venerdì 13 maggio 2022

Sweetie, you won't believe it (2020)

L'ultimo film visto durante la quarantena da coviddo è stato Sweetie, you won't believe it (Жаным, ты не поверишь / Zhanym, ty ne poverish) diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Yernar Nurgaliyev.


Trama: decisi ad andare a pesca, tre amici si ritrovano a testimoniare la morte di un uomo e a finire nelle mire di svariati assassini...


Sweetie, you won't believe it
è uno di quei film passati al ToHorror 2021 e in una serie di altri festival sparsi per Italia ed Europa, lasciando soddisfatti un po' tutti quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo. Sono miracolosamente riuscita a recuperarlo durante la quarantena, passando un pomeriggio in sanguinosa allegria, ché questa deliziosa pellicola kazaka è un gioiellino di commedia horror, ricca di idee e personaggi simpatici. L'inizio è quello che ci si potrebbe aspettare per l'appunto da un film comico, zeppo com'è di cliché, e la situazione è quella tipica del genere: Dastan è uno sfigato vessato dai debiti e da una moglie incinta particolarmente rompipalle, che giustamente decide di prendersi un giorno di svago coi suoi migliori amici andando a pescare. Gli amici di Dastan sono dei soggettoni altrettanto tipici, il cui successo con le donne va da "gestore di negozio di articoli erotici che considera le bambole gonfiabili come fidanzate" a "30-40enne vergine", e com'è ovvio la bromance tra i tre è viziata dal fatto che Dastan è diventato lo zerbino della moglie, cosa che da anni infastidisce gli altri due. La svolta splatter avviene per accumulo ed incrocio, nel momento in cui i tre si ritrovano ad essere testimoni oculari di un omicidio, perpetrato da malviventi che hanno ucciso il cane della persona sbagliata, ovvero di un pazzo maniaco (un John Wick kazako con l'indistruttibilità di un Michael Myers qualsiasi). A questa situazione già di per sé esplosiva dovete aggiungere un paio di altri personaggi assurdi, rei di complicare ulteriormente la faccenda e di rendere Sweetie you won't believe it spassoso ed imprevedibile dall'inizio alla fine, in un crescendo non solo di cadaveri accumulati, ma anche di inventiva. 


Yernar Nurgaliyev,
al suo quarto film, si è fatto le ossa dirigendo solo commedie e questo, a quanto mi è dato sapere, è il suo primo passo nella contaminazione dei generi. Il regista ha dunque, sicuramente, un buon fiuto per i tempi comici, che stemperano le scene più cruente senza privarle di una certa forza, e sa come utilizzare al meglio attori inguardabili ma bravissimi tirando fuori la loro vis umoristica non solo a livello di dialoghi, ma anche e soprattutto a livello fisico; in tutto questo, Nurgaliyev non si presta mai il fianco alla cialtronata insopportabile e sfrutta alcune soluzioni di regia e montaggio degne di un action con le palle o di splatter serissimi. Probabilmente faccio un paragone sbagliato, ma ciò che mi aspettavo da Sweetie, you won't believe it era qualcosa in stile Non dormire nel bosco stanotte o, a dirne proprio bene, All my Friends Are Dead. Non so nemmeno io perché avevo pensato a questi due titoli, vista l'enorme distanza geografica che separa il Kazakistan dalla Polonia, ma è per dire che i film polacchi distribuiti da Netflix (nonostante il secondo mi sia piaciuto molto) sono più "banali" e sciatti, "ripuliti" per venire dati in pasto a un algoritmo, mentre Sweetie, you won't believe it, benché non raggiunga MAI le vette di Why don't You Just Die! (distribuito in Italia dalla Midnight Factory come Muori, papà... muori!), è molto più simile al cult di Kirill Sokolov e regala alcune sequenze realmente esaltanti, ottimamente coreografate e perfette per il modo in cui la cinepresa sfrutta la natura angusta di una baracca piena di pericoli e la perfetta alchimia di attori che vorrei rivedere sullo schermo anche domani. Dire altro su Sweetie, you won't believe it sarebbe un delitto: faccio appello a Santa Midnight Factory perché lo distribuisca il prima possibile e invito tutti voi a goderne come merita... you won't believe it per davvero!

Yernar Nurgaliyev è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Kazako, è al suo quarto film. Anche montatore e produttore, ha 37 anni.


Se Sweetie, you won't believe it vi fosse piaciuto recuperate Muori, papà... muori! ENJOY!

mercoledì 11 maggio 2022

Fenomeni paranormali incontrollabili (1984)

Siccome domani dovrebbe uscire il nuovo Firestarter, ho deciso di recuperare Fenomeni paranormali incontrollabili (The Firestarter), diretto nel 1984 dal regista Mark K. Lester e primo film ad essere stato tratto dal romanzo L'incendiaria di Stephen King.


Trama: Andy e la figlia Charlie sono in fuga dagli uomini della Bottega, che li cercano per studiare e sfruttare i loro poteri psichici. In particolare, la Bottega è molto interessata a Charlie, dotata di una potentissima e incontrollabile pirocinesi...


Ci credete che, fino a pochi giorni fa, non avevo mai visto Fenomeni paranormali incontrollabili? Eppure, a ripensarci, era un film che passavano spessissimo in TV quando ero ragazzina, ma nonostante fosse tratto da un romanzo di King che ho letto parecchie volte non mi è mai venuto voglia di guardarlo. Ora posso dire che non è uno dei film Kinghiani "imprescindibili" e il motivo è presto detto, anche se probabilmente farà inorridire tutti i Fedeli Lettori: è identico al romanzo, che segue in maniera pedissequa dall'inizio alla fine. Come sappiamo, gli adattamenti "fantasiosi" sono spesso e volentieri il male e non sarò io a negarlo (qualcuno ha detto La torre nera? Qualcuno ha detto L'acchiappasogni?) ma anche inchinarsi al genio di King spesso fa più danni che il colera, soprattutto quando, come nel caso de L'incendiaria, inchinarsi davvero vorrebbe dire prendere l'abbondantissimo approfondimento psicologico di Andy, Charlie e persino Rainbird e costruirci sopra un film, altrimenti rimane solo un susseguirsi di eventi che, talvolta, presi da soli risultano monodimensionali, quando non addirittura noiosi. Sarà per l'atmosfera pesantemente anni '80 del film, ma è un po' difficile affezionarsi o provare interesse per le vicende di Andy (Charlie è un altro paio di maniche e ci mancherebbe. E' un topolino biondo con un musetto adorabile e l'attrice migliore del mucchio, nonostante i grandi nomi coinvolti), inseguito da agenti che sembrano uscire dritti da qualche episodio di Hunter, non solo anonimi ma proprio squallidi, perché viene poco approfondito il terrore del padre davanti a una figlia pericolosissima (anche l'episodio di Vicky viene relegato a una pennellata di colore) e, soprattutto, viene ignorata la fascinazione di Charlie verso un potere che la seduce e la rende libera, e che la terrorizza proprio per questo motivo.


In Fenomeni paranormali incontrollabili la "soddisfazione" di Charlie nell'utilizzare la pirocinesi viene ridotta a una sbruffonata da bimba, e così si perde un po' tutto ciò che sta dietro, lasciando che il film di Lester sia "semplicemente" una buona produzione dal budget importante, una pellicola che scorre liscia dall'inizio alla fine senza mai diventare memorabile. L'unica cosa davvero entusiasmante del film è il finale. Se pensate che Fenomeni paranormali incontrollabili è stato realizzato ormai quasi 40 anni fa, rimarrete a bocca aperta quando vi renderete conto che lo sfogo di Charlie nelle ultime sequenze non è invecchiato di un giorno; merito, ovviamente, di effetti speciali fisici e pericolosissimi, che hanno richiesto la presenza di vere palle infuocate attaccate a dei fili, stuntman che prendevano davvero fuoco, edifici che esplodevano realmente, il tutto con una Drew Barrymore troppo piccola per girare di notte e a volte sostituita da una controfigura. Il resto, in effetti, è un po' invecchiato maluccio, a cominciare dalla colonna sonora dei Tangerine Dreams, non particolarmente adatta se posso permettermi, per concludere con gli attori principali: George C. Scott ce la mette tutta ed è un villain molto intenso, per quanto leggermente weird, Martin Sheen invece è un cartonato privo del carisma necessario ad interpretare Cap Hollister e David Keith vive della luce riflessa della dolcissima Drew Barrymore, ma nelle scene in solitaria non regala particolari emozioni. In tutto questo, credo che Fenomeni paranormali incontrollabili sia da recuperare almeno una volta, se non altro per rimpiangere la bellezza del cinema artigianale dopo la scorpacciata di CGI che sicuramente saremo costretti a fare col film di Keith Thomas.


Di Drew Barrymore (Charlie McGee), Martin Sheen (Capitano Hollister), George C. Scott (John Rainbird) e Louise Fletcher (Norma Manders) ho già parlato ai rispettivi link.

Mark L. Lester è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Classe 1984, Commando e Classe 1999. Anche produttore e sceneggiatore, ha 76 anni.


David Keith
interpreta Andrew McGee. Americano, ha partecipato a film come Ufficiale e gentiluomo, U-571, Men of Honor, Carrie, All Souls Day: Dia de los Muertos e a serie quali Happy Days, Oltre i limiti, Walker Texas Ranger, Più forte ragazzi e CSI: Miami. Anche regista, produttore e stuntman, ha 67 anni e un film in uscita.


Heather Locklear interpreta Vicky McGee. Americana, ha partecipato a film come Fusi di testa 2: Waynestock, Il club delle prime mogli,  Scary Movie 5 e a serie quali CHIPs, La famiglia Bradford, Fantasilandia, Love Boat, Dynasty, Melrose Place, Ally McBeal, Scrubs, Due uomini e mezzo, Hannah Montana; come doppiatrice ha lavorato in Batman e Hercules. Anche produttrice, ha 60 anni.


Il film avrebbe dovuto venire diretto da John Carpenter e scritto dallo sceneggiatore de La cosa, ma dopo il fallimento al botteghino del film, la Universal ha tolto loro dalle mani il progetto. Per quanto riguarda il ruolo di Charlie, la Barrymore ha vinto su nomi del calibro di Jennifer Connelly e Heather O'Rourke. Esiste un seguito del film, una miniserie televisiva dal titolo L'incendiaria che racconta le disavventure di Charlie dopo 10 anni e che vede tra gli attori protagonisti Dennis Hopper e Malcom McDowell nei panni di un redivivo John Rainbird. Onestamente, avrei paura a guardarla, quindi se Fenomeni paranormali incontrollabili vi fosse piaciuto potreste recuperare L'occhio del gatto. ENJOY! 


martedì 10 maggio 2022

The Grandmother (2021)

In questi giorni mi è capitato di scorrere sulla home page di Facebook parecchie recensioni su The Grandmother (La abuela), diretto nel 2021 dal regista Paco Plaza e, incuriosita, ho deciso di guardarlo.


Trama: Susana, fotomodella che vive a Parigi, torna a Madrid dopo che la nonna ha avuto un ictus. Costretta a prendersi cura dell'anziana donna, Susana scopre parecchie cose inquietanti a lei legate...


The Grandmother
è la continuazione della storia d'amore tra Paco Plaza e le vecchie inquietanti, che il regista si porta dietro fin dai tempi di Rec e che qui trova il suo compimento definitivo. E' anche un altro esponente dei sempre più abbondanti horror che trattano il tema terribile dell'invecchiamento, della demenza senile, della paura di finire soli e dimenticati da tutti in qualche casa di cura e, in tal senso, l'inquietudine che veicola è molto più efficace ed interessante della trama in sé, che lo spettatore mediamente scafato potrà scrivere su un taccuino dall'inizio alla fine senza sbagliare un twist. La protagonista, Susana, fa la modella, quindi vive letteralmente della sua giovinezza e della sua bellezza, costretta a sgomitare in un mondo che non perdona distrazioni, perché c'è sempre qualcuno più bello e più giovane pronto a rubarti la scena sotto i riflettori, o su Instagram; ironicamente, la sua carriera viene frenata proprio dall'ictus che costringe la nonna (la quale ha cresciuto Susana dopo la morte dei genitori) a soccombere a una vecchiaia orribile, fatta di totale dipendenza dagli altri e di una progressiva trasformazione in un guscio vuoto, nell'ombra della donna raffinata e capace di un tempo. Susana si ritrova così costretta a badare a un'"aliena", a una creatura che fatica a riconoscere e verso la quale prova anche un disgusto alimentato dal terrore di dover diventare così un giorno, sensazioni ulteriormente aggravate da qualcosa di effettivamente strano ed inquietante che comincia a nascondersi nelle ombre di un appartamento e di un passato che un tempo erano sembrati accoglienti e sicuri.


Paco Plaza è molto bravo a mantenere, per tutta la durata del film, un'atmosfera straniante e allucinata. Dai piccoli dettagli di arredamento, come quadri, orologi o uccelliere, che stonano leggermente all'interno di un appartamento elegante, passa a movimenti di macchina ed inquadrature che trasformano lo stesso appartamento in un labirinto cupo e dai confini sfumati, in cui perdersi nonostante le dimensioni contenute e dove l'unica stanza apparentemente sicura è quella della Susana bambina. All'interno di questa dimensione casalinga diventata all'improvviso un universo altro, impera come un totem o una divinità maligna una nonna che viene descritta come affettuosa e gentile solo attraverso le parole della protagonista, delle quali dobbiamo fidarci nonostante Pilar (interpretata dalla bravissima Vera Valdez, ex modella brasiliana e persino musa di Chanel), per tutto il film, non rivolga alla nipote che sguardi freddi e duri, risate inquietanti o peggio; sono rari i momenti in cui, da spettatori, proviamo empatia nei confronti di Pilar, surclassati da quelli in cui, ad avere una nonna così, ci sarebbe da scappare a gambe levate senza neppure sentirsi in colpa. Fortunatamente, ci pensa la brava Almudena Amor a portare su schermo quel minimo di tormento "filiale" in grado di rendere verosimile la volontà di non abbandonare nonnina neppure davanti alle peggiori nefandezze, e a tenere sul filo del rasoio le ansie dello spettatore. Detto ciò, sono costretta comunque ad ammettere che il rischio di The Grandmother è quello di risultare un po' noioso dal punto di vista thriller/horror, a fronte dell'intreccio visto già mille volte, ma se vi piacciono questi horror d'atmosfera dove conta più l'inquietudine della sorpresa, risulterà sicuramente una visione gradevole. 


Del regista Paco Plaza ho già parlato QUI.

Se The Grandmother vi fosse piaciuto recuperate The Skeleton Key, Relic e The Manor. ENJOY!

venerdì 6 maggio 2022

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday (2021)

Dopo "solo" un anno di rinvii, è uscito finalmente ieri in Italia Gli Stati Uniti contro Billie Holiday (The United States vs. Billie Holiday), diretto nel 2021 dal regista Lee Daniels.


Trama: all'apice del successo ma già vittima della dipendenza dalle droghe, la cantante Billie Holiday viene letteralmente perseguitata dall'FBI per colpa della controversa canzone Strange Fruit.


Inutile dire che, come già successo mille altre volte nell'accingermi alla visione di film biografici, di Billie Holiday, anche detta Lady Day, non sapevo assolutamente nulla prima di cominciare Gli Stati Uniti contro Billie Holiday. Non penso onestamente di avere nemmeno mai sentito una delle sue canzoni, anche perché non nutro una passione particolare per la musica, benché ovviamente sapessi chi fosse la cantante; in realtà, cosa ancora più grave ma stavolta non per colpa mia, non sapevo neppure che in America il linciaggio fosse ancora consentito, perché di base, nel corso degli anni, tutti i vari bill (proposte di legge) in merito non si sono mai concretizzati e la pratica è, di fatto, ancora legale. Non stupisce quindi che negli anni '50 Billie Holiday sia stata perseguitata da tale Harry J. Anslinger, capo della divisione narcotici dell'FBI, non tanto per la tossicodipendenza dichiarata della donna, utilizzata come mera scusa per arrestarla e metterle agenti alle calcagna, quanto piuttosto per avere cantato la canzone Strange Fruit, portandola a conoscenza di un pubblico molto vasto. Lo "strano frutto", per la cronaca, con le radici e le foglie fatte di sangue, che cresce prevalentemente nelle regioni del Sud, non è altro che il cadavere di un uomo di colore appeso dopo essere stato linciato e, come ben sapete, un conto è farle le cose, un altro è che vengano messe nero su bianco, che i poveri razzisti vengano esposti per le loro nefandezze, scandalizzando l'opinione pubblica che finge di non sapere. 


Strange Fruit
, assieme alla tossicodipendenza di Billie Holiday, è il fulcro del film di Lee Daniels, che ritrae una cantante incredibilmente carismatica ed "eroina" suo malgrado, già propensa all'autodistruzione (fisica e sentimentale) senza che arrivasse l'FBI a metterci il carico a coppe; a fianco del racconto biografico, la pellicola mostra una società "di colore" logorata da povertà, droga e violenze, dove spesso il successo del singolo deriva dalla strumentalizzazione dei bianchi desiderosi di mettere i neri uno contro l'altro, con "famiglie" non di sangue ma composte da temporanei alleati, sempre allo sbando. La stessa fama e ricchezza di Billie Holiday hanno una natura effimera, tanto da diventare strumenti perfetti non solo per l'FBI ma per tutti coloro che decidono di vivere sulle spalle della cantante, mariti e amanti compresi, ai quali si contrappone l'amore puro dell'agente di colore Jimmy Fletcher, realmente esistito anche se non ha mai dichiarato di essere stato il vero amore della cantante. Le beghe sentimentali, per inciso, sono quelle che "annacquano" un po' il film, che spesso mette in secondo piano le questioni legate a Strange Fruit per offrire un ritratto di Billie Holiday che parrebbe quasi stereotipato, tracciato nel solco del cliché della fanciulla carismatica che prende a schiaffi il vero amore sentendosi indegna di tale fortuna, ma a differenza di quanto accadeva per esempio in Judy, dove la Garland era ritratta come una matta da prendere a schiaffi e ogni minima oncia di empatia derivava dalla presenza di co-protagonisti ancora più odiosi di lei, Lady Day è impossibile da odiare ed è dotata di un fascino e un'umanità innegabili. Si capisce dunque il perché del Golden Globe alla bravissima e bellissima Andra Day, che non solo canta divinamente ma offre anche un'interpretazione fisica ed emotiva di grande livello, con due sequenze che sono riuscite a mettermi i brividi, una su tutte la risata finale in faccia ad Anslinger. Ciò nonostante, Gli Stati Uniti contro Billie Holiday non è un film che riguarderei o che mi ha colpita particolarmente in qualche modo; è molto gradevole ed interessante per il tempo della sua durata, spinge a voler conoscere meglio il personaggio che ritrae, ma rimane poco più di un bel lavoretto acchiappaOscar, non a caso sarebbe dovuto uscire l'anno scorso proprio a ridosso della cerimonia.


Del regista Lee Daniels ho già parlato QUI. Leslie Jordan (Reginald Lord Devine), Natasha Lyonne (Tallulah Bankhead) e Garrett Hedlund (Harry Anslinger) ho già parlato ai rispettivi link.

Andra Day (vero nome Cassandra Monique Batie) interpreta Billie Holiday. Più conosciuta come cantante che attrice, ha partecipato a film come Marcia per la libertà. Ha 37 anni.


Erik LaRay Harvey
, che interpreta James Monroe, era il Diamondback della serie Luke Cage. Se Gli Stati Uniti contro Billie Holiday vi fosse piaciuto potreste recuperare La signora del blues. ENJOY!

martedì 3 maggio 2022

Visioni dall'Udine Far East Film Festival 2022

La vostra affezionatissima si è beccata il coviddo, fortunatamente in forma leggera. E' cascato a fagiuolo (guardiamo il lato positivo, letteralmente) per fare una scorpacciata di film all'Udine Far East Film Festival on line. Il quale, diciamoci la verità, come tutti i festival che sono tornati ad essere fortunatamente in presenza, ha lasciato parecchi piatti forti fuori dalla programmazione "virtuale", quindi a differenza dell'anno scorso non ho trovato pellicole particolarmente entusiasmanti. Ma qualcosina di interessante c'è e, se avete pazienza di leggere, ecco qui un recap per chi non mi segue su Facebook o Instagram, sperando che prima o poi tutti questi film diventino disponibili per la piattaforma Fareastream. ENJOY!



Popran (Shin'ichirô Ueda, 2022)

Dal regista di One Cut of the Dead, amatissimo durante una delle edizioni più memorabili del ToHorror Film Festival, arriva una commedia dalle premesse weird, realizzata comunque senza calcare troppo la mano sul lato più assurdo della questione. Il protagonista, un editore di manga senza scrupoli e dal passato deprecabile, si sveglia una mattina senza il suo pene e deve innanzitutto scoprire il motivo di questa fuga per riuscire a recuperare la preziosa parte anatomica. Quello che, nelle mani di un occidentale, sarebbe diventato una cretinata semi-volgare alla Bad Johnson, in quelle di Ueda si fa viaggio di introspezione e racconto di formazione, per tornare ad apprezzare le cose importanti della vita. Nonostante l'abbia trovato assai carino, Popran soffre però di un ritmo eccessivamente altalenante, che a tratti trascina una storia che dovrebbe mantenersi scoppiettante dall'inizio alla fine e rapida come gli oggetti non identificati che solcano i cieli del Giappone. Un'opera non totalmente riuscita, ma un'occhiata la merita.


Rabid (Erik Matti, 2021)

L'horror a episodi filippino, a mio modesto parere, è stata una delle opere più interessanti del festival. Il film si compone di quattro episodi più o meno efficaci, tutti ambientati durante la pandemia e legati in qualche modo a un senso di isolamento, disagio e contaminazione. I miei preferiti sono stati senza dubbio il primo e l'ultimo, quelli più articolati dal punto di vista della sceneggiatura (nel primo, una famiglia benestante si ritrova la casa occupata da una vecchia, nell'ultimo una donna in crisi lavorativa mette in piedi un servizio da asporto dal successo crescente e sempre più inquietante) e quelli che mi hanno messo più disagio, catturando il mio interesse. La parte centrale, formata da uno zombie movie in bianco e nero e un delirio ospedaliero che mi ha ricordato tantissimo The Visit a livello di schifezze scatologiche assortite (a Erik Matti piace Shyamalan, mi sa. Lo avevo già sospettato QUI), l'ho trovata un po' più debole ma comunque un film come Rabid potrebbe fare la gioia di ogni appassionato di horror con la passione per le storie antologiche (hint: questo dovrebbe essere disponibile su Netflix negli USA. Quindi potete trovarlo facilmente. 'nuff said). 


Leonor Will Never Die
(Martika Ramirez Escobar, 2022)

Tra tutti i film visti al FEFF On Line, questo è stato senza dubbio quello più particolare. Leonor Will Never Die è un'opera sperimentale dal sapore metacinematografico, che omaggia gli action anni '70 - '80 e, allo stesso tempo, racconta il rimpianto di una regista un tempo famosa, costretta ad affrontare il disagio crescente di una vecchiaia che non perdona e i tristi fantasmi del passato. Come opera prima, il film della Escobar soffre di una voglia palese di mettere tantissima carne al fuoco, cosa ironicamente sottolineata sul finale, ma trasuda così tanta sincera passione per il cinema che questo difetto viene subito perdonato, anche perché Sheila Francisco, che interpreta Leonor, è adorabile. Il film è stato presentato anche al Sundance, dove ha vinto un premio, quindi con un po' di fortuna prima o poi potreste trovarlo disponibile su qualche piattaforma, magari su Mubi o sullo stesso Fareastream di Mymovies.


Hostage: Missing Celebrity
(Pil Gam-Sung, 2021)

Action adrenalinico con protagonista Hwang Jung-min, attore sud coreano conosciuto anche da noi. Su questo film non c'è granché da dire, è la storia di un attore famoso che viene rapito e deve cercare di fuggire ai suoi aguzzini, e le sue disavventure scorrono in parallelo alle indagini di poliziotti che si ritrovano per le mani criminali tra l'idiota e il machiavellico, mentre il tempo scorre in sovraimpressione sullo schermo, a mo' di 24. Gli amanti del genere non avranno da lamentarsi, e anche chi dovesse preferire qualcosa di più "tosto" rispetto ai soliti action potrà godere di abbondanti sequenze in cui non vengono lesinati né sangue né violenza. Io avrei scassato di mazzate i rapitori, particolarmente odiosi, fortunatamente, in tal senso, c'è parecchia catarsi in Hostage



Cracked (Surapong Ploensang, 2022)

Elegante horror  thailandese a base di spettri e quadri stregati, dove la protagonista (con figlioletta a carico afflitta da una malattia che rischia di renderla cieca, un plot device che serve giusto a costringere la madre a tornare nell'odiata casa paterna e che poi, purtroppo, viene lasciato cadere) torna a casa dei suoi genitori dopo la morte del padre, un pittore violento e leppegoso, ed è costretta ad affrontare, letteralmente, i fantasmi del passato. La ricetta di Cracked contiene tutti i cliché del genere "case infestate" e rispetto ad altre pellicole orientali a tema non è particolarmente complesso o profondo, nonostante giochi parecchio coi piani temporali, ma è comunque una visione gradevole. Io ho particolarmente apprezzato la bellezza dei due enormi quadri che fungono da fulcro per la storia, e anche il look "Draculiano" del padre della protagonista, che a tratti sembra Gary Oldman nel film di Coppola


Too Cool To Kill (Wenxiong Xing, 2022)

Spassosissima commedia cinese che omaggia il cinema a 360 gradi, accontentando anche chi non mastica la filmografia cinese in quanto zeppa di citazioni da film come Il padrino, 007, Pulp Fiction, Cantando sotto la pioggia, El Mariachi e chi più ne ha più ne metta. Divertentissima dall'inizio alla fine (l'intera parte degli italiani col gatto mi ha stesa) e realizzata benissimo, con colori carichi e un'ambientazione anni 30, mette in campo attori esilaranti sui quali spicca Xiang Wei, al suo primo film come protagonista. Too Cool To Kill è stato realizzato in tre anni e mentirei se non vi dicessi che mi è scesa una lacrima durante il gag reel dei titoli di coda, che si conclude con i commossi ringraziamenti dell'attore. Onestamente non mi sarei aspettata che una commedia assurda come questa mi rapisse il cuore ma è diventata in tempo zero la pellicola più bella e memorabile di questo Far East Film Festival!



venerdì 29 aprile 2022

John and the Hole (2021)

Ultimamente mi capita di consultare un paio di pagine horror sul sito Letterboxd e, tra i tanti film che settimanalmente vengono segnalati proprio lì, mi è balzato all'occhio John and the Hole, diretto dal regista Pascual Sisto.


Trama: l'adolescente John trova un bunker abbandonato in mezzo al bosco e decide di rinchiudervi i suoi familiari...


A riprova di quanto la mia memoria sia ormai labile, non ricordo più perché io abbia dato priorità a John and the Hole rispetto ai mille altri film da recuperare consigliati da amici fidati; probabilmente in una delle varie recensioni intraviste su Internet mi ha colpita quella che ha definito il film "un Mamma ho perso l'aereo diretto da Lanthimos e con sprazzi di Haneke", cosa che dovrebbe far capire quanto fin troppo spesso i "critici" sul web scrivano per iperboli inutilmente esagerate, oppure quanto io non capisca più una mazza di cinema, se mai abbia capito qualcosa. Guardando le pellicole dei due mostri sacri citati, onestamente, non mi è mai capitato di perplimermi o, meglio, mi è capitato per forza di cose ma era una perplessità "(in)sana", derivante da deliri oggettivamente interessanti e capaci di mettere in moto i pochi neuroni del mio cervello, oltre a tutta una serie di inquietudini, paure, dubbi, moti di disgusto e varie emozioni non del tutto piacevoli ad accompagnare il mio sguardo estasiato per la messa in scena. John and the Hole, purtroppo, non ha scatenato in me nessuna emozione, salvo un insano desiderio di picchiare selvaggiamente il ragazzino protagonista (per la cronaca, un Charlie Shotwell ormai abbonato ai ruoli di piccola merda) e di andare dallo sceneggiatore e chiedergli "... ma quindi???". Se, infatti, Kevin McCallister si ritrovava indipendente per botta di fortuna o sfortuna, dipende dai punti di vista, John fa tutto da solo e decide di sbarazzarsi dei genitori e della sorella chiudendoli in un bunker abbandonato, tuttavia le sue motivazioni non sono mai chiare e, ancora peggio, è molto difficile empatizzare con lui. 


Cosa vuole John? Assaggiare l'indipendenza e cercare di capire cosa significhi essere adulti e avere qualcuno che dipende completamente da noi? Godersi un lungo momento di libertà da tutte le responsabilità dei ragazzini della sua età e dalle pressioni che magari un adulto non riesce a percepire come tali? Vendicarsi di una famiglia troppo impegnata in altre faccende per accorgersi di lui come dovrebbe? Oppure John, come mi è parso di evincere dall'interpretazione di Shotwell, ha qualche disturbo molto profondo a livello mentale di cui nessuno si è mai accorto e che lo ha portato a smattare senza un perché? Vi avviso che, arrivati alla fine del film, avrete più domande che risposte, soprattutto perché a un certo punto vengono introdotti due personaggi che non  hanno nulla a che spartire con la storia principale (apparentemente) e che fungono da contraltare per la vicenda di John, ragazzo spinto dalla volontà di liberarsi dei suoi familiari in contrasto con chi invece non vorrebbe venire abbandonato. Come ho scritto su, tutto molto interessante, se non fosse che empatizzare col protagonista è impossibile e non c'è nemmeno verso di provare un minimo di ansia per il destino dei suoi familiari imprigionati; l'unico aspetto veramente positivo di John and the Hole è l'abbondanza di sequenze "poetiche", dalla bellissima fotografia, tuttavia dietro l'innegabile bellezza ho percepito un retrogusto di intellettualità criptica a tutti i costi che mi ha reso la pellicola ancora più invisa. Forse non era il periodo giusto per guardarla, chissà!


Charlie Shotwell (John), Michael C. Hall (Brad), Jennifer Ehle (Anna) e Taissa Farmiga (Laurie) li trovate ai rispettivi link.

Pascual Sisto è il regista della pellicola. Spagnolo, è al suo primo lungometraggio. Anche produttore e sceneggiatore, ha 47 anni.



mercoledì 27 aprile 2022

The Northman (2022)

Siccome è miracolosamente uscito anche qui, sabato sono corsa a vedere The Northman, l'ultima fatica di Robert Eggers come regista e co-sceneggiatore.


Trama: un principe vichingo, ancora bambino, fugge al tentativo di omicidio da parte di suo zio e torna a cercarlo, da adulto, per riscuotere una sanguinosa vendetta...


Avevo letto le peggio cose di The Northman, anche scritte da persone fidate. Non so se è perché da Eggers ci si aspettava un delirio lisergico ancora peggiore, nel senso migliore, di The Lighthouse come terzo lungometraggio, oppure perché chi lo ha visto in lingua originale probabilmente non è riuscito a superare lo scoglionamento da dialoghi rimaneggiati, dopo le critiche, persino dallo stesso regista, che si è cosparso il capo di cenere (sì perché noi italiani, invece, con Anya Taylor Joy doppiata con l'accento da bagassa dell'est... vabbé. Vergogna. E vergogna anche ai sottotitolatori, ché poi mi tocca leggere Valalla invece che Valhalla e mi viene in mente "la palla di Lalla". Ma su!), eppure prima della visione mi sono comparsi sotto agli occhi solo commenti negativi. Il "problema" di The Northman, se di problema si può parlare, è che viene fatto passare per un blockbuster fruibile da chiunque, cosa che scontenta ovviamente la maggior parte degli spettatori casuali (ma al Bolluomo è piaciuto molto), e che è troppo "commerciale" per i cinèfili, i quali probabilmente sono morti dall'orrore di dover condividere una sala con gli utenti medi per godere dell'opera di un Autore che, fino a ieri, conoscevano solo loro. Da par mio, che fortunatamente cinèfila non sono, bensì una semplice appassionata di cinema, credo di aver lasciato il segno della bocca spalancata contro la mascherina, perché The Northman è davvero una meraviglia. Epico nel vero senso della parola, di quell'epica che si studia a scuola e che si scopre in tutta la sua crudezza e fantasiosità da soli, è tanto semplice nella sua struttura portante quanto ricco di tutto ciò che può rendere assolutamente avvincente la storia di un eroe antico: morte, tradimenti, riti di iniziazione, leggende, oggetti mitici, mostri, spiriti, superstizioni, sacrificio, divinità, odio, amore, peccati, sesso. L'"origin story" di una dinastia di re, l'ideale "primo libro" di un ciclo vichingo, segue le vicende di un principe rozzo e disperato che non può fare a meno di vivere per l'odio e la vendetta, tenuto d'occhio da messaggeri degli dèi che tessono le fila di un destino già scritto, al quale non ci si può sottrarre, pena l'ignominia perpetua o un'ancor più peggiore condanna di codardia.


E così, Amleth procede come un treno nella sua vendetta, ben lontano dall'intellettuale shakespeariano che porta un nome assai simile (Il co-sceneggiatore Sjón ha preso ispirazione dalle leggende narrate da Saxo Grammaticus, alle quali si era ispirato già Shakespeare per il suo Amleto), e noi spettatori non possiamo che plaudire al suo cammino, benché zeppo di deviazioni che avrebbero fatto storcere il naso alla Sposa, e chiudere un occhio schifato sulle pene sanguinarie inflitte a nemici talmente immorali da mettere i brividi (uno in particolare; se la maggior parte dei personaggi, Amleth compreso, è abbastanza monodimensionale, c'è qualcuno a cui invece viene regalato un monologo talmente feroce e ben recitato da mettere i brividi, oltre che qualche dubbio sulla bontà del cammino del protagonista). Chiudere un occhio, virgola, ché distogliere lo sguardo dalla bellezza della regia di Eggers sarebbe peccato mortale. Il regista confeziona violentissime scene di battaglia calibrate con perfezione millimetrica e l'ausilio di piani sequenza meravigliosi, ma a mio avviso questa è stata solo la punta dell'iceberg; ciò che mi ha davvero catturata sono le scene oniriche di battaglie e prove visionarie, il volo di una valchiria tremenda e bellissima allo stesso tempo, l'inquietante orrore di sacrifici umani colorati dalle tinte del fuoco ed eseguiti con mano "elegante" dalla particolare Olwen Fouéré, la bellezza di una natura lussureggiante ma per nulla amichevole, fatta di colline verdissime, boschi consacrati agli dei e mari salvifici e pericolosi in egual modo. In tutto questo, ovviamente, ci sono fior di attori. Nonostante il brevissimo metraggio di presenza, la Kidman è per The Northman che meriterebbe delle nomination, non per filmetti come Being the Ricardos, quanto a Alexander Skarsgård e Anya Taylor Joy, definirli dream couple di una bellezza esagerata non rende l'idea e nonostante la differenza di età sarebbero coppia da shippare anche nella vita vera; grandissime lodi anche a Claes Bang, affascinante sia quando fa Dracula che quando interpreta lo Scar versione vichinga, e complimentissimi sia a lui che a Skarsgård per la fisicata mostrata in quello che è già il duello finale migliore di sempre. Avrete capito che l'entusiasmo mi impedisce di scrivere qualcosa che vada oltre il "bello bello in modo assurdo", quindi non date retta alle malelingue menose e andate a vedere The Northman, AL CINEMA, per Odino, non aspettate lo streaming! Ce ne fossero di film "banali" e imperfetti così!


Del regista e co-sceneggiatore Robert Eggers ho già parlato QUIAlexander Skarsgård (Amleth), Nicole Kidman (Regina Gudrún), Ethan Hawke (Re Aurvandil Corvo di Guerra), Anya Taylor-Joy (Olga della Foresta di Betulle), Willem Dafoe (Heimir Il Folle), Olwen Fouéré (Áshildur Hofgythja), Ralph Ineson (Capitano Volodymyr) e Kate Dickie (Halldóra) li trovate invece ai rispettivi link.


Claes Bang interpreta Fjölnir il Senzafratello. Danese, ha partecipato a film come The Square, Millenium - Quello che non uccide e a serie quali Dracula. Ha 54 anni e un film in uscita. 


Björk
(vero nome Björk Guðmundsdóttir) interpreta la veggente. Cantante e compositrice islandese, la ricordo per film come Dancer in the Dark. Anche regista e sceneggiatrice, ha 56 anni. 


Ingvar Sigurdsson
, che interpreta lo stregone, era il protagonista di A White, White Day. Bill Skarsgård era stato scelto per il ruolo di Thorir, il fratello di Amleth, ma ha dovuto abbandonare il progetto dopo che la produzione è stata ritardata causa Covid. Ovviamente, se The Northman vi fosse piaciuto recuperate The VVitch e The Lighthouse. ENJOY!


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