mercoledì 22 luglio 2026

Il Bollalmanacco On Demand: Buon compleanno Mr. Grape (1993)

Oggi torna il Bollalmanacco on Demand con una richiesta di Lory! Il film di oggi è Buon compleanno Mr. Grape (What's Eating Gilbert Grape), diretto dal regista Lasse Hallström e tratto dal romanzo omonimo di Peter Hedges, anche sceneggiatore. Il prossimo film On Demand sarà The Square. ENJOY!


Trama: Gilbert vive assieme al fratello Arnie, affetto da una grave disabilità intellettiva, alle due sorelle e alla madre, la quale dopo il suicidio del marito si è lasciata andare diventando talmente obesa da non potersi muovere dal divano. I suo giorni passati ad accudire i familiari scorrono lenti e privi di stimoli, finché nella sonnolenta cittadina dove vive arrivano Becky e la nonna, due nomadi che girano l'America in camper...


Buon compleanno Mr. Grape
era uno di quei film che, all'epoca, avevano guardato praticamente tutti quelli che conoscevo, e che io avevo invece volutamente evitato per un unico, importantissimo motivo: detestavo Leonardo DiCaprio, universalmente acclamato come un gran figo, e quella sua faccetta da coglioncello imberbe. Poco m'importava che in Buon compleanno Mr. Grape il suo ruolo fosse quello di un ragazzino con problemi intellettivi e che il film non avesse a che fare con sdolcinate storie d'amore, DiCaprio mi stava sulle balle quindi via, camminare. Adesso, per contro, non sopporto Johnny Depp, che all'epoca era uno dei miei attori preferiti, mentre invece adoro DiCaprio, quindi diciamo che, se da una parte vedere Buon compleanno Mr. Grape mi ha portata a pentirmi di avere sempre snobbato un'interpretazione di DiCaprio a dir poco allucinante, dall'altra ho provato fastidio ad ogni apparizione di Depp. Il problema è che il titolo italiano del film, orribile sotto ogni punto di vista, darebbe a intendere che il protagonista sia Arnie, invece la trama si concentra, come da titolo originale, su Gilbert e su quello che lo rode, che lo disturba al punto da dare l'impressione di essere una sorta di "passeggero" della vita, apatico ed inespressivo. Ne ha ben donde, poveraccio. Gilbert è il figlio maggiore (in realtà ce ne sarebbe un altro ma ha preferito la vita militare) della famiglia Grape e, come tale, è costretto a prendersi cura di due sorelle, una madre che è ormai diventata talmente grassa da non potersi più muovere, e di un fratellino, Arnie, con gravi disabilità intellettive. La trama del film è interamente incentrata su un soffocante senso di immobilità e prigionia, che sia o meno volontaria. La madre di Gilbert, dopo il suicidio del marito, si è imprigionata all'interno di un corpo informe, diventando l'insano pilastro attorno al quale ruotano le abitudini quotidiane della famiglia. La sorella maggiore di Gilbert, giocoforza, è stata costretta ad assumere il ruolo di "donna di casa", la sorella minore, pur andando ancora al liceo, lavora per aiutare con le spese, e Gilbert, oltre a lavorare, è stato eletto a "guardiano" del fratellino disabile. Le responsabilità nei confronti della famiglia, assieme al trauma mai superato per il suicidio del padre e alla sostanziale immobilità della cittadina di provincia in cui vive, hanno fatto di Gilbert un ragazzo taciturno ed introverso, vittima di una routine soffocante ed incapace di guardare al futuro.


Paradossalmente, prima dell'arrivo della nomade Becky, è proprio l'imprevedibilità delle azioni di Arnie, per quanto radicate anch'esse in una sorta di routine, a rappresentare l'unico diversivo all'interno di una cittadina ormai morta. Arnie dice quello che gli passa per la mente, vuole salire "in alto", anela ad una commovente libertà che non può esprimere a parole, ed è anche per questo che Gilbert prova, verso il fratello, un complesso mix di amore e odio: c'è ovviamente l'angoscia di percepirlo come una zavorra che non gli impedirà mai di prendere il largo (e lo stesso vale per la madre, che zavorra lo è anche fisicamente) ma c'è anche l'invidia di vederlo ancora innocente, sgravato da qualsiasi responsabilità, questo nonostante la consapevolezza della tragedia della condizione di Arnie. Per tutto il film, Gilbert tenta di affrancarsi dalle catene che lo legano, ma sono minuscole ribellioni che non portano a nulla e che gli arrecano ancora più dolore, perché è la sua visione del mondo ad essere ristretta ed immutabile; è l'incontro con Becky a consentirgli di guardare le cose da un altro punto di vista, perché la ragazza prende la vita così com'è, senza pregiudizi, accettandola e vivendola appieno sia nel bene che nel male. Lasse Hallström, vero maestro quando si tratta di portare sullo schermo le assurdità della vita di provincia, crea non solo un microcosmo fatto di negozietti e tavole calde dove tutti si conoscono, ma fa della casa di Gilbert una metafora del suo stesso tormento interiore; un edificio costantemente bisognoso di riparazioni, all'interno del quale il tempo si è fermato a quando la famiglia era unita e felice, e dove tutto è stato riorganizzato attorno alla gigantesca mole di Mrs. Grape, insomma una prigione se mai ne è esistita una. Johnny Depp, con un'improbabile tinta rossiccia, attraversa il film sempre con la stessa espressione e, proprio per questo, veicola l'immagine calzantissima di un ragazzo morto dentro, privo di speranze e desideri salvo qualche blando prurito sessuale giusto per salvarsi dalla noia. La sua è un'interpretazione commovente, soprattutto quando viene enfatizzata dall'interazione con DiCaprio, il quale dà l'illusione perfetta di avere davvero dei problemi mentali. I suoi tic, lo sguardo sfuggente, le risate improvvise e la disperazione altrettanto repentina, l'intero linguaggio corporeo dell'attore è la prova di uno studio che va al di là della mera imitazione, ma che parte dal rispetto e dalla comprensione di chi si trova in quelle stesse condizioni. E se quella di DiCaprio è una mimesi perfetta, l'aspetto più tragico del film è la realtà della fisicità di Darlene Cates, la quale ha avuto un declino fisico e mentale assai simile a quello di Mrs. Grape, il che rende ogni sua scena ancora più dolorosa e commovente. In sostanza, ho aspettato più di 30 anni per recuperare Buon compleanno Mr. Grape ma adesso sono molto contenta che Lory me lo abbia chiesto. D'altronde, sospettavo mi sarebbe piaciuto, perché il Lasse Hallström degli anni '90 e degli inizi del nuovo millennio era uno dei miei registi preferiti!


Johnny Depp (Gilbert Grape), Leonardo DiCaprio (Arnie Grape), Juliette Lewis (Becky), Mary Steenburgen (Betty Carver), Laura Harrington (Amy Grape), John C. Reilly (Tucker Van Dyke) e Crispin Glover (Bobby McBurney) ho già parlato ai rispettivi link.

Lasse Hallström (vero nome Lars Sven Hallström) è il regista del film. Svedese, ha diretto film come Qualcosa di cui... sparlare, Le regole della casa del sidro, Chocolat, The Shipping News - Ombre dal profondo e Hachiko - Il tuo migliore amico. Anche sceneggiatore, montatore, produttore e attore, ha 80 anni. 


Kevin Tighe
(vero nome Jon Kevin Fishburn) interpreta Mr. Carver. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto a 4 zampe, Ancora 48 ore, Mumford, San Valentino di sangue, Una battaglia dopo l'altra e a serie quali Squadra emergenza, Love Boat, La signora in giallo, I racconti della cripta, E.R. Medici in prima linea, Oltre i limiti, Rose Red, The 4400, Numb3rs e Lost. Anche regista e sceneggiatore, ha 82 anni.


Leonardo DiCaprio
, all'epoca delle riprese nemmeno ventenne, era stato nominato all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, perso contro Tommy Lee Jones per Il fuggitivo. Se Buon compleanno Mr. Grape vi fosse piaciuto recuperate Rain Man, Le regole della casa del sidro e Little Miss Sunshine. ENJOY!

martedì 21 luglio 2026

La Casa: Il rogo del male (2026)

La settimana scorsa sono andata a vedere La Casa: Il rogo del male (Evil Dead Burn), diretto e co-sceneggiato dal regista Sébastien Vanicek.


Trama: dopo la morte del figlio maggiore, i familiari e la giovane vedova si riuniscono nella vecchia casa di famiglia, in mezzo ai boschi, ma vengono attaccati da una forza maligna...


Sembra che il fil rouge delle nuove "case", almeno finora, sia la famiglia più o meno disfunzionale. In Evil Dead Rise c'erano Ellie e i suoi bambini, ai quali si aggiungeva la sorella "perduta" Beth, la quale intraprendeva un percorso che la portava responsabilizzarsi ed assumere un ruolo di guardiana e protettrice, se non di madre. La famiglia di Ellie, con tutti i suoi problemi, era adorabile, e lo spettatore subiva il profondo dolore di vederla violata e distrutta nel peggiore dei modi per mano degli spietati deadites della saga. Questo dolore, ne La Casa: Il rogo del male (che per comodità chiamerò da qui in poi col titolo originale), non si prova nemmeno per un secondo, perché la famiglia protagonista meriterebbe un horror-thriller a parte proprio per i meccanismi perversi che la muovono. La famiglia Price è un'istituzione traballante all'interno della quale mamma Susan, provata dall'assenza del padre e dalla morte della sorella, si è annullata per rispondere ai bisogni di tutti: un marito dotato della gamma emotiva di un comodino stronzo, un figlio merda ma portato in palmo di mano in quanto primogenito, un secondo figlio ameba e inconcludente, la "pora" nonna con l'Alzheimer che le ha fatto schizzare la cattiveria a livello 3000. Se Thya, fidanzata del secondogenito, è stata più o meno accettata proprio in virtù dell'"inutilità" del ragazzo, Alice è stata invece additata come la stronza, per di più francese, che ha portato via il primogenito dalle braccia di mammà e non ha fatto ciò per cui veniva sopportata a malapena: sfornare un bel nipotino. La famiglia Price (colpo di genio chiamare il patriarca "Benjamin" ma, a dimostrazione di quanto io sia vecchia, c'è da dire che in sala ero l'unica che è scoppiata a ridere) è, in poche parole, un manuale di relazioni tossiche ambulante, e all'arrivo dei deadites non si piange come ai tempi di Evil Dead Rise, ma si prega con fervore affinché questi maledetti vengano macellati nel minor tempo possibile. Le uniche che non viene voglia di vedere morte sono Thya ed Alice, ovviamente. Alla seconda, in particolare, la sceneggiatura chiede di caricarsi sulle spalle il peso di una felicità di facciata che nasconde traumi matrimoniali irreparabili, un fantasma (o un demone?) di violenza e soprusi che è il prezzo da pagare per la tranquillità di tutti, per continuare a fingere che tutto sia perfetto, e che viene esternato in tutto il suo reale marciume quando i deadites trasformano i Price in quello che sono realmente: dei demoni bugiardi e affamati del dolore altrui, niente di più, niente di meno. Qui, forse più che negli altri film della saga, la possessione dei deadites viene trattata come un virus latente che tira fuori l'orrore già esistente all'interno delle persone, un fuoco dell'inferno che consuma da dentro e brucia, irreparabilmente, anche gli altri.


Per il resto, il "burn" del titolo si traduce, principalmente, in capacità pirocinetiche che farebbero finire il film nel giro di dieci minuti, se non fosse che i deadites le usano solo quando fa loro comodo, e in un finale che non rende giustizia a tutto il delirio precedente, ma forse questo è un mio bias, visto che a mostri fiammeggianti in CGI preferisco il sano, vecchio ed agghiacciante trucco prostetico. Nulla da dire, invece, a tutto ciò che viene prima. Sébastien Vanicek era stato notato da Raimi proprio grazie a Vermin, che gli ha fatto ottenere appunto la regia di Evil Dead Burn. Per quanto mi riguarda, Vanicek non ha tradito le aspettative. Il francese gira come se fosse indemoniato lui stesso e spara a mille tutto ciò che aveva reso Vermin così ansiogeno e dinamico, coadiuvato da un montaggio pazzesco: piani sequenza ripresi da punti di vista insoliti, ambienti ristretti dove la cinepresa sembra riuscire ad infilarsi in ogni dove, così che lo spettatore non perda nemmeno un dettaglio di ciò che sta accadendo, giri di macchina a 360 gradi, l'immancabile soggettiva veloce del demone che si abbatte sui malcapitati. Senza scomodare la new french extremity (Evil Dead Rise era altrettanto dettagliato e stomachevole e il regista è ben lontano dal cupo, reiterato pessimismo dei suoi conterranei dell'epoca), Vanicek ci dà dentro anche col gore e coi dettagli disgustosi, indugiando in un paio di automutilazioni talmente ostentate da risultare grottesche, ma dimostra di avere imparato anche la lezione argentiana per cui ciò che fa davvero accapponare la pelle è mostrare scene di dolore "plausibile", legato a incidenti che potrebbero accorrere anche nella realtà. Come buona parte dell'horror moderno, inoltre, Evil Dead Burn si avvicina più alle atmosfere della prima Casa di Raimi. Ciò significa che il film non è privo di momenti anche esilaranti, quasi tutti legati alla natura meno che solenne della morte o della vecchiaia (la scena del funerale è emblematica), ma non travalica mai nell'assurdo o nel nonsense, neppure quando la furia e la loquacità dei deadites si scatenano in tutta la loro gloria. Mi ritengo dunque molto soddisfatta di questo Evil Dead Burns. Non è ai livelli del film di Cronin, ma è una dignitosa aggiunta a un franchise che non manca mai di regalare gioie, nemmeno dopo 45 anni.  


Del regista e co-sceneggiatore Sébastien Vanicek ho già parlato QUI


Souheila Yacoub
, che interpreta Alice, era nel cast di Climax mentre Tandi Wright, che interpreta Susan, era la madre di Pearl nell'omonimo filmHunter Doohan, ovvero Joseph, interpretava invece Tyler nella serie Mercoledì. Pur essendo fruibile da solo senza alcun problema, La Casa: Il rogo del male è direttamente collegato a La casa - Il risveglio del male (rimanete in sala fino alla fine dei titoli di coda!) e, ovviamente, è legato a  La casa, La casa 2, L'armata delle tenebre, La casa del 2013 e alla serie Ash vs. Evil Dead, tutte cose che vi consiglio di recuperare se il film di Vanicek vi è piaciuto e nell'attesa che esca Evil Dead: Wrath nel 2028. ENJOY!

venerdì 17 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Tesis (1996)

La challenge horror questa settimana chiedeva di festeggiare l'anniversario di un film uscito nel 1996. Invece di scegliere un "banale" Dal tramonto all'alba, di cui comunque quest'anno dovrò parlare, pur non essendone in grado, ho puntato un altro mio grande amore cinefilo, Tesis (Tésis), diretto e co-sceneggiato dal regista Alejandro Amenábar.


Trama: cercando materiale per una tesi sulla violenza all'interno delle opere audiovisive, Angela incappa in uno snuff avente come protagonista una studentessa della sua stessa università, scomparsa da qualche tempo. Con l'aiuto del compagno di corso Chema, Angela comincia a indagare, attirando l'attenzione dell'assassino...


Cercando qua e là su Internet, è venuto fuori che la prima visione italiana televisiva di Tesis era andata in onda nel 2003. Non sono sicurissima al 100% che sia proprio vero, ma siccome quell'anno andavo a mia volta all'università, può essere. Sta di fatto che, come al solito, probabilmente devo ringraziare Ghezzi e il suo Fuori Orario per avermi fatto scoprire questa perla della cinematografia spagnola. Tesis era stato il mio amore di un'estate, culminato nella ricerca dell'opera di Oscar Wilde in cui si racconta la storia della principessa e del nano morto di crepacuore, ovvero Il compleanno dell'infanta. Erano tempi in cui internet si usava ancora poco, e avevo dovuto affidarmi alla memoria di quel pozzo di cultura che è l'amico Toto per recuperare la fonte della storia che Chema racconta ad Angela nei labirintici sotterranei dell'università. Da allora, avrò rivisto Tesis un paio di volte e poi, come spesso accade, ho lasciato che questo film tanto amato cadesse nell'oblio fino a qualche giorno fa, quando l'ho riguardato come fosse la prima volta, rimanendone nuovamente coinvolta e affascinata. Tesis racconta le vicende di Angela, laureanda alle prese, appunto, con la tesi. L'argomento scelto, come viene ribadito a un certo punto nel film, è complesso ed insidioso, ovvero la violenza all'interno delle opere audiovisive, direttamente collegato alla morbosa fascinazione dell'essere umano verso il sangue, le torture e la morte. Per ottenere materiale, Angela si avvicina a Chema, famoso all'interno della facoltà per essere amante dell'horror estremo, e chiede al suo relatore la possibilità di visionare film particolarmente espliciti. Quest'ultimo, cercando qualcosa che possa fare al caso della ragazza, recupera una videocassetta all'interno di un angolo nascosto della videoteca di facoltà, e muore dopo averla visionata. Angela è la prima a trovare il cadavere del relatore e, mossa proprio da quella morbosa fascinazione di cui sopra, ruba la cassetta, che si rivela essere uno snuff contenente l'omicidio di una studentessa della sua stessa facoltà, misteriosamente scomparsa da qualche tempo. Angela e Chema si mettono quindi ad indagare, attirando ovviamente le attenzioni di chi ha realizzato il video. 


Rivisto dopo 20 anni e un minimo di obiettività in più, Tesis si è rivelato un film con tantissimi pregi e qualche difetto. Il messaggio di fondo ha mantenuto intatta la sua potenza, la capacità di raccontare l'oscurità di un animo umano che, spogliato da tutte le regole sociali, è assimilabile a quello di una bestia assetata di sangue. Angela è attirata dall'orrore e dalla violenza, la sua mente la spinge in ogni modo a guardare, perlomeno a sbirciare. Ancor prima che dai sogni su Bosco, nei quali si mescolano eros e thanatos, questa sua "perversione" si capisce fin dall'inizio: dalla corsa per riuscire a vedere il cadavere in metropolitana nonostante i divieti della polizia, dall'incapacità di spiegare in cosa consisterebbe la sua tesi e perché abbia scelto proprio un argomento simile, dagli escamotage che utilizza per non essere "sfacciata" come Chema. Angela ha bisogno di giustificazioni oppure tramiti per legittimare la sua curiosità ed ergersi a giudice morale degli altri, mentre Chema, sostanzialmente, se ne frega e, in maniera molto infantile, ostenta la sua ribellione fingendo di non avere sentimenti, positivi o negativi che siano. Sono entrambi due personaggi immaturi e borderline ma, mentre Angela è la protagonista che viene costruita per essere "ingenua", al limite del cretino, nella pervicacia con la quale si ostina a mettersi in pericolo anche di fronte a una red flag grossa come una casa (cose che non la privano del suo ruolo di eroina), Chema viene connotato come un personaggio ambiguo, disgustoso. Un nano che si è visto allo specchio e, apparentemente, ha accettato la sua bruttezza indurendo il proprio cuore invece di morirne, arrivando ad assecondare in toto i pregiudizi delle persone. A differenza di altri, Chema non sa vivere, è incapace di indossare una maschera di normalità, e il difetto di Tesis è proprio quello di usare gli innumerevoli aspetti creepy della sua personalità solo come elemento sviante, senza imbastire un discorso più serio; ancora peggio, in qualche modo Chema viene giustificato nonostante sia oggettivamente deprecabile e compia azioni molto discutibili, perché nonostante il suo amore per l'horror estremo non arriva mai a mettere in pratica ciò che vede nei film.  


Molto interessante, ancora oggi, è invece il continuo dialogo tra l'occhio dello spettatore e quelli dei personaggi, tra la cinepresa del regista e quella dell'assassino, che si scambiano continuamente portando la realtà nella finzione e viceversa. Lo stile di Tesis è molto argentiano, con i protagonisti che corrono fuggendo da "qualcosa" di invisibile, incarnato dalla macchina da presa, oppure persi all'interno di ambienti assai comuni che diventano all'improvviso delle vuote anticamere di morte, dove potrebbe esserci chiunque in agguato. A differenza di Argento, però, Amenábar intavola anche un discorso cinefilo e metacinematografico. Tesis è ambientato all'interno della facoltà di Cinema, i personaggi conoscono sia le tecniche di regia che quelle di sceneggiatura, oltre alle regole del genere thriller-horror, e si trovano in una situazione in cui realtà e finzione si sovrappongono; da spettatrice riluttante ma curiosa, Angela si ritrova ad essere potenziale protagonista di qualcosa che si finge cinema per giustificare istinti brutali e, invece di "guardare", viene guardata e violata, talvolta anche a sua insaputa. Il prosaico discorso del professor Càstro, durante il quale gli studenti vengono invitati a "dare al pubblico ciò che vuole", ragionando principalmente in termini economici, si traduce sul finale in una doccia fredda per Angela, la quale ha finalmente toccato con mano il vero significato della parola "orrore" e si ritrova, a sua volta, ad essere protagonista di una storia da dare in pasto alle masse ipnotizzate e affamate di vicende violente. C'è da chiedersi cosa girerebbe oggi Amenábar, in un'epoca in cui vanno per la maggiore i true crime e in cui qualsiasi horror estremo, da raccattare in qualche oscura videoteca, impallidisce rispetto a quello che ci propinano i social, ma probabilmente aveva già immaginato una deriva simile, visto il modo in cui si chiude Tesis. Che, se ancora non aveste capito, vi consiglio di cercare e custodire come un tesoro prezioso!


Del regista e co-sceneggiatore Alejandro Amenábar ho già parlato QUI. Fele Martínez (Chema) e Eduardo Noriega (Bosco Herranz) li trovate invece ai rispettivi link.


Ana Torrent
, che interpreta Ángela ha partecipato al film Verónica nel ruolo della madre degli sfortunati protagonisti. Se Tesis vi fosse piaciuto, recuperate 8mm - Delitto a luci rosse, L'occhio che uccide e il reboot di Faces of Death. ENJOY!

mercoledì 15 luglio 2026

Slanted (2025)

Un altro film che puntavo da qualche tempo era Slanted, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Amy Wang


Trama: Joan, figlia di due immigrati cinesi, cerca disperatamente di integrarsi all'interno del liceo e ha il sogno di diventare reginetta della scuola. Dopo una serie di frustranti insuccessi, entra in contatto con la Ethnos, un centro medico che promette di risolvere tutti i suoi problemi di immagine...


"Slanted", in inglese, ha due significati. "Slant eyes" è un modo poco cortese, per non dire razzista, per indicare gli occhi a mandorla, mentre "slanted", oltre a poter venire tradotto come "inclinato", indica anche qualcosa di "fazioso", una sola faccia della medaglia. All'interno del film di Amy Wang, la parola del titolo contiene in sé entrambe le accezioni. La protagonista, infatti, è figlia di immigrati cinesi, nata e cresciuta in America, e patisce il suo aspetto diverso, che la relega ai margini della scuola assieme a chiunque non sia bianco e la rende comunque vittima di bullismo e pregiudizi, oltre ad impedirle di raggiungere il suo sogno di bambina, quello di diventare reginetta della scuola. La seconda traduzione di "slanted" indica invece il punto di vista fazioso di ciascuno dei protagonisti del film, che genera una serie di incomprensioni legate alla mancanza di comunicazione, e porta all'inevitabile tragedia. Joan è condizionata dalla società prevalentemente bianca che la circonda. I bianchi sono ricchi, hanno i privilegi, possono passeggiare sereni per strada senza essere malvisti; il suo ideale è la ragazza bionda incoronata reginetta della scuola quando lei era solo una bambina, un'immagine che si è cristallizzata nella sua memoria fino a renderla un obiettivo totalizzante. Siccome Slanted è innanzitutto un body horror, a un certo punto Joan ottiene ciò che desidera, grazie alle miracolose operazioni chirurgiche della Ethnos. Attenzione, però: tornando alla visione "slanted" della realtà di cui sopra, la Ethnos non è una mostruosa macchina sforna-bianchi gestita da esponenti della razza ariana, bensì il frutto della frustrazione di persone di colore che vedevano il loro posto all'interno della società usurpato da bianchi meno capaci. Al grido di "bianco è bello", la Ethnos concede ai suoi clienti la gioia di omologarsi, cancellando con un colpo di spugna tutto ciò che è legato alle loro radici e alla loro cultura, annullando ogni diversità e creando, di fatto, dei cloni. Essendo Joan una ragazzina, ovviamente non capisce in maniera conscia le mostruose implicazioni di una cosa simile, ma è il suo corpo a parlare per lei, a dare voce a qualcosa che i suoi genitori hanno già capito ma che, sempre per quella visione unilaterale del mondo, non riescono a comunicarle se non attraverso un'impressione di arretratezza, di rifiuto dell'America, di imbarazzo. 


A fronte di quanto sopra, la definizione di horror comedy che spesso si trova in giro sul web, in riferimento a Slanted, è quantomai imprecisa. E' vero che alcune dinamiche, soprattutto all'inizio, sono simili a quelle delle commedie liceali a base di queen bees e outsiders, e che la Ethnos ha delle connotazioni volutamente surreali e grottesche, ma ciò che accade a Joan è triste e angosciante. L'orrore vero non è il progressivo deteriorarsi delle condizioni del volto di Joan/Jo, ma quello del rapporto tra lei e i genitori, o con l'unica amica di origini indiane, e la consapevolezza che esaudire il suo desiderio d'infanzia l'ha privata delle cose più importanti, l'unicità in primis. Amy Wang, probabilmente, ha affrontato l'argomento con la delicatezza derivata dall'esperienza diretta, forse anche per questo il body horror non è così esplicito, ma ricerca un'espressione più legata ad una dimensione psicologica. Per quanto riguarda le due attrici che interpretano Joan e la sua versione bianca, Jo, sono entrambe bravissime, sia Shirley Chen, che non conoscevo, sia la beniamina dell'horror Mckenna Grace. A quest'ultima, in particolare, viene affidata la non facile interpretazione di un'asiatica nel corpo di una bellissima ragazza dotata di tutti i tratti somatici per essere accettata e amata in società, con tutto ciò che ne consegue in termini di linguaggio corporeo, tra nervosismo accentuato e sguardi intimiditi che si alternano ad atteggiamenti spavaldi che risultano quasi forzati. Anche il cast di supporto è molto valido, in primis i genitori di Joan, ai quali Amy Wang riserva i momenti più malinconici, soprattutto verso il finale, che mi ha messo un groppo in gola difficile da mandare giù. Lontano dalla "rozzezza" di Grafted ma assai simile per tematiche, Slanted è l'horror ideale se siete ancora alle prime armi nel genere e non siete ancora pronti per un assalto gore come quello di The Substance, perché è delicato ma anche intelligente, nonché molto onesto nei confronti dello spettatore. Cercatelo, perché è davvero carino!


Di Mckenna Grace, che interpreta Jo Hunt, ho già parlato QUI.

Amy Wang è la regista e sceneggiatrice del film, al suo primo lungometraggio. Australiana, è anche produttrice, attrice e montatrice. 


Maitreyi Ramakrishnan
, che intepreta Brindha, è comparsa nell'ultima stagione di The Boys come Countess Crow. Se Slanted vi fosse piaciuto recuperate i già citati The Substance e Grafted. ENJOY!

martedì 14 luglio 2026

Minions & Monsters (2026)

Sabato sera sono andata al rinnovato cinema di Albisola a vedere Minions & Monsters, diretto e co-sceneggiato dal regista Pierre Coffin.


Trama: due Minions, James e Henry, decidono di perseguire un sogno ben diverso da quello del resto della loro tribù, ovvero realizzare un film. Per poter girare uno splendido film di mostri, utilizzano un libro di incantesimi che ne evoca davvero uno...


Ho sempre amato i Minions e il loro grande capo Gru, ma col tempo mi sono un po' disaffezionata, al punto che non ho mai recuperato Cattivissimo me 4. Stavo quasi per lasciare perdere anche Minions & Monsters, nonostante il trailer simpatico e la presenza di un mini-Cthulhu, ma per fortuna ho dato una scorsa al post entusiasta di Solaris e, spinta dalla curiosità, ho approfittato della programmazione albisolese per andarlo a vedere. Poi dicono che ormai i blog sono morti e non servono più a nulla! Sono felice di essermi fidata, perché Minions & Monsters è sì l'ennesima aggiunta ad un franchise di successo che non accenna a volersi fermare, ma anche e soprattutto un'immensa dichiarazione d'amore al Cinema, la macchina dei sogni in grado di realizzare quelli delle menti più visionarie e poetiche, e di regalarne altri a quanti sono pronti a sedersi per un paio d'ore nelle poltrone di una sala. La storia di Minions & Monsters, da collocarsi cronologicamente prima dei fatti narrati nel primo Minions, si concentra, infatti, su due Minions in particolare, James ed Henry. Mentre i loro colleghi hanno come unico scopo nella vita quello di trovare un "grande capo" malvagissimo da seguire, James ed Henry sono guidati da fantasia e senso dell'umorismo; in particolare, James adora disegnare storie, tanto quanto Henry adora ascoltarle e condividere con l'amico la propria unicità. Dopo tutta una serie di esilaranti vicissitudini, i Minions finiscono nella Hollywood di fine anni '20 e si ritrovano protagonisti assoluti della scena cinematografica dell'epoca, quella precedente la transizione dai film muti al sonoro. E' proprio lì, prima che la trama introduca i Monsters del titolo, che Minions & Monsters diventa un gioiellino per i cinefili adulti (c'è anche una favolosa zampata sul finale, che non vi spoilero); per il modo in cui il film racconta l'energia, l'esagerata opulenza e la gloria di un'industria cinematografica al suo apice, con tutti i suoi pregi e difetti, la facilità con cui chiunque poteva dare forma a sogni e desideri, e anche la tragica velocità con cui i sogni potevano trasformarsi in incubi di indigenza, dopo anni di fama e denaro. Un dualismo incarnato alla perfezione dai geniali produttori Frank ed Elwood, mostro di cattiveria l'uno ed ottimista tutto zucchero l'altro, emblemi del destino estremo che lambiva chiunque si avvicinasse ad Hollywood.


Questa parte di Minions & Monsters è davvero l'equivalente animato di quel trionfo che era il Babylon di Chazelle, di cui riprende alcuni elementi chiave, sia a livello di trama che di messa in scena (la transizione da muto a sonoro avrebbe sicuramente risollevato l'animo del povero Jack Conrad di Babylon, perché pronunciare parole storiche come "Rosebud/Rosabella" in minionese farebbe sembrare perfetta la voce di qualsiasi attore!). A proposito di quest'ultima, dal momento in cui i Minions mettono piede ad Hollywood c'è da diventare matti a trovare tutti gli omaggi alla settima arte, con capolavori parodiati non solo durante gli splendidi titoli di testa, oppure con intere sequenze dedicate, ma anche con riferimenti blink and you'll miss it all'interno delle scene più concitate, in primis quella dell'inseguimento in treno all'interno di una trafficatissima strada; probabilmente, però, la sequenza più emozionante per un cinefilo è quella del dietro le quinte, una lunghissima carrellata che offre un meravigliato sguardo alle magie praticate dalle maestranze, indispensabili protagonisti per il corretto funzionamento della macchina dei sogni, ancor più di attori e registi blasonati. Per quanto riguarda l'aspetto "monsters", l'impatto visivo degli stessi è efficacissimo, perché il character design di Goomi e colleghi è meraviglioso così come le animazioni, ed è interessante anche il modo in cui la parte di trama che li vede coinvolti, assieme a James, Henry ed Ed, scorra in parallelo con l'altrettanto assurda vicenda di Dick e degli altri Minions, finiti dritti all'interno di una storia di fantascienza che, a un certo punto, acquista tutte le sfumature di una love story d'altri tempi. Giuro senza vergogna che non avrei dato un euro a questo Minions & Monsters, invece si è rivelato uno dei capitoli migliori del franchise e una boccata di aria fresca capace di coniugare meraviglia cinefila e grasse risate. Approfittate delle arene estive, all'interno delle quali sarà sicuro mattatore ancora per un po', e recuperatelo!!


Del regista e co-sceneggiatore Pierre Coffin, che doppia anche i Minions, ho già parlato QUI. Allison Janney (voce originale di Olivia), George Lucas (sé stesso), Christoph Waltz (Max), Jeff Bridges (Frank e Elwood), Jesse Eisenberg (Dort), Trey Parker (Goomi), Zoey Deutch (Debbie) li trovate invece ai rispettivi link.


Nella versione italiana, il regista Max è doppiato da Maccio Capatonda. Minions & Monsters si colloca cronologicamente prima di Cattivissimo me, Cattivissimo me 2, Minions, Cattivissimo me 3, Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo e Cattivissimo me 4, tutti film che vi consiglio di recuperare, anche se Minions & Monsters è perfettamente fruibile anche da solo. ENJOY!

venerdì 10 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Touch Me (2025)

Oggi la challenge lasciava libera scelta, quindi ho guardato un film che mi ispirava da un po', Touch Me, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Addison Heimann.


Trama: Joey e Craig, due amici problematici, vengono invitati a casa di Brian, alieno tentacolato che si nasconde sotto l'aspetto di fascinoso essere umano. L'idillio si spezza quando entrambi gli amici si scoprono molto attratti da Brian...


Agli albori del blog, ormai quasi 20 anni fa, cercavo quasi esclusivamente film dalle trame assurde, oppure quegli horror so bad it's so good, comunque roba che difficilmente avrebbe trovato una distribuzione da noi oppure degli scult che hanno fatto storia. Avrete notato che, ormai, non è più così da parecchio, e che il Bollalmanacco ormai è un diario di visioni anche abbastanza "banali", passatemi il termine, ma per fortuna, ogni tanto, arrivano film come questo Touch Me, che lasciano interdetti già dalla trama. Il film comincia con un lungo monologo di Joey, la quale, su invito della psicoterapeuta, racconta il trauma che l'ha portata lì infarcendolo di dettagli assurdi, quasi esilaranti, in modo da sdrammatizzarlo. Joey le parla di Brian, fascinoso uomo d'affari dalle tute multicolor, e di come costui l'abbia attirata nella sua enorme villa, prima di palesare la sua natura di alieno tentacolato e usarle violenza, costringendola a darsi alla fuga e cercare rifugio da Craig, il suo migliore amico gay. Quella che è stata venduta alla psicoterapeuta come una presa in giro, però, è la pura verità. Brian è realmente un alieno e Joey, prima di scappare terrorizzata, ha passato un periodo non meglio definito a godere, letteralmente, di tentacoli in grado di spazzare via ogni ansia e provocare orgasmi multipli. Un'altra verità è che Joey, seppur traumatizzata, è diventata dipendente dal tocco di Brian. Così, quando si presenta l'occasione, Joey torna alla villa portandosi dietro Craig, il quale si scopre affatto immune al fascino del narcisista Brian; quest'ultimo, ovviamente, è ben felice di fare sesso tentacolato con entrambi, ma il triangolo metterà a dura prova un idillio che nasconde terrificanti segreti. Temo di avere già detto troppo sulla trama di Touch Me, ma vorrei aggiungere ancora una cosa. Nonostante l'effettiva "stupidera" dell'assunto iniziale, il film di Addison Heimann è una spietata riflessione sulle amicizie tossiche, su quei legami di convenienza che si reggono essenzialmente sull'infelicità delle persone coinvolte, e che si sgretolano quando questa condizione di miseria condivisa viene meno. Joey è una ragazza che ha davvero vissuto un trauma terribile, ancor prima di conoscere Brian, ma invece di confidarsi con Craig e cercare di tirarsene fuori, preferisce vivere in una perenne condizione di stordimento; dall'altra parte, Craig usa Joey come metro della propria bontà d'animo, tenendosela in casa come un animaletto carino con cui sfogarsi dal mattino alla sera, in cambio di un tetto e di soldi a palate.


Quando Brian si propone come "guru" e guaritore dell'anima, il rapporto tra Craig e Joey si incrina proprio perché la creatura aliena è falsa e superficiale quanto loro, innamorato solo di se stesso e di un ideale di bellezza che vale finché i suoi amanti lo idolatrano senza porsi troppe domande. C'è anche un aspetto più horror sotteso alla vicenda, ovviamente, ma l'aspetto interessante di Touch Me è proprio il progressivo sfaldarsi dei legami tra i personaggi e la trasformazione di un sogno erotico in un incubo; il resto, sono dettagli che, molto ironicamente, Heimann evita consapevolmente di spiegare, abbracciando in toto le regole di un film di serie Z o l'esilarante follia di un film Giapponese. Questo aspetto di Touch Me potrebbe essere quello che me lo ha fatto piacere così tanto. Il film è, infatti, pesantemente legato alle iconografie giapponesi, cominciando proprio dall'hentai a base di polpi e tentacoli che risale già a fine '800 e il cui esempio più elevato è Il sogno della moglie del pescatore di Hokusai. Touch Me risente anche dell'influenza di film come House, per gli inserti onirico-demenziali che deformano i personaggi oppure trasformano in fumetto i loro pensieri, e del genere pinku eiga, ovviamente, ma io ci ho visto qualcosa anche di un film che col Giappone ha ben poco da spartire, ovvero Brain Damage di Henenlotter (i tentacoli dell'alieno creano dipendenza, inoltre non credo che Brian sia un nome messo a  caso!), anche per come, a un certo punto, vira nello splatter visionario e artigianale. Se Addison Heimann è un regista e sceneggiatore da tenere d'occhio, è anche vero che è riuscito a sfruttare al meglio il cast, in particolare Lou Taylor Pucci. Aperta parentesi body shaming: Lou Taylor Pucci mi fa orrore. Per quanto mi riguarda, l'aspetto più assurdo di Touch Me non è che qualcuno brami di venire scopato da dei tentacoli, ma che voglia farsi anche solo sfiorare dalla versione umana di Brian. Ciò detto, l'interpretazione dell'attore è inquietante e esilarante al tempo stesso, e il suo Brian ha proprio l'aria del guru carismatico dietro al quale c'è il vuoto cosmico, con somma sfortuna di quanti sono disposti a farsi rovinare la vita. I suoi balletti anti-stress, per affrontare l'infantile disperazione che lo assale di tanto in tanto, sono una delle cose più memorabili di un film che ne contiene parecchie, e che vi invito a recuperare se non siete troppo schizzinosi. Poi fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate!


Di Olivia Taylor Dudley (Joey) e Lou Taylor Pucci (Brian) ho già parlato ai rispettivi link.

Addison Heimann è il regista e sceneggiatore del film. Americano, ha diretto anche il film Hypochondriac. E' anche produttore e attore.



martedì 7 luglio 2026

Good Luck, Have Fun, Don't Die (2025)

Era un po' che volevo vederlo, e ho approfittato dell'uscita italiana per recuperare Good Luck, Have Fun, Don't Die, diretto nel 2025 dal regista Gore Verbinski.


Trama: un uomo misterioso, che afferma di venire dal futuro, entra in un diner per trovare le persone che lo aiuteranno ad impedire l'estinzione umana per mano dell'IA...


Good Luck, Have Fun, Don't Die
è uno di quei film inutilmente complicati, che tirano la corda fin quasi a spezzarla e costringono lo spettatore a un tour de force per non addormentarsi sulla poltrona. La cosa assurda, come ho scritto su Facebook, è che l'ultimo film di Verbinski dura 10 minuti più di L'esercito delle 12 scimmie, dal quale prende tantissima ispirazione, ma sembra continuare per ore ed ore, a differenza del film di Terry Gilliam. Buona parte della "colpa", se di colpa si può parlare, è di una sceneggiatura che era nata per essere una serie, cosa che salta subito all'occhio a causa della natura episodica della prima parte. Dal momento in cui l'uomo del futuro interpretato da Sam Rockwell entra nel diner, infatti, due o tre personaggi che andranno a formare il suo gruppo di "eroi" si rendono protagonisti di flashback dedicati; abbiamo dunque insegnanti in fuga davanti ad adolescenti inquietanti, ragazzi che vengono sostituiti da cloni, storie d'amore che scompaiono inghiottite dall'intelligenza artificiale, insomma, vari assaggi di fantascienza horror tenuti assieme da un fil rouge, che sono troppo brevi per essere davvero interessanti e distolgono l'attenzione dello spettatore dal fulcro del film. E dire che di carne al fuoco anche senza questi flashback ce ne sarebbe stata a bizzeffe, a partire dal triste destino del protagonista, il quale è costretto a vivere come il Bill Murray di Ricomincio da capo e affrontare, giorno dopo giorno, lo stesso rompicapo, ovvero quale sia la giusta combinazione di avventori che gli consentirà di annientare l'IA. A mio parere, Good Luck, Have Fun, Don't Die sarebbe stato molto più interessante se, invece di appoggiarsi al "non lo famo ma lo dimo" di Rockwell, avesse mostrato, effettivamente, i suoi sbagli più eclatanti e sanguinosi, anche se sentirli raccontare dal protagonista è una cosa parecchio esilarante, lo ammetto. Non è così interessante, invece, tutto il discorso sull'IA, che nasce già vecchio e raccontato meglio altrove, ridotto a una serie di tristi cliché frutto di conversazioni tra boomer.


E' un peccato che la sceneggiatura di Matthew Robinson sia così stiracchiata, perché Gore Verbinski, dal canto suo, fa di tutto per rendere il film una bellezza per gli occhi. A differenza dello sceneggiatore, Verbinski il senso del ritmo ce l'ha e, aiutato dall'energia di un folle Sam Rockwell, cattura lo spettatore con un'introduzione, quella ambientata nel diner, che è un gioiellino di dinamismo. Verbinski inserisce, inoltre, un sacco di dettagli ricorrenti che acquistano senso man mano che il film prosegue, e non si sottrae neppure all'utilizzo di creature che a definirle cringe si fa loro un complimento, eppure all'interno della narrazione hanno perfettamente senso. Intanto, la loro presenza spiazza lo spettatore, in secondo luogo sono un modo per sottolineare la natura prettamente vuota e stupida dell'IA, il cui obiettivo è rendere gli esseri umani che la utilizzano altrettanto vuoti e stupidi. Passando al cast, Sam Rockwell è sicuramente una spanna sopra tutti gli altri attori, ma i suoi comprimari sono indispensabili alla riuscita dell'opera. Tra i tempi di comici perfetti di Michael Peña e quel mix di fragilità e weird apportato dalla carinissima Juno Temple, ha modo di farsi spazio anche un'attrice che non conoscevo, Haley Lu Richardson, la quale inizialmente attira per via della sua mise e del suo stile, per poi diventare uno degli elementi fondamentali del film, distinguendosi per l'abilità con cui gestisce sia le sfumature drammatiche del personaggio che quelle più action e "punk". L'impressione che mi ha dato Good Luck, Have Fun, Don't Die è dunque quella di un lavoro riuscito a metà, che forse sarebbe stato più valorizzato da un altro tipo di medium. Non mi sento affatto di sconsigliarlo, perché i film brutti sono altri, ma rischia di essere un'altra di quelle opere senza infamia né lode che non riescono a lasciare traccia nella mente dello spettatore dopo un paio di giorni, e persino di non trovare un target di pubblico adatto. Anche per Good Luck, Have Fun, Don't Die vale la stessa cosa che dirò per Ricchi da morire, di cui parlerò tra qualche giorno: se non lo trovate in sala non disperatevi, va benissimo anche aspettare l'uscita in streaming e risparmiare qualche soldino.


Del regista Gore Verbinski ho già parlato QUI. Sam Rockwell (L'uomo dal futuro), Juno Temple (Susan), Michael Peña (Mark) e Zazie Beetz (Janet) li trovate invece ai rispettivi link.


Tom Taylor
, che interpreta Tim, era Jake nel tremendo La torre nera. Se Good Luck, Have Fun, Don't Die vi fosse piaciuto recuperate L'esercito delle 12 scimmie e Everything Everywhere All at Once. ENJOY!

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