mercoledì 13 maggio 2026

Honey Bunch (2025)

Passata la febbre da Oscar mi sono dedicata al recupero di un paio di uscite horror che avevo lasciato indietro. Una di queste è Honey Bunch, diretto e sceneggiato nel 2025 dai registi Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer.


Trama: Diana, reduce da un grave incidente, viene portata dal marito Homer in una clinica sperimentale che promette di guarirla in pochi giorni. Non passa molto tempo prima che la donna capisca che qualcosa non va...


Siccome sono una persona molto profonda, avevo puntato Honey Bunch perché avevo visto, nel cast, il nome di quel figo illegale di Jason Isaacs. Non ricordavo, infatti, di avere già visto un film realizzato da Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer, anche se i loro nomi mi sembravano familiari, ed è solo cercando informazioni su Honey Bunch dopo la visione che ho realizzato: gli autori sono gli stessi di Violation, angosciante riflessione sulla violenza sessuale e la percezione della stessa, una visione potente ma anche molto, molto deprimente. Honey Bunch non raggiunge, per fortuna, quei livelli di angoscia e orrore, ma non è una visione leggera. Come spesso accade negli ultimi tempi, Honey Bunch decostruisce un rapporto di coppia apparentemente idilliaco, un legame che ha subito una ferita tremenda nel momento in cui Diana ha avuto un incidente d'auto, perdendo parte delle funzioni motorie e dei ricordi precedenti alla tragedia. Accompagnata dal marito Homer, Diana si affida alle cure di una clinica in mezzo alla campagna, la cui fondatrice promette di rimetterla in sesto in pochissimi giorni, attraverso un metodo rivoluzionario. Come sempre accade negli horror, le cure miracolose non sono mai a buon mercato e, ancor peggio, i metodi rivoluzionari nascondono realtà aberranti; nel caso di Honey Bunch, tutto ciò si unisce al discorso sull'amore e come viene vissuto e percepito, soprattutto nel momento in cui una metà della coppia si "rompe". Quand'è che l'amore totalizzante si trasforma in egoismo? E' giusto prendere decisioni all'insaputa dell'altro, arroccati nella cieca convinzione che sia "per il suo bene"? E' giusto, anche, annullarsi totalmente per amore, rinunciando a tutto ciò che non pertiene alla sfera di coppia? Sono queste le domande scomode che pone Honey Bunch, senza ovviamente dare una risposta chiara ed univoca, anche perché il punto di vista adottato è quello di Diana, una donna che non può più fidarsi dei suoi ricordi e delle sue percezioni. Diana è malata, e può solo lasciare che gli altri prendano le decisioni per lei senza metterla a parte, per riserbo o chissà per quale altro motivo. Quando la cura comincia a renderla ancora più confusa, e a trasformare la realtà che la circonda con flash da incubo, Diana inizia a percepire che qualcosa non va e smette di fidarsi, mettendo in discussione anche chi pensava di conoscere bene.


Lentamente, attraverso pochi dialoghi e molti flashback alternati a sprazzi di visioni, inquadrature di sguardi e gesti fugaci, uniti al setting perfetto di una magione isolata, circondata da foresta, pericolose scarpate e giardini misteriosi, Honey Bunch costruisce un'atmosfera di paranoia crescente, che culmina in un finale weird e violento, ben poco rassicurante. Lo stile di Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer ricorda quello degli horror europei anni '70 (di fatto, il film è ambientato in quegli anni), caratterizzati dal contrasto tra una fotografia morbida e flash di violenza surreale, che si fondono fino a confondersi e annullare ogni parvenza di realismo. Fa molto anche la colonna sonora particolare, caratterizzata da echi vintage che mi hanno ricordato tantissimo i brani più riusciti di Pino Donaggio, con quei suoni dissonanti che accompagnano movimenti di macchina improvvisi e rivelatori. Per quanto riguarda gli attori, purtroppo partivo svantaggiata dall'aver visto l'irritante Tito e qualcosa, di quel film, mi dev'essere rimasto, perché ho provato spesso fastidio durante le interazioni tra Diana e Homer. Per carità, Grace Glowicki e Ben Petrie sono bravissimi e, in quanto compagni nella vita vera, sono anche piuttosto naturali e verosimili, ma interpretano due personaggi con i quali, nonostante tutto, non sono mai riuscita ad empatizzare fino in fondo e verso i quali ho provato, fin dall'inizio, un'inspiegabile diffidenza. Molto meglio Jason Isaacs, Julian Richings e Kate Dickie, facce "rassicuranti" che, se non altro, so come gestire e alle quali vorrò sempre bene, anche quando interpretano personaggi discutibili o inquietanti. In conclusione, Honey Bunch è un horror che tratta con originalità e piglio artistico un argomento già battuto altre volte; non è un'opera facile ed immediata e, probabilmente, servirebbe una seconda visione "col senno di poi" per carpirne appieno le sfumature ma, anche così, è un film che consiglio (poi magari provate anche Tito, eh. Giusto per capire se ha fatto schifo solo a me)!


Dei registi e sceneggiatori Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer ho già parlato QUIJulian Richings (Delwyn), Kate Dickie (Farah) e Jason Isaacs (Joseph) li trovate invece ai rispettivi link.


Grace Glowicki
, che interpreta Diana, è la regista, sceneggiatrice ed interprete di Tito, una delle visioni più pesanti dei vari Torino Film Festival, che vedeva tra i protagonisti anche Ben Petrie, il compagno della Glowicki, che in Honey Bunch interpreta Homer. ENJOY!

martedì 12 maggio 2026

Bolle di recensioni: Mortal Kombat (2021) e Mortal Kombat II (2026)

Attirata da un paio di trailer e dalla presenza di Karl Urban, ho deciso di andare a vedere Mortal Kombat II e, qualche giorno prima, ho recuperato il prequel Mortal Kombat, film del 2021 che, chissà perché, era sfuggito ai miei radar. Siccome Mortal Kombat l'ho guardato ormai più di una settimana fa, senza mai avere il tempo di scrivere qualcosa in merito, e siccome nessuno dei due film è proprio quel che si dice un capolavoro su cui elucubrare più di tanto, mi sembrava doveroso accorpare due mini-post nella rubrica Bolle di recensioni. ENJOY!


Mortal Kombat
(Simon McQuoid, 2021)

Probabilmente questo me l'ero perso perché sono sempre stata una bimba di Street Fighter, più che di Mortal Kombat. Ma da nerd un po' a tutto campo, nonché figlia degli anni '80-'90, conoscevo buona parte dei personaggi del videogame e la natura gradevolmente splatter dell'opera videoludica, culminante nelle iconiche "Fatality". Il primo Mortal Kombat introduce l'idea di un torneo da disputare tra vari mondi in lotta tra loro, con una serie di prescelti portatori di un marchio particolare che vengono chiamati per combattere in duelli all'ultimo sangue. Qualora un regno dovesse vincere il torneo per dieci volte di fila, questo avrebbe la possibilità di sottomettere il regno perdente; in questo caso, il rischio è che la Terra venga conquistata dal Regno Esterno, già a nove vittorie. La cosa esilarante di Mortal Kombat è il modo in cui il Regno Esterno ami vincere facile, nel senso che la tattica è quella di uccidere i prescelti prima ancora che sappiano dell'esistenza del torneo. Ciò consente agli sceneggiatori di presentare vari personaggi del videogame nei panni di malvagi tout court, mostri pronti ad uccidere gli ignari guerrieri terrestri radunati dal dio del fulmine Raiden, il tutto attraverso il punto di vista del protagonista Cole Young, il Goku/Pegasus della situazione che, nonostante sia dotato di un potere inimmaginabile, non ha la più pallida idea di come utilizzarlo. Diciamo che Cole è anche il personaggio meno interessante (una sorta di uomo d'ottone Bautistiano che non ha neppure un'oncia del carisma di tutti i vari Sub-Zero, Skorpion, Raiden, Mileena, Shang Tsung e, ovviamente, Kano, il jolly impazzito del mucchio e il comprimario meglio scritto, o comunque il più divertente) e, non fosse per le notevoli dosi di splatter e violenza mutuate, giustamente, dalla natura stessa del videogioco, seguire le sue prevedibili vicende sarebbe una noia pazzesca. Tutto sommato, il film poteva venire meglio ma poteva anche venire peggio, considerato che Simon McQuoid era alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa; il montaggio e la resa dei vari combattimenti è un po' rozza e poco fluida, con parecchie magagne coperte da abbondanti dosi di CGI (che, fortunatamente, mi sono risparmiata al cinema o temo mi sarebbero esplosi gli occhi, altro che Fatality), le scene drammatiche di raccordo sono cheesy quanto un puff al formaggio, e la maggior parte degli attori occidentali dovrebbe andare a zappare la terra, però è anche vero che basta un "Kano wins", un "get over here!" e quella zamarrata di canzone infilata nei titoli di coda per far tornare istantaneamente il buonumore. E di sicuro è un film perfetto per farsi venire voglia di rispolverare qualsivoglia versione di Mortal Kombat abbiate in casa e rimettervi a giocare.

Curiosità: Il film era stato inizialmente classificato come NC-17 e il regista ha dovuto tagliare parecchie scene di violenza estrema per ottenere l'R-rating. Il Mortal Kombat di Paul W.S. Anderson, per inciso, era stato realizzato per l'R-rating ed era stato completamente stravolto per ottenere il PG-13.


Mortal Kombat II
(Simon McQuoid, 2026)

Sembra che qualcuno, all'epoca, si fosse lamentato di almeno due enormi difetti in Mortal Kombat: il fatto che il torneo non venisse mai disputato e l'assenza di Johnny Cage. Cinque anni dopo, Simon McQuoid ha dato al pubblico quello che voleva e ci ha aggiunto anche Kitana coi suoi ventagli, assieme a un paio di altri personaggi assai pittoreschi presenti nel videogioco. Salvo per un paio di cadute di ritmo, in particolare all'inizio, non mi sono pentita di essere andata a vedere Mortal Kombat II al cinema. Intanto, il film usa uno sporchissimo barbatrucco per far tornare il mio adorato Kano e ribadire la natura profondamente malvagia e paracula del Regno Esterno (nel primo film ammazzavano i prescelti prima che ne avessero consapevolezza, qui usano direttamente una pietra che rende immortali, quando non sono impegnati nella sottile arte della necromanzia). Inoltre, i riflettori vengono spostati da quel mollo di Cole a Johhny Cage il quale, pur seguendo un percorso di presa di coscienza assai simile, ha una personalità strabordante che non ci mette molto ad offuscare quella di tutti gli altri comprimari, forse anche più anonimi del film precedente. Sarà che adoro Karl Urban, ma non l'ho trovato un male. Quanto al Mortal Kombat in sé, mi pare si sia data un'accelerata alle scene gore e violente, con almeno un paio di morti decisamente sorprendenti ed "esagerate", accompagnate dall'utilizzo di ambienti familiari ai giocatori del franchise, ma la sensazione è sempre quella di avere davanti scene di lotta realizzate col minimo sindacale di sapienza e tecnica, annegate nella CGI per stordire lo spettatore. Non so se è perché gli stessi realizzatori e produttori ci credono poco, sta di fatto che Mortal Kombat II si conclude in modo "neutro", con l'assist per un eventuale terzo film che, qualora non venisse mai girato, non lascerebbe comunque lo spettatore con l'amaro in bocca per una storia monca, come potrebbe succedere, per esempio, nel caso di Five Nights at Freddy's. Per quanto mi riguarda, se Josh Lawson tornerà nei panni di Kano sarò della partita, ed esigo anche, tra i doppiatori italiani, la presenza di Haruhiko Yamanouchi, anche se avrò sempre paura che Skorpion voglia vendere una Suzuki a Sub-Zero prima di fargli una Fatality.

Curiosità: Ed Boon, co-creatore della serie di videogiochi, compare nei panni del barista Ed.

venerdì 8 maggio 2026

2026 Horror Challenge: Bloodthirsty (2020)

La challenge horror, questa settimana, chiedeva un horror diretto da una donna. In watchlist, non so perché, avevo Bloodthirsty, diretto nel 2020 dalla regista Amelia Moses, così ne ho approfittato per guardarlo.


Trama: una cantante in crisi d'ispirazione e vittima di allucinazioni viene contattata da un produttore discografico, che si offre di aiutarla a realizzare il nuovo disco. Nella casa del produttore, però, le condizioni mentali della ragazza peggiorano ulteriormente...


Di sicuro l'ho già scritto molte volte, ma lo ripeto: è assai difficile che un film sui licantropi mi entusiasmi e, nell'eterna lotta tra le due tipologie di mostri, il mio amore andrà sempre ai vampiri. Non deve stupire, dunque, che io abbia trovato Bloodthirsty un film come tanti, senza infamia né lode, al limite reso ancora meno interessante da una trama che segue cliché assai banali, senza reinventare granché. Bloodthirsty racconta la storia di Grey, cantante in crisi d'ispirazione che, dopo un primo album di successo, vive nell'ansia che la sua seconda opera venga stroncata dalla critica. All'incertezza per il futuro della carriera si aggiungono terrificanti allucinazioni durante le quali Grey si vede mutare in una bestia assetata di sangue, visioni che si fondono con la realtà e la portano a dubitare non solo di se stessa, ma anche di tutto ciò che la circonda. Nel bel mezzo della crisi, arriva la proposta di Vaughn, famoso produttore discografico con un passato oscuro, che invita Grey e la sua fidanzata a trasferirsi nella sua villa in mezzo ai boschi per registrare il nuovo disco. Nonostante i dubbi iniziali, legati principalmente ad un'accusa di omicidio da cui Vaughn è stato assolto, l'approccio del produttore funziona e a Grey comincia a tornare l'ispirazione; assieme ad essa, però, arrivano cambiamenti importanti nella psiche della ragazza, qualcosa che la spinge ad abbracciare sempre più la violenza sanguinosa delle sue visioni per "liberarsi" delle costrizioni morali e sociali. Come facilmente intuibile, Bloodthirsty è l'ennesima storia che racconta il connubio tra la natura "maledetta" di un artista e la sua arte. Grey non riesce più a cantare né suonare perché si costringe a rinnegare ciò che si nasconde in lei, indossando una facciata di ragazza perbene, gentile e remissiva; le allucinazioni sono lo sfogo di un retaggio rimosso, sepolto in profondità, e il metodo di Vaughn consiste nell'indurre Grey ad accettare il suo lato mostruoso, rendendo di conseguenza le sue canzoni e la sua musica più "vere". Siccome Bloodthirsty è un horror, e nemmeno dei più sottili, il discorso non è solo metaforico, e la progressiva presa di coscienza di Grey rischia di mettere in pericolo lei e la sua fidanzata, anche perché Vaughn ha un secondo fine intuibile praticamente al quinto minuto di film, se vogliamo essere generosi.


L'aspetto che mi ha un po' perplessa di Bloodthirsty, al di là di uno svolgimento prevedibile e di una messa in scena che lascia abbastanza tiepidi anche nelle sequenze più horror (dove la regista tende a preferire un blando schifo all'inquietudine, soprattutto per eventuali spettatori vegetariani o vegani ma, ripeto, niente che non si sia già visto, reso in maniera molto più disgustosa, in miliardi di altri film simili) è il fatto che le canzoni di Grey siano talmente gnegne da far venire il latte alle ginocchia. L'evoluzione del suo stile, il cambiamento, lo percepiscono solo i personaggi: salvo per l'aggiunta di qualche immagine "forte" nei testi ("God is a fascist", per dire, che fa inorridire la fidanzata) e una maggiore confidenza nell'esecuzione, Grey rimane una di quelle cantautrici pop che miagolano intristite dall'amore e dalla vita, con tutto il rispetto per la giovane Lowell che ha partecipato alla colonna sonora del film e lo ha co-sceneggiato, probabilmente inserendo qui e là alcuni aspetti autobiografici. Da un film sui licantropi avrei voluto una roba più punk e grezza rispetto a questa ode alle ballad indie ma, ovviamente, è solo gusto personale. Fortunatamente, almeno la protagonista, Lauren Beatty, ha un aspetto particolare e distante dalle bellezze un po' plasticose e tutte uguali del cinema di genere commerciale, così che il ritratto di una cantante in bilico tra la fama e il ritorno all'anonimato risulti più verosimile; inoltre, alcune caratteristiche del viso della Beatty sono già di loro "ferine" e ciò aiuta molto la transizione nelle varie fasi del make-up atto a trasformarla in mostro sul finale. Non posso però spendere le stesse parole di elogio per il resto del cast, fatto di attori anonimi ed inespressivi, con quella breve comparsa di Michael Ironside messo lì a mo' di nume tutelare di un'operazione che rischia di non entusiasmare nemmeno i suoi fan più accaniti. Non penso di avervi incuriosito col mio post ma, nel caso, trovate Bloodthirsty sui canali Midnight Factory o, ancora meglio, gratis su Tubi, se avete una VPN.    


Di Michael Ironside, che interpreta il dottor Swan, ho già parlato QUI.

Amelia Moses è la regista del film. Canadese, anche sceneggiatrice e produttrice, ha diretto altri film come Bleed with Me e Guess Who.


Lauren Beatty i
nterpreta Grey. Canadese, anche regista, sceneggiatrice, compositrice e cantante, ha partecipato a film come Pay the Ghost, Saw: Legacy e Bleed with Me


Greg Bryk
interpreta Vaughn Daniels. Canadese, ha partecipato a film come A History of Violence, L'incredibile Hulk, Saw V - Non crederai ai tuoi occhi, RED, Saw 3D - Il capitolo finale, Rabid e a serie quali Relic Hunter e Channel Zero. Anche produttore e doppiatore, ha 54 anni e due film in uscita. 


Se vi piacciono le tematiche di Bloodthirsty, due film molto più riusciti da recuperare sono Raw e Ginger Snaps. ENJOY!


mercoledì 6 maggio 2026

Undertone (2025)

Uno degli horror più chiacchierati nella mia sfera di appassionati del genere era Undertone, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Ian Tuason, quindi ho cercato di guardarlo appena possibile.


Trama: Evy, che vive con la madre costretta a letto da una malattia terminale, ha come unico sollievo il podcast a tema sovrannaturale condiviso con l'amico Justin. I due rimangono però coinvolti in una serie di eventi sempre più inquietanti, dopo avere riprodotto alcuni file audio arrivati da una mail anonima...


Mi avevano sconsigliato di guardare Undertone da sola e di sera, ma l'ho fatto lo stesso. Il risultato è stato di dovere sospendere la visione almeno un paio di volte per fare il giro del mio piccolo appartamento e accendere le luci laddove non vi fosse la possibilità di chiudere le porte, come per esempio in corridoio, e anche così ho vissuto momenti di panico a seguito di un paio di rumori misteriosi, probabilmente causati dalla gatta Makiki che si sistemava sulla sedia da lavoro di Mirco. So bene che la paura è qualcosa di puramente soggettivo, ma con me Undertone è stato efficacissimo per un motivo, che poi è lo stesso che mi porta ad essere terrorizzata ogni volta che leggo La nonna di Stephen King. Probabilmente, anche ad Ian Tuason sarà capitato, da bambino, di rimanere solo in casa per periodi brevi, e di aver provato, in quei frangenti, una paura talmente grande da trasformare i secondi in minuti e i minuti in ore, a causa di una fantasia smisurata che vedeva mostri in ogni ombra. Io ancora oggi faccio incubi vividissimi sulla mia vecchia casa d'infanzia (per inciso, un semplice appartamento di 5 stanze e un corridoio), dove la cucina era l'unico "porto franco", a patto di non dare mai le spalle al buio del corridoio, luogo su cui si aprivano quattro vani apparentemente vuoti e sicuri, ma mica detto. Nei miei incubi, da quelle stanze arrivano voci che non possono essere semplici rumori o allucinazioni auditive, e si accendono all'improvviso delle luci; l'unica cosa che mi resta da fare, in quei momenti di terrificante consapevolezza, è scegliere tra rimanere immobile in cucina, ad aspettare l'inevitabile col cuore in gola, oppure aprire la porta-finestra che dà sul terrazzo, e da lì tentare di calarmi giù dal balcone, confidando in un atterraggio morbido dal secondo piano. A fronte di questi terrori che mi porto dietro dall'infanzia, Undertone è stato agghiacciante perché, per buona parte del film, Evy è seduta a un tavolo, indossa un paio di cuffie che la isolano dal mondo esterno, e dà le spalle a un corridoio buio su cui si affaccia la scala che porta al piano di sopra, dove sua madre sta morendo per una malattia incurabile. Tutto il resto, compreso il difficile rapporto con una fede cattolica inculcata dalla madre, il senso di colpa per avere evitato ogni tipo di legame affettivo con la donna fino all'insorgere della malattia, l'angoscia derivante dall'essere rimasta incinta di un uomo impreparato a gestire qualsiasi tipo di responsabilità e la conseguente, comprensibile paura di non essere in grado di fare la madre, il podcast come unico punto fermo in cui indossare la maschera di un "personaggio" (Evy la scettica contro il credulone Justin) così da mantenere un minimo di stabilità emotiva, persino la natura del demone, direttamente collegata a tutto questo disagio, per me è passato in secondo piano.  


Ian Tuason
, al suo primo lungometraggio, mostra una padronanza nella gestione degli spazi e del sonoro che ha dell'incredibile. Intanto, buona parte dell'inquietudine di Undertone proviene da ciò che si sente nelle cuffie di Evy. Appena la ragazza le indossa, i rumori esterni vengono tagliati fuori e il suo universo diventa ciò che viene riprodotto o registrato in funzione del podcast, tutte cose ovviamente terrificanti già da sole, visto che Undertone è un found footage audio, il cui scheletro sono dieci file .wav che raccontano una storia di invasione/possessione demoniaca sempre più angosciante. Succede però che le sensazioni provate da Evy mentre indossa le cuffie si riversino nella realtà esterna; quando le toglie, ciò che ha ascoltato sembra riverberare intorno a lei, non c'è quello stacco netto che invece si nota nel momento in cui si mette al computer. La consapevolezza che Evy non possa sentire quel che accade appena dietro di lei, o al piano di sopra dove giace sua madre, alimenta la forza delle riprese di Tuason il quale, maledetto lui, o rinchiude la bravissima Nina Kiri all'interno di inquadrature ridotte, magari mostrando solo alcuni dettagli come le mani o un primo piano del volto, oppure la mostra seduta al tavolo a figura intera, ma sul lato destro dello schermo: l'attenzione della macchina da presa, in quei casi, è tutta per ciò che sta dietro la porta aperta alla sua sinistra, l'abisso insondabile del corridoio buio, delle scale che portano al piano di sopra. L'attesa che da lì arrivi "qualcosa", non necessariamente ad attaccare Evy, ma anche "solo" a manifestare la sua presenza, è l'aspetto di Undertone che me lo ha reso così insostenibile, assieme ai tanti dettagli inquietanti legati ad oggetti di uso quotidiano, che nella mente dello spettatore diventano potenziali veicoli di un orrore demoniaco senza pietà né remore. Il finale di Undertone, chiassoso e delirante, non funge da valvola di sfogo, bensì è un passo verso una follia generata dal terrore dell'attesa nonché un attentato alle coronarie, e ammetto, per venire incontro alla mia sanità mentale, di non averlo guardato con l'attenzione che avrebbe meritato, bensì con lo sguardo appena rivolto verso il Gatto della fortuna della Lego, situato poco più in basso rispetto al televisore. E' un ottimo trucco che vi consiglio di sfruttare, se vi capiterà di guardare Undertone a casa. Al cinema, dovesse mai uscire in Italia, l'unica soluzione penso sia la solita rete di protezione fatta di dita intrecciate e occhi socchiusi ma non garantisco che sopravviverete alla visione.   

Ian Tuason è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Canadese, è anche produttore.


Adam DiMarco
, la voce di Justin, è il Nicky di Something Very Bad Is Going to Happen. ENJOY!

martedì 5 maggio 2026

Pillion (2025)

Era da qualche tempo che volevo vederlo e, finalmente, sono riuscita a recuperare Pillion, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Harry Lighton a partire dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones.


Trama: Colin è un timido omosessuale che vorrebbe trovare la persona giusta. La sera di Natale viene abbordato da Ray, aitante motociclista, col quale comincia una relazione basata su pratiche BDSM...


Prima di cominciare il post, devo fare una confessione esilarante. Probabilmente perché traviata dal nostro "caro" amico ex senatore, ero convinta che Pillion fosse un nome o, al limite, un cognome. Alla fine del film, col mio compagno di visione, ci siamo guardati e ci siamo chiesti: "Ma quindi, Pillion chi cavolo era?". Ebbene, giusto perché l'ignoranza è uno stile di vita, scopro ora che il termine "pillion" viene utilizzato, in inglese, per indicare il sellino posteriore di una moto, quello del passeggero. E' quindi il posto riservato a Colin, il protagonista del film, il quale si ritrova impegnato in una relazione che gli nega il ruolo di conducente e lo vuole "trasportato" o, per meglio dire, dominato, da Ray. Motociclista misterioso e bellissimo, Ray un giorno dà appuntamento a Colin per una sveltina in un vicolo la notte di Natale. Dopodiché, non si fa sentire per chissà quanto tempo, finché, dopo un po', propone a Colin di andare da lui. E' l'inizio di una lunga relazione BDSM, con Ray come dominatore e Colin impegnato a pulire casa, cucinare e fare la spesa, relegato a dormire sul tappeto della camera da letto, oppure a rimanere in piedi, in silenzio, mentre Ray suona il piano o legge, situazioni alternate ad atti sessuali spesso accompagnati da dolore o umiliazione. Rileggendo le righe che ho scritto, mi rendo conto di quanto sia difficile, per me, non utilizzare termini "di parte", che in qualche modo condannino un tipo di relazione che la mia mentalità percepisce come ingiusta. In realtà, Pillion si mantiene neutro nei giudizi, e racconta a degli spettatori probabilmente ignoranti in materia o comunque impreparati, un modo di relazionarsi (non solo sessualmente) consenziente, con ruoli definiti accettati da entrambe le parti, accompagnato dalla progressiva presa di coscienza di un ragazzo che, nella sottomissione, trova la felicità. Colin, nel corso del film (molto più leggero e divertente rispetto al romanzo da cui è tratto, a quanto ho letto in giro) cresce e impara a gestire una relazione che, anche per chi ha il ruolo di sottomesso, deve essere paritaria e consapevole, con dinamiche passabili di venire temporaneamente sospese se in quel momento la persona coinvolta non è più felice. Viceversa, Ray rimane un mistero, sia per gli spettatori, che per Colin, che per la banda di motociclisti di cui fa parte, un uomo talmente compreso nel suo ruolo di dominatore da trovarsi spaesato ed inerme di fronte ad eventuali atti di "debolezza".


Dovrei leggere Box Hill, ma l'idea che mi sono fatta è che Harry Lighton, anche sceneggiatore, abbia smorzato molto di ciò che viene mostrato nel libro a favore di un'opera più a misura d'ignorante e di un pubblico "generalista", dando in pasto agli spettatori pillole di BDSM accompagnate comunque da aspetti più edificanti, che prevedessero una sorta di chiusura per almeno un personaggio, nonostante il finale aperto. Allo stesso modo, è vero che Pillion non lesina immagini abbastanza esplicite dal punto di vista sessuale, ma l'approccio di Lighton ammorbidisce la natura diretta e persino violenta di certe pratiche, privandole di connotazioni morbose o tragiche, preferendo ricorrere ai cliché della commedia (talvolta romantica, mettendoli alla berlina) o ad atmosfere drammatiche sì, ma mai opprimenti. Di sicuro, un film come Pillion deve avere messo a dura prova gli attori, non solo per via di alcune scene "forti" ma anche per il grado di confidenza, intimità e fiducia richieste dall'interazione tra i personaggi. Alexander Skarsgård, anche fuori dal set, ha sempre dato prova di non essere mai stato un uomo schizzinoso o schivo, forse anche per via delle sue origini scandinave, e comunque ha la fisicità perfetta per interpretare un freddo motociclista, talmente bello da non sembrare nemmeno vero. Chi continua a stupirmi ad ogni film è invece Harry Melling, che compensa un aspetto oggettivamente bruttino, povera stella, con un acume incredibile nella scelta dei ruoli e una rara sensibilità nell'interpretarli. Siccome Pillion segue il punto di vista di Colin, con Ray connotato più come oggetto del desiderio che come protagonista a tutto tondo, Melling ha il non facile compito di trasmettere allo spettatore la percezione di una gioia "differente", la dignità e la realizzazione derivanti da una sottomissione scelta di propria volontà, ben diversi dall'iniziale paura di perdere l'ultima occasione rimasta di stare con qualcuno, soprattutto con un figo come Skarsgård. Non è una cosa facile, perché il rischio di un film come Pillion è che Colin venga percepito come una vittima, ma per quanto mi riguarda l'attore c'è riuscito eccome. Questo è uno dei motivi per cui mi sento di consigliare un film probabilmente non per tutti (in primis per chi ha amato il romanzo, che potrebbe percepire l'adattamento filmico come un tradimento verso la fonte), abbastanza originale e interessante da elevarsi dalla media delle opere recenti, che spesso sottovalutano l'intelligenza dello spettatore e non lo lasciano neppure libero di riflettere. 


Di Harry Melling (Colin) e Alexander Skarsgård (Ray) ho già parlato ai rispettivi link.

Harry Lighton è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha 34 anni.


Lesley Sharp
interpreta Peggy. Inglese, ha partecipato a film come Full Monty, La vera storia di Jack lo squartatore, Inkheart - La leggenda del cuore d'inchiostro e serie come Dr. Who. Anche regista, ha 66 anni. 



giovedì 30 aprile 2026

2026 Horror Challenge: Il mostro della laguna nera (1954)

Il tema della Challenge Horror della settimana era "anni '50". Ho scelto dunque di guardare Il mostro della laguna nera (Creature from the Black Lagoon), diretto nel 1954 dal regista Jack Arnold.

Trama: dopo il ritrovamento di un fossile misterioso, un gruppo di ricercatori si reca in Amazzonia. Lì scopriranno l'esistenza di un antichissimo mostro anfibio e decideranno di provare a catturarlo, con tragiche conseguenze...  


Il mostro della laguna nera
era sicuramente un altro di quei film che avevo guardato ai tempi dell'università ma che, purtroppo, ricordavo poco. Il bello di questa challenge è che mi costringe a riguardare anche cose che, normalmente, non penserei mai di riprendere, e mi lascia ogni volta meravigliata per la freschezza che mantengono alcuni titoli, anche dopo decenni. Il mostro della laguna nera ne è un ottimo esempio, e fa strano pensare, col senno di poi, che il film di Jack Arnold aveva tutte le carte in regola per finire del dimenticatoio: il gill-man è stato l'ultimo dei cosiddetti mostri classici della Universal, quindi ha avuto meno tempo di altri per sedimentarsi nella memoria degli spettatori dell'epoca, inoltre il film è stato realizzato in 3-D quando la moda per questo formato si stava esaurendo, circostanze che, al giorno d'oggi, avrebbero condannato un'opera all'oblio senza possibilità di appello. Invece, Il mostro della laguna nera è entrato a far parte dell'immaginario collettivo, ha segnato autori come Stephen King o Guillermo del Toro, solo per citarne un paio, e ha generato due seguiti e chissà quanti emuli. Forse perché la trama, di per sé molto semplice, profuma d'avventura e di mondi sconosciuti, o forse perché il mostro, poverino, sotto sotto fa un po' pena. Il gill-man, infatti, non viene connotato come malvagio, ma come una creatura vissuta per secoli in un luogo incontaminato, che si ritrova tra i piedi esseri umani pronti a scavare, deturpare e depredare, per amore di una scienza e di un progresso che lui non può ovviamente capire. All'epoca, la sequenza in cui il gill-man spia e segue Kay sott'acqua avrà sicuramente messo angoscia, a me è sembrata il frutto della fascinazione di un essere vivente nei confronti di una creatura completamente diversa da lui, una brama nata da solitudine secolare, e mi è sembrata invece molto malinconica. La duplice percezione della natura del gill-man, d'altronde, è parte integrante della trama, che vede contrapposti due modi di intendere la ricerca scientifica, con David e Kay, da una parte, che vogliono studiare e capire nel rispetto dell'ecosistema e degli esseri che lo popolano, mentre dall'altra parte Mark non esita ad uccidere ed inquinare per raggiungere gli obiettivi ed ottenere finanziamenti. Il mostro della laguna nera potrebbe quindi anche essere considerato come un antenato degli eco-horror, in quanto il messaggio ammonitore è chiaro e la fine del gill-man non ha il sapore del trionfo, quanto più quello di un'occasione perduta.


Il mostro della laguna nera
è molto moderno anche nella realizzazione, e nel modo in cui rappresenta l'eroina femminile. Intanto, la fotografia del film è fatta di contrasti tra luce ed ombra molto nitidi, e ogni fotogramma è chiaro e ben definito, sia per le riprese effettuate sulla "terraferma" che per quelle subacquee. Queste ultime hanno una bellezza tutta particolare, che sconfina nella poesia espressa durante la nuotata parallela di Kay e del gill-man, quasi un balletto dotato di una fluidità e un'eleganza impressionanti; viceversa, quando la creatura viene ripresa a figura intera nella caverna che segna l'ingresso del suo regno, l'impressione è quella di avere di fronte un alieno a disagio in un ambiente che non gli si confà, il che accresce ulteriormente la sensazione di un pericolo imminente e feroce per gli umani. Non è che le sequenze in cui il gill-man attacca gli incauti subacquei non mettano ansia, però c'è un ribaltamento dell'estraneità, anche se è un modo contorto e orribile per dirlo: nell'acqua, sono gli umani ad essere innaturali e goffi, giustamente vulnerabili, mentre sulla terra, nonostante la sua ferocia, è il gill-man ad esporsi alla possibilità di venire catturato, ferito o peggio. C'è da dire che, forse, questa mia idea è alimentata, giocoforza, dai due diversi attori sotto il costume della creatura e, soprattutto, dai due diversi costumi, ma sia come sia è qualcosa che rende il film ancora più particolare. Tornando al discorso, invece, di Kay e dell'eroina femminile, è interessante trovare nei dialoghi dei riferimenti alla realizzazione lavorativa prima ancora che matrimoniale e alla pari dignità di due scienziati differenziati solo dal rispettivo sesso. Sebbene Kay venga trattata come una damsel in distress in virtù del suo essere l'unica donna (e in quanto concupita dal gill-man) e sebbene l'idea di una nuotata in costumino bianco non sia proprio furbissima, quanto piuttosto una strizzata d'occhio agli spettatori maschi, la protagonista viene comunque connotata come una donna forte, intelligente e indipendente, la cui apertura mentale va di pari passo con un'empatia che esula dal genere o dalla specie e che viene condivisa con l'eroe maschile. Il mostro della laguna nera ha un solo, grande difetto se, come me, avete poco tempo per i rewatch: fa venire una voglia matta di riguardare La forma dell'acqua per godere di uno dei capolavori di del Toro con rinnovata consapevolezza. Credo proprio che sia un double feature da sperimentare, almeno una volta nella vita! 

Jack Arnold è il regista del film. Americano, ha diretto film come Destinazione Terra, Tarantola, Radiazioni BX: distruzione uomo, La vendetta del mostro ed episodi di serie quali Wonder Woman, La donna bionica e Love Boat. Anche produttore, sceneggiatore e attore, è morto nel 1992.


Richard Carlson
, che interpreta David, aveva già lavorato col regista in Destinazione Terra mentre Nestor Pavia, che interpreta il capitano Lucas, sarebbe tornato per il seguito del film, sempre diretto da Jack Arnold, La vendetta del mostro. Il mostro della laguna nera ha anche un terzo sequel, Il terrore sul mondo, diretto però da John Sherwood. Se il film vi fosse piaciuto cercateli e, ovviamente, aggiungete La forma dell'acqua. ENJOY!

mercoledì 29 aprile 2026

Bolla Loves Bruno: Attacco al potere (1998)


Non so per quanto ancora continuerò a mantenere questa miracolosa costanza ma, finché dura, andiamo avanti con la rubrica Bolla Loves Bruno e parliamo di Attacco al potere (The Siege), diretto e co-sceneggiato nel 1998 dal regista Edward Zwick.


Trama: New York viene scossa da terribili attacchi terroristici e l'agente speciale dell'FBI Hubbard deve allearsi con una donna misteriosa per evitare che la situazione precipiti ulteriormente...


Non è stata proprio una passeggiata guardare Attacco al potere, film che nel 1998, prima del fatidico 11 settembre, sembrava quasi fantascienza. Anzi, coi venti di guerra che tirano, un film simile mette ancora più angoscia e, col senno di poi, sottolinea ulteriormente (se ancora ce ne fosse bisogno) quanto la situazione in Medioriente non solo sia complessa e sedimentata nel tempo, ma anche fomentata dalle politiche scellerate, sconsiderate ed egoiste dei salvatori del Mondo, i nostri cari amici americani. Per carità, la critica di Attacco al potere è molto blanda, perché per un generale freddo come il ghiaccio ed incurante del male "minore" (leggi: le vite di innocenti cittadini) c'è un agente dell'FBI integerrimo e pronto a farsi portavoce di valori universali quali onore, correttezza, rispetto di ogni vita umana, legge, ordine, ecc. Però, tant'è, nonostante il finale a tarallucci e vino, a farla da padrone per tutto il film è un'inquietudine sottile, l'attesa di qualcosa di orribile e vicino, che non può venire evitato nemmeno con tutto l'impegno e il buon cuore del mondo. All'interno della filmografia di Bruce Willis, un film come Attacco al potere è, almeno fino al 1998, una specie di mosca bianca. Bruno non ha mai evitato i ruoli da villain, ma in essi c'erano sempre degli aspetti fascinosi, eleganti, talvolta eclettici. Il generale Deveraux di Attacco al potere, invece, è un freddo automa, la perfetta macchina da guerra che agisce per un distorto amore per la Patria; Deveraux, dietro le sue medaglie, è un perfetto signor nessuno, che avrebbe potuto venire interpretato da qualsiasi attore con la faccia da duro e l'espressione anonima, in quanto il focus della trama è altrove. Lo stesso regista, Edward Zwick, ha dichiarato che il casting di Bruce Willis era stato preteso dai dirigenti della Fox, per assicurare al film un volto premiato al box office che potesse giustificare un budget sempre più alto, e di essere rimasto deluso dalla scelta. A detta di Zwick, Willis dava l'idea di non essere a suo agio col personaggio né preparato per il ruolo, il che avrebbe indebolito il terzo atto del film, quello che vede l'attore maggiormente presente. In realtà, come ho scritto sopra, Deveraux non è un personaggio particolarmente ficcante (è vero, è l'eminenza grigia che scatena tutto ma, in quanto tale, rimane nelle retrovie per buona parte del film), e trovo giusto che Willis si sia adattato a ciò che il generale richiedeva, anche perché il cuore della trama è il rapporto di amore-odio che lega l'agente dell'FBI Hubbard e l'agente della CIA Elise. Al limite, si può dire sicuramente che Bruce è sprecato in Attacco al potere, ma comunque vederlo in divisa mentre rigurgita un contenuto disprezzo sul mondo non mi ha fatto proprio schifo, anzi. Di sicuro, il poveraccio non meritava di vincere il Razzie per ben tre dignitosissimi film nello stesso anno, ovvero questo, Armageddon e Codice Mercury, ma si sa che la gente è miope e pure un po' stronza.


Tornando ad Attacco al potere, il film si focalizza su una corsa contro il tempo che vede l'agente Hubbart impegnato a sventare attacchi terroristici sempre più tragici. Se la sceneggiatura, vero punto debole del film e invecchiata abbastanza male, pecca di una superficialità che rischia di fomentare ancora di più eventuali fobie razziste degli spettatori, la regia di Edward Zick rifugge invece la maggior parte dei mezzucci tipici di buona parte del cinema action, e alla spettacolarizzazione degli attentati (che pure sono realizzati con maestria e trasmettono un desolante senso di violenza e tragedia) preferisce una costruzione attenta e precisa della tensione. Sequenze come quella dell'autobus, interamente giocate sull'attesa e sul silenzio, con le inquadrature che si alternano tra il volto teso di Denzel Washington e il veicolo infestato dai terroristi, trovano un naturale sfogo in momenti più concitati, in cui i personaggi sono costretti a sfidare i limiti di tempo e traffico cittadini per sventare le minacce terroristiche, e questo costante cambio di registro e ritmo fa sì che le quasi due ore di durata non si sentano neppure. Ancora oggi, tra l'altro, sono impressionanti (e inquietanti) le immagini dell'enorme campo di contenimento ai margini della città, le parate di carri armati e soldati nel bel mezzo della legge marziale, o i tortuosi cunicoli sotterranei in cui, nel cuore stesso di quella che dovrebbe essere la nazione democratica per eccellenza, vengono torturati e uccisi i prigionieri. Per quanto riguarda gli attori, del povero Bruno sacrificato in un personaggio a lui ben poco confacente ho già parlato. Per fortuna, Denzel Washington è un protagonista carismatico che riesce a tenere a freno una strabordante "piacioneria", visto l'argomento trattato dal film, senza che ciò gli impedisca di avere una fortissima alchimia con la Elise di Annette Bening, semplicemente splendida e sensuale nonostante il suo personaggio sia privo degli elementi caratteristici delle spie "fatali". Fondamentale anche Tony Shalhoub, che rappresenta il punto di vista di chi è riuscito ad integrarsi con fatica e si impegna per evitare di perdere tutto ciò che ha conquistato per lui e la propria famiglia, dopo una vita all'insegna della violenza e della guerra. Anzi, dovessi dire, il personaggio di Shalhoub mi è piaciuto molto più del protagonista, l'ho trovato più sfaccettato e particolare dell'eroe all-american incarnato da Denzel Washington, ed è uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato di un film che ricordavo poco, ma che comunque ha superato con la sufficienza il recupero "col senno di poi". 


Di Denzel Washington (Anthony Hubbard), Annette Bening (Elise Kraft/Sharon Bridger), Bruce Willis (Generale William Devereaux), Tony Shalhoub (Frank Haddad), David Proval (Danny Sussman), Lance Reddick (Agente FBI Floyd Rose), Chris Messina (Caporale) ho parlato ai rispettivi link.

Edward Zwick è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Vento di passioni, L'ultimo samurai, Blood Diamond - Diamanti di sangue e Jack Reacher: Punto di non ritorno. Anche produttore e attore, ha 74 anni. 


Jodie Foster
ha rifiutato il ruolo di Elise. Se Attacco al potere vi è piaciuto, recuperate Nemico pubblico e Codice Mercury. ENJOY!


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