li costringe a fuggire da alieni famelici avvantaggiati dalla loro possibilità di vedere al buio mentre le povere vittime brancolano impossibilitate a vedere... tutte, ovviamente, tranne il Gigioni, dotato di occhi bionici che lo rendono ancora più cool, come se non bastassero gli occhialetti che gli hanno piazzato in faccia. Purtroppo, il potenziale di un film cupissimo, dalle atmosfere inquietanti e l'angoscia che avrebbe dovuto tagliarsi col coltello, si è infranto, almeno per me, contro il fatto che i personaggi sono tutti talmente antipatici che di loro non me sarebbe potuto fregare di meno.


In più, come ho scritto sopra, ho trovato la regia, il montaggio e la fotografia francamente orribili. Tanto quanto, l'incidente dell'astronave lasciava ben sperare e se l'intero film si fosse ambientato "indoor", per così dire, forse ne avrebbe giovato visto che le scenografie interne sono molto belle. Il problema comincia quando una luce azzurrastra di ben tre soli viene smarmellata su tutte le immagini, roba da causare più mal di testa della psichedelia di Mandy, per non parlare della "riddickvisione"/"mostrovisione", altra schifezzuola da videogame che mi ha fatto venire voglia di cavarmi gli occhi con le lame tanto amate dal Gigioni. Il quale, passando al montaggio, a un certo punto comincia a cicciare fuori nemmeno i realizzatori stessero giocando a "whack-a-Gigioni", senza soluzione di continuità, comparendo sullo sfondo mentre i personaggi si stanno facendo i fatti loro; basta che uno dica "Riddick" ed ecco che il suddetto fa capolino con la pelata scintillante e poi scompare, mentre i suoi compari di sventura passano con disinvoltura da un ambiente all'altro palesando una velocità di spostamento superiore a quella di Bolt. Ciò, ovviamente, succede quando ci sono ancora abbastanza personaggi, la cosa fortunatamente si appiana quando cominciano a cadere come mosche, fatti fuori in modi nemmeno tanto inventivi, salvo per una tizia fatta fuori da un branco di pipistrelletti volanti. Ma più di tutto, mi dispiace, non ho tollerato Vin Diesel. Riddick è un essere odioso, che se la crede tantissimo, un bonobo mononeuronico che non fa altro che grugnire minacce e dar consigli non richiesti a chiunque. Il momento più alto del film è quando la povera capitana della nave tenta di scassarlo di mazzate, cosa che avrei voluto fare io fin dalla prima inquadratura del film, il secondo è quando ci sono i titoli di coda, che fortunatamente liberano lo spettatore dalla presenza inopportuna di un tizio che nella sceneggiatura originale sarebbe dovuto morire... e invece no, sono usciti ben DUE seguiti. Che, per inciso, non guarderò mai nella vita.


Del regista David Twohy ho già parlato QUI. Vin Diesel (Richard B. Riddick), Radha Mitchell (Carolyn Fry) e Keith David (Abu "Imam" al-Walid) li trovate invece ai rispettivi link.


Poiché lo script originale è stato cambiato e così il destino di Riddick, Pitch Black ha generato tre seguiti: Dark Fury (un cartone animato), Le cronache di Riddick, Riddick: Blindsided (altro corto animato) e Riddick. Esiste anche un prequel, Into Pitch Black, film TV ambientato dopo gli eventi narrati in Pitch Black ma uscito prima, a mo' di materiale pubblicitario. L'anno scorso Vin Diesel aveva parlato dell'uscita di un quarto film, Furya, di cui però non si hanno più notizie, così come della serie Merc City, annunciata già nel 2015 e persasi nell'etere. Poco danno, se posso permettermi. ENJOY!

venerdì 26 giugno 2020

Un giorno di ordinaria follia (1993)

Il 22 giugno è venuto a mancare il regista Joel Schumacher. Potendo scegliere, avrei riguardato 8mm - Delitto a luci rosse ma ovviamente non è presente né su Netflix né su Prime, quindi ho ripiegato su Un giorno di ordinaria follia (Falling Down), da lui diretto nel 1993.


Trama: un impiegato attraversa a piedi tutta la città per raggiungere la figlia nel giorno del suo compleanno. Nel cammino, si impegnerà a raddrizzare tutto ciò che secondo lui non va nella società...


Non avrei potuto scegliere un film "migliore" di questo, visto il periodo in cui, a partire dalla giustissima protesta Black Lives Matter, si è arrivati a pensare che, per non offendere nessuno, quasi quasi sarebbe meglio mettere un disclaimer anche su Indiana Jones e il tempio maledetto, reo di rappresentare i popoli indiani con una connotazione negativa. Che dire dunque di quanti disclaimer bisognerebbe mettere davanti a Un giorno di ordinaria follia? Qui, nell'ordine, Michael Douglas brutalizza un commerciante coreano dipinto come un ladro profittatore (il film è stato in effetti bandito in Corea del Sud), si scontra contro alcuni ragazzi di origine sudamericana rappresentati come criminali e perdigiorno (loro e tutte le loro famiglie) e si incazza all'idea che la tanto amata gelateria sia diventata un negozietto dove gli indiani vendono carabattole; come corollario, ci sono insulti contro donne, omosessuali, italiani e se volessimo cominciare a parlare di Prendergast e della moglie, dipinta come una stronza matta mentre la collega Sandra è comprensiva e mascolinizzata, ci sarebbe da aprire un libro. Considerato che Un giorno di ordinaria follia è stato girato proprio durante le rivolte di Los Angeles, nate dopo l'arresto e il violento pestaggio di Rodney King, davvero non avrei potuto guardare film più in linea col periodo o, ancora dopo oltre 20 anni, più controverso. Al netto di tutti i difetti di una trama "facilona" c'è infatti un sotteso senso di vergogna nell'assistere alle peregrinazioni di Bill "D-Fens"Foster e fare di nascosto il tifo per lui, americano medio costretto a crollare come il London Bridge della canzone sotto il peso delle pretese eccessive di un'intera nazione e di una società squallida, degradata, zeppa di piccole cose che non vanno; quante volte, in effetti, magari dopo una pesante giornata lavorativa, avremmo voluto tirare una testata sul grugno di impiegati privi di flessibilità, gente incazzosa che consuma il clacson in coda, persone che si rivelano ostili senza nessun motivo palese, razzisti e omofobi della peggior specie? Certo, Bill è matto e la sceneggiatura non smette di sottolinearlo nemmeno per un istante, mettendo in mezzo una moglie e una figlia terrorizzate, oltre a una madre non troppo nel chilo, ma a tratti è un matto quasi razionale e in alcuni momenti è difficile volergli male.


Il messaggio del film, almeno per come l'ho inteso io, è quello di tentare, per quanto possibile, di mantenere un equilibrio tra sconsiderata follia e l'atteggiamento passivo di chi si fa mettere i piedi in testa da chiunque, pena cadere nel baratro della pazzia di cui sopra o fare comunque una vita del cavolo, un po' come accade all'altro lato della medaglia Prendergast, uomo anche troppo buono e mite, benché fermo e testardo nei suoi propositi; considerato un codardo e un cretino da colleghi e superiori, in realtà è proprio Prendergast che, con calma e metodo, unisce i puntini dei vari episodi di violenza che vedono D-Fens protagonista e anche a riprendere le redini della sua vita segnata dal dolore. Detto ciò, è sicuramente facile farsi sviare dal carisma di un Michael Douglas iconico e quasi irriconoscibile e bollare Un giorno di ordinaria follia come film un po' fascista, un po' reazionario e un po' trumpiano, tuttavia secondo me basta solo superare le azioni scioccanti del protagonista e aprire bene orecchie ed occhi per scoprire che sotto tutta la superficie rude di un film molto anni '90 c'è un mondo per cui provare pietà, filtrato dall'occhio distorto di chi non ha più nulla da perdere ed è diventato l'ennesimo elemento inutile di una società popolata da persone egoiste e sbrigative, prive di qualsiasi briciolo di umana empatia. Che poi, definire Un giorno di ordinaria follia "rude" non rende giustizia alle interessanti scelte di regia di Schumacher, a partire dalla splendida sequenza introduttiva, presa di pari peso da Fellini, per continuare col parallelo visivo tra il protagonista e l'"uomo economicamente inaffidabile", passando per quel mix di vivace, multietnica arte di strada e squallore canicolare in cui si muove D-Fens, che quasi quasi rischia di fare incarognire lo stesso spettatore. E ci sono altre chicche da cogliere, ovviamente. Basta, come ho scritto, aguzzare un po' la vista e riscoprire così un autore e un film magari ingiustamente caduti nel dimenticatoio.


Del regista Joel Schumacher ho già parlato QUI. Michael Douglas (D-Fens), Robert Duvall (Prendergast), Barbara Hershey (Beth), Rachel Ticotin (Sandra), Tuesday Weld (Mrs. Prendergast) e Vondie Curtis-Hall (Uomo economicamente inaffidabile) li trovate invece ai rispettivi link.


Sheila, la cassiera del Whammy Burger, è interpretata da DeeDee Pfeiffer, sorella di Michelle. Sempre rimanendo in tema Whammy Burger, se vi chiedete dove avete già visto il manager, più o meno negli stessi panni, la risposta è "in un episodio della sesta stagione di Buffy l'ammazzavampiri". Jack Nicholson, Ed Harris, Robert De Niro, Alec Baldwin, Jeff Bridges, Nick Nolte, Mel Gibson, Michael Keaton, Robin Williams, Harrison Ford, Dustin Hoffman e Al Pacino erano tutti papabili interpreti per il ruolo di Bill "D-Fens" Foster mentre Gene Hackman, Walter Matthau, Sidney Poitier, Paul Newman e Jack Lemmon lo erano per quello di Prendergast; alla regia avrebbe potuto esserci invece Dennis Hopper. Se Un giorno di ordinaria follia vi fosse piaciuto recuperate Taxi Driver. ENJOY!

mercoledì 24 giugno 2020

The Vast of Night (2019)

Incuriosita da varie recensioni, qualche giorno fa ho recuperato su Prime Video il film The Vast of Night, opera prima del regista Andrew Patterson, qui anche co-sceneggiatore.


Trama: in una cittadina del New Mexico, durante una partita di basket, un conduttore radiofonico e una centralinista si ritrovano ad avere a che fare con inquietanti fenomeni...


The Vast of Night è un film molto particolare, che non vi consiglio di guardare quando siete molto stanchi. Non che sia particolarmente complesso, ma è assai verboso, perché i realizzatori hanno dovuto sopperire al budget risicatissimo e ogni cosa non mostrata viene evocata nella mente dello spettatore da dialoghi e racconti, spesso al telefono. E voi direte "che noia, un film di fantascienza dove non si vede nulla e dove parlano e basta! Che senso ha?" Ha senso, invece, e non come mera operazione nostalgia. L'atmosfera di The Vast of Night è proprio quella dei drammi radiofonici, prima ancora che dei telefilm anni '50 richiamati fin dalla prima inquadratura della pellicola, un'atmosfera che rievoca tempi innocenti in cui la gente credeva davvero a ciò che veniva detto in radio e non aveva altro modo, per verificare le informazioni ottenute da altri, che credere, ciecamente; in una società razzista, terrorizzata dal comunismo, dove l'evento principale è la finale del campionato di basket scolastico, dove il governo è visto sia come un'entità salvifica che come il crogiolo dei peggiori misteri, dove le prime tecnologie cominciano a fare capolino, è normale che anche delle strane interferenze telefoniche mettano la pulce nell'orecchio, soprattutto quando a captarle sono giovani curiosi. Ma l'avventura in cui si imbarcheranno Fay, centralinista al turno di notte, ed Everett, conduttore di un programma radiofonico, non è un'allegra impresa à la Goonies, quanto piuttosto una graduale presa di coscienza, attraverso testimonianze agghiaccianti di persone costrette al silenzio, di qualcosa di orribile che rischia di mettere in pericolo tutti gli abitanti del paese.


"La vastità della notte" diventa così qualcosa di insondabile, di impossibile da comprimere in uno schermo, ma nonostante questo il film non manca di inventiva, affatto. Anzi, per essere un esordiente Andrew Patterson ha idee molto chiare sul modo in cui tenere desta l'attenzione dello spettatore e superare i limiti di budget, tra piani sequenza geniali e un montaggio intelligente. Tra le sequenze indimenticabili c'è un lungo piano sequenza, per l'appunto, ripreso ad altezza "cane" (e il cane in effetti a un bel momento compare), che segue i personaggi in un lunghissimo giro tra i luoghi toccati dai passi dei protagonisti, apparentemente "seguiti" da qualcosa di sconosciuto nei posti più familiari, che arriviamo a conoscere e forse ad amare con loro; la seconda sequenza che mi ha molto colpita, invece, è quella che vede la brava Sierra McCormick sola al centralino, in un crescendo di suspance offerta semplicemente dai suoi gesti, dai suoni che udiamo, dalle espressioni dell'attrice, per non parlare della conversazione telefonica con Billy, molto più inquietante di qualunque visione "intera" di ciò che si nasconde nelle notti apparentemente tranquille dell'America degli anni '50. The Vast of Night è dunque un film piccolo ma con parecchi assi nella manica e brava Amazon che se l'è accaparrato, facendo così conoscere Andrew Patterson a un pubblico più ampio. Magari la prossima volta gli daranno il budget che merita?



Di Sierra McCormick, che interpreta Fay Crocker, ho già parlato QUI.

Andrew Patterson è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo film d'esordio. Americano, anche produttore, ha 38 anni.


martedì 23 giugno 2020

Nightmare 2 - La rivincita (1985)

Dopo aver guardato Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street ho deciso di rivedere Nightmare 2 - La rivincita (A Nightmare on Elm Street Part 2: Freddy's Revenge ), diretto dal regista Jack Sholder nel 1985.


Trama: dopo essersi trasferito con la famiglia nella casa un tempo appartenuta a Nancy Thompson, il giovane Jesse comincia ad essere perseguitato dal demoniaco Fred Krueger, che cerca un modo per tornare a uccidere.


E' inevitabile. Dopo Scream, Queen! la visione di Nightmare 2 - La rivincita ha tutto un altro sapore e molte delle cose che non mi erano saltate all'occhio da ragazzina adesso sono arrivate a mordermi le chiappe. Ha un bel dire il viscido David Chaskin, sceneggiatore di questo mezzo obbrobrio, quando dichiara di non avere idea del perché la gente veda un sottotesto omosessuale all'interno di quasi ogni sequenza della pellicola. Al di là della scelta di Mark Patton, sul quale poi tornerò poverino, quella di Nightmare 2 è palesemente la storia di un ragazzo insicuro sulla sua identità sessuale, circondato da "tentazioni", che tenta di non cedere al "lato oscuro" incarnato da un Fred Krueger più leppegoso ed ambiguo del solito, mentre la fedele, possibile fidanzatina Lisa si ingegna a riportarlo sulla retta via con la forza dell'amore. Più chiaro di così, scusate, si muore. L'ordalia di Jesse, ragazzo appena trasferitosi nell'iconica casa di Elm Street, passa attraverso un segreto da estirpare, qualcosa che non può raccontare a nessuno per timore di non essere capito, mentre il corpo smette di obbedirgli, mosso da qualcosa di alieno e incomprensibile che lo porta a fare cose che i "normali" ragazzi americani non farebbero: i genitori si chiedono se non sia drogato, i poliziotti consigliano di "tenere il guinzaglio corto" dopo averlo beccato nudo in giro per strada (dopo un giro in un locale sadomaso e un'esemplare punizione a tema inflitta al professore, vestito in modo da far invidia ai clienti del Blue Oyster di Scuola di polizia), la potenziale fidanzata si dispera perché lei vorrebbe solo limonare ma 'sto ragazzo è preda della disperazione e continua a nicchiare, finché nel momento esatto in cui si combinerebbe qualcosa non arriva Fred Krueger a metterci lo zampino, o il linguone, fate voi. Non stupisce che Jesse sia diventato una scream queen in cui i ragazzi omosessuali americani potessero riconoscersi, ma è anche vero che Jesse, a differenza delle scream queen, lotta davvero pochissimo per sopravvivere e non mi pare un gran modello positivo, anzi. Laddove Nancy, con rabbia, cercava di fare un mazzo così a Freddie Krueger, Jesse si abbandona alla disperazione e riversa la pur giusta frustrazione su amici e genitori idioti ma, di base, non si ingegna per liberarsi della "maledizione" che l'ha colpito.


Detto ciò, chi accusa Mark Patton di aver reso Nightmare 2 un film brutto perché "troppo gay" lo fa in malafede e sapendo di mentire. Anzi, Mark Patton, assieme a un Robert Englund sempre signorile, è la cosa migliore della pellicola, perché è bello, bravo e si impegna a conferire spessore a un personaggio scritto sul retro di un tovagliolino di carta, a differenza della già citata Lisa, per esempio (c'è da dire che Kim Myers era al suo primo film ma, santo cielo, quando piange lamentosa vien voglia di prenderla a ceffoni fortissimi). Ma poi è proprio stupido il film in sé. Salvo un paio di effetti speciali interessanti, aventi per protagonista Fred Krueger e gli stravolgimenti fisici di Jesse (la scena in cui Fred esce letteralmente dal corpo di Jesse mette i brividi oggi come allora), ci sono cose di un trash fuori scala, come pappagallini esplosivi (!) e cagnolini con la testa di bimbo piangente (?) e soprattutto c'è l'imbarazzante scena della festa in giardino. Ora, quella scena in questione è proprio l'anticlimax, con Robert Englund che palesemente a un certo punto non sa più che fare e si ferma a fissare i convenuti ciondolando, mentre i baldi giovanotti e ragazzette che dovrebbero fuggire davanti alla sua sola vista (stiamo pur sempre parlando di un uomo completamente sfigurato dalle fiamme e con un guanto artigliato, che è uscito da una villa spaccando una vetrata dopo aver minacciato la padrona di casa e averla quasi ammazzata, eh) stanno lì a rimirarselo nemmeno fossero degli umarell davanti a un cantiere. Al confronto di queste idiozie, con una mitologia kruegeriana palesemente stravolta e il povero Fred trasformato in un demone lubrico privato dell'inventiva con cui violenta i sogni delle sue vittime facendoli diventare incubi, il tanto vituperato urlo di Mark Patton, il suo balletto anni '80 e Marshall Bell a culo nudo frustato dalle corde sono degli altissimi pezzi di scuola horror.


Del regista Jack Sholder ho già parlato QUI. Robert Englund (Freddy Krueger) e Marshall Bell (Allenatore Schneider) li trovate invece ai rispettivi link.

Mark Patton interpreta Jesse Walsh. Americano ha partecipato a film come Jimmy Dean, Jimmy Dean e Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street. Anche produttore, ha 61 anni e due film in uscita.


Robert Rusler interpreta Ron Grady. Americano, ha partecipato a film come La donna esplosiva, A volte ritornano, FBI - Protezione testimoni 2, Tales of Halloween e serie quali La signora in giallo, 24, Medium e Bones. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 55 anni e un film in uscita.


Clu Gulager (vero nome William Martin Gulager) interpreta Mr. Walsh. Americano, ha partecipato a film come Il ritorno dei morti viventi, L'alieno, Piranha 3DD, C'era una volta a... Hollywood e a serie quali Chips, Supercar, Magnum P.I., La signora in giallo e Walker Texas Ranger; come doppiatore ha lavorato nella serie Beavis and Butt-Head. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 92 anni.


Michael J. Fox era stato considerato per il ruolo di Jesse ma fortunatamente l'attore era già impegnato con le riprese di Ritorno al futuro e Voglia di vincere ed è andata bene anche a Brad Pitt e Christian Slater, entrambi scartati nel corso delle audizioni. Nightmare 2 - La rivincita segue Nightmare - Dal profondo della notte ma devia quasi completamente dalle "regole" oniriche create da Wes Craven, che torneranno fortunatamente in Nightmare 3 - I guerrieri del sogno, Nightmare 4 - Il non risveglio, Nightmare 5 - Il mito, Nightmare 6 - La fine e Nightmare - Nuovo incubo, che vi consiglierei di recuperare, se siete interessati alla saga, assieme a Freddy vs Jason, giusto per completezza. E, ovviamente, non perdetevi Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street. ENJOY!

domenica 21 giugno 2020

Shirley (2020)

Sempre grazie alla puntualissima Lucia ho recuperato in questi giorni Shirley, diretto dalla regista Josephine Decker e tratto dal libro omonimo di Susan Scarf Merrell.


Trama: una giovane coppia di neosposi viene invitata da Stanley Hyman, marito della scrittrice Shirley Jackson, a passare il semestre universitario a casa loro. Mentre Fred, il marito, lavora come assistente per Stanley, Rose, la moglie, viene invitata ad occuparsi della Jackson, impegnata a scrivere un romanzo...


E partiamo subito d'ignoranza crassa, altrimenti non siamo contenti. Pur avendo guardato praticamente tutte le versioni cinematografiche di Incubo a Hill House (per non parlare della splendida serie Netflix), di Shirley Jackson non so praticamente nulla e l'unica altra sua opera che ho letto è stata La lotteria. Un po' poco per capire a fondo Shirley, film che unisce aspetti biografici della vita della scrittrice ad elementi di finzione e immagina una sorta di "what if" all'interno del quale due giovani sposi si ritrovano a dover vivere fianco a fianco con Shirley Jackson e il marito Stanley Hyman, subendone l'influenza non sempre positiva. Il film mostra una scrittrice in lotta con problemi di salute e soprattutto preda di attacchi d'ansia fortissimi, che le impongono di fare una vita da reclusa, sotto l'occhio attento e "padronale" del marito, un professore universitario con velleità di critico, un parassita nell'accezione peggiore del termine, il quale mira a mantenere in salute la moglie quanto basta per consentirle di scrivere libri, mantenere la fama di eccentrica, ergersi a unico possessore di un tesoro tanto strano quanto prezioso. Rose e Fred, lei incinta e lui pronto a spiccare il volo come futuro professore universitario, si ritrovano invischiati nelle complesse dinamiche che governano la famosa coppia e se lui, tra un rospo inghiottito e l'altro, respira comunque l'aria stimolante e libera dell'ambiente accademico, lei si ritrova a dover far da serva e mogliettina compiacente, alla faccia di tutte le aspirazioni che avrebbe potuto avere. La sofferenza di Rose, la sensazione di soffocamento, risuonano con quelle dell'autrice che arriva a fomentarle, vedendo nella ragazza lo spettro della protagonista inafferrabile del suo ultimo romanzo, un "gioco" mentale che arriva a legare le due in una relazione assai complicata e a cambiarle, a poco a poco.


La regia di Josephine Decker riporta alla perfezione sullo schermo il moto ondivago e un poco onirico di questo rapporto complicato di amore ed odio, vomitando all'interno delle sequenze il mondo mentale di Shirley Jackson, tra immagini offuscate da ansia e alcool e vivide visioni di romanzi in fieri, di personaggi che si muovono fuori dalle asfissianti quattro mura in cui la scrittrice vive relegata; guardando Shirley è molto difficile mettere a fuoco i mille elementi che compongono la scena, si ha una sensazione di movimento costante e di ansia mista a sofferenza, come se il punto di vista della protagonista fosse quello di un animale in trappola (e spesso, in effetti, Hyman compare dal nulla, non visto, prendendo la gente alle spalle, come una presenza costante e infingarda). A una regia molto particolare e una colonna sonora che fa il paio si accompagna la bravura di una Elisabeth Moss alla sua seconda sorpresa quest'anno. Dopo il sublime lavoro fatto in L'uomo invisibile, l'attrice si annulla all'interno di un personaggio scomodo e difficile come quello della Jackson, dotato di moltissimi lati oscuri chiusi all'interno di un involucro sofferente e "brutto", ed eclissa tutti gli altri pur bravi interpreti, a cominciare da Michael Stulhlbarg che adoro per il modo che ha, ogni volta, di camuffarsi fino a rendersi irriconoscibile, per arrivare all'interessante Odessa Young, giovanissima ma già gratificata da ruoli interessanti interpretati magistralmente. In sostanza, Shirley è un bellissimo film; non posso mettermi nei panni di chi adora alla follia la scrittrice americana quindi non so se le rende l'onore che merita ma di sicuro a me ha fatto venire una voglia matta di leggermi tutte le sue opere, a cominciare da quelle citate nel film.


Elisabeth Moss (Shirley Jackson), Michael Stuhlbarg (Stanley Hyman) e Logan Lerman (Fred Nemser) li trovate ai rispettivi link.

Josephine Decker è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Butter on the Latch, Thou Wast Mild and Lonely e Madeline's Madeline. Anche attrice, sceneggiatrice e produttrice, ha 39 anni.


Odessa Young interpreta Rose Nemser/Paula. Australiana, ha partecipato a film come Assassination Nation e Arrivederci professore. Ha 22 anni e interpreterà Frannie Goldsmith nell'imminente serie TV tratta da L'ombra dello scorpione.





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