Visualizzazione post con etichetta horror. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta horror. Mostra tutti i post

martedì 15 settembre 2026

Pinocchio: Unstrung (2026)


Non lo volevo nemmeno vedere, poi Lucia e Silvia ne hanno parlato con affetto, quindi ho recuperato Pinocchio: Unstrung, diretto e sceneggiato dal regista Rhys Frake-Waterfield.

Trama

Per risollevare il morale del nipote James, dopo la morte dei genitori e del migliore amico, Geppetto decide di fargli conoscere Pinocchio, un ragazzino di legno creato da lui. Tutto andrebbe per il meglio, non fosse che il desiderio di Pinocchio è diventare umano a sua volta...

Recensione

Non avevo voglia di guardare Pinocchio: Unstrung perché la mia fiducia nei confronti di Rhys Frake-Waterfield era pari a zero. Dopo l'inguardabile Winnie the Pooh: Sangue e miele e il suo seguito/reboot leggermente migliorato, Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (di cui non ho ancora parlato sul blog) il cosiddetto Twisted Childhood Universe mi aveva abboffata oltremisura. Il problema principale riscontrato durante la visione dei film dedicati all'orsetto rattuso era la totale mancanza di ironia a fronte di make-up ed effetti speciali al limite del decente e degli attori canini, mentre l'unico pregio del progetto TCU era una sfacciata esibizione di gore e violenza. Per fortuna, Rhys Frake-Waterfield deve avere udito i miei improperi, perché Pinocchio: Unstrung di serio ha poco o nulla. Certo, c'è la necessaria quota da pagare per il progetto "universo condiviso" che dovrebbe prima o poi condurre a Poohniverse: Monsters Assemble, con tutta una mitologia non meglio chiarita legata alla nascita di Pinocchio e dell'inquietante Wood Mother che, se non ho capito male, dovrebbe coinvolgere anche il creatore degli ibridi visti in Winnie the Pooh, ma sono dettagli che non rovinano il divertimento. In buona sostanza, Pinocchio: Unstrung è un rozzo coming of age in cui il burattino titolare, dopo aver cercato di diventare umano nel modo peggiore (per gli altri), impara a capire la differenza tra bene e male e ad accettare la propria unicità (forse). All'interno del percorso di crescita, come succede in quasi tutte le versioni di Pinocchio, il burattino incapperà in pochi buoni amici e troppi consiglieri fraudolenti, con un paio di aggravanti: gli amici, in Pinocchio: Unstrung, sono delle minchie di mare, e i consiglieri fraudolenti degli psicopatici da primato, come se già non bastasse quel minimo sindacale di devianza mentale di cui il burattino è dotato già in partenza. A farne le spese è chiunque si azzardi a fare del male, anche poco, al piccolo James, come accadeva nel reboot de La bambola assassina... solo che a Chucky piacerebbe essere matto in culo come il Pinocchio di Rhys Frake-Waterfield!

La più recente incarnazione di Pinocchio non ha, infatti, la minima remora morale e vuole solo divertirsi come un bambino, mettendo a frutto quelle poche "lezioni" di anatomia impartitegli dall'amichetto James per raccogliere quanto serve per diventare "vero". Mai mi sarei aspettata, all'interno di un film diretto da Rhys Frake-Waterfield, di trovare la sequenza più TW del 2026, una roba atroce che ha rischiato di farmi svenire in poltrona mentre con le mani cercavo di capire se la mia faccia aveva ancora tutto al suo posto. Obiettivamente, per quanto mi riguarda, la sequenza nello studio dentistico non ha rivali, e tutto il resto è la sagra dello humour nero e della cattiveria fuori scala, uniti ad effetti speciali deliziosi, interamente o quasi affidati ad artigiani che hanno evitato la CGI come la peste, e si vede. Questo è uno dei motivi per cui Pinocchio: Unstrung va visto, perché è ben raro al giorno d'oggi questo amore per gli effettacci splatter di una volta, e tale dedizione va ricompensata. Cascate male, invece, se decidete di salire sul treno di Pinocchio: Unstrung per godervi l'interpretazione di Robert Englund, perché il grillo è ben poco parlante. Detto ciò, a parte gli amici in carne e ossa di James (la versione discount di Dudley Dursley, apprezzabile solo per la cattiveria con cui viene trattato, e l'unica studentessa delle superiori che sembra una vecchia di 30 anni), gli attori che partecipano a Pinocchio: Unstrung sono molto meglio degli scappati di casa che infestavano i primi due film del Poohniverse, per non parlare poi della presenza di Richard Brake. Se Pinocchio è "unstrung", il suo Geppetto è "unhinged", e anche se mi fa riderissimo l'idea di un riccastro inglese che di nome fa Geppetto (se quello fosse il cognome sarebbe ancora peggio, ché James Geppetto non si può sentire), l'attore non si risparmia e, da un certo punto in poi, dà vita ad uno dei suoi tipici personaggi allucinanti e disgustosi che tutti i fan dell'horror hanno imparato ad amare. Non avrei mai pensato di scriverlo sul mio blog ma guardate Pinocchio: Unstrung perché ne vale proprio la pena. Io, intanto, proverò a dare una chance agli altri film del Poohniverse che mi mancano!

Cast

Del regista e sceneggiatore Rhys Frake-Waterfield ho già parlato QUI. Richard Brake (Geppetto) e Robert Englund (voce del Grillo) li trovate invece ai rispettivi link.
 

Curiosità

Scott Chambers, che interpreta Christopher Robin, riprende il ruolo da Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele, che vi consiglio di recuperare, se vi è piaciuto Pinocchio: Unstrung, assieme a Winnie the Pooh: Sangue e Miele, Peter Pan: Incubo nell'isola che non c'è Bambi: La Vendetta. ENJOY!

venerdì 11 settembre 2026

2026 Horror Challenge: Matango il mostro (1963)


Il tema della challenge settimanale era KAIJU, quindi ho scelto il film Matango il mostro (マタンゴ - Matango), diretto nel 1963 dal regista Ishiro Honda e tratto dal racconto The Voice in the Night di William Hope Hodgson.

Trama

Sette persone naufragano con lo yacht su un'isola deserta e avvolta da una nebbia perenne. Alla ricerca di cibo ed acqua, ritrovano il relitto di una nave, divorato dalla muffa e dai funghi...

Recensione

Come spesso succede, i suggerimenti della challenge su Letterboxd sono un po' imprecisi. Al di là dell'uso occidentale della parola "kaiju", che solitamente noi riserviamo ai mostri giganti tipo Godzilla, è difficile far rientrare Matango anche all'interno del significato letterale di "kaiju", ovvero "strane bestie". Questo perché il Matango del titolo originale è un fungo e, a parte un gabbiano e una tartaruga senza occhi, all'interno del film non ci sono animali, tranne forse l'uomo. Dando per buona quest'ultima considerazione, effettivamente i personaggi di Matango sono proprio delle bestie strane, come dimostra la sceneggiatura di Takeshi Kimura, che sfrutta l'elemento horror e lo stress da isolamento per mettere in scena quella che è, a tutti gli effetti, una lotta di classe. All'interno di uno yacht si riuniscono il ricco proprietario, uno scrittore non particolarmente famoso, una bellissima cantante, un professore universitario con la sua allieva, uno skipper e un uomo di fatica. Il morale è alto e tutti sono amici, finché, dopo una tempesta che danneggia gravemente lo yacht, i sette fanno naufragio su un'isola immersa nella nebbia, all'interno della quale ci sono sì torrenti di acqua dolce, ma nulla o quasi da mettere sotto i denti. Pur riuscendo a trovare del cibo in scatola all'interno del relitto di una nave, la quantità è assai scarsa per sette persone, e non solo; la struttura è invasa da una muffa tenace e da misteriosi funghi che il diario di bordo vieta chiaramente di mangiare, mentre di notte vagano creature deformi che potrebbero essere frutto di allucinazioni, eppure sembrano tremendamente reali. Ce n'è abbastanza per scatenare una cabin fever coi fiocchi, che fa tornare a galla il rigido classismo della società giapponese ed erode le regole basilari della convivenza sociale. Accecati da una fame sempre più nera, i naufraghi faticano a rimanere razionali; mentre il ricco si aggrappa, inutilmente, a privilegi che lì non hanno ragione di esistere, il povero o il frustrato cercano riscatto per una vita ingrata approfittando di un luogo dove le convenzioni sociali non esistono più, e di una situazione che, secondo loro, li rende liberi di dare sfogo ai loro istinti più bassi. Buona parte dell'orrore o, meglio, dell'inquietudine presente all'interno del film, non ha nulla a che vedere con l'aspetto horror/fantascientifico della trama. La possibile presenza di fantasmi o mostri, assieme alla disgustosa proliferazione fungina, è un ulteriore "disagio" che accelera le violente dinamiche negative all'interno del gruppo, ma non è quello fondamentale. Le due cause scatenanti sono, infatti, fame ed isolamento, che consentono all'elemento weird di insinuarsi persino come possibile fonte di salvezza od evasione. 

Fame e stanchezza spingono Yoshida, lo scrittore, a mangiare per primo i funghi. E' un atto di disperata ribellione, un modo per giustificare il compimento di future azioni mostruose, compiute dopo aver rinunciato volutamente alla propria umanità. Benché Yoshida (come del resto il riccastro, l'uomo di fatica e la cantante) venga connotato fin dall'inizio come un personaggio negativo o comunque borderline, il pessimismo di Matango sottolinea come questo tipo di debolezza, questo desiderio di arrendersi egoisticamente al "male" per cancellare le sofferenze fisiche e mentali, sia comune al 90% dell'umanità, con qualcuno che lo maschera meglio di altri. Il finale, in tal senso, è emblematico, e arriva come un'ulteriore doccia fredda dopo un'allucinata sequenza di puro terrore in cui, finalmente, lo spettatore riesce a vedere l'effetto del "matango" in tutta la sua gloria. Furbescamente, Honda centellina le apparizioni dei mostri lasciandoli spesso nella penombra, oppure nascondendoli in parte dietro alberi, porte ed oblò, così da garantire l'effetto shock di una foresta di funghi giganti semoventi che sembra uscita dritta da un'allucinazione da... beh, da funghi. E' un cerchio che si chiude, la versione ancora più in acido dell'Isola dei Lotofagi, dove gli esseri umani sostituiscono la realtà con kitschissime visioni di sfarzo ed opulenza, mentre vengono puniti per i danni inflitti alla natura (nel corso del film viene detto che l'isola era probabilmente luogo di esperimenti nucleari), trasformandosi in ciò che non riescono a smettere di mangiare. Tornando alla questione linguistica dell'inizio: no, Matango non è un kaiju eiga, è più un thriller psicologico con mostri, un ibrido tra horror, dramma e fantascienza. Sono comunque contenta di averlo visto, sia perché il vintage nipponico mi da sempre enormi gioie, sia perché è un'opera che spinge a riflessioni interessanti, anche se avrei preferito più fungoni mostruosi e meno dialoghi. Se la mia recensione vi ha incuriosito, sappiate che, al momento della pubblicazione del post, Matango si trova gratis su Plex. La qualità video non è delle migliori, ci sono un po' di interruzioni pubblicitarie e la lingua è esclusivamente in giapponese con sottotitoli inglesi, ma ho paura che non esistano versioni DVD o bluray adatte ai lettori italiani, quindi bisogna accontentarsi!

Cast

Ishiro Honda è il regista del film. Giapponese, ha diretto film come Godzilla, Il re dei mostri, Rodan il mostro alato, Mothra, Frankenstein alla conquista della Terra, Distruggete Kong! La Terra è in pericolo, Godzilla il re dei mostri e Sogni. Anche sceneggiatore, montatore e attore, è morto nel 1993. 

Curiosità

Tutti o quasi i membri del cast avevano già o hanno in seguito collaborato con Honda all'interno di altri kaiju eiga. Il film era stato quasi vietato in Giappone, perché il make-up dei mostri ricorda molto le deformazioni causate dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Se Matango il mostro vi è piaciuto recuperate L'invasione degli ultracorpi, Terrore dallo spazio profondo, Little Joe, Uomini H S.O.S. i mostri uccidono ancora. ENJOY!






martedì 8 settembre 2026

Notte Horror 2026: La casa 7 (1989)


A causa del mega-problema avuto quest'anno col blog avevo pensato di lasciare perdere tutto e non partecipare nemmeno alla Notte Horror. Poi ho riflettuto, arrivando alla conclusione che non sono di certo io a dover scomparire come se avessi fatto qualcosa di male, quindi eccomi qua per il tredicesimo anno consecutivo a celebrare i filmacci del ciclo Notte Horror. Il mio compagno questa sera è La stanza di Gordie, che vi parlerà di Rawhead Rex, mentre io sono rimasta in territori più casalinghi, e ho scelto, per l'appunto, La casa 7 (The Horror Show, anche conosciuto come House III: The Horror Show), diretto nel 1989 dal regista James Isaac. ENJOY!

Trama

Il detective McCarthy cattura il killer Max Jenke, il quale viene condannato alla sedia elettrica. Appena prima di morire, Jenke giura vendetta a McCarthy e gli si insedia in casa come spirito, rovinandogli famiglia e carriera...

Recensione

Voi forse non avete idea della confusione provata, a inizio anni '90, quando Notte Horror aveva mandato in onda La casa 7. Nonostante la mancanza di internet, tra un passaggio televisivo e l'altro avevo più o meno tenuto conto della quantità di "case", ed ero rimasta molto male quando mi ero resa conto di essermi persa la sesta. Ed ero anche rimasta perplessa dal fatto che La casa 7, a differenza di quelle originali e di quelle apocrife, sarà anche stata ambientata in una casa, appunto, però sembrava più una versione di Sotto Shock, uscito all'estero lo stesso anno ma, probabilmente, arrivato in Italia un po' prima del film di James Isaac. Col tempo ho imparato di non potermi fidare della numerazione di questa saga, e anche che La casa 7 non c'entra effettivamente nulla né con le opere di Raimi, né con gli apocrifi italiani, né con la serie House, di cui avrebbe dovuto essere il terzo capitolo, come leggerete nelle "Curiosità". Quindi a cosa serve La casa 7? Ecco, bella domanda. Il film di James Isaac, prodotto da Sean S. Cunningham, è la storia di una vendetta postuma, perpetrata ai danni del detective McCarthy dal serial killer Max Jenke dopo essere stato fulminato sulla sedia elettrica. Siccome il DVD edito dalla Magic Memory non è dotato, mortacci loro, di sottotitoli per l'audio inglese, ammetto di essermi persa la spiegazione di come abbia fatto Jenke a dotarsi del potere di diventare spirito (c'è tutta una supercazzola legata all'elettricità ma non fatemi entrare nei dettagli), ma è poco importante ai fini della trama. La cosa fondamentale è che Jenke si insedia in casa di McCarthy e, approfittando del fatto che il detective è già guardato con sospetto da famiglia e colleghi a causa di un'importante PTSD causata proprio dall'indagine su Jenke, gli incasina ancor più la testa facendolo passare per matto in culo grazie a una serie di allucinazioni ben piazzate. A differenza di Horace Pinker che si limitava a possedere la gente, Jenke è un Freddy Krueger ancora più potente, capace di modificare la realtà, trascinare le vittime nella sua dimensione, imitare voci, profondersi in esibizioni da stand-up comedian e chi più ne ha più ne metta. L'unica cosa che Jenke non fa è tenere fede alla sua fama di sanguinario figlio di puttana omicida, il che significa che il film è una menata senza fine, salvata solo da un inizio e un finale scoppiettanti e zeppi di momenti ad alto tasso di gore.

Ciò che impedisce a La casa 7 di scadere nell'ignominia perpetua sono, in primis, gli effetti speciali dello studio KNB EFX Group, fondato da Kurtzman, Nicotero e Berger, che si possono gustare nel corso del flashback in cui McCarthy entra in un incubo fatto di corpi smembrati e teste mozzate, nella sequenza della sedia elettrica, nell'esilarante scena del tacchino, e in tutti i momenti in cui il finale ricorre al body horror "spinto", con idee che avrebbero fatto la felicità di Cronenberg. L'altra cosa che salva La casa 7 dal dimenticatoio è la presenza di Lance Henriksen e Brion James all'interno di un cast di attori mediamente cani (tra l'altro, il DVD che ho io pubblicizza in maniera massiccia il nome di Dedee Pfeiffer, che interpreta la figlia di McCarthy, invece che di Brion James, e continuo a chiedermi perché). Henriksen si profonde in un'interpretazione che, negli ultimi 20 anni, sarebbe stata molto più consona per l'overacting di Nicolas Cage, ma se non altro crede fermamente in quel che fa e ci mette tutto l'impegno che un film simile non meriterebbe nemmeno per sbaglio. Brion James, dal canto suo, dipende molto da quanto lo spettatore ha voglia di prenderlo sul serio. L'idea di un serial killer dotato della risatina fessa di uno Skeletor qualsiasi a me fa molto ridere, e in questo contesto l'attore non riesce ad incutermi né timore né inquietudine, ma ammetto di apprezzare molto questi tocchi cheesy all'interno di un horror anche ambizioso, quindi sono rimasta soddisfatta. Purtroppo per lui, James non è né Mitch Pileggi né, tantomeno, Robert Englund, e il suo gigioneggiare mostra tutti i limiti di un attore nato per i ruoli di malvagio glaciale, quindi altri spettatori potrebbero non essere così indulgenti. La casa 7 è un film che ovviamente non inserirò mai nel novero dei cult da Notte Horror, ma è un'opera alla quale sono molto legata, perché è stato il primo e unico horror propinato ad una delle mie migliori amiche, che ancora oggi mi odia per averla costretta a tale supplizio, come dimostrano i messaggi Whatsapp che ci siamo scambiate durante il mio rewatch dopo 30 e fischia anni. Il contrappasso di questo odio è di essersi trovata un marito che ama gli horror e avere generato un figlio ugualmente traviato, ma mica sarà colpa mia, giusto? Ti voglio bene, Paola!!  

Cast

Di Lance Henriksen (Detective Lucas McCarthy) e Brion James (Max Jenke) ho già parlato ai rispettivi link.

  • James Isaac è il regista del film. Americano, ha diretto film come Jason X Skinwalkers - La notte della luna rossa. Anche tecnico degli effetti speciali, produttore e attore, è morto nel 2012.
  • Dedee Pfeiffer interpreta Bonnie. Americana, sorella di Michelle Pfeiffer, ha partecipato a film come Tutto in una notte, Un giorno di ordinaria follia e a serie quali La signora in giallo, Seinfeld, Ellen, Friends. CSI - Scena del crimine, La zona morta, CSI: NY, E.R. - Medici in prima linea e Supernatural. Anche produttrice, ha 62 anni. 

Curiosità

Lewis Arquette, che interpreta il tenente Miller, è il patriarca degli Arquette ed era comparso accanto al figlio David in Scream 2. Kane Hodder ha fatto da stuntman a Brion James in alcune scene. James Isaac ha sostituito il regista originale del film, David Blyth, dopo che quest'ultimo è stato licenziato poco dopo l'inizio della produzione. Il film avrebbe dovuto essere il sequel ufficiale di Chi è sepolto in quella casa? e La casa di Helen, ma non ha nulla a che vedere con i capitoli precedenti; infatti, la MGM voleva ricominciare da capo e ha chiesto di modificare pesantemente la sceneggiatura introducendo un nuovo boogeyman potenzialmente iconico, re-intitolando il film The Horror Show. Nel 1992 è poi uscito, per il mercato dell'home video, House IV - Presenze impalpabili, seguito diretto di Chi è sepolto in quella casa?. Se La casa 7 vi fosse piaciuto recuperate quindi piuttosto Sotto Shock e Pentagram, che ho già visto e conosco, e aggiungete i per me sconosciuti Prison e L'occhio della morte, magari da segnarsi per le prossime Notti Horror.

Notte Horror 2026

E' toccato a me chiudere la rassegna, ma di seguito trovate tutti i film di cui hanno parlato i miei esimi colleghi, di cui vi consiglio di recuperare i post! Al prossimo anno (spero)!





venerdì 4 settembre 2026

2026 Horror Challenge: The Hitcher - La lunga strada della paura (1986)


La challenge horror settimanale voleva un film uscito nel 1986, così ho deciso di festeggiare i 40 anni di The Hitcher - La lunga strada della paura (The Hitcher), diretto dal regista Robert Harmond.

Trama

Un ragazzo dà un passaggio a un autostoppista che, in realtà, è un folle killer. Dopo essere miracolosamente fuggito alle sue grinfie, il ragazzo viene perseguitato dall'autostoppista e ingiustamente accusato dei delitti da lui commessi...

Recensione

Ormai la mia memoria è andata. Mi sembra strano che non avessi mai visto prima di qualche giorno fa The Hitcher, eppure più ci penso più mi vengono in mente solo le locandine e le pubblicità su TV Sorrisi e Canzoni e basta. Quindi, do per buono, vergognosamente, di aver affrontato per la prima volta The Hitcher all'età di 45 anni, e sono felicissima di averne avuto, finalmente, l'opportunità, nonostante l'atroce dubbio che la versione disponibile su Prime Video sia tagliata. Spero di sbagliarmi ma, a prescindere, The Hitcher mette un'angoscia maledetta anche senza mostrare più del necessario. Per chi, come me, o non avesse mai visto il film o si fosse dimenticato di averlo fatto, The Hitcher inscena un terribile gioco tra gatto e topo ai danni del giovane Jim. Bello ed ingenuo, Jim si è messo in viaggio per consegnare una macchina a San Diego e, dopo aver rischiato di addormentarsi durante il tragitto, decide di caricare un autostoppista che possa tenergli compagnia. Quest'ultimo si rivela, purtroppo per Jim, un pazzo omicida il quale, dopo non essere riuscito ad ucciderlo per puro caso, si mette a perseguitarlo, arrivando al punto da incastrarlo per gli omicidi da lui commessi. L'agghiacciante meccanismo di pura tensione che è The Hitcher non risiede tanto nell'attesa che John Ryder, prima o poi, compaia su qualche macchina lanciata a folle velocità per uccidere Jim, quanto piuttosto nel modo subdolo con cui il killer priva il ragazzo di ogni minima speranza di aiuto o salvezza. Più volte, infatti, Ryder risparmia la vita di Jim, solo per farlo piombare in una nera disperazione che nulla ha a che fare con la morte (o, almeno, non la sua); beffardo e, in qualche modo, "paterno" nel suo desiderio di educare Jim, Ryder arriva persino al punto di mettergli delle monete sugli occhi (un obolo per il traghettatore dei morti) per sottolineare il suo desiderio di uccidere la parte ingenua ed infantile del ragazzo, di costringerlo ad abbracciare un'oscurità e un male percepiti come inevitabili. Privo di un nome reale, John Ryder potrebbe davvero essere l'incarnazione del male che si annida nel mondo, una macchina di morte senza motivazioni né origini, e per questo assolutamente casuale nelle modalità e nei tempi con cui dispensa violenza e orrore. La battaglia tra lui e Jim va dunque oltre il livello fisico, nonostante l'ampio utilizzo di armi da fuoco e lame affilate, e si concretizza in un'oscurità che divora, lentamente ma inesorabilmente, l'animo del ragazzo, lasciandolo solo ad affrontarla anche mentre scorrono i titoli di testa. 

La cosa che più colpisce, dopo 40 anni, è la lucidità con cui questa perdita di innocenza e questo viaggio nell'orrore vengono messi in scena, rifuggendo l'estetica anni '80 e i cliché del sottogenere slasher a cui The Hitcher è stato erroneamente ascritto. Robert Harmon, regista che poi si è inspiegabilmente perso, cattura la brulla bellezza dei paesaggi naturali "all-american" tagliati da strade infinite, prende la loro familiarità e li trasforma in qualcosa di alieno, una dimensione altra dove gli umani non posso entrare e, quando lo fanno, è a loro rischio e pericolo. E' come se, addormentandosi, Jim avesse sconfinato in un universo parallelo e, ad ogni tentativo di fuggire, si portasse dietro Ryder nella realtà, con tutte le terribili conseguenze del caso, per lui e per gli altri. Questo aspetto onirico della regia e della narrazione porta lo spettatore a sentirsi a tratti confuso; per esempio, durante il secondo incontro tra Jim e Ryder, nella stazione di servizio abbandonata, in mezzo alla nebbia, ero convinta che il ragazzo si sarebbe prima o poi svegliato, mentre l'intera sequenza nella stazione di polizia sembra presa di peso da uno dei vari Nightmare, tanto è surreale la situazione in cui viene a trovarsi il protagonista. E poi, ovviamente, c'è lui. Rutger Hauer, bello come il sole, tremendamente affascinante nonostante sia l'interpretazione dell'attore che la sceneggiatura diano l'idea che Ryder sia un buco nero, una fredda macchina di morte. Eppure, Hauer ha talmente tanto carisma che si mangia qualunque altra presenza nel film, anche il povero C. Thomas Howell, il quale a meno di vent'anni ha comunque interpretato egregiamente la terribile trasformazione psicologica che subisce Jim. "Iconico" è una parola ormai abusata, che sono arrivata a non apprezzare granché, eppure Rutger Hauer in The Hitcher è niente meno che iconico, uno spauracchio che, anche privo di trucco e col solo ausilio di quegli allucinanti occhi di ghiaccio, risulta più terribile di tanti altri mostri che hanno fatto la storia del genere horror. Se anche voi, dopo 40 anni, non avete mai visto The Hitcher o ve lo siete dimenticato (ma, arrivata a questo punto, ne dubito), questo anniversario è un'ottima occasione per recuperarlo ed imparare, una volta per tutte, che la mamma ha ragione: non si caricano gli autostoppisti!!

Cast

Di Rutger Hauer (John Ryder), Jennifer Jason Leigh (Nash) e Jeffrey DeMunn (Capitano Esteridge) ho parlato ai rispettivi link.

  • Robert Harmon è il regista del film. Americano, ha diretto film come Teneramente in tre e They - Incubi dal mondo delle ombre. Anche produttore, direttore della fotografia e sceneggiatore, ha 73 anni.
  • C. Thomas Howell interpreta Jim Halsey. Americano, ha partecipato a film come E.T. - L'extra-terrestre, I ragazzi della 56ª strada, The hitcher II - Ti stavo aspettando, The Amazing Spider-Man e a serie quali Moonlighting, I viaggiatori delle tenebre, Oltre i limiti, E.R. Medici in prima linea, 24, Outcast, The Punisher, The Terror, Criminal Minds, Creepshow e The Walking Dead. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 60 anni e due film in uscita. 

Curiosità

Armin Shimerman, che interpreta il sergente nelle scene dell'interrogatorio, era il preside Snyder di Buffy The Vampire Slayer. Il film ha un seguito, The hitcher II - Ti stavo aspettando, e un remake, The Hitcher. Non avendoli mai visti, non posso consigliarveli, ma potete guardare Duel e, perché no, Wolf Creek. ENJOY!

martedì 1 settembre 2026

Insidious - Fuori dall'Altrove (2026)


Volevo andare a vedere Camp Miasma, ma abito nella maledetta Savona e ho dovuto accontentarmi di Insidious - Fuori dall'Altrove (Insidious: Out of the Further), diretto e co-sceneggiato dal regista Jacob Chase.

Trama

Gemma vive con la figlioletta Maya nella casa dove, un tempo, sua madre si era suicidata dopo avere manifestato pericolosi disturbi mentali. Un giorno, Gemma comincia ad avere incubi terribili che cominciano ad erodere la sua percezione della realtà...

Recensione

Come forse saprete, la saga di Insidious non è mai stata tra le mie preferite, l'ho sempre trovata piuttosto noiosa, preferendole il franchise di The Conjuring. Di fatto, sono andata al cinema senza ricordare nemmeno l'ultimo film, La porta rossa, portandomi dietro solo un'infarinatura generica comprendente un ricordo piuttosto chiaro di cosa fosse la dimensione chiamata "Altrove" e, ovviamente, di chi fosse la sensitiva Elise Rainier. Se in Fuori dall'Altrove c'erano degli easter egg, salvo forse la comparsa di un paio di demoni che mi è parso di riconoscere, non li ho ovviamente colti, ma poco importa perché l'ormai sesto capitolo della saga è un'opera che si regge abbastanza sulle sue gambe e che può essere apprezzata anche senza conoscere i film precedenti. Chiuso il capitolo Lambert, infatti, Fuori dall'Altrove introduce un nuovo personaggio, Gemma, un'igienista dentale con un'infanzia segnata da una madre morta suicida dopo essere impazzita. Nonostante i giusti consigli del fidanzato, che spesso la esorta ad abbandonare una casa così piena di dolore e cupi ricordi, Gemma si ostina a vivere lì assieme alla figlia Maya. La loro vita scorre serena, finché Gemma comincia a sognare l'oscura dimensione denominata "Altrove", dove risiedono i demoni e i morti che non riescono ad andare nell'aldilà; ancor peggio, gli incubi si rivelano qualcosa di peggiore, arrivando persino ad alterare la percezione della realtà di Gemma e a spingerla verso una progressiva follia che rischia di farla diventare come sua madre, alienandola dalla spaventata Maya. Ovviamente, dietro queste visioni ed incubi c'è qualcosa che non vi sto a spoilerare, ma fondamentalmente Gemma ha una caratteristica in più rispetto ai "fortunati" membri della famiglia Lambert che scivolavano inconsapevolmente nell'Altrove, e ciò la rende uno strumento indispensabile per ciò che lì dimora. A livello di "paura" per lo spettatore, questa caratteristica di Gemma si traduce in un confine ancora più sottile tra realtà e Altrove, tra sogno, veglia e visione, risultando (almeno per quanto mi riguarda) più coinvolgente e divertente rispetto ai precedenti capitoli; inoltre, il pregio di Fuori dall'Altrove è l'introduzione di un paio di personaggi assai barocchi, sia vivi (più o meno) che morti, che aumentano di un paio di tacche il tasso di disgusto e di cheesiness dell'intera operazione. Certo, quest'ultimo aspetto deve entrare in risonanza con spettatori pronti a stare al gioco e ad apprezzare questi tocchi weird, come la sottoscritta, mentre gli altri rischiano di giudicare Fuori dall'Altrove ancora più scemo dei film che lo hanno preceduto.

Oltre a questo, capisco anche che molti spettatori disprezzeranno Fuori dall'Altrove per la sua natura derivativa. Per quanto mi riguarda, se vengono frullati gli ingredienti giusti mangio tutto volentieri, e l'ultimo capitolo di Insidious aggiunge, agli elementi tipici della saga, anche suggestioni da molti altri film horror passati e presenti. Da Nightmare a The Dentist, entrambi ampiamente citati e saccheggiati, si passa ad una delle sequenze più particolari, quella in cui Gemma si perde all'interno di un fortino di cuscini, in cui molti hanno visto un richiamo a Backrooms ma che a me ha riportato alla mente il poco conosciuto e geniale Dave Made a Maze, tutti piccoli tocchi che ravvivano una regia tutto sommato ordinaria, che però dà molta importanza ai colori (soprattutto il rosso) e ad un sonoro insinuante. Rispetto agli altri film della saga, mi è sembrato si sia posta una maggiore attenzione anche al character design dei personaggi, affidati ad attori dal sembiante particolare, o ad un make-up ispirato. I tre vecchietti che campeggiano in tutte le foto promozionali, per esempio, sono un colpo di genio che offre parecchie soddisfazioni durante la visione, e il demone "capo", Cyrus (a furia di trovare citazioni, non riuscivo a smettere di pensare a Con Air), supera in figaggine il Lipstick-Face Demon dei primi capitoli in quanto frutto illegittimo di una misteriosa unione tra Alice Cooper, Iggy Pop e il Bughuul di Sinister. Gli attori principali, invece, sono abbastanza dimenticabili. Benché sia sempre bello vederla sul grande schermo, Lin Shaye ormai passa giusto a ritirare l'assegno, e l'unica cosa che mi ha colpita è l'incredibile somiglianza della protagonista, Amelia Eve, con una giovane Naomi Watts. In definitiva, credo che Insidious - Fuori dall'Altrove sia un dignitoso horror commerciale che potrebbe accontentare sia i fan che lo spettatore occasionale. Quest'anno ho visto di meglio, anche per quanto riguarda il non-elevated horror, però mi sono divertita, forse perché partivo con aspettative azzerate. Ciò detto, adesso basta mungere la mucca dell'Altrove, per piacere!

Cast

Di Lin Shaye, che interpreta Elise Rainier, ho già parlato QUI.


Curiosità

Amelia Eve, che interpreta Gemma, era la Jamie di The Haunting of Bly Manor, mentre Brandon Perea, Nick, ha partecipato al film Nope. Insidious - Fuori dall'Altrove è perfettamente fruibile come film a sé stante ma , per completezza, il mio consiglio è quello di recuperare Insidious, Oltre i confini del male - Insidious 2, Insidious 3 - L'inizio, Insidious: L'ultima chiave e Insidious - La porta rossa. ENJOY!

venerdì 28 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Kuroneko (1968)


La challenge questa settimana chiedeva di guardare un film consigliato da Guillermo del Toro. La scelta è caduta dunque su Kuroneko (藪の中の黒猫, Yabu no naka no kuroneko), diretto e sceneggiato nel 1968 dal regista Kaneto Shindo.

Trama

Due donne vengono violentate e uccise da una truppa di samurai, e tornano come spiriti assetati di vendetta, decise ad uccidere qualunque uomo dotato del medesimo titolo...

Recensione

Guillermo del Toro ha dichiarato di avere guardato sia Onibaba che Kuroneko all'età di 10 anni, e di esserne uscito con la psiche distrutta. Descrivendo questi due film come perfetti racconti radicati nel folklore giapponese, ne sottolinea però la modernità per quanto riguarda violenza e sessualità. Purtroppo, io a 10 anni non avevo neppure idea di cosa fosse Kuroneko, quindi non sono rimasta traumatizzata dalla visione quanto Guillermone, però gli do assolutamente ragione relativamente alla modernità con cui affronta la violenza sulle donne e la sessualità. La vicenda di Kuroneko parte proprio da una violenza sessuale con conseguente omicidio ai danni di due donne che, come già accadeva alle protagoniste di Onibaba, cercano di sopravvivere da sole in tempo di guerra. Se però, in qualche modo, le donne di Onibaba erano "colpevoli" di uccidere e derubare i passanti dei loro averi, Yone e la nuora Shige, per quel che è dato sapere allo spettatore, sono innocenti e l'orrore che è toccato loro in sorte nasce dal fatto di essere prive di una protezione maschile, visto che Gintoki, figlio di Yone e marito di Shige, non è ancora tornato dalla guerra. Le due donne muoiono e riappaiono sulla Terra come Onryou, spiriti vendicativi, ma all'interno del film c'è posto anche per un altro spirito del folklore giapponese, il bakeneko, una creatura mutaforma che divora gli esseri umani; i due spiriti si fondono in uno, e ogni notte la giovane Shige aspetta il passaggio dei samurai che hanno ucciso lei e la suocera, per portarli nel loro reame in mezzo al bambù (yabu no naka) e strappare loro la gola con affilati denti da felino. Il sesso, come scrivevo all'inizio, svolge un ruolo molto importante all'interno di Kuroneko. Le due donne non vengono "solo" uccise, ma anche violentate, subendo un doppio atto di brutale disprezzo. Nella loro vendetta, il sesso è fondamentale, in quanto i samurai vengono attirati dall'aspetto docile ed indifeso di Shige, e poi convinti da lei e Yone di essere non solo i benvenuti nella loro casa, ma anche desiderati, lasciati padroni di fare quello che desiderano alla giovane donna che si offre loro con l'appoggio della madre. In un cerchio perfetto di immagini e simbolismi, i samurai ripuliti e legittimati risultano disgustosi quanto la loro versione rozza, ugualmente mossi da appetiti smisurati che Kaneto Shindo riprende senza alcuna pietà né simpatia, aspetti questi che riserva invece alle due protagoniste.

ll sesso legato all'amore romantico si rivela invece veicolo di distruzione nel momento esatto in cui Gintoki incrocia nuovamente il cammino di Shige. Così come l'amore di Shige e Yone, tradotto nell'attesa del ritorno di Gintoki, le ha condannate a morire in solitudine, allo stesso modo l'umanissimo desiderio di potersi congiungere, finalmente, con l'uomo amato (e non con dei disgustosi sconosciuti, come necessario passaggio prima di eliminarli), spalanca a Shige le porte dell'aldilà, come punizione per non aver rispettato il giuramento di uccidere tutti i samurai. Kuroneko, come già Onibaba, non ha un lieto fine, perché la vendetta come viene intesa nella cultura giapponese non è pulita e ben mirata come ci ha insegnato Kill Bill, ma travolge anche chi non se lo merita, come invece ci ha insegnato Ju-On, il quale con Kuroneko ha un paio di cose in comune. Dall'istante in cui Gintoki e Shige si incontrano, dunque, scatta la tragedia, e la struttura del film, fino a quel momento regolare e quasi ripetitiva, diventa più movimentata ed imprevedibile, anche per quanto riguarda la messa in scena. A livello visivo, infatti, ciò che più mi ha colpita di Kuroneko è l'eleganza squisitamente teatrale delle sequenze che vedono Shige e Yone in azione all'interno della loro dimora spettrale. La lenta danza di Yone, in contrasto con la violenza con cui Shige strappa la gola dei samurai a morsi, i faretti che illuminano le figure delle donne facendole comparire all'improvviso dalle ombre come spettri di un bianco abbacinante, il fumo, che le avvolge di un'aura eterea, sono tutti aspetti stilistici presi dal teatro kabuki e noh e sono una gioia per gli occhi. Ma è splendido anche il trucco che, in maniera incredibilmente sottile e grazie anche all'abile uso dell'illuminazione, trasforma il viso di Nobuko Otowa in un ibrido tra donna e gatto, prima ancora che un make-up prostetico più "invasivo" intervenga nelle sequenze maggiormente horror e rivelatrici. Per tutti questi motivi, e per mille altri che lascio ai critici veri, Kuroneko è uno di quei film che meritano di essere custoditi e rivisti, magari in una double feature con Onibaba, per poter godere meglio di entrambe le opere!


Cast

Del regista e sceneggiatore Kaneto Shindo ho già parlato QUI.

Curiosità

Nobuko Otowa, che interpreta Yone, è la moglie del regista, per il quale aveva già recitato come protagonista in Onibaba; nello stesso film compariva come Hachi anche Kei Sato, qui nei panni del governatore Raiko. Ovviamente, il pluricitato Onibaba è un'opera che vi consiglio di recuperare se vi è piaciuto Kuroneko. ENJOY!

venerdì 21 agosto 2026

2026 Horror Challenge: L'ascensore (1983)


La challenge settimanale voleva un film in lingua non inglese, così ho deciso di guardare L'ascensore (De lift), diretto e co-sceneggiato nel 1983 dal regista Dick Maas.

Trama

Un ascensore comincia a mietere vittime e un tecnico decide di andare a fondo della faccenda... 

Recensione

L'ascensore era un'altro di quei film che ho sempre sentito nominare, che sarà sicuramente passato mille volte in TV, e che non ero mai riuscita a guardare, per un motivo o per l'altro. Mi aspettavo, chissà perché, un'esilarante trashata, invece L'ascensore, salvo alcuni momenti in cui, effettivamente, tiene fede al suo titolo mostrando gli omicidi di questa moderna comodità, soffre un ritmo sonnolento legato alle indagini del tecnico Felix, il quale cerca di capire come mai l'ascensore in questione sia impazzito. La trama è tutta qui e viene da chiedersi come mai, alla terza morte sospetta (lasciamo perdere le prime due, anche perché l'ascensore agisce progressivamente, cominciando col fare svenire quattro persone per mancanza d'aria), a nessuno, all'interno del palazzo, venga in mente di chiuderlo e smontarlo pezzo per pezzo. A rispondere ci pensa Dick Maas, impegnandosi a mettere in piedi un GombloDDoH che farebbe felici i detrattori dell'AI, perché negli anni '80 i nemici erano i misteriosi microchip, rei di impazzire e cominciare a godere di vita propria, oltre ad essere preclusi ai poveri tecnici degli ascensori, i quali si occupano non già di quadri elettrici, ma solo della greve meccanica degli apparecchi. In realtà, le indagini di Felix, intervallate da quei pochi momenti in cui l'ascensore un po' di ansia allo spettatore la mette, non sarebbero nemmeno il problema principale del film. Il fatto è che Dick Maas, invece di concentrarsi sulla "ciccia", perde parte dello scarso minutaggio a delineare non solo le scappatelle di un paio di dirigenti con procaci signore più giovani (mettendo una tacca, immagino sulla minima "quota sise" sindacale perché un horror, all'epoca, venisse accettato e distribuito) ma anche il dramma familiare di Felix. Felix (il quale, forse per tenere fede al nome, ha la verve di un gatto di marmo) tiene moglie e due figli, quindi verrebbe da pensare che la loro utilità sia legata al fatto che, prima o poi, il nucleo familiare verrà minacciato dall'ascensore. Invece, moglie e bimbi si legano essenzialmente alla sottotrama che vede Felix sposato "felicemente" da una decina d'anni con una donna neppure troppo rompiscatole, a parer mio, la quale a un certo punto lo molla in tronco perché l'amica ha visto il marito in compagnia di un'altra donna. L'aspetto esilarante della vicenda è che Felix non si impegna minimamente a giustificarsi, troppo distratto dal problema "ascensore", e che tutta questa digressione non apporta nulla allo sviluppo della trama, tanto che, sul finale, della moglie non si fa nemmeno più menzione.

Fortunatamente, al di là di queste digressioni poco utili e di un ritmo poco efficace, Dick Maas riesce ugualmente a trasmettere tensione ogni volta che qualcuno si avvicina all'ascensore, a prescindere da ciò che accadrà poi, grazie ad un abile uso delle inquadrature, del montaggio e di uno score elettronico che ricorda le colonne sonore dei Goblin. Un paio di omicidi, in particolare, sono degni di nota, soprattutto quello sul finale che, assieme alla rivelazione su cosa si nasconda dietro la "follia" dell'ascensore, ha probabilmente ispirato Tobe Hooper per quanto riguarda gli aspetti migliori del suo The Mangler - La macchina infernale. E' inquietante anche la lotta solitaria di Felix all'interno della tromba dell'ascensore, soprattutto perché è un luogo già pericoloso di per sé, quindi lo spettatore si ritrova a dover attendere il peggio, e non mi è dispiaciuta neppure l'ambientazione fredda e un po' squallida delle zone periferiche di Amsterdam, ben distanti dall'idea turistica di una città piena di eccessi "illegali". Purtroppo, avendo trovato il film su Tubi, doppiato in lingua inglese, credo che le interpretazioni dei vari attori ne abbiano risentito, rendendo così L'ascensore ancora più soporifero. Infatti, ogni personaggio parla con tono particolarmente monocorde, pulito, declamando dialoghi che, di tanto in tanto, parrebbero frutto di una traduzione priva di ogni sprezzo del ridicolo. Diciamo che, pur essendo consapevole di questa possibilità, non ho particolare interesse a recuperare il film in lingua originale per accertarmene. L'ascensore mi aveva incuriosita, finalmente l'ho guardato, ma direi che non mi ha fatto così tanta impressione da essermi pentita di avere perso così tanto tempo!

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Dick Maas ho già parlato QUI.

Curiosità

Huub Stapel, che interpreta Felix, è uno degli attori feticcio di Maas, col quale ha collaborato nei due Amsterdamned e in Saint. Dick Maas era stato licenziato a metà delle riprese a causa dei continui litigi col produttore, sia per via del cast sia perché il regista insisteva nel voler realizzare da solo anche la colonna sonora. Il giorno del licenziamento, Maas aveva comunque continuato a lavorare ed è stato riassunto il giorno dopo, perché nessuno era in grado di sostituirlo. Il film ha un remake in lingua inglese dello stesso regista, Down: Discesa infernale. Non l'ho mai visto ma vi consiglio di recuperarlo se vi è piaciuto L'ascensore, aggiungendo magari The Mangler - La macchina infernale e Brivido. ENJOY!

mercoledì 19 agosto 2026

Hokum (2026)


Ho dovuto aspettare praticamente un mese ma, alla fine, anche io sono riuscita a vedere al cinema uno degli horror che aspettavo di più quest'anno, Hokum, diretto e sceneggiato dal regista Damian McCarthy.

Trama

Uno scrittore americano va in Irlanda, nell'hotel dove i genitori hanno passato la luna di miele, per disperderne le ceneri. Lì scopre che l'hotel è infestato da una strega...

Recensione

Dopo Caveat e Oddity, ecco arrivare Hokum, ma cos'è esattamente un "hokum"? Si definisce "hokum" una sciocchezza, oppure un artificio molto terra terra che mira ad ingannare il prossimo. Il nuovo film di McCarthy contiene in sé entrambe le definizioni, a seconda dei punti di vista che vengono utilizzati. Da una parte c'è il protagonista del film, uno scrittore depresso e disilluso che dismette tutto ciò che lo circonda come "hokum", in particolare le storie di streghe che lo accolgono dal momento in cui mette piede in Irlanda, deciso a disperdere le ceneri dei suoi genitori nel posto che li ha accolti per la luna di miele. Dall'altro c'è, in effetti, un artificio dei più banali, che va ad inserire all'interno della trama horror del film un inganno ai danni di una persona, per motivazioni, appunto, molto terra terra. Questi due aspetti del film si intrecciano così da attirare il protagonista fuori dalla propria (un)comfort zone, scendendo a patti con un trauma infantile inestricabile da un profondo senso di colpa, e usare quello che dovrebbe essere l'"occhio" del tessitore di storie, andando oltre l'apparenza e un disprezzo smisurato verso gli esseri umani. A tal proposito, McCarthy ci introduce il protagonista alle prese con il finale della sua trilogia più famosa, e con questo racconto nel racconto ci dice moltissimo della sua percezione cupa del mondo, mostrandoci il tremendo destino dei personaggi della sua storia. Ed è sempre una storia che introduce la strega imprigionata nell'hotel, il che consente a McCarthy di metterne in discussione, come già accadeva in Caveat, la presenza o meno. Raccontandone la leggenda a due terrorizzati bambini, la strega viene chiamata Cailleach dal proprietario dell'hotel. La Cailleach del folklore celtico, a onor del vero, non è né buona né cattiva ed è più ancorata all'espressione di fenomeni naturali, mentre quella di McCarthy è una sorta di demone che trascina le anime e i corpi degli incauti in una dimensione oscura, mutilandoli durante il tragitto. Dando per buono che esista, e che la sua presenza non sia frutto della percezione distorta del protagonista, le sue azioni sembrerebbero in effetti mirate a fare più danno a coloro che sono colpevoli di qualcosa, torturandoli psicologicamente prima di ghermirli per trascinarli nel suo regno infernale; ciò spiegherebbe perché SPOILER il corpo di Fiona, probabilmente morta di paura, sia invece ancora nella suite FINE SPOILER Hokum tiene dunque fede al titolo in quanto opera che si presta a più interpretazioni, sia da parte del pubblico che da parte dei personaggi, in base a quanto i destinatari della narrazione siano disposti o meno a farsi ingannare, o da quanto acuto sia il loro spirito di osservazione.

Il mio, lo ammetto, è un po' annebbiato a causa del caldo, ma ciò non mi ha impedito di riconoscere quelle espressioni stilistiche e quei temi ricorrenti che rendono Damian McCarthy uno degli autori horror più coerenti in circolazione, nonché uno dei più originali. C'è un sottile fil rouge che unisce tutte le sue opere, rappresentato nella sua forma più "plateale" dagli oggetti iconici che vengono passati da un film all'altro; in Oddity compariva il coniglio di Caveat, in Hokum compare il terrificante campanello da reception di Oddity. Questi oggetti non si limitano ad essere una strizzata d'occhio al fan, ma trasmettono un senso di inquietudine ed aspettativa terrorizzata, poiché fondamentalmente "sbagliati". La cosa, ovviamente, vale per ogni elemento scenografico nei film di McCarthy, e Hokum non fa eccezione. La casa del protagonista, i boschi attorno all'albergo, lo stesso hotel, prima ancora che l'azione si sposti nella suite incriminata, sono tutti luoghi all'interno dei quali i personaggi vengono posizionati in modo che si crei attorno a loro un vuoto, una distanza più o meno grande rispetto a un punto considerato sicuro, il che li rende inquietanti anche quando i protagonisti non sono soli. Se poi, a un certo punto, la solitudine arriva davvero, combinata a soprammobili che paiono godere di vita propria, ambienti scarsamente illuminati, barriere ben poco solide e tunnel che si prolungano all'infinito, c'è da morire di ansia, al punto che non sempre basta ricorrere alla tecnica delle dita davanti agli occhi, perché l'attesa è molto peggio dello jump scare. Anzi, benché Jack the Jackass, con i suoi occhi pallati, sia materiale da incubo da qui all'eternità (anche perché sapete bene quanta presa facciano su di me pupazzi, umanoidi pupazzosi ed analogic horror), mi sono quasi sentita più sicura durante la sua comparsa, rispetto ai momenti in cui sullo schermo c'era solo Adam Scott circondato da mobili e buio. Per quanto riguarda la "paura", McCarthy è dunque di nuovo riuscito a farmela fare sotto. Forse preferisco le sue due opere precedenti Hokum, in quanto più dirette e viscerali, ma è un giudizio che dovrei dare ad una seconda visione, soprattutto in v.o. visto che il doppiaggio italiano appiattisce qualunque cosa. Al momento, però, è il terzo sì di fila per McCarthy, e ciò lo rende di diritto uno dei miei autori horror preferiti!

Cast

Del regista e sceneggiatore Damian McCarthy ho già parlato QUI mentre Adam Scott, che interpreta Ohm Bauman, lo trovate QUA.

Curiosità

Austin Amelio, che interpreta il conquistador, era il Dwight di The Walking Dead. Se Hokum vi è piaciuto recuperate Caveat e Oddity. ENJOY!

venerdì 14 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Storie di fantasmi (1981)


Il tema della Horror Challenge, questa settimana, era "psycho-biddy" ma il film trovato in questa lista era un po' stiracchiato, come scoprirete leggendo il post su Storie di fantasmi (Ghost Story), diretto nel 1981 dal regista John Irvin e tratto dal romanzo Ghost Story di Peter Straub.

Trama

Gli anziani membri di un club, e i figli di uno di loro, vengono perseguitati ed uccisi dal fantasma di una donna...

Recensione

Ho dovuto cercare la definizione di "psycho-biddy" per capire di cosa si stesse parlando. In pratica, si tratta di un altro modo di definire il genere hagsploitation che, per chi non fosse avvezzo nemmeno a questo termine, indica quei thriller horror aventi come principali protagoniste delle donne già di una certa età, psicopatiche e violente. Detto questo, non so proprio come abbia fatto a finire nella lista Storie di fantasmi che, è vero, ha una donna come villain della vicenda, ma è privo delle caratteristiche tipiche del genere hagsploitation (anche per quanto riguarda l'attrice che interpreta Alma/Eva) ed è una storia, appunto, di fantasmi e vendette dall'aldilà. Non ho mai letto il romanzo di Straub, che una cara amica mi ha detto essere "scritto da Dio, ma malloppone", quindi non ho la possibilità di fare un confronto tra le due versioni; quel che è certo è che lo scrittore non è rimasto soddisfatto del risultato finale, ed il motivo risiede nella lunghezza e nella complessità del romanzo, molto difficile da adattare. A un certo punto, qualcuno aveva suggerito ai produttori di realizzarne una miniserie in due parti, come Le notti di Salem, ma la Universal si era impuntata sull'avere un film a tutti i costi, quindi è uscito Ghost Story, un'opera superficiale, che cancella con un colpo di spugna la complicata lore di Alma/Eva e riduce all'osso il ruolo della città di Milburn e di moltissimi suoi abitanti coinvolti nella vicenda, compreso un quinto membro della Chowder Society. Quest'ultima è la protagonista del film, una società composta da quattro anziani ed eleganti signori che, durante le loro riunioni, si raccontano storie di fantasmi. Che dietro questo loro passatempo ci sia qualcosa di più lo intuiamo, fin da subito, dai terrificanti incubi che accompagnano le loro notti, ancor prima che uno di loro muoia per mano del cadavere rianimato di una donna. Proseguendo, Ghost Story introduce il personaggio di Don, figlio di uno dei soci della Chowder Society, il cui passato è strettamente legato all'entità che comincia a perseguitare gli anziani signori e ad una serie di eventi precedenti la sua nascita, che tratteggiano una triste realtà di provincia in cui gli outsider, anche quelli più introdotti in società, vengono presto isolati e cancellati dalla memoria collettiva. A differenza di quanto spesso accade nel sottogenere hagsploitation, la donna che perseguita i protagonisti, benché ovviamente connotata come mostro nel presente e come presenza come minimo perturbante nel flashback di Don, non ha proprio tutti i torti nel volere la loro morte, e non si accanisce contro giovani ed innocenti fanciulle per gelosia o pura follia, oltre al fatto di essere lei stessa giovane e bella.

Mettendo un attimo da parte quest'imprecisione a livello di scelta per la challenge, c'è da dire che Storie di fantasmi non è proprio granché come film. Tanto per cominciare, ha un ritmo a dir poco soporifero, e tiene desta l'attenzione giusto nella parte iniziale, anche se non proprio per questioni di "merito"; piuttosto, per la prima mezz'ora è difficile capire dove voglia andare a parare Storie di fantasmi, perché mescola presente, flashback di un recente passato, incubi e racconti senza alcuna soluzione di continuità. Dopodiché, la narrazione si assesta su uno stile più lineare che coinvolge anche i due corposi flashback risolutivi, forse per questo l'attenzione dello spettatore può permettersi di vagare, fiaccata da personaggi talmente poco caratterizzati che interessarsi al loro destino è difficile (forse giusto il Ricky di Fred Astaire è dotato di un minimo di sfumature in più), oppure perché vengono accennate un paio di sottotrame apparentemente fondamentali che poi vengono lasciate cadere nel nulla, e anche questo aspetto non aiuta. E' poco coinvolgente anche la regia di John Irvin, il quale non riesce a sfruttare appieno il potenziale dei soffocanti salotti in cui si riunisce la Chowder Society, né quello della casa in rovina di Eva, lasciandosi sfuggire la possibilità di confezionare un gotico moderno dalle atmosfere evocative. Per fortuna, gli effetti speciali sono orridi quanto basta e accompagnano un paio di jump scare efficaci, e anche Alice Krige ci mette del suo, con la sua bellezza elegante e non convenzionale, e quello sguardo che è un mix di sensualità e desiderio omicida. Un peccato, invece, che il cast maschile non sia alla sua altezza, tra vecchie glorie costrette a destreggiarsi nei panni di riccastri barbogi e il povero Craig Wasson che, impegnato in un doppio ruolo, risulta doppiamente inespressivo. Potrei sbagliare, ma Storie di fantasmi è uno di quei film ai quali servirebbe un remake, o meglio, una trasposizione in miniserie del romanzo originale, data in mano a un regista un po' sgamato. Mi verrebbe da nominare Mike Flanagan, ma a lui lascio tutte le opere di King, Straub deve mettersi in coda, con tutto il rispetto!

Cast

Di Melvyn Douglas (John Jaffrey) e Alice Krige (Alma/Eva) ho già parlato ai rispettivi link.

  • John Irvin è il regista del film. Inglese, ha diretto film come Codice Magnum e Tre vedove e un delitto. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 86 anni.
  • Fred Astaire (vero nome Frederic Austerlitz Jr.) interpreta Ricky Hawthorne. Americano, lo ricordo per film come Cappello a cilindro, Zigfield Follies, Papà gambalunga, Cenerentola a Parigi e L'inferno di cristallo. Anche ballerino, coreografo, produttore e cantante, è morto nel 1987, all'età di 88 anni.
  • Douglas Fairbanks Jr. (vero nome Douglas Elton Ulman Fairbanks Junior) interpreta Edward Wanderley. Americano, ha partecipato a film come Piccolo Cesare, Gunga din e Sinbad il marinaio. Anche produttore, cantante e sceneggiatore, è morto nel 2000, all'età di 90 anni.
  • John Houseman interpreta Sears James. Americano, ha partecipato a film come Esami per la vita, Rollerball, I tre giorni del condor, Fog, S.O.S. Fantasmi, Una pallottola spuntata e a serie quali L'uomo da sei milioni di dollari, La donna bionica e Mork & Mindy. Anche produttore, sceneggiatore e regista, è morto nel 1988, all'età di 86 anni.
  • Craig Wasson interpreta Don/David. Americano, ha partecipato a film come Omicidio a luci rosse, Nightmare 3 - I guerrieri del sogno, Malcom X, e a serie quali La signora in giallo e Walker Texas Ranger. Anche sceneggiatore, compositore e produttore, ha 72 anni.

Se vi è piaciuto...

Se Ghost Story vi è piaciuto recuperate Changeling e Scarlatti - Il thriller. ENJOY!

mercoledì 12 agosto 2026

Leviticus (2026)


In Italia si è momentaneamente (spero!) perso in un limbo distributivo, ma sono comunque riuscita a recuperare il film Leviticus, diretto e sceneggiato dal regista Adrian Chiarella.

Trama

Il giovane Naim, da poco trasferitosi con la madre, è attratto dal compagno di classe Ryan. Una serie di circostanze fa sì che i due ragazzi vengano perseguitati da un'entità malevola e violenta, che si palesa col volto della persona che più desiderano...

Recensione

Levitico 18,22: "Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole.” C'è anche un altro passo, sempre nel Levitico, che ribadisce lo stesso concetto in modo ancora più violento e odioso, ma quello che ho citato basta per spiegare il titolo del film e ciò da cui parte Adrian Chiarella per raccontare la vicenda di Naim e Ryan. I due ragazzi sono attratti l'uno dall'altro, ma hanno la sventura di risiedere in una cittadina profondamente religiosa; in particolare, Naim si è trasferito lì da poco dopo la morte del padre, un evento che ha traumatizzato la madre al punto da spingerla a cercare il supporto di una comunità evangelica chiusa, che potesse dare supporto spirituale a lei ed aiutarla a crescere un figlio adolescente. Come spesso accade nell'horror, la madre di Naim è una figura evanescente, lontana dal ragazzo per motivi lavorativi, questo almeno finché non decide di mettere una pezza a ciò che lei percepisce come un problema, un'onta, ovvero l'omosessualità di Naim. Non starò a fare spoiler, anche perché la sceneggiatura non è interessata all'origine dell'entità che arriva a perseguitare Naim e Ryan, né al modo di debellarla (benché, a un certo punto, il film percorra sentieri già battuti in tal senso, ma è una piccola deviazione che dura poco), quanto piuttosto al renderla metafora di un profondo disagio sociale e personale. Adrian Chiarella, attingendo alla propria esperienza personale, mette in scena l'insicurezza e il desiderio, anche e soprattutto sessuale, di due ragazzi che cominciano a conoscere sé stessi e le proprie pulsioni. La reciproca attrazione tra i due protagonisti passa attraverso pochissimi momenti di gioia condivisa e tanti, troppi sguardi scambiati di nascosto, alternati a occhiate terrorizzate verso eventuali testimoni di una relazione "proibita". L'entità incarna sia la gioia di vedere l'altro, di venire toccati e baciati dalla persona più desiderata, ma anche la paura di cosa possa significare questo abbandonarsi completamente alla passione: una violenta morte fisica, perché questo è un horror, ma nella realtà si tradurrebbe in una dipartita "spirituale", troppo spesso causata proprio dalla stessa vittima, costretta a provare disgusto verso le proprie naturali pulsioni e ad indirizzarle verso ciò che la comunità intende come "giusto".

La "cura" rappresentata dall'entità richiama proprio quei centri dove si praticano terapie di riconversione, spesso legate a questo o quel credo religioso. La doppia natura di queste abominevoli terapie viene richiamata dalla contrapposizione di immagini naturali ed urbane presenti nel film. Ambientando Leviticus all'interno di una cittadina industriale, dove abbondano le sequenze che hanno come sfondo fabbriche funzionanti oppure abbandonate, Chiarella sottolinea l'ambiguità di una religione che non può essere divina, ma necessariamente filtrata e gestita dalla volontà umana, che ne applica ricompense e castighi. L'origine della stessa entità, come ho scritto sopra, potrebbe essere legata ad un reale castigo divino, oppure dalla manipolazione di umani che hanno piegato la spiritualità ad una loro concezione distorta, o ancora, potrebbe nascere dalla vergogna e dalla paura delle sue stesse vittime. Le molteplici interpretazioni di questo "castigo" sono parte del fascino di un film complesso, da lasciare decantare per poi guardarlo ancora, più di una volta, anche se Leviticus è molto doloroso, oltre che commovente. Buona parte del merito sta nell'incredibile alchimia che si è venuta a creare tra i due protagonisti, Joe Bird e Stacy Clausen. Non mi ritengo grande esperta di film queer, né ho mai provato un sentimento d'amore o attrazione verso una persona del mio stesso sesso, ma mi è parso, finalmente, di vedere su schermo una delle pochissime relazioni omosessuali in grado di risultare plausibili e naturali, proprio come quelle vere. Naim e Ryan sono dolcissimi nella loro imperfezione, in quei comportamenti umani talvolta deprecabili, in quanto dettati da rabbia e gelosia, ma sono anche incredibilmente sensuali e puri quando si lasciano andare, abbandonandosi all'attrazione, e viene proprio voglia di tifare per loro, augurandogli il meglio per un futuro incerto e plumbeo quanto la luce che accompagna ogni fotogramma del film. Io non so se Leviticus è uno degli horror migliori dell'anno, probabilmente sì. Anche se così non fosse, sono abbastanza certa che Naim e Ryan possano diventare un modello di speranza per ogni persona queer che si sente sola, insicura e abbandonata. Anche per questo, spero che Leviticus venga presto distribuito in Italia, così che possa essere conosciuto ed apprezzato anche qui da noi.

Cast

Di Mia Wasikowska, che interpreta Arlene, ho già parlato QUI.

  • Adrian Chiarella è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Australiano, è anche montatore e produttore.

CURIOSITà

Joe Bird, che interpreta Naim, era il Riley di Talk to Me. Se Leviticus vi è piaciuto, recuperate It Follows. ENJOY!

venerdì 7 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Dead End - Quella strada nel bosco (2003)


La challenge horror, per questa settimana, chiedeva di guardare un film ambientato durante una festività. Ho così scelto Dead End - Quella strada nel bosco (Dead End), diretto e co-sceneggiato nel 2003 dai registi Jean-Baptiste Andrea Fabrice Canepa.

Trama

Diretta ad una festa di Natale, una famiglia si ritrova bloccata su una strada che si allunga apparentemente all'infinito, e braccata da strane entità...

Dead End è uno di quei film che non avevo mai neppure sentito nominare, e alla fine della visione me ne sono abbastanza dispiaciuta, perché avrebbe avuto tutte le potenzialità per diventare un cult, qualora l'avessi visto 20 anni fa. Guardato oggi, ovviamente, perde l'effetto sorpresa di una soluzione narrativa forse originale all'epoca, ma ormai già vista mille e una volta, però si mantiene molto godibile per il taglio grottesco che è stato dato ai personaggi e alle interazioni tra gli stessi. Il film racconta l'angosciante viaggio della famiglia Harrington (con annesso fidanzato della figlia maggiore) verso la cena di Natale organizzata dai parenti da parte di madre. Durante il tragitto, papà Frank decide, per la prima volta, di prendere una scorciatoia che, purtroppo per tutti, si rivela un'"allungatoia" fatta di boschi e strade interminabili, popolati soltanto da una misteriosa donna in bianco e un'inquietante macchina nera. La famiglia Harrington, lo capiamo fin da subito, è una famiglia disfunzionale con parecchi problemi malamente tenuti a bada, ai quali la madre, Laura, spererebbe di mettere un freno grazie allo spirito natalizio. La situazione sempre più stressante, e il crescente accumularsi di cadaveri, manda in frantumi tutti i buoni propositi di Laura ed esacerba i conflitti già esistenti, rivelando, sotto l'apparente normalità borghese degli Harrington, una manica di nevrotici da primato. Lasciando da parte l'insopportabile figlio adolescente, interessato solo alla droga e alle pippe, e la figlia maggiore alla quale tutti si rivolgono in quanto studiosa di psicologia (!), i pezzi forti del film sono Frank e Laura, i quali si liberano a poco a poco dell'irreprensibile maschera genitoriale per dare sfogo a quanto di imbarazzante e squallido si agita dentro di loro. I risultati della progressiva perdita di controllo di Frank e Laura, incapaci di tenere a bada la situazione e vittime di shock sempre più grandi, sono dialoghi esilaranti che vi lascio il piacere di scoprire e comportamenti estremi che li riducono al rango di bambini spaventati e sciocchi. Questo aspetto di Dead End è assai più interessante di quello horror, che è poca cosa anche in virtù del fatto che Jean-Baptiste Andrea e Fabrice Canepa, pur essendo francesi, mostrano ben poco.

Dead End vive dunque, essenzialmente, delle strepitose interpretazioni di due caratteristi come Ray Wise e Lin Shaye. Il primo si porta dietro l'esperienza twinpeaksiana di uomo sull'orlo di una crisi di nervi, un attimo prima padre amorevole, un attimo dopo pronto a mangiare la faccia di moglie e figli, non solo in senso metaforico. La seconda è perfettamente a suo agio quando il personaggio di Laura abbraccia in toto la follia, senza sottrarsi a situazioni anche scatologiche, o comunque di cattivo gusto, e portandole a casa dignitosamente. Il resto del cast, purtroppo, è formato da cagnacci o poco più, con menzione speciale per lo stupidissimo Richard di Mick Cain, giustamente finito, in seguito, ad ingrossare le fila degli attori di Beautiful. Per quanto riguarda l'horror, Dead End sfrutta al meglio le sue scarne ambientazioni, creando un incubo senza via d'uscita proprio grazie a paesaggi ed elementi ripetuti in loop, con l'aggiunta di qualche dettaglio perturbante come, appunto, la macchina nera, la fantasmatica presenza della donna in bianco, o le carrozzine inopportune che si piazzano in mezzo alla strada. Anche l'idea di ambientare buona parte del film all'interno dell'abitacolo di un'auto non è malvagia, perché Dead End, fin dall'inizio, punta a rendere la cabin fever di un viaggio interminabile una delle cause scatenanti di molte delle scelte sbagliate che condannano i personaggi a una fine pessima. Se l'estetica Y2K ancora legata alla sciatteria degli anni '90 non vi disturba, e cercate un horror con cui farsi anche un paio di risate, Dead End potrebbe non essere una cattiva scelta se, come me, non l'avete mai visto prima. Per quelli che invece lo conoscevano, sarei curiosa di sapere se guardano a questo film con affetto o con disgusto!

 Di Ray Wise (Frank Harrington) e Lin Shaye (Laura Harrington) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Jean-Baptiste Andrea è il co-regista e co-sceneggiatore del film. Francese, ha diretto altri due film, Big Nothing e Brotherhood of Tears. Anche produttore, ha 55 anni.
  • Fabrice Canepa è il co-regista e co-sceneggiatore del film, finora al suo primo ed unico lungometraggio. Francese, ha 51 anni.

SE VI è PIACIUTO...

Se Dead End vi è piaciuto, recuperate Southbound - Autostrada per l'inferno e Identità. ENJOY!

mercoledì 5 agosto 2026

The Turkish Coffee Table (2025)


Avevo giurato che mai più avrei rimesso piede in "quel" salotto, invece qualche giorno fa ho recuperato The Turkish Coffee Table (Cam Sehpa), remake del 2025 di La mesita del comedor, ad opera di Can Evrenol .

Trama

Ibrahim, sposato con una moglie opprimente e diventato da poco padre, si incapriccia di un orrendo tavolino da salotto. Durante il montaggio del mobile apparentemente infrangibile, succede però un terribile incidente...

RECENSIONE

Sarà un bel casino parlare di The Turkish Coffee Table senza fare spoiler sulla trama. Ai tempi della scioccante visione del corrispettivo spagnolo mi era venuto incontro il mini-articolo scritto in occasione del ToHorror, ma se voglio arrivare a due paragrafi sarà dura. Dunque, diciamo che il film viene definito "commedia nera", e io l'ho sempre trovato un eufemismo, in quanto, salvo per i primi cinque minuti ambientati nel negozio di mobili, dovesse scapparvi anche solo che uno sbuffo divertito dal naso il mio consiglio sarebbe quello di recarvi subito al reparto psichiatrico più vicino. The Turkish Coffee Table, così come del resto La mesita del comedor, sono due drammi nerissimi dalla forte componente horror/grottesca, e mettono il protagonista di fronte a un fatto talmente orribile da azzerare all'istante qualsiasi facoltà mentale. Non so se vi è mai capitato di ritrovarvi in una situazione, anche banale, davanti alla quale siete stati soverchiati da una sensazione soffocante di prigionia, causata dalla totale mancanza di soluzioni per uscire da quella determinata situazione; come avere in testa una spada di Damocle, messa lì da qualcosa che avete fatto voi, e che inevitabilmente, presto o tardi, vi colpirà recando con sé non solo dolore, ma anche ignominia. A me, per esempio, sta capitando proprio in questi giorni, ed è qualcosa che ha a che fare con la scomparsa di ogni tipo di immagine dal blog, quindi guardare The Turkish Coffee Table in questo momento della mia vita ha avuto un effetto devastante, tanto che ho finito la visione con un mezzo attacco di panico. Tutto ciò accade perché, come già La mesita del comedor, anche The Turkish Coffee Table si sofferma innanzitutto sulle sensazioni del protagonista, sull'orrore e la disperazione, sulla paura, sul pensiero fisso di un suicidio allo stesso tempo liberatorio e punitivo. Lo spettatore viene messo davanti al fatto compiuto e a tutte le irricevibili "pezze" che il protagonista cerca di mettere, nei rarissimi momenti di lucidità tra uno stato catatonico e uno di pura isteria, e il risultato è un filo che si tende sempre di più nella mente e nello stomaco di chi si trova impossibilitato a staccare gli occhi dallo schermo, scosso dall'attesa di una deflagrazione sempre più imminente. 

Alla situazione di partenza già abbastanza scioccante, sia Evrenol che Casas hanno aggiunto elementi di disturbo, ulteriori "micce" atte a rendere il tutto ancora più arduo, sia per il protagonista che per lo spettatore. C'è da dire che Evrenol ha scelto un approccio non solo più gore, che è quanto mi sarei aspettata da lui (la cinepresa di Casas si fermava appena prima di diventare troppo esplicita, lasciando spazio all'immaginazione, Evrenol sbatte in faccia qualunque cosa, anche la più irricevibile), ma anche più asciutto e rapido, limando un po' di cose qui e là. Ricordo, infatti, che il dramma spagnolo era molto più focalizzato sul prolungato deterioramento mentale di Jesús, cosa che, a tratti, inficiava il ritmo della narrazione, mentre Evrenol va come un treno e, sul finale, cambia tutte le carte in tavola prendendo a schiaffi anche chi conosce il film originale. A proposito del finale, non saprei dire quale sia migliore, così come non saprei dire quale dei due film abbia preferito. Sicuramente, The Turkish Coffee Table è "too much" in tutto, anche per certi toni un po' da soap opera dei dialoghi e di alcune situazioni, oltre che per la sua natura più esplicita, quindi il finale è il perfetto corollario di questa esagerazione e dà proprio l'idea che Dio (più volte nominato) si sia stufato di persone tanto ridicole, eliminandole dall'equazione con una schicchera cumulativa. C'è anche da dire che i fan di Can Evrenol, probabilmente, troveranno The Turkish Coffee Table "moscio" rispetto alle sue solite opere, e in effetti persino io mi sono stupita della sobrietà con la quale ha evitato di rendere un dramma da camera il trionfo dello splatter e dell'ultraviolenza. L'unica cosa di cui sono sicura è che The Turkish Coffee Table, così come La mesita del comedor, sono due film per stomaci fortissimi, due opere zeppe di trigger e contenuti "sensibili" che possono risultare fastidiosi persino raccontati (due miei colleghi ne sono un esempio), figuriamoci visti. Io vi ho avvisati!

CAST

Del regista e sceneggiatore Can Evrenol ho già parlato QUI.  

SE VI è PIACIUTO...

Il film è il remake dello spagnolo The Coffee Table di Caye Casas, che ovviamente vi consiglio di recuperare, se vi è piaciuta la sua versione turca. ENJOY!

mercoledì 29 luglio 2026

Find Your Friends (2025)


Era uscito su Shudder qualche tempo fa, ma solo in questi giorni sono riuscita a recuperare Find Your Friends, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Izabel Pakzad.

TRAMA

Dopo essere state cacciate da un party su uno yacht, un gruppo di amiche vanno in vacanza nelle zone di Joshua Tree. Lì vengono importunate da un terzetto di locali, i cui intenti si fanno sempre più pericolosi...

RECENSIONE

Sono forse troppo vecchia per queste stronzate? Sicuramente sì, e "stronzata" non è comunque il termine che applicherei a questo film, per motivi che spiegherò, ma ciò non toglie che Find Your Friends non sia stato assolutamente la mia cup of tea a causa di un'antipatia totale verso tutti i personaggi coinvolti. L'antipatia, ribadisco, probabilmente deriva da cause prettamente anagrafiche. In tutta onestà, sorbirmi un'ora e fischia di twentysomething sballate, ubriache come degli irlandesi, sceme come dei tacchi e circondate da bonobi sbavanti ancora più sballati, ubriachi, scemi ed arrapati, ha messo in crisi tutta l'empatia che avrei dovuto ragionevolmente provare per quello che, di fatto, è un rape and revenge. Prima di venire crocefissa: sono donna, sono stata giovane e scema anche io. Guardando Find Your Friends mi è venuto lo stesso maledetto nervoso di quando, in mezzo a persone sconosciute, in un luogo sconosciuto e potenzialmente pericoloso, magari in vacanza, qualche mia amica (fortunatamente poche) si riduceva talmente a merda da accettare di appartarsi col primo streppone scappato di casa, costringere le altre a subire la compagnia di altrettanti strepponi scappati di casa per non lasciarla sola o, ancora peggio, sparire per ore senza nemmeno rispondere al telefono facendo morire di preoccupazione le altre ed impedendo loro di poter tornare a casa. Ecco, salvo Amber, la protagonista, che pure si sballa come se non avesse un domani, le sue allegre compagne sono tutte così, egoiste di merda sempre in cerca di alcol, droga e belino, e pazienza se la loro amica ha subito un trauma tremendo, l'importante è che detta amica non faccia la pesantona, rovinando la festa a tutte. Alla faccia della cringissima cerimonia "love on you", dove le protagoniste di Find Your Friends si augurano il sicuro meglio per un futuro radioso, quando arriva il momento di sostenere Amber ecco che il "love" sparisce, tornando solo quando le imbecillissime scelte di vita delle cinque grazie le costringono ad affrontare conseguenze estreme. A prescindere da tutto ciò, è PALESE che le cinque sgallettate non meritino ciò che accade loro nel film, però trovo anche scorretto che Izabel Pakzad, regista e sceneggiatrice, mi costringa, in almeno un paio di occasioni, a pensare "Però te la sei cercata, stella mia!", e a vergognarmi neanche fossi un giancazzo qualsiasi. Perché va bene che "girls just want to have fun", ma porca puttana, il minimo che ti si chiede è stare lontana dalle red flag palesi.


Find Your Friends
non è dunque ascrivibile al novero delle "stronzate" perché costringe lo spettatore a stare scomodo sulla poltrona, con i suoi pensieri non sempre limpidi, e se vogliamo posso anche concedere alla Pakzad l'abilità di approfondire almeno la personalità di Amber, e conseguentemente, in parte, delle altre ragazze, dando una giustificazione più filosofica della loro idea di divertimento, qualcosa che vada al di là di "siamo delle oche decerebrate". Il punto è che Find Your Friends, per quanto mi riguarda, non racconta nulla che altri rape and revenge non abbiano fatto meglio; l'unico aspetto che distingue il film da altre opere simili è la mancanza di catarsi sul finale, che priva lo spettatore anche del gusto di una violenza vendicativa, poiché lascia le protagoniste sole, con l'unica certezza di avere fallito nell'unica cosa che conta nella vita, ovvero proteggere gli amici, più che affidarsi ad una app per "trovarli" quando sono lontani. Per il resto, Find Your Friends è molto ben fatto. Mi pare che, nei titoli di coda, Izabel Pakzad ringrazi Gaspar Noé, al quale sicuramente si è ispirata nelle molteplici scene in cui le protagoniste sono perse nei loro deliri indotti da alcol e droga, immerse in luoghi saturi di corpi sudati che si muovono al ritmo di una musica martellante. Le stesse protagoniste sono brave, in particolare Helena Howard, affiatate tra loro e verosimili nel loro appartenere ad una generazione che ha fatto del nulla cosmico la sua bandiera; è stato fatto anche un ottimo lavoro di casting per quanto riguarda i personaggi maschili, due dei quali affidati ad attori sicuramente belli e, soprattutto, capaci di tirare fuori l'aspetto viscido dell'uomo consapevole del suo aspetto e disabituato a vedersi rifiutato. Per tutti questi motivi, non mi sento quindi di sconsigliare Find Your Friends solo perché ho preso in odio totale le protagoniste e i loro modi di fare. Magari, se chi legge questo post è meno anziano e più indulgente di me, lo adorerà, chissà!  

CAST

Di Bella Thorne, che interpreta Lavinia, ho già parlato QUI.

Curiosità

Helena Howard, che interpreta Amber, era la Isabel di I Saw the TV Glow. Se Find Your Friends vi fosse piaciuto, recuperate Revenge. ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo