venerdì 6 febbraio 2026

2026 Horror Challenge: Ben - Rabbia Animale (2025)

Siccome il multisala ha miracolosamente proiettato entrambi gli horror usciti in Italia la settimana scorsa, martedì sono corsa a vedere anche Ben - Rabbia animale (Primate), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Johannes Roberts, che mi vale anche come post "libero" per la challenge horror di questa settimana.


Trama: quando Ben, uno scimpanzé domestico, contrae la rabbia, Lucy e i suoi amici devono cercare di sopravvivere alla sua furia omicida...


Il filone "scimmie assassine" ha vissuto un periodo di gloria nella seconda metà degli anni '80 e poi, che io sappia, il genenere monkey horror si era andato un po' a perdere. Sì, una scimmia mostruosa è tornata prepotentemente sotto i riflettori grazie ad Oz Perkins, ma non è la stessa cosa, anche se The Monkey è meraviglioso. Dopo il piccolo assaggio avuto con Nope, serviva un horror con le scimmie vecchio stampo e ce lo ha offerto su un piatto d'argento Johannes Roberts, il quale si è fatto le ossa cominciando con gli squali. Ben - Rabbia animale (che, da qui in avanti, chiamerò col titolo originale, Primate, perché quello italiano non si può sentire né vedere) è un horror d'assedio "basico", privo di significati nascosti o metaforoni, creato con l'esplicito intento di divertire il pubblico (se, per divertimento, uno intende cagarsi in mano dall'inizio alla fine del film). C'è uno scimpanzé che ha contratto la rabbia, e l'unico compito della sceneggiatura è quello di creare situazioni varie e plausibili che portino i ragazzi protagonisti a finire sotto le grinfie della bestia, per poi morire nei modi peggiori; l'impianto è molto simile a Cujo, non a caso una delle opere cartacee e cinematografiche preferite dal regista, ma Primate è meno statico e logorante, più vicino all'idea di uno slasher con una scimmia al posto del serial killer. Prima che mi stiate chiedendo se mi si è inaridito il cuore, io un minimo di empatia per Ben l'ho provata, ché non è mica colpa sua se è stato morso e contagiato, ma è proprio qui che giocano un po' sporco Johannes Roberts e compagnia, perché il minimo segno di debolezza sentimentale da parte dei protagonisti significa morte certa, per loro o per altri. Considerato, inoltre, che lo scimpanzé era stato allevato dalla madre della protagonista, prima di morire per un tumore, e che è cresciuto con le figlie a mo' di fratellino, l'aspetto emotivo è preponderante, soprattutto quando i protagonisti sono costretti ad accettare l'idea che ormai Ben non è più la bestiola intelligente e tenera che conoscevano. 


Johannes Roberts
, come ho scritto all'inizio, si è fatto le ossa con squali e serial killer mascherati, quindi sa bene come gestire ambienti chiusi (per quanto grandi) dai quali non è possibile uscire, oltre ad essere assai abile con le riprese subacquee e le piscine, ambiente, quest'ultimo, dove si svolge almeno metà film. Poiché è affetto dalla rabbia, Ben è costretto a stare lontano dall'acqua, ma la sua natura di primate viene lo stesso sfruttata dalla regia trasformandolo in una minaccia che può arrivare da direzioni inaspettate, così che ogni panoramica degli ambienti, ogni piano americano, ogni inquadratura di quinta è una minaccia alle coronarie dello spettatore. Il pregio più grande di Primate è però l'utilizzo di effetti speciali analogici. Ben non è una creatura digitale, bensì un attore che indossa un costume realizzato dalle abili mani di esperti del settore e si vede, perché la creatura è dotata di una personalità, dei modi anche teneri, una profondità che nessuna scimmia digitale avrebbe potuto trasmettere. E nessuna scimmia vera sarebbe potuta entrare in completa modalità killer, visto il modo in cui Ben, verso il finale, arriva a somigliare più a un demone che a un essere vivente, anche in virtù di una crescente sete di sangue che genera splatterate da voltastomaco, di quelle che ormai si vedono raramente al cinema. Anche per questo motivo, Primate è un film da godere in sala, senza sottovalutarlo: fila via veloce che è un piacere, in un'ora e mezza mette talmente tanta ansia che staccare gli occhi dallo schermo è impossibile, non lesina dettagli gore, a volte strappa persino qualche risata e sfrutta l'handicap di uno dei protagonisti in maniera interessante e funzionale. L'unico dubbio che mi è rimasto, alla fine del film, è quanto ci metterà la famiglia protagonista a finire sotto i ponti dopo tutti i risarcimenti che dovranno pagare, alla faccia della casa da sogno a strapiombo sulla roccia. Ma affari loro, così imparano a deturpare il paesaggio e a trattare le povere scimmiette con superficialità.


Del regista e co-sceneggiatore Johannes Roberts ho già parlato QUI

Troy Kotsur interpreta Adam. Americano, lo ricordo per film come Number 23 e CODA - I segni del cuore (per il quale ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista); inoltre ha partecipato a serie quali CSI:NY, Scrubs e Criminal Minds. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 58 anni. 


Jess Alexander
, che interpreta Hannah, era Vanessa ne La sirenetta mentre Charlie Mann, che interpreta Drew, era nel cast di The Watchers. Se Ben - Rabbia animale vi fosse piaciuto recuperate Monkey Shines - Esperimento nel terrore, Link, Shakma - La scimmia che uccide e Cujo. ENJOY!

mercoledì 4 febbraio 2026

Sentimental Value (2025)

Con l'uscita italiana, sono riuscita a recuperare Sentimental Value (Affeksjonsverdi), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Joachim Trier e candidato a 9 premi Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior film straniero, Miglior attrice protagonista, Miglior attore non protagonista, Migliore attrice non protagonista (in questo caso due, sia Elle Fanning sia Inga Ibsdotter Lilleaas), Miglior sceneggiatura originale e Miglior montaggio.


Trama: dopo la morte della madre, Nora e la sorella Agnes si ritrovano ad avere a che fare col padre allontanatosi da tempo dalla famiglia, il quale vorrebbe dirigere un film con protagonista proprio Nora...


C'è una cosa che ho pensato, mentre asciugavo lacrime di commozione alla fine di Sentimental Value, ovvero che Renate Reinsve si riconferma la persona peggiore del mondo. O, se non altro, la più problematica. E io, per questo, voglio un mondo di bene ai suoi personaggi, anche se l'atteggiamento tutto cerebral-intellettuale tipico del freddo Nord è qualcosa di completamente avulso alla mia personalità. In Sentimental Value, la Reinsve interpreta Nora, attrice in profonda crisi esistenziale la quale, alla vigilia di un importante prima teatrale, rischia di mandare all'aria lo spettacolo fuggendo a gambe levate. La sua situazione psicologica non migliora quando, alla morte della madre, si ripresenta alla porta il padre, Gustav, famosissimo regista che non gira un film da anni e col quale Nora ha un rapporto di amore-odio più sbilanciato verso la seconda emozione. Gustav vorrebbe tornare a lavorare e propone a Nora di essere la protagonista del suo nuovo film, un'opera semi-biografica, ispirata alla storia della propria infanzia e, soprattutto, della madre morta suicida. Quando Nora rifiuta, furibonda col padre per avere sempre anteposto l'arte alla famiglia, al punto da abbandonare lei e la sorella, ancora bambine, Gustav propone il ruolo di protagonista ad una famosa giovane attrice, Rachel Kemp. Sentimental Value racconta dunque il tentativo di Gustav di portare sul grande schermo un episodio assai doloroso della propria infanzia, da guardare in retrospettiva quando la sua vita è quasi giunta al termine, e di riformare, attraverso esso, un legame con le due figlie. E' un tentativo goffo e tardivo di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati, portato avanti da un uomo orgoglioso e testardo, che ragiona essenzialmente in base al proprio prestigio di regista blasonato; Gustav sa che Nora è un'attrice bravissima, eppure non va mai a vederne gli spettacoli, né ha mai guardato un solo episodio della serie televisiva in cui ha recitato, e le offre il lavoro sottolineando come sia un'occasione imperdibile per lei, facendola ovviamente sentire in difetto. Purtroppo per lui Nora, come ho scritto all'inizio, è "la persona peggiore del mondo", e Gustav, senza neppure rendersene conto, ha passato la vita a farla sentire tale.


Sentimental Value
è la commovente storia di due persone che si vogliono un bene dell'anima, che si cercano con gli sguardi e il corpo (i gesti della Reinsve e di Skarsgård, il modo in cui Trier gestisce lo spazio e i silenzi quando i due attori condividono la scena senza altre persone attorno, sono la cosa più bella e toccante del film), ma quando aprono bocca lo fanno solo per distruggersi a vicenda, incapaci di comunicare perché troppo simili. Nora non può partecipare al film di Gustav perché lui le ha inflitto, da bambina, una ferita insanabile, che l'ha resa incapace di coltivare legami stabili e duraturi nel tempo, di avere fiducia nel suo talento di attrice, di esternare un affetto che è comunque capace di provare, come testimonia lo splendido legame col nipotino. L'assenza del padre è stata un sollievo e una tortura, l'ha resa più leggera (la splendida introduzione narrativa del film, col parallelo tra Nora e l'antica casa di famiglia, è molto chiara), ma solo perché le ha tolto qualcosa di importante, per quanto fosse un fardello pesante da portare. Nora si trova dunque bloccata in un limbo, da qui la scelta di cominciare la sua carriera di attrice proprio col monologo di Nina ne Il gabbiano; a differenza però della protagonista dell'opera di Cechov, che alla fine arriva a definirsi "attrice", Nora continua a rimanere "gabbiano", distrutta dal passato, incapace di librarsi libera e fiduciosa. L'unico motivo per cui Nora è ancora viva, in effetti, è la presenza della sorella Agnes. Silenziosa testimone della faida tra Nora e Gustav, disinteressata a prendere le parti dell'una o dell'altro ma ferma nel suo proposito di ascoltare e sostenere entrambi, Agnes si è fatta una sua vita, superando i traumi infantili e diventando la guardiana di una situazione che rischia di degenerare. Poiché è priva del carattere volitivo della sorella e dell'aura da "star" di Rachel, Agnes rischia di passare inosservata, ma è probabilmente il personaggio femminile più importante del film, l'unico che ha avuto la forza di non lasciarsi soggiogare dalla personalità di Gustav.


Agnes è un personaggio splendido, che entra nel cuore dello spettatore in maniera inaspettata e diventa sempre più importante, finché il confronto risolutivo e rivelatore con padre e sorella non la rendono indimenticabile, e lo stesso vale per Rachel Kemp, un ritratto di attrice un po' diverso da quelli ai quali siamo abituati. La sua presenza, così come quella di Gustav e la sua scelta di girare un film personale, ci permette di entrare nel dietro le quinte del processo creativo, del rapporto quasi simbiotico che si crea tra registi/sceneggiatori e gli attori protagonisti, e introduce lo spettatore ad un animo delicato ma forte, che si ritrova inconsapevolmente in mezzo a beghe familiari decennali. Attraverso Rachel, Gustav vede i suoi errori, comprende il dolore causato dalla sua totale dedizione all'arte, e compie un primo, importante passo per realizzare quello che, potenzialmente, potrebbe essere il suo capolavoro. Per rappresentare degnamente una famiglia e una storia così intrinsecamente legate all'arte cinematografica, Joachim Trier realizza la sua regia più ambiziosa, armonizzando una varietà infinita di stili, tra spezzoni di film nel film, dietro le quinte teatrali e cinematografiche, narratrici esterne che raccontano l'infanzia di Nora come se fosse una fiaba, edifici che diventano "vivi", sequenze quasi documentaristiche di vita familiare ed altre più patinate (soprattutto quelle legate al mondo "dorato" in cui si muove Gustav), il tutto costruito con un montaggio fatto di brevi dissolvenze in nero, soggettive e tagli che spezzano l'azione enfatizzando ancora di più il coinvolgimento emotivo dei protagonisti (sfido chiunque a non farsi venire un attacco di panico assieme a Nora, prima dell'ingresso in scena). All'oggettiva bellezza della regia e del montaggio, si aggiunge la bravura degli attori. Ora, benché Elle Fanning sia deliziosa e la lettura del suo monologo sulla preghiera (splendido fulcro dei momenti più emozionanti del film, soprattutto la seconda volta in cui viene letto) spinga a piangere assieme a lei, forse la sua nomination all'Oscar è un po' esagerata, ma Renate Reinsve, Stellan Skarsgård e Inga Ibsdotter Lilleaas, che interpreta Agnes, sono favolosi sia da soli che quando condividono le scene, creano personaggi sfaccettati riempiendo con la loro espressività qualunque elemento lasciato libero dalla sceneggiatura e toccano il cuore, anche e soprattutto con le loro antipatiche imperfezioni. Visto quanto mi sono dilungata, dubito che qualcuno abbia avuto la forza di arrivare a leggere fin qui, ma pazienza. Questo post serve soprattutto a ricordare a me stessa tutte le sensazioni derivate dal colpo di fulmine provato per Sentimental Value, un film che vi invito caldamente a recuperare, assieme a tutte le altre opere di Trier!


Del regista e co-sceneggiatore Joachim Trier ho già parlato QUI. Stellan Skarsgård (Gustav Borg) e Elle Fanning (Rachel Kemp) li trovate invece ai rispettivi link.

Renate Reinsve interpreta Nora Borg. Norvegese, la ricordo per film come La persona peggiore del mondo e A Different Man. Anche produttrice, ha 39 anni e cinque film in uscita, tra cui The Backrooms

 

martedì 3 febbraio 2026

Send Help (2026)

Sabato sono andata a vedere Send Help, diretto dal regista Sam Raimi.


Trama: Linda e il suo capo Bradley sono gli unici sopravvissuti di un incidente aereo che li ha visti naufragare su un isola deserta. La convivenza tra i due si rivela, fin dall'inizio, molto difficile....


Non potevo esimermi dal correre al cinema per testimoniare il ritorno di Sam Raimi al genere horror, diciassette anni dopo Drag Me to Hell. In realtà, Send Help non è proprio un horror, è più una commedia nerissima con pennellate di violenza grottesca e sporadiche incursioni nello splatter, ma contiene in sé molto dell'umorismo corrosivo e del senso del grottesco che ha reso famoso il regista. La trama è tristemente attuale, tanto che, all'inizio, mi è sembrato di stare guardando un documentario su una multinazionale. Linda, workaholic sciatta e remissiva, lavora come dipendente del reparto strategia e pianificazione all'interno di un'azienda il cui presidente è da poco venuto a mancare. Tra le ultime volontà dell'uomo c'era una promozione per Linda, la migliore del reparto, ma il figlio Bradley, subentratogli come presidente, decide di ignorarle platealmente, disgustato dall'aspetto e dal modo di fare rozzo della donna, preferendo circondarsi di molluschi in carriera di sesso maschile, col suo stesso background universitario. Su suggerimento di un consigliere, Bradley decide comunque di portarsi dietro Linda per risolvere una questione spinosa in Thailandia, ma l'aereo dove viaggiano si schianta, lasciando i due come unici sopravvissuti. Bloccati su un'isola deserta, Linda prospera grazie alle conoscenze pratiche derivate dalla passione sfrenata per il survivalismo, mentre Bradley, ferito a una gamba, non solo si conferma un'ameba inutile, ma rimane testardamente (e stupidamente) attaccato alle dinamiche sociali/lavorative di un mondo civilizzato che potrebbe non rivedere mai più. Epurato delle inevitabili estremizzazioni a beneficio della spettacolarità, il rapporto tra Linda e Bradley è verosimile in maniera angosciante. Linda è un'inguaribile ottimista convinta che la sua abilità lavorativa le consentirà di conquistare non tanto il prestigio economico, ma la stima e l'approvazione di colleghi e superiori, che finalmente riusciranno a vedere oltre il suo aspetto e la sua social awkwardness per apprezzarla come merita. Imbevuta di slogan motivazionali e manuali di self help, Linda combatte contro i mulini a vento di una società che, in quanto donna, sciatta e goffa, non la metterà mai in una posizione di rilievo. Lo stesso presidente ha deciso di promuoverla una volta prossimo alla fine della propria carriera, come a volersi sgravare di un peso lasciando poi la patata bollente ad altri, nella fattispecie il figlio Bradley, e purtroppo per Linda quest'ultimo è l'apoteosi del figlio di papà incapace, arrogante, ignorante e convinto di essere Dio perché papino gli ha lasciato in eredità un'azienda. Quando parlavo di documentario, è perché io un Bradley l'ho visto e vissuto (pur avendo avuto la fortuna enorme di non essere la sua Linda), e il fatto che i Bradley di questo mondo non riescano minimamente a capire come cambino le situazioni e il mondo attorno a loro ma continuino a pensare di godere di una miracolosa immunità in virtù della loro immeritata posizione sociale, è la pura verità, non fiction.


Bradley è l'evoluzione (anzi, l'ulteriore involuzione) dell'impiegata che, in Drag Me to Hell, rifiutava la proroga del mutuo alla zingara perché disgustata dal suo aspetto, e Linda è comunque vittima dello stesso sistema che costringeva Christine a comportarsi da merda disumana per dimostrare il proprio valore. Linda, per la maggior parte della sua vita, ha pagato la determinazione a non snaturarsi, finché in lei qualcosa si spezza proprio perché la sua bontà è stata sempre, sistematicamente, testardamente rispedita al mittente con una smorfia di disprezzo. Send Help è stato definito un mix di Misery non deve morire e Cast Away; ricamare troppo su questo aspetto significherebbe incappare in spiacevoli spoiler, ma diciamo solo che, se è difficile empatizzare con la Annie kinghiana, ogni decisione di Linda, per quanto viziata da una certa dose di follia sottesa, è da accogliersi in maniera entusiasta come reazione a tutta la merda che è stata costretta ad inghiottire da sempre e anche come il sogno un po' girlie di una donna che, nella solitudine della giungla selvaggia, è riuscita a ritrovare se stessa. La regia di Raimi asseconda questa evoluzione di Linda, accompagna il gioioso sfogo di chi è rimasto imprigionato per anni da scrivanie e sciatti abiti da ufficio, liberandolo con gloriosi fiotti di sangue, panoramiche di paesaggi da sogno e terrificanti scorci di una natura pericolosa e selvaggia, e per questo ancora più gratificante da dominare. Il regista sottolinea anche l'aspetto ridicolo e grottesco della situazione, ricorrendo a bestie innaturalmente mostruose che, quando non affrontano direttamente i protagonisti, li spiano nascoste tra le foglie e le rocce oppure, a loro stessa insaputa, diventano i veicoli di macchinazioni perfidamente umane. A proposito di mostri, Raimi non rinuncia a zampate sovrannaturali e visionarie, né a mostrare l'orrore che si annida nell'animo umano, ricorrendo sul finale ad una metamorfosi da brividi, affidata interamente al make-up e alla bravura degli interpreti. Rachel McAdams divora la scena con un personaggio al tempo stesso delizioso ed esasperante, adorabile per la sua estrema ironia e per quella vena di pazzia nutrita da una vita solitaria, passata a divorare libri e serie TV a tema survivalista e, probabilmente, anche film come Laguna blu o Paradise. Dylan O'Brien, con quella sua naturale faccetta da cazzo, è un figlio di papà perfetto, un viscido serpente a sonagli da cui guardarsi quando il suo sguardo esprime un disgusto senza limiti, ma soprattutto quando sfodera una perfetta chiostra di denti bianchissimi, pronto a far cadere le donne ai suoi piedi. E su questo spezzo una lancia a favore della sceneggiatura di Damian Shannon e Mark Swift. Pur essendo spesso derivativo e un po' tirato per le lunghe, Send Help ha il pregio di non ricorrere a facili soluzioni e cliché, mantenendo il personaggio di Linda all'interno di una zona d'ombra sufficiente a non riuscire ad incasellarlo in positivo o in negativo, e questo rende il film ancora più interessante. Vi consiglio, dunque, di non sottovalutarlo solo perché non è un horror tout court, e di correre al cinema a vederlo!


Del regista Sam Raimi ho già parlato QUI. Rachel McAdams (Linda Liddle), Dylan O'Brien (Bradley Preston), Xavier Samuel (Donovan) e Dennis Haysbert (Franklin) li trovate invece ai rispettivi link.


Bruce Campbell
compare come padre di Bradley in una foto all'interno del suo ufficio. Se Send Help vi fosse piaciuto recuperate Severance - Tagli al personale, The Belko Experiment e Drag Me to Hell. ENJOY! 

venerdì 30 gennaio 2026

2026 Horror Challenge: Pulse - Kairo (2001)

Questa settimana, il tema della challenge horror era "cyber horror", così ho scelto di guardare Pulse - Kairo (回路), diretto e sceneggiato nel 2001 dal regista Kiyoshi Kurosawa.


Trama: alcune persone cominciano a scomparire misteriosamente, mentre i fantasmi invadono il mondo sfruttando internet... 


Se esiste un film in grado di prevedere il cupo futuro in cui saremmo piombati di lì a poco, è proprio Pulse. Figlio della recessione economica giapponese, espressione di un'epoca di paura ed incertezza dove le fondamenta della società nipponica sono andate quasi a farsi benedire, Pulse accoglie i timori del periodo storico in cui è stato girato ma getta anche uno sguardo sul rovescio della medaglia di tecnologie che avevano appena cominciato a diventare molto popolari nel mondo orientale (noi saremmo arrivati qualche anno dopo). Attraverso il racconto della silenziosa invasione da parte degli yurei, dei fantasmi, Kiyoshi Kurosawa tocca infatti argomenti come l'incapacità di comunicare, la solitudine, la distanza e l'isolamento incoraggiati, appunto, dai cellulari e da internet. Lo fa imbastendo due storie parallele, che si incontrano sul finale. La prima vede come protagonista Michi, appena trasferitasi a Tokyo per lavorare in un negozio di piante, la quale si ritrova a testimoniare, impotente, la progressiva scomparsa di tutti i suoi colleghi; la seconda punta i riflettori su Kawashima, studente che installa un provider sul suo computer e, da quel momento, viene perseguitato da un inquietante sito internet pieno di immagini di persone sole, all'interno di ambienti bui. Benché i due personaggi abbiano caratteri diversi, ciò che li accomuna è il condurre una vita solitaria senza rendersene minimamente conto, convinti o di avere una rete di conoscenze e familiari solida (come Michi) oppure di poter contare, come Kawashima, su un atteggiamento espansivo, molto chill, come direbbero i giovani d'oggi. In realtà, entrambi proveranno sulla propria pelle la labilità dei legami intrecciati nel corso del tempo, e l'impossibilità di trovare argomenti che possano fare breccia nella stretta rete di disperazione con la quale gli yurei hanno avvolto l'umanità, perché sono a loro volta soli e disperati. Quanto all'invasione degli spiriti, non è violenta né sanguinosa, a loro basta entrare in risonanza con le emozioni negative dei vivi ed amplificarle per privarli della volontà di lottare, ed è questa la cosa più terrificante di Pulse, al di là delle immagini effettivamente inquietanti legate alle "forbidden room", che attirano a sé gli umani, e dei loro occupanti. Il ritmo del racconto, infatti, è talmente lento e progressivo che quando, sul finale, le strade di Tokyo si svuotano, condividiamo lo stesso shock dei protagonisti, i quali fino a quel momento si erano concentrati sulla loro situazione contingente, senza accorgersi di un apocalisse tanto subdola quanto efficace. 


Eppure, non è che Kiyoshi Kurosawa non ci offra gli indizi per capire, è solo che non li vediamo, perché la nostra attenzione viene catturata dalle sequenze più dichiaratamente scioccanti e paranormali del film. Tra echi di un j-horror agli albori, fatto di figure scure che si contorcono minacciose, tecnologie ribelli, computer che si accendono da soli mostrando scorci di un altro mondo o entità misteriose che ci spiano, ricorrendo a quell'effetto Droste che i giapponesi amano particolarmente, ombre che all'improvviso acquistano una forma umana, suicidi violenti, scritte inquietanti e ancor più angoscianti macchie sul muro, rischiamo di perderci dettagli importanti. In primis, il progressivo scurirsi della fotografia, opera di Junichirô Hayashi, che immerge le immagini in un'atmosfera sempre più plumbea, eco non solo dell'oscurità del mondo degli spiriti, ma soprattutto della perdita della volontà di continuare a vivere. Man mano che gli yurei aumentano di numero, le superfici riflettenti e i vetri delle finestre diventano opache, e l'unico colore che salta all'occhio è il rosso, che in Giappone viene usato fin dall'antichità come protezione contro gli spiriti maligni e che qui, infatti, viene usato per sigillare le forbidden room, oltre ad essere l'ultimo colore che Junko indossa prima di venire a sua volta "maledetta". Oltre a questo, il regista inserisce spesso e volentieri persone sullo sfondo che, di tanto in tanto, scompaiono all'improvviso, un'elemento su cui inizialmente l'occhio non si sofferma ma che poi diventa evidente, aumentando l'incertezza su chi sia o meno una persona reale. L'unico difetto di Pulse - Kairo, almeno per me, è quello di essere forse un po' troppo lungo per l'argomento che tratta, e a distanza di 25 anni gli effetti speciali più importanti, come quello dell'aereo, risentono un po' l'usura del tempo. A parte questi due aspetti trascurabili, è un ottimo film che offre un punto di vista originale, benché pessimista, sulla depressione, la solitudine e il terrore di vivere, più che di morire; personalmente non l'ho trovato tanto pauroso, quanto angosciante, perché pone interrogativi scomodi e dipinge situazioni anche troppo verosimili, yurei a parte. Vi consiglio, dunque, di maneggiarlo con molta cura. 


Del regista e sceneggiatore Kiyoshi Kurosawa ho già parlato QUI


Kumiko Asô
, che interpreta Michi Kudo, ha partecipato anche a Ring 0: Birthday. Di Pulse - Kairo esiste un omonimo remake americano del 2006 che ha persino generato un seguito straight-to-video Pulse 2: Afterlife. Considerato che il remake è stato scritto da Kurosawa e Wes Craven potreste anche dargli un'occhiata, se Pulse vi fosse piaciuto, e aggiungere Cure, Ringu e Shutter. ENJOY! 

mercoledì 28 gennaio 2026

Sirat (2025)

La settimana scorsa è uscito in Italia Sirat (Sirât), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Oliver Laxe e candidato a due Oscar, Miglior Film Straniero e Miglior Sonoro.


Trama: Luis, assieme al figlioletto Esteban, gira per i rave in cerca della figlia maggiore, da tempo scomparsa. Quando si convince che un gruppo di raver si recheranno in quello decisivo, Luis si accoda alla loro piccola carovana...


Da che ho memoria o, meglio, da quando ho raggiunto l'età per uscire di casa, mio padre mi ha sempre detto: "su g'he du burdellu, porta via u belin", ovvero "se ci sono dei casini, vattene". Per mio padre, i rave sarebbero l'epitome del "burdellu", una calamità (in)naturale intrisa di casini, a partire dalla loro illegalità, dalla quantità di droga che gira, e dalla possibilità concreta di venire portati in prigione o peggio. Per questo mi è sembrato di leggere nell'animo di Luis, un tizio sulla sessantina con figlioletto al seguito che va di rave in rave a cercare l'altra figlia, quella maggiore, scomparsa senza dare più notizie di sé. Non sappiamo perché la ragazza non abbia più contattato la famiglia, sappiamo solo, e nemmeno da Luis, che dalle foto sembra avere "gli occhi tristi" e che il padre è deciso a ritrovarla, quello stesso padre che, con tutta probabilità, farebbe un falò di rave e raver assieme. Probabilmente, nel suo cuore Luis la dà già per persa, eppure lo stesso decide di seguire un gruppetto di raver, pronti a passare alla prossima festa, per tentare ancora una volta la sua disperata ricerca, perché arrendersi sarebbe anche peggio. Sirat comincia così come il tipico viaggio cinematografico on the road, dove due realtà diverse si incontrano, si scontrano e poi si mescolano, limando le rispettive diffidenze e arricchendosi reciprocamente, un viaggio verso un obiettivo ben preciso. Peccato (o per fortuna), però, che Sirat non sia così lineare e banale: il titolo fa riferimento al ponte, più sottile di un capello e più affilato di una spada, sospeso sopra l'inferno, un ponte che solo gli animi retti possono attraversare. E l'inferno è ciò che circonda Luis e i suoi compagni, un inferno tanto splendido quanto subdolo, che offre mille possibilità di una vita libera e selvaggia, ma non perdona la minima distrazione, soprattutto quando tutto intorno c'è sì la minaccia della guerra, ma anche un ambiente che nasce per essere pericoloso e inospitale. In ogni sequenza, a partire dalla frenetica scena iniziale in cui la cinepresa di Oliver Laxe ci trascina letteralmente dentro un rave, a stordirci di musica martellante, c'è qualcosa a ricordarci che la fuga dalla realtà è temporanea, che basta un nonnulla e le ali che ci fanno librare in alto possono andare in fiamme e precipitarci all'inferno, che il "burdellu", se vuole, può travolgerci anche se le altre volte ce la siamo cavata per il rotto della cuffia. E così, il prevedibile viaggio di Luis diventa un'esperienza cinematografica tra le più angoscianti viste nella vita, un non-horror che mette più ansia di un film che rispetta tutte le regole del genere. 


Il motivo per cui Sirat entra sotto pelle è la perfetta commistione tra tecniche di "finzione" cinematografica e uno stile documentaristico che rende tutto più verosimile. Oliver Laxe non ricerca l'artificio, lascia che siano gli scorci naturali del deserto marocchino a creare immagini spettacolari e mozzafiato, inserendo di volta in volta l'elemento umano o artificiale (le enormi, vecchissime casse utilizzate nei rave in primis) per modificare drasticamente l'atmosfera, senza mai essere banale. E' raro che un film mi sorprenda, ma Sirat lo ha fatto per ben tre volte, con una fluidità letteralmente spaventosa, che mi ha impedito di "rilassarmi" per tutto il resto del film. In tandem con lo stile di regia, anche la scelta di utilizzare un attore famoso come Sergi López, affiancandogli dei veri raver, risulta vincente e concorre a rendere credibile il piglio realistico di Sirat. Steff, Josh, Bigui, Tonin e Jade riempiono lo schermo con le loro facce splendide, da buskers, e fanno venire voglia di sapere cos'è successo loro prima degli eventi raccontati nel film, di seguirli lungo il cammino che li ha portati a diventare "cacciatori" di rave. E a proposito di rave, che Sirat abbia una candidatura per il miglior sonoro non deve stupire. I suoni del film, un misto di musica techno e dei silenzi naturali tipici del deserto, avvolgono lo spettatore senza lasciarlo andare dall'inizio alla fine, attirandolo in un trip fatto di bassi insinuanti, suoni distorti e una grezza vitalità artigianale riprodotta con incredibile nitidezza. Oserei dire che pare quasi di essere in un rave, non fosse che non ho mai provato una simile esperienza e, dopo Sirat, mai la proverò, soprattutto a 44 anni suonati, ma l'impressione è stata quella. A maggior ragione, perché alla fine di Sirat mi è sembrato che mancasse "qualcosa", come se il film mi avesse stordita, mi avesse travolta con emozioni troppo fugaci per poterle trattenere, e ciò mi avesse impedito di coglierne il senso di insieme. Forse dovrei rivederlo, ma anche no, e non perché sia un brutto film (spero di essere stata chiara, è bellissimo), ma perché resistere fino alla fine senza scappare preda dell'ansia è stato molto difficile.   

Oliver Laxe è il regista e co-sceneggiatore del film. Francese, ha diretto i film Todos vós sodes capitáns, Mimosas e O que arde. Anche produttore, ha 44 anni.


Sergi López
interpreta Luis. Spagnolo, ha partecipato a film come Piccoli affari sporchi, Il labirinto del fauno e L'uomo che uccise Don Chisciotte. Ha 61 anni e un film in uscita. 



martedì 27 gennaio 2026

Vieja loca (2025)

Lo avevo perso al ToHorror, e sono riuscita a recuperare in questi giorni uno dei film che avevo puntato a ottobre, Vieja loca, scritto e diretto nel 2025 dal regista Martín Mauregui.


Trama: preoccupata per le condizioni mentali della madre, Laura chiede al suo ex marito di andare a controllarla. Per l'uomo è l'inizio di un incubo alla mercé dell'anziana donna...


La senilità e l'alzheimer stanno diventando mostri sempre più quotati all'interno del cinema horror, tanto più spaventosi perché purtroppo reali e diffusi. La vecchiaia, l'angoscia di avere a che fare con persone un tempo amate, completamente stravolte da una malattia che cancella i loro ricordi e ne altera le percezioni, sono cose che fanno paura, e molti autori cercano di esorcizzarle o venire a patti con esse. Vieja loca, fin dal titolo, sceglie una strada più grottesca rispetto ad altre opere a tema, e corre sul filo della hagsploitation; questo genere, che tanto andava di moda negli anni '50 e '60, nell'horror moderno ha però perso quella valenza di "ultima spiaggia" alla quale erano costrette dive ormai invecchiate, e non è più qualcosa che sminuisce le anziane attrici, anzi, semmai le eleva. Questo perché anche Alicia, la protagonista del film, non è caratterizzata come una semplice "vecchia pazza", nonostante molte sequenze del film siano uno squisito compendio di commedia nerissima. Alicia, come da definizione della figlia, è un "buco nero", una donna con la quale non era già facile avere a che fare in età più giovane, e i motivi diventano dolorosamente chiari man mano che il film prosegue. Il fantomatico César, per il quale Pedro viene scambiato da Alicia, è un mostro oscuro che ha tormentato il passato della donna, legandola a sé con la violenza, con una perversa pretesa di esclusività e, infine, con degli atroci delitti, e quando le difese mentali di Alicia crollano, il passato la travolge come un'onda di marea, portando con sé tutti gli sventurati che hanno a che fare con lei. A farne le spese in primis è il povero Pedro, appunto, che per una gentilezza fatta alla ex moglie preoccupata si ritrova a venire legato e torturato da una donna decisa a fargli pagare anni di abusi psicologici e fisici. La sceneggiatura di Martín Mauregui è impietosa, ma non è spietata nei confronti di Alicia, ed è ovviamente pessimista, perché una malattia terribile come quella descritta nel film contamina non solo il presente, ma anche l'affetto e i ricordi passati.


Tali premesse giustificano il ritmo ripetitivo della prima parte del film, che reitera in maniera angosciante situazioni e dialoghi (persino ricette, utile nel caso voleste imparare a fare l'alfajor), e a un certo punto mostra come, per Alicia, il tempo si sia riavvolto per poi fermarsi nel momento più terribile della sua vita. La ripetitività delle situazioni non stempera, però, l'inquietudine derivante dall'impotenza di Pedro, costretto non solo fisicamente, ma anche mentalmente, impegnato in un approccio faticoso atto a conquistare la fiducia dell'ex suocera, vista l'impossibilità di farla ragionare. L'ambientazione "casalinga" del film, girato per la maggior parte all'interno di una villa decadente la cui incredibile bellezza si è appannata nel corso del tempo, funziona come parallelo della condizione di Alicia, abbandonata a se stessa e priva di "manutenzione", eppure ancora solida, fiera; la casa di Alicia soffre di perdite idrauliche, cade a pezzi in alcuni punti, è un triste regno di disordine e caos, e nasconde terribili, oscuri segreti che sfuggono allo sguardo di chi viene distratto dall'aspetto apparentemente normale dell'anziana signora. Quanto agli attori, Carmen Maura si profonde in un'interpretazione senza freni che diventa la spina dorsale dell'intero film, dando vita ad un mostro, sì, ma con tristi sprazzi di umanità che spingono talvolta a provare pietà per questa "vecchia pazza", soprattutto sul finale. L'interazione con Daniel Hendler (che io, neanche a dirlo, non conoscevo ma che è uno degli attori più famosi in Uruguay), sempre sul filo della farsa, da vita ad un paio di sequenze ad alto tasso di tensione, inoltre lui è molto bravo a non farsi surclassare dal carisma di Carmen Maura, pur mantenendo sempre un'aura da medioman dimesso che lo rende ancora più tragico. In definitiva, Vieja loca è sicuramente un film che mi sarebbe piaciuto vedere al ToHorror e, nonostante non sia privo di difetti, è una visione che consiglio, soprattutto se vi piace questo genere di tematiche.


Di Carmen Maura, che interpreta Alicia, ho già parlato QUI.

Martín Mauregui è il regista e sceneggiatore del film. Argentino, ha diretto un altro film, El amor (primera parte).




venerdì 23 gennaio 2026

28 anni dopo: Il tempio delle ossa (2026)

Martedì sono andata a vedere uno dei film che aspettavo di più, 28 anni dopo: Il tempio delle ossa (28 Years Later: The Bone Temple), diretto dalla regista Nia DaCosta.


Trama: Spike finisce tra le grinfie della gang capitanata da Sir Jimmy Crystal, diventandone un membro riluttante. Il Dr. Kelson, invece, cerca un modo per riportare l'Alfa Samson alla ragione...


Non vedevo l'ora di tornare nel mondo di 28 anni dopo, non solo perché ero rimasta appesa al cliffhanger che aveva introdotto gli assurdi Jimmies ma anche perché il titolo del nuovo capitolo prometteva il ritorno di un personaggio che avevo adorato, lo stralunato, dolcissimo Dr. Kelson. Il tempio delle ossa comincia più o meno dove finiva 28 anni dopo. Spike è stato salvato da Jimmy Crystal e i suoi sodali solo per guadagnarsi l'ingresso della banda con un duello all'ultimo sangue, e il suo cammino di scoperta di sé e del mondo fuori dall'isola dov'è nato e cresciuto subisce una brusca frenata. O, meglio, non è più il tema portante del film, ma anche qui Spike è costretto a vivere esperienze tremende per poter comprendere un ulteriore aspetto dell'umanità post-apocalittica e scegliere da che parte stare. Se il film precedente lo aveva messo di fronte alla fallibilità del padre e al memento mori/amoris del Dr. Kelson, il secondo capitolo gli chiede di scegliere tra chinare la testa per paura, affidandosi a una divinità che, per quanto malevola, giustificherebbe ogni sua azione dando una parvenza di ordine al mondo, oppure accettare con coraggio la responsabilità della scelta individuale all'interno di una realtà caotica, senza entità vere o presunte che sussurrano certezze e regole da seguire. Questa biforcazione del cammino di Spike viene rappresentata dallo scontro (dapprima "a distanza" e "ideologico", poi fisico) tra il Dr. Kelson e Sir Lord Jimmy Crystal. Banalmente, i due incarnano rispettivamente la ragione scientifica e il fanatismo religioso, ma se fosse tutto lì, il film sarebbe ben poca cosa. I due personaggi sono accomunati dal dolore e da una follia più o meno evidente, ma è diverso il modo in cui hanno scelto di affrontarli.


Kelson è rimasto umano, anche a costo di non farsi capire dai suoi simili e pagare il prezzo di un isolamento decennale; il suo tempio delle ossa è un monumento a chi un tempo ha vissuto, a prescindere da come sia morto e se sia stato o meno infettato dalla terribile epidemia. Questo concetto estremamente razionale e "ugualitario" della vita, e forse anche il desiderio di non essere più solo, lo spinge a cercare un rimedio scientifico per permettere all'Alfa Samson di trovare quiete nella furia, di "guarire", seppure temporaneamente, trovando così la pace. Il fatto che Kelson, a un certo punto, faccia una scoperta sensazionale, non è un buco di trama o uno strafalcione: abbiamo visto in 28 settimane dopo come l'approccio, anche di medici e scienziati, fosse contenitivo/distruttivo, atto non a curare chi era già infetto ma ad impedire che la malattia si diffondesse. Solo Kelson, tra tutti i personaggi visti nei vari film della saga (e forse anche Isla, in un certo senso), ragiona in termini di persone, non di mostri, ed agisce di conseguenza, senza mai abbandonare la fede nella razionalità e nella scienza. Sir Lord Jimmy Crystal, per contro, ha cancellato la razionalità con un colpo di spugna, vittima di un trauma subito in età troppo giovane per poterlo processare. Unico sopravvissuto di una famiglia governata, con tutta probabilità, dal pugno di ferro di un pastore talmente invasato da accogliere l'Apocalisse con gioia, Jimmy ha fatto un minestrone di tutte le cose imparate nel corso dell'infanzia e ha deciso di essere stato toccato dalla mano di Satana, investito del ruolo di Principe del Regno creato dal Vecchio Caprone e quindi tenuto ad amministrare la Carità del Diavolo seminando ulteriore morte e distruzione. Quello di Jimmy è un personaggio patetico, un bambino mai cresciuto che ha cercato un motivo per giustificare un semplice colpo di fortuna, perché l'alternativa sarebbe stata ancora più terribile; Jimmy è l'equivalente malvagio del Jupe di Nope, convinto di essere intoccabile perché prescelto, e le sue "sette dita" sono ancora più patetiche di lui, dei disperati che cercano una scusa per giustificare azioni inenarrabili. E' la contrapposizione tra questi due personaggi a rendere Il tempio delle ossa un'opera ricca ed affascinante, e a "giustificare", se ce ne fosse bisogno, tutto l'orrore che la regista ci sbatte in faccia fin dal primo minuto.


Nia DaCosta
dirige con ritmo indiavolato (haha!), senza lesinare dettagli raccapriccianti e momenti in cui ho faticato a tenere gli occhi sullo schermo, ma si concede anche parentesi poetiche, che mi hanno vista trattenere le lacrime a malapena, non solo sul finale. La regista, inoltre, sfrutta alla perfezione il connubio tra una colonna sonora peculiare (dove la fanno da padrone i Duran Duran ma trovano posto anche Everything In Its Right Place dei Radiohead e, soprattutto, The Number of the Beast degli Iron Maiden) e la possibilità di avere un Ralph Fiennes particolarmente ispirato. Tralasciando una sequenza "poetic cinema" che difficilmente verrà superata quest'anno, davanti alla quale devo avere avuto l'espressione di una bambina che vede per la prima volta un parco giochi, la musica è una componente fondamentale del rapporto che viene a crearsi tra il Dr. Kelson e l'Alfa Sanson, perché, mitologicamente, è proprio la musica ad irretire le bestie (anche più degli oppiacei). Se, all'inizio, la regista gioca tantissimo sulla tensione scatenata dalla prima, terrificante scena che vede Samson protagonista (anche in virtù della tremenda somiglianza tra il personaggio e George Eastman in Antropohagus, change my mind), andando avanti le inquadrature ravvicinate creano un universo "intimo", all'interno del quale due anime sole cercano di avvicinarsi e di comprendersi, perlomeno di accettarsi a vicenda. Gli occhi azzurri e dolenti di Ralph Fiennes restituiscono allo spettatore 28 anni di profonda solitudine e la serenità di chi ha scelto di rimanere umano in un mondo di mostri, facendosi pienamente carico di questa difficile scelta. Dalla parte opposta, ci sono le schegge impazzite dei Jimmy. Jack O'Connell si è ormai abbonato ai ruoli di mostro carismatico, e una volta capito chi ha ispirato la sua mise (documentatevi per favore su Jimmy Savile, se ancora non lo avete fatto) il personaggio risulta ancora più folle e grottesco, ma anche gli altri Jimmy riescono a farsi ricordare, alcuni più di altri, soprattutto le "quote rosa". L'anno scorso avevamo avuto una gioia, ovvero la certezza che Il tempio delle ossa sarebbe uscito nel giro di pochi mesi. Quest'anno la situazione è più nera: il film di Nia DaCosta, nonostante a mio parere sia ancora più bello del suo predecessore, è uscito nel periodo peggiore, non ha fatto gli incassi sperati (in sala, oltre ai me e ai miei amici, c'era UNA SOLA persona), e il terzo capitolo di quella che era nata come una trilogia non è nemmeno ancora in produzione. Visto il commovente finale, io prego tutte le divinità perché la saga di 28 anni dopo possa avere la sua degna conclusione, o comincerò a distribuire Carità a tutti quelli che si saranno messi di traverso. 


Della regista Nia DaCosta ho già parlato QUI. Jack O'Connell (Sir Jimmy Crystal), Ralph Fiennes (Dr. Kelson) e David Sterne (George) li trovate invece ai rispettivi link. 

Erin Kellyman interpreta Jimmy Ink. Inglese, ha partecipato a film come Solo: A Star Wars Story, Sir Gawain e il Cavaliere Verde, 28 anni dopo e a serie quali The Falcon and the Winter Soldier. Ha 28 anni. 


Emma Laird
interpreta Jimmima. Scozzese, ha partecipato a film come Assassinio a Venezia, The Brutalist, 28 anni dopo e Fackham Hall. Ha 28 anni e due film in uscita. 


Louis Ashbourne Serkis
interpreta Tom. Figlio di Andy Serkis, ha partecipato a film come Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato, Alice attraverso lo specchio, Edison - L'uomo che illuminò il mondo, Il ragazzo che diventerà re e a serie quali La regina degli scacchi. Ha 21 anni.



Il film segue 28 giorni dopo , 28 settimane dopo e 28 anni dopo, quindi recuperate tutto quello che lo precede. ENJOY!

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