martedì 7 aprile 2020

VFW (2019)

Per la serie #restateacasa , cosa c'è di meglio di un home invasion, anzi, di un bar invasion? VFW, diretto da Joe Begos, potrebbe darvi un mucchio di soddisfazioni.


Trama: un gruppo di anziani veterani di guerra viene attaccato da un branco di drogati in astinenza, tutti pronti a uccidere per recuperare la partita di droga rubata da una ragazza.


VFW, guarda un po' l'ignoranza che avevo prima di guardare il film di Begos, sta per Veterans of Foreign Wars ed è un acronimo utilizzato anche per l'equivalente delle nostre società degli alpini, ovviamente in versione più yankee e spaccaculi. Nel caso specifico, è una "società", per l'appunto, gestita da Fred, veterano che palesemente non ha più uno scopo nella vita e passa le giornate a testimoniare, impotente, il degrado del tessuto sociale della sua città, ormai in mano a bande di delinquenti e hypers, gente dipendente da una potentissima droga. Normalmente, Fred tenderebbe a farsi i fatti suoi, se non fosse che il destino infingardo gli si infila nel locale sotto forma di ragazzina vendicativa (la fanciulla ha rubato al boss del quartiere l'ultima partita di droga per riscattare la morte della sorella, avvenuta per mano del suddetto boss) proprio la sera del suo compleanno, che vede riuniti al bancone i vecchi commilitoni di un tempo con l'aggiunta di un giovane soldato di ritorno dalla guerra. La serata che avrebbe dovuto concludersi in un locale di spogliarelliste vedrà gli arzilli vegliardi a combattere per le loro vite contro orde di drogati in violentissima crisi d'astinenza, che spuntano letteralmente dalle fottute pareti, e se l'idea di un simile scenario non vi scalda il cuore nemmeno un po', signori miei siete delle persone male. Tra atmosfere carpenteriane, una battuta badass e l'altra, momenti di malinconica riflessione sulla vecchiaia e puro celodurismo, VFW si sviluppa in quello che potrei definire un onesto e sanguinosissimo Expendables di noti caratteristi da film action, con l'indubbio pregio di non dover per forza piacere a tutti, in quanto produzione "di nicchia" e quindi libera di venire orchestrata secondo la volontà di regista e sceneggiatori per il divertimento di spettatori e attori.


Dovessi proprio fare le pulci a VFW e trovargli un difetto è la fotografia scurissima che spesso non aiuta a comprendere che diamine stia succedendo sullo schermo, il che è un peccato: Begos immerge i contendenti in un tripudio di ambienti malati, all'interno dei quali la fanno da padrone fioche luci rosse e blu, tuttavia l'abbondanza di sangue spillata da asce, machete e seghe circolari si perde nelle ombre privandosi così di tutta la forza gore che potrebbe avere. E' un peccato, anche perché i "vecchietti" non la mandano a dire e si profondono in mattanze violentissime, arrivando persino a spappolare teste a suon di calci ben dati, con tutto l'entusiasmo che potrebbero avere dei veterani di guerra che non vedono l'ora di poter tornare a menar le mani. E se i ragazzetti, o meglio, i "giovani punk" che hanno la sventura di incrociarli sembrano usciti dritti da un film di Miller, i VFW non riescono a dissimulare la cazzutaggine nemmeno sotto gli abiti dimessi da working class heroes o i più rassicuranti completi da venditori di auto usate: Stephen Lang mi mette soggezione da quando l'ho visto in Man in the Dark, Fred Williamson sembra non essere mai uscito dal Titty Twister (e sono passati 24 anni!!), Martin Kove è sempre una meravigliosa faccia di merda e, al limite, l'unico che poverello si è imbolsito a bestia è William Sadler, ma a lui viene offerta l'arma migliore di tutto il film quindi cosa stiamo a lamentarci? Ce ne fossero di film come questo!

Cosa stiamo a lamentarci?
Del regista Joe Begos ho già parlato QUI. Stephen Lang (Fred Parras), William Sadler (Walter Reed), Fred Williamson (Abe Hawkins), Martin Kove (Lou Clayton) e David Patrick Kelly (Doug McCarthy) li trovate invece ai rispettivi link.

Sierra McCormick interpreta Lizard. Americana, ha partecipato a film come L'odio che uccide e a serie come Supernatural, Criminal Minds, Hannah Montana, Medium e CSI - Scena del crimine. Anche produttrice, ha 23 anni e due film in uscita.


Dora Madison, che interpreta Gutter, era la protagonista di Bliss, sempre di Joe Begos. ENJOY!

domenica 5 aprile 2020

Edison - L'uomo che illuminò il mondo (2017)

Giorni di Covid19, giorni di chiusura forzata dei cinema, giorni in cui si recupera quello che si può su Netflix o, come in questo caso, su Prime Video, dove è uscito Edison - L'uomo che illuminò il mondo (The Current War), diretto nel 2017 dal regista Alfonso Gomez-Rejon.


Trama: alla fine del XIX secolo, Thomas Edison e George Westinghouse cominciano una lotta serratissima per determinare chi riuscirà a portare la corrente elettrica nelle città americane.



Edison - L'uomo che illuminò il mondo era un film che già aveva attirato l'attenzione mia e del Bolluomo, non necessariamente in modo positivo; il trailer che passava nei cinema, infatti, complice anche l'abbondanza di attori che il film condivide col MCU o con altri cinecomic, era montato come quello di un film di supereroi e onestamente ci siamo ritrovati spesso a riderne, visto l'argomento "scientifico" trattato. In realtà, quello che pensavamo fosse un film molto serioso e tecnico, è stato davvero realizzato come un dramma all'interno del quale due personalità ambiziose si fanno la guerra (come da titolo originale) senza risparmiare colpi bassi e, benché il risultato sia ovviamente molto distante da un cinecomic, è comunque abbastanza dinamico e coinvolgente da riuscire a far passare una bella serata anche ai non addetti ai lavori, insegnando qualcosina, che male non fa. A dirla tutta, nonostante il titolo italiano sottolinei la preponderanza di Edison, lo scienziato non ne esce benissimo: dipinto come un matto geniale il cui motto è "non realizzerò mai qualcosa che possa nuocere agli esseri umani", viene comunque mostrata anche la sua volontà di ricorrere a mezzi scorretti e diffamazione per screditare la reputazione dell'avversario George Westinghouse, fautore dell'utilizzo della corrente alternata (mentre Edison utilizzava quella continua) e suo rivale nella "corsa all'elettricità". Certo, gli sceneggiatori inseriscono anche tutti gli elementi necessari per rendere più accattivante Edison rispetto a Westinghouse, per esempio mostrando il forte attaccamento alla moglie e il contributo all'arte mondiale attraverso invenzioni come il fonografo o il cinetoscopio, tuttavia è il meno conosciuto Westington a risultare il più corretto e lungimirante tra i due, benché "sminuito" da una patina di uomo d'affari vecchio stampo.


In tutto questo, viene dato anche un contentino ai fan di Tesla, la scheggia impazzita che, di fatto, si autodanneggia in virtù del suo carattere da bohemien e dei suoi problemi relazionali, contribuendo a modo suo alla guerra tra Edison e Westinghouse senza godere dei frutti economici che ne sono derivati. A voler essere pedanti, il trattamento riservato a Tesla è indice della superficialità della sceneggiatura del film, che romanza parecchio gli eventi accorsi ai protagonisti e a un certo punto si imbarca anche in una tirata anti sedia elettrica, ma come ho scritto più su per chi ignora molti degli eventi reali e vuole solo passare un'ora e mezza con qualcosa di coinvolgente ma poco impegnativo va anche bene (al limite, esistono libri sull'argomento, se poi necessitiamo di approfondire). Edison - L'uomo che illuminò il mondo è comunque ben realizzato: innanzitutto mette in campo attori di sicuro richiamo, adatti al ruolo che interpretano (anche se Cumberbatch sembrerebbe sempre un po' legato al suo Sherlock e a confermarsi più camaleontico è il bravissimo Michael Shannon) inoltre la regia di Alfonso Gomez-Rejon è ben lungi dall'essere piatta o legata a uno stile "biografico", e il regista si diverte a ricercare prospettive sghembe, ad inserire flashback dallo stile particolare, persino a citare il cinetoscopio di Edison inserendo sequenze a tema che si fondono con immagini più "moderne". Insomma, Edison - L'uomo che illuminò il mondo non è sicuramente il film più interessante sul catalogo Prime ma un'occhiata in questi tempi di Coronavirus avverso ai cinefili gliela si può anche dare, soprattutto se siete in quarantena secca e avete un sacco di tempo libero.


Del regista Alfonso Gomez-Rejon ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (Thomas Edison), Katherine Waterston (Marguerite Westinghouse), Michael Shannon (George Westinghouse), Tom Holland (Samuel Insull) e Nicholas Hoult (Nikola Tesla) li trovate invece ai rispettivi link.


Jake Gyllenhaal era stato scelto per il ruolo di Westinghouse ma alla fine ha rinunciato ed è stato sostituito da Michael Shannon; nel ruolo del figlio di Edison c'è invece Louis Ashbourne Serkis, figlio di Andy Serkis. Se Edison - L'uomo che illuminò il mondo vi fosse piaciuto recuperate The Imitation Game e The Prestige. ENJOY!

venerdì 3 aprile 2020

The Hunt (2020)

Un altro dei film che la Universal ha reso disponibile in streaming è The Hunt, diretto dal regista Craig Zobel, ennesima pellicola che spero vivamente raggiungerà i nostri cinema quando tutto il marasma da Coronavirus sarà finito. HIC SUNT SPOILER.


Trama: delle persone si risvegliano, imbavagliate, in un bosco sconosciuto e scoprono di essere le vittime inconsapevoli di una caccia all'uomo.



E che due palle, direte voi. Il cinema horror è pieno di film che iniziano con questi presupposti. Ancora ultimamente c'è stato il bel The Furies, di Tony D'Aquino, che cominciava più o meno nello stesso modo: persone che si svegliano in un posto sconosciuto e devono cominciare a correre, perché nell'oscurità si nasconde gente che vuol far loro la pelle, per i motivi più disparati. E allora cos'è che rende The Hunt uno dei film più divertenti visti negli ultimi tempi, nonché uno dei più imprevedibili? Eh, non è facile parlarne senza incorrere in spoiler, quindi se non avete ancora visto il film vi direi di fermarvi qui e guardarlo il prima possibile, non ve ne pentirete e passerete una serata tra salti sulla sedia, risate a profusione e moti di stupore, altrimenti proseguite pure.


Premesso che le lotte sociali sono sempre molto interessanti, soprattutto in tempi come questi, i contrasti presenti in The Hunt sono trattati con piglio molto ironico e non fanno sconti a nessuno. Il film ribalta la prospettiva comune, quindi le vittime vengono pescate all'interno di quella parte di America assolutamente deprecabile, fatta di gente ignorante, leoni da tastiera, repubblicani, razzisti, sessisti, broflakes e complottisti che ammorba non solo l'internet ma la società intera, e il brutto è che siamo anche costretti a pensare "poverini" quando cominciano a venire fatti fuori brutalmente. Dall'altra parte, quindi, abbiamo il contraltare progressista e democratico, gente colta e attenta a rendere il mondo un posto migliore... o meglio, lo avremmo, non fosse che questi personaggi sono di un'ipocrisia spaventosa e, pur coltivando idee positive e condivisibili, lo fanno col piglio di chi lo fa soltanto perché "bisogna", vuoi per giustificare il possesso di una barcata di soldi, vuoi per sentirsi superiori ai poveracci che infestano le città o più intellettuali di loro, altrimenti non avrebbero di certo imbracciato i fucili per ripulire il mondo dalla cosiddetta "white trash". E questa è solo la punta dell'iceberg, perché c'è ancora qualcosa che si nasconde dietro la Caccia del titolo originale, qualcosa che arriveremo a scoprire nel corso di un flashback piazzato ad hoc poco prima del finale, che rende l'intera faccenda ancora più surreale e sorprendente, radicata in uno dei veri mali che infesta la nostra società moderna: le fake news e la loro diffusione incontrollabile.


Ed è l'intera struttura del film ad essere sorprendente, non soltanto a livello di sceneggiatura ma di regia e montaggio. Ogni elemento di The Hunt funziona dal momento in cui entra in risonanza con quelli che lo spettatore riconosce essere i fondamentali cliché del genere, cosa che lo spinge a reagire di conseguenza. La prima morte on screen, sanguinosa ed esplosiva, ci spiazza perché è preceduta da intere sequenze il cui fulcro è un personaggio che riconosciamo subito come emblema della Final Girl; non guasta il fatto che sia interpretato da una delle attrici più famose del mucchio, ma sono soprattutto le inquadrature, i dialoghi che le vengono messi in bocca, il montaggio serrato a trarci in inganno e a convincerci che l'intero film poggerà sulle sue spalle, soprattutto quando entra a gamba tesa l'espressione massima del cavaliere in armatura (bello, prestante, gentile e apparentemente anche forte fisicamente ed esperto di armi), un possibile love interest che magari morirà prima della fine del film ma nel frattempo avrà aiutato la nostra eroina a sopravvivere fino all'ultimo, e gli saremo sempre grati per questo. Nulla di più sbagliato, e il gioco si ripete un altro paio di volte, finché il vero (o la vera) protagonista di The Hunt non risulterà chiaro. E anche lì, nonostante l'amore devastante nato per chi lo/la interpreta (ma in generale tutto il cast di The Hunt è perfetto), non abbiamo davanti un personaggio con cui empatizzare facilmente, ma qualcuno con dei palesi problemi psichici e relazionali, e per questo ancora più meraviglioso. La vittoria finale del personaggio in questione cambierà il mondo? No, penso proprio di no. Sono finiti i tempi di Orwell e anche se viviamo nella peggiore delle Animal Farm, l'idealismo ormai è morto, ad imperare sono solo l'egoismo e la speranza di poter arrivare almeno a sopravvivere fino alla fine della giornata. Se poi ci scappano anche un buon pasto, una bottiglia di vino e qualche lusso, tanto meglio. Intanto, il 2020 verrà inevitabilmente ricordato per Coronavirus ma è anche l'anno in cui la Blumhouse sta dando veramente il bianco con tutti i gioiellini che continua a fare uscire.


Di Hilary Swank (Athena), Ike Barinholtz (Staten Island), Ethan Suplee (Gary) ed Emma Roberts (Yoga Pants) ho già parlato ai rispettivi link.

Craig Zobel è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Compliance, Sopravvissuti e serie quali American Gods. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 45 anni.


Betty Gilpin interpreta Crystal. Americana, ha partecipato a film come The Grudge e a serie quali Medium e American Gods; come doppiatrice ha lavorato in Robot Chicken. Ha 34 anni e due film in uscita.


Wayne Duvall interpreta Don. Americano, ha partecipato a film come Un giorno di ordinaria follia, Apollo 13, The Fan - Il mito, Fratello, dove sei?, Lincoln, Prisoners, American Animals, Richard Jewell, A Quiet Place II e a serie quali MacGyver, X-Files, E.R. Medici in prima linea, Sabrina, vita da strega, Nash Bridges, CSI - Scena del crimine e CSI:NY. Ha 62 anni e due film in uscita.


Usman Ally, che interpreta Crisis Mike, era l'uomo con le mani a uncino di Una serie di sfortunati eventi. ENJOY!


mercoledì 1 aprile 2020

Come to Daddy (2019)

Giorni in cui i cinema sono chiusi ma siccome c'è tanta roba da recuperare è bello anche stare a casa *rosic*. Così, in questi giorni ho guardato Come to Daddy, diretto nel 2019 dal regista Ant Timpson.


Trama: un ultratrentenne riceve una lettera dal padre che non vede dall'età di cinque anni e decide di accettare l'invito a raggiungerlo. Purtroppo, papà si rivela uno stronzo di prim'ordine...



Per riuscire a raggiungere le righe minime affinché questo risulti un post "normale", mi toccherà fare i salti mortali visto che il punto di forza di Come to Daddy è il non sapere. Quello che posso dire, per quanto riguarda la trama, è che il film di Ant Timpson è una commedia nerissima o una tragedia comica, all'interno della quale personaggi che non si vedono da decenni cominciano a sbroccare male. Il figlio dal nome improponibile, Norval, ha la faccetta stralunata di Elijah Wood, perfetta per un uomo che vive nella speranza che il padre fedifrago sia una brava persona, che magari possa aiutarlo a fare i conti con un passato di alcolismo, depressione e tentati suicidi, ma viene purtroppo accolto dal genitore con una cattiveria che ha dell'inverosimile, da un uomo rozzo, alcolizzato fin dal mattino e privo di parole che non siano di biasimo costante; Norval, poverello, lì per lì cercherebbe di sopportare, di abbozzare, di darsi un tono nonostante il suo lavoro di "artista" che se la crede, poi a un bel momento sbrocca anche lui, comprensibilmente. Da qui, lascio alla vostra immaginazione. Come to Daddy è un film che gioca molto di attesa e punta tutto su dialoghi e confronti, soprattutto nella prima parte, mentre nella seconda arriva a mescolare i registri, appropriandosi persino di elementi tipici del thriller horror, giusto per confondere un po' lo spettatore, scodellando inoltre una riga di personaggi talmente sopra le righe che al confronto il Windom Earle di Twin Peaks è un signorino posato.


Fior di caratteristi come Martin Donovan e Michael Smiley, soprattutto quest'ultimo, dominano la scena abbracciando con gioia l'atmosfera grottesca di Come to Daddy e il desiderio di "strano" che pare avere avvinto l'ex Frodo Baggins sia come attore che come produttore e verso la fine c'è anche la possibilità di godere di qualche scena pulp. D'altronde, benché sia al suo primo film come regista, Ant Timpson non è estraneo alle splatterate (ve ne accorgerete leggendo più sotto il suo excursus nel campo della produzione), ma oltre a questo ha un occhio non malvagio per la costruzione delle inquadrature e l'utilizzo delle luci artificiali e naturali e lo dimostra la bellezza di alcune sequenze, arricchite dalla scelta di un setting assai particolare, ovvero una casa a pianta rotonda montata su alte palafitte, a strapiombo su un lago (con buona pace dello smartphone d'oro di Lorde), che nasconde nei suoi meandri un sacco di luoghi misteriosi. Onestamente, aggiungere altro sarebbe un vero delitto, vi consiglio di recuperare Come to Daddy senza porvi troppe domande e godervelo per il film interessante e divertente che è, ringraziando il cielo che continuano ad esistere matti come Elijah Wood.


Di Elijah Wood (Norval Greenwood), Martin Donovan (Brian) e Michael Smiley (Jethro) ho già parlato ai rispettivi link.

Ant Timpson è il regista della pellicola. Neozelandese, è alla sua prima prova dietro la macchina da presa ed è conosciuto soprattutto come produttore (il suo nome è legato a film come The ABCs of Death e seguiti, Turbo Kid e Deathgasm). Anche sceneggiatore e attore, ha 54 anni.


Stephen McHattie interpreta Gordon. Canadese, ha partecipato a film come Beverly Hills Cop III, A History of Violence, 300, Watchmen, Pay the Ghost, Madre!, Il giustiziere della notte, Rabid e a serie quali Starsky & Hutch, Il tenente Kojak, Miami Vice, Ai confini della realtà, X-Files, Oltre i limiti, The Hunger, Walker Texas Ranger, Nikita, Detective Monk, The 4400 e The Strain. Anche regista e produttore, ha 73 anni e un film in uscita.


martedì 31 marzo 2020

Castle Freak (1995)

Il 24 marzo è morto Stuart Gordon, come se questo 2020 non fosse già abbastanza schifoso. Per "celebrarlo" ho deciso di guardare uno dei suoi film che ancora non conoscevo, nella fattispecie Castle Freak, da lui diretto e co-sceneggiato nel 1995.


Trama: dopo aver ereditato un castello in Italia, John e la famiglia vanno a visitarlo, scoprendo che nelle segrete è recluso un mostro abominevole...


Cercavo un film per omaggiare Gordon e ho scoperto che in casa, ovviamente, avevo soltanto due pellicole già viste e amate, ovvero Dolls e Re-Animator. Dando una scorsa ai due servizi streaming di cui dispongo ho trovato, a conferma comunque della superiorità del catalogo horror di Amazon Prime rispetto a quello Netflix, solo Castle Freak e Il pozzo e il pendolo, quindi ho chiesto consiglio all'Esperta, che mi ha detto testuali parole: "Se hai voglia di un B-Movie lercissimo, Castle Freak; se hai voglia di un B-Movie un po' più di classe, Il pozzo e il pendolo". Che domande, porca miseria, OVVIO che mi sarei buttata sulla roba lercia, e infatti Castle Freak lo è talmente tanto che mi ha ricordato spesso e volentieri robe trucide italiane alla Joe D'Amato, non solo per la bella location Umbra (un castello di proprietà del produttore Charles Band, dove peraltro era già stato girato Il pozzo e il pendolo) ma soprattutto per l'efferatezza del Castle Freak del titolo. Costui, infatti, altro non è che un poveraccio costretto a passare l'esistenza sottoposto alle più orribili sevizie, il quale, una volta libero dalla sua prigione, comincia a perseguire i propri inevitabili desideri come può e sa; obiettivamente, la prima cosa vista dal mostro in questione sono due tizi che copulano, e come può il creaturo represso da quarant'anni non voler fare altrettanto? Sfortuna vuole che a finire vittima delle brame sessuali e violente del mostro vi sia Rebecca, giovane figlioletta cieca di John e Susan, eredi del castello con parecchi problemi famigliari alle spalle e un divorzio che incombe a mo' di spada di Damocle, dopo che l'ubriachezza di John ha causato la morte del figlio piccolo e la cecità di Rebecca. Non ci vorrà molto perché il disagio psicologico di John e la diffidenza di Susan diventino terreno fertile per le efferatezze del mostro, soprattutto perché tutti cominceranno, a un certo punto, a sospettare ingiustamente di John.


Per quanto il mostro faccia schifo (e lo fa, santo cielo, perché ha un make up sgradevolissimo e in più se ne va in giro col balollo per aria), non si può negare che l'impianto della storia sia soprattutto gotico perché, al di là delle efferatezze, sia la trama che la regia si concentrano parecchio sui misteri celati nel castello, radicati in un passato oscuro di leggende paesane e terribili segreti che si ripercuotono su personaggi tormentati, cercando di insozzare chi ancora è riuscito a preservare la propria innocenza. Anzi, nonostante il bassissimo budget, c'è da dire che Gordon si è impegnato per offrire allo spettatore innanzitutto delle sequenze che rendessero funzionale al racconto la bellezza del castello utilizzato come location, tra corridoi oscuri, specchi, catacombe e strette scale buie, fomentando un senso d'inquietudine che solo poche volte sfocia nel disgusto più becero. Certo, quando lo fa, Gordon non guarda in faccia nessuno e arriva ad omaggiare alcune delle scene più truci del cinema di genere italiano (continuo a dire che il freak mi ha ricordato spesso l'implacabilità del cannibale di Antropophagus, soprattutto quando insegue le sue vittime su per scale che sembrano interminabili), e anche per questo non si può non voler bene a quello che potrebbe essere stato uno degli ultimi, veri artigiani dell'horror. Castle Freak non è un film per tutti, soprattutto se non siete avvezzi al genere e avete lo stomaco debole, ma per una serata in "gioiosa" ma comunque dignitosissima ignoranza è l'ideale e, se volete un'ultima chicca, conta tra gli ottimi protagonisti anche un giovane Luca Zingaretti non ancora commissario ma già arruolato nelle forze dell'ordine. Su, veloci, prima che lo tolgano da Amazon Prime Video.


Del regista e co-sceneggiatore Stuart Gordon ho già parlato QUI. Jeffrey Combs (John Reilly), Barbara Crampton (Susan Reilly) e Carolyn Purdy-Gordon (The Gelato People) li trovate invece ai rispettivi link.

Luca Zingaretti interpreta Forte. Nato a Roma, famoso per il ruolo di Montalbano nei film TV tratti dai famosi romanzi di Camilleri, lo ricordo per film come, inoltre ha partecipato a serie quali Dio vede e provvede e La piovra 8. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 59 anni e un film in uscita


Se Castle Freak vi fosse piaciuto recuperate Antropophagus e Le notti del terrore. ENJOY!

domenica 29 marzo 2020

Guns Akimbo (2019)

Amazon Prime Video ci viene incontro in questi giorni tristi e mette in catalogo il divertentissimo Guns Akimbo, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Jason Lei Howden.


Trama: un nerd sfigatello, dopo una sessione di trolling on line, viene punito dai gestori del sito Skizm, dove la gente si uccide per il divertimento del pubblico, e costretto a partecipare come concorrente contro la campionessa in carica.


Voi avreste mai pensato che Daniel Radcliffe, con quel suo faccino ciccio e anche un po' sminchio in Harry Potter, sarebbe diventato un matto che fa film strani? Non fosse bastato Swiss Army Man, che se non avete ancora visto vi IMPONGO di recuperare subitissimo senza spoilerarvi nulla sulla trama (ma sappiate che lì Radcliffe è impagabile), ci si mette anche questo Guns Akimbo, all'interno del quale il non più giovane maghetto interpreta un tizio con delle pistole inchiodate alle mani, costretto per buona parte del tempo a correre qui e là con ciabatte pelose, boxer e veste da camera. Anche così, però, è difficile intuire i livelli di esilarante delirio che riesce a toccare Guns Akimbo, film divertentissimo al confronto del quale un qualsiasi John Wick è un serio e posato esempio di neorealismo, fumettone nel vero senso della parola e violento quanto basta. Non ci sono critiche sociali, salvo forse quella blanda dell'inizio in cui si perculano i troll alla Napalm di Crozza, per il resto il film scorre velocissimo e col cervello totalmente disinserito, retto interamente dalle interpretazioni non solo di Radcliffe, la cui aria stralunata è perfetta per interpretare un personaggio infilato a calci in una situazione inaspettata, ma anche di una Samara Weaving stranamente "brutta" (per quanto possa esserlo lei), sporca e drogata e di un Ned Dennehy mille spanne sopra le righe, entrambi usciti dritti da un Mad Max qualsiasi nonostante l'azione si svolga in un futuro abbastanza prossimo e simile al nostro presente, privo di particolari innovazioni tecnologiche ma zeppo di rifiuti per strada (è incredibile quante volte Radcliffe si spetasci sui sacchetti della spazzatura). All'interno della trama si intersecano un paio di improbabili colpi di scena e di sequenze completamente scollegate dalla realtà, il tutto commentato a volte dalla voce fuoricampo del protagonista, e tra le stragi di Nix, inseguimenti in macchina e il folle pubblico di Skizm non c'è mai un istante di noia.


Dovessi proprio trovare un neo a Guns Akimbo, potrei dire che Jason Lei Howden si è un po' rammollito. La sua fatica precedente, Deathgasm, aveva degli attori non solo poco famosi ma soprattutto memorabili (e in questo Guns Akimbo lo supera senza nessun problema), tuttavia era anche un trionfo di splatter ai livelli dei primi film di Peter Jackson, mentre qui mi è parso che sul versante "sangue" si sia tirato un po' il freno, preferendo ricorrere ad escamotage più "da videogioco", per quanto sempre e comunque violenti; non tanto per quanto riguarda le sparatorie, talmente esagerate da desensibilizzare lo spettatore, quanto per le brevi sequenze di corpo a corpo dove si può avvertire tranquillamente tutto il dolore provocato dall'uso improprio di un martello. Approfittando di quest'ultimo oggetto contundente, apro una parentesi sulla colonna sonora del film. Da uno che ha girato il suo primo horror sfruttando la musica metal non potevo aspettarmi una playlist di canzoni floscia, e infatti la musica che si sente per tutta la durata di Guns Akimbo non solo è esaltante e tamarra come atmosfera impone ma viene anche sfruttata per rendere i dialoghi ancora più divertenti e accattivanti (Lo "Stop. Hammer Time!" seguito dopo poco da Super Freak è da manuale ma vogliamo parlare del geniale utilizzo della cover truzza di You Spin Me Round?). Siccome siamo tutti tristi e nervosi per colpa di questa pandemia, un film come Guns Akimbo, così leggero e sciocchino, è manna dal cielo, quindi ringraziamo tutti in coro Amazon Prime Video per averlo reso disponibile anche in Italia così velocemente!


Del regista e sceneggiatore Jason Lei Howden ho già parlato QUI. Daniel Radcliffe (Miles), Samara Weaving (Nix) e Rhys Darby (Glenjamin) li trovate invece ai rispettivi link.

Ned Dennehy interpreta Riktor. Irlandese, ha partecipato a film come Sherlock Holmes, Harry Potter e i doni della morte - Parte 1, Anonymous, Grabbers - Hangover finale, Rogue One: A Star Wars Story e Mandy. Ha 54 anni e un film in uscita.






venerdì 27 marzo 2020

Bombshell - La voce dello scandalo (2019)

Sarebbe dovuto uscire ieri, già in vergognoso ritardo, e ora chissà quando uscirà, Bombshell - La voce dello scandalo (Bombshell), diretto nel 2019 dal regista Jay Roach.


Trama: dopo essere stata licenziata da Fox News la giornalista Gretchen Carlson decide di far causa al direttore Roger Ailes per molestie sessuali, portando diverse altre colleghe a fare altrettanto.



L'eco del movimento #metoo è arrivato fino a qui, "grazie" a quel vecchio suino di Harvey Weinstein e al coinvolgimento di molte attrici famose, ma già nel 2016 qualcosa si era smosso ai piani alti di uno dei posti più impensabili del mondo, ovvero la sede di Fox News, sentina di repubblicani duri e puri, conservatori e Trumpiani della peggior specie. Che lì in mezzo, e perdonatemi se ragiono per stereotipi, non si nascondano i peggio maschilisti e maiali sulla faccia della terra mi parrebbe un po' improbabile e infatti, alla faccia dei mille volti femminili che quotidianamente bucano lo schermo, qualcosa di marcio è venuto fuori. Bombshell è la storia di quel marciume che risponde al nome di Roger Ailes, vero e proprio numero uno, secondo giusto a Rupert Murdoch all'interno della piramide di potere della Fox, e delle donne che hanno scelto di farsi sentire e rivelare la mondo la sua natura di predatore seriale. Una scelta non facile, ovviamente, e non solo per questioni di carriera, reputazione o soldi, ma proprio per quella perversa malattia intrinseca delle persone, che tendono sempre a porre la stessa domanda idiota: "E come mai lo accusa proprio ora? Non poteva dirlo prima?". No, non si può, o almeno non sempre. Lo spiega alla perfezione il personaggio di Kaya Pospisil, uno dei pochi inventati per l'occasione, in un dialogo telefonico che spezza il cuore e conferma Margot Robbie, se ancora ce ne fosse bisogno, come una delle attrici più brave in circolazione. Il motore che spinge le donne a mantenere il silenzio è, semplicemente, la vergogna. Quel dubbio che comincia a rodere e che ti porta non solo a rivivere mille volte momenti disgustosi e dolorosi ma anche tutto quello che c'è stato prima (comportamenti, frasi, abiti, sguardi: e se fossi stata io ad incoraggiarlo, in effetti?), alimentando un senso di colpa inesistente e annullando ogni speranza di indulgenza o di riuscire a reagire e a cercare una qualche forma di giustizia. La colpa, certo, è di una società e di posti di lavoro dove il maschilismo ancora impera, ma spesso le nemiche più agguerrite delle donne sono altre donne, senza contare che non sempre questi enormi atti di coraggio pagano (in senso letterale e figurato), non nell'immediato almeno, e servono spalle enormi per sopportare critiche, insulti o minacce.


La vicenda di Bombshell viene quindi narrata da tre punti di vista prettamente femminili, a partire da quello di Megyn Kelly, probabilmente la donna più potente del network, invidiabile e sicura di sé al punto da poter addirittura osare dare addosso a Trump (pagandone le conseguenze, ovviamente; è interessante vedere come la vicenda di Ailes venga preceduta dallo scontro tra la Kelly e il futuro presidente USA, che contestualizza l'intera situazione e mostra come le giuste critiche mosse da una donna famosa, potente ed intelligente possano diventare in tempo zero il punto di partenza per slut shaming e altre orribili pratiche); Megyn è il vertice apparentemente "neutro" di un triangolo che vede presenti anche Gretchen Carlson, la "scarpa vecchia" da sostituire e trattare come una matta visionaria, e la già citata Kayla, giovane ed inesperta, potenzialmente la più malleabile del trio. Un trio di donne che scatenerà, ognuna a modo suo e ognuna coi suoi tempi, uno tsunami che andrà ad influenzare non sono i personaggi principali di questa scandalosa vicenda ma anche quelli secondari, che si ritrovano ad incrociare il cammino delle tre anche solo per poco tempo. La quantità di vite "toccate" dallo scandalo si rispecchia in una scrittura e in una regia veloci ed accattivanti ma comunque pregne, dove è un attimo perdersi la battuta o il dialogo fondamentali (soprattutto in lingua originale) e dove star dietro alla frenetica attività di Fox News non è facilissimo, tra momenti di dramma e altri in cui Bombshell diventa quasi una commedia, con tanto di quarta parete infranta e narratori esterni. Uno stile che forse riesce a gestire meglio Adam McKay, laddove Jay Roach a tratti pare un po' perdersi e lasciare che sia la grandezza delle tre attrici protagoniste a governare il ritmo della pellicola, ma comunque un modo di fare cinema che a me piace parecchio, soprattutto quando racconta storie importanti come questa sottolineando, con amara ironia, quanto ancora sia lunga la strada per un mondo più equo e giusto per tutti.


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Charlize Theron (Megyn Kelly), Nicole Kidman (Gretchen Carlson), Margot Robbie (Kayla Pospisil), John Lithgow (Roger Ailes), Allison Janney (Susan Estrich), Malcom McDowell (Rupert Murdoch), Kate McKinnon (Jess Carr), Mark Duplass (Doug Brunt), Jennifer Morrison (Juliet Huddy), Ashley Greene (Abby Huntsman) e P.J. Byrne (Neil Cavuto) li trovate invece ai rispettivi link.

Connie Britton interpreta Beth Ailes. Americana, ha partecipato a film come Nightmare e a serie quali Ellen, 24, American Crime Story e American Horror Story; come doppiatrice ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttrice, ha 53 anni e due film in uscita.


Liv Hewson, che interpreta Lily Balin, era Abby Hammond in Santa Clarita Diet mentre Madeline Zima, che interpreta la truccatrice Eddy, era la piccola Gracie Sheffield de La tata. Alcuni degli eventi raccontati nel film sono stati riportati anche nella miniserie TV The Loudest Voice, che recupererò il prima possibile. ENJOY!

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