domenica 9 dicembre 2018

Monster Party (2018)

Giorni di ferie ma anche di malanni quindi quale occasione migliore per recuperare Monster Party, diretto e sceneggiato dal regista Chris von Hoffmann?


Trama: costretti dalle circostanze, tre ragazzi decidono di derubare una villa di ricconi nella quale si sta tenendo una festa. Purtroppo, i fanciulli non si troveranno davanti delle prede indifese...


Come Upgrade pochi giorni fa, anche Monster Party si è rivelato una gustosa supercazzola, forse più confacente al mio gusto rispetto alla parabola tecnologica di Whannell. Il film di von Hoffmann mi ha infatti bendisposta per un paio di motivi, che affondano sostanzialmente le radici nel suo stile un po' "new millenium" mescolato a una colonna sonora tipica di horror più vecchi e assai simile a quella dello scult I gusti del terrore. Quel gusto moderno di inizio nuovo millennio viene dato, prima ancora che dalla trama, dall'utilizzo di due attori presenti nella serie Runaways, alla quale Monster Party si rifà spesso sia per gli abiti coloratussi dei protagonisti in perfetto contrasto con l'eleganza dei loro "ospiti" sia per la presenza della bionda Virginia Gardner e di Julian MacMahon, sul quale tra l'altro vorrei tornare più avanti. Per quanto riguarda la trama, l'idea richiama l'atmosfera di quegli horror adolescenziali "blandi" che hanno segnato la fine di Notte Horror per come la conoscevamo noi figli degli anni '80 ma che, col senno di poi, non erano così disprezzabili e, soprattutto, nell'inserire momenti WTF azzeccavano anche qualche scelta di delizioso humor nero. E Monster Party è zeppo di ironia malata, di cattiveria gratuita rivolta anche a chi solitamente non la meriterebbe, due caratteristiche che forse si perdono nella confezione patinata e nell'opulenza tutta californiana della villa dei ricconi antagonisti ma che comunque ci sono e vanno apprezzate vista anche la profusione di sangue che comincia a scorrere a un certo punto del film. Il quale, tra l'altro, parte da un'idea banalissima alla quale se ne avvicenda una assai originale capace di ribaltare il punto di vista iniziale dello spettatore, benché fin da subito von Hoffmann cerchi di farci empatizzare con i tre ladruncoli protagonisti. In due parole, Monster Party è la versione "divertente" di Man in the Dark, con ricchi viziati al posto del maniaco cieco.


E che belle facce tra questi ricchi viziati! Robin Tunney e Julian McMahon, nientemeno. La prima è stata la splendida protagonista di Giovani streghe e nonostante fosse indubbiamente eclissata dalla divina Fairuza Balk è sempre un piacere e un tuffo al cuore rivederla, anche nei panni di "casalinga disperata" come in questo caso. Lui, beh... lui è sempre un gran porcone al quale i ruoli borderline vanno a pennello, soprattutto quando si tratta di dover interpretare un marito ambiguo e un viscido riccastro come in questo caso. Persino il pizzetto mefistofelico e quel taglio di capelli improponibile gli stanno divinamente e non riescono ad annullare la sua capacità di risultare sexyssimo con un solo sguardo o un solo gesto (gente che si lecca via il sangue dalle mani. Oh. My. Gawd). Tra i giovani attori spiccano invece le due bionde fanciulle, ché effettivamente il protagonista è un po' inespressivo, entrambe pescate dall'ampio bacino delle serie TV USA e assai credibili in un modo tutto loro: la Gardner fa una tenerezza infinita, mentre Erin Moriarty, dotata del classico viso da reginetta del prom tsoccola, si carica sulle spalle un personaggio ambiguo fino all'ultimo, una reietta nonostante le apparenze che trova comunque difficile staccarsi dall'eredità di famiglia. Accanto a loro, c'è tutto un variegato bestiario di caratteri impegnati in una lotta tra classi all'ultimo sangue, con un pizzico di Non aprite quella porta e La casa nera per dare allo spettatore motivo di vergognarsi per essersi divertito sulle disgrazie altrui, ragione in più per consigliare Monster Party come perfetto divertissement horror!

#Ciaone

Di Robin Tunney (Roxanne Dawson) e Julian McMahon (Patrick Dawson) ho già parlato ai rispettivi link.

Chris von Hoffmann è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Drifters. Anche attore e produttore, ha 31 anni e un film in uscita.


Virginia Gardner interpreta Iris. Americana, ha partecipato a film come Halloween e a serie quali Glee e Runaways. Ha 23 anni e due film in uscita.


Erin Moriarty interpreta Alexis Dawson. Americana, ha partecipato a film come Captain Fantastic e a serie quali True Detective e Jessica Jones. Ha 24 anni e sarà la Annie January dell'imminente serie Amazon tratta da The Boys.


Sam Strike, che interpreta Casper, era già comparso in Leatherface mentre Kian Lawley, che interpreta Elliot Dawson, aveva partecipato a Prima di domani. Se Monster Party vi fosse piaciuto recuperate Man in the Dark e La casa nera. ENJOY!

venerdì 7 dicembre 2018

Nickname: Enigmista (2005)

Qualche tempo fa ho recuperato Nickname: Enigmista (Cry Wolf), diretto e co-sceneggiato nel 2005 dal regista Jeff Wadlow.


Trama: un ragazzo arriva al college e diventa amico di un gruppetto di coetanei che lo coinvolgono in uno scherzo ai danni dell'intero corpo studentesco. Far credere però che un assassino circoli per i corridoi del campus rischia di richiamare le attenzioni di un vero serial killer...



Nickname: Enigmista è uno di quei film che, proprio a causa dello stupido titolo italiano, uno rischia di non vedere mai, convinto di avere davanti il cugino povero e scabeccio di Saw: L'enigmista. In realtà, l'intera trama della pellicola poggia sul concetto di "gridare al lupo", come da titolo originale, finché qualcuno, giustamente, smette di crederci proprio quando servirebbe una mano per davvero; di più, la pellicola è un interessante esempio di come le fake news (che all'epoca, in assenza di Facebook, probabilmente nemmeno si chiamavano così) abbiano rapida presa all'interno di una comunità e di come l'informazione può essere manipolata da chi conosce un minimo il pubblico di riferimento. Questo succedeva, vi ricordo, anche in The Hole, a cui Nickname: Enigmista deve moltissimo per un paio di aspetti fondamentali, tuttavia qui la storia non viene raccontata da diversi punti di vista ma solo da quello di Owen, studente trasferitosi in una nuova scuola che entra in contatto con la bella Dodger e il suo gruppetto di amici appassionati di "giochi di ruolo". In realtà, il gioco che vede impegnati i ragazzi è la versione appena più patinata di Killer, dove bisogna semplicemente scoprire l'assassino che si nasconde tra i giocatori, e giustamente a un certo punto Dodger decide di alzare la posta e convince la matricola a far giocare l'intero istituto, diffondendo una mail in cui si parla di uno spietato killer pronto a fare strage di studenti dopo avere già ucciso (questo per davvero) una ragazza poco distante. Un "l'ha detto mio cuGGino" all'ennesima potenza ma, come spesso accade negli horror, chi di fake news ferisce di fake news perisce, stavolta letteralmente, e un killer mascherato comincia a perseguitare realmente un Owen sempre più terrorizzato e i suoi nuovi amici. Questa quindi la trama di un film che, nonostante la sua apparente natura di slasher, offre ben pochi morti ammazzati, preferendo concentrarsi sul whoddunnit?, focalizzando i sospetti dello spettatore ora su questo ora sull'altro protagonista e, soprattutto, ricercando una quadra finale abbastanza invidiabile per questo genere di teen horror dove il WTF è sempre dietro l'angolo.


E' una fortuna che la trama di Nickname: Enigmista sia intrigante perché, obiettivamente, la messa in scena è invece un po' sciapa. Jeff Wadlow non è Wes Craven e si vede; nonostante un paio di "visioni" coloratissime e quasi in acido appioppate al protagonista, la regia non brilla, non brilla la colonna sonora, non brilla il look del killer e, in generale, sembra quasi di vedere la versione povera di So cos'hai fatto privata anche, e questo per fortuna, del "glam" dei protagonisti della famigerata saga. A proposito degli attori, Lindy Booth si mangia tutto il resto del cast con una performance da affascinante little bitch, machiavellica organizzatrice di un gioco che le si ritorce contro nei modi peggiori, "cappuccetto rosso" nelle mire di un lupo che lei stessa ha richiamato. Gli altri si assestano in una scala di valori che va dal dimenticabile (i vari amici di contorno i quali, nonostante abbiano più o meno tutti un ruolo fondamentale, rimangono segregati nella nicchia del cliché, protagonista compreso) al simpatico, dove per simpatico intendo Jon Bon Jovi chiamato a fare da guest star in un ruolo più serio di quanto avrei creduto. Mi si dice QUI che l'adattamento di Nickname: Enigmista è probabilmente uno dei peggiori mai realizzati, con forzature imbarazzanti e ancor più imbarazzanti censure a livello di dialoghi e forse per questo non ho apprezzato il film quanto avrei dovuto/sperato. Di sicuro, l'ho trovato una visione simpatica, rilassante e coinvolgente e se non siete avvezzi al genere ma volete immergervi in una serata a base di brividi "leggeri" ma non stupidi, potreste aver trovato la pellicola che fa per voi... magari, però, recuperatela in lingua originale.


Del regista e co-sceneggiatore Jeff Wadlow ho già parlato QUI. Gary Cole (Mr. Matthews) e Jared Padalecki (Tom) li trovate invece ai rispettivi link.

Lindy Booth interpreta Dodger. Canadese, ha partecipato a film come American Psycho 2, Wrong Turn, L'alba dei morti viventi, Kick-Ass 2 e a serie quali Psi Factor, Relic Hunter,The 4400, CSI: NY, Cold Case, Ghost Whisperer e Supernatural. Anche regista, ha 39 anni e un film in uscita.


Se Nickname: Enigmista vi fosse piaciuto recuperate The Hole. ENJOY!

giovedì 6 dicembre 2018

(Gio) WE, Bolla! del 6/12/2018

Buon giovedì a tutti!! Ovviamente al Multisala savonese non è uscito lo splendido La casa delle bambole - Ghostland ma chissenefrega: l'ho già visto e ne parlo QUI, a voi consiglio di NON perderlo assolutamente perché rientrerà nella Top 5 horror di fine anno. Per il resto, cos'è arrivato a Savona? ENJOY!


Colette
Reazione a caldo: Wow!
Bolla, rifletti!: Per quanto non sopporti la Knightley, il trailer del film è molto interessante benché non abbia assolutamente idea di chi fosse la scrittrice chiamata Colette. Un buon modo per scoprirlo, no?

Alpha - Un'amicizia forte come la vita
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Storia di un'amicizia tra un ragazzo e un lupo, tipico film da distribuire a Natale per attirare al cinema genitori e figli. Scartato, nonostante le immagini sembrino molto belle.

La prima pietra
Reazione a caldo: Mmmhhh...
Bolla, rifletti!: Siccome voglio molto bene a Guzzanti potrei anche tentare la visione di questo film, specchio di un disagio sociale che in Italia sta prendendo sempre più piede.

Al cinema d'élite torna Nanni Moretti.

Santiago, Italia
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Ci credete che non ho mai visto un film di Nanni Moretti? E ci credete che non ho voglia di cominciare con questo documentario, che pur pare molto interessante e adatto ai terribili tempi d'ignoranza che stiamo vivendo? Sono una brutta persona, lo so.

mercoledì 5 dicembre 2018

Sabrina (2018)

Ogni tanto Neflix prende delle cantonate della Madonna e le spaccia per film da vedere assolutamente, al punto da piazzarle nella home page. E' il caso di Sabrina, diretto e co-sceneggiato dal regista Rocky Soraya.


Trama: la piccola Vanya vive con gli zii dopo la morte dei genitori ma ancora non riesce a superare la mancanza della madre. Attraverso un gioco assai simile alla tavoletta ouija cerca quindi di contattare lo spirito della donna, proprio quando in casa arriva un'inquietante bambola.



La cosa più interessante che potrete ricavare dalla visione di Sabrina, anzi l'unica, è scoprire come l'indonesiano sia zeppo di parole straniere mutuate dall'inglese (le più moderne) e dallo spagnolo o portoghese (probabilmente legate ad oggetti/concetti introdotti dai missionari cristiani e dai commercianti): ho trovato molto buffo che la bambola Sabrina venisse sempre definita come muñeca Sabrina e che i fantasmi fossero le entitas, parola indonesiana più simile all'entitad spagnolo che ad altri modi di definire spettri o spiriti (hantu, dedemitan, polong), per non parlare di quando i personaggi pronunciano frasi come "I love you, I love you more". Questo per dire che Sabrina, nonostante contenga in sé due degli spauracchi più grandi per la sottoscritta, ovvero bambole orribili e demoni, fa talmente schifo che mi sono più volte assopita nel corso della visione quindi ho dovuto trovare altri motivi per tenere desta l’attenzione, ed è talmente trash che mi chiedo come possa Netflix pensare non solo di inserirlo in catalogo ma anche di pomparlo come fosse chissà quale opera d'arte. Sabrina è cheesy proprio a livello di trama, non tanto di realizzazione, ché tal Rocky Soraya si è anche sbattuto a sfruttare una CGI forse troppo invasiva ma non orrenda ed alcuni effetti speciali sanguinari carini, ma innanzitutto bisogna considerare come il film sia lo spin-off di una "saga" sconosciuta ai più come quella di The Doll, con la conseguenza che l'impressione finale di Sabrina sarà quella di aver visto il lungo pilot di una serie TV, con un paio di protagonisti alla Supernatural pronti ad esorcizzare laddove ce ne sia bisogno, armati di spada/piffero taumaturgico e collana dotata di superpoteri. Il resto, beh, non è nulla che Annabelle e persino Puppet Master non avesse già raccontato prima: c'è una muñeca malvagia che è solo lo specchietto delle allodole nonché il rifugio di un demone alla ricerca di un ospite umano, stuzzicato dalla stupidità dei bambini che vanno alla ricerca di entità con l'ausilio di una App (...) e di un giochetto chiamato Charlie, Charlie che l'anno scorso ha fatto proseliti anche in Italia. Tutto ciò, ovviamente, è solo la punta dell'iceberg di eventi messi in moto per altri motivi da altre persone e che sfocerà sul finale in un arresto da facepalm, ché come si fa ad imputare qualcuno per il reato di "fattura", soprattutto dopo essersi rivolti al Diego Abatantuono indonesiano degli evocatori di demoni?


Altra cosa non trascurabile è la bruttezza rara di Sabrina, al cui confronto Annabelle è la bambola che tutte le bambine vorrebbero in casa. Occhi giganteschi, tratti da vecchio transessuale rifatto, capelli ricci a tenda, una testa sproporzionata rispetto al resto del corpo et volilà! il nuovo prototipo di Sabrina, ché quello vecchio probabilmente non era ancora così brutto. Tra l’altro, da quel che ho capito leggendo sul web la trama di The Doll 2, dove compare la versione vecchia di Sabrina, già la figlia della protagonista aveva una di queste bambocce orrende che l’ha uccisa, quindi perché decidere di regalare la Sabrina 2.0 alla propria nipotina e futura figliastra? Non ti rendi conto che questi giocattoli orripilanti non possono essere altro che veicoli del Demonio o maledetta mentecatta? Come puoi dire a una bambina orfana di madre “Quando ti senti sola abbraccia Sabrina, vedrai che ti proteggerà!” senza sentirti nemmeno un po’ in colpa? Davvero, guardando Sabrina la suspension of disbelief dello spettatore, solitamente messa a dura prova da questo genere di film già quando sono ben realizzati, rischia di abbandonarlo per sempre ma mai quanto il suo senso architettonico, offeso dalla cafonaggine di edifici residenziali privati a sette piani, come minimo, dotati di ingressi assai simili a quelli delle chiese occidentali, al confronto dei quali le ville dei Casamonica sono esempio di sobrietà. Direi quindi che la mia prima esperienza con il cinema indonesiano, soprattutto quello di genere, non è stata granché positiva visto che Rocky Soraya ha scelto di ammucchiare tutti i cliché della saga The Conjuring/Annabelle e mescolarli con uno throwback J-Horror loffio in quanto privato di ciò che faceva davvero paura negli horror nipponici d’inizio millennio, quell’atmosfera opprimente ed invasiva che riusciva a rendere spaventevoli quelle demonesse dai capelli lunghi che si muovevano a scatti. E che perlomeno all'epoca non erano dotate di canappia. Meglio puntare quindi sull’altra Sabrina di Netflix, la bionda protagonista di Chilling Adventures of Sabrina, serie davvero pregevole.

Rocky Soraya è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Indonesiano, ha diretto film come The Doll, The Doll 2 e Mata Batin. E' anche produttore e ha un film in uscita.


Il film è lo spin-off di The Doll e The Doll 2, di quest'ultimo è anche il sequel visto che tornano tutti i personaggi; personalmente non mi sento di recuperarli ma voi potete farlo se Sabrina vi è piaciuto, aggiungendo magari la saga de La bambola assassina, Annabelle e Annabelle: Creation. ENJOY!


martedì 4 dicembre 2018

Il mistero di Sleepy Hollow (1999)

Per Halloween ho provato a guardare Il mistero di Sleepy Hollow (Sleepy Hollow), diretto nel 1999 dal regista Tim Burton e tratto dal racconto omonimo di Washington Irving.


Trama: l'agente di polizia Ichabod Crane viene mandato nella cittadina di Sleepy Hollow, dove sono stati commessi parecchi omicidi accomunati dal fatto che le vittime sono state trovate tutte senza testa.


Ho provato a guardare Il mistero di Sleepy Hollow ad Halloween ma l'idea di rivederlo era già sorta dopo la visione di Le avventure di Ichabod e Mister Toad, allorché avevo proposto al Bolluomo di farmi compagnia solo per scoprire che il dvd, acquistato anni fa su Play.com, non solo non aveva la traccia italiana ma nemmeno i sottotitoli inglesi. Vista ormai l'età della pellicola e del supporto ammetto che non è stato facile nemmeno per me seguire la vicenda al 100%, considerato anche il tempo trascorso dalla prima e unica volta che avevo guardato Il mistero di Sleepy Hollow in TV, chissà ormai quanti anni fa, quindi probabilmente in questo post scriverò parecchie cretinate. A proposito delle quali, oserei dire che Il mistero di Sleepy Hollow sia stato l'ultimo esponente del "gotico burtoniano" prima della discesa del regista nella follia con Planet of the Apes, interrotta giusto da quel capolavoro di Big Fish - Storie di una vita incredibile; ci ha provato, Burton, a tornare agli antichi fasti, prima col commovente La sposa cadavere, poi con Sweeney Todd, altrettanto gradevole, ma diciamo che Il mistero di Sleepy Hollow aveva ancora in sé quell'"innocenza" diventata poi fredda maniera e lo stesso vale per l'interpretazione di Johnny Depp, ancora ben lontano dalle tristi macchiette odierne nonostante le varie peculiarità del personaggio di Ichabod Crane. Il mistero di Sleepy Hollow è quindi una deliziosa favola horror che parte dal racconto di Irving e si sviluppa in un "giallo" a tratti ironico a tratti terribilmente serio, debitore delle atmosfere di alcuni film di Bava e delle pellicole della Hammer. Fulcro del film è lo scontro tra razionalità, religione e magia, un triangolo al centro del quale finisce per trovarsi Ichabod Crane, agente di polizia deciso ad utilizzare metodi scientifici in contrasto con la chiusura mentale dell'epoca, cresciuto da una madre strega e da un padre inquisitore e che per questo ha scelto, dunque, di allontanarsi dalla via di entrambi. Giunto a Sleepy Hollow, paese dove un cavaliere senza testa decapita le persone apparentemente senza un perché, Ichabod dovrà capire il modus operandi dell'assassino ricercando nell'eredità materna la soluzione al caso, superando una metodologia scientifica che rischia di renderlo ottuso come il padre che ha rinnegato, cieco di fronte all'evidenza dei fatti.


Attorno a Ichabod si muovono una ridda di personaggi interessanti benché archetipici, tutti esponenti di spicco della comunità di Sleepy Hollow, e il motore della storia, nonché calamita dell'attenzione dello spettatore, è proprio capire cosa abbiano fatto questi uomini (e donne, e bambini) irreprensibili per meritarsi le ire del cavaliere senza testa; quest'ultimo è incarnazione dell'orrore più cupo, terrificante sia da vivo che da morto, accompagnato in ogni suo arrivo da elementi inquietanti quali fulmini, spaventapasseri in stile The Nightmare Before Christmas, buio improvviso e rospi che gracidano all'interno dei ponti in omaggio al già citato Le avventure di Ichabod e Mister Toad, peraltro citato in un'intera sequenza. L'influsso nefasto del cavaliere su Sleepy Hollow è così preponderante che persino la fotografia del film è virata nei freddi toni del blu per tutto il tempo in cui il fantasma spadroneggia tenendo in scacco il povero Ichabod e gli unici momenti in cui questo velo di nebbia si solleva, lasciando spazio a colori più tenui e delicati, sono i flashback onirici del protagonista, imperniati su un'eterea Lisa Marie e sul suo terribile destino. Come ho scritto più sopra, questo film vede un Burton ancora assai ispirato, gradevole citazionista di se stesso come potranno notare i fan più accaniti, sottilmente crudele e perfettamente a suo agio non solo con i suoi attori feticcio ma anche con la crema dei caratteristi inglesi e americani. Se è vero, infatti, che Johnny Depp è un Ichabod assai divertente nel suo essere perennemente teso come una corda di violino e talmente gentleman che sembra quasi di vederlo camminare con una scopa nel c***, a rimanere particolarmente impressi sono i laidi, infidi personaggi interpretati da Michael Gambon, Jeffrey Jones e compagnia cantante, per non parlare di un Christopher Walken genuinamente terrificante che, sul finale, non avrebbe sfigurato all'interno del Dracula di Coppola. A tal proposito, c'è un altro personaggio assai interessante sul quale si potrebbe ricamare un po' ma qui si finirebbe nel campo dello spoiler e, benché immagino che tutti abbiate visto Il mistero di Sleepy Hollow, non è il caso. Se invece non l'avete ancora visto, recuperatelo subito!!


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Johnny Depp (Ichabod Crane), Christina Ricci (Katrina Van Tassel), Michael Gambon (Baltus Van Tassel), Jeffrey Jones (Reverendo Steenwyck), Richard Griffiths (Magistrato Philipse), Michael Gough (Notaio Hardenbrook), Christopher Walken (il cavaliere), Miranda Richardson (Lady Van Tassel), Lisa Marie (Lady Crane), Christopher Lee (Borgomastro) e Martin Landau (non accreditato, Peter Van Garrett) li trovate invece ai rispettivi link.

Casper Van Dien interpreta Brom Van Brunt. Americano, lo ricordo per film come Starship Troopers - Fanteria dello spazio e Python - Spirali di paura, inoltre ha partecipato a serie quali Bayside School, Beverly Hills 90210 e Monk. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 50 anni e otto film in uscita.


Winona Ryder ha rifiutato il ruolo di Katrina, finito così a Christina Ricci, che Depp conosceva da quando l'attrice aveva 9 anni; per il ruolo di Ichabod Crane, invece, erano stati fatti i nomi di Brad Pitt, Daniel Day-Lewis e Liam Neeson e, addirittura, si dice che il Cavaliere senza testa era stato proposto a Marlon Brando. Detto questo, se Il mistero di Sleepy Hollow vi fosse piaciuto consiglio il recupero di Le avventure di Ichabod e Mister Toad, From Hell, La sposa cadavere e magari anche qualche film della Hammer. ENJOY!

domenica 2 dicembre 2018

Bohemian Rhapsody (2018)

Era uno dei film più attesi del 2018 quindi appena è uscito mi sono fiondata a vedere Bohemian Rhapsody, diretto (quasi tutto) dal regista Bryan Singer.


Trama: ascesa e caduta di Freddie Mercury, frontman dei Queen, dagli esordi alla partecipazione al Live Aid.


La solita, ignorante premessa vuole che io i Queen li avessi conosciuti solo alle medie grazie a San Toto che aveva il Greatest Hits II contenente l'adorata Innuendo e che avessi consumato la cassetta a furia di ascoltarlo. Lo stesso anno acquistai il Live at Wembley '86 come regalo di Natale per la mamma e lì mi innamorai di Bohemian Rhapsody, canzone che da il titolo al film di Singer e probabilmente uno dei brani più belli mai realizzati non solo dai Queen ma da qualsiasi altra band, nonché una delle mie canzoni preferite. La mia storia con Mercury & co. finisce qui, nel senso che non sono mai stata una fan sfegatata del gruppo: se in radio passano le loro canzoni metto il volume al massimo e mi sgolo in maniera ridicola ma, per esempio, chi sapeva che Freddie Mercury avesse avuto una fidanzata? Io credevo si fosse sempre palesato come gay. Rammentavo, vagamente, che avesse intrapreso una carriera da solista ma non avevo idea avesse rotto con i Queen (e in effetti questa è, se non ho capito male, una delle tante "libertà" che si sono presi gli sceneggiatori, chè a quanto pare l'idea di prendersi una pausa era stata comune, non solo di Freddie Mercury). E d'altronde, io sono sempre stata Madonnara accanita fin dall'età di 8 anni e quando c'è stato il Live Aid ne avevo solo 4, quindi la storia dei Queen l'ho saltata a pié pari. E' dunque con animo abbastanza libero da pregiudizi e speranze che mi sono recata al cinema a vedere Bohemian Rhapsody, forse per questo l'ho apprezzato più di tanti altri che lo hanno demolito, riuscendone a scorgere pregi e difetti senza esagerazioni da una parte o dall'altra. Cominciamo dagli ultimi, così ci togliamo il dente. Bohemian Rhapsody è MOLTO melodrammatico, parecchio distaccato dagli eventi reali e segue una precisa traccia di ascesa-caduta-risalita tipica del 90% dei film a tema musicale/sportivo, inoltre è anche troppo concentrato sulla sfera sentimentale di Mercury, dipinto come un fragile ragazzetto isterico terrorizzato dalla solitudine a causa delle sue origini etniche (parsi, figlio di genitori zoroastriani e nato a Zanzibar come Farrokh Bulsara) e dal suo orientamento sessuale; si sottolinea nel film il suo rapporto al limite del morboso con la fidanzata Mary Austin, amica indispensabile fino alla fine, e l'influenza negativa del manager Paul Prenter, dipinto come un depravato mostro gay e quasi come l'unico agente della caduta del cantante, un uomo privo di scrupoli che ha contribuito a costruire attorno a Mercury la cappa di solitudine che lo ha portato agli eccessi e infine alla morte. Insomma, la trama di Bohemian Rhapsody da questo punto di vista è molto tranchant e zeppa di personaggi 100% positivi (i membri dei Queen, la Famiglia per eccellenza, dotati di ogni pregio e di qualche trascurabile difetto) o negativi, senza tonalità di grigio in mezzo, il che rende la vita di Mercury anche troppo romanzata.


Gli aspetti positivi sono invece la resa favolosa della pura energia che ha animato i Queen fin dai loro esordi. La ricostruzione della nascita del gruppo e di alcuni dei loro pezzi più famosi, come la pluricitata Bohemian Rhapsody, We Will Rock You, Another One Bites the Dust e molte altre, danno proprio l'idea del sacro fervore che muoveva Mercury, May e compagnia, musicisti con la M maiuscola desiderosi di sperimentare, di farsi ricordare, di divertirsi, di lasciare il segno nel mondo della musica. Anche lì, sicuramente l'interazione tra i vari membri del gruppo è molto romanzata e ognuno di essi è caratterizzato in modo anche troppo netto (Freddie è il genio sregolato, Brian May il paciere, Roger Taylor la testa calda fondamentalmente buona, John Deacon il bassista carismatico che sta in silenzio ma apporta un contributo inestimabile) ma se non altro riesce a creare momenti di divertimento ed esaltazione puri, senza contare che ascoltare le canzoni dei Queen e veder rivivere su schermo alcune delle loro performance migliori fa salire brividi di emozione lungo la schiena. Soprattutto, Rami Malek ha catturato alla perfezione i movimenti, i tic, i tratti salienti delle performance di Freddie Mercury, tanto che vedere l'attore saltare e cantare sul  palco fa venire la folle idea di avere davanti il cantante redivivo, benché la voce non sia la sua ma un mix di quella di Mercury, dello stesso Malek e di un altro cantante canadese (magie della tecnologia!), e addirittura i suoi degni compari Gwilym Lee, Ben Hardy e Joseph Mazzello sono anche più credibili del protagonista. In verità, l'unico difetto di Rami Malek è quella terrificante protesi dentale unita ad eccessiva magrezza che, soprattutto all'inizio, lo fanno somigliare più a Michael Jackson che a Freddie Mercury e non rendono giustizia alla bellezza di quest'ultimo, gradevole d'aspetto anche da giovane. Se a tutti i pregi aggiungete il meraviglioso cameo di Mike Myers, l'uomo che ha rilanciato Bohemian Rhapsody rendendola il momento clou del suo Fusi di testa, costretto a vestire i panni di chi ha rifiutato di riconoscere la bellezza di quel grandissimo capolavoro... beh, capirete che, nonostante i suoi difetti innegabili, il film di Singer mi è piaciuto parecchio. Non da applausi finali, che molti hanno tributato nella sala dove ho guardato Bohemian Rhapsody, ma comunque da vedere almeno una volta, anche solo per deprimersi all'idea di aver avuto 4 anni il giorno del Live Aid!


Del regista Bryan Singer ho già parlato QUI. Lucy Boynton (Mary Austin), Aidan Gillen (John Reid) e Mike Myers (Ben Foster) li trovate invece ai rispettivi link.

Rami Malek interpreta Freddie Mercury. Americano, ha partecipato a film come Una notte al museo, Una notte al museo 2 - La fuga, The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte II, The Master, Il sangue di Cristo, Notte al museo - Il segreto del faraone e a serie quali Una mamma per amica, Medium, 24 e Mr. Robot; come doppiatore, ha lavorato in Bojack Horseman. Anche produttore, ha 37 anni e un film in uscita.


Joseph Mazzello, che interpreta John Deacon, era il piccolo Tim di Jurassic Park. Il protagonista del film avrebbe dovuto essere Sacha Baron Coen (con Stephen Frears alla regia) ma sia Brian May che Roger Taylor hanno messo il veto sia alla sua presenza sia allo script precedente questo, che si concentrava quasi esclusivamente su Freddie Mercury e sui suoi scandali sessuali. Non che le riprese di Bohemian Rhapsody siano state meno difficili: verso la fine Bryan Singer è stato licenziato per le continue assenze e il film è stato finito e seguito in post-produzione da Dexter Fletcher, benché non accreditato. Detto questo, se Bohemian Rhapsody vi fosse piaciuto recuperate Fusi di testa. ENJOY!

venerdì 30 novembre 2018

Patrick (1978)

Nei mesi scorsi ho fatto un po' di acquisti su varie bancarelle dell'usato e tra questi c'era anche il DVD di Patrick, diretto nel 1978 dal regista Richard Franklin.


Trama: Patrick, ragazzo in coma da tre anni, comincia a mostrare inquietanti poteri psicocinetici...



Patrick è uno di quei film di cui ricordavo bene la copertina dai tempi del vecchio videonoleggio albisolese ma al quale non mi ero mai avvicinata. Sulla custodia del DVD che ho acquistato, come anche sulla vecchia videocassetta che ricordo, spicca lo sguardo vitreo ed inquietante dell'attore Robert Thompson, i cui occhi tondi e spalancati perseguitano lo spettatore per l'intera durata della pellicola e sono, probabilmente, la scelta più azzeccata effettuata dal regista Richard Franklin. La presenza di Patrick, corpo morto attaccato a dei fili, è costante e non può essere ignorata, sia quando la cinepresa va ad indugiare sul suo volto bloccato nel letto di degenza, sia quando i protagonisti sono altrove, perché quello sguardo maligno pare seguirli anche in luoghi apparentemente sicuri come appartamenti e ville, quasi Patrick fosse onnisciente. Mal incoglie, ovviamente, alla povera infermiera Kathy, arrivata nella clinica dov'è ricoverato Patrick per fuggire da un matrimonio insoddisfacente e subito messa a guardia della famigerata "camera 15", dove le finestre si spalancano da sole e dove la capo infermiera non ha il coraggio di entrare. Patrick, come da copione, si incapriccia della bella infermiera e lì cominciano i guai per lei e per i suoi due spasimanti (marito in odore di divorzio vs ricco medico buono giusto per una scappatella), frutto di una condizione sentimentale ed esistenziale a dir poco caotica; più che triangolo, quello raffigurato nel film è un quadrangolo che rende il tutto ancora più morbosetto, poiché Kathy si compiace del suo essere indispensabile al benessere di Patrick e anche del segreto che si ritrovano a condividere allorché il ragazzo in coma comincia a comunicare (via sputi "tarantiniani" e macchine da scrivere possedute) solo con lei.


Incurante fino all'ultimo del pericolo insito non solo nei poteri di Patrick ma anche nella sua psiche malata, Kathy declassa i suoi atti criminali a semplici dispetti e fa di tutto per rendere la libertà e la dignità a una persona che, in fin dei conti, ha assassinato la propria madre per edipica gelosia e ciò rende difficile per lo spettatore definire buona parte dei protagonisti del film come "buoni" o "cattivi", il titolare in primis: Patrick è palesemente una creatura disturbata e pericolosa, eppure l'infermiera capo e il dottore che l'ha in cura sono deprecabili quanto lui in quanto privi di pietà e scrupoli. L'ambiguità morale di Patrick e dei suoi protagonisti è una costante del film, che inquieta quasi più in virtù di essa che del suo aspetto sovrannaturale. Sinceramente, devo dire infatti che il film di Richard Franklin colpisce più per i dialoghi e per le situazioni che vengono mostrate piuttosto che per "cosa" viene mostrato; tra gli argomenti trattati nel film fanno capolino infatti perversioni più o meno sviscerate e problemi etici quali la necessità di mantenere in vita un assassino, cosa che porta a mettere persino in discussione l'esistenza di un Dio che permette agli uomini di ridursi come vegetali, tenuti in vita dalle macchine. Detto questo, nonostante il basso budget col quale è stato realizzato, percepibile non solo dallo scarso utilizzo di effetti speciali ma anche dalla presenza delle stesse tre/quattro location, Patrick gode di una buona regia e di interpreti magari non eccelsi ma comunque validi se rapportati alla qualità effettiva del film, il che rende la pellicola di Franklin un prodotto interessante, da recuperare almeno una volta nella vita anche se nella versione italiana ci sono le musiche di riciclo dei Goblin.


Del regista Richard Franklin ho già parlato QUI.

Richard Franklin ed Everett De Roche avevano già scritto un sequel del film, intitolato Patrick II: The Man Who Wasn't There, che tuttavia non è mai stato girato. In compenso, esistono un seguito non ufficiale italiano, dal titolo Patrick vive ancora, e un remake omonimo del 2013. Se Patrick vi fosse piaciuto, recuperateli entrambi e aggiungete Carrie - Lo sguardo di Satana, Fenomeni paranormali incontrollabili, Scanners e La zona morta. ENJOY!


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