venerdì 14 maggio 2021

L'apparenza delle cose (2021)

Volevo cominciare il recupero dei vari Saw ma purtroppo sul mio Prime il capostipite non c'è (arcano risolto: lo trovo solo cercando da PC, non da smartbox. Vabbé.) quindi ho ripiegato su L'apparenza delle cose (Things Heard and Seen), diretto e sceneggiato dai registi Shari Springer Berman Robert Pulcini a partire dal romanzo omonimo di Elizabeth Brundage.


Trama: i Claire e la loro figlioletta si trasferiscono in una casa in campagna e lì la famiglia comincia a sfasciarsi, vittima di strani fenomeni...


Due ore di film e non mi sono addormentata, è già qualcosa. Questo per dire che L'apparenza delle cose, anche se effettivamente è un po' moscerello a livello di horror tout court e spaventi nonché, senza ombra di dubbio, rallentato nel ritmo da una quantità di episodi evitabilissimi, è comunque un film capace di tenere desta l'attenzione e di invogliare lo spettatore a capire dove andrà a parare questa strana storia di presenze fantasmatiche che, per inciso, potevano anche non esserci. Pensate a un Amityville Horror (citato a piene mani) col freno tirato, dove le presenze compaiono quanto basta per giustificare la definizione di thriller sovrannaturale nonché l'orribile finale sul quale poi tornerò, e avrete un'idea di cosa aspettarvi guardando L'apparenza delle cose. Il quale, in effetti, nella prima parte dà ad intendere che i fantasmi della nuova dimora della famiglia Claire saranno fondamentali per lo sviluppo della trama, non fosse che i protagonisti sono una coppia già destinata allo sfascio e priva di amore fin da subito, due personaggi di cui uno andrebbe messo al rogo (il marito Charlie) e l'altro insignito del premio "Genio!" per il modo in cui decide di agire con imbarazzante mancanza di tempismo, quindi non serviva la mano spiritica per buttarli oltre il ciglio della rupe; certo, l'aldilà diventa fondamentale negli ultimi dieci minuti, ma per il resto potevano anche non scomodarlo. Diciamo che il "bello" del film è capire quanto Charlie sia, per l'appunto, solo apparenza e quanto ci metterà Catherine ad aprire gli occhi e mandarlo a stendere come merita, visto che del mistero che circonda la casa se ne disinteressano persino gli sceneggiatori a un certo punto, e sicuramente sono più inquietanti i vivi dei morti.


Ma come ho detto, bisogna pagare la quota sovrannaturale e tutto quello che è stato trattenuto nel corso del film deflagra in un finale che dovrebbe fare vergognare chiunque abbia mai definito kitsch Al di là dei sogni oltre che privare lo sceneggiatore di Estraneo a bordo del titolo di "peggior inventore di maccosa cinematografici"; nulla può, infatti, il clandestino imbullonato contro l'assioma "il bene vince sempre", incarnato in una cretinissima ed inverosimile vendetta postuma davanti alla quale il bene in questione ci fa proprio una magra figura. Arrivata fin qui, mi rendo conto di non avere scritto cose che possano invogliare alla visione di L'apparenza delle cose, ed è un peccato perché per una serata senza troppe pretese è un film perfetto, quindi potrei inserire qualche elemento positivo spendendo delle belle parole per Amanda Seyfried, sempre elegante e scazzatella (ma fatela esplodere di rabbia di più, non ricordate quella meravigliosa scena in Twin Peaks - Il ritorno?), perfetta per il personaggio di Catherine, oppure parlare della gioia di avere rivisto l'adorata Karen Allen, che purtroppo rischiate di perdervi per strada visto quanto poco è incisivo il personaggio che interpreta; parlando di attori, però, mi tocca anche sottolineare quanto, tirata fuori da Stranger Things, "Nancy Wheeler" sia poco meno di una cagna maledetta, ma forse è anche colpa della fondamentale inutilità e pedanteria della giovane Willis, che serve solo ad anticipare (se ce ne fosse bisogno) quanto è stronzo Charlie. Insomma, vai a sapere perché non mi sono addormentata e mi sono anche divertita a guardare questo film. Recuperatelo con moltissima calma e fatemi sapere se riuscite a capire cosa mi ha preso!


Di Amanda Seyfried (Catherine Claire), Karen Allen (Mare Laughton) e F. Murray Abraham (Floyd DeBeers)  ho già parlato ai rispettivi link. 

Shari Springer Berman e Robert Pulcini sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Americani, sposati dal 1994, hanno diretto film come American Splendor, Il diario di una tata, Un perfetto gentiluomo, Imogene e 10,000 Saints. Anche produttori e attori, hanno lei 58 e lui 57 anni.


James Norton
interpreta George Claire. Inglese, ha partecipato a film come Turner, Flatliners - Linea mortale, Piccole donne e a serie come Doctor Who e Black Mirror. Anche produttore, ha 36 anni. 


Natalia Dyer
interpreta Willis. Conosciuta come la Nancy di Stranger Things, ha partecipato a film come Velvet Buzzsaw. Ha 26 anni.


Se L'apparenza delle cose vi fosse piaciuto recuperate Amityville Horror, Changeling e Ballata macabra. ENJOY!

mercoledì 12 maggio 2021

Estraneo a bordo (2021)

Spinta da un paio di recensioni positive ho recuperato uno degli originali Netflix che volevo vedere da un po', Estraneo a bordo (Stowaway), diretto e co-sceneggiato dal regista Joe Penna. Contiene qualche spoiler.


Trama: tre astronauti diretti su Marte si ritrovano a dover affrontare, durante il viaggio, un imprevisto potenzialmente mortale...


Da Wikipedia: "La sospensione dell'incredulità, o sospensione del dubbio (suspension of disbelief in inglese), è un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un'opera di fantasia."  Senza sospensione dell'incredulità, ben capirete, non esisterebbe il cinema horror, né quello fantastico, ma neppure Fast & Furious, dal cui set questo carattere semiotico è stato probabilmente bandito con cartelli appositi, eppure ci sono dei momenti in cui persino io, che me la porto sulla schiena da decenni, faccio fatica ad abbracciarla in toto nel caso di pellicole come Estraneo a bordo. Il film di Joe Penna, purtroppo per lui, pur riuscendo a sviscerare bene i suoi terrificanti dilemmi morali, parte da una situazione altamente improbabile, il cui ricordo mi ha pungolato il cervello per tutta la durata del film: in pratica, la lotta per la sopravvivenza dei tre astronauti protagonisti parte dalla scoperta di un clandestino a bordo, un operaio rimasto chiuso in un controsoffitto dove, guarda caso, è ubicato il fondamentale dispositivo di supporto vitale dell'intera astronave che viene così mandato in cortocircuito. Onestamente, posso accettare il fatto che bon, bruciato quello non vi siano pezzi di ricambio che tengano (anche se, santo Cielo, se dal dispositivo dipende la vita degli astronauti...) ma davvero non avevano altro modo di introdurre il quarto incomodo se non facendolo svenire in un controsoffitto che il Capitano Barnett deve SBULLONARE per scoprire da dove viene il sangue che all'improvviso gocciola sul pavimento? Lo hanno accoltellato e poi hanno tentato di nascondere il cadavere nel posto più improbabile dell'universo? Ma non chiediamocelo, tanto non avremo mai risposta perché, giustamente, il quarto passeggero serve "solo" a scatenare il dibattito umano su cosa si sarebbe disposti a fare per sopravvivere e a mettere in scena lo scontro tra pragmatismo sofferto e sofferente idealismo, col personaggio della Kendrick che cerca tutte le soluzioni per non arrivare a decisioni estreme e gli altri due che, pur con tutto lo strazio dell'animo, cercano di tenere i piedi per terra. Nel mezzo, il poveraccio trovatosi sulla nave per sbaglio, che "tiene famiglia" e non ha colpa alcuna, il che rende ancora più difficile sacrificarlo. 


A onor del vero, forse perché appunto il mezzuccio iniziale mi ha offesa nell'intimo, quello del film è un dibattito che ho trovato ozioso e poco entusiasmante, tanto che la parte centrale di Estraneo a bordo mi ha conciliato il sonno in più di un'occasione (magari anche perché non amo particolarmente i film ambientati nello spazio...), mentre l'inizio e l'intera sequenza di recupero delle bombole mi hanno letteralmente mozzato il fiato da tanto sono ben realizzate, e sono le uniche che mi hanno consentito di immedesimarmi nella tragedia dei quattro passeggeri. Mi dispiace, anche perché gli attori sono tutti molto bravi e ognuno di loro si impegna per portare su schermo una vasta gamma di emozioni complesse, in primis la Kendrick e la divina Collette, ma in definitiva Estraneo a bordo è uno di quei film "da Netflix" di cui parlare per mezz'oretta prima di addormentarsi per poi dimenticarselo il mattino dopo. A questo punto avrei preferito che l'Estraneo a bordo fosse stato un alieno o un essere umano malvagissimo; espediente trito e ritrito ma sicuramente mi sarei divertita molto di più!


Di Anna Kendrick (Zoe Levenson) e Toni Collette (Marina Barnett) ho già parlato ai rispettivi link.

Joe Penna è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Brasiliano, ha diretto il film Arctic. Anche produttore e attore, ha 33 anni.


Daniel Dae Kim
interpreta David Kim. Sud Coreano, diventato famoso per il ruolo di Jin in Lost, lo ricordo per film come The Jackal, Hulk, Spider-Man 2, Hellboy e altre serie quali Beverly Hills 90210, Jarod il camaleonte, Ally McBeal, Walker Texas Ranger, Streghe, CSI - Scena del crimine, Angel, E.R. Medici in prima linea e 24; come doppiatore ha lavorato per La storia della principessa splendente, C'era una volta e Mirai. Anche produttore e regista, ha 53 anni. 


Se Estraneo a bordo vi fosse piaciuto recuperate Gravity, Interstellar (lo trovate su Netflix) Sopravvissuto - The Martian e First Man. ENJOY!

martedì 11 maggio 2021

Synchronic (2019)

Sono tornati Aaron Moorehead e Justin Benson e questa volta ci hanno regalato Synchronic, da loro diretto e sceneggiato nel 2019.


Trama: Steve e Dennis sono due paramedici che, all'improvviso, cominciano a trovarsi davanti casi di persone uccise o ferite da oggetti provenienti apparentemente dal passato dopo aver assunto una droga sintetica chiamate Synchronic...


Moore
e Benson non sono mai banali, per fortuna, nemmeno quando la trama potrebbe rischiare di portarli sulla cattiva strada. In quanti si sono infatti impelagati nei viaggi nel tempo, uscendone con le ossa rotte? Certo, i due registi e sceneggiatori col tempo e i loop temporali ci hanno sempre giocato, ma erano cose interessanti, dal budget ridotto, senza attori di richiamo: qui si vede che il budget è aumentato, inoltre la presenza di Jamie Dornan e, soprattutto, di un "vendicatore" come Anthony Mackie rischia di portare un film come Synchronic all'attenzione di un vasto pubblico, con tutto quello che ne consegue, che solitamente non è mai buono. In questo caso però, Moore e Benson non si sono snaturati e sono riusciti a proseguire con la loro poetica di orrore o, in questo caso, di fantascienza, fatta di ritmi lenti, un profondo studio dei personaggi e un racconto non lineare. Questi ultimi due aspetti, in particolare, saltano all'occhio guardando Synchronic, all'interno del quale uno degli elementi più importanti è il rapporto tra Steve e Dennis e il modo in cui si sviluppa la storia tenendo a mente non tanto ciò che accade loro all'interno del film, quanto un trascorso di cui lo spettatore viene reso partecipe attraverso dialoghi, gesti, atteggiamenti di profonda complicità "adulta". Steve è lo "scapestrato" dei due, quello che vive alla giornata passando da un letto all'altro, possibilmente ubriaco e vittima di "droghe ricreative"; Dennis è invece sposato, ha dei figli, e non sa se la sua vita coniugale è ciò che voleva davvero o se non avrebbe fatto meglio, pur amando le figlie, a rimanere come Steve. La profonda differenza tra questi due personaggi e il modo in cui essa rende più forte un legame che dura nel tempo, è fulcro della trama tanto quanto la droga sintetica Synchronic e spinge Dennis, e soprattutto Steve, ad affrontare in quella determinata maniera la diffusione di incidenti temporali e la scomparsa della figlia adolescente di Dennis, creando così una fantascienza "di sentimenti", profondamente coinvolgente (chi non piange sul finale o è un mostro o mente).


Tornando su un tipo di racconto non lineare, poi, è interessante come passato e presente si incrocino, tra epoche distanti che invadono la nostra linea temporale e ricordi che un ingegnoso lavoro di montaggio collega senza soluzione di continuità al flusso narrativo, risultando forse ostico agli spettatori con un occhio sullo schermo e uno sul cellulare. A proposito di cellulari e diavolerie moderne, Synchronic è uno dei pochi film a tema "paradossi temporali" a sottolineare a chiare lettere come il passato faccia schifo, sia un posto di pericolo, di ignoranza, di morte, soprattutto per chi, come Steve, è di colore e si ritrova costretto a nascondersi onde evitare di venire linciato o ucciso; in questo, è molto più realistico di tante pellicole che hanno già trattato l'argomento, anche se magari meno cervellotico nella misura in cui (per fortuna) non si parla di paradossi temporali o astruse regole da tenere a mente per ritrovarsi poi a smontare la trama pezzo per pezzo. Anche perché, a mio avviso, le distorsioni temporali di Synchronic sono importanti fino a un certo punto e ciò che conta è godersi un film che cattura l'interesse dello spettatore anche e soprattutto per la caratterizzazione dei personaggi principali e che, finalmente, mette in luce le capacità attoriali di chi nei film Marvel sta un po' a fare da tappezzeria. A proposito di film Marvel, Moore e Benson dirigeranno la serie Moon Knight, in arrivo chissà quando su Disney +; onestamente, non conosco il personaggio quindi non saprei dire quale approccio potranno adottare i due, spero solo che non verranno snaturati e depersonalizzati come la maggior parte degli autori che finiscono per essere fagocitati dalla malefica casa del topo. Nell'attesa, potete comunque farvi una cultura dei loro film!


Dei registi Aaron Moorehead e Justin Benson, che è anche sceneggiatore, ho già parlato ai rispettivi link. QUI e QUI trovate invece Anthony Mackie (Steve) e Jamie Dornan (Dennis).


Se Synchronic vi fosse piaciuto recuperate Resolution e The Endless: l'ultimo lo trovate su Chili e altre piattaforme streaming mentre Resolution pare non sia mai arrivato in Italia e, nonostante The Endless sia fruibilissimo anche da solo, andrebbero visti in sequenza.  ENJOY! 

venerdì 7 maggio 2021

I Mitchell contro le macchine (2021)

Lo aspettavo da quando ancora lo avevano intitolato Connected e finalmente è arrivato su Netflix I Mitchell contro le macchine (The Mitchells vs the Machines), diretto e sceneggiato da Mike Rianda e Jeff Rowe.


Trama: un viaggio in macchina per portare la figlia maggiore al college si trasforma per i Mitchell in un'odissea quando la tecnologia di tutto il mondo improvvisamente impazzisce...


Ma quanto diamine è carino I Mitchell contro le macchine? Definirlo un piccolo miracolo di animazione è riduttivo, ma è così, perché sia nella sceneggiatura che nella realizzazione riesce a mantenere in equilibrio perfetto tutte le anime di cui è composto: coming of age, road movie, parodia, action, commedia demenziale, fantascienza distopica, lungo episodio di Lizzie McGuire, horror, tutto ciò convive all'interno di un film di quasi due ore che non perde di ritmo nemmeno per un secondo e che, in tutto questo, porta persino lo spettatore a commuoversi e riflettere. La famiglia Mitchell, infatti, sarà anche strana ma dentro ognuno di loro ci sono  pezzi di noi. Abbiamo la protagonista, Katie, che vorrebbe scappare da una famiglia che, pur volendole bene, non capisce le sue aspirazioni; un papà, Rick, che con tutte le buone intenzioni e l'amore smisurato per la figlia, non accetta minimamente la deriva tecnologica della società (quanto mi ha ricordato il mio, di padre. Se gli avessero messo in bocca un paio di bestemmie e un bonario "strunsate" davanti ai video girati da Katie, avremmo avuto un perfetto signor Bolla) e si è ormai dimenticato di quando anche lui aveva mille strani desideri di indipendenza e libertà; abbiamo una mamma e un fratellino che cercano di mediare con due caratteri affatto facili, affermando nel frattempo anche le loro personalità peculiari (ed adorabili. Linda è già la migliore madre di sempre, Aaron il fratellino scemo che tutti vorremmo avere nonché uno dei pochissimi bambini animati privo di quelle caratteristiche che pungolano la sindrome di Erode) e ovviamente tutti i problemi di questa famiglia disfunzionale esploderanno e verranno risolti all'interno di un viaggio che li vedrà unici superstiti della razza umana contro la tecnologia che si è finalmente ribellata.


Voi direte, giustamente, che la trama è trita e ritrita, la morale per cui dobbiamo tutti venirci incontro e parlare un po' di più, accettandoci per quello che siamo, già sentita mille volte (e lo sottolinea il film stesso, attraverso la cinica PAL), ma I Mitchell contro le macchine è talmente realistico nella spietatezza con cui sviscera tutti i nostri difetti e scoppiettante nella realizzazione da risultare nuovo e fresco come poche altre opere recenti, perché spesso ciò che serve è solo l'intelligenza di rimescolare elementi noti e ricombinarli in maniera diversa e genuina. E' quello che accade ne I Mitchell contro le macchine, a partire dalla colonna sonora elettronica che fa tanto videogame o episodio di Stranger Things, per arrivare ai già citati momenti di ancor più cartoonesca introspezione alla Lizzie McGuire, durante i quali la realtà viene completamente filtrata dallo sguardo creativo e un po' pazzo di Katie, per non parlare poi dei veri meme o video di Youtube che, a differenza di quella schifezza vile di Jem e le Holograms, qui vengono utilizzati con criterio per rendere il tutto ancora più "empatico" e divertente, come se già non bastassero le bellissime animazioni, efficaci soprattutto nei tic quasi impercettibili che caratterizzano i singoli personaggi. Non starò ad elencare tutti i momenti di pura esaltazione e incredulo divertimento che mi hanno fatto venire voglia di alzarmi dalla poltrona per una standing ovation (dico solo una cosa: Furby. Ma ce ne sarebbero mille altre, in primis tutte le gag legate al cagnolino Monchi) e andare ad abbracciare Rianda e Rowe, vi dico solo di guardare senza indugio I Mitchell contro le macchine perché rischia di essere il motivo principale per farsi un abbonamento a Netflix. Ah, si astengano leghisti, puristi, broflakes, complottisti del "ci stanno facendo diventare gay" e fautori del "Pensiamo ai bambini" visto che Katie è lesbica. E i genitori, guarda un po', la amano lo stesso, anzi, la adorano. Dove andremo a finire, signora mia.  


Di Danny McBride (Rick Mitchell), Maya Rudolph (Linda Mitchell) e Olivia Colman (PAL) ho già parlato ai rispettivi link.

Mike Rianda è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio, inoltre doppia Aaron Mitchell.  Americano, ha 37 anni.

Jeff Rowe è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lavoro come regista (ma è uno degli sceneggiatori di Disincanto). Americano, doppia il tizio che ama divertirsi. 


Tra gli altri doppiatori originali segnalo il cantautore John Legend (Jim Posey), sua moglie Chrissy Teigen (Hailey Posey), Conan O'Brien (Glaxxon 5000) e persino il famosissimo cane Doug the Pug, che ovviamente doppia il cagnolino Monchi. Se I Mitchell contro le macchine vi fosse piaciuto recuperate Gli Incredibili e Ralph Spaccatutto, entrambi disponibili su Disney + . ENJOY!

martedì 4 maggio 2021

Sputnik (2020)

Finalmente, nonostante mille eventi avversi, sono riuscita a finire dopo tre tentativi il film Sputnik, diretto nel 2020 dal regista Egor Abramenko, che al momento dovreste poter trovare ancora su RaiPlay completamente gratis.


Trama: nella Russia degli anni '80, un astronauta sopravvive dopo un disastroso atterraggio ma non ricorda assolutamente nulla degli ultimi momenti passati nello spazio. Per recuperarne i ricordi, un ente governativo chiede l'aiuto di una psichiatra dai metodi poco ortodossi...


Avrei dovuto guardare Sputnik già al ToHorror Film Fest saltato l'anno scorso, poi quando è stato proposto nel corso dell'edizione online del Trieste Science Fiction Film Festival (dove ha vinto il premio Asteroide con la seguente motivazione " Ad una notevole opera prima che con intelligenza e scene autenticamente spaventose osserva con perizia la burocrazia egocentrica e oppressiva dell’Unione Sovietica negli anni ’80, nel fallimento di riconoscere i pericoli dell’arrivo di una creatura aliena.") non sono riuscita a vederlo per motivi di tempo e, nonostante l'avesse apprezzato anche Lucia, me lo sono dimenticata finché non è passato su Rai 4 poco tempo fa. Meglio tardi che mai perché Sputnik è un fanta-horror decisamente coinvolgente e anche parecchio splatter e spaventevole ma non rozzo o facilone come si potrebbe pensare per un'opera prima (anche se il lungometraggio è tratto da The Passenger, corto dello stesso regista); è piuttosto un film che guarda molto alla costruzione dei personaggi e a tutto ciò che li porta ad agire in un certo modo, senza che tuttavia venga forzata alcuna empatia verso di loro, a fronte di caratteri molto difficili. La protagonista, per esempio, nonostante l'innegabile caratteristica positiva di essere una donna indipendente e ferma nelle sue convinzioni all'interno della società chiusa e regolamentata della Russia della guerra fredda, è sfuggente e altera, almeno all'inizio, tanto da non sembrare nemmeno umana, ed è solo proseguendo nella visione che offre allo spettatore la possibilità di guardarle dentro ed apprezzarla non solo come professionista ma come persona e lo stesso vale per l'astronauta. Più tagliati con l'accetta, ovviamente, sono il "villain" e i suoi collaboratori, ma all'interno di un horror che fa della segretezza e della manipolazione delle notizie uno degli snodi fondamentali della trama, non può essere che così: là dove Tatyana cerca in tutti i modi di salvare Konstantin (non solo fisicamente ma soprattutto aiutandolo a tornare in contatto con la sua parte umana) e cercare un modo per comunicare con la creatura che si è unita a lui come un simbionte, il Colonnello punta solo ad avere un'arma sotto controllo, a prescindere da quante persone dovrà sacrificare. 


Come ho scritto sopra, le sequenze splatter sono abbondanti e gli effetti speciali sono spesso espliciti, quindi Sputnik farà la gioia di molti estimatori del genere. La creatura, realizzata interamente in digitale, è l'erede diretto di esseri come quello di Alien o Life ed è repellente al punto giusto, anche se subdolamente in alcuni momenti farebbe anche tenerezza, nemmeno si avesse davanti un povero gattino spaesato in un mondo troppo violento, tuttavia Sputnik non si limita ad inanellare sequenze in cui la gente è costretta a nascondersi e fuggire dal mostro (per quanto quelle esistenti siano davvero ben fatte). C'è una sottotrama assai raffinata, che prende in giro non solo gli spettatori poco attenti ma anche quelli che non sono minimamente fisionomisti, e va a mescolare piani temporali diversi, rischiando di lasciare l'audience perplessa sul finale; a casa Gazzera-Bolla c'è stata una vivace discussione se SPOILER il bambino adottato da Tayana fosse lo stesso costretto sulla sedia a rotelle visto in varie sequenze (io dicevo di no, il Bolluomo di sì) ed effettivamente avevo ragione io, perché il pargolo che si vede prima del finale non è il figlio di Konstantin, bensì Tatyana, come si può evincere dalle medicine che prende la donna, dalle cicatrici e dalla sua zoppìa, che dimostrano come, nonostante l'handicap e l'infanzia passata in orfanotrofio, sia riuscita a farsi curare e diventare una dottoressa con le palle FINE SPOILER A mio avviso ciò rende Sputnik ancora più interessante e prezioso, un film da vedere sia che siate appassionati del genere sia che vi lasciate catturare com'è successo al Bolluomo!

Egor Abramenko è il regista della pellicola. Nato nell'ex Unione Sovietica, è al primo lungometraggio, tratto dal suo corto The Passenger. Anche produttore e sceneggiatore, ha 34 anni.


Se Sputnik vi fosse piaciuto recuperate Life - Non oltrepassare il limiteLa cosa, Arrival, Moon e Alien (li trovate tutti su a noleggio su Chili e, se avete Disney +, Alien è compreso nel catalogo) . ENJOY!


venerdì 30 aprile 2021

Nomadland (2020)

Esce oggi su Disney+ lo splendido Nomadland, diretto e sceneggiato nel 2020 dalla regista Chloé Zhao e tratto dal libro omonimo di Jessica Bruder, che durante la notte degli Oscar ha vinto per le categorie Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista.


Trama: dopo aver perduto lavoro e casa a causa della crisi economica, Fern sale su un minivan e viaggia per l'America, cercando come può di sopravvivere...


In questa annata di Oscar poco convincenti, solo due pellicole hanno rapito il mio cuore e hanno smosso delle emozioni vere durante la visione. Una è stata Promising Young Woman, l'altra questo Nomadland, ognuna per motivi diversi. Il film di Chloé Zhao è una commovente parabola sulla natura sfuggente dell'essere umano, sul modo in cui ognuno vive a modo suo la tristezza della morte e la gioia della vita, e punta i riflettori sulle moderne popolazioni di nomadi americani che seguono il flusso delle stagioni e delle occupazioni temporanee, creando una sorta di tribù o famiglia allargata fatta di aiuti reciproci e di scambi non solo materiali ma anche e soprattutto umani. Fern è diventata uno di questi nomadi suo malgrado, ché lei le radici le aveva trovate col marito Bo, in una città "aziendale" ai margini del deserto del Nevada che, in quanto tale, si è svuotata di tutti i suoi abitanti quando l'azienda proprietaria è fallita; vedova, senza lavoro e senza casa, Fern decide di portarsi dietro poche cose importanti e di cominciare a vivere in un van, spostandosi seguendo le disponibilità lavorative offerte da altre aziende, come Amazon, o dalle varie località turistiche. La vita del nomade è pericolosa, perché innanzitutto si è spesso soli e come tali bisogna imparare a cavarsela, ci sono malattie improvvise, c'è il freddo dell'inverno, c'è l'impossibilità di trovare un posto sicuro (e legale) dove parcheggiare il van e dormire, al di là di tante altre piccole cose scomode, ma per Fern ancora più pericoloso è quello che potrebbe succederle se dovesse di nuovo mettere radici, lei che ancora non ha superato il lutto per il marito morto e sente di non appartenere ad altri che a se stessa. La protagonista di Nomadland non è né speciale né particolare, è un piatto dozzinale, rotto e rabberciato alla bell'e meglio con l'Attack, non certo un esempio dell'arte del Kintsugi, ed è per questo ancora più facile empatizzare con lei e mettersi nei suoi panni, nonostante il suo carattere schivo.


Non ho letto il libro di Jessica Bruder da cui Chloé Zhao ha tratto la sceneggiatura di Nomadland e la stessa mette ben poche parole in bocca a una Frances McDormand umanissima e meravigliosa, che si mescola senza fatica tra i veri nomadi con i quali ha condiviso non solo lo stile di vita, ma anche lavori ed esperienze, preferendo siano le immagini e la malinconica musica a trasmettere tutte le emozioni del personaggio. I primi piani di Fern, col suo sguardo perso verso l'orizzonte e verso qualcosa che solo lei può vedere, si alternano a campi lunghissimi che riportano tutti i colori e la bellezza selvaggia del paesaggio americano, che risulta così stranamente accogliente ed ospitale, in aperto contrasto con l'innegabile squallore dei piccoli van, delle lavanderie a gettoni, delle tavole calde. La cinepresa si sofferma a lungo su questi elementi naturali e sulla vita dei nomadi, dandoci modo di toccarla quasi con mano, mentre per contro le poche sequenze ambientate all'interno di quattro mura "sicure" e solide, abitate da Famiglie con la F maiuscola, vengono spezzettate da un montaggio rapido che rende palpabile l'ansia di Fern, ormai estranea a questo stile di vita, la sofferenza di sentirsi fuori posto nonostante la gentilezza di chi vorrebbe per lei una presunta normalità e la reintegrazione, l'inquietudine che sembra di leggere in ogni ruga e in ogni sguardo della McDormand, nei suoi capelli tagliati male e nel suo aspetto dimesso. Eppure, in tutti questi piccoli dettagli, quanta dignità si riesce a percepire, e quanta forza. La stessa che serve a scegliere come vivere la propria esistenza, magari sbagliando ma senza compromessi e senza fare male a nessuno. E pazienza se qualcuno, lungo la via, deciderà che quello non è il suo stile di vita, perché la strada perdona e capisce più delle persone, consapevole che, prima o poi, tutti quelli che abbiamo conosciuto e amato li rincontreremo lungo il cammino. Life isn't pain. Life isn't bliss. Life is just this. Is living. 


Di Frances McDormand, che interpreta Fern, ho già parlato QUI mentre David Strathairn, che interpreta Dave, lo trovate QUA.

Chloé Zhao è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Cinese, ha diretto film come Songs My Brothers Taught Me e The Rider -  Il sogno di un cowboy. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 38 anni e un film in uscita, Gli Eterni.



martedì 27 aprile 2021

Minari (2020)

E' uscito ieri nei cinema riaperti (tranne a Savona, ovviamente, dove non ha riaperto una ralla) Minari, diretto e sceneggiato dal regista Lee Isaac Chung nel 2020 e accolto da 6 nomination (Miglior Film, Steven Yeun come Miglior Attore Protagonista, Miglior Regia, Yuh-Jung Youn come Miglior Attrice Non Protagonista nonché l'unica vincitrice, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Colonna Sonora Originale).


Trama: Negli anni '80, una famiglia di immigrati coreani si trasferisce in campagna, all'interno di un ex caravan trasformato in casa, e lì i suoi membri si ritrovano a dover affrontare una serie di problemi...


Anni fa, credo ormai almeno 10, un'amica dall'umorismo particolarmente spiccato mi regalò il libro Cinquanta lavori più schifosi del tuo, all'interno del quale scoprii l'esistenza del sessatore di pulcini, ovvero del povero cristo che si occupa di controllare se le dolci bestiole sono maschi o femmine. Avere per le mani tutto il giorno dei gialli piumini immagino potrebbe fare la felicità di qualcuno, non fosse che bisogna essere velocissimi e che, dopo un giorno, la poesia rischia di svanire, persa in un turbine di codine da fissare per otto ore di fila, inoltre è assai crudele il destino dei pulcini maschi, non tutti prescelti per poter crescere e spesso gettati in un tritacarne o peggio. Onestamente, non riuscirei a condannare animalini così piccoli a una morte precoce e non fatico a comprendere la speranza di Jacob, protagonista di Minari, di affrancarsi da questo genere di attività, anche se l'uomo non è certo spinto dalla pietà per i pulcini, quanto piuttosto dalla volontà di acquisire un po' di prestigio sociale dopo un'esistenza passata a soffrire nella povertà della Corea. Da qui nasce il dramma di Minari, storia di una famiglia alle prese con la durezza della vita di campagna, nella squallida provincia americana, all'interno di un ex caravan a cui hanno tolto le ruote per trasformarlo in una casa, bloccandolo in un terreno aspro e zeppo di sterpaglie che Jacob considera una specie di terra promessa da far diventare azienda agricola. Ma quel che Jacob desidera, agli occhi della moglie sono i capricci di un uomo egoista, che non tiene da conto i molti problemi pratici di una simile vita, problemi che rischiano di condannare la famiglia a un ulteriore isolamento e all'indigenza, cose che giustamente Monica avverte come una spada di Damocle sospesa sulle teste dei due bambini, soprattutto del piccolo David, affetto da una malattia cardiaca.  


Lee Isaac Chung
racconta quello che conosce meglio, prendendo spunto dalla sua infanzia, e si vede. Il filtro dei ricordi addolcisce molte cose e David è di una tenerezza inenarrabile (così come la nonna è un personaggio talmente sopra le righe che tutti vorremmo averla accanto), ma il regista non indulge in happy ending consolatori né offre allo spettatore una storia compiuta; il destino della famiglia di Jacob, che passa per esperienze non certo felici e quotidiane preoccupazioni quali povertà, malattia, senso di isolamento e paura per il futuro, rimane sospeso in un finale interamente dedicato al minari che dà il titolo al film, una pianta che cresce e si ramifica senza bisogno di troppe cure, regalando i suoi frutti a chi desidera coglierli, ricchi o poveri che siano. Il minari è una perfetta rappresentazione delle persone, che attecchiscono e si ramificano cercando di sopravvivere; c'è qualcuno tra noi che riesce a fruttificare, lasciando magari un segno tangibile nella storia (dell'umanità, della propria famiglia), ma in definitiva la maggior parte rimane lì, tranquilla, senza fare male a nessuno, in letterale balìa degli eventi. Un segno tangibile, almeno sullo spettatore, lo lasciano però senza dubbio le interpretazioni di Minari, tutte assai toccanti (Yeun non ha vinto l'Oscar ed era scontato ma lui e tutti gli altri attori sono perfetti, non solo la vincitrice Yuh-Jung Youn ma anche Yeri Han) e molte sequenze rischiano di rimanere impresse a lungo, come il confronto finale tra Jacob e la moglie, che mi ha annegata in un mare di lacrime alla faccia dei due isterici di Storia di un matrimonio, o quella in cui nonna consola un terrorizzato David, e anche la colonna sonora di Emile Mosseri è deliziosa, l'ideale per tenersi stretta l'atmosfera malinconica del film anche durante lo scorrere dei titoli di coda. 


Di Steven Yeun, che interpreta Jacob, ho già parlato QUI mentre Will Patton, che interpreta Paul, lo trovate QUA.

Lee Isaac Chung è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Munyurangabo, Lucky Life e Abigail Harm. Anche produttore, ha 43 anni.




lunedì 26 aprile 2021

Oscar 2021

Buon lunedì a tutti! Qualcosa stanotte mi ha fatta svegliare giusto cinque minuti prima che cominciasse la lunghissima, noiosissima premiazione degli Oscar, ambientata in una location ariosa e particolare ma affossata dalle solite menate da cerimonia; unici sprazzi carini, il balletto di Glenn Close alla fine di un tristissimo gioco a tema musicale, il discorso della vincitrice Yuh-Jung Youn con tanto di tentativo di concupire Brad Pitt e la mise da spolverino de La bella e la bestia di una frizzante Laura Dern. Ma bando alle ciance e vediamo chi ha vinto... ENJOY!


Cominciamo dal miglior film, anche se alla Academy, con sommo scorno di Canova, hanno lasciato per ultime le premiazioni agli attori protagonisti, sovvertendo l'ordine solito. Scontatissima ma meritatissima la vittoria di Nomadland, che dopo Promising Young Woman è stato il film che mi ha emozionata di più. Nomadland ha portato a casa tre statuette: Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista, andata ad una Frances McDormand che evidentemente aveva lasciato aperto il gas, visto che ha arraffato l'Oscar, ha detto due parole ed è fuggita. Certo, l'adorabile attrice aveva già parlato molto nel corso della premiazione per Miglior Film, invitando gli spettatori ad andare a vedere Nomadland al cinema. Magari, Frances, magari: oggi hanno riaperto in tutta Italia tranne a Savona, quindi potevi anche evitare di girare il coltello nella piaga!


Passiamo al Miglior Attore Protagonista e a quella che è stata la vera sorpresa della serata, ovvero l'Oscar ad Anthony Hopkins, il secondo assegnato a The Father dopo essersi aggiudicato quello, meritato, per la Miglior Sceneggiatura Non Originale. Il premio ad Hopkins mi ha riempita di felicità, non solo perché l'attore ha imbroccato la miglior interpretazione da dieci anni a questa parte, commovente ed intensa dall'inizio alla fine, ma anche perché un Oscar postumo a Chadwick Boseman sarebbe stata una vera beffa. Il ragazzo era talentuoso, la sua perdita è grande, ma non avrebbe avuto senso omaggiarlo solo perché morto anzitempo, privando chi è ancora vivo degli onori del caso.


Nel caso cominciaste a preoccuparvi della mancanza di statuette alla marea di film ispirati e pompati dal Black Lives Matter, però, state tranquilli: Daniel Kaluuya (che pareva lì col corpo e altrove con la testa, almeno finché non ha vinto e si è animato durante i ringraziamenti) ha portato a casa l'Oscar per il Miglior Attore Non Protagonista. Tra lui e la co-star Lakeith Stanfield non ho dubbi che la mia preferenza vada a Daniel, tuttavia lasciatemi dire che Judas and the Black Messiah è un film davvero insipido, con una sola caratteristica positiva: è servito ad impedire che l'Oscar per la Miglior Canzone Originale andasse alla Pausini e alla sua ammorbantissima Io sì. Non che Fight for You di H.E.R. mi piacesse, io avrei fatto vincere Husavid, ma evidentemente non l'hanno presa abbastanza sul serio.


Altro motivo di gioia è stato l'Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista a Yuh-Jung Youn, attrice famosissima in patria ma snobbata per decenni, come da lei sottolineato durante il discorso di premiazione, dagli USA in generale e dall'Academy in particolare. E' bellissimo come ai coreani non freghi nulla degli Oscar (ha detto anche questo, la meravigliosa signora) e come siano privi di peli sulla lingua. Questo, per inciso, è stato l'unico Oscar andato a Minari, un film che partiva favoritissimo ed è stato tristemente ridimensionato, nonostante fosse un altro dei miei preferiti. 


Purtroppo, come previsto, a rimetterci più di tutti è stato lo splendido Promising Young Woman, che ha vinto "solo" il premio per la Miglior Sceneggiatura Originale. Avrei voluto molto di più per il mio film preferito, ma la gioia di vedere la Fennell in tutta la sua giunonica bellezza è stata grande. 


Grande soddisfazione anche per Un altro giro, ovvero il Miglior Film Straniero. Ammetto di essermi commossa durante il discorso di Thomas Vinterberg, che ha dedicato il premio alla figlia scomparsa poco dopo l'inizio delle riprese.


Scontata la vittoria dell'adorato ed adorabile Soul come Miglior Lungometraggio Animato, a cui l'Academy ha aggiunto il premio per la Miglior Colonna Sonora, che forse io avrei assegnato a Minari. Se dicessi di non essere felice mentirei ma un pezzo enorme del mio cuore è a Kilkenny da anni, alla Cartoon Saloon, e mi avrebbe resa ancora più contenta il riconoscimento, per una volta, a uno studio che fa della tradizione e della magia uno dei suoi punti di forza. Guardatelo Wolfwalkers che è un gioiellino!


Passiamo ora ad un mega riassuntone dei premi "tecnici", dei quali mi intendo ancora meno. Mank vince per la splendida Fotografia e per le raffinate Scenografie, due premi meritatissimi, almeno per quanto mi riguarda. Perplimente l'Oscar per il Miglior Montaggio a Sound of Metal, quando la perizia con cui sono stati realizzati quelli di Promising Young Woman e soprattutto The Father saltava agli occhi persino a me, ma meritatissimo quello per il Miglior Sonoro, la cosa migliore di un film che non mi ha fatta impazzire. Altro film mediocre ed ingiustamente premiato con due premi scippati (quelli sì, altro che Pausini) all'Italia è Ma' Rainey's Black Bottom, al quale, per non farlo rimanere a bocca asciutta, sono state assegnate le statuette per Costumi e Make-Up. Che vergogna, su. Giustamente ridimensionato anche Tenet, candidato solo per i Migliori Effetti Speciali, l'unica cosa notevole di un film bello ma non all'altezza della fama di Nolan. E con questo chiudo, che come al solito vivo nell'ignoranza per quanto riguarda corti e documentari. Ci risentiamo il prossimo anno!

domenica 25 aprile 2021

WolfWalkers - Il popolo dei lupi (2020)

Sapevo che mi sarei tenuta il buono per ultimo, infatti non avrei potuto concludere meglio i recuperi in vista della notte degli Oscar se non guardando WolfWalkers - Il popolo dei lupi (WolfWalkers), diretto e co-sceneggiato nel 2020 dai registi Tomm Moore e Ross Stewart.

Trama: nell'Irlanda del 1600 una ragazzina e suo padre, cacciatore di lupi, si ritrovano ad avere a che fare con un Lord dispotico e superstizioso, che ha giurato di liberare la foresta dai lupi. Peccato che nella foresta in questione abitino anche i Wolfwalkers...


Dio benedica il Cartoon Saloon e i suoi meravigliosi capolavori animati, capaci di salvare il nostro cervello annebbiato dalla computer graphic e di regalarci non solo emozioni vere ma anche piccole opere d'arte in movimento, radicate nella tradizione irlandese zeppa di creature magiche e meravigliose, strettamente legate alla natura. Questa volta Tomm Moore ha deciso di affrontare il 1600 puritano, grigio e triste, popolato da demoni in abito talare pronti a brandire crocefissi ed anatemi per privare i cittadini della libertà di credere, pensare e vivere; è in questo clima profondamente triste ed ignorante che la giovane Robyn, inglese, si trasferisce nella cittadina fortificata di Killkenny assieme al padre, un cacciatore di lupi messosi al servizio del terribile Lord Protector, che governa i cittadini col pugno di ferro. Nata femmina e per questo costretta a venire relegata al focolare, Robyn (come molte "principesse" della tradizione Disneyana, in questo Wolfwalkers è più "classico" dei suoi fratellini della trilogia dedicata al folklore irlandese) vorrebbe essere a sua volta cacciatrice e durante una delle sue fughe fuori dalle mura si scontra con la vivacissima Mebh, ultima superstite, assieme alla madre, della stirpe dei Wolfwalkers, creature in forma umana di giorno e lupi di notte. L'incontro con Mebh cambierà la vita di Robyn e il suo modo di vedere la realtà che la circonda, facendole scoprire non solo che i lupi non sono malvagi come vengono dipinti ma soprattutto che la bestia più terribile e pericolosa, per se stesso e gli animali a quattro zampe, è soltanto l'uomo, in particolare quando a muoverlo sono la paura e la sete di potere.


Quella di Wolfwalkers è una storia che parla di amicizia, di crescita e della scoperta dell'indipendenza ma anche dell'importanza dei legami e della necessità di tenere una mente aperta, senza dimenticare mai quanto siamo legati a ciò che ci circonda, a chi è diverso da noi e alla natura stessa; è una storia che non fa sconti, malinconica e molto triste, perché sappiamo che i Wolfwalkers sono destinati ad essere sempre meno e sempre più impossibilitati a scorrazzare liberi in foreste eliminate per far spazio a coltivazioni e industrie, mentre le Robyn "infettate" dal morso della libertà sono ben poche. Eppure, la bellezza di Wolfwalkers è tale che, durante la visione, il nostro cuore non può fare a meno di abbandonarsi alla gioiosa sensazione di una corsa a perdifiato immersi in tutti i toni del verde, letteralmente abbracciati dalle forme circolari che si intrecciano per creare la foresta più materna che si sia mai vista in un cartone animato, resa ancora più preziosa e mistica da quegli sprazzi d'oro che risollevano lo spirito; ci si fa conquistare dalla vivacità e dal rosso acceso dei capelli della deliziosa Mebh e si rimane ammutoliti e meravigliati quando, nelle sequenze notturne, il mondo di trasforma in un trionfo di pennellate di colore in movimento, che seguono il ritmo del cuore e della musica, altra grande protagonista di questo splendido Wolfwalkers. Tomm Moore non riuscirà nemmeno quest'anno a vincere l'Oscar, è scontato, ma spero vivamente che, conclusa la trilogia "irlandese", possa tornare a deliziarci con un altro dei suoi gioielli disegnati a mano, custodi di una tradizione che confido non venga mai abbandonata. 


Del co-regista e co-sceneggiatore Tomm Moore ho già parlato QUI. Sean Bean (Bill Goodfellowe) e Simon McBurney (Lord Protector) li trovate invece ai rispettivi link.

Ross Stewart è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lavoro dietro la macchina da presa. Famoso come animatore, irlandese, ha 45 anni.


Se Wolfwalkers - Il popolo dei lupi vi fosse piaciuto non perdetevi ovviamente The Secret of Kells e La canzone del mare (lo trovate su Rakuten a un prezzo irrisorio). ENJOY!

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