mercoledì 26 agosto 2026

Nightborn (2026)


Incuriosita dalla presenza di Ron Weasley, ho recuperato Nightborn (Yön lapsi), diretto e co-sceneggiato dalla regista Hanna Bergholm.

Trama

Saga e Jon vanno a vivere nella casa d'infanzia di lei, in mezzo ai boschi finlandesi. Dalla loro unione nasce un bambino, il quale mette fin da subito in allarme Saga, che non lo riconosce come umano...

Recensione

Nightborn, primo film in lingua inglese di Hanna Bergholm, prosegue un po' il discorso già iniziato con Hatching, e affianca nuovamente un idillio familiare fasullo, o comunque ipocrita, a una natura caotica ma in qualche modo più "sana" e vera, anche nei suoi aspetti negativi. Stavolta i due protagonisti sono Saga e Jon, una donna finlandese e un uomo inglese, i quali decidono di sposarsi e mettere su famiglia, andando a vivere in Finlandia, nella casa d'infanzia di lei. La dimora, che necessita di parecchi interventi di restauro, si trova in mezzo ai boschi ed è stata in parte fagocitata dalla natura, al punto che, in mezzo a quella che era la cameretta di Saga, è cresciuto persino un albero. Proprio sotto lo sguardo di alberi rigogliosi e dalle forme vagamente umane viene concepito il figlio di Saga e Jon, il quale fin da subito presenta delle caratteristiche peculiari che non vengono mai mostrate chiaramente allo spettatore, ma si evincono dagli sguardi perplessi di dottori ed infermiere, e soprattutto dallo sconcerto di Saga, incapace persino di definirlo col pronome "he", al quale preferisce un "it". La critica verso un'istituzione familiare ipocrita nasce dal fatto che tutti, persino Jon, chiudono gli occhi di fronte alle stranezze sempre più inquietanti del neonato; Nightborn diventa un maternity horror nel momento in cui Saga, già provata da tutte le naturali conseguenze del parto, rimane l'unica a vedere il bambino per quello che è e viene lasciata sola alla sua mercé, a rischio di perdere la vita durante l'allattamento. Alla paranoia crescente di Saga si associa un biasimo progressivamente più violento da parte di Jon e di tutti quelli che la circondano, oltre al sorgere di una connessione con qualsiasi cosa condivida la natura del piccolo, ovvero delle misteriose entità legate al folklore finlandese e alla famiglia di Saga. La famiglia (in particolare per quanto riguarda il legame tra genitori e figli), sotto lo sguardo di Hanna Bergholm si ripropone come la fredda unione di persone che non si sono scelte tra loro e che mal si sopportano per esigenze meramente sociali, o di facciata. La regista mette in scena il fallimento dei costrutti umani, e torna a raccontare la libertà e la gioia di legami benedetti dalla natura, istintivi e liberi da qualsiasi tipo di vincolo. Saga e il bambino arrivano ad accettarsi vicendevolmente quando la donna, invece di imporre le sue idee sul piccolo, sceglie di osservarlo e comprendere, accettandole, le sue esigenze, per quanto avulse dalla natura umana. Contestualmente, Saga cambia agli occhi degli altri, o forse torna quella che è sempre stata, una donna che ha dovuto rinunciare alla propria personalità per venire accettata dagli altri e non rimanere sola, se ho capito bene l'intento della metafora della Bergholm.

La presenza degli elementi naturali è fondamentale in Nightborn e si traduce, in primis, nella scelta di rigogliosi boschi come location esterne, e poi in tutta una serie di dettagli presenti all'interno della casa d'infanzia di Saga, ma anche all'esterno, per non parlare dell'efficace trucco prostetico applicato al corpo di Seidi Haarla. Nel corso del film Saga va incontro a tutta una serie di cambiamenti fisici che, in maniera molto intelligente, colpiscono l'occhio dello spettatore consapevole, ma all'interno del contesto narrativo legato al punto di vista di Jon e degli altri comprimari, risultano plausibili anche come frutto di una naturale decadenza legata alla maternità. Chi non ho trovato granché naturale (ma, come al solito, potrebbe essere semplice gusto personale) è invece il piccolo Kuura, i cui movimenti sono troppo rigidi e dà l'idea di essere un mix un po' forzato di animatronic, bambolotti e bambini veri uniti dalla tecnologia digitale. D'altronde, è quel mio stesso gusto personale ad impedirmi di vedere Rupert Grint in altri ruoli che non siano quelli di Ron Weasley. Qui, come padre (!) adulto e responsabile, benché antipatico come la merda, a me è sembrato forzato, ed è molto meglio Seidi Haarla, attrice dotata di una bellezza ben distante dai canoni universalmente accettati, e anche della capacità di passare in un attimo da sposa timida e madre riluttante a forza della natura capace di mettere a posto figlio e marito con un paio di urla animalesche ben piazzate. Per quanto mi riguarda, dunque, Hanna Bergholm si riconferma una voce interessante all'interno del panorama horror internazionale, capace di mantenere una propria personalità distintiva dando vita a favole nere profondamente radicate nel folklore della sua terra. Nightborn mi è piaciuto e aspetto il suo prossimo film!

Cast

Della regista e co-sceneggiatrice Hanna Bergholm ho già parlato QUI mentre Rupert Grint, che interpreta Jon, lo trovate QUA.

Se vi è piaciuto...

Se Nightborn vi è piaciuto recuperate Hatching, The Twin, Still/Born. ENJOY!

martedì 25 agosto 2026

The Last House (2026)


La settimana scorsa è usscito un nuovo film originale Netflix, The Last House, diretto dal regista Louis Leterrier, così ho deciso di guardarlo...

Trama

Dopo una pioggia improvvisa, una famiglia rimane bloccata in casa, senza possibilità di uscire, e deve cercare di sopravvivere...

Recensione

Come al solito, non mi sono informata molto prima di accingermi alla visione di The Last House, mi sono semplicemente lasciata ispirare dalla locandina e dalla premessa. L'idea iniziale è molto interessante. Una famiglia rimane bloccata in casa mentre fuori infuria una pioggia misteriosa, e lo stesso accade a tutti i loro vicini. Jason, Ann e i loro due figli le provano tutte per uscire, ma è come se una forza misteriosa avesse sigillato l'intero edificio, finestre e altri pertugi compresi. La sceneggiatura di Matthew Robinson cattura lo spettatore per la prima mezz'ora, spingendolo a temere il peggio da una situazione simile, prima ancora che il tempo scorra e i problemi temuti si presentino, in tutta la loro gravità, agli stessi personaggi. Nel mezzo, ci sono scene di vita familiare quanto più "normali" possibile, anche perché Jason ed Ann hanno due figli piccoli che vanno protetti soprattutto psicologicamente, ma capite anche voi che il film, a un certo punto, deve presentare una svolta, altrimenti andrebbe ben poco lontano. Il problema di The Last House è proprio questo, purtroppo. Le "svolte", gli eventi necessari a far sì che la storia progredisca e, in qualche modo, si concluda, sembrano messe lì senza seguire delle regole logiche e, talvolta, contraddicono persino le premesse del film. Cercherò di non fare spoiler ma, durante le primissime sequenze, succede che qualcuno rimanga chiuso fuori casa e cerchi aiuto. Questa persona, dopo un po', viene attaccata da "qualcosa" che si nasconde all'esterno e viene richiamato dalla pioggia; ebbene, per cinque anni ci viene mostrato che, rimanendo in casa, non ci sono problemi di sorta (anche se è una vaccata. Se ciò che si nasconde fuori, ragionevolmente, si nutre di esseri umani o comunque li attacca, perché chiuderli nelle case?), dopodiché questa certezza viene disattesa per mettere la famiglia con le spalle al muro. Ancora peggio, a un certo punto la pioggia diventa qualcos'altro, dando per buono che sia sempre stato così, e addirittura, sul finale, la situazione viene risolta con un gesto di pietà (punto focale dell'intera vicenda e di una moraletta stinfia sulla quale poi tornerò) non solo totalmente fuori contesto, ma anche sproporzionato relativamente alle conseguenze. 

Davanti alla celebrazione dell'umana compassione e dell'empatia che contrasta con la moderna freddezza dei rapporti umani e familiari, The Last House si mostra inutilmente crudele nei confronti di tantissimi animali, più di quanto sarebbe lecito aspettarsi in un film non horror che si trattiene molto relativamente all'aspetto survival (d'altronde, Jason è un incrocio tra McGyver e Sampei, in grado di trasformare qualsiasi oggetto in un complesso macchinario utile a fare qualunque cosa). Se mal sopportate la morte on screen di animali domestici e non, The Last House è un trigger warning grosso come una casa, della durata di quasi due ore, e considerate che io a un certo punto mi sono messa a piangere e Mirco se n'è direttamente andato. La sceneggiatura di The Last House è dunque un misto di scempiaggini e paraculate assortite, ma per fortuna sta messo meglio nel reparto tecnico. Una volta superati i panorami posticci dell'introduzione e del finale, gli effetti speciali sono molto gradevoli, in quanto utilizzano sia effetti digitali sia animatronics, cosa che rende le sequenze di lotta subacquea nel prefinale concitate ed angoscianti. Sono notevoli anche le scenografie, in quanto, ovviamente, la casa di Jason ed Ann è protagonista tanto quanto gli attori, e nel corso del tempo subisce una metamorfosi funzionale ed artistica degna di nota, sicuramente una delle caratteristiche più interessanti del film. Anche gli attori non sono affatto male, sebbene Ann e i figli siano condannati a non evolvere per tutta la durata di The Last House. L'unico che si ritrova per le mani materiale su cui lavorare è Wagner Moura, il cui personaggio passa dall'essere un amorevole e paziente papà a un freddo dispensatore di mezzi di sopravvivenza, talmente concentrato sulla salvezza della propria famiglia da dimenticarsi di manifestare il proprio affetto, visto ormai come qualcosa di scontato e superfluo. Certo, Moura la prende dannatamente sul serio, come se un film come The Last House potesse in qualche modo assicurargli la seconda nomination agli Oscar, e onestamente è un po' sprecato. Così come, per quanto mi riguarda, è sprecato il tempo perso guardando questo film, l'ennesimo giocattolone pronto per il cestone dello streaming, da dimenticare nel giro di un paio di settimane.

Cast

Di Greta Lee (Ann) e Wagner Moura (Jason) ho parlato ai rispettivi link.


Curiosità

Arden Cho, che interpreta Ruth da adulta, è la doppiatrice originale di Rumi di KPop Demon Hunters. Se volete un film serio, che vi metta addosso una strizza vera di fronte a una situazione simile, recuperate We Need to Do Something, oppure virate su The Mist, The Divide, Await Further Instructions e Vivarium. ENJOY!

venerdì 21 agosto 2026

2026 Horror Challenge: L'ascensore (1983)


La challenge settimanale voleva un film in lingua non inglese, così ho deciso di guardare L'ascensore (De lift), diretto e co-sceneggiato nel 1983 dal regista Dick Maas.

Trama

Un ascensore comincia a mietere vittime e un tecnico decide di andare a fondo della faccenda... 

Recensione

L'ascensore era un'altro di quei film che ho sempre sentito nominare, che sarà sicuramente passato mille volte in TV, e che non ero mai riuscita a guardare, per un motivo o per l'altro. Mi aspettavo, chissà perché, un'esilarante trashata, invece L'ascensore, salvo alcuni momenti in cui, effettivamente, tiene fede al suo titolo mostrando gli omicidi di questa moderna comodità, soffre un ritmo sonnolento legato alle indagini del tecnico Felix, il quale cerca di capire come mai l'ascensore in questione sia impazzito. La trama è tutta qui e viene da chiedersi come mai, alla terza morte sospetta (lasciamo perdere le prime due, anche perché l'ascensore agisce progressivamente, cominciando col fare svenire quattro persone per mancanza d'aria), a nessuno, all'interno del palazzo, venga in mente di chiuderlo e smontarlo pezzo per pezzo. A rispondere ci pensa Dick Maas, impegnandosi a mettere in piedi un GombloDDoH che farebbe felici i detrattori dell'AI, perché negli anni '80 i nemici erano i misteriosi microchip, rei di impazzire e cominciare a godere di vita propria, oltre ad essere preclusi ai poveri tecnici degli ascensori, i quali si occupano non già di quadri elettrici, ma solo della greve meccanica degli apparecchi. In realtà, le indagini di Felix, intervallate da quei pochi momenti in cui l'ascensore un po' di ansia allo spettatore la mette, non sarebbero nemmeno il problema principale del film. Il fatto è che Dick Maas, invece di concentrarsi sulla "ciccia", perde parte dello scarso minutaggio a delineare non solo le scappatelle di un paio di dirigenti con procaci signore più giovani (mettendo una tacca, immagino sulla minima "quota sise" sindacale perché un horror, all'epoca, venisse accettato e distribuito) ma anche il dramma familiare di Felix. Felix (il quale, forse per tenere fede al nome, ha la verve di un gatto di marmo) tiene moglie e due figli, quindi verrebbe da pensare che la loro utilità sia legata al fatto che, prima o poi, il nucleo familiare verrà minacciato dall'ascensore. Invece, moglie e bimbi si legano essenzialmente alla sottotrama che vede Felix sposato "felicemente" da una decina d'anni con una donna neppure troppo rompiscatole, a parer mio, la quale a un certo punto lo molla in tronco perché l'amica ha visto il marito in compagnia di un'altra donna. L'aspetto esilarante della vicenda è che Felix non si impegna minimamente a giustificarsi, troppo distratto dal problema "ascensore", e che tutta questa digressione non apporta nulla allo sviluppo della trama, tanto che, sul finale, della moglie non si fa nemmeno più menzione.

Fortunatamente, al di là di queste digressioni poco utili e di un ritmo poco efficace, Dick Maas riesce ugualmente a trasmettere tensione ogni volta che qualcuno si avvicina all'ascensore, a prescindere da ciò che accadrà poi, grazie ad un abile uso delle inquadrature, del montaggio e di uno score elettronico che ricorda le colonne sonore dei Goblin. Un paio di omicidi, in particolare, sono degni di nota, soprattutto quello sul finale che, assieme alla rivelazione su cosa si nasconda dietro la "follia" dell'ascensore, ha probabilmente ispirato Tobe Hooper per quanto riguarda gli aspetti migliori del suo The Mangler - La macchina infernale. E' inquietante anche la lotta solitaria di Felix all'interno della tromba dell'ascensore, soprattutto perché è un luogo già pericoloso di per sé, quindi lo spettatore si ritrova a dover attendere il peggio, e non mi è dispiaciuta neppure l'ambientazione fredda e un po' squallida delle zone periferiche di Amsterdam, ben distanti dall'idea turistica di una città piena di eccessi "illegali". Purtroppo, avendo trovato il film su Tubi, doppiato in lingua inglese, credo che le interpretazioni dei vari attori ne abbiano risentito, rendendo così L'ascensore ancora più soporifero. Infatti, ogni personaggio parla con tono particolarmente monocorde, pulito, declamando dialoghi che, di tanto in tanto, parrebbero frutto di una traduzione priva di ogni sprezzo del ridicolo. Diciamo che, pur essendo consapevole di questa possibilità, non ho particolare interesse a recuperare il film in lingua originale per accertarmene. L'ascensore mi aveva incuriosita, finalmente l'ho guardato, ma direi che non mi ha fatto così tanta impressione da essermi pentita di avere perso così tanto tempo!

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Dick Maas ho già parlato QUI.

Curiosità

Huub Stapel, che interpreta Felix, è uno degli attori feticcio di Maas, col quale ha collaborato nei due Amsterdamned e in Saint. Dick Maas era stato licenziato a metà delle riprese a causa dei continui litigi col produttore, sia per via del cast sia perché il regista insisteva nel voler realizzare da solo anche la colonna sonora. Il giorno del licenziamento, Maas aveva comunque continuato a lavorare ed è stato riassunto il giorno dopo, perché nessuno era in grado di sostituirlo. Il film ha un remake in lingua inglese dello stesso regista, Down: Discesa infernale. Non l'ho mai visto ma vi consiglio di recuperarlo se vi è piaciuto L'ascensore, aggiungendo magari The Mangler - La macchina infernale e Brivido. ENJOY!

mercoledì 19 agosto 2026

Hokum (2026)


Ho dovuto aspettare praticamente un mese ma, alla fine, anche io sono riuscita a vedere al cinema uno degli horror che aspettavo di più quest'anno, Hokum, diretto e sceneggiato dal regista Damian McCarthy.

Trama

Uno scrittore americano va in Irlanda, nell'hotel dove i genitori hanno passato la luna di miele, per disperderne le ceneri. Lì scopre che l'hotel è infestato da una strega...

Recensione

Dopo Caveat e Oddity, ecco arrivare Hokum, ma cos'è esattamente un "hokum"? Si definisce "hokum" una sciocchezza, oppure un artificio molto terra terra che mira ad ingannare il prossimo. Il nuovo film di McCarthy contiene in sé entrambe le definizioni, a seconda dei punti di vista che vengono utilizzati. Da una parte c'è il protagonista del film, uno scrittore depresso e disilluso che dismette tutto ciò che lo circonda come "hokum", in particolare le storie di streghe che lo accolgono dal momento in cui mette piede in Irlanda, deciso a disperdere le ceneri dei suoi genitori nel posto che li ha accolti per la luna di miele. Dall'altro c'è, in effetti, un artificio dei più banali, che va ad inserire all'interno della trama horror del film un inganno ai danni di una persona, per motivazioni, appunto, molto terra terra. Questi due aspetti del film si intrecciano così da attirare il protagonista fuori dalla propria (un)comfort zone, scendendo a patti con un trauma infantile inestricabile da un profondo senso di colpa, e usare quello che dovrebbe essere l'"occhio" del tessitore di storie, andando oltre l'apparenza e un disprezzo smisurato verso gli esseri umani. A tal proposito, McCarthy ci introduce il protagonista alle prese con il finale della sua trilogia più famosa, e con questo racconto nel racconto ci dice moltissimo della sua percezione cupa del mondo, mostrandoci il tremendo destino dei personaggi della sua storia. Ed è sempre una storia che introduce la strega imprigionata nell'hotel, il che consente a McCarthy di metterne in discussione, come già accadeva in Caveat, la presenza o meno. Raccontandone la leggenda a due terrorizzati bambini, la strega viene chiamata Cailleach dal proprietario dell'hotel. La Cailleach del folklore celtico, a onor del vero, non è né buona né cattiva ed è più ancorata all'espressione di fenomeni naturali, mentre quella di McCarthy è una sorta di demone che trascina le anime e i corpi degli incauti in una dimensione oscura, mutilandoli durante il tragitto. Dando per buono che esista, e che la sua presenza non sia frutto della percezione distorta del protagonista, le sue azioni sembrerebbero in effetti mirate a fare più danno a coloro che sono colpevoli di qualcosa, torturandoli psicologicamente prima di ghermirli per trascinarli nel suo regno infernale; ciò spiegherebbe perché SPOILER il corpo di Fiona, probabilmente morta di paura, sia invece ancora nella suite FINE SPOILER Hokum tiene dunque fede al titolo in quanto opera che si presta a più interpretazioni, sia da parte del pubblico che da parte dei personaggi, in base a quanto i destinatari della narrazione siano disposti o meno a farsi ingannare, o da quanto acuto sia il loro spirito di osservazione.

Il mio, lo ammetto, è un po' annebbiato a causa del caldo, ma ciò non mi ha impedito di riconoscere quelle espressioni stilistiche e quei temi ricorrenti che rendono Damian McCarthy uno degli autori horror più coerenti in circolazione, nonché uno dei più originali. C'è un sottile fil rouge che unisce tutte le sue opere, rappresentato nella sua forma più "plateale" dagli oggetti iconici che vengono passati da un film all'altro; in Oddity compariva il coniglio di Caveat, in Hokum compare il terrificante campanello da reception di Oddity. Questi oggetti non si limitano ad essere una strizzata d'occhio al fan, ma trasmettono un senso di inquietudine ed aspettativa terrorizzata, poiché fondamentalmente "sbagliati". La cosa, ovviamente, vale per ogni elemento scenografico nei film di McCarthy, e Hokum non fa eccezione. La casa del protagonista, i boschi attorno all'albergo, lo stesso hotel, prima ancora che l'azione si sposti nella suite incriminata, sono tutti luoghi all'interno dei quali i personaggi vengono posizionati in modo che si crei attorno a loro un vuoto, una distanza più o meno grande rispetto a un punto considerato sicuro, il che li rende inquietanti anche quando i protagonisti non sono soli. Se poi, a un certo punto, la solitudine arriva davvero, combinata a soprammobili che paiono godere di vita propria, ambienti scarsamente illuminati, barriere ben poco solide e tunnel che si prolungano all'infinito, c'è da morire di ansia, al punto che non sempre basta ricorrere alla tecnica delle dita davanti agli occhi, perché l'attesa è molto peggio dello jump scare. Anzi, benché Jack the Jackass, con i suoi occhi pallati, sia materiale da incubo da qui all'eternità (anche perché sapete bene quanta presa facciano su di me pupazzi, umanoidi pupazzosi ed analogic horror), mi sono quasi sentita più sicura durante la sua comparsa, rispetto ai momenti in cui sullo schermo c'era solo Adam Scott circondato da mobili e buio. Per quanto riguarda la "paura", McCarthy è dunque di nuovo riuscito a farmela fare sotto. Forse preferisco le sue due opere precedenti Hokum, in quanto più dirette e viscerali, ma è un giudizio che dovrei dare ad una seconda visione, soprattutto in v.o. visto che il doppiaggio italiano appiattisce qualunque cosa. Al momento, però, è il terzo sì di fila per McCarthy, e ciò lo rende di diritto uno dei miei autori horror preferiti!

Cast

Del regista e sceneggiatore Damian McCarthy ho già parlato QUI mentre Adam Scott, che interpreta Ohm Bauman, lo trovate QUA.

Curiosità

Austin Amelio, che interpreta il conquistador, era il Dwight di The Walking Dead. Se Hokum vi è piaciuto recuperate Caveat e Oddity. ENJOY!

martedì 18 agosto 2026

Spider-Man: Brand New Day (2026)


Ho lasciato passare il solito mese per via di tutti i problemi del multisala, ma alla fine sono riuscita ad andare a vedere Spider-Man: Brand New Day, diretto dal regista Destin Daniel Cretton.

Trama

Peter Parker, dimenticato dalla fidanzata MJ e dai suoi amici, cerca di tirare avanti mettendo tutte le energie nella "carriera" di supereroe nei panni di Spider-Man. Questo finché problemi fisici e una nuova, pericolosa minaccia, non arrivano a sconvolgere la sua routine...

Recensione

Salvo poche eccezioni, ho saltato senza farmi troppi problemi parecchi dei film Marvel degli ultimi tre anni, forte delle delusioni cocenti di robaccia come Thor: Love and ThunderBlack Panther: Wakanda Forever e Ant-Man and the Wasp: Quantumania, gli ultimi due visti, peraltro, direttamente in streaming. Pur non avendo mai letto i fumetti de L'uomo ragno, o di Spider-Man che dir si voglia, mi sono comunque affezionata a quello del MCU, e ritengo che i tre film a lui dedicati siano tra i migliori usciti dalla branca cinematografica della Casa delle Idee. Ecco perché, con tutta la calma derivante dall'impossibilità di trovare posto nel multisala causa riduzione delle sale e guasti all'impianto di condizionamento, ho deciso di vedere Spider-Man: Brand New Day in sala, senza peraltro pentirmene. Avevamo lasciato Peter Parker solo come un cane, dopo avere chiesto al Dr. Strange di cancellarlo dalla memoria di amici, nemici e parenti, per salvare il multiverso. Lo ritroviamo ugualmente solo, salvo per un paio di improbabili "colleghi", consacrato al 100% al suo ruolo di supereroe, mentre la vita di MJ e Ned è andata avanti, portando con sé amori, successi accademici, una vita normale. Il personaggio di Peter Parker/Spider-Man si evolve dunque seguendo due percorsi ben precisi, che diventano un po' il fulcro psicologico-sentimentale del film. Peter è connotato come un workaholic che annega i propri fallimenti come persona nel suo alter ego di supereroe, al quale si consacra fino a consumarsi mentalmente e fisicamente, prendendo una cantonata dietro l'altra. Ma Peter è connotato anche, nonostante i lutti e le esperienze passate, come un ragazzino rimasto ancorato all'adolescenza perduta, terrorizzato dalla mutazione più tremenda di tutte, quella in adulto capace di affrontare e mettere insieme tutte le sfaccettature della propria personalità. I due percorsi di evoluzione sono strettamente connessi l'uno all'altro, intrecciati all'incontro con almeno quattro figure chiave che fungono da esempio da seguire (vedi la Vedova Nera e il suo modus vivendi assai rilassato), da evitare, con cui confrontarsi o a cui guardare per avere un terrificante quanto probabile squarcio di futuro.

Siccome ho fatto i salti mortali per evitare antipatici spoiler legati all'introduzione di personaggi che potrebbero rivelarsi fondamentali per il futuro del MCU (inutilmente, aggiungo, tanto ci hanno pensato persino i siti specialistici a mettere foto fuori contesto ma comunque spoilerose), per correttezza verso chi non avesse ancora visto il film eviterò di ricamare troppo sulla trama, pesantemente connessa proprio ad un nuovo, importantissimo personaggio, quindi passerò agli aspetti tecnici di Spider-Man: Brand New Day. Mi tocca ripetere ciò che hanno già detto in molti, ovvero che il film di Destin Daniel Cretton è uno dei più "supereroistici" del franchise, questo perché non solo offre moltissimo spazio all'azione e all'attività di Spider-Man inserito nel quotidiano newyorchese, ma anche perché riprende tantissime delle copertine e splash page che hanno fatto la storia cartacea del personaggio. E', per fortuna vostra e purtroppo per me, anche uno dei film del franchise più "urbani", il che si traduce in Spider-Man che si catapulta dai grattacieli e penzola dalle sue dannatissime ragnatele, offrendo prospettive e soggettive da incubo, alla faccia di chi teme questo genere di altezze e di tuffi nel vuoto. Salvo un paio di effetti speciali posticci che, ormai, sono la cifra stilistica del MCU, l'interazione tra il corpo di Tom Holland e tutto il paesaggio digitale che lo circonda, oltre a tutte le rapidissime e concitate sequenze di lotta, impreziosite da fantasiosi usi della ragnatela, sono tra le cose migliori viste negli ultimi anni. Da fan dell'horror, ho apprezzato anche tantissimo la citazione all'amato Il tocco del male come rappresentazione visiva dei poteri in boccio di uno dei personaggi, a proposito del quale, il tocco di finezza dei colori di uno scrunchie ha soddisfatto la nerd che è in me. Per quanto riguarda gli attori, che gli vuoi dire a Tom Holland? Lui ormai E' Spider-Man, la sua faccina è semplicemente perfetta, in ogni momento del film, e le interazioni con MJ riconfermano lui e Zendaya come una delle coppie più belle del mondo. Voto 10 anche a Jon Bernthal, ormai perfettamente a suo agio nei panni del Punitore, benché ormai sia un personaggio schizofrenico, viste quante interpretazioni diverse gli danno i vari sceneggiatori, e bravissima anche Sadie Sink, destinata a una gloriosa e meritata carriera. So già che tutte queste belle cose verranno mandate in vacca da Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars, i quali mi faranno pentire di non ricordare il 70% di quanto avvenuto nel MCU in questi ultimi sette anni (anche per progressiva perdita di interesse, soprattutto verso le serie Disney +), quindi meglio godersi questi film deliziosi e "piccini", finché è possibile!

Cast

Del regista Destin Daniel Cretton ho già parlato QUITom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ), Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk), Jon Bernthal (Frank Castle/Punisher), Jacob Batalon (Ned Leeds), Sadie Sink, Florence Pugh (Yelena Belova/Vedova Nera), Marisa Tomei (May Parker), Naomi Watts (voce originale di E.V.) e Keith David (Narratore di Spider Video) li trovate invece ai rispettivi link.

Se vi è piaciuto...

Se volete farla semplice, la conditio sine qua non è recuperare  Spider-Man: HomecomingSpider-Man: Far From Home e Spider-Man: No Way Home. Se invece volete fare i completisti, aggiungete Captain America: Civil WarAvengers: Infinity War, Avengers: Endgame, Black WidowThunderboltsla seconda stagione di Daredevil, le due stagioni di The Punisher, le due stagioni di Daredevil: Born Again e lo speciale The Punisher: One Last Kill. ENJOY!

venerdì 14 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Storie di fantasmi (1981)


Il tema della Horror Challenge, questa settimana, era "psycho-biddy" ma il film trovato in questa lista era un po' stiracchiato, come scoprirete leggendo il post su Storie di fantasmi (Ghost Story), diretto nel 1981 dal regista John Irvin e tratto dal romanzo Ghost Story di Peter Straub.

Trama

Gli anziani membri di un club, e i figli di uno di loro, vengono perseguitati ed uccisi dal fantasma di una donna...

Recensione

Ho dovuto cercare la definizione di "psycho-biddy" per capire di cosa si stesse parlando. In pratica, si tratta di un altro modo di definire il genere hagsploitation che, per chi non fosse avvezzo nemmeno a questo termine, indica quei thriller horror aventi come principali protagoniste delle donne già di una certa età, psicopatiche e violente. Detto questo, non so proprio come abbia fatto a finire nella lista Storie di fantasmi che, è vero, ha una donna come villain della vicenda, ma è privo delle caratteristiche tipiche del genere hagsploitation (anche per quanto riguarda l'attrice che interpreta Alma/Eva) ed è una storia, appunto, di fantasmi e vendette dall'aldilà. Non ho mai letto il romanzo di Straub, che una cara amica mi ha detto essere "scritto da Dio, ma malloppone", quindi non ho la possibilità di fare un confronto tra le due versioni; quel che è certo è che lo scrittore non è rimasto soddisfatto del risultato finale, ed il motivo risiede nella lunghezza e nella complessità del romanzo, molto difficile da adattare. A un certo punto, qualcuno aveva suggerito ai produttori di realizzarne una miniserie in due parti, come Le notti di Salem, ma la Universal si era impuntata sull'avere un film a tutti i costi, quindi è uscito Ghost Story, un'opera superficiale, che cancella con un colpo di spugna la complicata lore di Alma/Eva e riduce all'osso il ruolo della città di Milburn e di moltissimi suoi abitanti coinvolti nella vicenda, compreso un quinto membro della Chowder Society. Quest'ultima è la protagonista del film, una società composta da quattro anziani ed eleganti signori che, durante le loro riunioni, si raccontano storie di fantasmi. Che dietro questo loro passatempo ci sia qualcosa di più lo intuiamo, fin da subito, dai terrificanti incubi che accompagnano le loro notti, ancor prima che uno di loro muoia per mano del cadavere rianimato di una donna. Proseguendo, Ghost Story introduce il personaggio di Don, figlio di uno dei soci della Chowder Society, il cui passato è strettamente legato all'entità che comincia a perseguitare gli anziani signori e ad una serie di eventi precedenti la sua nascita, che tratteggiano una triste realtà di provincia in cui gli outsider, anche quelli più introdotti in società, vengono presto isolati e cancellati dalla memoria collettiva. A differenza di quanto spesso accade nel sottogenere hagsploitation, la donna che perseguita i protagonisti, benché ovviamente connotata come mostro nel presente e come presenza come minimo perturbante nel flashback di Don, non ha proprio tutti i torti nel volere la loro morte, e non si accanisce contro giovani ed innocenti fanciulle per gelosia o pura follia, oltre al fatto di essere lei stessa giovane e bella.

Mettendo un attimo da parte quest'imprecisione a livello di scelta per la challenge, c'è da dire che Storie di fantasmi non è proprio granché come film. Tanto per cominciare, ha un ritmo a dir poco soporifero, e tiene desta l'attenzione giusto nella parte iniziale, anche se non proprio per questioni di "merito"; piuttosto, per la prima mezz'ora è difficile capire dove voglia andare a parare Storie di fantasmi, perché mescola presente, flashback di un recente passato, incubi e racconti senza alcuna soluzione di continuità. Dopodiché, la narrazione si assesta su uno stile più lineare che coinvolge anche i due corposi flashback risolutivi, forse per questo l'attenzione dello spettatore può permettersi di vagare, fiaccata da personaggi talmente poco caratterizzati che interessarsi al loro destino è difficile (forse giusto il Ricky di Fred Astaire è dotato di un minimo di sfumature in più), oppure perché vengono accennate un paio di sottotrame apparentemente fondamentali che poi vengono lasciate cadere nel nulla, e anche questo aspetto non aiuta. E' poco coinvolgente anche la regia di John Irvin, il quale non riesce a sfruttare appieno il potenziale dei soffocanti salotti in cui si riunisce la Chowder Society, né quello della casa in rovina di Eva, lasciandosi sfuggire la possibilità di confezionare un gotico moderno dalle atmosfere evocative. Per fortuna, gli effetti speciali sono orridi quanto basta e accompagnano un paio di jump scare efficaci, e anche Alice Krige ci mette del suo, con la sua bellezza elegante e non convenzionale, e quello sguardo che è un mix di sensualità e desiderio omicida. Un peccato, invece, che il cast maschile non sia alla sua altezza, tra vecchie glorie costrette a destreggiarsi nei panni di riccastri barbogi e il povero Craig Wasson che, impegnato in un doppio ruolo, risulta doppiamente inespressivo. Potrei sbagliare, ma Storie di fantasmi è uno di quei film ai quali servirebbe un remake, o meglio, una trasposizione in miniserie del romanzo originale, data in mano a un regista un po' sgamato. Mi verrebbe da nominare Mike Flanagan, ma a lui lascio tutte le opere di King, Straub deve mettersi in coda, con tutto il rispetto!

Cast

Di Melvyn Douglas (John Jaffrey) e Alice Krige (Alma/Eva) ho già parlato ai rispettivi link.

  • John Irvin è il regista del film. Inglese, ha diretto film come Codice Magnum e Tre vedove e un delitto. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 86 anni.
  • Fred Astaire (vero nome Frederic Austerlitz Jr.) interpreta Ricky Hawthorne. Americano, lo ricordo per film come Cappello a cilindro, Zigfield Follies, Papà gambalunga, Cenerentola a Parigi e L'inferno di cristallo. Anche ballerino, coreografo, produttore e cantante, è morto nel 1987, all'età di 88 anni.
  • Douglas Fairbanks Jr. (vero nome Douglas Elton Ulman Fairbanks Junior) interpreta Edward Wanderley. Americano, ha partecipato a film come Piccolo Cesare, Gunga din e Sinbad il marinaio. Anche produttore, cantante e sceneggiatore, è morto nel 2000, all'età di 90 anni.
  • John Houseman interpreta Sears James. Americano, ha partecipato a film come Esami per la vita, Rollerball, I tre giorni del condor, Fog, S.O.S. Fantasmi, Una pallottola spuntata e a serie quali L'uomo da sei milioni di dollari, La donna bionica e Mork & Mindy. Anche produttore, sceneggiatore e regista, è morto nel 1988, all'età di 86 anni.
  • Craig Wasson interpreta Don/David. Americano, ha partecipato a film come Omicidio a luci rosse, Nightmare 3 - I guerrieri del sogno, Malcom X, e a serie quali La signora in giallo e Walker Texas Ranger. Anche sceneggiatore, compositore e produttore, ha 72 anni.

Se vi è piaciuto...

Se Ghost Story vi è piaciuto recuperate Changeling e Scarlatti - Il thriller. ENJOY!

mercoledì 12 agosto 2026

Leviticus (2026)


In Italia si è momentaneamente (spero!) perso in un limbo distributivo, ma sono comunque riuscita a recuperare il film Leviticus, diretto e sceneggiato dal regista Adrian Chiarella.

Trama

Il giovane Naim, da poco trasferitosi con la madre, è attratto dal compagno di classe Ryan. Una serie di circostanze fa sì che i due ragazzi vengano perseguitati da un'entità malevola e violenta, che si palesa col volto della persona che più desiderano...

Recensione

Levitico 18,22: "Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole.” C'è anche un altro passo, sempre nel Levitico, che ribadisce lo stesso concetto in modo ancora più violento e odioso, ma quello che ho citato basta per spiegare il titolo del film e ciò da cui parte Adrian Chiarella per raccontare la vicenda di Naim e Ryan. I due ragazzi sono attratti l'uno dall'altro, ma hanno la sventura di risiedere in una cittadina profondamente religiosa; in particolare, Naim si è trasferito lì da poco dopo la morte del padre, un evento che ha traumatizzato la madre al punto da spingerla a cercare il supporto di una comunità evangelica chiusa, che potesse dare supporto spirituale a lei ed aiutarla a crescere un figlio adolescente. Come spesso accade nell'horror, la madre di Naim è una figura evanescente, lontana dal ragazzo per motivi lavorativi, questo almeno finché non decide di mettere una pezza a ciò che lei percepisce come un problema, un'onta, ovvero l'omosessualità di Naim. Non starò a fare spoiler, anche perché la sceneggiatura non è interessata all'origine dell'entità che arriva a perseguitare Naim e Ryan, né al modo di debellarla (benché, a un certo punto, il film percorra sentieri già battuti in tal senso, ma è una piccola deviazione che dura poco), quanto piuttosto al renderla metafora di un profondo disagio sociale e personale. Adrian Chiarella, attingendo alla propria esperienza personale, mette in scena l'insicurezza e il desiderio, anche e soprattutto sessuale, di due ragazzi che cominciano a conoscere sé stessi e le proprie pulsioni. La reciproca attrazione tra i due protagonisti passa attraverso pochissimi momenti di gioia condivisa e tanti, troppi sguardi scambiati di nascosto, alternati a occhiate terrorizzate verso eventuali testimoni di una relazione "proibita". L'entità incarna sia la gioia di vedere l'altro, di venire toccati e baciati dalla persona più desiderata, ma anche la paura di cosa possa significare questo abbandonarsi completamente alla passione: una violenta morte fisica, perché questo è un horror, ma nella realtà si tradurrebbe in una dipartita "spirituale", troppo spesso causata proprio dalla stessa vittima, costretta a provare disgusto verso le proprie naturali pulsioni e ad indirizzarle verso ciò che la comunità intende come "giusto".

La "cura" rappresentata dall'entità richiama proprio quei centri dove si praticano terapie di riconversione, spesso legate a questo o quel credo religioso. La doppia natura di queste abominevoli terapie viene richiamata dalla contrapposizione di immagini naturali ed urbane presenti nel film. Ambientando Leviticus all'interno di una cittadina industriale, dove abbondano le sequenze che hanno come sfondo fabbriche funzionanti oppure abbandonate, Chiarella sottolinea l'ambiguità di una religione che non può essere divina, ma necessariamente filtrata e gestita dalla volontà umana, che ne applica ricompense e castighi. L'origine della stessa entità, come ho scritto sopra, potrebbe essere legata ad un reale castigo divino, oppure dalla manipolazione di umani che hanno piegato la spiritualità ad una loro concezione distorta, o ancora, potrebbe nascere dalla vergogna e dalla paura delle sue stesse vittime. Le molteplici interpretazioni di questo "castigo" sono parte del fascino di un film complesso, da lasciare decantare per poi guardarlo ancora, più di una volta, anche se Leviticus è molto doloroso, oltre che commovente. Buona parte del merito sta nell'incredibile alchimia che si è venuta a creare tra i due protagonisti, Joe Bird e Stacy Clausen. Non mi ritengo grande esperta di film queer, né ho mai provato un sentimento d'amore o attrazione verso una persona del mio stesso sesso, ma mi è parso, finalmente, di vedere su schermo una delle pochissime relazioni omosessuali in grado di risultare plausibili e naturali, proprio come quelle vere. Naim e Ryan sono dolcissimi nella loro imperfezione, in quei comportamenti umani talvolta deprecabili, in quanto dettati da rabbia e gelosia, ma sono anche incredibilmente sensuali e puri quando si lasciano andare, abbandonandosi all'attrazione, e viene proprio voglia di tifare per loro, augurandogli il meglio per un futuro incerto e plumbeo quanto la luce che accompagna ogni fotogramma del film. Io non so se Leviticus è uno degli horror migliori dell'anno, probabilmente sì. Anche se così non fosse, sono abbastanza certa che Naim e Ryan possano diventare un modello di speranza per ogni persona queer che si sente sola, insicura e abbandonata. Anche per questo, spero che Leviticus venga presto distribuito in Italia, così che possa essere conosciuto ed apprezzato anche qui da noi.

Cast

Di Mia Wasikowska, che interpreta Arlene, ho già parlato QUI.

  • Adrian Chiarella è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Australiano, è anche montatore e produttore.

CURIOSITà

Joe Bird, che interpreta Naim, era il Riley di Talk to Me. Se Leviticus vi è piaciuto, recuperate It Follows. ENJOY!

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