venerdì 17 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Tesis (1996)

La challenge horror questa settimana chiedeva di festeggiare l'anniversario di un film uscito nel 1996. Invece di scegliere un "banale" Dal tramonto all'alba, di cui comunque quest'anno dovrò parlare, pur non essendone in grado, ho puntato un altro mio grande amore cinefilo, Tesis (Tésis), diretto e co-sceneggiato dal regista Alejandro Amenábar.


Trama: cercando materiale per una tesi sulla violenza all'interno delle opere audiovisive, Angela incappa in uno snuff avente come protagonista una studentessa della sua stessa università, scomparsa da qualche tempo. Con l'aiuto del compagno di corso Chema, Angela comincia a indagare, attirando l'attenzione dell'assassino...


Cercando qua e là su Internet, è venuto fuori che la prima visione italiana televisiva di Tesis era andata in onda nel 2003. Non sono sicurissima al 100% che sia proprio vero, ma siccome quell'anno andavo a mia volta all'università, può essere. Sta di fatto che, come al solito, probabilmente devo ringraziare Ghezzi e il suo Fuori Orario per avermi fatto scoprire questa perla della cinematografia spagnola. Tesis era stato il mio amore di un'estate, culminato nella ricerca dell'opera di Oscar Wilde in cui si racconta la storia della principessa e del nano morto di crepacuore, ovvero Il compleanno dell'infanta. Erano tempi in cui internet si usava ancora poco, e avevo dovuto affidarmi alla memoria di quel pozzo di cultura che è l'amico Toto per recuperare la fonte della storia che Chema racconta ad Angela nei labirintici sotterranei dell'università. Da allora, avrò rivisto Tesis un paio di volte e poi, come spesso accade, ho lasciato che questo film tanto amato cadesse nell'oblio fino a qualche giorno fa, quando l'ho riguardato come fosse la prima volta, rimanendone nuovamente coinvolta e affascinata. Tesis racconta le vicende di Angela, laureanda alle prese, appunto, con la tesi. L'argomento scelto, come viene ribadito a un certo punto nel film, è complesso ed insidioso, ovvero la violenza all'interno delle opere audiovisive, direttamente collegato alla morbosa fascinazione dell'essere umano verso il sangue, le torture e la morte. Per ottenere materiale, Angela si avvicina a Chema, famoso all'interno della facoltà per essere amante dell'horror estremo, e chiede al suo relatore la possibilità di visionare film particolarmente espliciti. Quest'ultimo, cercando qualcosa che possa fare al caso della ragazza, recupera una videocassetta all'interno di un angolo nascosto della videoteca di facoltà, e muore dopo averla visionata. Angela è la prima a trovare il cadavere del relatore e, mossa proprio da quella morbosa fascinazione di cui sopra, ruba la cassetta, che si rivela essere uno snuff contenente l'omicidio di una studentessa della sua stessa facoltà, misteriosamente scomparsa da qualche tempo. Angela e Chema si mettono quindi ad indagare, attirando ovviamente le attenzioni di chi ha realizzato il video. 


Rivisto dopo 20 anni e un minimo di obiettività in più, Tesis si è rivelato un film con tantissimi pregi e qualche difetto. Il messaggio di fondo ha mantenuto intatta la sua potenza, la capacità di raccontare l'oscurità di un animo umano che, spogliato da tutte le regole sociali, è assimilabile a quello di una bestia assetata di sangue. Angela è attirata dall'orrore e dalla violenza, la sua mente la spinge in ogni modo a guardare, perlomeno a sbirciare. Ancor prima che dai sogni su Bosco, nei quali si mescolano eros e thanatos, questa sua "perversione" si capisce fin dall'inizio: dalla corsa per riuscire a vedere il cadavere in metropolitana nonostante i divieti della polizia, dall'incapacità di spiegare in cosa consisterebbe la sua tesi e perché abbia scelto proprio un argomento simile, dagli escamotage che utilizza per non essere "sfacciata" come Chema. Angela ha bisogno di giustificazioni oppure tramiti per legittimare la sua curiosità ed ergersi a giudice morale degli altri, mentre Chema, sostanzialmente, se ne frega e, in maniera molto infantile, ostenta la sua ribellione fingendo di non avere sentimenti, positivi o negativi che siano. Sono entrambi due personaggi immaturi e borderline ma, mentre Angela è la protagonista che viene costruita per essere "ingenua", al limite del cretino, nella pervicacia con la quale si ostina a mettersi in pericolo anche di fronte a una red flag grossa come una casa (cose che non la privano del suo ruolo di eroina), Chema viene connotato come un personaggio ambiguo, disgustoso. Un nano che si è visto allo specchio e, apparentemente, ha accettato la sua bruttezza indurendo il proprio cuore invece di morirne, arrivando ad assecondare in toto i pregiudizi delle persone. A differenza di altri, Chema non sa vivere, è incapace di indossare una maschera di normalità, e il difetto di Tesis è proprio quello di usare gli innumerevoli aspetti creepy della sua personalità solo come elemento sviante, senza imbastire un discorso più serio; ancora peggio, in qualche modo Chema viene giustificato nonostante sia oggettivamente deprecabile e compia azioni molto discutibili, perché nonostante il suo amore per l'horror estremo non arriva mai a mettere in pratica ciò che vede nei film.  


Molto interessante, ancora oggi, è invece il continuo dialogo tra l'occhio dello spettatore e quelli dei personaggi, tra la cinepresa del regista e quella dell'assassino, che si scambiano continuamente portando la realtà nella finzione e viceversa. Lo stile di Tesis è molto argentiano, con i protagonisti che corrono fuggendo da "qualcosa" di invisibile, incarnato dalla macchina da presa, oppure persi all'interno di ambienti assai comuni che diventano all'improvviso delle vuote anticamere di morte, dove potrebbe esserci chiunque in agguato. A differenza di Argento, però, Amenábar intavola anche un discorso cinefilo e metacinematografico. Tesis è ambientato all'interno della facoltà di Cinema, i personaggi conoscono sia le tecniche di regia che quelle di sceneggiatura, oltre alle regole del genere thriller-horror, e si trovano in una situazione in cui realtà e finzione si sovrappongono; da spettatrice riluttante ma curiosa, Angela si ritrova ad essere potenziale protagonista di qualcosa che si finge cinema per giustificare istinti brutali e, invece di "guardare", viene guardata e violata, talvolta anche a sua insaputa. Il prosaico discorso del professor Càstro, durante il quale gli studenti vengono invitati a "dare al pubblico ciò che vuole", ragionando principalmente in termini economici, si traduce sul finale in una doccia fredda per Angela, la quale ha finalmente toccato con mano il vero significato della parola "orrore" e si ritrova, a sua volta, ad essere protagonista di una storia da dare in pasto alle masse ipnotizzate e affamate di vicende violente. C'è da chiedersi cosa girerebbe oggi Amenábar, in un'epoca in cui vanno per la maggiore i true crime e in cui qualsiasi horror estremo, da raccattare in qualche oscura videoteca, impallidisce rispetto a quello che ci propinano i social, ma probabilmente aveva già immaginato una deriva simile, visto il modo in cui si chiude Tesis. Che, se ancora non aveste capito, vi consiglio di cercare e custodire come un tesoro prezioso!


Del regista e co-sceneggiatore Alejandro Amenábar ho già parlato QUI. Fele Martínez (Chema) e Eduardo Noriega (Bosco Herranz) li trovate invece ai rispettivi link.


Ana Torrent
, che interpreta Ángela ha partecipato al film Verónica nel ruolo della madre degli sfortunati protagonisti. Se Tesis vi fosse piaciuto, recuperate 8mm - Delitto a luci rosse, L'occhio che uccide e il reboot di Faces of Death. ENJOY!

mercoledì 15 luglio 2026

Slanted (2025)

Un altro film che puntavo da qualche tempo era Slanted, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Amy Wang


Trama: Joan, figlia di due immigrati cinesi, cerca disperatamente di integrarsi all'interno del liceo e ha il sogno di diventare reginetta della scuola. Dopo una serie di frustranti insuccessi, entra in contatto con la Ethnos, un centro medico che promette di risolvere tutti i suoi problemi di immagine...


"Slanted", in inglese, ha due significati. "Slant eyes" è un modo poco cortese, per non dire razzista, per indicare gli occhi a mandorla, mentre "slanted", oltre a poter venire tradotto come "inclinato", indica anche qualcosa di "fazioso", una sola faccia della medaglia. All'interno del film di Amy Wang, la parola del titolo contiene in sé entrambe le accezioni. La protagonista, infatti, è figlia di immigrati cinesi, nata e cresciuta in America, e patisce il suo aspetto diverso, che la relega ai margini della scuola assieme a chiunque non sia bianco e la rende comunque vittima di bullismo e pregiudizi, oltre ad impedirle di raggiungere il suo sogno di bambina, quello di diventare reginetta della scuola. La seconda traduzione di "slanted" indica invece il punto di vista fazioso di ciascuno dei protagonisti del film, che genera una serie di incomprensioni legate alla mancanza di comunicazione, e porta all'inevitabile tragedia. Joan è condizionata dalla società prevalentemente bianca che la circonda. I bianchi sono ricchi, hanno i privilegi, possono passeggiare sereni per strada senza essere malvisti; il suo ideale è la ragazza bionda incoronata reginetta della scuola quando lei era solo una bambina, un'immagine che si è cristallizzata nella sua memoria fino a renderla un obiettivo totalizzante. Siccome Slanted è innanzitutto un body horror, a un certo punto Joan ottiene ciò che desidera, grazie alle miracolose operazioni chirurgiche della Ethnos. Attenzione, però: tornando alla visione "slanted" della realtà di cui sopra, la Ethnos non è una mostruosa macchina sforna-bianchi gestita da esponenti della razza ariana, bensì il frutto della frustrazione di persone di colore che vedevano il loro posto all'interno della società usurpato da bianchi meno capaci. Al grido di "bianco è bello", la Ethnos concede ai suoi clienti la gioia di omologarsi, cancellando con un colpo di spugna tutto ciò che è legato alle loro radici e alla loro cultura, annullando ogni diversità e creando, di fatto, dei cloni. Essendo Joan una ragazzina, ovviamente non capisce in maniera conscia le mostruose implicazioni di una cosa simile, ma è il suo corpo a parlare per lei, a dare voce a qualcosa che i suoi genitori hanno già capito ma che, sempre per quella visione unilaterale del mondo, non riescono a comunicarle se non attraverso un'impressione di arretratezza, di rifiuto dell'America, di imbarazzo. 


A fronte di quanto sopra, la definizione di horror comedy che spesso si trova in giro sul web, in riferimento a Slanted, è quantomai imprecisa. E' vero che alcune dinamiche, soprattutto all'inizio, sono simili a quelle delle commedie liceali a base di queen bees e outsiders, e che la Ethnos ha delle connotazioni volutamente surreali e grottesche, ma ciò che accade a Joan è triste e angosciante. L'orrore vero non è il progressivo deteriorarsi delle condizioni del volto di Joan/Jo, ma quello del rapporto tra lei e i genitori, o con l'unica amica di origini indiane, e la consapevolezza che esaudire il suo desiderio d'infanzia l'ha privata delle cose più importanti, l'unicità in primis. Amy Wang, probabilmente, ha affrontato l'argomento con la delicatezza derivata dall'esperienza diretta, forse anche per questo il body horror non è così esplicito, ma ricerca un'espressione più legata ad una dimensione psicologica. Per quanto riguarda le due attrici che interpretano Joan e la sua versione bianca, Jo, sono entrambe bravissime, sia Shirley Chen, che non conoscevo, sia la beniamina dell'horror Mckenna Grace. A quest'ultima, in particolare, viene affidata la non facile interpretazione di un'asiatica nel corpo di una bellissima ragazza dotata di tutti i tratti somatici per essere accettata e amata in società, con tutto ciò che ne consegue in termini di linguaggio corporeo, tra nervosismo accentuato e sguardi intimiditi che si alternano ad atteggiamenti spavaldi che risultano quasi forzati. Anche il cast di supporto è molto valido, in primis i genitori di Joan, ai quali Amy Wang riserva i momenti più malinconici, soprattutto verso il finale, che mi ha messo un groppo in gola difficile da mandare giù. Lontano dalla "rozzezza" di Grafted ma assai simile per tematiche, Slanted è l'horror ideale se siete ancora alle prime armi nel genere e non siete ancora pronti per un assalto gore come quello di The Substance, perché è delicato ma anche intelligente, nonché molto onesto nei confronti dello spettatore. Cercatelo, perché è davvero carino!


Di Mckenna Grace, che interpreta Jo Hunt, ho già parlato QUI.

Amy Wang è la regista e sceneggiatrice del film, al suo primo lungometraggio. Australiana, è anche produttrice, attrice e montatrice. 


Maitreyi Ramakrishnan
, che intepreta Brindha, è comparsa nell'ultima stagione di The Boys come Countess Crow. Se Slanted vi fosse piaciuto recuperate i già citati The Substance e Grafted. ENJOY!

martedì 14 luglio 2026

Minions & Monsters (2026)

Sabato sera sono andata al rinnovato cinema di Albisola a vedere Minions & Monsters, diretto e co-sceneggiato dal regista Pierre Coffin.


Trama: due Minions, James e Henry, decidono di perseguire un sogno ben diverso da quello del resto della loro tribù, ovvero realizzare un film. Per poter girare uno splendido film di mostri, utilizzano un libro di incantesimi che ne evoca davvero uno...


Ho sempre amato i Minions e il loro grande capo Gru, ma col tempo mi sono un po' disaffezionata, al punto che non ho mai recuperato Cattivissimo me 4. Stavo quasi per lasciare perdere anche Minions & Monsters, nonostante il trailer simpatico e la presenza di un mini-Cthulhu, ma per fortuna ho dato una scorsa al post entusiasta di Solaris e, spinta dalla curiosità, ho approfittato della programmazione albisolese per andarlo a vedere. Poi dicono che ormai i blog sono morti e non servono più a nulla! Sono felice di essermi fidata, perché Minions & Monsters è sì l'ennesima aggiunta ad un franchise di successo che non accenna a volersi fermare, ma anche e soprattutto un'immensa dichiarazione d'amore al Cinema, la macchina dei sogni in grado di realizzare quelli delle menti più visionarie e poetiche, e di regalarne altri a quanti sono pronti a sedersi per un paio d'ore nelle poltrone di una sala. La storia di Minions & Monsters, da collocarsi cronologicamente prima dei fatti narrati nel primo Minions, si concentra, infatti, su due Minions in particolare, James ed Henry. Mentre i loro colleghi hanno come unico scopo nella vita quello di trovare un "grande capo" malvagissimo da seguire, James ed Henry sono guidati da fantasia e senso dell'umorismo; in particolare, James adora disegnare storie, tanto quanto Henry adora ascoltarle e condividere con l'amico la propria unicità. Dopo tutta una serie di esilaranti vicissitudini, i Minions finiscono nella Hollywood di fine anni '20 e si ritrovano protagonisti assoluti della scena cinematografica dell'epoca, quella precedente la transizione dai film muti al sonoro. E' proprio lì, prima che la trama introduca i Monsters del titolo, che Minions & Monsters diventa un gioiellino per i cinefili adulti (c'è anche una favolosa zampata sul finale, che non vi spoilero); per il modo in cui il film racconta l'energia, l'esagerata opulenza e la gloria di un'industria cinematografica al suo apice, con tutti i suoi pregi e difetti, la facilità con cui chiunque poteva dare forma a sogni e desideri, e anche la tragica velocità con cui i sogni potevano trasformarsi in incubi di indigenza, dopo anni di fama e denaro. Un dualismo incarnato alla perfezione dai geniali produttori Frank ed Elwood, mostro di cattiveria l'uno ed ottimista tutto zucchero l'altro, emblemi del destino estremo che lambiva chiunque si avvicinasse ad Hollywood.


Questa parte di Minions & Monsters è davvero l'equivalente animato di quel trionfo che era il Babylon di Chazelle, di cui riprende alcuni elementi chiave, sia a livello di trama che di messa in scena (la transizione da muto a sonoro avrebbe sicuramente risollevato l'animo del povero Jack Conrad di Babylon, perché pronunciare parole storiche come "Rosebud/Rosabella" in minionese farebbe sembrare perfetta la voce di qualsiasi attore!). A proposito di quest'ultima, dal momento in cui i Minions mettono piede ad Hollywood c'è da diventare matti a trovare tutti gli omaggi alla settima arte, con capolavori parodiati non solo durante gli splendidi titoli di testa, oppure con intere sequenze dedicate, ma anche con riferimenti blink and you'll miss it all'interno delle scene più concitate, in primis quella dell'inseguimento in treno all'interno di una trafficatissima strada; probabilmente, però, la sequenza più emozionante per un cinefilo è quella del dietro le quinte, una lunghissima carrellata che offre un meravigliato sguardo alle magie praticate dalle maestranze, indispensabili protagonisti per il corretto funzionamento della macchina dei sogni, ancor più di attori e registi blasonati. Per quanto riguarda l'aspetto "monsters", l'impatto visivo degli stessi è efficacissimo, perché il character design di Goomi e colleghi è meraviglioso così come le animazioni, ed è interessante anche il modo in cui la parte di trama che li vede coinvolti, assieme a James, Henry ed Ed, scorra in parallelo con l'altrettanto assurda vicenda di Dick e degli altri Minions, finiti dritti all'interno di una storia di fantascienza che, a un certo punto, acquista tutte le sfumature di una love story d'altri tempi. Giuro senza vergogna che non avrei dato un euro a questo Minions & Monsters, invece si è rivelato uno dei capitoli migliori del franchise e una boccata di aria fresca capace di coniugare meraviglia cinefila e grasse risate. Approfittate delle arene estive, all'interno delle quali sarà sicuro mattatore ancora per un po', e recuperatelo!!


Del regista e co-sceneggiatore Pierre Coffin, che doppia anche i Minions, ho già parlato QUI. Allison Janney (voce originale di Olivia), George Lucas (sé stesso), Christoph Waltz (Max), Jeff Bridges (Frank e Elwood), Jesse Eisenberg (Dort), Trey Parker (Goomi), Zoey Deutch (Debbie) li trovate invece ai rispettivi link.


Nella versione italiana, il regista Max è doppiato da Maccio Capatonda. Minions & Monsters si colloca cronologicamente prima di Cattivissimo me, Cattivissimo me 2, Minions, Cattivissimo me 3, Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo e Cattivissimo me 4, tutti film che vi consiglio di recuperare, anche se Minions & Monsters è perfettamente fruibile anche da solo. ENJOY!

venerdì 10 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Touch Me (2025)

Oggi la challenge lasciava libera scelta, quindi ho guardato un film che mi ispirava da un po', Touch Me, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Addison Heimann.


Trama: Joey e Craig, due amici problematici, vengono invitati a casa di Brian, alieno tentacolato che si nasconde sotto l'aspetto di fascinoso essere umano. L'idillio si spezza quando entrambi gli amici si scoprono molto attratti da Brian...


Agli albori del blog, ormai quasi 20 anni fa, cercavo quasi esclusivamente film dalle trame assurde, oppure quegli horror so bad it's so good, comunque roba che difficilmente avrebbe trovato una distribuzione da noi oppure degli scult che hanno fatto storia. Avrete notato che, ormai, non è più così da parecchio, e che il Bollalmanacco ormai è un diario di visioni anche abbastanza "banali", passatemi il termine, ma per fortuna, ogni tanto, arrivano film come questo Touch Me, che lasciano interdetti già dalla trama. Il film comincia con un lungo monologo di Joey, la quale, su invito della psicoterapeuta, racconta il trauma che l'ha portata lì infarcendolo di dettagli assurdi, quasi esilaranti, in modo da sdrammatizzarlo. Joey le parla di Brian, fascinoso uomo d'affari dalle tute multicolor, e di come costui l'abbia attirata nella sua enorme villa, prima di palesare la sua natura di alieno tentacolato e usarle violenza, costringendola a darsi alla fuga e cercare rifugio da Craig, il suo migliore amico gay. Quella che è stata venduta alla psicoterapeuta come una presa in giro, però, è la pura verità. Brian è realmente un alieno e Joey, prima di scappare terrorizzata, ha passato un periodo non meglio definito a godere, letteralmente, di tentacoli in grado di spazzare via ogni ansia e provocare orgasmi multipli. Un'altra verità è che Joey, seppur traumatizzata, è diventata dipendente dal tocco di Brian. Così, quando si presenta l'occasione, Joey torna alla villa portandosi dietro Craig, il quale si scopre affatto immune al fascino del narcisista Brian; quest'ultimo, ovviamente, è ben felice di fare sesso tentacolato con entrambi, ma il triangolo metterà a dura prova un idillio che nasconde terrificanti segreti. Temo di avere già detto troppo sulla trama di Touch Me, ma vorrei aggiungere ancora una cosa. Nonostante l'effettiva "stupidera" dell'assunto iniziale, il film di Addison Heimann è una spietata riflessione sulle amicizie tossiche, su quei legami di convenienza che si reggono essenzialmente sull'infelicità delle persone coinvolte, e che si sgretolano quando questa condizione di miseria condivisa viene meno. Joey è una ragazza che ha davvero vissuto un trauma terribile, ancor prima di conoscere Brian, ma invece di confidarsi con Craig e cercare di tirarsene fuori, preferisce vivere in una perenne condizione di stordimento; dall'altra parte, Craig usa Joey come metro della propria bontà d'animo, tenendosela in casa come un animaletto carino con cui sfogarsi dal mattino alla sera, in cambio di un tetto e di soldi a palate.


Quando Brian si propone come "guru" e guaritore dell'anima, il rapporto tra Craig e Joey si incrina proprio perché la creatura aliena è falsa e superficiale quanto loro, innamorato solo di se stesso e di un ideale di bellezza che vale finché i suoi amanti lo idolatrano senza porsi troppe domande. C'è anche un aspetto più horror sotteso alla vicenda, ovviamente, ma l'aspetto interessante di Touch Me è proprio il progressivo sfaldarsi dei legami tra i personaggi e la trasformazione di un sogno erotico in un incubo; il resto, sono dettagli che, molto ironicamente, Heimann evita consapevolmente di spiegare, abbracciando in toto le regole di un film di serie Z o l'esilarante follia di un film Giapponese. Questo aspetto di Touch Me potrebbe essere quello che me lo ha fatto piacere così tanto. Il film è, infatti, pesantemente legato alle iconografie giapponesi, cominciando proprio dall'hentai a base di polpi e tentacoli che risale già a fine '800 e il cui esempio più elevato è Il sogno della moglie del pescatore di Hokusai. Touch Me risente anche dell'influenza di film come House, per gli inserti onirico-demenziali che deformano i personaggi oppure trasformano in fumetto i loro pensieri, e del genere pinku eiga, ovviamente, ma io ci ho visto qualcosa anche di un film che col Giappone ha ben poco da spartire, ovvero Brain Damage di Henenlotter (i tentacoli dell'alieno creano dipendenza, inoltre non credo che Brian sia un nome messo a  caso!), anche per come, a un certo punto, vira nello splatter visionario e artigianale. Se Addison Heimann è un regista e sceneggiatore da tenere d'occhio, è anche vero che è riuscito a sfruttare al meglio il cast, in particolare Lou Taylor Pucci. Aperta parentesi body shaming: Lou Taylor Pucci mi fa orrore. Per quanto mi riguarda, l'aspetto più assurdo di Touch Me non è che qualcuno brami di venire scopato da dei tentacoli, ma che voglia farsi anche solo sfiorare dalla versione umana di Brian. Ciò detto, l'interpretazione dell'attore è inquietante e esilarante al tempo stesso, e il suo Brian ha proprio l'aria del guru carismatico dietro al quale c'è il vuoto cosmico, con somma sfortuna di quanti sono disposti a farsi rovinare la vita. I suoi balletti anti-stress, per affrontare l'infantile disperazione che lo assale di tanto in tanto, sono una delle cose più memorabili di un film che ne contiene parecchie, e che vi invito a recuperare se non siete troppo schizzinosi. Poi fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate!


Di Olivia Taylor Dudley (Joey) e Lou Taylor Pucci (Brian) ho già parlato ai rispettivi link.

Addison Heimann è il regista e sceneggiatore del film. Americano, ha diretto anche il film Hypochondriac. E' anche produttore e attore.



martedì 7 luglio 2026

Good Luck, Have Fun, Don't Die (2025)

Era un po' che volevo vederlo, e ho approfittato dell'uscita italiana per recuperare Good Luck, Have Fun, Don't Die, diretto nel 2025 dal regista Gore Verbinski.


Trama: un uomo misterioso, che afferma di venire dal futuro, entra in un diner per trovare le persone che lo aiuteranno ad impedire l'estinzione umana per mano dell'IA...


Good Luck, Have Fun, Don't Die
è uno di quei film inutilmente complicati, che tirano la corda fin quasi a spezzarla e costringono lo spettatore a un tour de force per non addormentarsi sulla poltrona. La cosa assurda, come ho scritto su Facebook, è che l'ultimo film di Verbinski dura 10 minuti più di L'esercito delle 12 scimmie, dal quale prende tantissima ispirazione, ma sembra continuare per ore ed ore, a differenza del film di Terry Gilliam. Buona parte della "colpa", se di colpa si può parlare, è di una sceneggiatura che era nata per essere una serie, cosa che salta subito all'occhio a causa della natura episodica della prima parte. Dal momento in cui l'uomo del futuro interpretato da Sam Rockwell entra nel diner, infatti, due o tre personaggi che andranno a formare il suo gruppo di "eroi" si rendono protagonisti di flashback dedicati; abbiamo dunque insegnanti in fuga davanti ad adolescenti inquietanti, ragazzi che vengono sostituiti da cloni, storie d'amore che scompaiono inghiottite dall'intelligenza artificiale, insomma, vari assaggi di fantascienza horror tenuti assieme da un fil rouge, che sono troppo brevi per essere davvero interessanti e distolgono l'attenzione dello spettatore dal fulcro del film. E dire che di carne al fuoco anche senza questi flashback ce ne sarebbe stata a bizzeffe, a partire dal triste destino del protagonista, il quale è costretto a vivere come il Bill Murray di Ricomincio da capo e affrontare, giorno dopo giorno, lo stesso rompicapo, ovvero quale sia la giusta combinazione di avventori che gli consentirà di annientare l'IA. A mio parere, Good Luck, Have Fun, Don't Die sarebbe stato molto più interessante se, invece di appoggiarsi al "non lo famo ma lo dimo" di Rockwell, avesse mostrato, effettivamente, i suoi sbagli più eclatanti e sanguinosi, anche se sentirli raccontare dal protagonista è una cosa parecchio esilarante, lo ammetto. Non è così interessante, invece, tutto il discorso sull'IA, che nasce già vecchio e raccontato meglio altrove, ridotto a una serie di tristi cliché frutto di conversazioni tra boomer.


E' un peccato che la sceneggiatura di Matthew Robinson sia così stiracchiata, perché Gore Verbinski, dal canto suo, fa di tutto per rendere il film una bellezza per gli occhi. A differenza dello sceneggiatore, Verbinski il senso del ritmo ce l'ha e, aiutato dall'energia di un folle Sam Rockwell, cattura lo spettatore con un'introduzione, quella ambientata nel diner, che è un gioiellino di dinamismo. Verbinski inserisce, inoltre, un sacco di dettagli ricorrenti che acquistano senso man mano che il film prosegue, e non si sottrae neppure all'utilizzo di creature che a definirle cringe si fa loro un complimento, eppure all'interno della narrazione hanno perfettamente senso. Intanto, la loro presenza spiazza lo spettatore, in secondo luogo sono un modo per sottolineare la natura prettamente vuota e stupida dell'IA, il cui obiettivo è rendere gli esseri umani che la utilizzano altrettanto vuoti e stupidi. Passando al cast, Sam Rockwell è sicuramente una spanna sopra tutti gli altri attori, ma i suoi comprimari sono indispensabili alla riuscita dell'opera. Tra i tempi di comici perfetti di Michael Peña e quel mix di fragilità e weird apportato dalla carinissima Juno Temple, ha modo di farsi spazio anche un'attrice che non conoscevo, Haley Lu Richardson, la quale inizialmente attira per via della sua mise e del suo stile, per poi diventare uno degli elementi fondamentali del film, distinguendosi per l'abilità con cui gestisce sia le sfumature drammatiche del personaggio che quelle più action e "punk". L'impressione che mi ha dato Good Luck, Have Fun, Don't Die è dunque quella di un lavoro riuscito a metà, che forse sarebbe stato più valorizzato da un altro tipo di medium. Non mi sento affatto di sconsigliarlo, perché i film brutti sono altri, ma rischia di essere un'altra di quelle opere senza infamia né lode che non riescono a lasciare traccia nella mente dello spettatore dopo un paio di giorni, e persino di non trovare un target di pubblico adatto. Anche per Good Luck, Have Fun, Don't Die vale la stessa cosa che dirò per Ricchi da morire, di cui parlerò tra qualche giorno: se non lo trovate in sala non disperatevi, va benissimo anche aspettare l'uscita in streaming e risparmiare qualche soldino.


Del regista Gore Verbinski ho già parlato QUI. Sam Rockwell (L'uomo dal futuro), Juno Temple (Susan), Michael Peña (Mark) e Zazie Beetz (Janet) li trovate invece ai rispettivi link.


Tom Taylor
, che interpreta Tim, era Jake nel tremendo La torre nera. Se Good Luck, Have Fun, Don't Die vi fosse piaciuto recuperate L'esercito delle 12 scimmie e Everything Everywhere All at Once. ENJOY!

venerdì 3 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Il mulino delle donne di pietra (1960)

Il tema settimanale della Challenge Horror poteva essere il top del trash, in quanto chiedeva la visione di un "Horny European Horror". Dall'elenco di esempi forniti dal creatore della challenge ho tirato fuori Il mulino delle donne di pietra, diretto e co-sceneggiato nel 1960 dal regista Giorgio Ferroni (la raccolta di racconti fiamminghi ad opera di tale Pieter van Weigen, nominata nei titoli di testa come fonte della trama del film, a quanto pare non esiste ed è stata inventata per dare maggior tono all'opera).


Trama: dopo essere stato incaricato di fare delle ricerche sull'argomento, il giovane scrittore Hans viene invitato a dimorare presso il cosiddetto Mulino delle donne di pietra, all'interno del quale c'è un carillon composto da statue a grandezza naturale di tragiche eroine del passato. Il proprietario dell'opera è lo scultore Gregorius Wahl, che vive nel mulino assieme alla figlia Elfie, la quale cela un inquietante segreto...

E io che mi aspettavo chissà quale depravazione da Il mulino delle donne di pietra! In realtà, di gente arrapata ce n'è ben poca all'interno del film e, anche se verso il finale il mad doctor di turno approfitta della messa in atto del suo diabolico piano per mostrare un capezzolo della malcapitata vittima, la più infoiata è la figlia dello scultore, Elfie, la quale si invaghisce subito di Hans e se lo porta a letto senza troppe cerimonie. Qui e là, poi, si inneggia ai piaceri della carne grazie alla presenza della procace Annelore (interpretata dalla cugina di Moira Orfei, Liana) e all'atteggiamento piacione del simpatico Ralf, ma sono davvero dettagli di poco conto. In realtà, Il mulino delle donne di pietra è un dignitoso horror gotico in costume, peraltro il primo in Italia ad essere stato realizzato a colori, il che lo dota sicuramente di un valore storico non da poco. Il mulino delle donne di pietra prende il titolo dal luogo dov'è ambientata la maggior parte della vicenda, ovvero una struttura trasformata in una sorta di attrazione turistica dalla presenza di un carillon fatto di statue a grandezza naturale di famose eroine del passato. La caratteristica peculiare delle statue è quella di raffigurare queste donne da morte, oppure morenti; non bastasse questo elemento già abbastanza creepy, va aggiunto anche che Elfie, la figlia del proprietario del mulino nonché autore del macabro carillon, viene tenuta celata alla vista di eventuali ospiti. Nonostante ciò, lo scrittore Hans, incaricato di scrivere un articolo sul carillon e, conseguentemente, invitato a dimorare nel mulino, rimane ugualmente affascinato dalla ragazza, la quale non fa mistero di essersi perdutamente invaghita dell'uomo. E' il solito trope della femme fatale, procace e dai capelli corvini, il cui aspetto è in aperto contrasto con quello semplice e quasi fanciullesco di Liselotte, amica d'infanzia di Hans e da sempre innamorata di lui. Horny come da titolo della challenge, Hans "si concede" ad Elfie per una notte, ma si rende subito conto che la ragazza è strana, oltre che morbosa in maniera ossessiva, quindi torna con la coda tra le gambe da Liselotte, proclamando il suo amore eterno per lei. Ora, non dirò che Hans si merita tutto ciò che gli accadrà dopo, perché questo dovrebbe essere un post serio, ma a prescindere da come la penso io, il personaggio viene punito per questo suo abbandonarsi alla tentazione del proibito e, come i migliori eroi gotici, viene condotto sull'orlo della follia da qualcosa di talmente perverso da risultare inconcepibile.


Mi rendo conto di essere stata abbastanza lacunosa, ma potrei scommettere che sono in tanti a non avere guardato Il mulino delle donne di pietra, quindi mi spiacerebbe incappare in antipatici spoiler. Passo quindi a parlare un po' dell'aspetto visivo dell'opera. Come sottolineato all'inizio del post, Il mulino delle donne di pietra è stato il primo horror italiano a venire girato a colori e Giorgio Ferroni, assieme al direttore della fotografia Pier Ludovico Pavoni, sfruttano al meglio questo nuovo mezzo espressivo. I colori del film sono intensi, pieni, risaltano ancora più vividi grazie all'utilizzo di ombre nitide e ben definite; ovviamente, vengono privilegiate le sfumature del rosso, soprattutto per gli abiti, un giallo malato che sottolinea la natura non proprio salubre del mulino, tinte blu e viola che fanno assumere alla realtà i contorni di un incubo. L'abile uso del colore è anche funzionale alla trama, soprattutto quando la cinepresa si sofferma sul lento, inquietante movimento delle statue del carillon, indugiando sui dettagli dei loro volti e delle loro espressioni. Il mulino e i suoi dintorni, nebbiosi e grigi, sembrano usciti dritti da un romanzo gotico. La struttura del mulino è labirintica e le inquadrature del regista, talvolta debitrici dello stile espressionista tedesco, riescono a farlo sembrare molto più grande di quello che è, soprattutto quando Hans comincia a perdere contatto con la propria razionalità e a confondere realtà e allucinazioni. La lunga sequenza onirica in cui il protagonista immagina di parlare con vari personaggi è doppiamente efficace perché Ferroni non utilizza alcun elemento visivo per distinguere sogno e realtà; l'unico indizio per lo spettatore è l'eco della voce degli interlocutori di Hans, ma quando il protagonista è solo si finisce vittime della sua stessa confusione. Al di là dell'innegabile bellezza formale, un appunto che bisogna fare a Il mulino delle donne di pietra è che l'aspetto horror è trattenuto per buona parte del suo metraggio e che la follia, purtroppo, esplode solo sul finale, rivelando tutta la depravazione celata all'interno del mulino e gettando nuova luce sulla scappatella di Hans che, col senno di poi, rende molto meno peregrino il tema della challenge. Di più non dimandate e, se questo post vi ha incuriosito, recuperate anche voi Il mulino delle donne di pietra.

Giorgio Ferroni è il regista e co-sceneggiatore del film. Nato a Perugia, ha diretto film come Le baccanti, Il leone di Tebe, Un dollaro bucato, Per pochi dollari ancora, Wanted, L'arciere di fuoco e La notte dei diavoli. Anche montatore, attore e produttore, è morto nel 1981, all'età di 73 anni.



mercoledì 1 luglio 2026

Influencers (2025)

Siccome Rai4 lo manderà in onda questo sabato 4 luglio, parliamo un po' di Influencers, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Kurtis David Harder.


Trama: CW è riuscita a fuggire dall'isola deserta indonesiana. Cercando di rifarsi una vita a Parigi, si innamora, ricambiata, di Diane, ma le sue pulsioni omicide tornano a galla...


Influencer
, arrivato in Italia come Influencer: l'isola delle illusioni, era un horror carino uscito un paio di anni fa, che si aggiungeva al filone recente dedicato a chi vive in un lussuoso mondo fatto di sponsor, viaggi, bei vestiti e frasette motivazionali atti a prendere per il naso i follower, illudendoli di poter, un giorno, fare la loro stessa vita. Che gli influencer siano uno dei tanti mali che affliggono la società spero sia chiaro, e il film di Kurtis David Harder prendeva in giro i meccanismi che governano questa piaga, introducendo come villain una ragazza capace di controllare questi stessi meccanismi e rivoltarli contro gli influencer rubando loro tutto, in primis la vita. CW era un fantasma, un enigmatico babau che si appropriava delle vuote, patinatissime esistenze altrui senza alcun motivo particolare; Influencers non rivela molto di più sul personaggio, ma stavolta almeno ce lo mostra intento a provare, almeno, a creare dei legami. La parte di film che anticipa i titoli di coda ci mostra CW nel sud della Francia, felicemente fidanzata con Diane, ragazza di buona famiglia che nulla sa dei trascorsi della compagna. Ovviamente, questo spaccato di felicità non può durare, perché CW, oltre ad essere enigmatica, è anche psicologicamente instabile; quando, durante una vacanza, si mette in mezzo un'invadente influencer inglese, a CW scatta una comprensibile mosca al naso che, ahilei, scatenerà una cascata di eventi nefasti. In più, la protagonista del film precedente è in cerca di vendetta perché, pur essendo sopravvissuta all'isola deserta in cui l'aveva intrappolata CW, è stata accusata degli omicidi compiuti da quest'ultima, e la sua vita è stata completamente rovinata. Nell'attesa dell'inevitabile confronto tra le due, Kurtis David Harder alza il tiro e scoperchia tutto il marcio che si nasconde dietro il mondo scintillante degli influencer. Se, nel primo film, il target era tutto sommato limitato all'abisso di tristezza e solitudine celato dalle splendide foto di viaggi (Madison era vanerella ma non faceva male a nessuno), qui ci sono arroganti star del web alle quali tutto è dovuto, ipocriti che fanno le peggio cose dietro una facciata irreprensibile, merde umane che fomentano l'odio verso le donne, ecc. ecc. Insomma, già prima CW era un personaggio difficile da criticare, ma in questo sequel si arriva direttamente a fare il tifo per lei, nella speranza che la sua violenza ripulisca il mondo da un po' di stupidità assortita. 


Kurtis David Harder
ha avuto anche aumenti sostanziali per quanto riguarda il budget, perché i paesaggi da sogno del film precedente raddoppiano, e l'azione spazia tra le zone più lussuose di un'Indonesia popolata da ricconi e la Francia, in particolare le zone del Sud. Quelle del regista non sono solo cartoline turistiche, perché i paesaggi naturali e le opulente architetture, per non parlare degli interni, sono funzionali alla trama e si fanno essi stessi personaggi. La Francia del Sud diventa il luogo del cuore, una speranza di rinascita insozzata dallo stesso vuoto cosmico che trasforma tutto in "esperienza esclusiva", mentre l'Indonesia è come sempre quella zona borderline in cui ci si può volutamente perdere, sia per via della natura selvaggia, sia per le attrazioni e i locali zeppi di turisti disattenti in cerca di facile divertimento o di quello scorcio con cui accaparrarsi le invidie di pochi amici e tanti follower. Anche Cassandra Naud fa quel passo in più, e il film diventa il suo one woman show, attraverso il quale consegnare al pubblico una CW sempre misteriosa, ma un pochino più umana, anche nei suoi terribili difetti. C'è da dire che gli altri interpreti non sono proprio degli attori eccelsi, in primis Emily Tennant, il cui carisma era dubbio già nel primo film, ma la Naud ha abbastanza cazzimma e sensibilità da poter trasformare CW, eventualmente, in una villainess alla quale sarebbe giusto consegnare un'intera serie. Anche perché Influencers si fa molto interessante e divertente negli ultimi 20 minuti (al netto di un catfight che ho trovato un po' imbarazzante), durante i quali Kurtis David Harder butta tutto in caciara ma con uno stile elegantissimo ed ironico che mi ha portato a perdonargli una prima parte pasticciata e leggermente soporifera, almeno per quanto mi riguarda. Nell'attesa che CW torni, forse, per un terzo capitolo, consiglio la visione di Influencers, anche se magari il primo non vi aveva fatto impazzire.


Del regista e sceneggiatore Kurtis David Harder ho già parlato QUIGeorgina Campbell, che interpreta Charlotte, la trovate invece QUA.

Cassandra Naud interpreta CW. Canadese, riprende il ruolo dal film Influencer, inoltre ha partecipato ad altri film quali Descendants 2, Descendants 3, It's a Wonderful Knife e a serie come Le terrificanti avventure di Sabrina. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 33 anni e parteciperà alla serie Carrie, di Mike Flanagan


Emily Tennant
torna a riprendere il ruolo di Madison, dopo gli eventi di Influencer, che ovviamente vi consiglio di recuperare. ENJOY!

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