mercoledì 18 marzo 2026

Un semplice incidente (2025)

Il recupero dei post dedicati ai film candidati prosegue oggi con Un semplice incidente (یک تصادف ساده‎, - Yak taṣādof-e sāde), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Jafar Panahi e in lizza per due Oscar, quello per Miglior sceneggiatura originale e quello per Miglior film straniero.


Trama: un uomo investe accidentalmente un cane e, dopo poco, la sua automobile si ferma. Questo "semplice incidente" cambierà la sua vita e quella di molte altre persone...


Può un film raccontare tutto l'orrore di un regime senza essere cupo né didascalico, e arrivare al cuore anche di chi, fortunatamente, è privo di metri di paragone e mai ha sperimentato sulla propria pelle gli abusi di una prigionia ingiusta e violenta? Certo, se questo film è Un semplice incidente, che racconta l'angosciante situazione in cui versa buona parte della popolazione iraniana con toni che oserei definire lievi. Quest'aggettivo, però, non deve essere inteso negativamente. E' solo che, guardando Un semplice incidente, mi veniva in mente la violenta sicumera dei protagonisti di Big Bad Wolves, mentre Panahi instilla un dubbio tutto umano, la paura di diventare esattamente ciò che odiamo. Vahid, protagonista di Un semplice incidente, ha l'occasione di vendicarsi del suo carceriere, che lo ha sottoposto a costanti abusi fisici e psicologici; tuttavia, proprio mentre sta per seppellirlo vivo, gli viene il dubbio che non si tratti dello stesso uomo, in quanto i prigionieri venivano torturati bendati. Incapace di fidarsi di ricordi e percezioni distorte dal dolore, Vahid va in cerca di chi potrebbe aiutarlo a fare chiarezza e la sua decisione diventa un pungolo arroventato che riporta in superficie tutto il dolore di chi, nel frattempo, ha cercato di dimenticare e di andare avanti con la propria vita. Un semplice incidente sfrutta i toni della commedia per parlare di una tragedia enorme, spostando l'attenzione dall'aguzzino, che non viene quasi mai inquadrato, alle vittime delle sue azioni, al loro presente, alle relazioni che intercorrono tra chi si ritrova involontariamente unito nella disgrazia pur non provando simpatia alcuna verso i suoi temporanei compagni. Sullo sfondo di una situazione politica e sociale tra le più cupe, col terrore della polizia e dell'arresto sempre lì, a mo' di spada di Damocle, l'obiettivo che spinge Vahid è quello di non aggiungere altri incubi a quello che lo perseguita e di trovare, finalmente, sollievo o un minimo di senso a una vita faticosa da sopportare, senza però sacrificare la propria umanità. Le sue scelte possono sembrare sciocche, forse pavide, e Panahi non ci dà la certezza matematica che siano giuste (come dimostra la sequenza che precede i titoli di testa), ma sicuramente sono frutto di un ragionamento personale, di una scelta consapevole che va oltre i tremendi vaneggiamenti pseudo-religiosi che lo spettatore è costretto ad ascoltare nell'angosciante pre-finale. Vada come vada, sembra dirci il regista, ciò che conta è avere il coraggio delle proprie azioni, senza imputarle a divinità o governi.


L'apparenza di "normalità" che si respira all'inizio del film, viene presto distrutta con tanti piccoli dettagli, con dialoghi e soprattutto silenzi quasi metacinematografici; il regista, infatti, ha diretto Un semplice incidente senza il permesso delle autorità iraniane, e la sensazione di segretezza, di urgenza, così come la sottile paura che permea ogni sequenza dell'opera, è diretta conseguenza di questa scelta libera e consapevole. Lo stesso vale anche per gli attori. Il cast è un riuscitissimo mix di professionisti, come quelli che interpretano Vahid e l'uomo con la protesi alla gamba, e attori amatoriali, come per esempio l'interprete di Hamid e Mariam Afshari. Quest'ultima, in particolare, è sorprendente. Non solo la sua Shiva è una co-protagonista perfetta, che permette a Vahid di evolvere e confessare l'incubo che lo tormenta, ma l'attrice si porta sulle spalle la sequenza più carica a livello emotivo, quella del prefinale, che credo avrebbe messo alla prova veterani ben più esperti (e mi riferisco anche agli spettatori. Mamma mia). Nonostante questi "limiti", Un semplice incidente è confezionato con incredibile maestria, il montaggio e la regia lavorano in sinergia perfetta per far sì che il film mantenga un miracoloso equilibrio tra commedia e dramma (i divertenti battibecchi e i singoli episodi di ordinaria sfortuna si susseguono a confronti seri e sequenze più dilatate e drammatiche senza soluzione di continuità, in maniera assai fluida), e un paio di sequenze avrebbero poco da invidiare ad un thriller horror (la sequenza del rapimento ha un taglio di montaggio agghiacciante per ciò che implica, mentre il finale è materiale da incubi per la vita), il che mi ha reso Un semplice incidente ancora più gradito, e l'opera alla quale avrei dato l'Oscar per il miglior film straniero. Recuperatelo, se ancora non lo avete fatto, perché ne vale davvero la pena!

Jafar Panahi è il regista e co-sceneggiatore del film. Iraniano, ha diretto film come Il palloncino bianco, Oro Rosso, Il cerchio, Offside, Tre volti, Gli orsi non esistono e Taxi Teheran. Anche montatore, produttore, direttore della fotografia e attore, ha 66 anni.
 


martedì 17 marzo 2026

La sposa! (2026)

Ho rischiato seriamente di non vederlo, ma alla fine sono riuscita ad andare al cinema per La sposa! (The Bride!) diretto e sceneggiato dalla regista Maggie Gyllenhaal.


Trama: il mostro di Frankenstein arriva nella Chicago degli anni '30 e chiede al Dr. Euphronious una compagna. I due disseppelliscono Ida, morta da poco, la quale torna in vita priva di memoria ma con un profondo, incontrollabile desiderio di ribellione...


Avevo "scorto" (sapete che non leggo le recensioni prima di avere scritto la mia) le peggio cose su La sposa!, film non particolarmente apprezzato neppure da chi l'horror lo conosce e lo ama, quindi ero convinta che sarei uscita dalla sala schifata. Invece, mi sono divertita tantissimo e, oserei dire, è uno dei film che ho apprezzato di più dall'inizio dell'anno. Nonostante questo, purtroppo, mi rendo conto che non saprei come parlarne, perché temo mi manchino le basi culturali, letterarie e cinematografiche per farne una disamina come si deve, quindi perdonatemi se il post sarà più banale e lacunoso del solito. La sposa! parte, ovviamente, dal romanzo Frankenstein di Mary Shelley, e si propone come una rilettura del capolavoro di James Whale, La sposa di Frankenstein (che, ahimé, non riguardo da almeno 20 anni, col risultato di essermi persa qualsiasi citazione presente in La sposa!). La sceneggiatura della Gyllenhaal è "metaletteraria" e metacinematografica, comincia infatti con un fitto dialogo tra la vera Mary Shelley e la protagonista del film, Ida, una donna figlia del suo tempo, colma di desiderio di rivalsa e ribellione, ma impossibilitata a manifestarlo per ovvi motivi. Il dialogo, in realtà, è più una possessione manifestata con una schizofrenia disperata che perdura per tutto il film, e che porta alla morte Ida nella sequenza iniziale. Dopodiché, arriva il mostro di Frankenstein (chiamato per comodità Frank), sopravvissuto fino agli anni '30 e arrivato a Chicago per incontrare una scienziata che si dice in grado di dargli una compagna. Fiaccato da anni di solitudine e disprezzo per se stesso, Frank non vive, bensì sopravvive, vittima di costanti attacchi di panico tenuti a bada dalle sale cinematografiche in cui il mostro si nasconde e sogna una vita e un amore da film. Quando Ida viene resuscitata da Frank ed Euphronious, la donna non ricorda nulla del suo passato. La sua è una mente divisa, abitata da una voce che non comprende, e che la spinge a "trovare il proprio nome", ad autodefinirsi, senza venire etichettata da nessuno. Il legame con Frank prende forma nel momento in cui la "sua" sposa riconosce in lui un reietto, un essere che deve a sua volta trovare il suo posto nel mondo, una creatura dalla mente spezzata; purtroppo per "la sposa", ribattezzata Penelope, la sua lotta per l'autodeterminazione passa attraverso il desiderio (magari ingenuo, dettato dalla paura) di Frank di plasmarne il passato con patetiche bugie, rendendolo avventuroso e splendente come quello dei film, in aperto contrasto con una realtà squallida e pericolosa. 


A fronte di quanto scritto finora, capisco molto bene l'eye roll dei feroci detrattori. La sposa! è un film "a tesi", urlato fin dal titolo, che ribadisce la necessità di una ribellione femminile, sottolinea in ogni scena la sacrosanta parità dei sessi (il Dr. Euphronious lamenta la stupidità barocca degli esperimenti di Frankenstein, la detective Malloy, pur dando dei punti ai suoi colleghi maschi, viene considerata una mera segretaria e trattata con condiscendenza) e fa della Sposa la portavoce di chi non può più esprimersi, un angelo vendicatore, la scintilla di una rivoluzione "punk". La metafora, però, è talmente di grana grossa e sfacciata da non risultare antipatica come la pseudo intellettualità di Barbie (che pure ho amato moltissimo), ed è espressa in maniera talmente barocca, per quanto riguarda la messa in scena e le interpretazioni, che il mio animo tamarro non ha potuto fare altro per commuoversi. Voi pensavate al femminismo e a Folie à Deux, io pensavo a Repo! the Genetic Opera e al gusto un po' kitsch che permea ogni sequenza di quello che, per me, è sempre stato un capolavoro di imperfezione. Imperfetto lo è anche questo La sposa!, lo riconosco senza problemi, anzi, è proprio un mostro rappezzato. Un po' horror, un po' noir, un po' musical, un po' bimbominchiata young adult, La sposa! è incredibilmente schizofrenico e sembra la riproposizione cinematografica della mente spezzata della protagonista, eppure non sono riuscita a non amarlo. Merito forse dell'interpretazione di una Jessie Buckley ormai lanciatissima, in grado di relegare sullo sfondo persino Christian Bale (che pure, poverino, ci mette del suo), o di un cast di comprimari dalla spiccata personalità, nel bene o nel male. O forse dei tanti momenti di poetic cinema, uno su tutti il forsennato numero musicale che spezza completamente il ritmo della narrazione trasformando le visioni di Frank in una realtà coinvolgente. O magari dei costumi favolosi, di quelle macchie nere allo stesso tempo stilose e ributtanti, delle scenografie sontuose o della colonna sonora particolare. Insomma, non so di preciso cosa sia stato, ma qualcosa ne La sposa! è entrato in perfetta risonanza col mio animo fiaccato da mille film tutti uguali, e sono uscita dal cinema soddisfatta come non mi succedeva da un po'... e, soprattutto, con la voglia di riguardarlo! 


Della regista e sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Ida/La Sposa/Mary Shelley/Penelope Rogers), Christian Bale (Frank (Frankenstein)), Annette Bening (Dr. Euphronious), Penélope Cruz (Myrna Malloy), Peter Sarsgaard (Jake Wiles), Jake Gyllenhaal (Ronnie Reed) e John Magaro (Clyde) li trovate invece ai rispettivi link.
 

lunedì 16 marzo 2026

Oscar 2026

Buon lunedì a tutti! Stanotte a un certo punto mi sono svegliata e sono riuscita a guardare l'ultima ora della cerimonia degli Oscar, che mi è sembrata abbastanza sobria ed "educata", visti i tempi che corrono (unica pennellata di colore, un Bardem che probabilmente non lavorerà mai più ad Hollywood). Lo stesso si può dire dei premi, tutti abbastanza prevedibili, all'insegna del "sì, sono contenta, però...". Ma vediamo più nel dettaglio. ENJOY!


Vince giustamente il premio per il Miglior Film Una battaglia dopo l'altra, e mi sarei meravigliata del contrario. Alla sua terza nomination, un emozionatissimo Paul Thomas Anderson ha finalmente portato a casa l'ambita statuetta di Miglior Regista, altro premio doveroso quest'anno. Il film aveva ben 13 candidature e ha rispettato quasi tutti i pronostici, vincendo anche i premi per Miglior Casting, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Montaggio e Miglior Attore Non Protagonista. A tal proposito, non me ne voglia Sean Penn ma gli avrei preferito Benicio del Toro, per il quale tifavo, con una lacrima spesa, ovviamente, per l'adorato Stellan Skarsgård. E questo è il primo dei mille "sì, sono contenta, però...".


Nella categoria rientra anche il premio come Miglior Film Straniero. Ho amato tantissimo Sentimental Value, ma premiarlo preferendogli opere importanti come Un semplice incidente o La voce di Hind Rajab (che molti non definiscono cinema, mi rendo conto) è la conferma di come Hollywood "protesti" col culo degli altri, possibilmente seduto in una calda poltrona di design, struggendosi più per drammi altoborghesi che per situazioni realmente scomode.


Un'emozione simile ma diversa mi ha colta di fronte al Miglior Attore Protagonista. Ora, io e la mia sistaH Alessandra ci siamo scritte per celebrare alle 3.30 con un sentitissimo "Chalamet SOOCAH" e, per quanto mi riguarda, ogni premio dato a Sinners in particolare e all'horror in generale (poi ci torniamo) è fonte di gioia. Però, a Michael B. Jordan, benché bravissimo, avrei preferito Leonardo di Caprio. Ma forse è giunto il momento di riguardare Sinners in lingua originale, per apprezzare meglio la scelta. La felicità è comunque tantissima! Sinners vince molti meno premi del previsto, ma che premi! Miglior fotografia, Miglior Colonna Sonora Originale e, soprattutto, Miglior Sceneggiatura Originale!


Jessie Buckley vince l'Oscar come Miglior Attrice Protagonista e che le vuoi dire, salvo che il suo abito era abbastanza bruttino? La sua interpretazione in Hamnet era tra le più belle ed intense dell'anno, e "mi dispiace per le altre", che non avevano neppure una chance di vittoria.


La statuetta come Miglior Attrice Non Protagonista è andata invece ad Amy Madigan per la sua terrificante Zia Gladys, una delle cose migliori del bellissimo Weapons. Come ho scritto prima, ogni Oscar per un horror è ben dato, ma allora avrei preferito la magnetica, elegante Wunmi Mosaku, che in Sinners risplende. Il mio cuore però era tutto per Inga Ibsdotter Lilleaas, lo sapete. Una cosa che mi da gioia, comunque, è il pensiero che il premio ad Amy Madigan possa accelerare le produzione di un prequel di Weapons, tutto incentrato sul suo personaggio sopra le righe. 


Abbastanza prevedibilmente, visto il successo planetario, K-Pop Demon Hunters è stato proclamato Miglior Lungometraggio Animato e ha vinto anche l'Oscar per la miglior canzone, Golden. Se l'ultimo premio mi trova concorde, avrei preferito che il primo lo vincesse La piccola Amélie, superiore come opera animata sotto moltissimi aspetti.


Per concludere, riassumo i premi "tecnici" andati ad altri film. Frankenstein ha fatto man bassa di questi premi, vincendo gli Oscar per la Migliore Scenografia, Migliori Costumi e Miglior Make-Up; F1 porta a casa un Miglior Sonoro che avrei preferito fosse andato a Sirat; Avatar: Fuoco e cenere, che devo ancora guardare, vince il premio per i Migliori Effetti Speciali.  Aggiungo, come ogni anno, quelle categorie di cui non ho assolutamente conoscenza: Mr. Nobody Against Putin vince come Miglior documentario, The Girl Who Cried Pearls come Miglior corto animato, The Singers come miglior corto live action e All the Empty Rooms come Miglior corto documentario. E anche questi Oscar se li semo levati dalle... : vi saluto con l'ennesimo "Chalamet SOOCAH!" e vi rimando ai prossimi giorni, in cui pubblicherò i post ancora inediti sulle opere viste durante la Oscar Death Race. ENJOY!

In che senso Leo è diventato un meme in diretta??? XD


venerdì 13 marzo 2026

F1 - Il film (2025)

All'uscita lo avevo snobbato ma, a fronte delle 4 candidature all'Oscar (Miglior film, Migliori effetti special, Miglior montaggio e Miglior sonoro), sono stata costretta a recuperare F1 - Il film (F1: The Movie), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Joseph Kosinski.


Trama: Sonny Hayes, ex pilota prodigio della Formula 1, viene richiamato in servizio da un vecchio amico, ora proprietario della squadra più scarsa del campionato, per risollevarne le sorti..


Che mi sarebbe toccato recuperare un film come F1 durante la già durissima Oscar Death Race non l'avevo minimamente preventivato. Che il film di Kosinski sarebbe addirittura arrivato a contendersi con opere ben migliori una statuetta per Miglior film mi offende nel profondo ma, si sa, storia che vince non si cambia e già qualche anno fa Top Gun: Maverick aveva fatto faville, quindi perché non sarebbe dovuta andare così anche stavolta? Sì, dall'acredine con cui scrivo si capisce che F1 non mi è proprio piaciuto. O, meglio, non è il film che fa per me. Nulla da dire su regia, effetti speciali, sonoro, montaggio e fotografia. F1 è un film tecnicamente ineccepibile, da vedere senza ombra di dubbio su grande schermo; immagino che l'esperienza in sala desse l'idea di trovarsi all'interno dell'abitacolo di una macchina da corsa a sfrecciare sui circuiti più famosi del mondo, e credo che per gli appassionati di Formula 1 un film simile sia stato una scossa di adrenalina emozionante dall'inizio alla fine. Io, che mi annoiavo ogni volta che mio padre cercava di guardare in TV un gran premio, questa emozione non l'ho ovviamente percepita, e mi sono ritrovata seduta sul divano a sorbirmi l'ennesima storia di riscatto e caduta, DUE ORE E TRENTACINQUE durante le quali lo stesso pattern si ripete due volte (ma non bastava una, Cristo, così il film sarebbe durato "solo" due ore?). Maver, ehm, Sonny è un pilota che non ce l'ha fatta, rimasto vittima di un tremendo incidente quando la sua carriera in Formula 1 stava per decollare, e che da allora ha vissuto guidando qualsiasi cosa su cui riusciva a mettere le mani, dall'Ape di mio padre alla Lambretta di Russell Crowe. Trent'anni dopo, l'ex collega Ruben, proprietario della squadra più scalcinata del campionato, va a chiedergli di risollevare le sorti di una squadra con due problemi fondamentali: le loro macchine sono dei ceraffi e il pilota di punta è un giovanotto indisponente che pensa solo ai social, grazie anche a un P.R. "bruv" che sarebbe da calcioruotare in tempo zero. Maver, ehm, Sonny si rivela, neanche a dirlo, un testa di cazzo ma con un cuore grande così e il volto di old man Pitt, il quale ci mette poco a conquistare il cuore dell'intera squadra e soprattutto quello della capameccanica donna, spingendola a trasformare il ceraffo in un mezzo guidabile. Ci mette un po' di più con il giovane Roost, ehm, con Joshua, ma non è nulla che due mezze tragedie ben piazzate alla bisogna non riescano a sistemare: patapim e patapam, il finale con lacrima strappastorie annessa in cui tutti brindano con Crystal, my moto and a couple of beyotches, why not? (cit.), è garantito.


Come ho scritto sopra, la trama del film è trita e ritrita, ma c'è di buono che, come già in Top Gun: Maverick, gli attori sono stati davvero infilati all'interno di monoposto modificate e guidano a rotta di collo con apposite telecamere a riprendere le loro reazioni e tutto ciò che scorre attorno all'auto da corsa, il che enfatizza molto la verosimiglianza del tutto. Inoltre, molte riprese sono state effettuate nel corso di vere gare di Formula 1 (d'altronde tra i produttori del film, se non ho visto male, figura Lewis Hamilton) quindi lo sforzo tecnico e produttivo è sicuramente da ammirare, sarei disonesta a dire il contrario. Però, a me l'intera operazione è sembrata un po' un'immensa, glaciale marchetta non solo per la Formula 1 e i suoi protagonisti reali, ma per Las Vegas e Dubai in primis, e per tutta quella serie di marchi famosi più o meno sbattuti in faccia allo spettatore i quali, sicuramente, avranno sganciato milioni di dollari per poter comparire almeno in un fotogramma. Gli attori coinvolti fanno il loro dovere, niente di più, niente di meno. Brad Pitt, invecchiato ma sempre figo, indossa la comoda coperta di un rustico dal cuore tenero, che affronta traumi e dolore con una vena di menefreghismo ed ironia, salvo sciogliersi in melense confessioni con la patata di turno. La patata di turno, per l'appunto, pur con tutta la cazzimma di un cervello tecnico di donna in carriera, l'ironia, il saldo desiderio di indipendenza, è destinata fin dalla prima inquadratura a fungere solo da love interest per il protagonista, e diventa sempre più "girlie" col passare del tempo, così ci siamo persi pure Kerry Condon, sacrificata nei panni di "bionda attrice intercambiabile". Il giovane Damson Idris e Javier Bardem sono infine l'esempio più fulgido di typecasting e fanno tutto ciò che le loro origini etnico-linguistiche richiedono loro, interpretando rispettivamente la testa calda di colore con mammà e crew a seguito e il miliardario "caliente" e un poco loco, disprezzato dai membri conservatori del consiglio di amministrazione. Ah, c'è anche un "villain", ma è talmente poco incisivo che non ve ne parlo nemmeno. Insomma, per quanto mi riguarda F1 è stato uno spreco di tempo, una mera tacca da aggiungere alla Oscar list senza infamia né lode, ma sono certa che per molti sarà un film bellissimo ed imprescindibile. Lo capisco e lo accetto ma, come si dice, not my cup of tea


Del regista e co-sceneggiatore Joseph Kosinski ho già parlato QUI. Brad Pitt (Sonny Hayes), Javier Bardem (Ruben Cervantes), Kerry Condon (Kate McKenna) e Shea Whigham (Chip Hart) li trovate invece ai rispettivi link.


Kim Bodnia
, che interpreta Kaspar Smolinski, era l'insopportabile Jens de Il guardiano di notte. Se F1 vi fosse piaciuto recuperate Giorni di tuono, di cui doveva essere un seguito, e aggiungete RushLe Mans '66 - La grande sfida. ENJOY!

giovedì 12 marzo 2026

Marty Supreme (2025)

Ne avevo voglia come di impiccarmi ma, a fronte delle nove candidature (Miglior film, Miglior regista, Miglior attore protagonista, Miglior sceneggiatura originale, Miglior casting, Miglior fotografia, Miglior scenografia, Migliori costumi e Miglior montaggio), mi è toccato recuperare Marty Supreme, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Josh Safdie.


Trama: Marty Mauser è pronto a tutto pur di coronare il sogno di diventare un campione di tennis da tavolo, anche se il destino e una perenne mancanza di denaro si mettono spesso in mezzo...


Signore, pietà, da dove comincio? Io lo sapevo che Marty Supreme non mi sarebbe piaciuto, quindi colpa mia che l'ho guardato. Già avevo mal sopportato Diamanti grezzi, diretto da Josh Safdie e suo fratello Benny, ma almeno gli riconosco una storia avvincente e un ritmo indiavolato; benché odiassi con tutto il cuore il protagonista, stupido da fare il giro, le sue vicende mi avevano comunque catturata nella loro spirale d'ansia e, nel corso del film, ero arrivata a tifare per lui, a sperare in un lieto fine. Di Marty Mauser, aspirante campione di tennis da tavolo di origini ebree, dotato della parlantina di uno dei Fratelli Marx, di un inspiegabile ascendente sul genere femminile, di un gusto sopraffino per la truffa e dell'ego di Trump, non me n'è potuto invece fregare di meno. Anzi, ad ogni incontro speravo che l'avversario lo percuotesse con lo spigolo della racchetta dopo averlo sconfitto miseramente, oppure che i poliziotti lo ingabbiassero, o che qualcuno, all'interno del vasto gruppo di persone che vorrebbero vedere Marty Mauser morto nel film, riuscisse nell'intento e lo mandasse al creatore. Due ore e mezza di film per raccontare le vicende di un egocentrico insopportabile col pallino del tennis da tavolo, due ore e mezza in cui detto sport si vedrà sì e no tre quarti d'ora, il resto di Marty Supreme è tutto incentrato sui tentativi sempre più sfacciati del protagonista di recuperare i soldi che gli servono per viaggiare nel Paese dove si terrà questo o quel campionato. Questa smania di riuscire, di "vincere", nell'intento di Safdie e Ronald Bronstein avrebbe dovuto essere coinvolgente ed entusiasmante, probabilmente la trama avrebbe dovuto essere un monito ad impegnarsi sempre, con ogni mezzo, per coronare desideri che altri dismettono come "impossibili", chissà. Peccato che di "sano" amore per lo sport, in Marty Supreme, ce n'è davvero poco. Il protagonista avrebbe, infatti, anche potuto essere appassionato di salto della corda, per quel che conta all'interno del film, e tutto il discorso finale del "voglio una partita regolare, me la merito perché ci metto il cuore", con la ciliegina sulla torta dell'unico sprazzo di umanità mostrato davanti a un figlio fino a quel momento non voluto, non rende la sua vicenda epica ed importante, né lui qualcosa di più di una faccia di merda egoista. Se tutto ciò non bastasse, Marty Supreme sembra tre film mescolati assieme, nessuno dei quali particolarmente interessante, col risultato che, pur non addormentandomi mai (miracolo!) mi sono ritrovata spesso e volentieri a guardare l'orologio.


Ovviamente, sono consapevole anche io di non poter definire Marty Supreme "brutto", salvo per un paio di scene che ho trovato ridicole (la prima è l'omaggio smaccato ai titoli di testa di Senti chi parla, la seconda è quella della collana rubata nella doccia. Signur). Lo sforzo produttivo è evidente e Safdie ha un'ottima mano, dietro la macchina da presa e in post-produzione, anche se ho trovato il connubio tra regia e montaggio molto migliore in Diamanti grezzi, il cui ritmo metteva davvero ansia e trasmetteva in toto la disperazione del protagonista. In tutta onestà, ho preferito i pochi momenti, perfettamente coreografati, in cui l'abilità di Marty nel tennis da tavolo si esplicita in tutta la sua potenza, piuttosto che le sequenze in cui sembra di vedere l'imitazione di un'opera dei Coen; in tutto ciò, non mi capacito del fatto che un film come Challengers di Guadagnino sia stato fatto a pezzi dalla critica perché "vuoto" mentre questo viene definito uno dei migliori dell'anno, quando davanti agli scambi dei due tennisti protagonisti non riuscivo a stare ferma sulla sedia (io che odio il tennis!) mentre qui ho provato solo noia. Per quanto riguarda il resto delle candidature, fotografia e scenografia sono effettivamente molto belle. La scelta di girare su pellicola 35mm con lenti "vintage" richiama prepotentemente le atmosfere anni '50 in cui è ambientato il film, e le scenografie, dettagliatissime, restituiscono l'idea di una New York brulicante di vita e povertà, dove non si fa fatica a credere che i "topi" prosperino, sia quelli veri sia quelli umani. A tal proposito, il caporatto è Timothée Chalamet, perfettamente a suo agio nei panni dello stronzo manipolatore con la convinzione di essere Dio. Non fatico ad immaginarmi nelle sue mani la tanto bramata statuetta, perché la sua prova fisica, a tratti "circense" (nel senso migliore della parola), completa la fatica di calarsi in un personaggio scomodo che parla a mitraglia, ma perdonatemi se continuo a preferirgli Di Caprio (lasciamo pure perdere Michael B. Jordan, bravissimo ma sfavorito in partenza). Sul resto del cast spicca la bellissima Odessa A'zion, e si fa voler bene anche Abel Ferrara, in un ruolo di gangster al tramonto, in bilico tra l'inquietante e l'esilarante. Molto bella anche la colonna sonora, zeppa di pezzi anni '80 che, lungi dal risultare anacronistica, chissà perché calza alla perfezione con le atmosfere del film e con la storia di Marty. Forse per via del suo arrivismo tipicamente Yuppie? Chissà. Comunque, anche questo Marty Supreme se lo semo levato dalle palle, attendo con ansia la prossima camurrìa incensata dall'Academy.


Del regista e co-sceneggiatore Josh Safdie ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Marty Mauser), Fran Drescher (Rebecca Mauser), Sandra Bernhard (Judi), Emory Cohen (Ira Mizler), Gwyneth Paltrow (Kay Stone) e Abel Ferrara (Ezra Mishkin) li trovate invece ai rispettivi link. 

Odessa A'zion interpreta Rachel Mizler. Americana, ha partecipato a film come Hellraiser e Until Dawn - Fino all'alba. Anche produttrice, ha 26 anni e due film in uscita. 


Se Marty Supreme vi fosse piaciuto, recuperate Diamanti grezzi. ENJOY!



mercoledì 11 marzo 2026

2026 Horror Challenge - Ash: Cenere mortale (2025)

Il tema della challenge della settimana era "horror ambientati nello spazio". In watchlist avevo Ash: Cenere mortale (Ash), diretto nel 2025 dal regista Flying Lotus e ho colto l'occasione.


Trama: La scienziata Riya si sveglia sola all'interno di una nave spaziale, circondata da persone morte e senza alcuna memoria. A poco a poco, deve fare i conti con una terrificante realtà...


Mi sembra vagamente di ricordare che, ai tempi dell'uscita, Ash non fosse stato proprio accolto benissimo. Per quanto mi riguarda, l'ho trovato gradevole, fermo restando che non amo particolarmente gli horror ambientati nello spazio. Ash comincia con la più classica delle situazioni da horror sci-fi, ovvero la presenza di una stazione spaziale in cui è accaduta una sanguinosa tragedia. La vicenda viene raccontata attraverso gli occhi di una "narratrice inaffidabile", la scienziata Riya, che si sveglia all'inizio del film ferita, priva di memoria e circondata da cadaveri. Ciò che è accaduto prima, lo veniamo a sapere piano piano da una serie di flash allucinati che sconvolgono la protagonista, lampi di passato talmente slegati l'uno dall'altro, e inframmezzati da quelli che sembrerebbero essere sogni, che è difficile fare affidamento su di essi. L'unica cosa certa è che Riya e i suoi compagni erano in missione per trovare un pianeta abitabile con cui sostituire un pianeta Terra ormai al collasso, e che probabilmente erano riusciti nell'intento, nonostante l'aria al di fuori della stazione spaziale venga mostrata come in parte irrespirabile ed inquinata. L'unica altra certezza è che è accaduto qualcosa di molto violento, e che i compagni di Riya sono impazziti a turno, diventando incontrollabili, ma la vera causa verrà chiarita solo verso la fine del film. Per la maggior parte della sua durata, Ash racconta la ricerca della verità da parte di Riya, resa ancora più difficoltosa dalla necessità di lasciare la stazione spaziale e il pianeta in un tempo molto breve, pena la perdita di ossigeno e la conseguente morte; il limite temporale, assieme ai flash mnemonici e all'ambiente chiuso in cui si muove la protagonista, concorrono ad accumulare l'ansia, a rendere il film assai claustrofobico, e ovviamente spingono protagonista e spettatore a diffidare di tutti e di tutto. Lungi da me ricamare ulteriormente sulla trama per non incappare in spoiler: aggiungo solo che Ash, negli ultimi 20 minuti, sconfina nel body horror e sbarella parecchio, quindi merita affrontare una prima parte un po' più banale, che si appoggia ai soliti cliché dell'horror sci-fi.


Visivamente parlando, Ash sembra uscito dalla mente di Joe Begos. Il regista Flying Lotus, anche compositore della psichedelica colonna sonora e parte, come attore, del gruppo di scienziati, immerge la protagonista in un tripudio di luci rosse e blu, che talvolta si fondono per generare quel violetto malato che si intravvede nella locandina. Assieme all'abbondanza di ombre, questa bicromia crea un mondo confuso, allucinato ed opprimente, dove non è per nulla facile districarsi e fare chiarezza tra cosa è vero e cosa è falso. L'impressione è quella di un mondo in punto di morte, dove l'unica cosa vitale e vivace sono le macchine ad uso medico, dei robottini dalla vocetta da anime giapponese che effettuano le peggiori operazioni chirurgiche su soggetti perfettamente svegli. Pessima idea anche uscire all'esterno, dove la "cenere mortale" del titolo italiano vortica in maniera ipnotica, contribuendo al clima allucinato in cui vive Riya. A proposito della quale, Eiza González (talvolta accompagnata da Aaron Paul e dagli altri compagni nei flashback) regge da sola l'intero film, pur cambiando raramente espressione. Solitamente questo sarebbe un difetto ma, di fatto, Riya è condannata a procedere a tentoni, ad essere confusa e malaticcia, a ritrovarsi spesso senza qualcuno con cui interagire, quindi non è una cosa così disdicevole; inoltre, c'è da dire che la González è bellissima, e ha la cazzimma e il phisique du rol per prendere in mano il film al momento della svolta horror, che la vede impegnata a fare piazza pulita della mortale minaccia di cui ovviamente non vi parlerò nello specifico. Dignitosisismi anche gli effetti speciali, un giusto mix di effetti "pratici" ed elementi creati al computer, e veramente molto bello il design delle tute spaziali, eleganti ed aderenti, perfette per il fisico della González, la quale non avrebbe sfigurato all'interno di un Ghost in the Shell. Riassumendo, Ash non è un film imprescindibile, ma ci sono parecchie cose che lo rendono godibile e, poiché è compreso nell'abbonamento Prime Video, è una visione consigliabile. 
 

Di Eiza González, che interpreta Riya, ho già parlato QUI.

Flying Lotus (vero nome Steven Ellison) è il regista del film ed interpreta Davis. Americano, ha diretto il film Kuso e un episodio di V/H/S/ 99. Anche musicista, compositore, attore, sceneggiatore e produttore, ha 43 anni. 


Aaron Paul
interpreta Brion. Famoso per avere interpretato Jesse Pinkman nella serie Breaking Bad, ha partecipato a film come Mission: Impossible III, L'ultima casa a sinistra e ad altre serie quali Beverly Hills 90210, Melrose Place, Una famiglia del terzo tipo, X-Files, CSI, E.R., CSI: Miami, Veronica Mars, Criminal Minds, Bones, Ghost Whisperer e Better Call Saul; come doppiatore ha lavorato in I Simpson e Bojack Horseman. Americano, anche produttore, ha 47 anni e due film in uscita. 


Iko Uwais
, che interpreta Adhi, aveva partecipato a I mercen4ri - Expendables. Se Ash: Cenere mortale vi fosse piaciuto recuperate Punto di non ritorno, La cosa, Alien e Solaris. ENJOY!

martedì 10 marzo 2026

BollOscar: Se solo potessi ti prenderei a calci (2025) e Song Sung Blue - Una melodia d'amore (2025)

Domenica ci sarà la fatidica notte degli Oscar e io quest'anno sono un po' indietro, sia con le visioni sia con le pubblicazioni. In realtà, ho recuperato tutto quello che mi interessava, e ho avuto modo di visionare tutti i candidati alle nomination più importanti, quindi sto meditando di interrompere la Oscar Death Race, salvo per Arlo, che dovrebbe uscire il 12 marzo. Ma queste sono riflessioni inutili, lascerei quindi spazio alle mini recensioni dei due film di oggi, Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein, uscito nelle sale italiane la scorsa settimana, e Song Sung Blue - Una melodia d'amore di Craig Brewer. Non le ho accorpate perché sono due film brutti, anzi, in realtà sono entrambi molto belli, ma solo perché mi andava di parlare di questi e altri candidati prima di domenica, senza sacrificare la horror challenge, e anche perché sono accomunati dalla stessa nomination, quella alla Miglior attrice protagonista (mi spiace per entrambe, soprattutto per Rose Byrne, ma la statuetta a Jessie Buckley non la toglie nessuno quest'anno). Bando alle ciance dunque! ENJOY!


Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I'd Kick You) - Mary Bronstein
(2025)

Come "forse" avrete intuito sono molto abituata agli horror, eppure raramente ho provato ansia come guardando il film di Mary Bronstein. Se solo potessi ti prenderei a calci racconta l'orribile discesa nel burnout di una donna costretta a gestire il disordine alimentare della figlioletta, un enorme buco nel soffitto che le ha costrette entrambe a vivere in un motel e tutta una serie di personaggi odiosi, per nulla empatici, pronti a puntare il dito sulle mancanze della protagonista, aggredirla, a metterle i bastoni tra le ruote o a trattarla come se non esistesse. La sensazione che si ha guardando il film è un'angoscia tremenda, un'agghiacciante impotenza di fronte a una situazione sempre più caotica; più volte la protagonista, peraltro psicologa, sottolinea la sua impossibilità di avere il controllo degli eventi e l'ulteriore disagio di una mancanza di sonno che la logora ogni giorno di più, causandole persino delle allucinazioni visive e uditive. Se solo potessi ti prenderei a calci è un film che, con coraggio, racconta l'esistenza di una persona che non ha mai voluto essere madre (la bambina non viene mai inquadrata in viso, tranne sul finale, esiste solo come voce petulante e perennemente terrorizzata, oppure definita dal cibo rifiutato o dal rumoroso apparecchio che la nutre di notte) e che cerca di fare buon viso a cattivo gioco, impegnandosi per la salute fisica e psicologica di una creatura che, nonostante tutto, è arrivata ad amare. Rose Byrne, attrice che non mi aveva mai colpita più di tanto, ci mette anima e corpo, portando a casa l'interpretazione della vita e mostrando nello sguardo e nei gesti tutta la stanchezza di una vita ingiusta, la tristezza di esistere solo come "madre" e "psicologa", non come persona, e il terrore di una bestia in trappola. Non so se vi è mai capitato di trovarvi in una situazione, anche non grave, che avete vissuto malissimo e dalla quale eravate convinti non sareste mai usciti. Ecco, a me è successo, e la voglia era quella di prendere a testate un muro per la frustrazione e la paura, oppure di scappare facendo perdere le tracce; nell'interpretazione di Rose Byrne ho visto tutte queste cose e vi assicuro che arrivare alla fine di Se solo potessi ti prenderei a calci è stato molto difficile. Vi consiglio spassionatamente il film ma, qualora in questo periodo foste depressi, agitati, o soggetti ad attacchi di panico, fossi in voi eviterei.

Nomination: Miglior attrice protagonista, Rose Byrne.

Curiosità: Ero convinta che la frase del titolo fosse rivolta a quel mostro di bambina, invece l'ha inventata la regista a 18 anni e, non sapendo come intitolare il film, ha deciso di riutilizzarla. 



Song Sung Blue - Una melodia d'amore (Song Sung Blue) - Craig Brewer
 (2025)

Song Sung Blue rientra nel novero delle biografie di personaggi popolari in America ma completamente sconosciuti alla sottoscritta e racconta la storia della band Lightning & Thunder, ovvero Mike Sardina e la moglie Claire Stengl. Conosciutisi nel circuito degli "imitatori musicali", i due decidono, assieme ad altri musicisti, di mettere su un tributo a Neil Diamond, diventando, nel giro di qualche anno, la band più popolare del Wisconsin. Il film racconta non solo le peripezie lavorative della coppia, ma soprattutto la loro storia d'amore, i loro problemi personali e una sequela di sfighe alle quali sarebbe difficile credere, se solo non fossero accadute sul serio. L'impostazione tutto sommato classica e "prevedibile" del film passa in secondo piano di fronte all'effettiva simpatia dei due protagonisti, decisamente affiatati, e alla loro forza d'animo, alimentata da un enorme desiderio di cantare e risplendere sul palco. Anche chi, come me, non dovesse conoscere Neil Diamond, potrà apprezzare i tanti numeri musicali del film, anche perché sia Hugh Jackman che Kate Hudson sono degli ottimi attori, capaci di entusiasmare e commuovere sia col canto che con le loro interpretazioni (anche se la nomination l'ho trovata esagerata). Ottimo anche il cast di contorno, dove spiccano bellissime facce che fa sempre piacere rivedere (Michael Imperioli e James Belushi, sto parlando con voi!) e la giovane Ella Anderson, una rivelazione alla quale auguro una splendida carriera. Sarei una bugiarda se non dicessi che Song Sung Blue era un film che non avevo affatto voglia di guardare, invece non solo mi ha piacevolmente sorpresa, ma ad un certo punto mi ha sconvolta com'era riuscito a fare solo Sirat. Recuperatelo, se non lo avete visto al cinema, perché è davvero carino... poi però non prendetevela con me se non smetterete più di cantare Sweet Caroline!  


Nomination: Miglior attrice protagonista, Kate Hudson.

Curiosità: il film è la drammatizzazione del documentario omonimo diretto dal regista Greg Kohs nel 2008, quindi rientra nella categoria dei remake. 





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