martedì 21 aprile 2026

Pretty Lethal (2026)

Avendone sentito parlare molto bene, nei giorni scorsi ho recuperato Pretty Lethal - Ballerine all'inferno (Pretty Lethal), diretto dalla regista Vicky Jewson.


Trama: cinque giovani ballerine americane, in Ungheria per un concorso, finiscono in panne col pulmino e cercano rifugio nella locanda di una criminale locale e lì dovranno cercare di sopravvivere a decine di persone decise a ucciderle...


Se seguite da un po' il mio blog, sapete che uno dei miei generi cinematografici preferiti è "donne toste che picchiano come fabbri ferrai seguendo elaborate coreografie di lotta". L'idea che delle ballerine potessero essere utilizzate come killer o combattenti era già stata ventilata nel primo John Wick e sviluppata in seguito con, appunto, Ballerina (il quale purtroppo porta solo il nome, ma lei potrebbe anche essere una badante russa, per quello che importa alla trama), ma Pretty Lethal, fin dai trailer, prometteva la fusione tra tecniche di ballo e di lotta, questo benché le protagoniste fossero semplici danzatrici, prive di un'addestramento da assassine. La cosa aveva già titillato il mio interesse, dopodiché si sono aggiunte recensioni positive e alcune "etichette" che categorizzavano Pretty Lethal come horror o giù di lì, che mi hanno invogliata ancora di più. A tal proposito, mi permetto di dire che chi fa rientrare Pretty Lethal nella categoria "horror", fosse anche "horror comedy", mente sapendo di mentire, oppure è particolarmente sensibile; è vero che il film di Vicky Jewson è zeppo di violenza e sangue, ma il linguaggio che utilizza è lontanissimo da quello di un horror, sia pure contaminato, ed è più vicino, appunto, alle atmosfere di opere come Bullet Train, Io sono nessuno e The Fall Guy (non a caso, i produttori sono gli stessi). In tanti chiamano questo genere "cazzata", io sono più per la definizione "comfort movie", perché sono cresciuta a pane e Lupin III, lo sapete, e nulla mi dà più gioia che vedere sullo schermo criminali pittoreschi, al limite dello stereotipo nazionale, che si sparano pose super cool e che sarebbero perfette nemesi di Jigen. Se a ciò si aggiungono cinque ragazzine che non si sopportano ma che sono costrette a collaborare, reinventando le proprie abilità di ballerine per poter sopravvivere, consapevoli di avere un allenamento tale da renderle avvezze al dolore fisico, resistenti, forti e, soprattutto, molto più in forma di killer "ubriachi e fuori allenamento", io non posso che emettere gridolini di felicità. Certo, se cercate il realismo a tutti i costi, Pretty Lethal non fa per voi, perché comunque la cosa fondamentale è bendare la vostra sospensione dell'incredulità e stare al gioco del film, che prevede criminali spietati solo quando fa comodo alla sceneggiatura, gangster blanditi dalla logorrea di una ragazzina, gente che dimentica le armi a casa e/o attacca uno per volta, molto cavallerescamente, le ballerine, magari aspettando che finiscano di organizzarsi le coreografie più complesse.  


Se non siete capaci di accettare un film come mera fonte di intrattenimento, allora direi che Pretty Lethal non fa proprio per voi, e il mio consiglio sarebbe quello di evitare, pena ritrovarvi annoiati ad elencare i mille difetti della sceneggiatura (per non parlare degli accenti farlocchi di chiunque si ritrovi a parlare in inglese pur interpretando un ungherese) e andare a cercare il pelo nell'uovo anche per quel che riguarda la messa in scena. Per quanto mi riguarda, a me è piaciuta anche quella. Le sequenze di lotta sono molto ben coreografate e approfittano del retaggio da danzatrice di almeno due delle attrici coinvolte, in particolare Maddie Ziegler (che è stata la protagonista di moltissimi video di Sia e, assieme a Lana Condor, viene spesso inquadrata a figura intera, anche quando le vengono affidati movimenti più complessi rispetto alle sue colleghe). Quest'ultima, investita del ruolo di "capo" del gruppetto di ragazze, è dotata del carisma necessario per spiccare tra tutti gli altri membri del cast, ma la sceneggiatura è stata scritta per dotare comunque ognuna delle fanciulle di una personalità interessante e di un "ruolo" ben definito. Al solito, il mio amore va alla dolcissima Millicent Simmonds, la quale, nel tempo, è riuscita a ritagliarsi dei ruoli in grado di rendere il suo handicap un enorme punto di forza ed espressività; l'attrice ha infatti insistito perché il suo personaggio fosse sordomuto, coreografando le sue scene di lotta utilizzando il linguaggio dei segni, e la regista si è documentata di conseguenza, consultando ballerine sordomute per rendere tutto più verosimile, sia per la Simmonds che per gli spettatori. La Jewson dimostra di saper gestire al meglio anche il sonoro, la colonna sonora e le scenografie del film. In particolare, ho molto gradito gli ambienti privati di Devora, che ne rispecchiano il passato di ballerina e trasmettono l'idea di una personalità deviata, che non è riuscita a superare il trauma più grande della sua vita e ha trasformato il suo posto di lavoro in un tempio al rimpianto. A tal proposito, purtroppo, Pretty Lethal ha un unico, grande difetto, ovvero il sottoutilizzo di Uma Thurman, il cui personaggio avrebbe avuto delle potenzialità a mio avviso poco sfruttate. C'è comunque da divertirsi parecchio, se vi piace il genere, e siccome a me piace, il mio consiglio è quello di godervi Pretty Lethal per una serata di totale, godurioso relax "di menare". 


Di Millicent Simmonds (Chloe) e Uma Thurman (Devora Kasimer) ho già parlato ai rispettivi link.

Vicky Jewson è la regista del film. Inglese, ha diretto film come Lady Godiva, Born of War e Close. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 31 anni. 


Maddie Ziegler
interpreta Bones. Americana, ha partecipato a film come The Fallout, West Side Story e My Old Ass. Ha 24 anni e un film in uscita. 


Lana Condor
, che interpreta Princess, era la Jubilee di X-Men: Apocalypse mentre Avantika, che interpreta Grace, era nel cast di La profezia del male. Iris Apatow, ovvero Zoe, è invece una delle figlie di Judd Apatow e Leslie Mann. Se Pretty Lethal vi fosse piaciuto recuperate Gunpowder Milkshake. ENJOY!

venerdì 17 aprile 2026

2026 Horror Challenge: Alice (1988)

La regola voleva che la scelta per la challenge di questa settimana partisse semplicemente da un poster, ed è così che ho guardato Alice (Něco z Alenky), diretto e sceneggiato nel 1988 dal regista Jan Švankmajer a partire da Alice nel Paese delle meraviglie di Lewis Carroll.


Trama: nel corso di un tedioso pomeriggio, la piccola Alice inventa una storia che la vede protagonista, all'inseguimento di un coniglio bianco...


Alice
è la risposta surrealista di Jan Švankmajer, regista di corti sin dagli anni '60, agli adattamenti che vedono l'opera di Lewis Carroll come una favola con un inizio, una fine e una morale. Il regista ha dichiarato di averlo voluto realizzare come un sogno guidato esclusivamente dalle pulsioni della protagonista, senza che quest'ultima fosse tenuta ad un percorso di crescita, e il risultato è l'adattamento inquietantissimo di una storia che ci accompagna fin da bambini, grazie soprattutto al film Disney del 1951. L'opera di Švankmajer inizia con un'annoiata Alice, che decide di raccontarsi una storia "per bambini... o forse no" con lei stessa come protagonista. Dall'interno della cameretta, Alice testimonia la fuga del coniglio impagliato che tiene in una teca, e decide di seguirlo e spiarlo o, per meglio dire, molestarlo col suo lagnosissimo "Please, sir!", al quale non viene mai aggiunta una richiesta, un invito, o altro. Tutto ciò che segue questa decisione, per quanto ovviamente ispirato ad Alice nel Paese delle Meraviglie, nasce dalla testardaggine della protagonista, che non accetta di venire ignorata dal coniglio in fuga (o in corsa verso qualcosa) e, anzi, spesso e volentieri reagisce in modo violento e bizzoso alla maggior parte degli stimoli offerti dal delirante mondo che si ritrova ad esplorare. L'impressione che dà l'Alice di Švankmajer è proprio quella di essere una bambina guidata dai suoi istinti, i quali durano il tempo di un capriccio, come dimostra per esempio il rapporto della piccola col cibo: dopo ogni piccolo morso o sorso, i quali, come da regola, la rendono gigante oppure minuscola, Alice getta in terra il biscotto sbocconcellato o la bottiglietta ancora piena, con una noncuranza e un menefreghismo incredibili. Viceversa, quando deve lapidare conigli o altre bestiole innominabili, ci mette tutta l'energia del suo piccolo corpo, e anche dal modo di raccontare la storia (per non parlare poi della dichiarazione d'intenti sul finale del film) la piccola non dà l'idea di essere particolarmente tenera o simpatica.


Certo, se l'idea di Švankmajer era quella di raccontare il sogno di una bambina, mi vien da dire che ciò che viene mostrato sullo schermo è il regno onirico di uno psicopatico, quindi ci sta che la protagonista non sia gradevolissima. Misto di stop-motion e riprese dal vero, Alice è infatti materiale per incubi da qui all'eternità. Il mondo delle meraviglie di Švankmajer (che contiene in sé tutto l'arredo e gli oggetti della stanza di Alice, ovviamente distorti dal filtro onirico) è un mix di eleganti oggetti di raffinata fattura, vintage anche per l'epoca in cui il film è stato girato, complementi d'arredo di uso comune, ambienti di raro squallore campagnolo e orrori semoventi dalle vaghe fattezze animali. Durante quella che ha tutta l'aria di una discesa all'inferno, tra le altre cose Alice scorge un'infinità di arbanelle dentro le quali giacciono non solo cibi dall'aria immonda, ma anche animali conservati sotto spirito o parte degli stessi, come uova, organi, ossa e teschi; questi elementi mortiferi compongono gli alleati del coniglio, inquietanti chimere fatte di vari pezzi animali e animate con la tecnica della stop-motion. Le bestie più raccapriccianti rimangono comunque il coniglio e la lepre marzolina, i quali hanno sicuramente funto da ispirazione per le opere di Damian McCarthy. Io, che ho il cieco terrore di qualunque cosa si muova a scatti, mai avrei seguito un coniglio che non solo si sposta come fosse uno yokai in un J-Horror, ma che fa sistematicamente ticchettare i denti, rotea gli occhi di vetro e si mutila ogni volta che deve guardare l'ora, ma dovessi dire non è nemmeno l'essere più raccapricciante che vedrete nel film. Infatti, come se non bastasse l'empia creatura impagliata, ogni volta che Alice rimpicciolisce, l'attrice che la interpreta viene sostituita da una bambolina di porcellana, dotata di occhietti scompagnati e dentini che rischiano di non farvi dormire la notte. Leggendo qualche "etichetta" online, che parla di opera d'animazione surrealista girata in tecnica mista, mai avrei pensato di ritrovarmi terrorizzata sul divano, ma a prescindere da quanto possa essere pazza io, Alice è uno di quei film da vedere almeno una volta nella vita. Sia perché è frutto di una fantasia senza tempo, raffinata anche nella sua rozzezza allucinata, sia perché è un'opera talmente strana ed originale che qualsiasi adattamento di Alice nel Paese delle Meraviglie vi sembrerà una bambinata, al confronto. Nel momento in cui scrivo il post, Alice è disponibile su Prime Video, o sul canale laF - Feltrinelli Collection, oppure da noleggiare/affittare a un prezzo risibile. Dategli un'occhiata e fatemi sapere che ne pensate, se non lo avete mai visto!

Jan Švankmajer è il regista e sceneggiatore del film. Ceco, ha diretto film come Faust, Little Otik e Insect. Anche animatore e produttore, ha 91 anni.



mercoledì 15 aprile 2026

Il Bollalmanacco On Demand: Vivere e morire a Los Angeles (1985)

Poiché siamo vicini alla terza guerra mondiale, tanto vale compiere un miracolo e far tornare la rubrica Il Bollamanacco On Demand! Sono lenta e incostante, ma anche precisa, quindi ho segnato tutte le richieste arrivate nel corso degli anni, e non me ne dimenticherò nemmeno una. Oggi, per esempio, tocca a Vivere e morire a Los Angeles (To Live and Die in L.A.), diretto e co-sceneggiato nel 1985 dal regista William Friedkin a partire dal romanzo omonimo di Gerald Petievich, e chiesto anni fa da Bruno. Il prossimo film On Demand sarà Buon compleanno Mr. Grape. ENJOY!


Trama: due agenti federali tentano di incastrare, con ogni mezzo possibile, il sanguinoso falsario Eric Masters...


Dopo tanti anni passati senza studiare il Cinema e i suoi grandi Autori (cosa che riuscivo a fare ai tempi dell'università) mi sento sempre un po' in soggezione a parlare di registi come William Friedkin, perché ormai non ho proprio più i mezzi espressivi per farlo. Eppure, anche un'ignorante di ritorno come me, di fronte a Vivere e morire a Los Angeles, si rende conto di avere davanti un'opera forse minore, se paragonata ai capolavori di Friedkin, ma così potente da spazzare via il 90% dei film usciti negli ultimi 20 anni. Vivere e morire a Los Angeles è un film che segna il ritorno del regista alle atmosfere che lo avevano reso famoso, dopo una serie di insuccessi commerciali, e ai personaggi di poliziotti borderline, più simili a criminali senza scrupoli che ad integerrimi rappresentanti della legge. Il protagonista del film è Richard Chance, agente federale con un kink per le situazioni mortalmente pericolose, talmente drogato di adrenalina che alla fine del film mi è parso che William Petersen fosse l'emblema dell'uomo in botta da cocaina. A seguito della morte del suo collega storico per mano di Eric Masters, un falsario senza scrupoli, Chance giura di incriminare il colpevole con ogni mezzo, coinvolgendo il nuovo collega, l'integerrimo Vukovich. I metodi spregiudicati di Chance, uniti all'apparente inafferrabilità di Masters, danno vita a situazioni sempre più al limite, a un'ossessione che non guarda in faccia nessuno e si alimenta delle atmosfere di una Los Angeles che sembra un inferno di anime in pena. La città californiana diventa protagonista del film al pari degli esseri umani, facendosi specchio del cuore arido di chi ci vive; labirinto bruciato dal sole di strade infinite e pericolose, che sembrano non portare da nessuna parte, Los Angeles è un luogo dove si vive e si muore senza un perché, con una violenza e una casualità terrificanti, e dove non sembrano esistere luoghi sicuri, visto che appartamenti e locali, per non parlare di anonimi prefabbricati, sono squallidi rifugi temporanei passabili di venire violati con una spallata ben assestata.  


All'interno di questa terra di nessuno, Friedkin confeziona un paio di sequenze da slogarsi la mascella. L'iniziale parallelo tra le ambizioni artistiche del raffinato Masters e il suo lavoro principale di falsario, con tutto il processo della creazione di biglietti da 20 dollari fasulli, è un capolavoro di regia e montaggio che trasforma l'atto criminale in un lavoro di fine artigianato, come dimostra l'impasto di colori da cui parte Willem Dafoe all'inizio della scena. Non bastasse questa introduzione folgorante, Friedkin, assieme al direttore della seconda unità (un giovanissimo Robert D. Yeoman che ha sostituito, per la sequenza in questione, lo storico collaboratore di Wim Wenders, Robby Müller, dichiaratosi incapace di realizzarla), dà vita ad uno degli inseguimenti in macchina più adrenalinici e belli di sempre, partendo dagli spazi ristretti di uno scarico merci ferroviario, passando per gli immensi canaloni che fiancheggiano la ferrovia, per arrivare al momento cult della sequenza, l'ingresso contromano e la conseguente fuga di Chance e Vukovich in autostrada, che mi ha spinta a stringere gli occhi in più di un momento. Il senso costante di pericolo, il bisogno patologico di agire al di fuori della legge, fino alle estreme conseguenze, si ripropone nell'interpretazione nervosa di un William Petersen giovane e bello come il sole, catturato (talvolta spiato) dalla cinepresa di Friedkin in perenne movimento, anche durante i confronti più statici. Il costante subbuglio interiore di Chance si contrappone all'iniziale leggerezza di Vukovich, un personaggio che si carica di tinte sempre più cupe, come se il suo animo integerrimo non potesse esimersi dal venire sporcato dal marciume rimestato dal collega e rappresentato dall'Eric Masters di Willem Dafoe. Dafoe interpreta un villain perfetto, terribilmente anni '80. Rappresenta tutto ciò che di affascinante e sexy poteva esserci all'epoca e, contemporaneamente, tutto lo schifo celato dietro l'apparenza, l'orrore e la perversione spazzati sotto il tappeto dello yuppismo rampante. Mi ha richiamato alla mente anche le atmosfere di Cruising, perché nulla mi toglie dalla testa che, dietro il paio di dark ladies che si affiancano ai protagonisti, la tensione omoerotica del triangolo Chance, Vukovich e Masters è presente e palpabile... ma forse sono solo io che penso male. Sia come sia, ho aspettato 40 anni per vedere Vivere e morire a Los Angeles ma ne è valsa la pena, perché un'opera come questa è Cinema puro e semplice, imprescindibile. Se non lo avete mai visto recuperatelo, io intanto ringrazio Bruno per avermi consigliato questa gemma!



Del regista e co-sceneggiatore William Friedkin ho già parlato QUI. Willem Dafoe (Eric Masters), John Pankow (John Vukovich), John Turturro (Carl Cody) e Dean Stockwell (Bob Grimes) li trovate invece ai rispettivi link.

William Petersen interpreta Richard Chance. Più conosciuto come Grissom della serie CSI - Scena del crimine, ha partecipato a film come Manhunter - Frammenti di un omicidio e ad altre serie quali Ai confini della realtà. Anche produttore, ha 73 anni.


Darlanne Fluegel
interpreta Ruth Lanier. Americana, ha partecipato a film come C'era una volta in America, Sorvegliato speciale, Cimitero vivente 2, Scanner Cop e a serie quali MacGyver, Ai confini della realtà, Alfred Hitchcock presenta e Hunter. Anche produttrice, è morta nel 2017.


Nel film compare anche il padre di Robert Downey Jr., Robert Downey, nei panni di Thomas Bateman. Gary Sinise aveva fatto l'audizione per il ruolo di Chance e, non avendola passata, ha suggerito di chiamare William Petersen. Se Vivere e morire a Los Angeles vi fosse piaciuto, recuperate Il braccio violento della legge e Cruising. ENJOY!

martedì 14 aprile 2026

Finchè morte non ci separi 2 (2026)

Siccome sapevo che questa settimana sarei stata via e siccome il multisala ha il pessimo vizio di tenere i film meno di una settimana, venerdì sono corsa a vedere uno dei film che aspettavo di più quest'anno, Finché morte non ci separi 2 (Ready or Not 2: Here I Come), diretto e co-sceneggiato dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett.


Trama: Grace si risveglia in un letto d'ospedale, accusata dello sterminio della famiglia del marito, i Le Domas. Convinta che la cosa peggiore che potrebbe capitarle è un ergastolo, si ritrova invece di nuovo vittima di una caccia all'uomo legata al culto di Le Bail e Satana, stavolta assieme alla sorella...


Finché morte non ci separi
è uno dei film che più ho amato negli ultimi anni, al punto da averlo già riguardato tre o quattro volte, il che per me è un evento assai raro da un ventennio a questa parte. Il motivo risiede essenzialmente in un paio di cose. La prima, ovviamente, è la presenza di Samara Weaving, che qui interpreta un personaggio cazzutissimo, e sapete quanto adori le eroine femminili che picchiano come fabbri ferrai. La seconda, assieme all'abbondanza di umorismo nero e di personaggi talmente stupidi da fare il giro, è la cura con cui gli sceneggiatori hanno tratteggiato un background molto interessante, riproposto con attenzione nella scelta delle scenografie e dei complementi d'arredo che le ornano. Nel primo film, infatti, Grace si trovava in balìa di una famiglia arricchitasi con i giochi di società, che seguiva ciecamente le regole e i riti del misterioso Signor Le Bail, benefattore in pesantissimo odore di satanismo e custode di una tradizione centenaria. Come d'uso comune, il sequel prende gli stessi elementi che hanno decretato il successo del primo film e li esagera, in questo caso addirittura li moltiplica: per esempio, al posto di una sola bionda cazzuta ne abbiamo due, in quanto a Grace si aggiunge la sorella "perduta" Faith. Questo aspetto di Finché morte non ci separi 2 è l'eredità di un altro film che stavano progettando i registi, e si allaccia al discorso iniziato con i primi due episodi del nuovo Scream, che giocava molto sul rapporto tra sorelle distanti, sulla necessità di tagliare i legami per il bene di entrambe le persone coinvolte, e sul dolore che dà adito ad inevitabili incomprensioni. Finché morte non ci separi 2 si prende il tempo di ragionare sui traumi familiari di Grace e Faith, raccontando un progressivo riavvicinamento, ma mette in scena anche un altro tipo di rapporto fraterno, quello tra Ursula e Titus, distorto non già dalla lontananza ma dalla troppa prossimità, e che, a differenza di quello tra le due protagoniste, si sfalda man mano che il film prosegue, in un interessante parallelo. Ciò rende il film molto più cupo e malinconico del suo predecessore, ma per fortuna gli sceneggiatori non si sono dimenticati dell'aspetto demenziale che tanto avevo adorato, e neppure del worldbuilding legato a Le Bail.


Se in Finché morte non ci separi c'era solo una famiglia di scappati di casa, qui ce ne sono addirittura cinque, senza dimenticare il loro mefistofelico avvocato. Rispetto ai Le Domas, c'è da dire che buona parte delle new entry sono un po' più "navigate" e addentro a giochi di potere ed omicidi, quindi si perde un po' quell'atmosfera da dilettanti allo sbaraglio che era una delle carte vincenti del primo film, ma le inviolabili regole di Le Bail si fanno ancora più intriganti e, comunque, ci sono parecchi personaggi di livello anche qui. Finché morte non ci separi 2 riconferma la capacità dei registi di mettere assieme cast corali dove chiunque riesce a ritagliarsi il suo momento di gloria, non solo la sempre divina Samara Weaving con i suoi favolosi urli da banshee e gli scoppi graditissimi di ultraviolenza, la quale ha un'alchimia perfetta e credibile con la "sorellina" Kathryn Newton; non sto a spoilerare, ma in cima alla classifica di personaggi preferiti ci sono l'imperturbabile avvocato Elijah Wood, i figlioli di Nestor Carbonell (ognuno, a suo modo, favoloso), e un Kevin Durand che si vede troppo poco ma si fa volere benissimo, ma anche la "maggiordoma" Pernilla non fa rimpiangere il suo predecessore, riproponendosi come punto di partenza della rivalsa della bassa manovalanza contro la "fucking rich people" che infesta il film. Forse l'unico elemento in cui Finché morte non ci separi 2 risulta un po' debole è un'inevitabile ripetitività che priva di forza gli aspetti scioccanti del primo capitolo (anche se comunque è sempre una soddisfazione vedere la gente che esplode male); inoltre, ma dovrei riguardarlo un paio di volte per riconfermare la mia opinione, mi è parso che il film fosse meno fantasioso per quanto riguarda le scenografie, nonostante una gradita ed affascinante apertura al satanismo tout court nelle sequenze finali, che si giocano il premio per le scene migliori assieme allo showdown matrimoniale sulle note di Total Eclipse of the Heart, brano decisamente calzante. Mi fermo qui col post, non perché Finchè morte non ci separi 2 non mi sia piaciuto, visto che l'ho adorato, ma per evitare di incappare nello sgradevole terreno dello spoiler. Se siete fan del primo film, vi piacerà molto anche questo e vorrete che Grace e Faith tornino in un sequel... anche se loro, poverine, non saranno troppo d'accordo. 


Dei registi e co-sceneggiatori Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett ho già parlato QUI. Samara Weaving (Grace MacCaullay), Kathryn Newton (Faith MacCaullay), Elijah Wood (l'avvocato), Sarah Michelle Gellar (Ursula Danforth), David Cronenberg (Chester Danforth), Nestor Carbonell (Ignacio El Caído) e Kevin Durand (Bill Wilkinson) li trovate invece ai rispettivi link.

Shawn Hatosy interpreta Titus Danforth. Americano, ha partecipato a film come In & Out, The Faculty e a serie quali Six Feet Under, CSI - Scena del crimine, E.R. - Medici in prima linea, Numb3rs, My Name is Earl, CSI: Miami, Criminal Minds, Southland, Fear the Walking Dead e Animal Kingdom. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni e film in uscita.


Se Finché morte non ci separi 2 vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Finché morte non ci separi e aggiungete Abigail. ENJOY!


venerdì 10 aprile 2026

2026 Horror Challenge: The Faculty (1998)

Questa settimana la Challenge Horror era a tema libero, per cui ho scelto The Faculty, diretto nel 1998 dal regista Robert Rodriguez


Trama: i professori di un liceo cominciano a comportarsi in maniera strana e alcuni studenti decidono di indagare...


Se vi state chiedendo perché, tra tutti gli horror usciti fino ad oggi, io abbia scelto proprio The Faculty, dovete sapere che, in occasione dell'uscita di Finché morte non ci separi 2, ho avuto modo di guardare alcune interviste al cast. In esse, si parlava spesso di "reunion" di The Faculty, poiché i due film condividono la presenza di Elijah Wood e Shawn Hatosy; pensandoci, mi ero resa conto di non avere mai guardato il film di Rodriguez, anche se è stato passato spesso in TV, quindi mi è sembrato il momento giusto per recuperarlo. The Faculty, come del resto molti horror dell'epoca, è figlio del successo clamoroso di Scream, al punto che alla sceneggiatura figura anche lo stesso Kevin Williamson, il quale ha rimaneggiato un soggetto già vecchio di qualche anno. Il focus del film, non a caso, è un gruppetto variegato di adolescenti, che si ritrovano a dover affrontare la minaccia di un'invasione aliena, e il mood di The Faculty è quello frizzante e citazionista del film di Craven, che concede un occhio indulgente ai suoi protagonisti e, in mezzo all'orrore, ne sottolinea le problematiche e l'unicità anche quando i ragazzi sono facilmente ascrivibili a un cliché "scolastico" ben preciso. Le fonti di ispirazione dichiarate di The Faculty sono (oltre a The Breakfast Club) La cosa e L'invasione degli ultracorpi, è ciò aumenta la sensazione di isolamento che è tipica degli adolescenti in questo genere di film. Solitamente, genitori ed insegnanti non sono di grande aiuto, per goffaggine retrograda o stronzaggine congenita; qui, addirittura, gli insegnanti sono i primi a diventare ospiti dei parassiti alieni, lasciando gli studenti in balia di una paranoia crescente che si alimenta del naturale contrasto "sociale" tra le due categorie. The Faculty porta avanti anche un discorso non banale sull'unicità dell'individuo e la sofferenza che essa comporta, soprattutto in un luogo come il liceo, dove essere diversi attira le attenzioni indesiderate e il disprezzo di chi invece è omologato. Per quanto ovviamente disgustosa, la possessione dei parassiti alieni consentirebbe di fare finalmente parte di un gruppo, di una mente aliena unica che cancellerebbe ogni timore di venire giudicati, dando così la possibilità di abbandonarsi liberamente alle proprie, reali inclinazioni, come dimostrano i cambiamenti di un paio di personaggi "posseduti". Questo è un discorso assai interessante, che magari si perde un po' in mezzo a fantasiosi metodi di rilevamento/eliminazione degli alieni e al dubbio di chi sia ancora umano e chi già posseduto, ma che comunque rende The Faculty meno sciocco di quanto appaia.


The Faculty
ha comunque l'indubbio pregio di essere molto divertente, in primis grazie alla regia frizzante di un Robert Rodriguez che, benché lontano dalle atmosfere delle sue opere più riuscite, riesce a destreggiarsi egregiamente, a suo agio tra citazionismo, momenti di vera tensione e parentesi più leggere, assai vicine a un certo tipo di commedia demenziale USA. Ciò che però nobilita The Faculty è un cast all star che, all'epoca, accontentava sia le vecchie carampane sia i giovanissimi e che, adesso, fa battere il cuore solo agli anziani nostalgici come me, pur essendo ancora validissimo. Anzi, la cosa divertente è vedere "come sono cresciuti" i ragazzini dell'epoca. Elijah Wood, per esempio, qui è tenerissimo e sfigato, pronto per quella rampa di (ri)lancio che sarebbe stato Il signore degli anelli e ben lontano daI ruoli weird che, negli ultimi anni, me lo hanno fatto amare ancora di più. Josh Hartnett, con quel taglio di capelli a metà tra studente scapestrato e Lloyd di Scemo e più scemo, è inguardabile, ma a ben vedere The Faculty è praticamente il "suo" film, visto che Zeke è il personaggio su cui vengono puntati i riflettori, capace di destreggiarsi tranquillamente tra performance action e ragionamenti degni di uno scienziato (l'unica cosa che non capisco è perché, sul finale, scelga di entrare nella squadra di football col cervello che si ritrova. Mah). Rimanendo in zona "giovani", Clea DuVall e Laura Harris sono semplicemente perfette e, la prima, si ritaglia un ruolo a dir poco iconico, ma siccome sono anziana il mio amore è andato tutto al cast degli adulti. Robert Patrick, Piper Laurie e Famke Jannsen sono spettacolari, e ai primi due basta un solo sguardo per far tremare le gambe a studenti e spettatori ogni volta che compaiono in una scena; la Janssen è, ovviamente, poco convincente nei panni della professoressa inibita, ma quando getta la maschera diventa una bomba sensuale e pericolosissima, con un apprezzabile, coloritissimo modo di rivolgersi agli studenti. Gli effetti speciali non hanno retto benissimo lo scorrere del tempo, è vero, ma il finale è ancora notevole sia per il design dell'alieno sia per la dinamicità delle sequenze che lo vedono protagonista, e tutto sommato anche la mancanza di gore viene compensata proprio dal piglio sbarazzino di Rodriguez. In definitiva, The Faculty non è un horror imprescindibile e non mi pento di avere aspettato così tanto per recuperarlo, ma è indubbiamente uno dei prodotti migliori di quegli anni zeppi di deboli emuli di Scream ed è perfetto per una serata all'insegna della nostalgia canaglia!


Del regista Robert Rodriguez ho già parlato QUI. Jordana Brewster (Delilah), Clea DuVall (Stokely), Laura Harris (Marybeth), Josh Hartnett (Zeke), Salma Hayek (Infermiera Harper), Famke Janssen (Miss Burke), Piper Laurie (Mrs. Olson), Christopher McDonald (Padre di Casey), Robert Patrick (Coach Willis) e Elijah Wood (Casey) li trovate invece ai rispettivi link. 


Nel cast figurano anche il rapper Usher, nei panni di Gabe, Summer Phoenix (sorella di River e Joaquin, nonché ex moglie di Casey Affleck, accreditata come "Fuck You Girl") e Danny Masterson (controverso protagonista della serie That '70s Show, condannato a 30 anni per stupro, qui interpreta uno dei due sballoni che chiedono droghe a Zeke). La parte di Delilah era stata scritta per Charisma Carpenter, che però ha rifiutato perché il personaggio era troppo simile alla sua Cordelia in Buffy the Vampire Slayer, e anche Sarah Michelle Gellar ha rinunciato a un ruolo nel film, così come Gillian Anderson, alla quale era stata offerta la parte di Valerie Drake. Se The Faculty vi fosse piaciuto recuperate La cosaTerrore dallo spazio profondo. ENJOY!

mercoledì 8 aprile 2026

The Drama (2026)

Il lunedì di Pasquetta sono andata al cinema per vedere The Drama, diretto e sceneggiato dal regista Kristoffer Borgli.


Trama: Emma e Charlie stanno per sposarsi ma, qualche sera prima del matrimonio, la rivelazione di un oscuro segreto nel passato di lei minaccia di distruggere la relazione...


Faccio una confessione: non avevo assolutamente intenzione di andare a vedere The Drama. Non è che Zendaya e Pattinson mi siano antipatici, anzi, quest'ultimo ormai è diventato uno dei miei attori preferiti, ma onestamente credevo che il film fosse, appunto, un dramma romantico, e chi ha voglia di guardarne uno? Poi, per fortuna, mi è caduto l'occhio sul nome del regista. Io, che amo Kristoffer Borgli fin da quando, al ToHorror, vidi lo splendido Sick of Myself, non potevo assolutamente perdermi un suo film e, soprattutto, non potevo credere che una sua opera fosse una banale sciocchezzuola sentimentale. Infatti non lo è. Anzi, The Drama, al momento, è uno di quei titoli che inserirei senza fatica nella Top 5 di fine anno, perché è una grottesca discesa nell'ipocrisia della società (soprattutto quella americana) e nell'incubo delle cerimonie nuziali moderne, un giro sulle montagne russe pieno di svolte imprevedibili e scioccanti. La storia comincia con una coppia perfetta. Emma e Charlie sono affiatatissimi ed innamorati, e stanno per sposarsi. Tutto di loro è carino e divertente, a cominciare dai loro "inizi" (l'approccio di lui, in realtà è un po' creepy, ma degno di un film romantico o di un romanzo rosa) e persino nel corso degli inevitabili imprevisti pre-matrimoniali riescono a cavarsela grazie ad un'intesa invidiabile e ad una sana ironia. Durante una cena con i testimoni, complice l'ubriachezza, Emma confessa però un oscuro segreto del suo passato e la vita di coppia finisce in frantumi, assieme all'amicizia con la damigella d'onore. Da quel momento, Charlie rivede tutta la storia con Emma sotto un'altra prospettiva, arriva ad analizzare ogni comportamento di lei alla luce della terribile rivelazione, e non sa come affrontare una persona che, ai suoi occhi, risulta ormai irrimediabilmente diversa. A scanso di equivoci, The Drama è, appunto, ciò che l'ironico titolo sottolinea. Emma non è un mostro, anzi, è una donna che si è tirata fuori da sola dal periodo più buio della sua vita e se lo è lasciato alle spalle cercando di trarne un insegnamento e uno sprone per migliorarsi. Il "drama" lo creano Charlie e la damigella d'onore Rachel, egoisticamente ed ipocritamente "offesi" dalla scoperta che Emma non è l'adorabile, imperfetto scricciolo con cui vivere un'esistenza da favola oppure, nel caso di Rachel, da rimproverare e guidare come una sorella minore. Le due "drama queen" non pensano minimamente a come le loro parole e i loro gesti possano far ripiombare Emma in un incubo che la tormenterà per tutta la vita e che, saggiamente, aveva deciso di non raccontare a nessuno, consapevole delle conseguenze, ma si ergono a paladini della rettitudine tormentandosi ed incazzandosi a sproposito, con tutta una serie di ripercussioni tragicomiche sulla loro vita in generale e sul matrimonio in particolare.


La caduta libera di Charlie verso la paranoia e la nevrosi, così come l'angoscia crescente di Emma, vengono resi sullo schermo da Kristoffer Borgli col suo solito stile frammentario ed allucinato, coadiuvato dal montaggio di Joshua Raymond Lee. La narrazione non è lineare, il presente si alterna a rapidi flashback che, talvolta, sfruttano diversi punti di vista e, in particolare dopo la confessione di Emma, mescolano la realtà alla fantasia (o, meglio, all'immaginazione distorta). Oppure, si fa ricorso a dei fast forward repentini, che spostano l'attenzione dai confronti tra i personaggi alle conseguenze degli stessi, enfatizzando l'importanza dello stress psicologico a discapito dei ragionamenti spesso irricevibili che lo generano. Lo stesso trattamento viene inferto al matrimonio, evento completamente rimosso dal film e sostituito da preparativi e ricevimento, quindi derubricato ad incombenza da sbrigare il prima possibile, più importante come emblema di "status" sociale che come passaggio importante per la vita di una coppia, un modo per salvare le apparenze che getta ancora più benzina sul fuoco. Sotto le mani spietate ma capaci di Borgli, l'alchimia tra Zendaya e Pattinson diventa l'anima del film, nel bene e nel male. Lei, a dispetto di quel musetto splendido ma un po' antipatico che non la rende mai particolarmente gradevole, fa così tanta tenerezza da spezzare il cuore e lui, ormai, è abbonato ai ruoli weird di nevrotico senza speranza, grazie anche ad una predisposizione naturale verso tempi (tragi) comici perfetti. Cosa avessero visto i produttori dell'epoca per venderlo come sex symbol, quando quest'uomo risplende solo nel cinema indipendente che lo vuole brutto, sfatto e matto come un cavallo, è un mistero che non comprenderò mai. Ma la vera rivelazione di The Drama è Alana Haim, qui in un ruolo che incarna la summa della malvagia ipocrisia americana, ovvero una persona che ha compiuto un gesto inenarrabile, giustificandolo come "errore" di gioventù, e che si sente ugualmente in dovere di condannare chi invece l'errore (anzi, l'orrore) l'ha evitato per un soffio, in virtù di una tragedia vissuta sulla pelle altrui. La Haim è la punta di un triangolo "morale" che vi farà venire i nervi a fior di pelle, lasciandovi parecchio su cui ragionare e di cui discutere con chiunque vi accompagnerà al cinema, a dimostrazione di come The Drama non sia uno dei soliti film che si dimenticano nel giro di qualche giorno. Non lasciatevi ingannare, come ho rischiato di fare io, dalla pubblicità ingannevole che lo vuole romantico e sciocchino, e correte in sala armati di ansiolitici, non ve ne pentirete... a meno che non stiate per sposarvi o pensiate di farlo nell'immediato. In quel caso eviterei, perché la narrazione anche troppo realistica di terrificanti, costosissimi preparativi rischierebbe di farvi desistere più del dramma umano! 


Del regista e sceneggiatore Kristoffer Borgli ho già parlato QUI. Zendaya (Emma), Robert Pattinson (Charlie), Mamoudou Athie (Mike) e Michael Abbott Jr. (Blake) li trovate invece ai rispettivi link.

Alana Haim interpreta Rachel. Americana, la ricordo per film come Licorice Pizza e Una battaglia dopo l'altra. Anche cantante, ha 34 anni. 


Se The Drama vi fosse piaciuto, recuperate i film che Borgli ha fatto guardare al cast come preparazione prima delle riprese: Bob & Carol & Ted & Alice, Melancholia e Passione. ENJOY!

martedì 7 aprile 2026

Dolly (2025)

L'avevo bramato fin dall'ultimo ToHorror e finalmente sono riuscita a recuperare Dolly, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Rod Blackhurst e tratto dal suo corto Babygirl.


Trama: i due fidanzati Macy e Chase vanno a fare una gita in montagna e vengono attaccati da un inquietante essere mascherato da bambola...


Dovete sapere che Dolly lo puntavo da ben prima del ToHorror e, quando ho saputo che lo avrebbero programmato lì, mi sono messa a saltellare di gioia. Purtroppo, lo hanno messo allo stesso orario di Flush, altro film che volevo vedere assolutamente, quindi ho dovuto fare una scelta, tenendo conto sia delle possibilità di una futura distribuzione che delle inclinazioni del povero Bolluomo. Col senno di poi, scegliere Flush è stata la cosa migliore, anche perché è un film più originale e divertente di Dolly, meritevole di una visione all'interno di una sala affollata. L'opera di Rod Blackhurst, invece, è più derivativa, debitrice in primis delle atmosfere di Non aprite quella porta, sia per temi che per estetica. La trama è ridotta all'osso: due fidanzati, ad un passo dalla proposta di matrimonio con tanto di anello, vanno in gita nei boschi di montagna e lì vengono brutalmente attaccati da una persona gigantesca che indossa una maschera da bambola. In particolare, Macy diventa la nuova "bambina" di questo essere e viene trascinata all'interno di una casa in mezzo al bosco che ricorda tantissimo quella delle bambole, almeno all'esterno. L'interno è un mix di complementi d'arredo infantili, sporco e incuria, con alcuni dettagli da brivido che includono, ovviamente, bambole di qualsiasi foggia e fattura, teste mozzate, candele e stanze squallide che nascondono inquietanti segreti. Dolly è, in sostanza, il prolungamento della sequenza della cena in mezzo agli squilibrati in Non aprite quella porta e, in quanto tale, mette alla prova i nervi dello spettatore (senza però mai arrivare agli exploit gore di opere come quelle appartenenti, per esempio, alla New French Extremity); Macy si ritrova nelle mani di una creatura folle, portatrice di un amore materno distorto e passabile di trasformarsi in cieca violenza nel giro di un istante, sempre a un passo dal venire uccisa o mutilata qualora decidesse di sottrarsi alle umilianti prove di affetto filiale richieste dalla "mamma". Dietro a quest'ultimo personaggio, in realtà, c'è una storia di violenza e soprusi appena accennata, che potrebbe essere anche più interessante di ciò che Blackhurst ha deciso di raccontare e che si palesa non solo nel corso del film, con l'arrivo di una quarta persona, ma soprattutto in una scena post-credit grondante delizioso humour nero, caratteristica che purtroppo manca ad un film troppo deprimente nel suo prendersi sul serio. 


L'omaggio all'horror anni '70 si traduce in una messa in scena alla grindhouse, con l'utilizzo di pellicola 16 mm  e, quasi sicuramente, di una telecamera a mano, che conferiscono al film un'aspetto "sporco", rozzo, e dei colori bruciati sia nell'ambientazione notturna che diurna (ben poco rassicurante, anche perché la claustrofobia della casa in cui abita il "mostro" viene riproposta anche dal bosco che si chiude sui protagonisti senza lasciare loro via di scampo); inoltre, ad aumentare la sensazione di spaesamento, si aggiungono anche una divisione in brevi capitoli e alcune sequenze che oserei definire "sperimentali", che proiettano all'esterno il progressivo infrangersi della sanità mentale della protagonista, creando un interessante contrasto con uno stile, tutto sommato, realistico. Il fiore all'occhiello di Dolly è però, ovviamente, il killer titolare, non solo per il suo aspetto agghiacciante, riproposto in ogni parte del suo territorio da inquietanti bambole che sembrano voler spiare i poveri malcapitati, ma anche per la fisicità di Max the Impaler, wrestler transgender non binari* che offre un'interpretazione perfetta: Dolly non parla ma ogni suo gesto è orribilmente chiaro, così come sono tangibili la sua rabbia, la confusione, la follia che distorce il desiderio d'amore e la disperazione di ritrovarsi per le mani delle "bambole" rotte per sua stessa mano, vittime di raptus incontrollabili. E Dolly fa davvero paura, sia per il suo aspetto che per l'efferatezza dei suoi delitti, affidati ad un make-up prostetico disgustoso e ad una regia che non si sottrae ai dettagli più raccapriccianti e alle mutilazioni più dolorose, che mi hanno fatta saltare dalla poltrona in un paio di punti. Considerato che ho avuto qualche difficoltà a spegnere la luce per andare a dormire, e che ho deciso di aspettare il ritorno di Mirco prima di infilarmi nel letto, cosa che ormai non succede più così spesso, direi che Dolly ha avuto l'effetto sperato su di me, quindi non posso fare altro che consigliarlo, nell'attesa che Blackhurst decida se girare o meno un secondo capitolo, magari un prequel. Io spero davvero di sì!


Di Fabianne Therese (Macy), Ethan Suplee (Tobe) e Seann William Scott (Chase) ho parlato ai rispettivi link.

Rod Blackhurst è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Amanda Knox e i corti Night Swim e Babygirl. Anche produttore, montatore, direttore della fotografia, ha 46 anni. 


Se Dolly vi fosse piaciuto, recuperate Non aprite quella porta. ENJOY!

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