martedì 3 agosto 2021

Gunpowder Milkshake (2021)

Certe volte meglio non sapere le cose. Certe volte, meglio guardare film come Gunpowder Milkshake, diretto e co-sceneggiato dal regista Navot Papushado, disponibile su Amazon Prime Video, lasciandosi ispirare dalle locandine viste su Letterboxd e dalle attrici coinvolte, e più non dimandare.


Trama: una killer a pagamento scazza gli ultimi due lavori e viene condannata a morte dall'organizzazione per cui lavora...


Perché certe volte è meglio non sapere le cose, oltre ad avere la memoria di un criceto? Perché a me, per esempio, il nome Navot Papushado non diceva nulla e mi sono guardata Gunpowder Milkshake come fosse una parodia al femminile di John Wick diretta da qualche russo rincoglionito. Purtroppo poi tocca documentarsi prima di scrivere il post e si viene a scoprire che Papushado non solo non è russo, ma era uno dei registi e sceneggiatori di quel trionfo di Big Bad Wolves, rimanendoci conseguentemente male e aggiungendo punti di ignominia a una pellicola altrimenti innocua. Gunpowder Milkshake altro non è che un mix di tutte quelle pellicole "di menare" (mi perdonino i giovini de I400calci per il prestito linguistico) tamarre che vanno per la maggiore in questi ultimi anni; l'ispirazione principale è il già citato John Wick col suo world building fatto di assassini dotati di particolari rifugi/punti di rifornimento armi (là è la catena di hotel Continental, qui c'è una biblioteca) ma si possono aggiungere anche Atomica Bionda, Hotel Artemis, l'umorismo grossolano di Guns Akimbo, un po' di Léon, persino Charlie's Angels e Baby Driver, quest'ultimo citato in un paio di "vorrei ma non posso" fatto di morti in macchina e canzoni utilizzate come elementi costruttivi della trama più che come mero sfondo. Protagonista del film è una killer che ha seguito le orme della madre scomparsa e che, un giorno, si ritrova nel mirino della sua organizzazione dopo avere sbagliato ben due lavori; una simile situazione porta con sé tutto un codazzo di sparatorie, scontri corpo a corpo, rivelazioni e personaggi tra il cazzuto e l'assurdo, insomma tutti elementi che, normalmente, mi porterebbero a leccarmi le dita, ché sapete quanto adori le storie di killer al femminile che menano come fabbri ferrai (e qui ce ne sono ben quattro), ma che stavolta mi hanno lasciata spesso perplessa e annoiata.


Nonostante un paio di sequenze invero pregevoli, nella fattispecie quella all'interno dello studio medico, il combattimento multiplo in biblioteca e il piano sequenza al ralenti finale, i tempi morti di Gunpowder Milkshake sono infatti troppi, soprattutto all'inizio, quando gli sceneggiatori si preoccupano di mettere quintali di carne di seconda mano al fuoco e lasciarla lì, a friggere per "dopo". Di fatto, il film ingrana solo con la prima sequenza meritevole, la prima ad avermi portata a sorridere di approvazione anche dopo un paio di scene più splatter del normale (il vampiro che finisce impalato è notevole), dopodiché diventa poco più di un divertissement piacevole, se si riesce ad ignorare una generale aria di scopiazzatura che rende Gunpowder Milkshake un frullato insipido sia a livello di sceneggiatura che di regia che, nonostante il cast stellare, di attori, punto assai dolente. Io non so se il personaggio di Sam è stato volutamente scritto per essere inespressivo e distaccato, ma Baby e Léon avevano un contesto che li rendeva adorabili, mentre Sam spesso sembra solo vittima della svogliatezza di Karen Gillan e nemmeno affiancandole una bambina vivace ed espressiva la situazione migliora; addirittura, i nemici maschili non sono proprio pervenuti, in particolare i "boss di fine livello", tanto che l'unico a rimanere impresso è il sempre valido Michael Smiley, mentre va un po' meglio dalla parte femminile, dove, a parte Angela Basset che fa a gara di inespressività con la Gillan, ci sono Lena Headey, Michelle Yeoh e, soprattutto, la splendida Carla Cugino a tirare su la baracca. Visti i film precedenti di Papushado, Gunpowder Milkshake mi risulta una caduta di stile proprio perché vorrebbe credersela e averne a pacchi; certo, ho visto di molto peggio e non posso sconsigliarvi la visione del film, però è proprio a "lasciar correre" simili pellicole che tentano di dissimulare la mancanza di idee con un paio di trovate esagerate che lo stile di questo genere di film si appiattisce fino ad intristire gli appassionati. E io ora sono molto, molto triste. 


Del regista e co-sceneggiatore Navot Papushado ho già parlato QUI. Karen Gillan (Sam), Lena Headey (Scarlett), Paul Giamatti (Nathan), Ralph Ineson (Jim McAlester), Carla Cugino (Madeleine), Angela Bassett (Anna May), Michelle Yeoh (Florence) e Michael Smiley (Dr. Ricky) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Gunpowder Milkshake vi fosse piaciuto aggiungete anche i due Kingsman oltre ai film citati nel post. ENJOY!  

venerdì 30 luglio 2021

Volevo nascondermi (2020)

Spinti da un trailer martellante, più che dalle vittorie nazionali ed internazionali, grazie a uno sconto su Chili io e il Bolluomo abbiamo finalmente recuperato Volevo nascondermi, diretto e co-sceneggiato dal regista Giorgio Diritti.


Trama: vita del pittore Antonio Ligabue, dalla sua infanzia in Svizzera a una maturità travagliata, passata tra manicomi, povertà e un incredibile talento artistico...


Sulle note della bellissima, ipnotica Invisible, un critico d'arte afferma che Ligabue non può "non scuoterci, non convincerci", mentre un irriconoscibile Elio Germano osserva ed imita le sgraziate movenze di un tacchino. Sono immagini che hanno accompagnato la monca stagione cinematografica 2020 e secondo me anche un pezzetto di quella del 2019 e sono bastate per convincere me e il Bolluomo della bontà di Volevo nascondermi, biografia del pittore Antonio Ligabue, convinzione fortunatamente confermata a fine visione. Sì perché anche il film di Diritti scuote e convince, ci mette a parte dell'animo sofferente di un uomo, prima ancora che un artista, piagato da una malattia mentale che lo perseguita fin da bambino e che riesce a trovare sfogo soltanto attraverso la pittura; definito artista naif, ma comunque artista a tutto tondo, Ligabue passa la vita a diffidare dell'uomo, sempre pronto alla cattiveria, e a studiare l'innocenza dell'animale, riportandone su tela la "semplicità" dipinta con colori vibranti, quegli stessi colori che sembrano mancare alla grigia realtà che il pittore è comunque condannato a vivere ai margini. Straniero da bambino (italiano e adottato da una famiglia di svizzeri, un padre - Laccabue, da cui Antonio decide di prendere le distanze - omicida), straniero da adulto (torna nella sua terra natale ma conosce solo il tedesco), anche quando la sorte porta le persone a riconoscergli indubbie doti artistiche, Ligabue sarà sempre lo "strano", una specie di fenomeno da baraccone da tenere a bada affinché non vada in escandescenze, trattato con un misto di timore ed incredula ammirazione; ben pochi si avvicinano al pittore con sentimenti di affetto o disinteresse, mentre la maggior parte delle persone lo tiene comunque a distanza, oppure approfitta della sua fama o improvvisa ricchezza. 


Una storia triste e quasi romanzesca quella di Ligabue, perfetta per essere portata al cinema con uno stile, quello di Diritti, fortunatamente non documentaristico e neppure lineare; passato e presente del pittore si alternano e confondono, soprattutto quando la sua mente non è ancora "ancorata" all'arte e viene sopraffatta da esperienze e ricordi di manicomi, notti fredde, fame e violenza, e di tanto in tanto affiorano anche quelle che parrebbero visioni di libera e calda speranza, tocchi surreali che impreziosiscono ulteriormente un film che vanta già un protagonista indimenticabile. Elio Germano pare riportare in vita quel Ligabue sgraziato, piagato dal gozzo e dal rachitismo, e ce lo restituisce in tutta la sua dolente (ma dignitosa) umanità. L'attore affascina quando si immerge completamente nella natura, si "fa", letteralmente, animale per poter rappresentare su tela l'essenza stessa dei suoi soggetti e commuove sia nelle sue esternazioni di profondo dolore e disagio, sia quando assapora quei piccoli grandi "vizi" che la vita di artista rinomato gli concede e dà proprio l'idea di una creatura tormentata, nel bene e nel male, vittima di un fisico debole e malato che stenta a trattenere l'enorme energia di una mente costantemente in tumulto. Un film come Volevo nascondermi è l'ideale per avvicinarsi a un pittore italiano tra i più particolari ma magari poco conosciuto da chi non è appassionato d'arte ed è, in generale, una pellicola bellissima, che val la pena vedere anche se non vi interessa l'argomento.  


Di Elio Germano, che interpreta Antonio Ligabue, ho già parlato QUI.

Giorgio Diritti è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Bologna, ha diretto film come L'uomo che verrà e Un giorno devi andare. Anche produttore, ha 62 anni.


Se Volevo nascondermi vi fosse piaciuto recuperate Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità. ENJOY!

mercoledì 28 luglio 2021

All My Friends Are Dead (2020)

Qualche sera fa cercavo qualcosa di simpatico su Netflix e sono incappata in All My Friends Are Dead (Wszyscy moi przyjaciele nie zyja), diretto e sceneggiato nel 2020 dal regista Jan Belcl.


Trama: una festa di capodanno finisce in tragedia. Allo spettatore resta solo da scoprire cos'è successo prima dell'arrivo della polizia!


Netflix
si è appassionata ai film polacchi. Dopo Non dormire nel bosco stanotte, ispirato pesantemente ad Hatchet, arriva All My Friends Are Dead, che ricorda un po' le commedie nere anni '90 come Piccoli omicidi tra amici, Cose molto cattive e compagnia cantante, con l'aggiunta di un gradevolissimo tocco weird che mi ha più volte portata a ridere a crepapelle. La trama, di base, è molto semplice: abbiamo una festa di capodanno finita malissimo e la pellicola è un lungo flashback che ci consente di capire cosa sia successo e come mai i poliziotti si siano trovati davanti parecchie situazioni assurde. Come in ogni commedia nera che si rispetti, la situazione iniziale è quanto di più normale ci sia al mondo, anzi, direi quasi che i personaggi coinvolti sono la quintessenza della banalità, delle macchiette tirate fuori da decenni di commedie americane più o meno scollacciate. In realtà, molti personaggi tra quelli introdotti come stereotipi nascondono interessanti segreti capaci di rendere ancora più spinosa la situazione che si viene a creare a un certo punto e non c'è assolutamente modo di prevedere come queste schegge impazzite andranno a complicare un quadro già abbastanza caotico. Se vi sembro più imprecisa e lacunosa del solito, ovviamente, è per non sciupare il divertimento di scoprire a poco a poco tutto il delirio che può scaturire da un mix mortale di alcool, droghe leggere, voja de scopà, frustrazione, depravazione e tanta, tantissima sfiga. 


Oltre ad avere una trama simpatica, All My Friends Are Dead è anche realizzato molto bene. Se dovessi trovare un prodotto non USA né inglese recente che gli assomigli in quanto a "frizzantezza" di regia e montaggio penserei subito al bellissimo Why don't you just die?; la cinepresa è instancabile, offre attenzione a un personaggio e lo segue con lunghi piani sequenza per poi staccare improvvisamente e dedicarsi a un'altra storia, altri personaggi, tutti inestricabilmente legati l'uno all'altro e destinati a deflagrare in un finale delirante eppure chiarissimo dove ogni dettaglio (soprattutto i più gore) è nitido e comprensibile. A proposito della sequenza "risolutrice", bisogna necessariamente parlare della colonna sonora, vivace e calzante come poche (abbiamo i Mötley Crüe e i The Anima, roba danzereccia come Gloria in versione Laura Branigan, Donna Summer, ma anche stralci de La Carmen di Bizet, quindi ce n'è davvero per tutti i gusti e tutte le situazioni), e non bisogna dimenticare poi la bravura degli attori, a prescindere dal tempo passato sullo schermo, perché è se è vero che l'attenzione viene inevitabilmente calamitata da Julia Wieniawa-Narkiewicz e da tutti quelli che, nel bene o nel male, ruotano attorno a lei, il mio cuore è stato catturato soprattutto dai personaggi "minori", cito in primis i fattoni sulla panchina, il povero fattorino delle pizze e persino Gesù. All My Friends Are Dead è reperibilissimo su Netflix ed è perfetto per una serata estiva passata ad uccidersi di incredule risate, cercate di non snobbarlo solo perché è polacco e magari vi ha fatto (giustamente) schifo Non dormire nel bosco stanotte!

Jan Belcl è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Sloveno, anche produttore e attore, ha 29 anni.


Julia Wieniawa-Narkiewicz
, che interpreta Anastazja, era la protagonista di Non dormire nel bosco stanotte, sempre su Netflix, e dovrebbe tornare proprio nell'imminente sequel. 

martedì 27 luglio 2021

The Superdeep (2020)

Sto rimanendo indietro (e non avevo dubbi su questo) con la Summer of Chills di Shudder, che nel mese di giugno ha tirato fuori dal freezer, stavolta è il caso di dirlo, The Superdeep (Kolskaya sverhglubokaya), diretto nel 2020 dal regista Arseny Syuhin.


Trama: un'epidemiologa viene incaricata di recarsi presso il pozzo di Kola, in Russia, dove si nasconde un laboratorio sotterraneo e dove si vocifera sia presente un virus sconosciuto e mortale.


The Superdeep
si basa sulla vera storia del pozzo superprofondo di Kola, il primo luogo dove gli scienziati sono riusciti a perforare la terra arrivando ad una profondità di più di 12000 metri. Col tempo, attorno al pozzo di Kola si è creata una leggenda in cui si dice che, arrivati a un certo punto della perforazione, un microfono avrebbe captato delle voci umane e persino delle urla prima di sciogliersi per il calore, cosa che ha portato molte persone a pensare che sotto Kola si trovasse nientemeno che l'Inferno. Partendo dal presupposto che "qualcosa" si nasconda da quelle parti, gli sceneggiatori di The Superdeep hanno deciso di ambientare il film nei cupi anni della Guerra Fredda, un periodo di brama di potere militare e lotta per la supremazia perfetto per giustificare una spedizione composta da epidemiologi e soldati pronti a svelare il mistero di un presunto virus scoperto all'interno del laboratorio sotterraneo segreto di Kola, e hanno contaminato il tutto con continui omaggi a quel capolavoro che è La cosa di Carpenter. Il buon John, tuttavia, oltre che immenso stile, aveva anche un ottimo senso del ritmo, qualità che purtroppo manca ai realizzatori di The Superdeep, al quale avrebbe giovato almeno mezz'ora in meno e un po' di azione in più, soprattutto a fronte non solo dell'interessante premessa, ma anche di un budget alto che consente al regista di spaziare in una pluralità di ambienti uno più claustrofobico e squallido dell'altro.


Purtroppo, lo spettatore che ha più o meno già intuito dove andrà a parare il film, prima di arrivare alla "ciccia" è costretto a subire i rimorsi di coscienza di una protagonista con la quale è impossibile empatizzare (non solo perché è simpatica come una scopa su per il chiulo ma anche perché l'attrice che la interpreta è la Corinna Negri russa e ha l'unico pregio di essere una bella fanciulla), lunghissimi minuti di discussioni morali e supercazzole spaziali (non nell'accezione "universale" ma proprio di "posto, ambiente", visto che è più il tempo in cui i personaggi parlano di dove andare e in che modo rispetto a quello che effettivamente passano il quel determinato luogo, una volta raggiunto) e flashback che dovrebbero servire a coinvolgere maggiormente il pubblico invece rimangono lì, come l'aratro nel maggese, e il disgusto molliccio che attende i protagonisti non è detto che arrivi in tempo per strapparvi dalle braccia di Morfeo. Peccato, perché gli effetti speciali di The Superdeep non sono affatto male, rivoltano lo stomaco quanto basta e anche a livello di gore c'è parecchia soddisfazione, senza contare che anche la regia e le scenografie sono di alta qualità. Ho letto da qualche parte che esiste un "reduced cut" del film, con almeno 15 minuti di girato in meno; secondo me sono ancora pochi ma, nel caso, consiglio la ricerca e il recupero di quella versione, potreste divertirvi molto di più.  

Arseny Syuhin è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Russo, è anche sceneggiatore, compositore e tecnico degli effetti speciali e ha 39 anni.



venerdì 23 luglio 2021

Fear Street Parte 3: 1666 (2021)

E fu così che giungemmo alla fine! Con un ritardo mostruoso ed irrispettoso ho recuperato anche Fear Street Parte 3: 1666, sempre diretto e co-sceneggiato da Leigh Janiak ed ispirato alla serie fi libri Fear Street di R.L.Stine. Come sarà finita?


Trama: Nel 1666, nel villaggio colonico abitato da Sarah Fier regna la pace, almeno finché una forza maligna non comincia a rovinare i raccolti e a far impazzire gli abitanti, scatenando una tremenda caccia alle streghe...


Fear Street: 1666
è la perfetta conclusione di una trilogia che non ha perso un colpo e che ha risvegliato la mia fiducia nei confronti dell'horror distribuito da Netflix, alzando l'asticella dei modelli a cui dovranno guardare, in futuro, i teen horror che vorranno rispettare l'intelligenza del loro target di riferimento. La storia di Fear Street fa un ulteriore passo indietro e ci porta, come da anticipazioni, all'anno in cui tutto è iniziato, con la fine dell'esistenza della strega Sarah Fier, impiccata dopo aver condannato la popolazione di Shadyside a una maledizione senza fine. Senza fare troppi spoiler, Fear Street: 1666 prende parecchio, come ispirazione e messa in scena, dal capolavoro di Eggers, The VVitch, almeno nella prima parte; una volta offerta al pubblico la soluzione di un enigma che ci portiamo dietro da due film, il tempo torna a scorrere e ci ritroviamo nel 1994, con un'atmosfera che non è più quella dello slasher à la Scream o, meglio, non solo, perché in gioco, oltre alla sopravvivenza dei singoli superstiti, c'è l'anima di un'intera città. La disparità tra la sfortunata, decadente Shadyside e la ricca Sunnyvale, accennata a mo' di rivalità distintiva nella prima parte e portata maggiormente sotto i riflettori in 1978, diventa la chiave del mistero della maledizione di Sarah Fier ed è la diretta discendente di un mondo ingiusto e bigotto, dove i reietti e i deboli non hanno modo di difendersi da un pregiudizio che diventa odio e da una classe dominante (che sia formata da ricchi uomini d'affari o da bifolchi, non fa differenza) che mira solo a mantenere un cieco status quo.


La rabbia e il senso di umiliazione e sconfitta che Deena riversava su Sam all'inizio di 1994, sensazioni messe da parte (giustamente) davanti al terrore concreto di vedersi spaccare la testa con un'accetta, diventano l'anima di Fear Street 1666, la molla che spinge i personaggi ad agire, alimentando in loro un bruciante desiderio di affermarsi e urlare al mondo che la diversità, di qualunque genere, non è necessariamente da condannare o ignorare e che invece, molto spesso, "il bene è male", soprattutto quando il sole splende sempre sullo stesso punto, senza apparente motivo. Sono molti i colpi al cuore che arrivano durante la visione di Fear Street 1666, perché nel frattempo siamo arrivati ad amare i personaggi in ogni loro (re)incarnazione e vederli sistematicamente messi in ginocchio e presi in giro fa quasi più male che vederli morire per mano di creature demoniache che non sono altro che una mera, pittoresca espressione di qualcosa di ancora più orribile ed insinuante. E' l'intero "baraccone" di Fear Street a distrarre, come le creature di cui sopra, a fornire una maschera commerciale e divertente a un'opera più coraggiosa di quanto appare ad un'occhiata distratta, che si spera riuscirà a parlare molto chiaramente al pubblico di ragazzi a cui si rivolge e infondere coraggio a molti degli spettatori, fornendo dei modelli di reietti forti e "veri", non infighettati alla bisogna, con i quali riconoscersi. Anche per questo la trilogia di Fear Street è una delle opere horror (e non solo) più interessanti e coerenti degli ultimi anni, oltre che un'operazione molto ambiziosa, che spero vivamente non offrirà il fianco alla serialità che la piattaforma impone (maledetta manina sui titoli di coda...), a rischio di privarsi di significati e anima. Al momento, Leigh Janiak ha realizzato un vero gioiellino e io non posso che unirmi alla folta schiera di chi le sarà eternamente grato!


Della regista e co-sceneggiatrice Leigh Janiak ho già parlato QUI. Sadie Sink (Constance/Ziggy Berman) e Gillian Jacobs (C. Berman) le trovate invece ai rispettivi link.


Randy Havens
, che interpreta George Fier, è il Mr. Clarke della serie Stranger Things. Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto, recuperate Fear Street parte 1 e parte 2 e aggiungete The VVitch. ENJOY!

mercoledì 21 luglio 2021

Censor (2021)

Bazzicando su Letterboxd si scoprono un sacco di film interessanti. Quando poi questi ultimi ottengono il bollino di qualità di Lucia so già che devo mettere da parte ogni cosa e recuperarli immantinente, come nel caso di Censor, diretto e co-sceneggiato dalla regista Prano Bailey - Bond.


Trama: Enid lavora nella commissione inglese per la censura e il suo compito è quello di visionare i film per decidere cosa tagliare e quale visto censura dare. Quando però una delle opere da lei vagliata diventa ispirazione per un terribile omicidio, qualcosa nella mente di Enid si spezza...


Immagino che la maggior parte di voi sappia cosa siano i cosiddetti Video Nasty ma, a beneficio di chi non ha idea di cosa sto parlando, dico brevemente che all'inizio degli anni '80 in Inghilterra c'è stata una spietata guerra contro la violenza nei film, in particolare negli horror di serie B che arrivavano direttamente in videocassetta senza passare così dalla British Board of Film Classification a causa di un "buco" nella legislatura, il che ha portato alla nascita del Video Recordings Act del 1984 e di un indice dei film proibiti (i Video Nasty, appunto) tra i quali figuravano anche glorie nostrane come Antropophagus, Cannibal Ferox o Reazione a catena. All'epoca chi veniva trovato in possesso di questi film incappava in pene severissime e alcune pellicole in Inghilterra sono censurate ancora oggi oppure non sono mai state distribuite. Fatto un minimo di excursus sui Video Nasty, passiamo a parlare di Censor, film ambientato negli anni '80 e avente per protagonista una donna, Enid, il cui lavoro è proprio quello di visionare horror e tagliare tutte le scene che potrebbero risultare dannose per il pubblico oppure causare violente emulazioni. Enid è estremamente precisa e scrupolosa in quello che fa, tanto da spiccare persino tra i suoi colleghi come un censore particolarmente severo, eppure accade che un giorno uno dei film da lei visionati venga nominato come fonte di ispirazione da un uomo che, dopo aver sterminato la famiglia, ha dichiarato di non ricordare nulla, guadagnandosi il soprannome di Amnesiac Killer. L'improvviso livore mediatico nei confronti di Enid, accusata pubblicamente di lassismo e superficialità, contribuisce a minare una sanità mentale già compromessa da un trauma subito nell'infanzia e tenuto a bada da un distacco totale dalla realtà, dalla famiglia, dagli affetti, dai colleghi di lavoro e dalla consacrazione a un lavoro atto a riportare ordine e regole nel caos; le accuse anche violente nei confronti di Enid diventano l'eco di un senso di colpa mai sopito, inculcatole fin da piccola, e l'incapacità di cui viene tacciata rompono in qualche modo gli argini che fino a quel momento tenevano a bada il potere "maligno" e sovversivo degli horror visti ogni giorno, col risultato che realtà e finzione, passato e presente, cominciano mescolarsi nella testa di Enid, con tutto ciò che ne consegue.


Prano Bailey - Bond
è adamantina nel sottolineare come gli horror e i film violenti non sono le fonti di tutti i mali della società, ma che l'orrore risiede innanzitutto nella mente delle persone lasciate sole con i propri demoni, incapaci di affrontarli, e dipinge un'Inghilterra triste e squallida, pervasa da un disagio sociale che non ha nulla a che vedere con lo splatter fittizio dei tanto odiati Video Nasty. I toni del seppia e del marrone, il formato "moderno" dello schermo, il sonoro nitido, sono preponderanti nelle sequenze iniziali, quelle in cui Enid è ancorata alla realtà, ma lasciano a poco a poco spazio ad uno stile che riprende quello delle videocassette straconsumate dell'epoca; il punto di vista della protagonista, al quale lo spettatore è legato dall'inizio alla fine, diventa sempre più allucinato, l'aspect ratio dello schermo si riduce, i colori preponderanti diventano il blu elettrico, il rosso vivido e il bianco abbacinante e al tempo stesso malato degli slasher più truci, mentre la storia si sfilaccia (pur rimanendo estremamente comprensibile) aumentando l'ansia di chi è costretto ad assistere impotente al progressivo distacco dalla realtà di chi non riuscirà mai a fare luce su un evento terribile che ha condizionato tutta la sua esistenza. Censor, vi avviso, non dà risposte definitive né è uno di quei film che rassicura lo spettatore con spiegoni o simili, anzi; contaminato da echi lynciani e fulciani, la sensazione che dà è proprio quella di qualcosa che manca, che non torna, che necessiterebbe di un po' di chiarezza in più, ed è lì che risiede l'indubbio fascino capace di renderlo uno dei film più interessanti e ben diretti dell'anno.


Di Michael Smiley (Doug Smart) ho già parlato QUI

Prano Bailey-Bond è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Inglese, è al suo primo lungometraggio. Anche montatrice e attrice, ha 39 anni.


Il film "nasce" da un corto della stessa regista, Nasty, che potreste anche recuperare, aggiungendo magari qualche Video Nasty, giusto per entrare nel mood: tra quelli di cui ho parlato segnalo il già citato Antropophagus, Apocalypse domani, L'ultima casa a sinistra, Korang - La terrificante bestia umana (tra quelli che facevano incappare il possessore in pene pesanti), ... E tu vivrai nel terrore - L'aldilà, Quel motel vicino alla palude e Possession. ENJOY! 


martedì 20 luglio 2021

A Classic Horror Story (2021)

Nel mese di luglio Netflix è diventata la mecca dell'horror e non si è fatta scappare neppure A Classic Horror Story, diretto e co-sceneggiato dai registi Roberto de Feo e Paolo Strippoli. Avviso già che metà post sarà spoiler free mentre il resto, inevitabilmente, potrà venire letto solo da chi ha già visto il film.


Trama: Cinque sconosciuti hanno un incidente su una strada del Sud Italia e rimangono bloccati all'interno di un bosco dove vengono compiuti strani riti pagani...


Due anni fa Roberto De Feo ci aveva fatti gioire col gotico The Nest, popolato da personaggi ambigui ma anche fragili e poetici, ambientato in una splendida villa piemontese e graziato da un finale sorprendente che arricchiva ulteriormente la preziosità dell'opera. Se The Nest era un'esordio assai simile a malinconici esponenti dell'horror spagnolo o sudamericano quali The Orphanage, A Classic Horror Story si rifà, per l'appunto, a stilemi tipici dell'horror USA/britannico, a partire dall'incidente maledetto che costringe i personaggi a perdersi in un bosco dove verranno fatti fuori da maniaci armati di accetta. A Classic Horror Story è, anzi, talmente classico da ricordare per buona parte del primo atto un paio di horror nostrani recenti, un'opera prima assai riuscita come Shadow di Zampaglione e quell'orrore innominabile de Il bosco fuori di Gabriele Albanesi, a loro volta ispirati dall'immortale Non aprite quella porta di Tobe Hooper ma comunque dotati di una forte personalità italiana. Quest'ultima non difetta al film di De Feo e Strippoli, perché l'orrore rappresentato affonda le radici nel folklore delle terre del Sud, in quelle favole macabre che i vecchi amavano raccontare ai bambini, popolate da personaggi allo stesso tempo spaventosi ma anche ridicoli; in questo caso, ai poveri cinque sconosciuti uniti nel destino da un ben sfortunato car sharing tocca affrontare Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che la leggenda "vera" dice fossero tre cavalieri spagnoli i quali hanno fondato le tre mafie italiane, nell'ordine Cosa Nostra, 'ndrangheta e Camorra. Qui i tre vengono descritti non come cavalieri ma come demoni accompagnati da un'inquietante filastrocca e legati a terrificanti riti pagani che, a un certo punto, trasformano il film da "semplice" slasher splatter a folk horror di tutto rispetto, con pesantissimi echi di The Wicker Man e del recente Midsommar di Ari Aster (una scena in particolare è assai simile), dando vita ad alcune delle sequenze più allucinanti e belle della pellicola.


Formalmente parlando, A Classic Horror Story è una gioia per gli occhi. I due registi sfruttano alla perfezione lo splendore rigoglioso delle foreste umbre e piazzano nel bel mezzo degli alberi un luogo dove non solo il tempo sembra essersi fermato ma dove pare si sia creato uno squarcio verso un'altra dimensione demoniaca. In mezzo alla natura incontaminata, lo chalet dalla rigorosa perfezione simmetrica dove vengono a ritrovarsi i cinque protagonisti spicca come un pugno nell'occhio e fa angoscia quanto le luci rosse che, di notte, vanno a illuminare il luogo (ricordando, anche lì, soprattutto nelle inquadrature interne, il Suspiria di Argento, altro "classico" nostrano), per non parlare delle figure che lo popolano; gli elementi naturali come gli animali, il legno, i rami, i nidi, concorrono ad alimentare non solo l'angoscia di personaggi ovviamente abituati alle comodità moderne, cellulari in primis, ma anche quella dello spettatore che risponde a stimoli ormai radicati nella sua mente di "cultore dell'horror", un concetto sul quale poi tornerò nel paragrafo spoiler. Quanto agli attori protagonisti, mi tocca citare ciò che avevo già scritto nel post dedicato a The Nest: "Sapete bene quanto mi faccia male il 90% di cani maledetti che popolano le opere nostrane e non posso dire che abbia capito per intero i dialoghi di A Classic Horror Story, questo no, ché talvolta la dizione degli attori (e, aggiungo, in questo caso, anche il sonoro) andava allegramente per i fatti suoi; tuttavia, non c'è un solo personaggio all'interno del film che non sia stato interpretato alla perfezione" e poi, aggiungo, c'è Matilda Lutz che ormai è una divinità dell'horror e non ha nulla da invidiare alle sue colleghe scream queen americane, né per carisma né per bellezza. Chi ha visto il film riderà di queste mie ultime affermazioni, infatti le ho scritte apposta: se volete tenermi compagnia ancora un po' leggete il paragrafo spoiler, gli altri si astengano e corrano a recuperare subito A Classic Horror Story, perché assieme a Fear Street è l'unico motivo valido per abbonarsi a Netflix, ora come ora. 


SPOILER

Che due palle si dev'essere fatto De Feo a leggere le mille, banali recensioni di cinèfili dell'internet come me, pronti a magnificare The Nest "nonostante fosse un film italiano" o a salutarlo come "salvatore del cinema di genere italiano", o a criticarlo (alzo la mano, mi dispiace) per la terrificante dizione degli attori coinvolti. Che due palle devono farsi, costantemente, in quest'epoca di internet selvaggio e social, autori e registi che vedono massacrate le loro opere da chi si definisce cinefilo solo perché ha una connessione internet con cui guardare i film e scriverne, magari in due, tre righe frettolose sui gruppi Facebookiani dedicati al cinema (signori, ho letto cose lì sopra che vabbé) pensando di essere il nuovo Roger Ebert. In quest'epoca in cui vince chi urla più forte, in cui vale solo il fenomeno mordi e fuggi, l'autocelebrazione, la superficialità e la possibilità di esprimere la propria opinione e la propria arte anche quando non si ha nulla di interessante da dire e dove tutto viene ridotto all'atto del "guardare" e "mostrare" senza alcuna partecipazione emotiva, un twist e un finale come quello di A Classic Horror Story sono semplicemente geniali per il modo in cui ci fanno vergognare di avere, anche solo una volta nella vita, peccato di superbia approfittando di un relativo anonimato. La rivelazione di Fabrizio già è scioccante di suo (e quanto vorrei poter rivedere presto il film per riuscire a godere di parecchi dettagli rivelatori), così com'è agghiacciante tutta la sequenza del dialogo tra lui e la ragazzina, ma il vero colpo di genio di A Classic Horror Story è quel minuto dopo l'ultima scena della Lutz, quando lo snuff di Fabrizio, costato sangue, morte e disperazione, diventa uno dei tanti filmetti presenti sul catalogo di "Bloodflix", destinato a una visione distratta, buona solo per qualche chiacchiera su chat destinata a consumarsi nel giro di qualche giorno, e un click dato in pasto a un algoritmo. Se fino a quel momento avevo voluto bene al film più per una questione di forma, il finale mi ha lasciata con un sorrisone sulle labbra che mi accompagna anche adesso che scrivo, quindi non posso che definirmi "bimba di De Feo e Strippoli" e aspettare le prossime opere di questi due talentuosi narratori.


Del co-regista e co-sceneggiatore Roberto De Feo ho già parlato QUI mentre Matilda Lutz, che interpreta Elisa, la trovate QUA.

Paolo Strippoli è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Pugliese, anche attore e produttore, ha 28 anni.


Francesco Russo
, che interpreta Fabrizio, era il Bruno Soccavo de L'amica geniale e tornerà nel prossimo horror di Paolo Strippoli, Piove, ma una menzione d'onore la merita ovviamente Cristina Donadio, la Scianel di Gomorra, che qui compare nei panni della sindaca. Ciò detto, se A Classic Horror Story vi fosse piaciuto recuperate The Nest - Il nido e Midsommar. ENJOY!

domenica 18 luglio 2021

La notte del giudizio per sempre (2021)

Dopo anni di affezionate visioni, potevo forse perdermi, nonostante le sale più vicine siano a chilometri ed ore di distanza, La notte del giudizio per sempre (The Forever Purge), diretto dal regista Everardo Gout?


Trama: Nell'anno in cui Adela e Juan riescono finalmente ad arrivare in America per sfuggire ai cartelli della droga messicani, un'organizzazione nazionale di cittadini decide di continuare a perpetrare le violenze della Notte dello Sfogo anche una volta scaduto il tempo...



Come passa il tempo, porca miseria. Correva l'anno 2013 e James De Monaco, coadiuvato da un Ethan Hawke in versione cittadino integerrimo, ci mostrava cosa poteva succedere offrendo all'americano medio la possibilità di avere una notte intera per uccidere, seviziare, picchiare e rubare senza timore di incorrere in pene giudiziarie. La notte del giudizio era un thriller piccolino ma interessante, basato su un assunto inquietante, che consentiva a tutti gli spettatori di mettersi in discussione davanti alla scomoda domanda "cosa faresti tu? Ti nasconderesti in casa oppure saresti parte attiva dello sfogo?". I tre sequel hanno espanso molto la "mitologia" dello Sfogo, introducendo dilemmi sociali di grande attualità e diventando specchio dell'orrore di un'America trumpiana, dove è fin troppo facile immaginare orde di buzzurri ignoranti, perlopiù bianchi, manipolati da ricconi di pura razza ariana per diventare il mezzo con cui disfarsi degli indesiderati (neri, latinos, sinistroidi, gay, ecc.) e mantenere una sorta di status quo. D'altronde, le meravigliose scene al Campidoglio, neppure troppi mesi fa, le abbiamo viste tutti, no? Vi ricordate le facce intelligenti di Toro Seduto e compagnia, oltre all'inquietante incapacità, da parte della polizia, di arginare la mandria scatenata dei bonobi? Fate un po' mente locale e chiedetevi perché questo favoloso esempio di Umanità con la U maiuscola dovrebbe accontentarsi di una singola notte di sfogo per poi tornare a sopportare quotidianamente tutti gli indesiderati di cui sopra, magari anche col sorriso sulle labbra, e chiedetevi se, in una nazione dove avere armi automatiche di grosso calibro in casa è un diritto e un vanto, l'esercito avrebbe modo di arginare detti bonobi armati o se non rischierebbe piuttosto di dover ripiegare su una vergognosa ritirata strategica. 


La notte del giudizio per sempre
riprende tutti questi ragionamenti neppure troppo campati in aria, sposta l'azione di parecchi anni in avanti rispetto al penultimo capitolo (se ricordate, alla fine di Election Year, la Juliet di Lost era diventata presidente, quindi ragionevolmente lo sfogo avrebbe dovuto finire. A quanto pare, sono arrivati dei nuovi padri fondatori - per quanto sembri assurdo chiamarli così - che l'hanno cacciata a pedate nonostante di lei non si faccia menzione nel film) e ci mostra la ribellione dei cittadini a cui una notte sola non basta, non con tutti gli immigrati che brulicano per le sacre strade americane, e vagli a spiegare agli americani che se non fosse esistita l'immigrazione col cavolo che ci sarebbe l'America. Ambientato in una cittadina di frontiera al confine col Messico, La notte del giudizio per sempre unisce nella disgrazia sia bianchi abbienti (odiati da coloro che sfruttano) che messicani poveri (odiati dai bianchi razzisti, a prescindere dal conto in banca di questi ultimi) e, pur non rinunciando ad alcuni tocchi "glamour" incarnati dalle solite maschere pittoresche dei partecipanti allo Sfogo, rispetto ai suoi predecessori si concentra di più sull'azione tout court, passando dalla violenza urbana dei primi due atti a uno showdown dagli echi western verso il finale, che per la prima volta mostra la violenza dello sfogo in pieno giorno. Come negli altri capitoli, lo splatter è abbastanza contenuto, benché non manchino scene molto esplicite, e il ritmo si mantiene teso e costante per tutta la durata del film, tra attori che sono più di semplici cartonati messi lì per far numero e personaggi che hanno anche il tempo di affrancarsi dalla loro bidimensionalità. Non so se valeva la pena di tornare a casa alle 2 dopo un'ora di coda che mi ha portata ad invocare lo Sfogo su tutti gli alti papaveri delle Autostrade, della Regione Liguria e della Provincia di Genova, ma mi sono molto divertita guardando La notte del giudizio per sempre, quindi ne consiglio il recupero, soprattutto se non vi siete persi un film della saga.


Di Ana de la Reguera (Adela), Josh Lucas (Dylan Tucker) e Will Patton (Caleb Tucker) ho già parlato ai rispettivi link.

Everardo Gout è il regista della pellicola. Messicano, è al suo primo lungometraggio ma ha diretto episodi di serie come Luke Cage e The Terror. E' anche produttore, sceneggiatore, attore e tecnico degli effetti speciali. 


Tenoh Huerta
, che interpreta Juan, ha partecipato al bellissimo Tigers Are Not Afraid. La notte del giudizio per sempre viene dopo La notte del giudizio (2013), Anarchia - La notte del giudizio (2014), La notte del giudizio - Election Year (2016), La prima notte del giudizio (2018) e la serie The Purge, le cui due stagioni potete trovare su Prime Video, nel caso i film vi piacessero e vogliate ulteriori storie ambientate nel mondo creato da James DeMonaco. ENJOY!

venerdì 16 luglio 2021

Black Widow (2021)

Nonostante avessi stragiurato che MAI avrei pagato un accesso Vip all'esosissima Disney +, fatti due conti in tasca comprendenti imbarazzante pedaggio autostradale con annesso terrore di rimanere bloccati in coda ore causa ridente viabilità ligure (il multisala di Savona, SE riaprirà, lo farà a ottobre), imbarazzante prezzo del biglietto dell'UCI nel weekend (se poi ci metti la prenotazione per evitare di finire in posti covid-friendly aumenta persino di un euro), necessità di mettere qualcosa sotto i denti e Bolluomo giustamente ancora terrorizzato dal covid e ancora privo di seconda dose vaccinale, venerdì scorso ho regalato al malvagio Impero del Topo quei 20 euro e, proiettore con maxitelo alla mano, ho guardato Black Widow, diretto dalla regista Cate Shortland.


Trama: ricercata dal governo americano dopo la Civil War, Natasha Romanoff deve tornare ad occuparsi di alcune cose legate al suo passato e a quella che considera sua sorella a tutti gli effetti...


Possiamo non essere d'accordo col "buon" Stephen Dorff  che, durante un'intervista in cui ha parlato di tutt'altro, ha affermato en passant di provare imbarazzo per Scarlett Johansson e la sua scelta di partecipare a film che, ai suoi occhi, sono solo dei videogame? E figurati se non possiamo, ha ragione da vendere, così come ce l'ha Martin Scorsese. Eppure c'è gente, come me, che oltre a non vedere l'ora, sempre per citare Dorff, che arrivi "il nuovo Kubrick con cui girare un film" e soprattutto che esca una nuova pellicola di Scorsese, nell'attesa si gode anche giocattoloni come quelli della Marvel. Non tanto, ovviamente, perché sono dei capolavori (d'altronde, questa definizione calza a ben pochi frutti dell'immensa produzione cartacea della Casa delle Idee eppure tantissima gente continua a leggerli senza smettere dagli anni '70) quanto piuttosto per un meccanismo complesso che comprende l'amore per i personaggi, la curiosità di vedere come i vari scrittori si approcceranno a trame sempre più intricate, forse persino un perverso desiderio di completezza. Personalmente, il personaggio cinematografico di Natasha Romanoff non mi è mai dispiaciuto e ho apprezzato molto il modo in cui, dopo averla introdotta come bambolotta sexy in Iron Man 2, le hanno conferito spessore fino a renderla un po' il cuore degli Avengers, un'antieroina dal passato tragico capace di ottenere la fiducia di tutti i suoi compagni di squadra, persino quelli più "bacchettoni" come Steve Rogers, e l'idea di un suo spin-off in solitaria mi ha trovata più che entusiasta.


Col senno di poi, viste già tre serie Marvel, forse a Black Widow avrebbe giovato una divisione in sei puntate, ma ormai lo sanno persino i sassi che il film di Cate Shortland avrebbe dovuto uscire già l'anno scorso, a mo' di "chiosa" finale per la fase tre del MCU, invece in questo modo l'intera pellicola risulta un po' come un sassolino gettato in mezzo al mare, "salvato" giusto dalla scena post-credit che si riallaccia a quell'Occhio di falco che uscirà a novembre su Disney +. Aggiungerei però la questione all'ormai infinito elenco di cose di cui non mi frega una cippa e, siccome siamo già al secondo paragrafo, passerei a parlare un po' del perché Black Widow mi è piaciuto molto nonostante i suoi difetti. La spiegazione semplice è che Black Widow si incasella facilmente in uno dei generi che preferisco, quello delle "donne forti e misteriose piagate da un passato oscuro" come Nikita o Atomica Bionda, inoltre le donne forti di cui sopra sono interpretate da un'attrice che apprezzo molto (la Johannson) e da una che adoro (Florence Pugh), il che consente di avere sullo schermo due eroine toste dalla forte personalità di cui avrei seguito le imprese per ore. Volete un termine di paragone? Per quanto ami Tom Hiddleston e nonostante mi manchi ancora la puntata finale per dare un giudizio complessivo su Loki, preferirei passare intere giornate a guardare Yelena prendere in giro Natasha piuttosto che dover subire un minuto di scene love love tra Loki e Sylvie. Si può tranquillamente dire che la Johansson e la Pugh reggono da sole l'intera pellicola dopo un'inizio folgorante e cupo dalle inquietanti sfumature thriller da cui, purtroppo, il resto del film si distacca per abbracciare una natura più action e fracassona, a misura di grandi e piccoli in egual misura; se le prime scene mettono in tavola infanzie perdute di bambine torturate in nome di un orrore patriottico e senza volto con uno stile assai emotivo e difficile da ignorare (i titoli di testa sulle note della cover di Smells Like Teen Spirits cantata da Malia J mettono i brividi), andando avanti il focus della pellicola si concentra sull'azione, su problemi da risolvere, persone da liberare, un cattivo (potenzialmente un mostro ma probabilmente domani lo avrò già dimenticato) da sconfiggere e tutto l'orrore delle infanzie stuprate (anche letteralmente. Le "Vedove" sono sterili per un motivo ben preciso) diventa un di più, una nota di colore nera affidata a dialoghi che i soliti bonobi dell'internet hanno definito noiosi, da Sundance, e che invece fanno parte del fascino di un film che, ogni tanto, ci prova ad allontanarsi dal carrozzone brigittobardottiano di Ortolaniana memoria. 


Purtroppo, e quanto mi fa male dirlo visto che amo David Harbour, la cupezza che sia Natasha che Yelena portano come un mantello sulle spalle lascia troppo spesso il passo alle mattane del comic relief Alexei/Red Guardian, che ad ogni apparizione trascina con sé gli altri personaggi in un baratro di tristi gag che spezzano l'atmosfera seria ed inquietante che sarebbe altrimenti perfetta per un film simile. Un altro aspetto non particolarmente pregevole del film sono un paio di effetti speciali fatti veramente a tirar via, con un distacco tra attore e sfondo che mai mi sarei aspettata in una produzione Marvel del 2020 (il momento in cui Yelena fa saltare l'aereo all'interno della fortezza volante è da cavarsi gli occhi); è un peccato perché in generale Cate Shortland, tranne quando non è impegnata ad inquadrare le terga della Johansson, mostra di essere a suo agio sia nelle scene più concitate a base di inseguimenti, distruzione e corpo a corpo sia in quelle più "riflessive". In conclusione, non capisco tutto l'accanimento (non solo di Stephen Dorff , il quale poi, diciamolo, ha nominato Black Widow solo una volta, non ha concesso un'intera intervista sull'argomento, come invece hanno fatto credere tutti i titoli clickbait dei giornalacci online) contro Black Widow, che a me è parso un film dignitosissimo per il suo genere e il suo target, per inciso formato al 90% da persone che non si meriterebbero Florence Pugh né ora né mai e alle quali sanguinerebbero gli occhi davanti agli altri film che vedono la presenza della mia adorata. Personalmente, alla meravigliosa Florence consegnerei le chiavi del MCU e imporrei la sua presenza in ogni film futuro ma poi mi priverei del talento di costei per opere ben più valide, e allora mi accontento di questo carinissimo Black Widow, aspettando con pazienza di innamorarmi di un'altra supereroina dal cuore d'oro e i modi di un portuale. 


Di Scarlett Johansson (Natasha Romanoff / Vedova nera), Florence Pugh (Yelena Belova), Rachel Weisz (Melina), David Harbour (Alexei), Ray Winstone (Dreykov), William Hurt (Segretario Ross), Olga Kurylenko (Antonia/Taskmaster) e Julia Louis-Dreyfus (Valentina Allegra de Fontaine) ho parlato ai rispettivi link.

Cate Shortland è la regista della pellicola. Australiana, ha diretto film come Somersault, Lore e Berlin Syndrome - In ostaggio. Anche sceneggiatrice, ha 53 anni.


Ever Anderson
, che interpreta Natasha da bambina, è una delle splendide figlie di Paul W.S. Anderson e Milla Jovovich (di cui è la copia sputata) e potremo rivederla sullo schermo nell'imminente live action Peter Pan & Wendy proprio nei panni di Wendy Darling; al suo fianco come piccola Yelena c'è la sempre adorabile Violet McGraw, che i più attenti ricorderanno per le sue partecipazioni nella prima stagione di Hill House e in Doctor Sleep. Anche Emma Watson e Saoirse Ronan erano tra le prescelte per il ruolo di Yelena, la Watson addirittura era l'attrice più accreditata, ma per fortuna l'ha spuntata l'adorabile Pugh, che dovrebbe tornare nell'imminente serie Occhio di falco; sul fronte regia, Chloé Zhao, alla quale era stato proposto il film, ha preferito invece realizzare Eternals. Il film si colloca durante Captain America: Civil War e precede dunque di parecchio gli eventi accorsi in Infinity War ed Endgame; se volete capirci qualcosa vi conviene dunque recuperare il film in questione, mentre per non rimanere perplessi dalla post credit scene dovete guardare la serie Falcon and The Winter Soldier. ENJOY!

mercoledì 14 luglio 2021

Fear Street Parte 2: 1978 (2021)

Causa lentezza atavica nello scrivere e Notte Horror, il post su Fear Street Parte 2: 1978 (Fear Street Part 2: 1978), diretto e co-sceneggiato dalla regista Leigh Janiak nonché tratto dalla serie di libri di R.L.Stine, esce in un orario decisamente poco consono per il blog!


Trama: nel 1978 un maniaco armato di accetta trasforma Camp Nightwing in un lago di sangue...


Dopo un brevissimo riassunto di quanto successo nel 1994, la seconda parte di Fear Street ci getta subito nel vivo dell'azione, con Deena e il fratello alle prese con una posseduta Sam. I due, giustamente, decidono di chiedere aiuto all'unica sopravvissuta alla mattanza di Camp Nightwing, C. Berman, e quest'ultima, sebbene assai riluttante, racconta tutti gli eventi accorsi la tragica notte della "battaglia dei colori", quando uno dei ragazzi è stato posseduto dalla strega Sara Fier e costretto ad uccidere tutti i partecipanti provenienti da Shadyside. Nessuno spoiler, fino a qui, se avete guardato 1994; ora comincerò ad essere un po' più generica, così da non rovinare la sorpresa a chi dovesse ancora vedere il film (ma chi?). Fear Street 1978 aggiunge l'ennesimo tassello alla storia della strega Sara Fier e della sua terribile vendetta nei confronti degli abitanti di Shadyside e lo fa omaggiando stavolta il genere slasher di fine anni '70/inizio anni '80. Se il modello dichiarato di 1994 era il nuovo slasher citazionista e iconoclasta di Scream, qui l'omaggio è interamente per Venerdì 13, con tutte quelle famose "regole" nominate da Randy nel film di Wes Craven: abbiamo un'unità, per quanto ampia, di tempo e di luogo (tutto si svolge in un paio di giornate e sempre all'interno di Camp Nightwing), adolescenti infoiati che preferiscono sballarsi e scopare invece di fungere da tutori per i più piccoli o lavorare, la final girl che si distacca dalla massa in quanto vergine innocente e maniaci dotati di armi da taglio che cicciano fuori dal buio di boschi che paiono sconfinati e si accaniscono contro poveri virgulti desiderosi solo di divertirsi. E voi direte, un'operazione simile l'aveva già portata avanti l'ultima stagione di American Horror Story, con tutte le divagazioni kitsch del caso, qui cosa cambia?


Cambia che, innanzitutto, Fear Street 1978 gioca parecchio con i cliché del genere, sovvertendo in parte le regole dello slasher anni '70 e "ammorbidendone" alcune quanto basta perché lo spettatore scafato ci possa rimanere male (allora, diciamo che chiunque potrà capire l'identità di C.Berman dopo i primi 5 minuti, ma almeno un altro paio di personaggi meritano il nostro amore e vederli morire fa abbastanza male, nonostante Fear Street 1978, a livello di caratterizzazioni, non raggiunga la profondità del precedente capitolo) e cambia, ovviamente, nel momento in cui la mitologia di Sara Fier si insinua di prepotenza all'interno della trama, non solo perché tutto ciò che accade deriva dalla maledizione della strega. Qui, più che in 1994, si  arriva a comprendere la subdola portata dell'infezione che corrode Shadyside; gli abitanti non sono solo costretti a subire, periodicamente, mattanze perpetrate da persone normali possedute dalla strega, ma il veleno di quest'ultima impregna ogni cosa e pare condannare i cosiddetti Shadysiders ad essere perennemente sconfitti dalla vita, più propensi all'insoddisfazione, alla povertà, alla depressione, all'alcolismo e chi più ne ha più ne metta. Come in un'operetta di basso livello, gli abitanti di Sunnyvale non fanno alcuno sforzo per venire incontro ai loro vicini di città, anzi, paiono ben decisi a mantenere lo status quo, gli adulti con una benevolenza accondiscendente falsa come i soldi del Monopoli, i ragazzi senza preoccuparsi di nascondere il disprezzo per i loro compagni più sfortunati, e questo scontro, che si unisce alla rassegnata consapevolezza di un destino immutabile, è il nucleo del personaggio di Ziggy, l'unico (assieme forse al futuro sceriffo Nick Goode) a non essere legato alle regole di cui sopra e a spiccare quindi come moderno e a tutto tondo. Non sto nemmeno a dirvi quanto sia bella e calzante la colonna sonora e quanto sia efficace anche a livello di gore e paura Fear Street Parte 2: 1978; se questo era solo un "capitolo di passaggio" prima del gran finale, ben vengano i capitoli di passaggio!


Della regista e co-sceneggiatrice Leigh Janiak ho già parlato QUI. Gillian Jacobs (C. Berman) la trovate invece QUA.

Sadie Sink interpreta Ziggy Berman. Americana, diventata famosa come Max di Stranger Things, ha partecipato a film come e altre serie quali Eli e Fear Street Parte 1: 1994. Ha 19 anni e tre film in uscita. 


Non credo abbiate guardato Fear Street Parte 2: 1978 senza avere prima visto Fear Street Parte 1: 1994 ma, nel caso malaugurato in cui ciò fosse accaduto, recuperate la prima parte della trilogia e aggiungete ovviamente Venerdì 13 alla lista di film da vedere. ENJOY!


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