martedì 23 febbraio 2021

I Care a Lot (2020)

Fresco di una nomination ai Golden Globe per Rosamund Pike come miglior attrice in una commedia o musical, la settimana scorsa è uscito su Prime Video (chissà perché in America ce l'hanno invece su Netflix) il film I Care a Lot, diretto e sceneggiato nel 2020 dal regista J Blakeson.


Trama: Marla è una tutrice legale il cui unico scopo e privare delle loro fortune gli anziani sotto la sua tutela. L'attività procede bene, finché tra le sue grinfie non finisce una donna dai legami insospettabili...


Non sarà facile spiegare il mix di sentimenti contrastanti derivati dalla visione di I Care a Lot, commedia nerissima che consiglio spassionatamente di guardare, ma con nervi saldi, pena la volontà costante di spaccare lo schermo a pugni. Lo consiglio, in primis per la presenza di signori attori, soprattutto Rosamund Pike, che con la sua performance gelida e cazzuta regge praticamente il film da sola, mettendosi negli scomodi panni (come se non le fossero bastati quelli della gone girl Fincheriana) di una donna senza scrupoli, una "leonessa" che mira a fare soldi sulla pelle degli anziani, sfruttando senza un battito di ciglia tutte le orribili gabole legali che rendono gli USA, Paese della libertà, un incubo kafkiano per chiunque finisca impreparato nelle maglie del sistema; ad affiancarla, c'è il sempre meraviglioso Peter Dinklage, una rediviva Dianne Wiest che finisce per essere più inquietante della stessa Pike, e la dolce bellezza di un'umanissima Eiza González, l'unica in grado di dare un minimo di credibilità al personaggio di Marla, che senza la partner (non solo in crime) sarebbe solo pura malvagità. Anche la trama di I Care a Lot è molto interessante, soprattutto nella prima parte, e mescola in maniera sfacciata elementi assai plausibili e altri decisamente più "spettacolari" ed improbabili, soprattutto dopo che le carte sono state scoperte e il film passa dall'essere una rocambolesca pellicola di denuncia sociale a un thriller con parecchi tocchi di humour nero, un cambiamento di registro che contribuisce a tenere molto alto il livello di adrenalina e di attenzione dello spettatore, che non passa un solo minuto senza chiedersi dove diamine potrebbe andare a parare I Care a Lot e cosa avrà voluto comunicare J Blakeson.


Qui è però scattato, almeno per me, il problema di I Care a Lot, ovvero le "troppe" domande, la pretesa di un qualche messaggio serio da comunicare. Personalmente credo che I Care a Lot avrebbe funzionato alla perfezione se fosse stata una commedia nerissima al 100%, con una protagonista sì immorale, ma senza giustificazione, una villainess tout court completamente priva di appigli per poter in qualche modo empatizzare con lei. Invece, quegli accenni di tirate femministe, di donna costretta a subire gli insulti sessisti degli uomini che non riescono a batterla ad armi pari, di essere umano con qualche problemino accennato alle spalle (esempio: della madre non le frega nulla, uno intuisce che la sua mancanza di scrupoli verso gli anziani derivi da un rapporto meno che idilliaco) hanno contribuito, almeno nel mio caso, a farmi odiare Marla al punto da augurarmi che le succedessero le peggio cose, questo nonostante il suo antagonista sia senza scrupoli e detestabile quanto lei; Marla e Fran, novelle Thelma & Louise, si imbarcano in una ribellione contro la società e il maschilismo imperante ma ai danni di vecchietti indifesi, tanto che per renderle un pochino meno immorali lo sceneggiatore ha dovuto connotare in maniera incredibilmente negativa tutti quelli che provano a opporsi a loro, un escamotage cheap, se mi consentite il termine, che onestamente con me non ha attecchito. Piuttosto che questo colpo al cerchio e un altro alla botte, avrei preferito una cosa completamente demenziale e staccata dalla realtà come un La signora ammazzatutti, oppure una cosa serissima, di denuncia, ma così I Care a Lot non è né carne né pesce e vale davvero solo per le notevoli interpretazioni degli attori, quelle sì imperdibili... ma magari voi riuscite a non farvi montare l'odio e ad apprezzarlo più di quanto abbia fatto io, chissà.


Di Rosamund Pike (Marla Grayson), Peter Dinklage (Roman Lunyov), Eiza González (Fran), Dianne Wiest (Jennifer Peterson), Chris Messina (Dean Ericson), Macon Blair (Feldstrom) e Alicia Witt (Dr. Amos) ho già parlato ai rispettivi link.

J Blakeson (vero nome Jonathan Blakeson) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come La scomparsa di Alice Creed e La quinta onda. Anche attore e produttore, ha 43 anni.


Se I Care a Lot vi fosse piaciuto recuperate Promising Young Woman. ENJOY!


domenica 21 febbraio 2021

Willy's Wonderland (2021)

Ha provato a scalzare Benny Loves You dal mio cuore e, pur non essendoci riuscito, si è conquistato un pezzo enorme di amore. Sto parlando di Willy's Wonderland, diretto dal regista Kevin Lewis.


Trama: un uomo si ritrova bloccato in un paesino sperduto, costretto, per ripagarsi la macchina danneggiata, a passare la notte a rimettere a posto Willy's Wonderland, ex tavola calda all'interno della quale i pupazzi meccanici hanno cominciato a comportarsi in modo strano...


Nicolas Cage
ha deciso, all'età di 57 anni, di consacrarsi come nuova icona dell'horror. E ci sta riuscendo, badate bene. Gli è bastato abbandonare i filmacci alimentari come Pay the Ghost, piatti nella trama e nella realizzazione, e darsi alla locura, azzeccando nel giro di un paio d'anni almeno mezza dozzina di pellicole meravigliosamente cult. Quest'anno ci ha regalato un altro enorme esempio di cageanità, questo meraviglioso Willy's Wonderland che è un incrocio tra The Banana Splits Show e Drive Angry, dove l'adorato Nic non spiccica una parola per tutto il tempo e si limita a guardare col minaccioso scazzo di un John Milton non ossigenato un branco di pupazzi meccanici demoniaci rei non tanto di uccidere le persone, quanto di scompensargli i ritmi; il misterioso personaggio interpretato da Nic, infatti, vive nella sua bolla (in)felice(?) fatta di pulizia, pause bibite, musica a tutto volume e automobili, e non avete idea dello scompenso che gli crea il fatto che anche solo uno di questi elementi possa venire meno. Sì, poi mi pare ci sia anche una sottotrama fatta di patti col diavolo, luoghi dove il maligno alligna e ragazzini in pericolo, ma lo splendore di un Nicolas Cage che gioca a flipper (scena, non sto nemmeno a dirvelo, interamente improvvisata) e, in generale, che si profonde in un'interpretazione molto fisica e stranamente misurata, rende tutto il resto insignificante.


E quando dico tutto, intendo tutto. Non importa il fatto che il cast di giovani fanciulli imposto a Cage sia composto da cani e cagne maledetti (va bene il surreale, ma la protagonista che davanti agli amici trucidati si limita a sbattere le ciglia e mormorare un poco sentito "mi dispiace", dai, anche no) e nemmeno che un paio di animatronics siano bruttarelli, come l'emula di Trilly con le zanne; importa solo vedere questi stessi animatronics spelacchiati, sporchi e cattivissimi, fatti a pezzi con armi improprie o, ancora meglio, a mani nude, tra un cambio di maglietta, una lattina e un lavarsene le mani che ha dell'esilarante. Ed esilarante è anche la colonna sonora scritta alla bisogna dal compositore Émoi, coronata sul finale dalla poetica e, porca miseria, calzantissima Free Bird dei Lynyrd Skynyrd che dà al tutto un tocco di cafonissima eleganza aMMeregana, nostalgica e sì, anche un po' zamarra che non guasta mai, soprattutto dopo che per tutto il film si è assistito a un delirio di luci matte, pupazzoni demoniaci che compaiono e scompaiono quando meno ce lo si aspetta, sangue a fiotti e botte, botte da orbi. Dio benedica sempre e comunque questo Cage sbarazzino e amante dell'horror, che non ne sta sbagliando una e mi confeziona una serie di piccoli cult che mi portano a volergli sempre più bene.  


Di Nicolas Cage, che interpreta l'inserviente, ho già parlato QUI mentre Beth Grant, che interpreta lo sceriffo Lund, la trovate QUA.

Kevin Lewis è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film a me totalmente sconosciuti come The Method, Malibu Spring Break e The Drop. Anche sceneggiatore e produttore, ha 50 anni.


Se Willy's Wonderland vi fosse piaciuto recuperate The Banana Splits Movie (lo trovate su Infinity). ENJOY!


venerdì 19 febbraio 2021

The Social Network (2010)

Grazie a un buono Vodafone, il Bolluomo ha ottenuto 10 euro da spendere su Chili e nella selezione di film fuibili col buono in questione c'era The Social Network, diretto nel 2010 dal regista David Fincher. 


Trama: il giovane laureando Mark Zuckerberg crea il futuro Facebook ma, nel cammino, perde amici storici e si fa nuovi nemici...


Sono passati undici anni dall'uscita di The Social Network e chissà perché lo avevo snobbato fino a questo momento, visto che gli ingredienti per piacermi c'erano tutti e sono stati confermati durante la visione del film. Forse perché, all'epoca, temevo mi sarei trovata davanti una noiosa agiografia di San Zuckerberg da White Plains, invece The Social Network è tutto il contrario: partendo dal libro di  Ben Mezrich intitolato Miliardari per caso - L'invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento, Aaron Sorkin lo riadatta per lo schermo togliendo i gemelli Winklevoss ed Eduardo Saverin dai riflettori ma mantenendo comunque il loro punto di vista pur rendendo Mark Zuckerberg protagonista assoluto, col risultato che molto di quello che viene mostrato sullo schermo è opera di pura fiction basata su un mix di racconti, leggende metropolitane e mera invenzione. Qui scatta il dilemma "morale" che ha tenuti impegnati me e Mirco durante la visione. Nel film, Zuckerberg viene descritto come una sorta di Sheldon Cooper sbruffone, sicuro di sé nonostante una palese incapacità di avere normali rapporti umani, stronzo e, soprattutto, vendicativo ed invidioso; il motore della creazione di Facebook è il pentimento seguito ad un'atroce vendetta nei confronti di una ragazza, al quale seguono moltissime piccole e grandi ripicche nei confronti di amici e nemici in egual modo, cosa che spingerebbe gli animi molto meno critici del mio a partire verso la sede di Facebook con torce e forconi per picchiare selvaggiamente l'eminenza grigia del web. In realtà, molto di quello che si vede nel film è inventato, sopratutto per quello che riguarda l'"uomo Zuckerberg", che si dice sia privo di qualsivoglia capacità di provare emozioni forti o vincolanti, positive o negative che siano, quindi impossibilitato ad agire come una sorta di villain geniale. 


Nonostante questo, il film è molto interessante e non potrebbe essere diversamente visto che la sceneggiatura è di Sorkin, che rifugge la banalità della solita struttura di ascesa-caduta-risalita tipica di molte pellicole simili e si focalizza sull'esperienza di una persona che è perennemente in ascesa e perennemente in caduta, vittima di un cervello che lo rende incomprensibile a tutte le persone che incontra, e conseguentemente inviso anche allo spettatore, almeno in parte. Se i papaverini di Harvard sono giustamente dipinti come dei ricchi minchioni viziati che meritano di venire perculati da Zuckerberg e il creatore di Napster Sean Parker viene descritto come una scheggia impazzita da cui guardarsi, elementi che rendono per reazione più simpatico Zuckerberg, è inevitabile infatti che lo spettatore si senta comunque più vicino a Saverin, "reo" di volere una vita normale e magari di fare qualche soldino in maniera corretta. Non è un caso, dunque, che Saverin abbia la faccetta rassicurante di Andrew Garfield, mentre il bravissimo Jesse Eisenberg convoglia tutto il suo magnetismo un po' nerd nella figura controversa del protagonista, che allo stesso tempo affascina e allontana, un po' come la sua creatura più famosa: la facciata innocua di THE Facebook, che permette agli utenti di cercarsi, collegarsi e sviluppare amicizie, in realtà racchiude dinamiche ben più complesse, spesso incomprensibili, talvolta pericolose per gli utenti tanto incauti da fidarsi. In questo, lo Zuckerberg di The Social Network è una perfetta allegoria di quello che ha creato e probabilmente è lì che risiede l'intero senso della validissima operazione di Fincher, Sorkin e soci. 


Del regista David Fincher ho già parlato QUI. Jesse Eisenberg (Mark Zuckerberg), Rooney Mara (Erica Albright), Andrew Garfield (Eduardo Saverin), Armie Hammer (Cameron Winklevoss/Tyler Winklevoss), Max Minghella (Divya Narendra), Justin Timberlake (Sean Parker), Dakota Johnson (Amelia Ritter), Aaron Sorkin (Direttore agenzia pubblicitaria), Caleb Landry Jones (membro della confraternita) e Jason Flemyng (non accreditato, è uno degli spettatori alla regata) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film ha vinto tre premi Oscar, per la Sceneggiatura, il Montaggio e la Colonna Sonora Originale. Andrew Garfield aveva sostenuto l'audizione per il ruolo di Zuckerberg ma alla fine era troppo spontaneo e sincero e il regista ha deciso di affidargli Saverin, mentre Shia Labeouf ha direttamente rifiutato di partecipare al film come protagonista. Se The Social Network vi fosse piaciuto recuperate Steve Jobs e La grande scommessa .ENJOY! 

mercoledì 17 febbraio 2021

Ma Rainey's Black Bottom (2020)

Sempre perché era disponibile e sempre a fronte di un paio di nomination ai Golden, ho recuperato su Netflix Ma Rainey's Black Bottom, diretto nel 2020 dal regista George C. Wolfe. 


Trama: Ma Rainey, la "madre del Blues", si ritrova in una calda giornata d'estate a registrare un disco a Chicago. Le tensioni tra lei, i proprietari dello studio di registrazione e un giovane trombettista si andranno ad acuire sempre più...


Invecchiando, ormai arrivata a diversificare un po' i film che guardo, sono giunta alla conclusione di avere sicuramente un paio di "nemesi cinematografiche". Tra gli attori ci sono in primis Joel Edgerton e Mark Duplass, che mi provocano orchite quasi subitanea, mentre tra i vari registi e sceneggiatori, questi ultimi assai più infidi, figurano Derek Cianfrance, Dan Gilroy e, a quanto pare, anche la bonanima di August Wilson, autore teatrale di cui Denzel Washington (produttore di Ma Rainey's Black Bottom) ha deciso di portare su grande schermo tutto il cosiddetto Ciclo di Pittsburgh, una serie di dieci opere teatrali ambientate ognuna in un diverso decennio del novecento, atte a descrivere la vita delle persone di colore nel giro di un secolo. Denzel ha cominciato con Barriere, che, nonostante l'odio provato per il personaggio da lui interpretato, non avevo disprezzato più di tanto anche in virtù del suo essere prepotentemente teatrale, e ha continuato con Ma Rainey's Black Bottom, che invece ho proprio mal sopportato, sia per i personaggi che per l'incredibile tedio provato guardandolo. Il teatro a tema "vita del popolo Afroamericano" evidentemente non è il mio genere, soprattutto quando viene riportato su grande schermo senza un minimo di guizzo formale, come una serie di scenette mal raccordate unite dal labile fil rouge di un giorno sprecato a incidere un disco, tra gli scazzi della madre del blues Ma Rainey e quelli di Levee, giovane trombettista pieno di ambizioni e boria, pronto a scattare alla minima provocazione. 


Prima che scattino tutti coloro che hanno adorato il film: sì, Viola Davis e Chadwick Boseman sono immensi, addirittura larger than life, e la visione del film vale solo per testimoniare la loro immensa bravura e, nel caso di Boseman, piangere tutte le occasioni perdute a causa della morte prematura del giovane attore. La Davis si annulla in un personaggio orribile, sgradevole all'orecchio e alla vista, dotato per sua fortuna di un dono per il canto e il ritmo ma troppo impegnato ad affermarsi come donna e come afroamericana per concedere anche solo il beneficio del dubbio a chi si immolerebbe per lei, mentre i due monologhi di Boseman, soprattutto quello in cui Levee racconta la sua infanzia, riescono ad ipnotizzare lo spettatore e farlo piombare, per alcuni minuti, non solo nel caldo scantinato di uno studio che accetta solo i neri famosi e dove l'unica porta dà verso un muro di mattoni, ma anche nelle squallide campagne razziste dove la violenza dei bianchi sui neri è all'ordine del giorno. Il resto, spiace dirlo, ma oscilla tra noia e perplessità, ché onestamente c'è un limite anche agli aneddoti raccontati tra personaggi e all'antipatia di questi ultimi; lunga vita allo scazzo di Ma, e se invecchierò spero davvero di diventare così stronza, scostante e superiore verso chicchessia, ma se mai dovessi trovarmi davanti una come lei o uno come Levee, confido mi vengano anche dei pugni di ferro per prenderli a schiaffi come meritano. Loro e Denzel Washington con la sua balzana idea di diffondere il "decalogo" di Wilson, da cui cercherò di tenermi più lontana possibile d'ora in avanti. 


Di Viola Davis (Ma Rainey), Chadwick Boseman (Levee), Colman Domingo (Cutler) e Glynn Turman (Toledo) ho già parlato ai rispettivi link.

George C. Wolfe è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Qualcosa di buono. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 65 anni.


Se Ma Rainey's Black Bottom vi fosse piaciuto recuperate Barriere (lo trovate gratis su Prime Video). ENJOY!

martedì 16 febbraio 2021

Notizie dal mondo (2020)

Nel recuperare qualcuno dei vari candidati al Golden Globe mi sono imbattuta in una delle più recenti aggiunte Netflix, ovvero Notizie dal mondo (News of the World), diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Paul Greengrass a partire dal romanzo omonimo di Paulette Jiles.


Trama: alla fine della guerra civile, un veterano che per vivere legge giornali alle popolazioni dei vari paesi incontra una ragazzina bianca cresciuta dagli indiani e decide di riportarla a ciò che resta della sua famiglia...


Nel corso degli anni mi sono ritrovata a dover riflettere sul mio personale assioma "I western non mi piacciono", visto che ho avuto modo di vederne alcuni, tra quelli moderni, particolarmente gradevoli, magari "sporcati" da altri generi (mi viene in mente, per esempio, Bone Tomahawk). Notizie dal mondo verrà inserito nell'elenco di queste opere in grado di toccare anche una come me, che non ama particolarmente il western, e soprattutto come uno di quei film capace di stupirmi: vista la durata e il periodo ho scommesso con Mirco che mi sarei addormentata dopo mezz'ora, invece la storia di "Capitano" e Johanna mi ha avvinta dall'inizio alla fine, coinvolgendomi e arrivando persino a commuovermi. A parte queste considerazioni triviali e personali, Notizie dal mondo è davvero un bel film, interamente fondato su un concetto di incomunicabilità che diventa il motore di tutte le vicende che portano sia all'incontro tra i due protagonisti, sia a tutte le sventure in cui incappano in nostri, unito ovviamente ad una situazione storica e sociale di grandissima confusione. Il film si ambienta infatti negli anni successivi alla Guerra di secessione americana, nelle zone del sud controllate dai soldati Unionisti, dove i veterani confederati erano costretti ad arrabattarsi per sopravvivere e dove i nemici non erano solo le persone dalla pelle di colore diverso ma anche gli stessi americani; in questo clima di incertezza ed ignoranza, il capitano Kidd va in giro a leggere giornali creando delle piccole assemblee cittadine ad ogni passaggio, informando, divertendo e talvolta cercando di far ragionare la gente per 10 centesimi. Proprio lui, che con le parole campa e sopravvive, si ritrova a dover riportare da parenti sconosciuti una ragazzina che, pur essendo bianca, è cresciuta con gli indiani e conosce quindi solo il dialetto Kiowa, cominciando dunque un viaggio irto di imprevisti e pericoli, in terre inospitali e selvagge dove il pericolo più grande è sempre e comunque l'uomo, assieme al suo fondamentale egoismo.


Lo stesso Kidd, nonostante sia innegabilmente l'eroe del film, non è esente da difetti e non è particolarmente abile a mettere in pratica ciò che predica, vittima di un dolore personale enorme che è arrivato a privarlo del coraggio di riprendere in mano la sua vita e tornare ad affezionarsi a qualcuno; durante il viaggio, Kidd salva spesso Johanna (e a sua volta viene salvato da una ragazzina non così indifesa) eppure arriva a causarle anche molto dolore per via di una sostanziale, "occidentale e ariana" tendenza ad imporre ad altri lo stile di vita che noi riteniamo giusto, quello che calzerebbe alla perfezione nella "nostra" situazione, senza pensare che ogni essere umano è un mondo tridimensionale a sé stante, non una via retta e piatta. Lo stesso vale per le vicende di Kidd e Joanna, che toccano una vasta gamma di emozioni e all'interno delle quali la riflessione va di pari passo con l'azione, raggiungendo un equilibrio perfetto quanto l'alchimia tra Tom Hanks e la semi-esordiente Helena Zengel, ragazzina dal visetto particolare e dallo sguardo intenso che, si spera, non si perderà nei meandri dell'industria cinematografica come molte delle sue colleghe passate. A coronare ed arricchire il tutto ci sono gli ampi movimenti di macchina di un Greengrass che trasforma i paesaggi desolati e quasi deserti percorsi da Kidd e Joanna in viste mozzafiato colme di insidie, coadiuvato anche dalla bellezza della fotografia a tratti un po "bruciacchiata" a tratti nitidissima di Dariusz Wolski, due punti di forza che avrebbero reso Notizie dal mondo perfetto per il grande schermo. Ci si accontenta, ahimé, ancora grazie che Netflix abbia deciso di distribuire un film così, che vi consiglio di recuperare senza indugio. 


Di Tom Hanks (Capitano Kidd), Ray McKinnon (Simon Boudlin), Mare Winningham (Doris Boudlin), Elizabeth Marvel (Mrs. Gannett) e Bill Camp (Mr. Branholme) ho già parlato ai rispettivi link. 

Paul Greengrass è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come The Bourne Supremacy, The Bourne Ultimatum - Il ritorno dello sciacallo, Captain Phillips - Attacco in mare aperto e Jason Bourne. Anche produttore e sceneggiatore, ha 65 anni.


Se Notizie dal mondo vi fosse piaciuto recuperate Il grinta (trovate anche questo su Netflix). ENJOY!


venerdì 12 febbraio 2021

Palm Springs: Vivi come se non ci fosse un domani (2020)

Ho cominciato a recuperare qualche film in vista dei Golden Globes ma purtroppo quest'anno va così, una sfiga dietro l'altra, quindi credo non riuscirò nemmeno a fare il solito rush da Oscar. Ci proviamo, dai. Oggi per esempio tocca a Palm Springs: Vivi come se non ci fosse un domani (Palm Springs), diretto nel 2020 dal regista Max Barbakow.


Trama: Nyles, da chissà quanto tempo, è bloccato all'interno del matrimonio di gente che a malapena conosce, in un loop temporale infinito. Quando la sorella della sposa, Sarah, si ritroverà bloccata assieme a lui, i due cercheranno in qualche modo di liberarsi dalla maledizione...


Credo di averlo già scritto altrove ma ho un debole per i film che hanno per tema i loop temporali. Anche delle effettive schifezze gnegne come Prima di domani trovano il modo di tenermi avvinta allo schermo, perché adoro vedere come gli sceneggiatori gestiscono la giornata ripetuta e ne cambiano piccoli dettagli di volta in volta, facendo evolvere chi è così sfortunato da finirci in mezzo. Palm Springs non fa eccezione in questo ma ciò che lo diversifica da altri film simili è che la pellicola comincia in medias res, cioè quando Nyles è già bloccato da tempo all'interno della stessa giornata (un matrimonio, nientemeno, che orrore!!) ed è quindi oltre il livello di sperimentazione che solitamente è il fulcro di queste storie; Nyles, già dotato di un carattere cinico e cupo, ha superato ogni speranza e ogni disperazione ed è diventato una persona disillusa, amorfa, senza alcuna obiettivo per un futuro che tanto sa non arriverà mai. Tutto cambia quando anche Sarah viene trascinata nel loop e, resasi conto della situazione, viene costretta a prendere Nyles come "insegnante" e scomodo alleato, dando il via ad una trama che si sviluppa nel solco della commedia talvolta romantica talvolta nerissima, sviluppando in maniera molto piacevole sia la personalità dei due protagonisti sia una serie di twist in grado di lasciare a bocca aperta e strappare soprattutto qualche risata.


Il punto di forza di Palm Springs è proprio la sua natura comica e vivace, sostenuta da un cast di alta qualità nel quale spiccano non solo i due protagonisti, che personalmente non conoscevo e che ho apprezzato molto (dispiace che per il Golden Globe sia stato nominato solo Andy Samberg visto che Cristin Milioti gli tiene testa senza nessun problema, anzi, spesso superandolo), ma anche gli attori "secondari" (che poi, secondari virgola, uno è J.K. Simmons, tra l'altro in un ruolo tragicomico che sembra fatto apposta per lui), i quali concorrono a rendere ancora più dinamica la pellicola grazie ad una serie di idiosincrasie una più folle dell'altra. Non di sola comicità si vive, comunque: Palm Springs, dietro la sua facciata allegra e la sua trama sicuramente stra-abusata, si apre spesso e volentieri a un mood amarognolo, a riflessioni sulla solitudine e la disillusione, sulla paura di aprirsi agli altri e perdere le cose che riteniamo davvero importanti, il che rende tutto meno sciocco di quanto possa apparire ad una prima occhiata. Certo, ci sono dei momenti in cui il film diventa inutilmente "fantascientifico", come nel momento "dinosauri", che su di me ha fatto l'effetto di un uomo che rutta forte in mezzo a una cena con Queen Betty, ma per il resto Palm Springs è davvero un'ottima pellicola, che merita di sicuro una visione. Lo trovate anche su Prime Video, quindi approfittatene!


Di Andy Samberg (Nyles) e J.K. Simmons (Roy) ho già parlato ai rispettivi link.  

Max Barbakow è il regista della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha un film in uscita. 


Cristin Milioti
interpreta Sarah. Americana, ha partecipato a film come The Wolf of Wall Street e a serie quali I Soprano, How I Met Your Mother e Black Mirror; come doppiatrice ha lavorato per I Griffin. Ha 36 anni. 


Peter Gallagher
interpreta Howard. Americano, ha partecipato a film come High Spirits - Fantasmi da legare, America Oggi, Mister Hula Hoop, American Beauty e a serie quali The O.C. e How I Met Your Mother; come doppiatore ha lavorato per I Griffin e Robot Chicken. Anche sceneggiatore, ha 66 anni e un film in uscita. 


Se Palm Springs: Vivi come se non ci fosse un domani vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Ricomincio da capo e magari ancheAuguri per la tua morte e il suo seguito. ENJOY!

martedì 9 febbraio 2021

A Lonely Place to Die (2011)

Avendone sempre sentito parlare molto bene, qualche giorno fa ho guardato A Lonely Place to Die, diretto e co-sceneggiato nel 2011 dal regista Julian Gilbey, approfittando del suo passaggio televisivo.


Trama: un gruppo di amici appassionati di scalate in montagna va in gita nelle Highland scozzesi e lì trova mille pericoli ad attenderlo...


Per chi, come me, soffre di vertigini cinematografiche, A Lonely Place to Die è un film ostico, almeno nella prima parte. Io sono strana, eh. Posso salire in cima a una torre e guardare giù senza colpo ferire (ovvio, in cima alla Tokyo Sky Tree ho rischiato di svenire su quei pezzi di pavimento coperti solo da vetro), laddove il Bolluomo non potrebbe mettere il naso fuori senza morire di paura, ma mostratemi gente appesa nel vuoto su schermo, piccolo o grande che sia, e il mio cuore comincerà a perdere colpi. A Lonely Place to Die è così: inizia con un ragazzo che cade a strapiombo giù per la parete di una montagna e si ritrova a penzolare nel vuoto, pur se imbragato, e continua con riprese mozzafiato di scalate in condizioni proibitive e corse a rotta di collo lungo terreni scoscesi, con la spada di Damocle incarnata da loschi figuri in caccia, pronti a fare fuori i protagonisti nei modi peggiori. Tutto per colpa di una bambina, trovata per caso in un bunker sotterraneo e tenuta prigioniera, che smuove a pietà gli scalatori provetti e attira su di loro le cose peggiori in un posto, come da titolo originale, solitario, privo di aiuti, di comodità, di rete telefonica, possibilmente anche di fortuna.


La prima parte di A Lonely Place to Die si concentra dunque su una wilderness da cartolina, anzi, da Instagram, che tuttavia non perdona non solo gli incauti ma nemmeno gli esperti, mentre nella seconda parte il gioco si complica un po' con tutto quello che sta dietro alla figura della piccola Anna e, pur complicandosi, si appiattisce anche, perché l'azione si sposta all'interno di un villaggio in festa. Non che il villaggio sia meno pericoloso della montagna, anche perché se lassù le insidie erano nascoste dalla vastità del territorio e dalla mancanza di persone, qui è proprio l'abbondanza di persone a rappresentare un pericolo per i sopravvissuti, costretti a capire chi è amico o nemico, tuttavia il cambiamento di stile e qualche sprazzo di prevedibilità mi hanno dato una sensazione di opera discontinua. Per carità, ce ne fossero di opere discontinue così: non so che fine abbia fatto ora l'attrice ma 10 anni fa la presenza di Melissa George in un thriller o horror, con quella sua faccia scazzata e determinata e la sua bellezza particolare, era uno degli indici di qualità di un film di genere e A Lonely Place to Die, con la sua cattiveria pessimistica e la tensione tenuta altissima fino alla fine, non fa eccezione. Recuperatelo, se potete!


Di Alec Newman (Rob), Melissa George (Alison) e Sean Harris (Mr. Kidd) ho già parlato ai rispettivi link. 

Julian Gilbey è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come ABCs of Death 2. Anche produttore, stuntman e attore, ha 41 anni e un film in uscita.


Franka Potente era stata la prima scelta per il ruolo di Alison. ENJOY!

venerdì 5 febbraio 2021

Spontaneous (2020)

Prima delle vacanze di Natale sono riuscita a recuperare, grazie a Ilgiornodeglizombi, il delizioso Spontaneous (che dovrebbe essere uscito ieri in VOD in tutta Italia), diretto e sceneggiato dal regista Brian Duffield a partire dal romanzo omonimo di Aaron Starmer.


Trama: all'ultimo anno di liceo, i compagni di scuola di Mara cominciano ad esplodere, senza un perché. Vittime del terrore e dell'incertezza, i superstiti cercano di vivere una vita normale, tra amicizie, amori e progetti per il futuro...


Spontaneous
è un piccolo coming of age horror più intelligente di quanto non sembri a una prima occhiata superficiale, magari calamitata dalla verve iconoclasta e molto ironica della protagonista Mara, che racconta in prima persona gli avvenimenti del film. Mara è una liceale molto carina ed arguta, che passa le sue giornate in tutta tranquillità, almeno finché una delle sue compagne non esplode come un palloncino, senza un perché. E' l'inizio di una "maledizione" priva di spiegazione o soluzione, che a poco a poco arriverà a colpire buona parte degli studenti dell'ultimo anno del liceo, che si ritroveranno impotenti a fare prima da cavie per una cura inesistente e poi a vivere giorni di terrore, nell'attesa di fare la stessa fine dei compagni più sfortunati, vittime di un futuro sempre più incerto. Mara, da par suo, nella tragedia trova il conforto dell'allegro Dylan, cosa che inserisce un tenero, "spontaneo" elemento di teen romance all'interno del film, caricandolo di ulteriori valenze. Intendiamoci, non pretendo di avere guardato Spontaneous con lo stesso occhio del pubblico a cui è diretto, ma da quasi quarantenne quello che ho visto sotto tutto il glamour accattivante di una spumeggiante messa in scena è una lieve e sanguinolenta metafora della vita in generale e del passaggio tra adolescenza ed età adulta in particolare, dove cambiamenti, tragedie, pericoli, malattie e anche problemi apparentemente meno gravi sono sempre lì, pronti a sconvolgere le giornate tranquille oppure a costringerci a cancellare i piani per un futuro che sembrava certo. L'invito del film è quello di vivere alla giornata e godersi ogni attimo, magari sbagliando, cercando di trarre il meglio da quello che abbiamo senza rovinarsi l'esistenza pensando alle cose peggiori che potrebbero capitare; purtroppo, Spontaneous è chiaro, "la merda capita", non è un film così ottimista, ma l'invito è quello di sforzarsi di far sì che questa consapevolezza non ci rovini la vita. 


Come ho scritto, tra i punti di forza di Spontaneous ci sono la leggerezza e l'ironia che non sconfinano mai nella stupidaggine fine a se stessa. Mara è sì una protagonista sopra le righe ma come adolescente è molto credibile (ecco, forse lo sono meno i suoi genitori...) e lo stesso vale per il rapporto che la lega ad amici, compagni di scuola e a Dylan, probabilmente il ragazzo più adorabile che vi capiterà mai di vedere in un film. Io che di solito vorrei scoppiarli tutti, 'sti ragazzini da film e serie TV, non vedrei l'ora di prendere la dolce faccetta di Charlie Plummer e stropicciarla come faccio con le zampine della mia gatta; il legame di Dylan con Mara è dolcissimo, ridicolo e coinvolgente, ben distante dalle dinamiche adolescenziali tanto care ad una certa fiction per adolescenti, e si rimane realmente coinvolti dal sentimento nascente che viene a crearsi tra i due. Ben lontano dall'essere stucchevole, il film si mantiene frizzante in ogni momento, dai più faceti ai più tetri, grazie a una marea di citazioni, canzoni orecchiabili, sfondamenti della quarta parete, espedienti di regia e montaggio atti a renderlo molto godibile non solo per il pubblico di teenager ma anche per quello adulto, in particolare agli amanti dell'horror che saranno molto felici di vedere sangue a secchiate, utilizzato con un senso. Adesso che Spontaneous è uscito anche in Italia, dateci un'occhiata (magari con i vostri figli dell'età giusta) perché merita davvero!

Brian Duffield è il regista e sceneggiatore della pellicola , al suo primo film dietro la macchina da presa. Americano, anche produttore, ha 35 anni.


Katherine Langford interpreta Mara. Australiana, ha partecipato a film come Cena con delitto e a serie quali Tredici, inoltre ha doppiato un episodio di Robot Chicken. Ha 24 anni.


Charlie Plummer
interpreta Dylan. Americano, ha partecipato a film come Tutti i soldi del mondo e The Clovehitch Killer. Ha 21 anni.



mercoledì 3 febbraio 2021

Ballo Ballo (2020)

L'uscita imperdibile della settimana scorsa, ahimé solo su Amazon Prime Video, è stata Ballo ballo (Explota Explota), diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Nacho Álvarez. 


Trama: dopo aver mandato a monte un matrimonio, María torna a Madrid e lì viene notata dal presentatore di un programma televisivo che le fa riscoprire un mai sopito amore per il ballo.


Era l'ottobre del 2020, forse anche prima, e tra le varie notizie che si rincorrevano relativamente al Torino Film Festival c'era la quasi certezza che ad aprire la kermesse ci sarebbe stato il musical di un regista uruguayano, interamente basato sulle canzoni di Raffaella Carrà. Potete immaginare la mia gioia alla notizia e la mia conseguente delusione quando, sul programma della versione online del festival, ho visto che di Ballo Ballo non c'era traccia. Aspetta aspetta, Explota Explota è arrivato su Amazon Prime Video e forse è meglio così: non so se, persa nel pubblico cinèfilo e un po' snob delle sciure bene torinesi mi sarei goduta il film, costretta a trattenermi dal cantare, ballare e applaudire senza freni, come invece ho fatto a casa durante una chiassosa, esilarata proiezione col Bolluomo. E considerato che Ballo Ballo è un film che fa della libertà e della trasgressione il suo punto di forza, vedere un pubblico trattenuto avrebbe dato dispiacere non solo al regista, ma anche alla sua italica musa, quella Carrà che noi piccini anni '80 abbiamo imparato a conoscere come "seria" (benché ancora un po' trash. Chi dimentica Lalla nell'isola di Tulla è complice) conduttrice di Pronto Raffaella? e dei suoi emuli ma che, in realtà, negli anni '60-'70 era diventata famosa a livello internazionale proprio grazie a testi, balli e mise per l'epoca assai audaci. Non è un caso, dunque, che Ballo Ballo sia ambientato negli anni '70 di una Spagna ancora franchista, all'interno di uno studio televisivo controllato dalle rigidissime regole del censore Celedonio Cuesta, al quale si oppone la ribellione ballerina della giovane María, che oltre ad amare la danza ha avuto anche il coraggio di lasciare sull'altare uno sposo che non era certa di amare, e non è un caso che tutti i protagonisti del film anelino alla libertà, all'amore e alla libertà di amare, con una modernità di cui la Carrà era pioniera.


Da questo punto di vista, Ballo Ballo è meno superficiale di quanto appaia. María si è allontanata dalla religione in quanto ne ha sempre visto solo l'aspetto repressivo, di contro Amparo apre il suo cuore ai miracoli di Santa Chiara, non solo ai bei ragazzi che le passano davanti, e mai una volta si ha l'impressione di un giudizio negativo nei confronti del suo essere "libertina" e "procace"; Pablo, figlio di Celedonio, si innamora di Marìa e questo gli apre gli occhi sul proprio atteggiamento nei confronti del padre in particolare e della vita in generale, Massimiliano rispetta la libertà di María e in definitiva, poiché la ama, rispetta le sue scelte. Alla fine ci sono solo due personaggi davvero negativi in Ballo Ballo, il censore e il laido presentatore, in quanto entrambi violano la libertà altrui, il primo perché la nega tout court e il secondo perché chiede un prezzo alle cosiddette Roselline per poterla mantenere. Questi temi non del tutto sciocchi vengono inseriti all'interno della cornice gioiosa, colorata e trash che ci si potrebbe aspettare da un musical basato sulle canzoni della Carrà; tra coreografie esaltanti, costumi sgargianti ed esilaranti momenti kitsch, Nacho Álvarez non dimentica nemmeno uno dei successi più conosciuti di Raffa nostra e ne aggiunge alcuni perfetti per completare la storia che personalmente non conoscevo, come per esempio la modernissima Luca (quella che mi ha colpito maggiormente), che già nel '78 poneva dubbi sulla sessualità di un uomo. Il risultato è un film trascinante ed allegro, dotato di una forza trascinante anche nei momenti più "tristi", che sicuramente in questo periodo di malumore e sconforto potrebbe funzionare come un raggio di sole per molti spettatori anche se, ovviamente, i difetti non mancano.


Gli attori, per esempio, hanno strappato a me e Mirco più di una risata e anche qualche sguardo indignato da parte sua. I giovanotti sono infatti tutti fighi da morire e se Fernando Guallar sembra un incrocio tra Ryan Gosling e Chris Evans (uccidetemi ma quella di Ballo Ballo è una better love story than La La Land, peraltro a mio avviso spesso citato nei colori degli abiti di María e in un paio di momenti "intimi" tra lei e Pablo), Giuseppe Maggio ha due occhi splendidi, il che rende Ballo Ballo uno spettacolo soprattutto per il pubblico femminile... ma non si può dire che attori e attrici siano dei mostri di recitazione, a partire dalla stessa Ingrid García-Johnsson, più brava a ballare che a recitare. C'è poi un enorme problema che nasce dal momento in cui uno spettatore italiano, com'è successo a me, vuole godersi le canzoni della Carrà nella nostra lingua, anche per fare un po' di sing-along. Il doppiaggio rispetta fedelmente i testi delle canzoni di Raffaella e il labiale ne risente, anche perché, ovviamente, in Explota Explota cantano in spagnolo, e la cosa purtroppo dà al film un aspetto raffazzonato, di adattamento e doppiaggio fatto a tirar viva, il che unito a un'abilità recitativa non proprio all'altezza, rischia di fare storcere il naso a più di uno spettatore. Io, in questo caso, me ne sono fregata: ho seguito il cuore e ho già eletto Ballo Ballo a guilty pleasure del 2021, un film antidepressivo da guardare e riguardare nei momenti di Grossa Grisi. Grazie Amazon per averlo finalmente portato in Italia!!

Nacho Álvarez è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Uruguayano, è al suo primo lungometraggio. Anche attore, ha 34 anni.


Oltre a Raffona nostra, che compare non vi dico dove, tra le guest star ce n'è una insospettabile, ovvero il regista Fede Alvarez, che è uno dei clienti del bar dove Massimiliano va a cercare María. ENJOY!

martedì 2 febbraio 2021

Run (2020)

Alcuni giorni prima delle feste di Natale ho recuperato Run, diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Aneesh Chaganty.

Trama: la giovane Chloe, afflitta da molteplici malattie che la costringono, tra le altre cose, sulla sedia a rotelle, arriva a sospettare che la madre nasconda degli oscuri segreti...


Ho cominciato Run giusto per passare un'ora e mezza ad ammirare la divina Sarah Paulson (di cui devo ancora recuperare Ratched, con calma, magari nel 2028, chissà), senza troppe aspettative e quando sono arrivata alla fine ero così in tensione che non mi ero nemmeno accorta del miracolo di averlo guardato tutto senza interruzioni né attacchi di sonno. Cosa è, in definitiva, questo "miracoloso" Run? Lì per lì parrebbe uno di quei bei thriller di una volta, una di quelle pellicole anni '90 piene di gente matta ed inquietante che fa subire le peggiori cose a persone che non se lo meritano, in realtà la sua struttura e la sua realizzazione, oltre alla presenza di due validissime interpreti, lo eleva dalla media di quelle vecchie produzioni (e vorrei ben vedere!) anche grazie ad un paio di elementi interessanti. La storia è molto simile a un Misery non deve morire: abbiamo la protagonista, Chloe, una ragazza piena di problemi di salute ma comunque felice di un'esistenza regolata nella quale riesce a gestire i suoi handicap, che a un certo punto comincia a sospettare che mamma Diane non sia così amorevole e centrata come sembra. I sospetti di Chloe nascono da piccolissime cose ma lo spettatore, vittima della malizia nell'occhio di chi "guarda", comincia a mangiare la foglia a partire da cose ancora più piccole e ha già capito che le speranze della protagonista di andare a un college non coincidono con i desideri di una madre possessiva. Non vi spoilero nulla, anzi, questo è solo l'incipit di un film che a poco a poco, sempre in maniera indiretta e scevra di spiegoni, diventa sempre più cupo ed inquietante, andando a peggiorare notevolmente la già precaria situazione di Chloe.


Quanto alla protagonista, un'aspetto interessante di Run è che la brava Kiera Allen è davvero disabile, in quanto costretta su una sedia a rotelle fin dal 2014. Al di là di un realismo meramente "fisico", che le sfumature di un personaggio così sfaccettato vengano rese da un'attrice con i medesimi problemi è confortante: Chloe non è lo stereotipo della damigella paraplegica in pericolo, bensì una ragazza intelligente e capace, piena di risorse e decisa a metterle a frutto per avere una vita normale, un desiderio "banale" che la madre non rispetta, con tutte le conseguenze del caso. Il viaggio di Chloe consiste nel recuperare il controllo della sua esistenza quando questo le viene sottratto, liberandosi da un giogo sottile e da una dipendenza talmente delicata che la rivelazione di essere, in fin dei conti, prigioniera, arriva addosso alla ragazza come una doccia fredda. Poi, ovviamente, c'è Sarah Paulson e cosa si può dire di un'attrice semplicemente perfetta per questi ruoli borderline di matta fragile alla quale basta una spintarella per andare completamente in pezzi? La seconda metà del film è un capolavoro di tensione anche grazie a lei, ai suoi sguardi, ai suoi gesti, e la sinergia con Kiera Allen arriva dritta al cuore e agli occhi dello spettatore. Run è dunque perfetto per godersi un thriller ben fatto che richiede da parte del pubblico anche un po' di attenzione e cervello, soprattutto per apprezzarne appieno le sfumature. 


Di Sarah Paulson (Diane Sherman) e Pat Healy (Tom il postino) ho già parlato ai rispettivi link.

Aneesh Chaganty è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto il film Searching. Anche produttore e attore, ha 29 anni.


Tony Revolori
, lo Zero di The Grand Budapest Hotel, è la voce dell'uomo che Chloe chiama per avere informazioni sulle medicine. Se Run vi è piaciuto recuperate Misery non deve morire. ENJOY!

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