martedì 10 dicembre 2019

L'ufficiale e la spia (2019)

Abbiamo sfidato il multisala per tre settimane e abbiamo vinto: L'ufficiale e la spia (J'accuse), diretto e co-sceneggiato da Roman Polanski, è durato fino a domenica e siamo riusciti ad andarlo a vedere col Bolluomo.


Trama: il Colonello Picquart, una volta messo a capo dei servizi segreti francesi, si ritrova tra le mani le prove dell'innocenza di Alfred Dreyfus, soldato condannato per alto tradimento.


Considerato il titolo internazionale dell'ultimo film di Polanski, stavolta non sono stati solo i malvagi titolisti italiani a prendere sottogamba lo spettatore, preferendo il didascalico L'ufficiale e la spia, giusto per dare un piglio più "moderno" alla storia, al J'accuse coniato dallo scrittore Emile Zola, entrato a far parte comunque del linguaggio comune e citato all'interno della pellicola. Non stiamo a spaccare il capello; in effetti, all'interno del film si sottolinea spesso il legame "a distanza" tra l'Ufficiale, ovvero il Colonnello Picquart, antisemita ma dotato di una profonda coscienza, e la presunta spia, ovvero Alfred Dreyfus, soldato di origini ebraiche accusato di aver venduto delle informazioni all'esercito tedesco e condannato ai lavori forzati sull'Isola del Diavolo. I due si parlano direttamente solo un paio di volte ma le loro vicende si intrecciano e influenzano le reciproche esistenze, oltre alla società francese della Terza Repubblica, tra crescenti sentimenti antisemiti e la nascita dell'impegno intellettuale moderno, quello in grado di influenzare l'opinione pubblica e portare le masse ignoranti a pensare (o a rimanere ancora più ignorante). A tal proposito, mi rifiuto di mettere bocca sull'affaire Polanski. Se il regista ha deciso di girare il film eleggendo Dreyfus a suo innocente alter ego sono affari suoi e mi ritengo una spettatrice abbastanza intelligente da essermi goduta L'ufficiale e la spia come un'ottima riproposizione storica di una vicenda tristemente attuale, vergognosamente intrisa non solo di razzismo ma anche di incompetenza, menefreghismo e desiderio di parare il culo a chi lo tiene al caldo nei piani alti, trincerandosi dietro la scusa di voler "salvaguardare il nome della Repubblica e della Francia" senza ammettere di aver sbagliato, rovinando non solo la vita a un uomo innocente ma anche facendo prosperare i reali colpevoli.


E' una vicenda conosciuta e che avrebbe potuto, con un altro piglio, risultare pedante o noiosa mentre Polanski decide di giocare la carta della spy story, tra complotti e attentati, e dei legal drama che vanno tanto per la maggiore oggi, riuscendo a spettacolarizzare gli svariati processi di cui si compone il film grazie a un mix vincente di dialoghi e attori bravissimi. Tutto è filtrato attraverso l'occhio di un perfetto Jean Dujardin, che interpreta il Colonnello Picquart, ufficiale dell'esercito per il quale la condanna di Dreyfus è come "aver purgato un organismo da un male terribile"; uomo nel pieno della sua carriera, nonostante l'antisemitismo e l'odio palese per Dreyfus, Picquart non si sottrae al suo senso del dovere e della morale nemmeno quando salvare Dreyfus significherebbe non solo venire degradato ed imprigionato, ma persino rischiare di essere messo a tacere in modi peggiori, mettendo in pericolo la propria vita e quella di amici, amanti e conoscenti. Il senso di angoscia che si respira dalla scoperta di documenti compromettenti è palese, par quasi che Picquart abbia tutti gli occhi addosso, sia quando effettivamente viene spiato dai suoi attuali o ex colleghi, sia quando il Colonnello è solo nel suo appartamento o nel suo studio. Assai forte è anche il senso di frustrazione che si prova guardando L'ufficiale e la spia, perché se è vero che la storia di Dreyfus è risaputa, pare comunque di essere stati inghiottiti da un incubo kafkiano, all'interno del quale la verità viene bloccata e negata tante di quelle volte da rasentare il surreale. Accanto a una storia interessante già di per sé, raccontata in modo moderno e spigliato, c'è ovviamente la messa in scena raffinata di Polanski, che non indulge nel sovraccarico visivo tipico dei film in costume ma preferisce concentrarsi sui protagonisti, sui loro sguardi e gesti, lasciando che la cinepresa indugi su piccoli dettagli fondamentali per capirne la psicologia e le motivazioni. Che siate o meno appassionati di questo genere di pellicole, che amiate oppure odiate l'"uomo" Polanski, è innegabile che L'ufficiale e la spia sia un film molto bello e lo consiglio a tutti.


Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski, che compare tra il pubblico del concerto, ho già parlato QUI. Jean Dujardin (Colonnello Jacques Picquart), Emmanuelle Seigner (Pauline Monnier), Mathieu Almaric (Bertillon) e Vincent Perez (Leblois) li trovate invece ai rispettivi link.

Louis Garrel interpreta Alfred Dreyfus. Francese, ha partecipato a film come The Dreamers - I sognatori, Van Gogh - Alla soglia dell'eternità e l'imminente Piccole donne. Anche regista e sceneggiatore, ha 36 anni e tre film in uscita.


Nei panni di Philippe Monnier compare l'attore e produttore Luca Barbareschi. Se vi fosse piaciuto L'ufficiale e le spia e vi interessasse il tema, recuperate L'affare Dreyfus. ENJOY!

domenica 8 dicembre 2019

Frozen II - Il segreto di Arendelle (2019)

Nonostante l'uscita novembrina che lo ha privato dello status di "cartone Disney da vedere a Natale", mercoledì sono andata al cinema per Frozen II - Il segreto di Arendelle (Frozen II), diretto dai registi Chris Buck e Jennifer Lee.


Trama: tre anni dopo l'incoronazione di Elsa a regina, la nuova sovrana comincia a sentire un richiamo lontano, che porterà lei e la sorella Anna a scoprire nuove, incredibili cose sul loro passato e su quello di Arendelle.


Sono passati sei anni dall'uscita di Frozen - Il regno di ghiaccio, film Disney che dato un ulteriore, perfido significato alla parola "merchandising" rimpinguando di miliardi di paperdollari le casse della Casa del Topo e prendendosi anche i miei soldi vista la bellezza di tutti gli oggettini a tema Elsa/Olaf che pullulano in ogni dove, dai Disney Store ai normali supermercati. Ma sto divagando. Sei anni, dicevo, tre all'interno del regno di Arendelle, dove la vita SEMBRA scorrere lieta, governata da un equilibratissimo status quo: Elsa è regina, Anna e Kristoff vivono il loro legame da storditi innamorati, il pupazzo di neve Olaf (che non ha più la nuvoletta in testa e si sta godendo il permafrost poiché i poteri di Elsa sono diventati più forti) sta crescendo e comincia a porsi dubbi esistenziali. La bellissima regina, però, è irrequieta, perché qualcosa la chiama, il canto di una sirena che ne turba i giorni e le notti, e quando Elsa capisce che quel richiamo arriva da un passato radicato nelle favole che le raccontava la mamma da bambina, decide di partire alla volta di una foresta incantata poco distante da Arendelle, una foresta popolata da spiriti adirati e pronti a distruggere il regno per riparare a un torto passato. Altro non si può dire sulla trama imbastita per questo Frozen II, sequel assai più adulto della favola del 2013, imperniato su temi cupi e probabilmente di non facile comprensione per i bambini. Nel corso del film sono infatti ricorrenti i riferimenti allo scorrere del tempo, all'impossibilità di opporsi a cambiamenti anche dolorosi nel corso della vita, alla necessità di accettare questi cambiamenti e trovare comunque la forza di andare avanti, in primis dentro noi stessi, sperando che ci sia sempre qualcuno pronto a tenderci la mano; in poche parole, i personaggi di Frozen cambiano e crescono, subiscono degli sviluppi che vanno oltre il classico happy ending e, come insegnava Inside Out, li portano ad abbracciare emozioni complesse, come una felicità velata di profonda malinconia o una tristezza capace di rendere il cuore comunque più leggero.


La saga di Frozen si riconferma dunque una delle più innovative a livello di maturazione dei personaggi (non tanto di trama, visto che gli sviluppi della stessa, finale e twist compresi, sono intuibili dopo cinque minuti dall'inizio del film), nonché una delle più belle a livello di animazioni e character design. In questo secondo capitolo ci sono delle intere sequenze che lasciano a bocca aperta per il modo in cui riescono a fondere le esaltanti caratteristiche di una scena d'azione alla raffinata bellezza di eleganti numeri da musical, come se gli X-Men o gli Avengers incontrassero la fantasia del Cirque Du Soleil, e sono quasi tutte imperniate (chevvelodicoaffare) sul personaggio di Elsa. La fanciulla subisce una metamorfosi sottile ma innegabile, diventando la principessa Disney più elegante, sensuale, bella e potente di sempre, un trionfo da vedere ed ascoltare che, con un solo gesto della mano, fa scomparire tutti i personaggi di supporto, sorella Anna compresa. A onor del vero, in effetti, molto del contorno di Frozen II è deboluccio: le riflessioni filosofiche e le mattane di Olaf sono simpatiche ma alla lunga irritanti, Anna è spesso lagnosetta e si risolleva più o meno a metà film, il povero Kristoff fa la figura del servo della gleba (ma si ritaglia il numero musicale più esilarante, un omaggio alle love song anni '80 alla Bon Jovi e Ryan Adams con tanto di video che cita nientemeno che Bohemian Rhapsody; peccato che la versione italiana richiami "antenati" meno nobili, come i Beehive.) e dei nuovi personaggi introdotti, affascinanti ma poco incisivi, ricorderò solo lo splendido spirito del fuoco, la cosa più tenera e meravigliosa che sia mai stata creata per un film Disney. Nulla da dire invece sulle canzoni. Penso che l'adattamento italiano ne appiattisca un po' i testi ma la voce di Serena Autieri mette i brividi e in generale le melodie sono molto belle; Christophe Back ha cercato un'altra Let it Go (canzone che, peraltro, provoca a un certo punto brividi di disgusto alla bella Elsa) e ha creato le ugualmente splendide Show YourselfInto the Unknown, Nell'ignoto per gli amici italiani e per Giuliano Sangiorgi che frantuma l'ugola e non solo nei titoli di coda dell'edizione nostrana, una canzone che rimane in testa anche grazie al brevissimo, evocativo gorgheggio della cantautrice norvegese AURORA. Per concludere, devo dire che avevo letto le peggio cose su Frozen II ma io non l'ho trovato tanto diverso dal primo capitolo della saga e onestamente l'ho apprezzato molto. L'unico, vero neo? Non c'è nessun corto a precederlo. Tristezza vera.


Dei registi Chris Buck e Jennifer Lee ho già parlato QUI. Kristen Bell (Anna), Josh Gad (Olaf), Sterling K. Brown (Mattias), Alfred Molina (Agnarr), Jeremy Sisto (Re Runeard), Ciarán Hinds (Granpapà) e Alan Tudyk (Guardia/ Capo dei Nortuldri / Soldato di Arendelle / Duca di Weselton) li trovate invece ai rispettivi link.

Evan Rachel Wood è la voce originale della regina Iduna. Americana, ha partecipato a film come S1m0ne e a serie quali CSI - Scena del crimine, True Blood, What We Do in the Shadows e Westworld, oltre ad aver lavorato come doppiatrice in Robot Chicken. Anche cantante, regista e sceneggiatrice, ha 32 anni e due film in uscita.


Martha Plimpton, che doppia Yelena, era la Stef de I Goonies. Le vicende narrate in Frozen II seguono di tre anni quelle di Frozen - Il regno di ghiaccio, che vi consiglio di recuperare assieme ai corti Frozen Fever e Frozen - Le avventure di Olaf. ENJOY!

venerdì 6 dicembre 2019

The Irishman (2019)

Con incredibile ritardo dovuto alla distribuzione inesistente e alla lunghezza del film (mi spiace, Martin, ti adoro ma quasi 4 ore di film non ho proprio il tempo materiale di guardarle in una sola serata, non è per mancanza di volontà) sono finalmente riuscita a vedere The Irishman, diretto da Martin Scorsese e tratto dal libro omonimo di Charles Brandt e...


Trama: Frank Sheeran è un camionista irlandese che entra nelle grazie del boss della mala Russell Bufalino e diventa il suo miglior sicario. Attraverso Bufalino, Sheeran diventa anche guardia del corpo del sindacalista Jimmy Hoffa.


... e niente, il post potrebbe anche finire qui. Davanti a Scorsese mi anniento, mi riempio di umiltà e mi rendo conto che dovrebbero chiudere tutti i blog di cinema, tutte le pagine Facebook a tema, tutte le puttanate amatoriali di Internet, sottoinsieme in cui rientra anche il Bollalmanacco. Quello che meriterebbe un film come The Irishman è un'analisi ragionata scritta da fior di studiosi che conoscono alla perfezione il Cinema di Scorsese, rilegata in un bel libro che la gente possa leggere con calma e riprendere di tanto in tanto per rinfrescarsi il cervello, non imbecilli urlanti che definiscono The Irishman noioso e Scorsese bollito nello spazio di un post da leggere tra un gattino e una minchiata di Salvini oppure cinèfili dell'internet che nello stesso spazio si sperticano in lodi che lasciano il tempo che trovano. E io che sono l'ultima degli ultimi, come faccio a spiegare il groppo in gola lasciatomi alla fine di The Irishman, l'ideale conclusione di una trilogia che ha visto Joe Pesci e De Niro dapprima giovani e scapestrate schegge impazzite di una mafia che faticava a contenerli, poi avidi arrampicatori sociali pronti a saltarsi al collo per il possesso di Las Vegas e infine vecchi collaboratori, l'uno "mediatore" e l'altro manovale, coinvolti in uno dei tanti misteri della storia politica americana? Come faccio a spiegare la tristezza derivante dalla consapevolezza di come The Irishman potrebbe essere il canto del cigno di Scorsese, che ormai viaggia quasi sull'ottantina, o la malinconia di vedere un Joe Pesci segnato dalle rughe, dimagrito e vecchietto, sapendo che queste icone di un cinema che ho amato tantissimo rischiano di scomparire da un momento all'altro? E' la maturità e il senso di perdita di un'età crepuscolare a intridere ogni singola sequenza di The Irishman, cullato dal ritmo lento e malinconico (grazie, divina Thelma!!) del racconto di un vecchio, di questo irlandese che di professione "tinteggia muri" e ripensa al modo in cui ha intrapreso il mestiere, con tutto quello che ne è conseguito.


Sono lontani i tempi in cui Ray Liotta "aveva sempre sognato di fare il gangster" e gli scugnizzi di mafiosi ciccioni si ingozzavano di sesso, soldi e successo, persi in un montaggio frenetico e sequenze all'insegna dell'accumulo mentre la loro storia seguiva l'ovvia parabola di rapida ascesa e rovinosa caduta; qui abbiamo a che fare con personaggi accorti e consapevoli del loro ruolo all'interno della Famiglia, che sanno stare al loro posto e al limite si impegnano in una ribellione, se così si può chiamare, silenziosa e ragionata, senza pestare i piedi a nessuno. E' ciò che Russell, anziano ed esperto facilitatore, insegna a Frank Sheeran, assieme a tutte le regole da seguire ciecamente per sopravvivere all'interno di quel mondo e Frank, che non ha velleità da protagonista ma desidera solo proteggere quello che per lui è importante (le figlie, gli amici, chi gli ha dato fiducia), diventa così una solidissima roccia su cui contare. Tra un furto, un omicidio e una mazzetta si intrecciano almeno tre piani temporali in alternanza costante ma fluida (di nuovo, grazie divina Thelma!), che toccano decenni di storia americana e convergono tutti nella misteriosa vicenda di Jimmy Hoffa, "re" dei sindacati e dell'ambiguità (Hoffa - Santo o mafioso? si diceva in quel film con Nicholson e De Vito), contemporaneamente salvatore degli interessi dei lavoratori di tutta America e oculato gestore dei propri interessi strettamente intrecciati a quelli della mafia. Piccolissimo problema: stavolta è Hoffa la scheggia impazzita, l'uomo larger than life che non accetta compromessi e divora ciò che gli si para davanti con la boria di chi pensa che tutto gli sia dovuto, senza rispetto per chi gli ha dato buona parte di ciò che possiede, ed è lì che scatta il dilemma morale che diverrà il cuore della vicenda di The Irishman, il rimpianto capace di rodere tutta l'ultima parte dell'esistenza di Frank Sheeran.


Nonostante il protagonista del film sia l'irlandese Frank, tra tutti i personaggi, se andiamo a vedere, Jimmy Hoffa è il più umano o il più verace. Interpretato magistralmente da un Al Pacino che divora ogni scena in cui è presente e che trasforma ogni sequenza in un grottesco esempio di umana testardaggine, illuminando chiunque abbia la fortuna di condividere dialoghi ed inquadrature con lui, Jimmy Hoffa incarna l'illusoria speranza di un potere utilizzato per aiutare l'America intera senza ricorrere alla violenza, un mito la cui caduta segna senza possibilità di recupero sia Frank, arrivato ad apprezzare Hoffa come uomo e non come strumento, sia la figlia Peggy. A proposito di Peggy, è un peccato che Anna Paquin abbia così poche linee di dialogo ma è il suo sguardo, così come quello della piccola attrice che interpreta Peggy da bambina, a contare. E' lo sguardo di chi, a differenza di Karen e Ginger, non è affascinato dalla protezione di uomini rudi e ricchi, nonostante la paura e le umiliazioni, ma prova anzi un disgusto irrefrenabile che a lungo andare la porterà a rinunciare a qualunque privilegio pur di non dover più subire di riflesso i peccati del padre, negandogli il perdono fino all'ultimo e diventando il secondo motivo di rimpianto per una vita altrimenti vissuta con la soddisfazione (distorta) di aver "compiuto il proprio dovere". Come sempre, Scorsese riesce a far provare allo spettatore una rara empatia per personaggi di fatto abietti e ammetto che vedere, sul finale, Frank Sheeran divorato dall'artrite, a un passo dalla morte e solo come un cane mi ha lasciato un discreto magone, perché da quella porta aperta cos'altro potrebbe entrare, presto o tardi, se non la signora con la falce a portare via persino il ricordo di lui, come di tutti i suoi "gloriosi" compagni? E non è quella l'unica sequenza commovente. Come ho detto, sarà che vedere Joe Pesci così invecchiato mi fa male ma gli ultimi dialoghi con De Niro, soprattutto quel "mangia, mangia che cresci" pronunciato in italiano e con un cameratismo dolcissimo, mi hanno fatto salire le lacrime agli occhi.


Fortunatamente, The Irishman è anche molto ironico. Il film conserva un po' dello humour grottesco di The Wolf of Wall Street e, oltre a presentare i personaggi con impietose didascalie in sovrimpressione, alterna dialoghi al fulmicotone ed eloquentissime sequenze silenziose in cui gesti e scambi di sguardi decretano il destino funesto di personaggi incoscienti. E a proposito di silenzio, nel film c'e un'intera, lunga e fondamentale sequenza interamente priva di melodie di sottofondo, un silenzio che rende ancora più greve il peso della colpa che si sta addensando sulle spalle di Frank e la consapevolezza di essere un'impotente pedina di un gioco impossibile da controllare, pur con tutti gli amici in alto loco e la protezione di persone importanti; in quel momento si può sentire letteralmente il suono dei dubbi che crepitano nella mente di De Niro, il quale per quasi tutto il film, bisogna ammetterlo, mantiene un'unica espressione, tanto che a un certo punto mi sono chiesta dove fosse finito il grande attore tanto amato da Scorsese. La risposta è: perso in un personaggio che necessariamente, per la sua natura di duro e puro uomo d'altri tempi, non deve mostrare alcuna emozione, non fosse per quella maledetta telefonata in cui tutto crolla, la voce, il volto, lo sguardo di De Niro, che per pochissimi, memorabili istanti di quella che forse è la sequenza più bella vista quest'anno, lasciano fuoriuscire un fiotto di disperazione e vergogna a stento contenute. E poi, vabbé, c'è Joe Pesci. Dieci anni ha aspettato a tornare il vecchio Joe ed è meraviglioso rivederlo nei panni luciferini e quasi dimessi di un vecchio della bocciofila pericoloso e infido come un serpente a sonagli. Joe Pesci è uno degli attori più sottovalutati di sempre ma io lo amo e se il ruolo di Russell Bufalino dev'essere l'ultimo che deciderà di regalarci, perlomeno sarà stata un'altra interpretazione enorme e perfetta e io non posso fare altro che ringraziare lui e Scorsese e smetterla di scrivere, anche se ci sarebbero mille altre cose da dire su questo splendido The Irishman, in primis quante somiglianze lo collegano a un altro grande capolavoro, C'era una volta in America. Aspetto qualcuno abbastanza autorevole da scriverle.


Del regista Martin Scorsese ho già parlato QUI. Robert De Niro (Frank Sheeran), Al Pacino (Jimmy Hoffa), Joe Pesci (Russell Bufalino), Harvey Keitel (Angelo Bruno), Ray Romano (Bill Bufalino), Bobby Cannavale (Skinny Razor), Anna Paquin (Peggy Sheeran), Stephen Graham (Anthony "Tony Pro" Provenzano) e Jesse Plemons (Chucky O'Brien) li trovate invece ai rispettivi link.

Jack Huston interpreta Robert Kennedy. Inglese, ha partecipato a film come The Twilight Saga: Eclipse, American Hustle - L'apparenza inganna, PPZ: Pride and Prejudice and Zombies, Ave, Cesare! e a serie come Mr. Mercedes. Ha 37 anni e un film in uscita.


Nella marea di attori presenti nel film segnalo Steven Van Zandt, già Silvio Dante de I Soprano, qui nei panni di Jerry Vale. Ovviamente, se The Irishman vi fosse piaciuto, recuperate assolutamente Quei bravi ragazzi e Casinò. ENJOY!

giovedì 5 dicembre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 5/12/2019

Buon giovedì a tutti! Intanto auguroni a papà Bolla che oggi compie gli anni e poi cacca, ovviamente, sul Multisala di Savona che ha deciso di non programmare L'inganno perfetto, perso per un pelo al TFF. ENJOY!

Cena con delitto - Knives Out
Reazione a caldo: Addoro.
Bolla, rifletti!: La recensione senza spoiler è QUI. Correte a vederlo ora!

L'immortale
Reazione a caldo: Maddai.
Bolla, rifletti!: Sono contenta per i fan di Gomorra ma 'sta roba, scusate, avrebbe dovuto passare su Sky e non al cinema, togliendo posto a film come L'inganno perfetto. Inserite a piacere qualunque insulto tratto dalla serie, please.

Al cinema d'élite ci si sposta in Palestina.

Il paradiso probabilmente
Reazione a caldo: Boh.
Bolla, rifletti!: Probabilmente è il film più interessante del mucchio, vista la sua natura di commedia "a vignette", fatta di tanti piccoli episodi aventi lo stesso protagonista, un uomo che fugge dalla Palestina ma la ritrova ovunque vada. Al solito, visti gli orari del cinema d'élite non riuscirò ad andare ma mai dire mai.

mercoledì 4 dicembre 2019

Cena con delitto - Knives Out (2019)

Al Torino Film Festival mi sono fiondata a vedere il film di chiusura, che uscirà domani in tutta Italia, Cena con delitto - Knives Out (Knives Out), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson. NO SPOILER, ci mancherebbe, tanto sapete che l'assassino è sempre il maggiordomo, giusto?


Trama: dopo una festa in famiglia lo scrittore di gialli Harlan Trombey muore, apparentemente suicida. L'investigatore Benoit Blanc, però, decide di fare luce sul caso...



Come si fa a parlare di un giallo senza fare spoiler? Semplice, cominciando a gioire per il ritorno del giallo come genere cinematografico, tanto per cominciare, e poi anche dei film corali con un cast della Madonna, all'interno dei quali anche chi presenzia per poco tempo rimane comunque impresso. Quello di Rian Johnson è il classico giallo corale alla Signori il delitto è servito e Invito a cena con delitto, modelli conclamati e dichiarati (e quanto è divertente la citazione de La signora in giallo?), eppure non si limita ad essere un divertissement per appassionati o meno ma contestualizza la vicenda nella realtà dell'attuale America senza risultare pedante o pesante. L'intera vicenda viene infatti raccontata attraverso gli occhi di due personaggi che non potrebbero essere più diversi; da una parte abbiamo Benoit Blanc, investigatore sui generis dal profondo accento e dai modi del Sud, completamente distaccato da qualsiasi parvenza di verosimiglianza, dall'altra invece c'è Marta, infermiera immigrata di buon cuore che si ritrova coinvolta non solo nelle indagini ma anche in tutto ciò che consegue la morte del suo paziente Harlan Trombey, diventato col tempo amico, confidente e figura paterna. Se ciò che concerne Benoit Blanc è caricaturale e inverosimile, due caratteristiche che si estendono anche a tutti coloro che hanno a che fare con lui e grazie alle quali i membri della famiglia Thrombey tirano fuori tutti gli aspetti ridicoli delle loro personalità e delle loro condizioni sociali, quando invece viene coinvolta Marta ecco che quelle stesse persone si trasformano in tipi immediatamente riconoscibili nel quotidiano e, attenzione, potremmo anche essere noi. Ipocriti, falsamente perbenisti finché non vengono toccati i soldi, pronti a parlare di "famiglia allargata" a patto che ci si limiti a piccoli atti di beneficenza, esponenti del "non sono razzista ma...", leoni da tastiera slegati da ogni relazione sociale (il piccolo bastardo interpretato da Jaeden Martell è l'incarnazione di tutti gli haters che hanno smontato lo Star Wars di Johnson per questioni razziali), persone pronte a sfruttare i problemi familiari degli altri per il proprio interesse o a trattare lo straniero, non importa quanto professionale e competente, come un grazioso animaletto da compagnia, ecco i "simpatici" protagonisti di questa tragicommedia familiare, roba da far perdere la fiducia nell'umanità anche al più innocente dei candidi.


Rian Johnson regge le fila di queste dinamiche familiari e sociali con incredibile abilità, confezionando un rompicapo all'interno del quale tutto torna, anche i più piccoli dettagli, sia nella sceneggiatura che, ovviamente, nella regia. Ciò che salta maggiormente all'occhio sono le sequenze "alla Rashomon" in cui tutto cambia a seconda di chi racconta, ma bisogna fare attenzione, come in ogni giallo che si rispetti, non tanto agli elementi macroscopici quanto a piccole cose che magari rischiano di passare inosservate, come sfondi rivelatori, oggetti fuori posto e omaggi apparentemente gratuiti ma in realtà molto importanti; in generale, si vede che Rian Johnson gode a spaziare con la cinepresa all'interno della magione di Thrombey, la quintessenza dell'arredamento tra il kitsch e l'intellettuale-ricercato, dove l'unica stanza "sentita" e realmente vissuta è il rifugio nel sottotetto del vecchio scrittore di gialli, un paradiso all'interno di un inferno "built to impress", dove tutti si sono fatti da soli, sì, ma col c*lo degli altri, o meglio DELL'altro. E chi sono questi altri? A mio avviso, quanto di meglio possa offrire l'attuale mercato internazionale degli attori, tra nomi grandissimi, come Daniel Craig e Chris Evans, enormi vecchi come Christopher Plummer e Jamie Lee Curtis, nomi meno conosciuti tra i non appassionati ma amatissimi dai cinefili come Toni Colette e Michael Shannon e, ovviamente, la stella nascente di una Ana De Armas bellissima anche quando deve interpretare un personaggio dimesso, come in questo caso. Premesso che ho adorato le interpretazioni borderline delle meravigliose Jamie Lee Curtis e Toni Colette, è ugualmente molto buffo vedere Daniel Craig, la cui immagine è quasi sempre legata a quella del fascinoso ed elegante James Bond, impegnato a biascicare ragionamenti assurdi con atteggiamento piacione e un pesantissimo accento dell'America del sud (auguri non solo ai doppiatori italiani ma anche agli adattatori, non vorrei essere nei panni di chi dovrà tradurre IL gioco di parole risolutivo per eccellenza) e personalmente ho apprezzato anche la svolta "malvagia" di un Chris Evans passato, dopo anni nei panni del pulitino Captain America, ad interpretare uno sboccatissimo moccioso viziato. Per una volta quindi non sono stata tradita nelle aspettative suscitate dal trailer e posso tranquillamente consigliare Knives Out perché rischia seriamente di essere uno dei film "commerciali" più divertenti e ben realizzati dell'anno!


Del regista e sceneggiatore Rian Johnson ho già parlato QUI. Daniel Craig (Benoit Blanc), Chris Evans (Ransom Drysdale), Ana De Armas (Marta Cabrera), Jamie Lee Curtis (Linda Drysdale), Michael Shannon (Walt Thrombey), Don Johnson (Richard Drysdale), Toni Collette (Joni Thrombey), Lakeith Stanfield (Tenente Elliott), Christopher Plummer (Harlan Thrombey), Jaeden Martell (Jacob Thrombey), Frank Oz (Alan Stevens) e Joseph Gordon Levitt (Non accreditato, è la voce del detective protagonista della serie che sta guardando la sorella di Marta) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Cena con delitto vi fosse piaciuto recuperate Invito a cena con delitto, Signori il delitto è servito e Gosford Park. ENJOY!



martedì 3 dicembre 2019

Bollalmanacco On Demand: Dogtooth (2009)

Il Bollalmanacco On Demand di oggi, come richiesto in tempi non sospetti dall'adorabile Silvia, è Dogtooth (Kynodontas), diretto e co-sceneggiato nel dal regista Yorgos Lanthimos. Il prossimo film a richiesta sarà Il mistero del giardino di Compton House. ENJOY!


Trama: tre ragazzi vivono isolati dal mondo, all'interno di una villa, assieme al padre e alla madre, impossibilitati a uscire almeno finché uno dei loro canini non cadrà.



A inizio anno, quando la febbre per La favorita stava raggiungendo l'apice, nei vari gruppi cinèfili si diceva che ormai Lanthimos era asservito alle major e che nessuno poteva dirsi veramente fan del regista senza aver visto Kynodontas e Kinetta. Un po' per ridere, un po' per piacere, Silvia mi aveva allora chiesto di guardare Dogtooth (pardon, Kynodontas) e io dopo quasi un anno ci sono riuscita ed effettivamente, che diamine, sembra quasi di guardare i primi film di Lars Von Trier, con quel senso di rigore misto a sperimentazione che hanno solo i registi cervellotici ai loro esordi. Cervellotico, ma di una coerenza spaventosa, perché tutti i film di Lanthimos visti finora hanno questo inquietante fil rouge di anaffettività, di prevaricazione, di controllo dei sentimenti e dei comportamenti altrui, di perfezione impossibile e frustrata, di inevitabile violenza. Non fa eccezione Dogtooth, storia surreale di un'educazione casalinga portata all'estremo, dove un padre e una madre, nel tentativo di crescere i tre figli proteggendoli da qualsiasi influenza negativa, ne fanno dei disadattati e dei prigionieri, trattati alla stregua di cani da punire o ricompensare a seconda dei loro risultati e del comportamento. E' un'idea agghiacciante, resa sullo schermo da Lanthimos attraverso tanti microepisodi che formano una routine generale e molto più ampia, tra prove "fisiche" che temprano i tre ragazzi contro fantomatiche minacce esterne (in primis i gatti, poveri gatti) e sequenze di ordinaria follia familiare, che condannano i tre a non avere idea di come utilizzare determinate parole o a considerare come intrattenimento i filmini da loro stessi girati, il tutto pilotato da un padre inflessibile, l'unico a cui è permesso uscire di casa per andare al lavoro, mentre la madre accetta la reclusione consapevolmente, aiutando il marito nel folle progetto (l'intera sequenza della presunta gravidanza mi ha scioccata. Una parte di me voleva esplodere in risate isteriche, l'altra era ancora sconvolta dal gatto).


Come in ogni ambiente sterile e apparentemente controllato, è l'inserimento di un agente esterno a far crollare questa insana illusione di perfezione, già minata da istinti difficili da sedare, come le pulsioni sessuali di adolescenti sani, per quanto "innocenti"; da quel momento, tra i tre ragazzi senza nome comincia a spiccare la sorella maggiore, la prima (forse l'unica) a sviluppare lentamente una sorta di autocoscienza, la consapevolezza che fuori dal regno protetto costruito dai genitori c'è qualcosa di incomprensibile, forse pericoloso, ma libero, che non condanna le persone ad essere numeri senza consapevolezza, incapaci di sviluppare pensieri propri ed individuali. La spersonalizzazione dei tre ragazzi passa attraverso dialoghi surreali che a tratti farebbero ridere se non fosse così tragica la situazione, e attraverso il tono monocorde con i quali sono pronunciati, cosa che già avevo notato in Il sacrificio del cervo sacro, come se i personaggi di Lanthimos fossero sempre distaccati dalla realtà e da qualsiasi forma di sentimento. Eppure, nonostante questo gli attori sono bravissimi, per di più bisogna tenere conto che spesso vengono messi in condizione di mettere in scena situazioni spiacevoli e grottesche, che danno quasi l'idea di un film "sporco", "malato". Un contrasto non da poco con la simmetria maniacale delle inquadrature e la ricercatezza di alcune sequenze, unite alla luminosità di ambienti dove predominano il bianco o la luce del sole, nemmeno la prigione in cui sono rinchiusi i tre ragazzi fosse il paradiso contro un mondo esterno brullo e squallido, come dimostrano le poche scene "esterne" al contesto familiare dei tre, una scelta stilistica che solitamente non mi fa impazzire. Nonostante questo, Dogtooth mi è invece piaciuto molto ma è un film da prendere con tutte le cautele del caso. Ci sono infatti pochi episodi realmente violenti all'interno di una pellicola che perpetua  violenza psicologica dall'inizio alla fine, ma quei due episodi rischiano di segnarvi per un bel po' di tempo. Sono avvertiti animalisti e persone con la fobia del dentista. 


Del regista e co-sceneggiatore Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI.


Angeliki Papoulia, che interpreta la figlia maggiore, è tornata a lavorare con Lanthimos in Alps e The Lobster. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto potreste recuperare la filmografia del regista, di certo non rimarrete delusi. ENJOY!

domenica 1 dicembre 2019

TFF 2019: A White White Day - The Lodge - Greener Grass - El Hoyo - Bina

Con questo post ho deciso di combinare il secondo e terzo giorno di visioni al Torino Film Festival 2019, tanto mi pare non siano articoli molto seguiti e servono giusto a me per ricordare, nel tempo, cosa ho visto. Di Knives Out, film di chiusura del festival, parlerò a ridosso della sua uscita italiana mentre due parole su La lunga notte dell’orrore le scriverò in un post a parte. ENJOY!

A White, White Day di Hlynur Palmason
Inaspettatamente, è il film che ha vinto il Festival, a dimostrazione di quanto io sia una bestia ignorante. Non posso dire che non mi sia piaciuto, tuttavia gli ho preferito di gran lunga altri film e sinceramente l’ho trovato “normale”, nulla per cui gridare al miracolo, a meno che il lunghissimo time lapse iniziale, che ha fatto bagnare più di uno spettatore in sala, non rientri nella definizione di miracolo. A parte questo, l’elaborazione del lutto e della rabbia di un poliziotto ritrovatosi vedovo senza un perché, costretto a scoprire segreti spiacevoli sulla moglie dopo la di lei dipartita, è piuttosto interessante e si arriva a voler bene a quest’uomo di mezza età, con tutti i rospi che deve inghiottire quotidianamente, e anche alla sua ciarliera nipotina, seguendo le cui vicende sono arrivata spesso a chiedermi come facciano i bimbi svedesi a sopravvivere visto che i genitori li fanno persino giocare coi coltelli. Il finale ripaga ampiamente di tutte le lungaggini (e ce ne sono) che lo precedono, esplodendo in una catarsi di rabbia, commozione e poesia. Mi piacerebbe riguardarlo, magari con occhi più convinti e meno fiaccati da mancanza di sonno e stanchezza accumulata in due giorni.

Il motivo per cui sono andata al festival, a essere sincera. Aspettavo da tempo che gli autori di Goodnight Mommy tornassero al lavoro e non sono rimasta delusa. The Lodge è un film che trae nuovamente la sua forza dalle dinamiche familiari disfunzionali, con l’aggiunta, stavolta, di un po’ di “true crime” a sfondo religioso, perfetto per rendere il tutto ancora più ambiguo. Immerso nella neve e in una luce abbacinante, talvolta reso ancora più claustrofobico grazie alla presenza di un’inquietante casa di bambole, The Lodge riflette sulla fragilità della psiche umana e sull’orrore di un passato che non concede seconde opportunità, non per molto tempo almeno, ed è graziato dalla presenza di un’attrice bravissima Riley Keough, e dalla capacità dei due registi di cambiare le carte in tavola nel giro di un’inquadratura. Le sequenze iniziali e quelle finali sono tremendamente angoscianti, non le dimenticherete per molto tempo se avrete la fortuna di guardare The Lodge, che uscirà il 16 gennaio 2020 per la gioia di tutti gli appassionati!

Greener Grass di Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe
Perfetto antidoto all’angoscia provocata da The Lodge, Greener Grass è stato sicuramente il mio guilty pleasure all’interno del festival. Ambientato in una suburbia che pare un incrocio tra la cittadina di Edward mani di forbice e Stepford, racconta le vicende surreali di due casalinghe disperate in serrata competizione, tra mariti clueless, figli regalati, feste in piscina ed eventi sovrannaturali, senza dimenticare serial killer a piede libero. Si ride a denti stretti, come insegnano gli splendidi titoli di testa, con quel primissimo piano di un sorriso ostentato e tenuto a forza, tanto da sembrare quasi un ringhio, e spesso si urla al WTF ma alcune sequenze sono geniali (Kids with Knives su tutti) e non sfigurerebbero in una puntata de I Griffin o in uno sketch dei Monty Python. Probabilmente in Italia non verrà mai distribuito ed è un vero peccato.

El Hoyo di Galder Gaztelo-Urrutia
Per me il titolo di miglior film sarebbe dovuto andare a El Hoyo ma alle mie spalle ho spesso sentito urlare allo schifo da torme di cinefili “bene” che parlavano di becero splatter. In realtà, El Hoyo è una bellissima allegoria della società odierna, una distopia a base di persone costrette a vivere all’interno dei vari livelli di un edificio dove quotidianamente viene calata una tavola imbandita che si svuota a mano a mano che scende ai piani inferiori, lasciando gli abitanti di questi ultimi in preda all’inedia e alla disperazione. Vero, c’è molto sangue e anche una violenza spesso grottesca ma la sceneggiatura non sbaglia un dialogo che sia uno e si inorridisce non tanto per quello che viene mostrato, quanto per le riflessioni che il film porta con sé. D’altronde, viviamo già in un Hoyo, inutile tapparsi gli occhi e fare finta di non vedere o pretendere di essere buoni come il protagonista Goreng quando, facilmente, siamo cinici ed egoisti come il vecchio e maledetto Trimagasi, eletto, assieme all’attore che lo interpreta, a personaggio preferito di tutto il TFF. C’è speranza di vederlo su Netflix, prima o poi. Incrociate le dita.

Bina (o The Antenna) di Orcun Behram
Altra distopia, risultato assai diverso, anche se il pubblico pare aver gradito visti gli applausi tributati all’opera sul finale. Se El Hoyo era un’allegoria del mondo, Bina critica pesantemente la politica e la società turche e lo fa sfruttando l’idea di antenne che corrompono, attraverso telecomunicazioni chiuse e fluidi neri, gli abitanti di sperduti condominii, costretti ad aspettare la mezzanotte per ascoltare le dichiarazioni folli di governanti misteriosi. Un po’ Kafka e un po’ Cronenberg, Bina offre allo spettatore ambienti claustrofobici e ineluttabili mutazioni psicofisiche, ma anche innumerevoli sequenze di mero autocompiacimento autoriale che rallentano parecchio l’azione e non aggiungono nulla al significato del film in sé. Peccato, perché l’idea di partenza è schifosetta ed interessante quanto basta ma siamo ben lontani dai tempi della Nuova Carne.

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