mercoledì 15 aprile 2026

Il Bollalmanacco On Demand: Vivere e morire a Los Angeles (1985)

Poiché siamo vicini alla terza guerra mondiale, tanto vale compiere un miracolo e far tornare la rubrica Il Bollamanacco On Demand! Sono lenta e incostante, ma anche precisa, quindi ho segnato tutte le richieste arrivate nel corso degli anni, e non me ne dimenticherò nemmeno una. Oggi, per esempio, tocca a Vivere e morire a Los Angeles (To Live and Die in L.A.), diretto e co-sceneggiato nel 1985 dal regista William Friedkin a partire dal romanzo omonimo di Gerald Petievich, e chiesto anni fa da Bruno. Il prossimo film On Demand sarà Buon compleanno Mr. Grape. ENJOY!


Trama: due agenti federali tentano di incastrare, con ogni mezzo possibile, il sanguinoso falsario Eric Masters...


Dopo tanti anni passati senza studiare il Cinema e i suoi grandi Autori (cosa che riuscivo a fare ai tempi dell'università) mi sento sempre un po' in soggezione a parlare di registi come William Friedkin, perché ormai non ho proprio più i mezzi espressivi per farlo. Eppure, anche un'ignorante di ritorno come me, di fronte a Vivere e morire a Los Angeles, si rende conto di avere davanti un'opera forse minore, se paragonata ai capolavori di Friedkin, ma così potente da spazzare via il 90% dei film usciti negli ultimi 20 anni. Vivere e morire a Los Angeles è un film che segna il ritorno del regista alle atmosfere che lo avevano reso famoso, dopo una serie di insuccessi commerciali, e ai personaggi di poliziotti borderline, più simili a criminali senza scrupoli che ad integerrimi rappresentanti della legge. Il protagonista del film è Richard Chance, agente federale con un kink per le situazioni mortalmente pericolose, talmente drogato di adrenalina che alla fine del film mi è parso che William Petersen fosse l'emblema dell'uomo in botta da cocaina. A seguito della morte del suo collega storico per mano di Eric Masters, un falsario senza scrupoli, Chance giura di incriminare il colpevole con ogni mezzo, coinvolgendo il nuovo collega, l'integerrimo Vukovich. I metodi spregiudicati di Chance, uniti all'apparente inafferrabilità di Masters, danno vita a situazioni sempre più al limite, a un'ossessione che non guarda in faccia nessuno e si alimenta delle atmosfere di una Los Angeles che sembra un inferno di anime in pena. La città californiana diventa protagonista del film al pari degli esseri umani, facendosi specchio del cuore arido di chi ci vive; labirinto bruciato dal sole di strade infinite e pericolose, che sembrano non portare da nessuna parte, Los Angeles è un luogo dove si vive e si muore senza un perché, con una violenza e una casualità terrificanti, e dove non sembrano esistere luoghi sicuri, visto che appartamenti e locali, per non parlare di anonimi prefabbricati, sono squallidi rifugi temporanei passabili di venire violati con una spallata ben assestata.  


All'interno di questa terra di nessuno, Friedkin confeziona un paio di sequenze da slogarsi la mascella. L'iniziale parallelo tra le ambizioni artistiche del raffinato Masters e il suo lavoro principale di falsario, con tutto il processo della creazione di biglietti da 20 dollari fasulli, è un capolavoro di regia e montaggio che trasforma l'atto criminale in un lavoro di fine artigianato, come dimostra l'impasto di colori da cui parte Willem Dafoe all'inizio della scena. Non bastasse questa introduzione folgorante, Friedkin, assieme al direttore della seconda unità (un giovanissimo Robert D. Yeoman che ha sostituito, per la sequenza in questione, lo storico collaboratore di Wim Wenders, Robby Müller, dichiaratosi incapace di realizzarla), dà vita ad uno degli inseguimenti in macchina più adrenalinici e belli di sempre, partendo dagli spazi ristretti di uno scarico merci ferroviario, passando per gli immensi canaloni che fiancheggiano la ferrovia, per arrivare al momento cult della sequenza, l'ingresso contromano e la conseguente fuga di Chance e Vukovich in autostrada, che mi ha spinta a stringere gli occhi in più di un momento. Il senso costante di pericolo, il bisogno patologico di agire al di fuori della legge, fino alle estreme conseguenze, si ripropone nell'interpretazione nervosa di un William Petersen giovane e bello come il sole, catturato (talvolta spiato) dalla cinepresa di Friedkin in perenne movimento, anche durante i confronti più statici. Il costante subbuglio interiore di Chance si contrappone all'iniziale leggerezza di Vukovich, un personaggio che si carica di tinte sempre più cupe, come se il suo animo integerrimo non potesse esimersi dal venire sporcato dal marciume rimestato dal collega e rappresentato dall'Eric Masters di Willem Dafoe. Dafoe interpreta un villain perfetto, terribilmente anni '80. Rappresenta tutto ciò che di affascinante e sexy poteva esserci all'epoca e, contemporaneamente, tutto lo schifo celato dietro l'apparenza, l'orrore e la perversione spazzati sotto il tappeto dello yuppismo rampante. Mi ha richiamato alla mente anche le atmosfere di Cruising, perché nulla mi toglie dalla testa che, dietro il paio di dark ladies che si affiancano ai protagonisti, la tensione omoerotica del triangolo Chance, Vukovich e Masters è presente e palpabile... ma forse sono solo io che penso male. Sia come sia, ho aspettato 40 anni per vedere Vivere e morire a Los Angeles ma ne è valsa la pena, perché un'opera come questa è Cinema puro e semplice, imprescindibile. Se non lo avete mai visto recuperatelo, io intanto ringrazio Bruno per avermi consigliato questa gemma!



Del regista e co-sceneggiatore William Friedkin ho già parlato QUI. Willem Dafoe (Eric Masters), John Pankow (John Vukovich), John Turturro (Carl Cody) e Dean Stockwell (Bob Grimes) li trovate invece ai rispettivi link.

William Petersen interpreta Richard Chance. Più conosciuto come Grissom della serie CSI - Scena del crimine, ha partecipato a film come Manhunter - Frammenti di un omicidio e ad altre serie quali Ai confini della realtà. Anche produttore, ha 73 anni.


Darlanne Fluegel
interpreta Ruth Lanier. Americana, ha partecipato a film come C'era una volta in America, Sorvegliato speciale, Cimitero vivente 2, Scanner Cop e a serie quali MacGyver, Ai confini della realtà, Alfred Hitchcock presenta e Hunter. Anche produttrice, è morta nel 2017.


Nel film compare anche il padre di Robert Downey Jr., Robert Downey, nei panni di Thomas Bateman. Gary Sinise aveva fatto l'audizione per il ruolo di Chance e, non avendola passata, ha suggerito di chiamare William Petersen. Se Vivere e morire a Los Angeles vi fosse piaciuto, recuperate Il braccio violento della legge e Cruising. ENJOY!

martedì 14 aprile 2026

Finchè morte non ci separi 2 (2026)

Siccome sapevo che questa settimana sarei stata via e siccome il multisala ha il pessimo vizio di tenere i film meno di una settimana, venerdì sono corsa a vedere uno dei film che aspettavo di più quest'anno, Finché morte non ci separi 2 (Ready or Not 2: Here I Come), diretto e co-sceneggiato dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett.


Trama: Grace si risveglia in un letto d'ospedale, accusata dello sterminio della famiglia del marito, i Le Domas. Convinta che la cosa peggiore che potrebbe capitarle è un ergastolo, si ritrova invece di nuovo vittima di una caccia all'uomo legata al culto di Le Bail e Satana, stavolta assieme alla sorella...


Finché morte non ci separi
è uno dei film che più ho amato negli ultimi anni, al punto da averlo già riguardato tre o quattro volte, il che per me è un evento assai raro da un ventennio a questa parte. Il motivo risiede essenzialmente in un paio di cose. La prima, ovviamente, è la presenza di Samara Weaving, che qui interpreta un personaggio cazzutissimo, e sapete quanto adori le eroine femminili che picchiano come fabbri ferrai. La seconda, assieme all'abbondanza di umorismo nero e di personaggi talmente stupidi da fare il giro, è la cura con cui gli sceneggiatori hanno tratteggiato un background molto interessante, riproposto con attenzione nella scelta delle scenografie e dei complementi d'arredo che le ornano. Nel primo film, infatti, Grace si trovava in balìa di una famiglia arricchitasi con i giochi di società, che seguiva ciecamente le regole e i riti del misterioso Signor Le Bail, benefattore in pesantissimo odore di satanismo e custode di una tradizione centenaria. Come d'uso comune, il sequel prende gli stessi elementi che hanno decretato il successo del primo film e li esagera, in questo caso addirittura li moltiplica: per esempio, al posto di una sola bionda cazzuta ne abbiamo due, in quanto a Grace si aggiunge la sorella "perduta" Faith. Questo aspetto di Finché morte non ci separi 2 è l'eredità di un altro film che stavano progettando i registi, e si allaccia al discorso iniziato con i primi due episodi del nuovo Scream, che giocava molto sul rapporto tra sorelle distanti, sulla necessità di tagliare i legami per il bene di entrambe le persone coinvolte, e sul dolore che dà adito ad inevitabili incomprensioni. Finché morte non ci separi 2 si prende il tempo di ragionare sui traumi familiari di Grace e Faith, raccontando un progressivo riavvicinamento, ma mette in scena anche un altro tipo di rapporto fraterno, quello tra Ursula e Titus, distorto non già dalla lontananza ma dalla troppa prossimità, e che, a differenza di quello tra le due protagoniste, si sfalda man mano che il film prosegue, in un interessante parallelo. Ciò rende il film molto più cupo e malinconico del suo predecessore, ma per fortuna gli sceneggiatori non si sono dimenticati dell'aspetto demenziale che tanto avevo adorato, e neppure del worldbuilding legato a Le Bail.


Se in Finché morte non ci separi c'era solo una famiglia di scappati di casa, qui ce ne sono addirittura cinque, senza dimenticare il loro mefistofelico avvocato. Rispetto ai Le Domas, c'è da dire che buona parte delle new entry sono un po' più "navigate" e addentro a giochi di potere ed omicidi, quindi si perde un po' quell'atmosfera da dilettanti allo sbaraglio che era una delle carte vincenti del primo film, ma le inviolabili regole di Le Bail si fanno ancora più intriganti e, comunque, ci sono parecchi personaggi di livello anche qui. Finché morte non ci separi 2 riconferma la capacità dei registi di mettere assieme cast corali dove chiunque riesce a ritagliarsi il suo momento di gloria, non solo la sempre divina Samara Weaving con i suoi favolosi urli da banshee e gli scoppi graditissimi di ultraviolenza, la quale ha un'alchimia perfetta e credibile con la "sorellina" Kathryn Newton; non sto a spoilerare, ma in cima alla classifica di personaggi preferiti ci sono l'imperturbabile avvocato Elijah Wood, i figlioli di Nestor Carbonell (ognuno, a suo modo, favoloso), e un Kevin Durand che si vede troppo poco ma si fa volere benissimo, ma anche la "maggiordoma" Pernilla non fa rimpiangere il suo predecessore, riproponendosi come punto di partenza della rivalsa della bassa manovalanza contro la "fucking rich people" che infesta il film. Forse l'unico elemento in cui Finché morte non ci separi 2 risulta un po' debole è un'inevitabile ripetitività che priva di forza gli aspetti scioccanti del primo capitolo (anche se comunque è sempre una soddisfazione vedere la gente che esplode male); inoltre, ma dovrei riguardarlo un paio di volte per riconfermare la mia opinione, mi è parso che il film fosse meno fantasioso per quanto riguarda le scenografie, nonostante una gradita ed affascinante apertura al satanismo tout court nelle sequenze finali, che si giocano il premio per le scene migliori assieme allo showdown matrimoniale sulle note di Total Eclipse of the Heart, brano decisamente calzante. Mi fermo qui col post, non perché Finchè morte non ci separi 2 non mi sia piaciuto, visto che l'ho adorato, ma per evitare di incappare nello sgradevole terreno dello spoiler. Se siete fan del primo film, vi piacerà molto anche questo e vorrete che Grace e Faith tornino in un sequel... anche se loro, poverine, non saranno troppo d'accordo. 


Dei registi e co-sceneggiatori Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett ho già parlato QUI. Samara Weaving (Grace MacCaullay), Kathryn Newton (Faith MacCaullay), Elijah Wood (l'avvocato), Sarah Michelle Gellar (Ursula Danforth), David Cronenberg (Chester Danforth), Nestor Carbonell (Ignacio El Caído) e Kevin Durand (Bill Wilkinson) li trovate invece ai rispettivi link.

Shawn Hatosy interpreta Titus Danforth. Americano, ha partecipato a film come In & Out, The Faculty e a serie quali Six Feet Under, CSI - Scena del crimine, E.R. - Medici in prima linea, Numb3rs, My Name is Earl, CSI: Miami, Criminal Minds, Southland, Fear the Walking Dead e Animal Kingdom. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni e film in uscita.


Se Finché morte non ci separi 2 vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Finché morte non ci separi e aggiungete Abigail. ENJOY!


venerdì 10 aprile 2026

2026 Horror Challenge: The Faculty (1998)

Questa settimana la Challenge Horror era a tema libero, per cui ho scelto The Faculty, diretto nel 1998 dal regista Robert Rodriguez


Trama: i professori di un liceo cominciano a comportarsi in maniera strana e alcuni studenti decidono di indagare...


Se vi state chiedendo perché, tra tutti gli horror usciti fino ad oggi, io abbia scelto proprio The Faculty, dovete sapere che, in occasione dell'uscita di Finché morte non ci separi 2, ho avuto modo di guardare alcune interviste al cast. In esse, si parlava spesso di "reunion" di The Faculty, poiché i due film condividono la presenza di Elijah Wood e Shawn Hatosy; pensandoci, mi ero resa conto di non avere mai guardato il film di Rodriguez, anche se è stato passato spesso in TV, quindi mi è sembrato il momento giusto per recuperarlo. The Faculty, come del resto molti horror dell'epoca, è figlio del successo clamoroso di Scream, al punto che alla sceneggiatura figura anche lo stesso Kevin Williamson, il quale ha rimaneggiato un soggetto già vecchio di qualche anno. Il focus del film, non a caso, è un gruppetto variegato di adolescenti, che si ritrovano a dover affrontare la minaccia di un'invasione aliena, e il mood di The Faculty è quello frizzante e citazionista del film di Craven, che concede un occhio indulgente ai suoi protagonisti e, in mezzo all'orrore, ne sottolinea le problematiche e l'unicità anche quando i ragazzi sono facilmente ascrivibili a un cliché "scolastico" ben preciso. Le fonti di ispirazione dichiarate di The Faculty sono (oltre a The Breakfast Club) La cosa e L'invasione degli ultracorpi, è ciò aumenta la sensazione di isolamento che è tipica degli adolescenti in questo genere di film. Solitamente, genitori ed insegnanti non sono di grande aiuto, per goffaggine retrograda o stronzaggine congenita; qui, addirittura, gli insegnanti sono i primi a diventare ospiti dei parassiti alieni, lasciando gli studenti in balia di una paranoia crescente che si alimenta del naturale contrasto "sociale" tra le due categorie. The Faculty porta avanti anche un discorso non banale sull'unicità dell'individuo e la sofferenza che essa comporta, soprattutto in un luogo come il liceo, dove essere diversi attira le attenzioni indesiderate e il disprezzo di chi invece è omologato. Per quanto ovviamente disgustosa, la possessione dei parassiti alieni consentirebbe di fare finalmente parte di un gruppo, di una mente aliena unica che cancellerebbe ogni timore di venire giudicati, dando così la possibilità di abbandonarsi liberamente alle proprie, reali inclinazioni, come dimostrano i cambiamenti di un paio di personaggi "posseduti". Questo è un discorso assai interessante, che magari si perde un po' in mezzo a fantasiosi metodi di rilevamento/eliminazione degli alieni e al dubbio di chi sia ancora umano e chi già posseduto, ma che comunque rende The Faculty meno sciocco di quanto appaia.


The Faculty
ha comunque l'indubbio pregio di essere molto divertente, in primis grazie alla regia frizzante di un Robert Rodriguez che, benché lontano dalle atmosfere delle sue opere più riuscite, riesce a destreggiarsi egregiamente, a suo agio tra citazionismo, momenti di vera tensione e parentesi più leggere, assai vicine a un certo tipo di commedia demenziale USA. Ciò che però nobilita The Faculty è un cast all star che, all'epoca, accontentava sia le vecchie carampane sia i giovanissimi e che, adesso, fa battere il cuore solo agli anziani nostalgici come me, pur essendo ancora validissimo. Anzi, la cosa divertente è vedere "come sono cresciuti" i ragazzini dell'epoca. Elijah Wood, per esempio, qui è tenerissimo e sfigato, pronto per quella rampa di (ri)lancio che sarebbe stato Il signore degli anelli e ben lontano daI ruoli weird che, negli ultimi anni, me lo hanno fatto amare ancora di più. Josh Hartnett, con quel taglio di capelli a metà tra studente scapestrato e Lloyd di Scemo e più scemo, è inguardabile, ma a ben vedere The Faculty è praticamente il "suo" film, visto che Zeke è il personaggio su cui vengono puntati i riflettori, capace di destreggiarsi tranquillamente tra performance action e ragionamenti degni di uno scienziato (l'unica cosa che non capisco è perché, sul finale, scelga di entrare nella squadra di football col cervello che si ritrova. Mah). Rimanendo in zona "giovani", Clea DuVall e Laura Harris sono semplicemente perfette e, la prima, si ritaglia un ruolo a dir poco iconico, ma siccome sono anziana il mio amore è andato tutto al cast degli adulti. Robert Patrick, Piper Laurie e Famke Jannsen sono spettacolari, e ai primi due basta un solo sguardo per far tremare le gambe a studenti e spettatori ogni volta che compaiono in una scena; la Janssen è, ovviamente, poco convincente nei panni della professoressa inibita, ma quando getta la maschera diventa una bomba sensuale e pericolosissima, con un apprezzabile, coloritissimo modo di rivolgersi agli studenti. Gli effetti speciali non hanno retto benissimo lo scorrere del tempo, è vero, ma il finale è ancora notevole sia per il design dell'alieno sia per la dinamicità delle sequenze che lo vedono protagonista, e tutto sommato anche la mancanza di gore viene compensata proprio dal piglio sbarazzino di Rodriguez. In definitiva, The Faculty non è un horror imprescindibile e non mi pento di avere aspettato così tanto per recuperarlo, ma è indubbiamente uno dei prodotti migliori di quegli anni zeppi di deboli emuli di Scream ed è perfetto per una serata all'insegna della nostalgia canaglia!


Del regista Robert Rodriguez ho già parlato QUI. Jordana Brewster (Delilah), Clea DuVall (Stokely), Laura Harris (Marybeth), Josh Hartnett (Zeke), Salma Hayek (Infermiera Harper), Famke Janssen (Miss Burke), Piper Laurie (Mrs. Olson), Christopher McDonald (Padre di Casey), Robert Patrick (Coach Willis) e Elijah Wood (Casey) li trovate invece ai rispettivi link. 


Nel cast figurano anche il rapper Usher, nei panni di Gabe, Summer Phoenix (sorella di River e Joaquin, nonché ex moglie di Casey Affleck, accreditata come "Fuck You Girl") e Danny Masterson (controverso protagonista della serie That '70s Show, condannato a 30 anni per stupro, qui interpreta uno dei due sballoni che chiedono droghe a Zeke). La parte di Delilah era stata scritta per Charisma Carpenter, che però ha rifiutato perché il personaggio era troppo simile alla sua Cordelia in Buffy the Vampire Slayer, e anche Sarah Michelle Gellar ha rinunciato a un ruolo nel film, così come Gillian Anderson, alla quale era stata offerta la parte di Valerie Drake. Se The Faculty vi fosse piaciuto recuperate La cosaTerrore dallo spazio profondo. ENJOY!

mercoledì 8 aprile 2026

The Drama (2026)

Il lunedì di Pasquetta sono andata al cinema per vedere The Drama, diretto e sceneggiato dal regista Kristoffer Borgli.


Trama: Emma e Charlie stanno per sposarsi ma, qualche sera prima del matrimonio, la rivelazione di un oscuro segreto nel passato di lei minaccia di distruggere la relazione...


Faccio una confessione: non avevo assolutamente intenzione di andare a vedere The Drama. Non è che Zendaya e Pattinson mi siano antipatici, anzi, quest'ultimo ormai è diventato uno dei miei attori preferiti, ma onestamente credevo che il film fosse, appunto, un dramma romantico, e chi ha voglia di guardarne uno? Poi, per fortuna, mi è caduto l'occhio sul nome del regista. Io, che amo Kristoffer Borgli fin da quando, al ToHorror, vidi lo splendido Sick of Myself, non potevo assolutamente perdermi un suo film e, soprattutto, non potevo credere che una sua opera fosse una banale sciocchezzuola sentimentale. Infatti non lo è. Anzi, The Drama, al momento, è uno di quei titoli che inserirei senza fatica nella Top 5 di fine anno, perché è una grottesca discesa nell'ipocrisia della società (soprattutto quella americana) e nell'incubo delle cerimonie nuziali moderne, un giro sulle montagne russe pieno di svolte imprevedibili e scioccanti. La storia comincia con una coppia perfetta. Emma e Charlie sono affiatatissimi ed innamorati, e stanno per sposarsi. Tutto di loro è carino e divertente, a cominciare dai loro "inizi" (l'approccio di lui, in realtà è un po' creepy, ma degno di un film romantico o di un romanzo rosa) e persino nel corso degli inevitabili imprevisti pre-matrimoniali riescono a cavarsela grazie ad un'intesa invidiabile e ad una sana ironia. Durante una cena con i testimoni, complice l'ubriachezza, Emma confessa però un oscuro segreto del suo passato e la vita di coppia finisce in frantumi, assieme all'amicizia con la damigella d'onore. Da quel momento, Charlie rivede tutta la storia con Emma sotto un'altra prospettiva, arriva ad analizzare ogni comportamento di lei alla luce della terribile rivelazione, e non sa come affrontare una persona che, ai suoi occhi, risulta ormai irrimediabilmente diversa. A scanso di equivoci, The Drama è, appunto, ciò che l'ironico titolo sottolinea. Emma non è un mostro, anzi, è una donna che si è tirata fuori da sola dal periodo più buio della sua vita e se lo è lasciato alle spalle cercando di trarne un insegnamento e uno sprone per migliorarsi. Il "drama" lo creano Charlie e la damigella d'onore Rachel, egoisticamente ed ipocritamente "offesi" dalla scoperta che Emma non è l'adorabile, imperfetto scricciolo con cui vivere un'esistenza da favola oppure, nel caso di Rachel, da rimproverare e guidare come una sorella minore. Le due "drama queen" non pensano minimamente a come le loro parole e i loro gesti possano far ripiombare Emma in un incubo che la tormenterà per tutta la vita e che, saggiamente, aveva deciso di non raccontare a nessuno, consapevole delle conseguenze, ma si ergono a paladini della rettitudine tormentandosi ed incazzandosi a sproposito, con tutta una serie di ripercussioni tragicomiche sulla loro vita in generale e sul matrimonio in particolare.


La caduta libera di Charlie verso la paranoia e la nevrosi, così come l'angoscia crescente di Emma, vengono resi sullo schermo da Kristoffer Borgli col suo solito stile frammentario ed allucinato, coadiuvato dal montaggio di Joshua Raymond Lee. La narrazione non è lineare, il presente si alterna a rapidi flashback che, talvolta, sfruttano diversi punti di vista e, in particolare dopo la confessione di Emma, mescolano la realtà alla fantasia (o, meglio, all'immaginazione distorta). Oppure, si fa ricorso a dei fast forward repentini, che spostano l'attenzione dai confronti tra i personaggi alle conseguenze degli stessi, enfatizzando l'importanza dello stress psicologico a discapito dei ragionamenti spesso irricevibili che lo generano. Lo stesso trattamento viene inferto al matrimonio, evento completamente rimosso dal film e sostituito da preparativi e ricevimento, quindi derubricato ad incombenza da sbrigare il prima possibile, più importante come emblema di "status" sociale che come passaggio importante per la vita di una coppia, un modo per salvare le apparenze che getta ancora più benzina sul fuoco. Sotto le mani spietate ma capaci di Borgli, l'alchimia tra Zendaya e Pattinson diventa l'anima del film, nel bene e nel male. Lei, a dispetto di quel musetto splendido ma un po' antipatico che non la rende mai particolarmente gradevole, fa così tanta tenerezza da spezzare il cuore e lui, ormai, è abbonato ai ruoli weird di nevrotico senza speranza, grazie anche ad una predisposizione naturale verso tempi (tragi) comici perfetti. Cosa avessero visto i produttori dell'epoca per venderlo come sex symbol, quando quest'uomo risplende solo nel cinema indipendente che lo vuole brutto, sfatto e matto come un cavallo, è un mistero che non comprenderò mai. Ma la vera rivelazione di The Drama è Alana Haim, qui in un ruolo che incarna la summa della malvagia ipocrisia americana, ovvero una persona che ha compiuto un gesto inenarrabile, giustificandolo come "errore" di gioventù, e che si sente ugualmente in dovere di condannare chi invece l'errore (anzi, l'orrore) l'ha evitato per un soffio, in virtù di una tragedia vissuta sulla pelle altrui. La Haim è la punta di un triangolo "morale" che vi farà venire i nervi a fior di pelle, lasciandovi parecchio su cui ragionare e di cui discutere con chiunque vi accompagnerà al cinema, a dimostrazione di come The Drama non sia uno dei soliti film che si dimenticano nel giro di qualche giorno. Non lasciatevi ingannare, come ho rischiato di fare io, dalla pubblicità ingannevole che lo vuole romantico e sciocchino, e correte in sala armati di ansiolitici, non ve ne pentirete... a meno che non stiate per sposarvi o pensiate di farlo nell'immediato. In quel caso eviterei, perché la narrazione anche troppo realistica di terrificanti, costosissimi preparativi rischierebbe di farvi desistere più del dramma umano! 


Del regista e sceneggiatore Kristoffer Borgli ho già parlato QUI. Zendaya (Emma), Robert Pattinson (Charlie), Mamoudou Athie (Mike) e Michael Abbott Jr. (Blake) li trovate invece ai rispettivi link.

Alana Haim interpreta Rachel. Americana, la ricordo per film come Licorice Pizza e Una battaglia dopo l'altra. Anche cantante, ha 34 anni. 


Se The Drama vi fosse piaciuto, recuperate i film che Borgli ha fatto guardare al cast come preparazione prima delle riprese: Bob & Carol & Ted & Alice, Melancholia e Passione. ENJOY!

martedì 7 aprile 2026

Dolly (2025)

L'avevo bramato fin dall'ultimo ToHorror e finalmente sono riuscita a recuperare Dolly, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Rod Blackhurst e tratto dal suo corto Babygirl.


Trama: i due fidanzati Macy e Chase vanno a fare una gita in montagna e vengono attaccati da un inquietante essere mascherato da bambola...


Dovete sapere che Dolly lo puntavo da ben prima del ToHorror e, quando ho saputo che lo avrebbero programmato lì, mi sono messa a saltellare di gioia. Purtroppo, lo hanno messo allo stesso orario di Flush, altro film che volevo vedere assolutamente, quindi ho dovuto fare una scelta, tenendo conto sia delle possibilità di una futura distribuzione che delle inclinazioni del povero Bolluomo. Col senno di poi, scegliere Flush è stata la cosa migliore, anche perché è un film più originale e divertente di Dolly, meritevole di una visione all'interno di una sala affollata. L'opera di Rod Blackhurst, invece, è più derivativa, debitrice in primis delle atmosfere di Non aprite quella porta, sia per temi che per estetica. La trama è ridotta all'osso: due fidanzati, ad un passo dalla proposta di matrimonio con tanto di anello, vanno in gita nei boschi di montagna e lì vengono brutalmente attaccati da una persona gigantesca che indossa una maschera da bambola. In particolare, Macy diventa la nuova "bambina" di questo essere e viene trascinata all'interno di una casa in mezzo al bosco che ricorda tantissimo quella delle bambole, almeno all'esterno. L'interno è un mix di complementi d'arredo infantili, sporco e incuria, con alcuni dettagli da brivido che includono, ovviamente, bambole di qualsiasi foggia e fattura, teste mozzate, candele e stanze squallide che nascondono inquietanti segreti. Dolly è, in sostanza, il prolungamento della sequenza della cena in mezzo agli squilibrati in Non aprite quella porta e, in quanto tale, mette alla prova i nervi dello spettatore (senza però mai arrivare agli exploit gore di opere come quelle appartenenti, per esempio, alla New French Extremity); Macy si ritrova nelle mani di una creatura folle, portatrice di un amore materno distorto e passabile di trasformarsi in cieca violenza nel giro di un istante, sempre a un passo dal venire uccisa o mutilata qualora decidesse di sottrarsi alle umilianti prove di affetto filiale richieste dalla "mamma". Dietro a quest'ultimo personaggio, in realtà, c'è una storia di violenza e soprusi appena accennata, che potrebbe essere anche più interessante di ciò che Blackhurst ha deciso di raccontare e che si palesa non solo nel corso del film, con l'arrivo di una quarta persona, ma soprattutto in una scena post-credit grondante delizioso humour nero, caratteristica che purtroppo manca ad un film troppo deprimente nel suo prendersi sul serio. 


L'omaggio all'horror anni '70 si traduce in una messa in scena alla grindhouse, con l'utilizzo di pellicola 16 mm  e, quasi sicuramente, di una telecamera a mano, che conferiscono al film un'aspetto "sporco", rozzo, e dei colori bruciati sia nell'ambientazione notturna che diurna (ben poco rassicurante, anche perché la claustrofobia della casa in cui abita il "mostro" viene riproposta anche dal bosco che si chiude sui protagonisti senza lasciare loro via di scampo); inoltre, ad aumentare la sensazione di spaesamento, si aggiungono anche una divisione in brevi capitoli e alcune sequenze che oserei definire "sperimentali", che proiettano all'esterno il progressivo infrangersi della sanità mentale della protagonista, creando un interessante contrasto con uno stile, tutto sommato, realistico. Il fiore all'occhiello di Dolly è però, ovviamente, il killer titolare, non solo per il suo aspetto agghiacciante, riproposto in ogni parte del suo territorio da inquietanti bambole che sembrano voler spiare i poveri malcapitati, ma anche per la fisicità di Max the Impaler, wrestler transgender non binari* che offre un'interpretazione perfetta: Dolly non parla ma ogni suo gesto è orribilmente chiaro, così come sono tangibili la sua rabbia, la confusione, la follia che distorce il desiderio d'amore e la disperazione di ritrovarsi per le mani delle "bambole" rotte per sua stessa mano, vittime di raptus incontrollabili. E Dolly fa davvero paura, sia per il suo aspetto che per l'efferatezza dei suoi delitti, affidati ad un make-up prostetico disgustoso e ad una regia che non si sottrae ai dettagli più raccapriccianti e alle mutilazioni più dolorose, che mi hanno fatta saltare dalla poltrona in un paio di punti. Considerato che ho avuto qualche difficoltà a spegnere la luce per andare a dormire, e che ho deciso di aspettare il ritorno di Mirco prima di infilarmi nel letto, cosa che ormai non succede più così spesso, direi che Dolly ha avuto l'effetto sperato su di me, quindi non posso fare altro che consigliarlo, nell'attesa che Blackhurst decida se girare o meno un secondo capitolo, magari un prequel. Io spero davvero di sì!


Di Fabianne Therese (Macy), Ethan Suplee (Tobe) e Seann William Scott (Chase) ho parlato ai rispettivi link.

Rod Blackhurst è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Amanda Knox e i corti Night Swim e Babygirl. Anche produttore, montatore, direttore della fotografia, ha 46 anni. 


Se Dolly vi fosse piaciuto, recuperate Non aprite quella porta. ENJOY!

venerdì 3 aprile 2026

2026 Horror Challenge: L'uomo che ride (1928)

La challenge settimanale prevedeva la visione di un film con elementi horror ma non appartenente al genere. Ho così deciso di guardare L'uomo che ride (The Man Who Laughs), diretto nel 1928 dal regista Paul Leni e tratto dal romanzo omonimo di Victor Hugo.


Trama: il piccolo Gwynplaine viene abbandonato dagli zingari dopo essere stato sfigurato. Assieme ad una neonata trovata in mezzo alla neve, viene accolto da Ursus, artista di strada, il quale adotta i due bambini. Crescendo, Gwynplaine diventa conosciuto come "L'uomo che ride", un triste clown dal sorriso perenne, perdutamente innamorato della sorellastra Dea...


L'uomo che ride
è un film di transizione tra l'espressionismo tedesco dei primi anni '20 e lo stile gotico dei classici horror della Universal anni '30. Pur trovandosi nel mezzo tra due epoche cinematografiche perfettamente riconoscibili, non è un horror, quanto piuttosto un melodramma (con qualche accenno di "cappa e spada" sul finale) con elementi perturbanti, incarnati in primis dal sembiante del protagonista, che da il nome al film e campeggia giustamente su qualsiasi locandina. Nonostante il ghigno perenne, derivante dalle aberranti opere chirurgiche degli zingari Comprachicos, il protagonista Gwynplaine non è un mostro e mai, nemmeno per un istante, lascia che la percezione distorta degli altri lo porti a diventarlo, neppure quando avrebbe ogni motivo per lasciarsi andare. Il poveretto, invece, è un uomo in balia dell'umanità crudele, uno sventurato che ritiene di non avere diritto di sposare la bella Dea, che lo ama in quanto cieca. Consapevole del proprio aspetto, Gwynplaine è restio a condannarla ad una vita di prese in giro benché ne sia, a sua volta, profondamente innamorato; proprio questo senso di inadeguatezza lo spinge ad accettare la corte dell'infoiata duchessa Josiana, per provare a se stesso e al mondo che esistono donne in grado di trovarlo attraente nonostante la deformità, e sposare così Dea con rinnovata fiducia. Un ragionamento così, diciamo, arzigogolato, non è altro che un modo per consentire alla trama di ricollegarsi alle origini paterne di Gwynplaine e a tutta una serie di intrighi di corte facenti capo a due regni inglesi, quello di Giacomo II e quello della regina Anna, e alle macchinazioni del buffone di corte, il viscido Barkilphedro, che sono un po' l'ossatura di tutta la storia. Per quanto mi riguarda, la questione politica è ciò che appesantisce L'uomo che ride, un'opera che in altri momenti alterna un'ovvia, commovente malinconia, ad atmosfere grottesche e talvolta simpaticamente satiriche, molto divertenti anche a distanza di un secolo. Le quasi due ore di durata del film rallentano di ritmo sia in assenza del personaggio titolare e dei comprimari negativi (perché bisogna ammettere che la dolce Dea è un po' una pittima salvata giusto dallo stralunato Ursus e dal simpatico cagnone Homo), sia quando Paul Leni cede alle sequenze corali di spettacolo teatrale, che mi hanno portata a sbadigliare come gli ospiti della regina Anna. 


A livello formale, L'uomo che ride stupisce ancora oggi, neanche a dirlo, per l'allucinante make-up che trasforma Conrad Veidt in una maschera grottesca, figlia dell'espressionismo tedesco; il ghigno congelato di un assassino demente contrasta con gli occhi miti dell'attore, perennemente atteggiati a un'espressione triste e addolorata, con radi sprazzi di amore gioioso, e questo contrasto comunica la sofferenza del protagonista più dei pochi dialoghi scritti (però, quel "Dio mi ha fatto uomo", urlato davanti alla regina, spezza il cuore). E' interessante, anche, notare come l'effetto scioccante del sorriso di Gwynplaine venga alimentato dall'uso accorto di fazzoletti e sciarpe atti a celarlo, probabilmente per dare sollievo a Veidt tra una sessione di trucco e l'altra e per aumentare l'espressività del suo sguardo, ma anche per evitare che il pubblico si abituasse troppo al suo sembiante grottesco. Palese anche lo sforzo produttivo a livello di scenografie, meno "astratte" rispetto a quelle dei film espressionisti e più legate a un immaginario medievale anche anacronistico rispetto all'epoca in cui è ambientato L'uomo che ride; non è un caso che queste due "eccellenze", ovvero il make-up artist Jack Pierce e lo scenografo Charles D. Hall, siano diventate fondamentali per definire lo stile degli horror classici della Universal e, di conseguenza, un immaginario che ci portiamo dietro da quasi un secolo. Due parole le spenderei anche per gli attori. Veidt, come ho già scritto sopra, è una perfetta maschera tragica, che spezzerebbe il cuore a un sasso, ma la mia attenzione è stata catturata dalla Josiana di Olga Baclanova, che in seguito sarebbe diventata la perfida Cleopatra di Freaks. Lussuriosa, volgare e superba, la duchessa Josiana colpisce l'attenzione per la spregiudicatezza del personaggio, mostrato talvolta in atteggiamenti espliciti (persino nudo!) con gli uomini, spesso trattati come pezze da piedi; la sequenza in cui Josiana si incapriccia di Gwynplaine è la rappresentazione perfetta di una seduzione a distanza, affidato ad un modernissimo gioco di sguardi gestito dalla regia e dal montaggio, in assoluta sincronia con le interpretazioni fisiche, inevitabilmente molto teatrali, degli attori. Menzione speciale va anche a Brandon Hurst, che nei panni del buffone Barkilphedro fa molta più paura del povero Gwynplaine. Concludo ricordandovi che L'uomo che ride fa parte ormai del public domain, quindi potete trovarlo su Youtube in ottima qualità, se avete voglia di vederlo. Magari non è il film migliore del periodo, ma è un interessante materiale di studio e val la pena guardarlo, almeno una volta nella vita!


Di Conrad Veidt, che interpreta Gwynplaine e Lord Clancharlie, ho già parlato QUI mentre Olga Baclanova, che interpreta la duchessa Josiana, la trovate QUA.

Paul Leni è il regista del film. Tedesco, ha diretto film come Il gabinetto delle figure di cera e Il castello degli spettri. Anche direttore artistico, attore, costumista e sceneggiatore, è morto nel 1929.


Mary Philbin
, che interpreta Dea, era la Christine Daae de Il fantasma dell'opera. Lon Chaney avrebbe dovuto interpretare Gwynplaine ma per questioni legati a contratti e diritti mancanti, è passato direttamente al progetto successivo, Il fantasma dell'Opera. Del romanzo di Victor Hugo esistono altre versioni, tra le quali una diretta nel 1966 da Sergio Corbucci, con Jean Sorel nei panni del protagonista sfigurato, e una francese del 2012, con Gérard Depardieu nel ruolo di Ursus ed Emmanuelle Seigner in quelli della duchessa. Non le ho mai viste, quindi non saprei se meritano il recupero ma, se L'uomo che ride vi fosse piaciuto, consiglio di recuperare Il fantasma dell'Opera e Il gabinetto del Dottor Caligari. ENJOY!

mercoledì 1 aprile 2026

Whistle - Il richiamo della morte (2026)

A febbraio è uscito, come al solito in pochissime sale, Whistle - Il richiamo della morte (Whistle), diretto dal regista Corin Hardy.


Trama: un gruppo di studenti entra in possesso di un fischietto azteco dotato del potere di evocare la morte...


Whistle
è stato distribuito, come purtroppo spesso accade con la Midnight Factory, in pochissime sale italiane, ed è stato massacrato dalla critica, il che, immagino, non ha invogliato la gente a recuperarlo. In realtà, Whistle è un horror adolescenziale dignitoso, che mescola suggestioni à la Talk to Me e l'immortale Final Destination, imbroccando anche un paio di idee molto azzeccate. La storia è abbastanza classica. Un gruppo di studenti entra in possesso di un oggetto maledetto, nella fattispecie il "sciguellu della morte" (come da me ribattezzato a beneficio di un Bolluomo incuriosito): soffiandoci dentro, il manufatto azteco emette un suono da spaccare i timpani che richiama letteralmente la morte per tutti coloro che hanno avuto la sventura di udirlo. L'aspetto divertente, passatemi il termine, della questione è che, in virtù del potere del fischietto, la morte arriva prima di quanto determinato dal destino, ma uccide mantenendo le modalità previste. Quindi, chi dovesse morire di vecchiaia si ritroverebbe decrepito, chi dovesse crepare a causa di un vaso di fiori caduto in testa si ritroverebbe col cranio spaccato e così via. Per il resto, il film segue un pattern abbastanza regolare. La potenziale final girl ha un rapporto molto ravvicinato con la morte per via di un tragico passato, ma né lei né gli altri personaggi hanno una personalità particolarmente spiccata e, salvo giusto per uno dei protagonisti che mi faceva una tenerezza enorme, non c'è grande coinvolgimento emotivo nell'attesa che uno di loro ci lasci le penne. Come spesso accade in questo genere di film, una volta che i protagonisti capiscono di essere nella bratta fino al collo, spunta il personaggio in grado di fornire un abbozzo di soluzione al problema, che come spesso accade non è semplice e prevede che la questione si ingarbugli ulteriormente, mettendo alla prova la tempra e l'intelligenza dei sopravvissuti. Insomma, Whistle non è tanto diverso dal 90% degli horror che guardiamo dall'età della ragione, quindi cos'è che lo differenzia dalla marea di prodottucoli di genere minori?


C'è, per esempio, che Corin Hardy sa il fatto suo. Il regista non aspetta lo jump scare, non si appoggia esclusivamente alle solite inquadrature in cui il personaggio centrale è a fuoco mentre alle sue spalle si muove "qualcosa" sfocato, sullo sfondo, ma crea delle sequenze dinamiche e molto varie, alcune anche molto belle a vedersi, come quella del labirinto. La natura stessa delle morti dei personaggi, inoltre, offre il fianco ad alcune soluzioni visive molto fantasiose e ad un paio di splatterate di tutto rispetto (una, in particolare, mi fa comunque dubitare del finale "lieto", ché insomma, gente da mandare in terapia ce ne sarebbe in abbondanza, e che il tutto non abbia una risonanza mediatica a livello mondiale dà da pensare!), realizzate ovviamente con una CGI che, per una volta, non è posticcia né invasiva, ma si amalgama abbastanza bene agli elementi reali della scena, senza contare che anche il design del fischietto, nonostante sia pacchianissimo, è notevole. Anche gli attori sono molto in parte. Daphne Keen e Sophie Nélisse sono due protagoniste dolci e verosimili, anche in virtù di una scrittura che, finalmente, offre al pubblico una coppia dello stesso sesso "normale", senza drammi né timori persecutori, e i comprimari fanno il loro, pur venendo etichettati in base ad una determinata tipologia di studente cinematografico (la bella della scuola, il jock stronzo, il nerd sfigato), alla quale si sottrae giusto Percy Hynes White che, "chissà perché", è perfetto per il ruolo di leppego inquietante. Completa il tutto la presenza di Nick Frost, che si vede poco ma è sempre, comunque una garanzia di gioia. Quindi, non vi starò a dire che Whistle è il capolavoro horror dell'anno, ma è un'opera dignitosa e perfetta per il pubblico a cui è rivolto, un horror che rispetta tutte le regole del genere ed è piacevolissimo da guardare. A volte, basta solo questo!


Del regista Corin Hardy ho già parlato QUI Sophie Nélisse (Ellie Gains) e Nick Frost (Mr. Craven) li trovate invece ai rispettivi link. 

Dafne Keen interpreta Chrys Willet. Spagnola, la ricordo per film come Logan - The Wolverine e Deadpool & Wolverine. Anche produttrice, ha 21 anni e due film in uscita. 


Percy Hynes White
interpreta Noah Haggerty. Americano, lo ricordo per film come My Old Ass e serie come 22.11.63, The Gifted e Mercoledì. Ha 25 anni e un film in uscita. 


Se Whistle - Il richiamo della morte vi fosse piaciuto, recuperate la serie Final Destination, Talk to Me e It Follows. ENJOY!

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