martedì 12 maggio 2026
Bolle di recensioni: Mortal Kombat (2021) e Mortal Kombat II (2026)
venerdì 8 maggio 2026
2026 Horror Challenge: Bloodthirsty (2020)
La challenge horror, questa settimana, chiedeva un horror diretto da una donna. In watchlist, non so perché, avevo Bloodthirsty, diretto nel 2020 dalla regista Amelia Moses, così ne ho approfittato per guardarlo.
Trama: una cantante in crisi d'ispirazione e vittima di allucinazioni viene contattata da un produttore discografico, che si offre di aiutarla a realizzare il nuovo disco. Nella casa del produttore, però, le condizioni mentali della ragazza peggiorano ulteriormente...
Di sicuro l'ho già scritto molte volte, ma lo ripeto: è assai difficile che un film sui licantropi mi entusiasmi e, nell'eterna lotta tra le due tipologie di mostri, il mio amore andrà sempre ai vampiri. Non deve stupire, dunque, che io abbia trovato Bloodthirsty un film come tanti, senza infamia né lode, al limite reso ancora meno interessante da una trama che segue cliché assai banali, senza reinventare granché. Bloodthirsty racconta la storia di Grey, cantante in crisi d'ispirazione che, dopo un primo album di successo, vive nell'ansia che la sua seconda opera venga stroncata dalla critica. All'incertezza per il futuro della carriera si aggiungono terrificanti allucinazioni durante le quali Grey si vede mutare in una bestia assetata di sangue, visioni che si fondono con la realtà e la portano a dubitare non solo di se stessa, ma anche di tutto ciò che la circonda. Nel bel mezzo della crisi, arriva la proposta di Vaughn, famoso produttore discografico con un passato oscuro, che invita Grey e la sua fidanzata a trasferirsi nella sua villa in mezzo ai boschi per registrare il nuovo disco. Nonostante i dubbi iniziali, legati principalmente ad un'accusa di omicidio da cui Vaughn è stato assolto, l'approccio del produttore funziona e a Grey comincia a tornare l'ispirazione; assieme ad essa, però, arrivano cambiamenti importanti nella psiche della ragazza, qualcosa che la spinge ad abbracciare sempre più la violenza sanguinosa delle sue visioni per "liberarsi" delle costrizioni morali e sociali. Come facilmente intuibile, Bloodthirsty è l'ennesima storia che racconta il connubio tra la natura "maledetta" di un artista e la sua arte. Grey non riesce più a cantare né suonare perché si costringe a rinnegare ciò che si nasconde in lei, indossando una facciata di ragazza perbene, gentile e remissiva; le allucinazioni sono lo sfogo di un retaggio rimosso, sepolto in profondità, e il metodo di Vaughn consiste nell'indurre Grey ad accettare il suo lato mostruoso, rendendo di conseguenza le sue canzoni e la sua musica più "vere". Siccome Bloodthirsty è un horror, e nemmeno dei più sottili, il discorso non è solo metaforico, e la progressiva presa di coscienza di Grey rischia di mettere in pericolo lei e la sua fidanzata, anche perché Vaughn ha un secondo fine intuibile praticamente al quinto minuto di film, se vogliamo essere generosi.
L'aspetto che mi ha un po' perplessa di Bloodthirsty, al di là di uno svolgimento prevedibile e di una messa in scena che lascia abbastanza tiepidi anche nelle sequenze più horror (dove la regista tende a preferire un blando schifo all'inquietudine, soprattutto per eventuali spettatori vegetariani o vegani ma, ripeto, niente che non si sia già visto, reso in maniera molto più disgustosa, in miliardi di altri film simili) è il fatto che le canzoni di Grey siano talmente gnegne da far venire il latte alle ginocchia. L'evoluzione del suo stile, il cambiamento, lo percepiscono solo i personaggi: salvo per l'aggiunta di qualche immagine "forte" nei testi ("God is a fascist", per dire, che fa inorridire la fidanzata) e una maggiore confidenza nell'esecuzione, Grey rimane una di quelle cantautrici pop che miagolano intristite dall'amore e dalla vita, con tutto il rispetto per la giovane Lowell che ha partecipato alla colonna sonora del film e lo ha co-sceneggiato, probabilmente inserendo qui e là alcuni aspetti autobiografici. Da un film sui licantropi avrei voluto una roba più punk e grezza rispetto a questa ode alle ballad indie ma, ovviamente, è solo gusto personale. Fortunatamente, almeno la protagonista, Lauren Beatty, ha un aspetto particolare e distante dalle bellezze un po' plasticose e tutte uguali del cinema di genere commerciale, così che il ritratto di una cantante in bilico tra la fama e il ritorno all'anonimato risulti più verosimile; inoltre, alcune caratteristiche del viso della Beatty sono già di loro "ferine" e ciò aiuta molto la transizione nelle varie fasi del make-up atto a trasformarla in mostro sul finale. Non posso però spendere le stesse parole di elogio per il resto del cast, fatto di attori anonimi ed inespressivi, con quella breve comparsa di Michael Ironside messo lì a mo' di nume tutelare di un'operazione che rischia di non entusiasmare nemmeno i suoi fan più accaniti. Non penso di avervi incuriosito col mio post ma, nel caso, trovate Bloodthirsty sui canali Midnight Factory o, ancora meglio, gratis su Tubi, se avete una VPN.
Di Michael Ironside, che interpreta il dottor Swan, ho già parlato QUI.
Amelia Moses è la regista del film. Canadese, anche sceneggiatrice e produttrice, ha diretto altri film come Bleed with Me e Guess Who.
Lauren Beatty interpreta Grey. Canadese, anche regista, sceneggiatrice, compositrice e cantante, ha partecipato a film come Pay the Ghost, Saw: Legacy e Bleed with Me.
Greg Bryk interpreta Vaughn Daniels. Canadese, ha partecipato a film come A History of Violence, L'incredibile Hulk, Saw V - Non crederai ai tuoi occhi, RED, Saw 3D - Il capitolo finale, Rabid e a serie quali Relic Hunter e Channel Zero. Anche produttore e doppiatore, ha 54 anni e due film in uscita.
Se vi piacciono le tematiche di Bloodthirsty, due film molto più riusciti da recuperare sono Raw e Ginger Snaps. ENJOY!
mercoledì 6 maggio 2026
Undertone (2025)
Uno degli horror più chiacchierati nella mia sfera di appassionati del genere era Undertone, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Ian Tuason, quindi ho cercato di guardarlo appena possibile.
Trama: Evy, che vive con la madre costretta a letto da una malattia terminale, ha come unico sollievo il podcast a tema sovrannaturale condiviso con l'amico Justin. I due rimangono però coinvolti in una serie di eventi sempre più inquietanti, dopo avere riprodotto alcuni file audio arrivati da una mail anonima...
Mi avevano sconsigliato di guardare Undertone da sola e di sera, ma l'ho fatto lo stesso. Il risultato è stato di dovere sospendere la visione almeno un paio di volte per fare il giro del mio piccolo appartamento e accendere le luci laddove non vi fosse la possibilità di chiudere le porte, come per esempio in corridoio, e anche così ho vissuto momenti di panico a seguito di un paio di rumori misteriosi, probabilmente causati dalla gatta Makiki che si sistemava sulla sedia da lavoro di Mirco. So bene che la paura è qualcosa di puramente soggettivo, ma con me Undertone è stato efficacissimo per un motivo, che poi è lo stesso che mi porta ad essere terrorizzata ogni volta che leggo La nonna di Stephen King. Probabilmente, anche ad Ian Tuason sarà capitato, da bambino, di rimanere solo in casa per periodi brevi, e di aver provato, in quei frangenti, una paura talmente grande da trasformare i secondi in minuti e i minuti in ore, a causa di una fantasia smisurata che vedeva mostri in ogni ombra. Io ancora oggi faccio incubi vividissimi sulla mia vecchia casa d'infanzia (per inciso, un semplice appartamento di 5 stanze e un corridoio), dove la cucina era l'unico "porto franco", a patto di non dare mai le spalle al buio del corridoio, luogo su cui si aprivano quattro vani apparentemente vuoti e sicuri, ma mica detto. Nei miei incubi, da quelle stanze arrivano voci che non possono essere semplici rumori o allucinazioni auditive, e si accendono all'improvviso delle luci; l'unica cosa che mi resta da fare, in quei momenti di terrificante consapevolezza, è scegliere tra rimanere immobile in cucina, ad aspettare l'inevitabile col cuore in gola, oppure aprire la porta-finestra che dà sul terrazzo, e da lì tentare di calarmi giù dal balcone, confidando in un atterraggio morbido dal secondo piano. A fronte di questi terrori che mi porto dietro dall'infanzia, Undertone è stato agghiacciante perché, per buona parte del film, Evy è seduta a un tavolo, indossa un paio di cuffie che la isolano dal mondo esterno, e dà le spalle a un corridoio buio su cui si affaccia la scala che porta al piano di sopra, dove sua madre sta morendo per una malattia incurabile. Tutto il resto, compreso il difficile rapporto con una fede cattolica inculcata dalla madre, il senso di colpa per avere evitato ogni tipo di legame affettivo con la donna fino all'insorgere della malattia, l'angoscia derivante dall'essere rimasta incinta di un uomo impreparato a gestire qualsiasi tipo di responsabilità e la conseguente, comprensibile paura di non essere in grado di fare la madre, il podcast come unico punto fermo in cui indossare la maschera di un "personaggio" (Evy la scettica contro il credulone Justin) così da mantenere un minimo di stabilità emotiva, persino la natura del demone, direttamente collegata a tutto questo disagio, per me è passato in secondo piano.
Ian Tuason, al suo primo lungometraggio, mostra una padronanza nella gestione degli spazi e del sonoro che ha dell'incredibile. Intanto, buona parte dell'inquietudine di Undertone proviene da ciò che si sente nelle cuffie di Evy. Appena la ragazza le indossa, i rumori esterni vengono tagliati fuori e il suo universo diventa ciò che viene riprodotto o registrato in funzione del podcast, tutte cose ovviamente terrificanti già da sole, visto che Undertone è un found footage audio, il cui scheletro sono dieci file .wav che raccontano una storia di invasione/possessione demoniaca sempre più angosciante. Succede però che le sensazioni provate da Evy mentre indossa le cuffie si riversino nella realtà esterna; quando le toglie, ciò che ha ascoltato sembra riverberare intorno a lei, non c'è quello stacco netto che invece si nota nel momento in cui si mette al computer. La consapevolezza che Evy non possa sentire quel che accade appena dietro di lei, o al piano di sopra dove giace sua madre, alimenta la forza delle riprese di Tuason il quale, maledetto lui, o rinchiude la bravissima Nina Kiri all'interno di inquadrature ridotte, magari mostrando solo alcuni dettagli come le mani o un primo piano del volto, oppure la mostra seduta al tavolo a figura intera, ma sul lato destro dello schermo: l'attenzione della macchina da presa, in quei casi, è tutta per ciò che sta dietro la porta aperta alla sua sinistra, l'abisso insondabile del corridoio buio, delle scale che portano al piano di sopra. L'attesa che da lì arrivi "qualcosa", non necessariamente ad attaccare Evy, ma anche "solo" a manifestare la sua presenza, è l'aspetto di Undertone che me lo ha reso così insostenibile, assieme ai tanti dettagli inquietanti legati ad oggetti di uso quotidiano, che nella mente dello spettatore diventano potenziali veicoli di un orrore demoniaco senza pietà né remore. Il finale di Undertone, chiassoso e delirante, non funge da valvola di sfogo, bensì è un passo verso una follia generata dal terrore dell'attesa nonché un attentato alle coronarie, e ammetto, per venire incontro alla mia sanità mentale, di non averlo guardato con l'attenzione che avrebbe meritato, bensì con lo sguardo appena rivolto verso il Gatto della fortuna della Lego, situato poco più in basso rispetto al televisore. E' un ottimo trucco che vi consiglio di sfruttare, se vi capiterà di guardare Undertone a casa. Al cinema, dovesse mai uscire in Italia, l'unica soluzione penso sia la solita rete di protezione fatta di dita intrecciate e occhi socchiusi ma non garantisco che sopravviverete alla visione.
Ian Tuason è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Canadese, è anche produttore.
Adam DiMarco, la voce di Justin, è il Nicky di Something Very Bad Is Going to Happen. ENJOY!
martedì 5 maggio 2026
Pillion (2025)
Trama: Colin è un timido omosessuale che vorrebbe trovare la persona giusta. La sera di Natale viene abbordato da Ray, aitante motociclista, col quale comincia una relazione basata su pratiche BDSM...
Prima di cominciare il post, devo fare una confessione esilarante. Probabilmente perché traviata dal nostro "caro" amico ex senatore, ero convinta che Pillion fosse un nome o, al limite, un cognome. Alla fine del film, col mio compagno di visione, ci siamo guardati e ci siamo chiesti: "Ma quindi, Pillion chi cavolo era?". Ebbene, giusto perché l'ignoranza è uno stile di vita, scopro ora che il termine "pillion" viene utilizzato, in inglese, per indicare il sellino posteriore di una moto, quello del passeggero. E' quindi il posto riservato a Colin, il protagonista del film, il quale si ritrova impegnato in una relazione che gli nega il ruolo di conducente e lo vuole "trasportato" o, per meglio dire, dominato, da Ray. Motociclista misterioso e bellissimo, Ray un giorno dà appuntamento a Colin per una sveltina in un vicolo la notte di Natale. Dopodiché, non si fa sentire per chissà quanto tempo, finché, dopo un po', propone a Colin di andare da lui. E' l'inizio di una lunga relazione BDSM, con Ray come dominatore e Colin impegnato a pulire casa, cucinare e fare la spesa, relegato a dormire sul tappeto della camera da letto, oppure a rimanere in piedi, in silenzio, mentre Ray suona il piano o legge, situazioni alternate ad atti sessuali spesso accompagnati da dolore o umiliazione. Rileggendo le righe che ho scritto, mi rendo conto di quanto sia difficile, per me, non utilizzare termini "di parte", che in qualche modo condannino un tipo di relazione che la mia mentalità percepisce come ingiusta. In realtà, Pillion si mantiene neutro nei giudizi, e racconta a degli spettatori probabilmente ignoranti in materia o comunque impreparati, un modo di relazionarsi (non solo sessualmente) consenziente, con ruoli definiti accettati da entrambe le parti, accompagnato dalla progressiva presa di coscienza di un ragazzo che, nella sottomissione, trova la felicità. Colin, nel corso del film (molto più leggero e divertente rispetto al romanzo da cui è tratto, a quanto ho letto in giro) cresce e impara a gestire una relazione che, anche per chi ha il ruolo di sottomesso, deve essere paritaria e consapevole, con dinamiche passabili di venire temporaneamente sospese se in quel momento la persona coinvolta non è più felice. Viceversa, Ray rimane un mistero, sia per gli spettatori, che per Colin, che per la banda di motociclisti di cui fa parte, un uomo talmente compreso nel suo ruolo di dominatore da trovarsi spaesato ed inerme di fronte ad eventuali atti di "debolezza".
Dovrei leggere Box Hill, ma l'idea che mi sono fatta è che Harry Lighton, anche sceneggiatore, abbia smorzato molto di ciò che viene mostrato nel libro a favore di un'opera più a misura d'ignorante e di un pubblico "generalista", dando in pasto agli spettatori pillole di BDSM accompagnate comunque da aspetti più edificanti, che prevedessero una sorta di chiusura per almeno un personaggio, nonostante il finale aperto. Allo stesso modo, è vero che Pillion non lesina immagini abbastanza esplicite dal punto di vista sessuale, ma l'approccio di Lighton ammorbidisce la natura diretta e persino violenta di certe pratiche, privandole di connotazioni morbose o tragiche, preferendo ricorrere ai cliché della commedia (talvolta romantica, mettendoli alla berlina) o ad atmosfere drammatiche sì, ma mai opprimenti. Di sicuro, un film come Pillion deve avere messo a dura prova gli attori, non solo per via di alcune scene "forti" ma anche per il grado di confidenza, intimità e fiducia richieste dall'interazione tra i personaggi. Alexander Skarsgård, anche fuori dal set, ha sempre dato prova di non essere mai stato un uomo schizzinoso o schivo, forse anche per via delle sue origini scandinave, e comunque ha la fisicità perfetta per interpretare un freddo motociclista, talmente bello da non sembrare nemmeno vero. Chi continua a stupirmi ad ogni film è invece Harry Melling, che compensa un aspetto oggettivamente bruttino, povera stella, con un acume incredibile nella scelta dei ruoli e una rara sensibilità nell'interpretarli. Siccome Pillion segue il punto di vista di Colin, con Ray connotato più come oggetto del desiderio che come protagonista a tutto tondo, Melling ha il non facile compito di trasmettere allo spettatore la percezione di una gioia "differente", la dignità e la realizzazione derivanti da una sottomissione scelta di propria volontà, ben diversi dall'iniziale paura di perdere l'ultima occasione rimasta di stare con qualcuno, soprattutto con un figo come Skarsgård. Non è una cosa facile, perché il rischio di un film come Pillion è che Colin venga percepito come una vittima, ma per quanto mi riguarda l'attore c'è riuscito eccome. Questo è uno dei motivi per cui mi sento di consigliare un film probabilmente non per tutti (in primis per chi ha amato il romanzo, che potrebbe percepire l'adattamento filmico come un tradimento verso la fonte), abbastanza originale e interessante da elevarsi dalla media delle opere recenti, che spesso sottovalutano l'intelligenza dello spettatore e non lo lasciano neppure libero di riflettere.
Lesley Sharp interpreta Peggy. Inglese, ha partecipato a film come Full Monty, La vera storia di Jack lo squartatore, Inkheart - La leggenda del cuore d'inchiostro e serie come Dr. Who. Anche regista, ha 66 anni.
giovedì 30 aprile 2026
2026 Horror Challenge: Il mostro della laguna nera (1954)
Il mostro della laguna nera era sicuramente un altro di quei film che avevo guardato ai tempi dell'università ma che, purtroppo, ricordavo poco. Il bello di questa challenge è che mi costringe a riguardare anche cose che, normalmente, non penserei mai di riprendere, e mi lascia ogni volta meravigliata per la freschezza che mantengono alcuni titoli, anche dopo decenni. Il mostro della laguna nera ne è un ottimo esempio, e fa strano pensare, col senno di poi, che il film di Jack Arnold aveva tutte le carte in regola per finire del dimenticatoio: il gill-man è stato l'ultimo dei cosiddetti mostri classici della Universal, quindi ha avuto meno tempo di altri per sedimentarsi nella memoria degli spettatori dell'epoca, inoltre il film è stato realizzato in 3-D quando la moda per questo formato si stava esaurendo, circostanze che, al giorno d'oggi, avrebbero condannato un'opera all'oblio senza possibilità di appello. Invece, Il mostro della laguna nera è entrato a far parte dell'immaginario collettivo, ha segnato autori come Stephen King o Guillermo del Toro, solo per citarne un paio, e ha generato due seguiti e chissà quanti emuli. Forse perché la trama, di per sé molto semplice, profuma d'avventura e di mondi sconosciuti, o forse perché il mostro, poverino, sotto sotto fa un po' pena. Il gill-man, infatti, non viene connotato come malvagio, ma come una creatura vissuta per secoli in un luogo incontaminato, che si ritrova tra i piedi esseri umani pronti a scavare, deturpare e depredare, per amore di una scienza e di un progresso che lui non può ovviamente capire. All'epoca, la sequenza in cui il gill-man spia e segue Kay sott'acqua avrà sicuramente messo angoscia, a me è sembrata il frutto della fascinazione di un essere vivente nei confronti di una creatura completamente diversa da lui, una brama nata da solitudine secolare, e mi è sembrata invece molto malinconica. La duplice percezione della natura del gill-man, d'altronde, è parte integrante della trama, che vede contrapposti due modi di intendere la ricerca scientifica, con David e Kay, da una parte, che vogliono studiare e capire nel rispetto dell'ecosistema e degli esseri che lo popolano, mentre dall'altra parte Mark non esita ad uccidere ed inquinare per raggiungere gli obiettivi ed ottenere finanziamenti. Il mostro della laguna nera potrebbe quindi anche essere considerato come un antenato degli eco-horror, in quanto il messaggio ammonitore è chiaro e la fine del gill-man non ha il sapore del trionfo, quanto più quello di un'occasione perduta.
Il mostro della laguna nera è molto moderno anche nella realizzazione, e nel modo in cui rappresenta l'eroina femminile. Intanto, la fotografia del film è fatta di contrasti tra luce ed ombra molto nitidi, e ogni fotogramma è chiaro e ben definito, sia per le riprese effettuate sulla "terraferma" che per quelle subacquee. Queste ultime hanno una bellezza tutta particolare, che sconfina nella poesia espressa durante la nuotata parallela di Kay e del gill-man, quasi un balletto dotato di una fluidità e un'eleganza impressionanti; viceversa, quando la creatura viene ripresa a figura intera nella caverna che segna l'ingresso del suo regno, l'impressione è quella di avere di fronte un alieno a disagio in un ambiente che non gli si confà, il che accresce ulteriormente la sensazione di un pericolo imminente e feroce per gli umani. Non è che le sequenze in cui il gill-man attacca gli incauti subacquei non mettano ansia, però c'è un ribaltamento dell'estraneità, anche se è un modo contorto e orribile per dirlo: nell'acqua, sono gli umani ad essere innaturali e goffi, giustamente vulnerabili, mentre sulla terra, nonostante la sua ferocia, è il gill-man ad esporsi alla possibilità di venire catturato, ferito o peggio. C'è da dire che, forse, questa mia idea è alimentata, giocoforza, dai due diversi attori sotto il costume della creatura e, soprattutto, dai due diversi costumi, ma sia come sia è qualcosa che rende il film ancora più particolare. Tornando al discorso, invece, di Kay e dell'eroina femminile, è interessante trovare nei dialoghi dei riferimenti alla realizzazione lavorativa prima ancora che matrimoniale e alla pari dignità di due scienziati differenziati solo dal rispettivo sesso. Sebbene Kay venga trattata come una damsel in distress in virtù del suo essere l'unica donna (e in quanto concupita dal gill-man) e sebbene l'idea di una nuotata in costumino bianco non sia proprio furbissima, quanto piuttosto una strizzata d'occhio agli spettatori maschi, la protagonista viene comunque connotata come una donna forte, intelligente e indipendente, la cui apertura mentale va di pari passo con un'empatia che esula dal genere o dalla specie e che viene condivisa con l'eroe maschile. Il mostro della laguna nera ha un solo, grande difetto se, come me, avete poco tempo per i rewatch: fa venire una voglia matta di riguardare La forma dell'acqua per godere di uno dei capolavori di del Toro con rinnovata consapevolezza. Credo proprio che sia un double feature da sperimentare, almeno una volta nella vita!
Richard Carlson, che interpreta David, aveva già lavorato col regista in Destinazione Terra mentre Nestor Pavia, che interpreta il capitano Lucas, sarebbe tornato per il seguito del film, sempre diretto da Jack Arnold, La vendetta del mostro. Il mostro della laguna nera ha anche un terzo sequel, Il terrore sul mondo, diretto però da John Sherwood. Se il film vi fosse piaciuto cercateli e, ovviamente, aggiungete La forma dell'acqua. ENJOY!
mercoledì 29 aprile 2026
Bolla Loves Bruno: Attacco al potere (1998)
Non so per quanto ancora continuerò a mantenere questa miracolosa costanza ma, finché dura, andiamo avanti con la rubrica Bolla Loves Bruno e parliamo di Attacco al potere (The Siege), diretto e co-sceneggiato nel 1998 dal regista Edward Zwick.
Trama: New York viene scossa da terribili attacchi terroristici e l'agente speciale dell'FBI Hubbard deve allearsi con una donna misteriosa per evitare che la situazione precipiti ulteriormente...
Non è stata proprio una passeggiata guardare Attacco al potere, film che nel 1998, prima del fatidico 11 settembre, sembrava quasi fantascienza. Anzi, coi venti di guerra che tirano, un film simile mette ancora più angoscia e, col senno di poi, sottolinea ulteriormente (se ancora ce ne fosse bisogno) quanto la situazione in Medioriente non solo sia complessa e sedimentata nel tempo, ma anche fomentata dalle politiche scellerate, sconsiderate ed egoiste dei salvatori del Mondo, i nostri cari amici americani. Per carità, la critica di Attacco al potere è molto blanda, perché per un generale freddo come il ghiaccio ed incurante del male "minore" (leggi: le vite di innocenti cittadini) c'è un agente dell'FBI integerrimo e pronto a farsi portavoce di valori universali quali onore, correttezza, rispetto di ogni vita umana, legge, ordine, ecc. Però, tant'è, nonostante il finale a tarallucci e vino, a farla da padrone per tutto il film è un'inquietudine sottile, l'attesa di qualcosa di orribile e vicino, che non può venire evitato nemmeno con tutto l'impegno e il buon cuore del mondo. All'interno della filmografia di Bruce Willis, un film come Attacco al potere è, almeno fino al 1998, una specie di mosca bianca. Bruno non ha mai evitato i ruoli da villain, ma in essi c'erano sempre degli aspetti fascinosi, eleganti, talvolta eclettici. Il generale Deveraux di Attacco al potere, invece, è un freddo automa, la perfetta macchina da guerra che agisce per un distorto amore per la Patria; Deveraux, dietro le sue medaglie, è un perfetto signor nessuno, che avrebbe potuto venire interpretato da qualsiasi attore con la faccia da duro e l'espressione anonima, in quanto il focus della trama è altrove. Lo stesso regista, Edward Zwick, ha dichiarato che il casting di Bruce Willis era stato preteso dai dirigenti della Fox, per assicurare al film un volto premiato al box office che potesse giustificare un budget sempre più alto, e di essere rimasto deluso dalla scelta. A detta di Zwick, Willis dava l'idea di non essere a suo agio col personaggio né preparato per il ruolo, il che avrebbe indebolito il terzo atto del film, quello che vede l'attore maggiormente presente. In realtà, come ho scritto sopra, Deveraux non è un personaggio particolarmente ficcante (è vero, è l'eminenza grigia che scatena tutto ma, in quanto tale, rimane nelle retrovie per buona parte del film), e trovo giusto che Willis si sia adattato a ciò che il generale richiedeva, anche perché il cuore della trama è il rapporto di amore-odio che lega l'agente dell'FBI Hubbard e l'agente della CIA Elise. Al limite, si può dire sicuramente che Bruce è sprecato in Attacco al potere, ma comunque vederlo in divisa mentre rigurgita un contenuto disprezzo sul mondo non mi ha fatto proprio schifo, anzi. Di sicuro, il poveraccio non meritava di vincere il Razzie per ben tre dignitosissimi film nello stesso anno, ovvero questo, Armageddon e Codice Mercury, ma si sa che la gente è miope e pure un po' stronza.
Tornando ad Attacco al potere, il film si focalizza su una corsa contro il tempo che vede l'agente Hubbart impegnato a sventare attacchi terroristici sempre più tragici. Se la sceneggiatura, vero punto debole del film e invecchiata abbastanza male, pecca di una superficialità che rischia di fomentare ancora di più eventuali fobie razziste degli spettatori, la regia di Edward Zick rifugge invece la maggior parte dei mezzucci tipici di buona parte del cinema action, e alla spettacolarizzazione degli attentati (che pure sono realizzati con maestria e trasmettono un desolante senso di violenza e tragedia) preferisce una costruzione attenta e precisa della tensione. Sequenze come quella dell'autobus, interamente giocate sull'attesa e sul silenzio, con le inquadrature che si alternano tra il volto teso di Denzel Washington e il veicolo infestato dai terroristi, trovano un naturale sfogo in momenti più concitati, in cui i personaggi sono costretti a sfidare i limiti di tempo e traffico cittadini per sventare le minacce terroristiche, e questo costante cambio di registro e ritmo fa sì che le quasi due ore di durata non si sentano neppure. Ancora oggi, tra l'altro, sono impressionanti (e inquietanti) le immagini dell'enorme campo di contenimento ai margini della città, le parate di carri armati e soldati nel bel mezzo della legge marziale, o i tortuosi cunicoli sotterranei in cui, nel cuore stesso di quella che dovrebbe essere la nazione democratica per eccellenza, vengono torturati e uccisi i prigionieri. Per quanto riguarda gli attori, del povero Bruno sacrificato in un personaggio a lui ben poco confacente ho già parlato. Per fortuna, Denzel Washington è un protagonista carismatico che riesce a tenere a freno una strabordante "piacioneria", visto l'argomento trattato dal film, senza che ciò gli impedisca di avere una fortissima alchimia con la Elise di Annette Bening, semplicemente splendida e sensuale nonostante il suo personaggio sia privo degli elementi caratteristici delle spie "fatali". Fondamentale anche Tony Shalhoub, che rappresenta il punto di vista di chi è riuscito ad integrarsi con fatica e si impegna per evitare di perdere tutto ciò che ha conquistato per lui e la propria famiglia, dopo una vita all'insegna della violenza e della guerra. Anzi, dovessi dire, il personaggio di Shalhoub mi è piaciuto molto più del protagonista, l'ho trovato più sfaccettato e particolare dell'eroe all-american incarnato da Denzel Washington, ed è uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato di un film che ricordavo poco, ma che comunque ha superato con la sufficienza il recupero "col senno di poi".
Di Denzel Washington (Anthony Hubbard), Annette Bening (Elise Kraft/Sharon Bridger), Bruce Willis (Generale William Devereaux), Tony Shalhoub (Frank Haddad), David Proval (Danny Sussman), Lance Reddick (Agente FBI Floyd Rose), Chris Messina (Caporale) ho parlato ai rispettivi link.
Edward Zwick è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Vento di passioni, L'ultimo samurai, Blood Diamond - Diamanti di sangue e Jack Reacher: Punto di non ritorno. Anche produttore e attore, ha 74 anni.
Jodie Foster ha rifiutato il ruolo di Elise. Se Attacco al potere vi è piaciuto, recuperate Nemico pubblico e Codice Mercury. ENJOY!
martedì 28 aprile 2026
The Long Walk (2025)
Trama: cinquanta ragazzi si iscrivono alla Lunga Marcia, un terrificante percorso ad eliminazione dove vincerà l'unico ragazzo che riuscirà a sopravvivere...
Non sarò obiettiva, parlando di The Long Walk. La lunga marcia è stato il primo libro di Stephen King che ho letto, all'età di 14 anni. Non sbaglio dicendo "Stephen King"; ormai Bachman era già morto del cancro dello pseudonimo e la Mondadori aveva infatti ripubblicato il libro usando il nome vero dello scrittore. Onestamente, non ricordo perché volessi leggere a tutti i costi un libro di Stephen King. Probabilmente avevo già guardato It, forse anche Carrie, di sicuro Brivido, chissà se Shining era già entrato nella mia vita; a prescindere, ero attirata dall'horror, e King era un nome adulto e legato proprio a quel genere che stava cominciando ad interessarmi, quindi la mia pur perplessa madre mi aveva concesso di poter acquistare il libro durante un giro alla Standa. Leggere La lunga marcia era stato uno shock, per me. Il racconto di giovani ragazzi che cadono come mosche durante una camminata infinita, costretti a tenere un passo criminale pena venir fucilati dopo tre ammonizioni, mentre sprazzi di amicizie, odio profondo, amore, speranza, disperazione si mescolano in un delirio sempre più angosciante, mi aveva ridotta in lacrime e ci sono delle immagini potentissime che ancora oggi, dopo trent'anni, non mi abbandonano. Ho riletto La lunga marcia non so quante volte, dopo, e con tutti i suoi difetti lo considero, ancora oggi, il miglior libro partorito dal lato "oscuro" di Stephen King, quindi capirete quanto ero fomentata e preoccupata all'idea di vedere finalmente sul grande schermo Garraty, McVries, Olson, Barkovich, Stebbins e il fottutissimo Maggiore. Soprattutto, ero terrorizzata all'idea che avessero chiamato a dirigere il film quello che per me è sempre stato un cane maledetto, ovvero Francis Lawrence, dal quale mi aspettavo una sgarzollata da bimbiminchia, dopo che persino Romero e Darabont, nel corso dei decenni, avevano abbandonato il progetto. Come amo partire prevenuta e sbagliarmi, a volte.
La sceneggiatura di The Long Walk, scritta da JT Mollner, si concede un paio di cambiamenti che nulla tolgono al significato ultimo della storia. Intanto, dimezza i partecipanti alla Marcia, per questioni, immagino, di gestione delle sequenze e anche per concentrarsi sui personaggi più importanti; diminuisce la velocità minima che devono rispettare i ragazzi, rendendo tutto più realistico rispetto a come l'aveva pensata King all'epoca; soprattutto, modifica il finale, cosa che io ho molto apprezzato. Intendiamoci, il finale de La lunga marcia, ambiguo e "onirico", è una cosa che ti ammazza, ma deriva dal modo in cui è scritto il libro, che segue, fin dall'inizio, il punto di vista di Garraty. Una soggettività che parte lucida, baldanzosa, come ci si aspetta da un ragazzo nel pieno delle sue forze che non capisce ancora la portata di ciò a cui sta prendendo parte, e diventa sempre più frammentata, allucinata, per certi versi anche "mistica", se vogliamo. The Long Walk amplia invece il focus. Garraty parte come protagonista, ma col prosieguo della vicenda altri personaggi finiscono sotto i riflettori, e da un certo punto in poi il film si appoggia interamente sul confronto costante tra Garraty e McVries, su un'amicizia che diventa fratellanza, su idee che, letteralmente, cambiano il destino del singolo. Lo stesso McVries è ben diverso da quel pungolo distaccato e stronzo che incontriamo nel romanzo. La sua funzione di "coscienza" è la medesima, ma cambia la sua natura, che diventa comprensiva e attenta, animata da un triste passato di solitudine e disperazione. In tutto questo, il nucleo del romanzo viene pienamente rispettato. L'allegoria dell'insensato massacro di giovani volontari in Vietnam diventa un altrettanto sciocco "sacrificio" per ispirare le persone a rendere grande l'America, la metafora del pericoloso isolamento di ragazzi esposti a dottrine assurde, che si "svegliano" nel modo peggiore. Diversamente dal romanzo, però, il film si apre alla possibilità di un cambiamento, di una speranza contrapposta a una disperata rinuncia, di una lotta per gli altri, prima ancora che per se stessi, il che lascia filtrare una sottile lama di luce anche all'interno di un finale assai pessimista.
Comunque, il mio terrore maggiore, visto che sono una persona semplice, derivava dal regista e dagli interpreti. Ora, non starò a dire che The Long Walk non sia scorretto, visto l'uso infingardo che fa di uno score commovente ogni volta che un ragazzo riceve il congedo, cosa che ha ulteriormente contribuito a farmi versare lacrime copiose, ma a livello di regia è molto sobrio e realistico. Per la prima volta, alla faccia di 30 anni di lettura, sono riuscita a percepire, fisicamente, l'orrore di camminare a una velocità di cinque chilometri all'ora sotto il sole cocente, mentre leggendo il libro l'ansia mi colpiva "solo" nel corso degli imprevisti meteorologici, fisici o fisiologici. La stessa sequenza della salita, già angosciante nel libro, nel film diventa una delle migliori viste l'anno scorso in un horror, perché trasmette tutta l'urgenza e l'angoscia di una gara per la sopravvivenza, nel montaggio concitato che alterna primi piani disperati, corpi che cadono sotto i colpi dei fucili e una pendenza che pare infinita. Lawrence, inoltre, non si tira indietro di fronte a nulla, mostra l'aspetto triviale della corsa, indugia sui dettagli gore e sullo squallore deprimente di un'America che non merita di essere salvata, ma trova anche il modo di esprimere la dolcezza e il cameratismo degli stupendi ragazzi costretti a marciare, sottolineando in ogni momento che l'orrore non risiede DENTRO di loro, ma attorno a loro. Così, anche quella merda di Barkovich, l'"assassino", diventa più sfaccettato di quanto non fosse nel romanzo, mentre le interpretazioni di Cooper Hoffman (degno figlio di tanto padre) e David Jonnson bucano lo schermo e rendono vivi i personaggi, frantumando il cuore dello spettatore fino all'ultimo istante e anche dopo, quando i titoli di coda hanno finito di scorrere. The Long Walk è un film che avrebbe meritato un'uscita a ottobre 2025 in contemporanea con gli States e un battage pubblicitario della madonna, perché è uno dei migliori adattamenti Kinghiani in un anno in cui i fan cinefili del Re hanno potuto leccarsi le dita, tra The Monkey, Life of Chuck, The Running Man e questo. Si vergogni la distribuzione italiana, che ha deciso di farlo uscire in sordina, in pochi multisala a orari improbabili, con un sottotitolo aberrante (Se ti fermi muori) e dopo che chiunque, me compresa, lo aveva già visto per vie traverse. E dobbiamo già ringraziare che non sia arrivato direttamente in streaming.
Del regista Francis Lawrence ho già parlato QUI. Charlie Plummer (Gary Barkovitch), Mark Hamill (il Maggiore), Judy Greer (Mrs. Ginnie Garraty) e Josh Hamilton (Mr. William Garraty) li trovate invece ai rispettivi link.
Roman Griffin Davis interpreta Curly. Inglese, lo ricordo per film come Jojo Rabbit e Silent Night. Ha 18 anni e due film in uscita.
David Jonsson, che interpreta McVries, era l'androide Andy di Alien: Romulus mentre Joshua Odjick, che interpreta Collie Parker, era tra i protagonisti della serie It: Welcome to Derry. ENJOY!



































