venerdì 31 luglio 2026

Bolla Loves Bruno: La colazione dei campioni (1999)



Torna l'appuntamento salterino con Bolla Loves Bruno! Oggi tocca ad un film che avevo sentito nominare parecchio all'epoca, senza mai riuscire a trovarlo, ovvero La colazione dei campioni (Breakfast of Champions), diretto e co-sceneggiato dal regista Alan Rudolph nel 1999, a partire dal romanzo omonimo di Kurt Vonnegut.

Trama 

Dwayne Hoover, stimatissimo proprietario di una concessionaria di auto, comincia a perdere il contatto con la realtà, proprio quando lo scrittore fallito Kilgore Trout viene chiamato nella città in cui vive Dwayne per essere insignito di un premio...

Recensione

Dopo il successo di Armageddon, la carriera di Bruce Willis era di nuovo ad uno stallo, fatto di fallimenti commerciali, film non particolarmente apprezzati dalla critica ed esperimenti autoriali nei quali, palesemente, il nostro cercava di liberarsi del cliché del rude eroe urbano, con successo altalenante. La colazione dei campioni è un mix di tutte queste tendenze, un rischioso passo falso da cui Willis è stato salvato grazie a M. Night Shyamalan e al suo Il sesto senso, che ha restituito all'attore tutta la dignità di un artista in grado di caricarsi sulle spalle ruoli drammatici che richiedono un atteggiamento dimesso e riflessivo. Qui, purtroppo, Alan Rudolph (che già aveva collaborato con Willis nel pregevole L'ombra del testimone) ha scelto di dare maggior risalto all'apparenza, invece che alla sostanza e, ancora peggio, ha provato a dare un senso al romanzo La colazione dei campioni di Kurt Vonnegut. Ora, io non ho mai letto l'opera in questione, ma mi immagino che non sia facile né da leggere né da interpretare, un delirio di satira e critica sociale intrecciata, senza soluzione di continuità, ad aspetti metaletterari. L'adattamento cinematografico, definito dallo stesso Vonnegut "painful to watch", si affida quasi interamente all'overacting del cast e a tutta una serie di artifici registici atti a restituire le percezioni allucinate di Dwayne Hoover, uomo che sta lentamente impazzendo e pensa quotidianamente al suicidio. Il motivo per cui Hoover sia ridotto in questo stato viene vagamente attribuito ad un senso di estraneità rispetto alla vita e al mondo, una conseguente diffidenza verso tutte le persone che lo popolano, una progressiva perdita dell'identità, esacerbata dal bombardamento mediatico che vede "la maschera" da venditore di Hoover moltiplicata all'infinito, all'interno di pubblicità televisive, cartelloni, cartonati, ecc. Ciò che rende confuso e superficiale La colazione dei campioni, però, non è tanto la discesa nella follia di Hoover e tutte le circostanze che portano lo scrittore Kilgore Trout ad incrociare il suo cammino, quanto la presenza di una serie di personaggi secondari altrettanto nevrotici e folli che sembrano messi lì solo per fare casino, tratteggiati in maniera troppo superficiale perché allo spettatore possa importare qualcosa di loro.

Salvo forse Kilgore Trout e Harry Le Sabre, socio di Hoover terrorizzato che le persone scoprano il suo amore per il cross-dressing, gli altri personaggi sono insipidi e poco delineati, soprattutto i membri della famiglia di Dwayne; il figlio Bunny è un'aspirante performer di piano bar che vive in un bunker e la moglie Celia è un matta impasticcata che passa le giornate davanti alla TV, incapace di distinguere realtà da finzione, ma cosa apportino queste loro caratteristiche allo sviluppo della trama è qualcosa che devo capire ancora adesso. La superficialità dei personaggi secondari è ulteriormente aggravata dalla loro quantità spropositata e dal conseguente utilizzo di una miriade di cammei eccellenti, che danno proprio l'idea di una bieca scelta commerciale atta a dare prestigio al film (col senno di poi, credo che molti attori si siano pentiti di avere partecipato a questa schifezzuola). In tutto questo, Bruce Willis si impegna a dare vita ad un uomo terrorizzato e folle, al quale viene richiesto non solo di essere all'altezza della sua immagine pubblica, ma di donare un sorriso e una parola di speranza a tutti quelli che lo riconoscono per strada e pretendono da lui chissà quali "miracoli", fosse anche solo condividere un po' del suo apparente successo con loro. La discesa nella follia di Dwayne Hoover è una delle cose più credibili ed inquietanti del film, che purtroppo è invecchiato malissimo anche a livello estetico. Pur essendo stato girato nel 1999, La colazione dei campioni è squallido e sciatto per quanto riguarda la fotografia e le scenografie e i pochi effetti speciali utilizzati da Rudolph (probabilmente per emulare la presenza di illustrazioni "esplicative" realizzate da Vonnegut all'interno del romanzo) rendono il tutto più caotico, ma non in senso buono, né visionario. La sensazione che lascia La colazione dei campioni dopo la visione è quella di un film che, nelle mani di un regista più affine a Vonnegut, sarebbe potuto diventare un'opera interessante ma, così, è semplicemente una trasposizione confusa che non coinvolge il pubblico nemmeno per un istante; la mia speranza, sul finale, era che il fantomatico Creatore dell'Universo arrivasse a fare piazza pulita dell'irritante cittadina di provincia in cui è ambientata la storia, facendola saltare in aria con tutti i suoi abitanti. Se volete tentare l'esperienza, mentre sto scrivendo il post potete trovare La colazione dei campioni su Plex, in v.o. senza sottotitoli. Vi dico solo: auguri!

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Alan Rudolph ho già parlato QUI. Bruce Willis (Dwayne Hoover), Albert Finney (Kilgore Trout), Nick Nolte (Harry Le Sabre), Barbara Hershey (Celia Hoover), Glenne Headly (Francine Pefko), Lukas Haas (George 'Bunny' Hoover), Will Patton (Moe il camionista), Owen Wilson (Monte Rapid), Shawnee Smith (Bonnie MacMahon) e Michael Clarke Duncan (Eli) li trovate invece ai rispettivi link.

  • Omar Epps interpreta Wayne Hoobler. Americano, ha partecipato a film come Scream 2, Brother e a serie quali E.R. Medici in prima linea e Dr. House. Anche produttore e sceneggiatore, ha 53 anni.
  • Michael Jai White interpreta Howell. Americano, ha partecipato a film come The Toxic Avenger Part II, The Toxic Avenger Part III: The Last Temptation of Toxie, Tartarughe Ninja II - Il segreto di Ooze, Sfida tra i ghiacci, Spawn, Il cavaliere oscuro, Dragged Across Concrete, e a serie quali Bayside School, Renegade, CSI: Miami. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 59 anni.

Curiosità

Ken Hudson Campbell, che interpreta Eliot Rosewater/Gilbert, era nel cast di Armageddon come molti altri attori di Breakfast of Champions, e impersonava Max. Nel film compaiono anche due figlie d'arte, ovvero Alison Eastwood nei panni di Maria Maritimo e Scout Willis, in quelli di una ragazzina. Nel 1975, a seguito del successo di Nashville, Dino De Laurentis aveva proposto a Robert Altman di girare un adattamento del romanzo di Kurt Vonnegut (che qui compare nei panni del regista degli spot), con Peter Falk come Hoover ed Alice Cooper come suo figlio Bunny, ma dopo il flop commerciale di Buffalo Bill e gli indiani il progetto è rimasto nel limbo. Se La colazione dei campioni vi fosse piaciuto, recuperate Paura e delirio a Las Vegas, Vizio di forma e Il grande Lebowski, tutti riusciti molto meglio! ENJOY!



mercoledì 29 luglio 2026

Find Your Friends (2025)


Era uscito su Shudder qualche tempo fa, ma solo in questi giorni sono riuscita a recuperare Find Your Friends, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Izabel Pakzad.

TRAMA

Dopo essere state cacciate da un party su uno yacht, un gruppo di amiche vanno in vacanza nelle zone di Joshua Tree. Lì vengono importunate da un terzetto di locali, i cui intenti si fanno sempre più pericolosi...

RECENSIONE

Sono forse troppo vecchia per queste stronzate? Sicuramente sì, e "stronzata" non è comunque il termine che applicherei a questo film, per motivi che spiegherò, ma ciò non toglie che Find Your Friends non sia stato assolutamente la mia cup of tea a causa di un'antipatia totale verso tutti i personaggi coinvolti. L'antipatia, ribadisco, probabilmente deriva da cause prettamente anagrafiche. In tutta onestà, sorbirmi un'ora e fischia di twentysomething sballate, ubriache come degli irlandesi, sceme come dei tacchi e circondate da bonobi sbavanti ancora più sballati, ubriachi, scemi ed arrapati, ha messo in crisi tutta l'empatia che avrei dovuto ragionevolmente provare per quello che, di fatto, è un rape and revenge. Prima di venire crocefissa: sono donna, sono stata giovane e scema anche io. Guardando Find Your Friends mi è venuto lo stesso maledetto nervoso di quando, in mezzo a persone sconosciute, in un luogo sconosciuto e potenzialmente pericoloso, magari in vacanza, qualche mia amica (fortunatamente poche) si riduceva talmente a merda da accettare di appartarsi col primo streppone scappato di casa, costringere le altre a subire la compagnia di altrettanti strepponi scappati di casa per non lasciarla sola o, ancora peggio, sparire per ore senza nemmeno rispondere al telefono facendo morire di preoccupazione le altre ed impedendo loro di poter tornare a casa. Ecco, salvo Amber, la protagonista, che pure si sballa come se non avesse un domani, le sue allegre compagne sono tutte così, egoiste di merda sempre in cerca di alcol, droga e belino, e pazienza se la loro amica ha subito un trauma tremendo, l'importante è che detta amica non faccia la pesantona, rovinando la festa a tutte. Alla faccia della cringissima cerimonia "love on you", dove le protagoniste di Find Your Friends si augurano il sicuro meglio per un futuro radioso, quando arriva il momento di sostenere Amber ecco che il "love" sparisce, tornando solo quando le imbecillissime scelte di vita delle cinque grazie le costringono ad affrontare conseguenze estreme. A prescindere da tutto ciò, è PALESE che le cinque sgallettate non meritino ciò che accade loro nel film, però trovo anche scorretto che Izabel Pakzad, regista e sceneggiatrice, mi costringa, in almeno un paio di occasioni, a pensare "Però te la sei cercata, stella mia!", e a vergognarmi neanche fossi un giancazzo qualsiasi. Perché va bene che "girls just want to have fun", ma porca puttana, il minimo che ti si chiede è stare lontana dalle red flag palesi.


Find Your Friends
non è dunque ascrivibile al novero delle "stronzate" perché costringe lo spettatore a stare scomodo sulla poltrona, con i suoi pensieri non sempre limpidi, e se vogliamo posso anche concedere alla Pakzad l'abilità di approfondire almeno la personalità di Amber, e conseguentemente, in parte, delle altre ragazze, dando una giustificazione più filosofica della loro idea di divertimento, qualcosa che vada al di là di "siamo delle oche decerebrate". Il punto è che Find Your Friends, per quanto mi riguarda, non racconta nulla che altri rape and revenge non abbiano fatto meglio; l'unico aspetto che distingue il film da altre opere simili è la mancanza di catarsi sul finale, che priva lo spettatore anche del gusto di una violenza vendicativa, poiché lascia le protagoniste sole, con l'unica certezza di avere fallito nell'unica cosa che conta nella vita, ovvero proteggere gli amici, più che affidarsi ad una app per "trovarli" quando sono lontani. Per il resto, Find Your Friends è molto ben fatto. Mi pare che, nei titoli di coda, Izabel Pakzad ringrazi Gaspar Noé, al quale sicuramente si è ispirata nelle molteplici scene in cui le protagoniste sono perse nei loro deliri indotti da alcol e droga, immerse in luoghi saturi di corpi sudati che si muovono al ritmo di una musica martellante. Le stesse protagoniste sono brave, in particolare Helena Howard, affiatate tra loro e verosimili nel loro appartenere ad una generazione che ha fatto del nulla cosmico la sua bandiera; è stato fatto anche un ottimo lavoro di casting per quanto riguarda i personaggi maschili, due dei quali affidati ad attori sicuramente belli e, soprattutto, capaci di tirare fuori l'aspetto viscido dell'uomo consapevole del suo aspetto e disabituato a vedersi rifiutato. Per tutti questi motivi, non mi sento quindi di sconsigliare Find Your Friends solo perché ho preso in odio totale le protagoniste e i loro modi di fare. Magari, se chi legge questo post è meno anziano e più indulgente di me, lo adorerà, chissà!  

CAST

Di Bella Thorne, che interpreta Lavinia, ho già parlato QUI.

Curiosità

Helena Howard, che interpreta Amber, era la Isabel di I Saw the TV Glow. Se Find Your Friends vi fosse piaciuto, recuperate Revenge. ENJOY!

martedì 28 luglio 2026

Ricchi... da morire - Delitti in famiglia (2026)


Qualche settimana fa ho recuperato anche Ricchi... da morire - Delitti in famiglia (How to Make a Killing), diretto e co-sceneggiato dal regista John Patton Ford.

Trama: Becket si ritrova orfano dopo che la madre, disconosciuta dalla facoltosa famiglia, muore di malattia senza che i suoi parenti muovano un dito per aiutarla a coprire le spese mediche. Destinato comunque ad ereditare l'immenso patrimonio familiare alla morte degli altri discendenti, Becket decide di non aspettare e di accelerarne la dipartita...

Ho deciso di tornare a fare un po' come quando ero ragazzina, e guardare i film anche per la presenza di determinati interpreti. Spinta da questa risoluzione, ho recuperato Ricchi da morire perché nel cast figuravano Margaret Qualley, che ormai adoro, e Ed Harris, che è sempre un piacere vedere sullo schermo. Glen Powell, invece, mi suscita sentimenti contrastanti. Per me lui è il Chad di Scream Queen e per questo gli vorrò sempre bene, ma mi pare che lo stiano utilizzando per riempire il vuoto incolmabile lasciato da Bruce Willis, alternando ruoli action in cui è necessario il suo fisico di tutto rispetto a commedie in cui gli viene richiesto savoir faire, un'aria piaciona e una moralità borderline le quali, purtroppo, evidenziano tutti i limiti della sua gamma espressiva, cosa che non accadeva a Bruno. Anche questo Ricchi da morire rientra nella categoria, ed è lontano dall'essere memorabile non solo per quella faccetta un po' di gomma che si ritrova l'attore, ma anche perché la struttura della trama dà l'idea di una cosa concepita più per una miniserie che per un film. Becket è figlio di una rampolla dell'alta società, la quale decide di andare contro il volere paterno e tenere il bambino, venendo così ripudiata. Rimasti senza un soldo, Becket e la madre tirano avanti finché quest'ultima non muore per malattia. Consapevole di essere l'erede ultimo dell'intera fortuna dei Redfellow, Becket decide di prendere il proprio destino tra le mani e di eliminare sistematicamente tutti i familiari che lo precedono senza aspettare una morte naturale. Ricchi da morire è un intero, lungo flashback raccontato da Becket a un prete il giorno prima dell'esecuzione capitale, quindi il "gioco" del film è capire come e quando, oppure a causa di chi, l'uomo ha compiuto un passo falso fatale. Tra un omicidio e l'altro, troppo breve e ai danni di personaggi troppo superficiali per essere davvero interessanti, Ricchi da morire porta avanti una riflessione sulla moralità delle persone (affidato ad un lungo monologo/spiegone di Ed Harris) e su cosa sia la reale ricchezza, visto che a un certo punto Becket si ritrova tra le mani, prima ancora di raggiungere il suo obiettivo ultimo, uno stile di vita invidiabile.

E' anche questo il motivo per cui dico che Ricchi da morire sarebbe stato meglio come miniserie. C'è, infatti, questa trama "orizzontale" di sviluppo del personaggio di Becket, il quale scopre amore e amicizia espandendo quel microcosmo snob al quale la madre, pur priva di denaro, lo aveva relegato, e poi ci sarebbe un "murder of the week", che porta Becket sempre più vicino alla realizzazione dei suoi piani. Spalmare la vicenda all'interno di una miniserie avrebbe dato più sostanza anche al personaggio di Julia, che qui risulta semplicemente una matta umorale, e avrebbe consentito un finale meno frettoloso e riuscito. E' palese, e anche comprensibile, che i realizzatori puntassero ad un effetto shock, ma la vera dannazione morale di Becket sarebbe stata molto più efficace con un ultimo omicidio (d'altronde, è anche vero che il protagonista non risulta inquietante proprio perché le sue vittime sono molto più deprecabili di lui) eseguito per cieca vendetta, non con un'accettazione passiva degli eventi, con moraletta finale annessa. Ricchi da morire è dunque un film destinato a passare e a non lasciare ricordo di sé e ciò inficia anche l'interpretazione della Qualley la quale, dopo meno di una decina di film "importanti", risulta già la caricatura di sé stessa, relegata nel typecasting di donna affascinante e pericolosa con istinti da dominatrice. Niente di male, ci mancherebbe, anche perché la ragazza è sempre bellissima e, in questo caso, ha anche la fortuna di indossare degli splendidi abiti Chanel, ma la speranza è quella che le vengano affidati ruoli un po' più originali e di spessore, in futuro. Ciò detto, Ricchi da morire è un film perfetto per il mercato dello streaming, quindi non disperatevi se non lo trovate più programmato nei cinema e aspettate con fiducia che esca su qualche piattaforma, se proprio avete voglia di guardarlo.  

venerdì 24 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Gli invasati (1963)


Il tema della challenge settimanale era "domestic horror". Anche per festeggiare l'uscita del libro Confetti, dell'adorabile Marika, ho deciso di riguardare Gli invasati (The Haunting), diretto nel 1963 dal regista Robert Wise e tratto dal romanzo L'incubo di Hill House di Shirley Jackson.

Trama

L'antropologo John Markway decide di studiare Hill House, una casa definita malvagia, possibile teatro di mortiferi eventi sovrannaturali. Per fare ciò, contatta Eleanor e Theo, due donne dotate di percezioni extrasensoriali più acute del normale, e le invita a passare alcuni giorni con lui e l'erede dei Sannerson all'interno della villa. Hill House, però, sembra essere attratta principalmente da Eleanor...


Recensione

Non riguardavo Gli invasati (mamma, che titolo orrendo!) da 20 anni e, all'epoca, lo avevo recuperato perché una delle sue scene era stata definita, forse su Ciak, come una delle più spaventose all'interno di un horror. Sto parlando, ovviamente, di quella in cui la porta della sala da pranzo respira, verso il finale del film, un'immagine che ancora oggi, dopo più di 60 anni dall'uscita de Gli invasati, fa accapponare la pelle, pur non essendo l'unica degna di nota all'interno del film. Purtroppo, siccome non rileggo L'incubo di Hill House da tantissimo tempo, non riuscirò a fare un confronto tra romanzo e film, che mi pare siano sostanzialmente molto simili, quindi mi limiterò a fingere di non conoscere la fonte letteraria de Gli invasati e di non avere mai visto prima l'opera di Robert Wise. Al film calza alla perfezione la definizione di horror psicologico, oltre che di gotico avente per protagonista una casa infestata. Se l'introduzione, infatti, si concentra sulla malvagità di Hill House e sul tragico destino accorso a tutti i suoi abitanti, a partire dalla sua costruzione, in seguito il film si focalizza (come del resto la casa) su Eleanor, donna nevrotica e sensibile, vittima di un triste passato di soprusi familiari. La voce fuori campo di Eleanor apre la mente della protagonista allo spettatore, il quale viene travolto dal doloroso desiderio della donna di "appartenere" a qualcosa, di essere attesa e desiderata, di poter finalmente ambire ad un futuro di libertà e pienezza. La disperazione di Eleanor la rende cieca di fronte alle vibrazioni oscure di Hill House, da lei percepite fin dall'arrivo; a dispetto dell'istintiva paura verso la villa, voltare le spalle all'oscurità significherebbe tornare in seno a una famiglia che la considera poco più di una stupida servetta nevrastenica, venire meno alla fiducia che il fascinoso Dr. Markway ha riposto nei suoi confronti, insomma rinunciare a qualunque cosa la renda unica e necessaria. Eleanor, con tutte le sue paure e il senso di colpa per la morte della madre, è il bersaglio perfetto per Hill House, che fa leva proprio sull'inconscio della donna per frantumarlo al punto da farle perdere il contatto con la realtà. E' indubbio che all'interno di Hill House vi sia "qualcosa", ma il film è costruito in modo da impedire, sia allo spettatore che ai protagonisti, di capire quanto sia causato da veri fenomeni paranormali e quanto, invece, sia frutto della mente allo sbando di Eleanor, la quale perde progressivamente lucidità e autocontrollo.

Eleanor potrebbe trovare un'ancora di salvezza in Theo, libera e disnibita, oltre che incredibilmente acuta, ma il loro rapporto inizialmente amichevole e fraterno si deteriora per tutta una serie di motivi, tra i quali la gelosia di Theo (la cui omosessualità è stata "ammorbidita" dalla sceneggiatura ma è comunque palese) e il suo carattere volitivo, che porta Eleanor ad istintivi moti di ribellione per non farsi sottomettere e tornare alla sua condizione precedente. Man mano che il film prosegue, nonostante l'interesse di Markway, Eleanor rimane sempre più isolata e imprigionata negli oscuri intrighi di Hill House, e questa sua progressiva solitudine viene enfatizzata da una regia che, fin dall'inizio, mira a rendere la villa terribilmente claustrofobica e "sbagliata". La sceneggiatura ha tagliato quasi tutte le scene in esterno, presenti nel romanzo (tranne lo scioccante finale), così da rendere la casa ancor più protagonista, un mostro che inghiotte quanti sono così sventurati o incauti da avvicinarsi. La maggior parte del film è stata inoltre girata con obiettivi grandangolari, così da dare un'innaturale curvatura alle mura di Hill House, e l'impressione che i personaggi siano osservati oppure persi all'interno delle mura è fornita dalle inquadrature sghembe e dall'ampio utilizzo di un POV soggettivo che portano lo spettatore a chiedersi da dove arriverà l'orrore tanto temuto. Per veicolare un senso di terrore pur mantenendo il mistero della casa, Wise ha inoltre scelto di affidarsi al sonoro; quasi tutte le manifestazioni del sovrannaturale consistono in colpi assordanti, pianti, bisbigli e risate, il che, in una villa in stile rococò, zeppa di statue, stucchi, porte, specchi e corridoi, porta a guardare con sospetto qualsiasi elemento architettonico potenzialmente semovente, effetto ulteriormente accentuato dall'utilizzo di un bianco e nero fatto di ombre profondissime e luci abbacinanti. Quello che colpisce soprattutto de Gli invasati, però, è quanto sia moderno ed originale ancora oggi, sia per la messinscena che per i temi trattati. Merito, ovviamente, del materiale di partenza, ma anche della sensibilità con cui ne è stata maneggiata la complessità, adattandola al mezzo cinematografico senza snaturarla, consegnando allo spettatore la terrificante, attualissima discesa nella follia di un animo fragile e sensibile. Se non avete mai visto Gli invasati, vi consiglio di recuperarlo appena possibile!

Cast

  • Robert Wise è il regista del film. Americano, ha diretto film come La jena: L'uomo di mezzanotte, Ultimatum alla Terra, West Side Story (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior regista), Tutti insieme appassionatamente (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior regista), Audrey Rose e Star Trek. Anche produttore, attore e montatore, è morto nel 2005, all'età di 91 anni. 
  • Russ Tamblyn interpreta Luke Sannerson. Indimenticabile Dr. Jacobi della serie Twin Peaks, ha partecipato a film come 7 spose per 7 fratelli, I peccatori di Peyton, West Side Story, Drive, Django Unchained e ad altre serie quali Saranno famosi e Hill House. Anche sceneggiatore, ha 82 anni.

Curiosità

Richard Johnson, che interpreta il Dr. John Markway, negli anni '70 si è dato all'horror italiano e ai B-Movies, figurando nel cast di film come Zombie 2, L'isola degli uomini pesce, Chi sei? e Il medaglione insanguinato, tutte cose perfette da recuperare d'estate! De Gli invasati esiste un remake del 1999, Haunting - Presenze, mentre il capolavoro di Flanagan, Hill House, è una rilettura del romanzo di Shirley Jackson; vi consiglio, ovviamente, di recuperare questa splendida serie e aggiungere Ballata macabra. ENJOY!


mercoledì 22 luglio 2026

Il Bollalmanacco On Demand: Buon compleanno Mr. Grape (1993)


Oggi torna il Bollalmanacco on Demand con una richiesta di Lory! Il film di oggi è Buon compleanno Mr. Grape (What's Eating Gilbert Grape), diretto dal regista Lasse Hallström e tratto dal romanzo omonimo di Peter Hedges, anche sceneggiatore. Il prossimo film On Demand sarà The Square. ENJOY!

TRAMA

Gilbert vive assieme al fratello Arnie, affetto da una grave disabilità intellettiva, alle due sorelle e alla madre, la quale dopo il suicidio del marito si è lasciata andare diventando talmente obesa da non potersi muovere dal divano. I suo giorni passati ad accudire i familiari scorrono lenti e privi di stimoli, finché nella sonnolenta cittadina dove vive arrivano Becky e la nonna, due nomadi che girano l'America in camper...

RECENSIONE

Buon compleanno Mr. Grape era uno di quei film che, all'epoca, avevano guardato praticamente tutti quelli che conoscevo, e che io avevo invece volutamente evitato per un unico, importantissimo motivo: detestavo Leonardo DiCaprio, universalmente acclamato come un gran figo, e quella sua faccetta da coglioncello imberbe. Poco m'importava che in Buon compleanno Mr. Grape il suo ruolo fosse quello di un ragazzino con problemi intellettivi e che il film non avesse a che fare con sdolcinate storie d'amore, DiCaprio mi stava sulle balle quindi via, camminare. Adesso, per contro, non sopporto Johnny Depp, che all'epoca era uno dei miei attori preferiti, mentre invece adoro DiCaprio, quindi diciamo che, se da una parte vedere Buon compleanno Mr. Grape mi ha portata a pentirmi di avere sempre snobbato un'interpretazione di DiCaprio a dir poco allucinante, dall'altra ho provato fastidio ad ogni apparizione di Depp. Il problema è che il titolo italiano del film, orribile sotto ogni punto di vista, darebbe a intendere che il protagonista sia Arnie, invece la trama si concentra, come da titolo originale, su Gilbert e su quello che lo rode, che lo disturba al punto da dare l'impressione di essere una sorta di "passeggero" della vita, apatico ed inespressivo. Ne ha ben donde, poveraccio. Gilbert è il figlio maggiore (in realtà ce ne sarebbe un altro ma ha preferito la vita militare) della famiglia Grape e, come tale, è costretto a prendersi cura di due sorelle, una madre che è ormai diventata talmente grassa da non potersi più muovere, e di un fratellino, Arnie, con gravi disabilità intellettive. La trama del film è interamente incentrata su un soffocante senso di immobilità e prigionia, che sia o meno volontaria. La madre di Gilbert, dopo il suicidio del marito, si è imprigionata all'interno di un corpo informe, diventando l'insano pilastro attorno al quale ruotano le abitudini quotidiane della famiglia. La sorella maggiore di Gilbert, giocoforza, è stata costretta ad assumere il ruolo di "donna di casa", la sorella minore, pur andando ancora al liceo, lavora per aiutare con le spese, e Gilbert, oltre a lavorare, è stato eletto a "guardiano" del fratellino disabile. Le responsabilità nei confronti della famiglia, assieme al trauma mai superato per il suicidio del padre e alla sostanziale immobilità della cittadina di provincia in cui vive, hanno fatto di Gilbert un ragazzo taciturno ed introverso, vittima di una routine soffocante ed incapace di guardare al futuro.

Paradossalmente, prima dell'arrivo della nomade Becky, è proprio l'imprevedibilità delle azioni di Arnie, per quanto radicate anch'esse in una sorta di routine, a rappresentare l'unico diversivo all'interno di una cittadina ormai morta. Arnie dice quello che gli passa per la mente, vuole salire "in alto", anela ad una commovente libertà che non può esprimere a parole, ed è anche per questo che Gilbert prova, verso il fratello, un complesso mix di amore e odio: c'è ovviamente l'angoscia di percepirlo come una zavorra che non gli impedirà mai di prendere il largo (e lo stesso vale per la madre, che zavorra lo è anche fisicamente) ma c'è anche l'invidia di vederlo ancora innocente, sgravato da qualsiasi responsabilità, questo nonostante la consapevolezza della tragedia della condizione di Arnie. Per tutto il film, Gilbert tenta di affrancarsi dalle catene che lo legano, ma sono minuscole ribellioni che non portano a nulla e che gli arrecano ancora più dolore, perché è la sua visione del mondo ad essere ristretta ed immutabile; è l'incontro con Becky a consentirgli di guardare le cose da un altro punto di vista, perché la ragazza prende la vita così com'è, senza pregiudizi, accettandola e vivendola appieno sia nel bene che nel male. Lasse Hallström, vero maestro quando si tratta di portare sullo schermo le assurdità della vita di provincia, crea non solo un microcosmo fatto di negozietti e tavole calde dove tutti si conoscono, ma fa della casa di Gilbert una metafora del suo stesso tormento interiore; un edificio costantemente bisognoso di riparazioni, all'interno del quale il tempo si è fermato a quando la famiglia era unita e felice, e dove tutto è stato riorganizzato attorno alla gigantesca mole di Mrs. Grape, insomma una prigione se mai ne è esistita una. Johnny Depp, con un'improbabile tinta rossiccia, attraversa il film sempre con la stessa espressione e, proprio per questo, veicola l'immagine calzantissima di un ragazzo morto dentro, privo di speranze e desideri salvo qualche blando prurito sessuale giusto per salvarsi dalla noia. La sua è un'interpretazione commovente, soprattutto quando viene enfatizzata dall'interazione con DiCaprio, il quale dà l'illusione perfetta di avere davvero dei problemi mentali. I suoi tic, lo sguardo sfuggente, le risate improvvise e la disperazione altrettanto repentina, l'intero linguaggio corporeo dell'attore è la prova di uno studio che va al di là della mera imitazione, ma che parte dal rispetto e dalla comprensione di chi si trova in quelle stesse condizioni. E se quella di DiCaprio è una mimesi perfetta, l'aspetto più tragico del film è la realtà della fisicità di Darlene Cates, la quale ha avuto un declino fisico e mentale assai simile a quello di Mrs. Grape, il che rende ogni sua scena ancora più dolorosa e commovente. In sostanza, ho aspettato più di 30 anni per recuperare Buon compleanno Mr. Grape ma adesso sono molto contenta che Lory me lo abbia chiesto. D'altronde, sospettavo mi sarebbe piaciuto, perché il Lasse Hallström degli anni '90 e degli inizi del nuovo millennio era uno dei miei registi preferiti!

CAST

Johnny Depp (Gilbert Grape), Leonardo DiCaprio (Arnie Grape), Juliette Lewis (Becky), Mary Steenburgen (Betty Carver), Laura Harrington (Amy Grape), John C. Reilly (Tucker Van Dyke) e Crispin Glover (Bobby McBurney) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Lasse Hallström (vero nome Lars Sven Hallström) è il regista del film. Svedese, ha diretto film come Qualcosa di cui... sparlare, Le regole della casa del sidro, Chocolat, The Shipping News - Ombre dal profondo e Hachiko - Il tuo migliore amico. Anche sceneggiatore, montatore, produttore e attore, ha 80 anni. 
  • Kevin Tighe (vero nome Jon Kevin Fishburn) interpreta Mr. Carver. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto a 4 zampe, Ancora 48 ore, Mumford, San Valentino di sangue, Una battaglia dopo l'altra e a serie quali Squadra emergenza, Love Boat, La signora in giallo, I racconti della cripta, E.R. Medici in prima linea, Oltre i limiti, Rose Red, The 4400, Numb3rs e Lost. Anche regista e sceneggiatore, ha 82 anni.

CURIOSITÀ

Leonardo DiCaprio, all'epoca delle riprese nemmeno ventenne, era stato nominato all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, perso contro Tommy Lee Jones per Il fuggitivo. Se Buon compleanno Mr. Grape vi fosse piaciuto recuperate Rain Man, Le regole della casa del sidro e Little Miss Sunshine. ENJOY!

martedì 21 luglio 2026

La Casa: Il rogo del male (2026)


La settimana scorsa sono andata a vedere La Casa: Il rogo del male (Evil Dead Burn), diretto e co-sceneggiato dal regista Sébastien Vanicek.

TRAMA

Dopo la morte del figlio maggiore, i familiari e la giovane vedova si riuniscono nella vecchia casa di famiglia, in mezzo ai boschi, ma vengono attaccati da una forza maligna...

RECENSIONE

Sembra che il fil rouge delle nuove "case", almeno finora, sia la famiglia più o meno disfunzionale. In Evil Dead Rise c'erano Ellie e i suoi bambini, ai quali si aggiungeva la sorella "perduta" Beth, la quale intraprendeva un percorso che la portava responsabilizzarsi ed assumere un ruolo di guardiana e protettrice, se non di madre. La famiglia di Ellie, con tutti i suoi problemi, era adorabile, e lo spettatore subiva il profondo dolore di vederla violata e distrutta nel peggiore dei modi per mano degli spietati deadites della saga. Questo dolore, ne La Casa: Il rogo del male (che per comodità chiamerò da qui in poi col titolo originale), non si prova nemmeno per un secondo, perché la famiglia protagonista meriterebbe un horror-thriller a parte proprio per i meccanismi perversi che la muovono. La famiglia Price è un'istituzione traballante all'interno della quale mamma Susan, provata dall'assenza del padre e dalla morte della sorella, si è annullata per rispondere ai bisogni di tutti: un marito dotato della gamma emotiva di un comodino stronzo, un figlio merda ma portato in palmo di mano in quanto primogenito, un secondo figlio ameba e inconcludente, la "pora" nonna con l'Alzheimer che le ha fatto schizzare la cattiveria a livello 3000. Se Thya, fidanzata del secondogenito, è stata più o meno accettata proprio in virtù dell'"inutilità" del ragazzo, Alice è stata invece additata come la stronza, per di più francese, che ha portato via il primogenito dalle braccia di mammà e non ha fatto ciò per cui veniva sopportata a malapena: sfornare un bel nipotino. La famiglia Price (colpo di genio chiamare il patriarca "Benjamin" ma, a dimostrazione di quanto io sia vecchia, c'è da dire che in sala ero l'unica che è scoppiata a ridere) è, in poche parole, un manuale di relazioni tossiche ambulante, e all'arrivo dei deadites non si piange come ai tempi di Evil Dead Rise, ma si prega con fervore affinché questi maledetti vengano macellati nel minor tempo possibile. Le uniche che non viene voglia di vedere morte sono Thya ed Alice, ovviamente. Alla seconda, in particolare, la sceneggiatura chiede di caricarsi sulle spalle il peso di una felicità di facciata che nasconde traumi matrimoniali irreparabili, un fantasma (o un demone?) di violenza e soprusi che è il prezzo da pagare per la tranquillità di tutti, per continuare a fingere che tutto sia perfetto, e che viene esternato in tutto il suo reale marciume quando i deadites trasformano i Price in quello che sono realmente: dei demoni bugiardi e affamati del dolore altrui, niente di più, niente di meno. Qui, forse più che negli altri film della saga, la possessione dei deadites viene trattata come un virus latente che tira fuori l'orrore già esistente all'interno delle persone, un fuoco dell'inferno che consuma da dentro e brucia, irreparabilmente, anche gli altri.

Per il resto, il "burn" del titolo si traduce, principalmente, in capacità pirocinetiche che farebbero finire il film nel giro di dieci minuti, se non fosse che i deadites le usano solo quando fa loro comodo, e in un finale che non rende giustizia a tutto il delirio precedente, ma forse questo è un mio bias, visto che a mostri fiammeggianti in CGI preferisco il sano, vecchio ed agghiacciante trucco prostetico. Nulla da dire, invece, a tutto ciò che viene prima. Sébastien Vanicek era stato notato da Raimi proprio grazie a Vermin, che gli ha fatto ottenere appunto la regia di Evil Dead Burn. Per quanto mi riguarda, Vanicek non ha tradito le aspettative. Il francese gira come se fosse indemoniato lui stesso e spara a mille tutto ciò che aveva reso Vermin così ansiogeno e dinamico, coadiuvato da un montaggio pazzesco: piani sequenza ripresi da punti di vista insoliti, ambienti ristretti dove la cinepresa sembra riuscire ad infilarsi in ogni dove, così che lo spettatore non perda nemmeno un dettaglio di ciò che sta accadendo, giri di macchina a 360 gradi, l'immancabile soggettiva veloce del demone che si abbatte sui malcapitati. Senza scomodare la new french extremity (Evil Dead Rise era altrettanto dettagliato e stomachevole e il regista è ben lontano dal cupo, reiterato pessimismo dei suoi conterranei dell'epoca), Vanicek ci dà dentro anche col gore e coi dettagli disgustosi, indugiando in un paio di automutilazioni talmente ostentate da risultare grottesche, ma dimostra di avere imparato anche la lezione argentiana per cui ciò che fa davvero accapponare la pelle è mostrare scene di dolore "plausibile", legato a incidenti che potrebbero accorrere anche nella realtà. Come buona parte dell'horror moderno, inoltre, Evil Dead Burn si avvicina più alle atmosfere della prima Casa di Raimi. Ciò significa che il film non è privo di momenti anche esilaranti, quasi tutti legati alla natura meno che solenne della morte o della vecchiaia (la scena del funerale è emblematica), ma non travalica mai nell'assurdo o nel nonsense, neppure quando la furia e la loquacità dei deadites si scatenano in tutta la loro gloria. Mi ritengo dunque molto soddisfatta di questo Evil Dead Burns. Non è ai livelli del film di Cronin, ma è una dignitosa aggiunta a un franchise che non manca mai di regalare gioie, nemmeno dopo 45 anni.  

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Sébastien Vanicek ho già parlato QUI

CURIOSITÀ

Souheila Yacoub, che interpreta Alice, era nel cast di Climax mentre Tandi Wright, che interpreta Susan, era la madre di Pearl nell'omonimo filmHunter Doohan, ovvero Joseph, interpretava invece Tyler nella serie Mercoledì. Pur essendo fruibile da solo senza alcun problema, La Casa: Il rogo del male è direttamente collegato a La casa - Il risveglio del male (rimanete in sala fino alla fine dei titoli di coda!) e, ovviamente, è legato a  La casa, La casa 2, L'armata delle tenebre, La casa del 2013 e alla serie Ash vs. Evil Dead, tutte cose che vi consiglio di recuperare se il film di Vanicek vi è piaciuto e nell'attesa che esca Evil Dead: Wrath nel 2028. ENJOY!

venerdì 17 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Tesis (1996)


La challenge horror questa settimana chiedeva di festeggiare l'anniversario di un film uscito nel 1996. Invece di scegliere un "banale" Dal tramonto all'alba, di cui comunque quest'anno dovrò parlare, pur non essendone in grado, ho puntato un altro mio grande amore cinefilo, Tesis (Tésis), diretto e co-sceneggiato dal regista Alejandro Amenábar.

Trama

Cercando materiale per una tesi sulla violenza all'interno delle opere audiovisive, Angela incappa in uno snuff avente come protagonista una studentessa della sua stessa università, scomparsa da qualche tempo. Con l'aiuto del compagno di corso Chema, Angela comincia a indagare, attirando l'attenzione dell'assassino...

RECENSIONE

Cercando qua e là su Internet, è venuto fuori che la prima visione italiana televisiva di Tesis era andata in onda nel 2003. Non sono sicurissima al 100% che sia proprio vero, ma siccome quell'anno andavo a mia volta all'università, può essere. Sta di fatto che, come al solito, probabilmente devo ringraziare Ghezzi e il suo Fuori Orario per avermi fatto scoprire questa perla della cinematografia spagnola. Tesis era stato il mio amore di un'estate, culminato nella ricerca dell'opera di Oscar Wilde in cui si racconta la storia della principessa e del nano morto di crepacuore, ovvero Il compleanno dell'infanta. Erano tempi in cui internet si usava ancora poco, e avevo dovuto affidarmi alla memoria di quel pozzo di cultura che è l'amico Toto per recuperare la fonte della storia che Chema racconta ad Angela nei labirintici sotterranei dell'università. Da allora, avrò rivisto Tesis un paio di volte e poi, come spesso accade, ho lasciato che questo film tanto amato cadesse nell'oblio fino a qualche giorno fa, quando l'ho riguardato come fosse la prima volta, rimanendone nuovamente coinvolta e affascinata. Tesis racconta le vicende di Angela, laureanda alle prese, appunto, con la tesi. L'argomento scelto, come viene ribadito a un certo punto nel film, è complesso ed insidioso, ovvero la violenza all'interno delle opere audiovisive, direttamente collegato alla morbosa fascinazione dell'essere umano verso il sangue, le torture e la morte. Per ottenere materiale, Angela si avvicina a Chema, famoso all'interno della facoltà per essere amante dell'horror estremo, e chiede al suo relatore la possibilità di visionare film particolarmente espliciti. Quest'ultimo, cercando qualcosa che possa fare al caso della ragazza, recupera una videocassetta all'interno di un angolo nascosto della videoteca di facoltà, e muore dopo averla visionata. Angela è la prima a trovare il cadavere del relatore e, mossa proprio da quella morbosa fascinazione di cui sopra, ruba la cassetta, che si rivela essere uno snuff contenente l'omicidio di una studentessa della sua stessa facoltà, misteriosamente scomparsa da qualche tempo. Angela e Chema si mettono quindi ad indagare, attirando ovviamente le attenzioni di chi ha realizzato il video. 

Rivisto dopo 20 anni e un minimo di obiettività in più, Tesis si è rivelato un film con tantissimi pregi e qualche difetto. Il messaggio di fondo ha mantenuto intatta la sua potenza, la capacità di raccontare l'oscurità di un animo umano che, spogliato da tutte le regole sociali, è assimilabile a quello di una bestia assetata di sangue. Angela è attirata dall'orrore e dalla violenza, la sua mente la spinge in ogni modo a guardare, perlomeno a sbirciare. Ancor prima che dai sogni su Bosco, nei quali si mescolano eros e thanatos, questa sua "perversione" si capisce fin dall'inizio: dalla corsa per riuscire a vedere il cadavere in metropolitana nonostante i divieti della polizia, dall'incapacità di spiegare in cosa consisterebbe la sua tesi e perché abbia scelto proprio un argomento simile, dagli escamotage che utilizza per non essere "sfacciata" come Chema. Angela ha bisogno di giustificazioni oppure tramiti per legittimare la sua curiosità ed ergersi a giudice morale degli altri, mentre Chema, sostanzialmente, se ne frega e, in maniera molto infantile, ostenta la sua ribellione fingendo di non avere sentimenti, positivi o negativi che siano. Sono entrambi due personaggi immaturi e borderline ma, mentre Angela è la protagonista che viene costruita per essere "ingenua", al limite del cretino, nella pervicacia con la quale si ostina a mettersi in pericolo anche di fronte a una red flag grossa come una casa (cose che non la privano del suo ruolo di eroina), Chema viene connotato come un personaggio ambiguo, disgustoso. Un nano che si è visto allo specchio e, apparentemente, ha accettato la sua bruttezza indurendo il proprio cuore invece di morirne, arrivando ad assecondare in toto i pregiudizi delle persone. A differenza di altri, Chema non sa vivere, è incapace di indossare una maschera di normalità, e il difetto di Tesis è proprio quello di usare gli innumerevoli aspetti creepy della sua personalità solo come elemento sviante, senza imbastire un discorso più serio; ancora peggio, in qualche modo Chema viene giustificato nonostante sia oggettivamente deprecabile e compia azioni molto discutibili, perché nonostante il suo amore per l'horror estremo non arriva mai a mettere in pratica ciò che vede nei film.  

Molto interessante, ancora oggi, è invece il continuo dialogo tra l'occhio dello spettatore e quelli dei personaggi, tra la cinepresa del regista e quella dell'assassino, che si scambiano continuamente portando la realtà nella finzione e viceversa. Lo stile di Tesis è molto argentiano, con i protagonisti che corrono fuggendo da "qualcosa" di invisibile, incarnato dalla macchina da presa, oppure persi all'interno di ambienti assai comuni che diventano all'improvviso delle vuote anticamere di morte, dove potrebbe esserci chiunque in agguato. A differenza di Argento, però, Amenábar intavola anche un discorso cinefilo e metacinematografico. Tesis è ambientato all'interno della facoltà di Cinema, i personaggi conoscono sia le tecniche di regia che quelle di sceneggiatura, oltre alle regole del genere thriller-horror, e si trovano in una situazione in cui realtà e finzione si sovrappongono; da spettatrice riluttante ma curiosa, Angela si ritrova ad essere potenziale protagonista di qualcosa che si finge cinema per giustificare istinti brutali e, invece di "guardare", viene guardata e violata, talvolta anche a sua insaputa. Il prosaico discorso del professor Càstro, durante il quale gli studenti vengono invitati a "dare al pubblico ciò che vuole", ragionando principalmente in termini economici, si traduce sul finale in una doccia fredda per Angela, la quale ha finalmente toccato con mano il vero significato della parola "orrore" e si ritrova, a sua volta, ad essere protagonista di una storia da dare in pasto alle masse ipnotizzate e affamate di vicende violente. C'è da chiedersi cosa girerebbe oggi Amenábar, in un'epoca in cui vanno per la maggiore i true crime e in cui qualsiasi horror estremo, da raccattare in qualche oscura videoteca, impallidisce rispetto a quello che ci propinano i social, ma probabilmente aveva già immaginato una deriva simile, visto il modo in cui si chiude Tesis. Che, se ancora non aveste capito, vi consiglio di cercare e custodire come un tesoro prezioso!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Alejandro Amenábar ho già parlato QUI. Fele Martínez (Chema) e Eduardo Noriega (Bosco Herranz) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Ana Torrent, che interpreta Ángela ha partecipato al film Verónica nel ruolo della madre degli sfortunati protagonisti. Se Tesis vi fosse piaciuto, recuperate 8mm - Delitto a luci rosse, L'occhio che uccide e il reboot di Faces of Death. ENJOY!

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