domenica 15 luglio 2018

La prima notte del giudizio (2018)

Martedì sera sono andata a vedere La prima notte del giudizio (The First Purge), diretto dal regista Gerard McMurray, ultimo capitolo della saga cominciata nel 2013 da James DeMonaco, qui solo sceneggiatore.


Trama: Il governo americano dei Nuovi Padri Fondatori tenta un esperimento a Staten Island: per un'intera notte la popolazione viene lasciata libera di indulgere in qualsiasi tipo di crimine, omicidio compreso, senza ripercussioni. Mentre alcune persone traggono vantaggio da questa libertà, altre cercano disperatamente di sopravvivere...



Prima di scrivere questo post ho riletto tutti quelli che ho pubblicato nel corso degli anni relativamente alla saga de La notte del giudizio in quanto, purtroppo, non ho avuto il tempo di recuperare tre film in tempo utile per arrivare al cinema preparata. Affidandomi a quanto io stessa ho scritto, posso affermare che quella de La notte del giudizio è una delle saghe più coerenti ed ambiziose del cinema di genere moderno, partita in sordina con un home invasion ben fatto ma quasi “banale” ed arrivata a toccare temi importanti e soprattutto attuali, specchio della realtà dell’America odierna e in generale del mondo. La prima notte del giudizio si concentra sull’origine dello “sfogo” e parte dall’elezione di un esponente dei Nuovi Padri Fondatori come presidente; quest’ultimo, dotato di un’intelligenza salvino-trumpiana, si ritrova per le mani un paese allo sbando, senza soldi per tornare a far funzionare l’economia e con tassi di povertà e disoccupazione alle stelle (d’altronde, HA stato il Pid… ehm, Obama o qualunque altro presidente democratico per lui), quindi lui e il suo staff non hanno altro modo per risolvere il problema se non quello più drastico, ovvero eliminare alla radice tutto ciò che “offende” l’opinione pubblica e l’americano medio-ricco. Se rammentate, già a partire da La notte del giudizio – Anarchia si era venuta a creare la contrapposizione tra i ricchi che possono permettersi di rimanere in casa durante la notte dello sfogo, protetti da costosissimi sistemi di sicurezza, e i poveri che sono costretti a barricarsi in casa incrociando le dita, mentre mercenari e soldati pagati dal governo serpeggiano tra la gente comune per eliminare più indesiderati possibile (e se ci scappa qualche casualty abbiente, pace!). Qui, questo aspetto della trama si fa ancora più marcato: la notte dello sfogo viene presentata al pubblico come test comportamentale con possibilità di influenzare in meglio il tessuto sociale, abbassando i crimini e la violenza, ma in realtà il gabinetto del presidente fa leva fin dall’inizio sul bisogno di denaro dei cittadini di Staten Island, ridotti ormai alla fame e preda dei vari boss della droga presenti sul territorio, incentivandoli a partecipare attivamente allo sfogo proprio per legittimarlo.


I giochi di potere ai piani alti mostrati nel film, con conseguente discorso allucinante di un membro dei Nuovi Padri Fondatori, sono agghiaccianti per la loro inquietante plausibilità, nonché specchio nemmeno tanto distorto della mentalità facilona degli estremismi che stanno prendendo sempre più piede in tutto il mondo, con governicchi messi in piedi da bonobi urlanti perennemente incazzati e legittimati da un popolo terrorizzato che non si sofferma a considerare le implicazioni di gesti drastici o violenti ma pensa solo al proprio orticello, facendosi imbambolare da promesse vuote e pubblicità realizzate ad hoc.  Allo stesso modo, la “maschera” indossata dai partecipanti allo sfogo, così come la stupidità di chi lo prende come occasione per organizzare party, sono altrettante stilettate verso i leoni da tastiera che si nascondono dietro l’anonimato di un nickname per sputare le peggio cose in faccia alla gente e verso chi, semplicemente, non capisce una beneamata minchia e si rifugia nella sua beata e superficiale ignoranza. E’ un peccato che tutti questi spunti di satira velenosa, benché magari un po’ troppo “esplicita”, quasi volesse venire in contro alle limitate capacità mentali del pubblico, si annacquino nella sagra del cliché nigga a base di pesantissima musica rap/hip-hop, tamarreide, droga e “Yo, negro!”. Seguire le vicissitudini di Dimitri detto D, boss della droga locale che da gangsta pronto a difendere solo il suo territorio diventa un mix tra Commando e Bruce Willis capace di sbaragliare DA SOLO soldati e mercenari (ma grazie a quale genere di addestramento, per inciso? No, perché va bene far parte di una banda di strada ma avere la meglio su fior di militari addestrati mi pare troppo…) per il bene dell’intera Staten Island, lì per lì è anche coinvolgente ma dopo un po' stufa proprio in virtù del piattume del personaggio e di chi lo spalleggia. Per carità, non che Frank Grillo fosse un attorone impegnato in chissà quale personaggio ma un po' la sua mancanza di sente. E si sente, soprattutto, l'assenza della mano di James DeMonaco, con quei giochi di luci al neon e le soluzioni visive tra lo spettacolare e il perturbante che caratterizzavano i primi capitoli della saga; Gerard McMurray non ha la stessa mano e si vede, soprattutto a un certo punto, con quelle dannate luci stroboscopiche che si accendono e si spengono sui pianerottoli, viene quasi voglia di "sfogarsi" su di lui. Ma queste, ovviamente, sono le lamentele di una vecchia rompiscatole, in quanto La prima notte del giudizio merita una visione e non solo per dovere di completezza quanto per il suo essere cupo specchio di ciò che potrebbe davvero succedere domani, ovunque. Dateci un'occhiata e poi correte a chiudervi in casa per la paura.


Di Marisa Tomei, che interpreta il Dr. Updale, ho già parlato QUI.

Gerard McMurray è il regista della pellicola. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha diretto il film Burning Sands: Il codice del silenzio.


La prima notte del giudizio è il prequel della saga e può essere guardato tranquillamente anche senza avere visto gli altri: per dovere di completezza, se il film vi fosse piaciuto, recuperate quindi La notte del giudizio, Anarchia - La notte del giudizio e La notte del giudizio - Election Year. ENJOY!


sabato 14 luglio 2018

Ingmar Bergman Day... On Demand! - Fanny & Alexander (1982)

Oggi il regista Ingmar Bergman avrebbe compiuto cent'anni e da Mari del blog Redrumia è partita una bella iniziativa per celebrare il non-compleanno di uno degli Autori più grandi del Cinema mondiale. Io mi sono unita alle danze approfittandone per assecondare una richiesta On Demand fatta sulla pagina Facebook da Rosario, cosa che mi ha portata a recuperare Fanny & Alexander (Fanny och Alexander), diretto e sceneggiato nel 1982 da Ingmar Bergman.


Trama: Fanny e Alexander, bambini appartenenti all'alta borghesia svedese, sperimentano morte, cambiamenti orribili ma anche gioia nel corso di due anni...



Alla fine delle tre ore di visione di Fanny e Alexander, solo di una cosa mi sono pentita, ovvero di non aver recuperato la versione integrale del film, quella per la TV, quella che non ho visto nemmeno dieci anni fa, quando per l'università ho seguito un corso monografico su Bergman (di cui non ricordo quasi nulla. Quindi se vi aspettate una disamina della poetica del "festeggiato" cascate malissimo!). Me ne sono pentita perché, dopo aver guardato questa saga familiare creata dal regista, è sorta solo una domanda veramente importante: PERCHE' diamine il film si chiama Fanny e Alexander quando Fanny la si vedrà sì e no venti minuti? Premesso che forse non è nemmeno Alexander il vero protagonista della pellicola visto che l'opera di Bergman ha il respiro corale di una saga familiare all'interno della quale si intrecciano i destini di più persone, è comunque vero che quasi ogni vicenda viene filtrata dagli occhi di questo bambino pieno d'immaginazione, testardo, incredibilmente fragile, mentre la sorella non è dotata di alcuna caratteristica particolare, salvo forse quella di avere una forza di carattere maggiore rispetto al fratello. Questo, ovviamente, per quel che riguarda la versione cinematografica di Fanny e Alexander, mentre magari nella versione televisiva il ruolo della bambina diventa più preponderante, chissà. Sta di fatto che in tre ore Bergman "condensa" due anni durante i quali la famiglia Ekdahl dà prova della sua forte coesione nonostante le alterne vicende umane e nonostante la diversa natura dei suoi membri, servitù ed amici compresi; sotto l'occhio vigile della matriarca Helena, raffinata e colta oltre che molto ricca, si snoda la vita di un "micromondo" dove la gioia va a braccetto con la disperazione, l'amore con l'odio, il sacro con il profano, la cultura con l'ignoranza, la guerra con la pace, la ricchezza con la povertà, quasi come se la famiglia Ekdahl fosse la metafora, in piccolo, della realtà che tutti noi conosciamo. Il regista si concentra in particolare, oltre che su Fanny, Alexander e la loro bellissima mamma, sul libertino Gustav Adolf, coccolato dalla mentalità moderna della moglie che gli permette di avere amanti e fare figli accettandone il carattere tracotante, e sull'amico-amante di Helena, un ebreo di nome Isak dotato di due figli misteriosi e di strani poteri magici.


Proprio la magia e il mistero sono due elementi fondamentali di Fanny e Alexander e permeano ogni sequenza del film così come i riferimenti al teatro e, in generale, all'intrattenimento, specchio di una mentalità moderna in aperto contrasto con la chiusura di cui si fa portavoce il Vescovo, nuovo padre di Fanny e Alexander che costringe i due e la loro madre ad allontanarsi dalla loro famiglia e a vivere in un orribile clima fatto di imposizioni e povertà (non solo materiale ma anche spirituale). Fin dall'inizio del film ci viene mostrato come Alexander abbia la capacità di vedere ciò che sta dietro la realtà, come statue semoventi o spiriti, ma non è dato sapere se ciò sia frutto della sua immaginazione di bambino oppure un potere reale; altrettanto misteriosa è la figura di Isak, che a un certo punto esegue una vera e propria magia, un "miracolo" che salva Fanny e Alexander e traghetta il film verso i suoi momenti più criptici, all'interno dei quali l'atmosfera si tinge di un'inquietudine sconfinante quasi nell'horror. Ciò che accade al Vescovo è casualità oppure è espressione di un fortissimo desiderio di Alexander, incanalato dai poteri di una creatura dal sesso incerto che somiglia tanto al diavolo? La "mummia" che viene mostrata al ragazzino è forse una versione un po' più evoluta di una bambola voodoo da infilzare con gli spilloni? Ma soprattutto qual è la funzione di Dio in tutto questo? Sono passati più di dieci anni da quella forsennata full immersion bergmaniana universitaria ma se non rammento male la prima caratteristica della divinità nei film di Bergman è quella di essere silenziosa, di fregarsene delle umane miserie causate dagli uomini, e mi pare che in Fanny & Alexander questa idea venga rispettata; la religione diventa qualcosa di negativo solo nel momento in cui il Vescovo la sfrutta per i propri fini, brandendo la croce come se fosse un coltello invece di un simbolo di comunione con Dio, e quest'ultimo viene rappresentato come un burattino che il nipote di Isak fa muovere come vuole. Anche gli spiriti sono silenziosi e acquistano potere in base alle paure o alle speranze di chi li vede ma, in generale, essi si limitano ad osservare le azioni degli uomini, gli unici in grado di cambiare il proprio destino o quello altrui.


Detto ciò, queste sono considerazioni ignoranti relative ad un director's cut a cui mancano due ore per essere completo. Nonostante i "tagli" siano stati operati da Bergman in persona e la storia fili liscia dall'inizio alla fine, durante la visione si percepisce come qualcosa manchi, come alcuni personaggi vengano introdotti per poi scomparire senza lasciare traccia (è il caso di uno dei figli di Helena, quello sposato con una tedesca, ipocondriaco e violento, che compare solo dopo la festa di Natale e poi sparisce) e come alcuni aspetti della trama, per esempio la mancanza di pecunia del Vescovo, la questione della pasticceria dell'amante di Gustav Adolf, il modo in cui Isak arriva a liberare i ragazzini, parrebbero quasi "staccati" dal resto delle vicende. Per carità, il raccordo è talmente perfetto che probabilmente se non avessi saputo del film TV non me ne sarei nemmeno accorta, anche perché Fanny & Alexander rimane comunque un'opera splendida ed ambiziosa, all'interno della quale la mano del regista riesce a fondere realtà e fantasia come se fosse la cosa più naturale del mondo e a riproporre un mondo filtrato dal punto di vista dei bambini, nel bene (delle feste di Natale, dell'innocenza, dell'immaginazione) e nel male (della paura, dell'inquietudine, della violenza), così da suscitare nel cuore dello spettatore le stesse sensazioni provate dai ragazzini del titolo. O meglio, DAL ragazzino. Un giovane attore che ha scelto di diventare un economista, guarda un po'. E pensare che era così bravo, come d'altra parte tutto il resto del cast, fatto di vecchie glorie bergmaniane, attrici teatrali, ballerini dall'inaspettato cuore nero, donne bellissime e uomini meno belli ma comunque bravissimi. In conclusione, sono davvero felice di avere ri-affrontato Fanny & Alexander, un viaggio lungo ma molto interessante, che vale sempre la pena intraprendere!


Del regista e sceneggiatore Ingmar Bergman ho già parlato QUI. Di Gunnar Björnstrand (Filip Landahl), Lena Olin (Rosa) e Peter Stormare (uno dei ragazzi che aiuta Isak col baule) ho già parlato ai rispettivi link.


Il film era stato concepito come opera per la TV in quattro parti, della durata totale di cinque ore e 20 (la versione, per inciso, preferita da Bergman), ma l'edizione cinematografica di tre ore è uscita per prima. Il ruolo del Vescovo era stato scritto da Bergman con in mente Max Von Sydow ma a causa dell'avidità dell'agente di quest'ultimo (che ha agito all'insaputa dell'attore), il ruolo è finito a Jan Malmsjö; a rifiutare il ruolo di Emilie è stata invece Liv Ullmann, cosa che ha irritato molto il regista. Detto questo, ci sono altri modi per celebrare Ingmar Bergman! Di seguito trovate l'elenco dei tributi di tutti i blogger che hanno partecipato a questo evento. ENJOY!

Redrumia - Luci d'inverno
Obsidian Mirror - L'ora del lupo
Non c'è paragone - Il settimo sigillo
Director's cult - Persona
Solaris - Un giorno d'amore


venerdì 13 luglio 2018

Il Bollodromo #57: Lupin III - Parte 5 - Episodio 14


Anche questa settimana il post su Lupin III - Parte 5 arriva di venerdì, così da consentire al Bollalmanacco di superare l'estate indenne. Oggi parliamo del quattordicesimo episodio, 王国の盗み方 (Oukoku no nusumi-kata - Come rubare un regno), dove Lupin risulta particolarmente fiQuo! ENJOY!


Dopo gli eventi accorsi la settimana passata, Lupin e soci scoprono che Fujiko si era spacciata per insegnante nel college di Annecy e, onde non farsi rubare sotto il naso la Lacrima Insanguinata, decidono di seguire la principessa Dolma, nel frattempo "prelevata" dalla CIA, e recarsi nel regno di Padar. Il Paese in questione è letteralmente spaccato in due: da una parte c'è un re, il padre di Dolma, interessato a mantenerlo in un progresso ipertecnologico dove tutto viene regolato da internet, droni e veicoli automatici (che impediscono a Jigen di fumare, per inciso), dall'altro c'è il solito Gran Sacerdote iper religioso ma malvagio che invece vorrebbe il dilagare della povertà, dell'ignoranza e della repressione. Indovinate un po' da che parte sta la CIA? Esatto!! Gli americani, come al solito, scelgono di non fare nulla pubblicamente e di aiutare sottobanco il maledetto Gran Sacerdote, aiutandolo a tenere in ostaggio la principessa Dolma ed appoggiando l'imminente colpo di stato condotto dal vecchio rattuso. Mentre Lupin e i suoi Merry Men si ingegnano per infiltrarsi all'interno della roccaforte del Gran Sacerdote, sfruttando una stampante 3D che Goemon è costretto a camallarsi sulla schiena, la strana coppia Fujiko/Ami scopre l'ubicazione della principessa (grazie, neanche a dirlo, al fascino di Fujiko, con sommo scorno di Ami che la odia sempre di più) e a loro volta le due fanciulle riescono a penetrare nel rifugio dei conservatori.


Nel frattempo, dal Gran Sacerdote arriva anche Zenigata, sulla scia di un biglietto che Lupin ha fatto recapitare proprio lì. Dopo qualche iniziale tentennamento, l'ispettore viene condotto dal responsabile della sicurezza a fare un giro del palazzo e, nel giro di qualche minuto, Zazà si rivela essere lo stesso Lupin. Ora, io non credo di avere mai visto un Lupin così determinato, minaccioso e cool come quello mostrato in questa serie, un ladro che non ama farsi menare per il naso e che si impone, con forza, sui nemici sfruttandone le debolezze, com'è giusto e sacrosanto che sia. Infatti, dopo aver neutralizzato il responsabile della sicurezza, Lupin riesce persino a rifilare un formidabile pistolotto anti-USA al biondo agente della CIA incaricato di sorvegliare Dolma e ad incaprettarlo nel momento esatto in cui il bruto stava per strangolare Ami, nel frattempo arrivata a sua volta a un passo dalla prigione della principessa. Piccola parentesi su Ami. La piccola, poverina, è palesemente infatuata di Lupin e da qui nasce il suo odio per Fujiko e la competizione che la hacker manifesta verso quest'ultima; nel trailer della prossima puntata si è visto come i riflettori saranno (probabilmente e finalmente) puntati sulla disaffezione di Fujiko verso Lupin e viceversa quindi non prevedo un futuro molto roseo per la giovane Ami e i suoi sentimenti, alla faccia di tutti i suoi rossori incontrollati. Ma torniamo a noi. Lupin non fa in tempo a godersi il meritato trionfo, né Ami riesce a gioire per l'incontro con Dolma... che quest'ultima scocca una freccia e colpisce il ladro gentiluomo alle spalle, apparentemente senza un motivo, lasciandolo sanguinante e in ginocchio. Cosa si nasconde dietro questo gesto scellerato? Chissà! Lo scopriremo nella prossima puntata!


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 5:

Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3
Episodio 4
Episodio 5

giovedì 12 luglio 2018

(Gio) WE, Bolla! del 12/7/2018

Buon giovedì a tutti! Questa settimana poche uscite e ben poco interessanti... si vede che siamo entrati nel vivo dell'estate! ENJOY!

Chiudi gli occhi
Reazione a caldo: Forse è meglio...
Bolla, rifletti!: Storia di una cieca che riacquista la vista... e comincia ad avere problemi col marito. Non ho capito se il film è un thriller o un melodramma, quel che è certo è l'anno di produzione, 2016, che lo relega di diritto nel novero dei ripeschini sfigati!

A Modern Family
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Dal furbo titolo italiano, che fa eco a una famosa serie, mi pare un po' una paraculata, una commedietta stinfia che spreca un paio di bravi attori. Felice di venire smentita, eh!

12 Soldiers
Reazione a caldo: Cheppalle...
Bolla, rifletti!: Premesso che i film di guerra a me non piacciono, questo mi sembra la sagra del cliché, che non andrei a vedere nemmeno per il bel faccino di Thor!

martedì 10 luglio 2018

Notte Horror 2018: Re-Animator (1985)



Estate, mare profumo di mare, profumo di... paura!! Sì, la Notte Horror dei Blogger è tornata anche quest'anno e come tradizione vuole ci saranno due post, ogni martedì sera, uno alle 21 e uno alle 23. Quest'anno è toccato a me aprire le danze con un Re-Animator del 1985, diretto da Stuart Gordon e da lui co-sceneggiato partendo dal racconto Herbert West, Re - Animator di H.P. Lovecraft. Ricordate che alle 23 ci sarà un altro film recensito QUI e che, in fondo al post, troverete il calendario della rassegna. ENJOY!


Trama: Herbert West, studente di medicina, è ossessionato dall'idea di far rivivere i cadaveri attraverso un siero di sua invenzione e coinvolge un suo compagno, Dan Cain, nelle sue ricerche che diventano sempre più pericolose...


Si può trasformare un serissimo racconto horror di H.P. Lovecraft in una supercazzola perfetta per rimembrare i tempi innocenti di Notte Horror, quasi una parodia di Frankenstein? Ovviamente, se il progetto finisce nelle mani di Stuart Gordon e Brian Yuzna, la risposta è "sì" o non staremo qui a parlarne. A dire il vero, fino a poco tempo fa io il primo Re-Animator non l'avevo neppure mai visto e a Notte Horror avevo recuperato Re-Animator 2, ovviamente capendoci poco o nulla in quanto direttamente collegato (male, a mio avviso, ma niente spoiler) al suo predecessore, ma il senso è sempre quello: abbiamo un film con la faccetta da psicopatico malvagio di Jeffrey Combs e una serie di situazioni horror-splatter sempre più paradossali, un escalation di follia che porterà qualunque luogo dipinto nella pellicola a pullulare di zombi semoventi, mordaci, talvolta loquaci... e anche un po' lubrichi, diciamolo, tanto che in Inghilterra e America (e forse anche nel DVD che ho trovato in un mercatino dell'usato) il film è stato censurato. Nulla a che vedere con Romero e, per quanto sia riuscita a percepire io, nessun messaggio di fondo più o meno profondo, solo sano e vecchio divertimento horror fatto di effetti speciali artigianali tuttora validi (salvo forse per il gatto, povero animatronic finto come i soldi del Monopoli, benché mi si dica che quello nel freezer sia vero) e assai splatterosi, un intento "scioccante" chiarito fin dall'inizio, con occhi che esplodono in faccia ad incaute dottoresse. Ma, per chi non lo avesse mai visto, di cosa parla questo Re-Animator? Beh, come da titolo, c'è lo studente di medicina Herbert West che, attraverso un siero di sua invenzione (di un bel giallino fluorescente) e la parlantina saccente di un Nelson Muntz ibridato col Puffo Quattrocchi, cerca di rianimare i cadaveri e, poiché le sue ricerche lo hanno fatto cacciare da un'università svizzera, cerca rifugio in America, nella fattispecie in casa di un altro studente di medicina, il povero Dan Cain. Quest'ultimo, manzetto inespressivo dotato di buon cuore, bella fidanzata e sfiga incredibile, viene a poco a poco coinvolto nelle nefandezze perpetrate da West, arrivando a perdere tutto ciò che gli avrebbe garantito un roseo futuro soprattutto in virtù di una debolezza di carattere congenita che gli impedisce di prendere a pugni l'occhialuto collega fin quando non è davvero troppo tardi.


Herbert West, però, non è l'unico villain della pellicola e nemmeno quello che rischia di rimanere più impresso, nonostante il carisma di Jeffrey Combs. Da un certo punto in avanti, infatti, si impone l'esimio dottore Carl Hill, dapprima come semplice accademico odioso ed impiccione, quindi come vecchio rattuso dotato di particolari poteri di controllo mentale tagliati dalla sceneggiatura ma comunque chiaramente percepibili in alcune sequenze, protagonista di alcune delle scene migliori e, ovviamente, più gore della pellicola, quando tutte le carte sono ormai in tavola... e non rimane altro da fare che darci sotto con gli zombi! Le apparizioni di questi ultimi sono sì non facili da digerire per chi non mastica horror, anche perché come ho detto gli effetti speciali sono ancora pregevoli, ma sono sempre accompagnate da abbondanti dosi di umorismo nero e si manifestano in maniera assai "fisica", con sganassoni e colpi contundenti oppure con espressioni particolarmente buffe; a essere sinceri però, il film si incupisce man mano che prosegue e che Dan (ché Herbert West è perso fin dall'inizio) passa quindi dall'essere studente modello a reietto, con implicazioni che, a ben pensarci, non sono poi così divertenti e in qualche momento portano persino a vergognarsi di avere riso. A parte tutto, riesco a capire perché negli anni Re-Animator è diventato un piccolo cult degno di venire inserito in una Notte Horror che si rispetti. La pellicola unisce infatti l'omaggio a Lovecraft, uno score dei titoli di testa ripreso da Psyco, attori talmente in parte da essersi fissati nell'immaginario collettivo proprio con questo film, un comparto tecnico non da poco e soprattutto la gioia di creare un horror divertente realizzato con competenza e la massima serietà... ovvero, la ricetta perfetta di tutte quelle opere che ricordiamo con piacere anche dopo trent'anni e che richiamano alla memoria calde sere d'estate passate a rabbrividire di paura al buio!


Del regista e co-sceneggiatore Stuart Gordon ho già parlato QUI. Jeffrey Combs (Herbert West), Barbara Crampton (Megan Hasley) e Carolyn Purdy-Gordon (Dr. Harrod) li trovate invece ai rispettivi link.

Bruce Abbott interpreta Dan Crain. Americano, lo ricordo per film come Vivere nel terrore, Re-Animator 2 e L'angelo del male, inoltre ha partecipato a serie quali MacGyver e La signora in giallo. Ha 64 anni.


David Gale, che interpreta il dottor Carl Hill, compare anche in Re-Animator 2 nei panni dello stesso personaggio ma non in Beyond Re-Animator, al momento l'ultimo film della saga. Se Re-Animator vi fosse piaciuto recuperate quindi i due sequel e aggiungete Splatters - Gli schizzacervelli e magari anche Al di là dell'orrore. Di seguito, troverete il bannerone con tutti gli appuntamenti della rassegna! ENJOY!


La notte dei demoni (1988)

lunedì 9 luglio 2018

Unsane (2018)

Nonostante un weekend intenso, che mi ha portata a rimandare la visione de La prima notte del giudizio, sono comunque riuscita a rimanere aggiornata sulle uscite settimanali grazie a Steven Soderbergh e all'ultimo film da lui diretto, Unsane.


Trama: Sawyer Valentini è una ragazza traumatizzata da un pesantissimo episodio di stalking accorso nel suo passato. Convinta di non essere in grado di superare il terrore da sola, Sawyer decide di recarsi in un centro comportamentale dove viene internata a causa di un inghippo burocratico e dove comincia a vedere il suo stalker dietro ogni angolo...


Quest'anno il superlavoro a cui si costringe Soderbergh (ma non aveva smesso di dirigere film o ricordo male io?) lo ha portato ad essere spesso presente nelle sale italiane, con due pellicole che più diverse non si può. Da una parte abbiamo La truffa dei Logan, divertente e quasi coeniano nella sua rappresentazione di personaggi al limite del borderline, diretto con tutti i crismi del caso; dall'altro, abbiamo questo Unsane, thriller ripreso interamente con un I-Phone 7 che rispetto al film precedente risulta quasi "piccolino", una sorta di divertissement. Peccato che di divertente Unsane non abbia proprio nulla e che, anzi, nella prima parte spinga lo spettatore a provare un'angoscia incredibile per la facilità con cui un paio di legalissime gabole presenti all'interno del complesso sistema sanitario-assicurativo americano possano privare una persona della libertà senza che né polizia né avvocati possano metterci becco. La storia, infatti, prevede che la protagonista, reduce da una terrificante esperienza di stalking e per questo costretta a cambiare città, lavoro e abitudini, non sia più in grado di relazionarsi normalmente con nessuno e decida quindi di chiedere aiuto ad un centro comportamentale. La povera Sawyer si aspetta di parlare con uno psichiatra e concordare un paio di incontri, non di più, invece si ritrova internata dopo avere messo una firma su fogli mai letti con attenzione (cosa sbagliatissima!!). Ora, il bello di Unsane è che la protagonista, interpretata da una fantastica Claire Foy, sia fondamentalmente una persona che ne ha le palle piene di vedersi mettere i piedi in testa da chicchessia e che si ritrova all'improvviso trattata da pazza, privata dei suoi diritti e costretta ad affrontare delle infermiere equiparabili a kapò, col risultato che la degenza di un giorno si prolunga inevitabilmente nel tempo in virtù dei suoi violentissimi scatti di rabbia. E poi, ovviamente, c'è lui, lo stalker, la cui presenza improvvisa all'interno della struttura potrebbe essere l'ennesimo segno di come Sawyer sia effettivamente matta da legare oppure la persona più sana del mucchio, dottori ed infermieri compresi.


Quest'incertezza sulla quale si costruisce l'intera prima metà del film è ciò che rende Unsane un gioiellino di suspance anche a fronte di una storia molto banale, già raccontata in decine di altri film simili, mentre la seconda parte si appoggia maggiormente all'aspetto più horror del genere thriller e in generale diventa abbastanza prevedibile ma non per questo sgradevole. Due aspetti interessanti hanno tuttavia catturato la mia attenzione, al di là della già citata bravura di Claire Foy, incazzosa e terrorizzata dall'inizio alla fine. Il primo aspetto è la forza con la quale, a un certo punto, Sawyer affronta il suo stalker, con un monologo fiume da applauso, in cui si concentra un tale mix di odio, disgusto, frustrazione e desiderio di fare male che bisognerebbe campionarlo e farlo ascoltare, a mo' di tortura, a tutti coloro (uomini e donne) che si fissano talmente tanto su una persona da distruggerle la vita, fantasticando su un amore impossibile ed egoista che bisogna assolutamente imporre sull'altro... per fare cosa, poi? Per raddoppiare l'inadeguatezza e l'infelicità? Ah, che bella cosa. Il secondo aspetto ad avermi colpita è la scelta di girare il film con un I-Phone 7. Nonostante, tecnicamente, non dimostri nulla se non che Soderbergh è in grado di realizzare un prodotto pulito e assolutamente guardabile persino con l'ausilio di un telefonino, io l'ho intesa come espressione di nera ironia. Infatti, Sawyer è alternativamente costretta a rinunciare al cellulare (e a tutte le app ad esso connesse, Facebook e Instagram in primis) in quanto principale mezzo attraverso cui lo stalker può arrivare a conoscere tutto di lei e dei suoi amici o familiari, oppure a dipendere da esso per cercare di riconquistare la sua libertà; il fatto che il regista sfrutti proprio questo mezzo per riprendere le sventure della ragazza rende ancor più, a mio avviso, l'idea di  impotenza e vulnerabilità davanti a un occhio nascosto, invadente e malevolo. O forse, per carità, Soderbergh voleva solo fare il figo, tutto può essere. A prescindere, consiglio comunque la visione di Unsane, ottimo thriller per rinfrescare le calde serate estive!


Del regista Steven Soderbergh ho già parlato QUI. Joshua Leonard (David Strine), Amy Irving (Angela Valentini), Juno Temple (Violet) e Matt Damon (poliziotto, non accreditato) li trovate invece ai rispettivi link.

Claire Foy interpreta Sawyer Valentini. Inglese, ha partecipato a film come L'ultimo dei templari, The Lady in the Van e a serie quali The Crown. Anche, ha 34 anni e due film in uscita tra cui Quello che non uccide, dove interpreterà Lisbeth Salander.


Se Unsane vi fosse piaciuto recuperate Ratter: Ossessione in rete. ENJOY!

domenica 8 luglio 2018

Tau (2018)

Spinta come sempre da uno degli ottimi articoli di Lucia, qualche sera fa ho guardato una delle ultime aggiunte al catalogo Netflix, il film Tau, diretto dal regista Federico D'Alessandro.


Trama: la giovane Julia viene rapita e sfruttata da un geniale quanto folle scienziato, per fare progredire degli esperimenti legati alle intelligenze artificiali.


Ho cominciato la visione di Tau con perplessità assortite: chi parlava di filmetto, chi di roba con un inizio talmente brutto da sembrare girato da dei bulgari (cit.), chi nominava la serie B. Non so perché ma ad un certo punto sono arrivata ad aspettarmi una roba trucida alla Baskin, senza aver forse presente la natura dei lungometraggi Netflix, normalmente assai patinati e garbati, per usare un eufemismo. Questi due aggettivi calzano perfettamente a Tau, soprattutto il primo, poiché lo stile con cui è stato girato, fotografato e "scenografato" (si può dire?) gli conferisce quella patina di nobiltà ruffiana che lo eleva dallo stato di semplice film di serie B e crea una sorta di cortocircuito mentale nello spettatore mediamente scafato. La storia di Tau, infatti, è semplicissima e i personaggi sono tagliati con l'accetta, soprattutto il cattivo da operetta interpretato da Ed Skrein, dotato della gamma emotiva e del carisma di un termosifone, malvagio "perché sì", padrone di una non ben precisata ditta che tutti i giorni esce a lavorare nonostante sia palesemente ricco sfondato, altrimenti la trama che lo prevede infinocchiato a poco a poco non andrebbe avanti.Un po' più sfaccettata, ma nemmeno troppo, è la protagonista Julia, fanciulla che vive di espedienti e che un giorno si ritrova prigioniera del folle Alex; in virtù di non si sa bene cosa, apparentemente a causa di alcuni traumi infantili, il cervello di Alex è l'ideale per sviluppare quello dell'intelligenza artificiale che sta costruendo lo scienziato, quindi la fanciulla viene sottoposta a un'infinità di test tra il difficile e il doloroso, il tutto sotto la supervisione di Tau. Ora, sarà che Tau è doppiato da Gary Oldman ma il personaggio più vivo, simpatico e reale di tutto il film, l'unico che spinge lo spettatore a preoccuparsi davvero per il suo destino (forse perché è l'unico che subisce un'evoluzione mentre gli altri due rimangono più o meno uguali), è proprio quest'entità artificiale ed incorporea, incarnata in un bell'occhio coloratusso e pixelloso e in un robot assassino che purtroppo non viene sfruttato a dovere, chissà se per problemi di budget o di censura.


Il rapporto che si viene a creare tra Julia e Tau è coinvolgente per la sua natura "formativa", con la ragazza che diventa una sorta di maestra di vita che spalanca a Tau le porte non solo della conoscenza esterna ma anche dell'autocoscienza, portandolo ad allontanarsi dalla sua natura artificiale e a mettere in dubbio persino la bontà del suo creatore; curioso, insicuro e a tratti persino pauroso, Tau diventa sempre più intrigante e calamita l'attenzione dello spettatore più di quanto non faccia la bella confezione preparata da Federico D'Alessandro. Costui è figlio del MCU, ha imparato tanto lavorando come storyboarder e si vede: il regista è più interessato al contenitore che al contenuto, ama giocare con ombre profonde e colori al neon, rende l'occhio di Tau quasi ipnotico con quel mix di oro, rosso e verde (a me continuava a tornare in mente Doctor Strange, giuro...), ricerca le simmetrie e l'eleganza in ognuno degli ambienti che compongono la casa di Alex, con dispendio di superfici riflettenti, schermi giganti di Garlandiana memoria e luci soffuse. Insomma, D'Alessandro infiocchetta parecchio una storia semplice e a suo modo "rozza", che probabilmente negli anni '80 sarebbe stata realizzata con dovizia di particolari trucidi e ambientata in tre asettici set tutti uguali, e rischierebbe di farla diventare spocchiosa al limite dell'antipatico se non fosse per il personaggio titolare. Fortunatamente, la storia scorre abbastanza liscia e coinvolgente, incagliandosi qua e là giusto quando i due umani sono costretti ad interagire, e questo esercizio di stile diventa una coccola per gli occhi mentre il cervello si rilassa e si diverte, possibilmente senza fare troppo le pulci alla suspension of disbelief in vacanza. Dunque, se cercate un film per passare una serata in estiva letizia, Tau potrebbe essere quello che fa per voi... aggiungo solo un appunto a chi magari non ama gli horror: non fatevi ingannare dalla maggior parte delle foto presenti in rete, ché sembrerebbe quasi di avere a che fare con l'ennesimo emulo di Saw. Tolta qualche goccia di sangue all'inizio, Tau è completamente innocuo e non fa paura nemmeno per sbaglio, sfortunatamente per noi splatteromani all'ultimo stadio.


Di Maika Monroe (Julia) e Gary Oldman (voce di Tau) ho parlato ai rispettivi link.

Federico D'Alessandro è il regista della pellicola. Uruguayano, si è fatto le ossa come storyboarder per il Cinematic Universe della Marvel ed è al suo primo lungometraggio come regista.


Ed Skrein interpreta Alex. Inglese, ha partecipato a film come Deadpool e a serie quali Il trono di spade. Anche regista e sceneggiatore, ha 35 anni e tre film in uscita, tra cui Alita: Angelo della battaglia.


Se Tau vi fosse piaciuto recuperate Ex Machina. ENJOY!

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