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martedì 29 settembre 2026

Resident Evil (2026)


Martedì scorso sono andata al cinema a vedere Resident Evil, diretto e co-sceneggiato dal regista Zach Cregger e tratto dal videogame omonimo.

Trama

Bryan, che lavora come corriere per trasportare organi ai vari ospedali, viene incaricato di portare un delicatissimo contenitore a quello di Raccoon City. Sorpreso dalla neve, Bryan investe una donna ed è solo l'inizio di una notte da incubo...

Recensione

Ma non c'erano gli zombi? Questa è la prima domanda che mi sono posta guardando Resident Evil, memore (si fa per dire) dei film di Anderson e di un paio di tentativi andati a vuoto di giocare al videogame omonimo, solo per rinunciarci per sopraggiunto attacco di panico dopo 5 minuti scarsi. Ciò dimostra quanto fossi impreparata al "trattamento Cregger" di uno dei franchise multimediali horror più amati di sempre, cosa che, probabilmente, mi ha permesso di godere di Resident Evil divertendomi come una matta. Il piglio scelto dal regista, infatti, è incredibilmente ironico, fin dalla scelta del protagonista. Bryan non è un soldato, un agente della sicurezza, un membro della Umbrella Corporation e nemmeno un poliziotto: è un povero stronzo, come potrebbe essere chiunque di noi, costretto ad accettare un lavoro infimo per poter sbarcare il lunario, al quale va MOLTO storta l'ennesima brutta serata passata a consegnare organi in giro per gli ospedali. Allettato da un compenso particolarmente elevato, Bryan prende un'automobile inadatta alle strade di montagna e si dirige verso l'ospedale di Racoon City; lì, la cosa più normale che gli succede è sbandare di tanto in tanto sulla via sempre più innevata, finché non investe una donna che gli spalanca le porte di un inferno sempre più pericoloso. Proprio come il personaggio di un videogioco, Bryan deve, innanzitutto, capire dov'è finito, cosa c'è di sbagliato a Raccoon City e come sopravvivere, trovando strumenti di fuga, di difesa e di offesa che gli consentano di raggiungere l'obiettivo finale. Il bello di Resident Evil, però, è che Bryan non è caratterizzato come il personaggio di un videogioco, quanto piuttosto come il giocatore che si immedesima, ha paura, si incazza come una bestia, si innervosisce talmente tanto da compiere delle solenni minchiate, bestemmia tra i denti ed aguzza l'ingegno imparando dalle esperienze pregresse. Come ho scritto poco sopra, Bryan è uno di noi e, in quanto tale, le sue avventure sono tragicomiche e ben poco epiche, anche perché sul suo cammino incontra dei concentrati di dabbenaggine da primato, che gli rendono le cose ancora più difficili.

Zach Cregger segue Bryan passo passo alternando riprese appena sopra la spalla del protagonista, inquietanti panoramiche "esterne" ed inquadrature tipiche dei videogiochi, come quelle che riprendono il punto di vista "totale" del giocatore, oppure le soggettive in cui il personaggio cerca oggetti, ricarica armi e spara. E' un mix vincente e reso assai dinamico dal montaggio, uno stile che abbonda di long take e richiama tantissimo le scene più concitate di Barbarian e, soprattutto, Weapons; in pratica è come se Cregger avesse preso il folle inseguimento finale di Gladys e la corsa forsennata del preside e li avesse uniti in un'unica sequenza lunga un'ora e mezza. Non c'è mai un momento di noia in Resident Evil, nemmeno nelle scene più "tranquille" (anzi, l'attesa è persino peggiore dell'orrore vero e proprio), e la scelta di non riproporre gli ennesimi zombi, inserendo Bryan all'interno di un incubo mutante uscito dritto da La cosa di Carpenter l'ho trovata vincente. Il bestiario, di fatto, è variegato e disgustoso, tanto che spesso mi sono ritrovata vittima di risate isteriche per tutto lo schifo che viene letteralmente gettato addosso al protagonista, perseguitato da mostri sempre più disumani e vischiosi. La cosa migliore di Resident Evil, però, è Austin Abrams. Si dice spesso che un attore porti sulle spalle il peso di un intero film, anche quando è circondato da altri colleghi eclissati dal suo carisma, ma questa volta il significato di questa frase fatta è letterale. Abrams si ritrova per buona parte del film da solo, ad interagire con creature inumane ma anche con oggetti ed ambienti, e sono i tempi comici perfetti, le sue espressioni sconvolte più che terrorizzate, la sua fisicità, il suo essere connotato come il Paperino di Resident Evil (perseguitato dai lucchetti, peraltro!) a conquistare il cuore degli spettatori, i quali non possono fare a meno di tifare per lui ed immedesimarsi in ogni suo gesto e parola. L'ho già scritto ovunque e mi ripeto anche qui: datemi uno di questi film al mese, fate di Austin Abrams il protagonista assoluto di ogni horror da qui all'eternità, e io sarò felice!!     

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Zach Cregger, che nella versione originale presta la voce all'interfono, ho già parlato QUI. Austin Abrams (Bryan), Paul Walter Hauser (Paul) e Sara Paxton (la voce originale di Michelle), li trovate invece ai rispettivi link.

Curiosità

Kali Reis, che interpreta Maxine, era la protagonista di True Detective: Night Country. Se questo Resident Evil vi fosse piaciuto, oltre a recuperare i film della precedente saga (Resident Evil, Resident Evil: Apocalypse, Resident Evil: Extinction, Resident Evil: Afterlife, Resident Evil: Retribution e Resident Evil: The Final Chapter) e il reboot Resident Evil: Welcome to Raccoon City, potete aggiungere Splatters - Gli schizzacervelli, La cosa,  Slither, La casa & La casa 2, Overlord e Weapons. ENJOY! 

venerdì 25 settembre 2026

2026 Horror Challenge: A mezzanotte possiederò la tua anima (1964)


La challenge della settimana prevedeva di guardare un film che mi avesse attirata dalla locandina, seguendo la tipica "video store rule". Ho scelto così A mezzanotte possiederò la tua anima (À Meia-Noite Levarei Sua Alma), diretto e co-sceneggiato nel 1964 dal regista José Mojica Marins.

Trama

Il becchino Zé do Caixão ritiene che l'unica ragione dell'esistenza umana sia perpetuare la stirpe. Per questo, dopo avere ucciso la moglie sterile, cerca una donna che possa dargli un figlio...

Recensione

Ho già avuto modo più volte di scriverlo ma, anche se spesso è difficile guardare un film a tema tutte le settimane, adoro essermi imbarcata in questa Challenge, perché mi spinge ad uscire dalla comfort zone e ad imparare cose nuove. Per esempio, non avevo mai sentito nominare Zé do Caixão, invece in Brasile è un boogeyman più popolare di Freddy Krueger. Nato, appunto, con questo A mezzanotte possiederò la tua anima, il personaggio di Zé do Caixão (in pratica, Giò il cassamortaro) è stato riproposto dal suo creatore ed interprete, José Mojica Marins, moltissime volte nel corso degli anni, distinguendosi come una creatura del tutto amorale, spinta solo dal desiderio egoistico di perpetrare la propria stirpe, senza badare ad amici, nemici o mogli. L'aspetto paradossale di Zé è che, nonostante le azioni terrificanti che compie, non si tratta di un adoratore del demonio né di un mostro (a parte le inquietanti venuzze nere che gli compaiono nelle cornee prima di compiere un delitto, come se l'uomo ipnotizzasse le sue vittime); Zé è un "semplice" essere umano mosso da passioni innominabili, temuto dall'intero paese in cui vive, che non crede assolutamente nel paranormale o negli spiriti e sfida ogni credenza religiosa (in particolare quelle cattoliche) in quanto convinto che Dio non esista. Muovendosi con l'arroganza di chi non teme nulla e nessuno, Zé uccide con cattiveria senza distinzione di sesso, concupisce e violenta le donne, minaccia e picchia a sangue gli uomini, tutto con un solo obiettivo in mente, ovvero quello di procreare. Ovviamente, ad attendere Zé come punizione per i suoi innumerevoli peccati e per la sua miscredenza ci sarà un risvolto sovrannaturale della vicenda , il che rende A mezzanotte possiederò la tua anima uno spregiudicato mix di exploitation e horror gotico, a mio avviso molto avanti per i tempi in cui è stato girato, considerato il clima politico del Brasile dell'epoca.

A mezzanotte possiederò la tua anima è stato fotografato in un bellissimo e nitido bianco e nero che, se vogliamo, rende ancora più feroce la violenza degli omicidi di Zé e molto più inquietante il finale. Gli effetti speciali e il trucco riempiono lo schermo di occhi strappati, cadaveri, morti insanguinati e chi più ne ha più ne metta; nonostante questo, A mezzanotte possiederò la tua anima non manca di una certa ironia, che strizza l'occhio allo spettatore fin dall'inizio. Due dei personaggi, lo stesso Zé e la chiromante che avrà un ruolo fondamentale nel prosieguo del film, introducono l'opera parlando direttamente al pubblico, il primo spiegando la sua "filosofia" di vita, la seconda consigliando a chi fosse poco coraggioso di uscire dalla sala prima dell'inizio del film. In realtà, forse ho trovato A mezzanotte possiederò la tua anima più weird e pieno di umorismo nero di quanto sia in realtà. Il mio problema è che, essendo ligure, guardare il film in lingua originale è come guardare una commedia di Govi, con l'aggravante che ogni maledetta volta mi viene in mente Crozza nei panni di Josè Altafini; insomma, la mia mente è talmente condizionata da non ritenere il portoghese una lingua adatta agli horror, ed è un limite, me ne rendo conto. Ciò detto, José Mojica Marins nei panni di Zé è qualcosa di incredibile, perché riesce ad essere contemporaneamente piacione (per quanto non toccherei un uomo simile nemmeno con un dito), inquietante, terrificante e patetico nella sua natura fondamentalmente vanesia, che spesso supera persino quella di psicopatico senza scrupoli. Capisco molto bene come sia riuscito ad imprimersi a fuoco nella memoria del popolo brasiliano e a diventare un'icona dell'horror, e sono decisamente contenta di avere fatto la sua conoscenza, nonostante sia un individuo ben poco piacevole. Probabilmente, in futuro recupererò altri film aventi Zé per protagonista, anche perché mi piacerebbe sapere quali idee di sceneggiatura hanno tirato fuori per farlo tornare, visto che lo scioccante finale è molto definitivo!

Cast

José Mojica Marins è il regista e co-sceneggiatore del film e interpreta Zé do Caixão. Brasiliano, ha diretto altri film come Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere e Embodiment of Evil. Anche sceneggiatore e produttore, è morto a 64 anni. 

Curiosità

Il personaggio di Zé do Caixão è tornato, nel tempo, in molti altri film. Della trilogia "ufficiale" iniziata con A mezzanotte possiederò la tua anima fanno parte Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere e Embodiment of Evil. Altre opere sono The Strange World of Coffin Joe, Awakening of the Beast, The Bloody Exorcism of Coffin Joe, The Strange Hostel of Naked Pleasures (che ha per protagonista un personaggio molto simile) e Hallucinations of a Deranged Mind, tutti diretti da José Mojica Marins. Non vi resta che mettervi alla ricerca! ENJOY!

venerdì 18 settembre 2026

2026 Horror Challenge: Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (2024)


Siccome questa settimana ho parlato di Pinocchio: Unstrung, e visto che la challenge settimanale lasciava libera scelta, oggi vi beccate due righe su Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (Winnie-the-Pooh: Blood and Honey 2), diretto e co-sceneggiato dal regista Rhys Frake-Waterfield.

TRAMA

Dopo gli omicidi del Bosco dei 100 acri, Christopher Robin ha tentato di rifarsi una vita come infermiere, ma tutti pensano sia un assassino. Almeno finché Pooh e i suoi mostruosi compagni non decidono di uscire dal bosco...

RECENSIONE

Torna, con un titolo italiano che farebbe la felicità di Antonio Albanese, l'orsetto non ricchione preferito dal webbe. Una volta avevamo gli Sharknado, oggi il Twisted Childhood Universe, e non so dirvi se si stava meglio prima oppure no. Quel che è certo è che i realizzatori di Sharknado sapevano di avere per le mani una puttanata col botto e hanno sempre giocato la carta, più o meno efficace, dell'ironia, mentre Rhys Frake-Waterfield crede di essere Wes Craven e si approccia alle opere da lui prodotte con la stessa baldanza e ancor più serietà, nonostante sia privo di qualsiasi capacità artistica. Qui, addirittura, si scomoda il metacinema: per giustificare le orrende maschere di gomma utilizzate in Winnie the Pooh: Sangue e Miele nonché il cambio dell'interprete di Christopher Robin, l'azione viene spostata avanti nel tempo, abbastanza perché la strage perpetrata da Pooh e soci sia già diventata leggenda e materia di riduzioni cinematografiche. Pertanto, gli schermi televisivi dei protagonisti proiettano Winnie the Pooh: Sangue e Miele in svariate occasioni, e più volte viene nominato il film in questione, con sommo scorno di Christopher Robin, ormai considerato il matto del paese, o il serial killer quando gli dice proprio male. Ovviamente, come noi sappiamo, Winnie the Pooh e soci esistono davvero anche se, plot twist shyamalano da me indovinato al minuto 41, la loro storia non è proprio quella che avevamo conosciuto nel primo film. Ad affiancare Pooh e Pimpi nelle loro sanguinose scorribande, questa volta troviamo il beniamino Tigro e un altro bestio al quale, per dare un volto disneyano, sono dovuta andare su Wikipedia, ovvero il gufo Uffa. E l'onomatopea in questione è proprio quella che è uscita più volte dalle mie labbra nel corso della visione. Winnie the Pooh: Sangue e Miele era una vaccata splatter al sapor di silicone, ma correva come un treno da un'efferatezza all'altra, qui invece Rhys Frake-Waterfield cerca di "nobilitare" la faccenda con noiosissimi intermezzi psicoanalitici e onirici, tentando persino di dare un background a Christopher Robin e famiglia, e i mostriciattoli del boschetto della sua fantasia si scatenano ben poco. Oppure, forse, lo fanno ma io non sono riuscita a vederli.

I realizzatori avranno, infatti, anche avuto il budget pompato, ma dev'essere andato tutto a discapito del direttore della fotografia, che invece di smarmellare ha pensato bene di giocare di sottrazione in ogni scena notturna (e ce ne sono parecchie). Il risultato, innanzitutto, è che Tigro e Pooh sono indistinguibili l'uno dall'altro a meno che non ci siano campi medi che li mostrino vestiti oppure che non si senta la voce di Tigro (che a me è sembrata intercambiabile a quella di Uffa, per inciso, una parodia del Freddy Krueger ciarliero), e poi non si capisce un belino nel corso della maggior parte delle mattanze, salvo qualche dettaglio particolarmente cruento in alcune scene. Se non altro, il make-up migliorato delle creature fa sì che Pooh non sembri più un rattuso idiota con una maschera di gomma in faccia, mentre Uffa fa molto Anjelica Huston in Chi ha paura delle streghe?, ma sono gli unici due aspetti positivi in un film sciatto a livello di sceneggiatura e, soprattutto, di attori. Con tutto l'amore che provo per l'accento inglese più stretto, non puoi pretendere di ingaggiare solo persone che biascicano con delle patate in bocca, stelline siliconate o cristiani inespressivi, conficcando peraltro l'ultimo chiodo nella bara della carriera di Simon Callow, uno che ha partecipato ad Amadeus, per Dio! Di più, il finale del film è apertissimo e persino minaccioso: illustrazioni ben più belle di tutto ciò che è stato mostrato fino a quel momento introducono Peter Pan's Neverland Nightmare (già uscito da anni anche in Italia. Probabilmente non ci avete fatto caso ma la psichiatra di Christopher si chiama Mary Darling), Bambi: The Reckoning e Pinocchio: Unstrung. Quest'ultimo l'ho apprezzato, come sapete, di Bambi mi se ne dice bene, ma ho il serio timore che Peter Pan mi farà male, male, male da morire. Ma chissà quando riuscirò a finire la saga! 

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Rhys Frake-Waterfield ho già parlato QUI mentre Simon Callow, che interpreta Cavendish, lo trovate QUA.

CURIOSITÀ

Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele è il seguito di Winnie the Pooh: Sangue e Miele, se vi piace il genere recuperatelo, altrimenti evitate, ma recuperate senza indugio Pinocchio: Unstrung! ENJOY!



venerdì 11 settembre 2026

2026 Horror Challenge: Matango il mostro (1963)


Il tema della challenge settimanale era KAIJU, quindi ho scelto il film Matango il mostro (マタンゴ - Matango), diretto nel 1963 dal regista Ishiro Honda e tratto dal racconto The Voice in the Night di William Hope Hodgson.

Trama

Sette persone naufragano con lo yacht su un'isola deserta e avvolta da una nebbia perenne. Alla ricerca di cibo ed acqua, ritrovano il relitto di una nave, divorato dalla muffa e dai funghi...

Recensione

Come spesso succede, i suggerimenti della challenge su Letterboxd sono un po' imprecisi. Al di là dell'uso occidentale della parola "kaiju", che solitamente noi riserviamo ai mostri giganti tipo Godzilla, è difficile far rientrare Matango anche all'interno del significato letterale di "kaiju", ovvero "strane bestie". Questo perché il Matango del titolo originale è un fungo e, a parte un gabbiano e una tartaruga senza occhi, all'interno del film non ci sono animali, tranne forse l'uomo. Dando per buona quest'ultima considerazione, effettivamente i personaggi di Matango sono proprio delle bestie strane, come dimostra la sceneggiatura di Takeshi Kimura, che sfrutta l'elemento horror e lo stress da isolamento per mettere in scena quella che è, a tutti gli effetti, una lotta di classe. All'interno di uno yacht si riuniscono il ricco proprietario, uno scrittore non particolarmente famoso, una bellissima cantante, un professore universitario con la sua allieva, uno skipper e un uomo di fatica. Il morale è alto e tutti sono amici, finché, dopo una tempesta che danneggia gravemente lo yacht, i sette fanno naufragio su un'isola immersa nella nebbia, all'interno della quale ci sono sì torrenti di acqua dolce, ma nulla o quasi da mettere sotto i denti. Pur riuscendo a trovare del cibo in scatola all'interno del relitto di una nave, la quantità è assai scarsa per sette persone, e non solo; la struttura è invasa da una muffa tenace e da misteriosi funghi che il diario di bordo vieta chiaramente di mangiare, mentre di notte vagano creature deformi che potrebbero essere frutto di allucinazioni, eppure sembrano tremendamente reali. Ce n'è abbastanza per scatenare una cabin fever coi fiocchi, che fa tornare a galla il rigido classismo della società giapponese ed erode le regole basilari della convivenza sociale. Accecati da una fame sempre più nera, i naufraghi faticano a rimanere razionali; mentre il ricco si aggrappa, inutilmente, a privilegi che lì non hanno ragione di esistere, il povero o il frustrato cercano riscatto per una vita ingrata approfittando di un luogo dove le convenzioni sociali non esistono più, e di una situazione che, secondo loro, li rende liberi di dare sfogo ai loro istinti più bassi. Buona parte dell'orrore o, meglio, dell'inquietudine presente all'interno del film, non ha nulla a che vedere con l'aspetto horror/fantascientifico della trama. La possibile presenza di fantasmi o mostri, assieme alla disgustosa proliferazione fungina, è un ulteriore "disagio" che accelera le violente dinamiche negative all'interno del gruppo, ma non è quello fondamentale. Le due cause scatenanti sono, infatti, fame ed isolamento, che consentono all'elemento weird di insinuarsi persino come possibile fonte di salvezza od evasione. 

Fame e stanchezza spingono Yoshida, lo scrittore, a mangiare per primo i funghi. E' un atto di disperata ribellione, un modo per giustificare il compimento di future azioni mostruose, compiute dopo aver rinunciato volutamente alla propria umanità. Benché Yoshida (come del resto il riccastro, l'uomo di fatica e la cantante) venga connotato fin dall'inizio come un personaggio negativo o comunque borderline, il pessimismo di Matango sottolinea come questo tipo di debolezza, questo desiderio di arrendersi egoisticamente al "male" per cancellare le sofferenze fisiche e mentali, sia comune al 90% dell'umanità, con qualcuno che lo maschera meglio di altri. Il finale, in tal senso, è emblematico, e arriva come un'ulteriore doccia fredda dopo un'allucinata sequenza di puro terrore in cui, finalmente, lo spettatore riesce a vedere l'effetto del "matango" in tutta la sua gloria. Furbescamente, Honda centellina le apparizioni dei mostri lasciandoli spesso nella penombra, oppure nascondendoli in parte dietro alberi, porte ed oblò, così da garantire l'effetto shock di una foresta di funghi giganti semoventi che sembra uscita dritta da un'allucinazione da... beh, da funghi. E' un cerchio che si chiude, la versione ancora più in acido dell'Isola dei Lotofagi, dove gli esseri umani sostituiscono la realtà con kitschissime visioni di sfarzo ed opulenza, mentre vengono puniti per i danni inflitti alla natura (nel corso del film viene detto che l'isola era probabilmente luogo di esperimenti nucleari), trasformandosi in ciò che non riescono a smettere di mangiare. Tornando alla questione linguistica dell'inizio: no, Matango non è un kaiju eiga, è più un thriller psicologico con mostri, un ibrido tra horror, dramma e fantascienza. Sono comunque contenta di averlo visto, sia perché il vintage nipponico mi da sempre enormi gioie, sia perché è un'opera che spinge a riflessioni interessanti, anche se avrei preferito più fungoni mostruosi e meno dialoghi. Se la mia recensione vi ha incuriosito, sappiate che, al momento della pubblicazione del post, Matango si trova gratis su Plex. La qualità video non è delle migliori, ci sono un po' di interruzioni pubblicitarie e la lingua è esclusivamente in giapponese con sottotitoli inglesi, ma ho paura che non esistano versioni DVD o bluray adatte ai lettori italiani, quindi bisogna accontentarsi!

Cast

Ishiro Honda è il regista del film. Giapponese, ha diretto film come Godzilla, Il re dei mostri, Rodan il mostro alato, Mothra, Frankenstein alla conquista della Terra, Distruggete Kong! La Terra è in pericolo, Godzilla il re dei mostri e Sogni. Anche sceneggiatore, montatore e attore, è morto nel 1993. 

Curiosità

Tutti o quasi i membri del cast avevano già o hanno in seguito collaborato con Honda all'interno di altri kaiju eiga. Il film era stato quasi vietato in Giappone, perché il make-up dei mostri ricorda molto le deformazioni causate dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Se Matango il mostro vi è piaciuto recuperate L'invasione degli ultracorpi, Terrore dallo spazio profondo, Little Joe, Uomini H e S.O.S. i mostri uccidono ancora. ENJOY!






mercoledì 9 settembre 2026

Coyote vs. Acme (2026)


Ci ha provato la ACME ad impedirmi la visione, approfittando della collaborazione del multisala savonese, palesemente in combutta con la bieca multinazionale. Ma è "bastato" un salto a Genova per poter vedere Coyote vs. Acme, diretto dal regista Dave Green.

Trama

Dopo l'ennesimo, disastroso tentativo di catturare Beep Beep, Wile E. Coyote decide di fare causa alla ditta ACME, da decenni causa dei malfunzionamenti di ogni suo strumento di cattura...

Recensione

Le persone normali aspettavano questo film da tre anni, ovvero da quando la Warner Bros., per ottenere una detrazione fiscale milionaria, aveva deciso di non distribuire il film completato (se qualcuno poi mi spiega il meccanismo dietro una cosa simile gliene sarei grata!). Io lo aspettavo da QUARANTACINQUE anni, perché Wile E. Coyote, genio, è il mio personaggio preferito in assoluto all'interno della nutrita scuderia dei Looney Tunes. Lo amo talmente tanto che da bambina ero arrivata ad associare i nomi dei singoli registi agli episodi migliori, ad un character design più accattivante e curato rispetto ad altri (qualcuno ha detto Chuck Jones?), e ancora oggi non esiste, per me, nulla di più esilarante delle facce sconsolate di Wile E. Coyote davanti alla sfiga cosmica che lo coglie come un tornado ogni volta che tenta di catturare il maledetto Beep Beep che, per quanto mi riguarda, è progenie di qualche demone infernale. L'idea di un lungometraggio interamente dedicato a Wile E. Coyote mi aveva mandata in visibilio, la notizia che il film non avrebbe mai visto la luce mi aveva intristita oltremodo, e posso solo ringraziare (per la prima e credo unica volta nella vita) l'internet per avere sollevato tutte le proteste che hanno concesso a Coyote vs. Acme di vedere la luce. In realtà, appena entrata in sala, la paura era che tante aspettative avrebbero coinciso con una mezza delusione, timori che si sono dissipati dopo la prima sequenza, in cui l'essenza dell'eterna lotta tra coyote e road runner è stata rispettata in tutta la sua purezza. Ma cos'è, in soldoni, Coyote vs. Acme? E' la rivalsa di Wile E. Coyote contro l'azienda il cui nome campeggia da decenni su ogni articolo da lui comprato per corrispondenza, al fine di creare le invenzioni che gli consentirebbero di catturare e mangiare Beep Beep. Disperato dopo l'ennesimo fallimento, Wile E. Coyote vede in TV l'annuncio di un avvocato che promette risarcimenti per situazioni assai simili alla sua, e decide di correre in città per ingaggiarlo. L'avvocato, Kevin Avery, è uno scappato di casa che cerca di fare il minimo sindacale e ha ormai perso ogni fiducia verso se stesso e il suo lavoro, ma in qualche modo Wile riesce a manipolarlo fino a fargli intentare una causa di risonanza nazionale contro la Acme, rischiando di portare a galla segreti che sarebbero dovuti restare sepolti.  

Coyote vs. Acme gioca sullo stesso terreno di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, non solo perché il fulcro della vicenda è la strana alleanza tra un umano che ha toccato il fondo del barile e un cartone animato con un proprio obiettivo da raggiungere, ma perché mescola diversi generi cinematografici"adulti", come l'action, il crime e il procedural, dando vita ad una vicenda dai toni semi-seri, tristemente legata all'attualità. Le megacorporazioni come la ACME sono, purtroppo, una realtà consolidata, e le singole persone, rapportate a questi colossi fatti di nomi altisonanti e figure quasi leggendarie come i loro CEO, ci fanno la figura delle formiche davanti a un gigante. Messe di fronte all'unica cosa che sembra valere davvero a questo mondo, il Dio Denaro, le persone che hanno subito dei soprusi da parte di queste multinazionali chinano il capo, quasi ringraziando per i pochi spiccioli d'indennizzo che, spesso, possono cambiare la vita di chi li riceve, e tentare di smascherare queste entità per ciò che sono sembra, davvero, il tormento di Sisifo. Una fatica inutile, un raggiungere la cima del monte spingendo una gigantesca pietra, solo per poi dover ricominciare da capo, ancora, ancora e ancora. Che è poi quel che fa il povero Wile ogni volta che tenta di catturare Beep Beep, scontrandosi contro la colossale pietra della sfiga cosmica, inaspettatamente aiutata da una Acme per la quale il povero coyote è una mucca da mungere, un numero particolarmente remunerativo da spremere fino all'osso. Alla domanda che gli insensibili si pongono da sempre, ovvero "perché Wile, invece di spendere soldi comprando trabiccoli inutili, non li usa per mangiare?", il film offre l'unica risposta possibile, veicolando un necessario messaggio di resilienza, orgoglio, costanza e rispetto di ciò che per altri è importante, anche se a noi sembra una cosa assurda. Sfido chiunque a non commuoversi fino alle lacrime sul finale e a lasciare un pezzettino di cuore non solo a Wile, ma anche a un altro essere insospettabile.

E rimanendo in tema "esseri", passando però a cose più facete, Coyote vs. Acme punta a deliziare i fan dei Looney Tunes con una serie di guest star da primato, senza limitarsi ad un freddo elenco di personaggi da spuntare. Al di là dei "soliti" Bugs Bunny e Daffy Duck (non fraintendetemi: il coniglio lo farei in fricassea, ma il papero è secondo, tra i miei preferiti), altri Looney Tunes vengono messi sotto i riflettori in ruoli per loro inusuali ma stranamente calzanti; Foghorn Leghorn in primis, ma anche Titti e un'insospettabile nonnina, quest'ultima legata a un personaggio che non si vedeva su schermo da almeno 20 anni. Tra gag "fisiche" iconiche ma sempre riuscitissime, perfette per bambini e adulti, e nuove strizzate d'occhio ai più grandicelli (la battuta sui predatori mi ha annientata), Coyote vs. Acme ha parecchi momenti in cui si ride davvero di cuore, non solo grazie ai cartoni animati ma anche ai loro colleghi umani. Will Forte è un'ottima spalla per Wile e John Cena ormai ha dei tempi comici praticamente perfetti, ma chi non sbaglia un colpo da decenni è sempre P.J. Byrne, che nei panni del servile avvocatucolo della multinazionale regala gioie immense. Tecnicamente parlando, Coyote vs. Acme è molto bello. Talvolta l'interazione tra animazione e immagini live action non è proprio ineccepibile, però non ci sono mai momenti in cui si ha la sensazione di guardare una roba finta, zeppa di CGI inguardabile, e le mattane animate per le squallide strade di Albuquerque sembrano poter accadere davvero, tanto i realizzatori sono stati attenti ai dettagli e a tutto ciò che accade sullo sfondo dell'azione principale. Che dire, io ormai ho 45 anni e i tempi di Chi ha incastrato Roger Rabbit? sono lontani, ma non mi  stupirei se qualche bambino tra i meno smaliziati si convincesse del fatto che Abuquerque sia una nuova Cartoonia, allo stesso modo in cui mi ero illusa io prima che mamma mi rivelasse una triste verità. Anche se i cartoni animati non potranno mai interagire con noi, Coyote vs. Acme è la prova che non bisogna mai abbandonare i propri sogni, né smettere di lottare per ciò che crediamo giusto... che ci vogliano tre anni o una vita intera, e anche se le fredde multinazionali ci mettono i bastoni tra le ruote!

Cast

Di Luis Guzmán (Giudice Troppogrosso), P.J. Byrne (Bill Pelicanos) e Kenneth Choi (Oscar Jeon) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Dave Green è il regista del film. Americano, ha diretto film come Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra. Anche produttore e montatore, ha 43 anni. 

Curiosità

Lo studio legale Avery, Jones and Maltese è un omaggio agli storici animatori della Warner Bros Tex Avery, Chuck Jones e Michael Maltese, questi ultimi proprio creatori del personaggio di Wile E. Coyote. Se il film vi è piaciuto recuperate Chi ha incastrato Roger Rabbit? e Space Jam. ENJOY! 

martedì 8 settembre 2026

Notte Horror 2026: La casa 7 (1989)


A causa del mega-problema avuto quest'anno col blog avevo pensato di lasciare perdere tutto e non partecipare nemmeno alla Notte Horror. Poi ho riflettuto, arrivando alla conclusione che non sono di certo io a dover scomparire come se avessi fatto qualcosa di male, quindi eccomi qua per il tredicesimo anno consecutivo a celebrare i filmacci del ciclo Notte Horror. Il mio compagno questa sera è La stanza di Gordie, che vi parlerà di Rawhead Rex, mentre io sono rimasta in territori più casalinghi, e ho scelto, per l'appunto, La casa 7 (The Horror Show, anche conosciuto come House III: The Horror Show), diretto nel 1989 dal regista James Isaac. ENJOY!

Trama

Il detective McCarthy cattura il killer Max Jenke, il quale viene condannato alla sedia elettrica. Appena prima di morire, Jenke giura vendetta a McCarthy e gli si insedia in casa come spirito, rovinandogli famiglia e carriera...

Recensione

Voi forse non avete idea della confusione provata, a inizio anni '90, quando Notte Horror aveva mandato in onda La casa 7. Nonostante la mancanza di internet, tra un passaggio televisivo e l'altro avevo più o meno tenuto conto della quantità di "case", ed ero rimasta molto male quando mi ero resa conto di essermi persa la sesta. Ed ero anche rimasta perplessa dal fatto che La casa 7, a differenza di quelle originali e di quelle apocrife, sarà anche stata ambientata in una casa, appunto, però sembrava più una versione di Sotto Shock, uscito all'estero lo stesso anno ma, probabilmente, arrivato in Italia un po' prima del film di James Isaac. Col tempo ho imparato di non potermi fidare della numerazione di questa saga, e anche che La casa 7 non c'entra effettivamente nulla né con le opere di Raimi, né con gli apocrifi italiani, né con la serie House, di cui avrebbe dovuto essere il terzo capitolo, come leggerete nelle "Curiosità". Quindi a cosa serve La casa 7? Ecco, bella domanda. Il film di James Isaac, prodotto da Sean S. Cunningham, è la storia di una vendetta postuma, perpetrata ai danni del detective McCarthy dal serial killer Max Jenke dopo essere stato fulminato sulla sedia elettrica. Siccome il DVD edito dalla Magic Memory non è dotato, mortacci loro, di sottotitoli per l'audio inglese, ammetto di essermi persa la spiegazione di come abbia fatto Jenke a dotarsi del potere di diventare spirito (c'è tutta una supercazzola legata all'elettricità ma non fatemi entrare nei dettagli), ma è poco importante ai fini della trama. La cosa fondamentale è che Jenke si insedia in casa di McCarthy e, approfittando del fatto che il detective è già guardato con sospetto da famiglia e colleghi a causa di un'importante PTSD causata proprio dall'indagine su Jenke, gli incasina ancor più la testa facendolo passare per matto in culo grazie a una serie di allucinazioni ben piazzate. A differenza di Horace Pinker che si limitava a possedere la gente, Jenke è un Freddy Krueger ancora più potente, capace di modificare la realtà, trascinare le vittime nella sua dimensione, imitare voci, profondersi in esibizioni da stand-up comedian e chi più ne ha più ne metta. L'unica cosa che Jenke non fa è tenere fede alla sua fama di sanguinario figlio di puttana omicida, il che significa che il film è una menata senza fine, salvata solo da un inizio e un finale scoppiettanti e zeppi di momenti ad alto tasso di gore.

Ciò che impedisce a La casa 7 di scadere nell'ignominia perpetua sono, in primis, gli effetti speciali dello studio KNB EFX Group, fondato da Kurtzman, Nicotero e Berger, che si possono gustare nel corso del flashback in cui McCarthy entra in un incubo fatto di corpi smembrati e teste mozzate, nella sequenza della sedia elettrica, nell'esilarante scena del tacchino, e in tutti i momenti in cui il finale ricorre al body horror "spinto", con idee che avrebbero fatto la felicità di Cronenberg. L'altra cosa che salva La casa 7 dal dimenticatoio è la presenza di Lance Henriksen e Brion James all'interno di un cast di attori mediamente cani (tra l'altro, il DVD che ho io pubblicizza in maniera massiccia il nome di Dedee Pfeiffer, che interpreta la figlia di McCarthy, invece che di Brion James, e continuo a chiedermi perché). Henriksen si profonde in un'interpretazione che, negli ultimi 20 anni, sarebbe stata molto più consona per l'overacting di Nicolas Cage, ma se non altro crede fermamente in quel che fa e ci mette tutto l'impegno che un film simile non meriterebbe nemmeno per sbaglio. Brion James, dal canto suo, dipende molto da quanto lo spettatore ha voglia di prenderlo sul serio. L'idea di un serial killer dotato della risatina fessa di uno Skeletor qualsiasi a me fa molto ridere, e in questo contesto l'attore non riesce ad incutermi né timore né inquietudine, ma ammetto di apprezzare molto questi tocchi cheesy all'interno di un horror anche ambizioso, quindi sono rimasta soddisfatta. Purtroppo per lui, James non è né Mitch Pileggi né, tantomeno, Robert Englund, e il suo gigioneggiare mostra tutti i limiti di un attore nato per i ruoli di malvagio glaciale, quindi altri spettatori potrebbero non essere così indulgenti. La casa 7 è un film che ovviamente non inserirò mai nel novero dei cult da Notte Horror, ma è un'opera alla quale sono molto legata, perché è stato il primo e unico horror propinato ad una delle mie migliori amiche, che ancora oggi mi odia per averla costretta a tale supplizio, come dimostrano i messaggi Whatsapp che ci siamo scambiate durante il mio rewatch dopo 30 e fischia anni. Il contrappasso di questo odio è di essersi trovata un marito che ama gli horror e avere generato un figlio ugualmente traviato, ma mica sarà colpa mia, giusto? Ti voglio bene, Paola!!  

Cast

Di Lance Henriksen (Detective Lucas McCarthy) e Brion James (Max Jenke) ho già parlato ai rispettivi link.

  • James Isaac è il regista del film. Americano, ha diretto film come Jason X e Skinwalkers - La notte della luna rossa. Anche tecnico degli effetti speciali, produttore e attore, è morto nel 2012.
  • Dedee Pfeiffer interpreta Bonnie. Americana, sorella di Michelle Pfeiffer, ha partecipato a film come Tutto in una notte, Un giorno di ordinaria follia e a serie quali La signora in giallo, Seinfeld, Ellen, Friends. CSI - Scena del crimine, La zona morta, CSI: NY, E.R. - Medici in prima linea e Supernatural. Anche produttrice, ha 62 anni. 

Curiosità

Lewis Arquette, che interpreta il tenente Miller, è il patriarca degli Arquette ed era comparso accanto al figlio David in Scream 2. Kane Hodder ha fatto da stuntman a Brion James in alcune scene. James Isaac ha sostituito il regista originale del film, David Blyth, dopo che quest'ultimo è stato licenziato poco dopo l'inizio della produzione. Il film avrebbe dovuto essere il sequel ufficiale di Chi è sepolto in quella casa? e La casa di Helen, ma non ha nulla a che vedere con i capitoli precedenti; infatti, la MGM voleva ricominciare da capo e ha chiesto di modificare pesantemente la sceneggiatura introducendo un nuovo boogeyman potenzialmente iconico, re-intitolando il film The Horror Show. Nel 1992 è poi uscito, per il mercato dell'home video, House IV - Presenze impalpabili, seguito diretto di Chi è sepolto in quella casa?. Se La casa 7 vi fosse piaciuto recuperate quindi piuttosto Sotto Shock e Pentagram, che ho già visto e conosco, e aggiungete i per me sconosciuti Prison e L'occhio della morte, magari da segnarsi per le prossime Notti Horror.

Notte Horror 2026

E' toccato a me chiudere la rassegna, ma di seguito trovate tutti i film di cui hanno parlato i miei esimi colleghi, di cui vi consiglio di recuperare i post! Al prossimo anno (spero)!





martedì 1 settembre 2026

Insidious - Fuori dall'Altrove (2026)


Volevo andare a vedere Camp Miasma, ma abito nella maledetta Savona e ho dovuto accontentarmi di Insidious - Fuori dall'Altrove (Insidious: Out of the Further), diretto e co-sceneggiato dal regista Jacob Chase.

Trama

Gemma vive con la figlioletta Maya nella casa dove, un tempo, sua madre si era suicidata dopo avere manifestato pericolosi disturbi mentali. Un giorno, Gemma comincia ad avere incubi terribili che cominciano ad erodere la sua percezione della realtà...

Recensione

Come forse saprete, la saga di Insidious non è mai stata tra le mie preferite, l'ho sempre trovata piuttosto noiosa, preferendole il franchise di The Conjuring. Di fatto, sono andata al cinema senza ricordare nemmeno l'ultimo film, La porta rossa, portandomi dietro solo un'infarinatura generica comprendente un ricordo piuttosto chiaro di cosa fosse la dimensione chiamata "Altrove" e, ovviamente, di chi fosse la sensitiva Elise Rainier. Se in Fuori dall'Altrove c'erano degli easter egg, salvo forse la comparsa di un paio di demoni che mi è parso di riconoscere, non li ho ovviamente colti, ma poco importa perché l'ormai sesto capitolo della saga è un'opera che si regge abbastanza sulle sue gambe e che può essere apprezzata anche senza conoscere i film precedenti. Chiuso il capitolo Lambert, infatti, Fuori dall'Altrove introduce un nuovo personaggio, Gemma, un'igienista dentale con un'infanzia segnata da una madre morta suicida dopo essere impazzita. Nonostante i giusti consigli del fidanzato, che spesso la esorta ad abbandonare una casa così piena di dolore e cupi ricordi, Gemma si ostina a vivere lì assieme alla figlia Maya. La loro vita scorre serena, finché Gemma comincia a sognare l'oscura dimensione denominata "Altrove", dove risiedono i demoni e i morti che non riescono ad andare nell'aldilà; ancor peggio, gli incubi si rivelano qualcosa di peggiore, arrivando persino ad alterare la percezione della realtà di Gemma e a spingerla verso una progressiva follia che rischia di farla diventare come sua madre, alienandola dalla spaventata Maya. Ovviamente, dietro queste visioni ed incubi c'è qualcosa che non vi sto a spoilerare, ma fondamentalmente Gemma ha una caratteristica in più rispetto ai "fortunati" membri della famiglia Lambert che scivolavano inconsapevolmente nell'Altrove, e ciò la rende uno strumento indispensabile per ciò che lì dimora. A livello di "paura" per lo spettatore, questa caratteristica di Gemma si traduce in un confine ancora più sottile tra realtà e Altrove, tra sogno, veglia e visione, risultando (almeno per quanto mi riguarda) più coinvolgente e divertente rispetto ai precedenti capitoli; inoltre, il pregio di Fuori dall'Altrove è l'introduzione di un paio di personaggi assai barocchi, sia vivi (più o meno) che morti, che aumentano di un paio di tacche il tasso di disgusto e di cheesiness dell'intera operazione. Certo, quest'ultimo aspetto deve entrare in risonanza con spettatori pronti a stare al gioco e ad apprezzare questi tocchi weird, come la sottoscritta, mentre gli altri rischiano di giudicare Fuori dall'Altrove ancora più scemo dei film che lo hanno preceduto.

Oltre a questo, capisco anche che molti spettatori disprezzeranno Fuori dall'Altrove per la sua natura derivativa. Per quanto mi riguarda, se vengono frullati gli ingredienti giusti mangio tutto volentieri, e l'ultimo capitolo di Insidious aggiunge, agli elementi tipici della saga, anche suggestioni da molti altri film horror passati e presenti. Da Nightmare a The Dentist, entrambi ampiamente citati e saccheggiati, si passa ad una delle sequenze più particolari, quella in cui Gemma si perde all'interno di un fortino di cuscini, in cui molti hanno visto un richiamo a Backrooms ma che a me ha riportato alla mente il poco conosciuto e geniale Dave Made a Maze, tutti piccoli tocchi che ravvivano una regia tutto sommato ordinaria, che però dà molta importanza ai colori (soprattutto il rosso) e ad un sonoro insinuante. Rispetto agli altri film della saga, mi è sembrato si sia posta una maggiore attenzione anche al character design dei personaggi, affidati ad attori dal sembiante particolare, o ad un make-up ispirato. I tre vecchietti che campeggiano in tutte le foto promozionali, per esempio, sono un colpo di genio che offre parecchie soddisfazioni durante la visione, e il demone "capo", Cyrus (a furia di trovare citazioni, non riuscivo a smettere di pensare a Con Air), supera in figaggine il Lipstick-Face Demon dei primi capitoli in quanto frutto illegittimo di una misteriosa unione tra Alice Cooper, Iggy Pop e il Bughuul di Sinister. Gli attori principali, invece, sono abbastanza dimenticabili. Benché sia sempre bello vederla sul grande schermo, Lin Shaye ormai passa giusto a ritirare l'assegno, e l'unica cosa che mi ha colpita è l'incredibile somiglianza della protagonista, Amelia Eve, con una giovane Naomi Watts. In definitiva, credo che Insidious - Fuori dall'Altrove sia un dignitoso horror commerciale che potrebbe accontentare sia i fan che lo spettatore occasionale. Quest'anno ho visto di meglio, anche per quanto riguarda il non-elevated horror, però mi sono divertita, forse perché partivo con aspettative azzerate. Ciò detto, adesso basta mungere la mucca dell'Altrove, per piacere!

Cast

Di Lin Shaye, che interpreta Elise Rainier, ho già parlato QUI.


Curiosità

Amelia Eve, che interpreta Gemma, era la Jamie di The Haunting of Bly Manor, mentre Brandon Perea, Nick, ha partecipato al film Nope. Insidious - Fuori dall'Altrove è perfettamente fruibile come film a sé stante ma , per completezza, il mio consiglio è quello di recuperare Insidious, Oltre i confini del male - Insidious 2, Insidious 3 - L'inizio, Insidious: L'ultima chiave e Insidious - La porta rossa. ENJOY!

martedì 25 agosto 2026

The Last House (2026)


La settimana scorsa è usscito un nuovo film originale Netflix, The Last House, diretto dal regista Louis Leterrier, così ho deciso di guardarlo...

Trama

Dopo una pioggia improvvisa, una famiglia rimane bloccata in casa, senza possibilità di uscire, e deve cercare di sopravvivere...

Recensione

Come al solito, non mi sono informata molto prima di accingermi alla visione di The Last House, mi sono semplicemente lasciata ispirare dalla locandina e dalla premessa. L'idea iniziale è molto interessante. Una famiglia rimane bloccata in casa mentre fuori infuria una pioggia misteriosa, e lo stesso accade a tutti i loro vicini. Jason, Ann e i loro due figli le provano tutte per uscire, ma è come se una forza misteriosa avesse sigillato l'intero edificio, finestre e altri pertugi compresi. La sceneggiatura di Matthew Robinson cattura lo spettatore per la prima mezz'ora, spingendolo a temere il peggio da una situazione simile, prima ancora che il tempo scorra e i problemi temuti si presentino, in tutta la loro gravità, agli stessi personaggi. Nel mezzo, ci sono scene di vita familiare quanto più "normali" possibile, anche perché Jason ed Ann hanno due figli piccoli che vanno protetti soprattutto psicologicamente, ma capite anche voi che il film, a un certo punto, deve presentare una svolta, altrimenti andrebbe ben poco lontano. Il problema di The Last House è proprio questo, purtroppo. Le "svolte", gli eventi necessari a far sì che la storia progredisca e, in qualche modo, si concluda, sembrano messe lì senza seguire delle regole logiche e, talvolta, contraddicono persino le premesse del film. Cercherò di non fare spoiler ma, durante le primissime sequenze, succede che qualcuno rimanga chiuso fuori casa e cerchi aiuto. Questa persona, dopo un po', viene attaccata da "qualcosa" che si nasconde all'esterno e viene richiamato dalla pioggia; ebbene, per cinque anni ci viene mostrato che, rimanendo in casa, non ci sono problemi di sorta (anche se è una vaccata. Se ciò che si nasconde fuori, ragionevolmente, si nutre di esseri umani o comunque li attacca, perché chiuderli nelle case?), dopodiché questa certezza viene disattesa per mettere la famiglia con le spalle al muro. Ancora peggio, a un certo punto la pioggia diventa qualcos'altro, dando per buono che sia sempre stato così, e addirittura, sul finale, la situazione viene risolta con un gesto di pietà (punto focale dell'intera vicenda e di una moraletta stinfia sulla quale poi tornerò) non solo totalmente fuori contesto, ma anche sproporzionato relativamente alle conseguenze. 

Davanti alla celebrazione dell'umana compassione e dell'empatia che contrasta con la moderna freddezza dei rapporti umani e familiari, The Last House si mostra inutilmente crudele nei confronti di tantissimi animali, più di quanto sarebbe lecito aspettarsi in un film non horror che si trattiene molto relativamente all'aspetto survival (d'altronde, Jason è un incrocio tra McGyver e Sampei, in grado di trasformare qualsiasi oggetto in un complesso macchinario utile a fare qualunque cosa). Se mal sopportate la morte on screen di animali domestici e non, The Last House è un trigger warning grosso come una casa, della durata di quasi due ore, e considerate che io a un certo punto mi sono messa a piangere e Mirco se n'è direttamente andato. La sceneggiatura di The Last House è dunque un misto di scempiaggini e paraculate assortite, ma per fortuna sta messo meglio nel reparto tecnico. Una volta superati i panorami posticci dell'introduzione e del finale, gli effetti speciali sono molto gradevoli, in quanto utilizzano sia effetti digitali sia animatronics, cosa che rende le sequenze di lotta subacquea nel prefinale concitate ed angoscianti. Sono notevoli anche le scenografie, in quanto, ovviamente, la casa di Jason ed Ann è protagonista tanto quanto gli attori, e nel corso del tempo subisce una metamorfosi funzionale ed artistica degna di nota, sicuramente una delle caratteristiche più interessanti del film. Anche gli attori non sono affatto male, sebbene Ann e i figli siano condannati a non evolvere per tutta la durata di The Last House. L'unico che si ritrova per le mani materiale su cui lavorare è Wagner Moura, il cui personaggio passa dall'essere un amorevole e paziente papà a un freddo dispensatore di mezzi di sopravvivenza, talmente concentrato sulla salvezza della propria famiglia da dimenticarsi di manifestare il proprio affetto, visto ormai come qualcosa di scontato e superfluo. Certo, Moura la prende dannatamente sul serio, come se un film come The Last House potesse in qualche modo assicurargli la seconda nomination agli Oscar, e onestamente è un po' sprecato. Così come, per quanto mi riguarda, è sprecato il tempo perso guardando questo film, l'ennesimo giocattolone pronto per il cestone dello streaming, da dimenticare nel giro di un paio di settimane.

Cast

Di Greta Lee (Ann) e Wagner Moura (Jason) ho parlato ai rispettivi link.


Curiosità

Arden Cho, che interpreta Ruth da adulta, è la doppiatrice originale di Rumi di KPop Demon Hunters. Se volete un film serio, che vi metta addosso una strizza vera di fronte a una situazione simile, recuperate We Need to Do Something, oppure virate su The Mist, The Divide, Await Further Instructions e Vivarium. ENJOY!

martedì 18 agosto 2026

Spider-Man: Brand New Day (2026)


Ho lasciato passare il solito mese per via di tutti i problemi del multisala, ma alla fine sono riuscita ad andare a vedere Spider-Man: Brand New Day, diretto dal regista Destin Daniel Cretton.

Trama

Peter Parker, dimenticato dalla fidanzata MJ e dai suoi amici, cerca di tirare avanti mettendo tutte le energie nella "carriera" di supereroe nei panni di Spider-Man. Questo finché problemi fisici e una nuova, pericolosa minaccia, non arrivano a sconvolgere la sua routine...

Recensione

Salvo poche eccezioni, ho saltato senza farmi troppi problemi parecchi dei film Marvel degli ultimi tre anni, forte delle delusioni cocenti di robaccia come Thor: Love and Thunder, Black Panther: Wakanda Forever e Ant-Man and the Wasp: Quantumania, gli ultimi due visti, peraltro, direttamente in streaming. Pur non avendo mai letto i fumetti de L'uomo ragno, o di Spider-Man che dir si voglia, mi sono comunque affezionata a quello del MCU, e ritengo che i tre film a lui dedicati siano tra i migliori usciti dalla branca cinematografica della Casa delle Idee. Ecco perché, con tutta la calma derivante dall'impossibilità di trovare posto nel multisala causa riduzione delle sale e guasti all'impianto di condizionamento, ho deciso di vedere Spider-Man: Brand New Day in sala, senza peraltro pentirmene. Avevamo lasciato Peter Parker solo come un cane, dopo avere chiesto al Dr. Strange di cancellarlo dalla memoria di amici, nemici e parenti, per salvare il multiverso. Lo ritroviamo ugualmente solo, salvo per un paio di improbabili "colleghi", consacrato al 100% al suo ruolo di supereroe, mentre la vita di MJ e Ned è andata avanti, portando con sé amori, successi accademici, una vita normale. Il personaggio di Peter Parker/Spider-Man si evolve dunque seguendo due percorsi ben precisi, che diventano un po' il fulcro psicologico-sentimentale del film. Peter è connotato come un workaholic che annega i propri fallimenti come persona nel suo alter ego di supereroe, al quale si consacra fino a consumarsi mentalmente e fisicamente, prendendo una cantonata dietro l'altra. Ma Peter è connotato anche, nonostante i lutti e le esperienze passate, come un ragazzino rimasto ancorato all'adolescenza perduta, terrorizzato dalla mutazione più tremenda di tutte, quella in adulto capace di affrontare e mettere insieme tutte le sfaccettature della propria personalità. I due percorsi di evoluzione sono strettamente connessi l'uno all'altro, intrecciati all'incontro con almeno quattro figure chiave che fungono da esempio da seguire (vedi la Vedova Nera e il suo modus vivendi assai rilassato), da evitare, con cui confrontarsi o a cui guardare per avere un terrificante quanto probabile squarcio di futuro.

Siccome ho fatto i salti mortali per evitare antipatici spoiler legati all'introduzione di personaggi che potrebbero rivelarsi fondamentali per il futuro del MCU (inutilmente, aggiungo, tanto ci hanno pensato persino i siti specialistici a mettere foto fuori contesto ma comunque spoilerose), per correttezza verso chi non avesse ancora visto il film eviterò di ricamare troppo sulla trama, pesantemente connessa proprio ad un nuovo, importantissimo personaggio, quindi passerò agli aspetti tecnici di Spider-Man: Brand New Day. Mi tocca ripetere ciò che hanno già detto in molti, ovvero che il film di Destin Daniel Cretton è uno dei più "supereroistici" del franchise, questo perché non solo offre moltissimo spazio all'azione e all'attività di Spider-Man inserito nel quotidiano newyorchese, ma anche perché riprende tantissime delle copertine e splash page che hanno fatto la storia cartacea del personaggio. E', per fortuna vostra e purtroppo per me, anche uno dei film del franchise più "urbani", il che si traduce in Spider-Man che si catapulta dai grattacieli e penzola dalle sue dannatissime ragnatele, offrendo prospettive e soggettive da incubo, alla faccia di chi teme questo genere di altezze e di tuffi nel vuoto. Salvo un paio di effetti speciali posticci che, ormai, sono la cifra stilistica del MCU, l'interazione tra il corpo di Tom Holland e tutto il paesaggio digitale che lo circonda, oltre a tutte le rapidissime e concitate sequenze di lotta, impreziosite da fantasiosi usi della ragnatela, sono tra le cose migliori viste negli ultimi anni. Da fan dell'horror, ho apprezzato anche tantissimo la citazione all'amato Il tocco del male come rappresentazione visiva dei poteri in boccio di uno dei personaggi, a proposito del quale, il tocco di finezza dei colori di uno scrunchie ha soddisfatto la nerd che è in me. Per quanto riguarda gli attori, che gli vuoi dire a Tom Holland? Lui ormai E' Spider-Man, la sua faccina è semplicemente perfetta, in ogni momento del film, e le interazioni con MJ riconfermano lui e Zendaya come una delle coppie più belle del mondo. Voto 10 anche a Jon Bernthal, ormai perfettamente a suo agio nei panni del Punitore, benché ormai sia un personaggio schizofrenico, viste quante interpretazioni diverse gli danno i vari sceneggiatori, e bravissima anche Sadie Sink, destinata a una gloriosa e meritata carriera. So già che tutte queste belle cose verranno mandate in vacca da Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars, i quali mi faranno pentire di non ricordare il 70% di quanto avvenuto nel MCU in questi ultimi sette anni (anche per progressiva perdita di interesse, soprattutto verso le serie Disney +), quindi meglio godersi questi film deliziosi e "piccini", finché è possibile!

Cast

Del regista Destin Daniel Cretton ho già parlato QUI. Tom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ), Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk), Jon Bernthal (Frank Castle/Punisher), Jacob Batalon (Ned Leeds), Sadie Sink, Florence Pugh (Yelena Belova/Vedova Nera), Marisa Tomei (May Parker), Naomi Watts (voce originale di E.V.) e Keith David (Narratore di Spider Video) li trovate invece ai rispettivi link.

Se vi è piaciuto...

Se volete farla semplice, la conditio sine qua non è recuperare  Spider-Man: Homecoming, Spider-Man: Far From Home e Spider-Man: No Way Home. Se invece volete fare i completisti, aggiungete Captain America: Civil War, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame, Black Widow, Thunderbolts, la seconda stagione di Daredevil, le due stagioni di The Punisher, le due stagioni di Daredevil: Born Again e lo speciale The Punisher: One Last Kill. ENJOY!

venerdì 14 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Storie di fantasmi (1981)


Il tema della Horror Challenge, questa settimana, era "psycho-biddy" ma il film trovato in questa lista era un po' stiracchiato, come scoprirete leggendo il post su Storie di fantasmi (Ghost Story), diretto nel 1981 dal regista John Irvin e tratto dal romanzo Ghost Story di Peter Straub.

Trama

Gli anziani membri di un club, e i figli di uno di loro, vengono perseguitati ed uccisi dal fantasma di una donna...

Recensione

Ho dovuto cercare la definizione di "psycho-biddy" per capire di cosa si stesse parlando. In pratica, si tratta di un altro modo di definire il genere hagsploitation che, per chi non fosse avvezzo nemmeno a questo termine, indica quei thriller horror aventi come principali protagoniste delle donne già di una certa età, psicopatiche e violente. Detto questo, non so proprio come abbia fatto a finire nella lista Storie di fantasmi che, è vero, ha una donna come villain della vicenda, ma è privo delle caratteristiche tipiche del genere hagsploitation (anche per quanto riguarda l'attrice che interpreta Alma/Eva) ed è una storia, appunto, di fantasmi e vendette dall'aldilà. Non ho mai letto il romanzo di Straub, che una cara amica mi ha detto essere "scritto da Dio, ma malloppone", quindi non ho la possibilità di fare un confronto tra le due versioni; quel che è certo è che lo scrittore non è rimasto soddisfatto del risultato finale, ed il motivo risiede nella lunghezza e nella complessità del romanzo, molto difficile da adattare. A un certo punto, qualcuno aveva suggerito ai produttori di realizzarne una miniserie in due parti, come Le notti di Salem, ma la Universal si era impuntata sull'avere un film a tutti i costi, quindi è uscito Ghost Story, un'opera superficiale, che cancella con un colpo di spugna la complicata lore di Alma/Eva e riduce all'osso il ruolo della città di Milburn e di moltissimi suoi abitanti coinvolti nella vicenda, compreso un quinto membro della Chowder Society. Quest'ultima è la protagonista del film, una società composta da quattro anziani ed eleganti signori che, durante le loro riunioni, si raccontano storie di fantasmi. Che dietro questo loro passatempo ci sia qualcosa di più lo intuiamo, fin da subito, dai terrificanti incubi che accompagnano le loro notti, ancor prima che uno di loro muoia per mano del cadavere rianimato di una donna. Proseguendo, Ghost Story introduce il personaggio di Don, figlio di uno dei soci della Chowder Society, il cui passato è strettamente legato all'entità che comincia a perseguitare gli anziani signori e ad una serie di eventi precedenti la sua nascita, che tratteggiano una triste realtà di provincia in cui gli outsider, anche quelli più introdotti in società, vengono presto isolati e cancellati dalla memoria collettiva. A differenza di quanto spesso accade nel sottogenere hagsploitation, la donna che perseguita i protagonisti, benché ovviamente connotata come mostro nel presente e come presenza come minimo perturbante nel flashback di Don, non ha proprio tutti i torti nel volere la loro morte, e non si accanisce contro giovani ed innocenti fanciulle per gelosia o pura follia, oltre al fatto di essere lei stessa giovane e bella.

Mettendo un attimo da parte quest'imprecisione a livello di scelta per la challenge, c'è da dire che Storie di fantasmi non è proprio granché come film. Tanto per cominciare, ha un ritmo a dir poco soporifero, e tiene desta l'attenzione giusto nella parte iniziale, anche se non proprio per questioni di "merito"; piuttosto, per la prima mezz'ora è difficile capire dove voglia andare a parare Storie di fantasmi, perché mescola presente, flashback di un recente passato, incubi e racconti senza alcuna soluzione di continuità. Dopodiché, la narrazione si assesta su uno stile più lineare che coinvolge anche i due corposi flashback risolutivi, forse per questo l'attenzione dello spettatore può permettersi di vagare, fiaccata da personaggi talmente poco caratterizzati che interessarsi al loro destino è difficile (forse giusto il Ricky di Fred Astaire è dotato di un minimo di sfumature in più), oppure perché vengono accennate un paio di sottotrame apparentemente fondamentali che poi vengono lasciate cadere nel nulla, e anche questo aspetto non aiuta. E' poco coinvolgente anche la regia di John Irvin, il quale non riesce a sfruttare appieno il potenziale dei soffocanti salotti in cui si riunisce la Chowder Society, né quello della casa in rovina di Eva, lasciandosi sfuggire la possibilità di confezionare un gotico moderno dalle atmosfere evocative. Per fortuna, gli effetti speciali sono orridi quanto basta e accompagnano un paio di jump scare efficaci, e anche Alice Krige ci mette del suo, con la sua bellezza elegante e non convenzionale, e quello sguardo che è un mix di sensualità e desiderio omicida. Un peccato, invece, che il cast maschile non sia alla sua altezza, tra vecchie glorie costrette a destreggiarsi nei panni di riccastri barbogi e il povero Craig Wasson che, impegnato in un doppio ruolo, risulta doppiamente inespressivo. Potrei sbagliare, ma Storie di fantasmi è uno di quei film ai quali servirebbe un remake, o meglio, una trasposizione in miniserie del romanzo originale, data in mano a un regista un po' sgamato. Mi verrebbe da nominare Mike Flanagan, ma a lui lascio tutte le opere di King, Straub deve mettersi in coda, con tutto il rispetto!

Cast

Di Melvyn Douglas (John Jaffrey) e Alice Krige (Alma/Eva) ho già parlato ai rispettivi link.

  • John Irvin è il regista del film. Inglese, ha diretto film come Codice Magnum e Tre vedove e un delitto. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 86 anni.
  • Fred Astaire (vero nome Frederic Austerlitz Jr.) interpreta Ricky Hawthorne. Americano, lo ricordo per film come Cappello a cilindro, Zigfield Follies, Papà gambalunga, Cenerentola a Parigi e L'inferno di cristallo. Anche ballerino, coreografo, produttore e cantante, è morto nel 1987, all'età di 88 anni.
  • Douglas Fairbanks Jr. (vero nome Douglas Elton Ulman Fairbanks Junior) interpreta Edward Wanderley. Americano, ha partecipato a film come Piccolo Cesare, Gunga din e Sinbad il marinaio. Anche produttore, cantante e sceneggiatore, è morto nel 2000, all'età di 90 anni.
  • John Houseman interpreta Sears James. Americano, ha partecipato a film come Esami per la vita, Rollerball, I tre giorni del condor, Fog, S.O.S. Fantasmi, Una pallottola spuntata e a serie quali L'uomo da sei milioni di dollari, La donna bionica e Mork & Mindy. Anche produttore, sceneggiatore e regista, è morto nel 1988, all'età di 86 anni.
  • Craig Wasson interpreta Don/David. Americano, ha partecipato a film come Omicidio a luci rosse, Nightmare 3 - I guerrieri del sogno, Malcom X, e a serie quali La signora in giallo e Walker Texas Ranger. Anche sceneggiatore, compositore e produttore, ha 72 anni.

Se vi è piaciuto...

Se Ghost Story vi è piaciuto recuperate Changeling e Scarlatti - Il thriller. ENJOY!

martedì 11 agosto 2026

Sul tuo cadavere (2026)


Qualche tempo fa ho guardato su Prime Video il film Sul tuo cadavere (Over Your Dead Body), diretto dal regista Jorma Taccone, nonché remake diretto del film The Trip. E siccome dall'uno all'altro cambia davvero poco, per l'occasione ho deciso di scrivere il remake del mio post dedicato al film di Wirkola, quindi non lamentatevi se vi sembra di averlo già letto.

TRAMA

Marito e moglie vanno in una baita isolata per un weekend, ognuno intenzionato a fare la pelle all'altro. Destino vuole, nella baita si nascondono due evasi e la guardia che li ha aiutati a fuggire di prigione, i quali scombineranno non poco i loro piani omicidi...

RECENSIONE

Un uomo e una donna si dichiarano amore eterno di fronte a un fondale posticcio, per poi tirare fuori un telefonino e ricordarsi a vicenda una qualche promozione. Non c’entra una fava col resto del film, a differenza del fine gioco metacinematografico imbastito da Wirkola nell’introduzione di The Trip; è solo per ribadire che Dan, protagonista di Sul tuo cadavere, è il René Ferretti della situazione, un regista fallito sia come artista sia come uomo che, dopo un unico film di successo, è finito a dirigere pubblicità pop-up per internet. Dan, in maniera assai goffa, con chiunque abbia la compiacenza di starlo ad ascoltare si prepara un alibi per l'imminente omicidio della moglie Lisa. L'idea è quella di andare nella baita dell'anziano padre e, con la scusa di una gita in montagna finita male, far fuori la donna, non fosse che, Shyamalan twist... anche Lisa ha accettato la proposta di un weekend in baita solo per fare fuori Dan! Insomma, i due si odiano e non c'è da stupirsi: quella che era nata come una storia d'amore tra artisti (Lisa è un'attrice fallita quanto Dan) è diventata una palude di risentimento, resa ancora più infida e profonda da debiti, tradimenti, bugie, e chi più ne ha più ne metta. Jorma Taccone e gli sceneggiatori Nick Kocher e Brian McElhaney (questi ultimi usciti dritti dalla commedia stile Saturday Night Live) rimettono in scena la rovina di un matrimonio tra due persone estremamente infantili, lui un’ameba che non si occuperebbe nemmeno delle parti più cruente di un eventuale omicidio, lasciandole ad altri perché disgustato dalla vista del sangue, e lei un grosso punto interrogativo, nel senso che l’unica cosa che la caratterizza è un pesantissimo accento aussie che Dan trova assai fastidioso. La situazione di "stallo" si risolve nel momento esatto in cui Dan e Lisa scoprono che la baita è diventata il rifugio di due evasi e una guardia carceraria corrotta e lì, ovviamente, le dinamiche si complicano.

A differenza di The Trip, che veniva definita dai più "commedia horror", Sul tuo cadavere rientra nella definizione di dark comedy. Questo perché l’elemento horror, presente nel film originale dal momento in cui le primissime interazioni con i tre evasi avevano un po’ il sapore del torture porn psicologico e lo stesso veleno che corrode Lars e Lisa offriva il gancio a momenti angoscianti, in Sul tuo cadavere è completamente assente. L’amore tra Dan e Lisa si rinfocola dopo pochissimo tempo, attraverso dialoghi “motivazionali” e strappalacrime, e i tre malviventi sono ancora più caricaturali rispetto ai loro corrispettivi norvegesi. L’aggiunta poi di un elemento femminile nel trio, nel tentativo di costruire un parallelismo tra la tossicità delle due storie “d’amore” presenti nel film, cade abbastanza nel vuoto, forse perché, là dove Timothy Oliphant sembra divertirsi un sacco, Juliette Lewis è ormai la sguaiata  caricatura di sé stessa. Manca, inoltre, l’elemento eversivo ed estremamente godurioso di una furia femminile scagliata contro lo schifo nazista, una rinascita del personaggio maschile che non passi attraverso il completo annullamento della damsel in distress (io amo Samara Weaving ma qui è troppo sottoutilizzata e, da un certo punto in poi, la sua Lisa fa poco o nulla mentre fortunatamente l’ormai irriconoscibile Jason Segel, che parte spaesato e fuori parte, si riprende verso il finale) e la conseguenza di tutto ciò è che anche l’elemento splatter che abbonda nella seconda parte del film risulta una fredda imitazione dell’originale, padre di Dan incluso. Sul tuo cadavere è dunque un film che consiglio a chi non ha mai visto The Trip, che trovate su Netflix, e a chi ama semplificarsi la vita con storie rimasticate per un pubblico americano, prive di qualsiasi ambiguità o elemento scomodo. Se il genere supercazzola sanguinolenta vi piace, vi aspettano due ore di divertimento che non rimpiangerete assolutamente!

CAST

Di Jason Segel (Dan), Samara Weaving (Lisa), Timothy Olyphant (Pete), Juliette Lewis (Allegra), Kumail Nanjiani (Hollywood Dan) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Jorma Taccone è il regista del film. Americano, ha diretto film come Vite da popstar. Anche sceneggiatore, produttore, attore e compositore, ha 49 anni.

CURIOSITÀ

André Eriksen, che nel film originale interpretava Roy, compare nel finale di Sul tuo cadavere come la versione cinematografica di Todd. Se il film vi fosse piaciuto vi invito ovviamente a recuperare The Trip. ENJOY!

mercoledì 5 agosto 2026

The Turkish Coffee Table (2025)


Avevo giurato che mai più avrei rimesso piede in "quel" salotto, invece qualche giorno fa ho recuperato The Turkish Coffee Table (Cam Sehpa), remake del 2025 di La mesita del comedor, ad opera di Can Evrenol .

Trama

Ibrahim, sposato con una moglie opprimente e diventato da poco padre, si incapriccia di un orrendo tavolino da salotto. Durante il montaggio del mobile apparentemente infrangibile, succede però un terribile incidente...

RECENSIONE

Sarà un bel casino parlare di The Turkish Coffee Table senza fare spoiler sulla trama. Ai tempi della scioccante visione del corrispettivo spagnolo mi era venuto incontro il mini-articolo scritto in occasione del ToHorror, ma se voglio arrivare a due paragrafi sarà dura. Dunque, diciamo che il film viene definito "commedia nera", e io l'ho sempre trovato un eufemismo, in quanto, salvo per i primi cinque minuti ambientati nel negozio di mobili, dovesse scapparvi anche solo che uno sbuffo divertito dal naso il mio consiglio sarebbe quello di recarvi subito al reparto psichiatrico più vicino. The Turkish Coffee Table, così come del resto La mesita del comedor, sono due drammi nerissimi dalla forte componente horror/grottesca, e mettono il protagonista di fronte a un fatto talmente orribile da azzerare all'istante qualsiasi facoltà mentale. Non so se vi è mai capitato di ritrovarvi in una situazione, anche banale, davanti alla quale siete stati soverchiati da una sensazione soffocante di prigionia, causata dalla totale mancanza di soluzioni per uscire da quella determinata situazione; come avere in testa una spada di Damocle, messa lì da qualcosa che avete fatto voi, e che inevitabilmente, presto o tardi, vi colpirà recando con sé non solo dolore, ma anche ignominia. A me, per esempio, sta capitando proprio in questi giorni, ed è qualcosa che ha a che fare con la scomparsa di ogni tipo di immagine dal blog, quindi guardare The Turkish Coffee Table in questo momento della mia vita ha avuto un effetto devastante, tanto che ho finito la visione con un mezzo attacco di panico. Tutto ciò accade perché, come già La mesita del comedor, anche The Turkish Coffee Table si sofferma innanzitutto sulle sensazioni del protagonista, sull'orrore e la disperazione, sulla paura, sul pensiero fisso di un suicidio allo stesso tempo liberatorio e punitivo. Lo spettatore viene messo davanti al fatto compiuto e a tutte le irricevibili "pezze" che il protagonista cerca di mettere, nei rarissimi momenti di lucidità tra uno stato catatonico e uno di pura isteria, e il risultato è un filo che si tende sempre di più nella mente e nello stomaco di chi si trova impossibilitato a staccare gli occhi dallo schermo, scosso dall'attesa di una deflagrazione sempre più imminente. 

Alla situazione di partenza già abbastanza scioccante, sia Evrenol che Casas hanno aggiunto elementi di disturbo, ulteriori "micce" atte a rendere il tutto ancora più arduo, sia per il protagonista che per lo spettatore. C'è da dire che Evrenol ha scelto un approccio non solo più gore, che è quanto mi sarei aspettata da lui (la cinepresa di Casas si fermava appena prima di diventare troppo esplicita, lasciando spazio all'immaginazione, Evrenol sbatte in faccia qualunque cosa, anche la più irricevibile), ma anche più asciutto e rapido, limando un po' di cose qui e là. Ricordo, infatti, che il dramma spagnolo era molto più focalizzato sul prolungato deterioramento mentale di Jesús, cosa che, a tratti, inficiava il ritmo della narrazione, mentre Evrenol va come un treno e, sul finale, cambia tutte le carte in tavola prendendo a schiaffi anche chi conosce il film originale. A proposito del finale, non saprei dire quale sia migliore, così come non saprei dire quale dei due film abbia preferito. Sicuramente, The Turkish Coffee Table è "too much" in tutto, anche per certi toni un po' da soap opera dei dialoghi e di alcune situazioni, oltre che per la sua natura più esplicita, quindi il finale è il perfetto corollario di questa esagerazione e dà proprio l'idea che Dio (più volte nominato) si sia stufato di persone tanto ridicole, eliminandole dall'equazione con una schicchera cumulativa. C'è anche da dire che i fan di Can Evrenol, probabilmente, troveranno The Turkish Coffee Table "moscio" rispetto alle sue solite opere, e in effetti persino io mi sono stupita della sobrietà con la quale ha evitato di rendere un dramma da camera il trionfo dello splatter e dell'ultraviolenza. L'unica cosa di cui sono sicura è che The Turkish Coffee Table, così come La mesita del comedor, sono due film per stomaci fortissimi, due opere zeppe di trigger e contenuti "sensibili" che possono risultare fastidiosi persino raccontati (due miei colleghi ne sono un esempio), figuriamoci visti. Io vi ho avvisati!

CAST

Del regista e sceneggiatore Can Evrenol ho già parlato QUI.  

SE VI è PIACIUTO...

Il film è il remake dello spagnolo The Coffee Table di Caye Casas, che ovviamente vi consiglio di recuperare, se vi è piaciuta la sua versione turca. ENJOY!

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