mercoledì 25 febbraio 2026

Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (2025)

Pur non avendone mai sentito parlare fino a una settimana fa, domenica sono andata a vedere Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (Dead Man's Wire), diretto nel 2025 dal regista Gus Van Sant.


Trama: Richard Hall, presidente di una società di prestiti, viene preso in ostaggio da Tony Kiritsis, furibondo per essere stato, a suo dire, truffato da Richard e dal padre...


Come ho scritto all'inizio, non avevo mai sentito parlare de Il filo del ricatto ma, complici un paio di recensioni più che positive scorte sulla homepage di Facebook e il fatto che il film fosse in programmazione al cinema d'essai, domenica sono andata a vederlo. Oltre a non avere mai sentito parlare del film, ovviamente non conoscevo nemmeno la storia vera che lo ha ispirato, ovvero quella di Tony Kiritsis e del suo momento di "gloria" mediatica. Kiritsis, negli anni '70, aveva acquistato un terreno per venderlo allo scopo di farci costruire sopra un centro commerciale ma, dopo qualche tempo, si era ritrovato senza acquirenti ed impossibilitato a ripagare il mutuo e i relativi interessi richiesti dalla società di prestiti di M.L. Hall. Disperato e furibondo perché, a suo dire, la società aveva lavorato attivamente per dissuadere eventuali acquirenti e metterlo così in ginocchio, Kiritsis un giorno si è recato nell'ufficio di M.L. Hall e lì ha sequestrato il figlio Richard, immobilizzandolo con il "filo dell'uomo morto"; in pratica, ha messo un cappio d'acciaio attorno al collo di Richard, legando l'altra estremità al grilletto di un fucile a canne mozze, così che, nell'eventualità di un intervento della polizia, della fuga di Richard o della morte di Tony, il fucile avrebbe sparato uccidendo l'ostaggio. Sorvolando per un attimo sulla natura arzigogolata ma efficace e decisamente ansiogena del metodo di prigionia, ciò che è interessante ne Il filo del ricatto è la totale sospensione del giudizio di una sceneggiatura assai equilibrata. Nonostante il titolo italiano dia alle azioni di Tony una palese accezione negativa, il film invece non le condanna, così come non condanna Richard, e lascia che sia lo spettatore a trarre le conclusioni e a parteggiare per uno, per entrambi, o per nessuno. Certo è che la storia di Tony precorre tantissimi fatti di cronaca recenti, nati in una situazione sociale di miseria ed ingiustizia che spinge alla rivalsa sociale con metodi violenti e (razionalmente) discutibili, ma di cui è molto difficile e persino ipocrita criticare i motivi. Il film non ci conferma, al 100%, che gli Hall avessero usato il loro nome e il loro prestigio per far sfumare l'affare di Tony e guadagnarci dei bei dollari, ma neppure asserisce il contrario, tant'è che per qualche mese Kiritsis è stato salutato dalla gente comune come un novello Robin Hood, o come un rivoluzionario in lotta contro il potere. D'altra parte, sceneggiatura e regia si guardano bene dal dipingere l'ordalia di Richard Hall come una passeggiata di salute. Nonostante Hall non abbia riportato ferite fisiche, il film sottolinea la terribile portata psicologica che ha avuto la vicenda sull'uomo, il terrore e lo stress subiti per tre giorni consecutivi, sensazioni che si trasmettono chiare allo spettatore, in barba al "fascino" esercitato da Kiritsis.  


Van Sant
sottolinea l'importanza, già negli anni '70, dei media audiovisivi per influenzare l'opinione del pubblico e confeziona un film in cui l'aspetto thriller affidato alle difficili interazioni tra Kiritsis e Hall lascia spesso spazio alla voce suadente del deejay preferito dal sequestratore, e ad una lotta serrata tra emittenti televisive e reporter a caccia di scoop e gloria. Come mostrato nei titoli di coda, durante i quali scorrono le sconvolgenti immagini dei protagonisti reali della vicenda, la volontà di Kiritsis era quella di mettere su uno show, di far fruttare i suoi "5 minuti" di fama per fare arrivare la sua versione della storia a quante più persone possibili e trascinare così nel fango il buon nome degli Hall. La frase "è un gran casino", reiterata dalla polizia fino allo sfinimento, è emblematica dell'efficacia del piano di Kiritsis, atto in primis a portare caos, a scuotere le coscienze, a costringere la giustizia ad andarci con i piedi di piombo, non tanto per l'incolumità dell'ostaggio, quanto per il dubbio insinuato dalla ragionevolezza delle accuse del sequestratore. Questo stesso "casino", ricercato e calibrato da una sceneggiatura perfetta, priva di sbavature, si fa strada nell'animo dello spettatore, che non sa cosa aspettarsi da Il filo del ricatto. Il film ha spesso un tono grottesco, da commedia, eppure alcuni momenti gelano il sangue nelle vene e, onestamente, a un certo punto ho creduto davvero che la testa di Richard sarebbe finita vaporizzata in una nuvola di sangue e ossa. Gran parte del merito va anche agli attori. Nel trafiletto finale leggerete che Nicolas Cage era il primo in lizza per il ruolo di Kiritsis, ma sarebbe stato un danno enorme per il film, perché il suo overacting avrebbe trasformato Tony in un matto col botto. Affidare il personaggio a Bill Skarsgård significa invece puntare tutto sulla sottile inquietudine che trasmette lo sguardo allucinato dell'attore, e sulla sua capacità di essere istrionico senza esagerare, folle ma contenuto, un uomo comune dal fascino magnetico. Skarsgård si completa alla perfezione con Dacre Montgomery, che invece offre un'interpretazione trattenuta ed angosciante; mentre Al Pacino, nei panni del padre, è giustamente una merda patentata al limite del macchiettistico, Montgomery interiorizza orgoglio e terrore, viene fiaccato non solo dall'esperienza fisica ma anche dallo stress mentale di un dubbio logorante, quello di essere in errore, di essersi scavato la fossa facendo quello che pensava fosse il compito, senza troppe cerimonie, di un usuraio abituato a ragionare in interessi, non in "persone". L'unica nota negativa di un film che vi consiglio di correre a vedere è il doppiaggio italiano. Con tutto il bene che voglio a Mario Biondi, fargli doppiare Colman Domingo è un insulto alla splendida, calda voce di un attore che ho conosciuto e amato guardandone i film in lingua originale. Ho fatto fatica a non uscire dopo i primi minuti, sono sincera, quindi, se possibile, cercate una sala che abbia gli spettacoli in v.o. Mi ringrazierete. 


Del regista Gus Van Sant ho già parlato QUI. Bill Skarsgård (Tony Kiritsis), Dacre Montgomery (Richard Hall), Al Pacino (M.L. Hall), Colman Domingo (Fred Temple) e Cary Elwes (Michael Grable) li trovate invece ai rispettivi link.


Myha'la
, che interpreta Linda Page, era nel cast di Bodies Bodies BodiesNicolas Cage doveva interpretare Tony Kristis, con Werner Herzog come regista, ma quando le riprese sono state rimandate di un anno l'attore aveva già l'agenda piena e Herzog non era interessato a realizzare il film senza di lui. ENJOY!


martedì 24 febbraio 2026

2026 Horror Challenge: Bedevilled (2010)

La horror challenge della settimana chiedeva la visione di un film in lingua non inglese. La scelta è caduta su Bedevilled (Kim Bok-nam salinsageonui jeonmal), diretto nel 2010 dal regista Cheol-soo Jang e, al momento in cui scrivo, disponibile gratuitamente su Plex.


Trama: una fredda impiegata di banca viene costretta a prendersi un periodo di vacanza e torna sull'isola dov'è nata e cresciuta. Lì, ritrova un'amica d'infanzia costretta quotidianamente a subire soprusi e violenze fisiche e psicologiche...


Bedevilled
si apre come il Drag Me to Hell di Sam Raimi. Hae-Won è un'integerrima impiegata di banca che, con freddo disprezzo, rifiuta un prestito a un'anziana signora dimessa, che si trascina appresso un carretto pieno di documenti. Logico pensare che la signora la maledica, invece no, perché Hae-Won riesce ad attirarsi le maledizioni già da sola, in quanto vive una vita egoista e solitaria, dove ogni problema altrui viene ignorato per evitare di finirci in mezzo (Hae-Won rifiuta di testimoniare per un caso di omicidio in cui le sue dichiarazioni farebbero finire in carcere gli aguzzini di una povera ragazza). Messa in vacanza forzata dopo un'alterco con una collega, Hae-Won decide di tornare sull'isola dov'era nata e cresciuta e lì comincia l'orrore tutto umano di Bedevilled. Ad attenderla c'è l'amica d'infanzia Kim Bok-Nam, la quale ogni giorno è costretta a vivere un inferno in terra. All'interno della comunità chiusa dell'isola, dove il potere patriarcale viene avvallato da donne anziane il cui unico scopo è mantenere i ruoli tradizionali, Kim Bok-Nam viene quotidianamente stuprata, picchiata, insultata e costretta a fare i lavori più umili e degradanti dagli unici due esemplari di "maschio alfa" rimasti sull'isola, oltre che dai pochi uomini esterni che hanno mantenuto un legame con l'isola. In un perverso reiterare un passato di violenze e soprusi considerato l'unico possibile per una donna, le vecchiacce mefitiche approvano ogni azione del marito di Kim Bok-Nam e del fratello, dimostrando un'invidiabile ipocrisia, visto che nel frattempo i loro mariti sono o morti o rincoglioniti, lasciandole libere di vivere sulle spalle dell'unica donna giovane rimasta sull'isola. L'arrivo di Hae-Won riaccende nel cuore di Kim Bok-Nam la speranza mai sopita di poter, un giorno, scappare assieme alla figlioletta e andare a Seul, anche per evitare alla piccola un terrificante futuro. Bianca come la neve, elegante, ricca e raffinata, Hae-Won appare come un'angelo salvifico agli occhi della donna, vittima di un'illusione (anche d'amore) perpetuata fin dall'infanzia, alimentata da un senso di inferiorità nei confronti di una persona "superiore" a livello sociale; in realtà, all'egoista Hae-Won non può fregare di meno di Kim Bok-Nam. Anzi, la sua presenza sull'isola, foriera di brame oscure, invidie e di un rinnovato desiderio di libertà e giustizia, è l'elemento di disturbo che spezzerà un'equilibrio molto precario e condurrà i protagonisti ad un'inevitabile, sanguinosa tragedia. Molto sanguinosa.     


Se, infatti, la prima parte di Bedevilled è girata come un dramma (disgustoso quanto volete, pieno di sequenze raccapriccianti a livello psicologico), inizialmente ambientato nella giungla cittadina e poi nel claustrofobico ambiente di un'isola bruciata dal sole, invasa dalle sterpi e circondata da infide scogliere,  i toni diventano quelli dell'horror estremo quando qualcosa nella mente di Kim Bok-Nam si spezza. Quella di Bedevilled, però, non è una violenza catartica. Il "good for her" ha il suono di una sconfitta, l'ultimo atto disperato di una donna che ha visto spegnersi l'unica luce all'interno della sua vita e che, di conseguenza, vuole vomitare sul mondo lo stesso buio che l'ha inghiottita, estirpando le inutili erbacce che la circondano e la soffocano. Valenza diversa ha la violenza finale, quella rivolta verso Hae-Won. Dai suoi compaesani Kim Bok-Nam non si aspettava nulla e, per quanto feroce, la sua ribellione è quasi distaccata, una necessità legata alla sopravvivenza. Hae-Won, invece, l'ha tradita nel modo peggiore, voltandole la schiena per viltà e spirito di autoconservazione, come già accaduto più volte in passato; sul finale, la profondità della colpa di Hae-Won viene messa nero su bianco dalle impietose, malinconiche inquadrature di lettere vergate con scrittura infantile, in cui l'amica di un tempo chiede inutilmente alla ricca cittadina un aiuto, per sé e per la figlia. Bedevilled è un'opera deprimente, fredda, che entra sottopelle ponendo allo spettatore domande scomode, anche prima di esplodere in una violenza granduignolesca, tipica di un certo genere di cinema asiatico. Non è un'opera per tutti e, arrivati alla fine, la cupezza del film non vi abbandonerà tanto presto, ma se vi piace il genere merita di sicuro una visione. Ci vuole però un po' di cautela nel maneggiarlo, ecco.  

Cheol-soo Jang è il regista del film. Sud-coreano, ha diretto film come Secretly, Greatly e Servire il popolo. Anche sceneggiatore e produttore, ha 52 anni.



venerdì 20 febbraio 2026

Cime tempestose (2026)

Martedì sono finalmente andata al cinema a vedere un film che mi incuriosiva parecchio, Cime tempestose (Wuthering Heights), diretto e sceneggiato dalla regista Emerald Fennel a partire dal romanzo omonimo di Emily Brontë.


Trama: Cathy ed Heathcliff passano l'infanzia assieme, uniti da un sentimento di reciproco amore mai confessato. La situazione precipita quando il ricco Edgar Linton si stabilisce nei pressi di Wuthering Heights e si innamora di Cathy...


Cime tempestose
mi ha incuriosita fin dall'inizio, in virtù del taglio molto "Harmony" che traspariva dai primi poster e dal trailer, roba da fare rabbrividire tutti gli amanti della Brontë. Siccome le due opere precedenti della Fennel mi erano piaciute, la prima più della seconda, mi ero detta che l'operazione da lei condotta non poteva certo essere così banale. Poi sono piovute recensioni che hanno stroncato, quasi all'unanimità, Cime tempestose, al punto che uno dei critici italiani più blasonati è arrivato a definirlo "il film peggiore dell'anno, nonostante si sia appena a Febbraio". Ora, con tutto il rispetto, il signore che non nomino mi pare ormai un po' senile, o forse non ricorda cosa siano i brutti film, che da qui a definire "brutto" Cime tempestose ne passa. Quel che è certo è che, probabilmente, tra tutte le opere di Emerald Fennel è quella che, al momento, mi è piaciuta meno, perché mi ha dato l'impressione di essere poco più di un feuilletton assai patinato, benché non sciocco come possa apparire a una prima occhiata. A me è sembrato che la Fennel abbia voluto raccontare la "sua" versione di Cime tempestose, esplicitando a chiare lettere la propria poetica per mezzo del personaggio di Isabella, la quale viene introdotta mentre "impone" ad Edgar l'appassionato resoconto (riportato a modo suo) di una storia d'amore fittizia che l'ha travolta, quella di Romeo e Giulietta. A sua volta, la Fennel, sostituendosi alla narratrice inaffidabile del romanzo, racconta la storia d'amore di Cathy ed Heathcliff, liberandola da (quasi) tutte le sottotrame presenti nell'opera della Brontë e presentandola come la storia di un sentimento totalizzante tra due animi orgogliosi, che non riescono a vivere l'uno senza l'altra ma arrivano comunque a distruggersi per punirsi a vicenda di colpe mai commesse. Nel film della Fennel non esiste una "seconda generazione", il legame tra Cathy ed Heathcliff non si compie attraverso una gioventù più innocente, ma si consuma in tutta la sua passione nel presente, in maniera, se posso permettermi, molto più verosimile, per quanto sicuramente meno poetica. In breve, la Fennel reimmagina Cime tempestose come se lo stesse raccontando con tutto l'entusiasmo di una fan non tantodell'opera, quanto dei due protagonisti, anche rendendo esplicito qualcosa che nel romanzo non c'è ma, tutto sommato, potrebbe essere anche solo stato omesso "per verecondia" (di una narratrice, ribadisco, inaffidabile e pudica). Pertanto, criticare la regista per il mancato rispetto dell'opera, a mio avviso, lascia il tempo che trova. 


Per quanto mi riguarda, ho un problema a monte con Cime tempestose. Ho sempre trovato il romanzo una discreta mattonata sulle palle e di Heathcliff e Cathy non mi è mai fregato nulla, né a18 anni né dopo averlo riletto l'anno scorso. La sceneggiatura della Fennel ha di buono che smussa un po' gli spigoli di due personaggi talmente insopportabili da fare il giro, rendendo Cathy più bisbetica che Algida Stronza (TM) e privando Heathcliff della natura di mostro detestabile che mostra nel romanzo. Vero è, però, che Heathcliff ne esce depotenziato in generale, e l'idea che mi ha dato è quella di un cagnolino bastonato che rialza la testa per mordere nei momenti sbagliati, quando invece avrebbe dovuto limitarsi a "brillare" come selvaggio ammaliatore graziato dal fascino gitano e l'appetito sessuale di un Kinski's Paganini qualsiasi. E su questa nota di colore, direi che è giunto il momento di onorare Lucia sottolineando quanto mi abbia divertito e fatto ridere Cime tempestose. Non so se ogni risata fosse voluta al 100%, o se ho il cervello ormai deviato dagli horror e sono riuscita a cogliere una natura tragicomica dove magari non esisteva. Sicuramente, lo stretto legame tra eros e thanatos è presente fin dalla prima, splendida sequenza introduttiva, e viene riproposto più volte nel corso del film (credo sia evidente come ogni evoluzione del rapporto tra Heathcliff e Cathy sia preceduto o seguito da qualcosa che richiama la morte, come se quello fosse il loro destino finale), ma è anche vero che ogni immagine macabra viene stemperata da immagini e simbologie grottesche. Restando in argomento, ho preferito la prima parte del film alla seconda. Le interazioni e i dialoghi tra i personaggi sono frizzanti, non solo i battibecchi tra Heathcliff e Cathy, ma anche i botta e risposta tra quest'ultima e Nelly (per quanto Nelly sia comunque una figura tragica, ben distante dall'impicciona del romanzo), per non parlare della caratterizzazione estrema di Isabella, un'esilarante psicopatica in erba. Per contro, il "far l'amore in tutti i luoghi e in tutti i laghi" l'ho trovato di una noia mortale, talvolta persino cringe, insomma tutto quello che non mi sarei aspettata dall'unione carnale di due "belli belli in modo assurdo" come Margot Robbie e Jacob Elordi. E ora, le fan dell'attore australiano smettano pure di leggere, grazie.


A me Elordi non piace, né come uomo, né come attore. In Cime tempestose lo salva un inizio in versione Sandokan, ma nonostante ciò che ha decretato all'unisono buona parte della popolazione femminile della sala attraverso starnazzanti urla di giubilo, Heathcliff imberbe, col capello sbarazzino e l'orecchino da scugnizzo in bella vista, perde almeno 20 punti di fascino. E va bene l'occhio spento e il viso di cemento, lei è il mio piccione ed io il suo monumento, ma il ragazzo non cambia espressione se non quando copula o quando deve spingere Cathy a sventolarsi la patasfralla: lì gli viene lo sguardo malandrino, si rianima di botto trasformandosi nel sogno bagnato di tutte le donne etero con gusti normali (ahimé, sono etero ma ho sempre avuto gusti di merda, quindi con me non attacca), confermandosi dunque perfetto per una carriera nel porno, non nel Cinema, mi spiace. Margot Robbie invece affronta ogni scena, anche quelle potenzialmente ridicole, con dignità e fascino, portando a casa una Cathy alla quale potrei anche affezionarmi. Ciò che invece rasenta la perfezione sono la colonna sonora che mescola modernità e suggestioni antiche, l'uso dei colori, i costumi e le scenografie. Questi ultimi due elementi saranno anacronistici quanto volete, ma che originalità, che opulenza, che inventiva (la carta da parati color "Catherine". Geniale). Sempre rimanendo in tema "momenti esilaranti", mi rimarrà sempre nel cuore la simmetria dei fiaschi lucidi come smeraldi, impilati in perfetta simmetria, all'interno di una lurida bettola che non vedeva uno straccio dal '15-'18, ma questa è solo la punta dell'iceberg: sia Wuthering Heights che la casa di Edgar rispecchiano l'animo di chi le abita e sono entrambi soffocanti a modo loro, gabbie che intrappolano Cathy, l'una come cupo inferno di indigenza e degrado, l'altra come casa delle bambole (e chi s'è perso la palese citazione a Barbie Gioielli Segreti è una persona malissima). L'unico luogo di libertà è la brughiera. Spazzata dagli elementi e chilometrica quanto il campo da calcio di Holly e Benji, i protagonisti sembrano passare la vita a correrci dentro per raggiungersi, o fermi ad aspettarsi a vicenda, con pochi brevi incontri che li segnano indelebilmente, condannandoli a un destino di solitudine, morte e follia. E con questo concludo, dicendo che Cime tempestose, pur con tutti i suoi difetti, è un film molto bello, che merita una visione con occhi scevri da pregiudizi e l'animo libero da qualsiasi tipo di amore talebano verso il libro della Brontë. Ora aspetto che la Fennel diriga un vero film horror, perché tra impiccagioni, fiumi rossastri, sanguisughe e salassi da incubo, sono sicura che ne sarei molto soddisfatta. 


Della regista e sceneggiatrice Emerald Fennel ho già parlato QUI. Margot Robbie (Cathy), Jacob Elordi (Heathcliff) e Hong Chau (Nelly) li trovate invece ai rispettivi link.


Alison Oliver
, che interpreta Isabella, era anche nel cast di Saltburn mentre Ewan Mitchell, che interpreta Joseph, è l'Aemond Targaryen della serie House of the Dragon. Se volete altre versioni di Cime tempestose, vi rimando a questo link. ENJOY! 

mercoledì 18 febbraio 2026

The Plague (2025)

Siccome ne avevo sentito parlare molto bene, appena è stato possibile ho recuperato The Plague, scritto e sceneggiato nel 2025 dal regista Charlie Polinger.


Trama: durante un programma estivo di pallanuoto, il dodicenne Ben è costretto ad affrontare prese in giro ed umiliazioni sempre più pesanti, quando i compagni lo accusano di avere contratto la "peste"...


Aaah, ma che bella l'adolescenza. Anzi, che bella l'adolescenza maschile. Io, più guardo film e serie a tema, più vengo colta da una sindrome di Erode molto selettiva, che punta i maschietti tra i 12 e i 18 anni, assimilabili più a branchi di macachi feroci che ad esseri umani. Anzi, se non altro i macachi sono carini, 'sti mocciosi sono pure brutti, come dimostra il cast messo assieme da The Plague che, invece, è un film splendido, anche se mi ha messo un nervoso mai più provato dai tempi di Eden Lake, altra bella opera in cui avrei voluto vedere morti tutti gli esseri umani con età inferiore a 20 anni. The Plague parla di un programma estivo di pallanuoto a cui viene iscritto anche Ben. Ben è un ragazzino timido che vorrebbe disperatamente integrarsi, ed è palese fin da subito il suo desiderio di compiacere "il branco", nonostante un istintivo disgusto verso i loro modi. Ben è fondamentalmente buono ma debole, e proprio la sua bontà gli impedisce di disinteressarsi e, in qualche modo, avvicinarsi, ad Eli, bullizzato dai compagni perché accusato di avere la Peste. L'animo confuso di Ben, preda di queste due pulsioni contrastanti, lo porta a sua volta ad essere spesso crudele verso Eli, ma la sua crudeltà deriva non dal disgusto che provano i compagni, quanto piuttosto ad una dolorosa invidia: Eli è un paria, ma vive come vuole a costo di essere ridicolo e socialmente inaccettabile, mentre Ben vive per il giudizio altrui, si sforza disperatamente e, com'è ovvio, quando lo sforzo non viene più ripagato per una serie di circostanze, si spezza. The Plague è stato da tanti definito un thriller queer. A me è sembrato, in realtà, che la componente sessuale, pur assai pronunciata, fosse legata essenzialmente ad un desiderio vago, non legato ad un genere particolare. E' vero che la promiscuità, passatemi il termine, del dormitorio maschile, degli spogliatoi, delle docce e della sauna, con l'aggiunta di uno sport di contatto come la pallanuoto, si presta molto a questa interpretazione, ed è anche vero che le continue spacconerie sessuali messe in bocca ai ragazzini sembrano più frutto della necessità di confermare l'eterosessualità e la natura di maschi "alfa" più che di un interesse reale verso le ragazze. E' vero anche che la disperazione di Ben potrebbe nascere da una frustrazione sessuale, dalla consapevolezza di dover per forza essere attratto dalle femmine per poter far parte del gruppo, ma secondo me l'interesse di The Plague è rivolto altrove e la componente sessuale diventa l'ennesimo aspetto di una confusione generalizzata, di una "sporcizia" interiore ed esteriore, di quel non essere né carne né pesce tipico di quell'età orrenda.


E di orrore, a prescindere dalle splendide riprese acquatiche di Polinger e da una regia che, spesso, abbraccia uno stile onirico che spazia dal sogno bagnato all'incubo in perfetto stile De Palma in Carrie, ce n'è parecchio. Nonostante il titolo possa dare l'idea di un body horror con tutti gli annessi e connessi, The Plague non è un film particolarmente violento o disgustoso a livello fisico, salvo sul finale, perché la Peste di cui parlano i microcefali protagonisti è un eczema, uno sfogo diffuso, niente più. Ciò che è difficile da sostenere è piuttosto lo stress psicologico, la sensazione che a Ben possa accadere qualcosa di molto più brutto di una presa in giro, un terrore che il regista veicola semplicemente inquadrando i volti dei compagni di Ben, i loro sguardi freddi, la maschera di innocenza che indossano unita alla profonda convinzione che i loro comportamenti siano giustificabili in toto. Lo spettatore abituato a dinamiche simili a quelle de Il signore delle mosche o Full Metal Jacket (Kenny Rasmussen è impressionante per quanto somigli a Vincent D'Onofrio in quel film) non può fare altro che smettere di respirare in più occasioni, stando sul chi va là come il povero Ben, interpretato magnificamente da Everett Blunk. Il giovane attore offre l'interpretazione incredibile, molto realistica, di un ragazzino timido ma fiducioso che, a poco a poco, si spezza e cade vittima di un'ansia e una rabbia incontrollabili, consentendo alla Peste di renderlo brutto anche dentro, contagiato non tanto dalla "malattia" di Eli, quando dallo schifo veicolato dai suoi mostruosi compagni. Fondamentale anche la componente musicale, con una colonna sonora originale intensa ed elegante, fatta di inquietanti cori sovrapposti ed archi che enfatizzano la natura "chiusa" della realtà in cui viene a trovarsi Ben, un mondo che lascia soli i più deboli e dove gli adulti, potenziale presenza salvifica, non sono ammessi (il personaggio di Joel Edgerton è emblematico nella sua imbarazzante inutilità, pur se mossa da buone intenzioni). In aggiunta, non meno importanti, ci sono un paio di pezzi "dance" tra i quali cui spicca la scatenata Feeling So Real di Moby, un inno ad affermare se stessi, sempre e comunque, non importa quanto si sia strani, goffi, malaticci, nonché una canzone che vi resterà in testa per un bel po' dopo la fine dei titoli di coda. The Plague è un film splendido che spero possa avere in Italia la distribuzione che merita, ma è anche un film cupo, pessimista, che vi lascerà addosso sensazioni spiacevoli ad accompagnare un magone persistente, quindi maneggiatelo con cura... soprattutto se avete figli maschi di quell'età!


Di Joel Edgerton, che interpreta Daddy Wags, ho già parlato QUI.

Charlie Polinger è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Anche produttore e attore, ha 36 anni.



martedì 17 febbraio 2026

Hamnet - Nel nome del figlio (2025)

Mercoledì scorso sono andata a vedere Hamnet - Nel nome del figlio (Hamnet), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dalla regista Chloé Zhao a partire dal romanzo omonimo di Maggie O'Farrell e candidato a 8 premi Oscar: Miglior Casting, Miglior colonna sonora originale, Miglior film, Miglior regia, Miglior attrice protagonista, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior scenografia, Migliori costumi. 


Trama: Agnes e Will si innamorano e hanno tre figli, ma li attende una terribile tragedia, che rischia di distruggere il loro mondo...


Hamnet
era uno dei film che mi incuriosivano maggiormente, in questa forsennata corsa all'Oscar, perché era già comparso mesi fa sulla homepage di Letterboxd come un'opera tra le più "chiacchierate". E poi Hamnet, chissà perché, mi sembrava un titolo stranissimo, quando invece è l'antico modo in cui veniva scritto "Hamlet", Amleto, quello di Shakespeare. E proprio del Bardo si parla nel nuovo film di Chloé Zhao, soprattutto in relazione alla moglie Agnes, vera protagonista del film, e di Hamnet, appunto, unico maschio su tre figli avuti dalla coppia e vittima (non è spoiler, fa parte della biografia di Shakespeare) di una morte prematura, ancora bambino. Prima della tragedia, il film della Zhao si prende molto tempo per presentarci i personaggi, i diversi mondi da cui provengono, uniti da reciproca attrazione e da un'amore profondo. Agnes è "la figlia della strega", una donna lontana dai canoni estetici e caratteriali delle sue coetanee dell'epoca, e vive in comunione con la natura, dalla quale trae un'enorme forza d'animo e una visione del mondo assai pratica, pur se permeata da riti e da qualcosa che richiama una magia antica. La schiettezza di Agnes, la passione e determinazione con cui affronta ogni aspetto della vita, è legata agli insegnamenti della madre morta quando era bambina, e alla capacità di intuire il futuro altrui, di vedere ciò che altri scelgono, volutamente o meno, di ignorare. Will, figlio di un conciatore pieno di debiti, è mosso dalla stessa passione di Agnes, da un fuoco sacro che lo spinge a rifiutare la vita che la famiglia vorrebbe per lui, ma a differenza della donna è incapace di esprimere a parole emozioni e sentimenti, che fluiscono solo quando incanalati in poesie, racconti o opere teatrali. Intuendo ciò, per evitare che le sensazioni "bloccate" si trasformino in un veleno capace di contaminare il loro amore, Agnes manda Will in città, a Londra, scelta che si rivela un'arma a doppio taglio. Quanto più Will fiorisce, esprimendo la propria arte, tanto più Agnes si ritrova sola ad affrontare dolore, timori ancestrali, un passato che minaccia di sopraffarla, finché la morte di Hamnet non la convince che il marito, ormai, non prova più alcun interesse nei loro confronti. Non si tratta della solita storia di un matrimonio che si frantuma per via di ruoli socialmente imposti e recriminazioni reciproche: Hamnet racconta un dolore comune talmente forte da annientare ogni possibilità anche solo di immaginare un futuro e l'incapacità di condividerlo con la persona amata, da qui il potere salvifico dell'arte, che diventa il tema dell'ultimo atto del film.


La prima parte di Hamnet è filtrata dal punto di vista di Agnes, solo apparentemente aperto. Agnes, in realtà, è testarda, rigida nelle sue convinzioni, pesino chiusa nel pensiero di essere l'unica depositaria di una serie di "misteri" iniziatici che nessun altro potrebbe capire. I tre momenti topici in cui il dolore l'aggredisce sono emblematici, perché è in essi che la donna allontana brutalmente quanti vorrebbero aiutarla, anche solo per superare una sofferenza condivisa. Agnes è anche cieca di fronte a ciò che l'arte e il teatro significano per Will. Benché abbia incoraggiato il marito, col tempo è arrivata a considerare la sua attività come un capriccio, o al limite un mero mezzo di sussistenza economica, e questo punto di vista viene abbracciato, inevitabilmente, anche dallo spettatore, travolto dall'intensità dell'interpretazione di Jessie Buckley. Il personaggio di Will rimane sempre sullo sfondo, depotenziato dalla bizzarria di Agnes, dalla vitalità dei gemelli, dalle tragedie che toccano solo parte del nucleo familiare, ed è per questo che l'ultimo atto suona come una rivelazione e rimette tutto in prospettiva. Will non ha mai agito, né parlato, apparentemente sempre guidato dalla sicurezza di Agnes, ma ha osservato e capito, e ha ovviamente sofferto quanto lei. Il Globe, trasformato come per magia nella vitale nicchia boscosa che ha da sempre cullato Agnes, si fa letteralmente teatro di una straziante ammissione di colpa e di un atto di puro amore, verso la moglie e il figlio perduto, una rappresentazione di ciò che poteva essere, resa ancora più efficace dalla scelta di introdurre, nei panni di Amleto, proprio Noah Jupe, fratello del piccolo Jacobi, che interpreta Hamnet. E così, nella scena finale più devastante dell'anno cinematografico appena iniziato, l'arte diventa un ponte che unisce non solo individui legati tra loro, ma anche perfetti sconosciuti, travalica le dimensioni, trasforma le lacrime in sorrisi, cancella la solitudine anche nella morte, rendendola non meno reale, certo, ma forse più sopportabile. 


Hamnet
è un film di rara bellezza, che dimostra come Chloé Zhao sia riuscita ad uscire indenne dal tritacarne Marvel mantenendo la sua coerenza autoriale. Come già in Nomadland, ma anche in Eternals, la Zhao cattura gli elementi "mistici" della natura che circonda i suoi personaggi, lega inestricabilmente l'elemento umano al paesaggio, e fa di ogni dettaglio un tassello fondamentale di quella trama di magia che sottende anche ai momenti più prosaici. In questo caso specifico, è aiutata da un reparto tecnico di prim'ordine, che affianca alla bellezza misteriosa dei boschi e all'altrettanto misteriosa inquietudine veicolata da grotte e passaggi oscuri, degli ambienti artificiali meticolosamente ricostruiti, che rispecchiano le personalità dei personaggi. Lo stesso, ovviamente, vale per i costumi, tra i quali spiccano gli abiti indossati da Jessie Buckley, infuocati da quel rosso vivido che contrasta col dimesso verde-azzurro di Will, e che si spegne in un atono grigio dopo che la tragedia ha colpito; gli abiti di Agnes fanno il paio con quelle mani perennemente sporche e rovinate, espressione di una personalità pratica, di un legame viscerale con la natura e tutto ciò che ad essa è legato. Alla faccia dell'aspetto volutamente sciatto, Jessie Buckley è affascinante da morire. La sua Agnes cattura fin dal primo fotogramma, con lo sguardo diffidente e quel mezzo sorriso sulle labbra, e spezza violentemente il cuore dello spettatore con un'interpretazione totalmente abbandonata alle emozioni grezze del personaggio, feroce, disperata e spesso rabbiosa. Non stupisce che abbia vinto ai Golden Globe e spero vivamente che si porterà a casa anche la statuetta di migliore attrice, ma il resto del cast non è da meno. Non solo Paul Mescal, la cui interpretazione acquista valore ed importanza, diventando sorprendente, man mano che il film prosegue (un po' come accade a Inga Ibsdotter Lilleaas, un'altra Agnes, in Sentimental Value), anche Emily Watson e il piccolo Jacobi Jupe danno vita a sequenze toccanti ed indimenticabili, per quanto brevi, e contribuiscono ad arricchire ulteriormente un film tra i più belli ed intensi visti finora per il recupero degli Oscar. L'unico difetto di Hamnet è un ritmo un po' altalenante, che mostra il fianco a qualche momento di "stanca" ogni volta che il film passa da una tragedia (potenziale o meno) all'altra, ma è ben poca cosa di fronte al risultato complessivo. Nell'attesa di capire come la Zhao si approccerà all'eredità di Buffy the Vampire Slayer e di sapere quanti Oscar portrà a casa Hamnet, il mio consiglio è di non perderlo assolutamente!


Della regista e co-sceneggiatrice Chloé Zhao ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Agnes), Paul Mescal (Will), Joe Alwyn (Batholomew), Emily Watson (Mary) e Noah Jupe (Hamlet) li trovate invece ai rispettivi link.


Jacobi Jupe
, che interpreta Hamnet, è il fratello minore dell'attore Noah Jupe. Sam Mendes, che figura tra i produttori del film, avrebbe dovuto dirigere Hamnet, con Tom Holland nel ruolo di William Shakespeare. ENJOY!




venerdì 13 febbraio 2026

2026 Horror Challenge: 47 Metri - Uncaged (2019)

La challenge horror di questa settimana voleva un horror con degli animali. La scelta è caduta su 47 Metri - Uncaged (47 Meters Down: Uncaged), diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Johannes Roberts.


Trama: Mia, la sorellastra e le sue amiche decidono di esplorare un antico tempio sepolto dalle acque, ma non sanno che ormai il luogo è diventato la tana di uno squalo...


Mi diverte sempre l'idea di come si intreccino le casualità. La settimana scorsa è uscito in Italia Primate e, più o meno nello stesso momento, ho recuperato un altro film di Johannes Roberts, questo 47 Metri - Uncaged. Ammetto di non essermi riguardata 47 Metri prima di affrontare il sequel, ma non è un problema, perché i due film hanno un unico collegamento, ovvero gli squali. 47 Metri vedeva le protagoniste chiuse in una gabbia in fondo all'oceano, circondate da squali, mentre qui le protagoniste sono, come da titolo, "uncaged" ma comunque in una situazione di merda, anche se non avete una mezza fobia degli abissi come me o non siete claustrofobici come mio padre. Ecco, a papà è bastato che accennassi alla trama del film per smettere di respirare, quindi pensateci bene, nel caso, prima di recuperare 47 Metri - Uncaged, perché i punti chiave della trama sono assai simili a quelli del suo predecessore: i protagonisti si ritrovano bloccati in fondo al mare/oceano, con una riserva d'aria sempre più scarsa, braccati dagli squali. Qui si aggiunge la componente di un luogo buio e labirintico, dentro il quale si rischia di rimanere intrappolati, una struttura antichissima e fragile, che mal sopporta le sollecitazioni di uno squalo furibondo e cieco. Sì, l'altra particolarità di 47 Metri - Uncaged è che gli squali hanno le stesse caratteristiche dei pesci abissali, quindi braccano la preda seguendo i rumori particolarmente forti, le vibrazioni dell'acqua o il sangue di eventuali ferite. L'unica cosa che non cambia, però, è la bastardaggine di Johannes Roberts, il quale adora mettere i suoi personaggi in situazioni orribili, ferirli non solo fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, e uccidere nei modi peggiori anche chi non meriterebbe di fare una brutta fine (tranne Nicole. Quella è scema come un tacco e finire mangiata da uno squalo è un destino ancora troppo clemente per una così).


Siccome 47 Metri - Uncaged è un film che vive praticamente della sua breve durata e dell'intrattenimento che offre durante la visione, tra una bestemmia di paura e l'altra, non è che mi sia granché soffermata sugli aspetti tecnici. In generale, mi è sembrato che Johannes Roberts e il direttore della fotografia Mark Silk abbiano fatto buon uso dell'illuminazione, utilizzando le luci anche in maniera creativa (per esempio quando, a un certo punto, spunta un segnalatore rosso lampeggiante) e, soprattutto, rendendo ogni scena chiara e comprensibile, anche nelle sequenze più concitate. Passando alle note dolenti, il regista si appoggia anche troppo spesso a jump scares banali, benché efficaci, e il film è privo di quell'eleganza che, invece, si può riscontrare in Primate, più d'atmosfera e curato (è anche vero che il budget di 47 Metri - Uncaged era la metà e il film è rimasto ben poco nelle sale, finendo quasi subito nel circuito dello streaming o dei DVD). Anche le attrici protagoniste non sono granché. La sceneggiatura cerca di farci affezionare a Mia in quanto vessata dalle compagne di scuola ed ignorata dalla sorellastra, ma il personaggio è talmente labile che neppure Sophie Nélisse si impegna a portare a casa una performance che non sia meramente fisica. In virtù di questo, la scena finale, che dovrebbe essere la giusta rivincita morale di Mia nei confronti della ragazza che l'ha bullizzata, risulta ridicola e forzata, ma c'è chi potrebbe dire la stessa cosa di tutta la parte che segue i superstiti fuori dal tempio, il trionfo della suspension of disbelief. Siccome, però, io mi sono molto divertita, non rientro nel novero di queste persone incapaci di godersi il binomio morte & distruzione portato da un branco di squali e vi consiglio di tenervi 47 Metri - Uncaged per le calde serate estive e una necessaria iniezione di leggerezza. Sempre che non siate claustrofobici, ça va sans dire. 


Del regista e co-sceneggiatore Johannes Roberts ho già parlato QUI

Sophie Nélisse interpreta Mia. Canadese, ha partecipato a film come Monsieur Lazhar, Storia di una ladra di libri e a serie quali Yellowjackets. Ha 26 anni e un film in uscita, l'imminente Whistle


Sistine Rose Stallone
, che interpreta Nicole, è la figlia di Sylvester Stallone. 47 Metri - Uncaged, pur non essendovi legato in alcun modo, segue 47 Metri, quindi, se vi fosse piaciuto, recuperatelo e aggiungete Lo squalo,  Paradise Beach - Dentro l'incubo e Dangerous Animals. ENJOY!

martedì 10 febbraio 2026

L'agente segreto (2025)

La settimana scorsa è unscito in Italia L'agente segreto (O Agente Secreto), diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Kleber Mendonça Filho, e candidato a 4 Oscar (Miglior film, Miglior film straniero, Miglior attore protagonista, Miglior casting).


Trama: nell'epoca del regime militare brasiliano, l'ex professore universitario Armando deve farsi una nuova vita in un'altra città, per fuggire ad un pericoloso passato...


Mi sembrava strano avere apprezzato tutti i film candidati e amati dalla critica visti finora, doveva arrivare a un certo punto l'opera che mi avrebbe lasciata con un punto interrogativo sulla testa. Il momento è giunto con L'agente segreto, film che segue le vicende di un ex professore universitario fuggito da una persecuzione ingiusta e da una serie di accuse costruite ad arte. L'agente segreto, scritto e sceneggiato dal regista Kleber Mendonça Filho, è un'opera ambientata negli anni '70, ai tempi della dittatura militare in Brasile, durante la presidenza di Ernesto Geisel. Lo scopo del film, chiaramente, è quello di raccontare come le persone vivessero in quel periodo buio, cercando la normalità pur con la costante spada di Damocle di venire arrestati o fatti sparire nel peggiore dei modi; per ogni "ribelle" che si offre di aiutare quanti vengono perseguitati dal regime, come la meravigliosa Dona Sebastiana, ci sono poliziotti corrotti o killer prezzolati nascosti nelle ombre, orribili individui dai valori morali completamente distorti. Il titolo del film, in questo, è eloquente. Per "agente segreto", infatti, non si intende il povero Marcelo/Armando, il quale cerca semplicemente di sopravvivere e riallacciare il rapporto col figlioletto, ma si fa riferimento a un termine usato in Brasile negli anni della dittatura, che indicava individui legati al governo, impegnati in attività clandestine di sorveglianza, identificazione e altre cose ben peggiori. C'è poi anche tutta l'accezione glamour veicolata dal cinema, un'arte che ha un ruolo preponderante all'interno del film (O agente secreto è il titolo di uno dei film proiettati all'interno della sala gestita dal suocero di Marcelo), oltre all'idea della memoria, individuale e collettiva, rappresentata come "agente" invisibile che modifica la percezione della realtà, come dimostra il finale in cui Fernando non è minimamente interessato a conoscere le vicende del padre, là dove una studentessa sconosciuta le reputa fondamentali per aggiungere un'ulteriore tessera ad un passato che rischia di scomparire. Tutto molto bello ed interessante, soprattutto il riferimento costante al film Lo squalo, utilizzato come oggetto delle brame del piccolo Fernando, pellicola "del momento" per i cittadini di Recife e metafora della situazione di Marcelo, braccato da "squali" che sentono sempre più l'odore del suo sangue, peccato che la vicenda del protagonista non mi abbia toccata nemmeno nei momenti più carichi emotivamente. 


Il motivo di questo distacco, almeno per me, è stata l'abbondanza di personaggi e sottotrame che distolgono l'attenzione da quello che dovrebbe essere il fulcro narrativo del film. Che i viscidi poliziotti coi quali Marcelo viene in contatto siano l'apoteosi dello schifo, che i giornali raccontino di una gamba dotata di vita propria che prende a calci gli omosessuali appartati nei parchi, che ricchi e poveri vengano trattati con una disparità imbarazzante, che il sarto tedesco (interpretato tra l'altro egregiamente da un Udo Kier alla sua, ahimé, ultima apparizione sullo schermo) sia un ebreo che i poliziotti ignoranti si incaponiscono a considerare nazista, sono tocchi di colore che sì, danno un'idea precisa dell'epoca storica in cui si muove Marcelo, ma sono poco utili ad empatizzare con lui. Personalmente, avrei preferito che venissero approfondite le storie dei rifugiati accolti da Dona Sebastiana, che venisse mostrato il loro rapporto con Marcelo, al di là di un accenno a una liaison con una delle inquiline, e che lo stesso Marcelo venisse approfondito di più. Così, mi ha dato l'impressione che il protagonista fosse  "uno dei tanti", e forse era proprio questo lo scopo di questo mix tra commedia nerissima, dramma e thriller, una scelta che con me però non ha funzionato. La conseguenza di ciò è che L'agente segreto, per quanto ben diretto, con alcune scelte stilistiche che fanno il verso ai filmacci di serie B affiancate a sequenze raffinatissime, mi è parso, a tratti, un'ordalia interminabile che mi ha persa in più punti, ovvero quando il mio disinteresse non era placato dal batticuore provato davanti alle nostalgiche immagini di sale cinematografiche affollate o da pochi momenti di pura angoscia pulp. Lo stesso Wagner Moura (peraltro affascinante da morire, difficile vederlo come un "uomo della strada") non mi ha colpita particolarmente, se non quando il personaggio apre il suo cuore al suocero e alla leader del movimento ribelle Elza, dove traspare tutto il dolore di un uomo costretto non solo a rinnegare la propria identità e gli affetti del presente, ma anche a sopportare l'infamia di venire additato come corrotto e traditore da uomini indegni persino di allacciargli le scarpe. Può essere che abbia guardato L'agente segreto in un momento di stanca, cosa che talvolta mi capita nel corso della Oscar Death Race, ma purtroppo ora come ora non mi ha convinta. Oggettivamente, però, mi rendo conto che è un'opera molto bella, quindi chissà che, tra qualche anno, non mi decida a ridargli una chance. Per ora, il mio cuore batte per altri candidati.

Di Udo Kier, che interpreta Hans, ho già parlato QUI.

Kleber Mendonça Filho è il regista e sceneggiatore del film. Brasiliano, ha diretto film come Aquarius, Bacurau e Retratos Fantasmas. Anche produttore, montatore, direttore della fotografia e attore, ha 58 anni. 


Wagner Moura
interpreta Marcelo Alves/Armando Solimões/Fernando Solimões. Brasiliano, ha partecipato a film come Tropa de elite, Tropa de elite 2, Civil War e a serie quali Narcos e Narcos: Messico. Come doppiatore, ha lavorato in Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita. 



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