venerdì 19 ottobre 2018

Laissez bronzer les cadavres (2017)

Tra i film presentati in anteprima al ToHorror Film Fest c'era Laissez Bronzer Les Cadavres, diretto e sceneggiato nel 2017 dai registi Hélène Cattet e Bruno Forzani e tratto dal romanzo omonimo di Jean Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid.


Trama: in cerca di un rifugio dopo una rapina, un gruppo di malviventi finisce nel luogo di villeggiatura di uno scrittore e della sua musa. Tra doppiogiochisti assortiti, arrivi inaspettati e poliziotti, la faccenda butterà malissimo...


Può un film essere visivamente stupendo ma totalmente insulso a livello di trama, al punto da non riuscire a coinvolgere ed interessare lo spettatore nemmeno per sbaglio? Hai voglia, Laissez Bronzer les Cadavres è un ottimo esempio di questo paradosso, tanto che la visione è risultata tra le più pesanti da me affrontate quest'anno. La cosa è assai strana perché a me, di base, le storie di rapine andate male ed assedi, popolate da criminali brutti, sporchi e cattivi piacciono tantissimo, eppure in questo caso non mi sono entusiasmata, forse perché i personaggi non vengono approfonditi nemmeno per sbaglio e sono poco più di figurine in movimento su uno sfondo bellissimo, tutte destinate a morire più o meno male. La morte incombe infatti su ognuno dei protagonisti come una figura misteriosa e affascinante, una sensuale donna senza volto che popola le visioni dalle quali è inframmezzato il film (o, almeno, questo è quello che mi è sembrato di capire, magari sbagliando), visioni di sesso violento, sangue, torture... e golden shower. Letteralmente. La percezione di come la Cattet e Forzani abbiano scelto di approfondire maggiormente l'aspetto estetico del film sacrificando appunto la disperazione e lo squallore dei criminali rappresentati o la loro amara, violenta ironia, mi ha subito reso inviso Laissez Bronzer les Cadavres, un'ora e mezza di "stallo" privo del ritmo e dell'angoscia di Free Fire, girato anch'esso in un ambiente chiuso e con pochissimi personaggi ma molto più esaltante e violento. Nel film di Ben Wheatley non c'era un attimo di tregua, le situazioni cambiavano di continuo e si arrivava a provare sulla propria pelle il terrore di beccarsi una pallottola in fronte, qui sembra di guardare delle statue realistiche che vanno in pezzi, tra un breve dialogo e l'altro, sensazione accentuata dal tripudio di arte e colori che è la cifra stilistica di regia, fotografia e montaggio di Laissez Bronzer Les Cadavres.


Già la scena iniziale racchiude in sé tutto ciò che sarà il film, con quella tela imbrattata di colori e buchi di pallottola, le riprese ravvicinatissime di occhi e labbra, i suoni enfatizzati. Ogni inquadratura di Laissez Bronzer les Cadavres è una tela, un'opera d'arte, una ricerca di soluzioni visive atte a stupire lo spettatore mettendogli davanti una serie infinita di quadri semoventi con la scusa di seguire un mero canovaccio che potrebbe anche non esserci. Più del gusto del sangue, benché le sequenze "ardite" non manchino, conta più il gusto della bellezza e del colore in ogni sua forma o la particolarità della messa in scena. Un esempio su tutti, la colonna sonora fatta sentire al contrario nel momento in cui il tempo torna indietro diventando un misto tra flashback e visioni, le formiche a simboleggiare i personaggi che brulicano disperati all'interno dei loro nascondigli, il passaggio da strisce di sangue a strisce di oro liquido senza soluzione di continuità, coi corpi (i cadaveri) che rimangono lì indolenti, a farsi toccare, dipingere, ferire e distruggere come se i registi avessero per le mani dei manichini o dei pezzi di argilla. Anche solo per la bellezza dei colori e delle location o per l'accostamento tra eros e thanatos, presente in altre opere dei due registi peraltro, non posso dire che Laissez Bronzer les Cadavres sia un film brutto ma purtroppo non è proprio il mio genere di pellicola. Per carità, a ripensarci anche The Neon Demon era al 90% estetica eppure qualcosa all'interno della trama mi aveva toccata e ipnotizzata, invece Laissez Bronzer les Cadavres non mi ha lasciato altro che il vuoto cosmico dentro. Che a qualcuno, per carità, potrà anche piacere ma, ribadisco, non è il mio genere.


Hélène Cattet e Bruno Forzani sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Marito e moglie, entrambi francesi, hanno diretto film come Amer, Lacrime di sangue e l'episodio O is for Orgasm di The ABCs of Death. Anche produttori, hanno entrambi 42 anni.


Se Laissez Bronzer les Cadavres vi fosse piaciuto consiglierei di recuperare il più prosaico ma soddisfacente Free Fire. ENJOY!

giovedì 18 ottobre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 18/10/2018

Buon giovedì a tutti! Passata l'euforia da ToHorror Film Fest, vediamo cosa offre il multisala di Savona questa settimana... ENJOY!

Soldado
Reazione a caldo: Benissimo!!
Bolla, rifletti!: Per l'occasione ho guardato Sicario in questi giorni e ne parlerò domenica. Temo il film di Sollima (che pure apprezzo come regista) non sarà nemmeno lontanamente paragonabile a quello di Villeneuve ma confido nella meraviglia di Benicio Del Toro.

Piccoli brividi 2: I fantasmi di Halloween
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Piccoli Brividi era molto carino ma qui manca Jack Black quindi scema la voglia di guardarlo al cinema. Magari lo recupererò in futuro.

Nessuno come noi
Reazione a caldo: Ma anche no.
Bolla, rifletti!: Credevo fosse un tristissimo young adult invece è una tristissima robetta sentimentale italiana. Il risultato, comunque, è sempre un grosso NO.

Pupazzi senza gloria
Reazione a caldo: Sono davvero indecisa.
Bolla, rifletti!: So per certo che questo film è una cazzata immane e devo dire che il trailer mi ha dato anche un po' fastidio. Ma Maccio Capatonda attira sempre quindi chissà...

Cinema impegnato alla saletta d'élite!

Il verdetto
Reazione a caldo: Sembra interessante!
Bolla, rifletti!: Attori della madonna per una vicenda che sicuramente porterà a più di una riflessione. Lo segno per il futuro visto che i soliti orari infingardi del cinema questa settimana sono proibitivi!

mercoledì 17 ottobre 2018

Il Bollodromo #67: ToHorror Film Fest - parte 2

Se il (mio) primo giorno del ToHorror Film Fest è stato bene o male all'insegna dei film più divertenti o "spensierati", nei limiti di quanto potesse essere spensierato St. Agatha, la giornata di chiusura è stata di una pesantezza indicibile, a causa di due pellicole splendide e particolari ma decisamente provanti per l'umore. ENJOY!


Tigers Are Not Afraid (Vuelven) di Issa López

Come anche Dog, di cui parlerò tra poco, questo piccolo gioiellino Messicano non può definirsi propriamente horror. L'elemento sovrannaturale c'è ma non è preponderante ed è dosato col contagocce, oltre a veicolare più dolore e sconforto che paura, poiché esso è il modo dei piccoli protagonisti di affrontare una realtà già per sé abbastanza orrenda. Estrella è una bambina dotata di moltissima fantasia, la cui madre è improvvisamente stata rapita dai membri di un cartello della droga, diventando così una dei tantissimi desaparecidos messicani; affamata ed impaurita dalle presenze che sembrano avere preso possesso di casa sua, la piccola cerca rifugio presso una banda di bambini resi orfani dagli stessi criminali e sperimenterà sulla sua pelle l'orrore della vita di strada e la crudeltà di chi non si ferma davanti a nulla pur di ottenere denaro e potere. Non è un caso se Guillermo del Toro ha apprezzato questo film perché Tigers are Not Afraid è intriso della stessa crudele malinconia delle sue opere più riuscite ed è impreziosito da piccoli tocchi horror e fantastici (il tigrotto semovente è delizioso ma sono splendidi anche i vari murales realizzati da Shine) che rendono le vicende di Estrella, Shine e Morro ancora più poetiche, benché non meno realistiche e difficili da affrontare per lo spettatore. Si piange parecchio guardando il film e ci si sente piccoli come una formica, soprattutto considerando i ringraziamenti finali di un'autrice che probabilmente ha vissuto traumi molto simili a quelli dei bambini che ha portato su schermo con così tanta sensibilità. Sperate solo che Tigers are Not Afraid possa arrivare anche in Italia, più che altro pregate santa Netflix, che una distribuzione cinematografica mi pare improbabile.


Dog (Chien) di Samuel Benchetrit

Presentato come "la commedia più nera degli ultimi dieci anni", Dog è in realtà poco meno deprimente del Dogman di Garrone e, salvo la prima mezz'oretta, non fa ridere per nulla, anzi, è una fonte di angoscia devastante. Il protagonista, interpretato da uno strepitoso Vincent Macaigne il cui sguardo dolce e vinto rimane nel cuore per giorni dopo la visione, è l'equivalente dell'omino triste presente in una vecchia storia di Dylan Dog, più che altro è un uomo che viene preso a pugni, sputi e pesci in faccia dalla vita per quanto riguarda ogni suo aspetto: famiglia, lavoro, soldi, fortuna, sentimenti, nominatene uno e sarete certi del fatto che il povero Jacques ogni giorno sarà segnato da una cattiva stella. Questo finché, dopo una serie di eventi tragicomici, il poveraccio non finisce sotto le "cure" di un addestratore di cani la cui vita, nonostante l'ostentazione di sicurezza, è squallida quanto quella di Jacques. Sfruttando un registro malinconico e grottesco, Samuel Benchetrit racconta le disavventure di un uomo incapace di reagire, un "cane" nel senso peggiore del termine, bastonato e vessato eppure sempre riconoscente anche nei confronti della mano che lo percuote, un uomo grigio in un ambiente grigio e deprimente, zeppo di persone egoiste o semplicemente stufe del suo atteggiamento. Anche qui, come in Tigers are Not Afraid, il finale, apparentemente catartico almeno in parte ed incredibilmente poetico, spezza il cuore lasciando lo spettatore sconfitto, a rimuginare sul fondamentale squallore dell'esistenza e su quanto sia facile dare per scontate, accettandole a testa bassa, tutte le ingiustizie alle quali siamo sottoposti quotidianamente. Ovviamente, anche per Dog non vi è traccia di eventuali distribuzioni future. Incrociate le dita e tenete gli occhi aperti, non volete davvero perderlo.


martedì 16 ottobre 2018

Il Bollodromo #66: ToHorror Film Fest - parte 1

Venerdì dopo il lavoro ho preso il treno e sono partita per Torino, alla volta del ToHorror Film Fest, manifestazione già cominciata mercoledì con l'anteprima esauritissima di Climax di Gaspar Noé. Ovviamente, per questioni lavorative e "affettive", non sono riuscita né ad essere presente tutti e quattro i giorni di programmazione né a vedere tutti i film in concorso e fuori ma mi sono limitata a due per le due giornate di presenza, per un totale di quattro. Nel post di oggi e di domani vi parlerò quindi brevemente delle quattro pellicole che sono riuscita a vedere, senza troppi spoiler! ENJOY!


St. Agatha di Darren Lynn Bousman

Presentato da una dei co-sceneggiatori, l'italiana Sara Sometti Michaels, e dall'attore Seth Michaels, St. Agatha è un violento thriller "gotico" con alcune sequenze che virano sull'horror sovrannaturale, ambientato in un convento di suore dedito all'accoglienza di ragazze madri. La protagonista è Mary, giovane dal passato tormentato che sceglie di affidarsi alle "cure" del convento per svariati motivi che ci verranno palesati in una serie di flashback sempre più angoscianti e che, neanche a dirlo, avrà da pentirsi amaramente della scelta fatta visto che, fin dall'inizio, le suore in generale e la madre superiora in particolare sono tutto meno che sante e pie. Il pregio di St. Agatha è che non offre un solo momento di tregua né allo spettatore, sul quale vengono vomitate le peggiori efferatezze (nei limiti. A detta della co-sceneggiatrice pare che lo script iniziale prevedesse molta più violenza), né alle sfortunate protagoniste, vittime di torture fisiche e psicologiche; l'altro lato della medaglia è che talvolta tutta questa violenza risulta quasi parodica, per quanto le attrici, molto brave, si impegnino a metterci tutta la serietà possibile. Ad accompagnare questa sceneggiatura altalenante ci sono delle melodie assai evocative, debitrici della colonna sonora del vecchio Suspiria, e la regia talvolta barocca di Darren Lynn Bousman che devo dire a me non è affatto spiaciuta nel contesto della pellicola. Purtroppo, la sensazione rimasta dopo la visione del film è stata essenzialmente di catartico divertimento, non di angoscia o di presa di coscienza relativamente alla condizione delle donne nel mondo e dubito che ciò fosse nelle intenzioni dei realizzatori; tuttavia, nonostante a molti dei miei compagni di visione il film non sia piaciuto, mi sento di consigliare la visione di St. Agatha se e quando uscirà in Italia, al cinema o su Netflix


One Cut of the Dead (Kamera o Tomeru na!) di Shinichiro Ueda

Vincitore meritevolissimo di quest'edizione del ToHorror Film Fest, One Cut of the Dead è l'horror più divertente e genuinamente esaltante per un cinefilo che possiate vedere quest'anno. Esempio di metacinema all'ennesima potenza, film nel film nel film nel film, la pellicola di Shinichiro Ueda è sia una dichiarazione d'amore al genere horror che al cinema come operazione artigianale, frutto della fatica non tanto del cast ma di chi sta dietro le quinte a controllare che tutto funzioni alla perfezione, tra picchi di frustrazione, esaltazione e gioia in pari misura. Parlare della trama nel dettaglio sarebbe un crimine contro l'umanità perché il bello di One Cut of the Dead (che comincia come un zombie movie giusto un po' meno raffazzonato di Zombie Ass - The Toilet of the Dead ma fortunatamente siamo ben distanti dalle mattane di Noboru Iguchi) è proprio goderselo poco per volta e scoprire cosa si nasconde dietro al sorprendente titolo, quel One Cut che regala allo spettatore la gioia di vedere un horror realizzato senza tagli, come un unico, lunghissimo piano sequenza. Peccato che questo titolo geniale in Italia diventerà Zombie contro Zombie quando il film verrà distribuito per soli tre giorni come evento speciale, dal 7 al 9 novembre. Il mio consiglio, nonostante la sua probabilmente scarsissima distribuzione, è di non perderlo per nulla al mondo, anche se non amate l'horror, perché il film di Ueda è molto di più: divertimento, follia, amore per il cinema, sentimento a palate e... POM!! E se non vi fidate di me correte a leggere QUI.

ACTION!!!! 






domenica 14 ottobre 2018

Housewife (2017)

Uno dei film presentati al ToHorror Film Fest e programmato venerdì sera è stato Housewife, diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Can Evrenol.


Trama: Holly, traumatizzata da un passato in cui la madre ha massacrato la sorella maggiore e il padre, cerca di vivere un'esistenza normale ma un giorno entra in contatto con una setta i cui membri traggono forza dai sogni...


Un paio di anni fa usciva Baskin. Malato, delirante, con reminescenze fulciane e parecchio splatter, nonostante le sue molte imperfezioni mi aveva fatta ben sperare per quel che riguarda il regista Can Evrenol, tanto che, all'uscita di Housewife, mi sono precipitata subito a guardarlo. Purtroppo, Housewife è un enormissimo NO già fin dal titolo, perché la protagonista, Holly, è tutto meno che una casalinga. Fancazzista sarebbe l'espressione più giusta ma comunque il suo grado di utilità all'interno della società conta davvero poco perché, in soldoni, la pellicola di Evrenol è una sorta di thriller sconfinante nel delirio onirico finale avente per protagonista una donna traumatizzata, che sia o meno casalinga. Per buona parte del film, vediamo dunque la "simpatica" Holly, donna che espleta le sue funzioni fisiologiche in vasche da bagno o lavandini perché da bambina ha visto la sorella venire annegata nel water, vagare per luoghi, sogni e memorie senza suscitare nello spettatore particolare interesse, caratterizzata giusto dalla sua ferma volontà di NON avere un bambino e di essere frigida e talvolta bisessuale, oltre che prona a scarabocchiare roba apocalittica su fogli di carta. A un certo punto, quest'inutile creatura viene introdotta ai riti di una setta il cui capo, un cinolaido di nome Bruce O'Hara, riesce a viaggiare nei sogni altrui e lì per lì, come ha scritto su Facebook il buon Simone facendomi riderissimo, il tizio "la terapizza e le stura LETTERALMENTE il water e poi è guarita e felice!", ma fosse finita lì sarebbe stato meglio. Invece, dopo questa raffinata metafora idraulica, Evrenol si convince di essere un Autore e perde completamente il controllo della sua creatura, dimenticandosi che, se non sei Nicolas Winding Refn o Darren Aronofsky, non conviene abbandonare la sceneggiatura e affidarsi al "così, de botto, senza senso" di Borisiana memoria e dare in pasto allo spettatore immagini schifide dotate di velleità artistiche "perché sì".


Non è questione di non capire una fava, benché ammetta che, a un certo punto, tra piano reale e piano onirico sia andata in marasma fantozziano mandando letteralmente al diavolo Evrenol e socio. Io posso anche aver perso il filo del discorso, va bene, ma se il discorso è semplicemente un'accozzaglia di suggestioni mutuate da altri film che non si ricollegano alle immagini iniziali salvo per una "rivelazione" che, arrivati a quel punto, non interessa davvero più a nessuno, io scoppio a ridere, altro che applaudire. Baskin era malato, rivoltante, sfidava lo spettatore a trarre un senso da quello che veniva mostrato, Housewife è solamente scemo perché cerca di darsi un'importanza che non merita e si prende tremendamente sul serio infilando qui e là scene morbosette affidate ad attori che, santo cielo, non chiamiamoli tali. La protagonista, che di suo brava non è o forse è solo costretta a dare corpo e anima a un personaggio fastidioso, è letteralmente circondata da cani ululanti, col carisma del nulla cosmico; come caposetta e portatore della novella di un'entità Lovecraftiana, il cinogiappocoreanolaido è imbarazzante, non mette inquietudine manco a morire e, al limite, fa venire voglia di urlare "non toccarmi!" sì, ma per lo schifo (poi quando fa tai chi nudo o quando, orrore!, compare all'interno della scopata a tre c'è proprio da sentirsi male), il marito a un certo punto si mette a sibilare, la bionda ricciolina svenevole da il meglio giusto quando viene corcata di mazzate e per il resto gli attori vagamente degni di nota sono forse le ragazzine e la signora all'inizio che poi, in effetti, è l'unica sequenza salvabile del film, anche come regia. Il fatto che a tratti Housewife mi abbia richiamato alla mente Le notti proibite del marchese De Sade e che, più ci penso, più lo ritengo un incrocio tra il "capolavoro" di Hooper, Madre! (magari, gli piacerebbe!) e l'arrogante The Void , filtrato dai colori di Crimson Peak (o della maglia del Genoa, fate voi), non depone molto a favore del film, vero?

NO
Del regista Can Evrenol ho già parlato QUI.


venerdì 12 ottobre 2018

L'assassina - The Villainess (2017)

Ultimamente Netflix mi ha regalato una bella sorpresa, ovvero questo L'assassina - The Villainess (Aknyeo), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Byung-gil Jung.


Trama: arrestata dalla polizia a seguito di una strage, la giovane Sook-Hee viene prelevata da una branca dei servizi segreti coreani che la costringono a lavorare come assassina per 10 anni, dopo i quali le verrà resa la libertà.


L'assassina è la versione sud-coreana di Nikita, però in acido e, ovviamente, un po' più complessa e tamarra rispetto al film cult di Besson. L'ossatura della trama è più o meno la stessa per quel che concerne l'educazione di Sook-Hee, giovane assassina che viene resa ancora più letale e capace dai servizi segreti del suo Paese e si ritrova, una volta completato l'addestramento, a dover vivere un'esistenza normale con la "pendenza" degli incarichi affidati dall'agenzia nei momenti più impensabili (per esempio, durante il matrimonio, sequenza che rispecchia parecchio quella in cui Nikita, dalla stanza d'albergo, veniva costretta a montare un fucile e uccidere il bersaglio), tuttavia Byung-gil Jung non segue una narrazione lineare e, a poco a poco, rivela allo spettatore ciò che ha portato Sook-Hee a venire coinvolta nella sanguinosissima strage in solitaria che la impegna nelle primissime sequenze del film. Quella di Sook-Hee è una storia di vendetta, di infanzie negate, di persone infide che nascondono mille segreti, uno più orribile dell'altro, di menzogne e di famiglia, una famiglia distrutta, un'altra desiderata al punto da arrivare a mentire persino a se stessi e un'altra che non è mai stata tale; Sook-Hee, come Nikita, non è semplicemente un'assassina o una villainess, è un essere umano fragilissimo, spinta dal disperato bisogno di amare ed essere amata eppure spezzata al punto da non essere più in grado di fidarsi di nessuno. La scena finale, terribile ed ambigua, è frutto di una lunghissima serie di eventi atti a privare Sook-Hee dell'umanità e di ogni appiglio che possa legarla ad essa, qualcosa che ha trasformato una figlia, donna e madre in un essere composto soltanto da odio e follia. In questo, L'assassina è MOLTO più pessimista di Nikita, la cui protagonista nel finale riusciva a riappropriarsi della sua identità e a darsi alla macchia, probabilmente libera, inoltre è MOLTO più crudele e meno glamour del film di Besson, con tutti i twist che arrivano a spiazzare lo spettatore, soprattutto quello meno avvezzo ai deliri temporali delle opere asiatiche.


A fronte di una storia intricata, benché magari troppo legata ai cliché del genere per non essere in qualche modo prevedibile, quello che colpisce maggiormente de L'assassina è la qualità delle scene d'azione, soddisfacenti e deliranti come piacciono a me, fatte di stunt folli che portano lo spettatore a chiedersi "ma come diamine avranno fatto a girarlo?". La scena clou, in tal senso, è quella in cui Sook-Hee si ritrova a dover combattere in sella a una moto contro degli scagnozzi armati di katana, una sequenza che inizia richiamando echi Tarantiniani a tutto spiano (le inquadrature iniziali sono assai simili a quelle in cui gli 88 folli scortano O-Ren Ishii per le strade di Tokyo in Kill Bill e, a proposito di Kill Bill, l'infanzia della protagonista è sostanzialmente la riproposizione live action dell'anime dedicato a O-Ren) e poi prende una direzione tutta sua, tra arditissimi movimenti di macchina, bellissime soluzioni "di menare" e una tensione che si taglia col coltello. Ovviamente, questa è la sequenza più bella ed interessante per me ma le riprese iniziali, girate interamente in soggettiva, mozzano il fiato e dissetano chi adora vedere scorrere il liquido rosso sullo schermo, mentre quella sull'autobus tocca picchi di sfrontata e pacchiana genialità. Ok-bin Kim, vero cuore della vicenda, è bellissima e ha il phisique du role per interpretare Sook-Hee sia nei panni di assassina che in quelli di raffinata attrice e madre amorevole; un trucco molto leggero e un taglio di capelli le consentono di "viaggiare nel tempo" ed interpretare una protagonista giovane ed ingenua oppure un'altra più matura, fredda e disillusa, e di risultare affascinante in sequenze dal registro più action e anche in quelle che riportano alla mente i peggiori k-drama (per fortuna poche). Probabilmente L'assassina, visto anche il poco accattivante titolo italiano, rischia di passare inosservato all'interno del vastissimo catalogo Netflix ma se vi piacciono gli action aventi per protagoniste donne forti e girati da un regista in grado di trarre il meglio da stunt spericolati e macchina da presa, cercate di guardarlo prima che lo tolgano!

Byung-gil Jung è il regista e sceneggiatore della pellicola. Sudcoreano, ha diretto film come Confession of Murder. Anche attore, ha 38 anni.


Ok-bin Kim interpreta Sook-Hee. Sudcoreana, ha partecipato a film come Thirst e The Unfair. Ha 32 anni.


Come Ok-bin Kim, anche l'attore Ha-Kyun Shin, qui nei panni di Joong-Sang, ha partecipato al film Thirst. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate assolutamente Nikita e magari anche Atomica bionda. ENJOY!

giovedì 11 ottobre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 11/10/2018

Buon giovedì a tutti! A prescindere dalle uscite savonesi, questo weekend sarò a Torino al ToHorror Film Fest e conto di farmi una bella abbuffata di horror così da parlarne presto sul blog. Quindi, oggi più che mai... ENJOY!

The Predator
Reazione a caldo: Ho paura. E non in senso buono.
Bolla, rifletti!: Torna Shane Black ad occuparsi di una creatura che, a modo suo, lo ha reso famoso ai tempi in cui era un attore con velleità di sceneggiatore e regista, e lo fa dietro la macchina da presa e al copione. Le speranze c'erano tutte, peccato che le critiche al film siano tra il disgustato e il negativo. Andiamo bene.

A Star is Born
Reazione a caldo: Boh.
Bolla, rifletti!: Mi spiegate perché non ho voglia di vedere questo film? Bradley Cooper è un figo della Madonna e Lady Gaga come cantante mi piace... e allora, ribadisco, perché non ne ho voglia?

Johnny English colpisce ancora
Reazione a caldo: Wargh!
Bolla, rifletti!: Ancora? Ma basta Johnny English, con tutto il rispetto per Rowan Atkinson! Piuttosto ridatemi Austin Powers!

Al cinema d'élite si respira una misteriosa aria francese...

L'apparizione
Reazione a caldo: Mh.
Bolla, rifletti!: Storia di un reporter costretto a scoprire se il racconto di una presunta apparizione sia vero oppure no. Di base, mi ispira davvero poco, sono sincera. 

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