mercoledì 18 febbraio 2026

The Plague (2025)

Siccome ne avevo sentito parlare molto bene, appena è stato possibile ho recuperato The Plague, scritto e sceneggiato nel 2025 dal regista Charlie Polinger.


Trama: durante un programma estivo di pallanuoto, il dodicenne Ben è costretto ad affrontare prese in giro ed umiliazioni sempre più pesanti, quando i compagni lo accusano di avere contratto la "peste"...


Aaah, ma che bella l'adolescenza. Anzi, che bella l'adolescenza maschile. Io, più guardo film e serie a tema, più vengo colta da una sindrome di Erode molto selettiva, che punta i maschietti tra i 12 e i 18 anni, assimilabili più a branchi di macachi feroci che ad esseri umani. Anzi, se non altro i macachi sono carini, 'sti mocciosi sono pure brutti, come dimostra il cast messo assieme da The Plague che, invece, è un film splendido, anche se mi ha messo un nervoso mai più provato dai tempi di Eden Lake, altra bella opera in cui avrei voluto vedere morti tutti gli esseri umani con età inferiore a 20 anni. The Plague parla di un programma estivo di pallanuoto a cui viene iscritto anche Ben. Ben è un ragazzino timido che vorrebbe disperatamente integrarsi, ed è palese fin da subito il suo desiderio di compiacere "il branco", nonostante un istintivo disgusto verso i loro modi. Ben è fondamentalmente buono ma debole, e proprio la sua bontà gli impedisce di disinteressarsi e, in qualche modo, avvicinarsi, ad Eli, bullizzato dai compagni perché accusato di avere la Peste. L'animo confuso di Ben, preda di queste due pulsioni contrastanti, lo porta a sua volta ad essere spesso crudele verso Eli, ma la sua crudeltà deriva non dal disgusto che provano i compagni, quanto piuttosto ad una dolorosa invidia: Eli è un paria, ma vive come vuole a costo di essere ridicolo e socialmente inaccettabile, mentre Ben vive per il giudizio altrui, si sforza disperatamente e, com'è ovvio, quando lo sforzo non viene più ripagato per una serie di circostanze, si spezza. The Plague è stato da tanti definito un thriller queer. A me è sembrato, in realtà, che la componente sessuale, pur assai pronunciata, fosse legata essenzialmente ad un desiderio vago, non legato ad un genere particolare. E' vero che la promiscuità, passatemi il termine, del dormitorio maschile, degli spogliatoi, delle docce e della sauna, con l'aggiunta di uno sport di contatto come la pallanuoto, si presta molto a questa interpretazione, ed è anche vero che le continue spacconerie sessuali messe in bocca ai ragazzini sembrano più frutto della necessità di confermare l'eterosessualità e la natura di maschi "alfa" più che di un interesse reale verso le ragazze. E' vero anche che la disperazione di Ben potrebbe nascere da una frustrazione sessuale, dalla consapevolezza di dover per forza essere attratto dalle femmine per poter far parte del gruppo, ma secondo me l'interesse di The Plague è rivolto altrove e la componente sessuale diventa l'ennesimo aspetto di una confusione generalizzata, di una "sporcizia" interiore ed esteriore, di quel non essere né carne né pesce tipico di quell'età orrenda.


E di orrore, a prescindere dalle splendide riprese acquatiche di Polinger e da una regia che, spesso, abbraccia uno stile onirico che spazia dal sogno bagnato all'incubo in perfetto stile De Palma in Carrie, ce n'è parecchio. Nonostante il titolo possa dare l'idea di un body horror con tutti gli annessi e connessi, The Plague non è un film particolarmente violento o disgustoso a livello fisico, salvo sul finale, perché la Peste di cui parlano i microcefali protagonisti è un eczema, uno sfogo diffuso, niente più. Ciò che è difficile da sostenere è piuttosto lo stress psicologico, la sensazione che a Ben possa accadere qualcosa di molto più brutto di una presa in giro, un terrore che il regista veicola semplicemente inquadrando i volti dei compagni di Ben, i loro sguardi freddi, la maschera di innocenza che indossano unita alla profonda convinzione che i loro comportamenti siano giustificabili in toto. Lo spettatore abituato a dinamiche simili a quelle de Il signore delle mosche o Full Metal Jacket (Kenny Rasmussen è impressionante per quanto somigli a Vincent D'Onofrio in quel film) non può fare altro che smettere di respirare in più occasioni, stando sul chi va là come il povero Ben, interpretato magnificamente da Everett Blunk. Il giovane attore offre l'interpretazione incredibile, molto realistica, di un ragazzino timido ma fiducioso che, a poco a poco, si spezza e cade vittima di un'ansia e una rabbia incontrollabili, consentendo alla Peste di renderlo brutto anche dentro, contagiato non tanto dalla "malattia" di Eli, quando dallo schifo veicolato dai suoi mostruosi compagni. Fondamentale anche la componente musicale, con una colonna sonora originale intensa ed elegante, fatta di inquietanti cori sovrapposti ed archi che enfatizzano la natura "chiusa" della realtà in cui viene a trovarsi Ben, un mondo che lascia soli i più deboli e dove gli adulti, potenziale presenza salvifica, non sono ammessi (il personaggio di Joel Edgerton è emblematico nella sua imbarazzante inutilità, pur se mossa da buone intenzioni). In aggiunta, non meno importanti, ci sono un paio di pezzi "dance" tra i quali cui spicca la scatenata Feeling So Real di Moby, un inno ad affermare se stessi, sempre e comunque, non importa quanto si sia strani, goffi, malaticci, nonché una canzone che vi resterà in testa per un bel po' dopo la fine dei titoli di coda. The Plague è un film splendido che spero possa avere in Italia la distribuzione che merita, ma è anche un film cupo, pessimista, che vi lascerà addosso sensazioni spiacevoli ad accompagnare un magone persistente, quindi maneggiatelo con cura... soprattutto se avete figli maschi di quell'età!


Di Joel Edgerton, che interpreta Daddy Wags, ho già parlato QUI.

Charlie Polinger è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Anche produttore e attore, ha 36 anni.



martedì 17 febbraio 2026

Hamnet - Nel nome del figlio (2025)

Mercoledì scorso sono andata a vedere Hamnet - Nel nome del figlio (Hamnet), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dalla regista Chloé Zhao a partire dal romanzo omonimo di Maggie O'Farrell e candidato a 8 premi Oscar: Miglior Casting, Miglior colonna sonora originale, Miglior film, Miglior regia, Miglior attrice protagonista, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior scenografia, Migliori costumi. 


Trama: Agnes e Will si innamorano e hanno tre figli, ma li attende una terribile tragedia, che rischia di distruggere il loro mondo...


Hamnet
era uno dei film che mi incuriosivano maggiormente, in questa forsennata corsa all'Oscar, perché era già comparso mesi fa sulla homepage di Letterboxd come un'opera tra le più "chiacchierate". E poi Hamnet, chissà perché, mi sembrava un titolo stranissimo, quando invece è l'antico modo in cui veniva scritto "Hamlet", Amleto, quello di Shakespeare. E proprio del Bardo si parla nel nuovo film di Chloé Zhao, soprattutto in relazione alla moglie Agnes, vera protagonista del film, e di Hamnet, appunto, unico maschio su tre figli avuti dalla coppia e vittima (non è spoiler, fa parte della biografia di Shakespeare) di una morte prematura, ancora bambino. Prima della tragedia, il film della Zhao si prende molto tempo per presentarci i personaggi, i diversi mondi da cui provengono, uniti da reciproca attrazione e da un'amore profondo. Agnes è "la figlia della strega", una donna lontana dai canoni estetici e caratteriali delle sue coetanee dell'epoca, e vive in comunione con la natura, dalla quale trae un'enorme forza d'animo e una visione del mondo assai pratica, pur se permeata da riti e da qualcosa che richiama una magia antica. La schiettezza di Agnes, la passione e determinazione con cui affronta ogni aspetto della vita, è legata agli insegnamenti della madre morta quando era bambina, e alla capacità di intuire il futuro altrui, di vedere ciò che altri scelgono, volutamente o meno, di ignorare. Will, figlio di un conciatore pieno di debiti, è mosso dalla stessa passione di Agnes, da un fuoco sacro che lo spinge a rifiutare la vita che la famiglia vorrebbe per lui, ma a differenza della donna è incapace di esprimere a parole emozioni e sentimenti, che fluiscono solo quando incanalati in poesie, racconti o opere teatrali. Intuendo ciò, per evitare che le sensazioni "bloccate" si trasformino in un veleno capace di contaminare il loro amore, Agnes manda Will in città, a Londra, scelta che si rivela un'arma a doppio taglio. Quanto più Will fiorisce, esprimendo la propria arte, tanto più Agnes si ritrova sola ad affrontare dolore, timori ancestrali, un passato che minaccia di sopraffarla, finché la morte di Hamnet non la convince che il marito, ormai, non prova più alcun interesse nei loro confronti. Non si tratta della solita storia di un matrimonio che si frantuma per via di ruoli socialmente imposti e recriminazioni reciproche: Hamnet racconta un dolore comune talmente forte da annientare ogni possibilità anche solo di immaginare un futuro e l'incapacità di condividerlo con la persona amata, da qui il potere salvifico dell'arte, che diventa il tema dell'ultimo atto del film.


La prima parte di Hamnet è filtrata dal punto di vista di Agnes, solo apparentemente aperto. Agnes, in realtà, è testarda, rigida nelle sue convinzioni, pesino chiusa nel pensiero di essere l'unica depositaria di una serie di "misteri" iniziatici che nessun altro potrebbe capire. I tre momenti topici in cui il dolore l'aggredisce sono emblematici, perché è in essi che la donna allontana brutalmente quanti vorrebbero aiutarla, anche solo per superare una sofferenza condivisa. Agnes è anche cieca di fronte a ciò che l'arte e il teatro significano per Will. Benché abbia incoraggiato il marito, col tempo è arrivata a considerare la sua attività come un capriccio, o al limite un mero mezzo di sussistenza economica, e questo punto di vista viene abbracciato, inevitabilmente, anche dallo spettatore, travolto dall'intensità dell'interpretazione di Jessie Buckley. Il personaggio di Will rimane sempre sullo sfondo, depotenziato dalla bizzarria di Agnes, dalla vitalità dei gemelli, dalle tragedie che toccano solo parte del nucleo familiare, ed è per questo che l'ultimo atto suona come una rivelazione e rimette tutto in prospettiva. Will non ha mai agito, né parlato, apparentemente sempre guidato dalla sicurezza di Agnes, ma ha osservato e capito, e ha ovviamente sofferto quanto lei. Il Globe, trasformato come per magia nella vitale nicchia boscosa che ha da sempre cullato Agnes, si fa letteralmente teatro di una straziante ammissione di colpa e di un atto di puro amore, verso la moglie e il figlio perduto, una rappresentazione di ciò che poteva essere, resa ancora più efficace dalla scelta di introdurre, nei panni di Amleto, proprio Noah Jupe, fratello del piccolo Jacobi, che interpreta Hamnet. E così, nella scena finale più devastante dell'anno cinematografico appena iniziato, l'arte diventa un ponte che unisce non solo individui legati tra loro, ma anche perfetti sconosciuti, travalica le dimensioni, trasforma le lacrime in sorrisi, cancella la solitudine anche nella morte, rendendola non meno reale, certo, ma forse più sopportabile. 


Hamnet
è un film di rara bellezza, che dimostra come Chloé Zhao sia riuscita ad uscire indenne dal tritacarne Marvel mantenendo la sua coerenza autoriale. Come già in Nomadland, ma anche in Eternals, la Zhao cattura gli elementi "mistici" della natura che circonda i suoi personaggi, lega inestricabilmente l'elemento umano al paesaggio, e fa di ogni dettaglio un tassello fondamentale di quella trama di magia che sottende anche ai momenti più prosaici. In questo caso specifico, è aiutata da un reparto tecnico di prim'ordine, che affianca alla bellezza misteriosa dei boschi e all'altrettanto misteriosa inquietudine veicolata da grotte e passaggi oscuri, degli ambienti artificiali meticolosamente ricostruiti, che rispecchiano le personalità dei personaggi. Lo stesso, ovviamente, vale per i costumi, tra i quali spiccano gli abiti indossati da Jessie Buckley, infuocati da quel rosso vivido che contrasta col dimesso verde-azzurro di Will, e che si spegne in un atono grigio dopo che la tragedia ha colpito; gli abiti di Agnes fanno il paio con quelle mani perennemente sporche e rovinate, espressione di una personalità pratica, di un legame viscerale con la natura e tutto ciò che ad essa è legato. Alla faccia dell'aspetto volutamente sciatto, Jessie Buckley è affascinante da morire. La sua Agnes cattura fin dal primo fotogramma, con lo sguardo diffidente e quel mezzo sorriso sulle labbra, e spezza violentemente il cuore dello spettatore con un'interpretazione totalmente abbandonata alle emozioni grezze del personaggio, feroce, disperata e spesso rabbiosa. Non stupisce che abbia vinto ai Golden Globe e spero vivamente che si porterà a casa anche la statuetta di migliore attrice, ma il resto del cast non è da meno. Non solo Paul Mescal, la cui interpretazione acquista valore ed importanza, diventando sorprendente, man mano che il film prosegue (un po' come accade a Inga Ibsdotter Lilleaas, un'altra Agnes, in Sentimental Value), anche Emily Watson e il piccolo Jacobi Jupe danno vita a sequenze toccanti ed indimenticabili, per quanto brevi, e contribuiscono ad arricchire ulteriormente un film tra i più belli ed intensi visti finora per il recupero degli Oscar. L'unico difetto di Hamnet è un ritmo un po' altalenante, che mostra il fianco a qualche momento di "stanca" ogni volta che il film passa da una tragedia (potenziale o meno) all'altra, ma è ben poca cosa di fronte al risultato complessivo. Nell'attesa di capire come la Zhao si approccerà all'eredità di Buffy the Vampire Slayer e di sapere quanti Oscar portrà a casa Hamnet, il mio consiglio è di non perderlo assolutamente!


Della regista e co-sceneggiatrice Chloé Zhao ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Agnes), Paul Mescal (Will), Joe Alwyn (Batholomew), Emily Watson (Mary) e Noah Jupe (Hamlet) li trovate invece ai rispettivi link.


Jacobi Jupe
, che interpreta Hamnet, è il fratello minore dell'attore Noah Jupe. Sam Mendes, che figura tra i produttori del film, avrebbe dovuto dirigere Hamnet, con Tom Holland nel ruolo di William Shakespeare. ENJOY!




venerdì 13 febbraio 2026

2026 Horror Challenge: 47 Metri - Uncaged (2019)

La challenge horror di questa settimana voleva un horror con degli animali. La scelta è caduta su 47 Metri - Uncaged (47 Meters Down: Uncaged), diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Johannes Roberts.


Trama: Mia, la sorellastra e le sue amiche decidono di esplorare un antico tempio sepolto dalle acque, ma non sanno che ormai il luogo è diventato la tana di uno squalo...


Mi diverte sempre l'idea di come si intreccino le casualità. La settimana scorsa è uscito in Italia Primate e, più o meno nello stesso momento, ho recuperato un altro film di Johannes Roberts, questo 47 Metri - Uncaged. Ammetto di non essermi riguardata 47 Metri prima di affrontare il sequel, ma non è un problema, perché i due film hanno un unico collegamento, ovvero gli squali. 47 Metri vedeva le protagoniste chiuse in una gabbia in fondo all'oceano, circondate da squali, mentre qui le protagoniste sono, come da titolo, "uncaged" ma comunque in una situazione di merda, anche se non avete una mezza fobia degli abissi come me o non siete claustrofobici come mio padre. Ecco, a papà è bastato che accennassi alla trama del film per smettere di respirare, quindi pensateci bene, nel caso, prima di recuperare 47 Metri - Uncaged, perché i punti chiave della trama sono assai simili a quelli del suo predecessore: i protagonisti si ritrovano bloccati in fondo al mare/oceano, con una riserva d'aria sempre più scarsa, braccati dagli squali. Qui si aggiunge la componente di un luogo buio e labirintico, dentro il quale si rischia di rimanere intrappolati, una struttura antichissima e fragile, che mal sopporta le sollecitazioni di uno squalo furibondo e cieco. Sì, l'altra particolarità di 47 Metri - Uncaged è che gli squali hanno le stesse caratteristiche dei pesci abissali, quindi braccano la preda seguendo i rumori particolarmente forti, le vibrazioni dell'acqua o il sangue di eventuali ferite. L'unica cosa che non cambia, però, è la bastardaggine di Johannes Roberts, il quale adora mettere i suoi personaggi in situazioni orribili, ferirli non solo fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, e uccidere nei modi peggiori anche chi non meriterebbe di fare una brutta fine (tranne Nicole. Quella è scema come un tacco e finire mangiata da uno squalo è un destino ancora troppo clemente per una così).


Siccome 47 Metri - Uncaged è un film che vive praticamente della sua breve durata e dell'intrattenimento che offre durante la visione, tra una bestemmia di paura e l'altra, non è che mi sia granché soffermata sugli aspetti tecnici. In generale, mi è sembrato che Johannes Roberts e il direttore della fotografia Mark Silk abbiano fatto buon uso dell'illuminazione, utilizzando le luci anche in maniera creativa (per esempio quando, a un certo punto, spunta un segnalatore rosso lampeggiante) e, soprattutto, rendendo ogni scena chiara e comprensibile, anche nelle sequenze più concitate. Passando alle note dolenti, il regista si appoggia anche troppo spesso a jump scares banali, benché efficaci, e il film è privo di quell'eleganza che, invece, si può riscontrare in Primate, più d'atmosfera e curato (è anche vero che il budget di 47 Metri - Uncaged era la metà e il film è rimasto ben poco nelle sale, finendo quasi subito nel circuito dello streaming o dei DVD). Anche le attrici protagoniste non sono granché. La sceneggiatura cerca di farci affezionare a Mia in quanto vessata dalle compagne di scuola ed ignorata dalla sorellastra, ma il personaggio è talmente labile che neppure Sophie Nélisse si impegna a portare a casa una performance che non sia meramente fisica. In virtù di questo, la scena finale, che dovrebbe essere la giusta rivincita morale di Mia nei confronti della ragazza che l'ha bullizzata, risulta ridicola e forzata, ma c'è chi potrebbe dire la stessa cosa di tutta la parte che segue i superstiti fuori dal tempio, il trionfo della suspension of disbelief. Siccome, però, io mi sono molto divertita, non rientro nel novero di queste persone incapaci di godersi il binomio morte & distruzione portato da un branco di squali e vi consiglio di tenervi 47 Metri - Uncaged per le calde serate estive e una necessaria iniezione di leggerezza. Sempre che non siate claustrofobici, ça va sans dire. 


Del regista e co-sceneggiatore Johannes Roberts ho già parlato QUI

Sophie Nélisse interpreta Mia. Canadese, ha partecipato a film come Monsieur Lazhar, Storia di una ladra di libri e a serie quali Yellowjackets. Ha 26 anni e un film in uscita, l'imminente Whistle


Sistine Rose Stallone
, che interpreta Nicole, è la figlia di Sylvester Stallone. 47 Metri - Uncaged, pur non essendovi legato in alcun modo, segue 47 Metri, quindi, se vi fosse piaciuto, recuperatelo e aggiungete Lo squalo,  Paradise Beach - Dentro l'incubo e Dangerous Animals. ENJOY!

martedì 10 febbraio 2026

L'agente segreto (2025)

La settimana scorsa è unscito in Italia L'agente segreto (O Agente Secreto), diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Kleber Mendonça Filho, e candidato a 4 Oscar (Miglior film, Miglior film straniero, Miglior attore protagonista, Miglior casting).


Trama: nell'epoca del regime militare brasiliano, l'ex professore universitario Armando deve farsi una nuova vita in un'altra città, per fuggire ad un pericoloso passato...


Mi sembrava strano avere apprezzato tutti i film candidati e amati dalla critica visti finora, doveva arrivare a un certo punto l'opera che mi avrebbe lasciata con un punto interrogativo sulla testa. Il momento è giunto con L'agente segreto, film che segue le vicende di un ex professore universitario fuggito da una persecuzione ingiusta e da una serie di accuse costruite ad arte. L'agente segreto, scritto e sceneggiato dal regista Kleber Mendonça Filho, è un'opera ambientata negli anni '70, ai tempi della dittatura militare in Brasile, durante la presidenza di Ernesto Geisel. Lo scopo del film, chiaramente, è quello di raccontare come le persone vivessero in quel periodo buio, cercando la normalità pur con la costante spada di Damocle di venire arrestati o fatti sparire nel peggiore dei modi; per ogni "ribelle" che si offre di aiutare quanti vengono perseguitati dal regime, come la meravigliosa Dona Sebastiana, ci sono poliziotti corrotti o killer prezzolati nascosti nelle ombre, orribili individui dai valori morali completamente distorti. Il titolo del film, in questo, è eloquente. Per "agente segreto", infatti, non si intende il povero Marcelo/Armando, il quale cerca semplicemente di sopravvivere e riallacciare il rapporto col figlioletto, ma si fa riferimento a un termine usato in Brasile negli anni della dittatura, che indicava individui legati al governo, impegnati in attività clandestine di sorveglianza, identificazione e altre cose ben peggiori. C'è poi anche tutta l'accezione glamour veicolata dal cinema, un'arte che ha un ruolo preponderante all'interno del film (O agente secreto è il titolo di uno dei film proiettati all'interno della sala gestita dal suocero di Marcelo), oltre all'idea della memoria, individuale e collettiva, rappresentata come "agente" invisibile che modifica la percezione della realtà, come dimostra il finale in cui Fernando non è minimamente interessato a conoscere le vicende del padre, là dove una studentessa sconosciuta le reputa fondamentali per aggiungere un'ulteriore tessera ad un passato che rischia di scomparire. Tutto molto bello ed interessante, soprattutto il riferimento costante al film Lo squalo, utilizzato come oggetto delle brame del piccolo Fernando, pellicola "del momento" per i cittadini di Recife e metafora della situazione di Marcelo, braccato da "squali" che sentono sempre più l'odore del suo sangue, peccato che la vicenda del protagonista non mi abbia toccata nemmeno nei momenti più carichi emotivamente. 


Il motivo di questo distacco, almeno per me, è stata l'abbondanza di personaggi e sottotrame che distolgono l'attenzione da quello che dovrebbe essere il fulcro narrativo del film. Che i viscidi poliziotti coi quali Marcelo viene in contatto siano l'apoteosi dello schifo, che i giornali raccontino di una gamba dotata di vita propria che prende a calci gli omosessuali appartati nei parchi, che ricchi e poveri vengano trattati con una disparità imbarazzante, che il sarto tedesco (interpretato tra l'altro egregiamente da un Udo Kier alla sua, ahimé, ultima apparizione sullo schermo) sia un ebreo che i poliziotti ignoranti si incaponiscono a considerare nazista, sono tocchi di colore che sì, danno un'idea precisa dell'epoca storica in cui si muove Marcelo, ma sono poco utili ad empatizzare con lui. Personalmente, avrei preferito che venissero approfondite le storie dei rifugiati accolti da Dona Sebastiana, che venisse mostrato il loro rapporto con Marcelo, al di là di un accenno a una liaison con una delle inquiline, e che lo stesso Marcelo venisse approfondito di più. Così, mi ha dato l'impressione che il protagonista fosse  "uno dei tanti", e forse era proprio questo lo scopo di questo mix tra commedia nerissima, dramma e thriller, una scelta che con me però non ha funzionato. La conseguenza di ciò è che L'agente segreto, per quanto ben diretto, con alcune scelte stilistiche che fanno il verso ai filmacci di serie B affiancate a sequenze raffinatissime, mi è parso, a tratti, un'ordalia interminabile che mi ha persa in più punti, ovvero quando il mio disinteresse non era placato dal batticuore provato davanti alle nostalgiche immagini di sale cinematografiche affollate o da pochi momenti di pura angoscia pulp. Lo stesso Wagner Moura (peraltro affascinante da morire, difficile vederlo come un "uomo della strada") non mi ha colpita particolarmente, se non quando il personaggio apre il suo cuore al suocero e alla leader del movimento ribelle Elza, dove traspare tutto il dolore di un uomo costretto non solo a rinnegare la propria identità e gli affetti del presente, ma anche a sopportare l'infamia di venire additato come corrotto e traditore da uomini indegni persino di allacciargli le scarpe. Può essere che abbia guardato L'agente segreto in un momento di stanca, cosa che talvolta mi capita nel corso della Oscar Death Race, ma purtroppo ora come ora non mi ha convinta. Oggettivamente, però, mi rendo conto che è un'opera molto bella, quindi chissà che, tra qualche anno, non mi decida a ridargli una chance. Per ora, il mio cuore batte per altri candidati.

Di Udo Kier, che interpreta Hans, ho già parlato QUI.

Kleber Mendonça Filho è il regista e sceneggiatore del film. Brasiliano, ha diretto film come Aquarius, Bacurau e Retratos Fantasmas. Anche produttore, montatore, direttore della fotografia e attore, ha 58 anni. 


Wagner Moura
interpreta Marcelo Alves/Armando Solimões/Fernando Solimões. Brasiliano, ha partecipato a film come Tropa de elite, Tropa de elite 2, Civil War e a serie quali Narcos e Narcos: Messico. Come doppiatore, ha lavorato in Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita. 



venerdì 6 febbraio 2026

2026 Horror Challenge: Ben - Rabbia Animale (2025)

Siccome il multisala ha miracolosamente proiettato entrambi gli horror usciti in Italia la settimana scorsa, martedì sono corsa a vedere anche Ben - Rabbia animale (Primate), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Johannes Roberts, che mi vale anche come post "libero" per la challenge horror di questa settimana.


Trama: quando Ben, uno scimpanzé domestico, contrae la rabbia, Lucy e i suoi amici devono cercare di sopravvivere alla sua furia omicida...


Il filone "scimmie assassine" ha vissuto un periodo di gloria nella seconda metà degli anni '80 e poi, che io sappia, il genenere monkey horror si era andato un po' a perdere. Sì, una scimmia mostruosa è tornata prepotentemente sotto i riflettori grazie ad Oz Perkins, ma non è la stessa cosa, anche se The Monkey è meraviglioso. Dopo il piccolo assaggio avuto con Nope, serviva un horror con le scimmie vecchio stampo e ce lo ha offerto su un piatto d'argento Johannes Roberts, il quale si è fatto le ossa cominciando con gli squali. Ben - Rabbia animale (che, da qui in avanti, chiamerò col titolo originale, Primate, perché quello italiano non si può sentire né vedere) è un horror d'assedio "basico", privo di significati nascosti o metaforoni, creato con l'esplicito intento di divertire il pubblico (se, per divertimento, uno intende cagarsi in mano dall'inizio alla fine del film). C'è uno scimpanzé che ha contratto la rabbia, e l'unico compito della sceneggiatura è quello di creare situazioni varie e plausibili che portino i ragazzi protagonisti a finire sotto le grinfie della bestia, per poi morire nei modi peggiori; l'impianto è molto simile a Cujo, non a caso una delle opere cartacee e cinematografiche preferite dal regista, ma Primate è meno statico e logorante, più vicino all'idea di uno slasher con una scimmia al posto del serial killer. Prima che mi stiate chiedendo se mi si è inaridito il cuore, io un minimo di empatia per Ben l'ho provata, ché non è mica colpa sua se è stato morso e contagiato, ma è proprio qui che giocano un po' sporco Johannes Roberts e compagnia, perché il minimo segno di debolezza sentimentale da parte dei protagonisti significa morte certa, per loro o per altri. Considerato, inoltre, che lo scimpanzé era stato allevato dalla madre della protagonista, prima di morire per un tumore, e che è cresciuto con le figlie a mo' di fratellino, l'aspetto emotivo è preponderante, soprattutto quando i protagonisti sono costretti ad accettare l'idea che ormai Ben non è più la bestiola intelligente e tenera che conoscevano. 


Johannes Roberts
, come ho scritto all'inizio, si è fatto le ossa con squali e serial killer mascherati, quindi sa bene come gestire ambienti chiusi (per quanto grandi) dai quali non è possibile uscire, oltre ad essere assai abile con le riprese subacquee e le piscine, ambiente, quest'ultimo, dove si svolge almeno metà film. Poiché è affetto dalla rabbia, Ben è costretto a stare lontano dall'acqua, ma la sua natura di primate viene lo stesso sfruttata dalla regia trasformandolo in una minaccia che può arrivare da direzioni inaspettate, così che ogni panoramica degli ambienti, ogni piano americano, ogni inquadratura di quinta è una minaccia alle coronarie dello spettatore. Il pregio più grande di Primate è però l'utilizzo di effetti speciali analogici. Ben non è una creatura digitale, bensì un attore che indossa un costume realizzato dalle abili mani di esperti del settore e si vede, perché la creatura è dotata di una personalità, dei modi anche teneri, una profondità che nessuna scimmia digitale avrebbe potuto trasmettere. E nessuna scimmia vera sarebbe potuta entrare in completa modalità killer, visto il modo in cui Ben, verso il finale, arriva a somigliare più a un demone che a un essere vivente, anche in virtù di una crescente sete di sangue che genera splatterate da voltastomaco, di quelle che ormai si vedono raramente al cinema. Anche per questo motivo, Primate è un film da godere in sala, senza sottovalutarlo: fila via veloce che è un piacere, in un'ora e mezza mette talmente tanta ansia che staccare gli occhi dallo schermo è impossibile, non lesina dettagli gore, a volte strappa persino qualche risata e sfrutta l'handicap di uno dei protagonisti in maniera interessante e funzionale. L'unico dubbio che mi è rimasto, alla fine del film, è quanto ci metterà la famiglia protagonista a finire sotto i ponti dopo tutti i risarcimenti che dovranno pagare, alla faccia della casa da sogno a strapiombo sulla roccia. Ma affari loro, così imparano a deturpare il paesaggio e a trattare le povere scimmiette con superficialità.


Del regista e co-sceneggiatore Johannes Roberts ho già parlato QUI

Troy Kotsur interpreta Adam. Americano, lo ricordo per film come Number 23 e CODA - I segni del cuore (per il quale ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista); inoltre ha partecipato a serie quali CSI:NY, Scrubs e Criminal Minds. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 58 anni. 


Jess Alexander
, che interpreta Hannah, era Vanessa ne La sirenetta mentre Charlie Mann, che interpreta Drew, era nel cast di The Watchers. Se Ben - Rabbia animale vi fosse piaciuto recuperate Monkey Shines - Esperimento nel terrore, Link, Shakma - La scimmia che uccide e Cujo. ENJOY!

mercoledì 4 febbraio 2026

Sentimental Value (2025)

Con l'uscita italiana, sono riuscita a recuperare Sentimental Value (Affeksjonsverdi), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Joachim Trier e candidato a 9 premi Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior film straniero, Miglior attrice protagonista, Miglior attore non protagonista, Migliore attrice non protagonista (in questo caso due, sia Elle Fanning sia Inga Ibsdotter Lilleaas), Miglior sceneggiatura originale e Miglior montaggio.


Trama: dopo la morte della madre, Nora e la sorella Agnes si ritrovano ad avere a che fare col padre allontanatosi da tempo dalla famiglia, il quale vorrebbe dirigere un film con protagonista proprio Nora...


C'è una cosa che ho pensato, mentre asciugavo lacrime di commozione alla fine di Sentimental Value, ovvero che Renate Reinsve si riconferma la persona peggiore del mondo. O, se non altro, la più problematica. E io, per questo, voglio un mondo di bene ai suoi personaggi, anche se l'atteggiamento tutto cerebral-intellettuale tipico del freddo Nord è qualcosa di completamente avulso alla mia personalità. In Sentimental Value, la Reinsve interpreta Nora, attrice in profonda crisi esistenziale la quale, alla vigilia di un importante prima teatrale, rischia di mandare all'aria lo spettacolo fuggendo a gambe levate. La sua situazione psicologica non migliora quando, alla morte della madre, si ripresenta alla porta il padre, Gustav, famosissimo regista che non gira un film da anni e col quale Nora ha un rapporto di amore-odio più sbilanciato verso la seconda emozione. Gustav vorrebbe tornare a lavorare e propone a Nora di essere la protagonista del suo nuovo film, un'opera semi-biografica, ispirata alla storia della propria infanzia e, soprattutto, della madre morta suicida. Quando Nora rifiuta, furibonda col padre per avere sempre anteposto l'arte alla famiglia, al punto da abbandonare lei e la sorella, ancora bambine, Gustav propone il ruolo di protagonista ad una famosa giovane attrice, Rachel Kemp. Sentimental Value racconta dunque il tentativo di Gustav di portare sul grande schermo un episodio assai doloroso della propria infanzia, da guardare in retrospettiva quando la sua vita è quasi giunta al termine, e di riformare, attraverso esso, un legame con le due figlie. E' un tentativo goffo e tardivo di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati, portato avanti da un uomo orgoglioso e testardo, che ragiona essenzialmente in base al proprio prestigio di regista blasonato; Gustav sa che Nora è un'attrice bravissima, eppure non va mai a vederne gli spettacoli, né ha mai guardato un solo episodio della serie televisiva in cui ha recitato, e le offre il lavoro sottolineando come sia un'occasione imperdibile per lei, facendola ovviamente sentire in difetto. Purtroppo per lui Nora, come ho scritto all'inizio, è "la persona peggiore del mondo", e Gustav, senza neppure rendersene conto, ha passato la vita a farla sentire tale.


Sentimental Value
è la commovente storia di due persone che si vogliono un bene dell'anima, che si cercano con gli sguardi e il corpo (i gesti della Reinsve e di Skarsgård, il modo in cui Trier gestisce lo spazio e i silenzi quando i due attori condividono la scena senza altre persone attorno, sono la cosa più bella e toccante del film), ma quando aprono bocca lo fanno solo per distruggersi a vicenda, incapaci di comunicare perché troppo simili. Nora non può partecipare al film di Gustav perché lui le ha inflitto, da bambina, una ferita insanabile, che l'ha resa incapace di coltivare legami stabili e duraturi nel tempo, di avere fiducia nel suo talento di attrice, di esternare un affetto che è comunque capace di provare, come testimonia lo splendido legame col nipotino. L'assenza del padre è stata un sollievo e una tortura, l'ha resa più leggera (la splendida introduzione narrativa del film, col parallelo tra Nora e l'antica casa di famiglia, è molto chiara), ma solo perché le ha tolto qualcosa di importante, per quanto fosse un fardello pesante da portare. Nora si trova dunque bloccata in un limbo, da qui la scelta di cominciare la sua carriera di attrice proprio col monologo di Nina ne Il gabbiano; a differenza però della protagonista dell'opera di Cechov, che alla fine arriva a definirsi "attrice", Nora continua a rimanere "gabbiano", distrutta dal passato, incapace di librarsi libera e fiduciosa. L'unico motivo per cui Nora è ancora viva, in effetti, è la presenza della sorella Agnes. Silenziosa testimone della faida tra Nora e Gustav, disinteressata a prendere le parti dell'una o dell'altro ma ferma nel suo proposito di ascoltare e sostenere entrambi, Agnes si è fatta una sua vita, superando i traumi infantili e diventando la guardiana di una situazione che rischia di degenerare. Poiché è priva del carattere volitivo della sorella e dell'aura da "star" di Rachel, Agnes rischia di passare inosservata, ma è probabilmente il personaggio femminile più importante del film, l'unico che ha avuto la forza di non lasciarsi soggiogare dalla personalità di Gustav.


Agnes è un personaggio splendido, che entra nel cuore dello spettatore in maniera inaspettata e diventa sempre più importante, finché il confronto risolutivo e rivelatore con padre e sorella non la rendono indimenticabile, e lo stesso vale per Rachel Kemp, un ritratto di attrice un po' diverso da quelli ai quali siamo abituati. La sua presenza, così come quella di Gustav e la sua scelta di girare un film personale, ci permette di entrare nel dietro le quinte del processo creativo, del rapporto quasi simbiotico che si crea tra registi/sceneggiatori e gli attori protagonisti, e introduce lo spettatore ad un animo delicato ma forte, che si ritrova inconsapevolmente in mezzo a beghe familiari decennali. Attraverso Rachel, Gustav vede i suoi errori, comprende il dolore causato dalla sua totale dedizione all'arte, e compie un primo, importante passo per realizzare quello che, potenzialmente, potrebbe essere il suo capolavoro. Per rappresentare degnamente una famiglia e una storia così intrinsecamente legate all'arte cinematografica, Joachim Trier realizza la sua regia più ambiziosa, armonizzando una varietà infinita di stili, tra spezzoni di film nel film, dietro le quinte teatrali e cinematografiche, narratrici esterne che raccontano l'infanzia di Nora come se fosse una fiaba, edifici che diventano "vivi", sequenze quasi documentaristiche di vita familiare ed altre più patinate (soprattutto quelle legate al mondo "dorato" in cui si muove Gustav), il tutto costruito con un montaggio fatto di brevi dissolvenze in nero, soggettive e tagli che spezzano l'azione enfatizzando ancora di più il coinvolgimento emotivo dei protagonisti (sfido chiunque a non farsi venire un attacco di panico assieme a Nora, prima dell'ingresso in scena). All'oggettiva bellezza della regia e del montaggio, si aggiunge la bravura degli attori. Ora, benché Elle Fanning sia deliziosa e la lettura del suo monologo sulla preghiera (splendido fulcro dei momenti più emozionanti del film, soprattutto la seconda volta in cui viene letto) spinga a piangere assieme a lei, forse la sua nomination all'Oscar è un po' esagerata, ma Renate Reinsve, Stellan Skarsgård e Inga Ibsdotter Lilleaas, che interpreta Agnes, sono favolosi sia da soli che quando condividono le scene, creano personaggi sfaccettati riempiendo con la loro espressività qualunque elemento lasciato libero dalla sceneggiatura e toccano il cuore, anche e soprattutto con le loro antipatiche imperfezioni. Visto quanto mi sono dilungata, dubito che qualcuno abbia avuto la forza di arrivare a leggere fin qui, ma pazienza. Questo post serve soprattutto a ricordare a me stessa tutte le sensazioni derivate dal colpo di fulmine provato per Sentimental Value, un film che vi invito caldamente a recuperare, assieme a tutte le altre opere di Trier!


Del regista e co-sceneggiatore Joachim Trier ho già parlato QUI. Stellan Skarsgård (Gustav Borg) e Elle Fanning (Rachel Kemp) li trovate invece ai rispettivi link.

Renate Reinsve interpreta Nora Borg. Norvegese, la ricordo per film come La persona peggiore del mondo e A Different Man. Anche produttrice, ha 39 anni e cinque film in uscita, tra cui The Backrooms

 

martedì 3 febbraio 2026

Send Help (2026)

Sabato sono andata a vedere Send Help, diretto dal regista Sam Raimi.


Trama: Linda e il suo capo Bradley sono gli unici sopravvissuti di un incidente aereo che li ha visti naufragare su un isola deserta. La convivenza tra i due si rivela, fin dall'inizio, molto difficile....


Non potevo esimermi dal correre al cinema per testimoniare il ritorno di Sam Raimi al genere horror, diciassette anni dopo Drag Me to Hell. In realtà, Send Help non è proprio un horror, è più una commedia nerissima con pennellate di violenza grottesca e sporadiche incursioni nello splatter, ma contiene in sé molto dell'umorismo corrosivo e del senso del grottesco che ha reso famoso il regista. La trama è tristemente attuale, tanto che, all'inizio, mi è sembrato di stare guardando un documentario su una multinazionale. Linda, workaholic sciatta e remissiva, lavora come dipendente del reparto strategia e pianificazione all'interno di un'azienda il cui presidente è da poco venuto a mancare. Tra le ultime volontà dell'uomo c'era una promozione per Linda, la migliore del reparto, ma il figlio Bradley, subentratogli come presidente, decide di ignorarle platealmente, disgustato dall'aspetto e dal modo di fare rozzo della donna, preferendo circondarsi di molluschi in carriera di sesso maschile, col suo stesso background universitario. Su suggerimento di un consigliere, Bradley decide comunque di portarsi dietro Linda per risolvere una questione spinosa in Thailandia, ma l'aereo dove viaggiano si schianta, lasciando i due come unici sopravvissuti. Bloccati su un'isola deserta, Linda prospera grazie alle conoscenze pratiche derivate dalla passione sfrenata per il survivalismo, mentre Bradley, ferito a una gamba, non solo si conferma un'ameba inutile, ma rimane testardamente (e stupidamente) attaccato alle dinamiche sociali/lavorative di un mondo civilizzato che potrebbe non rivedere mai più. Epurato delle inevitabili estremizzazioni a beneficio della spettacolarità, il rapporto tra Linda e Bradley è verosimile in maniera angosciante. Linda è un'inguaribile ottimista convinta che la sua abilità lavorativa le consentirà di conquistare non tanto il prestigio economico, ma la stima e l'approvazione di colleghi e superiori, che finalmente riusciranno a vedere oltre il suo aspetto e la sua social awkwardness per apprezzarla come merita. Imbevuta di slogan motivazionali e manuali di self help, Linda combatte contro i mulini a vento di una società che, in quanto donna, sciatta e goffa, non la metterà mai in una posizione di rilievo. Lo stesso presidente ha deciso di promuoverla una volta prossimo alla fine della propria carriera, come a volersi sgravare di un peso lasciando poi la patata bollente ad altri, nella fattispecie il figlio Bradley, e purtroppo per Linda quest'ultimo è l'apoteosi del figlio di papà incapace, arrogante, ignorante e convinto di essere Dio perché papino gli ha lasciato in eredità un'azienda. Quando parlavo di documentario, è perché io un Bradley l'ho visto e vissuto (pur avendo avuto la fortuna enorme di non essere la sua Linda), e il fatto che i Bradley di questo mondo non riescano minimamente a capire come cambino le situazioni e il mondo attorno a loro ma continuino a pensare di godere di una miracolosa immunità in virtù della loro immeritata posizione sociale, è la pura verità, non fiction.


Bradley è l'evoluzione (anzi, l'ulteriore involuzione) dell'impiegata che, in Drag Me to Hell, rifiutava la proroga del mutuo alla zingara perché disgustata dal suo aspetto, e Linda è comunque vittima dello stesso sistema che costringeva Christine a comportarsi da merda disumana per dimostrare il proprio valore. Linda, per la maggior parte della sua vita, ha pagato la determinazione a non snaturarsi, finché in lei qualcosa si spezza proprio perché la sua bontà è stata sempre, sistematicamente, testardamente rispedita al mittente con una smorfia di disprezzo. Send Help è stato definito un mix di Misery non deve morire e Cast Away; ricamare troppo su questo aspetto significherebbe incappare in spiacevoli spoiler, ma diciamo solo che, se è difficile empatizzare con la Annie kinghiana, ogni decisione di Linda, per quanto viziata da una certa dose di follia sottesa, è da accogliersi in maniera entusiasta come reazione a tutta la merda che è stata costretta ad inghiottire da sempre e anche come il sogno un po' girlie di una donna che, nella solitudine della giungla selvaggia, è riuscita a ritrovare se stessa. La regia di Raimi asseconda questa evoluzione di Linda, accompagna il gioioso sfogo di chi è rimasto imprigionato per anni da scrivanie e sciatti abiti da ufficio, liberandolo con gloriosi fiotti di sangue, panoramiche di paesaggi da sogno e terrificanti scorci di una natura pericolosa e selvaggia, e per questo ancora più gratificante da dominare. Il regista sottolinea anche l'aspetto ridicolo e grottesco della situazione, ricorrendo a bestie innaturalmente mostruose che, quando non affrontano direttamente i protagonisti, li spiano nascoste tra le foglie e le rocce oppure, a loro stessa insaputa, diventano i veicoli di macchinazioni perfidamente umane. A proposito di mostri, Raimi non rinuncia a zampate sovrannaturali e visionarie, né a mostrare l'orrore che si annida nell'animo umano, ricorrendo sul finale ad una metamorfosi da brividi, affidata interamente al make-up e alla bravura degli interpreti. Rachel McAdams divora la scena con un personaggio al tempo stesso delizioso ed esasperante, adorabile per la sua estrema ironia e per quella vena di pazzia nutrita da una vita solitaria, passata a divorare libri e serie TV a tema survivalista e, probabilmente, anche film come Laguna blu o Paradise. Dylan O'Brien, con quella sua naturale faccetta da cazzo, è un figlio di papà perfetto, un viscido serpente a sonagli da cui guardarsi quando il suo sguardo esprime un disgusto senza limiti, ma soprattutto quando sfodera una perfetta chiostra di denti bianchissimi, pronto a far cadere le donne ai suoi piedi. E su questo spezzo una lancia a favore della sceneggiatura di Damian Shannon e Mark Swift. Pur essendo spesso derivativo e un po' tirato per le lunghe, Send Help ha il pregio di non ricorrere a facili soluzioni e cliché, mantenendo il personaggio di Linda all'interno di una zona d'ombra sufficiente a non riuscire ad incasellarlo in positivo o in negativo, e questo rende il film ancora più interessante. Vi consiglio, dunque, di non sottovalutarlo solo perché non è un horror tout court, e di correre al cinema a vederlo!


Del regista Sam Raimi ho già parlato QUI. Rachel McAdams (Linda Liddle), Dylan O'Brien (Bradley Preston), Xavier Samuel (Donovan) e Dennis Haysbert (Franklin) li trovate invece ai rispettivi link.


Bruce Campbell
compare come padre di Bradley in una foto all'interno del suo ufficio. Se Send Help vi fosse piaciuto recuperate Severance - Tagli al personale, The Belko Experiment e Drag Me to Hell. ENJOY! 

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