venerdì 6 marzo 2026

Scream 7 (2026)

Come al solito, arrivo ultima alla festa ma sono riuscita finalmente a guardare Scream 7, diretto e co-sceneggiato dal regista Kevin Williamson. Niente spoiler, ovviamente. 


Trama: Sidney Prescott si è ormai rifatta una vita in un piccolo paesino, assieme alle figlie e al marito, ma un giorno qualcuno con la maschera di Ghostface torna a minacciarla...


Ormai lo avrete letto ovunque e lo saprete a memoria, quindi sarò breve. Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, a partire dal quinto capitolo della saga, avevano deciso di rinnovare il franchise, affiancando ai vecchi personaggi le sorelle Carpenter, Sam e Tara, con l'idea di farle diventare protagoniste assolute al compimento di una terza trilogia. Poi pare che Melissa Barrera, l'attrice che interpretava Sam, sia stata calcioruotata dai vertici della Spyglass per aver protestato contro il genocidio palestinese (oppure può essere che la casa di produzione abbia colto la palla al balzo per accontentare il fandom, a cui Sam è sempre stata invisa come personaggio); giustamente, una Jenna Ortega sulla cresta dell'onda ha mandato a fanculo la produzione approfittando dei lauti compensi Netflixiani e Burtoniani, e quando il potenziale nuovo regista Christopher Landon ha ricevuto minacce di morte nel caso avesse messo mano al settimo film, è rimasto solo Kevin Williamson. Tanti saluti, dunque, al character study di Sam, al suo lato oscuro, a tutte le suggestioni seminate dagli ex Radio Silence nel corso della loro gestione, a un percorso originale che, dialogando con le pellicole dirette da Wes Craven, ne riaggiornava i temi alla mentalità odierna, rimanendo sempre, deliziosamente, metacinematografici. L'unico modo per salvare la baracca è stata riempire di soldi Neve Campbell per farla tornare e rivolgersi a Kevin Williamson che, per chi non lo sapesse, è colui che ha scritto i primi due film e il quarto, rimanendo comunque legato al franchise in vesti di produttore. Di fronte ad un simile pasticcio produttivo, è accaduto l'inevitabile: l'operazione è stata condotta nel modo più banale e "vecchio" possibile, cavalcando l'onda di una nostalgia stantia e buttando tutto in caciara nel finale più brutto dell'intera saga. L'azione si sposta da Woodsboro (dov'è ambientato un inizio interessante e completamente fuorviante per chi si aspettava chissà cosa dalla trama) alla piccola cittadina dove Sidney ha deciso di lasciarsi alle spalle il passato assieme al marito e alle tre figlie. In realtà, due figlie vengono tolte subito dall'equazione e daffidate alla nonna, perché i riflettori si posano sul rapporto tra Sidney e la figlia adolescente Tatum, la quale viene tenuta all'oscuro dalla madre relativamente a tutto ciò che riguarda il suo traumatico passato. Tatum conosce Sidney solo attraverso la saga cinematografica Stab, che ne ha romanzato la vita, ed è frustrata perché crede che la madre la ritenga debole ed inaffidabile, bisognosa di protezione, ben diversa dall'adolescente cazzuta sopravvissuta ben cinque volte a Ghostface. 


La scelta di Sidney si rivela poco accorta in quanto, ad un certo punto, Ghostface torna e punta proprio Tatum e i suoi amici, in un costante gioco di rimandi (visivi, di sceneggiatura e persino di colonna sonora) ai film usciti negli anni '90 e diretti da Wes Craven. Il recente reboot non viene proprio spazzato sotto il tappeto, e l'assenza di Sidney dal sesto capitolo si rivela uno degli snodi fondamentali della trama, però è palese fin dall'inizio che ciò che importa a Williamson è stabilire l'eredità di Sidney, la sua unicità all'interno non solo della saga, ma del genere slasher tutto: i Ghostface sono andati e venuti, in una girandola di nomi e facce, l'unica costante è rimasta Sidney, persino quando ha deciso di mandare a stendere Gale, Sam e Tara, e lasciarle sole a New York, in balia dei nuovi killer. E questo è l'unico aspetto interessante di un film che aspira alla "modernità" tirando in ballo l'AI e i deep fake come mero escamotage narrativo, a mio avviso sfruttato in maniera poco accorta e raffazzonata, e che pur di non osare l'inosabile prende la rincorsa verso un finale frettoloso e, posso dire?, imbarazzante. Se dicessi che non mi sono divertita, mentirei, ma se Scream mi ha intrattenuta anche stavolta è solo perché il mio cervello è partito per la tangente infilando la gente più improbabile sotto la maschera di Ghostface (se volete, ne parliamo nei commenti). Fortunatamente, bisogna anche dire che Scream 7 gode di un paio di omicidi che se la giocano alla pari con i migliori della saga, uno in particolare molto fantasioso, e che Neve Campbell nei panni di Sidney continua a non perdere smalto. Scream 7 è la perfetta cartina al tornasole di come i volti nuovi sono sì bellini, ma tutti uguali e poco interessanti (in questo frangente, Jasmin Savoy Brown e Mason Gooding sono talmente svogliati che potrebbero anche non esserci e Isabel May non ha nemmeno un'oncia del carisma della sua madre cinematografica), e di come non tutti riescano ad invecchiare con grazia. La Campbell ce la fa, la Cox compensa diventando sempre più scoglionata e volgare (quindi adorabile), la saga invece sta diventando bolsa come il povero Skeet Ulrich, costretto a promuovere il film in lungo e in largo e a rilasciare improvvide interviste che fomentano solo il nervoso per ciò che poteva essere e invece è stato sacrificato al fandom e al Dio denaro. Scream 7 sta andando benissimo al box office internazionale, ma in tutta sincerità spero che a nessuno venga in mente di girare un ottavo film, a meno di non far tornare Sam, perché a me pare che ormai questa saga non abbia più nulla da dire. Staremo a vedere!


Di Neve Campbell (Sidney Evans), Courteney Cox (Gale Weathers), Joel McHale (Mark Evans), Mckenna Grace (Hannah Thurman) e Ethan Embry (Marco) ho parlato ai rispettivi link.

Kevin Williamson è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto anche Killing Mrs.Tingle. Anche produttore e attore, ha 61 anni. 


Jasmin Savoy Brown
e Mason Gooding tornano, rispettivamente, nei panni di Mindy e Chad. Celeste O'Connor, che interpreta Chloe Parker, era la Lucky di Ghostbusters: Legacy e Ghostbusters - Minaccia glaciale mentre Asa Germann, che interpreta Lucas Bowden, era nel cast di Gen V come Sam Riordan. Nelle intenzioni di Matt Bettinelli-Olpin Tyler Gillett, Patrick Dempsey sarebbe dovuto tornare nei panni del Detective Mark Kincaid, ma alla fine è stato creato un personaggio ex novo (con lo stesso nome e una professione simile ma vabbè, dai). Chi invece si è chiamato fuori dopo avere ricevuto minacce di morte a seguito del licenziamento di Melissa Barrera, pur non entrandoci nulla, povero cristo, è il regista Christopher Landon, che era stato raccomandato dallo stesso Williamson. Se siete arrivati al settimo film dovreste ormai saperlo, ma la saga di Scream si compone di Scream, Scream 2, Scream 3, Scream 4, Scream (2022) e Scream VI; se il genere vi piace, recuperateli e aggiungete anche Scream: la serie. ENJOY!


mercoledì 4 marzo 2026

2026 Horror Challenge - Prevenge (2016)

La challenge horror di oggi voleva un film uscito nel 2016. Ho così recuperato Prevenge, diretto e sceneggiato dalla regista Alice Lowe.


Trama: Ruth, incinta e quasi in procinto di partorire, persegue una tenace vendetta verso i responsabili della morte del compagno...


Prevenge
era uno di quei film che avevo nella watchlist appunto dal 2016, perché ricordo, sebbene vagamente, che in molti ne avevano parlato bene. Meglio tardi che mai, quest'anno snobbo per mancanza di tempo degli anniversari importanti, ma se non altro sono riuscita a festeggiare i dieci anni di un film che rientra nel genere "gravidanze da incubo". Ruth è molto incinta, nel senso che le manca davvero poco per partorire, ma la sua non è una gestazione tranquilla. Il suo compagno è morto il giorno esatto in cui lei ha scoperto di essere in attesa di un bambino e quando la incontriamo sta cominciando a compiere la sua vendetta, guidata da una voce inquietante ed insospettabile: quella della figlia che porta in grembo. Vittima di un doppio shock, la psiche di Ruth si è scissa, trasformando l'essere sconosciuto che porta in grembo in un'eminenza grigia dalla vocetta querula e dall'insaziabile appetito per il sangue, un'Erinni vendicativa che la spinge ad uccidere i colpevoli della morte del papà. Come dice a un certo punto l'ostetrica, Ruth non ha il controllo delle proprie azioni o, meglio, la sua razionalità è stata completamente spazzata via dal dolore, dalla paura, dalla solitudine e dagli ormoni; la maternità la terrorizza perché apre a mille possibilità sconosciute e ad un futuro incerto, a decisioni scomode che Ruth, inconsciamente, decide di evitare convincendosi di essere "posseduta" dalla figlia. La sceneggiatrice e regista Alice Lowe, che interpreta Ruth, probabilmente ha scelto di dare voce a tutta una serie di problemi sociali che una donna incinta si ritrova a dover affrontare (non ultimo quello di venire guardata con sospetto nei posti di lavoro) e anche alla sua paura di essere considerata un mero accessorio del bambino, definita solo come "madre", prima ancora che come persona. Tutto sommato, infatti, le vittime della furia vendicativa di Ruth, pur essendo deprecabili ed egoisti quanto si vuole, sono degli sfigati imbarazzanti ed è la neonata a trasformarli in mostri, dimostrando un invidiabile disprezzo verso tutto il genere umano. 


Anche in virtù dei ragionamenti adulti e sferzanti della neonata, Prevenge rientra di diritto nel genere della commedia horror. Le situazioni che Ruth si ritrova ad affrontare sono grottesche e i colpevoli della morte del compagno sono esempi di un'umanità imbarazzante, davvero troppo stupidi per vivere; gli esempi più eclatanti, e tristemente familiari, per inciso, sono il deejay quasi cinquantenne che si crede un ragazzino sciupafemmine e tratta da schifo la mamma malata di Alzheimer vivendole in casa, e la donna in carriera che si arrampica sugli specchi per "indorare" la pillola a una donna incinta e palesemente sgradita sul posto di lavoro. Ci sono anche molti momenti cupi, durante i quali la risata muore sul nascere, e il personaggio di Ruth, nella sua triste solitudine, fa molta pena nonostante il cammino sanguinoso intrapreso. Alice Lowe dosa molto bene questi due registri, senza mai esagerare in un senso o nell'altro, e stempera situazioni particolarmente pesanti con del sano splatter, talvolta catartico altre meno (in maniera assai intelligente, però, le poche persone che non meritano di morire vengono eliminate rigorosamente off screen). Come interprete, l'attrice incarna una donna senza grandi pregi o difetti, né a livello estetico né caratteriale, aiutando lo spettatore ad identificarsi con lei e ad empatizzare con la sua situazione, e il resto del cast, pieno di ottimi caratteristi, le dà man forte, aprendo squarci su una triste realtà fatta di povertà, precariato, sesso facile ma ben poco soddisfacente e squallore diffuso, con ben poco spazio per umanità e gentilezza. Come ben diceva la neonata Julie in Senti chi parla 2: "Che schifo la vita!". Forse è davvero meglio rimanere nascosti nel grembo materno e lasciare a mammà il lavoro sporco! 


Della regista e sceneggiatrice Alice Lowe, che interpreta Ruth, ho già parlato QUI mentre Kate Dickie, che interpreta Ella, la trovate QUA.


Kayvan Novak
, che interpreta Tom, è uno dei protagonisti della serie What We Do in the Shadows. Il film in bianco e nero continuamente citato è Delitto senza passione, del 1934. Cercatelo, perché potrebbe trovarsi gratuitamente nell'Internet Archive. ENJOY!

martedì 3 marzo 2026

Rental Family (2025)

Questa settimana mi sono presa una pausa dalla Oscar death race per recuperare Rental Family, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dalla regista Hikari.


Trama: Phillip è un attore sul viale del tramonto, il quale vive a Tokyo da sette anni. Un giorno accetta un ingaggio presso un'agenzia che fornisce persone in affitto, per gli scopi più disparati...


Benché da anni mi interessi alla società giapponese, non avevo mai sentito parlare del fenomeno "Rent a Family", che esiste sin dagli anni '90. In pratica, il "Rent a Family" è l'evoluzione (o l'involuzione) delle società che un tempo fornivano persone per fare numero ad eventi di qualsiasi genere, e che ora si sono specializzate nell'offrire compagnia (mai di tipo sessuale) per ogni genere di necessità: finti fidanzati, amici, genitori, figli, accompagnatori, insomma tutto ciò che può servire per superare quell'alienazione che purtroppo è parte integrante della società nipponica, dove tutto dev'essere, all'apparenza, perfetto ed irreprensibile. Nonostante sia stato tacciato di grondare eccessiva melassa, Rental Family sottolinea molto questo aspetto triste del Giappone, diffuso soprattutto nelle grandi città. Vuoi per le dimensioni spropositate delle metropoli, vuoi per la natura stessa di una società che inquadra le persone fin dalla più tenera età e le costringe, fondamentalmente, ad allacciare rapporti di collaborazione temporanea/lavoro più che di amicizia, mettendole davanti ad un'enorme pressione e un conseguente stress, ci sono tantissimi individui in Giappone che vivono soli, vittime di giornate sempre uguali che si trascinano perse nella folla senza volto. Questo, nel film, succede a Phillip, gaijin privo di uno scopo e straniero in terra straniera, ma anche ai suoi colleghi di lavoro, che offrono "famiglie in affitto" senza riuscire a crearne una, nemmeno all'interno di un'azienda formata da tre persone in croce. Inoltre, al di là dell'ovvia trama "formativa" e a lieto fine, Rental Family pone scomode domande sulle conseguenze psicologiche di un simile servizio, non solo per chi ne usufruisce, ma anche per chi lo offre. Il film non indaga troppo su potenziali risvolti pericolosi (anche se ci vengono mostrati sprazzi di psicosi, masochismo, violenza fisica e verbale), però solleva molti dubbi sull'eticità di un servizio basato essenzialmente su una bugia, per quanto raccontata a fin di bene, soprattutto quando l'utilizzo degli attori coinvolge non solo il richiedente, ma anche altre persone. Insomma, un conto è richiedere la presenza di una/un dama/o di compagnia per affrontare la solitudine e sfogarsi, trovando magari più comodo aprire il proprio cuore ad uno sconosciuto da plasmare a nostro piacimento, un altro è usare queste persone per influenzare l'opinione o la vita altrui, soprattutto quando il rapporto lavorativo si protrae nel tempo, e rischia di non essere più così superficiale.


La sceneggiatura di Hikari e Stephen Blahut, lieve e malinconica, si tiene ben lontana dalla mielosa zuccherosità anche quando le situazioni mostrerebbero il fianco al melodramma, e asseconda invece una commozione e un divertimento lievi, quasi garbati. Lieve e garbata è anche l'interpretazione di Brendan Fraser, un gigante buono con l'espressione perennemente corrucciata, quella di chi si sente in dovere di scusarsi per la sua stessa esistenza; in realtà, lo sguardo dell'attore veicola tantissima solitudine e lo spaesamento di un gaijin che potrà anche vivere cent'anni in Giappone, ma non riuscirà mai a cogliere le mille sfumature di una società fuori dalla portata degli occidentali. L'atteggiamento di Fraser, comunque, indica che non smetterà di provarci, vittima di un fascino e di una curiosità talvolta "infantile" ma mai irrispettosa, che brilla intensa negli occhi azzurri dell'attore e che viene veicolata dalla regia di Hikari, la cui consapevolezza nipponica gioca, furbescamente, con la fascinazione dello spettatore occidentale. La regista, nata ad Osaka, rifugge quelle rappresentazioni di Tokyo e del Giappone tipiche dei registi "stranieri", spesso imperniate su immagini notturne, postmoderne, e, pur non rinunciando a un paio di scorci molto turistici, ambienta la maggior parte del film di giorno, in zone poco conosciute, alternando prosaiche rappresentazioni di una triste, grigia vita quotidiana a magici festival di strada e mistici boschi che nascondono piccoli templi antichi. Inutile dire che, se il vostro cuore palpita per andare in Giappone (o se ci siete già stati ma non vedete l'ora di tornare), la visione di Rental Family ve lo spezzerà, alimentando il desiderio di recarvi in zone meno battute, dove respirare l'essenza più vera di quella splendida terra. Per quanto mi riguarda, ammetto di avere pianto più per la nostalgia che per il film in sé, comunque molto bello e degno di almeno una visione!  


Di Brendan Fraser, che interpreta Phillip Vanderploeg, ho già parlato QUI.

Hikari (vero nome Mitsuyo Miyazaki) è la regista e co-sceneggiatrice del film. Giapponese, ha diretto film come 37 Seconds ed episodi di serie quali Lo scontro. Anche produttrice, attrice, montatrice e direttrice della fotografia, ha 50 anni.


Non l'ho mai visto ma mi si dice che, se l'argomento "famiglie in affitto" vi interessa, dovreste recuperare Family Romance LLC di Werner Herzog. ENJOY!

venerdì 27 febbraio 2026

Mother of Flies (2025)

Oggi vi parlo di Mother of Flies, il nuovo film diretto e sceneggiato nel 2025 dalla Adams Family.


Trama: la giovane Mickey ha un cancro in stadio avanzato e pochi mesi di vita davanti. Come ultima spiaggia, si reca assieme a suo padre da una strega che afferma di poterla guarire in tre giorni...


Mother of Flies
era un horror che aspettavo col fiato sospeso, perché gli Adams mi piacciono molto, anche quando la loro poetica non rientra propriamente nelle mie corde. Adoro questa famiglia di matti, perché riescono a tirare fuori film splendidi da budget tutto sommato risicati, trasformando il set in un affare di famiglia da prendere dannatamente sul serio, dove ogni membro dirige, scrive, monta, fotografa, recita, crea persino la musica. Mother of Flies, in particolare, ha anche una grossa componente autobiografica. Sia John che Toby hanno avuto dei tumori e la loro figlia, Zelda, è stata diagnosticata con la sindrome di Lynch, una condizione genetica che rende il cancro, soprattutto al colon o all'endometrio, ereditario e quindi più prono a manifestarsi. Per esorcizzare i loro demoni, gli Adams li hanno portati sullo schermo e hanno scelto di raccontare la storia di Mickey, studentessa vittima di un cancro allo stadio terminale, che si rivolge a una necromante per tentare di guarire. Il film inscena un rapporto con la vita e la morte assai complesso, un dualismo racchiuso interamente nella figura della necromante Solveig; da un lato, la donna sembra vivere in comunione con la natura e coi suoi ritmi, dall'altro, le arti che padroneggia hanno a che fare con i morti e la loro resurrezione, con sangue e dolore. All'interno di monologhi scritti con stile estremamente poetico, la donna afferma più volte la sua intenzione di ingannare la morte per rubarle la vita, ma parla anche di corteggiare la morte, di amarla, di accettarla, così da instillare in essa un battito vitale. E proprio accettare la morte come parte inevitabile della vita è ciò che accomuna le due donne, perché anche se Mickey, ovviamente, vuole combattere il cancro e debellarlo, lo fa con la serena consapevolezza di potere perdere la battaglia e di avere comunque vissuto. Suo padre, Jake, viene tenuto inevitabilmente fuori dal legame tra Mickey e Solveig, perché l'uomo è terrorizzato all'idea che Mickey possa morire e si trincera dietro un atteggiamento vittimista ed infantile che gli guadagna, fin da subito, il disprezzo della necromante. Come già accadeva in Hellbender, il film mette in risalto il terrore ipocrita delle persone verso chi detiene la conoscenza, e quindi il potere, un'emozione che spesso diventa una condanna a morte per questi individui più unici che rari; Solveig padroneggia arti oscure e sacrileghe, ma la sceneggiatura non la connota mai come un mostro, bensì lascia che siano gli occhi degli altri personaggi a mostrarcene tutte le sfaccettature, così da permetterci di trarre le nostre conclusioni personali.


Neanche a dirlo, Toby Poser è una Solveig perfetta. Il suo aspetto rustico è quello che ci si aspetterebbe da una donna misteriosa, che vive a contatto con la natura e con un piede nella stregoneria, e la sua voce bassa e melodiosa è il veicolo ideale del poetico monologo che spesso accompagna le sequenze del film, intervallandosi a melodie scritte e messe in musica dagli stessi Adams. Una poesia elegante e macabra, che completa e carica di nuovi significati immagini decisamente forti, che non risparmiano granché allo spettatore: tra donne riprese di schiena mentre copulano in mezzo al sangue e ai cadaveri, fluidi corporei di varia natura, animaletti ben poco graziosi, pasti disgustosi e rovi appuntiti che si fanno strada dentro le parti più morbide e sensibili del corpo umano, c'è da distogliere gli occhi dallo schermo e andare a farsi un giro. C'è però anche tanta bellezza, riscontrabile nelle riprese della lussureggiante vegetazione che circonda la casa di Solveig e anche nella sua stessa dimora (che non a caso è il cottage sulle Catskills degli stessi Adams, rimaneggiato dagli effetti speciali di Trey Lindsay), fatta di radici e rami intrecciati, con stanze dove gli alberi e il muschio prendono il posto dei letti, se si è fortunati... altrimenti tocca accontentarsi di rovi pericolosi. All'interno del panorama dell'horror mondiale è raro trovare artisti coerenti e, soprattutto, abili come gli Adams, che riescono a portare avanti l'amore per un cinema artigianale, personale e affascinante; la coesione del loro nucleo familiare traspare in ogni loro film e si fa ancora più evidente in questo Mother of Flies, emozionante come non era stato il pur interessante Where the Devil Roams, e un bel ritorno alle atmosfere di Hellbender che, ad oggi, rimane il loro film che preferisco. 


Dei registi  e sceneggiatori John Adams (che interpreta anche Jake), Zelda Adams (Mickey) e Toby Poser (Solveig) ho già parlato QUI.


Se Mother of Flies vi fosse piaciuto recuperate Hellbender, Mandrake Fréwaka . ENJOY!


mercoledì 25 febbraio 2026

Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (2025)

Pur non avendone mai sentito parlare fino a una settimana fa, domenica sono andata a vedere Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (Dead Man's Wire), diretto nel 2025 dal regista Gus Van Sant.


Trama: Richard Hall, presidente di una società di prestiti, viene preso in ostaggio da Tony Kiritsis, furibondo per essere stato, a suo dire, truffato da Richard e dal padre...


Come ho scritto all'inizio, non avevo mai sentito parlare de Il filo del ricatto ma, complici un paio di recensioni più che positive scorte sulla homepage di Facebook e il fatto che il film fosse in programmazione al cinema d'essai, domenica sono andata a vederlo. Oltre a non avere mai sentito parlare del film, ovviamente non conoscevo nemmeno la storia vera che lo ha ispirato, ovvero quella di Tony Kiritsis e del suo momento di "gloria" mediatica. Kiritsis, negli anni '70, aveva acquistato un terreno per venderlo allo scopo di farci costruire sopra un centro commerciale ma, dopo qualche tempo, si era ritrovato senza acquirenti ed impossibilitato a ripagare il mutuo e i relativi interessi richiesti dalla società di prestiti di M.L. Hall. Disperato e furibondo perché, a suo dire, la società aveva lavorato attivamente per dissuadere eventuali acquirenti e metterlo così in ginocchio, Kiritsis un giorno si è recato nell'ufficio di M.L. Hall e lì ha sequestrato il figlio Richard, immobilizzandolo con il "filo dell'uomo morto"; in pratica, ha messo un cappio d'acciaio attorno al collo di Richard, legando l'altra estremità al grilletto di un fucile a canne mozze, così che, nell'eventualità di un intervento della polizia, della fuga di Richard o della morte di Tony, il fucile avrebbe sparato uccidendo l'ostaggio. Sorvolando per un attimo sulla natura arzigogolata ma efficace e decisamente ansiogena del metodo di prigionia, ciò che è interessante ne Il filo del ricatto è la totale sospensione del giudizio di una sceneggiatura assai equilibrata. Nonostante il titolo italiano dia alle azioni di Tony una palese accezione negativa, il film invece non le condanna, così come non condanna Richard, e lascia che sia lo spettatore a trarre le conclusioni e a parteggiare per uno, per entrambi, o per nessuno. Certo è che la storia di Tony precorre tantissimi fatti di cronaca recenti, nati in una situazione sociale di miseria ed ingiustizia che spinge alla rivalsa sociale con metodi violenti e (razionalmente) discutibili, ma di cui è molto difficile e persino ipocrita criticare i motivi. Il film non ci conferma, al 100%, che gli Hall avessero usato il loro nome e il loro prestigio per far sfumare l'affare di Tony e guadagnarci dei bei dollari, ma neppure asserisce il contrario, tant'è che per qualche mese Kiritsis è stato salutato dalla gente comune come un novello Robin Hood, o come un rivoluzionario in lotta contro il potere. D'altra parte, sceneggiatura e regia si guardano bene dal dipingere l'ordalia di Richard Hall come una passeggiata di salute. Nonostante Hall non abbia riportato ferite fisiche, il film sottolinea la terribile portata psicologica che ha avuto la vicenda sull'uomo, il terrore e lo stress subiti per tre giorni consecutivi, sensazioni che si trasmettono chiare allo spettatore, in barba al "fascino" esercitato da Kiritsis.  


Van Sant
sottolinea l'importanza, già negli anni '70, dei media audiovisivi per influenzare l'opinione del pubblico e confeziona un film in cui l'aspetto thriller affidato alle difficili interazioni tra Kiritsis e Hall lascia spesso spazio alla voce suadente del deejay preferito dal sequestratore, e ad una lotta serrata tra emittenti televisive e reporter a caccia di scoop e gloria. Come mostrato nei titoli di coda, durante i quali scorrono le sconvolgenti immagini dei protagonisti reali della vicenda, la volontà di Kiritsis era quella di mettere su uno show, di far fruttare i suoi "5 minuti" di fama per fare arrivare la sua versione della storia a quante più persone possibili e trascinare così nel fango il buon nome degli Hall. La frase "è un gran casino", reiterata dalla polizia fino allo sfinimento, è emblematica dell'efficacia del piano di Kiritsis, atto in primis a portare caos, a scuotere le coscienze, a costringere la giustizia ad andarci con i piedi di piombo, non tanto per l'incolumità dell'ostaggio, quanto per il dubbio insinuato dalla ragionevolezza delle accuse del sequestratore. Questo stesso "casino", ricercato e calibrato da una sceneggiatura perfetta, priva di sbavature, si fa strada nell'animo dello spettatore, che non sa cosa aspettarsi da Il filo del ricatto. Il film ha spesso un tono grottesco, da commedia, eppure alcuni momenti gelano il sangue nelle vene e, onestamente, a un certo punto ho creduto davvero che la testa di Richard sarebbe finita vaporizzata in una nuvola di sangue e ossa. Gran parte del merito va anche agli attori. Nel trafiletto finale leggerete che Nicolas Cage era il primo in lizza per il ruolo di Kiritsis, ma sarebbe stato un danno enorme per il film, perché il suo overacting avrebbe trasformato Tony in un matto col botto. Affidare il personaggio a Bill Skarsgård significa invece puntare tutto sulla sottile inquietudine che trasmette lo sguardo allucinato dell'attore, e sulla sua capacità di essere istrionico senza esagerare, folle ma contenuto, un uomo comune dal fascino magnetico. Skarsgård si completa alla perfezione con Dacre Montgomery, che invece offre un'interpretazione trattenuta ed angosciante; mentre Al Pacino, nei panni del padre, è giustamente una merda patentata al limite del macchiettistico, Montgomery interiorizza orgoglio e terrore, viene fiaccato non solo dall'esperienza fisica ma anche dallo stress mentale di un dubbio logorante, quello di essere in errore, di essersi scavato la fossa facendo quello che pensava fosse il compito, senza troppe cerimonie, di un usuraio abituato a ragionare in interessi, non in "persone". L'unica nota negativa di un film che vi consiglio di correre a vedere è il doppiaggio italiano. Con tutto il bene che voglio a Mario Biondi, fargli doppiare Colman Domingo è un insulto alla splendida, calda voce di un attore che ho conosciuto e amato guardandone i film in lingua originale. Ho fatto fatica a non uscire dopo i primi minuti, sono sincera, quindi, se possibile, cercate una sala che abbia gli spettacoli in v.o. Mi ringrazierete. 


Del regista Gus Van Sant ho già parlato QUI. Bill Skarsgård (Tony Kiritsis), Dacre Montgomery (Richard Hall), Al Pacino (M.L. Hall), Colman Domingo (Fred Temple) e Cary Elwes (Michael Grable) li trovate invece ai rispettivi link.


Myha'la
, che interpreta Linda Page, era nel cast di Bodies Bodies BodiesNicolas Cage doveva interpretare Tony Kristis, con Werner Herzog come regista, ma quando le riprese sono state rimandate di un anno l'attore aveva già l'agenda piena e Herzog non era interessato a realizzare il film senza di lui. ENJOY!


martedì 24 febbraio 2026

2026 Horror Challenge: Bedevilled (2010)

La horror challenge della settimana chiedeva la visione di un film in lingua non inglese. La scelta è caduta su Bedevilled (Kim Bok-nam salinsageonui jeonmal), diretto nel 2010 dal regista Cheol-soo Jang e, al momento in cui scrivo, disponibile gratuitamente su Plex.


Trama: una fredda impiegata di banca viene costretta a prendersi un periodo di vacanza e torna sull'isola dov'è nata e cresciuta. Lì, ritrova un'amica d'infanzia costretta quotidianamente a subire soprusi e violenze fisiche e psicologiche...


Bedevilled
si apre come il Drag Me to Hell di Sam Raimi. Hae-Won è un'integerrima impiegata di banca che, con freddo disprezzo, rifiuta un prestito a un'anziana signora dimessa, che si trascina appresso un carretto pieno di documenti. Logico pensare che la signora la maledica, invece no, perché Hae-Won riesce ad attirarsi le maledizioni già da sola, in quanto vive una vita egoista e solitaria, dove ogni problema altrui viene ignorato per evitare di finirci in mezzo (Hae-Won rifiuta di testimoniare per un caso di omicidio in cui le sue dichiarazioni farebbero finire in carcere gli aguzzini di una povera ragazza). Messa in vacanza forzata dopo un'alterco con una collega, Hae-Won decide di tornare sull'isola dov'era nata e cresciuta e lì comincia l'orrore tutto umano di Bedevilled. Ad attenderla c'è l'amica d'infanzia Kim Bok-Nam, la quale ogni giorno è costretta a vivere un inferno in terra. All'interno della comunità chiusa dell'isola, dove il potere patriarcale viene avvallato da donne anziane il cui unico scopo è mantenere i ruoli tradizionali, Kim Bok-Nam viene quotidianamente stuprata, picchiata, insultata e costretta a fare i lavori più umili e degradanti dagli unici due esemplari di "maschio alfa" rimasti sull'isola, oltre che dai pochi uomini esterni che hanno mantenuto un legame con l'isola. In un perverso reiterare un passato di violenze e soprusi considerato l'unico possibile per una donna, le vecchiacce mefitiche approvano ogni azione del marito di Kim Bok-Nam e del fratello, dimostrando un'invidiabile ipocrisia, visto che nel frattempo i loro mariti sono o morti o rincoglioniti, lasciandole libere di vivere sulle spalle dell'unica donna giovane rimasta sull'isola. L'arrivo di Hae-Won riaccende nel cuore di Kim Bok-Nam la speranza mai sopita di poter, un giorno, scappare assieme alla figlioletta e andare a Seul, anche per evitare alla piccola un terrificante futuro. Bianca come la neve, elegante, ricca e raffinata, Hae-Won appare come un'angelo salvifico agli occhi della donna, vittima di un'illusione (anche d'amore) perpetuata fin dall'infanzia, alimentata da un senso di inferiorità nei confronti di una persona "superiore" a livello sociale; in realtà, all'egoista Hae-Won non può fregare di meno di Kim Bok-Nam. Anzi, la sua presenza sull'isola, foriera di brame oscure, invidie e di un rinnovato desiderio di libertà e giustizia, è l'elemento di disturbo che spezzerà un'equilibrio molto precario e condurrà i protagonisti ad un'inevitabile, sanguinosa tragedia. Molto sanguinosa.     


Se, infatti, la prima parte di Bedevilled è girata come un dramma (disgustoso quanto volete, pieno di sequenze raccapriccianti a livello psicologico), inizialmente ambientato nella giungla cittadina e poi nel claustrofobico ambiente di un'isola bruciata dal sole, invasa dalle sterpi e circondata da infide scogliere,  i toni diventano quelli dell'horror estremo quando qualcosa nella mente di Kim Bok-Nam si spezza. Quella di Bedevilled, però, non è una violenza catartica. Il "good for her" ha il suono di una sconfitta, l'ultimo atto disperato di una donna che ha visto spegnersi l'unica luce all'interno della sua vita e che, di conseguenza, vuole vomitare sul mondo lo stesso buio che l'ha inghiottita, estirpando le inutili erbacce che la circondano e la soffocano. Valenza diversa ha la violenza finale, quella rivolta verso Hae-Won. Dai suoi compaesani Kim Bok-Nam non si aspettava nulla e, per quanto feroce, la sua ribellione è quasi distaccata, una necessità legata alla sopravvivenza. Hae-Won, invece, l'ha tradita nel modo peggiore, voltandole la schiena per viltà e spirito di autoconservazione, come già accaduto più volte in passato; sul finale, la profondità della colpa di Hae-Won viene messa nero su bianco dalle impietose, malinconiche inquadrature di lettere vergate con scrittura infantile, in cui l'amica di un tempo chiede inutilmente alla ricca cittadina un aiuto, per sé e per la figlia. Bedevilled è un'opera deprimente, fredda, che entra sottopelle ponendo allo spettatore domande scomode, anche prima di esplodere in una violenza granduignolesca, tipica di un certo genere di cinema asiatico. Non è un'opera per tutti e, arrivati alla fine, la cupezza del film non vi abbandonerà tanto presto, ma se vi piace il genere merita di sicuro una visione. Ci vuole però un po' di cautela nel maneggiarlo, ecco.  

Cheol-soo Jang è il regista del film. Sud-coreano, ha diretto film come Secretly, Greatly e Servire il popolo. Anche sceneggiatore e produttore, ha 52 anni.



venerdì 20 febbraio 2026

Cime tempestose (2026)

Martedì sono finalmente andata al cinema a vedere un film che mi incuriosiva parecchio, Cime tempestose (Wuthering Heights), diretto e sceneggiato dalla regista Emerald Fennel a partire dal romanzo omonimo di Emily Brontë.


Trama: Cathy ed Heathcliff passano l'infanzia assieme, uniti da un sentimento di reciproco amore mai confessato. La situazione precipita quando il ricco Edgar Linton si stabilisce nei pressi di Wuthering Heights e si innamora di Cathy...


Cime tempestose
mi ha incuriosita fin dall'inizio, in virtù del taglio molto "Harmony" che traspariva dai primi poster e dal trailer, roba da fare rabbrividire tutti gli amanti della Brontë. Siccome le due opere precedenti della Fennel mi erano piaciute, la prima più della seconda, mi ero detta che l'operazione da lei condotta non poteva certo essere così banale. Poi sono piovute recensioni che hanno stroncato, quasi all'unanimità, Cime tempestose, al punto che uno dei critici italiani più blasonati è arrivato a definirlo "il film peggiore dell'anno, nonostante si sia appena a Febbraio". Ora, con tutto il rispetto, il signore che non nomino mi pare ormai un po' senile, o forse non ricorda cosa siano i brutti film, che da qui a definire "brutto" Cime tempestose ne passa. Quel che è certo è che, probabilmente, tra tutte le opere di Emerald Fennel è quella che, al momento, mi è piaciuta meno, perché mi ha dato l'impressione di essere poco più di un feuilletton assai patinato, benché non sciocco come possa apparire a una prima occhiata. A me è sembrato che la Fennel abbia voluto raccontare la "sua" versione di Cime tempestose, esplicitando a chiare lettere la propria poetica per mezzo del personaggio di Isabella, la quale viene introdotta mentre "impone" ad Edgar l'appassionato resoconto (riportato a modo suo) di una storia d'amore fittizia che l'ha travolta, quella di Romeo e Giulietta. A sua volta, la Fennel, sostituendosi alla narratrice inaffidabile del romanzo, racconta la storia d'amore di Cathy ed Heathcliff, liberandola da (quasi) tutte le sottotrame presenti nell'opera della Brontë e presentandola come la storia di un sentimento totalizzante tra due animi orgogliosi, che non riescono a vivere l'uno senza l'altra ma arrivano comunque a distruggersi per punirsi a vicenda di colpe mai commesse. Nel film della Fennel non esiste una "seconda generazione", il legame tra Cathy ed Heathcliff non si compie attraverso una gioventù più innocente, ma si consuma in tutta la sua passione nel presente, in maniera, se posso permettermi, molto più verosimile, per quanto sicuramente meno poetica. In breve, la Fennel reimmagina Cime tempestose come se lo stesse raccontando con tutto l'entusiasmo di una fan non tantodell'opera, quanto dei due protagonisti, anche rendendo esplicito qualcosa che nel romanzo non c'è ma, tutto sommato, potrebbe essere anche solo stato omesso "per verecondia" (di una narratrice, ribadisco, inaffidabile e pudica). Pertanto, criticare la regista per il mancato rispetto dell'opera, a mio avviso, lascia il tempo che trova. 


Per quanto mi riguarda, ho un problema a monte con Cime tempestose. Ho sempre trovato il romanzo una discreta mattonata sulle palle e di Heathcliff e Cathy non mi è mai fregato nulla, né a18 anni né dopo averlo riletto l'anno scorso. La sceneggiatura della Fennel ha di buono che smussa un po' gli spigoli di due personaggi talmente insopportabili da fare il giro, rendendo Cathy più bisbetica che Algida Stronza (TM) e privando Heathcliff della natura di mostro detestabile che mostra nel romanzo. Vero è, però, che Heathcliff ne esce depotenziato in generale, e l'idea che mi ha dato è quella di un cagnolino bastonato che rialza la testa per mordere nei momenti sbagliati, quando invece avrebbe dovuto limitarsi a "brillare" come selvaggio ammaliatore graziato dal fascino gitano e l'appetito sessuale di un Kinski's Paganini qualsiasi. E su questa nota di colore, direi che è giunto il momento di onorare Lucia sottolineando quanto mi abbia divertito e fatto ridere Cime tempestose. Non so se ogni risata fosse voluta al 100%, o se ho il cervello ormai deviato dagli horror e sono riuscita a cogliere una natura tragicomica dove magari non esisteva. Sicuramente, lo stretto legame tra eros e thanatos è presente fin dalla prima, splendida sequenza introduttiva, e viene riproposto più volte nel corso del film (credo sia evidente come ogni evoluzione del rapporto tra Heathcliff e Cathy sia preceduto o seguito da qualcosa che richiama la morte, come se quello fosse il loro destino finale), ma è anche vero che ogni immagine macabra viene stemperata da immagini e simbologie grottesche. Restando in argomento, ho preferito la prima parte del film alla seconda. Le interazioni e i dialoghi tra i personaggi sono frizzanti, non solo i battibecchi tra Heathcliff e Cathy, ma anche i botta e risposta tra quest'ultima e Nelly (per quanto Nelly sia comunque una figura tragica, ben distante dall'impicciona del romanzo), per non parlare della caratterizzazione estrema di Isabella, un'esilarante psicopatica in erba. Per contro, il "far l'amore in tutti i luoghi e in tutti i laghi" l'ho trovato di una noia mortale, talvolta persino cringe, insomma tutto quello che non mi sarei aspettata dall'unione carnale di due "belli belli in modo assurdo" come Margot Robbie e Jacob Elordi. E ora, le fan dell'attore australiano smettano pure di leggere, grazie.


A me Elordi non piace, né come uomo, né come attore. In Cime tempestose lo salva un inizio in versione Sandokan, ma nonostante ciò che ha decretato all'unisono buona parte della popolazione femminile della sala attraverso starnazzanti urla di giubilo, Heathcliff imberbe, col capello sbarazzino e l'orecchino da scugnizzo in bella vista, perde almeno 20 punti di fascino. E va bene l'occhio spento e il viso di cemento, lei è il mio piccione ed io il suo monumento, ma il ragazzo non cambia espressione se non quando copula o quando deve spingere Cathy a sventolarsi la patasfralla: lì gli viene lo sguardo malandrino, si rianima di botto trasformandosi nel sogno bagnato di tutte le donne etero con gusti normali (ahimé, sono etero ma ho sempre avuto gusti di merda, quindi con me non attacca), confermandosi dunque perfetto per una carriera nel porno, non nel Cinema, mi spiace. Margot Robbie invece affronta ogni scena, anche quelle potenzialmente ridicole, con dignità e fascino, portando a casa una Cathy alla quale potrei anche affezionarmi. Ciò che invece rasenta la perfezione sono la colonna sonora che mescola modernità e suggestioni antiche, l'uso dei colori, i costumi e le scenografie. Questi ultimi due elementi saranno anacronistici quanto volete, ma che originalità, che opulenza, che inventiva (la carta da parati color "Catherine". Geniale). Sempre rimanendo in tema "momenti esilaranti", mi rimarrà sempre nel cuore la simmetria dei fiaschi lucidi come smeraldi, impilati in perfetta simmetria, all'interno di una lurida bettola che non vedeva uno straccio dal '15-'18, ma questa è solo la punta dell'iceberg: sia Wuthering Heights che la casa di Edgar rispecchiano l'animo di chi le abita e sono entrambi soffocanti a modo loro, gabbie che intrappolano Cathy, l'una come cupo inferno di indigenza e degrado, l'altra come casa delle bambole (e chi s'è perso la palese citazione a Barbie Gioielli Segreti è una persona malissima). L'unico luogo di libertà è la brughiera. Spazzata dagli elementi e chilometrica quanto il campo da calcio di Holly e Benji, i protagonisti sembrano passare la vita a correrci dentro per raggiungersi, o fermi ad aspettarsi a vicenda, con pochi brevi incontri che li segnano indelebilmente, condannandoli a un destino di solitudine, morte e follia. E con questo concludo, dicendo che Cime tempestose, pur con tutti i suoi difetti, è un film molto bello, che merita una visione con occhi scevri da pregiudizi e l'animo libero da qualsiasi tipo di amore talebano verso il libro della Brontë. Ora aspetto che la Fennel diriga un vero film horror, perché tra impiccagioni, fiumi rossastri, sanguisughe e salassi da incubo, sono sicura che ne sarei molto soddisfatta. 


Della regista e sceneggiatrice Emerald Fennel ho già parlato QUI. Margot Robbie (Cathy), Jacob Elordi (Heathcliff) e Hong Chau (Nelly) li trovate invece ai rispettivi link.


Alison Oliver
, che interpreta Isabella, era anche nel cast di Saltburn mentre Ewan Mitchell, che interpreta Joseph, è l'Aemond Targaryen della serie House of the Dragon. Se volete altre versioni di Cime tempestose, vi rimando a questo link. ENJOY! 

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...