mercoledì 23 ottobre 2019

Eli (2019)

In questi giorni ho guardato, quasi per scherzo, Eli, il nuovo film Netflix diretto dal regista Ciarán Foy, senza aspettarmi nulla di che. Mi sono dovuta ricredere, ma ora non so come scrivere un post privo di SPOILER.


Trama: il piccolo Eli, affetto da una malattia autoimmune, viene portato come ultima spiaggia in una casa isolata dove la dottoressa Horn afferma di poterlo curare. All'interno della casa, però, cominciano a succedere cose strane...



Facciamo così. In questo primo paragrafo bandirò gli spoiler e cercherò di spiegarvi brevemente perché Eli è un film che merita di venire visto a prescindere dalla sua apparente banalità. Nel secondo paragrafo mi sfogherò un po' di più e sconfinerò nel terrificante territorio dello spoiler, perché era già qualche tempo che un horror non mi soddisfaceva in questo modo. Eli parte da un assunto intrigante, che unisce l'horror "medico" a quello più paranormale e che prevede un protagonista reso ancora più fragile da un difetto fisico o malattia (in questo caso Eli è costretto a vivere in ambienti completamente sterili e ad uscire di casa con una tuta simile a quella degli astronauti), inserito in un luogo potenzialmente pericoloso e popolato da personaggi ambigui. In apparenza, la casa di cura gestita dalla dottoressa Horn è irreprensibile, anche se vi sono posti, all'interno, dove non è consentito andare e che non sono completamente sterili, tuttavia le cure che vengono inflitte ad Eli sono al limite della tortura medievale e, come se ancora non bastasse, il piccolo si ritrova presto a venire attaccato nottetempo da alcuni spettri malevoli, senza peraltro venire creduto. La trama, come vedete, è abbastanza infarcita di cliché e lo stile di regia e sceneggiatura è quello tipico di un prodotto Blumhouse a base di entità malvagie, un The Conjuring ambientato in un ospedale (o al limite un Sinister, visto che Foy ha diretto il secondo capitolo della saga), durante la cui visione lo spettatore deve stare attento a non morire d'infarto causa jump scare assortiti filtrati da specchi o vetri, particolarmente diffusi all'interno della casa di cura. Tuttavia, tra gli strilli e l'interpretazione convintissima del piccolo Charlie Shotwell e tanti piccoli indizi che mostrano una famiglia disperata e nemmeno troppo unita (bellissima l'inquadratura all'interno della quale le mani dei genitori si dividono non appena si è chiusa la porta alle spalle del figlio), la sceneggiatura ci porta nel vivo della storia senza perdersi in spiegoni e soprattutto non cala di tensione nemmeno per un istante, anche quando i jump scare scompaiono e il film abbraccia la sua seconda anima. Se vi fidate di me anche con queste poche, scarne informazioni, il consiglio è quello di recuperare Eli senza remore perché è uno degli originali Netflix migliori al momento in catalogo... altrimenti proseguite, a vostro rischio e pericolo, perché entriamo nel regno dello


SPOILER

A un certo punto la sceneggiatura di Eli cambia completamente direzione e ribalta il punto di vista dello spettatore, che arriva a sentirsi intelligentemente gabbato e comincia a ripensare a tanti piccoli dettagli che lì per lì non quadravano, in primis l'impossibilità di avere un'intera magione sterilizzata. Certo, passata l'onda dell'entusiasmo c'è anche da dire che l'intero impianto scricchiola quanto le assi dei pavimenti di una casa infestata (arrivare a convincere il figlio di essere malato per curarlo del suo vero male? Ma a che pro? Bastava un esorcista, santo cielo. In tutta l'America ci sono solo queste tre suore scappate di casa in grado di esorcizzare pargoli o eliminare la progenie del Demonio? Peraltro passando per "fasi" in cui è persino necessario praticargli dei fori nella scatola cranica? Aiuto.), però è talmente convincente il modo in cui la sceneggiatura riesce a farsi beffe dell'utente Netflix, medio o scafato che sia, sviandolo in almeno due/tre modi differenti, che non si può non arrivare alla fine di Eli con un bel sorriso sulle labbra. L'idea dei fantasmi in apparenza malvagi che in realtà aiutano il protagonista, per esempio, era "sgamabile" sin dall'inizio ma onestamente non avrei mai pensato che le entità fossero davvero maligne perché lo è anche il loro protetto. E così lo spettatore per la maggior parte della durata si ritrova a fare il tifo per Eli, a volere bene alla madre Rose (nomen omen) che pare manipolata da un marito orco, a detestare l'ambigua dottoressa Horn e a sperare che il povero pargolo guarisca e sopravviva o magari muoia in maniera eroica per salvare altri bimbi come lui... finché tutto crolla, in un finale concitato ed ironicamente crudele. Come ho scritto sopra, Eli non racconta nulla di nuovo e si appoggia a svariati cliché del genere, ma è il modo in cui vengono mescolati a convincere e a spingere lo spettatore a sorvolare su alcune incongruenze e forzature. E poi, insomma, è sempre bello vedere Kelly Reilly, soprattutto perché la sua interpretazione da mamma apprensiva ed esageratamente dolce, tutta sussurri e trucchetti per calmarsi, nasconde una voragine di angoscia e segreti taciuti. Come sempre, non c'è nulla di meglio di un piccolo protagonista malvagio per ravvivare un film, e decisamente Eli si è conquistato un posto nell'olimpo dei miei preferiti!

FINE SPOILER/POST



Del regista Ciarán Foy ho già parlato QUI. Kelly Reilly (Rose) e Lily Taylor (Dr. Horn) le trovate invece ai rispettivi link.

Charlie Shotwell interpreta Eli. Americano, ha partecipato a film come Captain Fantastic, Tutti i soldi del mondo e The Nightingale. Ha 10 anni e tre film in uscita.


Sadie Sink, che interpreta Haley, è la Max di Stranger Things. ENJOY!

martedì 22 ottobre 2019

The Voices (2014)

Quasi un anno fa col Bolluomo abbiamo adottato una gattina e ovviamente l'uomo di casa si è riscoperto gattaro (anche se credo lo sia sempre stato). Approfittando dell'immagine di un gatto particolarmente assurdo, sono riuscita quindi a fargli vedere The Voices, diretto nel 2014 dalla regista Marjane Satrapi e presente sulla piattaforma Amazon Prime Video.


Trama: Jerry lavora come magazziniere in una fabbrica di vasche da bagno, è timido e di buon cuore ma ha anche un grosso problema. La sua schizofrenia lo porta a sentire le voci degli animali di casa, una buona e una cattiva coscienza che arriveranno a confonderlo nel momento esatto in cui si innamorerà di una sua collega...


Ormai ho una memoria labile e fatico a ricordare tutti i film passati sui blog amici di cui bisognerebbe tenere traccia ma, chissà perché, almeno il titolo di The Voices era rimasto e quando è entrato a far parte del catalogo Prime Video l'ho inserito tra i preferiti. Onestamente, non ricordavo né che il protagonista fosse Ryan Reynolds (tanto che, quando è comparso, ho fatto la fatidica domanda "Ma diamine, quello è Ryan Reynolds?" Capitemi, sono miope/astigmatica e lo schermo della cucina/salottino non è enorme) né che la regista fosse Marjane Satrapi, cosa che mi ha creato uno scompenso psichico sul finale, quando il suo nome è comparso durante gli assurdi titoli di coda del film, però sono contenta che un minimo ricordo di The Voices mi sia rimasto perché rischiavo di perdermi una pellicola decisamente riuscita. Strana quanto volete, ovviamente, ché da un Ryan Reynolds ormai lanciatissimo ci aspetteremo mica una cosa normale? Più sconvolgente, invece, l'idea che Marjane Satrapi, dopo il commovente Persepolis, abbia deciso di dirigere una commedia a tratti demenziale (i titoli di coda, l'ho già detto, sono assurdi, uno schiaffo al senso del surreale dello spettatore) ma che più nera non si può, tanto che a un certo punto l'oscurità diventa la parte predominante e ridere delle disgrazie di Jerry diventa molto ma molto difficile. E pensare che, lì per lì, The Voices sarebbe un film anche innocuo: un uomo affetto da schizofrenia passa il tempo libero a parlare col suo cane e col suo gatto, rispettivamente l'angelo e il demone che gli sussurrano sulla spalla e che cominciano a diventare decisamente prodighi di consigli quando Jerry si innamora di Fiona, la nuova collega di origini inglesi. Il film inizia seguendo quindi il pattern di una commedia sentimentale di stampo surreale, con l'ingenuo e timido Jerry che viene preso in giro da Fiona e non si accorge che un'altra sua collega, Lisa, sarebbe seriamente intenzionata a mettersi con lui, ma nel corso di The Voices le aspettative dello spettatore vengono irrise più di una volta, soprattutto quando nel film si inserisce un elemento thriller e anche un po' horror, se vogliamo.


Non mi sento di aggiungere altro sulla trama, perché è interessante capire dove andrà a parare e anche perché a mio avviso è innanzitutto il modo in cui è stato realizzato The Voices a colpire, il modo in cui anche le immagini scivolano dallo stile comedy a quello horror senza soluzione di continuità. Il mondo di Jerry, il suo posto di lavoro, sono connotati da una fotografia luminosa e costumi all'interno dei quali i colori predominanti sono il rosa acceso e il rosso, specchio dei "caldi" sentimenti che esplodono nel cuore di Jerry nel momento in cui si innamora di Fiona, ma non solo, come si verrà a scoprire proseguendo nel film; il flash con cui all'improvviso cambiano i colori che circondano il protagonista, la fotografia e persino la scenografia delle sequenze, così simile a quella di mille serie televisive, è talmente repentino e impercettibile che, lì per lì, il cervello non lo registra nemmeno, almeno finché non subentra lo shock della consapevolezza di quanto, in realtà, l'esistenza di Jerry sia misera e solitaria e di come non ci sia nulla da ridere all'idea che un cane e un gatto (per quanto costruiti secondo gli stereotipi della comicità americana) battibecchino col loro padrone. In questo caso, ben venga l'utilizzo di una CGI poco invasiva ma necessaria per assecondare la schizofrenia di Ryan Reynolds e ben venga anche la sua incapacità attoriale, che rende Jerry in qualche modo "sbagliato" e strano fin dalle prime scene (sarebbe bello però poter vedere il film in lingua originale visto che Reynolds doppia tutte le "voci", peccato che Prime Video non lo consenta). Dal punto di vista del cast femminile, sia Gemma Arterton che Anna Kendrick sono deliziose, soprattutto la Kendrick, ma è fondamentale anche la stralunata professionalità di Jacki Weaver, altro personaggio che scivola senza soluzione di continuità dalla tipica psichiatra delle commedie USA a qualcosa di ben più angosciante. Insomma, non è facile parlare di The Voices senza fare troppi spoiler, lo avrete capito, quindi sarà meglio chiudere qui il post. Se avete Prime Video non perdetelo e fatemi sapere cosa ne pensate!


Della regista Marjane Satrapi ho già parlato QUI. Ryan Reynolds (Jerry/Mr. Wiskers/Bosco/Cervo/Bunny Monkey), Gemma Arterton (Fiona), Anna Kendrick (Lisa) e Jacki Weaver (Dr. Warren) li trovate invece ai rispettivi link.


domenica 20 ottobre 2019

3 from Hell (2019)

Nonostante le critiche piovute da ogni dove ho voluto toccare con mano gli abissi di tristezza in cui è sprofondato Rob Zombie con l'ultimo film da lui diretto e sceneggiato, 3 from Hell.



Trama: dopo essere stati catturati più morti che vivi, Capitan Spaulding, Otis e Baby vengono rinchiusi in carcere, processati e condannati chi all'ergastolo chi alla pena di morte. Nel frattempo, Otis riesce a fuggire con l'aiuto del folle cugino e la mattanza ricomincia...



Chi segue il mio blog sa che ho sempre difeso Zombie a spada tratta, salvando anche quello che poteva non essere salvabile. Contrariamente a molti, ho apprezzato tantissimo Le streghe di Salem, ho trovato molte cose bellissime in 31, ho persino voluto bene a Halloween - The Beginning (pur non avendo visto il sequel) e a chi definiva la povera Sheri Moon Zombie "cagna maledetta" ho sempre mostrato il dito medio, facendo spallucce. Stavolta, ahimé, mi tocca gettare la spugna. Dopo La casa dei 1000 corpi, coloratissimo e psichedelico divertissement che omaggiava spudoratamente Non aprite quella porta e dopo quel capolavoro di The Devil's Rejects, horror "bruciato" dal sole capace di rendere affascinanti esseri meritevoli di odio sempiterno, Zombie ha deciso che quella vacca non era stata munta abbastanza e che era il caso di riprendere la storia di Otis, Baby e Captain Spaulding (è andata bene al povero Sid Haig, che in questa monnezza compare giusto due minuti, impossibilitato a fare di più a causa della malattia che di lì a poco lo avrebbe condotto alla morte, ciao Sid) per aggiungere un tassello in più. Come dicevano i Depeche Mode: "WRONG". 3 from Hell è un'involuzione, è peggio di un'opera di esordio sfacciata e coloratussa, è la noia fatta a film e l'incarnazione stessa dell'imbarazzo, non solo per gli attori che palesemente non ne hanno più voglia e son talmente cani da risultare irriconoscibili (probabilmente ci credono solo Sheri Moon e Richard Brake, con risultati LEGGERMENTE diversi, ché lui un po' di dignità la mantiene ancora, non fosse altro perché il ruolo di killer folle e zoticone gli calza a pennello) ma anche per la sciatteria svogliata di una trama scritta sullo scontrino di un diner, che più volte fa esclamare "e vabbé" con occhi roteanti o per la regia che non sa bene che direzione far prendere all'insieme.


E pensare che all'inizio avevo molte speranze e lì per lì mi sono anche chiesta se gli altri spettatori non fossero stati troppo cattivi con Zombie. Lo stile da documentario vintage e l'accenno di fascinazione esercitata dai 3 from Hell sull'opinione pubblica USA mi faceva sperare in un bel casino su scala nazionale, la riaffermazione dei principi anarchico-satanisti della famiglia Firefly, una riflessione profonda sulla scia di quanto mostrato in The Devil's Rejects... invece nulla, il tutto si è trasformato nello one woman show di Sheri Moon Zombie prima, tra gatteenee ballereenee e dialoghi imbarazzanti, e in un terzetto di dementi che ammazza gente a sfregio poi, tre sbandati che non sanno bene cosa fare e tanto per cambiare un po' decidono di andare in Messico a sfondarsi di zoccolone e droga, scatenando le ire di un tizio che ha la casa tappezzata da santini di Danny Trejo (scherzo, c'è un motivo, ma giuro lì ho riso tantissimo e alla fine ho persino esclamato "e adesso i santini di Danny Trejo me li piglio io"), con ovvi risultati. A un certo punto viene persino scomodato Lon Chaney col suo Gobbo di Notre Dame, altro spunto di riflessione sull'essere freaks mandato in vacca e annegato in un delirio di banalità, ma arrivati a quel punto nulla avrebbe potuto salvare la baracca, nemmeno Lon Chaney in persona. Non dopo aver visto per quasi due ore Sheri Moon Zombie miagolare a gattini immaginari, saltellare a mo' di Pippi Calzelunghe, pronunciare ogni frase in falsetto, strabuzzare gli occhioni pazzi e agitare le manine matte, provando OGNI maledetta volta il desiderio di prenderla a schiaffi fortissimi. Se alla fine di The Devil's Rejects si arrivava col magone, con l'assurda vergogna di aver parteggiato per una famiglia di maniaci almeno per un istante, qui si arriva alla fine con la sensazione che sventrare a mani nude Baby, Otis e Foxy sarebbe anche poco. Davvero, quando si preferirebbe vedere "vincere" gli antagonisti peggio caratterizzati del mondo (nei panni di Dee Wallace mi sarei vergognata e Jeff Daniel Phillips non ci fa una figura migliore) piuttosto che i protagonisti, significa che qualcosa è andato drammaticamente storto. Fossi in voi eviterei e mi fermerei a The Devil's Rejects, non importa quanto pensiate di essere fan di Zombie. Credetemi, è meglio così.


Del regista e sceneggiatore Rob Zombie ho già parlato QUI. Sheri Moon Zombie (Baby), Bill Moseley (Otis Driftwood), Sid Haig (Capitan Spaulding), Jeff Daniel Phillips (Direttore Virgil Harper), Richard Brake (Winslow Foxworth Coltrane), Dee Wallace (Greta), Clint Howard (Mr. Baggy Britches), Danny Trejo (Rondo) e Barry Bostwick (Narratore) li trovate invece ai rispettivi link.


Come ho scritto nel post, ignorate questo cumulo di sterco fumante e, se vi piace il genere, recuperate invece La casa dei 1000 corpi e The Devil's Rejects, conosciuto con l'indegno titolo italiano La casa del diavolo. Questa cosa sarà, se mai arriverà in Italia, La casa delle libertà? ENJOY!

venerdì 18 ottobre 2019

Fog (1980)

Qualche sera fa mi è capitato di guardare Fog (The Fog) diretto e co-sceneggiato nel 1980 dal regista John Carpenter.


Trama: gli abitanti di una cittadina in riva al mare si ritrovano a dover combattere contro un gruppo di fantasmi assassini portati dalla nebbia...



E' il 2019, ho 38 anni, adoro l'horror ma nonostante questo non avevo mai visto Fog prima di qualche settimana fa. Vergogna su di me. E vergogna anche perché mi ritroverò a parlare impropriamente di un film che altri spettatori e fan di Carpenter adorano, di cui è stato discusso ampiamente in mille modi interessanti, e il mio post stinfio gli renderà ben poco onore, ahimé. Ma ci proviamo, dai. Fog è LA storia di fantasmi per eccellenza, uno di quei racconti perfetti per le serate passate attorno al fuoco, non a caso il prologo mostra un navigatissimo "capitano" che racconta a un gruppo di attenti pargoletti la triste storia della nave Elizabeth Dane, schiantatasi a fine '800 contro gli scogli di San Antonio Bay a causa dell'inganno degli abitanti. La leggenda narra che i poveri passeggeri della nave, tutti già malati di lebbra e desiderosi solo di avere un porto sicuro dove approdare, sarebbero tornati a vendicarsi dopo cent'anni e così, in effetti, succede. A San Antonio Bay cominciano ad accadere stranissimi ed inquietanti fenomeni, mentre una nebbia spettrale e luminescente compare di notte al largo delle coste, portando con sé morte e distruzione. Converrete con me che non esiste trama più semplice di così ma la semplicità con Carpenter è solo apparenza. Sotto la tradizionale storia di fantasmi c'è un'allegoria dell'America colonialista, del popolo che festeggia le sue tradizioni ignorando (volutamente o meno) quanto sangue sia stato versato per stabilirle; c'è la volontà di "lavare i panni in casa", trincerandosi all'interno di una piccola cittadina e ammettendo implicitamente la vergogna di avere un passato deprecabile, a rischio di mandare al diavolo ogni speranza di sopravvivenza; ci sono personaggi femminili che precorrono i tempi e che non hanno assolutamente bisogno degli uomini per affermarsi o per sopravvivere al sovrannaturale; c'è, infine, un clima di allucinata incertezza che si tende come un filo dall'inizio alla fine del film, introdotto dalla citazione di Un sogno dentro a un sogno di Poe e concluso con uno dei più terrificanti "avvertimenti" della storia del cinema horror, preludio ovviamente di un finale scioccante ma "giusto" che non sto a rivelarvi.


Al di là dei messaggi più o meno sottesi, Fog ha un anno più di me ma ancora riesce a mettere inquietudine, un po' come quando mi guardo allo specchio, per inciso. La messinscena generale forse patisce di una certa aura di "vecchiume" ma non c'è nulla di vecchio nella costruzione della tensione, veicolata da un semplice bussare alla porta, dilatata per tutto il tempo necessario ad aprirla e scoprire cosa si nasconde dietro, giocando con gli stilemi dell'horror fino a permettersi di ignorarli; al buio, dove si scorge soltanto il bagliore di occhi rossi, nell'ambiente illuminato di un obitorio che mette i brividi, in una chiesa cupa, sul filo del telefono, in cima a un faro dove l'orrore viene sbattuto letteralmente in faccia, Carpenter riesce a costruire in ogni circostanza sequenze inquietanti e memorabili senza spargere una sola goccia di sangue, lasciando all'immaginazione dello spettatore il risultato dei colpi di spada ed uncino sotto i quali cadono come mosche gli abitanti di Antonio Bay. E' un po' il fil rouge di Fog quello di non poter "vedere", in effetti, ed ecco dunque venire in soccorso l'udito laddove la vista difetta: l'intero film è percorso dalla voce, bella e sensuale, di Adrienne Barbeau, proprietaria della stazione radiofonica della cittadina la quale, tra un pezzo jazz e l'altro, mette in guardia gli ascoltatori quando la minaccia della nebbia si fa palpabile e li invita a non abbassare mai la guardia. Qualcuno lo fa, ahimé, ignorando la voce della fanciulla e quella della coscienza, inascoltata come 100 anni prima, ma voi non tappatevi le orecchie e non fate come me, che per quasi quattro decenni ho ignorato Fog, e recuperatelo immantinente!


Del regista e co-sceneggiatore John Carpenter, che interpreta anche Bennett, ho già parlato QUI. Jamie Lee Curtis (Elizabeth Solley), Janet Leigh (Kathy Williams), Charles Cyphers (Dan O'Bannon), Nancy Kyes (Sandy Fadel), Hal Holbrook (Padre Malone), George "Buck" Flower (Tommy Wallace) e Tommy Lee Wallace (Fantasma) li trovate ai rispettivi link.

Adrienne Barbeau interpreta Stevie Wayne. Ex moglie di Carpenter, americana, ha partecipato a film come 1997: Fuga da New York, Creepshow, La cosa, Demolition Man, Dredd - La legge sono io, Argo, Tales of Halloween e a serie quali Love Boat, Ai confini della realtà, La signora in giallo, I viaggiatori, Nash Bridges, Sabrina vita da strega, Cold Case, Dexter, Grey's Anatomy, CSI: NY, Criminal Minds e Creepshow; come doppiatrice ha lavorato per le serie The Real Ghostbusters, Batman, Angry Beavers, Totally Spies! e American Dad!. Anche sceneggiatrice, ha 74 anni e cinque film in uscita.


Tom Atkins interpreta Nick Castle. Americano, ha partecipato a film come 1997: Fuga da New York, Creepshow, Halloween III - Il signore della notte, Arma letale, Due occhi diabolici, Impatto imminente, San Valentino di sangue e a serie quali MASH, Alfred Hitchcock presenta, Xena: Principessa guerriera e Oz. Ha 84 anni e un film in uscita.


Tra le guest star segnalo il tecnico degli effetti speciali Rob Bottin nei panni di Blake e Debra Hill, co-sceneggiatrice del film, che compare come extra. Il ruolo di padre Malone era stato offerto a Christopher Lee ma alla fine il grande attore ha dovuto rinunciare. Fog è stato rifatto nel 2005 col titolo The Fog - Nebbia assassina, che ovviamente non ho mai visto. Se Fog vi fosse piaciuto potreste recuperarlo ma non garantisco. ENJOY!

giovedì 17 ottobre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 17/10/2019

Buon giovedì a tutti! Nella settimana in cui trionfa lo stra-potere Disney cosa rimane per chi, come me, non sopporta Maleficent? ENJOY!

Maleficent - Signora del male
Reazione a caldo: per carità.
Bolla, rifletti!: Mi dispiace solo per la presenza di Michelle Pfeiffer, che adoro, ma siccome già non mi era piaciuto lo stupidissimo Maleficent direi che evito.

The Informer - Tre secondi per sopravvivere
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: C'è qualche attore interessante e me ne dispiace, perché questo sembra proprio uno di quegli action thriller buoni giusto per una serata davanti alla TV. Niente, evito anche questo.

The Kill Team
Reazione a caldo: perché no?
Bolla, rifletti!: questo sembra il film più interessante tra quelli proposti al multisala, anche se non amo troppo il genere "di guerra". Ispirato ad una storia vera da cui lo stesso regista ha tratto un documentario, parla dell'angoscia e delle contraddizioni della vita militare nell'esercito USA e potrebbe essere una di quelle pellicole capaci di far incazzare a morte gli spettatori.

Se mi vuoi bene
Reazione a caldo: no no
Bolla, rifletti!: Basta Fausto Brizzi e basta tragicommedie italiane sempre con le stesse facce. Basta, vi prego.

Al cinema d'èlite le cose si fanno serie.

Grazie a Dio
Reazione a caldo: aiuto.
Bolla, rifletti!: L'ultimo film di Ozon parla di preti pedofili e delle loro vittime, un argomento capace di scatenare l'Anticristo che è in me. Sicuramente lo recupererò ma con calma e sola, in una stanza dove posso bestemmiare in pace. 

mercoledì 16 ottobre 2019

The Banana Splits Movie (2019)

Potevo esimermi dal recuperare la versione horror di un famosissimo show per bambini? No! E infatti ecco a voi The Banana Splits Movie, diretto dalla regista Danishka Esterhazy.


Trama: per festeggiare il compleanno, un bambino va con tutta la famiglia alla registrazione di una puntata del suo programma preferito, il Banana Splits Show. La gitarella allegra si trasformerà in una mattanza ad opera dei quattro robot meccanici ricoperti di pelliccia...



Onestamente, dei Banana Splits ricordo veramente pochissimo. Credo che da bambina lo passassero su uno di quei canali regionali un po' borderline e più che le mattane dei quattro pupazzoni musicisti rammento la terrificante sigla del telefilm Danger Island, con quei cavolo di signori di colore mascherati da scheletro che erano arrivati a popolare i miei incubi. Quindi sì, se vogliamo un po' di horror già lo conteneva il Banana Splits Show, ma la regista Danishka Esterhazy è andata oltre e leggenda narra che, in effetti, la sceneggiatura del film fosse in realtà nata come adattamento cinematografico di Five Nights at Freddy's (che io fingo di sapere cosa sia ma in realtà ne ho visto solo dei cosplay/pubblicità al Lucca Comics. E' un videogame horror coi bestinetti assassini, vero?), con tutte le conseguenze del caso. The Banana Splits Movie è così diventato un horror a base di robot pelosi che impazziscono e, complice anche la minaccia di chiudere lo show, decidono di fare piazza pulita di ogni adulto ingrato, mentre i poveri pargoletti sono costretti a diventare il pubblico di una carneficina senza precedenti, di cui noi spettatori, in effetti, vediamo solo la punta dell'iceberg, per quanto sanguinosa. La cosa strana di The Banana Splits Movie è che poteva tranquillamente diventare una horror comedy: è un genere che tira tantissimo, facile da sdoganare al pubblico, e i pupazzoni sono abbastanza trash da prestarsi alla perfezione a mattanze in stile cartoonesco o slapstick... invece il film della Esterhazy è di una cattiveria mortale e indulge in uccisioni particolarmente splatter e crudeli di gente che, per quanto un po' sciocca, non merita certo di morire così male.


Più volte, nel corso del film, verrebbe da urlare "perché nessuno pensa ai bambini???" (cit.), costretti a testimoniare alle brutture più nefande e anche, attenzione, a subire lo sguardo asettico di robot che fanno davvero paura. Il look dei Banana Splits è stato mantenuto, è vero, ma ci sono piccoli dettagli che li rendono inquietantissimi. L'elefante Snorky, per esempio, dietro agli occhiali tondi che gli nascondono parte del volto ha due perline nere al posto degli occhi, laddove quello originale aveva due occhioni stile cartoon, mentre in effetti gli altri personaggi erano già terrificanti di loro, soprattutto la scimmia, con quel sorriso demente e i dentoni. Comunque, il film della Esterhazy rischia di farsi ricordare "solo" per la sfacciataggine con cui stupra le infanzie di piccoli spettatori ormai cresciuti, perché per il resto procede come qualsiasi slasher classico degno di questo nome e quello che viene chiesto al pubblico è semplicemente indovinare chi morirà per primo e godersi il modo in cui ciò succederà. Gli attori, ovviamente, si prestano volentieri e mettono in piedi un cast fatto di personaggi abbastanza archetipi e riconoscibili (c'è la madre coraggio coi figli, il secondo marito stronzo, gli invasati dello show, il padre che vorrebbe fare della figlia una piccola star, la "spalla" umana costretta a sorridere sul palco ma in realtà colma di veleno, ecc. ecc.) che interagiscono alla perfezione coi pupazzoni, mentre i bimbi utilizzati sono così pucciosi da far sì che lo spettatore arrivi a temere per la loro salute. Insomma, un horror simpatico, che forse funzionerà di più con chi vedeva lo show da piccolo ma godibile anche per chi non sa chi diamine siano i Banana Splits!

Danishka Esterhazy è la regista della pellicola. Canadese, ha diretto altri film a me sconosciuti, come Level 16. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 50 anni e un film in uscita.


Sara Canning, che interpreta Rebecca, era la Jacqueline della serie Una serie di sfortunati eventi. ENJOY!

martedì 15 ottobre 2019

Taxi Driver (1976)

La febbre da Joker non si è ancora spenta ma, almeno per me, non significa andarmelo a rivedere al cinema ventordici volte, quanto piuttosto riguardare le sue dichiarate fonti di ispirazione, come per esempio Taxi Driver, diretto dal regista Martin Scorsese nel 1976.


Trama: afflitto da un'insonnia cronica, un veterano con problemi mentali decide di lavorare come tassista di notte. Il suo desiderio di ripulire la città si rafforza quando incontra Betsy, sostenitrice di un candidato presidenziale, e Iris, prostituta tredicenne...


Cosa si può dire di Taxi Driver che non sia stato detto? Nulla. Basta aprire qualunque libro di cinema, qualunque biografia su Scorsese, qualunque monografia sul film in sé per scoprire un mondo e innamorarsi di una delle pellicole più belle non solo del regista, ma della cinematografia mondiale. Non ho aneddoti legati alla visione di Taxi Driver, sono sincera. E' uno di quei film recuperati dopo essere stata folgorata sulla via di Damasco da Quei bravi ragazzi e mentre l'epopea mafiosa di Ray Liotta e compagnia è roboante, zeppa di glamour e spesso tragicamente divertente, Taxi Driver è "solo" angosciante e cupo, tanto che alla fine della visione avevo preso tutte le immagini e le avevo rinchiuse nella testa e nel cuore per tenerle per me; non mi sarei MAI sognata di consigliare Taxi Driver ai miei amici con l'entusiasmo con cui invece rompevo le scatole per i film di Tarantino, Quei bravi ragazzi, Casino o persino Arancia meccanica. Perché Taxi Driver ti deprime, ti riversa addosso le atmosfere della New York notturna sporca e pericolosa, fatta di papponi, gente che muore senza un perché, tassisti che si fanno scivolare addosso le peggio cose anche se lo sporco di quelle cose gli rimane attaccato addosso, sui vestiti e sui sedili "impiastricciati". E uno di questi tassisti è Travis Bickle, allucinato dalla mancanza di sonno e da problemi mentali che non vengono mai davvero definiti all'interno del film. Un uomo mite (almeno all'inizio), una persona di cui probabilmente non ci accorgeremmo se ci passasse accanto, un essere umano che si guarda attorno e prova schifo per tutto ciò che vede, per la propria soffocante ed ingiusta solitudine, e come tutti noi soffre in silenzio, almeno finché una serie di esperienze negative non lo porta a fare scelte assai drastiche. Possiamo non essere sotto l'effetto di psicofarmaci, per carità, magari non arriveremo mai ad armarci di tutto punto per ripulire le strade, ma Travis Bickle siamo noi, inutile nasconderci dietro un dito.


Siamo noi con le nostre stranezze e il modo goffo di esistere, quando proiettiamo tutte le nostre speranze su qualcuno che colpisce la nostra attenzione, "angelicandolo" come già faceva Dante con Beatrice. La Beatrice di Travis è Betsy, almeno all'inizio, e come la Beatrice dantesca abbiamo a che fare con una bella stronza, non c'è ombra di dubbio. Lusingata dalla corte di quell'uomo particolare, incuriosita forse dai suoi atteggiamenti poco ortodossi, Betsy accetta di uscire con Travis ma non riesce a capirlo e lo rifiuta; lungi da me darle colpe, poveraccia, ché venire portata in un cinema porno da uno sconosciuto al primo appuntamento farebbe strano anche alla sottoscritta, tuttavia Betsy è come la società che circonda Travis, pronta a giudicarlo e lasciarlo di nuovo solo, senza nemmeno fare lo sforzo di ascoltarlo e capirlo. Lo stesso vale per i colleghi (il dialogo tra Travis e Mago dovrebbe far ridere ma è angosciante), lo stesso vale per l'accondiscentente (e falso) senatore Palantine, lo stesso vale per tutti i freaks che popolano New York e viaggiano sui taxi, lo stesso vale per la "scema" Iris, un'innocente dalle ali spezzate che forse è sola e incompresa quanto Travis ma, a differenza sua, non ha la capacità di difendersi o ripulire il mondo né percepisce le ingiustizie che vengono perpetrate nei suoi confronti. Travis è dannatamente solo e più cerca di uscire da quella solitudine più essa lo inghiotte e lo schiaccia. Anche il finale, che in apparenza dovrebbe essere consolante, la vittoria dell'antieroe finalmente accettato per quel che è e "guarito", in realtà non lo è affatto.


Siamo tutti buoni ad applaudire per Arthur Fleck, agente di caos e ribellione, infinitamente glamour nella sua sfiga, tanto da diventare nemesi di Batman, nientemeno. Ma i cinque minuti di gloria di Travis Bickle sono di una tristezza fuori dal comune, resi ancora più amari dalla consapevolezza che lo sfogo di una sera non basterà né a ripulire New York né, tantomeno, a fare di Travis una persona meno sola o più consapevole di sé; sul finale, il sorriso sensuale di Betsy è quello interessato di chi ha per le mani una celebrità e anche se Travis è riuscito a scorgere cosa si cela davvero dentro la ragazza, vedendola per la vanesia superficiale che è, non è detto che sarà così anche in futuro e che il poveraccio riuscirà a farsi degli amici veri, una moglie o una famiglia. Anzi, quei titoli che scorrono continui, coi taxi che non smettono di correre, ci dicono che probabilmente non cambierà nulla, né per Travis, né per New York... e forse nemmeno per Iris, segnata per sempre da una tragedia che l'ha salvata fisicamente dalla droga e dalla prostituzione ma che probabilmente l'ha danneggiata in modi impensabili. E così, ancora oggi, dopo più di 40 anni, esco dalla visione di Taxi Driver un po' più "sporca" e un po' più amareggiata e questo l'ha capito anche il Bolluomo, poverino, il quale "costretto" a guardare il grande capolavoro di Scorsese per la prima volta l'ha rigettato senza riuscire a farselo piacere, così cupo e pessimista com'è, così focalizzato su un personaggio difficile da decifrare, così fuori dal mondo e allo stesso tempo ancora così tristemente, maledettamente attuale senza essere né ruffiano né costruito ad arte per piacere e fare discutere.


Del regista Martin Scorsese, che interpreta anche il passeggero che spia la moglie alla finestra, ho già parlato QUI. Robert De Niro (Travis Bickle), Peter Boyle (Mago), Albert Brooks (Tom), Jodie Foster (Iris) e Harvey Keitel (Sport) li trovate invece ai rispettivi link.

Cybill Shepherd interpreta Betsy. Americana, la ricordo per film come L'ultimo spettacolo, La dea del successo, inoltre ha partecipato a serie quali Moonlighting e Criminal Minds. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 69 anni e un film in uscita.


Taxi Driver è stato nominato per quattro Oscar senza vincerne nemmeno uno: Miglior Film (quell'anno ha vinto Rocky, nientemeno), Robert De Niro come Miglior Attore Protagonista (andato postumo a Peter Finch per Quinto Potere), Jodie Foster come Miglior Attrice Non Protagonista (ha vinto Beatrice Straight, sempre per Quinto Potere, ma quell'anno era candidata anche Piper Laurie per Carrie - Lo sguardo di Satana) e Miglior Colonna Sonora Originale, l'ultima peraltro scritta da Bernard Herrmann, morto dopo poco. Il ruolo di Travis Bickle era stato offerto a Dustin Hoffman, che lo ha rifiutato per poi pentirsene negli anni a venire mentre Harvey Keitel avrebbe dovuto interpretare Tom ma è finito a fare il pappone; la stessa Tippi Hedren ha invece impedito a Melanie Griffith di accettare la parte di Iris nonostante la figlia fosse la prima scelta per interpretarla (la seconda era Linda Blair) quando il regista avrebbe dovuto essere Brian De Palma. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Lo sciacallo - Nightcrawler, Drive e You Were Never Really Here. ENJOY!

domenica 13 ottobre 2019

Non succede, ma se succede... (2019)

Spinta da un trailer simpatico e dalla presenza di Seth Rogen ho recuperato Non succede, ma se succede... (Long Shot), diretto dal regista Jonathan Levine.


Trama: Fred Flarsky, integerrimo giornalista dalle forti idee liberali, scopre che la sua ex babysitter è diventata la segretaria di stato. Dall'incontro fortuito tra i due nasce un'improbabile collaborazione quando la donna decide di far scrivere a Fred i propri discorsi...


Il Long Shot del titolo originale indica una cosa improbabile (mai quanto la sua traduzione italiana, chevvelodicoaffare.). Fred Flarsky sarebbe contento se iniziassi il post dicendo che il Longshot della Marvel era un mutante col dono della fortuna, capace di volgere le situazioni più improbabili in suo favore, e l'improbabilità è un po' il filo conduttore della commedia di Jonathan Levine. Nell'America Trumpiana, nel MONDO Trumpiano, che la bella segretaria di stato Charlotte Field riesca a fare le scarpe allo stupido e vanesio presidente americano pur essendo donna, giovane e bella, magari mostrando al mondo intero il suo fermo impegno di lottare per l'ambiente, è improbabile. Ancor più improbabile un sistema basato sulla meritocrazia, che vede un paria come Fred Flarsky ritrovarsi nei panni di ghost writer della donna più potente del mondo. Se poi aggiungiamo che il paria in questione ha il volto barbuto e gioviale di Seth Rogen mentre lei la bellezza surreale di Charlize Theron, e tra i due piano piano nasce una splendida storia d'amore a base di canzoni dei Roxette e inconfessabili affinità, beh, è ovvio che il long shot diventa ancora più "long", ma il bello del cinema è anche la possibilità di abbandonarsi e sognare un mondo migliore, pieno di Fred e Charlotte innamorati e al potere, ché francamente le varie Kate, William, Harry e Meghan, glamour e cacafigli, hanno davvero un po' rotto le palle. Non c'è vergogna quindi nell'abbandonarsi all'improbabile universo creato da Levine e soci, che mescola l'umorismo "grezzo" e citazionista tipico di un film di e con Rogen alla leggerezza di una romcom adatta un po' a tutti i palati, soprattutto a quelli femminili, che potranno prendere a modello la Theron come donna innamorata ma forte, alla quale nessuno riesce a mettere i piedi in testa. Un gioco di contrasti e incastri che, a dire il vero, la tira anche troppo per le lunghe (il film avrebbe potuto durare anche mezz'ora di meno, tranquillamente) ma che comunque regala parecchie risate e, a patto di non essere totalmente cinici e disillusi, anche un po' di sano ottimismo se non addirittura flebili speranze.


Poi, insomma, sapete che se c'è di mezzo Rogen io non faccio testo e divento di parte. Ammetto pubblicamente che tra Seth Rogen e un Alexander Skarsgård dall'accento franzoso e la risata inquietante, io sceglierei ciccio Rogen tutta la vita, col suo vocione roboante e l'umorismo da tredicenne, e anche se un po' lo odio per lammerda che è diventato Preacher (che orrore quest'ultima stagione) me lo terrei volentieri sul comodino per abbracciarlo quotidianamente nemmeno fosse un orsacchiotto formato famiglia. Peccato non essere la Theron, che vi devo dire. Eppure, nonostante, anche lì, i due assieme siano la coppia più improbabile del creato, l'alchimia funziona eccome. La bella Charlize Theron aveva già dimostrato di sapersi prendere in giro nel dimenticabile Un milione di modi di morire nel west, dove peraltro era affiancata, anche lì, da un partner non particolarmente bello e pure un po' sfigato, ed evidentemente Talia è stata molto generosa con lei, perché l'attrice dimostra di divertirsi e sapersi divertire senza perdere un'oncia della sua eleganza, persino nelle situazioni dove il suo personaggio mostra la natura di "ronzino" sotto la maschera della statista. A proposito di maschere. Quando nel cast ho letto il nome di Andy Serkis ho avuto l'istinto di riguardare l'intero film dall'inizio alla fine, perché giuro che non l'ho proprio riconosciuto. Ma divago, perdonatemi. In soldoni, Non succede, ma se succede... è uno di quei film perfetti per una serata davanti alla TV. Il mio consiglio è aspettare che venga messo in catalogo su qualche servizio di streaming, perché al cinema non val la pena andare, a meno che non lo proiettino in v.o., ché sapete quanto la voce di Rogen sia troppo particolare perché Simone Mori, la cui inflessione rende i personaggi interpretati dall'attore più cretini di quanto non siano (d'altronde era il doppiatore di Ross, e chi è più sfigato di Ross??), le tributi il giusto onore.


Del regista Jonathan Levine ho già parlato QUI. Charlize Theron (Charlotte Field), Seth Rogen (Fred Flarsky), Bob Odenkirk (Presidente Chambers), Andy Serkis (Parker Wembley), Alexander Skarsgård (Primo ministro James Stewart) e Lisa Kudrow (Katherine) li trovate invece ai rispettivi link.

June Diane Raphael interpreta Maggie Millikin. Americana, ha partecipato a film come Zodiac, Anchorman 2 - Fotti la notizia e The Disaster Artist, inoltre ha lavorato come doppiatrice in BoJack Horseman, I Muppet, American Dad! e Big Mouth. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 39 anni e un film in uscita.


Randall Park interpreta il capo di Fred. Americano, ha partecipato a film come The Interview, The Disaster Artist, Ant- Man and the Wasp, Aquaman e serie come Alias, E.R. Medici in prima linea, Dr. House, Beautiful, Cold Case e CSI - Scena del crimine, inoltre ha lavorato come doppiatore in Robot Chicken e BoJack Horseman. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 45 anni e tornerà nell'universo Marvel con la serie WandaVision.




venerdì 11 ottobre 2019

Re per una notte (1982)

Presa dall'atmosfera jokeriana, qualche sera fa ho deciso di riguardare Re per una notte (The King of Comedy), diretto nel 1981 dal regista Martin Scorsese.


Trama: Rupert Pupkin, un nullafacente con ambizioni da comico, cerca in tutti i modi di attirare l'attenzione del famosissimo Jerry Langford per poter partecipare al suo show.


Re per una notte è universalmente conosciuto come il primo, vero flop commerciale di Scorsese e lo stesso regista nel corso degli anni ha dichiarato di essersi pentito di averlo girato, vuoi per problemi di salute, vuoi per problemi sul set, vuoi per la follia intrinseca nel film in sé. Se posso permettermi di contraddire il Maestro, è vero che Re per una notte non rientrerà mai nel mio novero dei suoi film preferiti, tuttavia è comunque una pellicola interessante, assai legata ai temi tanto cari al regista. Anche qui, infatti, abbiamo un protagonista estraneo al tessuto sociale che lo circonda e terrorizzato all'idea di uscire dalla sua comfort zone che in questo caso, attenzione, non è legata all'ambito familiare nonostante Rupert viva solo con mammà (la madre opprimente farà la felicità dei fan di The Big Bag Theory), quanto proprio ai suoi sogni e alle sue ambizioni di diventare qualcuno, di essere un comico famoso al pari di Jerry Langford, l'idolo televisivo dell'America intera. Rupert Pupkin, baffetto da sparviero, completi sgargianti e faccia da schiaffi, è il prototipo dell'individuo affetto da manie di grandezza, talmente convinto di essere importante e necessario che le sue illusioni hanno smesso di essere separate dalla realtà, tanto che i suoi colloqui immaginari con Jerry Langford arrivano ad influenzarla come se fossero avvenuti davvero; per il modo in cui si rapporta con gli altri, Pupkin risulta spesso un personaggio odioso e sfiancante, meritevole di venire preso a schiaffi per ore, eppure l'aspetto interessante della sceneggiatura di Paul Zimmerman è il modo in cui i due personaggi principali rifuggono le etichette e i giudizi tranchant. Pupkin è odioso ma "simpatico", ingenuo nella sua continua ricerca del successo a tutti i costi, e la sua dichiarazione finale (meglio Re per una notte che buffone per tutta la vita) stringe il cuore, perché è il pensiero recondito di qualsiasi normale "fallito", messo da parte perché strano ed inquietante quando magari avrebbe davvero, dentro di sé, la stoffa per emergere se solo gliene venisse data l'occasione.


La furbizia della sceneggiatura di Zimmerman risiede nel non far ascoltare, fino all'ultimo, il contenuto degli eventuali monologhi comici di Pupkin, il quale risulta così assillante senza motivo e ridicolo, cosa che ci spinge ad abbracciare il razionale punto di vista di Jerry Langford e della sua bella assistente, oltre ad empatizzare con lo showman. Il povero Langford, infatti, per tutto il film viene costretto a subire le attenzioni sgradite non solo di Pupkin e della sua "alleata" Masha, ma anche delle persone per strada, convinte di "possederlo" in quanto personaggio famoso e di potergli chiedere qualunque cosa in virtù della sua posizione privilegiata ("ti venisse il cancro!!"); in realtà, Langford è un uomo comune, né migliore né peggiore degli altri, con tutti i diritti di avere la sua privacy nonostante lo status di "star"... eppure, sul finale, ci ritroviamo anche a pensare che Jerry avrebbe potuto evitare tutta l'ordalia subita se solo avesse dato una possibilità a Rupert, concedendogli un minimo cenno d'interesse, ad ecco che l'empatia si sostituisce ad un pizzico di antipatia per la sua spocchia "immotivata". Così va il mondo, siamo tutti umani e sognatori, pronti giustamente a metterci nei panni dei più sfortunati anche se non ce ne sarebbe motivo, soprattutto se gli sfortunati in questione sono dei matti da primato, e Re per una notte gioca proprio su questa contraddizione, rivelandosi così più interessante e meno sciocco di quanto non appaia.


Il viaggio allucinante ed allucinato di Re per una notte, con la sinergia perfetta tra Scorsese e la Schoonmaker, artefici di sequenze nelle quali realtà e fantasia si compenetrano, i cartonati all'interno di una stanza chiusa diventano un enorme salotto televisivo e il buon vecchio tubo catodico inghiotte interamente lo schermo cinematografico, non esisterebbe senza due grandi attori come Robert De Niro e Jerry Lewis. Il primo è istrionico e sfiancante, dall'inizio alla fine, nei suoi monologhi o quando duetta con una folle e incazzatissima Sandra Bernhard; mi sarebbe piaciuto ascoltare la voce originale ma purtroppo ho recuperato il film solo in italiano e debbo fare i complimenti alla bonanima di Ferruccio Amendola per il tour de force, ché più che un personaggio scorsesiano Rupert Pupkin sembra stato concepito da Tarantino per la sua devastante logorrea. A fargli da contraltare c'è Jerry Lewis, favoloso esempio di come un attore comico possa dare tanto, anzi, tantissimo a un film drammatico. Abituati come siamo ai suoi ruoli da Picchiatello, vedere un Jerry Lewis serio e appesantito è abbastanza scioccante, anche perché se Rupert non smette un secondo di parlare, Langford sta spesso in silenzio, preferendo comunicare attraverso sguardi di puro odio, disprezzo ed esasperazione, quasi la sua sanità mentale rischiasse di spezzarsi ogni volta che Pupkin ciccia fuori come un pupazzo a molla (magistrale la sequenza in cui Pupkin si presenta, non invitato, a casa del comico, quasi interamente improvvisata, con reazioni genuine da parte di Jerry Lewis). Insomma, alla fin della fiera mi ritrovo a dover ringraziare Todd Phillips e il suo Joker, perché senza quest'opera probabilmente non avrei mai più riguardato Re per una notte e sarebbe ingiustamente finito nel dimenticatoio: sfruttate la risonanza mediatica di Joker e recuperatelo, o guardatelo se non lo avete mai visto, ne vale la pena!


Del regista Martin Scorsese, che compare in un piccolo cameo nei panni del regista dello show, ho già parlato QUI mentre Robert De Niro (Rupert Pupkin) lo trovate QUA.

Jerry Lewis interpreta Jerry Langford. Americano, lo ricordo per film come Il nipote picchiatello, Ragazzo tuttofare, L'idolo delle donne, Le folli notti del dottor Jerryll, I 7 magnifici Jerry e Bentornato, picchiatello!, inoltre ha partecipato a serie come Batman, Innamorati pazzi e doppiato un episodio de I Simpson. Anche sceneggiatore, cantante, regista e produttore, è morto nel 2017, all'età di 91 anni.


Sandra Bernhard interpreta Masha. Comica americana, ha partecipato a film come Hudson Hawk - Il mago del furto, Il fuggitivo della missione impossibile, Zoolander e a serie quali Alfred Hitchcock presenta, I viaggiatori delle tenebre, I racconti della cripta, Clueless, Highlander, Ally McBeal, I Soprano, Will & Grace, Pappa e ciccia e American Horror Story, oltre ad aver lavorato come doppiatrice in Hercules, American Dad! e I Griffin. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 64 anni.


Nel film compaiono i genitori di Martin Scorsese, la mamma solo come voce della madre di Rupert e il papà tra gli avventori del bar nell'ultima scena; Diahnne Abbot, che interpreta Rita, è stata moglie di Robert De Niro dal 1976 (anno in cui è uscito Taxi Driver, dove l'attrice fa una comparsata) al 1988. A prendere in giro Rupert quando litiga con Masha ci sono invece Mick Jones, Joe Strummer, e Paul Simonon, membri dei Clash, mentre Liza Minnelli avrebbe dovuto comparire come guest star e cantare New York, New York ma di lei è rimasto solo un cartonato. Tra coloro che "non ce l'hanno fatta" segnalo anche Meryl Streep, che ha rinunciato al ruolo di Masha. Detto questo, se Re per una notte vi fosse piaciuto potreste recuperare Man on the Moon. ENJOY!

giovedì 10 ottobre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 10/10/2019

Buon giovedì a tutti! Con enorme rammarico mi tocca constatare che a Savona non è uscito lo splendido Hole - L'abisso, che vi consiglio di recuperare a prescindere. Per il resto, a noi poveri sfigati di provincia cosa è toccato in sorte? ENJOY!

Gemini Man
Reazione a caldo: nemmeno se me pagano
Bolla, rifletti!: Ang Lee è impazzito ed è diventato un tamarro. Will Smith m'è sempre stato sulle palle e in questo film l'hanno raddoppiato, nientemeno. Devo continuare?

Non succede, ma se succede... 
Reazione a caldo: Sì, però...
Bolla, rifletti!: ... però non al cinema. Già sarà una sciocchezzuola, devo anche beccarmi l'adorato ciccio Rogen DOPPIATO?? Non scherziamo.

Brave ragazze
Reazione a caldo: ahahaahahahahnno.
Bolla, rifletti!: Heist movie italiano al femminile. Come con Gemini Man, devo davvero continuare ad elencare i motivi per cui lo eviterò come la peste?

Molto più interessante la programmazione del cinema d'élite!

Le verità
Reazione a caldo: wow!
Bolla, rifletti!: Il debutto occidentale di Koreeda, fatto di primedonne e legami familiari, tra risentimento e occasioni perdute ma anche con un pizzico di innocenza. Interessantissimo, spero di riuscire a vederlo!

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