venerdì 19 agosto 2022

Nope (2022)

Finalmente i cinema hanno riaperto anche dalle mie parti e, ovviamente, non potevo esimermi dal correre a vedere uno dei film che aspettavo con più impazienza, ovvero Nope, scritto e diretto dal regista Jordan Peele. NO SPOILER, tranquilli.


Trama: dopo la morte del padre, O.J. e la sorella Emerald cercano di salvare la loro attività di addestratori di cavalli dalla bancarotta, proprio quando qualcosa di orribile comincia ad accadere all'interno della loro proprietà...


Mi levo subito il dente, così la facciamo finita. Credo di essere una delle poche persone ad avere avuto qualche problemino con Nope e ammetto di non averlo apprezzato tanto quanto i lavori precedenti del regista. Il motivo è essenzialmente legato a una questione di pancia: l'argomento di Nope, per quanto sia tra le cose che più mi terrorizzano cinematograficamente parlando, è anche uno di quelli che mi infastidisce maggiormente e che mi dà sempre una sensazione di "cheap", di cretinata buttata lì. Di conseguenza, sono rimasta molto meno coinvolta da Nope rispetto a Noi o Get Out, ma ciò non significa assolutamente che l'ultima pellicola di Peele sia un brutto film, anzi, probabilmente è quella più stratificata ed ambiziosa e, di sicuro, non è una cretinata. Senza scendere troppo nello specifico, Nope getta uno sguardo piuttosto feroce su un'altra delle nostre piaghe sociali, la necessità (più che la brama) di essere famosi e speciali per contare davvero qualcosa, quel "picture or it didn't happen" che, più in piccolo, governa anche la nostra quotidianità, tra Facebook, Instagram, Youtube, ecc. Nope però non è una critica ai social, nulla di così banale, ma proprio alla pressione sociale che ormai ha cambiato definitivamente il nostro modo di approcciarci alle cose, trasformando tutto in "spettacolo" usa e getta; alla sincera passione si affianca troppo spesso il desiderio non solo di ricavare del denaro ma, soprattutto, di spiccare, di essere speciali ed unici, anche a scapito della ragionevolezza e del piacere di dedicarsi a qualcosa. I protagonisti di Nope, è vero, sono alla canna del gas e la loro attività (retaggio comunque di un tempo passato in cui i risultati si ottenevano con calma e ci si fidava dei professionisti, senza pensare di saperne più di loro) rischia di mandarli in bancarotta, ma quando l'orrore si abbatte sulle loro vite né O.J., che parrebbe più ragionevole, né l'inaffidabile Emerald pensano di lasciare i loro terreni, e non tanto per una questione di orgoglio o nostalgia, quanto proprio per il triste miraggio del denaro e della fama. Lo stesso vale per Jupe, ex bambino prodigio, protagonista di una side story che, lì per lì, parrebbe non entrarci nulla con la trama principale ma che, invece, nasconde proprio la chiave per interpretare l'intera pellicola. 


Jupe è sopravvissuto a un'esperienza che avrebbe mandato al manicomio più di una persona e ne ha trasfigurato l'orrore in una sorta di benedizione, di autocelebrazione a base di memorabilia capaci di parlare agli istinti più bassi dei curiosi. "Tu sei il prescelto", si ripete Jupe, risparmiato da una furia omicida per puro caso, eppure ovviamente convinto che dietro alla sua fortuita salvezza si nasconda un qualche significato in virtù dell'egocentrismo che abbiamo tutti in misura più o meno minore, e da questa convinzione deriva quella di essere invincibile, speciale e necessario, con tutte le conseguenze che Jordan Peele mette in scena in una delle sequenze più angoscianti del film. Nel trailer, un personaggio si domanda "come si chiama un miracolo al contrario?". Ebbene, qui c'è da chiedersi come si chiama il contrario della speranza gioiosa di Spielberg, di quell'ingegno umano tutto americano e anche un po' sfacciato che consentiva ad adulti e ragazzini di vivere le avventure più meravigliose trovandosi davanti l'ignoto. Si chiamerà "Nope", come a dire "manco per il ca**o" o come a dire "No hope"? In qualunque modo la si voglia chiamare, di sicuro a Peele non manca la grandiosità spielberghiana di una regia che regala immagini splendide ed emblematiche, tra campi lunghi mozzafiato e comunque claustrofobici (perché qualunque cosa può nascondersi nel paesaggio brullo dove i cavalli fuggono spaventati), primi piani di occhi che non ardirebbero guardare ma devono farlo comunque, perché essere testimoni, anche di fronte all'orrore, significa essere speciali ed unici, e punti di vista che cambiano a seconda del personaggio, cosa che ci cala nei panni dei terrorizzati protagonisti, il tutto unito da un montaggio fluido e intelligente. Nope non è un film ottimista, nonostante ci insegni a fare un passo indietro e a rivestirci di umiltà ridimensionando il nostro posto nel mondo, ma è un film che sancisce la fine del sogno americano, dell'innocenza di un far west esistito solo al cinema, e che regala un lieto fine incerto ed amarissimo, racchiuso interamente nel sorriso forzato della brava Keke Palmer. A prescindere da tutto quello che mi ha potuta infastidire (e da tutto quello che ci viene insegnato nel film), a voi consiglio però di non distogliere lo sguardo da Nope e di godervi lo spettacolo messo in scena da Peele, rigorosamente al cinema. 


Del regista e sceneggiatore Jordan Peele ho già parlato QUI. Daniel Kaluuya (O.J. Haywood), Michael Wincott (Antlers Holst), Steven Yeun (Ricky "Jupe" Park), Keith David (Otis Haywood Senior) e Oz Perkins (Fynn Bachman) li trovate invece ai rispettivi link.

Keke Palmer interpreta Emerald Haywood. Americana, ha partecipato a film come Cleaner, e a serie quali Cold Case, E.R. Medici in prima linea, Grey's Anatomy, Scream Queens, Scream: La serie; come doppiatrice ha lavorato in The Cleveland Show, I Griffin, Robot Chicken, L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva e L'era glaciale 5 - In rotta di collisione. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 29 anni. 


Se Nope vi fosse piaciuto recuperate Incontri ravvicinati del terzo tipo e Signs. ENJOY!

venerdì 12 agosto 2022

Bloodbath at the House of Death (1984)

Il caldo non accenna a diminuire e, nella scelta dei film, ultimamente la parola d'ordine è "leggerezza". Attirata dall'adorabile faccetta di Vincent Price ho dunque recuperato su Netflix lo sconosciuto (almeno per me) Bloodbath at the House of Death, diretto nel 1984 dal regista Ray Cameron.


Trama: in passato, 18 persone sono state uccise nella stessa notte a Headstone Manor. Nel presente, degli scienziati cercano di scoprire i segreti della sinistra magione, mentre un gruppo di monaci adoratori del demonio tentano di ucciderli...


Uno dei miei tanti limiti è quello di non sapere scrivere delle recensioni sui film comici o le parodie. Non importa che mi siano piaciuti, come in questo caso, è che non so proprio che dire per convincere le persone a guardarli o meno, perché se c'è una cosa soggettiva al massimo è proprio il sense of humour, quindi non stupitevi se questo post sarà meno ispirato del solito. Bloodbath at the House of Death, nonostante il già citato Vincent Price che campeggia nell'anteprima della home page di Netflix, è una parodia british del genere horror, un precursore più raffinato dei vari Scary Movie ma molto più demenziale e sconclusionato, soprattutto verso il finale, di un Per favore non mordermi sul collo. Il film comincia col botto, ovvero con una sequenza in cui diciotto persone muoiono in svariati modi, uno più sanguinoso dell'altro, col top del quartetto impalato; questo gusto esagerato per il sangue è, per inciso, una delle cifre stilistiche di Bloodbath at the House of Death, parodia dove le morti vengono comunque prese molto sul serio, anche quelle più esilaranti a base di orsacchiotti e talpe, e dove assisterete a una delle decapitazioni più interessanti della storia del genere. Le splatterate di cui sopra sono realizzate con spassosi effetti speciali artigianali, alcuni assai seri e ben fatti, altri volutamente più trash, che compensano la generale atmosfera un po' "televisiva" di regia e scenografia, purtroppo uno degli aspetti negativi nonché uno dei limiti del film.


Un altro limite, ovviamente, è la sensibilità dello spettatore per quanto riguarda l'umorismo utilizzato nel film. Bloodbath at the House of Death non sconfina mai nel troppo assurdo o demenziale e le gag sono legate principalmente o a giochi di parole oppure alla parodia di film ed opere più o meno conosciute (Carrie, Alien ed E.T. sono i primi che saltano alla mente anche di un pubblico non anglofono o meno "esperto", poi per il plot il riferimento a Gli invasati è abbastanza chiaro, e uno dei numeri più esilaranti del film è la parodia della canzone Twelve Days Of Christmas, quindi carne al fuoco ce n'è parecchia), con l'aggiunta di alcuni momenti da commedia sexy. A tal proposito, come succede in questi casi, alcune cose sono invecchiate maluccio o sono diventate troppo cringe per i tempi che corrono, soprattutto col senno di poi. Il protagonista, Kenny Everett, ha infatti nascosto per quasi tutta la vita la sua omosessualità e ha fatto outing solo verso la fine degli anni '80, sicuramente dopo l'uscita del film, e onestamente dialoghi come "let's burn some faggots" o le velate prese in giro della coppia gay ed interraziale presente nel film risultano un po' indigesti. E' un peccato, perché il cast non è male e gli attori sono in forma, in primis il già citato Kenny Everett, artista che non conoscevo ma sicuramente dotato di una verve trascinante, e poi ovviamente l'indimenticabile Vincent Price, che compare ahimé poco ma nobilita con la sua simpatia e la sua eleganza quelle poche sequenze che lo vedono protagonista. Bloodbath at the House of Death è dunque, sicuramente, una stranissima aggiunta al catalogo Netflix ma secondo me merita almeno una visione, potreste divertirvi!


Di Vincent Price, che interpreta l'uomo sinistro, ho già parlato QUI.

Ray Cameron è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo e ultimo lungometraggio. Canadese, anche produttore, compositore, attore e cantante, è morto nel 1993 all'età di 55 anni.


Tra gli interpreti a me sconosciuti spicca il comico Kenny Everett, deejay e comico inglese assai famoso negli anni '70-'80 e legato sia per amicizia che per tragico destino (è morto di HIV negli anni '90 dopo aver nascosto per quasi tutta la vita di essere omosessuale) a Freddie Mercury. Se Bloodbath at the House of Death vi fosse piaciuto potreste recuperare i primi due Scary Movie, visto che Scary Movie 2 prende parecchi spunti dal film di Ray Cameron. ENJOY!

martedì 9 agosto 2022

How it Ends (2021)

Questo sarà un post di servizio per mettere in guardia chiunque si facesse venire voglia, come purtroppo è accaduto a me, di guardare How it Ends, scritto e diretto nel 2021 da Zoe Lister-Jones e Daryl Wein e approdato la settimana scorsa su Amazon Prime Video.


Trama: il giorno della fine del mondo Liza, accompagnata dal suo io più giovane, si mette in cammino per risolvere tutte le questioni lasciate in sospeso, prima di concludere la sua esistenza a un party.


Vi è mai capitato che un film vi stesse antipatico a pelle, un po' come succede con le persone? Di solito, con queste ultime mi succede nel momento esatto in cui mi rendo conto che chi ho davanti è un* quaquaraqua, un* che se la crede, un* fint* compagnon* che in realtà ti sta giudicando e pensando "ma guarda te st* sfigat*, sono molto più intelligente e fig* io, diamo corda solo perché mi fa pena". Ecco, le stesse sensazioni le ho provate guardando How it Ends, il film sulla fine del mondo che si crede molto più acuto degli altri film sulla fine del mondo e te lo sbatte in faccia in maniera simpatica, mettendo assieme un mucchio di attori che si sono divertiti un casino a girarlo, tanto che sicuramente buona parte dei dialoghi (come si evince dai "simpaticissimi" titoli di coda) sono stati improvvisati, anche perché trattasi di siparietti pseudo-comici ed arguti che nascondono solo un enorme cumulo di aria fritta derivante dalla necessità di aggiungere qualcosa alla trama semplicissima e derivativa: protagonista (che è anche co-regista e co-sceneggiatrice) deve andare da punto A a punto B, il giorno della fine del mondo, per rimettere a posto tutti gli errori commessi nel corso della vita. Per rendere la cosa più frizzante e alternativa, alla protagonista viene affiancata la sua versione più giovane, una sorta di avatar che dovremmo avere tutti e che solitamente vediamo solo noi, tuttavia con l'arrivo della fine del mondo questo essere immaginario diventa capace di interagire e di essere visto da quasi tutti e molti di quelli che Liza incontra ne hanno una loro versione accanto. In realtà, questo "younger self" serve non tanto per dare un'aura surreale alla vicenda, quanto piuttosto per veicolare il METAFORONE che accompagna il messaggio principale del film, ovvero "tu conti, sei importante, e per vivere bene devi imparare ad amare ed accettare te stesso e a metterti in cima alle priorità". Mi verrebbe da citare Martellone di Boris, guarda. 


L'enorme problema di How it Ends, film girato in pandemia tra amici e con un budget risicato probabilmente utilizzato per appiccicare con lo sputo un asteroide in CGI sullo sfondo che ciccia fuori verso il finale, è che il messaggio finale sarà anche condivisibile e giusto, ma il percorso per arrivarci è una martellata sulle gonadi. Gli incontri che fa Liza nel mezzo del cammin verso la festa di fine mondo vanno dal MEH con velleità hipster (la comica e la cantante) all'orrore di persone che, per la maggior parte, sono la versione moderna e tiratissima per i capelli di Dharma (ve lo ricordate Dharma e Greg?), impegnate in dialoghi che vorrebbero essere simpatici e divertenti, o comunque legati al modo di parlare dei 30/40something di oggi (aggiungo una parentesi: la protagonista ha la mia età e sogna un aldilà dove scoparsi Chalamet. Ma mi tiri il belino??? Che orrore, quell'essere implume che potrebbe essere tuo figlio!!!), ma risultano solo imbarazzanti, nemmeno cringe, diciamo le cose in italiano per non abbassarci ai livelli di How it Ends. Ve lo giuro, il film dura un'ora e 22 e sono riuscita ad addormentarmi almeno sette volte prima di arrivare alla fine; testardamente, ogni volta mandavo indietro e dopo nemmeno un quarto d'ora stavo a occhi rivoltati e con la bava alla bocca, in catalessi, pregando che 'sta tortura a base di dialoghi sul nulla e confronti inutili finisse e maledicendo tutti quelli che si lamentano del mumblegore o degli horror in cui "non succede nulla". Sulle guest star presenti nel film non mi pronuncio, spero che abbiano partecipato o per amicizia o perché ben pagati, non certo perché convinti di poter portare una ventata di freschezza e divertimento alla settima arte. Comunque, c'è da dire che Zoe Lister-Jones e Daryl Wein un traguardo lo hanno raggiunto, ovvero quello di girare un film che finirà quasi sicuramente al primo posto della mia Worst 5 di fine anno. Oh, sempre meglio di nulla!


Di Finn Wolfhard (Ezra), Logan Marshall-Green (Nate), Nick Kroll (Gary), Bradley Whitford (Kenny), Olivia Wilde (Alay), Paul Scheer (Dave), Helen Hunt (Lucinda), Colin Hanks (Charlie) e Charlie Day (Lonny) ho già parlato ai rispettivi link. 

Zoe Lister-Jones è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola, inoltre interpreta Liza. Americana, ha diretto altri due film, Band Aid e Il rito delle streghe, ovvero il remake di Giovani streghe. Anche produttrice, ha 40 anni ed è l'ex moglie di Daryl Wein.


Daryl Wein è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Lola Versus. Anche attore e produttore, ha 39 anni ed è l'ex marito di Zoe Lister-Jones.


Le guest star del film sono molteplici, anche fuori dal cast di It's Always Sunny in Philadelphia, di cui fanno parte Glenn Howerton (John) e Mary Elizabeth Ellis (Krista): Cailee Spaeny, che interpreta la giovane Liza, era nel cast de Il rito delle streghe, sempre diretto da Zoe Lister-Jones, Whitney Cummings (Mandy) è una famosa comica americana, vista di recente in Studio 666 mentre Fred Armisen è un altro comico comparso anche in The Anchorman. Ciò detto, se cercate un bel film a tema fine del mondo, recuperate These Final Hours e Don't Look Up. ENJOY!

venerdì 5 agosto 2022

Monstrous (2022)

E' uscito questa settimana su Infinity il film Monstrous, diretto dal regista Chris Sivertson, che ha attirato il mio interesse per la protagonista.


Trama: in fuga dal marito, Laura si rifugia col figlioletto Cody in una casa isolata dove ricominciare una nuova vita ma comincia a venire perseguitata da una strana entità...


Quando ho letto il nome di Christina Ricci all'interno del cast di Monstrous, non ho potuto fare a meno di recuperarlo. Non vedevo un film con la Ricci protagonista dal 2006, tanto che pensavo si fosse persa nel limbo di quelli che avevano smesso di recitare ma in realtà, come molti suoi colleghi, si è data alle serie TV e io quelle, ahimé, riesco a seguirle pochissimo. Mi ha fatto dunque un po' effetto vederla nel ruolo di madre (anche se ormai pure lei è 42enne, quindi hai voglia!) in questo horror ambientato negli anni '50, che la vede protagonista come mamma di un bimbo in età scolare e in fuga da un marito violento. Laura e Cody scappano dalla città e si rifugiano in una casetta da sogno, isolata ma arredata come una bomboniera, circondata tuttavia da terreni abbastanza brulli e, soprattutto, vicino a una palude da dove, la sera, esce un mostro particolarmente interessato al bambino. Mentre Laura cerca di vivere l'American Dream di una donna dell'epoca, tra deliziosi vestitini, un lavoro come segretaria e succulenti manicaretti da offrire al pargolo, Cody è sempre più esasperato dalla situazione, non riesce a farsi neppure un amico a scuola e vorrebbe solo tornare a casa, quindi la presenza del mostro non fa che esacerbare i conflitti tra i due e minare ancor più la tranquillità precaria di Laura, la quale vede il suo sogno andare a poco a poco in frantumi e non riesce a liberarsi dalla spada di Damocle della minaccia del marito. Di più non conviene dire sulla trama di Monstrous, uno di quei film che ci mette un po' a svelare le sue carte e che dissemina qui e là particolari indizi di un puzzle che troverà un senso solo alla fine, cosa che spingerebbe lo spettatore a una seconda visione se solo, ammettiamolo, la trama non sconfinasse spesso dal misterioso al confusionario (non confuso. Alla fine torna tutto ma bisogna turarsi un po' il naso, anche perché l'utilità di alcuni dettagli dati per importanti sembrerebbe quasi essersi persa in fase di montaggio, come per esempio il dolore allo stomaco che Laura dà mostra di provare di tanto in tanto).


Per il resto, Monstrous non è un film eccezionale ma è comunque gradevole. Purtroppo, i fasti di All Cheerleaders Die (a dire il vero co-diretto assieme all'adorato Lucky McKee) sono lontani e il film spicca non tanto per la regia, che si appoggia a un unico vezzo "rivelatorio" mentre per il resto è abbastanza ordinaria, quanto piuttosto per la fotografia dai colori particolarmente vividi e la bellezza delle scenografie e dei costumi indossati dalla Ricci, entrambi sicuramente migliori del solito, orrendo mostrillo fatto al computer che parrebbe essere un'inevitabile condanna in questo genere di produzioni a medio budget. Quanto a Christina Ricci, che è poi il motivo che mi ha spinta a vedere Monstrous, offre un'interpretazione prevalentemente valida, che a tratti si fa forse un po' troppo isterica ed esagerata, quasi "finta", e l'alchimia tra lei e il pargoletto moscerello che interpreta Cody stenta a crearsi, esprimendosi compiutamente solo nel commovente finale. Il resto del cast non è particolarmente memorabile, ho riconosciuto giusto Colleen Camp, relegata tuttavia all'ingrato ruolo della vicina di casa rompitasche, e Nick Vallelonga nei panni dell'anziano avventore del pub, mentre le altre facce a me sconosciute sono rimaste tali e nessuno mi ha colpita positivamente o negativamente. In definitiva, lo avrete capito, Monstrous non è un film imprescindibile ma se siete fan di Christina Ricci potrebbe darvi parecchie gioie e anche chi ama i thriller horror with a twist potrebbe passare una serata gradevole.
 

Del regista Chris Sivertson ho già parlato QUI. Christina Ricci (Laura), Colleen Camp (Mrs. Langtree) e Lew Temple (Mr. Alonzo) li trovate invece ai rispettivi link.



 

martedì 2 agosto 2022

Dashcam (2021)

Quest'anno il mio istinto fa cilecca. Non mi spiego altrimenti perché mi sarei ritrovata a guardare Dashcam, diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Rob Savage.


Trama: una vlogger ruba la macchina a un amico e dà un passaggio a un'anziana e misteriosa signora, per poi pentirsene subito dopo.


E io che ero convinta di avere già visto il peggio dell'horror del 2022 con The Scary of Sixty-First e Occhiali neri. Che ingenua. Non avevo calcolato che Rob Savage, dopo il gradevole Host, si sarebbe appassionato a film realizzati in pandemia con due lire, facendola fuori dal vaso. Se non conoscete Host vi rimando al mio post ma, in soldoni, il film in questione racconta di una seduta spiritica condotta via zoom in pieno lockdown e, poiché sfrutta alla perfezione tutti i limiti della situazione contingente ricorrendo ad espedienti fantasiosi, riesce a risultare molto efficace e, benché non particolarmente innovativo, è realizzato in maniera molto intelligente. Quest'ultima caratteristica si perde totalmente in Dashcam, pellicola che della stupidità fa una sorta di orgogliosa bandiera, "sovvertendo" il legame che viene a crearsi tra spettatori e final girl in quanto la protagonista, Annie Hardy, è l'essere più fastidioso che vi possa venire in mente. L'attrice/cantante interpreta una versione "romanzata" di se stessa, quindi per tutta la durata del film vi toccherà sorbirvi le tirate in chiave rap di una trumpiana, no vax, complottista (e mi par di aver capito che il personaggio di finzione non sia molto distante da quello reale, il che mi dà ancora più fastidio) scema come un tacco, il cui unico scopo nella vita è intrattenere i suoi followers con le canzoni e i video più stupidi ed infantili mai realizzati. Parteggiare per costei è difficile se non impossibile e l'unica speranza che si prova durante la tortur... ehm, visione del film è quella di vederla morire malissimo.


Purtroppo, anche utilizzare il verbo "vedere" è una parola grossa perché, ahimé, ahivoi, ahituttiquellichehannoavutolasventuradiincappareinDashcam, l'ultimo lavoro di Savage è girato con la tecnica del video in presa diretta, con telefonini che riprendono o in soggettiva oppure mostrano la faccia stupida (non stupíta) della protagonista, e corredo di chat live di presunti utenti che commentano in diretta ciò che avviene sullo schermo. Vi dico solo che dopo pochi minuti, giusto per distrarmi dalle cretinate sparate a raffica dalla Hardy, mi sono messa a leggere i commenti senza prestare granché attenzione al film, anche perché è tutto talmente "shaky", buio e fuori fuoco da farmi rivalutare ogni aspetto di The Gallows come una sorta di eredità Kubrickiana, soprattutto quando viene introdotto l'elemento horror. A proposito del quale, Savage preferisce indulgere sul dettaglio schifoso piuttosto che giocare d'atmosfera, peccato che le sequenze più piene di "ciccia" siano anche (ovviamente) quelle più confuse, il che non va a favore di una sceneggiatura che è già di per sé pasticciata pur nella sua semplicità (SPOILER: Ma i tizi della setta che si suicidano d'amblé in presenza di Angela cosa mi significano? E se si sono suicidati per permettere la nascita dello schifo che possiede la ragazzina/vecchia, a che pro stare nascosti visto che qualcuno Angela doveva portarla nella villa? Giuro, non si capisce nulla ma, a un certo momento, chi se ne frega). Ma giuro che, in tutto questo, l'unica cosa che davvero non ho sopportato e che mi porterà a maledire Dashcam finché campo è Annie Hardy, orripilante frutto marcio caduto dritto dall'albero della maledetta ignoranza americana, e la totale mancanza di catarsi sul finale, con aggiunta perculante di ulteriore, orrido rap sui titoli di coda. Avrei concluso il post invitandovi a stare lontani da questo film come la peste, ma Lucia ne ha parlato molto meglio di me, in ogni senso, quindi leggete entrambi i punti di vista e fatevi un'idea di ciò che rischiate di guardare!


Del regista e co-sceneggiatore Rob Savage ho già parlato QUI

venerdì 29 luglio 2022

Il silenzio dei prosciutti (1994)

Sono emozionatissima. Finalmente è arrivato il momento di parlare del mio guilty pleasure per eccellenza, Il silenzio dei prosciutti, scritto e diretto nel 1994 da Ezio Greggio.


Trama: l'agente speciale Jo Dee Fostar deve indagare sulla scomparsa della sua fidanzata Jane, fuggita coi soldi rubati al proprio capo e finita nelle grinfie del misterioso proprietario di cimiteri Antonio Motel...


Disclaimer: io amo questo film. Qualunque critico illuminato vero, qualunque cinèfilo dell'internet, qualunque persona dotata di senno proverà a farmi passare questo amore, facendomi aprire gli occhi sui millemila difetti de Il silenzio dei prosciutti troverà un muro davanti a sé, perché l'amore vero ACCETTA  i difetti e questa parodia ne è zeppa, ne sono consapevole. Eppure l'avrò guardata, da bambina e ragazzina, almeno trenta volte e non avete idea della gioia che mi è sorta in cuore quando, qualche settimana fa, l'ho vista per caso sul Canale 34 e mi sono ritrovata impossibilitata a staccare gli occhi dallo schermo. Per chi non avesse mai guardato Il silenzio dei prosciutti, una breve spiegazione. Il film è una parodia che mescola principalmente la trama di Psyco ad elementi de Il silenzio degli innocenti e il livello di umorismo è, che ve lo dico a fare, quello di un ragazzino entusiasta che crede di far ridere (ovvero Ezio Greggio) ispirandosi non già ai film di Mel Brooks, ma più a L'aereo più pazzo del mondo oppure Hot Shots!. Non c'è nulla di particolarmente raffinato, l'umorismo a base di gag scatologiche, sessuali o semplicemente infantili si spreca, ed Ezio Greggio, che interpreta anche il "villain" Antonio Motel, sembra non essere mai uscito da una puntata di Drive In e, di tanto in tanto, la sua interpretazione tenta di rifarsi, senza successo, a quelle di Marty Feldman. Questa, ovviamente, è solo la punta dell'iceberg dei difetti del film, ai quali bisogna aggiungere l'approccio grezzo dietro la macchina da presa e la caratteristica "caducità" di buona parte dell'umorismo legato ad elementi tipici dell'epoca, di cui patiscono spesso anche le parodie più riuscite e che rischia di appannarle o renderle meno divertenti per chi non riesce a cogliere il riferimento. Eppure, come ho scritto prima, in questo caso sorvolo su tutto, e per un motivo ben preciso.


Il motivo è che, da bambina, Ezio Greggio mi faceva riderissimo (ora non gli sputerei in faccia nemmeno se bruciasse, all due respect) e non sto nemmeno a dirvi quanto adorassi i film completamente fuori di senno come il già citato Hot Shots!, quindi per me Il silenzio dei prosciutti era il non plus ultra della comicità e quell'imprinting è rimasto intatto fino a oggi, tanto da cancellare dal mio cervello ogni capacità di discernimento critico. Non posso fare altro che sbellicarmi davanti a un grandioso Dom DeLuise che urla "Iggy-Poo!" profondendosi nella soave imitazione del Dottor Hannibal Lecter o ai dialoghi non-sense tra lui e un Billy Zane in stato di grazia, pronto ad abbracciare il trash senza riserve nei panni dello stupidissimo Jo Dee Fostar, e come posso non adorare Ezio Greggio vestito come un becchino, che tratta tutti gli ospiti del suo "cimitero chiamato Motel" con lo scazzo fotonico di un killer costretto a fare il superlavoro? Credetemi se vi dico che, anche a 41 anni, ho riso di cuore per qualsiasi gag, anche la più triste (in questo caso, quella di Pavarotti a pezzi), anche la più becera (quelle che riguardano il grasso Putrid) e che, soprattutto, sono rimasta affascinata da ciò che da ragazzina non potevo comprendere. Ma, signori, avete idea del cast che è riuscito a tirare su Il silenzio dei prosciutti? Mi sembrava di essere in un universo parallelo. In quale favoloso, berlusconiano mondo zeppo di cocaina Ezio Greggio è riuscito a chiamare sul set di una parodia stroncata in ogni dove e distribuita non si sa in virtù di cosa gente come John Carpenter (!!), Joe Dante, John Landis, Martin Balsam (che fa la parodia del suo ruolo più famoso), Mel Brooks, John Astin, Shelley Winters e chi più ne ha più ne metta? E lo stesso Billy Zane, ragazzi, in quegli anni era bello come il sole e all'apice della carriera, è incredibile anche solo pensare che si sia prestato. Per questi e per mille altri motivi continuerò sempre a sbandierare il mio amore per questo frutto di un universo alternativo finito per sbaglio in questo... e continuerò sempre a piangere all'idea che Jurassic Pork non sia mai stato girato mentre ci siamo beccati quell'orrore di Chicken Park!


Dom DeLuise (Dr. Animal Cannibal Pizza), Billy Zane (Jo Dee Fostar), Martin Balsam (Detective Balsam), Shelley Winters (la madre), Tony Cox (Guardia nana), Joe Dante (Moribondo), John Carpenter (Uomo con l'impermeabile) e John Landis (Agente dell'FBI) li trovate ai rispettivi link. 

Ezio Greggio è il regista e sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Antonio Motel. Piemontese, ha diretto altri film come Killer per caso, Svitati e Box Office 3D: Il film dei film. Anche produttore, ha 67 anni.


Joanna Pacula interpreta Lily Wine. Polacca, ha partecipato a film come Gorky Park, Il bacio del terrore, Virus e Tombstone. Ha 65 anni.  


Stuart Pankin interpreta l'ispettore Pete Putrid. Americano, ha partecipato a film come Attrazione fatale, Aracnofobia, Congo, Striptease, e a serie quali Chips, Saranno famosi, Casa Keaton, Otto sotto un tetto, Ally McBeal, Innamorati pazzi, Walker Texas Ranger, Malcom, Dharma & Greg, Raven e Desperate Housewives; come doppiatore ha lavorato per Darkwing Duck, Bonkers, Dinosauri, Batman, Aladdin, Mucca e pollo, Angry Beavers, Animaniacs e Hercules. Anche sceneggiatore, ha 76 anni.


John Astin interpreta il Ranger. Americano, indimenticabile Gomez originale de La famiglia Addams, ha partecipato a film come West Side Story, Tutto accadde un venerdì, Il ritorno dei pomodori assassini, Gremlins 2 - La nuova stirpe, Killer Tomatoes Strike Back!, Killer Tomatoes Eat France!, Sospesi nel tempo e ad altre serie quali Ai confini della realtà, Dennis the Menace, Star Trek, Batman, Fantasilandia, Il mio amico Arnold, Love Boat, I racconti della cripta, Innamorati pazzi, La signora in giallo, Una bionda per papà e La tata; come doppiatore ha lavorato per Bonkers, Tazmania, Aladdin, Johnny Bravo, Mignolo e Prof. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 92 anni e un film in uscita.


Charlene Tilton è famosa per avere interpretato una delle sorelle di Bobby nella serie Dallas mentre Bubba Smith, che interpreta Olaf, è l'Hightower della serie Scuola di polizia. Ciò detto, se Il silenzio dei prosciutti vi fosse piaciuto, recuperate Hot Shots!, Hot Shots! 2, Palle in canna, L'aereo più pazzo del mondo, Dracula morto e contento e Robin Hood - Un uomo in calzamaglia. ENJOY!

mercoledì 27 luglio 2022

Il talento di Mr. C (2022)

Meritava di uscire al cinema accolto con tutti gli onori del caso, invece noi italiani dobbiamo accontentarci di guardare Il talento di Mr. C (The Unbearable Weight of Massive Talent), diretto e co-sceneggiato dal regista Tom Gormican, sulle varie piattaforme di streaming e con un titolo che non gli rende giustizia. 


Trama: Nick Cage è ormai a un punto morto della sua carriera e sta meditando di smettere di recitare. Per raggranellare qualche soldo accetta di partecipare alla festa di compleanno di un riccone spagnolo e lì si ritroverà coinvolto in una storia di amicizia, spionaggio e criminali...


L'ho già detto e lo ripeto: come si fa a non amare Nicolas Cage? All'età di quasi 60 anni, con all'attivo 100 film, cifra raggiunta proprio con Il talento di Mr. C, lo si può amare o lo si può odiare ma, di sicuro, non gli si può rimanere indifferenti, soprattutto ora che internet gli ha regalato una nuova giovinezza a base di meme e gadget discutibili, rendendo oro (per quanto trash) ogni cosa toccata dal nostro. Ma spezziamo una lancia a favore di Nicolas, prima di passare al film, e smettiamola di parlare di attore incapace, perché non si nomina un massive talent dall'unbearable weight così, tanto per caso. In realtà, le pesantissime scelte infelici di Cage e la sua conseguente monoespressività parrucchinata o l'altrettanto parrucchinata verve trash hanno avuto un picco col nuovo millennio, prima il buon Nic ci aveva regalato parecchie interpretazioni da brivido oppure dignitose performance action in film anche buoni, e per fortuna da qualche anno è riuscito ad sfruttare la fama di attore demmerda per agguantare ruoli iconici in pellicole principalmente horror o di genere, la maggior parte delle quali anche belline, tornando a regalare allo spettatore momenti di pura gioia e facendosi volere di nuovo bene. Il talento di Mr. C è l'ultimo film destinato a rinfocolare il ruolo di icona moderna del versatile attore, talmente modesto, per inciso, che non avrebbe voluto nemmeno partecipare; badate bene, non siamo ovviamente nel territorio di quel capolavoro che era Essere John Malkovich, tuttavia il film di Tom Gormican è divertente e molto ironico, soprattutto perché si basa sull'"idea" che la gente ha di Nicolas Cage, un'immagine che quest'ultimo abbraccia senza vergogna e prendendosi talmente in giro da arrivare... a limonare se stesso. E questo non era stato mostrato nemmeno in Killing Hasselhoff ma, diciamoci la verità, The Hoff a Nic può giusto spicciare casa e lo stesso vale per la sceneggiatura del film di Darren Grant.


Il talento di Mr. C è infatti gradevole sotto molti aspetti, non solo in virtù dell'essere un progetto matto dedicato a Cage. Anzi, a mio avviso uno degli elementi migliori del film, oltre alla sua natura smaccatamente metanarrativa, tanto che la trama viene "decisa" o, meglio, anticipata dai protagonisti impegnati a realizzare un film (o a convincere l'interlocutore di starne realizzando uno), è la presenza del tenerissimo, imbranato Javi di Pedro Pascal. Quest'ultimo non è solo un espediente narrativo per dare un'ossatura alla trama e scatenare determinati eventi, ma diventa il ritratto del fan "sano", di colui che adora il suo mito e vorrebbe "vivere di avventure" con lui riuscendo anche ad essere umano ed empatico, benché magari un po' invadente, ben lontano dai matti che popolano internet in questi tempi malati. La strana coppia Nick Cage/Javi è divertentissima e frizzante, due caratteri che si compensano e danno vita a una bromance da antologia, equilibrando così quello che rischiava di essere un delirante one man show di Cage il quale, a onor del vero, riesce già da solo a trattenersi, almeno quando è nel personaggio (quando interpreta il suo giovane doppio è il Cage che tutti ci aspettiamo: un pazzo urlante in overacting). Ulteriore valore aggiunto di un film assai piacevole da guardare e, probabilmente, adatto anche a chi non ha particolare interesse per Cage (chi, di grazia, CHI mai oserebbe???) è l'abbondanza di citazioni legate ai "capolavori" del nostro, che arriva giustamente a prendersi per i fondelli profondendosi in un meraviglioso "Not the Bees!!" sul finale... ma, dovessi dire, la parte è ho preferito è il giusto vilipendio ai Duplass Brothers, che conferisce a Il talento di Mr. C tutto l'aMMore di cui dispongo. Guardatelo e vogliategli bene com'è giusto che sia, nell'attesa che esca Renfield!


Di Nicolas Cage (Nick Cage/Nicky), Pedro Pascal (Javi Gutierrez), Neil Patrick Harris (Richard Fink), David Gordon Green (regista) e Ike Barinholtz (Martin) ho già parlato ai rispettivi link.
 
Tom Gormican è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto anche il film Quel momento imbarazzante. Anche produttore e attore, ha 52 anni.


Tiffany Haddish interpreta Vivian. Americana, ha partecipato a film come 3ciento - Chi l'ha duro... la vince!, Il collezionista di carte e a serie quali Raven e My Name is Earl. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 43 anni e quattro film in uscita. 


Tra le guest star segnalo la presenza di Demi Moore nei panni della versione cinematografica di Olivia, al posto di Angelina Jolie, mentre Pedro Pascal ha sostituito Dan Stevens e David Gordon Green nientemeno che Tarantino (partecipazione che avrebbe reso il film IL capolavoro del 2022. Ahimé). Se Il talento di Mr. C vi fosse piaciuto recuperate Killing Hasselhoff, Il ladro di orchidee, My Name is Bruce e, ovviamente, Essere John Malkovich! ENJOY! 

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