mercoledì 7 dicembre 2022

Troll (2022)

Nulla, io e il Bolluomo abbiamo deciso che Wakanda Forever aspetterà lo streaming su Disney +, quindi per la serata cinema di domenica sera abbiamo optato per Netflix e una delle sue ultime uscite, Troll, diretto e co-sceneggiato dal regista Roar Uthaug.


Trama: un'esplosione all'interno di una montagna libera un gigantesco troll che minaccia di distruggere Oslo. Una paleontologa si allea assieme a un gruppetto di altre persone per fermarlo...


Come posso fare a scrivere un post di lunghezza standard su un film che è l'emblema di tutto ciò che non va da un po' di tempo a questa parte sulla piattaforma Netflix? Partiamo dalla qualità visiva. Troll è una pellicola che potenzialmente poteva avere degli effetti speciali orribili a livello Asylum e che, invece, si becca un budget talmente alto da offrire anche una bella rappresentazione del mostro titolare, il quale riesce ad interagire bene non solo con gli attori, ma anche con gli sfondi (veri o finti, dipende dalle sequenze) senza risultare posticcio e neppure brutto, ché anche il character design è abbastanza rispettoso di leggende e favole; Roar Uthaug non è l'ultimo arrivato, riesce a confezionare delle belle sequenze di azione distruttiva, sia quando il troll è sullo schermo sia quando vengono mostrati solo gli effetti del suo passaggio, e ha anche occhio per la composizione delle immagini, si veda il "segreto" nascosto nelle catacombe del Palazzo Reale, oppure la prima rivelazione palese del troll. Insomma, tecnicamente non c'è nulla che non vada in Troll, quindi non può essere definito brutto. Però, come moltissimi "originali" Netflix da un po' di tempo a questa parte, è sicuramente piatto e talmente standardizzato anche nella sua realizzazione da risultare l'ennesimo prodotto dimenticabile.


Purtroppo, la trama e i dialoghi sciocchi (l'IPERNATURA, santo cielo!!) non aiutano. Troll è un rip-off di Jurassic Park, King Kong e Godzilla privo o quasi di personalità, se non vogliamo tenere in conto il tentativo di "critica" sociale e culturale legata alla cristianizzazione della Norvegia, che cade nel dimenticatoio dopo dieci minuti (quando non da vita all'omaggio a King Kong con campane annesse), e i personaggi presenti nella pellicola sono dei cliché prevedibili dall'inizio alla fine, che non evolvono mai neppure per sbaglio, protagonista in primis. Ai volti tra l'anonimo e il banale degli attori coinvolti basterebbe sostituire quelli di qualunque star di serie B americana per avere il perfetto action catastrofico USA di cassetta, perché non c'è nulla che identifichi il film come Norvegese, salvo qualche blando riferimento alle leggende del luogo, il che, per quanto mi riguarda, è un peccato. Così come è un peccato cambiare registro alla sceneggiatura ad ogni snodo della trama, visto che a rimetterci è in primis il povero troll. Qui e là, infatti, vengono sottolineati alcuni dialoghi e sequenze che sembrerebbero particolarmente importanti per quanto riguarda la natura del mostrone gigante e, soprattutto, che parrebbero preludere a chissà quale rivelazione sul rapporto tra esseri umani e creature fantastiche... ma alla fine nulla viene rivelato e niente cambia rispetto all'inizio, così che persino i buoni fanno la figura degli stronzi ipocriti. Spero non si trattasse di "indizi" piazzati in preparazione di un secondo capitolo, come si evincerebbe dal cliffhanger sui titoli di coda, perché personalmente ne farei anche a meno.

Roar Uthaug è il regista e co-sceneggiatore del film. Norvegese, ha diretto film come Cold Prey e Tomb Raider. Anche produttore e attore, ha 49 anni.


Se Troll vi fosse piaciuto recuperate Troll Hunter. ENJOY!

martedì 6 dicembre 2022

Gli occhi del diavolo (2022)

Ho rimandato ancora la visione di Bones and All (ma QUI trovate la recensione scritta per me da Vidur di Pellicole dall'Abisso) perché ero sicura che il primo horror a saltare a Savona sarebbe stato Gli occhi del diavolo (Prey for the Devil), diretto dal regista Daniel Stamm e, focca la bindella!, avevo proprio ragione ad essere così sicura. Ne è valsa comunque la pena?


Trama: Ann è una suora dal passato traumatico, che esercita all'interno di un'accademia per esorcisti. Quando un demone minaccerà una delle piccole ospiti della struttura, la suora sarà costretta ad affrontare i più oscuri recessi del proprio animo...


Gli occhi del diavolo mi ha dato la stessa impressione di Incarnate, horroretto di qualche anno fa, sempre a tema demoniaco. Alla fine del film mi sono girata verso i miei compari di visione dicendo "Pensavo peggio, dai. Però mi è sembrato il pilot di una serie TV." ed entrambi hanno avvallato la mia impressione. Probabilmente succede, quando gli sceneggiatori (ben tre!) vengono dal mondo della serialità e, soprattutto, due di loro non hanno mai messo mano a un horror. Se andate a vedere le loro schede su IMDB scoprirete infatti che i tre hanno in comune la partecipazione alla serie Buddies, spin-off di Quell'uragano di papà, e addirittura un paio hanno collaborato al cartone animato Rio, quindi con l'horror c'entrano proprio come i cavoli a merenda ma, probabilmente, hanno ben presente come si costruisce un'eroina "materna" in grado di accattivarsi i più piccoli. La protagonista del film, Ann, è una suora non convenzionale, che fin dall'inizio ci viene proposta in abiti borghesi, truccata di tutto punto, giovane animo ribelle pronta a scuotere dalle fondamenta la secolare tradizione che consente solo ai preti di praticare gli esorcismi, mentre alle suore è riservato il ruolo di "infermiere" sul campo; a differenza dei suoi colleghi, Ann sa guardare oltre il demone per concentrarsi sulle vittime, e ai miei occhi di bimba cresciuta a pane, cartoni animati e serie TV questa sua caratteristica l'ha messa sullo stesso piano di Sailor Moon, Buffy e tutte quelle fanciulle speciali non perché si sono fatte il mazzo cubico ma perché hanno avuto la "fortuna" di nascerlo (cito Buffy perché Ann è bionda, anche se il suo colore di capelli ha una sfumatura che strizza più l'occhio ai Targaryen). In pratica, Gli occhi del diavolo mi è sembrata la origin story di una supereroina, e il finale "aperto" mi ha dato ragione, anche se non ho trovato in rete notizie di un'eventuale serie televisiva ispirata al film, per fortuna.  


Che poi, Gli occhi del diavolo. E' vero, a causa del doppiaggio italiano la qualità del film somiglia parecchio a quella de Gli occhi del cuore, ma mai una volta che nel corso della vicenda si parli di occhi (tranne nell'unica scena orripilante durante la quale ho dovuto girarmi per non vedere) o simili, tant'è che nel titolo originale, che gioca sulla consonanza tra Prey e Pray, si fa riferimento alle prede del dimonio, il quale ha la pazienza di passare anni a cacciare la stessa persona, da buon segugio. Lo fa, com'è ovvio, con mille omaggi a L'esorcista e con una struttura simile a quella delle migliaia di horror a tema che hanno preceduto Gli occhi del diavolo, film che non spicca particolarmente né per la trama né tantomeno per la realizzazione, visto che ogni jump scare è facilmente prevedibile e gli infarti si possono evitare con un'agile mano davanti alla faccia. Peccato, perché con un po' più di originalità a livello di regia e struttura, l'idea di una suora esorcista non sarebbe stata nemmeno così male, anche solo per fare indignare i broflakes e fare ammattire chi si sente offeso da ogni svolta femminile all'interno delle opere di finzione, ma data la pochezza dell'operazione, ho paura non se ne sia accorto nessuno. Se mai qualcosa, di questo Gli occhi del diavolo, mi rimarrà ancora in mente tra qualche mese, probabilmente sarà l'esilarante scherzone del demonio ai danni del boss degli esorcisti, condannato a subire una figuraccia indegna con tanto di capata in terra, gli appunti di Ann corredati di lunghezza della lingua degli indemoniati, e il fatto che Virginia Madsen, un tempo bellissima, sia diventata una sciura abbastanza sfatta. Avanti il prossimo!


Di Virginia Madsen, che interpreta la dottoressa Peters, ho già parlato QUI.

Daniel Stamm è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come L'ultimo esorcismo ed episodi di serie quali Scream: La serie, Fear the Walking Dead e Loro. Ha 46 anni. 


Se Gli occhi del diavolo vi fosse piaciuto recuperate L'esorcista, l'unico esponente degno di questo genere di film e, al limite, la saga di The Conjuring. ENJOY!

lunedì 5 dicembre 2022

Bolle dall'Abisso: Bones and All (2022)

Da oggi si inaugura una rubrica che, spero, si riproporrà a cadenza mensile e che vede protagonista Vidur di Pellicole dall'Abisso, uno dei blog che amo più seguire tra quelli storici, il quale tratta al 90% di film di serie B e trashate assortite... ma, come vedrete, può anche addentrarsi nei territori del dramma horror di alto profilo, come l'attesissimo Bones and All (che, tra l'altro, devo ancora vedere quindi doppiamente grazie a Vidur!), diretto da Luca Guadagnino. Leggete il post di Vidur, fategli sentire tutto il vostro entusiasmo per l'ospitata e non dimenticatevi di andare su Pellicole dall'Abisso anche perché, da sabato, rischiate di trovarci anche le mie indegne "recensioni". ENJOY!


Il buon Guadagnino colpise ancora e questa volta lo fa allo stomaco, dopo averci fatto fondere il cervello con il controverso remake di Suspiria.  L’accoppiata è sempre la stessa, ovvero quella formata dal regista palermitano e dal fido sceneggiatore David Kajganich, ma il risultato è molto diverso: dove Suspiria si prestava a molteplici interpretazioni frutto di una trama convulsa e poco lineare, Bones and All va dritto come un treno, presentandoci una storia tanto viscerale e violenta, quanto dolce e poetica.


Proprio i contrasti sono il fulcro del film che si riflettono anche sui protagonisti: piccoli, soli, fragili, emotivamente devastati, ma anche famelici, spietati, cannibali. E i due attori sono magistrali nella loro interpretazione di personaggi così sfaccettati e fuori dagli schemi. Timothée Chalamet si conferma un attore versatile ed efficace in ogni ruolo, anche se le sue espressioni facciali si contano sulle dita di una mano -ma saper trasmettere così tanto con così poco è un pregio e non un difetto- mentre la rivelazione, premiata anche a Venezia, è Taylor Russell, bellissima e bravissima ventottene canadese destinata ad un prossimo futuro denso di successi.  


Spuntano anche due caratteristi di lusso, Mark Rylance e Michael Stuhlbarg, entrambi impegnati in ruoli assolutamente disturbanti (soprattutto il primo) e pure David Gordon Green, regista di quella mezza -se non tutta- chiavica della nuova trilogia di Halloween
Per gli standard di Guadagnino, anche la regia è piuttosto essenziale e convenzionale e in questo senso si adatta perfettamente alla storia, così come la colonna sonora ad opera di Trent Reznor e Atticus Ross, con i classici echi anni ’80, decade in cui il film è ambientato, a fare da cornice al viaggio on the road di Maren e Lee per l’America rurale e dimenticata, splendidamente fotografata nella sua cruda maestosità. 


Bellezza, dunque, ma anche tanto sangue. Il film parla di antropofagia e non si vergogna di farlo vedere. Gli scoppi di violenza sono spesso improvvisi e ben poco edulcorati per un film di questo genere, con effetti speciali, totalmente prostetici, che funzionano senza sbavature.
Ad essere pignoli, potremmo dire che dieci o quindici minuti in meno non gli avrebbero fatto male e che, pur accettando il contesto pseudo-fantastico in cui ci si muove, è difficile mandare giù alcune dinamiche, ma sono piccolezze a confronto di quello che è già destinato a diventare un cult moderno per il cinema di genere. 
Attendiamo con curiosità il prossimo film di Guadagnino, ambientato nel mondo del tennis e con l’ormai onnipresente Zendaya


sabato 3 dicembre 2022

Samaritan (2022)

Come, un post di sabato?? Un po' inusuale dalle mie parti, lo so,  ma da oggi comincia una collaborazione a cadenza mensile col blog Pellicole dall'Abisso, con un post che potete trovare in contemporanea anche alle loro coordinate. Vista l'anima B-Movie e Trash di Pellicole dall'Abisso, mi è sembrato giusto cominciare con Samaritan, film diretto dal regista Julius Avery e presente sul catalogo Prime Video.


Trama: Un ragazzino si convince che il suo vicino di casa altri non è che il suo eroe, Samaritan, creduto morto da decenni...


Non capisco se sono io ad essere diventata una gigantesca spaccapalle o se i film fanno sempre più pena, soprattutto quelli che approdano direttamente in streaming (probabilmente la seconda che ho detto, visto quanto mi sono divertita guardando Bullet Train, film che ha lasciato parecchi spettatori tiepidi). Da Samaritan, per carità, non mi aspettavo un capolavoro; il regista è quello di Overlord, il protagonista è Sylvester Stallone che fa l'ex supereroe in pensione, costretto a tornare in pista quando la città dove vive diventa teatro di attentati terroristici, al massimo credevo mi sarei divertita parecchio con una serata a base di tamarrate assortite. Purtroppo, Samaritan ha un enorme difetto, ovvero quello di avere qualche ottima idea a livello di scrittura, che viene prontamente fiaccata da banalità e sciatteria non solo per quanto riguarda la trama, ma anche per la regia e gli effetti speciali. Il film, infatti, veicola un paio di riflessioni interessanti sulla natura del male, che non è mai nero al 100% ma potrebbe anche essere grigio, dipende dai punti di vista; in una città come quella mostrata in Samaritan, l'ennesimo schifo a base di poveracci e bande criminali, sarebbe ipocrita consigliare al piccolo protagonista di essere buono e basta, quando l'unico modo per sopravvivere parrebbe essere quello di affiliarsi a qualche delinquente così da raggranellare soldi che la società non permette di fare in altro modo, e lo stesso villain, almeno all'inizio, non è un semplice cattivo tout court, ma pensa ad una rivoluzione proletaria che scuota le coscienze. Questo paio di ragionamenti vagamente articolati, neanche a dirlo, si perdono nel giro di un paio di sequenze, e Samaritan diventa il solito film in cui un eroe è costretto, suo malgrado, a tornare a vestire gli antichi panni per salvare un brat in distress da un criminale neppure troppo irragionevole che, tutt'a un tratto, diventa un rincoglionito senza speranza, un pazzo urlante a livello Dr. Evil (sorvolo sui buchi di trama. Un istante prima Cyrus è una specie di fratellone per il piccolo Sam e un istante dopo gli punta una pistola alla testa designandolo come "persona più importante per Samaritan", nonostante, di fatto, nessuno dei criminali coinvolti abbia mai avuto sentore di un legame particolare tra i due. Ma potrei andare avanti per ore).


Sfortunatamente, detto pazzo urlante è anche la cosa migliore della pellicola. Chiù Pilou per tutti, mi verrebbe da dire, citando il bardo, ché al decimo apprezzamento sul bel ragazzone danese il povero Bolluomo era anche un po' stufo, ma non posso farci nulla; lo dico in ogni recensione di film dove compare Pilou Asbæk e lo ripeto, il fanciullo è davvero bello (o, meglio, è il tipo di zamarro biondo e un po' ciccio che mi piace, non posso farci nulla), peccato per i personaggi un po' MEH che gli tocca interpretare. Non che ci sia qualcun altro di interessante a livello di cast, se non vogliamo contare Sly che si limita a fare lo Sly un po' più vecchio, profondendosi persino in un momento Rocky assieme al piccolo protagonista, anche perché va bene Old Man Stallone, ma i momenti più fisici del film sono coreografati e diretti con una pochezza rata, mentre io avrei voluto uno sfogo molto più fluido di viuleenza. A questi punti, inoltre, vorrei anche riguardare Overlord, che forse ricordo male altrimenti non si spiegherebbe perché da Julius Avery mi sarei aspettata di più: di quell'horror truce e tamarro rammento sequenze al cardiopalma e concitate, oltre ad un ottimo utilizzo di effetti speciali artigianali, ma qui la CGI è una delle più posticce viste di recente e non c'è una sola sequenza degna di venire ricordata o perlomeno segnalata, nel bene o nel male. A mio avviso, Samaritan non va bene neppure per i fan di Stallone che non si perdono un film e il mio consiglio è quello di evitarne la visione senza problemi, ché Prime è pieno di pellicole migliori! 


Del regista Julius Avery ho già parlato QUI. Sylvester Stallone (Joe), Pilou Asbæk (Cyrus) e Martin Starr (Albert Casler), li trovate invece ai rispettivi link.


Se Samaritan vi fosse piaciuto recuperate Unbreakable. ENJOY! 

venerdì 2 dicembre 2022

A Wounded Fawn (2022)

L'ultimo film del ToHorror a cui ho voluto dedicare un intero post è A Wounded Fawn, una produzione Shudder diretta e co-sceneggiata dal regista Travis Stevens, approdata proprio ieri sull'adorata piattaforma horror.


Trama: liberatasi dallo spettro dell'ex violento, Meredith cerca di rifarsi una vita e comincia ad uscire con Bruce... peccato che quest'ultimo sia un serial killer!


Che bestia stranissima questo A Wounded Fawn. Talmente tanto che persino il regista ha deciso di dividerlo in due atti, uno più "normale" e uno in cui la locura la fa totalmente da padrona. A Wounded Fawn parte dalle stesse premesse di Fresh, più o meno, ed è ascrivibile al filone dei revenge movie: Meredith è una donna desiderosa di ricominciare a vivere dopo anni di terapia passati a liberarsi del ricordo dell'ex violento, che decide di concedersi un weekend in una casa isolata assieme a un uomo conosciuto da poco. Costui, dotato della faccetta rassicurante di Josh Ruben, è apparentemente colto, affascinante e gentile... non fosse per quel piccolissimo difetto, quell'istinto da serial killer che parte all'improvviso, preannunciato dall'inquietante arrivo di un gufo gigante che pare uscito dritto da Deliria. Quando il killer getterà la maschera e attaccherà la sua vittima, però, qualcosa andrà storto e scoprirà che quest'ultima non è indifesa come crede, né come credete voi! Senza fare troppi spoiler, A Wounded Fawn è un film a base di uomini piccini che perdono tempo a giustificare la loro follia, troppo miseri persino per abbracciarla in toto una volta scoperti, prede di una lamentela continua che li rende comunque vittime a prescindere (della società, delle donne troppo belle o troppo di successo, di una piccola parte del loro cervello a cui non riescono proprio a non dar retta) di eventi di cui non hanno colpa, roba che, quasi quasi, verrebbe da puntare il dito contro le donne che hanno la sventura di incontrarli e di "scivolare" addosso al loro coltello, invece di rimanere chiuse in casa. Josh Ruben, che già in Scare Me aveva dimostrato un talento per i personaggi miserevoli e passivo-aggressivi, è perfetto per il personaggio di Bruce, inquietantissimo killer che, una volta privato delle armi, si mostra per la feccia che è, ridicolo e anche un po' imbarazzante, di sicuro impossibilitato a difendersi dal delirio che si scatena nella seconda parte del film (la citazione che apre il film, "I suddenly became aware that I was both mortal and touchable and that I could be destroyed", attribuita alla pittrice Leonora Carrington, non è di certo diretta a Meredith).


Il secondo atto, MOLTO debitore dello stile della pittrice nominata poc'anzi (se non la conoscete, andatevi a vedere un paio di quadri su internet), è un incubo mitologico e quasi shakespeariano dove si scatena un caos fatto di bestie antropomorfe, incubi ad occhi aperti e tanto, tantissimo sangue; a tal proposito, il colore rosso, vivido e luminosissimo, fotografato come in un thriller di Dario Argento, è presente in quasi tutte le scene del film come simbolo di inquietante follia, soverchia i personaggi quando Bruce viene sopraffatto dal suo istinto omicida ma è perennemente presente sullo sfondo, vuoi nei complementi d'arredo, vuoi negli abiti o in qualche oggetto di scena, come se fosse inevitabilmente scritto nel destino dei protagonisti. Se il primo atto, quello più thriller, vanta una regia rigorosa e pulita, quasi geometrica, il secondo atto omaggia a tratti il primo Sam Raimi ed è una corsa forsennata intervallata da sprazzi di allucinazioni che ricordano gli horror "artistici" come quelli di Peter Strickland, una sequela ininterrotta di punizioni, interrogatori e catarsi che non si ferma nemmeno nei titoli di coda, a dire il vero l'unica cosa del film che mi ha fatto un po' storcere il naso, perché sembrano davvero non finire mai. Di Josh Ruben ho già parlato e, come ho scritto su, l'ho trovato perfetto, ma il cast femminile non è da meno e le interpretazioni di Sarah Lind e Malin Barr, donne "normali" ma capaci e simpatiche prima, Erinni dopo la violenza, fanno sì che lo spettatore si ritrovi ancora più coinvolto nella vicenda. A Wounded Fawn, secondo me, è uno di quei film che si amano o si odiano ma, di certo, non lasciano indifferenti e rischia di essere una delle visioni più interessanti dell'anno. Non perdetelo!


Del regista e co-sceneggiatore Travis Stevens ho già parlato QUI mentre Josh Ruben, che interpreta Bruce, lo trovate QUI.


mercoledì 30 novembre 2022

Il prodigio (2022)

L'ultima uscita interessante su Netflix è stata Il prodigio (The Wonder), diretto e co-sceneggiato dal regista Sebastián Lelio a partire dal romanzo omonimo di Emma Donoghue, anche co-sceneggiatrice.


Trama: alla fine dell'800, in un villaggio irlandese, una ragazzina sopravvive da quattro mesi senza mangiare. Un concilio di dignitari locali decide di fare arrivare al villaggio una suora e un'infermiera, così che possano osservare per qualche tempo la ragazzina e confutare o meno l'apparente miracolo...


Il prodigio è la testimonianza di quanto le storie siano importanti per aiutare o condannare le persone in determinati periodi della loro vita. Dotato di un prologo e un epilogo ambientati in un teatro di posa, che sottolineano sia la natura fittizia della vicenda narrata sia l'importanza di cui parlavo prima, Il prodigio è un dramma ambientato in Irlanda dopo la grande carestia che, sul finire dell'800, ha portato alla morte migliaia di persone, lasciando i sopravvissuti prostrati, diffidenti e privi di speranza. Non è un caso, dunque, che la notizia dell'esistenza di Anna, ragazza sopravvissuta per quattro mesi senza mangiare nulla, rinfocoli nella gente la speranza di un miracolo, di una mano salvifica in grado di rendere speciale un villaggio di pochissime anime pie, né che un gruppo di dignitari decida di chiamare una suora e un'infermiera a controllare il caso, così da poterlo, eventualmente, certificare e sfruttare per richiamare pellegrini da ogni dove. Così come la storia di Anna è necessaria alla popolazione del villaggio, così confutarla o meno è necessario all'infermiera Lib, vittima di un passato da dimenticare e in cerca di qualcosa su cui concentrarsi e per cui tornare a vivere; la presenza della "scientifica" Lib all'interno della cattolicissima famiglia di Anna darà vita ad uno scontro di speranze e credenze all'interno del quale si ripropone nuovamente il bisogno disperato di "inventare" storie per sopravvivere a un dolore devastante, tra chi desidera ripulirsi la coscienza a tutti i costi e chi è disposto persino a sacrificarsi per sedare un senso di colpa inestinguibile. Nel corso del film quasi tutti i personaggi si ritroveranno a dover creare storie o dare loro quell'interpretazione necessaria per guardare con speranza al futuro o anche solo tornare a guardarsi allo specchio la mattina, confidando non tanto nei prodigi mistici, quanto in quelli più prosaici, che possiamo riuscire a creare giorno per giorno, fermo restando che potrebbe anche non cambiare nulla e che le storie rischiano di rimanere, per l'appunto, tali.


Per raccontare le vicende di Lib ed Anna, Il prodigio sfrutta i registri del dramma e del thriller basato sullo studio dei personaggi, immergendo il tutto in una cornice d'epoca a dir poco perfetta, che porta quasi a dimenticare la natura moderna del prologo e dell'epilogo (per non parlare di un paio di altri lievi sfondamenti della quarta parete in medias res) che, a mio avviso, lungi dallo spezzare l'incanto illusorio della ricostruzione storica, la rendono ancora più preziosa. I costumi sono sobri ma spettacolari, gli ambienti, sia esterni che interni, sono impreziositi da una splendida fotografia, e la regia di Sebastián Lelio riesce a dare risalto ai drammi dei personaggi, ad accentuare il senso di claustrofobia derivante da ambienti piccoli e cupi e dall'ancor più cupa aura di diffidenza da cui è circondata Lib ogni volta che si ritrova ad avere a che fare con abitanti e dignitari, oltre alla fisicità dell'isolamento di Anna e della sua famiglia, circondati da paesaggi pianeggianti praticamente infiniti. La vera punta di diamante del film, però, è una Florence Pugh che, ormai, è una garanzia. A differenza degli ultimi film che l'hanno vista protagonista, ne Il prodigio l'attrice offre un'interpretazione misurata, che rivela la natura del tormento di Lib attraverso espressioni e sguardi fugaci, dai quali si evince la fragilità di un personaggio connotato, almeno all'inizio, come duro e spiccio, sebbene gentile; l'interazione con Kíla Lord Cassidy, anche lei bravissima, è dolce e intensa e arricchisce le interpretazioni di entrambe, rendendo la vicenda narrata ancora più coinvolgente, oltre che credibile. L'unica avvertenza che vi do prima di affrontare Il prodigio, pur consigliandovelo spassionatamente, è quella di non mettervi davanti allo schermo dopo una giornata particolarmente stancante o rischiate di addormentarvi più volte durante la visione, come è successo a me. Basta non arrendersi e riprovarci con un po' più di energia in corpo, verrete ripagati con un un bellissimo film!


Di Florence Pugh (Lib Wright), Toby Jones (Dr McBrearty) e Ciarán Hinds (Padre Thaddeus) ho parlato ai rispettivi link. 

Sebastián Lelio è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Cileno, ha diretto film come Gloria e Una donna fantastica. Anche produttore e attore, ha 48 anni.


Niahm Algar, che interpreta Kitty O' Donnell, era la protagonista di Censor mentre Tom Burke, che interpreta Will Byrne, ha incarnato Cormoran Strike nella serie TV tratta dai libri di Robert Galbraith. Se Il prodigio vi fosse piaciuto recuperate Lady Macbeth e Room. ENJOY!

martedì 29 novembre 2022

The Menu (2022)

Spuntato un po' a sorpresa qualche mese fa nelle anteprime, è miracolosamente arrivato anche a Savona The Menu, diretto dal regista Mark Mylod.


Trama: un gruppo di persone selezionate si ritrova nel ristorante dello Chef Slovik per degustare quella che si preannuncia una raffinatissima cena da gourmet, almeno finché non cominciano a succedere cose strane...


Negli ultimi anni, scellerati palinsesti televisivi hanno trasformato quelli che una volta erano normali mestieranti, magari più fantasiosi o bravi di altri, in mega star pronte a far spendere centinaia di euro all'incauto consumatore, il quale magari non capisce una ralla dell'"arte" in questione. No, non sto parlando di pittori o scultori, ma di cuochi, pasticceri o simili, anzi, scusate, dovrei dire chef. Ormai chiunque è costretto a capirsene di cucina (anzi, scusate, food) e a guardare con indulgenza questi figuri aprire locali su locali che, di base, propinano ciò che io mangerei come merendina spacciandolo come primo/secondo annegato in un mare di salsine dubbie e cazzabubbole assortite, dentro un piatto grande come uno scudo, per poi chiedere l'equivalente di un rene al grido di "Eh, ma non devi guardare quanto mangi, bensì all'ESPERIENZA in sé". Io, che nasco bestia e animale brutto morirò, preferisco andare nella taverna rustica o nella pizzeria banale ma buona piuttosto che gettare soldi in queste scempiaggini ma, de gustibus, ognuno fa come crede o come impongono le mode, e mi è parso che fosse quest'ultima motivazione la base di partenza di The Menu, commedia nera tinta di horror ambientata, appunto, all'interno di un ristorante esclusivissimo. All'interno di The Menu i "casi umani" sono ben riconoscibili, anche se non troppo caricati, e ce n'è per tutti i gusti, perché il film non indulge in un banale scontro "ricchi contro poveri"; autocelebrazione che sconfina in un completo distacco dalla realtà, esperienze mordi e fuggi fatte giusto perché "si può", mancanza totale di empatia, esistenze consacrate al nulla, vuota ostentazione, sono solo alcuni degli orrori serviti sul piatto preparato da Mark Mylod, che mescola sapientemente momenti grotteschi al limite dell'esilarante, aspetti thriller e un pizzico di horror, il tutto filtrato da un'estetica accattivante e, sì, molto gustosa. 


C'è da divertirsi parecchio a scoprire ogni singola portata del menu, partendo da quelle più eccentriche ma "normali" per arrivare a quelle maggiormente perplimenti e pericolose, e seguire il percorso filosofico/culinario del luciferino Chef Slovik (condannato a destreggiarsi tra piaggiatori e maleducati arricchiti) viene reso ancora più interessante dalla presenza di un punto di vista esterno ma vicino a quello dello spettatore, il quale si ritrova a condividere gli stati d'animo della giovane Margo, commensale suo malgrado. Quest'ultima è una delle punte di diamante di un cast eccellente. Come ho già scritto in passato, Anya-Taylor Joy non sbaglia un film e, anche quando lo sbaglia (penso al recente Amsterdam ma anche New Mutants), riesce comunque rendere tridimensionale e interessante il suo personaggio; la Margo di The Menu non fa eccezione ed è degno complemento del favoloso Ralph Fiennes, impegnato nell'interpretazione sul filo della follia di un uomo ormai privo di uno scopo nella vita, eppure ancora colmo di dignità e desiderio di rivalsa verso chi non l'ha mai capito. Anche il resto del cast è molto interessante, in primis il fastidioso (ma adorabile) Nicholas Hoult e John Leguizamo, quest'ultimo ormai abbonato al ruolo di caratterista di lusso e sempre dotato di una forte presenza scenica, ma non bisogna dimenticare la freddissima cortesia di Hong Chau, i cui modi compiti all'interno del caos fungono da perfetto esempio delle assurdità grottesche di cui The Menu è costellato. Sarò anche bestia per quanto riguarda il cibo e non posso consigliarvi ristoranti stellati in cui andare a mangiare, ma se volete un film appetitoso e ottimo per passare una serata al cinema, fidatevi della cVitica Bolla e correte in sala prima che questa primizia venga relegata agli sciapi palati dello streaming!


Di Ralph Fiennes (Chef Slovik), Anya Taylor-Joy (Margo), Nicholas Hoult (Tyler), Janet McTeer (Lillian) e John Leguizamo (Stella del cinema) ho già parlato ai rispettivi link.  

Mark Mylod è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Ali G Indahouse ed episodi di serie come C'era una volta e Il trono di spade. Anche produttore, ha 57 anni.


Emma Stone era stata scelta per il ruolo di Margo quando si pensava che il regista sarebbe stato Alexander Payne. Se The Menu vi fosse piaciuto recuperate Fresh, The Feast, Silent Night e Flux Gourmet. ENJOY!

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