mercoledì 27 ottobre 2021

Titane (2021)

Con il solito ritardo di un mese, finalmente anche Savona ha potuto godere, grazie al piccolo ma preziosissimo "cinema d'élite", di Titane, scritto e co-sceneggiato dalla regista Julia Ducournau e vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes di quest'anno! Occhio a qualche SPOILER qui e là, come ha fatto notare il buon Kris Kelvin nei commenti, perché Titane andrebbe visto senza sapere proprio nulla di nulla!


Trama: Alexia è una ballerina che ha in testa una placca di titanio fin da quando era bambina, a causa di un incidente stradale, nonché altri, pericolosi segreti...


Al solito, per godere al meglio di Titane non ho voluto leggere nulla prima della visione (non è stato facile, visto che su Facebook gli spoiler, anche involontari, abbondano), quindi sono arrivata completamente impreparata al delirio ibrido che è l'ultima opera della Ducournau. Guardare Titane è stato come fare un viaggio in macchina senza cinture di sicurezza con un pilota esperto ma fuori di testa, in grado di alternare momenti di guida sicura in mezzo a paesaggi affascinanti ad altri di follia spericolata durante i quali l'unica alternativa all'infarto è chiudere gli occhi per non vedere. Ed effettivamente ho chiuso parecchio gli occhi durante la visione di Titane, complici scene di violenza anche troppo "comprensibile" (torno al discorso fatto nel post dedicato a Profondo Rosso: sono sicurissima che beccarsi un'accetta in pancia sia dolorosissimo ma l'idea di denti che si spaccano contro la porcellana è per me molto più concreta, perché purtroppo è capitato di cadere e scheggiarseli, o di bruciarsi con l'acqua bollente, e in questo caso ci sono situazioni simili di nasi spaccati, oggetti acuminati conficcati in posti "sensibili" e quant'altro) e abbondanza di siringhe ed aghi, soprattutto nel corso di una prima parte delirante al profumo di Neon Demon dove il sangue, la violenza e le sequenze scioccanti ma anche grottesche e divertenti si sprecano, e comincia a delinearsi una Creatura, Alexia, che ha letteralmente la gamma emotiva della placca di titanio che porta nella testa. Alexia è bellissima e selvaggia ma, nonostante la strage di cuori che puntualmente si lascia alle spalle, la sua è una splendida carrozzeria che dentro nasconde il nulla, un oggetto in forma umana che riesce ad entrare in risonanza solo con altre forme inanimate, schiacciato da inimmaginabili perversioni e rappresentato con una messa in scena esageratissima. 


Quando l'oggetto in questione "si rompe", il tono del film cambia. Pur mantenendo sempre presente un fondo di inquietudine e fortissima ambiguità, Titane si fa più doloroso, va oltre la "carrozzeria" per raccontare una storia di animi spezzati, distrutti da eventi che non arriveremo mai a capire davvero, una storia in cui si fa palese la necessità tutta umana di tendere la mano agli altri per aiutare e farsi aiutare, di entrare in risonanza con nature affini. Se la prima parte di Titane è uno schiacciasassi, nella seconda sembra quasi che la Ducournau non voglia dare il colpo di grazia a ciò che è stato annientato in precedenza, e procede per tocchi malinconici e delicati, per sequenze durante le quali al disgusto e alla diffidenza si uniscono anche il desiderio di guardare oltre le apparenze e, sì, persino arrivare a commuoversi. Titane diventa così la storia di due persone che credevano di aver finito il loro percorso, ma si ritrovano a cambiare, senza confini né etichette, là dove non esistono bellezza e mostruosità, bene o male, ma solo quello che, in qualche modo, arriva a definirci come persone vive. E pazienza se la morte è sempre lì, dietro l'angolo, perché anche lei è parte di quelle entità né buone né cattive. E lo stesso vale per Titane, ovviamente. A me è piaciuto tantissimo e lo reputo uno degli horror più belli e potenti dell'anno, in grado di scatenare ben più di queste due misere elucubrazioni in croce, ma capisco anche chi lo ha odiato, per carità, non è di sicuro il vostro vincitore di Cannes tipo. Peccato per voi, che vi devo dire!


Della regista e co-sceneggiatrice Julia Ducournau ho già parlato QUI

Vincent Lindon interpreta Vincent. Francese, ha partecipato a film come La legge del mercato e L'odio; come doppiatore ha lavorato ne Il piccolo principe. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 62 anni e un film in uscita. 


Se Titane vi fosse piaciuto recuperare Raw, Crash, Tetsuo the Iron Man, Climax, Possessor e Excision. ENJOY!

martedì 26 ottobre 2021

Il Bollodromo #75: Lupin III - Parte 6 - Episodio 2

Appuntamento con la nuova serie di Lupin traslato al martedì stavolta, ché sotto Halloween era meglio lasciare un po' di spazio agli horror. Senza indugi, cominciamo a parlare dunque di 探偵と悪党 - Il detective e il cattivo. ENJOY!


Avevamo lasciato la povera Lily, confermata essere figlia del defunto Watson, svenuta dopo lo shock di avere visto Lupin III. Ancora non ci è dato sapere se il ladro gentiluomo abbia effettivamente ucciso l'assistente di Sherlock Holmes con un colpo di pistola e pare che la piccoletta abbia dimenticato quasi tutto della faccenda, limitandosi a fare incubi particolarmente vividi dell'accaduto, ma a prescindere al detective non va giù che Lupin giri per Londra e, dismessa la facciata di Don Matteo dei poveri, decide di tornare ad armarsi di bastone e pipa e mettersi alla ricerca della banda, mentre Zenigata e Lestrade (detto Lestredo o "lesutoredo", fate voi) si alleano da bravi poliziotti destinati a venir menati per il naso da chiunque.


Intanto, in deboscialandia, ovvero nel rifugio di Lupin e soci, i nostri si danno al retro watching e, con l'ausilio di un ottimo videoregistratore (probabilmente lo stesso da cui da anni esce Sadako, ma tanto in un mondo dove la governante di Holmes continua a vestirsi come Marmie March, stiamo a spaccare il capello?), cercano di trovare qualche indizio sull'organizzazione Raven e il suo fantomatico tesoro guardando il film la cui locandina era stata rubata da AlbeLt nella prima puntata. Ovviamente, Jigen, Goemon e Fujiko ne sanno tanto quanto prima, mentre Lupin si dimostra assai evasivo non solo per quanto riguarda la faccenda Raven, ma anche su Sherlock Holmes il quale, proprio come il ladro, non è il VERO Sherlock ma solo uno che ne ha ereditato il nome. Evasività o meno, Lupin non ha proprio voglia di affrontare un avversario che ritiene superiore alle loro forze e ne ha ben donde, visto che nel giro di mezza giornata Holmes ha già scoperto dove si nascondono ed è arrivato a suonare alla porta del rifugio.


Segue la serie di sequenze più esaltante di tutta la puntata, finalmente, a mio avviso, anche abbastanza ben animata e disegnata, con ottime scene d'azione durante le quali, nell'ordine, Goemon, Jigen e Fujiko fanno la figura dei pistola venendo battuti da un Holmes esperto di spada, lotta libera e topografia, dotato di riflessi sovrumani, occhi dietro la testa e abilità di pilota provetto. Samurai e pistolero si ritrovano letteralmente con le chiappe a terra mentre Fujiko viene salvata da una rovinosa caduta dallo stesso Holmes, ovviamente anche raffinato galantuomo, al punto che la bella ladra (dopo aver dato un'esilarante dimostrazione della forza dei suoi pettorali, utilizzati come PRESSA per trattenere il pezzo di poster ancora infilato in mezzo alle sise) non può far altro che arrossire vinta dal fascino del detective, scatenando lo sdegno di Jigen.


Ma bando alle ciance: tolti di mezzo i minions, anche se definire Jigen tale è un'eresia, scatta il confronto che dà il titolo alla puntata, durante il quale un Lupin freddo e particolarmente figo ribadisce a Holmes di essere un CATTIVO, un assassino, uno a cui di donne, bambini e legge importa 'na fava. Si contraddice un secondo dopo, dimostrandosi anche troppo interessato a Lily (ma, come ho scritto in precedenza, tanto lo sappiamo benissimo tutti che prima della fine della serie la ragazzina e Lupin diventeranno amiconi), ciononostante acconsente ad andarsene da Londra dopo le minacce di Holmes e dopo che quest'ultimo ha ammesso di averlo trattenuto il tempo necessario di far arrivare Zenigata, Lestrade e mezza Scotland Yard. Neanche a dirlo, questi ultimi fanno la figura dei fessi e Lupin scompare facendo esplodere mezzo cantiere, per la disperazione di tutti gli umarellS inglesi, diretto, a quanto si può evincere dalle anticipazioni della prossima puntata, in India. E AlbeLt cosa fa? Complotta dall'ospedale e chissà quali sono le sue intenzioni.


Il detective e il cattivo è un altro ottimo episodio della serie, che continua ad introdurre i temi su cui verterà quest'ultima ampliando ancor di più il "worldbuilding" britannico, di cui lascia giusto intuire un po' di segreti. A proposito di questi ultimi, Lupin sembra ancora più reticente e misterioso che in passato e continua a tenersi stretta quell'aria adulta, dura e "romantica" (in senso buono) che lo caratterizzava per buona parte della quinta serie; certo, il risultato è che Jigen e soci fanno un po' la figura degli scemi, ma aspetto che tirino fuori le palle anche loro, d'altronde siamo solo alla seconda puntata. Ah, a proposito di Jigen: la voce del doppiatore nuovo, Akio Otsuka, a mio avviso non fa rimpiangere quella storica di Kiyoshi Kobayashi quindi voto dieci per la scelta! Alla prossima puntata, sperando non sia già uno di quei filler imbecilli che mi provocano travasi di bile!


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 6:

Episodio 0

Episodio 1


domenica 24 ottobre 2021

Midnight in a Perfect World (2020)

Dunque, vista la qualità di Midnight in a Perfect World (o vista la mia incapacità di capirlo, può essere), diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Dodo Dayao e passato al ToHorror Film Festival di quest'anno, non so se questo post raggiungerà la lunghezza standard. Edit del 25/10/2021. Midnight in a Perfect World ha vinto il Tohorror Film Festival. Mi cospargo il capo di cenere, perché non capisco un belino di horror e cinema, ma rimango dell'idea che questo film sia abbastanza inguardabile, scusate. 


Trama: in una Manila dove tutto è perfetto, gli abitanti non possono uscire dopo mezzanotte, pena quella di incappare in terrificanti blackout...


Siccome mi lamento sempre e passo il tempo a sminuirmi, magari non si direbbe ma mi ritengo una persona mediamente intelligente e capace di comprendere i messaggi che una qualsiasi opera vorrebbe veicolare dietro una serie di metafore, salvo ovviamente quando l'opera in questione sconfina nell'ermetismo, nel lynchiano oppure quando presupporrebbe un minimo di conoscenza di chi l'ha realizzata. Ora, direi che non serve un genio per capire che Midnight in a Perfect World, del filippino Dodo Dayao, è una metafora per la situazione sociale tutt'altro che rosea delle Filippine, dove la lotta alla povertà si è tradotta spesso e volentieri in una lotta contro la droga fatta di arresti e molteplici omicidi avvallati dal governo, dove la piaga dei desaparecidos è ancora ben lontana dall'essere stata debellata e dove la corruzione di polizia e politici la fa ancora da padrone. E' comprensibile, anzi lapalissiano, dal momento in cui la "trama" (poi ci torniamo) parte da due dei protagonisti che vanno da uno spacciatore a comprare della droga e, scampati per il rotto della cuffia all'arrivo di un paio di assassini pronti a uccidere detto spacciatore, si uniscono ad altri due amici coi quali, nonostante la consapevolezza che a Manila NON SI POSSA USCIRE dopo la mezzanotte, cosa fanno?... Ovvio, tornano a casa dopo la mezzanotte, parlando di altri amici scomparsi, misteriosi blackout e polizia corrotta, solo per rimanere bloccati, per l'appunto, in un blackout. Questi blackout, trattati alla stregua di leggende metropolitane o storie di fantasmi, sono il prezzo da pagare per avere una Manila perfetta, dal commercio florido e priva di inquinamento, e un'altra leggenda metropolitana dice che, per sperare di scamparla, è necessario trovare delle safe house segnate su una app, che purtroppo però tanto safe non sono. Avete capito il metaforone? Ecco, io non disprezzo per partito preso i film che si fondano su metafore che prendono continuamente a ceffoni lo spettatore, anzi, spesso così sono usciti fuori dei bellissimi lavori, ma magari servirebbe un regista meno pronto a sbrodolarsi addosso e un po' più di coesione a livello di trama e narrazione. 


Il succo della trama, di base, è riassumibile su un post-it: durante i tanto temuti blackout, tre dei quattro amici entrano in una safe house, l'altro si perde fuori perché, a quanto si intuisce, questi fenomeni alterano sì lo spazio, ma anche il tempo. Mentre i tre cercano di contattarlo e salvarlo, scoprono che la safe house è un'incoolata della peggior specie e che "cose brutte" accadono a chi sceglie di non passare la notte tranquillo a farsi i cavoli suoi e, magari, decide di esplorare la safe house. Mi piacerebbe dirvi che buona parte del metraggio del film consiste, per l'appunto, nell'esplorazione di questo luogo misterioso o nei tentativi di chi è rimasto fuori di salvarsi, invece Dayao sceglie di allungare il brodo non tanto con stucchevoli introduzioni a base di genitori vecchi, tristi e malati (il dolore di chi rimane e non sa che fine abbiano fatto i suoi cari scomparsi, ovvio), quanto piuttosto con lunghissime sequenze di buio, cineprese tremolanti ma comunque al buio e camminate lungo corridoi sempre uguali; anche in quest'ultimo caso, porca miseria, capisco la metafora, ma davvero non potevi usare altro mezzo che inquadrare (giuro!) per dieci minuti una dei protagonisti mentre cammina e si guarda intorno sempre più spaurita lungo un corridoio che parrebbe infinito? In tutto ciò, ogni tanto Dayao si ricorda di dover realizzare un horror e di avere introdotto, già all'inizio, l'elemento alieno, e butta lì un paio di sequenze a base di gore e jump scare, ma giusto un paio, ché è molto meglio lasciar perdere il fatto che la droga acquistata dai protagonisti (dall'aspetto vagamente "estraneo") dovrebbe rendere invisibili a "coloro che strisciano nel buio" piuttosto che movimentare un po' la faccenda. In due parole, "che palle di film", e lo so che non si dice, scusate. Caro Dayao, io horror arty e indipendenti ne ho visti, mi vengono in mente di recente cose come She Dies Tomorrow o In Fabric, e ti posso assicurare che sarebbe meglio per te tornare a fare il critico cinematografico, magari imparando da quello che guardi. 

Dodo Dayao è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Filippino, anche produttore, ha diretto un solo altro lungometraggio, Violator



venerdì 22 ottobre 2021

We Need to Do Something (2021)

Il secondo giorno di ToHorror Film Fest ha portato con sé uno dei migliori horror dell'anno, We Need to Do Something, diretto dal regista Sean King O'Grady.


Trama: bloccati in bagno da una tempesta, i membri di una famiglia disfunzionale devono cercare di sopravvivere ma non è facile quando l'odio sopito a fatica viene a galla...


Da quanto tempo non andavo a letto, dopo aver visto un horror, con i nervi a fior di pelle e il terrore di addormentarmi con la testa scoperta, attenta ad ogni più piccolo rumore all'interno della stanza e fuori. Tale è stato il potere di questo piccolo film, We Need to Do Something, girato in piena pandemia con pochissimi spiccioli, tutti utilizzati per gli splendidi effetti speciali di un paio di scene assai gore, e con una rigorosa unità di spazio, visto che la pellicola è interamente ambientata in un bagno, salvo giusto un paio di concessioni necessarie ai flashback che interessano il personaggio di Melissa. We Need to Do Something è quel genere di film, a me tanto caro, dove viene spiegato giusto lo stretto necessario mentre il resto è lasciato all'intelligenza e alla sensibilità dello spettatore, che si ritrova preso in un vortice di angoscia causato non solo da una situazione esterna che non verrà mai chiarita del tutto, ma soprattutto dalle dinamiche interne a un gruppo di persone costrette in un ambiente ridotto per un tempo indefinito, sottoposte a pericoli fisici e, soprattutto, a molto stress psicologico. La famiglia protagonista del film è disunita, lo capiamo fin dalle primissime inquadrature: il padre si isola già dall'inizio, preferendo la compagnia della "coperta di Linus" alcoolica contenuta in un thermos a quella di moglie e figli, la giovane Melissa vorrebbe solo essere assieme alla fidanzata e non smette di guardare un attimo il cellulare (e il motivo di questa sua ansia verrà chiarito andando avanti), la madre e il figlioletto parrebbero dipendere l'uno dall'altra e formare un mondo a parte rispetto agli altri due, inoltre c'è tutta una serie di cose non dette e rancori legati al passato che metterebbero a dura prova persino la Famiglia Cuore, figuriamoci questa. Su una base di partenza già così esplosiva, Sean King O'Grady e lo sceneggiatore (nonché scrittore del romanzo da cui è tratto il film) Max Booth III aggiungono strati di disagio crescente, iniziando da una situazione di paziente attesa dei soccorsi per arrivare a momenti di terrore e paranoia da togliere il fiato.  


Buona parte del disagio provato dallo spettatore deriva dall'introduzione di un possibile elemento sovrannaturale che rende la situazione della famiglia ancora più precaria. Dico possibile perché We Need to Do Something è interamente presentato dal punto di vista della giovane Melissa, il tipico narratore inaffidabile le cui percezioni potrebbero essere state stravolte non solo dalla situazione terribile in cui viene a trovarsi, tra stress, stanchezza e fame, ma anche dalla forte personalità della fidanzata impelagata in culti necromantici e quant'altro, quindi non è detto che tutto ciò che si vede nel film sia reale. Purtroppo (per le mie coronarie) non importa granché che l'orrore sia reale o immaginario, perché a noi tocca vederlo o, ancor peggio, sentirlo: We Need to Do Something contiene la sequenza più terrificante dell'anno, il riaggiornamento della dannata leggenda metropolitana del cane con l'aggiunta di un elemento totalmente inaspettato e non importa quanto potreste essere preparati all'incoolata, è proprio la convinzione di sapere che vi fregherà com'è successo a me, che ho fatto venti metri di salto sulla poltrona. Non è l'unica sequenza di pregio della pellicola, ci mancherebbe, anche perché We Need to Do Something ci regala innanzitutto un Pat Healy in gran spolvero, più terrificante di tutto quello che potrebbe esserci fuori dal bagno, e poi un finale che rischia di abbracciare idealmente quello del capolavoro di Carpenter, Il seme della follia, e ti lascia lì con la voglia di morire e non uscire mai più dalla sicurezza illusoria data da una copertina sulla testa. Provare per credere, io intanto vado a cercare il racconto di Max Booth III per leggerlo!


Di Sierra McCormick (Melissa) e Pat Healy (Robert) ho già parlato ai rispettivi link.

Sean King O'Grady è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Lavora soprattutto come produttore ed è anche attore e sceneggiatore.


Vinessa Shaw
interpreta Diane. Americana, ha partecipato a film come Hocus Pocus, Eyes Wide Shut, Il mistero dell'acqua, Le colline hanno gli occhi e a serie quali La signora in giallo, Dr. House e CSI - NY. Anche regista e produttrice, ha 45 anni. 


Occhio al cammeo vocale di Ozzy Osbourne in un ruolo che non vi spoilero. ENJOY!

mercoledì 20 ottobre 2021

Prisoners of the Ghostland (2021)

Ieri è cominciato il ToHorror Film Fest e il film di apertura è stato Prisoners of the Ghostland, diretto dal regista Sion Sono, una delle pellicole più attese non solo dai fan del genere ma anche dalla sottoscritta, perché dove c'è Cage c'è Bolla! O così credevo...


Trama: un rapinatore di banche cerca di ottenere l'indulgenza accettando di riportare al Governatore la giovane Bernice, fuggita dal suo guardiano e persa nella Ghostland...


Io sono ancora sconvolta, non mi capacito. Prisoners of the Ghostland poteva essere il film perfetto, la gioia suprema, la pellicola più galvanizzante dell'anno. Come si può sbagliare unendo il talento visionario di Sion Sono, il suo sprezzo del buon gusto, la vena di follia che si può riscontrare nei suoi film e la pazzia pura e semplice di Nic Cage, sulla carta l'attore ideale per interpretare l'Eroe senza nome protagonista della pellicola, tra un picco di overacting e l'altro? Io, onestamente, non ho una risposta a questa domanda ma una cosa la so, ovvero che Prisoners of the Ghostland mi ha annoiata talmente tanto che a volte trasalivo, accorgendomi di avere chiuso gli occhi per almeno cinque minuti. La visione di Prisoners of the Ghostland vale "solo" per le scenografie particolareggiatissime e deliranti che mescolano la bellezza rigorosa dei quartieri tradizionali giapponesi, la mitologia del Far West e i deserti australiani in odore di Mad Max e dentro le quali brulicano personaggi uno più assurdo dell'altro, almeno a livello di costumi, creando un melting pot di razze, stili, iconografie e lingue che penso di avere visto solo nel ben più riuscito Sukiyaki Western Django di Takashi Miike. Prisoners of the Ghostland, in tal senso, è uno stimolo visivo continuo, fatto di flashback nitidissimi e dai colori pop (le mie scene preferite sono quelle all'interno della banca, con quei chewingum colorati e il bellissimo bimbetto giapponotto), di luci rossastre, di colori polverosi e cupi là dove la speranza ha smesso di esistere, di visioni bianche come la morte, persino di aureole olografiche attorno alla capoccia di Cage, e non sarò io a discutere la validità di tutta la manovalanza coinvolta in questi aspetti della pellicola né l'ardire visionario di Sono, perché sarei davvero stupida e ingrata anche solo a osare. E' che la sceneggiatura, se così si può chiamare, fa schifo e non è interessante per nulla. 


Non so bene come spiegarmi per non incappare in spoiler ma l'assunto iniziale, quello di mandare Cage alla ricerca della Boutella inguainato in una tutina con una serie di pesantissimi ed esplosivi handicap, poteva dare il la a momenti meravigliosi, a una tensione da tagliare col coltello e a momenti di Cageanitudine fuori scala (non che vederlo camminare come colui che si è appena infilato una scopa nel c*** per ramazzare il deserto o sentirlo urlare isterico in giapponese sia brutto, per carità, ma speravo di più) invece tutti questi pericoli tangibili vengono sacrificati allo stolto desiderio di dare un background appena accennato all'universo in cui vivono i personaggi, introducendone alcuni che parrebbero importantissimi ma che, di fatto, servono davvero poco all'economia della storia, indugiando su flashback che dovrebbero spiegare l'importanza dell'Eroe Cage e invece rallentano solo il ritmo della pellicola e concentrandosi su particolari inutili che fanno semplicemente folklore. Dell'Eroe, con rispetto parlando, arriva a non fregarcene una mazza (anche perché in virtù di cosa sia diventato Eroe, salvo per quel "sono radioattivo!!!!!" buttato lì a sfregio, non si capisce) così come non ci importa nulla non solo di Bernice, ma anche di tutti i reietti che vivono nella Ghostland, ed è questo il motivo principale per cui il film si trascina stancamente tra uno one man show di Bill Moseley, più sopra le righe di un Cage spesso muto, e uno sprazzo di scenografica locura nipponica. Se non altro, per quanto folle, Sukiyaki Western Django riusciva a coinvolgere e commuovere, qui c'è tanta di quella superficiale freddezza che probabilmente ricorderò Prisoners of the Ghostland solo per i manifesti da ricercato in cui compaiono Lupin e il nome di Goemon.


Del regista Sion Sono ho già parlato QUI. Nicolas Cage (Hero), Sofia Boutella (Bernice) e Bill Moseley (Governatore) li trovate invece ai rispettivi link.

Nick Cassavetes interpreta Psycho. Americano, figlio di Gena Rowlands e John Cassavetes, ha partecipato a film come Furia cieca, Face/Off - Due facce di un assassino, The Astronaut's Wife - La moglie dell'astronauta, Blow, Una notte da leoni 2 e a serie come Matlock. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 62 anni.


Imogen Poots ed Ed Skrein, che avrebbero dovuto interpretare rispettivamente Bernice e Psycho, hanno abbandonato il progetto dopo che Nicolas Cage ha deciso di spostare il set dal Messico al Giappone per andare incontro alle condizioni di salute di Sion Sono, colpito da infarto poco prima delle riprese. Ciò detto, se Prisoners of the Ghostland vi fosse piaciuto recuperate Sukiyaki Western Django. ENJOY!

martedì 19 ottobre 2021

The Last Duel (2021)

Attirata da un trailer a dir poco spettacolare, non potevo farmi scappare The Last Duel, diretto da Ridley Scott e tratto dal libro The Last Duel: A True Story of Trial by Combat in Medieval France di Eric Jager.


Trama: Francia, quattordicesimo secolo. Il Cavaliere Jean De Carrouges sfida ad un duello mortale lo scudiero Jacques Le Gris, accusandolo di avere stuprato la moglie. 


I duellanti
è stato il primo lungometraggio realizzato da Ridley Scott. Sarebbe stata davvero un'amara ironia se The Last Duel fosse stata l'ultima pellicola del regista, ma per fortuna il mese prossimo uscirà House of Gucci, quindi almeno per questo possiamo stare tranquilli e mettere da parte l'irrazionalità superstiziosa. Ho tirato in ballo quest'ultima, però, non a caso, in quanto The Last Duel fonda l'ultima parte della sua lunga ed articolata trama proprio sulle false credenze medievali, quasi tutte sfruttabili per annientare le donne, e dipinge un mondo talmente orribile che ci si chiede come abbiamo fatto ad arrivare a sopravvivere, come umanità, fino al 2021. Nonostante, infatti, il trailer ingannevole parli della "donna che ha cambiato la Francia", in realtà la povera Marguerite de Carrouges altro non è che la vittima di una società profondamente ignorante e maschilista, all'interno della quale donne un minimo più colte del normale rischiano di fare una brutta fine in quanto consapevoli dei loro diritti e ben poco disposte a farsi calpestare da false accuse o brutali violenze, e di fatto non ha cambiato proprio nulla. Ma torniamo un attimo a I duellanti. Il primo film di Ridley Scott raccontava la storia di un'ossessione nata da questioni d'onore che finivano per perdersi in un vortice di duelli quasi immotivati, e vedeva il ferino Feraud di Harvey Keitel perseguitare per tutta la vita l'integerrimo d'Hubert di Keith Carradine; nonostante non ci fossero buoni o cattivi nel film, col tempo il primo assumeva connotazioni oscure e malvagie, soprattutto perché del secondo ci veniva mostrato tutto, anche la vita familiare e tranquilla, e in The Last Duel accade un po' la stessa cosa, anche se le carte in tavola vengono ulteriormente mescolate. La bellezza dell'ultimo film di Scott, infatti, deriva dalla pluralità di punti di vista che raccontano la stessa storia e dall'ingresso a gamba tesa di uno sguardo innocente, puro ed incredulo, che ridimensiona entrambi i contendenti sottolineandone i moltissimi lati negativi a scapito dei pochi positivi. 


Apparentemente, il protagonista "buono" è Jean de Carrouges, mentre Jacques De Gris è il "cattivo" scudiero che vive di leccate di piedi e gli ruba persino la virtù della moglie; in realtà, l'indomito e indiscutibile valore del Cavaliere Jean nasconde un animo gretto, una testardaggine inamovibile, un egoismo senza pari che non vacilla neppure davanti all'idea dell'orribile morte della moglie, nell'eventualità della sconfitta nel corso del duello. Ma anche De Gris, per quanto deprecabile, ancor più perché scatenato da un "sentimento" da consumare a tutti i costi, ha qualche lato positivo, soprattutto prima di impazzire per amore, e sembrerebbe quasi che la sua discesa nell'abisso dell'abiezione nasca principalmente dall'incapacità di Carrouges di ignorarlo e lasciare correre, godendosi la fortuna che la vita gli ha concesso, ovvero la bella, intelligente e fedele moglie Marguerite. Marguerite, poverina, di par suo non è né una dea né una strega, ma una donna normalissima che si impegna per essere fedele a un marito che le è stato imposto e che cerca quel minimo di felicità innocente per sfuggire alla pressione di essere una moglie inadempiente (sapevate che nel Medioevo si pensava che una donna potesse rimanere incinta solo dopo aver raggiunto l'orgasmo? Ecco, immaginate quali accuse doveva sostenere chi non riusciva a fare figli...), finendo per ritrovarsi vittima di una faida di decenni dove non contano più né lei né l'amore, ma solo la sopraffazione, l'affermazione davanti a un Dio menefreghista quanto i nobilastri che infestano la pellicola, a partire dal disgustoso Pierre per arrivare all'orrido Re bambino Carlo VI. L'ossessione senza fine, per l'appunto, che si ripropone da I duellanti a The Last Duel.


Avrete capito che la storia raccontata in The Last Duel mi ha avvinta parecchio e, a mio avviso, dimostra come la coppia Ben Affleck/Matt Damon possa ancora fare faville alla sceneggiatura, ma ho ovviamente apprezzato anche la regia e gli attori, chi più chi meno. Ho in particolare amato moltissimo i piccoli dettagli e cambiamenti a livello di regia ed atmosfera tra le sequenze apparentemente uguali raccontate dai diversi punti di vista, dai momenti più eclatanti (la violenza di Marguerite, vista attraverso gli occhi di Le Gris, è praticamente un soft core dove lei, pur terrorizzata, non è così riottosa e lancia segnali assai espliciti allo scudiero, mentre dal punto di vista della donna è un orrore che mozza il fiato, qualcosa di squallido e terribile nella sua disgustosa "banalità") a quelli più sottili, dove bisogna stare molto attenti per cogliere le importanti differenze; inoltre, le battaglie, soprattutto il duello finale, sono violentissime e rozze, talmente tese da risultare, a tratti, difficili da sostenere. Per quanto riguarda gli attori, non seguendo serie TV per mancanza di tempo, sono rimasta sorpresa dalla bravura di Jodie Corner, attrice che non conoscevo per nulla, mentre invece ho avuto ulteriore conferma della versatilità di Adam Driver, che qui offre nuovamente un'interpretazione ricchissima di sfumature, perfetta. Inguardabili, invece, i due sceneggiatori, Affleck e Damon, ma è una pura questione di estetica dovuta ai tagli di capelli e tinte improponibili che gli hanno appioppato, tranquilli, ché sono molto bravi anche loro. Siccome da giovedì usciranno fior di film della Madonna, il mio consiglio è quello di correre al cinema ORA così da non lasciarvi scappare The Last Duel sacrificandolo ad altre pellicole più "importanti", perché rischiate di perdervi davvero un lavoro egregio. 


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Matt Damon (Sir Jean De Carrouges), Adam Driver (Jacques Le Gris), Ben Affleck (Pierre D'Alençon) e Marton Csokas (Crespin) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jodie Comer interpreta Marguerite De Carrouge. Inglese, ha partecipato a film come Star Wars - L'ascesa di Skywalker, Free Guy - Eroe per gioco e a serie quali Killing Eve. Anche produttrice, ha 27 anni. 


Alex Lawther
, che interpreta Re Carlo VI, era il protagonista di The End of the F***ing World. Ben Affleck avrebbe dovuto interpretare Le Gris ma ha optato per un ruolo "minore" onde evitare contrattempi sul set del prossimo film di Adrian Lyne. Ciò detto, se The Last Duel vi fosse piaciuto, perché non recuperare il più volte citato I duellanti? ENJOY!

lunedì 18 ottobre 2021

Il Bollodromo #74: Lupin III - Parte 6 - Episodio 1

Buon lunedì a tutti e ben arrivati al primo appuntamento "ufficiale" dedicato ai commenti sulla sesta serie di Lupin III. La settimana scorsa c'è stato il deludente episodio 0, oggi cominciamo ad entrare nel vivo della trama vera con l'episodio 1, シャーロック・ホームズ登場, Sherlock Holmes entra in scena, col ritorno di un personaggio di Part 5 e un paio di novità... ENJOY!



Nella nebbiosa Londra, il distinto Lord Faulkner, un vecchietto conciato come un gentiluomo vittoriano, entra in un sontuoso edificio strettamente sorvegliato e ne esce dopo aver rubato quello che parrebbe il manifesto di un'opera teatrale, sotto gli occhi vigili dell'intera banda di Lupin. Il giorno dopo, quello stesso vecchietto viene smascherato dall'ispettore Lestrade e da uno Sherlock Holmes che è un incrocio tra quello di Robert Downey Jr e quello di Benedict Cumberbatch ma più sullo scapigliato/depresso: il distinto signore altri non è che il nostro vecchio amico AlbeLt alias Albert, la versione più dark e omosessuale di Lupin, che viene salvato proprio da quest'ultimo dopo una precipitosa fuga da tutti gli agenti di Scotland Yard e dal MI6 (Dio, ti prego, fa che non torni quella schifezza di Nyx) e dopo essersi beccato almeno due proiettili in corpo. Neanche a dirlo, quel fantomatico manifesto fa gola anche a Lupin e soci, perché nasconde una mappa che porterebbe al favoloso tesoro dell'associazione segreta Raven, più potente della Regina stessa (enormi risate da parte dell'immortale Lilibeth); peccato che il manifesto in questione sia incappato nella lama della Zantetsuken di Goemon dopo la memorabile distruzione di un carro armato che mi ha fatto tornare bambina per 10 minuti (perché là dove persino la Magnum di Jigen fallisce, arriva il samurai a tagliare la qualsiasi, facendomi applaudire dalla gioia, da sempre), e che ora metà manifesto sia nelle mani di Lupin mentre l'altra sia a Scotland Yard.


Ma parliamo di Sherlock Holmes. Il poveraccio non è più l'investigatore di una volta, ma è diventato una specie di Don Matteo che aiuta gli abitanti del quartiere a risolvere casi cretini, e si è pure accollato una bambinetta bionda che risponde al nome di Lily e che, 99 su 100, dovrebbe essere figlia o nipote di un Watson assente e, deduco, defunto. Lily, neanche a dirlo, è la bambina tipica degli anime che a 10/11 anni vorrebbe già assurgere a Detective Conan della situazione, e ha pure la sfiga di vivere in casa con una governante che, donna mia, sarebbe anche gnocca, peccato per la scellerata decisione di vestirsi in puro stile Piccole Donne nell'anno del signore 2021. E nulla, i giapponesi hanno un'idea assai romanzata di Londra, nonostante l'accuratezza degli sfondi e delle location utilizzate, è evidente. Comunque, intanto che Sherlock e Lily prendono il the delle 5 con i vicini di casa e la governante, a Scotland Yard succede di tutto: mentre Fujiko cerca di recuperare il pezzo mancante di manifesto e viene bloccata da Zenigata, il vero Lord Faulkner viene fatto fuori in perfetto stile Pulp Fiction meets Saw da un inquietante essere incappucciato che, per buona misura, fa esplodere anche mezza centrale di polizia, col risultato che a Holmes rimangono sullo stomaco the e scones, Lupin e Fujiko invece sono costretti a fuggire in moto, inseguiti da mezza Scotland Yard, MI6, Zenigata e assistente. 


L'episodio si conclude con ciò che aspettavo più o meno da una vita, signori: una bambina, la piccola Lily, che STRILLA come un'invasata alla vista di Lupin, terrorizzata. Cristo, finalmente. La cosa durerà poco, lo sapete voi e lo so io, perché di sicuro prima della fine della serie Lily vorrà sposare Lupin, ma porco cane, parliamo comunque di un ladro e assassino che si circonda di tre dei migliori killer e spie sulla piazza, non è che abbiamo davanti Walker Texas Ranger, e sarà capitato che almeno una di 'ste maledette fanciullette lo abbia visto ammazzare a sangue freddo qualcuno, alla faccia della dannatissima versione da Superhero che ci propinano da decenni? Beh, a quanto pare Lily, Holmes e Lupin si sono già conosciuti e il fatto che gli animatori abbiano deciso di dare un look un po' più sauvage al ladro gentiluomo mi fa sperare per almeno un paio di buoni twist. Nel complesso, tolte le animazioni spesso indecenti e il character design dei personaggi secondari fatto a tirar via, l'episodio mi è piaciuto parecchio: ha un ritmo che non cala nemmeno un secondo, introduce tanti elementi interessanti, intavola una trama che potrebbe dare soddisfazioni come la serie precedente, quindi mi ritengo parecchio soddisfatta. Aggiungo che gli eyecatch dell'episodio, opera della mangaka Togekinoko, sono davvero molto belli e lo stesso vale per la sigla iniziale, molto dark, e quella finale, deliziosamente swinging London e con una bellissima Fujiko alle prese con un micio nero.  Alla prossima puntata!




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