mercoledì 21 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 21: Radio Killer (2001)


Il tema della Nuovi Incubi Halloween Challenge oggi è On the Road, e per l'occasione ho scelto Radio Killer (Joy Ride), diretto nel 2001 dal regista John Dahl.

Trama

Durante un lungo viaggio in auto, Lewis e il fratello Fuller decidono di giocare uno scherzo radiofonico a un camionista, senza rendersi conto di aver pestato i piedi alla persona sbagliata...

Recensione

Radio Killer, più che un horror, è un ottimo thriller on the road, che acquista ulteriori punti perché è uno dei pochi film che non mi ha fatta addormentare sul divano, il che di questi tempi è un lusso non da poco. Scritto da J.J. Abrams, Radio Killer ha parecchi rimandi allo spielberghiano Duel, ma a differenza dell'esordio del buon Steven e di The Hitcher, è saldamente ancorato alla realtà e non ha quella qualità onirica capace di renderlo un incubo ad occhi aperti. Tutto comincia quando Lewis e Fuller (il primo ha appena acquistato un'auto usata per fare il viaggio di ritorno dal college a casa con l'amica d'infanzia Venna, di cui è innamorato da sempre, il secondo è appena uscito di prigione e il fratello ha fatto una deviazione per andarlo a recuperare) decidono, per sconfiggere la noia del viaggio, di usare un baracchino per giocare uno scherzo a un camionista. Il camionista, tale Chiodo Arrugginito, ci casca con tutte le scarpe ma non la prende benissimo e, dopo aver mandato un "danno collaterale" in coma, inizia a perseguitare i due fratelli, alzando ulteriormente la posta quando alla coppia si aggiunge un'ignara Venna. Radio Killer si può, idealmente, dividere in due parti, con un "prima e dopo Venna", come se la presenza della ragazza scatenasse qualcosa in Chiodo Arrugginito, in grado di farlo diventare più machiavellico e crudele. Quando la trama ruota attorno a Lewis e Fuller c'è la tensione di un inseguimento sulle autostrade notturne, fatto di minacce via radio, figuri poco raccomandabili e camion scatenati che sembrano usciti dritti da un fotogramma di Brivido. Quando viene aggiunta Venna, la posta si alza, e il contrappasso per lo scherzo crudele di Lewis e Fuller travalica la "mera" persecuzione, trasformandosi in un gioco perverso fatto di indizi, prove da superare e vittime innocenti che rischiano di perdere la vita nei modi peggiori. In tutto questo, la sceneggiatura prova anche ad inserire la carta del triangolo tardo-adolescenziale, ma è una cosa andata persa all'interno di svariati finali scartati, che lascia il tempo che trova. 

John Dahl è bravissimo a mantenere alta la tensione, preferendo evitare sequenze esplicite ed affidandosi maggiormente a stimoli "sonori"; in primis, c'è la voce inquietante di Ted Levine, capace di dare forma e sostanza ad un killer di cui si intravvedono giusto alcuni dettagli, o una silhouette fusa nelle ombre, ma la tensione sonora è parte integrante di molte sequenze al cardiopalma, come quella in cui Lewis e Fuller rimangono in silenzio ad ascoltare ciò che accade nella stanza accanto, oppure sul finale, quando la vita di Venna è legata a doppio filo al countdown delle stanze del motel. La potenza della figura di Chiodo Arrugginito risiede proprio nell'aura di mistero che lo circonda, nell'incertezza di ciò che quest'uomo ha fatto in passato e, di conseguenza, di quali siano i limiti della sua furia, se ce ne sono, una scelta che, in questo caso, risulta molto più efficace rispetto al mostrare immagini gore per il solo gusto di sconvolgere lo spettatore. La tensione viene anche alimentata dal fatto che Lewis e Fuller sono, sostanzialmente, due bravi cristi molto ben delineati, i quali sono incappati in uno stupido errore che non merita una vendetta così feroce, quindi lo spettatore è ulteriormente coinvolto dalle loro disavventura, e preoccupato per il loro destino. La coppia, tra l'altro, è molto bene assortita, perché le mattane dell'incontenibile Steve Zahn, che interpreta Fuller, sono equilibrate dall'occhio spento col viso di cemento da bravo ragazzo della buonanima Paul Walker; i due attori si rimpallano a vicenda i tratti tipici dell'eroe e del sopravvissuto, così risulta molto più difficile capire chi dei due ci rimetterà la pelle, se ce la rimetterà. Ed è anche difficile capire chi dei due sia il preferito della bella Venna, la quale parrebbe sempre un po' indecisa, e pronta a tirare fuori una salda cazzimma solo quando c'è da affrontare il maniaco persecutore. Per quanto mi riguarda, meglio così, la storia d'amore all'interno di Radio Killer ci sarebbe stata come i cavoli a merenda, invece in questo modo il film risulta una visione dinamica ed interessante! 

Cast

Di Steve Zahn (Fuller), Leelee Sobieski (Venna), Jay Hernandez (Marine) e Ted Levine (la voce di Chiodo Arrugginito) ho parlato ai rispettivi link.

  • John Dahl è il regista del film. Americano, ha diretto film come Il giocatore - Rounders ed episodi di serie quali Fear Itself, Breaking Bad, True Blood, Dexter, The Strain, House of Cards, Hannibal, Jessica Jones, Iron Fist e The Walking Dead. Anche sceneggiatore e produttore, ha 70 anni. 
  • Paul Walker interpreta Lewis. Americano, lo ricordo per film come Pleasantville, Fast and Furious, 2 Fast, 2 Furious, Fast & Furious - Solo parti originali, Fast & Furious 5, Fast & Furious 6, Fast & Furious 7. Anche produttore, è morto nel 2013, all'età di 40 anni. 

Curiosità

Walton Goggins compare, non accreditato, nel finale alternativo, nei panni di un poliziotto. Radio Killer ha generato due seguiti, Radio Killer 2 - Fine della corsa e Radio Killer 3 - La corsa continua, ma non li ho mai visti. Quindi, se il film vi è piaciuto, mi limito a consigliarvi Duel, The Hitcher, Jeepers Creepers e Il giorno sbagliato. ENJOY!

Street Fighter (2026)


Interrompo un attimo la Nuovi Incubi Halloween Challenge, che recupererò lunedì unendo due temi, per parlarvi di un film che aspettavo più del Natale, Street Fighter, diretto e co-sceneggiato dal regista Kitao Sakurai.

Trama

Dopo la morte del loro maestro, i lottatori Ryu e Ken hanno preso strade diverse: il primo è sparito, il secondo è diventato una macchina per soldi preso in giro per la sua mancanza di serietà. Quando lo spietato Bison, in cerca del potere psichico supremo, indice un torneo per stanare Ryu, i due si rincontrano...

Recensione

Non sono esperta di videogame, lo sapete bene, ma se c'è una cosa che amavo da bambina era buttare via soldi nei cabinati picchiaduro, e il più bello di tutti era Street Fighter, superato solo da Street Fighter II. Mi sono ovviamente fermata lì, ché le console in casa mia hanno avuto ben poco successo e, anche col Bolluomo, non riesco a sfidare il tunnel carpale che mi viene a furia di schiacciare tasti a caso solo per batterlo (mai saputo come si facessero le varie mosse, ci mancherebbe!), ma è comunque con somma gioia che ho accolto la notizia dell'uscita di un nuovo live action dedicato a Street Fighter. Un giorno dedicherò un post a quel favoloso disastro di Street Fighter - Sfida finale, ma non oggi, quindi non lo prenderò nemmeno in considerazione, se non per dire che il film di Kitao Sakurai lo cita più volte come il caposaldo weird che è. E mi pare di capire che, dopo la visione di Street Fighter, siano in molti a rimpiangere con nostalgia l'adattamento di Steven E. de Souza, disgustati dall'atmosfera ipercazzona del nuovo film. Confronto al quale, per inciso, il recente Masters of the Universe, ma persino i Thor di Taika Waititi, ci fanno la figura di Quarto potere, almeno a livello di sceneggiatura; io stessa, che pur mi sono divertita come una matta, ammetto infatti che il nuovo Street Fighter è esile come un foglio di carta velina, zeppo di battutacce che avrebbero fatto vergognare i peggiori comici di LOL, con l'ulteriore aggravante di concludersi con un finale sospeso che porta ad esclamare "ma che cazzo, dopo quasi due ore non siete stati in grado di mettere un punto alla vicenda?". Al netto di tutti i difetti che, giustamente, spingono i fan ad incazzarsi, io comunque ho approvato questa sfacciata e fluidissima (ci sono tanti di quei personaggi in odore di bisessualità che la "bro" in "bromance" perde quasi di significato, che meraviglia!!) operazione nostalgia, la cui trama è solo un pretesto per infilare un combattimento dopo l'altro, quella particolare mossa speciale, il personaggio che magari nemmeno ricordavate, il dettaglio perfetto che neppure i cosplayer più sgamati riuscirebbero a riprodurre. La battaglia di Ryu contro l'oscurità, la vendetta di Chun Li, il riscatto di Ken, il piano malvagio di Bison per rubare lo psycho power (una roba imbarazzante da sentire in italiano) e diventare sempre più potente: vi sfido a ricordarli tra un paio di settimane, lasciamo perdere se mai dovesse effettivamente uscire un secondo capitolo.

A livello di regia e realizzazione c'è da dire che, con me, Street Fighter ha vinto facile fin dall'inizio. Per un attimo, infatti, ho avuto il dubbio di avere sbagliato sala, in quanto i serissimi flashback realizzati dallo studio d'animazione Titmouse, Inc. mi hanno ricordato le atmosfere della splendida serie animata anni '90 e mi hanno fatto quasi venire voglia di avere uno spin-off a tema interamente realizzato con quello stile. Paradossalmente, la parte live action è invece molto più baracconesca e colorata, e non si sottrae neppure alle mosse più ridicole del franchise, unite comunque a parecchie sequenze di combattimento ben realizzate che sfruttano un valido montaggio e un'ottima (e ruffianissima, ma anche temporalmente sfasata, ché What's Up è uscita quando facevo le medie, mica le elementari!!) colonna sonora. E a proposito di baracconate colorate, non si può non fare un plauso a costumisti, parrucchieri e truccatori, grazie ai quali un casting attento a prendere attori quanto più somiglianti possibile alle loro controparti videoludiche, è riuscito a dare vita a personaggi amatissimi. Ciò mi porta, inevitabilmente, a parlare degli attori. Il mio cuore era esploso dalla gioia alla notizia che l'adorato David Dastmalchian avrebbe interpretato Bison; purtroppo, David avrebbe meritato ben più della caricatura feticista a cui è stato ridotto il supervillain del franchise, che non risulta minaccioso nemmeno per un istante, anzi, spesso porta ad abbassare gli occhi per l'imbarazzo. Lo stesso vale per Jason Momoa, col volto vagamente deformato dalla CGI per assomigliare a Blanka, eppure ancora troppo umano e caruccetto per assomigliare al mostro elettrico strappateste, per non parlare di quel paio di battute da avanspettacolo che gli vengono messe in bocca. Molto meglio gli attori "sconosciuti", in primis Andrew Koji , Noah Centineo e Callina Liang, perfetti nei panni di Ryu, Ken e Chung-Li, ma aspetto il secondo capitolo nella speranza che arrivino a brillare anche i Dalshim e Guile di Vidyut Jammwal e Cody Rhodes, i quali mi hanno dato già enormi soddisfazioni, per il tempo che sono durati. Se dicessi, quindi, che non mi sarei aspettata qualcosa di più da questo attesissimo Street Fighter sarei una bugiarda, ma confido che, avendone l'occasione, Sakurai e company aggiusteranno il tiro in futuro e, nel frattempo, mi accontento di avere passato un paio d'ore di ignorantissimo divertimento. 

Cast

Di David Dastmalchian (M. Bison), Jason Momoa (Blanka) e Ma Dong-seok (Gouken) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Kitao Sakurai è il regista e co-sceneggiatore del film. Nippo-americano, ha diretto film come Aardvark, Bad Trip ed episodi di serie come Beef: Lo scontro. Anche produttore, direttore della fotografia e attore, ha 44 anni. 

Curiosità

Callina Liang, che interpreta Chun-Li, era la protagonista del film Presence. Joe Anoa'i e Cody Rhodes, alias Akuma e Guile, sono due wrestler parecchio famosi, Eric André, che interpreta Don Sauvage, è un comico altrettanto famoso e 50 Cents, beh, quando è apparso nei panni di Balrog ho esclamato "ma dai, sto scappato di casa sembra 50 Cents!", quindi non aggiungo altro. I Fratelli Philippou erano stati scelti come registi, ma erano già impegnati con Bring Her Back e hanno, fortunatamente, rinunciato. Se Street Fighter vi è piaciuto recuperate Street Fighter - Sfida finale, Street Fighter - La leggenda (che non ho mai visto e non penso vedrò mai), Mortal Kombat e Mortal Kombat II. ENJOY!

martedì 20 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 20: Office Killer (1997)


Il tema della Nuovi Incubi Halloween Challenge di oggi è Lavorare è un horror. Con questa saggia massima in mente ho guardato Office Killer, diretto e co-sceneggiato nel 1997 dalla regista Cindy Sherman.

Trama

Dorine lavora nella redazione di un giornale in crisi, dove molti dipendenti, lei compresa, si sono visti dimezzare l'orario da un giorno all'altro. Quando un suo collega muore all'improvviso, proprio nella sua postazione di lavoro, Dorine decide di portarsi il cadavere a casa...

Recensione

Office Killer era un altro di quei film che avevo nella mia ormai infinita watchlist su Letterboxd, senza neppure sapere come ci fosse finito. Se dovessi definire Office Killer, parafraserei la storica citazione di Balto: "non è un horror, non è una commedia. Sa soltanto quello che non è". Questo perché il film della Sherman non prende mai una posizione netta sulla sua doppia natura e il risultato è un'opera senza particolare nerbo, poco divertente e con parecchie inibizioni per quanto riguarda la parte horror. Di sicuro è un film che mette tantissima carne al fuoco, tuttavia la affronta con superficialità. La trama, infatti, tocca temi come la riduzione dei posti di lavoro in favore di una tecnologia che, all'epoca, si stava cominciando ad affacciare, timidamente ma inesorabilmente, nelle nostre vite quotidiane; la conseguente alienazione legata al lavoro da remoto; i rapporti meno che idilliaci all'interno dei posti di lavoro, con arrivismo e servilismo messi sempre prima dell'oggettiva competenza del singolo; i problemi mentali legati a traumi infantili di natura sessuale, e il conseguente senso di colpa unito al desiderio, comunque, di "appartenere" a un luogo, a un gruppo di persone. Tutto ciò passa per la figura di Dorine, topolino spaventato che fa parte della redazione da decenni, eppure ancora è come se non esistesse. Timida ed impacciata, Dorine vive con la madre paralitica, con la quale condivide un rapporto di amore e odio, e viene generalmente disprezzata dai colleghi. Qualcosa, nella sua mente, scatta quando, costretta a lavorare fino a tardi con un laido redattore, senza volerlo ne causa la morte facendogli prendere la scossa. Dorine chiama la polizia, ma mette subito giù il telefono e si porta a casa il cadavere del collega, sistemandolo nel seminterrato. Da lì, la donna comincia a mettere in piedi l'ufficio"ideale", facendo fuori sempre più colleghi (e non solo!) e affinando le proprie conoscenze per quanto riguarda le nuove tecnologie, usandole al meglio per coprire i propri misfatti. Il film è tutto qui, e procede per accumulo di morti, tra persone che continuano a vedere Dorine come una povera fessacchiotta limitata, e la collega Kim che, invece, comincia a nutrire pesantissimi sospetti; la critica social-lavorativa è chiara, e i personaggi rappresentati sono riconoscibilissimi e tutti mediamente sgradevoli, Dorine in primis, nulla che non sia stato raccontato meglio prima o dopo Office Killer.

C'è da dire che, leggendo dichiarazioni e interviste, è venuto fuori che Cindy Sherman, al suo primo lungometraggio di "fiction" come regista, non avesse assolutamente idea di come procedere, e lasciasse moltissima libertà agli attori. L'approccio, ahimé, si vede; da una parte, ciò consente ai membri del cast, soprattutto quello femminile, di brillare, mentre altri sembrano un po' spersi, e pare che non sappiano di preciso quale direzione avrebbe preso il film, di conseguenza come impostare la propria interpretazione. Carol Kane nei panni di Dorine regge da sola tutta la baracca, mettendo anima e corpo in un personaggio che non è difficile immaginare all'interno di qualsiasi realtà lavorativa (l'approccio è simile a quello iniziale di Rachel McAdams in Send Help), socially awkward al punto che, anche ricorrendo a tutta l'empatia disponibile, verrebbe voglia di scrollarlo per svegliarlo un po'; l'attrice, però, fin dall'inizio si assicura anche di mostrare la doppiezza di Dorine, il suo essere anaffettiva a causa di un trauma subito durante l'infanzia, persino la caparbietà con cui la donna intende raggiungere il proprio obiettivo, per quanto allucinante e perverso. Molly Ringwald e Jeanne Tripplehorn le fanno da ottime spalle, ognuna esprimendo al meglio i lati negativi dell'arrivismo lavorativo, che non guarda in faccia neppure amici o fidanzati, e Barbara Sukowa nei panni della capa Virginia è semplicemente un mostro. Gusto puramente personale, ovviamente, ma credo che Office Killer sarebbe potuto diventare un capolavoro di humour nero, un po' come La signora ammazzatutti, per intenderci, se solo la Sherman non avesse avuto timore di spingere sul pedale dell'horror, perché, per esempio, la sequenza in cui Norah si risveglia nello scantinato di Dorine ha tutte le caratteristiche di un incubo disgustoso, ed è una delle migliori del film, assieme alla morte del primo collega. Purtroppo, così non è stato, e Office Killer, per quanto sicuramente "strano" e particolare, rimane un prodotto deboluccio, non particolarmente memorabile.

Cast

Di Carol Kane (Dorine Douglas), Molly Ringwald (Kim Poole), Jeanne Tripplehorn (Norah Reed), Michael Imperioli (Daniel Birch) ed Eric Bogosian (non accreditato, interpreta Peter Douglas) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Cindy Sherman è la regista e co-sceneggiatrice del film, al suo primo e unico lungometraggio. Anche attrice, ha 72 anni. 

Se vi è piaciuto...

Se Office Killer vi è piaciuto recuperate May ed Excision. ENJOY!

lunedì 19 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 19: L'implacabile (1987)


Dopo la visione di The Running Man, avevo scritto anche un post su L'implacabile (The Running Man), diretto nel 1987 da Paul Michael Glaser, molto liberamente tratto dal romanzo L'uomo in fuga di Richard Bachman. Non ho mai avuto occasione di pubblicarlo, quindi ve lo ciucciate oggi, visto che torna buono per il tema odierno della Nuovi Incubi Halloween Challenge, "Giochi mortali".

TRAMA

L'ex poliziotto Ben Richards fugge dal carcere in cui è stato ingiustamente rinchiuso solo per venire ricatturato e condannato a partecipare a Running Man, un gioco televisivo in cui il vero premio è riuscire a sopravvivere...

Mentre sto scrivendo queste righe, sono passate settimane dalla visione de L'implacabile e giuro su tutto ciò che ho di più caro, non ricordo quasi nulla. L'unica cosa di cui sono certa è che da bambina/ragazzina non mi era mai capitato di guardarlo, nonostante Schwarzenegger fosse praticamente un'istituzione a casa mia (ma meno di Stallone), quindi non sono cresciuta, come alcuni, nel mito del film. E onestamente, visto per la prima volta a 44 anni, a me è parso una baracconata della peggior specie, in più è riuscito ad annoiarmi mortalmente. Per chi non si fosse mai imbattuto ne L'implacabile, sappiate che del romanzo L'uomo in fuga riprende soltanto il nome del protagonista e l'idea di farlo partecipare a un gioco televisivo mortale. Il resto è pura fantasia dello sceneggiatore Steven E. de Souza, che ha riscritto la prima bozza dello script, più fedele al romanzo, modellandola sulle possenti spalle di Arnold Schwarzenegger. Di conseguenza, Richards è diventato un ex poliziotto, il testosteronico leader di una rivolta carceraria e, infine, il pozzo di frasi culto pronunciate tra un cazzotto e l'altro, fortemente voluto da un presentatore a caccia di talenti da inserire nei suoi mortali giochi a premi. Al posto di un'intera America, inoltre, il campo da gioco di Schwarzy è rappresentato da quattro quadranti in cui i partecipanti devono sfuggire alla versione macho delle guerriere Sailor, armati di ghiaccio, elettricità e fuoco, e della versione da discount di Leatherface, armato di motosega (mentre mi sono addormentata e non capito cosa facesse di preciso la versione wrestler di Ron Jeremy nei panni di Captain Freedom). La critica sociale presente del romanzo la si ritrova, all'acqua di rose, anche nel film, ma se cercate il pessimismo cosmico Bachmaniano, a parte un paio di morti eccellenti "dovute" per cementare la coscienza di classe del protagonista, cascate male: Schwarzy non è tipo da buttarsi giù, anzi, per non lasciare nemmeno un minimo dubbio, gli hanno pure affiancato un love interest peperino al punto giusto.

Preso per il trionfo del camp che è, L'implacabile potrebbe anche funzionare. Schwarzenegger ci crede e gigioneggia come solo lui sa fare, e i comprimari che gli hanno affiancato hanno fatto comunque la storia di un certo cinema di genere, Yaphet Kotto in primis. Anche Maria Conchita Alonso, pur ingabbiata in un personaggio abbastanza prevedibile e "limitato" nel suo essere prima di tutto un corpo, man mano che il film prosegue tira fuori una personalità discreta, a patto di sorvolare sul terrificante accento col quale pronuncia le parole in v.o. L'altro che si è palesemente divertito molto, assieme ai vari(opinti) Cacciatori, è Richard Dawson, che trasforma il pacato Killian del romanzo in un affabulatore nato, un bastardo dall'ironia nerissima che è forse una delle cose più indimenticabili del film. Purtroppo, il vero problema de L'implacabile è la regia di Paul Michael Glaser, sicuramente funzionale e priva di sbavature, ma anche meno emozionante di una partita a bocce tra ultraottantenni. C'è da dire che l'ex Starsky è entrato a giochi fatti come il rimpiazzo di almeno quattro registi che hanno rifiutato il progetto, come vi racconterò a fine post, e a quel punto forse serviva giusto un mestierante che non ci mettesse troppo del suo, e rispettasse i tempi di produzione, quindi non gliene si può nemmeno fare una colpa. D'altronde, non è solo la regia ad essere invecchiata male, ci sono anche gli effetti speciali e le scenografie, di sicuro divertenti all'epoca ma pacchianissime al giorno d'oggi, vittime di un'estetica sciatta che non apprezzavo granché all'epoca, figuriamoci oggi. So che L'implacabile è un film cult per molti e mi spiace parlarne in modo così antipatico, ma probabilmente c'era un motivo se non lo avevo mai guardato prima e posso dire che avrei continuato a vivere serena anche mantenendo l'ignoranza!

CAST

Di Arnold Schwarzenegger (Ben Richards), Maria Conchita Alonso (Amber Mendez) e Yaphet Kotto (Laughlin) e Lin Shaye (agente della propaganda) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Paul Michael Glaser è il regista della pellicola, ma i più lo conoscono come il detective Starsky della serie Starsky e Hutch. Americano, ha diretto altri film come Kazaam - Il gigante rap ed episodi di serie quali Starsky e Hutch e Miami Vice. Anche produttore e sceneggiatore, ha 82 anni. 
  • Jesse Ventura (vero nome James George Janos) interpreta Captain Freedom. Americano, ex wrestler e persino ex governatore del Minnesota, ha partecipato a film come Predator, Una pallottola spuntata, Riposseduta, Demolition Man, Batman & Robin e a serie quali Super Vicky, Hunter, Renegade e X-Files. Anche produttore, ha 74 anni.

CURIOSITÀ

Le guest star presenti all'interno del film sono parecchie. Si comincia con "l'eroe di Hogan" Richard Dawson, che interpreta Damon Killian, per passare al Mr. Blue Edward Bunker, che interpreta Lenny, Mick Fleetwood dei Fleetwood Mac, nei panni di Mic, il figlio di Frank Zappa e veri wrestler come il già citato Jesse Ventura o il Professor Toru Tanaka (Subzero), per arrivare a Jim Brown, famoso giocatore di football americano, qui nei panni di Fireball. Sven-Ole Thorsen, che interpreta Sven, era invece lo stuntman di Schwarzenegger in Predator. Il ruolo di Killian era stato offerto a Burt Reynolds, ma l'attore ha rifiutato dopo avere saputo che il suo nome sarebbe stato messo come ultimo nel cast, mentre lui voleva venire subito dopo Arnold Schwarzenegger. La situazione "registi" è stata invece ancora peggiore. Prima di Paul Michael Glaser, il produttore Rob Cohen si era rivolto ad altri quattro registi, il primo dei quali era George P. Cosmatos. Cosmatos, tuttavia, avrebbe voluto ambientare il film in un centro commerciale, quindi Cohen si è rivolto a Carl Schenkel, che è scappato intimorito all'idea di dover affrontare una produzione così grande, a Ferdinand Fairfax, il quale aveva un approccio troppo grottesco al tema, e a Andrew Davis, che dopo otto giorni di riprese aveva già sforato il budget di 8 milioni ed era in ritardo di quattro giorni. Ciò detto, se L'implacabile vi fosse piaciuto, recuperate Atto di forza e, ovviamente, The Running Man. ENJOY!

venerdì 16 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge day 16: L'estranea (2026)


Per la Nuovi Incubi Halloween Challenge di oggi, Casa dolce casa, mi gioco l'horror familiar-casalingo L'estranea, diretto e co-sceneggiato da Paolo Strippoli. Niente spoiler, ovviamente. (Oggi avrei dovuto anche guardare un film per la Horror Challenge settimanale, ma siccome il tema era "TV Movie", baro un po' e vi rimando al Carrie del 2002, in quanto ho scoperto oggi che i film si possono anche non guardare in ordine!). 

Trama

Un incidente rischia di distruggere la perfetta armonia familiare di Anna. Nel massimo momento di disperazione, la donna viene avvicinata da un'estranea, che le propone un patto...

Recensione

Ho promesso di non fare spoiler e ho intenzione di mantenere la parola, ma non sarà facile, così, parlare de L'estranea. Al suo quarto lungometraggio, Strippoli si riconferma un regista originale, una voce freschissima del panorama cinematografico italiano, in grado di rielaborare suggestioni internazionali, immergerle in un contesto nostrano assolutamente riconoscibile, e realizzare opere coinvolgenti ed ipnotiche. L'estranea mi ha ricordato tantissimo, per stile e temi, i film che Lanthimos ha realizzato da inizio carriera a Il sacrificio del cervo sacro, ma Strippoli ha qualcosa che manca al cineasta greco, ovvero un minimo di empatia verso i suoi personaggi, che non sono solo archetipi di una tragedia umana. Nel caso de L'estranea, i protagonisti sono i membri di una famiglia altoborghese del sud (degli arricchiti, detto proprio volgarmente, che si credono, a torto, però meno cafoni di altri), i cui genitori sono vittime delle più tipiche brame italiane: il padre vorrebbe il figlio nella nazionale di calcio, la madre vorrebbe che la figlia diventasse un'attrice famosa, anche perché i ragazzini avrebbero tutte le carte in regola per farcela. Nel corso di un'unica, opulenta giornata di festa, tutto va a catafascio a causa di un incidente e Anna, la madre, viene avvicinata dall'estranea del titolo, che le offre di rimetterle la vita in carreggiata, ma ad una condizione. Da qui in poi non posso essere più esplicita o la visione del film perderebbe di valore. Dico solo che L'estranea è un'angosciante spirale di caos, messa in moto da un singolo evento, che si espande sempre più, nel tempo e nello spazio, trascinando con sé Anna e la sua intera famiglia. L'occhio del ciclone è proprio Anna, mossa da un amore filiale che cela un egoismo strisciante e la rende comunque cieca a ciò che è davvero importante per i suoi ragazzi, misurati in base ad uno stretto metro di giudizio che non ammette sorprese, né deviazioni. Sono i medesimi sentimenti che muovono suo marito Walter, però lui è connotato molto peggio, un maschio "alfa" che perde il controllo al minimo intoppo, ed è per questo che le attenzioni dell'estranea si rivolgono ad Anna. Nelle contraddizioni e nella caparbia durezza della donna, l'estranea trova terreno fertile e una fonte di potere,
la certezza che, per quanto venga alzata la posta, quell'egoismo mascherato da amore, pronto a cambiare pelle come un serpente, non avrà mai una fine, né un limite. 

L'empatia del regista, nominata a inizio post, risiede nella sua capacità di tratteggiare personaggi spesso odiosi, senza mancare di evidenziare quelle fragilità umane che impediscono di giudicarli in maniera tranchant, e senza "disinteressarsi" di loro, trasformandoli in granitiche figurine. In questo senso, per me L'estranea è stato un po' un'ordalia, perché mi sono presa a cuore un personaggio in particolare, pur non essendo mai stata vittima dei suoi stessi problemi, forse perché la persona in questione non segue i soliti cliché che l'avrebbero voluta antipatica, supponente e persino un po' crudele. Vedere il suo destino deciso nel giro di una notte, sacrificato a un bene più grande, è una cosa che mi ha fatto salire un groppo in gola, rimasto lì fino alla fine del film, enfatizzato da un finale tristissimo che dovrebbe suonare come una liberazione, ma che io ho vissuto come una sconfitta. E pensare che l'estranea, come personaggio, non è solo inquietante, ma è dotata di un profondo senso dello humour nero che "alleggerisce" ogni interazione con Anna, quindi il film non avrebbe dovuto risultarmi così deprimente. Mi viene da pensare, allora, di essere finita vittima di un effetto nostalgia. La canzone Liquido, utilizzata per uno dei momenti più scioccanti del film e ripresa durante i titoli di coda, è uno dei pilastri della mia vita al liceo, e sentirla utilizzata in quel contesto mi ha richiamato l'idea di occasioni sprecate, decisioni sbagliate a cui ormai non si può più porre rimedio. Lo stesso vale per la sequenza ambientata nel 2006, la sera in cui l'Italia aveva battuto la Francia ai mondiali. E' un evento che avevo vissuto in Australia, lontana dalla famiglia e dagli affetti, e che quindi mi aveva resa inusualmente patriottica; L'estranea sfrutta quella fatidica sera per veicolare tante di quelle sensazioni potenti (la speranza vana di ricucire un rapporto genitore-figlio, il coraggio di rivelarsi al mondo per ciò che si è, il gesto disperato di chi sa di non avere più una via d'uscita, l'attesa prima e la consapevolezza poi di aver compiuto un gesto irreparabile, la stupida gioia di una vittoria che, per una sera, ha dato l'illusione all'Italia e agli italiani di avere risolto tutti i loro problemi) che l'esperienza ha avuto lo stesso effetto di una commovente madeleine proustiana.

A livello tecnico, L'estranea è un film stupendo. Il mio unico problema, con i film di Strippoli, è l'audio in presa diretta che, unito alla dizione non sempre perfettissima degli attori, a volte mi fa perdere interi pezzi di dialogo, spesso soverchiati da una colonna sonora anche troppo invasiva. Ma, davvero, è l'unico difetto che ho riscontrato, a fronte di una regia e di una fotografia splendide, che un minuto prima travolgono lo spettatore con riprese corali di luminosa gioia, quasi artefatta e surreale (la festa iniziale è il trionfo del bianco abbacinante tirato fuori di peso da una pubblicità, e la ripresa dall'alto in cui la gente corre verso le urla strazianti di Alice la rende, col senno di poi, più simile a un incubo che a un sogno), e un minuto dopo comprimono i personaggi all'interno di luoghi cupi, zeppi di dettagli sfocati, ripresi da angolazioni sghembe e resi per questo ancora più claustrofobici. Gli attori, poi, li ho trovati molto bravi, al netto della mia solita "repulsione" verso le parlate troppo strascicate e gli accenti marcati. Romana Maggiora Vergano, a mio avviso, è la giovane attrice italiana più brava in circolazione, e Jasmine Trinca trasmette allo spettatore tutte le contraddizioni del personaggio di Anna, quell'apparenza di calma, materna dignità che nasconde l'orrore di chi ha perso talmente tanti pezzi della sua anima da non essere più nemmeno umano. Ammetto di non conoscere la filmografia di Valeria Bruni Tedeschi, tanto le opere in cui compare l'attrice sono distanti dai miei gusti cinematografici, ma mi azzardo a scommettere che Strippoli le abbia offerto il ruolo della vita, o almeno quello in cui è potuta uscire dalla comfort zone e mettersi alla prova con un personaggio borderline, sempre un po' sul filo del grottesco, e capace di imprimersi a fuoco nella mente dello spettatore. Mi rendo conto di avere scritto un post un po' confuso ed emotivo, quindi concluderò dicendo solo che, al momento, L'estranea è per me uno dei film più belli visti quest'anno, se non il più bello. Se entrerà nella cinquina delle opere candidate all'Oscar per miglior film straniero, tanto meglio, perché avrà molta più visibilità e le case di produzione italiane forse ricominceranno a puntare sull'horror. Se non sarà così, spero ugualmente che Strippoli continuerà su questa strada, perché il nostro Cinema ha bisogno di autori come lui per sopravvivere.  

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Paolo Strippoli ho già parlato QUI. Jasmine Trinca (Anna) e Adriano Giannini (Walter) li trovate invece ai rispettivi link.

  • Valeria Bruni Tedeschi interpreta l'estranea. Nata a Torino, ha partecipato a film come La balia, Munich, Un'ottima annata - A Good Year, Baciami ancora, Il capitale umano, La pazza gioia e Duse. Anche sceneggiatrice e regista, ha 62 anni e un film in uscita. 

Se vi è piaciuto...

Se L'estranea vi è piaciuto, recuperate Il sacrificio del cervo sacro. ENJOY!

giovedì 15 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 15: Deliria (1987)


Il tema del 15simo giorno di Nuovi Incubi Halloween Challenge era Giallo, così ho scelto di riguardare, dopo tantissimi anni, Deliria, diretto nel 1987 dal regista Michele Soavi.

Trama

Durante le prove di un musical, un killer mascherato comincia ad uccidere assistenti, attori e ballerini, impossibilitati ad uscire dallo studio...

Recensione

Di Deliria avevo ricordi vaghissimi, salvo per la mise particolare del killer, una testa di barbagianni poi ripresa in molti altri film di genere, anche solo come omaggio. Riguardandolo, mi è tornato in mente che, forse, la prima volta non lo avevo apprezzato granché, mentre stavolta mi ha catturata fin dalle prime scene, pur non essendo un film esente da difetti. Deliria spicca per la sua particolarità fin dalla trama, che mescola realtà e finzione partendo dalla messa in scena di un musical a tema horror, all'interno del quale un killer dalla maschera da barbagianni uccide le prostitute del quartiere a luci rosse. Quando una delle ballerine, per colpa di una storta, viene convinta da una delle costumiste ad andare a farsi curare in un ospedale psichiatrico in quanto "più vicino" rispetto ad altre strutture più consone, un pericoloso maniaco evade dalla cella e si rifugia proprio nella loro macchina, cominciando a mietere vittime all'interno del teatro di posa, sostituendosi al killer del musical. La trama, come vedete, è molto semplice, e più che un giallo Deliria sembra uno slasher, anche perché l'identità dell'assassino si conosce fin dall'inizio. Inoltre, la sceneggiatura del film strizza l'occhio agli horror americani dove il killer ha caratteristiche quasi sovrannaturali; non solo muore con grande difficoltà, ma riesce anche ad eludere trappole all'apparenza infallibili, tornando alla carica ancora più incattivito ed assetato di sangue. Un altro fil rouge di Deliria è la perdita di dignità di un lavoro artistico come quello della ballerina o dell'attore/attrice, ridotto qui a un mero mezzo di sopravvivenza per persone che non hanno più il becco di un quattrino, trattate a pesci in faccia da registi senza scrupoli che fanno il paio con produttori discutibili. Paradossalmente, è proprio l'assassino che, ritrovatosi all'improvviso in una sorta di "Paese delle Meraviglie" che gli consente anche di assumere l'identità di un misterioso serial killer mezzo umano e mezzo bestia, riscopre il fascino della musica e della teatralità, divertendosi come le sue vittime non riescono più a fare da tempo.

Al suo primo film come regista, Soavi fa sua la lezione appresa sui set di Dario Argento, con il quale ha lavorato come regista di seconda unità, ed unisce l'amore per i colori sgargianti come il rosso e il blu elettrico, oltre ad un gusto per morti ad effetto che sembrano quasi delle opere d'arte, a suggestioni più legate allo slasher americano. Il risultato è un ibrido affascinante, soprattutto quando la finzione dell'opera teatrale si confonde con la terrificante realtà vissuta dai protagonisti; lo spettatore, a un certo punto, sa che sotto la maschera da barbagianni non si nasconde un attore, bensì il killer, il che crea sequenze scioccanti come quella della morte sul palco per strangolamento prima e fendenti all'arma bianca poi. Anche quando gli omicidi si fanno più gore, per esempio quando uno dei protagonisti si ritrova diviso in due con profluvio di interiora sparse sul pavimento, c'è sempre un gusto coreografico per la composizione della scena, e un che di artistico legato alle luci, ai colori e alle ombre , che lasciano allo stesso tempo orripilati ed affascinati. Anche la colonna sonora utilizzata, che si compone di melodie diegetiche e non, concorre a creare un effetto straniante, aumentando non solo la tensione, ma anche la sensazione che i protagonisti, chiusi all'interno di un teatro di posa, siano finiti in una dimensione infernale separata dalla nostra, popolata da incubi e mostri sanguinari (impressione rafforzata da quel pre-finale onirico, fatto di corpi ricomposti e piume che cadono dall'alto come neve). Gli intermezzi quasi comici dedicati ai due poliziotti che, ignari di tutto ciò che accade nel teatro, rimangono di "guardia" nell'auto di pattuglia a parlare del più e del meno, rinfocolano ulteriormente questa sensazione e fanno di Deliria una bestia assai strana, figlia di un regista sfortunato che, nato in un'epoca diversa, sarebbe probabilmente diventato uno dei nomi di spicco dell'horror italiano, invece di perdersi in ignominiose schifezzuole come QUESTA.

Cast

Del regista Michele Soavi, che compare, non accreditato, come un giovane poliziotto, ho già parlato QUI. David Brandon (Peter), Barbara Cupisti (Alice), Giovanni Lombardo Radice (Brett) e George Eastman (co-sceneggiatore del film, compare quando Irving Wallace indossa la maschera) li trovate invece ai rispettivi link.


mercoledì 14 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 14: Colony (2026)


Il tema odierno della Nuovi Incubi Halloween Challenge, "Best Make Up", mi fornisce l'occasione per parlare di Colony (군체 - Gun-che), diretto dal regista Yeon Sang-ho.

Trama

Uno scienziato avvisa la polizia che, di lì a poco, rilascerà un potentissimo virus, di cui lui solo detiene l'antidoto, all'interno di un edificio. Costretti ad affrontare persone improvvisamente impazzite ed altamente contagiose, i pochi rimasti sani cercano di mettersi in salvo...

Recensione

Colony è l'ennesima variante di un genere, lo zombie movie, che puntualmente mi stupisce ogni volta che penso non abbia più nulla da dire. Uno degli esempi più eclatanti, guarda caso, era Train to Busan, sempre diretto da Yeon Sang-ho, che mi aveva atterrita e ridotta in lacrime copiose. Colony non raggiunge i livelli di Train to Busan, ma è un action horror spettacolare, spalmato in due ore che sembrano trenta minuti; la trama si concentra sull'esplosione di un'epidemia all'interno di un enorme e centralissimo edificio, per mano di uno scienziato il cui scopo è dimostrare di poter superare quello che per lui è il fulcro di tutti i problemi dell'umanità, ovvero l'incomunicabilità. Gli zombie (i quali, tecnicamente, non sono tali, poiché malati sì, ma ancora vivi) di Colony, come da titolo, si comportano come le formiche all'interno di una colonia, passandosi informazioni di vitale importanza non tanto per la loro sopravvivenza, quanto per il perpetuarsi della loro "specie", trovando la forza nel numero. La cosa interessante del film è vedere messo in pratica questo passaggio di informazioni e la conseguente, progressiva evoluzione degli infetti, di fronte ai quali gli esseri umani ci fanno una ben magra figura, per un paio di motivi. Certo, lo scienziato responsabile dell'epidemia è uno stronzo patentato e vanesio, le cui motivazioni sono quantomeno risibili, ma rimanendo in tema di "comunicazione" e "condivisione", che sono gli elementi portanti del film, la sceneggiatura fa un ritratto delle istituzioni, e di come vengono manipolate le informazioni, più inquietante degli stessi infetti. Chi mostra un minimo di empatia oppure ragiona veramente per il bene comune, invece di riempirsi la bocca di belle parole con l'unico obiettivo di risultare immacolato davanti all'opinione pubblica, viene trattato come un paria quando va bene o sacrificato quando va male; Colony racconta un'umanità appesa a un filo e chiusa in un pericoloso individualismo, tanto che i vaneggiamenti dello scienziato responsabile del contagio, riflettendoci con attenzione, non sembrano poi così campati in aria.

Al di là di queste importanti considerazioni morali, che arricchiscono ulteriormente il film, Colony si distingue sia per  il make up e la fisicità degli infetti (caratterizzata da contorsioni da brividi e movimenti a scatti alternati ad una velocità micidiale) sia, soprattutto, per un'enorme varietà di dinamiche soluzioni visive che vanno sensibilmente oltre quelle classiche di un film di zombie, per non parlare della disgustosa abbondanza di muco biancastro che trasforma lentamente il gigantesco edificio in un ricettacolo di schifezze insalubri. Il modo in cui gli infetti comunicano tra loro crea dei momenti di "stasi" in cui la tensione si taglia col coltello, e quando attaccano non ce n'è per nessuno, tra perfette coreografie di morte, un montaggio dinamico che consente comunque allo spettatore di non perdere neppure un dettaglio dell'azione, e una regia che lascia spazio anche a momenti riflessivi e persino commoventi, durante i quali la già flebile speranza viene annientata senza possibilità di recupero. Un'altra cosa che ho molto apprezzato di Colony è l'evoluzione dei personaggi e la loro imprevedibilità, caratteristiche attribuibili sia ai due poli della vicenda, l'imperscrutabile Seo Young-chul e la razionale Kwon Se-jeong, sia ai componenti della sparuta banda di sopravvissuti, ad ognuno dei quali è data la possibilità di "brillare" e, spesso, di spiazzare lo spettatore, il quale arriva presto a capire che è meglio non affezionarsi a nessuno. A fronte dell'evidente sforzo produttivo di Colony, non è poi così sbagliato considerarlo un blockbuster (ma esistono ancora?) horror capace di fare impallidire buona parte delle produzioni commerciali occidentali, ed è veramente un peccato non avere l'occasione di goderselo in una sala, su uno schermo quanto più grande possibile. Colony verrà proiettato mercoledì prossimo al ToHorror; speriamo che questo evento dia il la ad una ben più ampia distribuzione in tutta Italia, magari senza aspettare 10 anni com'è successo a Train to Busan!

Cast

Del regista Yeon Sang-ho ho già parlato QUI.

Se vi è piaciuto...

Se Colony vi è piaciuto, recuperate 28 giorni dopo con tutti i suoi seguiti e Train to Busan. ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo