mercoledì 27 maggio 2026

Twisted (2026)

Attirata da un paio di nomi eccellenti, qualche tempo fa ho deciso di guardare Twisted, diretto dal regista Darren Lynn Bousman. Non l'avessi mai fatto.


Trama: una truffatrice finisce prigioniera di un geniale ma folle neurochirurgo che vorrebbe far rivivere la moglie...


Era da tantissimo tempo che non guardavo un horror recente che mi facesse pensare "Cristo, che schifezza" e mi dispiace davvero che sia toccato a un film verso cui non dico avessi enormi aspettative, ma almeno delle speranze, visti i nomi di Lauren LaVera e Darren Lynn Bousman. Ma andiamo con ordine. Twisted, già dotato di un titolo generico non particolarmente attinente alla trama, racconta la vita "spericolata" di Paloma Joia (la quale, non si sa perché, parla in italiano, lascia intendere di avere origini nostrane, poi sciorina i nomi di due genitori palesemente ispano-americani, e che gli vuoi dire a quel "Joia"? Toda joia toda belessa?) e della sua compagna Smith (lei ha solo un cognome ad identificarla), le quali prima affittano appartamenti di lusso, poi truffano dei malcapitati fingendosi agenti immobiliari e intascando soldi per vendite farlocche. Non si sa come agisca Smith, ma Paloma usa nomi falsi tratti dai classici della letteratura inglese e, solitamente, come vittime sceglie uomini particolarmente sensibili al suo fascino, intortandoli come in un thriller soft-core anni '80-'90, che è un po' la vibe di tutto il film, come scoprirete più avanti. Le truffe vanno a gonfie vele finché Paloma non punta l'appartamento del Dr. Kezian, un brillantissimo neurochirurgo dalle idee, diciamo, rivoluzionarie; invece di incaprettare, Paloma finisce incaprettata, prigioniera in un dungeon sotterraneo dove il buon dottore porta avanti esperimenti atti a far rivivere la moglie Rebecca, in stato vegetativo a causa di una malattia degenerativa. E se le parole "malattia incurabile", "genio disperato che punisce persone deprecabili pensando di essere meglio di loro", "dungeon" e "crani scoperchiati" vi dicono qualcosa, soprattutto in relazione a Darren Lynn Bousman, siete voi che avete detto Saw, non io. In effetti, Twisted ricorda molto gli episodi peggiori della saga, con motivazioni già risibili in partenza che vengono mandate in vacca dopo brevissimo tempo, perché l'unico scopo del film è quello di scioccare lo spettatore con una violenza spietata e un sacco di gore. Lasciamo perdere Paloma, che gli sceneggiatori hanno pensato bene di caratterizzare come lesbica furibonda e innamoratissima in un mondo di uomini stronzi (è la sua unica peculiarità. Giuro.), ma il Dr. Kezian passa nel giro di un paio di sequenze dall'essere un luminare posato a un Mr. Hyde che vive solo per poter torturare la protagonista, talmente incauto nelle sue azioni da rischiare di farsi beccare dai due investigatori più pistola della storia dell'horror recente e, soprattutto, incapace di imparare dai suoi stessi esprimenti. SPOILER: Cristo, ma se hai visto che inserendo un pezzo di cervello nel cranio di un altro la personalità dominante diventa quella del donatore, perché diavolo tua moglie non dovrebbe trasformarsi in Paloma e tagliarti giustamente la gola? Tra gli sceneggiatori girava della gran bamba, per forza. FINE SPOILER


Fosse solo la trama, il problema. Lo stesso Bousman pare non sapere bene quale tono dare all'intera operazione. Da una parte, si vede che vorrebbe rinverdire i fasti della locura videoclippara di Saw, usando gli stessi tagli di inquadratura, lo stesso montaggio schizzato e i medesimi colori malati, uno stile che viene riservato, in particolare, alle sequenze che vedono coinvolti gli esperimenti di Kezian e il dungeon sotterraneo. Dall'altra, non so, forse è stato preso da una fortissima botta di nostalgia per i film TV o straight-to-video anni '90, o non si spiega come mai la relazione tra Paloma e Smith abbia la stessa valenza visiva di un pruriginoso inserto lesbo in un thriller soft-core, perché tutto ciò che vede protagonisti i due detective sembri uscito da una svogliata puntata di Hunter e perché Cristo i passaggi temporali vengano scanditi da terrificanti timelapse di elementi urbani come palazzi, ponti, strade ecc. Nonostante gli effetti speciali siano eccellenti, al punto che spesso dovevo girarmi dall'altra parte davanti a cervelli allegramente tagliati oppure portati a spasso dentro calotte craniche scoperchiate sul collo di gente ancora viva, la puzza di vecchio che emana Twisted dà l'idea di poterlo trovare, magicamente, all'interno di qualche svendita di DVD all'Autogrill, e ciò ammorba anche le performance degli attori. L'unica degna è Lauren LaVera, la quale se non altro infonde in Paloma un po' di cazzimma e una rabbia palpabile che fa sempre piacere vedere in una final girl. Tutti gli altri attori mi sono parsi inadeguati, per non dire cani (il detective uomo in particolare è imbarazzante), in primis un Djimon Hounsou palesemente fuori parte, incerto su quale direzione fare prendere a un personaggio scritto, purtroppo per lui, col culo. Era un po' che non mi usciva fuori una stroncatura così pesante, quindi approfittatene per evitare di perdere tempo, ché lo faccio già io per voi, e dedicate quello che avreste speso guardando Twisted per fare qualcosa di meglio. 


Del regista Darren Lynn Bousman ho già parlato QUI. Djimon Hounsou (Dr. Robert Kezian), Lauren LaVera (Paloma Joia), Neal McDonough (Bradshaw) e Alicia Witt (Rebecca Kezian) li trovate invece ai rispettivi link.


Gina Philips
, che interpreta la detective Diane Warricker, era la Trish della saga Jeepers Creepers e questo è il suo ritorno "importante" sullo schermo dopo 13 anni. ENJOY!

martedì 26 maggio 2026

Obsession (2025)

E' l'horror più chiacchierato del momento, quindi ero convinta che a Savona non sarebbe mai arrivato. Invece, la settimana scorsa sono riuscita ad andare a vedere Obsession, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Curry Barker.


Trama: Bear ama da anni l'amica Nikki, in silenzio. Un giorno, il ragazzo trova in un negozio un misterioso bastoncino che garantisce di esaudire un unico desiderio e chiede che Nikki si innamori di lui. E' l'inizio di un incubo...


Uno dei temi portanti dell'horror recente sembrerebbe essere la progressiva demolizione dei legami di coppia attraverso il ritratto, spietato ed esasperato, di alcune caratteristiche sempre più comuni, che rendono le relazioni tossiche. Obsession non fa eccezione e presenta, sin dall'inizio, il punto di vista di un protagonista che a definirlo immaturo gli si farebbe un complimento. Bear è il classico belino mollo, che purtroppo moltə tendono a confondere con teneri virgulti vittime di una timidezza patologica. In realtà, il belino mollo, creatura pavida dotata di molte delle caratteristiche dell'inetto Sveviano, è uno che non prenderebbe una decisione né agirebbe concretamente nemmeno se ne andasse della sua vita il che lo rende, fondamentalmente, un coglione. Tutto ciò porta Bear ad amare da anni Nikki, senza mai essere stato in grado di dichiararsi, nemmeno quando le occasioni lo avrebbero favorito, finché non arriva il giorno in cui la ragazza gli comunica che lascerà il negozio dove i due lavorano insieme e Bear va in panico perché non potrà più vederla tutti i giorni. Dopo aver perso per l'ennesima volta il coraggio e l'occasione di dichiararsi, Bear decide di rimediare utilizzando un bastoncino in grado di esaudire i desideri, a cui chiede che Nikki lo ami più di chiunque altro al mondo. Il desiderio si avvera in maniera anche troppo letterale e Bear si ritrova ad avere a che fare con una ragazza ossessionata, possessiva, gelosa e tremendamente inquietante. In un crescendo di situazioni che vanno dall'imbarazzante al terrificante, l'idillio di Bear si rivela l'ennesimo aspetto della vita che il ragazzo non è in grado di gestire, vittima di un concetto di romanticismo superficiale ed unilaterale; la tragedia iniziale, per non parlare della dichiarazione "di prova" nella tavola calda e i vari rapporti interpersonali con gli amici, indicano che Bear è un immaturo incapace di agire per il bene degli altri, un egoista che vive di sogni ed illusioni, impreparato ad affrontare gli inevitabili aspetti negativi di una relazione adulta. Le "stranezze" di Nikki, messe in scena con ampia dose di humor nero, sono l'esasperazione di concetti radicati nella mente sia maschile che femminile, di atteggiamenti che vedono la coppia come un insieme di cliché più che un rapporto basato sulla comprensione e il rispetto reciproco, e sarebbero anche esilaranti, non fosse per tutto ciò che Obsession suggerisce e non mostra, ovvero la "realtà di Nikki".


L'intero film è costruito infatti per offrire allo spettatore la prospettiva di Bear, le cose percepite dal suo punto di vista, e ciò include anche Nikki, che noi vediamo idealizzata dal protagonista, oppure rovinata dal suo desiderio. Di Nikki cogliamo sprazzi, accenni di timide conversazioni che ce la mostrano ben lontana dall'essere perfetta ed irreprensibile, una ragazza, se vogliamo, "difficile" (mentre a Bear, povera stella, serve una ragazza tranquilla e gestibile) ma comunque umana. Bear, nel corso del film, invoca più volte il ritorno della "vera" Nikki, ma la cosa triste è che lui la verità non l'ha mai voluta e, nonostante l'orrore vissuto, continua a non volerla; per quanto mi riguarda, non c'è redenzione per il protagonista, né maturazione, solo un susseguirsi di emozioni grezze e superficiali (paura, disperazione, disgusto, forse pietà, ma anche una rabbia ingiustificata ed espressa nel momento di massima vulnerabilità di Nikki, cosa che mi ha messo un magone allucinante), dettate dalla situazione contingente e sempre frutto di un profondo egoismo. Un ossessione, sì, ma la sua. E dall'ossessione si passa al possesso e alla possessione, con un film codificato come se fosse, appunto, uno di quegli horror sulle possessioni demoniache ma senza tutti i noiosissimi cliché del caso. Alla sua prima opera "importante", Barker dimostra di avere le idee ben chiare e sceglie di affidarsi non tanto ai jump scare, che ci sono ma centellinati e legati più all'utilizzo del sonoro che di macchina da presa e montaggio, quanto ad uno stile di regia che richiama il J-Horror. Tra lenti movimenti di camera che rivelano "cose" nascoste nelle ombre o inquadrature fisse che lasciano presagire gli eventi peggiori in tempo reale, la visione di Obsession regala veri momenti di angoscia e un diaframma perennemente contratto, a prescindere che speriate o meno in una risoluzione felice per i coinvolti. A proposito dei quali, la faccetta clueless di Michael Johnston è perfetta per quel malessere travestito da orsetto che è, appunto, Bear, ma la vera star del film è Inde Navarrette. Non so cosa debba essere costato alla Navarrette tirare fuori una performance simile, perché qui non si tratta di overacting, ma del controllo totale di corpo ed espressioni del viso (ho visto il film doppiato quindi non mi esprimo sul lavoro vocale) che permette di veicolare sovrannaturale follia e umanissimo dolore, innescando nello spettatore sentimenti contrastanti di terrore e pietà. A lei auguro la migliore delle carriere e confido di vedere presto sul grande schermo sia lei, sia un'altra opera di Curry Barker, autore giovanissimo che spero non si perda e che ha realizzato l'horror che, probabilmente, finirà primo in classifica a fine anno. Ho solo un appunto da fargli: va bene, Cooper Tomlinson è collaboratore fidato, ma Michael Gandolfini sarebbe stato un Ian favoloso. Pensaci per il prossimo film, figliolo!  

Curry Barker è il regista e sceneggiatore del film. Americano, ha diretto il film Milk and Serial. Anche attore, montatore, compositore e produttore, ha 26 anni e un film in uscita. 



venerdì 22 maggio 2026

2026 Horror Challenge: The Ghoul (1933)

Il tema della Challenge settimanale era "Gotico". Nella watchlist avevo questo The Ghoul, diretto nel 1933 dal regista T. Hayes Hunter, che faceva proprio alla bisogna!


Trama: un eminente egittologo in punto di morte chiede di venire sepolto in un sarcofago assieme ad un gioiello che gli consentirebbe di ottenere la vita eterna. Quando l'uomo muore, però, il gioiello diventa fonte di un'aspra contesa che lo costringe a tornare per uccidere...


Pur avendo come protagonista un pilastro dell'horror americano, The Ghoul è un film prodotto e realizzato in Inghilterra, e ha rischiato di diventare una delle tante pellicole perdute della storia del cinema. Una versione rovinata, tagliata e priva di sonoro era stata ritrovata verso la fine degli anni '60 in Cecoslovacchia, dopodiché, fortunatamente, all'inizio degli anni '80 ne è stato riesumato un negativo in perfette condizioni, nascosto all'interno di un magazzino murato ed inutilizzato all'interno degli Shepperton Studios in Inghilterra. Grazie al British Film Institute, che solo nel 2003 ha offerto il materiale restaurato per la diffusione in DVD, The Ghoul è oggi un'opera di cui possiamo fruire tutti, e che si trova gratuitamente, sottotitolata, su tantissimi canali di YouTube. The Ghoul, più che un horror tout court, è un mistery con elementi gotici e parecchi momenti in cui un volontario, garbato humour british viene utilizzato per stemperare la tensione. Protagonista è un egittologo, interpretato da Boris Karloff, convinto che venendo sepolto assieme a un gioiello chiamato "Luce Eterna" otterrà, per l'appunto, la vita eterna. Essendo un gioiello assai prezioso, la Luce Eterna viene bramato da parecchie persone alle quali interessa più il denaro che una leggenda potenzialmente farlocca e che, astutamente, decidono di aspettare che il vecchio tiri le cuoia per potersene impossessare. Costoro, però, hanno sottovalutato la minaccia del professor Norlant. In punto di morte, l'egittologo profetizza un ritorno qualora le sue volontà non vengano rispettate e, puntualmente, l'uomo risorge come il "ghoul" del titolo, mosso da intenti omicidi e dalla volontà di recuperare il gioiello rubato. Dopo un inizio ambientato in un'Inghilterra nebbiosa, atto a presentare tutti i personaggi del film e a delineare i vari passaggi di mano del gioiello, The Ghoul trasferisce la parte più importante della vicenda all'interno della lugubre magione di Norlant, un luogo zeppo di elementi weird e perturbanti, che fa il paio col mausoleo egizio fatto costruire dal professore come ultima dimora e teatro della propria resurrezione. Il Norlant di Karloff si vede poco, ma la sua presenza alleggia come un'ombra costante sugli altri personaggi, e le sue pratiche blasfeme ed incomprensibili (per gli altri) incarnano quell'oscurità in grado di travolgere esistenze quotidiane normali e di insinuarsi nel cuore dei vivi, rivelando brame inconfessabili e spingendo ad atti inauditi che richiamano punizioni ultraterrene.  


A differenza di un film come The Drums of Jeopardy,  recuperato recentemente (nonostante anch'esso appartenga a un'epoca in cui il codice Hays non era ancora in vigore), The Ghoul spicca per la presenza più marcata di scene violente esplicite. In The Drums of Jeopardy gli omicidi di Karlov erano soltanto suggeriti, oppure la sequenza veniva tagliata un istante prima di raggiungere la sua definitiva conclusione. Qui, invece, Karloff (quello vero!) strangola le sue vittime senza farsi troppi problemi e, a un certo punto, arriva persino ad incidersi un simbolo pagano sul petto, spillando sangue, cosa che credo abbia sconvolto più di uno spettatore dell'epoca. L'atmosfera lugubre del film viene confermata anche da una scenografia e una fotografia legate agli stilemi dell'espressionismo tedesco: sia gli ambienti esterni che gli interni sono caratterizzati da uno spiccato contrasto tra luce e ombra e, spesso, gli esseri umani sono solo misteriose figure nascoste in una nebbia insinuante, mentre la magione di Norlant, come sottolineato anche nei dialoghi, sembra più l'antro di una creatura notturna che una dimora dove qualcuno potrebbe effettivamente vivere. A proposito di dialoghi, The Ghoul è infarcito di parecchi scambi di parole ricchi di wit britannico (le interazioni tra l'avvocato e il nipote del morto o tra quest'ultimo e il "parson" sono fantastiche) e ha una forte componente comica, affidata quasi in toto alle due attrici del cast, in particolare alla svenevole, ingenua Miss Kaney di Kathleen Harrison, la quale nonostante tutto non vede l'ora di concupire l'affascinante sceicco che arriva a movimentarle la vita. Il malessere del 1933, e quasi quasi è meglio essere strangolati dal ghoul! Considerazioni sceme a parte, The Ghoul è un film molto interessante e particolare, che merita una visione.


Di Boris Karloff, che interpreta il professor Norlant, ho già parlato QUI mentre Ralph Richardson, che interpreta Nigel Hartley, lo trovate QUA.

T. Hayes Hunter è il regista del film. Americano, ha diretto film come Il trionfo della primula rossa. Anche sceneggiatore e produttore, è morto nel 1944.


The Ghoul
ha un remake del 1961, Sette allegri cadaveri, una commedia horror tratta anch'essa, molto liberamente, dal racconto The Ghoul di Frank King. Ovviamente, questo remake non è disponibile su nessuna piattaforma italiana, ma ne esiste una versione in DVD, se siete curiosi di guardarlo. ENJOY! 

mercoledì 20 maggio 2026

Blue Moon (2025)

Per la serie "recuperi pre-Oscar", oggi vi parlo di Blue Moon, diretto nel 2025 dal regista Richard Linklater e candidato a due Oscar, quello per Miglior attore protagonista e quello per Miglior sceneggiatura originale.


Trama: il paroliere Lorenz Hart, la sera del trionfo del suo socio storico, si ritrova in un bar ad attendere Elizabeth, la sua protetta...


Mi ero chiesta come mai, nel corso dei miei soliti recuperi, non fosse ancora arrivata la classica biografia di un personaggio (a me) sconosciuto e finalmente Blue Moon ha esaudito il mio "desiderio". Il film di Richard Linklater ci offre, infatti, uno scorcio degli ultimi anni del paroliere Lorenz Hart, colui che, assieme al compositore Richard Rodgers, ha dato vita a canzoni come Blue Moon, appunto, e spettacoli quali A Connecticut Yankee, più volte nominato nel corso della vicenda. Il focus della sceneggiatura di Robert Kaplow è una serata ben precisa, quella in cui il musical Oklahoma! ha aperto a Brodway per la prima volta, decretandone non solo il clamoroso successo, ma anche la nascita di un nuovo sodalizio artistico, quello tra Richard Rodgers e Oscar Hammerstein. L'inizio della fine, insomma, per Hart, il quale si ritrova, solo ed amareggiato, al bar dove l'ex socio sta per arrivare a festeggiare lo spettacolo, ad attendere sua protetta, l'aspirante poetessa Elizabeth. Che il destino di Hart non sarà felice, il film lo chiarisce fin dalle prime scene, ma Blue Moon cristallizza un commovente, delicato momento di consapevolezza, in cui Hart capisce di essere ormai "superato", intrappolato in un passato di gloria che lui stesso, complice l'alcolismo e un carattere intemperante, ha contribuito a distruggere. La presa di consapevolezza arriva graduale, rallentata dalla natura affabulatoria del protagonista, il quale mescola continuamente verità ed illusioni alimentate da una passata grandezza, aneddoti che lo vedono protagonista, sogni di gloria per il futuro e tantissime pennellate di umorismo nero, citazioni più o meno colte e una buona dose di malizia, che rendono i dialoghi particolarmente vivaci ma non meno "patetico", passatemi il termine, il povero Hart. Il modo in cui il protagonista apre gli occhi alla triste realtà, tra la freddezza malinconica di Rodgers e i fiumi di parole di un'adolescente in fregola che ha occhi solo per sé stessa e per le sue "crush" (tra le quali, ahimé, Hart non rientra) è una doccia fredda per lo spettatore, il quale si ritrova impossibilitato a provare altro che simpatia per lui, e la sciocca speranza che le carte possano tornare a girare in suo favore. 


L'impianto di Blue Moon è giustamente teatrale come il mondo in cui è ambientato, caratterizzato da un'intima unità di luogo, una serie di lunghi monologhi e qualche importante dialogo tra Hart e tutta una serie di co-protagonisti ed "extras", con un paio di gag imperniate su personaggi che sarebbero diventati importantissimi per la scena culturale americana. Il film è lo one man show di Ethan Hawke, aiutato giusto da un paio di trucchetti tecnici a riprodurre la fisicità di Hart (a volte il trucco riesce, altre meno; le poltrone, per esempio, sembrano innaturalmente grandi, ma le inquadrature atte a mostrare Hawke più basso di tutti gli altri attori sono perfette) ma, per il resto, impegnato nella performance della vita. L'attore ripropone tutti i vezzi di Hart, il suo modo di parlare e la sua ambiguità di fondo, profondendosi in un riuscito mix di poesia e trivialità, senza mai risultare macchiettistico, anzi; il suo personaggio acquista profondità nel tempo e se, all'inizio, Hart sembra solo un buffo fanfarone, verso il finale si avverte proprio il peso della vecchiaia, delle occasioni perdute, una malinconia che prelude ad una resa e che dona ulteriore profondità agli sguardi e ai gesti dell'attore. Il dialogo all'interno del deposito degli abiti è una delle mie sequenze preferite, per la verosimiglianza con cui un cuore colmo di amore e speranza si ritrae, si rimpicciolisce davanti allo spietato fulgore di una sincerità ingenua e crudele, affidata all'impossibile bellezza di Margaret Qualley, sempre più splendida ed irraggiungibile. Guardando quella scena, sfido chiunque ad ignorare il magone, a ricordare tutte le volte in cui ci si è sentiti stupidi, umiliati di fronte all'incapacità di capire che il nostro tempo era passato e, per certi versi, forse non era neppure mai arrivato. Lo ammetto, arrivata alla fine di Blue Moon non ero molto convinta di quello che avevo visto, forse perché da Richard Linklater non mi aspettavo qualcosa di così "tradizionale". Eppure, passata la notte che porta consiglio, ho scoperto di non riuscire a smettere di pensare alle emozioni dolceamare lasciate dal film, un'opera delicata e poetica alla quale vi consiglierei di dare una chance. 


Del regista Richard Linklater ho già parlato QUI. Ethan Hawke (Lorenz Hart), Bobby Cannavale (Eddie), Andrew Scott (Richard Rodgers) e Margaret Qualley (Elizabeth Weiland) li trovate invece ai rispettivi link.



 

martedì 19 maggio 2026

Forbidden Fruits (2026)

Siccome era un film che mi incuriosiva parecchio, di recente ho recuperato Forbidden Fruits, diretto e co-sceneggiato dalla regista Meredith Alloway.


Trama: le tre commesse del negozio di abiti Free Eden spadroneggiano all'interno del centro commerciale ma l'arrivo di una quarta ragazza, Pumpkin, sconvolgerà i delicati equilibri del trio...


Avevo aspettative altissime per questo Forbidden Fruits, che era stato salutato dalla stampa di genere come una versione moderna di Giovani streghe, uno dei miei film preferiti. Questo potrebbe essere il motivo per cui Forbidden Fruits non mi ha convinta al 100%, anche se l'ho trovato divertente e, a tratti, anche interessante per il modo in cui rappresenta le quattro protagoniste. Forbidden Fruits parte come una qualsiasi commedia alla Mean Girl, Ragazze a Beverly Hills o Schegge di follia. Ci sono tre ragazze, Apple, Cherry e Fig, che sono in cima alla catena alimentare del centro commerciale, tre commesse dell'esclusivo negozio di abiti Free Eden. Ognuna di esse è bellissima, desiderabile e, ovviamente, irraggiungibile e tutte vengono ugualmente adorate dalla plebe che popola il tristissimo centro commerciale. Un giorno, si presenta alle tre una quarta ragazza, Pumpkin, che dopo un minimo di reticenza viene introdotta all'interno della piccola cerchia. Pumpkin scopre così che le commesse sono anche una congrega di streghe guidate dalla carismatica Apple la quale, in cambio di promesse di sorellanza, sostegno reciproco e crescita, pretende fedeltà assoluta e il rispetto di alcune regole fondamentali. Un'oscurità sottesa, insomma, che nasconde segreti terribili e un'insofferenza in grado di mandare in frantumi l'"Eden libero" con poche azioni mirate, trasformando così i toni dell'opera da satira sociale a commedia nera con abbondanti pennellate di horror. Questa varietà di registri, per quanto mi riguarda, è un po' il problema di Forbidden Fruits. Il film intavola un discorso interessante sulle magagne del femminismo "interessato", sulla sorellanza ipocrita che vira verso l'estremismo, e fa un ritratto complesso di almeno due delle protagoniste, ovvero Apple e Cherry. La prima è connotata come la villain (la Nancy) del gruppo, furiosa verso una vita che l'ha privata degli affetti e conseguentemente dedita a un controllo totale degli altri, ma è impossibile non provare talvolta pietà per gli effetti che ha avuto su di lei la profonda solitudine; Cherry, d'altra parte, viene dipinta come la tipica bimbo bionda, ma la sua è una tragica maschera che cela senso di colpa e il disperato desiderio di appartenere ancora a qualcosa, o a qualcuno. Le altre due protagoniste, purtroppo, non sono così bene caratterizzate (Fig dovrebbe essere la più intelligente ma verso il finale diventa scema come un tacco, Pumpkin, pur con tutte le sue ragioni, cambia personalità da una sequenza all'altra), e sono un'ottima espressione di quella mancanza di coesione che lamentavo qualche riga fa. Forbidden Fruits, infatti, introduce tante suggestioni quante ne lascia cadere e non sfrutta al meglio tutte le cartucce che ha al suo arco, in primis quella della congrega di streghe, che a un certo punto diventa poco più di una nota di colore che poco apporta alla risoluzione della vicenda. Lo stesso, purtroppo, vale per buona parte di qualsiasi avvenimento del film esuli dalla progressiva disgregazione del gruppo, tra tornado, indagini, daddy issues e un quinto elemento, Pickle, che si porta via gli aspetti più intriganti della sceneggiatura. 


Al di là delle mie perplessità per quanto riguarda la scrittura del film, Forbidden Fruits ha dalla sua un comparto visivo di tutto rispetto che, ovviamente, segue le regole non scritte dei modelli a cui fa riferimento. Abbiamo quindi una colonna sonora accattivante e zeppa di pezzi da vere "bitch", ad accompagnare sequenze introduttive di gruppo atte a sottolineare la natura cool ed esclusiva della congrega. Per chi, come me, è una fashionista wannabe (ovvero, adora la moda estrosa e sexy ma non ha capacità, fisico e coraggio per vestirsi in quel modo), gli outfit di ognuna delle ragazze, studiato appositamente per sottolinearne le caratteristiche individuali, sono uno più bello dell'altro, e ho apprezzato anche il fatto che gli abiti delle protagoniste si facciano via via più anonimi col progressivo disgregarsi della loro amicizia. Altra cosa apprezzabilissima è il modo in cui gli scenografi hanno unito l'atmosfera girlie e modaiola di Free Eden alle necessarie suggestioni gotiche veicolate dall'idea di una congrega di streghe, creando un antro stiloso ma inquietante, dove non stona affatto l'immagine di uno stivale da cowboy utilizzato al posto di un classico calice o di un calderone. E poi, naturalmente, ci sono le attrici. Victoria Pedretti mi aveva già rubato il cuore come membro della Flanagan Family, grazie ad una sensibilità e una fragilità in grado di commuovere, ma qui dimostra anche di avere tempi comici perfetti e dà vita ad una maschera tragicomica più complessa di quanto non appaia (e grazie, Victoria, per essere una gnocca da primato in un corpo normale, che osa perfino mostrare un accenno di cellulite. Grazie!). Non guardando Riverdale non conoscevo affatto Lili Reinhart ed è stata una splendida sorpresa. La sua Apple è carismatica da morire, oltre che bellissima, e l'attrice si lascia trasportare in toto dall'intensità del personaggio che interpreta, sia nel "bene" di un controllo maniacale che nel male di una follia che esplode incontrollabile, rimanendo sempre e comunque affascinante e sexy. Alexandra Shipp, in mezzo alle due, è un po' l'ago della bilancia che raramente sconfina in un'interpretazione sopra le righe, mentre purtroppo Lola Tung si lascia divorare dal carisma delle altre, indebolendo quello che dovrebbe rappresentare il punto di vista esterno e razionale, più vicino allo spettatore, e conseguentemente l'empatia verso Pumpkin. A prescindere dagli indubbi difetti, probabilmente derivanti dall'inesperienza e dal troppo entusiasmo (o ansia da prestazione) tipici delle opere prime, Forbidden Fruis è un film che merita più di una visione. Sono troppo vecchia perché diventi un cult personale, ma magari potrebbe folgorare qualche ragazzina sedicenne, com'era successo a me con Giovani streghe!  


Di Alexandra Shipp, che interpreta Fig, ho già parlato QUI.

Meredith Alloway è la regista e co-sceneggiatrice del film, al suo primo lungometraggio. Americana, è anche attrice e produttrice.


Lili Reinhart
interpreta Apple. Americana, famosa per aver partecipato alla serie Riverdale, ha lavorato come doppiatrice ne I Simpson. Anche produttrice, ha 30 anni e due film in uscita. 


Victoria Pedretti
interpreta Cherry. Americana, la ricordo per film come C'era una volta a... Hollywood, Shirley e, soprattutto, per serie quali Hill House, The Haunting of Bly Manor e Something Very Bad Is Going to Happen. Anche regista e produttrice, ha 31 anni e tre film in uscita. 


Se Forbidden Fruits vi fosse piaciuto recuperate Amiche cattive, Schegge di follia, Jennifer's Body, Giovani streghe e Bodies, Bodies, Bodies. ENJOY!




venerdì 15 maggio 2026

2026 Horror Challenge: The Drums of Jeopardy (1931)

Il tema della challenge settimanale era abbastanza particolare, cito testualmente: "Poverty Row, Hollywood's Original low budget B movies". Dalla lista fornita dal creatore della challenge ho scelto The Drums of Jeopardy, diretto nel 1931 dal regista George B. Seitz e tratto dal romanzo omonimo di Harold MacGrath.


Trama: dopo la morte della figlia, lo scienziato bolscevico Boris Karlov giura vendetta sulla famiglia di nobili che ritiene responsabile dell'accaduto...


Prima di parlare del film, contestualizziamo un attimo il tema della challenge, perché anche io ero abbastanza ignorante in materia. "Poverty Row" è un termine gergale che indica piccoli studios che, dagli anni '20 agli anni '50, producevano film di serie B in contrasto con le grandi majors. I generi erano più o meno sempre gli stessi, in primis c'erano i western, ma anche commedie, film d'avventura o crime, affidati a registi e attori poco famosi e realizzati con budget irrisori. The Drums of Jeopardy, prodotto dalla Tiffany Pictures, rientra di diritto in questa Poverty Row ma, a differenza di quanto riportato nell'elenco che ho consultato, non è un horror, quanto più un mix tra melodramma e spionaggio internazionale, con qualche suggestione vagamente legata al genere oggetto della challenge. La prima cosa, che peraltro fa un po' ridere, è la presenza di un mad doctor chiamato Boris Karlov, il quale però viene connotato come scienziato pazzo solo nelle prime sequenze che lo presentano; inizialmente, si vede Karlov trafficare con delle provette e con una maschera antigas dall'aspetto inquietante ma, in seguito, lo stesso dottore viene rappresentato solo come uno spietato bolscevico assetato di vendetta, con una diffusa rete di spie e sicari al seguito e, al limite, un gusto un po' più spiccato per gli omicidi violenti e le torture psicologiche. The Drums of Jeopardy non mostra esperimenti folli, né mutazioni causate dagli stessi o simili, anzi, Karlov potrebbe giusto essere un antenato dei nemici bondiani, al massimo. Vero è che Karlov segue un cieco percorso di vendetta simile a quello di molti thriller horror, una furia cieca che non guarda in faccia a nessuno e che non si cura di capire chi, tra i membri della famiglia Petroff, abbia veramente spinto al suicidio la figlia. Tale percorso, inoltre, si mescola ad una leggenda legata alla collana del titolo, "i tamburi della sventura" appunto, un oggetto maledetto in quanto rubato ad un'antica tribù, che dovrebbe condannare a morte chiunque si veda recapitare uno dei ciondoli che la compongono. 


A parte questo paio di aspetti un po' più particolari, The Drums of Jeopardy non fa paura né mette inquietudine e si snoda in maniera abbastanza banale seguendo la fuga dei Petroff dalla Russia in America. All'interno della sceneggiatura si fa ben attenzione a distinguere i buoni dai cattivi, senza addentrarsi in elucubrazioni socio-economiche legate alla rivoluzione russa; la Russia è rappresentata come un paese "esotico" come tanti altri, dove accadono "cose" strane che in America non succederebbero mai, e per quanto deprecabili siano, i nobili acculturati vengono accolti senza troppe remore dall'intelligence USA. Ovviamente, il film presenta un'evoluzione del personaggio del principe Nicholas, dipinto inizialmente come uno stupido sciupafemmine, il quale dopo avere conosciuto l'americana Kitty decide, in un giorno, di mettere la testa a posto, eleggerla ad amore della sua vita e, conseguentemente, ammantarsi delle caratteristiche tipiche di un eroe senza macchia e paura, condividendole però col vero personaggio totalmente positivo dell'intera vicenda, il saggio agente all-american Martin Kent. Alla ciarliera zia di Kitty, Abbie, viene lasciato il ruolo di comic relief e grillo parlante della situazione, e al povero Boris Karlov non resta altro che circondarsi di caratteristi dalla faccia perfetta per il ruolo di silenziosi, infidi sicari. A proposito di facce, quella di Boris Karlov, ovvero dell'attore Warner Oland, non mi era nuova, con quel taglio orientale degli occhi, nonostante le origini svedesi. In effetti, nonostante abbia partecipato a un film della Povert Row, Oland era già diventato famoso grazie al ruolo di Fu Manchu e, in seguito, sarebbe diventato una star interpretando il detective Charlie Chan in ben sedici film. Ciò detto, in tutta onestà, non avrei motivo di consigliarvi The Drums of Jeopardy (che potete trovare gratis su Plex o su Youtube), a meno che non siate fan dell'attore e vogliate godervi una sua opera meno conosciuta!

George B. Seitz è il regista del film. Americano, ha diretto film come Un affare di famiglia, L'amore trova Andy Hardy, Gudice Hardy e figlio, Andy Hardy incontra la debuttante, La vita comincia per Andy Hardy e La doppia vita di Andy Hardy. Anche sceneggiatore, produttore e attore, è morto nel 1944.


Warner Oland
(vero nome Johan Verner Olund) interpreta Boris Karlov. Svedese, ha partecipato a film come Il drago rosso, The Return of Dr. Fu Manchu, Il cammello nero, La crociera del delitto, L'artiglio giallo e L'uomo dai due volti. E' morto nel 1938.


Clara Blandic
k, che interpreta Abbie, era la zia di Dorothy ne Il mago di Oz. The Drums of Jeopardy è il remake di un film omonimo del 1923. ENJOY!

mercoledì 13 maggio 2026

Honey Bunch (2025)

Passata la febbre da Oscar mi sono dedicata al recupero di un paio di uscite horror che avevo lasciato indietro. Una di queste è Honey Bunch, diretto e sceneggiato nel 2025 dai registi Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer.


Trama: Diana, reduce da un grave incidente, viene portata dal marito Homer in una clinica sperimentale che promette di guarirla in pochi giorni. Non passa molto tempo prima che la donna capisca che qualcosa non va...


Siccome sono una persona molto profonda, avevo puntato Honey Bunch perché avevo visto, nel cast, il nome di quel figo illegale di Jason Isaacs. Non ricordavo, infatti, di avere già visto un film realizzato da Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer, anche se i loro nomi mi sembravano familiari, ed è solo cercando informazioni su Honey Bunch dopo la visione che ho realizzato: gli autori sono gli stessi di Violation, angosciante riflessione sulla violenza sessuale e la percezione della stessa, una visione potente ma anche molto, molto deprimente. Honey Bunch non raggiunge, per fortuna, quei livelli di angoscia e orrore, ma non è una visione leggera. Come spesso accade negli ultimi tempi, Honey Bunch decostruisce un rapporto di coppia apparentemente idilliaco, un legame che ha subito una ferita tremenda nel momento in cui Diana ha avuto un incidente d'auto, perdendo parte delle funzioni motorie e dei ricordi precedenti alla tragedia. Accompagnata dal marito Homer, Diana si affida alle cure di una clinica in mezzo alla campagna, la cui fondatrice promette di rimetterla in sesto in pochissimi giorni, attraverso un metodo rivoluzionario. Come sempre accade negli horror, le cure miracolose non sono mai a buon mercato e, ancor peggio, i metodi rivoluzionari nascondono realtà aberranti; nel caso di Honey Bunch, tutto ciò si unisce al discorso sull'amore e come viene vissuto e percepito, soprattutto nel momento in cui una metà della coppia si "rompe". Quand'è che l'amore totalizzante si trasforma in egoismo? E' giusto prendere decisioni all'insaputa dell'altro, arroccati nella cieca convinzione che sia "per il suo bene"? E' giusto, anche, annullarsi totalmente per amore, rinunciando a tutto ciò che non pertiene alla sfera di coppia? Sono queste le domande scomode che pone Honey Bunch, senza ovviamente dare una risposta chiara ed univoca, anche perché il punto di vista adottato è quello di Diana, una donna che non può più fidarsi dei suoi ricordi e delle sue percezioni. Diana è malata, e può solo lasciare che gli altri prendano le decisioni per lei senza metterla a parte, per riserbo o chissà per quale altro motivo. Quando la cura comincia a renderla ancora più confusa, e a trasformare la realtà che la circonda con flash da incubo, Diana inizia a percepire che qualcosa non va e smette di fidarsi, mettendo in discussione anche chi pensava di conoscere bene.


Lentamente, attraverso pochi dialoghi e molti flashback alternati a sprazzi di visioni, inquadrature di sguardi e gesti fugaci, uniti al setting perfetto di una magione isolata, circondata da foresta, pericolose scarpate e giardini misteriosi, Honey Bunch costruisce un'atmosfera di paranoia crescente, che culmina in un finale weird e violento, ben poco rassicurante. Lo stile di Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer ricorda quello degli horror europei anni '70 (di fatto, il film è ambientato in quegli anni), caratterizzati dal contrasto tra una fotografia morbida e flash di violenza surreale, che si fondono fino a confondersi e annullare ogni parvenza di realismo. Fa molto anche la colonna sonora particolare, caratterizzata da echi vintage che mi hanno ricordato tantissimo i brani più riusciti di Pino Donaggio, con quei suoni dissonanti che accompagnano movimenti di macchina improvvisi e rivelatori. Per quanto riguarda gli attori, purtroppo partivo svantaggiata dall'aver visto l'irritante Tito e qualcosa, di quel film, mi dev'essere rimasto, perché ho provato spesso fastidio durante le interazioni tra Diana e Homer. Per carità, Grace Glowicki e Ben Petrie sono bravissimi e, in quanto compagni nella vita vera, sono anche piuttosto naturali e verosimili, ma interpretano due personaggi con i quali, nonostante tutto, non sono mai riuscita ad empatizzare fino in fondo e verso i quali ho provato, fin dall'inizio, un'inspiegabile diffidenza. Molto meglio Jason Isaacs, Julian Richings e Kate Dickie, facce "rassicuranti" che, se non altro, so come gestire e alle quali vorrò sempre bene, anche quando interpretano personaggi discutibili o inquietanti. In conclusione, Honey Bunch è un horror che tratta con originalità e piglio artistico un argomento già battuto altre volte; non è un'opera facile ed immediata e, probabilmente, servirebbe una seconda visione "col senno di poi" per carpirne appieno le sfumature ma, anche così, è un film che consiglio (poi magari provate anche Tito, eh. Giusto per capire se ha fatto schifo solo a me)!


Dei registi e sceneggiatori Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer ho già parlato QUIJulian Richings (Delwyn), Kate Dickie (Farah) e Jason Isaacs (Joseph) li trovate invece ai rispettivi link.


Grace Glowicki
, che interpreta Diana, è la regista, sceneggiatrice ed interprete di Tito, una delle visioni più pesanti dei vari Torino Film Festival, che vedeva tra i protagonisti anche Ben Petrie, il compagno della Glowicki, che in Honey Bunch interpreta Homer. ENJOY!

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