martedì 10 marzo 2026

BollOscar: Se solo potessi ti prenderei a calci (2025) e Song Sung Blue - Una melodia d'amore (2025)

Domenica ci sarà la fatidica notte degli Oscar e io quest'anno sono un po' indietro, sia con le visioni sia con le pubblicazioni. In realtà, ho recuperato tutto quello che mi interessava, e ho avuto modo di visionare tutti i candidati alle nomination più importanti, quindi sto meditando di interrompere la Oscar Death Race, salvo per Arlo, che dovrebbe uscire il 12 marzo. Ma queste sono riflessioni inutili, lascerei quindi spazio alle mini recensioni dei due film di oggi, Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein, uscito nelle sale italiane la scorsa settimana, e Song Sung Blue - Una melodia d'amore di Craig Brewer. Non le ho accorpate perché sono due film brutti, anzi, in realtà sono entrambi molto belli, ma solo perché mi andava di parlare di questi e altri candidati prima di domenica, senza sacrificare la horror challenge, e anche perché sono accomunati dalla stessa nomination, quella alla Miglior attrice protagonista (mi spiace per entrambe, soprattutto per Rose Byrne, ma la statuetta a Jessie Buckley non la toglie nessuno quest'anno). Bando alle ciance dunque! ENJOY!


Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I'd Kick You) - Mary Bronstein
(2025)

Come "forse" avrete intuito sono molto abituata agli horror, eppure raramente ho provato ansia come guardando il film di Mary Bronstein. Se solo potessi ti prenderei a calci racconta l'orribile discesa nel burnout di una donna costretta a gestire il disordine alimentare della figlioletta, un enorme buco nel soffitto che le ha costrette entrambe a vivere in un motel e tutta una serie di personaggi odiosi, per nulla empatici, pronti a puntare il dito sulle mancanze della protagonista, aggredirla, a metterle i bastoni tra le ruote o a trattarla come se non esistesse. La sensazione che si ha guardando il film è un'angoscia tremenda, un'agghiacciante impotenza di fronte a una situazione sempre più caotica; più volte la protagonista, peraltro psicologa, sottolinea la sua impossibilità di avere il controllo degli eventi e l'ulteriore disagio di una mancanza di sonno che la logora ogni giorno di più, causandole persino delle allucinazioni visive e uditive. Se solo potessi ti prenderei a calci è un film che, con coraggio, racconta l'esistenza di una persona che non ha mai voluto essere madre (la bambina non viene mai inquadrata in viso, tranne sul finale, esiste solo come voce petulante e perennemente terrorizzata, oppure definita dal cibo rifiutato o dal rumoroso apparecchio che la nutre di notte) e che cerca di fare buon viso a cattivo gioco, impegnandosi per la salute fisica e psicologica di una creatura che, nonostante tutto, è arrivata ad amare. Rose Byrne, attrice che non mi aveva mai colpita più di tanto, ci mette anima e corpo, portando a casa l'interpretazione della vita e mostrando nello sguardo e nei gesti tutta la stanchezza di una vita ingiusta, la tristezza di esistere solo come "madre" e "psicologa", non come persona, e il terrore di una bestia in trappola. Non so se vi è mai capitato di trovarvi in una situazione, anche non grave, che avete vissuto malissimo e dalla quale eravate convinti non sareste mai usciti. Ecco, a me è successo, e la voglia era quella di prendere a testate un muro per la frustrazione e la paura, oppure di scappare facendo perdere le tracce; nell'interpretazione di Rose Byrne ho visto tutte queste cose e vi assicuro che arrivare alla fine di Se solo potessi ti prenderei a calci è stato molto difficile. Vi consiglio spassionatamente il film ma, qualora in questo periodo foste depressi, agitati, o soggetti ad attacchi di panico, fossi in voi eviterei.

Nomination: Miglior attrice protagonista, Rose Byrne.

Curiosità: Ero convinta che la frase del titolo fosse rivolta a quel mostro di bambina, invece l'ha inventata la regista a 18 anni e, non sapendo come intitolare il film, ha deciso di riutilizzarla. 



Song Sung Blue - Una melodia d'amore (Song Sung Blue) - Craig Brewer
 (2025)

Song Sung Blue rientra nel novero delle biografie di personaggi popolari in America ma completamente sconosciuti alla sottoscritta e racconta la storia della band Lightning & Thunder, ovvero Mike Sardina e la moglie Claire Stengl. Conosciutisi nel circuito degli "imitatori musicali", i due decidono, assieme ad altri musicisti, di mettere su un tributo a Neil Diamond, diventando, nel giro di qualche anno, la band più popolare del Wisconsin. Il film racconta non solo le peripezie lavorative della coppia, ma soprattutto la loro storia d'amore, i loro problemi personali e una sequela di sfighe alle quali sarebbe difficile credere, se solo non fossero accadute sul serio. L'impostazione tutto sommato classica e "prevedibile" del film passa in secondo piano di fronte all'effettiva simpatia dei due protagonisti, decisamente affiatati, e alla loro forza d'animo, alimentata da un enorme desiderio di cantare e risplendere sul palco. Anche chi, come me, non dovesse conoscere Neil Diamond, potrà apprezzare i tanti numeri musicali del film, anche perché sia Hugh Jackman che Kate Hudson sono degli ottimi attori, capaci di entusiasmare e commuovere sia col canto che con le loro interpretazioni (anche se la nomination l'ho trovata esagerata). Ottimo anche il cast di contorno, dove spiccano bellissime facce che fa sempre piacere rivedere (Michael Imperioli e James Belushi, sto parlando con voi!) e la giovane Ella Anderson, una rivelazione alla quale auguro una splendida carriera. Sarei una bugiarda se non dicessi che Song Sung Blue era un film che non avevo affatto voglia di guardare, invece non solo mi ha piacevolmente sorpresa, ma ad un certo punto mi ha sconvolta com'era riuscito a fare solo Sirat. Recuperatelo, se non lo avete visto al cinema, perché è davvero carino... poi però non prendetevela con me se non smetterete più di cantare Sweet Caroline!  


Nomination: Miglior attrice protagonista, Kate Hudson.

Curiosità: il film è la drammatizzazione del documentario omonimo diretto dal regista Greg Kohs nel 2008, quindi rientra nella categoria dei remake. 





venerdì 6 marzo 2026

Scream 7 (2026)

Come al solito, arrivo ultima alla festa ma sono riuscita finalmente a guardare Scream 7, diretto e co-sceneggiato dal regista Kevin Williamson. Niente spoiler, ovviamente. 


Trama: Sidney Prescott si è ormai rifatta una vita in un piccolo paesino, assieme alle figlie e al marito, ma un giorno qualcuno con la maschera di Ghostface torna a minacciarla...


Ormai lo avrete letto ovunque e lo saprete a memoria, quindi sarò breve. Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, a partire dal quinto capitolo della saga, avevano deciso di rinnovare il franchise, affiancando ai vecchi personaggi le sorelle Carpenter, Sam e Tara, con l'idea di farle diventare protagoniste assolute al compimento di una terza trilogia. Poi pare che Melissa Barrera, l'attrice che interpretava Sam, sia stata calcioruotata dai vertici della Spyglass per aver protestato contro il genocidio palestinese (oppure può essere che la casa di produzione abbia colto la palla al balzo per accontentare il fandom, a cui Sam è sempre stata invisa come personaggio); giustamente, una Jenna Ortega sulla cresta dell'onda ha mandato a fanculo la produzione approfittando dei lauti compensi Netflixiani e Burtoniani, e quando il potenziale nuovo regista Christopher Landon ha ricevuto minacce di morte nel caso avesse messo mano al settimo film, è rimasto solo Kevin Williamson. Tanti saluti, dunque, al character study di Sam, al suo lato oscuro, a tutte le suggestioni seminate dagli ex Radio Silence nel corso della loro gestione, a un percorso originale che, dialogando con le pellicole dirette da Wes Craven, ne riaggiornava i temi alla mentalità odierna, rimanendo sempre, deliziosamente, metacinematografici. L'unico modo per salvare la baracca è stata riempire di soldi Neve Campbell per farla tornare e rivolgersi a Kevin Williamson che, per chi non lo sapesse, è colui che ha scritto i primi due film e il quarto, rimanendo comunque legato al franchise in vesti di produttore. Di fronte ad un simile pasticcio produttivo, è accaduto l'inevitabile: l'operazione è stata condotta nel modo più banale e "vecchio" possibile, cavalcando l'onda di una nostalgia stantia e buttando tutto in caciara nel finale più brutto dell'intera saga. L'azione si sposta da Woodsboro (dov'è ambientato un inizio interessante e completamente fuorviante per chi si aspettava chissà cosa dalla trama) alla piccola cittadina dove Sidney ha deciso di lasciarsi alle spalle il passato assieme al marito e alle tre figlie. In realtà, due figlie vengono tolte subito dall'equazione e daffidate alla nonna, perché i riflettori si posano sul rapporto tra Sidney e la figlia adolescente Tatum, la quale viene tenuta all'oscuro dalla madre relativamente a tutto ciò che riguarda il suo traumatico passato. Tatum conosce Sidney solo attraverso la saga cinematografica Stab, che ne ha romanzato la vita, ed è frustrata perché crede che la madre la ritenga debole ed inaffidabile, bisognosa di protezione, ben diversa dall'adolescente cazzuta sopravvissuta ben cinque volte a Ghostface. 


La scelta di Sidney si rivela poco accorta in quanto, ad un certo punto, Ghostface torna e punta proprio Tatum e i suoi amici, in un costante gioco di rimandi (visivi, di sceneggiatura e persino di colonna sonora) ai film usciti negli anni '90 e diretti da Wes Craven. Il recente reboot non viene proprio spazzato sotto il tappeto, e l'assenza di Sidney dal sesto capitolo si rivela uno degli snodi fondamentali della trama, però è palese fin dall'inizio che ciò che importa a Williamson è stabilire l'eredità di Sidney, la sua unicità all'interno non solo della saga, ma del genere slasher tutto: i Ghostface sono andati e venuti, in una girandola di nomi e facce, l'unica costante è rimasta Sidney, persino quando ha deciso di mandare a stendere Gale, Sam e Tara, e lasciarle sole a New York, in balia dei nuovi killer. E questo è l'unico aspetto interessante di un film che aspira alla "modernità" tirando in ballo l'AI e i deep fake come mero escamotage narrativo, a mio avviso sfruttato in maniera poco accorta e raffazzonata, e che pur di non osare l'inosabile prende la rincorsa verso un finale frettoloso e, posso dire?, imbarazzante. Se dicessi che non mi sono divertita, mentirei, ma se Scream mi ha intrattenuta anche stavolta è solo perché il mio cervello è partito per la tangente infilando la gente più improbabile sotto la maschera di Ghostface (se volete, ne parliamo nei commenti). Fortunatamente, bisogna anche dire che Scream 7 gode di un paio di omicidi che se la giocano alla pari con i migliori della saga, uno in particolare molto fantasioso, e che Neve Campbell nei panni di Sidney continua a non perdere smalto. Scream 7 è la perfetta cartina al tornasole di come i volti nuovi sono sì bellini, ma tutti uguali e poco interessanti (in questo frangente, Jasmin Savoy Brown e Mason Gooding sono talmente svogliati che potrebbero anche non esserci e Isabel May non ha nemmeno un'oncia del carisma della sua madre cinematografica), e di come non tutti riescano ad invecchiare con grazia. La Campbell ce la fa, la Cox compensa diventando sempre più scoglionata e volgare (quindi adorabile), la saga invece sta diventando bolsa come il povero Skeet Ulrich, costretto a promuovere il film in lungo e in largo e a rilasciare improvvide interviste che fomentano solo il nervoso per ciò che poteva essere e invece è stato sacrificato al fandom e al Dio denaro. Scream 7 sta andando benissimo al box office internazionale, ma in tutta sincerità spero che a nessuno venga in mente di girare un ottavo film, a meno di non far tornare Sam, perché a me pare che ormai questa saga non abbia più nulla da dire. Staremo a vedere!


Di Neve Campbell (Sidney Evans), Courteney Cox (Gale Weathers), Joel McHale (Mark Evans), Mckenna Grace (Hannah Thurman) e Ethan Embry (Marco) ho parlato ai rispettivi link.

Kevin Williamson è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto anche Killing Mrs.Tingle. Anche produttore e attore, ha 61 anni. 


Jasmin Savoy Brown
e Mason Gooding tornano, rispettivamente, nei panni di Mindy e Chad. Celeste O'Connor, che interpreta Chloe Parker, era la Lucky di Ghostbusters: Legacy e Ghostbusters - Minaccia glaciale mentre Asa Germann, che interpreta Lucas Bowden, era nel cast di Gen V come Sam Riordan. Nelle intenzioni di Matt Bettinelli-Olpin Tyler Gillett, Patrick Dempsey sarebbe dovuto tornare nei panni del Detective Mark Kincaid, ma alla fine è stato creato un personaggio ex novo (con lo stesso nome e una professione simile ma vabbè, dai). Chi invece si è chiamato fuori dopo avere ricevuto minacce di morte a seguito del licenziamento di Melissa Barrera, pur non entrandoci nulla, povero cristo, è il regista Christopher Landon, che era stato raccomandato dallo stesso Williamson. Se siete arrivati al settimo film dovreste ormai saperlo, ma la saga di Scream si compone di Scream, Scream 2, Scream 3, Scream 4, Scream (2022) e Scream VI; se il genere vi piace, recuperateli e aggiungete anche Scream: la serie. ENJOY!


mercoledì 4 marzo 2026

2026 Horror Challenge - Prevenge (2016)

La challenge horror di oggi voleva un film uscito nel 2016. Ho così recuperato Prevenge, diretto e sceneggiato dalla regista Alice Lowe.


Trama: Ruth, incinta e quasi in procinto di partorire, persegue una tenace vendetta verso i responsabili della morte del compagno...


Prevenge
era uno di quei film che avevo nella watchlist appunto dal 2016, perché ricordo, sebbene vagamente, che in molti ne avevano parlato bene. Meglio tardi che mai, quest'anno snobbo per mancanza di tempo degli anniversari importanti, ma se non altro sono riuscita a festeggiare i dieci anni di un film che rientra nel genere "gravidanze da incubo". Ruth è molto incinta, nel senso che le manca davvero poco per partorire, ma la sua non è una gestazione tranquilla. Il suo compagno è morto il giorno esatto in cui lei ha scoperto di essere in attesa di un bambino e quando la incontriamo sta cominciando a compiere la sua vendetta, guidata da una voce inquietante ed insospettabile: quella della figlia che porta in grembo. Vittima di un doppio shock, la psiche di Ruth si è scissa, trasformando l'essere sconosciuto che porta in grembo in un'eminenza grigia dalla vocetta querula e dall'insaziabile appetito per il sangue, un'Erinni vendicativa che la spinge ad uccidere i colpevoli della morte del papà. Come dice a un certo punto l'ostetrica, Ruth non ha il controllo delle proprie azioni o, meglio, la sua razionalità è stata completamente spazzata via dal dolore, dalla paura, dalla solitudine e dagli ormoni; la maternità la terrorizza perché apre a mille possibilità sconosciute e ad un futuro incerto, a decisioni scomode che Ruth, inconsciamente, decide di evitare convincendosi di essere "posseduta" dalla figlia. La sceneggiatrice e regista Alice Lowe, che interpreta Ruth, probabilmente ha scelto di dare voce a tutta una serie di problemi sociali che una donna incinta si ritrova a dover affrontare (non ultimo quello di venire guardata con sospetto nei posti di lavoro) e anche alla sua paura di essere considerata un mero accessorio del bambino, definita solo come "madre", prima ancora che come persona. Tutto sommato, infatti, le vittime della furia vendicativa di Ruth, pur essendo deprecabili ed egoisti quanto si vuole, sono degli sfigati imbarazzanti ed è la neonata a trasformarli in mostri, dimostrando un invidiabile disprezzo verso tutto il genere umano. 


Anche in virtù dei ragionamenti adulti e sferzanti della neonata, Prevenge rientra di diritto nel genere della commedia horror. Le situazioni che Ruth si ritrova ad affrontare sono grottesche e i colpevoli della morte del compagno sono esempi di un'umanità imbarazzante, davvero troppo stupidi per vivere; gli esempi più eclatanti, e tristemente familiari, per inciso, sono il deejay quasi cinquantenne che si crede un ragazzino sciupafemmine e tratta da schifo la mamma malata di Alzheimer vivendole in casa, e la donna in carriera che si arrampica sugli specchi per "indorare" la pillola a una donna incinta e palesemente sgradita sul posto di lavoro. Ci sono anche molti momenti cupi, durante i quali la risata muore sul nascere, e il personaggio di Ruth, nella sua triste solitudine, fa molta pena nonostante il cammino sanguinoso intrapreso. Alice Lowe dosa molto bene questi due registri, senza mai esagerare in un senso o nell'altro, e stempera situazioni particolarmente pesanti con del sano splatter, talvolta catartico altre meno (in maniera assai intelligente, però, le poche persone che non meritano di morire vengono eliminate rigorosamente off screen). Come interprete, l'attrice incarna una donna senza grandi pregi o difetti, né a livello estetico né caratteriale, aiutando lo spettatore ad identificarsi con lei e ad empatizzare con la sua situazione, e il resto del cast, pieno di ottimi caratteristi, le dà man forte, aprendo squarci su una triste realtà fatta di povertà, precariato, sesso facile ma ben poco soddisfacente e squallore diffuso, con ben poco spazio per umanità e gentilezza. Come ben diceva la neonata Julie in Senti chi parla 2: "Che schifo la vita!". Forse è davvero meglio rimanere nascosti nel grembo materno e lasciare a mammà il lavoro sporco! 


Della regista e sceneggiatrice Alice Lowe, che interpreta Ruth, ho già parlato QUI mentre Kate Dickie, che interpreta Ella, la trovate QUA.


Kayvan Novak
, che interpreta Tom, è uno dei protagonisti della serie What We Do in the Shadows. Il film in bianco e nero continuamente citato è Delitto senza passione, del 1934. Cercatelo, perché potrebbe trovarsi gratuitamente nell'Internet Archive. ENJOY!

martedì 3 marzo 2026

Rental Family (2025)

Questa settimana mi sono presa una pausa dalla Oscar death race per recuperare Rental Family, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dalla regista Hikari.


Trama: Phillip è un attore sul viale del tramonto, il quale vive a Tokyo da sette anni. Un giorno accetta un ingaggio presso un'agenzia che fornisce persone in affitto, per gli scopi più disparati...


Benché da anni mi interessi alla società giapponese, non avevo mai sentito parlare del fenomeno "Rent a Family", che esiste sin dagli anni '90. In pratica, il "Rent a Family" è l'evoluzione (o l'involuzione) delle società che un tempo fornivano persone per fare numero ad eventi di qualsiasi genere, e che ora si sono specializzate nell'offrire compagnia (mai di tipo sessuale) per ogni genere di necessità: finti fidanzati, amici, genitori, figli, accompagnatori, insomma tutto ciò che può servire per superare quell'alienazione che purtroppo è parte integrante della società nipponica, dove tutto dev'essere, all'apparenza, perfetto ed irreprensibile. Nonostante sia stato tacciato di grondare eccessiva melassa, Rental Family sottolinea molto questo aspetto triste del Giappone, diffuso soprattutto nelle grandi città. Vuoi per le dimensioni spropositate delle metropoli, vuoi per la natura stessa di una società che inquadra le persone fin dalla più tenera età e le costringe, fondamentalmente, ad allacciare rapporti di collaborazione temporanea/lavoro più che di amicizia, mettendole davanti ad un'enorme pressione e un conseguente stress, ci sono tantissimi individui in Giappone che vivono soli, vittime di giornate sempre uguali che si trascinano perse nella folla senza volto. Questo, nel film, succede a Phillip, gaijin privo di uno scopo e straniero in terra straniera, ma anche ai suoi colleghi di lavoro, che offrono "famiglie in affitto" senza riuscire a crearne una, nemmeno all'interno di un'azienda formata da tre persone in croce. Inoltre, al di là dell'ovvia trama "formativa" e a lieto fine, Rental Family pone scomode domande sulle conseguenze psicologiche di un simile servizio, non solo per chi ne usufruisce, ma anche per chi lo offre. Il film non indaga troppo su potenziali risvolti pericolosi (anche se ci vengono mostrati sprazzi di psicosi, masochismo, violenza fisica e verbale), però solleva molti dubbi sull'eticità di un servizio basato essenzialmente su una bugia, per quanto raccontata a fin di bene, soprattutto quando l'utilizzo degli attori coinvolge non solo il richiedente, ma anche altre persone. Insomma, un conto è richiedere la presenza di una/un dama/o di compagnia per affrontare la solitudine e sfogarsi, trovando magari più comodo aprire il proprio cuore ad uno sconosciuto da plasmare a nostro piacimento, un altro è usare queste persone per influenzare l'opinione o la vita altrui, soprattutto quando il rapporto lavorativo si protrae nel tempo, e rischia di non essere più così superficiale.


La sceneggiatura di Hikari e Stephen Blahut, lieve e malinconica, si tiene ben lontana dalla mielosa zuccherosità anche quando le situazioni mostrerebbero il fianco al melodramma, e asseconda invece una commozione e un divertimento lievi, quasi garbati. Lieve e garbata è anche l'interpretazione di Brendan Fraser, un gigante buono con l'espressione perennemente corrucciata, quella di chi si sente in dovere di scusarsi per la sua stessa esistenza; in realtà, lo sguardo dell'attore veicola tantissima solitudine e lo spaesamento di un gaijin che potrà anche vivere cent'anni in Giappone, ma non riuscirà mai a cogliere le mille sfumature di una società fuori dalla portata degli occidentali. L'atteggiamento di Fraser, comunque, indica che non smetterà di provarci, vittima di un fascino e di una curiosità talvolta "infantile" ma mai irrispettosa, che brilla intensa negli occhi azzurri dell'attore e che viene veicolata dalla regia di Hikari, la cui consapevolezza nipponica gioca, furbescamente, con la fascinazione dello spettatore occidentale. La regista, nata ad Osaka, rifugge quelle rappresentazioni di Tokyo e del Giappone tipiche dei registi "stranieri", spesso imperniate su immagini notturne, postmoderne, e, pur non rinunciando a un paio di scorci molto turistici, ambienta la maggior parte del film di giorno, in zone poco conosciute, alternando prosaiche rappresentazioni di una triste, grigia vita quotidiana a magici festival di strada e mistici boschi che nascondono piccoli templi antichi. Inutile dire che, se il vostro cuore palpita per andare in Giappone (o se ci siete già stati ma non vedete l'ora di tornare), la visione di Rental Family ve lo spezzerà, alimentando il desiderio di recarvi in zone meno battute, dove respirare l'essenza più vera di quella splendida terra. Per quanto mi riguarda, ammetto di avere pianto più per la nostalgia che per il film in sé, comunque molto bello e degno di almeno una visione!  


Di Brendan Fraser, che interpreta Phillip Vanderploeg, ho già parlato QUI.

Hikari (vero nome Mitsuyo Miyazaki) è la regista e co-sceneggiatrice del film. Giapponese, ha diretto film come 37 Seconds ed episodi di serie quali Lo scontro. Anche produttrice, attrice, montatrice e direttrice della fotografia, ha 50 anni.


Non l'ho mai visto ma mi si dice che, se l'argomento "famiglie in affitto" vi interessa, dovreste recuperare Family Romance LLC di Werner Herzog. ENJOY!

venerdì 27 febbraio 2026

Mother of Flies (2025)

Oggi vi parlo di Mother of Flies, il nuovo film diretto e sceneggiato nel 2025 dalla Adams Family.


Trama: la giovane Mickey ha un cancro in stadio avanzato e pochi mesi di vita davanti. Come ultima spiaggia, si reca assieme a suo padre da una strega che afferma di poterla guarire in tre giorni...


Mother of Flies
era un horror che aspettavo col fiato sospeso, perché gli Adams mi piacciono molto, anche quando la loro poetica non rientra propriamente nelle mie corde. Adoro questa famiglia di matti, perché riescono a tirare fuori film splendidi da budget tutto sommato risicati, trasformando il set in un affare di famiglia da prendere dannatamente sul serio, dove ogni membro dirige, scrive, monta, fotografa, recita, crea persino la musica. Mother of Flies, in particolare, ha anche una grossa componente autobiografica. Sia John che Toby hanno avuto dei tumori e la loro figlia, Zelda, è stata diagnosticata con la sindrome di Lynch, una condizione genetica che rende il cancro, soprattutto al colon o all'endometrio, ereditario e quindi più prono a manifestarsi. Per esorcizzare i loro demoni, gli Adams li hanno portati sullo schermo e hanno scelto di raccontare la storia di Mickey, studentessa vittima di un cancro allo stadio terminale, che si rivolge a una necromante per tentare di guarire. Il film inscena un rapporto con la vita e la morte assai complesso, un dualismo racchiuso interamente nella figura della necromante Solveig; da un lato, la donna sembra vivere in comunione con la natura e coi suoi ritmi, dall'altro, le arti che padroneggia hanno a che fare con i morti e la loro resurrezione, con sangue e dolore. All'interno di monologhi scritti con stile estremamente poetico, la donna afferma più volte la sua intenzione di ingannare la morte per rubarle la vita, ma parla anche di corteggiare la morte, di amarla, di accettarla, così da instillare in essa un battito vitale. E proprio accettare la morte come parte inevitabile della vita è ciò che accomuna le due donne, perché anche se Mickey, ovviamente, vuole combattere il cancro e debellarlo, lo fa con la serena consapevolezza di potere perdere la battaglia e di avere comunque vissuto. Suo padre, Jake, viene tenuto inevitabilmente fuori dal legame tra Mickey e Solveig, perché l'uomo è terrorizzato all'idea che Mickey possa morire e si trincera dietro un atteggiamento vittimista ed infantile che gli guadagna, fin da subito, il disprezzo della necromante. Come già accadeva in Hellbender, il film mette in risalto il terrore ipocrita delle persone verso chi detiene la conoscenza, e quindi il potere, un'emozione che spesso diventa una condanna a morte per questi individui più unici che rari; Solveig padroneggia arti oscure e sacrileghe, ma la sceneggiatura non la connota mai come un mostro, bensì lascia che siano gli occhi degli altri personaggi a mostrarcene tutte le sfaccettature, così da permetterci di trarre le nostre conclusioni personali.


Neanche a dirlo, Toby Poser è una Solveig perfetta. Il suo aspetto rustico è quello che ci si aspetterebbe da una donna misteriosa, che vive a contatto con la natura e con un piede nella stregoneria, e la sua voce bassa e melodiosa è il veicolo ideale del poetico monologo che spesso accompagna le sequenze del film, intervallandosi a melodie scritte e messe in musica dagli stessi Adams. Una poesia elegante e macabra, che completa e carica di nuovi significati immagini decisamente forti, che non risparmiano granché allo spettatore: tra donne riprese di schiena mentre copulano in mezzo al sangue e ai cadaveri, fluidi corporei di varia natura, animaletti ben poco graziosi, pasti disgustosi e rovi appuntiti che si fanno strada dentro le parti più morbide e sensibili del corpo umano, c'è da distogliere gli occhi dallo schermo e andare a farsi un giro. C'è però anche tanta bellezza, riscontrabile nelle riprese della lussureggiante vegetazione che circonda la casa di Solveig e anche nella sua stessa dimora (che non a caso è il cottage sulle Catskills degli stessi Adams, rimaneggiato dagli effetti speciali di Trey Lindsay), fatta di radici e rami intrecciati, con stanze dove gli alberi e il muschio prendono il posto dei letti, se si è fortunati... altrimenti tocca accontentarsi di rovi pericolosi. All'interno del panorama dell'horror mondiale è raro trovare artisti coerenti e, soprattutto, abili come gli Adams, che riescono a portare avanti l'amore per un cinema artigianale, personale e affascinante; la coesione del loro nucleo familiare traspare in ogni loro film e si fa ancora più evidente in questo Mother of Flies, emozionante come non era stato il pur interessante Where the Devil Roams, e un bel ritorno alle atmosfere di Hellbender che, ad oggi, rimane il loro film che preferisco. 


Dei registi  e sceneggiatori John Adams (che interpreta anche Jake), Zelda Adams (Mickey) e Toby Poser (Solveig) ho già parlato QUI.


Se Mother of Flies vi fosse piaciuto recuperate Hellbender, Mandrake Fréwaka . ENJOY!


mercoledì 25 febbraio 2026

Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (2025)

Pur non avendone mai sentito parlare fino a una settimana fa, domenica sono andata a vedere Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (Dead Man's Wire), diretto nel 2025 dal regista Gus Van Sant.


Trama: Richard Hall, presidente di una società di prestiti, viene preso in ostaggio da Tony Kiritsis, furibondo per essere stato, a suo dire, truffato da Richard e dal padre...


Come ho scritto all'inizio, non avevo mai sentito parlare de Il filo del ricatto ma, complici un paio di recensioni più che positive scorte sulla homepage di Facebook e il fatto che il film fosse in programmazione al cinema d'essai, domenica sono andata a vederlo. Oltre a non avere mai sentito parlare del film, ovviamente non conoscevo nemmeno la storia vera che lo ha ispirato, ovvero quella di Tony Kiritsis e del suo momento di "gloria" mediatica. Kiritsis, negli anni '70, aveva acquistato un terreno per venderlo allo scopo di farci costruire sopra un centro commerciale ma, dopo qualche tempo, si era ritrovato senza acquirenti ed impossibilitato a ripagare il mutuo e i relativi interessi richiesti dalla società di prestiti di M.L. Hall. Disperato e furibondo perché, a suo dire, la società aveva lavorato attivamente per dissuadere eventuali acquirenti e metterlo così in ginocchio, Kiritsis un giorno si è recato nell'ufficio di M.L. Hall e lì ha sequestrato il figlio Richard, immobilizzandolo con il "filo dell'uomo morto"; in pratica, ha messo un cappio d'acciaio attorno al collo di Richard, legando l'altra estremità al grilletto di un fucile a canne mozze, così che, nell'eventualità di un intervento della polizia, della fuga di Richard o della morte di Tony, il fucile avrebbe sparato uccidendo l'ostaggio. Sorvolando per un attimo sulla natura arzigogolata ma efficace e decisamente ansiogena del metodo di prigionia, ciò che è interessante ne Il filo del ricatto è la totale sospensione del giudizio di una sceneggiatura assai equilibrata. Nonostante il titolo italiano dia alle azioni di Tony una palese accezione negativa, il film invece non le condanna, così come non condanna Richard, e lascia che sia lo spettatore a trarre le conclusioni e a parteggiare per uno, per entrambi, o per nessuno. Certo è che la storia di Tony precorre tantissimi fatti di cronaca recenti, nati in una situazione sociale di miseria ed ingiustizia che spinge alla rivalsa sociale con metodi violenti e (razionalmente) discutibili, ma di cui è molto difficile e persino ipocrita criticare i motivi. Il film non ci conferma, al 100%, che gli Hall avessero usato il loro nome e il loro prestigio per far sfumare l'affare di Tony e guadagnarci dei bei dollari, ma neppure asserisce il contrario, tant'è che per qualche mese Kiritsis è stato salutato dalla gente comune come un novello Robin Hood, o come un rivoluzionario in lotta contro il potere. D'altra parte, sceneggiatura e regia si guardano bene dal dipingere l'ordalia di Richard Hall come una passeggiata di salute. Nonostante Hall non abbia riportato ferite fisiche, il film sottolinea la terribile portata psicologica che ha avuto la vicenda sull'uomo, il terrore e lo stress subiti per tre giorni consecutivi, sensazioni che si trasmettono chiare allo spettatore, in barba al "fascino" esercitato da Kiritsis.  


Van Sant
sottolinea l'importanza, già negli anni '70, dei media audiovisivi per influenzare l'opinione del pubblico e confeziona un film in cui l'aspetto thriller affidato alle difficili interazioni tra Kiritsis e Hall lascia spesso spazio alla voce suadente del deejay preferito dal sequestratore, e ad una lotta serrata tra emittenti televisive e reporter a caccia di scoop e gloria. Come mostrato nei titoli di coda, durante i quali scorrono le sconvolgenti immagini dei protagonisti reali della vicenda, la volontà di Kiritsis era quella di mettere su uno show, di far fruttare i suoi "5 minuti" di fama per fare arrivare la sua versione della storia a quante più persone possibili e trascinare così nel fango il buon nome degli Hall. La frase "è un gran casino", reiterata dalla polizia fino allo sfinimento, è emblematica dell'efficacia del piano di Kiritsis, atto in primis a portare caos, a scuotere le coscienze, a costringere la giustizia ad andarci con i piedi di piombo, non tanto per l'incolumità dell'ostaggio, quanto per il dubbio insinuato dalla ragionevolezza delle accuse del sequestratore. Questo stesso "casino", ricercato e calibrato da una sceneggiatura perfetta, priva di sbavature, si fa strada nell'animo dello spettatore, che non sa cosa aspettarsi da Il filo del ricatto. Il film ha spesso un tono grottesco, da commedia, eppure alcuni momenti gelano il sangue nelle vene e, onestamente, a un certo punto ho creduto davvero che la testa di Richard sarebbe finita vaporizzata in una nuvola di sangue e ossa. Gran parte del merito va anche agli attori. Nel trafiletto finale leggerete che Nicolas Cage era il primo in lizza per il ruolo di Kiritsis, ma sarebbe stato un danno enorme per il film, perché il suo overacting avrebbe trasformato Tony in un matto col botto. Affidare il personaggio a Bill Skarsgård significa invece puntare tutto sulla sottile inquietudine che trasmette lo sguardo allucinato dell'attore, e sulla sua capacità di essere istrionico senza esagerare, folle ma contenuto, un uomo comune dal fascino magnetico. Skarsgård si completa alla perfezione con Dacre Montgomery, che invece offre un'interpretazione trattenuta ed angosciante; mentre Al Pacino, nei panni del padre, è giustamente una merda patentata al limite del macchiettistico, Montgomery interiorizza orgoglio e terrore, viene fiaccato non solo dall'esperienza fisica ma anche dallo stress mentale di un dubbio logorante, quello di essere in errore, di essersi scavato la fossa facendo quello che pensava fosse il compito, senza troppe cerimonie, di un usuraio abituato a ragionare in interessi, non in "persone". L'unica nota negativa di un film che vi consiglio di correre a vedere è il doppiaggio italiano. Con tutto il bene che voglio a Mario Biondi, fargli doppiare Colman Domingo è un insulto alla splendida, calda voce di un attore che ho conosciuto e amato guardandone i film in lingua originale. Ho fatto fatica a non uscire dopo i primi minuti, sono sincera, quindi, se possibile, cercate una sala che abbia gli spettacoli in v.o. Mi ringrazierete. 


Del regista Gus Van Sant ho già parlato QUI. Bill Skarsgård (Tony Kiritsis), Dacre Montgomery (Richard Hall), Al Pacino (M.L. Hall), Colman Domingo (Fred Temple) e Cary Elwes (Michael Grable) li trovate invece ai rispettivi link.


Myha'la
, che interpreta Linda Page, era nel cast di Bodies Bodies BodiesNicolas Cage doveva interpretare Tony Kristis, con Werner Herzog come regista, ma quando le riprese sono state rimandate di un anno l'attore aveva già l'agenda piena e Herzog non era interessato a realizzare il film senza di lui. ENJOY!


martedì 24 febbraio 2026

2026 Horror Challenge: Bedevilled (2010)

La horror challenge della settimana chiedeva la visione di un film in lingua non inglese. La scelta è caduta su Bedevilled (Kim Bok-nam salinsageonui jeonmal), diretto nel 2010 dal regista Cheol-soo Jang e, al momento in cui scrivo, disponibile gratuitamente su Plex.


Trama: una fredda impiegata di banca viene costretta a prendersi un periodo di vacanza e torna sull'isola dov'è nata e cresciuta. Lì, ritrova un'amica d'infanzia costretta quotidianamente a subire soprusi e violenze fisiche e psicologiche...


Bedevilled
si apre come il Drag Me to Hell di Sam Raimi. Hae-Won è un'integerrima impiegata di banca che, con freddo disprezzo, rifiuta un prestito a un'anziana signora dimessa, che si trascina appresso un carretto pieno di documenti. Logico pensare che la signora la maledica, invece no, perché Hae-Won riesce ad attirarsi le maledizioni già da sola, in quanto vive una vita egoista e solitaria, dove ogni problema altrui viene ignorato per evitare di finirci in mezzo (Hae-Won rifiuta di testimoniare per un caso di omicidio in cui le sue dichiarazioni farebbero finire in carcere gli aguzzini di una povera ragazza). Messa in vacanza forzata dopo un'alterco con una collega, Hae-Won decide di tornare sull'isola dov'era nata e cresciuta e lì comincia l'orrore tutto umano di Bedevilled. Ad attenderla c'è l'amica d'infanzia Kim Bok-Nam, la quale ogni giorno è costretta a vivere un inferno in terra. All'interno della comunità chiusa dell'isola, dove il potere patriarcale viene avvallato da donne anziane il cui unico scopo è mantenere i ruoli tradizionali, Kim Bok-Nam viene quotidianamente stuprata, picchiata, insultata e costretta a fare i lavori più umili e degradanti dagli unici due esemplari di "maschio alfa" rimasti sull'isola, oltre che dai pochi uomini esterni che hanno mantenuto un legame con l'isola. In un perverso reiterare un passato di violenze e soprusi considerato l'unico possibile per una donna, le vecchiacce mefitiche approvano ogni azione del marito di Kim Bok-Nam e del fratello, dimostrando un'invidiabile ipocrisia, visto che nel frattempo i loro mariti sono o morti o rincoglioniti, lasciandole libere di vivere sulle spalle dell'unica donna giovane rimasta sull'isola. L'arrivo di Hae-Won riaccende nel cuore di Kim Bok-Nam la speranza mai sopita di poter, un giorno, scappare assieme alla figlioletta e andare a Seul, anche per evitare alla piccola un terrificante futuro. Bianca come la neve, elegante, ricca e raffinata, Hae-Won appare come un'angelo salvifico agli occhi della donna, vittima di un'illusione (anche d'amore) perpetuata fin dall'infanzia, alimentata da un senso di inferiorità nei confronti di una persona "superiore" a livello sociale; in realtà, all'egoista Hae-Won non può fregare di meno di Kim Bok-Nam. Anzi, la sua presenza sull'isola, foriera di brame oscure, invidie e di un rinnovato desiderio di libertà e giustizia, è l'elemento di disturbo che spezzerà un'equilibrio molto precario e condurrà i protagonisti ad un'inevitabile, sanguinosa tragedia. Molto sanguinosa.     


Se, infatti, la prima parte di Bedevilled è girata come un dramma (disgustoso quanto volete, pieno di sequenze raccapriccianti a livello psicologico), inizialmente ambientato nella giungla cittadina e poi nel claustrofobico ambiente di un'isola bruciata dal sole, invasa dalle sterpi e circondata da infide scogliere,  i toni diventano quelli dell'horror estremo quando qualcosa nella mente di Kim Bok-Nam si spezza. Quella di Bedevilled, però, non è una violenza catartica. Il "good for her" ha il suono di una sconfitta, l'ultimo atto disperato di una donna che ha visto spegnersi l'unica luce all'interno della sua vita e che, di conseguenza, vuole vomitare sul mondo lo stesso buio che l'ha inghiottita, estirpando le inutili erbacce che la circondano e la soffocano. Valenza diversa ha la violenza finale, quella rivolta verso Hae-Won. Dai suoi compaesani Kim Bok-Nam non si aspettava nulla e, per quanto feroce, la sua ribellione è quasi distaccata, una necessità legata alla sopravvivenza. Hae-Won, invece, l'ha tradita nel modo peggiore, voltandole la schiena per viltà e spirito di autoconservazione, come già accaduto più volte in passato; sul finale, la profondità della colpa di Hae-Won viene messa nero su bianco dalle impietose, malinconiche inquadrature di lettere vergate con scrittura infantile, in cui l'amica di un tempo chiede inutilmente alla ricca cittadina un aiuto, per sé e per la figlia. Bedevilled è un'opera deprimente, fredda, che entra sottopelle ponendo allo spettatore domande scomode, anche prima di esplodere in una violenza granduignolesca, tipica di un certo genere di cinema asiatico. Non è un'opera per tutti e, arrivati alla fine, la cupezza del film non vi abbandonerà tanto presto, ma se vi piace il genere merita di sicuro una visione. Ci vuole però un po' di cautela nel maneggiarlo, ecco.  

Cheol-soo Jang è il regista del film. Sud-coreano, ha diretto film come Secretly, Greatly e Servire il popolo. Anche sceneggiatore e produttore, ha 52 anni.



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