martedì 1 settembre 2026

Insidious - Fuori dall'Altrove (2026)


Volevo andare a vedere Camp Miasma, ma abito nella maledetta Savona e ho dovuto accontentarmi di Insidious - Fuori dall'Altrove (Insidious: Out of the Further), diretto e co-sceneggiato dal regista Jacob Chase.

Trama

Gemma vive con la figlioletta Maya nella casa dove, un tempo, sua madre si era suicidata dopo avere manifestato pericolosi disturbi mentali. Un giorno, Gemma comincia ad avere incubi terribili che cominciano ad erodere la sua percezione della realtà...

Recensione

Come forse saprete, la saga di Insidious non è mai stata tra le mie preferite, l'ho sempre trovata piuttosto noiosa, preferendole il franchise di The Conjuring. Di fatto, sono andata al cinema senza ricordare nemmeno l'ultimo film, La porta rossa, portandomi dietro solo un'infarinatura generica comprendente un ricordo piuttosto chiaro di cosa fosse la dimensione chiamata "Altrove" e, ovviamente, di chi fosse la sensitiva Elise Rainier. Se in Fuori dall'Altrove c'erano degli easter egg, salvo forse la comparsa di un paio di demoni che mi è parso di riconoscere, non li ho ovviamente colti, ma poco importa perché l'ormai sesto capitolo della saga è un'opera che si regge abbastanza sulle sue gambe e che può essere apprezzata anche senza conoscere i film precedenti. Chiuso il capitolo Lambert, infatti, Fuori dall'Altrove introduce un nuovo personaggio, Gemma, un'igienista dentale con un'infanzia segnata da una madre morta suicida dopo essere impazzita. Nonostante i giusti consigli del fidanzato, che spesso la esorta ad abbandonare una casa così piena di dolore e cupi ricordi, Gemma si ostina a vivere lì assieme alla figlia Maya. La loro vita scorre serena, finché Gemma comincia a sognare l'oscura dimensione denominata "Altrove", dove risiedono i demoni e i morti che non riescono ad andare nell'aldilà; ancor peggio, gli incubi si rivelano qualcosa di peggiore, arrivando persino ad alterare la percezione della realtà di Gemma e a spingerla verso una progressiva follia che rischia di farla diventare come sua madre, alienandola dalla spaventata Maya. Ovviamente, dietro queste visioni ed incubi c'è qualcosa che non vi sto a spoilerare, ma fondamentalmente Gemma ha una caratteristica in più rispetto ai "fortunati" membri della famiglia Lambert che scivolavano inconsapevolmente nell'Altrove, e ciò la rende uno strumento indispensabile per ciò che lì dimora. A livello di "paura" per lo spettatore, questa caratteristica di Gemma si traduce in un confine ancora più sottile tra realtà e Altrove, tra sogno, veglia e visione, risultando (almeno per quanto mi riguarda) più coinvolgente e divertente rispetto ai precedenti capitoli; inoltre, il pregio di Fuori dall'Altrove è l'introduzione di un paio di personaggi assai barocchi, sia vivi (più o meno) che morti, che aumentano di un paio di tacche il tasso di disgusto e di cheesiness dell'intera operazione. Certo, quest'ultimo aspetto deve entrare in risonanza con spettatori pronti a stare al gioco e ad apprezzare questi tocchi weird, come la sottoscritta, mentre gli altri rischiano di giudicare Fuori dall'Altrove ancora più scemo dei film che lo hanno preceduto.

Oltre a questo, capisco anche che molti spettatori disprezzeranno Fuori dall'Altrove per la sua natura derivativa. Per quanto mi riguarda, se vengono frullati gli ingredienti giusti mangio tutto volentieri, e l'ultimo capitolo di Insidious aggiunge, agli elementi tipici della saga, anche suggestioni da molti altri film horror passati e presenti. Da Nightmare a The Dentist, entrambi ampiamente citati e saccheggiati, si passa ad una delle sequenze più particolari, quella in cui Gemma si perde all'interno di un fortino di cuscini, in cui molti hanno visto un richiamo a Backrooms ma che a me ha riportato alla mente il poco conosciuto e geniale Dave Made a Maze, tutti piccoli tocchi che ravvivano una regia tutto sommato ordinaria, che però dà molta importanza ai colori (soprattutto il rosso) e ad un sonoro insinuante. Rispetto agli altri film della saga, mi è sembrato si sia posta una maggiore attenzione anche al character design dei personaggi, affidati ad attori dal sembiante particolare, o ad un make-up ispirato. I tre vecchietti che campeggiano in tutte le foto promozionali, per esempio, sono un colpo di genio che offre parecchie soddisfazioni durante la visione, e il demone "capo", Cyrus (a furia di trovare citazioni, non riuscivo a smettere di pensare a Con Air), supera in figaggine il Lipstick-Face Demon dei primi capitoli in quanto frutto illegittimo di una misteriosa unione tra Alice Cooper, Iggy Pop e il Bughuul di Sinister. Gli attori principali, invece, sono abbastanza dimenticabili. Benché sia sempre bello vederla sul grande schermo, Lin Shaye ormai passa giusto a ritirare l'assegno, e l'unica cosa che mi ha colpita è l'incredibile somiglianza della protagonista, Amelia Eve, con una giovane Naomi Watts. In definitiva, credo che Insidious - Fuori dall'Altrove sia un dignitoso horror commerciale che potrebbe accontentare sia i fan che lo spettatore occasionale. Quest'anno ho visto di meglio, anche per quanto riguarda il non-elevated horror, però mi sono divertita, forse perché partivo con aspettative azzerate. Ciò detto, adesso basta mungere la mucca dell'Altrove, per piacere!

Cast

Di Lin Shaye, che interpreta Elise Rainier, ho già parlato QUI.


Curiosità

Amelia Eve, che interpreta Gemma, era la Jamie di The Haunting of Bly Manor, mentre Brandon Perea, Nick, ha partecipato al film Nope. Insidious - Fuori dall'Altrove è perfettamente fruibile come film a sé stante ma , per completezza, il mio consiglio è quello di recuperare Insidious, Oltre i confini del male - Insidious 2, Insidious 3 - L'inizio, Insidious: L'ultima chiave e Insidious - La porta rossa. ENJOY!

venerdì 28 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Kuroneko (1968)


La challenge questa settimana chiedeva di guardare un film consigliato da Guillermo del Toro. La scelta è caduta dunque su Kuroneko (藪の中の黒猫, Yabu no naka no kuroneko), diretto e sceneggiato nel 1968 dal regista Kaneto Shindo.

Trama

Due donne vengono violentate e uccise da una truppa di samurai, e tornano come spiriti assetati di vendetta, decise ad uccidere qualunque uomo dotato del medesimo titolo...

Recensione

Guillermo del Toro ha dichiarato di avere guardato sia Onibaba che Kuroneko all'età di 10 anni, e di esserne uscito con la psiche distrutta. Descrivendo questi due film come perfetti racconti radicati nel folklore giapponese, ne sottolinea però la modernità per quanto riguarda violenza e sessualità. Purtroppo, io a 10 anni non avevo neppure idea di cosa fosse Kuroneko, quindi non sono rimasta traumatizzata dalla visione quanto Guillermone, però gli do assolutamente ragione relativamente alla modernità con cui affronta la violenza sulle donne e la sessualità. La vicenda di Kuroneko parte proprio da una violenza sessuale con conseguente omicidio ai danni di due donne che, come già accadeva alle protagoniste di Onibaba, cercano di sopravvivere da sole in tempo di guerra. Se però, in qualche modo, le donne di Onibaba erano "colpevoli" di uccidere e derubare i passanti dei loro averi, Yone e la nuora Shige, per quel che è dato sapere allo spettatore, sono innocenti e l'orrore che è toccato loro in sorte nasce dal fatto di essere prive di una protezione maschile, visto che Gintoki, figlio di Yone e marito di Shige, non è ancora tornato dalla guerra. Le due donne muoiono e riappaiono sulla Terra come Onryou, spiriti vendicativi, ma all'interno del film c'è posto anche per un altro spirito del folklore giapponese, il bakeneko, una creatura mutaforma che divora gli esseri umani; i due spiriti si fondono in uno, e ogni notte la giovane Shige aspetta il passaggio dei samurai che hanno ucciso lei e la suocera, per portarli nel loro reame in mezzo al bambù (yabu no naka) e strappare loro la gola con affilati denti da felino. Il sesso, come scrivevo all'inizio, svolge un ruolo molto importante all'interno di Kuroneko. Le due donne non vengono "solo" uccise, ma anche violentate, subendo un doppio atto di brutale disprezzo. Nella loro vendetta, il sesso è fondamentale, in quanto i samurai vengono attirati dall'aspetto docile ed indifeso di Shige, e poi convinti da lei e Yone di essere non solo i benvenuti nella loro casa, ma anche desiderati, lasciati padroni di fare quello che desiderano alla giovane donna che si offre loro con l'appoggio della madre. In un cerchio perfetto di immagini e simbolismi, i samurai ripuliti e legittimati risultano disgustosi quanto la loro versione rozza, ugualmente mossi da appetiti smisurati che Kaneto Shindo riprende senza alcuna pietà né simpatia, aspetti questi che riserva invece alle due protagoniste.

ll sesso legato all'amore romantico si rivela invece veicolo di distruzione nel momento esatto in cui Gintoki incrocia nuovamente il cammino di Shige. Così come l'amore di Shige e Yone, tradotto nell'attesa del ritorno di Gintoki, le ha condannate a morire in solitudine, allo stesso modo l'umanissimo desiderio di potersi congiungere, finalmente, con l'uomo amato (e non con dei disgustosi sconosciuti, come necessario passaggio prima di eliminarli), spalanca a Shige le porte dell'aldilà, come punizione per non aver rispettato il giuramento di uccidere tutti i samurai. Kuroneko, come già Onibaba, non ha un lieto fine, perché la vendetta come viene intesa nella cultura giapponese non è pulita e ben mirata come ci ha insegnato Kill Bill, ma travolge anche chi non se lo merita, come invece ci ha insegnato Ju-On, il quale con Kuroneko ha un paio di cose in comune. Dall'istante in cui Gintoki e Shige si incontrano, dunque, scatta la tragedia, e la struttura del film, fino a quel momento regolare e quasi ripetitiva, diventa più movimentata ed imprevedibile, anche per quanto riguarda la messa in scena. A livello visivo, infatti, ciò che più mi ha colpita di Kuroneko è l'eleganza squisitamente teatrale delle sequenze che vedono Shige e Yone in azione all'interno della loro dimora spettrale. La lenta danza di Yone, in contrasto con la violenza con cui Shige strappa la gola dei samurai a morsi, i faretti che illuminano le figure delle donne facendole comparire all'improvviso dalle ombre come spettri di un bianco abbacinante, il fumo, che le avvolge di un'aura eterea, sono tutti aspetti stilistici presi dal teatro kabuki e noh e sono una gioia per gli occhi. Ma è splendido anche il trucco che, in maniera incredibilmente sottile e grazie anche all'abile uso dell'illuminazione, trasforma il viso di Nobuko Otowa in un ibrido tra donna e gatto, prima ancora che un make-up prostetico più "invasivo" intervenga nelle sequenze maggiormente horror e rivelatrici. Per tutti questi motivi, e per mille altri che lascio ai critici veri, Kuroneko è uno di quei film che meritano di essere custoditi e rivisti, magari in una double feature con Onibaba, per poter godere meglio di entrambe le opere!


Cast

Del regista e sceneggiatore Kaneto Shindo ho già parlato QUI.

Curiosità

Nobuko Otowa, che interpreta Yone, è la moglie del regista, per il quale aveva già recitato come protagonista in Onibaba; nello stesso film compariva come Hachi anche Kei Sato, qui nei panni del governatore Raiko. Ovviamente, il pluricitato Onibaba è un'opera che vi consiglio di recuperare se vi è piaciuto Kuroneko. ENJOY!

mercoledì 26 agosto 2026

Nightborn (2026)


Incuriosita dalla presenza di Ron Weasley, ho recuperato Nightborn (Yön lapsi), diretto e co-sceneggiato dalla regista Hanna Bergholm.

Trama

Saga e Jon vanno a vivere nella casa d'infanzia di lei, in mezzo ai boschi finlandesi. Dalla loro unione nasce un bambino, il quale mette fin da subito in allarme Saga, che non lo riconosce come umano...

Recensione

Nightborn, primo film in lingua inglese di Hanna Bergholm, prosegue un po' il discorso già iniziato con Hatching, e affianca nuovamente un idillio familiare fasullo, o comunque ipocrita, a una natura caotica ma in qualche modo più "sana" e vera, anche nei suoi aspetti negativi. Stavolta i due protagonisti sono Saga e Jon, una donna finlandese e un uomo inglese, i quali decidono di sposarsi e mettere su famiglia, andando a vivere in Finlandia, nella casa d'infanzia di lei. La dimora, che necessita di parecchi interventi di restauro, si trova in mezzo ai boschi ed è stata in parte fagocitata dalla natura, al punto che, in mezzo a quella che era la cameretta di Saga, è cresciuto persino un albero. Proprio sotto lo sguardo di alberi rigogliosi e dalle forme vagamente umane viene concepito il figlio di Saga e Jon, il quale fin da subito presenta delle caratteristiche peculiari che non vengono mai mostrate chiaramente allo spettatore, ma si evincono dagli sguardi perplessi di dottori ed infermiere, e soprattutto dallo sconcerto di Saga, incapace persino di definirlo col pronome "he", al quale preferisce un "it". La critica verso un'istituzione familiare ipocrita nasce dal fatto che tutti, persino Jon, chiudono gli occhi di fronte alle stranezze sempre più inquietanti del neonato; Nightborn diventa un maternity horror nel momento in cui Saga, già provata da tutte le naturali conseguenze del parto, rimane l'unica a vedere il bambino per quello che è e viene lasciata sola alla sua mercé, a rischio di perdere la vita durante l'allattamento. Alla paranoia crescente di Saga si associa un biasimo progressivamente più violento da parte di Jon e di tutti quelli che la circondano, oltre al sorgere di una connessione con qualsiasi cosa condivida la natura del piccolo, ovvero delle misteriose entità legate al folklore finlandese e alla famiglia di Saga. La famiglia (in particolare per quanto riguarda il legame tra genitori e figli), sotto lo sguardo di Hanna Bergholm si ripropone come la fredda unione di persone che non si sono scelte tra loro e che mal si sopportano per esigenze meramente sociali, o di facciata. La regista mette in scena il fallimento dei costrutti umani, e torna a raccontare la libertà e la gioia di legami benedetti dalla natura, istintivi e liberi da qualsiasi tipo di vincolo. Saga e il bambino arrivano ad accettarsi vicendevolmente quando la donna, invece di imporre le sue idee sul piccolo, sceglie di osservarlo e comprendere, accettandole, le sue esigenze, per quanto avulse dalla natura umana. Contestualmente, Saga cambia agli occhi degli altri, o forse torna quella che è sempre stata, una donna che ha dovuto rinunciare alla propria personalità per venire accettata dagli altri e non rimanere sola, se ho capito bene l'intento della metafora della Bergholm.

La presenza degli elementi naturali è fondamentale in Nightborn e si traduce, in primis, nella scelta di rigogliosi boschi come location esterne, e poi in tutta una serie di dettagli presenti all'interno della casa d'infanzia di Saga, ma anche all'esterno, per non parlare dell'efficace trucco prostetico applicato al corpo di Seidi Haarla. Nel corso del film Saga va incontro a tutta una serie di cambiamenti fisici che, in maniera molto intelligente, colpiscono l'occhio dello spettatore consapevole, ma all'interno del contesto narrativo legato al punto di vista di Jon e degli altri comprimari, risultano plausibili anche come frutto di una naturale decadenza legata alla maternità. Chi non ho trovato granché naturale (ma, come al solito, potrebbe essere semplice gusto personale) è invece il piccolo Kuura, i cui movimenti sono troppo rigidi e dà l'idea di essere un mix un po' forzato di animatronic, bambolotti e bambini veri uniti dalla tecnologia digitale. D'altronde, è quel mio stesso gusto personale ad impedirmi di vedere Rupert Grint in altri ruoli che non siano quelli di Ron Weasley. Qui, come padre (!) adulto e responsabile, benché antipatico come la merda, a me è sembrato forzato, ed è molto meglio Seidi Haarla, attrice dotata di una bellezza ben distante dai canoni universalmente accettati, e anche della capacità di passare in un attimo da sposa timida e madre riluttante a forza della natura capace di mettere a posto figlio e marito con un paio di urla animalesche ben piazzate. Per quanto mi riguarda, dunque, Hanna Bergholm si riconferma una voce interessante all'interno del panorama horror internazionale, capace di mantenere una propria personalità distintiva dando vita a favole nere profondamente radicate nel folklore della sua terra. Nightborn mi è piaciuto e aspetto il suo prossimo film!

Cast

Della regista e co-sceneggiatrice Hanna Bergholm ho già parlato QUI mentre Rupert Grint, che interpreta Jon, lo trovate QUA.

Se vi è piaciuto...

Se Nightborn vi è piaciuto recuperate Hatching, The Twin, Still/Born. ENJOY!

martedì 25 agosto 2026

The Last House (2026)


La settimana scorsa è usscito un nuovo film originale Netflix, The Last House, diretto dal regista Louis Leterrier, così ho deciso di guardarlo...

Trama

Dopo una pioggia improvvisa, una famiglia rimane bloccata in casa, senza possibilità di uscire, e deve cercare di sopravvivere...

Recensione

Come al solito, non mi sono informata molto prima di accingermi alla visione di The Last House, mi sono semplicemente lasciata ispirare dalla locandina e dalla premessa. L'idea iniziale è molto interessante. Una famiglia rimane bloccata in casa mentre fuori infuria una pioggia misteriosa, e lo stesso accade a tutti i loro vicini. Jason, Ann e i loro due figli le provano tutte per uscire, ma è come se una forza misteriosa avesse sigillato l'intero edificio, finestre e altri pertugi compresi. La sceneggiatura di Matthew Robinson cattura lo spettatore per la prima mezz'ora, spingendolo a temere il peggio da una situazione simile, prima ancora che il tempo scorra e i problemi temuti si presentino, in tutta la loro gravità, agli stessi personaggi. Nel mezzo, ci sono scene di vita familiare quanto più "normali" possibile, anche perché Jason ed Ann hanno due figli piccoli che vanno protetti soprattutto psicologicamente, ma capite anche voi che il film, a un certo punto, deve presentare una svolta, altrimenti andrebbe ben poco lontano. Il problema di The Last House è proprio questo, purtroppo. Le "svolte", gli eventi necessari a far sì che la storia progredisca e, in qualche modo, si concluda, sembrano messe lì senza seguire delle regole logiche e, talvolta, contraddicono persino le premesse del film. Cercherò di non fare spoiler ma, durante le primissime sequenze, succede che qualcuno rimanga chiuso fuori casa e cerchi aiuto. Questa persona, dopo un po', viene attaccata da "qualcosa" che si nasconde all'esterno e viene richiamato dalla pioggia; ebbene, per cinque anni ci viene mostrato che, rimanendo in casa, non ci sono problemi di sorta (anche se è una vaccata. Se ciò che si nasconde fuori, ragionevolmente, si nutre di esseri umani o comunque li attacca, perché chiuderli nelle case?), dopodiché questa certezza viene disattesa per mettere la famiglia con le spalle al muro. Ancora peggio, a un certo punto la pioggia diventa qualcos'altro, dando per buono che sia sempre stato così, e addirittura, sul finale, la situazione viene risolta con un gesto di pietà (punto focale dell'intera vicenda e di una moraletta stinfia sulla quale poi tornerò) non solo totalmente fuori contesto, ma anche sproporzionato relativamente alle conseguenze. 

Davanti alla celebrazione dell'umana compassione e dell'empatia che contrasta con la moderna freddezza dei rapporti umani e familiari, The Last House si mostra inutilmente crudele nei confronti di tantissimi animali, più di quanto sarebbe lecito aspettarsi in un film non horror che si trattiene molto relativamente all'aspetto survival (d'altronde, Jason è un incrocio tra McGyver e Sampei, in grado di trasformare qualsiasi oggetto in un complesso macchinario utile a fare qualunque cosa). Se mal sopportate la morte on screen di animali domestici e non, The Last House è un trigger warning grosso come una casa, della durata di quasi due ore, e considerate che io a un certo punto mi sono messa a piangere e Mirco se n'è direttamente andato. La sceneggiatura di The Last House è dunque un misto di scempiaggini e paraculate assortite, ma per fortuna sta messo meglio nel reparto tecnico. Una volta superati i panorami posticci dell'introduzione e del finale, gli effetti speciali sono molto gradevoli, in quanto utilizzano sia effetti digitali sia animatronics, cosa che rende le sequenze di lotta subacquea nel prefinale concitate ed angoscianti. Sono notevoli anche le scenografie, in quanto, ovviamente, la casa di Jason ed Ann è protagonista tanto quanto gli attori, e nel corso del tempo subisce una metamorfosi funzionale ed artistica degna di nota, sicuramente una delle caratteristiche più interessanti del film. Anche gli attori non sono affatto male, sebbene Ann e i figli siano condannati a non evolvere per tutta la durata di The Last House. L'unico che si ritrova per le mani materiale su cui lavorare è Wagner Moura, il cui personaggio passa dall'essere un amorevole e paziente papà a un freddo dispensatore di mezzi di sopravvivenza, talmente concentrato sulla salvezza della propria famiglia da dimenticarsi di manifestare il proprio affetto, visto ormai come qualcosa di scontato e superfluo. Certo, Moura la prende dannatamente sul serio, come se un film come The Last House potesse in qualche modo assicurargli la seconda nomination agli Oscar, e onestamente è un po' sprecato. Così come, per quanto mi riguarda, è sprecato il tempo perso guardando questo film, l'ennesimo giocattolone pronto per il cestone dello streaming, da dimenticare nel giro di un paio di settimane.

Cast

Di Greta Lee (Ann) e Wagner Moura (Jason) ho parlato ai rispettivi link.


Curiosità

Arden Cho, che interpreta Ruth da adulta, è la doppiatrice originale di Rumi di KPop Demon Hunters. Se volete un film serio, che vi metta addosso una strizza vera di fronte a una situazione simile, recuperate We Need to Do Something, oppure virate su The Mist, The Divide, Await Further Instructions e Vivarium. ENJOY!

venerdì 21 agosto 2026

2026 Horror Challenge: L'ascensore (1983)


La challenge settimanale voleva un film in lingua non inglese, così ho deciso di guardare L'ascensore (De lift), diretto e co-sceneggiato nel 1983 dal regista Dick Maas.

Trama

Un ascensore comincia a mietere vittime e un tecnico decide di andare a fondo della faccenda... 

Recensione

L'ascensore era un'altro di quei film che ho sempre sentito nominare, che sarà sicuramente passato mille volte in TV, e che non ero mai riuscita a guardare, per un motivo o per l'altro. Mi aspettavo, chissà perché, un'esilarante trashata, invece L'ascensore, salvo alcuni momenti in cui, effettivamente, tiene fede al suo titolo mostrando gli omicidi di questa moderna comodità, soffre un ritmo sonnolento legato alle indagini del tecnico Felix, il quale cerca di capire come mai l'ascensore in questione sia impazzito. La trama è tutta qui e viene da chiedersi come mai, alla terza morte sospetta (lasciamo perdere le prime due, anche perché l'ascensore agisce progressivamente, cominciando col fare svenire quattro persone per mancanza d'aria), a nessuno, all'interno del palazzo, venga in mente di chiuderlo e smontarlo pezzo per pezzo. A rispondere ci pensa Dick Maas, impegnandosi a mettere in piedi un GombloDDoH che farebbe felici i detrattori dell'AI, perché negli anni '80 i nemici erano i misteriosi microchip, rei di impazzire e cominciare a godere di vita propria, oltre ad essere preclusi ai poveri tecnici degli ascensori, i quali si occupano non già di quadri elettrici, ma solo della greve meccanica degli apparecchi. In realtà, le indagini di Felix, intervallate da quei pochi momenti in cui l'ascensore un po' di ansia allo spettatore la mette, non sarebbero nemmeno il problema principale del film. Il fatto è che Dick Maas, invece di concentrarsi sulla "ciccia", perde parte dello scarso minutaggio a delineare non solo le scappatelle di un paio di dirigenti con procaci signore più giovani (mettendo una tacca, immagino sulla minima "quota sise" sindacale perché un horror, all'epoca, venisse accettato e distribuito) ma anche il dramma familiare di Felix. Felix (il quale, forse per tenere fede al nome, ha la verve di un gatto di marmo) tiene moglie e due figli, quindi verrebbe da pensare che la loro utilità sia legata al fatto che, prima o poi, il nucleo familiare verrà minacciato dall'ascensore. Invece, moglie e bimbi si legano essenzialmente alla sottotrama che vede Felix sposato "felicemente" da una decina d'anni con una donna neppure troppo rompiscatole, a parer mio, la quale a un certo punto lo molla in tronco perché l'amica ha visto il marito in compagnia di un'altra donna. L'aspetto esilarante della vicenda è che Felix non si impegna minimamente a giustificarsi, troppo distratto dal problema "ascensore", e che tutta questa digressione non apporta nulla allo sviluppo della trama, tanto che, sul finale, della moglie non si fa nemmeno più menzione.

Fortunatamente, al di là di queste digressioni poco utili e di un ritmo poco efficace, Dick Maas riesce ugualmente a trasmettere tensione ogni volta che qualcuno si avvicina all'ascensore, a prescindere da ciò che accadrà poi, grazie ad un abile uso delle inquadrature, del montaggio e di uno score elettronico che ricorda le colonne sonore dei Goblin. Un paio di omicidi, in particolare, sono degni di nota, soprattutto quello sul finale che, assieme alla rivelazione su cosa si nasconda dietro la "follia" dell'ascensore, ha probabilmente ispirato Tobe Hooper per quanto riguarda gli aspetti migliori del suo The Mangler - La macchina infernale. E' inquietante anche la lotta solitaria di Felix all'interno della tromba dell'ascensore, soprattutto perché è un luogo già pericoloso di per sé, quindi lo spettatore si ritrova a dover attendere il peggio, e non mi è dispiaciuta neppure l'ambientazione fredda e un po' squallida delle zone periferiche di Amsterdam, ben distanti dall'idea turistica di una città piena di eccessi "illegali". Purtroppo, avendo trovato il film su Tubi, doppiato in lingua inglese, credo che le interpretazioni dei vari attori ne abbiano risentito, rendendo così L'ascensore ancora più soporifero. Infatti, ogni personaggio parla con tono particolarmente monocorde, pulito, declamando dialoghi che, di tanto in tanto, parrebbero frutto di una traduzione priva di ogni sprezzo del ridicolo. Diciamo che, pur essendo consapevole di questa possibilità, non ho particolare interesse a recuperare il film in lingua originale per accertarmene. L'ascensore mi aveva incuriosita, finalmente l'ho guardato, ma direi che non mi ha fatto così tanta impressione da essermi pentita di avere perso così tanto tempo!

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Dick Maas ho già parlato QUI.

Curiosità

Huub Stapel, che interpreta Felix, è uno degli attori feticcio di Maas, col quale ha collaborato nei due Amsterdamned e in Saint. Dick Maas era stato licenziato a metà delle riprese a causa dei continui litigi col produttore, sia per via del cast sia perché il regista insisteva nel voler realizzare da solo anche la colonna sonora. Il giorno del licenziamento, Maas aveva comunque continuato a lavorare ed è stato riassunto il giorno dopo, perché nessuno era in grado di sostituirlo. Il film ha un remake in lingua inglese dello stesso regista, Down: Discesa infernale. Non l'ho mai visto ma vi consiglio di recuperarlo se vi è piaciuto L'ascensore, aggiungendo magari The Mangler - La macchina infernale e Brivido. ENJOY!

mercoledì 19 agosto 2026

Hokum (2026)


Ho dovuto aspettare praticamente un mese ma, alla fine, anche io sono riuscita a vedere al cinema uno degli horror che aspettavo di più quest'anno, Hokum, diretto e sceneggiato dal regista Damian McCarthy.

Trama

Uno scrittore americano va in Irlanda, nell'hotel dove i genitori hanno passato la luna di miele, per disperderne le ceneri. Lì scopre che l'hotel è infestato da una strega...

Recensione

Dopo Caveat e Oddity, ecco arrivare Hokum, ma cos'è esattamente un "hokum"? Si definisce "hokum" una sciocchezza, oppure un artificio molto terra terra che mira ad ingannare il prossimo. Il nuovo film di McCarthy contiene in sé entrambe le definizioni, a seconda dei punti di vista che vengono utilizzati. Da una parte c'è il protagonista del film, uno scrittore depresso e disilluso che dismette tutto ciò che lo circonda come "hokum", in particolare le storie di streghe che lo accolgono dal momento in cui mette piede in Irlanda, deciso a disperdere le ceneri dei suoi genitori nel posto che li ha accolti per la luna di miele. Dall'altro c'è, in effetti, un artificio dei più banali, che va ad inserire all'interno della trama horror del film un inganno ai danni di una persona, per motivazioni, appunto, molto terra terra. Questi due aspetti del film si intrecciano così da attirare il protagonista fuori dalla propria (un)comfort zone, scendendo a patti con un trauma infantile inestricabile da un profondo senso di colpa, e usare quello che dovrebbe essere l'"occhio" del tessitore di storie, andando oltre l'apparenza e un disprezzo smisurato verso gli esseri umani. A tal proposito, McCarthy ci introduce il protagonista alle prese con il finale della sua trilogia più famosa, e con questo racconto nel racconto ci dice moltissimo della sua percezione cupa del mondo, mostrandoci il tremendo destino dei personaggi della sua storia. Ed è sempre una storia che introduce la strega imprigionata nell'hotel, il che consente a McCarthy di metterne in discussione, come già accadeva in Caveat, la presenza o meno. Raccontandone la leggenda a due terrorizzati bambini, la strega viene chiamata Cailleach dal proprietario dell'hotel. La Cailleach del folklore celtico, a onor del vero, non è né buona né cattiva ed è più ancorata all'espressione di fenomeni naturali, mentre quella di McCarthy è una sorta di demone che trascina le anime e i corpi degli incauti in una dimensione oscura, mutilandoli durante il tragitto. Dando per buono che esista, e che la sua presenza non sia frutto della percezione distorta del protagonista, le sue azioni sembrerebbero in effetti mirate a fare più danno a coloro che sono colpevoli di qualcosa, torturandoli psicologicamente prima di ghermirli per trascinarli nel suo regno infernale; ciò spiegherebbe perché SPOILER il corpo di Fiona, probabilmente morta di paura, sia invece ancora nella suite FINE SPOILER Hokum tiene dunque fede al titolo in quanto opera che si presta a più interpretazioni, sia da parte del pubblico che da parte dei personaggi, in base a quanto i destinatari della narrazione siano disposti o meno a farsi ingannare, o da quanto acuto sia il loro spirito di osservazione.

Il mio, lo ammetto, è un po' annebbiato a causa del caldo, ma ciò non mi ha impedito di riconoscere quelle espressioni stilistiche e quei temi ricorrenti che rendono Damian McCarthy uno degli autori horror più coerenti in circolazione, nonché uno dei più originali. C'è un sottile fil rouge che unisce tutte le sue opere, rappresentato nella sua forma più "plateale" dagli oggetti iconici che vengono passati da un film all'altro; in Oddity compariva il coniglio di Caveat, in Hokum compare il terrificante campanello da reception di Oddity. Questi oggetti non si limitano ad essere una strizzata d'occhio al fan, ma trasmettono un senso di inquietudine ed aspettativa terrorizzata, poiché fondamentalmente "sbagliati". La cosa, ovviamente, vale per ogni elemento scenografico nei film di McCarthy, e Hokum non fa eccezione. La casa del protagonista, i boschi attorno all'albergo, lo stesso hotel, prima ancora che l'azione si sposti nella suite incriminata, sono tutti luoghi all'interno dei quali i personaggi vengono posizionati in modo che si crei attorno a loro un vuoto, una distanza più o meno grande rispetto a un punto considerato sicuro, il che li rende inquietanti anche quando i protagonisti non sono soli. Se poi, a un certo punto, la solitudine arriva davvero, combinata a soprammobili che paiono godere di vita propria, ambienti scarsamente illuminati, barriere ben poco solide e tunnel che si prolungano all'infinito, c'è da morire di ansia, al punto che non sempre basta ricorrere alla tecnica delle dita davanti agli occhi, perché l'attesa è molto peggio dello jump scare. Anzi, benché Jack the Jackass, con i suoi occhi pallati, sia materiale da incubo da qui all'eternità (anche perché sapete bene quanta presa facciano su di me pupazzi, umanoidi pupazzosi ed analogic horror), mi sono quasi sentita più sicura durante la sua comparsa, rispetto ai momenti in cui sullo schermo c'era solo Adam Scott circondato da mobili e buio. Per quanto riguarda la "paura", McCarthy è dunque di nuovo riuscito a farmela fare sotto. Forse preferisco le sue due opere precedenti Hokum, in quanto più dirette e viscerali, ma è un giudizio che dovrei dare ad una seconda visione, soprattutto in v.o. visto che il doppiaggio italiano appiattisce qualunque cosa. Al momento, però, è il terzo sì di fila per McCarthy, e ciò lo rende di diritto uno dei miei autori horror preferiti!

Cast

Del regista e sceneggiatore Damian McCarthy ho già parlato QUI mentre Adam Scott, che interpreta Ohm Bauman, lo trovate QUA.

Curiosità

Austin Amelio, che interpreta il conquistador, era il Dwight di The Walking Dead. Se Hokum vi è piaciuto recuperate Caveat e Oddity. ENJOY!

martedì 18 agosto 2026

Spider-Man: Brand New Day (2026)


Ho lasciato passare il solito mese per via di tutti i problemi del multisala, ma alla fine sono riuscita ad andare a vedere Spider-Man: Brand New Day, diretto dal regista Destin Daniel Cretton.

Trama

Peter Parker, dimenticato dalla fidanzata MJ e dai suoi amici, cerca di tirare avanti mettendo tutte le energie nella "carriera" di supereroe nei panni di Spider-Man. Questo finché problemi fisici e una nuova, pericolosa minaccia, non arrivano a sconvolgere la sua routine...

Recensione

Salvo poche eccezioni, ho saltato senza farmi troppi problemi parecchi dei film Marvel degli ultimi tre anni, forte delle delusioni cocenti di robaccia come Thor: Love and ThunderBlack Panther: Wakanda Forever e Ant-Man and the Wasp: Quantumania, gli ultimi due visti, peraltro, direttamente in streaming. Pur non avendo mai letto i fumetti de L'uomo ragno, o di Spider-Man che dir si voglia, mi sono comunque affezionata a quello del MCU, e ritengo che i tre film a lui dedicati siano tra i migliori usciti dalla branca cinematografica della Casa delle Idee. Ecco perché, con tutta la calma derivante dall'impossibilità di trovare posto nel multisala causa riduzione delle sale e guasti all'impianto di condizionamento, ho deciso di vedere Spider-Man: Brand New Day in sala, senza peraltro pentirmene. Avevamo lasciato Peter Parker solo come un cane, dopo avere chiesto al Dr. Strange di cancellarlo dalla memoria di amici, nemici e parenti, per salvare il multiverso. Lo ritroviamo ugualmente solo, salvo per un paio di improbabili "colleghi", consacrato al 100% al suo ruolo di supereroe, mentre la vita di MJ e Ned è andata avanti, portando con sé amori, successi accademici, una vita normale. Il personaggio di Peter Parker/Spider-Man si evolve dunque seguendo due percorsi ben precisi, che diventano un po' il fulcro psicologico-sentimentale del film. Peter è connotato come un workaholic che annega i propri fallimenti come persona nel suo alter ego di supereroe, al quale si consacra fino a consumarsi mentalmente e fisicamente, prendendo una cantonata dietro l'altra. Ma Peter è connotato anche, nonostante i lutti e le esperienze passate, come un ragazzino rimasto ancorato all'adolescenza perduta, terrorizzato dalla mutazione più tremenda di tutte, quella in adulto capace di affrontare e mettere insieme tutte le sfaccettature della propria personalità. I due percorsi di evoluzione sono strettamente connessi l'uno all'altro, intrecciati all'incontro con almeno quattro figure chiave che fungono da esempio da seguire (vedi la Vedova Nera e il suo modus vivendi assai rilassato), da evitare, con cui confrontarsi o a cui guardare per avere un terrificante quanto probabile squarcio di futuro.

Siccome ho fatto i salti mortali per evitare antipatici spoiler legati all'introduzione di personaggi che potrebbero rivelarsi fondamentali per il futuro del MCU (inutilmente, aggiungo, tanto ci hanno pensato persino i siti specialistici a mettere foto fuori contesto ma comunque spoilerose), per correttezza verso chi non avesse ancora visto il film eviterò di ricamare troppo sulla trama, pesantemente connessa proprio ad un nuovo, importantissimo personaggio, quindi passerò agli aspetti tecnici di Spider-Man: Brand New Day. Mi tocca ripetere ciò che hanno già detto in molti, ovvero che il film di Destin Daniel Cretton è uno dei più "supereroistici" del franchise, questo perché non solo offre moltissimo spazio all'azione e all'attività di Spider-Man inserito nel quotidiano newyorchese, ma anche perché riprende tantissime delle copertine e splash page che hanno fatto la storia cartacea del personaggio. E', per fortuna vostra e purtroppo per me, anche uno dei film del franchise più "urbani", il che si traduce in Spider-Man che si catapulta dai grattacieli e penzola dalle sue dannatissime ragnatele, offrendo prospettive e soggettive da incubo, alla faccia di chi teme questo genere di altezze e di tuffi nel vuoto. Salvo un paio di effetti speciali posticci che, ormai, sono la cifra stilistica del MCU, l'interazione tra il corpo di Tom Holland e tutto il paesaggio digitale che lo circonda, oltre a tutte le rapidissime e concitate sequenze di lotta, impreziosite da fantasiosi usi della ragnatela, sono tra le cose migliori viste negli ultimi anni. Da fan dell'horror, ho apprezzato anche tantissimo la citazione all'amato Il tocco del male come rappresentazione visiva dei poteri in boccio di uno dei personaggi, a proposito del quale, il tocco di finezza dei colori di uno scrunchie ha soddisfatto la nerd che è in me. Per quanto riguarda gli attori, che gli vuoi dire a Tom Holland? Lui ormai E' Spider-Man, la sua faccina è semplicemente perfetta, in ogni momento del film, e le interazioni con MJ riconfermano lui e Zendaya come una delle coppie più belle del mondo. Voto 10 anche a Jon Bernthal, ormai perfettamente a suo agio nei panni del Punitore, benché ormai sia un personaggio schizofrenico, viste quante interpretazioni diverse gli danno i vari sceneggiatori, e bravissima anche Sadie Sink, destinata a una gloriosa e meritata carriera. So già che tutte queste belle cose verranno mandate in vacca da Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars, i quali mi faranno pentire di non ricordare il 70% di quanto avvenuto nel MCU in questi ultimi sette anni (anche per progressiva perdita di interesse, soprattutto verso le serie Disney +), quindi meglio godersi questi film deliziosi e "piccini", finché è possibile!

Cast

Del regista Destin Daniel Cretton ho già parlato QUITom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ), Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk), Jon Bernthal (Frank Castle/Punisher), Jacob Batalon (Ned Leeds), Sadie Sink, Florence Pugh (Yelena Belova/Vedova Nera), Marisa Tomei (May Parker), Naomi Watts (voce originale di E.V.) e Keith David (Narratore di Spider Video) li trovate invece ai rispettivi link.

Se vi è piaciuto...

Se volete farla semplice, la conditio sine qua non è recuperare  Spider-Man: HomecomingSpider-Man: Far From Home e Spider-Man: No Way Home. Se invece volete fare i completisti, aggiungete Captain America: Civil WarAvengers: Infinity War, Avengers: Endgame, Black WidowThunderboltsla seconda stagione di Daredevil, le due stagioni di The Punisher, le due stagioni di Daredevil: Born Again e lo speciale The Punisher: One Last Kill. ENJOY!

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