venerdì 6 dicembre 2019

The Irishman (2019)

Con incredibile ritardo dovuto alla distribuzione inesistente e alla lunghezza del film (mi spiace, Martin, ti adoro ma quasi 4 ore di film non ho proprio il tempo materiale di guardarle in una sola serata, non è per mancanza di volontà) sono finalmente riuscita a vedere The Irishman, diretto da Martin Scorsese e tratto dal libro omonimo di Charles Brandt e...


Trama: Frank Sheeran è un camionista irlandese che entra nelle grazie del boss della mala Russell Bufalino e diventa il suo miglior sicario. Attraverso Bufalino, Sheeran diventa anche guardia del corpo del sindacalista Jimmy Hoffa.


... e niente, il post potrebbe anche finire qui. Davanti a Scorsese mi anniento, mi riempio di umiltà e mi rendo conto che dovrebbero chiudere tutti i blog di cinema, tutte le pagine Facebook a tema, tutte le puttanate amatoriali di Internet, sottoinsieme in cui rientra anche il Bollalmanacco. Quello che meriterebbe un film come The Irishman è un'analisi ragionata scritta da fior di studiosi che conoscono alla perfezione il Cinema di Scorsese, rilegata in un bel libro che la gente possa leggere con calma e riprendere di tanto in tanto per rinfrescarsi il cervello, non imbecilli urlanti che definiscono The Irishman noioso e Scorsese bollito nello spazio di un post da leggere tra un gattino e una minchiata di Salvini oppure cinèfili dell'internet che nello stesso spazio si sperticano in lodi che lasciano il tempo che trovano. E io che sono l'ultima degli ultimi, come faccio a spiegare il groppo in gola lasciatomi alla fine di The Irishman, l'ideale conclusione di una trilogia che ha visto Joe Pesci e De Niro dapprima giovani e scapestrate schegge impazzite di una mafia che faticava a contenerli, poi avidi arrampicatori sociali pronti a saltarsi al collo per il possesso di Las Vegas e infine vecchi collaboratori, l'uno "mediatore" e l'altro manovale, coinvolti in uno dei tanti misteri della storia politica americana? Come faccio a spiegare la tristezza derivante dalla consapevolezza di come The Irishman potrebbe essere il canto del cigno di Scorsese, che ormai viaggia quasi sull'ottantina, o la malinconia di vedere un Joe Pesci segnato dalle rughe, dimagrito e vecchietto, sapendo che queste icone di un cinema che ho amato tantissimo rischiano di scomparire da un momento all'altro? E' la maturità e il senso di perdita di un'età crepuscolare a intridere ogni singola sequenza di The Irishman, cullato dal ritmo lento e malinconico (grazie, divina Thelma!!) del racconto di un vecchio, di questo irlandese che di professione "tinteggia muri" e ripensa al modo in cui ha intrapreso il mestiere, con tutto quello che ne è conseguito.


Sono lontani i tempi in cui Ray Liotta "aveva sempre sognato di fare il gangster" e gli scugnizzi di mafiosi ciccioni si ingozzavano di sesso, soldi e successo, persi in un montaggio frenetico e sequenze all'insegna dell'accumulo mentre la loro storia seguiva l'ovvia parabola di rapida ascesa e rovinosa caduta; qui abbiamo a che fare con personaggi accorti e consapevoli del loro ruolo all'interno della Famiglia, che sanno stare al loro posto e al limite si impegnano in una ribellione, se così si può chiamare, silenziosa e ragionata, senza pestare i piedi a nessuno. E' ciò che Russell, anziano ed esperto facilitatore, insegna a Frank Sheeran, assieme a tutte le regole da seguire ciecamente per sopravvivere all'interno di quel mondo e Frank, che non ha velleità da protagonista ma desidera solo proteggere quello che per lui è importante (le figlie, gli amici, chi gli ha dato fiducia), diventa così una solidissima roccia su cui contare. Tra un furto, un omicidio e una mazzetta si intrecciano almeno tre piani temporali in alternanza costante ma fluida (di nuovo, grazie divina Thelma!), che toccano decenni di storia americana e convergono tutti nella misteriosa vicenda di Jimmy Hoffa, "re" dei sindacati e dell'ambiguità (Hoffa - Santo o mafioso? si diceva in quel film con Nicholson e De Vito), contemporaneamente salvatore degli interessi dei lavoratori di tutta America e oculato gestore dei propri interessi strettamente intrecciati a quelli della mafia. Piccolissimo problema: stavolta è Hoffa la scheggia impazzita, l'uomo larger than life che non accetta compromessi e divora ciò che gli si para davanti con la boria di chi pensa che tutto gli sia dovuto, senza rispetto per chi gli ha dato buona parte di ciò che possiede, ed è lì che scatta il dilemma morale che diverrà il cuore della vicenda di The Irishman, il rimpianto capace di rodere tutta l'ultima parte dell'esistenza di Frank Sheeran.


Nonostante il protagonista del film sia l'irlandese Frank, tra tutti i personaggi, se andiamo a vedere, Jimmy Hoffa è il più umano o il più verace. Interpretato magistralmente da un Al Pacino che divora ogni scena in cui è presente e che trasforma ogni sequenza in un grottesco esempio di umana testardaggine, illuminando chiunque abbia la fortuna di condividere dialoghi ed inquadrature con lui, Jimmy Hoffa incarna l'illusoria speranza di un potere utilizzato per aiutare l'America intera senza ricorrere alla violenza, un mito la cui caduta segna senza possibilità di recupero sia Frank, arrivato ad apprezzare Hoffa come uomo e non come strumento, sia la figlia Peggy. A proposito di Peggy, è un peccato che Anna Paquin abbia così poche linee di dialogo ma è il suo sguardo, così come quello della piccola attrice che interpreta Peggy da bambina, a contare. E' lo sguardo di chi, a differenza di Karen e Ginger, non è affascinato dalla protezione di uomini rudi e ricchi, nonostante la paura e le umiliazioni, ma prova anzi un disgusto irrefrenabile che a lungo andare la porterà a rinunciare a qualunque privilegio pur di non dover più subire di riflesso i peccati del padre, negandogli il perdono fino all'ultimo e diventando il secondo motivo di rimpianto per una vita altrimenti vissuta con la soddisfazione (distorta) di aver "compiuto il proprio dovere". Come sempre, Scorsese riesce a far provare allo spettatore una rara empatia per personaggi di fatto abietti e ammetto che vedere, sul finale, Frank Sheeran divorato dall'artrite, a un passo dalla morte e solo come un cane mi ha lasciato un discreto magone, perché da quella porta aperta cos'altro potrebbe entrare, presto o tardi, se non la signora con la falce a portare via persino il ricordo di lui, come di tutti i suoi "gloriosi" compagni? E non è quella l'unica sequenza commovente. Come ho detto, sarà che vedere Joe Pesci così invecchiato mi fa male ma gli ultimi dialoghi con De Niro, soprattutto quel "mangia, mangia che cresci" pronunciato in italiano e con un cameratismo dolcissimo, mi hanno fatto salire le lacrime agli occhi.


Fortunatamente, The Irishman è anche molto ironico. Il film conserva un po' dello humour grottesco di The Wolf of Wall Street e, oltre a presentare i personaggi con impietose didascalie in sovrimpressione, alterna dialoghi al fulmicotone ed eloquentissime sequenze silenziose in cui gesti e scambi di sguardi decretano il destino funesto di personaggi incoscienti. E a proposito di silenzio, nel film c'e un'intera, lunga e fondamentale sequenza interamente priva di melodie di sottofondo, un silenzio che rende ancora più greve il peso della colpa che si sta addensando sulle spalle di Frank e la consapevolezza di essere un'impotente pedina di un gioco impossibile da controllare, pur con tutti gli amici in alto loco e la protezione di persone importanti; in quel momento si può sentire letteralmente il suono dei dubbi che crepitano nella mente di De Niro, il quale per quasi tutto il film, bisogna ammetterlo, mantiene un'unica espressione, tanto che a un certo punto mi sono chiesta dove fosse finito il grande attore tanto amato da Scorsese. La risposta è: perso in un personaggio che necessariamente, per la sua natura di duro e puro uomo d'altri tempi, non deve mostrare alcuna emozione, non fosse per quella maledetta telefonata in cui tutto crolla, la voce, il volto, lo sguardo di De Niro, che per pochissimi, memorabili istanti di quella che forse è la sequenza più bella vista quest'anno, lasciano fuoriuscire un fiotto di disperazione e vergogna a stento contenute. E poi, vabbé, c'è Joe Pesci. Dieci anni ha aspettato a tornare il vecchio Joe ed è meraviglioso rivederlo nei panni luciferini e quasi dimessi di un vecchio della bocciofila pericoloso e infido come un serpente a sonagli. Joe Pesci è uno degli attori più sottovalutati di sempre ma io lo amo e se il ruolo di Russell Bufalino dev'essere l'ultimo che deciderà di regalarci, perlomeno sarà stata un'altra interpretazione enorme e perfetta e io non posso fare altro che ringraziare lui e Scorsese e smetterla di scrivere, anche se ci sarebbero mille altre cose da dire su questo splendido The Irishman, in primis quante somiglianze lo collegano a un altro grande capolavoro, C'era una volta in America. Aspetto qualcuno abbastanza autorevole da scriverle.


Del regista Martin Scorsese ho già parlato QUI. Robert De Niro (Frank Sheeran), Al Pacino (Jimmy Hoffa), Joe Pesci (Russell Bufalino), Harvey Keitel (Angelo Bruno), Ray Romano (Bill Bufalino), Bobby Cannavale (Skinny Razor), Anna Paquin (Peggy Sheeran), Stephen Graham (Anthony "Tony Pro" Provenzano) e Jesse Plemons (Chucky O'Brien) li trovate invece ai rispettivi link.

Jack Huston interpreta Robert Kennedy. Inglese, ha partecipato a film come The Twilight Saga: Eclipse, American Hustle - L'apparenza inganna, PPZ: Pride and Prejudice and Zombies, Ave, Cesare! e a serie come Mr. Mercedes. Ha 37 anni e un film in uscita.


Nella marea di attori presenti nel film segnalo Steven Van Zandt, già Silvio Dante de I Soprano, qui nei panni di Jerry Vale. Ovviamente, se The Irishman vi fosse piaciuto, recuperate assolutamente Quei bravi ragazzi e Casinò. ENJOY!

giovedì 5 dicembre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 5/12/2019

Buon giovedì a tutti! Intanto auguroni a papà Bolla che oggi compie gli anni e poi cacca, ovviamente, sul Multisala di Savona che ha deciso di non programmare L'inganno perfetto, perso per un pelo al TFF. ENJOY!

Cena con delitto - Knives Out
Reazione a caldo: Addoro.
Bolla, rifletti!: La recensione senza spoiler è QUI. Correte a vederlo ora!

L'immortale
Reazione a caldo: Maddai.
Bolla, rifletti!: Sono contenta per i fan di Gomorra ma 'sta roba, scusate, avrebbe dovuto passare su Sky e non al cinema, togliendo posto a film come L'inganno perfetto. Inserite a piacere qualunque insulto tratto dalla serie, please.

Al cinema d'élite ci si sposta in Palestina.

Il paradiso probabilmente
Reazione a caldo: Boh.
Bolla, rifletti!: Probabilmente è il film più interessante del mucchio, vista la sua natura di commedia "a vignette", fatta di tanti piccoli episodi aventi lo stesso protagonista, un uomo che fugge dalla Palestina ma la ritrova ovunque vada. Al solito, visti gli orari del cinema d'élite non riuscirò ad andare ma mai dire mai.

mercoledì 4 dicembre 2019

Cena con delitto - Knives Out (2019)

Al Torino Film Festival mi sono fiondata a vedere il film di chiusura, che uscirà domani in tutta Italia, Cena con delitto - Knives Out (Knives Out), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson. NO SPOILER, ci mancherebbe, tanto sapete che l'assassino è sempre il maggiordomo, giusto?


Trama: dopo una festa in famiglia lo scrittore di gialli Harlan Trombey muore, apparentemente suicida. L'investigatore Benoit Blanc, però, decide di fare luce sul caso...



Come si fa a parlare di un giallo senza fare spoiler? Semplice, cominciando a gioire per il ritorno del giallo come genere cinematografico, tanto per cominciare, e poi anche dei film corali con un cast della Madonna, all'interno dei quali anche chi presenzia per poco tempo rimane comunque impresso. Quello di Rian Johnson è il classico giallo corale alla Signori il delitto è servito e Invito a cena con delitto, modelli conclamati e dichiarati (e quanto è divertente la citazione de La signora in giallo?), eppure non si limita ad essere un divertissement per appassionati o meno ma contestualizza la vicenda nella realtà dell'attuale America senza risultare pedante o pesante. L'intera vicenda viene infatti raccontata attraverso gli occhi di due personaggi che non potrebbero essere più diversi; da una parte abbiamo Benoit Blanc, investigatore sui generis dal profondo accento e dai modi del Sud, completamente distaccato da qualsiasi parvenza di verosimiglianza, dall'altra invece c'è Marta, infermiera immigrata di buon cuore che si ritrova coinvolta non solo nelle indagini ma anche in tutto ciò che consegue la morte del suo paziente Harlan Trombey, diventato col tempo amico, confidente e figura paterna. Se ciò che concerne Benoit Blanc è caricaturale e inverosimile, due caratteristiche che si estendono anche a tutti coloro che hanno a che fare con lui e grazie alle quali i membri della famiglia Thrombey tirano fuori tutti gli aspetti ridicoli delle loro personalità e delle loro condizioni sociali, quando invece viene coinvolta Marta ecco che quelle stesse persone si trasformano in tipi immediatamente riconoscibili nel quotidiano e, attenzione, potremmo anche essere noi. Ipocriti, falsamente perbenisti finché non vengono toccati i soldi, pronti a parlare di "famiglia allargata" a patto che ci si limiti a piccoli atti di beneficenza, esponenti del "non sono razzista ma...", leoni da tastiera slegati da ogni relazione sociale (il piccolo bastardo interpretato da Jaeden Martell è l'incarnazione di tutti gli haters che hanno smontato lo Star Wars di Johnson per questioni razziali), persone pronte a sfruttare i problemi familiari degli altri per il proprio interesse o a trattare lo straniero, non importa quanto professionale e competente, come un grazioso animaletto da compagnia, ecco i "simpatici" protagonisti di questa tragicommedia familiare, roba da far perdere la fiducia nell'umanità anche al più innocente dei candidi.


Rian Johnson regge le fila di queste dinamiche familiari e sociali con incredibile abilità, confezionando un rompicapo all'interno del quale tutto torna, anche i più piccoli dettagli, sia nella sceneggiatura che, ovviamente, nella regia. Ciò che salta maggiormente all'occhio sono le sequenze "alla Rashomon" in cui tutto cambia a seconda di chi racconta, ma bisogna fare attenzione, come in ogni giallo che si rispetti, non tanto agli elementi macroscopici quanto a piccole cose che magari rischiano di passare inosservate, come sfondi rivelatori, oggetti fuori posto e omaggi apparentemente gratuiti ma in realtà molto importanti; in generale, si vede che Rian Johnson gode a spaziare con la cinepresa all'interno della magione di Thrombey, la quintessenza dell'arredamento tra il kitsch e l'intellettuale-ricercato, dove l'unica stanza "sentita" e realmente vissuta è il rifugio nel sottotetto del vecchio scrittore di gialli, un paradiso all'interno di un inferno "built to impress", dove tutti si sono fatti da soli, sì, ma col c*lo degli altri, o meglio DELL'altro. E chi sono questi altri? A mio avviso, quanto di meglio possa offrire l'attuale mercato internazionale degli attori, tra nomi grandissimi, come Daniel Craig e Chris Evans, enormi vecchi come Christopher Plummer e Jamie Lee Curtis, nomi meno conosciuti tra i non appassionati ma amatissimi dai cinefili come Toni Colette e Michael Shannon e, ovviamente, la stella nascente di una Ana De Armas bellissima anche quando deve interpretare un personaggio dimesso, come in questo caso. Premesso che ho adorato le interpretazioni borderline delle meravigliose Jamie Lee Curtis e Toni Colette, è ugualmente molto buffo vedere Daniel Craig, la cui immagine è quasi sempre legata a quella del fascinoso ed elegante James Bond, impegnato a biascicare ragionamenti assurdi con atteggiamento piacione e un pesantissimo accento dell'America del sud (auguri non solo ai doppiatori italiani ma anche agli adattatori, non vorrei essere nei panni di chi dovrà tradurre IL gioco di parole risolutivo per eccellenza) e personalmente ho apprezzato anche la svolta "malvagia" di un Chris Evans passato, dopo anni nei panni del pulitino Captain America, ad interpretare uno sboccatissimo moccioso viziato. Per una volta quindi non sono stata tradita nelle aspettative suscitate dal trailer e posso tranquillamente consigliare Knives Out perché rischia seriamente di essere uno dei film "commerciali" più divertenti e ben realizzati dell'anno!


Del regista e sceneggiatore Rian Johnson ho già parlato QUI. Daniel Craig (Benoit Blanc), Chris Evans (Ransom Drysdale), Ana De Armas (Marta Cabrera), Jamie Lee Curtis (Linda Drysdale), Michael Shannon (Walt Thrombey), Don Johnson (Richard Drysdale), Toni Collette (Joni Thrombey), Lakeith Stanfield (Tenente Elliott), Christopher Plummer (Harlan Thrombey), Jaeden Martell (Jacob Thrombey), Frank Oz (Alan Stevens) e Joseph Gordon Levitt (Non accreditato, è la voce del detective protagonista della serie che sta guardando la sorella di Marta) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Cena con delitto vi fosse piaciuto recuperate Invito a cena con delitto, Signori il delitto è servito e Gosford Park. ENJOY!



martedì 3 dicembre 2019

Bollalmanacco On Demand: Dogtooth (2009)

Il Bollalmanacco On Demand di oggi, come richiesto in tempi non sospetti dall'adorabile Silvia, è Dogtooth (Kynodontas), diretto e co-sceneggiato nel dal regista Yorgos Lanthimos. Il prossimo film a richiesta sarà Il mistero del giardino di Compton House. ENJOY!


Trama: tre ragazzi vivono isolati dal mondo, all'interno di una villa, assieme al padre e alla madre, impossibilitati a uscire almeno finché uno dei loro canini non cadrà.



A inizio anno, quando la febbre per La favorita stava raggiungendo l'apice, nei vari gruppi cinèfili si diceva che ormai Lanthimos era asservito alle major e che nessuno poteva dirsi veramente fan del regista senza aver visto Kynodontas e Kinetta. Un po' per ridere, un po' per piacere, Silvia mi aveva allora chiesto di guardare Dogtooth (pardon, Kynodontas) e io dopo quasi un anno ci sono riuscita ed effettivamente, che diamine, sembra quasi di guardare i primi film di Lars Von Trier, con quel senso di rigore misto a sperimentazione che hanno solo i registi cervellotici ai loro esordi. Cervellotico, ma di una coerenza spaventosa, perché tutti i film di Lanthimos visti finora hanno questo inquietante fil rouge di anaffettività, di prevaricazione, di controllo dei sentimenti e dei comportamenti altrui, di perfezione impossibile e frustrata, di inevitabile violenza. Non fa eccezione Dogtooth, storia surreale di un'educazione casalinga portata all'estremo, dove un padre e una madre, nel tentativo di crescere i tre figli proteggendoli da qualsiasi influenza negativa, ne fanno dei disadattati e dei prigionieri, trattati alla stregua di cani da punire o ricompensare a seconda dei loro risultati e del comportamento. E' un'idea agghiacciante, resa sullo schermo da Lanthimos attraverso tanti microepisodi che formano una routine generale e molto più ampia, tra prove "fisiche" che temprano i tre ragazzi contro fantomatiche minacce esterne (in primis i gatti, poveri gatti) e sequenze di ordinaria follia familiare, che condannano i tre a non avere idea di come utilizzare determinate parole o a considerare come intrattenimento i filmini da loro stessi girati, il tutto pilotato da un padre inflessibile, l'unico a cui è permesso uscire di casa per andare al lavoro, mentre la madre accetta la reclusione consapevolmente, aiutando il marito nel folle progetto (l'intera sequenza della presunta gravidanza mi ha scioccata. Una parte di me voleva esplodere in risate isteriche, l'altra era ancora sconvolta dal gatto).


Come in ogni ambiente sterile e apparentemente controllato, è l'inserimento di un agente esterno a far crollare questa insana illusione di perfezione, già minata da istinti difficili da sedare, come le pulsioni sessuali di adolescenti sani, per quanto "innocenti"; da quel momento, tra i tre ragazzi senza nome comincia a spiccare la sorella maggiore, la prima (forse l'unica) a sviluppare lentamente una sorta di autocoscienza, la consapevolezza che fuori dal regno protetto costruito dai genitori c'è qualcosa di incomprensibile, forse pericoloso, ma libero, che non condanna le persone ad essere numeri senza consapevolezza, incapaci di sviluppare pensieri propri ed individuali. La spersonalizzazione dei tre ragazzi passa attraverso dialoghi surreali che a tratti farebbero ridere se non fosse così tragica la situazione, e attraverso il tono monocorde con i quali sono pronunciati, cosa che già avevo notato in Il sacrificio del cervo sacro, come se i personaggi di Lanthimos fossero sempre distaccati dalla realtà e da qualsiasi forma di sentimento. Eppure, nonostante questo gli attori sono bravissimi, per di più bisogna tenere conto che spesso vengono messi in condizione di mettere in scena situazioni spiacevoli e grottesche, che danno quasi l'idea di un film "sporco", "malato". Un contrasto non da poco con la simmetria maniacale delle inquadrature e la ricercatezza di alcune sequenze, unite alla luminosità di ambienti dove predominano il bianco o la luce del sole, nemmeno la prigione in cui sono rinchiusi i tre ragazzi fosse il paradiso contro un mondo esterno brullo e squallido, come dimostrano le poche scene "esterne" al contesto familiare dei tre, una scelta stilistica che solitamente non mi fa impazzire. Nonostante questo, Dogtooth mi è invece piaciuto molto ma è un film da prendere con tutte le cautele del caso. Ci sono infatti pochi episodi realmente violenti all'interno di una pellicola che perpetua  violenza psicologica dall'inizio alla fine, ma quei due episodi rischiano di segnarvi per un bel po' di tempo. Sono avvertiti animalisti e persone con la fobia del dentista. 


Del regista e co-sceneggiatore Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI.


Angeliki Papoulia, che interpreta la figlia maggiore, è tornata a lavorare con Lanthimos in Alps e The Lobster. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto potreste recuperare la filmografia del regista, di certo non rimarrete delusi. ENJOY!

domenica 1 dicembre 2019

TFF 2019: A White White Day - The Lodge - Greener Grass - El Hoyo - Bina

Con questo post ho deciso di combinare il secondo e terzo giorno di visioni al Torino Film Festival 2019, tanto mi pare non siano articoli molto seguiti e servono giusto a me per ricordare, nel tempo, cosa ho visto. Di Knives Out, film di chiusura del festival, parlerò a ridosso della sua uscita italiana mentre due parole su La lunga notte dell’orrore le scriverò in un post a parte. ENJOY!

A White, White Day di Hlynur Palmason
Inaspettatamente, è il film che ha vinto il Festival, a dimostrazione di quanto io sia una bestia ignorante. Non posso dire che non mi sia piaciuto, tuttavia gli ho preferito di gran lunga altri film e sinceramente l’ho trovato “normale”, nulla per cui gridare al miracolo, a meno che il lunghissimo time lapse iniziale, che ha fatto bagnare più di uno spettatore in sala, non rientri nella definizione di miracolo. A parte questo, l’elaborazione del lutto e della rabbia di un poliziotto ritrovatosi vedovo senza un perché, costretto a scoprire segreti spiacevoli sulla moglie dopo la di lei dipartita, è piuttosto interessante e si arriva a voler bene a quest’uomo di mezza età, con tutti i rospi che deve inghiottire quotidianamente, e anche alla sua ciarliera nipotina, seguendo le cui vicende sono arrivata spesso a chiedermi come facciano i bimbi svedesi a sopravvivere visto che i genitori li fanno persino giocare coi coltelli. Il finale ripaga ampiamente di tutte le lungaggini (e ce ne sono) che lo precedono, esplodendo in una catarsi di rabbia, commozione e poesia. Mi piacerebbe riguardarlo, magari con occhi più convinti e meno fiaccati da mancanza di sonno e stanchezza accumulata in due giorni.

Il motivo per cui sono andata al festival, a essere sincera. Aspettavo da tempo che gli autori di Goodnight Mommy tornassero al lavoro e non sono rimasta delusa. The Lodge è un film che trae nuovamente la sua forza dalle dinamiche familiari disfunzionali, con l’aggiunta, stavolta, di un po’ di “true crime” a sfondo religioso, perfetto per rendere il tutto ancora più ambiguo. Immerso nella neve e in una luce abbacinante, talvolta reso ancora più claustrofobico grazie alla presenza di un’inquietante casa di bambole, The Lodge riflette sulla fragilità della psiche umana e sull’orrore di un passato che non concede seconde opportunità, non per molto tempo almeno, ed è graziato dalla presenza di un’attrice bravissima Riley Keough, e dalla capacità dei due registi di cambiare le carte in tavola nel giro di un’inquadratura. Le sequenze iniziali e quelle finali sono tremendamente angoscianti, non le dimenticherete per molto tempo se avrete la fortuna di guardare The Lodge, che uscirà il 16 gennaio 2020 per la gioia di tutti gli appassionati!

Greener Grass di Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe
Perfetto antidoto all’angoscia provocata da The Lodge, Greener Grass è stato sicuramente il mio guilty pleasure all’interno del festival. Ambientato in una suburbia che pare un incrocio tra la cittadina di Edward mani di forbice e Stepford, racconta le vicende surreali di due casalinghe disperate in serrata competizione, tra mariti clueless, figli regalati, feste in piscina ed eventi sovrannaturali, senza dimenticare serial killer a piede libero. Si ride a denti stretti, come insegnano gli splendidi titoli di testa, con quel primissimo piano di un sorriso ostentato e tenuto a forza, tanto da sembrare quasi un ringhio, e spesso si urla al WTF ma alcune sequenze sono geniali (Kids with Knives su tutti) e non sfigurerebbero in una puntata de I Griffin o in uno sketch dei Monty Python. Probabilmente in Italia non verrà mai distribuito ed è un vero peccato.

El Hoyo di Galder Gaztelo-Urrutia
Per me il titolo di miglior film sarebbe dovuto andare a El Hoyo ma alle mie spalle ho spesso sentito urlare allo schifo da torme di cinefili “bene” che parlavano di becero splatter. In realtà, El Hoyo è una bellissima allegoria della società odierna, una distopia a base di persone costrette a vivere all’interno dei vari livelli di un edificio dove quotidianamente viene calata una tavola imbandita che si svuota a mano a mano che scende ai piani inferiori, lasciando gli abitanti di questi ultimi in preda all’inedia e alla disperazione. Vero, c’è molto sangue e anche una violenza spesso grottesca ma la sceneggiatura non sbaglia un dialogo che sia uno e si inorridisce non tanto per quello che viene mostrato, quanto per le riflessioni che il film porta con sé. D’altronde, viviamo già in un Hoyo, inutile tapparsi gli occhi e fare finta di non vedere o pretendere di essere buoni come il protagonista Goreng quando, facilmente, siamo cinici ed egoisti come il vecchio e maledetto Trimagasi, eletto, assieme all’attore che lo interpreta, a personaggio preferito di tutto il TFF. C’è speranza di vederlo su Netflix, prima o poi. Incrociate le dita.

Bina (o The Antenna) di Orcun Behram
Altra distopia, risultato assai diverso, anche se il pubblico pare aver gradito visti gli applausi tributati all’opera sul finale. Se El Hoyo era un’allegoria del mondo, Bina critica pesantemente la politica e la società turche e lo fa sfruttando l’idea di antenne che corrompono, attraverso telecomunicazioni chiuse e fluidi neri, gli abitanti di sperduti condominii, costretti ad aspettare la mezzanotte per ascoltare le dichiarazioni folli di governanti misteriosi. Un po’ Kafka e un po’ Cronenberg, Bina offre allo spettatore ambienti claustrofobici e ineluttabili mutazioni psicofisiche, ma anche innumerevoli sequenze di mero autocompiacimento autoriale che rallentano parecchio l’azione e non aggiungono nulla al significato del film in sé. Peccato, perché l’idea di partenza è schifosetta ed interessante quanto basta ma siamo ben lontani dai tempi della Nuova Carne.

venerdì 29 novembre 2019

TFF 2019: Mientras dure la guerra - Tito

Sfruttando la tecnologia fornita dal Bolluomo tenterò anche io di fare come i cinèfili dell'internet come si deve, che seguono in tempo reale le loro performance festivaliere. Infatti, da giovedì a sabato, sarò al Torino Film Festival e ieri, giovedì, ho già visto due pellicole (avrei dovuto vedere anche El Hoyo ma grazie alla mortale combinazione Trenitalia/disagi post-allerta rossa sono arrivata in ritardo...). Ne parliamo di seguito, soprattutto di una, che l'altra... ENJOY!


Mientras dure la guerra di Alejandro Amenabar

Amenabar è maturato ancora. La Spagna all'alba della dittatura di Franco, teoricamente dotato di pieni poteri solo "per la durata della guerra", poi sappiamo com'è andata a finire, vista attraverso gli occhi dello scrittore e saggista Miguel De Unamuno. Sostenitore del colpo di stato di destra, avrà modo di pentirsi delle sue scelte e della sua indole volubile e testarda.
Amenabar racconta una Spagna ancora "sana", dove monarchici e socialisti, fascisti e comunisti litigano e discutono ma si rispettano senza odiarsi, un po' come facevano i nostri Don Camillo e Peppone, che minaccia di scomparire sotto l'ignoranza salviniana di chi si limita a discriminare e lottare per il potere, senza altro modo di esprimersi se non slogan e banalità nazionaliste.
Il film non glorifica Unamuno né lo rende un martire, bensì mette sullo stesso piano d'importanza la storia personale di un uomo pieno di difetti e la riflessione sulla condizione della Spagna e sulle sue radici, diventando così un'opera universale, necessaria oggi più che mai.
Vero, c'è del melodramma, ma anche molto realismo, e ci si commuove più per la frustrazione e l'idea di ciò che è davvero successo a migliaia di persone innocenti che per il dramma umano di Unamuno, peraltro splendidamente interpretato da Karra Elejalde.
Ovviamente, di  questo bellissimo film non si ha ancora notizie relative a una distribuzione italiana. Incrociamo le dita.


Tito di Grace Glowicki

E dopo un film meraviglioso ci voleva la schifezza indipendente messa per raggiungere la quota minima festivaliera di film girati col culo ma originalissimi. Per carità: Grace Glowicki dirige, sceneggia, produce, RECITA nei panni di un ragazzo traumatizzato e problematico, quindi tanto di cappello, ma il film in sé fa pena. O meglio, inizia citando Mysterious Skin e, nella colonna sonora, Shining, il che mi potrebbe stare bene, si mantiene su accettabili livelli di pochezza arrivando al punto di coinvolgere lo spettatore sia sfruttando stilemi tipici dell'horror sia attraverso l'introduzione di un ragazzo che apparentemente servirebbe per capir che caspita sia successo di preciso a Tito, ma alla fine la riflessione sui postumi da trauma lascia davvero il tempo che trova e si perde in scene ininterrotte di gente che si fa le canne. In compenso, poi, peggiora, con una lunghissima sequenza finale a base di rohypnol che lascia il pubblico lì sulle poltrone, come l'aratro nel maggese (i pochi aratri che sono rimasti, in quanto tra gente che ha dormito e se n'è andata abbiamo toccato un record...). Mi si dice che non sia nemmeno il film peggiore del festival, il che mi consola, temevo di aver beccato la vera sòla del TFF!


giovedì 28 novembre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 28/11/2019

Buon giovedì a tutti!! Comincia ufficialmente, con l'uscita di Frozen II, il periodo natalizio nelle sale cinematografiche, fonte di gioie e dolori in egual misura. Io, se le condizioni meteo della mia bella ma disastrata Liguria lo consentiranno, da oggi a sabato sarò al Torino Film Festival: purtroppo non sono tecnologica come tutti i cinèfili dell'Internet che si rispettino quindi temo non riuscirò a tenervi aggiornati in tempo reale sulle mie visioni festivaliere (e come ciò influirà sulla programmazione del blog non voglio saperlo, porca miseria, vista la piccolissima quantità di post già scritti ç_ç) né, ahimé, su The Irishman, uscito proprio ieri su Netflix, ma pazienza. Quel che conta è che guarderò un sacco di film interessanti, si spera, e farò un giro nella splendida Torino, per poi tornare alla triste realtà Savonese. Nel frattempo... ENJOY!

Frozen II - Il segreto di Arendelle
Reazione a caldo: Frrrremo!!
Bolla, rifletti!: Tanto avevo adorato Frozen e il primo corto legato al franchise quanto avevo detestato il mediometraggio dedicato ad Olaf, quindi ammetto di avere un po' di ansia riguardo al secondo capitolo della saga. Ma chi voglio prendere in giro, andrò comunque a vederlo, ovviamente NON alla prima settimana di programmazione o rischio di venire sepolta da una slavina di pargoli festanti.

Un giorno di pioggia a New York
Reazione a caldo: Mah...
Bolla, rifletti!: Onestamente? Andrei solo per il cast, visto che Woody Allen non mi ha mai convinta più di tanto, ma siccome questa settimana sarà impossibile, aspetterò un tranquillo recupero casalingo futuro.

Ailo - Un'avventura tra i ghiacci 
Reazione a caldo: Per carità.
Bolla, rifletti!: Già non amo i documentari al cinema, in più con la voce di Fabio Volo...

Midway 
Reazione a caldo: No-no
Bolla, rifletti!: Film di guerra senza cuore a base di effetti speciali? Li lascio ad altri, io evito volentieri!

Un cartone animato? Al cinema d'élite? Miracolo!

La famosa invasione degli orsi in Sicilia 
Reazione a caldo: Sigh...
Bolla, rifletti!: Un vero peccato che esca a Savona proprio nella settimana in cui mi sarà impossibile andare al cinema qui, visto che sembra una di quelle opere divertenti e poetiche capaci di affascinarmi. Nessun problema, proverò a recuperare, intanto, l'opera originale di Buzzati.

mercoledì 27 novembre 2019

Paterson (2016)

Non ricordo chi mi avesse consigliato la visione di Paterson, diretto e sceneggiato nel 2016 da Jim Jarmusch, ma in questi giorni mi sono messa a guardarlo, giusto per curiosità.


Trama: Paterson fa l'autista di autobus in una cittadina che porta il suo stesso nome e le sue giornate scorrono tranquille, tra una poesia e una follia della fidanzata...



Sono forse io una brutta persona? Probabilmente sì, perché questo Paterson non mi ha fatto né caldo né freddo, anzi, a tratti mi ha annoiata a morte. Se non altro ho avuto la riconferma che Adam Driver (come del resto Kristen Stewart o Robert Pattinson) quando viene tirato fuori dal franchise che lo ha reso famoso come "frignetta" ed inserito in produzioni più indie e particolari è un signor attore, anzi, di più, un attore adorabile, che non mi stanco di osservare; obiettivamente, mi pare che Jarmusch stia cercando di fare di lui un novello Bill Murray, visto che il personaggio di Paterson, non fosse per sopraggiunti limiti d'età, sarebbe stato perfetto per l'amato Bill. Ma perché Paterson mi ha avvolta in una pesante cappa di aburrimiento? Di cosa parla questo film? Ecco, il problema è questo: di nulla. Paterson è l'elogio della vita tranquilla, dei piccoli episodi che conferiscono pepe alla normalità, dell'amore per le piccole cose di Ameliana memoria, e segue la settimana di questo autista e poeta, che osserva la vita scorrere davanti al parabrezza del bus, ascolta le conversazioni dei passeggeri, e riversa su carta i suoi aulici pensieri, trovando sempre il tempo di ritagliarsi un momento per riflettere o meravigliarsi di ciò che lo circonda. Lì per lì non sarebbe nemmeno male come idea, non fosse che Paterson ha una fidanzata e un cane che richiamano all'azione, anzi la ESIGONO. Ho passato l'intero film a pregare che Paterson prendesse a calci in culo quella scansafatiche streppona e pseudo-artista che si tiene in casa, cacciando fuori lei e il malefico cane, ma niente da fare: il povero Adam Driver abbozza su ogni cosa, dall'inghiottire immangiabili "secret pie" con broccoli e cheddar allo spendere 400 dollari per una chitarra perché la signorina "ha il sogno di diventare una musicista country", portando a casa stipendi mentre la fidanzata passa le giornate e decorare la casa, dipingere orridi quadri e guardarsi allo specchio. Sul finale nulla cambia, nulla migliora, nulla peggiora, e so di essere limitata io ma l'ho trovato assai frustrante.


E' un peccato, perché a pensarci Paterson è semplice e poetico come gli scritti del suo protagonista, che ne accompagnano le vicende scorrendo in sovraimpressione, opera in realtà del poeta metropolitano Ron Padgett, uno dei preferiti del regista; il contrasto tra la realtà prosaica ma non necessariamente fredda e banale, anzi, molto malinconica, vissuta da Paterson e quei momenti di quiete profonda ricercati nella poesia è assai piacevole e lo stesso vale, alla fine, per lo schema che ripropone sette giorni tutti uguali salvo per pochi dettagli o varianti sul tema, ché alla fine la vita è così. In realtà, forse, ciò che ho più apprezzato di Paterson, assieme all'interpretazione di Adam Driver, è il modo in cui vengono tradite tutte le aspettative dell'audience. Il film infatti contiene almeno un paio di anticlimax, uno legato al destino del cane di Paterson, l'altro legato alle coppie di gemelli che, da un certo punto in poi, cominciano a cicciare fuori ovunque, con gran stupore del protagonista, due dettagli che potrebbero portare a risvolti di trama inaspettati e che, invece, rimangono lì, a far il gesto dell'ombrello allo spettatore. Mah, forse non a tutti gli spettatori, diciamo solo a me. Rileggendo il post, comunque, mi sono accorta di avere apprezzato Paterson più di quanto avessi pensato quando ho cominciato a scrivere, quindi non mi sento di sconsigliarlo. Mal che vada, avrete avuto modo di godervi l'ennesima, valida interpretazione di Adam Driver e di sfogarvi inveendo contro una delle ragazze più irritanti mai comparse sullo schermo.


Del regista e sceneggiatore Jim Jarmusch ho già parlato QUI mentre Adam Driver, che interpreta Paterson, lo trovate QUA.


I due studenti che parlano dell'anarchico italiano sul bus sono i due ex ragazzini di Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore, Jared Gilman e Kara Hayward. ENJOY!

martedì 26 novembre 2019

Light of My Life (2019)

A causa dei disastri meteorologici accorsi nel weekend non sono potuta andare al cinema e temo che non recupererò mai più né L'ufficiale e la spiaCountdown, ma perlomeno sono riuscita, in qualche modo, a guardare Light of My Life, scritto, diretto ed interpretato da Casey Affleck.


Trama: un padre e una figlia cercano di sopravvivere in un mondo dove il genere femminile è stato quasi completamente cancellato a causa di un misterioso virus.


Light of My Life è uno stranissimo film post-apocalittico, in cui la fanno da padrone toni intimi e tinte neutre, ricordando spesso un'altra pellicola atipica per il suo genere (in quel caso l'horror), ovvero A Ghost Story. La storia è interamente imperniata sul rapporto padre e figlia tra l'adolescente Rag e il suo papà senza nome, impegnato a proteggerla da una società in cui le donne sono quasi sparite e dove le poche superstiti vivono rinchiuse in edifici, "rifugi" o forse qualcosa di più negativo; Rag, non ancora sviluppata, veste come un ragazzino e porta i capelli corti, ma lo stesso, dopo la prima occhiata distratta, viene in qualche modo percepita dagli uomini che la incontrano come "femmina" e questo condanna lei e il padre a vivere perennemente in fuga. Affleck non spiega mai di preciso cosa sia successo alle donne, nella realtà da lui riportata sullo schermo. Probabilmente sono state colpite da un virus, quasi sicuramente gli uomini hanno paura delle superstiti e si può solo pensare che, prima o poi, le donne prigioniere verranno usate per ripopolare un mondo squilibrato, finendo per diventare oggetti sessuali oppure peggio. Il terrore del personaggio di Affleck, costretto a crescere da solo una figlia in un mondo allo sbando, è quindi comprensibile e palpabile anche se il film gioca di sottrazione e non indulge mai nella spettacolarizzazione delle minacce che incombono sui due, preferendo sfruttare dialoghi a lume di torcia, campi lunghi in cui padre e figlia si perdono all'interno di paesaggi affascinanti ma inospitali e nemici non particolarmente caratterizzati, talvolta solo ombre che si muovono dietro l'apparente sicurezza di una finestra oppure uomini talmente repentini nei loro attacchi che è raro che allo spettatore rimangano impressi i volti.


Nonostante questo, o forse proprio per questo, Light of My Life a tratti è più angosciante di molti altri film post-apocalittici (a me viene in mente sempre, come esempio negativo, quell'It Comes at Night che è piaciuto a tutti tranne a me), anche perché i personaggi sono molto ben costruiti e non ci si può non affezionare alla coppia di protagonisti. Un plauso a Casey Affleck, che oltre ad essere un regista rigoroso e raffinato, con un occhio non banale per la composizione delle singole sequenze, oltre ad essere uno sceneggiatore capace di creare dialoghi spontanei e significativi, è stato anche in grado di crearsi un ruolo perfetto per le sue abilità di attore; il suo papà goffo, che spesso incespica sulle parole ed improvvisa storie deliziose per la sua bambina, non proprio in formissima o in salute ma deciso a non mollare per il bene della figlia, è credibile e perfetto proprio grazie a quei difetti che lo rendono incredibilmente umano e c'è moltissima alchimia con la ragazzina che interpreta Rag, non la tipica mocciosetta da copertina, bensì una ragazzina dotata di una bellezza androgina senza essere "aliena", un minuto spontaneamente solare e l'altro spontaneamente incazzata come una biscia, come tutti gli adolescenti. Certo, dire che Light of My Life è un film per tutti sarebbe un po' disonesto da parte mia. Spesso i tempi sono MOLTO dilatati e qualche spettatore potrebbe patire la lunghezza di dialoghi apparentemente inutili, mentre io mi sono lasciata cullare anche da questi momenti di intimità che spezzano la catena di eventi prima di un finale assai commovente. Fossi in voi, non lo perderei.


Del regista e sceneggiatore Casey Affleck, che interpreta Papà, ho già parlato QUI. Tom Bower (Tom) ed Elisabeth Moss (Mamma) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Light of My Life vi fosse piaciuto recuperate A Quiet Place. ENJOY!


domenica 24 novembre 2019

Il tagliaerbe (1992)

Me la sono cercata. E' dal ToHorror Film Fest che me la cerco ed invoco Il tagliaerbe (The Lawnmower Man), diretto e co-sceneggiato nel 1992 dal regista Brett Leonard, e qualche sera fa alla fine l'ho riguardato.


Trama: uno scienziato sperimenta una combinazione di farmaci psicotropi e realtà virtuale su Jobe, tagliaerbe dall'intelletto limitato, trasformandolo così in un essere pericolosamente intelligente.


Chiunque conosca un minimo Stephen King sa che non ha mai scritto nulla di simile a Il taglierbe e che l'unica sua creatura dotata di questo nome è l'inquietante fauno presente nella raccolta di racconti A volte ritornano. Niente realtà virtuale, dunque, per il buon Stephen, e allora perché ovunque si legge che Il tagliaerbe è "tratto da un racconto di Stephen King"? Well, perché la New Line, produttrice del film in questione, aveva ottenuto i diritti per realizzare una pellicola basata su Il tagliaerbe, poi s'è ritrovata tra le mani un'altra sceneggiatura dal titolo Cyber God e boh, ha deciso di mettergli il titolo del racconto di King, mandando giustamente il Re su tutte le furie. La cosa è finita con una querela e l'uscita di fior di dollari dalle casse della New Line, il tutto per quello che non ho paura a definire "film demmerda". Il tagliaerbe era già brutto nel 1992 (credo di averlo visto in TV due o tre anni dopo l'uscita cinematografica e di essermi infilata educatamente due dita in gola) ma oggi, alla faccia dei soldi spesi per creare quelle che all'epoca erano innovative sequenze di animazione computerizzata, fa proprio schifo e crea letteralmente imbarazzo in chi è tanto sfortunato da vederlo. Per chi non conoscesse la storia, in pratica abbiamo un Pierce Brosnan abbastanza figo, pre-007, alle prese con una depressione da fallimento; infatti, tutti i suoi esperimenti a base di droghe e realtà virtuale sono finiti con la morte dei poveri scimpanzé usati come cavie e con l'esercito (incarnato dal testone del futuro Big Jim "Barbie Did It" Rennie e sì, prima che me lo chiediate, ce l'ho ancora a morte con quella schifezza di Anderdedoum) che sta lì ad aspettare ulteriori risultati a mo' di gatto attaccato ai marroni. Sconfortato e abbandonato persino dalla moglie, il Dottor Brosnan si imbatte nello scemo del villaggio, Jobe, pronunciato in italiano "Giobbe". Jobe o Giobbe che dir si voglia è purtroppamente un po' tardo, vive in una baracca accanto alla chiesa dove un pedoprete di tanto in tanto lo frusta per togliergli dalla testa le birbanterie del Demonio e lavora come tagliaerbe, da qui il titolo del film e il vilipendio a King.


In realtà, il problema di Jobe non è l'avere il quoziente intellettivo di una zucchina matura, ma il fatto che se ne va in giro con una salopette da belinone e una zazzera di capelli color stoppia la quale, unita alla fissità dell'espressione e a quegli occhi azzurrissimi, rende Jeff Fahey decisamente inguardabile. Ah, se come me state arrovellandovi per ricordare o capire perché il nome Jeff Fahey vi è familiare e non riuscite a spiegarvi come mai dovreste conoscere 'sto bambolone biondastro, sappiate che, col tempo, Fahey è invecchiato benissimo e si è unito alla Rodriguez Factory e persino al cast della serie Lost; probabilmente la bionda infoiata che a un certo punto comincia a sbattersi Jobe in tutti i luoghi, tutti i laghi e anche nella realtà virtuale era in grado di prevedere il futuro o non si spiega il suo desiderio ninfomane. Ma sto divagando. Ovviamente, in tempo zero Dott. Brosnan trasforma Jobe da bietolone ingenuo a creatura intelligentissima prima e Jean Grey poi e tutto sarebbe bellissimo se non fosse per il governo (e i matusa) che ci mette lo zampino risvegliando il lato oscuro di Jobe. Quando costui si convince di essere Dio, gli sceneggiatori perdono tutte le loro facoltà mentali e, senza alcun nesso logico, decidono che l'allora poco conosciuta realtà virtuale sarebbe stata in grado di modificare la realtà vera, così, a cazzo de cane. Come un novello Carrie, Jobbe si vendica dunque di tutti coloro che gli hanno fatto del male, alternando inquietanti momenti di vero disagio in cui trasforma le persone nell'equivalente di una piscina di pallette dell'Ikea, ad altri in cui forse dà fuoco alla gente o forse la muta nella versione 8-bit de la Torcia Umana in un qualsiasi videogioco anni '80, fino ad arrivare agli inguardabili 10 minuti finali di film in cui sette animatori, in otto mesi, hanno dilapidato 500.000 dollari per offrire al pubblico la mostruosità di un Jeff Fahey fattosi boss di fine livello all'interno di un alveare cibernetico (ah, ci sono anche delle bees che farebbero invidia a Nicolas Cage). E forse sono un'ingrata millenial che non riesce a mettersi nei panni di chi, nel 1992, pensava di aver fatto chissà cosa (rammento in particolare che la scena di sesso virtuale aveva fatto versare fiumi di inchiostro) ma, come ho detto, Il tagliaerbe mi aveva fatto abbastanza schifo già all'epoca e comunque il piglio squallido e televisivo della regia e della fotografia mette angoscia. Di un film che meriterebbe l'oblio salvo solo la sequenza finale: tutti quei telefoni che squillano, onestamente, mi mettono i brividi ancora adesso.


Di Jeff Fahey (Jobe Smith), Pierce Brosnan (Dr. Lawrence Angelo), Geoffrey Lewis (Terry McKeen) e Dean Norris (Il direttore) ho già parlato ai rispettivi link.

Brett Leonard è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Premonizioni e Virtuality. Anche produttore e attore, ha 60 anni e due film in uscita.


Troy Evans interpreta il Sergente Goodwin. Americano, lo ricordo per film come Halloween 5 - La vendetta di Michael Myers, Balle spaziali 2 - La vendetta, Poliziotto in blu jeans, Demolition Man, Ace Ventura - L'acchiappanimali, L'ombra dello scorpione, Phenomenon, Sospesi nel tempo e Paura e delirio a Las Vegas inoltre ha partecipato a serie quali Hunter, Matlock, Dallas, I segreti di Twin Peaks, I racconti della cripta, Renegade, La signora in giallo, Una bionda per papà, Quell'uragano di papà, Cinque in famiglia, Più forte ragazzi, Senza traccia, CSI:Miami, E.R. Medici in prima linea e Hannah Montana; come doppiatore ha lavorato in Mucche alla riscossa e Il libro della vita. Ha 71 anni.


Del film esiste un director's cut dove lo scimpanzé non viene ucciso all'inizio ma viene trovato e accudito da Jobe e dove la moglie del Dr. Angelo viene controllata mentalmente da Jobe fino a venire uccisa dai poliziotti, inoltre esiste anche un sequel, con attori diversi, dal titolo Il tagliaerbe 2 - The Cyberspace. Ovviamente NON vi consiglio il recupero, ci mancherebbe! ENJOY!

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