venerdì 12 luglio 2024

Horizon: An American Saga - Capitolo 1 (2024)

Lo scorso venerdì ho trascinato il povero Bolluomo al cinema per vedere Horizon: An American Saga - Capitolo 1 (Horizon: An American Saga - Chapter 1), il mastodonte di tre ore diretto e co-sceneggiato da Kevin Costner.


Trama: a partire dal 1859, i destini di diverse persone si legano a Horizon, città di frontiera dell'Arizona, terra contesa tra coloni e Apache...


Da che mondo e mondo, io di western non so veramente nulla. Tuttavia, sono anche una bimba degli anni '80 e sono cresciuta con Kevin Costner e i suoi successi del decennio successivo, quindi un po' gli voglio bene, inoltre mi aveva incuriosita l'idea che tenesse così tanto a portare Horizon su grande schermo da arrivare persino a indebitarsi. Sono dunque andata al cinema colma di curiosità ma senza aspettarmi granché, e adesso mi ritrovo qui con una scimmia colossale, che mi saltella impaziente sulla schiena continuando a chiedermi "quando arriva agosto?" e che sbraita terrorizzata all'idea che il multisala chiuda per ferie proprio in quei giorni, impedendomi di sapere come continuerà la saga imbastita in questo primo capitolo di Horizon. Per scrivere un post imparziale e corretto sulla fatica di Kevin Costner dovrò dunque, innanzitutto, sedare la scimmia ricordandole che non si può giudicare un libro dalla copertina (o meglio, dalla prima parte di una saga potenzialmente divisa in quattro) e secondariamente che sono la persona meno adatta per parlare di western. Ne avrò visti un paio in tutta la mia vita, per di più contaminati con lo "spaghetti", non conosco minimamente i numi tutelari del genere come John Ford, di conseguenza non ho gli strumenti necessari per ritrovare la poetica tipica del genere all'interno del film di Costner o per capire eventuali omaggi tributati dal regista. Ciò nonostante, divoro libri e romanzi da quando ho memoria, ho una passione per le saghe zeppe di personaggi che si evolvono nel tempo e i cui destini si intrecciano (poi mi spiegherete perché faccio così fatica con quelle schifezze scritte da Martin, ma questa è un'altra faccenda...) e, mio malgrado, qualcosa nella storia dell'America, Paese che pur disprezzo, mi ha sempre affascinata. Horizon sarebbe una perfetta saga letteraria, ha il respiro epico e grandioso di quei romanzi fiume spessi come mattoni, eppure non ha la stessa pesantezza fisica di un blocco di cemento: tre ore sono passate come se fossero state una, e appena ho capito che la scena finale coincideva con l'inizio delle "anticipazioni della prossima puntata", ho bestemmiato ogni divinità conosciuta, per il dolore di dover abbandonare quei personaggi appena conosciuti e i cui destini mi avevano già irrimediabilmente coinvolta, senza sapere che ne sarebbe stato di loro e di Horizon, la città di frontiera del titolo. 


Horizon è il punto da cui si dipanano e verso cui convergono le esistenze dei protagonisti, nonché il simbolo di tutte le contraddizioni su cui è stato fondato il sogno americano. Territorio degli indiani Apache, vede scontrarsi due popoli ugualmente disperati, ognuno per motivi diversi. Gli indiani vorrebbero mantenere la propria libertà e la pace all'interno delle tribù, entrambe minacciate e minate irreparabilmente dall'espansionismo dei bianchi, che li costringono a lotte intestine per il cibo sempre più scarso; i coloni vedono territori immensi ed inesplorati, dove stanziarsi e prosperare, così da fuggire dalla povertà e far avverare tutte le promesse di una "gloriosa nazione" fondata sulla libertà del singolo e sull'autorealizzazione. C'è chi fugge da Horizon, segnato dalla tragedia, c'è chi si mette in cammino verso l'insediamento spinto dalla speranza, c'è chi è costretto a pensarlo come punto d'arrivo di una fuga precipitosa, c'è chi sparge sangue a causa di Horizon, c'è chi ci lucra senza farsi troppi problemi. Alla fine, neanche fosse Roma, tutte le strade portano a Horizon e Costner costruisce un affresco composto da tutte queste strade, concentrandosi sulle vicende individuali senza (per ora) perdere di vista la totalità dell'universo in cui sono ambientate. Ce n'è davvero per tutti i gusti, perché la sceneggiatura attinge ad archetipi immediatamente riconoscibili, e qualcuno potrebbe dire che le azioni e il carattere dei personaggi sono ampiamente prevedibili, ma non trovo nulla di male in questo, perché sembra di stare accanto al fuoco, ad ascoltare le storie che ci raccontavano i nonni, oppure in salotto davanti alla TV, a guardare film assieme a loro e ai nostri genitori.


Poi, per quanto me ne posso intendere io, ho trovato Horizon proprio bello da vedere. Costner indulge in gloriose panoramiche di paesaggi mozzafiato, accentuando la vastità delle pianure bruciate dal sole e anche la sensazione di sentirsi sperduti e vulnerabili in un luogo pieno di insidie, ma ha occhio anche per le foreste e l'inospitale freddo dei luoghi più a nord. Se, a tratti, la scelta di spezzettare la pellicola in tante microstorie, i cui fili si riallacciano in maniera non necessariamente consequenziale, può confondere e stordire lo spettatore (vittima di una miriade di nomi che sarà un casino ricordare da qui ad agosto), c'è comunque da dire che il montaggio è assai dinamico e le scene più concitate mettono un'ansia tremenda. Accompagnate da una colonna sonora che definirei epica, le tragedie e le stragi che passano su grande schermo stringono il cuore tanto quanto piccoli, inusuali gesti di umanità, e all'interno del nutrito cast c'è soltanto da scegliere il proprio preferito o quello che vorremmo vedere morto. Per quanto mi riguarda, non ho dubbi che la palma dell'abiezione vada a Jamie Campbell Bower e al suo "simpaticissimo" Caleb, campione indiscusso di una famiglia di facce di merda, mentre preferiti ne ho parecchi, anche se non saprei dire se il mio amore nasca dall'effettivo valore dei personaggi o dall'affetto che nutro per attori tirati fuori spesso dal genere che più mi si confà, l'horror. Senza dubbio, la versione "vecchietta" di Michael Rooker e quella saggia di Danny Huston mi hanno colpito più di altri, ma faccio davvero fatica a stilare una classifica, ora come ora (l'unica cosa che non perdono alla sceneggiatura, e che ha fatto ridere me e Mirco, è la quasi venerazione tributata a Frances e figlia, solo perché sono le uniche sopravvissute bionde all'interno di un insediamento fatto di poveracce dall'aspetto trasandato). Aspetterò dunque che le storie dei vari protagonisti si sviluppino ulteriormente, sperando che continuino in crescendo e che Kevin Costner non mi spezzi il cuore per la delusione, lasciandomi magari sospesa ad aspettare un terzo e un quarto film che non si faranno mai! 


Del regista e co-sceneggiatore Kevin Costner, che interpreta anche Hayes Ellison, ho già parlato QUI. Sienna Miller (Frances Kittredge), Sam Worthington (Trent Gephart), Jena Malone ('Ellen' Harvey), Giovanni Ribisi (Pickering), Danny Huston (Col. Albert Houghton), Abbey Lee (Marigold), Michael Rooker (Sergente maggiore Thomas Riordan), Will Patton (Owen Kittredge), Douglas Smith (Sig), Luke Wilson (Matthew Van Weyden), Isabelle Fuhrman (Diamond Kittredge), Dale Dickey (Mrs. Sykes), Jeff Fahey (Tracker) e Jamie Campbell Bower (Caleb Sykes) li trovate invece ai rispettivi link. 

Tom Payne interpreta Hugh Proctor. Inglese, lo ricordo come Jesus di The Walking Dead ma ha partecipato ad altre serie come Fear the Walking Dead e a film quali Imaginary. Anche produttore, ha 42 anni e due film in uscita, tra cui ovviamente Horizon: An American Saga - Capitolo 2.


Jon Beaver
s, che interpreta Junior Sykes, era il marito della pazza protagonista di Soft and Quiet mentre Ella Hunt, che interpreta Juliette Chesney, era la Anna di Anna and the Apocalypse. Hayes Costner, invece, è il figlio di Kevin ed ha esordito proprio qui col ruolo dello sfortunato Nathaniel Kittredge. Il film è stato pensato come il primo di quattro capitoli, ma chissà se gli ultimi due verranno mai alla luce... nel frattempo, ad agosto dovrebbe uscire Horizon: An American Saga - Capitolo 2 e io non vedo l'ora!

martedì 9 luglio 2024

Notte Horror 2024: Streghe (1989)

Benvenuti al secondo spettacolo della Notte Horror di stasera! Se vi siete persi il film precedente correte QUI sul blog Solaris, dove Sauro vi rinfrescherà un po' con un cult natalizio, poi tornate da me, perché stiamo per parlare di Streghe, diretto e co-sceneggiato nel 1989 dal regista Alessandro Capone. Questo post, come del resto la Notte Horror 2024, è interamente dedicato a Laura, la nostra Arwen Lynch, che ha sempre partecipato con passione all'iniziativa e che respirava Cinema, di qualsiasi genere. Secondo me, con questa ottantarata italoammeregana si sarebbe molto divertita. ENJOY!


Trama: dopo la morte dei genitori, Ed e Carol vanno a visitare la casa dei nonni paterni con degli amici e una cugina, senza sapere che l'edificio è maledetto...


Streghe
è il tipico filmaccio horror italiano girato in America, con attori del luogo e con vibes derivanti dai successi d'oltreoceano. Per essere stato realizzato da un esordiente come Alessandro Capone, al suo primo lavoro dietro la macchina da presa, è venuto anche troppo bene, e gode di un'ottima sequenza introduttiva, durante la quale una strega viene bruciata viva tra maledizioni che avrebbero fatto invidia a quelle de Les rois maudits. A dire il vero, tutto l'incipit del film è molto bello e, per un attimo, mi ha ingannata. Benché la trama cominci a scricchiolare fin da subito, ciò concorre a conferire a Streghe una qualità onirica alimentata da dettagli inquietanti e topoi horror come ragazzine di bianco vestite che giocano con la palla (la memoria, per chi è rimasta traumatizzata da La casa 3 come la sottoscritta, corre dritta a Henrietta. Ciao, Henrietta!), preti che scompaiono così come sono arrivati, folate di vento pazzerello all'interno di edifici chiusi e così via. Questi elementi verranno riproposti più volte nel corso di Streghe, purtroppo affiancati a una trama principale debitrice de La casa di Raimi, che costringe lo spettatore a sopportare per almeno mezz'ora i discorsi e le cretinate dei ventenni più odiosi del creato mondo, prima che vengano giustamente ridotti a poltiglia in modi fantasiosi. Anche qui, il mio sentimento è ambivalente, perché quanto di cheesy è presente in Streghe è legato a filo doppio con questi scappati di casa, e voi sapete quanto ami la cheesiness. Solo per farvi un paio di esempi: c'è un roscio connotato semplicemente come "il ciccione disgustoso", perché mangia da far schifo ai porci, la bionda scangiata che, d'amblé, decide di fare uno strip-tease per tutti i suoi amici su un tavolo zeppo di secchielli del KFC (toccandosi ampiamente il chiulo ripetendo "Adoro il mio chiulo". Io boh), la ragazza di colore la cui unica particolarità, come da frase pronunciata da lei stessa, è "ho 21 anni e sono nera", e infine due lontani cugini che limonano spinti da insana attrazione sessuale (eew al cubo). Gli attori, come potete immaginare, sono dei cani inauditi ai quali non giova un doppiaggio italiano in cui si fa ricorso al doppiatore del Puffo Quattrocchi, se non ho inteso male, e l'unica che salva la baracca è l'affascinante, cattivissima strega di Deanna Lund. Oddio, l'altro attore conosciuto sarebbe Ian Bannen, ma probabilmente era ubriaco durante le riprese, o non si spiegano la capigliatura da nido di chiurlo esibita dal suo prete, né la faccia perennemente stralunata di chi è indeciso tra vomitare su chi è incautamente andato a chiedergli aiuto o mandarlo a quel paese. 


A parte questi tocchi di sciatteria, e una motosega che comunque riesce a funzionare sott'acqua, Streghe non è da buttare. Sarà la nostalgia canaglia che mi prende quando guardo questo genere di film, nei quali le incongruenze della trama alimentano la sensazione di un Male talmente potente e infingardo da stravolgere le regole della logica e della consecutio temporum, oppure quell'angoscia malcelata che mi provoca il pensiero della tenacia di questo stesso Male, che torna anche dopo anni, quando tu ormai sei tranquillo e neppure ci pensi più, ma Streghe mi ha soddisfatta più di altri suoi cuginastri. Sono infatti apprezzabili un certo gusto per il gore, che non risparmia nemmeno i bambini, e una bella fotografia che rende luminose anche le scene più cupe, in particolare durante un paio di sequenze labirintiche, dove i personaggi vagano sperduti all'interno di edifici abbandonati. Si vede che Capone era realmente appassionato di horror, ed è riuscito a costruire un collage di tutto quello che lo affascinava al momento, senza mai superare la somma delle parti né eguagliarle, ma senza nemmeno fare troppi danni: buona parte dei dialoghi cita apertamente titoli di film e serie horror (se ci pensate, una cosa che adesso si fa sempre più spesso, per accattivarsi lo spettatore appassionato, ma che forse all'epoca non era così diffusa), e anche chi è mediamente appassionato non avrà difficoltà a riconoscere i deadites de La casa, la palla di Nightmare 3 - I guerrieri del sogno, la già nominata Henrietta e un finale che strizza l'occhio a L'esorcista, dove il bene e il male si confrontano sfidandosi a chi urla più forte. Una sfida apparentemente sciocca e una sequenza neppure troppo entusiasmante, non fosse per un particolare: gli strilli e, soprattutto, l'espressione di dolore e paura della piccola attrice che interpreta Rachel si fanno palesemente più realistici nell'esatto momento in cui viene investita dall'esplosione di una finestra a pochi metri di distanza. A pensare male si fa peccato, ma temo che quella poveraccia non abbia un gran ricordo di Streghe. Guardatelo, e ditemi se non ho ragione!

Alessandro Capone è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Roma, ha diretto episodi di serie quali Detective Extralarge, Distretto di polizia e I delitti del cuoco. Anche attore e produttore, ha 69 anni.


Ian Bannen
interpreta Padre Matthew. Scozzese, ha partecipato a film come Quel maledetto treno blindato, Gli occhi del parco, Gandhi, Braveheart - Cuore impavido e Svegliati Ned. E' morto nel 1999, all'età di 71 anni.


In Germania il film è uscito come sequel di Strega per un giorno, mentre in America lo hanno distribuito come sequel de La casa di Mary. Ovviamente, non c'entra niente con nessuno dei due! E ora, prima di chiudere, vi ricordo gli altri contributi già disponibili della Notte Horror, che vi invito a leggere. Controllate il bannerone per vedere cosa vi aspetta nelle prossime settimane!!

La Bara Volante - C.H.U.D

Il Zinefilo - 666 - Il triangolo maledetto

Solaris - Black Christmas



lunedì 8 luglio 2024

Il buio si avvicina (1987)

La challenge horror oggi voleva un film diretto da una donna. Ho così scelto Il buio si avvicina (Near Dark), diretto e co-sceneggiato nel 1987 dalla regista Kathryn Bigelow.


Trama: una notte, il giovane Caleb incontra Mae e se ne invaghisce. Finito l'appuntamento, invece di baciarlo, la ragazza lo morde e lo trasforma in un vampiro...


Mi vergogno molto ma, nonostante ami l'horror e i vampiri, non avevo mai visto Il buio si avvicina. Forse non lo passavano a Notte Horror né in TV, forse non aveva una locandina abbastanza accattivante da attirare la mia attenzione nel video noleggio, fatto sta che l'ho recuperato solo alla mia veneranda età. E quanto mi è piaciuto. Ne hanno già scritto fior di elogi persone ben più competenti di me, quindi probabilmente non dirò nulla di nuovo ma almeno colmerò la lacuna sul blog. Il buio si avvicina è un'opera molto avanti per il suo tempo, in quanto rilettura del mito del vampiro in chiave western, con una bella spruzzata di road movie tanto per gradire. Adesso siamo abituati a vedere vampiri in tutte le salse, ma indubbiamente alla fine degli anni '80 poteva fare strano già solo che la parola "vampiro" non venisse nominata, così come la maggior parte dei cliché che, nel bene o nel male, ne caratterizzano la figura fin dai tempi di Bram Stoker. Via aglio e croci, dunque, ma via anche le zanne, i pipistrelli, la nebbia e la nobiltà, rimangono solo la vulnerabilità al sole e la necessità di nutrirsi di sangue per sopravvivere, come scopre suo malgrado Caleb dopo aver sperato di combinare qualcosa con la bionda Mae. Quest'ultima, vuoi perché inesperta o chissà per quale altro motivo, invece di uccidere Caleb dopo averlo morso lascia che si trasformi in vampiro e lo introduce alla sua strana famiglia. Qui c'è l'altra bella novità de Il buio si avvicina, che non si concentra su una stantia e banale storiella d'amore adolescenziale, ma racconta di un ragazzo diviso tra due mondi, tra l'affetto e la fascinazione per la ragazza che lo ha condannato a una sanguinaria vita notturna e l'amore profondo per il padre e la sorellina. Naturalmente, noi spettatori tifiamo per Caleb e speriamo possa diventare un vampiro "di successo" senza perdere i suoi legami di sangue, ma arriviamo a volere bene anche al quartetto di vampiri che lo accolgono con riluttanza, ognuno più carismatico dell'altro (tranne, paradossalmente, Mae), in virtù del profondo rapporto di affetto e cameratismo che intercorre tra loro. E' un po' quello che sarebbe successo decenni dopo con Rob Zombie e i suoi Devil's Rejects (quel contorto meccanismo per cui non importa quanto abietti siano i personaggi, se fra loro c'è coesione e affetto, anche solo per la necessità di proteggersi da un mondo dal loro punto di vista ostile e incapace di comprenderli o accettarli) ed è un escamotage narrativo che riesce a ben pochi autori, perché il rischio è quello di non trovare il giusto equilibrio, cosa che in effetti è accaduta con 3 From Hell, sempre di Zombie, mentre qui funziona alla stragrande.


Merito di Kathryn Bigelow, al suo primo film come unica regista dietro la macchina da presa e al secondo come co-sceneggiatrice, ma già dotata di idee molto chiare sia a livello di tematiche da esplorare, sia per quanto riguarda le sequenze: alcune di esse sono assai spettacolari, anche grazie a un'ottima fotografia che illumina la notte (come nei dialoghi messi in bocca a Mae) e a un montaggio fluido e dinamico, e la mia preferita è di sicuro quella del raid al motel, trasformato in una trappola mortale talmente fragile che sembra fatta di carta. Il buio si avvicina ha anche il merito di rendere affascinanti personaggi brutti, sporchi e cattivi, distanti dall'iconografia fighètta del vampiro e più vicini all'immagine che potrebbero offrire dei drogati o dei senzatetto. Per quanto il sembiante del "piccolo" Homer mi repella un po', ci sono momenti in cui si prova pena per l'attaccamento morboso che arriva a provare per Sarah, mentre Lance Henriksen e Jenette Goldstein trasudano un tale carisma che è difficile non accettarli come pacati ma pericolosi capifamiglia dall'esperienza centenaria. Così come, da amante del Preacher di Ennis, è stato matematicamente impossibile, per me, non impazzire per il Severen di Bill Paxton, personaggio nel quale ho ritrovato ben più di un aspetto dell'adorato Cassidy (ma, in generale, l'intera saga di Preacher e buona parte del design dei personaggi e dei setting mi è sembrata debitrice de Il buio si avvicina); contemporaneamente disgustoso e sexyssimo, Bill Paxton è una mina vagante che surclassa il protagonista un po' bietolone, e probabilmente al giorno d'oggi Severen si beccherebbe tanti di quelli spin-off da fare la fortuna della Bigelow. Ahimé, così non è stato negli anni '80, quando Il buio si avvicina è stato surclassato da Ragazzi perduti e dalle sue atmosfere un po' più commerciali e "facili", ma se date retta a me il film di Schumacher non è nemmeno degno di allacciare le scarpe a quello della Bigelow. Anzi, considerato anche quanto sono rimasta stupita di fronte a un'inaspettato twist, direi che Il buio si avvicina non ha perso di freschezza nemmeno dopo tutto questo tempo, tanto da finire dritto tra i miei film vampirici preferiti, assieme a un altro film che, a mio avviso, gli deve moltissimo, Vampires. Meglio tardi che mai!!


Della regista e co-sceneggiatrice Kathryn Bigelow ho già parlato QUI. Lance Henriksen (Jesse Hooker), Bill Paxton (Severen), Joshua John Miller (Homer) e Troy Evans (poliziotto in borghese) li trovate invece ai rispettivi link.

Adrian Pasdar interpreta Caleb Colton. Per me quest'uomo sarà sempre Nathan Petrelli della serie Heroes, ma ha partecipato a film come Top Gun, Carlito's Way, L'esorcismo - L'ultimo atto e ad altre serie quali Oltre i limiti, Desperate Housewives e Agents of S.H.I.E.L.D.; come doppiatore, ha lavorato in Phineas e Ferb. Americano, anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 66 anni. 


Jenette Goldstein
interpreta Diamondback. Americana, ha partecipato a film come Aliens - Scontro finale, Arma letale 2, Terminator 2 - Il giorno del giudizio, Titanic, Paura e delirio a Las Vegas e a serie come MacGyver, E.R. Medici in prima linea, Six Feet Under, Alias e 24. Ha 64 anni. 


Se Il buio si avvicina vi fosse piaciuto recuperate Ragazzi perduti e VampiresENJOY!

venerdì 5 luglio 2024

A Quiet Place - Giorno 1 (2024)

Martedì sono andata a vedere A Quiet Place - Giorno 1 (A Quiet Place: Day One), diretto e co-sceneggiato dal regista Michael Sarnoski e ne sono uscita distrutta.


Trama: Samira, afflitta da un tumore in stadio avanzato, cerca di raggiungere un luogo a lei caro quando un'invasione aliena condanna l'umanità al silenzio e ad una potenziale estinzione...


Michael Sarnoski
, io ti denuncio, maledetto. Già i primi due A Quiet Place non erano stati una passeggiata, per me. Probabilmente, qualcosa a livello inconscio mi porta a stare particolarmente al gioco orchestrato da Krasinski e compagnia fin dal 2018, perché quel silenzio necessario alla sopravvivenza dei personaggi mi spinge a non respirare, per paura di emettere un suono che possa allertare le terribili creature aliene che li cacciano, e quando queste ultime compaiono perdo ogni volta dieci anni di vita. A peggiorare la situazione ci pensavano personaggi ben caratterizzati, assai uniti a livello familiare, verso i quali era impossibile non investire una gran quantità di empatia, anche perché Millicent Simmonds ha un volto di una dolcezza incredibile. A queste mie debolezze si è aggiunto stavolta un trigger molto personale che, probabilmente, è l'anticamera di un disagio psicologico più profondo, ne sono consapevole, un complicato mix di tristezza sedimentata da quando è mancata per colpa di un tumore una carissima zia, di ipocondria e di terrore all'idea che, presto o tardi, dovrò affrontare un lutto ancora più grave e vicino. Il magone non mi viene solo davanti alla rappresentazione dei malati, ma anche davanti a quella del dolore di chi sta loro vicino, ed è per questo che ho cominciato a piangere dopo un minuto di film e sono arrivata alla fine ridotta come uno straccio. A Quiet Place - Giorno 1 racconta, infatti, la progressiva accettazione di un destino infausto ed ineluttabile, davanti al quale rimane solo un piccolissimo desiderio da esaudire. A molti potrà sembrare una sceneggiatura inverosimile, a me risulta solo difficile da accettare, pur non trovandola criticabile, e compie un ulteriore step verso la rappresentazione di un'umanità normale, dove non esistono più (super)eroi. Mi spiego meglio. I protagonisti di A Quiet Place erano più "cinematografici", perché le loro azioni erano atte alla sopravvivenza del nucleo familiare, quindi da un punto di vista "culturale" esse mi risultavano più accettabili, pur consapevole che io, al posto loro, sarei morta dopo mezzo minuto. Samira, invece, rinuncia alla sopravvivenza, si accontenta di tirare avanti fino ad arrivare in un luogo ben preciso, poi sia quel che sia. Questa forma mentis non ce l'ho (ancora?) per ovvi motivi, ma il desiderio di spegnersi con dignità, di scegliere liberamente e coraggiosamente come affrontare la morte o godersi gli ultimi giorni di vita è una cosa splendida e merita di essere raccontata, anzi, merita di diventare il fulcro di un thriller horror al punto da far passare le creature aliene in secondo piano.


L'efficacia di una simile scelta di sceneggiatura, ardita anche per la saga in questione, poggia tantissimo sulle spalle di Lupita Nyong'o. Un giorno forse capirò perché l'horror, se non è stra-elevated e mascherato da altri generi, non venga riconosciuto come merita, ma non scherzo quando dico che Lupita Nyong'o dovrebbe essere candidata come protagonista per gli Oscar 2025 e portarsi a casa la seconda statuetta (già avrebbero dovuto nominarla per Noi. Vabbé.). Sguardi, espressività, mimica corporea, la capacità di veicolare infinite emozioni senza aprire bocca: l'interpretazione della Nyong'o è semplicemente favolosa, entra sottopelle e spezza il cuore. Certo, non è sola. Un irriconoscibile Joseph Quinn le fa da tenera spalla, e pazienza se le sue motivazioni non sono forti come quelle della protagonista e se alcune sequenze che lo vedono protagonista sembrano costruite apposta per aumentare l'effetto "lacrima" (come se ce ne fosse bisogno) oppure accontentare chi voleva un po' di azione in più, perché gli ho voluto bene dall'inizio alla fine. E poi c'è il gattone Frodo, una bestiola morbidosa, espressiva e piena di personalità, terzo protagonista assoluto nonché fonte dei peggiori momenti di ansia, ché pazienza se muoiono male i bambini, ma i gatti no, questo mai nella vita. Per chi si chiede, invece, come sia il film a livello di regia ed effetti speciali, per quanto mi riguarda Sarnoski ha fatto un ottimo lavoro, trasformando le strade di Londra in una New York desolata che, a tratti, mi ha ricordato un altro mirabile esempio di angoscia cinematografica, il The Mist di Frank Darabont, e riempendole di orrori alieni di cui sembra quasi di sentire il peso mentre ti saltano addosso urlando. Quindi sì, tensione a pacchi. Ma, come ho scritto prima, magari ciò vale solo per me, visto che il sonoro dei vari A Quiet Place mi agghiaccia. E potrebbe anche essere che il mio amore verso Giorno 1 dipenda da tutta una serie di fattori che nulla hanno a che vedere col film, quindi capirò se a voi è sembrato una gran sòla invece di una delle pellicole migliori dell'anno. Per inciso, ho adorato il film ma non lo riguarderò nemmeno se mi pagassero, perché fa troppo, troppo male. 


Di Lupita Nyong'o (Samira), Alex Wolff (Reuben) e Djimon Hounsou (Henri) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Sarnoski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto il film Pig. E' anche montatore, produttore e attore.


Joseph Quinn
interpreta Eric. Famoso per il ruolo di Eddie nell'ultima stagione di Stranger Things, ha partecipato ad altre serie come Il trono di spade e film come Overlord. Ha due film in uscita, Il Gladiatore II e l'ennesimo reboot dei Fantastici Quattro, dove interpreterà la Torcia umana. Inglese, ha 30 anni. 


Il film è fruibile senza avere visto A Quiet Place - Un posto tranquillo e A Quiet Place II (anche se il personaggio di Henri compare per la prima volta nel secondo capitolo) ma se A Quiet Place - Giorno 1 vi fosse piaciuto, recuperateli! ENJOY! 

mercoledì 3 luglio 2024

Hit Man - Killer per caso (2023)

Siccome ne parlavano tutti piuttosto bene, domenica sono andata a vedere Hit Man - Killer per caso (Hit Man), diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Richard Linklater a partire dall'articolo omonimo di Skip Hollandsworth.


Trama: Gary Johnson è un professore universitario che, per arrotondare, aiuta la polizia come consulente informatico. Un giorno è costretto a sostituire il "falso killer" utilizzato dalla polizia per arrestare chi pensa di far uccidere qualcuno e la sua vita diventerà molto più complicata...


Gary Johnson, persona realmente esistita, è passato alla storia come uomo in grado di assumere qualunque identità durante il suo lavoro come "falso killer" per la polizia. Un trasformista dalla vita interessante, che ha attirato l'attenzione di Linklater al punto da spingerlo a realizzare un film basato su di essa, con alcune ovvie licenze poetiche e, ricamata tutt'intorno, una riflessione sulle diverse pulsioni che governano l'animo umano. Banalmente, volendo trovare un messaggio a Hit Man, il film è un invito a non porsi dei limiti e cercare, per quanto possibile, di essere chi vogliamo, di costruirci un personaggio che possa farci stare bene e migliorare la vita, magari osando un po' di più, qualche volta, ché svolte impreviste possono portarci a futuri interessanti. Se posso dire, non saranno mai interessanti come quelli del Gary Johnson cinematografico, che si abbandona per amore a una delle sue tante identità di "falso killer", ovvero quella del duro dal cuore tenero Ron. Venendo meno alla tacita regola per cui i finti killer sotto copertura dovrebbero solamente assecondare i "clienti" e inchiodarli una volta ottenuta una somma fisica di denaro, Gary decide di aiutare la bella Madison e di dissuaderla dal far uccidere il marito; quando lei lo ricontatta, Gary si ritrova a dover indossare sempre più spesso i panni di Ron, tanto che la personalità di quest'ultimo arriva ad influenzare quella mite e solitaria dello sciapo professore universitario anche nella vita di tutti i giorni. Le vicende del protagonista sono molto coinvolgenti e la sceneggiatura di Linklater e Glen Powell è un giusto mix di commedia romantica, thriller e dramma, con esilaranti picchi di grottesco, soprattutto quando Gary è costretto a rapportarsi con un allucinante bestiario di squinternati americani, convinti dell'esistenza degli assassini su commissione. Al di là di alcuni interessanti discorsi freudiani sull'animo umano, ciò che mi ha fomentata di più guardando Hit Man è stato riflettere sulle implicazioni morali di simili, reali operazioni di polizia, che invece di "recuperare" o aiutare persone pronte a far uccidere qualcuno (quindi vittime di turbe psichiche oppure esasperate da violenze e situazioni disperate, non credo tutti siano pericolosi mostri pronti ad arrecare danno alla società), cercano di farle cadere in trappola. Per quanto il personaggio di Jasper sia deprecabile, è indubbio che Gary abbia aiutato Madison solo per il suo bel faccino, quindi tutte le accuse di ipocrisia lanciate dal poliziotto all'indirizzo del professore sono giuste e doverose, soprattutto perché tutti gli altri "clienti" del protagonista sono fortemente connotati in senso negativo, e questo è l'unico neo che mi ha impedito di parteggiare al 100% per Gary.


Detto questo, Gary è molto difficile da odiare. Dovete sapere che io ho una passione per Glen Powell, fin dai tempi del suo esilarante Chad di Scream Queens, uno di quei personaggi la cui assenza ha condannato la serie ad una drastica perdita di mordente nell'ultima stagione. Dovete anche sapere, però, che non l'ho mai considerato un grande attore, quanto piuttosto un simpatico babbeo dallo sguardo fisso, buono appunto per i ruoli da piacione ma niente più. Sono quindi rimasta estasiata nel poter testimoniare che quest'uomo sa recitare, e non solo ho apprezzato tantissimo i suoi mille travestimenti, ma anche e soprattutto i suoi tempi comici, gli aspetti drammatici del personaggio e le interazioni con la bellissima Adria Arjona. Tra i due attori c'è un'alchimia che li rende una delle coppie più credibili (ed invidiabili) viste di recente nello schermo, un giusto mix di sensualità e complicità, che esplode sia nella caldissima sequenza di seduzione al bar, sia nella mia scena preferita, quella della "doppia recita" via SMS, in cui entrambi danno il meglio, coadiuvati anche da una regia e un montaggio validissimi. Dopo tutto ciò che ho scritto, la cosa davvero importante da dire su Hit Man è che, almeno per quanto mi riguarda, ho ottenuto qualcosa che da parecchio non trovavo in un film visto al cinema, ovvero del sano divertimento. Hit Man è uno di quei film "semplici", ma non perché sia fatto a tirar via o tratti lo spettatore da scemo, quanto piuttosto perché è davvero di facile fruizione, è costruito e limato per fare venire voglia di riguardarlo, di trasformarlo in un piccolo instant cult, per regalare un po' di leggerezza e la soddisfazione di una sceneggiatura in cui torna tutto, anche il minimo dettaglio. Qui lo dico e qui lo nego, non lo ritengo il film dell'anno (e probabilmente non lo inserirei nemmeno tra i primi dieci), però posso dire di avere trovato una pellicola che consiglierei senza remore a chiunque, per una rilassante serata di divertimento intelligente che possa riconciliare col cinema anche i più refrattari!


Del regista e co-sceneggiatore Richard Linklater ho già parlato QUI mentre Glen Powell, che interpreta Gary Johnson ed è co-sceneggiatore, lo trovate QUA.


Austin Amelio
, che interpreta Jasper, era il Dwight di The Walking Dead. Se Hit Man - Killer per caso vi fosse piaciuto recuperate The Killer, In Bruges e Un piccolo favore. ENJOY!

martedì 2 luglio 2024

I Saw the TV Glow (2024)

Era un film che mi attirava tantissimo fin dal titolo, così, appena è stato reso disponibile, ho recuperato I Saw the TV Glow, diretto e sceneggiato dalla regista Jane Schoenbrun.


Trama: il dodicenne Owen, dal carattere schivo, rimane affascinato da Maddy, ragazza più grande e appassionata del telefilm The Pink Opaque. Proprio questo show li fa diventare amici, finché Maddy non scompare in concomitanza con la sua cancellazione...


Non sono particolarmente esperta di indie horror e non ho mai guardato il primo lungometraggio di Jane Schoenbrun, We're All Going to the World Fair, tuttavia questo I Saw the TV Glow mi ha attirata a causa del titolo particolare e di un paio di locandine tutte giocate sui toni del rosa fluo, che mi ricordavano un po' quelle di The Stuff. Ammetto, dunque, di essere giunta impreparata allo stile di Schoenbrun e a una pellicola che viene classificata come horror quando, per buona parte della sua durata, si affida tantissimo a suggestioni, immagini di spazi liminali, personaggi scollegati dalla realtà che trasmettono disagio anche solo vivendo, distanti come sono dai tipici adolescenti e solitari nella loro battaglia contro il peso dell'esistenza. Sì, sparuti lettori, We're All Going to the World Fair richiede impegno e tantissima pazienza da parte dello spettatore, perché il rischio che decidiate di non finirlo dopo mezz'ora buona di ragazzini che interagiscono attraverso dialoghi scarni e impercettibili shift temporali è concreto; per quanto mi riguarda, probabilmente mi sono intestardita nel voler capire dove andasse a parare il film quindi ho resistito persino al sonno (giuro, non mi è calata la palpebra nemmeno per un secondo) e sono stata ripagata con un'angoscia che mi ha presa da metà pellicola per non lasciarmi più. D'altronde, dev'essere molto angosciante scoprire che la propria identità sessuale non corrisponde al genere che ci è stato assegnato alla nascita e probabilmente il risultato degli stadi iniziali della disforia sarà quello di percepirsi "distaccati" dal proprio corpo e dalla realtà, e I Saw the TV Glow è, come dichiarato da Schoenbrun, una sorta di metafora della transizione e di tutto ciò che comporta in termini di traumi psicologici. I Saw the TV Glow non tratta direttamente di questi temi (alcuni dialoghi sono comunque rivelatori) e ci arriva per vie traverse raccontando la strana amicizia, o non-amicizia, tra Owen e Maddy. Sconnessi dagli altri coetanei e dalle loro famiglie, i due si avvicinano grazie a un telefilm intitolato The Pink Opaque, che Owen, essendo più piccolo e per giunta maschio (lo show viene percepito dal padre assente come destinato a un pubblico femminile), non ha il permesso di vedere. The Pink Opaque, che racconta di due amiche unite da un legame psichico e in lotta contro terribili mostri, diventa il collegamento tra i protagonisti ma anche la loro ossessione, un telefilm "proibito" ed accattivante che parla a entrambi molto più di quanto facciano scuola, genitori e società, contribuendo allo stesso tempo ad alienarli maggiormente. La scomparsa di Maddy, che coincide con l'improvvisa cancellazione dello show, non sprona Owen a crescere e cambiare, anzi, il tempo sembra perdere ogni significato mentre le giornate si ripetono sempre uguali, squallide e tristi come solo la quotidianità di un'anonima cittadina di provincia sa essere.   


Questa generale immobilità dei personaggi e la malinconia che sembra volerli inghiottire dal primo minuto di pellicola, viene enfatizzata dalla natura estremamente inquietante del mondo di finzione in cui vanno a rifugiarsi. The Pink Opaque, i cui titoli di testa richiamano prepotentemente quelli di Buffy the Vampire Slayer (ripetutamente citata, assieme a mille altre serie anni' 90) ha la qualità onirica e, di nuovo, liminale della serie protagonista della prima stagione di Channel Zero. Allo spettatore vengono dati in pasto suggestioni, un'idea generale degli episodi o della trama, ma le immagini rovinate tipiche delle vecchie VHS aprono squarci su uno show da incubo, fatto di personaggi grotteschi usciti dalla mente di un pazzo e trame crudeli; The Pink Opaque è privo degli aspetti "cool" che alleggerivano uno show come Buffy e l'atmosfera generale che circonda le due protagoniste e di angoscia costante e tragedia ineluttabile. Lo stesso colore rosa che tanto mi aveva attirata dalla locandina è la rappresentazione fasulla di un ingannevole potere salvifico e serve solo ad enfatizzare le ombre di camere da letto, case e ambienti bui, l'aspetto spoglio di strade deserte, la presenza di un'entità malevola che osserva Owen e Maddy. Più in generale, questo "TV Glow" è il barlume di qualcosa di indefinito, un disagio al quale i due protagonisti non riescono a dare un nome ma che diventa sempre più reale e concreto. I Saw the TV Glow, infatti, è uno di quei film che acquistano significato a fine visione e che ne richiedono una seconda. E' come avere un prurito che non si riesce a grattare, o vedere qualcosa di familiare (oh, hi, Amber!) reso sbagliato da un dettaglio stridente che, lì per lì, non riusciamo a mettere a fuoco, per poi rimanere agghiacciati col proverbiale senno di poi. Oppure no, ché Jane Schoenbrun non dà risposte univoche e non solleva mai quel velo che separa la realtà dalla fantasia, la sanità mentale dalla follia, la triste consapevolezza da una terribile speranza. Se avete voglia di stare al gioco e lasciarvi trasportare da I Saw the TV Glow, rischiate di incappare in una delle opere più soddisfacenti dell'anno. Viceversa, c'è anche la possibilità che vi faccia talmente schifo da chiedervi se non sono diventata finalmente pazza a consigliarlo, giusto per rimanere in tema di incertezza. Provate e fatemi sapere!


Di  Fred Durst (Frank) e Amber Benson (la mamma di Johnny Link) ho già parlato ai rispettivi link.

Jane Schoenbrun ha diretto e sceneggiato la pellicola. Di origine americana, ha diretto film come We're All Going to the World Fair. Oltre a dirigere e sceneggiare, produce e recita. Ha 37 anni. 


Justice Smith
interpreta Owen. Americano, ha partecipato a film come Jurassic World - Il regno distrutto, Pokémon Detective Pikachu e Jurassic World Il dominio. Ha 29 anni e tre film in uscita. 


Ian Foreman
, che interpreta Owen da bambino, era parte del cast della serie tratta da Let the Right One In; la coreografa Emma Portner, ex moglie di Eliott Page, interpreta invece i villain della serie The Pink Opaque e anche l'amica di Maddy, Amanda. ENJOY!


venerdì 28 giugno 2024

Trilogia del terrore (1975)

La challenge HorrorX524 prevedeva la visione di un film TV. La mia scelta è ricaduta su un titolo assai famoso che ancora mi mancava all'appello, Trilogia del terrore (Trilogy of Terror), diretto nel 1975 da Dan Curtis e tratto da tre storie brevi di Richard Matheson.


Trilogia del terrore
contiene al suo interno un episodio talmente famoso che persino chi non l'ha mai guardato conosce il feticcio Zuni per nome, ma com'è il resto del film? Partiamo da Julie, prima delle quattro donne presenti in questa trilogia, che, come le altre, dà il titolo alla storia che la vede protagonista. Julie è un odioso racconto di prevaricazione maschile e ricatti (d'altronde, cos'altro si può pretendere da un Chad?), che prende il via nel momento in cui uno studente si incapriccia della sua insegnante. Il finale è molto soddisfacente e contiene un twist interessante, e la fascinosa Karen Black nei panni dimessi di miss Julie è irresistibile. La Black, aggiungo, è il vero punto di forza del film e uno dei tre elementi fondamentali che ne ha decretato il successo: se Dan Curtis ci ha messo l'esperienza anche per quanto riguarda la conoscenza dei ritmi televisivi e Richard Matheson ci ha messo l'arte di saper raccontare, l'attrice infonde alle protagoniste dei vari episodi un carisma indispensabile perché lo spettatore si interessi a loro, anche quando le storie sono un po' fiacche.


Ciò vale, soprattutto, per il secondo episodio, Millicent and Therese, il cui twist è ampiamente prevedibile, dopo 50 anni di variazioni sul tema. Diciamo che questa è l'unica storia che non mi ha convinta, vuoi, appunto, perché con me l'elemento sorpresa non ha funzionato, vuoi perché come thriller psicologico punta troppo su dialoghi fiume e ben poco sull'atmosfera, che si fa incerta ed inquietante solo verso il finale. Per fortuna, come scrivevo, c'è l'abilità camaleontica di Karen Black a tirare su la qualità dell'episodio. In versione bionda putracchia l'attrice è forse anche troppo sopra le righe e continuo a preferirla nei panni dimessi di donne nevrotiche e represse, anche perché, essendo naturalmente dotata di una bellezza "selvatica", difficile da celare con un paio di occhiali e una crocchia castigata, riesce sempre a caratterizzarle con una vena di follia e ambiguità di rara efficacia. 


Ma non nascondiamoci dietro un dito: il motivo per cui Trilogia del terrore, nonostante sia un film per la TV, è passato alla storia del genere, risiede fondamentalmente nel terzo episodio, Amelia. Per darvi un'idea di quanto sia ancora oggi potente a livello di regia, scrittura, interpretazioni ed effetti speciali, vi dico solo che sapevo benissimo cosa sarebbe successo alla povera Amelia, eppure ho guardato il 90% dell'episodio con le mani sulla bocca e gli occhi spalancati (e, durante una sequenza in particolare, con il cuore che quasi mi scoppiava in petto, perché se un certo gremlin ha fatto una certa fine, il merito è di Dan Curtis e Richard Matheson, sicuro). Amelia, coi suoi 15 minuti di durata, offre allo spettatore una storia perfetta dall'inizio alla fine. Comincia con una telefonata di rara angoscia filiale, che inquadra alla perfezione Amelia e la sua vita di merda, col risultato di rendere ancora più doloroso tutto ciò che le succede dopo, emotivamente oltre che fisicamente, e continua con una caccia senza esclusione di colpi e senza tregua, dotata di ritmo frenetico e rara spietatezza, vissuta all'interno di quattro mura claustrofobiche dove non esistono ripari che durino più di qualche secondo. Il terribile design di Zuni, la sua vocetta maligna e un finale a effetto completano l'opera e rendono Amelia giustamente indimenticabile, nonché valido motivo per recuperare tutto il film. Provare per credere! 


Del regista Dan Curtis ho già parlato QUI mentre Karen Black, nei ruoli di Julie, Millicent, Therese e Amelia, la trovate QUA.


George Gaynes
, che interpreta il dottor Chester Ramsey, era il commissario Lassard della saga di Scuola di polizia. Karen Black e Robert Burton, che interpreta Chad, erano sposati all'epoca delle riprese, invece la bambina con la bambola rotta è la figlia del regista. Nel 1996 è stato girato un seguito del film, Trilogia del terrore II, che però non ho mai visto; se Trilogia del terrore vi fosse piaciuto, recuperatelo e aggiungete i primi due Creepshow, I delitti del gatto nero, La morte dietro il cancello, Racconti dalla tomba e The Mortuary Collection. ENJOY!  

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