La challenge horror di oggi voleva un film con il nome di un luogo nel titolo. Lo so che si chiama, in italiano, Non aprite quella porta, ma in inglese è The Texas Chainsaw Massacre, quindi ho deciso di riguardare questo remake diretto nel 2003 dal regista Marcus Nispel.
Trama
Cinque ragazzi in viaggio per andare a un concerto danno un passaggio a un'autostoppista traumatizzata, che si suicida sul loro van. Sconvolti, i cinque chiedono aiuto agli autoctoni e alla polizia, senza sapere di stare commettendo l'errore più grosso della loro vita...Recensione
Sono ragionevolmente sicura che avessi già visto Non aprite quella porta al cinema, e che non ne fossi uscita particolarmente soddisfatta, pur avendo un ricordo dell'esperienza abbastanza nebuloso. L'ho riguardato comunque senza troppi pregiudizi, contestualizzando il film all'epoca dell'uscita, ovvero anni in cui buona parte dell'horror commerciale cominciava a virare verso la remunerativa estetica del torture porn, e considerandolo, appunto, un remake aggiornato al gusto degli adolescenti di allora. Anzi, per quanto continui a non piacermi quel genere di stile, ma ne parlerò nel paragrafo successivo, il film di Nispel mi ha fatta sorridere proprio perché contiene tutto ciò che era necessario perché un horror avesse successo in quegli anni, partendo da un canovaccio vecchio come il mondo. La trama, infatti, non è molto diversa da quella dell'originale di Hooper, anche se è stata epurata dai suoi elementi più grotteschi (ci mancherebbe, a inizio 2000 l'horror era tremendamente serio) ed "arricchita" con aggiunte deprimenti atte a sottolineare il pericoloso squallore della zona in cui vengono a trovarsi i protagonisti. Ragazzi lontani da casa, al sicuro all'interno del loro van fatto di canne e musica, quando accolgono la realtà esterna firmano la loro rovina, perché non ci si può fidare di nessuno nell'universo "moderno" di Non aprite quella porta. Le figure materne vengono stravolte, nonnine e anziani mutilati nascondono un animo nerissimo e i poliziotti, che dovrebbero veicolare giustizia e sicurezza, sono i mostri peggiori di tutti; ogni breve istante di sollievo provato dai protagonisti si traduce in un'ordalia infinita, qualsiasi gesto dettato da ingenuità o, Dio non voglia, pietà viene violentemente castigato, e gli esseri umani devono trasformarsi in mostri vendicativi per riuscire a sopravvivere, almeno fisicamente (per quanto riguarda i traumi psicologici, lasciamo perdere). C'è da dire che, come spesso accade in questo genere di slasher contaminati dal torture porn, i protagonisti non sono particolarmente simpatici o intelligenti, salvo forse la final girl, ed esistono solo per venire fatti a pezzi in modo più o meno fantasioso, senza che lo spettatore si ritrovi col cuore spezzato da un improbabile rigurgito di empatia, quindi si esce dalla visione del film abbastanza indenni.La presenza di questi ragazzi giovani e belli si lega proprio a quello che dicevo all'inizio, delle caratteristiche che mi hanno fatto sorridere. Nispel ha ambientato il suo film negli anni '70, ma i protagonisti sono dei modelli di Abercrombie catapultati in un set che anacronistico e poco preciso, a partire dai costumi di scena, con quei tank top, i jeans bootleg e le mise boho che sembrano appena usciti da una boutique di New York. Hai voglia a strapazzarli questi ragazzetti, a immergerli nei liquami peggiori, negli ambienti più insalubri e cupi sulla faccia della Terra, perché anche se i vari set sono ricostruiti a tavolino per fare schifo, l'effetto che provocano allo spettatore abituato alla rozzezza vera dei vecchi horror è quello di una rappresentazione asettica, di un qualcosa opportunamente predisposto da abili maestranze. L'unica "cosa" che fa veramente schifo in Non aprite quella porta, al netto di mutilazioni, ganci che dilaniano corpi ed altre efferatezze, è lo sceriffo Hoyt di R. Lee Ermey. Senza maschera di pelle umana né motosega, Ermey fa molta più paura di Leatherface, perché nonostante la sua interpretazione molto caricata, ho trovato difficile mettere da parte l'idea che, in America (ma anche in Italia, o in qualsiasi altro luogo nel mondo), non esista un sadico pronto ad approfittarsi del distintivo e della fiducia di chi è disperato e in cerca di aiuto. Ermey è l'unico elemento del film che non fa sorridere neppure un minuto: volgare, irrispettoso dei morti, misogino, omofobo e orribilmente perverso, lo sceriffo Hoyt è un incubo all'interno dell'incubo, non a caso la rabbia tardiva e catartica della final girl, poco prima dei titoli di coda, è a lui che si rivolge, con buona pace di un ultimo jump scare abbastanza prevedibile e gratuito. Un film senza infamia né lode, dunque, non brutto quanto ricordavo ma neppure memorabile, anche perché è stato surclassato, nel tempo, dal torture porn vero, al confronto del quale ciò che mostra Nispel è acqua fresca desaturata da una fotografia orrenda che punta a farla sembrare putrida.
Cast
Del regista Marcus Nispel ho già parlato QUI. Jessica Biel (Erin), Erica Leerhsen (Pepper), MikeVogel (Andy), Andrew Bryniarski (Thomas Hewitt - Leatherface), R. Lee Ermey (Sceriffo Hoyt), Lauren German (Teenager), John Larroquette (Narratore) li trovate invece ai rispettivi link.- Jonathan Tucker interpreta Morgan. Americano, ha partecipato a film come Botte di Natale, Sleepers, Charlie's Angels e a serie quali CSI, Six Feet Under, Masters of Horror, Criminal Minds, Hannibal e American Gods. Ha 44 anni.
- Eric Balfour interpreta Kemper. Americano, ha partecipato a film come Giovani, pazzi e svitati e a serie quali Una bionda per papà, La signora del west, Buffy l’ammazzavampiri, Clueless, Dawson’s Creek, Six Feet Under, Nash Bridges, The O.C., 24, Fear Itself, Detective Monk e Streghe; come doppiatore, ha lavorato in Animaniacs. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.







