Trama: Mother Mary, una diva del pop in crisi, si rivolge alla sua ex stilista, con la quale ha rotto i rapporti, per farsi realizzare l'abito che la vedrà tornare ad esibirsi...
Dire che Mother Mary "mi ha fatta un po' penare" è un eufemismo coi fiocchi. Innanzitutto, dalle mie parti non è uscito quindi ho dovuto ricorrere al pensiero laterale. La visione casalinga, purtroppo, è cominciata sotto i peggiori auspici, perché dopo mezz'ora sono crollata addormentata e non c'è stato verso di riuscire a finire il film, in quanto ogni volta che rimandavo indietro il video il risultato era sempre lo stesso. Ho quindi deciso di guardare Mother Mary a pezzi, in orari giornalieri, e sono contenta di non avere rinunciato all'impresa, perché l'ultimo film di Lowery è una ghost story atipica, zeppa di immagini affascinanti e legata a doppio filo con un mondo che mi attira da sempre, pur senza capirne nulla, ovvero quello della moda. La protagonista titolare, Mother Mary, è una pop star in crisi che ha quasi rischiato di morire sul palco, durante il suo ultimo concerto. Il suo ritorno in scena è imminente, ma il giorno prima dell'esibizione la cantante fa sparire le sue tracce e raggiunge Sam, ex compagna di vita e stilista personale, alla quale chiede un abito per l'occasione. Il motivo per cui Mother Mary mi ha inizialmente annientata è la voluta, statica freddezza del primo atto. Mary e Sam sono due donne che hanno condiviso un sentimento totalizzante, i cui echi riverberavano inevitabilmente anche in ambito lavorativo, e che si sono lasciate malissimo, a costo di cicatrici irreparabili e una distanza incolmabile. La prima parte del film è intrisa di tutta la freddezza derivante da un amore trasformatosi in odio, e propone il duetto di due attrici grandiose che si rinfacciano, rispettivamente, un dolore impossibile da quantificare, il tutto mentre Sam, all'interno di un fienile riadattato ad atelier, prova con riluttanza a creare l'abito per Mary. Le due donne, con enormi difficoltà, cercano di colmare un vuoto di anni e di tornare a conoscersi, superando la diffidenza consolidata nel tempo. I loro tentativi sarebbero inutili, non fosse per un elemento gotico e sovrannaturale, "qualcosa" che ha letteralmente "attraversato gli oceani del tempo", nato oppure richiamato da un limbo nel momento esatto in cui qualcosa, dentro Sam, è morto ed è stato tagliato via; un'appendice che, inevitabilmente, è stata attirata da un vuoto simile all'interno di Mary, poiché figlia del medesimo sentimento che univa le due donne. L'arrivo di questo "fantasma" rende Mother Mary più movimentato ed interessante, non solo perché aggiunge un elemento perturbante alla trama, ma anche perché movimenta, di conseguenza, tutta la messa in scena di un film che, dalle prime sequenze, mi era erroneamente sembrato un mero esercizio di stile fine a se stesso.
Mother Mary, visivamente, è un'opera splendida e molto intelligente. Tutta la prima parte è dominata da toni neutri e cupi, con l'unica eccezione delle sequenze in cui vengono mostrati spezzoni dei faraonici spettacoli di Mother Mary, più una dea scesa in terra che un essere umano; è il modo migliore per accentuare la distanza tra le due donne e per dare un'immagine negativa di Mary, divorata dalla fama e dal successo, trascendente i comuni mortali al punto da abbandonare Sam dopo averla sfruttata. In realtà, man mano che il film prosegue ci viene mostrata una Mary fragile e altrettanto sola, molto umana nel rapportarsi con le persone e ben diversa sia dalla visione negativa che ne ha Sam, sia dal relitto tremante che bussa alla sua porta non invitata. La macchina da presa rimane anche relativamente statica, almeno finché l'elemento sovrannaturale non comincia a mostrarsi, sebbene non dichiaratamente, attraverso l'incredibile performance fisica in cui Anne Hathaway si impegna in una forsennata danza silenziosa. Da quel momento, il film fa uso di un montaggio dinamico che alterna e fonde passato e presente, narrazioni e ricordi, potenziali visioni a sequenze di una realtà troppo assurda per essere vera, all'interno delle quali la danza e il movimento hanno più valore dei statici fiumi di parole dell'inizio. I toni neutri lasciano spazio ad un rosso vivace, tinta distintiva della trovata più interessante del film (realizzata in collaborazione con l'artista Daniel Wurtzel): uno spirito senza forma, che appare alle due donne come un lembo di leggera, preziosa stoffa scarlatta, simbolo di ciò che le univa un tempo, amore e moda. A proposito di moda, i costumi nati dalla collaborazione tra Bina Daigeler e la stilista Iris van Herpen non sono solamente delle splendide sculture di stoffa, ma sono fondamentali per sottolineare il percorso artistico di Mother Mary e quello del legame tra lei e Sam. Uno degli elementi più evidenti, in tal senso, è il progressivo modificarsi dell'aspetto delle aureole indossate dalla protagonista, che passano dall'essere artigianali e piene di personalità ad inutili e pesanti orpelli privi di significato. Arrivata a questo punto, non vorrei che pensaste che Mother Mary "si salvi" solo da un certo punto in poi. Il problema di non essermi fatta coinvolgere da una parte iniziale fatta di dialoghi e stasi è solo mio, perché Anne Hathaway e Michaela Coel sono fantastiche, hanno un'espressività e un'alchimia tali da spezzare il cuore all'idea che i due personaggi si siano feriti reciprocamente, e i primi piani coi quali le grazia Lowery sono dei distillati puri di bellezza ed emozioni. Quindi, il mio consiglio è quello di recuperare Mother Mary. Potrebbe non essere la cup of tea di molti e richiede tanta pazienza, non lo nego, ma val la pena "soffrire" un po' e magari, perché no, riguardarlo una seconda volta "col senno di poi". Secondo me è un'opera in grado di crescere di visione in visione.
Del regista e sceneggiatore David Lowery ho già parlato QUI. Anne Hathaway (Mother Mary) e Hunter Schafer (Hilda) le trovate invece ai rispettivi link.



































