venerdì 3 febbraio 2023

Anche io (2022)

E' uscito la scorsa settimana al cinema Anche io (She Said), diretto nel 2022 dalla regista Maria Schrader, un film che mi aveva intrigata già dal trailer e che è stato tratto dal libro She Said, scritto dalle reporter Jodi Kantor e Megan Twohey.


Trama: Due giornaliste del New York Times conducono una difficile indagine sulla lunghissima storia di abusi sessuali perpetrati da Harvey Weinstein ai danni di donne alle dipendenze della Miramax e di svariate attrici.


"Lei ha detto". Un titolo (ripetuto sul finale in mille lingue tranne credo l'italiano, visto che gli adattatori hanno deciso di tradurre invece il "Me Too", mancando di qualche centimetro l'argomento centrale del film) che spalanca un universo di riflessioni. "Lei ha detto" di essere stata violentata da Harvey Weinstein, per esempio. Weinstein, il mogul della Miramax, facoltoso, potente, importante. E quindi cosa vorrà fare questa "lei", se non screditare una persona che dà da lavorare a mille altre e che ha le mani in pasta ovunque? Vorrà per caso dei soldi? Siccome "l'ha detto lei", e magari ci ha messo qualche anno a trovare il coraggio di dirlo, non è che magari era consenziente e adesso ha deciso di ritrattare tutto solo per un po' di fama e denaro? Ma poi, quello che dice "lei", quanto peso ha rispetto a quello che può dire Weinstein e, soprattutto, rispetto al muro di silenzio che la povera "lei" si trova a dover affrontare quando le parole finalmente le escono di bocca, dolorose e amare come il fiele? Magari ci sono anche, e sono tantissimi, quelli che le consiglieranno di dimenticare, perché non ne vale la pena, perché "che vuoi che sia", perché "così ti rovini la vita", perché "non potrai mai vincere", che fiaccano il coraggio ed alimentano i dubbi non solo relativamente al fare la cosa giusta, ma anche sull'interpretazione data a un evento orribile, in grado di distruggere l'esistenza di chi lo ha subito. Ecco perché ci sono voluti anni prima che alle "lei" passate sotto le manazze di Weinstein venisse data la possibilità di "dire", di urlare le loro storie a tutto il mondo attraverso la penna delle giornaliste Jodi Kantor e Megan Twohey, ma il retroscena più triste di questa brutta storia il film non lo racconta: al New York Times sapevano già nel 2004 degli abusi di Weinstein, ma quest'ultimo si era recato in visita alla redazione, e quindi addio indagini approfondite e conseguente articolo, almeno fino a quando non ci si è messo in mezzo anche Ronan Farrow, anni dopo. Ma facciamo finta che al Times siano tutti dei santi, anche il giornalista Glenn Thrush, che nel film non compare perché lavora tuttora per il giornale nonostante sia stato accusato (in seguito all'ondata di coraggio infusa da questi articoli) di comprovate molestie sessuali, e parliamo di Anche io.


Anche io è un'angosciante indagine filtrata dall'occhio di due giornaliste che tentano di scoperchiare un'immane cloaca di abusi e violenze tenuti nascosti da decenni di omertà e terrore. Rigorosissimo per quanto riguarda la regia e le indagini di Jodi Kantor e Megan Twohey (salvo per qualche ovvia licenza "poetica"), il film concede poco al sentimentalismo e molto allo schifo, alla frustrazione di avere "off records" tutte le prove per incastrare Weinstein e ritrovarsi comunque con le mani legate perché le testimoni sono state imbavagliate, impossibilitate a parlare da accordi di segretezza o, banalmente, dalla paura di rimanere una singola voce che non verrà creduta e che, quindi, si ritroverà con la vita rovinata, inutilmente. Allo spettatore viene risparmiata la vista delle atrocità commesse da Weinstein, sostituite da immagini di donne sconfitte che hanno cercato di andare avanti, ma la voce di queste donne (tra ricostruzioni, attrici che ci mettono la faccia dopo essere state davvero vittime di Weinstein, e un paio di intercettazioni reali che mettono letteralmente i brividi) convoglia tutto l'orrore e la vergogna delle esperienze passate, e indigna più di quanto farebbero delle sequenze esplicite. Zoe Kazan e Carey Mulligan conferiscono alle due protagoniste tutta l'umanità necessaria affinché lo spettatore venga coinvolto dalla loro indagine e resti col fiato sospeso nonostante sappia che, alla fine, l'articolo è stato per fortuna pubblicato con tutto ciò che ne è seguito; trama, regia e montaggio concorrono a creare una sensazione di disagio e minaccia palpabile, tracciano l'immagine di due professioniste la cui vita familiare viene in qualche modo "sporcata" da una sensazione di paranoia derivante dalla natura infida e tentacolare di Weinstein e di coloro che lo proteggono, in più la Kazan infonde nel suo personaggio una dolcezza incredibile e la Mulligan la cazzimma che la contraddistingue da sempre, con risultati che, ovviamente, aggiungono ulteriore valore a una vicenda che già di suo meritava di venire raccontata.  Anche io non sarà un film memorabile o innovativo, ma è una visione assai piacevole nella sua sgradevolezza e, come accade per questo genere di pellicole, spinge indubbiamente a volersi informare e ad aprire gli occhi sullo schifo che ci circonda, il che, per me, è sempre un punto in più. Se lo proiettano ancora dalle vostre parti recuperatelo!


Di Zoe Kazan (Jodi Kantor), Carey Mulligan (Megan Twohey), Patricia Clarkson (Rebecca Corbett), Jennifer Ehle (Laura Madden), Samantha Morton (Zelda Perkins) e Gwyneth Paltrow (solo come voce, interpreta se stessa) ho già parlato ai rispettivi link.

Maria Schrader è la regista del film. Tedesca, ha diretto film come I'm Your Man e la serie Unorthodox. Anche attrice, sceneggiatrice e produttrice, ha 58 anni.


Ashley Judd interpreta se stessa. Americana, la ricordo per film come Poliziotto in blue jeans, Natural Born Killers, Heat - La sfida e Il collezionista, inoltre ha partecipato a serie quali Twin Peaks: Il ritorno. Anche produttrice e regista, ha 55 anni. 


Se Anche io vi fosse piaciuto recuperate The Post, Il caso Spotlight, Tutti gli uomini del presidente, Bombshell - La voce dello scandalo e anche Promising Young Woman. ENJOY!


mercoledì 1 febbraio 2023

Bolle dall'Abisso: Deadstream (2022)

Tornano le collaborazioni con il blog Pellicole dall'Abisso! Per l'occasione, ho scelto di recuperare un film interessantissimo e divertente uscito l'anno scorso, ovvero Deadstream, diretto e sceneggiato dai registi Joseph Winter e Vanessa Winter.


Trama: Uno youtuber caduto in disgrazia cerca di tornare sulla cresta dell'onda promettendo a followers e sponsor che passerà una notte in una casa infestata senza mai uscire, qualunque cosa accada. Ovviamente, cose ne accadranno diverse e nessuna piacevole...


Prima di cominciare il post, una doverosa dichiarazione: Marika, Lucia, NO MA GRAZIE EH!! "Deadstream è l'horror più divertente dell'anno", allora la sottoscritta decide di guardarselo una sera che è sola in casa, ma poi è costretta ad aspettare il ritorno del Bolluomo perché troppo terrorizzata per andare a dormire. Ragazze, vi amo, ma vi odio anche un po', sempre con love. Finito lo shoutout alle mie due gurE dell'horror, parliamo di Deadstream. La pellicola di Joseph (che ci mette anche la faccia) e Vanessa Winter è tutto quello che avrebbe potuto essere quella schifezza malvagia di Dashcam e che invece non è stato, pur partendo da presupposti molto simili. Anche qui abbiamo uno youtuber di dubbissima simpatia, uno stile che ripropone i livestream con tanto di commenti degli utenti e una situazione in cui al protagonista ne succedono di ogni, ma i due film non potrebbero essere più diversi. Intanto, e per fortuna, il protagonista Shawn è un minchia fatto e finito ma è anche un personaggio di finzione verso il quale, di tanto in tanto, si può anche provare empatia, mentre Annie Hardy è purtroppo vera ed è, per quanto mi riguarda, la feccia dell'umanità. Seconda cosa, Deadstream è tecnicamente molto più valido e piacevole da guardare, nella misura in cui all'interno di Dashcam non c'è una sola maledetta inquadratura a fuoco e l'effetto vomitillo o "vedononvedomasoprattuttoNONvedo" è assicurato, qui invece il protagonista è dotato del top di gamma delle attrezzature da youtuber, il che non solo rende chiarissime le riprese in soggettiva ma consente anche degli stacchi di montaggio comprensibili e coerenti con la situazione. In ultimo, ma non meno importante, Deadstream è divertente e vario nonostante la presenza di un solo protagonista chiuso all'interno di un edificio per tutta la durata del film.


Attenzione, però. Il fatto che Deadstream sia divertente (e lo dico perché ci ho picchiato col naso, come avete capito dalle prime righe del post) non vuol dire che non faccia paura, così come succedeva con i primi due Evil Dead, ai quali il film di Joseph e Vanessa Winter guarda spesso e volentieri. Shawn è solo come un cane, genuinamente spaventato, e le varie telecamere che ha montato non solo mostrano segni tangibili di attività paranormale, ma si rivelano anche inutili nel momento in cui è costretto ad andare a vedere di persona, come promesso a follower e sponsor; in più, le presenze (per quanto spesso "giocose" e veicolo di uno humor nero molto Raimiano) hanno un make-up efficace ma disgustoso quanto le cose zozze e schifide che infestano la casa, a proposito delle quali in un paio di scene ho distolto lo sguardo, sì, ma dal ribrezzo. Il risultato, con me, è stato quello di costringermi a guardarmi attorno ad ogni rumore, soprattutto all'inizio del film, quando i due registi e sceneggiatori giocano con ombre, suoni sospetti e suggestioni, filtrando il tutto attraverso lo sguardo di un povero belinone che se le va letteralmente a cercare. In questo senso, sì, si ride parecchio. L'interazione tra Shawn e i suoi followers, soprattutto quando a un certo punto cominciano ad arrivare video funzionali e spietati, è molto più interessante e divertente di quella mostrata in Dashcam, e da "linguista" che odia tantissimo sia il massacro perpetrato dalla pronuncia inglese ai danni del latino (non avete idea dei brividi che mi venivano guardando Le terrificanti avventure di Sabrina) sia l'ignoranza bue del popolastro americano, ho quasi sputato un polmone dal ridere nella sequenza in cui Shawn si presta a ripetere parole latine dal significato lapalissiano, offrendosi come un cretino a qualunque demone abiti la casa. In conclusione, se cercate un horror simpatico e divertente, di sicuro Deadstream fa al caso vostro ma attenti a non sottovalutarlo o rischiate di fare la mia stessa, ingloriosa fine. 

Joseph Winter e Vanessa Winter sono i registi e sceneggiatori della pellicola (Joseph interpreta anche Shawn). Americani, marito e moglie, hanno diretto anche un episodio di V/H/S/99. Sono anche produttori.


Melanie Stone, che interpreta Chrissy, ha partecipato anche all'episodio di V/H/S/99 diretto dai due registi. Se Deadstream vi fosse piaciuto recuperate La casa, La casa 2 e L'armata delle tenebre. ENJOY! 

martedì 31 gennaio 2023

Lupin III VS Cat's Eye (2023)

 Venerdì è uscito su Amazon Prime Video il film Lupin III VS Cat's Eye (ルパン三世VSキャッツ・アイ), diretto dai registi Hiroyuki Seshita, Kôbun Shizuno e Keisuke Ide. Potevo forse lasciarmelo scappare?


Trama: quando un'organizzazione neo nazista prende di mira le opere del pittore Michael Heinz, gli obiettivi di Lupin III e della banda Occhi di Gatto li portano a uno scontro frontale...


Lupin III VS Cat's Eye
è un'opera creata appositamente per il mercato dello streaming, nata per festeggiare sia i 50 anni "televisivi" della creatura di Monkey Punch che i 40 anni delle gattine create da Tsukasa Hojo. Che io sappia (ma potrei sbagliarmi, in quanto sono più vecchia delle Cat's Eye e ormai la mia memoria fa cilecca) i due gruppi di personaggi non si erano mai incontrati, almeno nei media animati, però l'idea non è poi così peregrina, visto che si tratta, in entrambi i casi, di ladri. Certo, le Cat's Eye hanno sempre un obiettivo ben preciso, ovvero rubano solo le opere del pittore Michael Heinz, il papà delle tre belle fanciulle, mentre Lupin e soci non fanno favoritismi e rubano qualunque cosa capiti loro a tiro ma, poiché pare che questo Heinz fosse un pittore piuttosto famoso, nonché prolifico, era destino che, prima o poi, i cammini delle due bande si sarebbero incrociati. Ebbene, questo incontro è avvenuto negli anni '80, epoca in cui è ambientato Lupin III VS Cat's Eye e, senza addentrarmi troppo nello spoiler per chi non avesse ancora guardato il film, l'oggetto del contendere è un trittico di Heinz che nasconde più di un segreto e che per questo viene bramato anche da un'organizzazione neo nazista i cui trascorsi sono legati non solo al pittore, ma anche al passato di Lupin III. A livello di trama, la sceneggiatura del semi-esordiente Shuji Kuzuhara riesce in qualche modo ad unire i due universi narrativi senza troppe sbavature e senza snaturare le personalità dei singoli personaggi, creando un'avventura dinamica e divertente, dalle caratteristiche comuni a entrambe le serie, e utilizzando come trait d'union non già Sheila/Hitomi, come si evincerebbe dalla locandina, quanto piuttosto Tati/Ai. Quest'ultima viene letteralmente messa al posto delle mille ragazzine (Clarice, Letizia, Ami, ecc.) diventate co-protagoniste di alcune delle opere più conosciute legate al franchise di Lupin III e, come accade ogni volta, serve a smussare un po' la natura criminale di Lupin fornendogli un'obiettivo più "nobile", più da "Superhero"; non è uno spoiler né una sorpresa, infatti, scrivere che il "VS" del titolo originale diventerà un "feat." nel giro di mezz'ora di film, di conseguenza non servirebbe nemmeno parlare di occasione sprecata anche se, diciamolo pure senza troppi peli sulla lingua, trattasi proprio di questo.


Lasciando perdere il fatto che Lupin III VS Cat's Eye si concentra più sui personaggi di Hojo che su quelli di Monkey Punch, con conseguente riduzione del tempo di presenza di questi ultimi (Jigen, Goemon e Fujiko compariranno in totale mezz'oretta scarsa), ciò che da fan mi ha urtata a dismisura è vedermi agitare davanti agli occhi la promessa di una versione più hard boiled di Lupin e soci, come dimostra il tesissimo confronto finale col villain di turno, e scoprirla ridotta a un "non lo famo ma lo dimo" rappresentato dalla comparsa di Jigen e Goemon completamente coperti di sangue dopo una battaglia mai mostrata (!!!). Qui lo dico e qui lo nego, Lupin III VS Cat's Eye a livello di gente ferita male è quasi al pari di un'opera di Koike, e tutta questa potenzialità sprecata solo per ridurre Lupin a un rottame, quasi a mo' di punizione per essere "cattivo" mentre le Cat's Eye sono buone, mi ha messo addosso un dispiacere impossibile da sedare solo con la consapevolezza che, finalmente, Zenigata ha il ruolo di intraprendente e capace ispettore che gli spetterebbe da tempo (mentre Matthew/Toshio ci fa la figura del minchione. Ma nei miei ricordi non era tanto diverso...). A tal proposito, mi avrebbe fatto inoltre piacere che le caratteristiche ed abilità delle singole sorelle Kitsugi andassero ad amalgamarsi/cozzare con quelle dei membri della banda di Lupin, mentre invece l'interazione tra i due gruppi, al di fuori di Lupin e Ai, è praticamente nulla e se non è uno spreco questo non so davvero cosa sia! Un'altra cosa che personalmente non ho apprezzato, ma lì trattasi di gusti e quindi passabili di venire contestati con facilità, è il character design. Riconosco che sia mille volte meglio un design comune a tutti i personaggi piuttosto che quell'orribile accozzaglia di stili che mi sono subita guardando i crossover con Detective Conan, però mi fa impressione vedere Lupin e soci con quei nasi a patata e quei busti e braccia tagliati con l'accetta; tanto quanto, Goemon mi diventa ancora più belloccio, non fosse per quei pettorali alla Toriyama, ma Lupin è davvero improponibile e Fujiko, per quanto bella bella in modo assurdo, non sembra nemmeno lei. Quanto a Jigen, l'unica cosa che ho apprezzato di questa rigida e sciapa versione senza personalità del mio amato pistolero, è l'elegante gilet. Altro punto dolente, almeno per me, le animazioni, ma anche qui vale il gusto personale, visto che non amo la freddezza derivante dalla combinazione di animazioni computerizzate e disegni tradizionali, in quanto mi comunicano lo stesso senso di rigidità del character design di cui sopra. Insomma, immaginavo che Lupin III VS Cat's Eye non avrebbe incontrato i miei gusti a livello "visivo", ma non che sarei rimasta con l'amaro in bocca pensando a tutte le cose potenzialmente belle che vengono solo accennate e poi lasciate cadere a livello di trama, quindi per quanto mi riguarda il giudizio è una bocciatura con tristezza annessa e la speranza che, in futuro, possano riproporre un crossover come questo con tutti gli aggiustamenti del caso. I want to believe!

Hiroyuki Seshita è il co-regista della pellicola. Giapponese, ha diretto film come Blame! e Godzilla - Il pianeta dei mostri. Anche produttore, ha 56 anni.


Kôbun Shizuno
è il co-regista della pellicola. Giapponese, ha diretto film come Ken il guerriero - La leggenda del vero salvatore, Ken il guerriero - La leggenda di Toki, Detective Conan: L'undicesimo attaccante, Godzilla - Il pianeta dei mostri e serie quali Elfen Lied. Anche animatore, ha 50 anni. 


Keisuke Ide
è il co-regista della pellicola. Giapponese, anche animatore, ha diretto episodi della serie Levius



venerdì 27 gennaio 2023

Bolla Loves Bruno: Hudson Hawk - Il mago del furto (1991)

Pensavate che avrei rinunciato al progetto Bolla Loves Bruno? Tranquilli, mi ero solo bloccata per la difficoltà di reperire questo Hudson Hawk - Il mago del furto (Hudson Hawk), diretto nel 1991 dal regista Michael Lehmann e co-sceneggiato nientemeno che da Bruce Willis.


Trama: dopo anni passati in carcere, il ladro Hudson Hawk esce di prigione solo per venire costretto, da un complotto che coinvolge mafia, CIA e una coppia di squinternati ricconi inglesi, a ricorrere nuovamente alle sue "arti"...


Hudson Hawk
era uno di quei film che passavano spessissimo in TV quando ero ragazzina ma devo averlo visto solo una volta, e persino di sfuggita, perché ricordavo ben poco della trama e delle sequenze. La cosa è davvero strana, così come è strano che Hudson Hawk, dopo una sola visione, non sia diventato uno dei miei film preferiti di bambina, vista la sua natura cartoonesca e folle, che rende difficile incasellarlo in un genere e, tra le altre cose, fa capire perché la maggior parte delle persone lo odi. Hudson Hawk, innanzitutto, nasce da un'idea raccontata nello stesso film (quella del vento proveniente dal lago Michigan, chiamato  "The Hawk", che è diventato Hudson Hawk quando il co-sceneggiatore Robert Kraft si è ritrovato proprio sulle rive del fiume newyorkese a combattere contro sferzanti folate) e sviluppata da Kraft e Bruce Willis quando quest'ultimo non era ancora famoso, dapprima in forma di canzone e poi, una volta ottenuti fama e denaro, trasposta in sceneggiatura con l'ausilio di Steven E. de Souza (lo sceneggiatore di Trappola di cristallo) e Daniel Waters (quello di Schegge di follia); non è difficile immaginare come la "mitologia" del ladro Hudson Hawk e del suo compare Tommy fosse esile come un giunco, e la bellezza di quattro menti a ricamarci sopra aggiunta alla tendenza di Willis ad improvvisare sul set e aggiungere di continuo idee e proposte in fieri ha, probabilmente, contribuito alla sua natura schizofrenica. Quello che doveva essere un omaggio ai ladri "classici" del cinema e alle screwball comedies si è ritrovato sicuramente privo della classe dei primi e della "follia centrata" delle seconde, arrivando ad assomigliare più a una parodia di Mel Brooks o di David Zucker, dove un ladro assurdamente figo e piacione (nonché infallibile) è costretto ad affrontare situazioni surreali e nemici talmente sopra le righe che Richard E. Grant, appunto impegnato nei panni di uno di loro, probabilmente sputerebbe in faccia a chiunque ammetta di essersi goduto il film. Brutte persone tra le quali rientro anche io, e mi spiace per l'amato Richard, di cui pur capisco i sentimenti visto che il ruolo di Darwin sembra scritto apposta per Nicolas Cage.


Infatti, con tutti i difetti che ha e che non stenterei a riconoscere davanti a chiunque me li sottolineasse, Hudson Hawk è un film per me divertentissimo, dal ritmo serrato, retto quasi interamente da una coppia di attori che se l'è goduta un mondo e da comprimari tanto assurdi quanto esilaranti, che hanno messo da parte qualunque genere di vergogna e si sono prestati alle esigenze di copione più stupide. Hudson Hawk è la versione live-action di un cartone animato della Warner, all'interno del quale i protagonisti giocano consapevolmente con la follia che lo permea, arrivando a un passo dallo strizzare l'occhio al pubblico, e prendere sul serio quello che passa sullo schermo (nonostante la serietà con cui, per dire, Willis e la MacDowell portano avanti la storia d'amore tra i loro personaggi, spesso degna dei classici più blasonati, nonostante la sua improbabilità) senza avere almeno un po' d'indulgenza verso l'intera operazione sarebbe sciocco e scorretto da parte dello spettatore. Anche perché c'è da dire che un paio di finezze presenti nel film scaldano il cuore. A parte il budget spropositato che si evince dagli splendidi set internazionali e dalla presenza di Dante Spinotti alla fotografia, per un'appassionata di ladri come la sottoscritta è semplicemente divino vedere Willis e Aiello (entrambi strepitosi nei loro ruoli) compiere furti trasformandoli in musicarelli vintage, ennesima dimostrazione di quanto Bruce Willis sia sempre stato qualcosa in più di un buzzurro consacrato all'action; vi sfido, inoltre, a guardare il film senza arrivare alla fine con almeno un paio di catchphrase e battute che ricorderete da qui all'eternità, e a non apprezzare la vena sadica che condanna buona parte dei partecipanti a morire male tra le risate a profusione di killer, sopravvissuti e, ovviamente, pubblico. Per quanto mi riguarda, lo guarderei già domani e sicuramente lo inserirò di diritto nel novero dei cult riscoperti troppo tardi... can you fuckin' believe it?!


Del regista Michael Lehmann ho già parlato QUI. Bruce Willis (Hudson Hawk e anche co-sceneggiatore), Danny Aiello (Tommy Five-Tone), Andie MacDowell (Anna Baragli), James Coburn (George Kaplan), Richard E. Grant (Darwin Mayflower), Sandra Bernhard (Minerva Mayflower), Andrew Bryniarski (Butterfinger), Enrico Lo Verso (Apprendista) e Leonardo Cimino (Cardinale) li trovate invece ai rispettivi link. 

David Caruso interpreta Kit Kat. Americano, lo ricordo per film come Ufficiale e gentiluomo, Rambo, I gemelli, Lo sbirro il boss e la bionda, Il bacio della morte, Session 9 e serie quali CHIPS, CSI - Scena del crimine, CSI - Miami e CSI: NY. Anche produttore, ha 67 anni e film in uscita. 


Ad interpretare Cesar Mario c'è Frank Stallone, fratello del ben più famoso SylvesterIsabella Rossellini era stata scelta per il ruolo di Anna Baragli ma, a causa di ritardi nella produzione e impegni pregressi, ha dovuto rinunciare e lo stesso vale per Audrey Hepburn, per la quale era stato scritto appositamente il ruolo di Minerva, prima che i negoziati con l'attrice fallissero miseramente. Il povero Richard E. Grant, invece, ha perso la possibilità di essere lo Sceriffo di Nottingham in Robin Hood - Principe dei ladri a causa dei reshoot richiesti dalla caotica produzione di Hudson Hawk, riguardo alla quale, per saperne di più, bisognerebbe leggere la biografia dell'attore, With Nails: the film diaries of Richard E Grant, cosa che non mi dispiacerebbe a prescindere. Hudson Hawk non ha generato sequel a parte un videogioco e, se vi fosse piaciuto il film, consiglio il recupero di The Spirit e Il quinto elemento. ENJOY!

 


mercoledì 25 gennaio 2023

Babylon (2022)

Invogliata da un trailer favoloso, domenica sono corsa al cinema a vedere Babylon, diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Damien Chazelle. Con oggi comincia ufficialmente la Road to the Oscar, visto che Babylon è candidato a tre statuette (Miglior Scenografia, Colonna Sonora e Costumi).


Trama: nella Hollywood di fine anni '20, grandi star e semplici mestieranti devono fare i conti con una nuova era inaugurata dall'avvento del sonoro...


Dopo l'esordio strepitoso con Whiplash avevo un po' litigato con Chazelle. Il suo La La Land, osannato da chiunque, mi aveva lasciata abbastanza tiepida nonostante l'indubbia bellezza formale, mentre di First Man non ricordo nemmeno un fotogramma. Ciò nonostante, il trailer di Babylon, dal montaggio forsennato e accompagnato da una splendida colonna sonora, mi ha attirata fin dalla prima volta che l'ho visto e lo stesso vale per il cast all star che si è piano piano svelato agli occhi dei futuri spettatori. A dimostrazione di quante speranze riponessi in Babylon, non mi sono fatta sviare né dalle stroncature praticamente unanimi di critica e pubblico, né dalla durata elefantiaca della pellicola e, a posteriori, devo dire che sono strafelice di essermelo goduto al cinema (l'unica pecca, come sempre, doppiaggio e adattamento, ma che cosa ci posso fare se a Savona è già un lusso che i film escano?) perché Babylon è diventata la mia prima folgorazione per questo 2023. Ovviamente, capisco perché possa non piacere, e per questo chiedo scusa ai miei due compagni di visione, che verranno testé tirati in ballo: nonostante entrambi abbiano dichiarato di essersi divertiti e abbiano apprezzato molti aspetti del film, il Bolluomo lo ha definito una pellicola "riservata" agli addetti ai lavori, a gente che ama il cinema e ne conosce un po' la storia, la nostra compare invece non ha saputo bene come prenderlo, in quanto troppo strano e sbilanciato nei toni della commedia o della tragedia. In effetti, Babylon è un film sul cinema, scritto e diretto da un autore che il cinema lo ama e lo vive, e tratta un periodo storico ben preciso con riferimenti a fatti ben noti e persone realmente esistite. Le vicende narrate nascono non solo dall'avvento del sonoro, che aveva fatto piazza pulita di molte star del cinema muto (inadeguate per via di una voce inadatta, in totale contrasto con l'aspetto fisico, come nel caso di John Gilbert, che ha ispirato il personaggio di Jack Conrad), ma anche dal ben più "castrante" avvento del Codice Hayes, un compendio di regole severissime atte non solo a regolare regie e sceneggiature (soprattutto per quanto riguardava sesso e violenza ma si andavano a toccare anche mille questioni morali e di "decoro", così che nulla potesse anche solo indurre in tentazione lo spettatore), ma anche la vita degli attori fuori dal set dopo anni di eccessi che il folgorante inizio di Babylon, uno schizofrenico mix di piani sequenza e raccordi di montaggio ad hoc, sbatte in faccia allo spettatore tenendo perfettamente fede al titolo. Hollywood come una Babilonia delirante fatta di orge e morti accidentali, sacrificati all'altare dello spettacolo o del piacere, completamente priva dell'aura di magia che ogni film acquista agli occhi dello spettatore facendolo sognare eppure, lo stesso, affascinante, glamour e desiderabile, come se ogni cosa orribile o scatologica facesse comunque parte dello spettacolo e, dunque, non potesse fare troppo male perché "finta". 


Passando alla critica mossa dalla mia compare, Babylon è certamente un film strano ed atipico ma, a mio avviso, rispecchia in pieno la mancanza di regole dell'epoca del muto nel momento in cui i toni della commedia grottesca la fanno da padrone, perché nella prima parte i protagonisti sono o troppo innocenti o troppo addentro agli ingranaggi del sistema per poter anche solo pensare di offrire il fianco alla disperazione (sempre presente nelle vite dei quattro personaggi principali, basti pensare alla madre di Nelly, alla famiglia perduta di Manny, al razzismo subito da Sidney, ai mille vizi e follie di Jack); con l'arrivo dei grandi cambiamenti nell'industria cinematografica muta anche il tono del film, che diventa sempre più malinconico e tragico, più lento, se vogliamo, perché "il tempo passa quando ci si diverte", ma quando cominciano i problemi inizia a pesare come piombo. La struttura di Babylon, in questo, somiglia molto a quella di capolavori Scorsesiani come Quei bravi ragazzi, Casinò o The Wolf of Wall Street, dove lo spettatore subisce il "fascino dello schifo" e viene talmente distratto dall'abbondanza di dettagli da arrivare a parteggiare persino per personaggi deprecabili e autodistruttivi come Jack o Nelly, la cui vita fatta di eccessi corre, inesorabilmente, incontro al destino di chi non è in grado di gestirsi e, soprattutto nel caso di Nelly, rovina l'esistenza di chiunque abbia la (s)fortuna di incontrarli. Anche in questo caso, giusto per continuare il parallelo con Scorsese, ci sono personaggi con un piede appena fuori dall'illusoria bellezza di Hollywood che fungono da occhio esterno pur non essendo totalmente estranei all'influsso della "Babilonia" e anche il loro destino (abbandonare il carro dei vincitori con la dignità ancora intatta o venire buttati giù a calci perché ancora non sono riusciti a capire le regole del gioco) dipende dal grado di coinvolgimento o di distacco coi quali si rapportano alla sirena del successo; in particolare, l'occhio dello spettatore viene rappresentato da quello di Manny che, in un cerchio (im)perfetto, parte come sognatore appassionato di film, si spoglia di ogni illusione nel momento in cui diventa parte integrante del business, e torna a sognare dopo anni di rifiuto quando si rende conto che, nonostante tutte le delusioni e le esperienze negative, il Cinema è una magia che si rinnova in eterno. 


In tal senso, l'unica critica vera che posso muovere a Chazelle è, forse, l'eccessiva indulgenza nei confronti dell'industria cinematografica. Nonostante venga spesso sottolineato l'orrore nascosto dietro la patina luccicante, il regista e sceneggiatore si mostra anche troppo innamorato dei suoi personaggi e li ammanta di un'aura malinconica e poetica, rendendoli rappresentanti di "bei tempi che non torneranno più" quando, razionalmente, sia Nelly che Jack hanno ben pochi aspetti positivi, salvo l'essere delle vivaci schegge impazzite che vanno contro ogni convenzione. Eppure, magia del cinema o di attori talmente in parte da essere perfetti (sì, Brad Pitt sembra quasi il doppelganger di Di Caprio in C'era una volta... Hollywood ma è comunque intensissimo, la Robbie, con quel vestitino rosso che può portare solo lei, è una dea scesa in terra a prescindere da quanto sia sfatta, il semi-esordiente Diego Calva si porta a casa un primo piano finale da applausi e un'interpretazione degna di un veterano, Jovan Adepo fa una tenerezza infinita e persino Flea è bello, ma mai quanto un P.J. Byrne che vorrei al lavoro ad urlare e bestemmiare ogni volta che qualcuno scazza), quando il film si è avviato verso la sua china tragica e triste non ho potuto fare altro che emozionarmi e piangere, passando attraverso quell'unico momento di ansia e disgusto vero che mi ha fatto pensare a un Chazelle come possibile regista horror e mi ha scosso i nervi più di quanto credessi possibile, alla faccia della bellezza barocca e della grandeur di tutto il resto di Babylon. Il film, per inciso, conferma la bravura di Chazelle come regista, sempre più a suo agio dietro la macchina da presa, con riprese ed inquadrature che annullano ogni confine tra finzione e realtà e si fanno metacinema di alto livello, fonte di interesse per gli spettatori curiosi, affiancate ad altre quasi oniriche, Felliniane, per non parlare di quel finale che sembra quasi un testamento, più che un atto d'amore. E siccome le citazioni e i rimandi non bastano mai, Chazelle omaggia se stesso con la colonna sonora jazzissima del fido Justin Hurwitz, che in qualche modo rievoca quella di La La Land soprattutto nel pezzo strappacuore intitolato Manny and Nellie's Theme (ripresa di Call Me Manny), riproposto più volte a mo' di leitmotiv, il mio preferito assieme a quella splendida Voodoo Mama che si sente già nei trailer. Mi rendo conto di avere scritto un post lungo, raffazzonato e pesante come un macigno, quindi mi taccio e vi dico l'unica cosa importante, ovvero "correte a vedere Babylon", ovviamente al cinema, perché val la pena di passare tre ore (che sembrano una) in quel magico luogo che, da sempre, veicola mille emozioni!


Del regista e sceneggiatore Damien Chazelle ho già parlato QUI. Margot Robbie (Nelly La Roy), Flea (Bob Levine), Brad Pitt (Jack Conrad), Olivia Wilde (Ina Conrad), Joe Dallesandro (Charlie/Fotografo), Lukas Haas (George Munn), Patrik Fugit (Agente Elwood), Eric Roberts (Robert Roy), P.J. Byrne (Max), Max Minghella (Irving Thalberg), Samara Weaving (Costance Moore), Katherine Waterston (Estelle), Ethan Suplee (Wilson), Tobey Maguire (James McKay) e Spike Jonze (Otto) li trovate invece ai rispettivi link.

Jovan Adepo interpreta Sidney Palmer. Inglese, ha partecipato a film come Barriere, Madre!, Overlord e a serie quali L'ombra dello scorpione. Ha 35 anni e un film in uscita. 


Jean Smart, che interpreta Elinor St. John, era la Melanie della serie Legion mentre del carismatico Diego Calva, che interpreta Manny ed è stato persino nominato al Globe, non ho mai visto nulla. Tra gli altri attori più o meno conosciuti segnalo Kaia Gerber (già nel cast di American Horror Story/Stories, qui interpreta un'attricetta), Li Jun Li (la Rose della serie L'esorcista, qui nei panni di Lady Fay Zhu) e Olivia Hamilton (interpreta Ruth Adler e, oltre ad essere la moglie di Chazelle, ha partecipato a La La Land e First Man). Emma Stone era stata scelta per il ruolo principale quando il film doveva essere una sorta di biografia della diva del muto Clara Bow ma ha dovuto rinunciare a causa dei ritardi della produzione e, quando è stata ingaggiata Margot Robbie, il suo personaggio si è distaccato maggiormente dalla fonte di ispirazione iniziale. Se Babylon vi fosse piaciuto recuperate C'era una volta a... Hollywood, La La Land, Viale del tramonto e Cantando sotto la pioggia. ENJOY!


martedì 24 gennaio 2023

The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (2022)

Dopo Antlers, ero molto curiosa di vedere l'ultimo film diretto e sceneggiato da Scott Cooper a partire dal romanzo omonimo di Louis Bayard, The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (The Pale Blue Eye), disponibile su Netflix da qualche giorno.


Trama: un investigatore viene ingaggiato per scoprire il colpevole di un efferato delitto commesso all'interno di un'accademia militare. Ad aiutarlo nell'ardua impresa ci penserà un giovane Edgar Allan Poe...



The Pale Blue Eye rientra senza troppi problemi in quel genere di film "solidi", dalla regia classica e sicura, la cui efficacia posa più sulle spalle degli interpreti che della trama e che, probabilmente, in futuro ricorderò per la bellezza delle ambientazioni, perfette per la stagione invernale in quanto fatte di foreste innevate, paesaggi brulli e cimiteri imbiancati. Sinceramente, mi aspettavo qualcosa di più horror, invece dopo l'ottimo e inquietante Antlers il regista Scott Cooper è tornato a tirare il freno e ha scelto di raccontare una detective story dai dettagli macabri e dai vaghi risvolti sovrannaturali, dove i defunti (e la paura della morte) giocano un ruolo fondamentale nel destino dei vivi, facendo sentire la loro influenza anche dall'aldilà. Non a caso, accanto a un anziano (??? Belin ma Christian Bale ha solo 48 anni, nel film ne parlano come se fosse decrepito!!) e ormai disilluso detective spunta, nel ruolo di assistente d'eccezione, un Edgar Allan Poe ancora solo cadetto dell'accademia militare, a mo' di nume tutelare di una trama che mescola generi assai cari allo scrittore di Boston. Tutto nasce da un apparente suicidio che, senza fare troppi spoiler, si rivelerà essere un omicidio con caratteristiche ascrivibili a qualche rituale satanico, e che minaccia di essere solo il primo commesso all'interno di un'accademia militare; l'austera atmosfera dell'istituzione, mantenuta da colonnelli e superiori, fa ovviamente a pugni con la personalità dimessa e "scapestrata" del detective Landor, il quale nel giovane Poe, altrettanto fuori posto, troverà uno spirito affine e un alleato. La trama è dunque un dipanarsi delle investigazioni dei due, che tuttavia si distaccano da quelle dei gialli tornati di moda negli ultimi tempi, perché l'attenzione dello spettatore viene sviata spesso dalle vicende personali dei protagonisti e da altri misteri apparentemente slegati dall'indagine. Inoltre, Landor è dotato di una personalità schiva e cupa e lo spettatore viene tenuto ben distante dalle sue elucubrazioni private, quindi tocca a un'inedito e ciarliero Poe fare la parte dell'entusiasta investigatore che offre dovizia di spiegazioni, mantenendo desta l'attenzione nemmeno si avesse a che fare con un giovane Sherlock Holmes.


Proprio per questo motivo succede una cosa inusuale, ovvero che a Christian Bale venga rubata spesso e volentieri la scena dall'ex Dudley Dursley Harry Melling. Quest'ultimo, con i suoi occhioni giganteschi (ma non sono i pale blue eye del titolo) e l'aspetto dinoccolato e stralunato, interpreta un ottimo Edgar Allan Poe, passando dalla superficiale eccentricità dell'inizio a qualcosa di ben più profondo e sfaccettato, quindi è naturale che spicchi. Bale è, come al solito, molto bravo, purtroppo è il suo personaggio ad essere un po' banale, passatemi il termine, in quanto trattasi dell'ennesimo detective ubriacone dal passato tragico e dalla mente brillante di cui cinema e letteratura sono pieni. Anzi, ad essere onesti tutto l'impianto di The Pale Blue Eye potrebbe rientrare sotto la definizione di "banale" (e gli aspetti esoterici della faccenda sembrano quasi inseriti a forza), non fosse per un piccolo particolare che riesce a cambiare completamente le carte in tavola e a lasciare molto soddisfatti. E poi, come ho scritto sopra, il film gode non solo di un ottimo cast di caratteristi di lusso, ma anche e soprattutto di una regia molto bella, che presta moltissima attenzione agli ambienti, sia interni che esterni. La natura selvaggia che circonda ed isola i protagonisti, con tutte le conseguenze del caso, e gli interni bui, illuminati soltanto da candele e zeppi di ombre inquietanti che sembrano sempre incombere sugli astanti, sono elementi importantissimi del racconto e, in qualche modo, ne accentuano l'atmosfera luttuosa e plumbea. Insomma, The Pale Blue Eye è uno di quei film dal sapore un po' antico, non solo perché è in costume, ma proprio per la deliberata scelta di puntare più sulla raffinatezza della ricostruzione e dell'immagine e sulle atmosfere più che sull'effettiva azione; alcuni potranno non sopportare la natura slow burn dell'opera, a me invece non è affatto dispiaciuta. 


Del regista e co-sceneggiatore Scott Cooper ho già parlato QUI. Christian Bale (Augustus Landor), Harry Melling (Cadetto Edgar Allan Poe), Simon McBurney (Capitano Hitchcock), Timothy Spall (Sovrintedente Thayer), Toby Jones (Dr. Daniel Marquis), Charlotte Gainsbourg (Patsy), Lucy Boynton (Lea Marquis) e Robert Duvall (Jean Pepe) li trovate invece ai rispettivi link.

Gillian Anderson interpreta Mrs. Julia Marquis. Indimenticabile Agente Scully della serie X-Files, la ricordo anche per film come X-Files - Il film, Scherzi del cuore, X-Files - Voglio crederci e altre serie quali Hannibal, American Gods e The Crown; come doppiatrice, ha lavorato in I Simpson, Robot Chicken, Principessa Mononoke e La collina dei papaveri. Americana, anche produttrice, regista, sceneggiatrice e compositrice, ha 55 anni e un film in uscita. 


Se The Pale Blue Eye vi fosse piaciuto recuperate Il nome della rosa, Il mistero di Sleepy Hollow e From Hell - La vera storia di Jack lo squartatore. ENJOY!

venerdì 20 gennaio 2023

Piggy (2022)

Un altro film che ha fatto furore ai festival e si è guadagnato un posto d'onore all'interno della mia watchlist su Letterboxd è Piggy (Cerdita), diretto e sceneggiato dalla regista Carlota Pereda.


Trama: Sara è una ragazza sovrappeso che viene presa in giro ed isolata dalle sue coetanee. Quando, un giorno, diventa la testimone di un orribile delitto, la sua vita prende una svolta imprevista...


Piggy è un film angosciante. Io non sono mai stata obesa e, per fortuna, non ho mai sperimentato sulla mia pelle il livello di bullismo mostrato all'interno del film di Carlota Pereda, ma ho avuto la mia bella dose di prese in giro alle elementari e alle medie, e la mia bella dose di umiliazioni alle superiori e all'università. Purtroppo, capita quando porti gli occhiali, l'apparecchio, hai le proporzioni di un cubo di Rubik e sei circondata o da splendide dee (le quali, per fortuna, erano di buon cuore o comunque intelligenti, a differenza delle "amiche" di Sara, ma accanto a loro la mia bruttezza saltava all'occhio lo stesso) o da imbecilli senza speranza, e se dovessi dire che, all'età di 41 anni, mi sono lasciata alle spalle tutte le insicurezze legate a questi "simpatici" periodi della mia vita... beh, basta solo dire che le situazioni mondane (cene, pranzi, conferenze, ecc.) in cui sono costretta ad interagire con persone che non conosco mi annientano. Questo è uno dei mille motivi per cui vedere Piggy mi ha lasciato addosso una tristezza infinita. I livelli di angoscia della protagonista non li ho mai sperimentati, ma l'odio che la poveretta prova nei confronti delle sue aguzzine, dell'ex amichetta delle elementari e persino della sua famiglia, i cui membri sono rei di non darle una mano e lasciarla sempre lì, grassa e colpevole di esserlo, è qualcosa che mi è entrato dentro al punto che, ovviamente, mi sono lasciata catturare dalla trappola psicologica di Carlota Pereda, e ho cominciato a sperare che Piggy diventasse un Carrie, solo molto più violento, viscerale e sanguinoso. In realtà, senza nulla togliere al capolavoro di De Palma e King, Piggy è molto più complesso di così, nonché più subdolo. Con tutto il bene che arriviamo a volere a Sara, ci aspettiamo che la ragazza diventi, finalmente, il mostro che tutti credono sia, affogando nel sangue i suoi aguzzini, e in questo modo abbracciamo il punto di vista di questi ultimi, a ben pensarci. La regista fa di tutto per spingerci a sperare verso questa risoluzione, ma ogni volta cambia un po' le carte in tavola, sfruttando i cliché del genere per spingere la vicenda in una direzione diametralmente opposta e aumentare ulteriormente il tormento della protagonista, le cui emozioni grezze ed alimentate dalla paura si tingono delle mille sfumature del grigio (o del rosso), senza mai essere univoche e nette.


Altro non aggiungo per non togliere il gusto della visione, ma vorrei parlare un po' della messa in scena di Piggy. Girato in un claustrofobico "formato accademico" che rende ancora più piccolo il mondo di Sara, già costretta dalla famiglia a passare buona parte della giornata all'interno della macelleria di famiglia, ubicata in un paesino rurale di pochissime anime, Piggy è anche un horror che sfrutta la luce diurna come mezzo per aumentare il disagio della protagonista e degli spettatori; in un'estate bruciata dal sole, una cosa normale come rinfrescarsi in piscina diventa per Sara un incubo che rende il suo corpo ancora più esposto e visibile, ferito dagli sguardi e dai raggi solari, costretto all'interno di un bikini impietoso. Persino il colore rosa, solitamente associato alla grazia femminile e probabilmente apprezzato dalla protagonista che ne fa largo uso, trasforma la povera Sara in un vero maialino e la fa sembrare sempre nuda, altra cosa che gioca subdolamente con la mente dello spettatore: io per prima, a un certo punto, ho pensato "figlia mia ma perché non cambi colore o stile?" per poi mordermi le mani dalla vergogna, dispiaciuta al solo pensiero di costringere una persona a vestirsi in un modo che non le piace solo per "mitigare" il giudizio altrui. Anche perché, parliamoci chiaro, Laura Galán se ne frega del suo aspetto fisico e vive con giusto orgoglio il suo momento di gloria, basta guardare il contrasto tra lo sguardo umile e dimesso della sua intensa Sara e le foto che la ritraggono raggiante e bella sulle varie passerelle dei mille festival che hanno presentato Piggy; Laura Galán ha tutta la sicurezza di sé derivante dall'essersi accettata, cosa che probabilmente le ha consentito di girare delle scene quasi "pornografiche" senza preoccuparsi del fatto che milioni di persone avrebbero visto il suo corpo bullizzato sul grande schermo, un pensiero che, per quanto mi riguarda, mi bloccherebbe in casa. Ben vengano dunque persone come lei, che possano fungere da modello per chi soffre a causa del proprio aspetto distante dai canoni di bellezza, e ben vengano film come Piggy, che scatenano nello spettatore riflessioni non banali, costringendolo anche a mettersi in discussione. 

Carlota Pereda è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Spagnola, ha diretto The Devil's Tail ed episodi de Il segreto. E' anche produttrice.


Piggy è tratto dal corto omonimo, sempre diretto da Carlota Pereda. Si trova facilmente su Youtube e vi consiglio di guardare prima quello, poi di recuperare il lungometraggio. ENJOY!

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