mercoledì 8 luglio 2020

Non si sevizia un paperino (1972)

Continua l'omaggio a Fulci su Cine34! Qualche settimana fa è toccato a Non si sevizia un paperino, andato in onda ahimé pesantemente tagliato (fortunatamente le scene incriminate si trovano agilmente su Youtube), scritto e diretto dal buon Lucio nel 1972.


Trama: i bambini di Accendura cominciano a venire uccisi da mano ignota e un giornalista decide di indagare.



Erano decenni che avevo il desiderio di guardare Non si sevizia un paperino, col suo titolo stranissimo (in realtà avrebbe dovuto essere Non si sevizia Paperino ma la Disney ha messo il veto), poi come al solito non sono mai riuscita, questo fino alla settimana scorsa. E' un peccato conoscere Fulci solamente per gli horror che ha girato, quando c'è enorme "gioia" anche nei gialli, soprattutto quando gialli i suoi film non sono, o meglio, non possono venire accostati a quelli tradizionali. Nella fattispecie, Non si sevizia un paperino è un giallo bruciato dal sole che punta il dito non solo contro l'assassino ma contro un intero sistema sociale, dotato di caratteristiche solo apparentemente retrograde, visto che alcuni atteggiamenti della "brava" gente di Accendura si possono tranquillamente trovare ancora oggi. Protagonisti di Non si sevizia un paperino sono i bambini, sospesi in quell'età kinghiana in cui ai giochi da "piccoli" si uniscono pulsioni più adulte, accompagnate da una progressiva perdita dell'innocenza; l'inizio del film mostra una tipica giornata di bravate, la scoperta del sesso incarnato da due prostitute, la crudeltà innocente con cui il desiderio di vedere finalmente gli adulti impegnati a far zozzerie scompare davanti alla possibilità di prendere in giro lo scemo del paese, con un realismo quasi spietato. Questa introduzione sfacciata e giocosa è il cuore di Non si sevizia un paperino, perché da quel momento una mano ignota cerca di cristallizzare il tempo innocente di Accendura, paese in cui il tempo, per inciso, si è già fermato e dove le poche ingerenze "moderne" (giornalisti, polizia, una ricca ereditiera disnibita) faticano a farsi strada in un sostrato di religione e superstizione, ignoranza e violenza.


Ai margini del villaggio, infatti, vive la Maciara, figura oscura dal tragico passato, che più volte Fulci ci mostra impegnata in inquietanti pratiche assai somiglianti al voodoo, intenta a maledire i pargoli viziosi con un malocchio innominabile. Quando i bambini cominciano a scomparire, è assai facile per gli abitanti di Accendura puntare lo sguardo sulla Maciara e sugli altri diversi che vagano per le strade, quegli stessi diversi che magari, come lo stregone zio Francesco, vengono consultati di tanto in tanto quando fa comodo, quando la religione e la razionalità non riescono più ad essere d'aiuto, e che vanno eliminati quando smettono di essere buoni ed utili. La critica sociale di Fulci è forte quanto la tristezza che trasuda da ogni fotogramma, forte quanto il pessimismo che accompagna una delle sequenze più atroci e belle del film, ambientata in un cimitero abbandonato e accompagnata dalle dolci note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni, una sequenza assolutamente innovativa e dissonante, che prima colpisce nel profondo per la sua violenza fisica, quindi sconfigge definitivamente lo spettatore per il rimpianto che si può leggere negli occhi della Bolkan mentre le macchine sull'autostrada, così vicine da poterle toccare con la mano e lo stesso così distanti, portano via tutto quello che la donna non ha mai avuto dalla vita. Ovviamente, quella della Maciara è la scena che colpisce di più, anche quando viene pesantemente censurata, ma Non si sevizia un paperino è un film bellissimo nella sua interezza, per il modo in cui mescola i topoi del giallo alla bellezza (e aridità) di una terra baciata dal sole, per il contrasto tra la peccaminosa bellezza moderna di Barbara Bouchet e quella selvaggia e pericolosa della Bolkan, per i primi piani di facce dolorose e scavate dalla fatica che si affiancano a quelle di bambini che non potranno mai più tornare tali, privati forzatamente della possibilità di crescere in un mondo che fa paura solo agli adulti, non certo a loro. Ancora una volta, quindi, bisogna dire "grazie" al grande ed incompreso Fulci, per aver creato un'opera che non è spazzatura violenta e deprecabile come strillato dai cVitici dell'epoca, bensì un esempio di grande cinema con un cuore e un'anima.


Del regista e co-sceneggiatore Lucio Fulci ho già parlato QUI mentre Florinda Bolkan la trovate QUA.

Barbara Bouchet (vero nome Barbel Goutscherola) interpreta Patrizia. Nata in Repubblica Ceca, la ricordo per film come Casino Royale, La tarantola dal ventre nero, Milano Calibro 9, La moglie in vacanza... l'amante in città e Gangs of New York. Ha 77 anni e un film in uscita.


Tomas Milian interpreta Andrea Martelli. Cubano, lo ricordo per film come Il tormento e l'estasi, Squadra volante, Milano odia: la polizia non può sparare, Roma a mano armata, Squadra antiscippo, Il trucido e lo sbirro, Squadra antifurto, La banda del trucido, Squadra antitruffa, La banda del gobbo, Squadra antimafia, Squadra antigangsters, Delitto al ristorante cinese, Delitto al Blue Gay, JFK - Un caso ancora aperto e Traffic, inoltre ha partecipato a serie quali Miami Vice e La signora in giallo. Anche sceneggiatore, è morto nel 2017 all'età di 84 anni.


Se Non si sevizia un paperino vi fosse piaciuto recuperate Una lucertola con la pelle di donna e Sette note in nero. ENJOY!

martedì 7 luglio 2020

Far East Film Festival 2020: The Closet - Detention

Il Far East Film Festival è finito sabato e, purtroppo, gli ultimi due giorni non sono riuscita a sfruttarli, come previsto. Per la cronaca, il Festival è stato vinto dal cinese Better Days, che ovviamente non ho visto, mentre Exit si è portato a casa il Gelso Bianco per la miglior opera prima e non posso che esserne molto felice. Intanto, rimangono due horror di cui non ho parlato ma visto che, pur essendo assolutamente pregevoli, non mi hanno entusiasmata alla follia, ho deciso di raggrupparli in un unico post. ENJOY!

The Closet di Kwang-Bin Kim

Classica storia di case infestate ed esorcismi, The Closet ha dalla sua una messa in scena molto raffinata e dei begli effetti speciali e di make-up, con alcuni momenti in cui si sfiora il vero terrore (la scena dei bambini-demoni nella stanza, col protagonista assediato che deve uscire stando attento a non aprire gli occhi è notevole, ma la mia preferita è la sequenza iniziale, a dir poco scioccante). Il personaggio del giovane esorcista/sciamano viene introdotto non solo come potenziale deus ex machina quasi risolutore ma anche come comic relief, il che non è male visto il tema non proprio allegrissimo e molto attuale che sta alla base di The Closet, ovvero i bambini indesiderati e vittime di una violenza che può non essere solo fisica ma anche e soprattutto legata a determinati atteggiamenti "rivelatori" dei genitori; a tal proposito, il finale è molto commovente, anche perché le bambine asiatiche hanno un modo tutto loro di piangere e mostrare sofferenza che spezzerebbe il cuore a un sasso, quindi preparate i fazzoletti. 


Detention di John Hsu

Altra ghost story ambientata stavolta a Taiwan, durante gli anni del terrore bianco, e tratta da un videogioco, parla di una scuola da incubo dove due studenti si ritrovano bloccati al confine tra sogno e realtà, vita e morte. Molto interessante dal punto di vista storico e culturale, soprattutto per chi, come me, non aveva idea che a Taiwan la gente venisse condannata a morte a causa (tra le altre cose) di un enorme indice di libri proibiti, dal punto di vista horror il film è abbastanza lento e pieno di momenti morti, imperniato su un mistero che lo spettatore scafato o mediamente intelligente rischia di avere già risolto dopo una ventina di minuti. Non ho amato particolarmente i mostrilli in CGI che popolano le mura della scuola, probabilmente presenti già nel videogame, e onestamente non ricordo sequenze particolarmente degne di nota, ma anche in questo caso il finale è abbastanza commovente, così come tutto quello che si nasconde dietro l'aspetto horror del film, e il messaggio dell'intera pellicola è positivo, quindi è stata comunque una bella visione. Detention, per la cronaca, pur essendo prodotto dalla divisione taiwanese della Warner Bros. è stato bandito in Cina, quindi chissà se verrà mai distribuito dalle nostre parti.




lunedì 6 luglio 2020

Ennio Morricone (1928-2020)


La mia unica gioia, oggi, è di essere corsa a Lucca l'anno scorso per il concerto di questo grandissimo compositore, consapevole del fatto che, vista l'età, ogni lasciata avrebbe rischiato di essere persa.
Grazie, Ennio, di tutto.

domenica 5 luglio 2020

Far East Film Festival: Chasing Dream (2019)

Questo Far East Film Festival si sta rivelando ricchissimo di sorprese: un altro film che ha inaspettatamente messo d'accordo me e il Bolluomo è stato Chasing Dream我的拳王男友 - Chihuo Quan Wang), diretto nel 2019 dal regista Johnnie To.


Trama: Tigre è uno sbalestrato campione della MMA, che si ritrova quasi involontariamente ad aiutare la bella Cuckoo quando quest'ultima, per vendetta nei confronti del suo ex, decide di partecipare al talent-show Perfect Diva.


Conoscevo Johnnie To di fama, come tutti quelli che, amando Tarantino, hanno imparato anche i nomi dei registi a lui più cari. Tuttavia, poiché all'epoca in cui vivevo di pane e Quentin e avevo molto più tempo da dedicare al cinema ero anche priva di mezzi per coltivare la mia passione, non sono mai riuscita a procurarmi e guardare uno dei film di Johnnie To. Così, sono arrivata vergine all'appuntamento con un regista famoso per il genere noir e gli action violenti, che da tre anni non dirigeva più una pellicola, e posso solo dire di essere rimasta più che perplessa: Chasing Dream è infatti un folle ibrido che nulla ha a che fare coi due generi che hanno portato il regista ad essere conosciuto in occidente e l'unica cosa a cui potrei vagamente paragonarlo è a un film di Takashi Miike nel caso in cui quest'ultimo avesse deciso di bombarsi di acidi e di spararsi una maratona di Uomo Tigre e X-Factor. Chasing Dreams racconta infatti la storia di Tigre, voracissimo campione della MMA che lavora anche come riscossore di crediti per il suo boss, e Cuckoo, appunto indebitata fino al collo col boss di Tigre e determinata a vendicarsi del suo ex fidanzato, diventato un vip dopo averle rubato i testi e le melodie delle sue canzoni; quando Cuckoo scopre che l'ex è nella giuria del talent-show Perfect Diva, la ragazza costringe Tigre ad aiutarla a passare i provini, così da sputtanare in cinovisione il fighetto fedifrago. Le vicende dei due personaggi, come nelle migliori storie d'amore, scorrono in parallelo partendo da una situazione di reciproca mal sopportazione, per poi sfociare in una mutua dipendenza che in Chasing Dream viene ancora più esacerbata dalla natura dei sogni dei protagonisti, per i quali è importantissimo avere dei fan che credono ciecamente in loro, perché il T.I.F.O., come diceva la Mariko Konjo di Ranma 1/2, è Amore. E questo è quanto vi basta sapere della trama, tenendo conto che gli sceneggiatori e il regista sono riusciti ad unire (lo so, sono una otaku, non ho altri termini di paragone) due generi di anime in uno stesso film e a creare un perfetto crossover tra Rocky Joe e L'incantevole Creamy, senza una sbavatura che sia una.


Questo perché Johnnie To mescola i registri con una fluidità tale da rasentare una sfacciataggine che, probabilmente, non si vedrebbe nemmeno al trashissimo Euro Vision Song Contest. Premesso che i due personaggi cominciano a prendersi sul serio giusto verso la fine, e che per almeno un'ora abbondante di film sembrano due esilaranti cartoni animati (Jacky Heung ha una faccia da scemo indimenticabile mentre Wenwen Yu, nonostante sia bellissima, si presta a parecchie sequenze di impagabile demenza), Chasing Dreams è connotato da un montaggio serratissimo che consente alla regia di passare serenamente dalle violente sequenze di lotta sui ring della MMA, con lottatori sempre più mostri, al regno patinato ma ugualmente violento dei talent-show, con fanciulle pronte ad esibirsi nei numeri più improbabili (preparatevi a piegarvi in due dalle risate) davanti a giudici elegantissimi e spietati. Se pensavate che calci volanti, sangue e sudore non potessero mescolarsi al musicarello probabilmente non avete mai visto The Happiness of the Katakuris, quindi avrete sicuramente di che meravigliarvi nel momento esatto in cui vedrete i due mondi scontrarsi e fondersi  e Johnnie To profondersi in due splendide sequenze danzate e cantate che vi faranno venire voglia di alzarvi e ballare a ritmo o, perlomeno, battere le mani senza vergogna, perdendovi nelle zarrissime immagini di una Cina filtrata dai colori dei sogni di gloria, dove copiare dev'essere un'arte, non un imbroglio, e dove tutto deve comunque essere fatto col cuore, con rispetto e con coraggio. Onestamente, l'unica cosa che rinfaccio a Chasing Dreams è quella di avere un finale buttato lì, concluso nel più prevedibile dei modi e "sospeso", nel senso che avrei voluto una sorta di catarsi anche per un altro paio di personaggi, non solo per gli adorabili protagonisti, ma a parte questo l'ho trovato veramente splendido ed emozionante. Anche questo film ha ottenuto l'approvazione del Bolluomo, quindi non spaventatevi davanti al mix assurdo di registri e generi e guardatelo senza indugio!

Johnnie To è il regista della pellicola. Nato a Hong Kong, ha diretto film come The Mission, PTU, Election, Mad Detective e Drug War. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 65 anni e un film in uscita.


venerdì 3 luglio 2020

Far East Film Festival: Exit (2019)

Una delle gioie del Far East Film Festival ha esulato completamente dall'horror ed è piaciuta persino al Bolluomo! Sto parlando di Exit (엑시트 - Eksiteu), diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Sang Geun Lee.


Trama: durante i festeggiamenti per i settant'anni della mamma, Yong-Nam e la sua famiglia si ritrovano bloccati all'interno di un edificio, mentre all'esterno un gas velenosissimo minaccia l'intera popolazione...


Dopo i due horror di cui ho parlato sul blog, Impetigore e Soul, ho avuto modo di guardare The Closet, carino ma non entusiasmante, e avevo quindi pensato di fare un post riassuntivo delle ultime visioni, anche perché il Far East Film Festival finirà domani. Tuttavia, Exit mi ha presa tantissimo e vorrei spendere due parole su questa commedia action firmata, a sorpresa, da un esordiente. Exit è uno di quei film che meriterebbero di approdare in sala come si deve e di venire distribuiti anche in Italia e non come fondi di magazzino; certo, la trama a tratti rasenta il surreale (ma vogliamo paragonarlo a Fast & Furious, giusto per fare un titolo? E dai!) ma vi assicuro che non riuscirete a staccare gli occhi dallo schermo davanti alle peripezie del povero Yong-Nam, disoccupato, single impenitente che vive ancora coi genitori, la "vergogna" della famiglia, ritrovatosi a dover festeggiare il compleanno di mammà in mezzo a gente che palesemente lo ritiene un cretino. Non bastasse il disagio familiare, si aggiungono la presenza della bella Eui-Joo, che anni prima lo aveva respinto, e un attentato terroristico a base di gas venefico, che in pochissimo tempo trasforma la città in un inferno e ogni edificio in una potenziale trappola per topi, visto che il gas sale e l'unica via di scampo sono i vertiginosi tetti dei grattacieli. Fortunatamente, in mezzo a tutto il suo carico di sfiga, Yong-Nam ha dalla sua una pregevolissima preparazione come scalatore quasi professionista, fulcro delle sequenze più al cardiopalma di Exit, roba che, spesso, mi costringeva a distogliere lo sguardo dallo schermo visto il mio atavico terrore davanti a scene che prevedono dei personaggi penzolanti nel vuoto (sapete che mi dà fastidio persino Spider-Man, vero?). E ce ne sono parecchie di queste scene, tutte dirette alla perfezione, concitate ed insieme dilatate all'infinito, dove la fisicità dell'attore Jung-Suk Jo si unisce a tecniche digitali e di regia che non sfigurerebbero davanti ai cosiddetti "blockbuster" occidentali: la scalata del primo edificio trasmette una tensione insostenibile e la corsa finale fa letteralmente saltare sulla sedia e in tutto questo Sang Jeun Lee, anche sceneggiatore, riesce persino a dare spessore ai personaggi.


All'aspetto action si affianca, infatti, un cuore di commedia familiare a tratti esilarante. Ogni membro della famiglia di Yong-Nam è tratteggiato con pochi tocchi che lo rendono subito riconoscibile e "tipico" nel suo modo di essere, unito agli altri nel suo far parte di un sistema da cui Yong-Nam, almeno in apparenza, è tagliato fuori a causa delle mille convenzioni sociali che regolano la vita in Corea (tutta la lunga introduzione è splendida, tra nipotini che fingono di non conoscere lo zio "strano" ed esempi di ordinaria e gretta pochezza in cui genitori e parenti vari mostrano di non essere poi così perfetti, vittime dei loro peccati veniali); i dialoghi, di una spietatezza estrema, strappano spesso delle grasse risate e lo stesso vale per i flashback in cui il protagonista rimembra la triste storia con Eui-Joo, altro personaggio interessante, dalla dura scorza di professionalità che tenta disperatamente di nascondere un animo umanissimo e fragile. A tal proposito, si ride molto in Exit ma c'è anche spazio per magoni sconfinati e ci sono sequenze in cui la commedia si mescola inestricabilmente ad un senso di tragedia e tristezza imminente, in un equilibrio miracoloso che mi è capitato poche volte di vedere in questo genere di film. A questo, dovete aggiungere una bella colonna sonora (non conosco il titolo della canzone che accompagna i titoli di coda ma è perfetta, sembra la sigla di un anime), un ottimo comparto tecnico in grado di scodellare le immagini e sequenze più impensabili, arrivando persino, a un certo punto, a farmi pensare a un film di fantascienza, e un cast di attori uno più bravo dell'altro. Della serie, credevo fosse una supercazzola, scelta giusto per non ammorbare il Bolluomo, invece mi sono ritrovata a guardare il film più entusiasmante del festival: certo, mi mancano ancora una trentina di titoli che non riuscirò mai a recuperare, ma per il tempo che ho avuto posso dire di essere rimasta decisamente soddisfatta! Incrociamo le dita per una futura distribuzione italiana.

Sang Geun Lee è il regista e sceneggiatore della pellicola, sudcoreano, al suo primo lungometraggio.


In-hwan Park, che interpreta papà Jang-Soo era il prete di Thirst. ENJOY!

mercoledì 1 luglio 2020

Far East Film Festival: Soul (2019)

Il secondo film visto nel corso dell'edizione on line del Far East Film Festival è stato Soul (Roh), diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Emir Ezwan.


Trama: una madre e i suoi due figli vivono isolati nella giungla malese. Un giorno, ricevono la visita di una strana bambina...


Dopo i classici fantasmi di Joko Anwar, la visione di Soul è stata una sfida affascinante ed impegnativa, introdotta da un paio di versetti del Corano ove si parla dell'odio di Satana nei confronti di chi è stato "creato con la creta", quell'essere umano così fragile, credulone ed imperfetto. Anche in questo caso il film è ambientato ai margini di una foresta lussureggiante, dove vivono una madre e i suoi due figli, un maschio e una femmina, nell'attesa che torni il padre scomparso da tempo. Non ci viene spiegato perché questo piccolo nucleo familiare sia così isolato, considerato che oltre il fiume esiste un villaggio, ma probabilmente tutto risiede nella condizione di possibile vedovanza della madre, che sarebbe costretta a prostrarsi per ottenere aiuto, affidarsi alle cure (e non solo) degli uomini e confermare la propria inferiorità, mentre in questo modo riesce a condurre una vita assai frugale ma più o meno serena. Questo equilibrio già difficile da mantenere viene tuttavia sconvolto quando alla porta della catapecchia in cui risiedono si palesano tre sconosciuti: una bambina muta, ricoperta di terra e sangue, un'anziana donna esperta di misteriose arti magiche e un uomo armato di lancia. Questi tre elementi di disturbo scateneranno una serie di tragici eventi, all'interno dei quali si mescolano leggende del folklore locale, superstizione, religione e la naturale propensione dell'essere umano a non andare oltre le apparenze, affidandosi ad un istinto fatto di preconcetti e paure che diventano terreno fertile per tutto ciò che al mondo vi è di malvagio, non solo gli spiriti. "Gli spiriti non possono farti direttamente del male ma sfruttano gli esseri umani, quindi non fidarti ciecamente di nessuno". Un saggio consiglio che viene impartito nel corso del film e che cade, ovviamente, inascoltato, soffocato da sentimenti squisitamente umani.


Nel corso della visione di Soul mi è venuto spesso in mente The VVitch per il senso di isolamento palpabile e l'inquietudine progressiva che si viene a creare, data non solo dai vari personaggi ma anche e soprattutto da una foresta lussureggiante fotografata in maniera vivida e splendida, all'interno della quale gli alberi sembrano osservare di nascosto i patetici esseri umani di passaggio e racchiudere oscuri segreti pronti a distruggerli. Anche in questo caso, l'elemento sovrannaturale viene centellinato per buona parte della durata del film, poiché la sceneggiatura punta molto su una situazione di disagio familiare già esistente (la madre viene dipinta come una donna rude e poco incline a mostrare affetto verso i figli, il ragazzino anela al possibile ritorno del padre, la ragazzina più grande è dolorosamente consapevole dei molti segreti celati dalla madre e cova il risentimento comportandosi nella stessa maniera rude della donna), ma quando si tratta di cominciare a "fare sul serio" Emir Ezwan non si tira indietro. Immagini sempre più terrificanti spazzano via con un soffio il precario equilibrio dei protagonisti, soprattutto quando il sole cala e i personaggi si trovano immersi in incubi ad occhi aperti, quando una banale febbre potrebbe celare una possessione demoniaca e il confine tra reale e immaginario diventa sempre più labile, fino a deflagrare in un finale rivelatorio ma comunque complesso e allegorico, che meriterebbe a Soul ben più di una visione. Onestamente, se anche non riuscissi a guardare altri film mi verrebbe da dire che quello di Emir Ezwan varrebbe da solo il prezzo dell'abbonamento al Festival, quindi ve lo consiglio spassionatamente.

Emir Ezwan è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Malaysiano, anche tecnico degli effetti speciali, è al suo primo lungometraggio.


Se Soul vi fosse piaciuto recuperate The VVitch. ENJOY!

martedì 30 giugno 2020

Far East Film Festival: Impetigore (2019)

Come ho scritto su Facebook (piacciate la pagina, per favore) mi sono imbarcata nell'impresa di abbonarmi all'edizione on line del Far East Film Festival. Perché impresa, direte voi? Beh, perché non ho praticamente tempo per vedere film, tra lavoro e menate di palle casalinghe, quindi se riuscirò a guardarne due in una settimana sarà già molto. Per la cronaca, ho cominciato con gli horror, mio genere preferito, e il primo è stato Impetigore (Perempuan Tanah Jahanam), diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Joko Anwar.


Trama: dopo essere sopravvissuta all'attacco di un uomo, la giovane Maya scopre che nel suo passato si celano dei segreti e decide di andare nel villaggio sperduto dove hanno abitato i suoi genitori per indagare...


Domenica ho miracolosamente guardato due horror di fila. Uno era Soul, di cui parlerò prossimamente, l'altro era questo Impetigore, molto apprezzato a una prima visione ma uscito sconfitto dal confronto impari col suo collega, assai più raffinato. Detto ciò, anche Impetigore è molto interessante, benché d'impianto più "classico"; la sceneggiatura, infatti, è interamente imperniata sul passato, orribile e segreto, di una ragazza in apparenza normale che, a un certo punto, si ritrova vittima delle mire omicide di un uomo in una sequenza di apertura tra le più concitate viste di recente. Dopo l'attacco, Maya scopre che qualcosa non va, non solo in un presente in cui lei e la migliore amica si arrabattano per sopravvivere, ma anche nel passato, al quale Maya si avvicina non solo per curiosità ma anche attirata dalla possibilità di avere in eredità un'enorme villa in stile occidentale, possibile panacea di tutti i suoi problemi economici. L'azione si sposta dunque dalle caotiche città della Malesia a uno sparuto villaggio fatto di sentieri battuti nelle foreste e piccole casette che paiono stare in piedi con lo sputo, un villaggio che farebbe invidia alla sfigatissima cittadina di Dead Silence, dove una misteriosa maledizione ha messo in ginocchio gli abitanti e un abile burattinaio spadroneggia indisturbato assieme alla madre. Ovviamente, Maya e l'amica si ritroveranno invischiate in un'inquietante atmosfera fatta di diffidenza, odio e superstizione, là dove gli spiriti irrequieti dei morti popolano case e foreste, cicciando fuori quando uno meno se lo aspetta; se non altro, Anwar è onesto e gioca più di suggestioni che di jump scare, senza lesinare sequenze più gore e altre immagini di rara crudeltà, soprattutto nel momento in cui la trama comincia a svelare la natura della maledizione calata sul villaggio.


Nonostante il film venga dalla lontana Malesia, ad accomunare Impetigore agli horror occidentali c'è l'idea del villaggio isolato dal quale è impossibile uscire, con gli abitanti tanto gentili e tanto onesti in apparenza ma pronti a tirare fuori coltellacci affilati; la sequenza finale, che vede la protagonista correre strillante nei boschi per poi saltare su una provvidenziale camionetta, richiama alla mente quella di Non aprite quella porta mentre altre scene si portano sulle spalle lontani echi di Hostel e simili, benché le attrici siano molto meno cagne (anzi, in un paio di occasioni mi hanno messo il magone, anche perché Anwar si impegna a renderci subito simpatiche sia Maya che Dini, caratterizzandole con tratti molto umani). Accanto a questi elementi più "universali" ve ne sono però altri più particolari, che rendono Impetigore molto affascinante. Al di là della raffinatezza efferata degli spettacoli dei burattini (in realtà silhouette di carta che proiettano ombre su uno schermo) c'è anche da considerare l'aspetto sociale rappresentato, che non fa molto onore alla Malesia. Le due ragazze vengono a trovarsi in un contesto di isolamento e arretratezza, in un villaggio in cui il valore della donna è essenzialmente legato alla sua capacità o meno di procreare e dove si fa presto ad abbandonare i deboli e gli svantaggiati, ma la situazione in città non è migliore, basti vedere quante volte si faccia riferimento alla violenza sessuale nel film, a come sia Maya che, soprattutto, Dini, siano consapevoli di essere un anello debole e poco tutelato (sentire una terrorizzata Dini dire "non sono vergine quindi non mi opporrò, ma non fatemi male" mi ha agghiacciata), costantemente prese di mira da uomini che le vedono essenzialmente come oggetto sessuale. Onestamente, nonostante l'indiscutibile potenza di una vecchia malvagia, questa concezione di donna mi ha fatto più orrore dell'intero film, che comunque consiglio in quanto validissimo esponente del genere, se vi piacciono le intricate storie di fantasmi condite da un po' di gore.


Del regista Joko Anwar ho già parlato QUI.

Tara Basro (Maya) e Marissa Anita (Dini) sono anche nel cast del secondo film di Joko Anwar presente al festival, il supereroico Gundala, che chissà se riuscirò a guardare. Detto ciò, se Impetigore vi fosse piaciuto consiglio la visione di Satan's Slaves, altro horror dello stesso regista. ENJOY! 




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