lunedì 19 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 19: L'implacabile (1987)


Dopo la visione di The Running Man, avevo scritto anche un post su L'implacabile (The Running Man), diretto nel 1987 da Paul Michael Glaser, molto liberamente tratto dal romanzo L'uomo in fuga di Richard Bachman. Non ho mai avuto occasione di pubblicarlo, quindi ve lo ciucciate oggi, visto che torna buono per il tema odierno della Nuovi Incubi Halloween Challenge, "Giochi mortali".

TRAMA

L'ex poliziotto Ben Richards fugge dal carcere in cui è stato ingiustamente rinchiuso solo per venire ricatturato e condannato a partecipare a Running Man, un gioco televisivo in cui il vero premio è riuscire a sopravvivere...

Mentre sto scrivendo queste righe, sono passate settimane dalla visione de L'implacabile e giuro su tutto ciò che ho di più caro, non ricordo quasi nulla. L'unica cosa di cui sono certa è che da bambina/ragazzina non mi era mai capitato di guardarlo, nonostante Schwarzenegger fosse praticamente un'istituzione a casa mia (ma meno di Stallone), quindi non sono cresciuta, come alcuni, nel mito del film. E onestamente, visto per la prima volta a 44 anni, a me è parso una baracconata della peggior specie, in più è riuscito ad annoiarmi mortalmente. Per chi non si fosse mai imbattuto ne L'implacabile, sappiate che del romanzo L'uomo in fuga riprende soltanto il nome del protagonista e l'idea di farlo partecipare a un gioco televisivo mortale. Il resto è pura fantasia dello sceneggiatore Steven E. de Souza, che ha riscritto la prima bozza dello script, più fedele al romanzo, modellandola sulle possenti spalle di Arnold Schwarzenegger. Di conseguenza, Richards è diventato un ex poliziotto, il testosteronico leader di una rivolta carceraria e, infine, il pozzo di frasi culto pronunciate tra un cazzotto e l'altro, fortemente voluto da un presentatore a caccia di talenti da inserire nei suoi mortali giochi a premi. Al posto di un'intera America, inoltre, il campo da gioco di Schwarzy è rappresentato da quattro quadranti in cui i partecipanti devono sfuggire alla versione macho delle guerriere Sailor, armati di ghiaccio, elettricità e fuoco, e della versione da discount di Leatherface, armato di motosega (mentre mi sono addormentata e non capito cosa facesse di preciso la versione wrestler di Ron Jeremy nei panni di Captain Freedom). La critica sociale presente del romanzo la si ritrova, all'acqua di rose, anche nel film, ma se cercate il pessimismo cosmico Bachmaniano, a parte un paio di morti eccellenti "dovute" per cementare la coscienza di classe del protagonista, cascate male: Schwarzy non è tipo da buttarsi giù, anzi, per non lasciare nemmeno un minimo dubbio, gli hanno pure affiancato un love interest peperino al punto giusto.

Preso per il trionfo del camp che è, L'implacabile potrebbe anche funzionare. Schwarzenegger ci crede e gigioneggia come solo lui sa fare, e i comprimari che gli hanno affiancato hanno fatto comunque la storia di un certo cinema di genere, Yaphet Kotto in primis. Anche Maria Conchita Alonso, pur ingabbiata in un personaggio abbastanza prevedibile e "limitato" nel suo essere prima di tutto un corpo, man mano che il film prosegue tira fuori una personalità discreta, a patto di sorvolare sul terrificante accento col quale pronuncia le parole in v.o. L'altro che si è palesemente divertito molto, assieme ai vari(opinti) Cacciatori, è Richard Dawson, che trasforma il pacato Killian del romanzo in un affabulatore nato, un bastardo dall'ironia nerissima che è forse una delle cose più indimenticabili del film. Purtroppo, il vero problema de L'implacabile è la regia di Paul Michael Glaser, sicuramente funzionale e priva di sbavature, ma anche meno emozionante di una partita a bocce tra ultraottantenni. C'è da dire che l'ex Starsky è entrato a giochi fatti come il rimpiazzo di almeno quattro registi che hanno rifiutato il progetto, come vi racconterò a fine post, e a quel punto forse serviva giusto un mestierante che non ci mettesse troppo del suo, e rispettasse i tempi di produzione, quindi non gliene si può nemmeno fare una colpa. D'altronde, non è solo la regia ad essere invecchiata male, ci sono anche gli effetti speciali e le scenografie, di sicuro divertenti all'epoca ma pacchianissime al giorno d'oggi, vittime di un'estetica sciatta che non apprezzavo granché all'epoca, figuriamoci oggi. So che L'implacabile è un film cult per molti e mi spiace parlarne in modo così antipatico, ma probabilmente c'era un motivo se non lo avevo mai guardato prima e posso dire che avrei continuato a vivere serena anche mantenendo l'ignoranza!

CAST

Di Arnold Schwarzenegger (Ben Richards), Maria Conchita Alonso (Amber Mendez) e Yaphet Kotto (Laughlin) e Lin Shaye (agente della propaganda) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Paul Michael Glaser è il regista della pellicola, ma i più lo conoscono come il detective Starsky della serie Starsky e Hutch. Americano, ha diretto altri film come Kazaam - Il gigante rap ed episodi di serie quali Starsky e Hutch e Miami Vice. Anche produttore e sceneggiatore, ha 82 anni. 
  • Jesse Ventura (vero nome James George Janos) interpreta Captain Freedom. Americano, ex wrestler e persino ex governatore del Minnesota, ha partecipato a film come Predator, Una pallottola spuntata, Riposseduta, Demolition Man, Batman & Robin e a serie quali Super Vicky, Hunter, Renegade e X-Files. Anche produttore, ha 74 anni.

CURIOSITÀ

Le guest star presenti all'interno del film sono parecchie. Si comincia con "l'eroe di Hogan" Richard Dawson, che interpreta Damon Killian, per passare al Mr. Blue Edward Bunker, che interpreta Lenny, Mick Fleetwood dei Fleetwood Mac, nei panni di Mic, il figlio di Frank Zappa e veri wrestler come il già citato Jesse Ventura o il Professor Toru Tanaka (Subzero), per arrivare a Jim Brown, famoso giocatore di football americano, qui nei panni di Fireball. Sven-Ole Thorsen, che interpreta Sven, era invece lo stuntman di Schwarzenegger in Predator. Il ruolo di Killian era stato offerto a Burt Reynolds, ma l'attore ha rifiutato dopo avere saputo che il suo nome sarebbe stato messo come ultimo nel cast, mentre lui voleva venire subito dopo Arnold Schwarzenegger. La situazione "registi" è stata invece ancora peggiore. Prima di Paul Michael Glaser, il produttore Rob Cohen si era rivolto ad altri quattro registi, il primo dei quali era George P. Cosmatos. Cosmatos, tuttavia, avrebbe voluto ambientare il film in un centro commerciale, quindi Cohen si è rivolto a Carl Schenkel, che è scappato intimorito all'idea di dover affrontare una produzione così grande, a Ferdinand Fairfax, il quale aveva un approccio troppo grottesco al tema, e a Andrew Davis, che dopo otto giorni di riprese aveva già sforato il budget di 8 milioni ed era in ritardo di quattro giorni. Ciò detto, se L'implacabile vi fosse piaciuto, recuperate Atto di forza e, ovviamente, The Running Man. ENJOY!

venerdì 16 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge day 16: L'estranea (2026)


Per la Nuovi Incubi Halloween Challenge di oggi, Casa dolce casa, mi gioco l'horror familiar-casalingo L'estranea, diretto e co-sceneggiato da Paolo Strippoli. Niente spoiler, ovviamente. (Oggi avrei dovuto anche guardare un film per la Horror Challenge settimanale, ma siccome il tema era "TV Movie", baro un po' e vi rimando al Carrie del 2002, in quanto ho scoperto oggi che i film si possono anche non guardare in ordine!). 

Trama

Un incidente rischia di distruggere la perfetta armonia familiare di Anna. Nel massimo momento di disperazione, la donna viene avvicinata da un'estranea, che le propone un patto...

Recensione

Ho promesso di non fare spoiler e ho intenzione di mantenere la parola, ma non sarà facile, così, parlare de L'estranea. Al suo quarto lungometraggio, Strippoli si riconferma un regista originale, una voce freschissima del panorama cinematografico italiano, in grado di rielaborare suggestioni internazionali, immergerle in un contesto nostrano assolutamente riconoscibile, e realizzare opere coinvolgenti ed ipnotiche. L'estranea mi ha ricordato tantissimo, per stile e temi, i film che Lanthimos ha realizzato da inizio carriera a Il sacrificio del cervo sacro, ma Strippoli ha qualcosa che manca al cineasta greco, ovvero un minimo di empatia verso i suoi personaggi, che non sono solo archetipi di una tragedia umana. Nel caso de L'estranea, i protagonisti sono i membri di una famiglia altoborghese del sud (degli arricchiti, detto proprio volgarmente, che si credono, a torto, però meno cafoni di altri), i cui genitori sono vittime delle più tipiche brame italiane: il padre vorrebbe il figlio nella nazionale di calcio, la madre vorrebbe che la figlia diventasse un'attrice famosa, anche perché i ragazzini avrebbero tutte le carte in regola per farcela. Nel corso di un'unica, opulenta giornata di festa, tutto va a catafascio a causa di un incidente e Anna, la madre, viene avvicinata dall'estranea del titolo, che le offre di rimetterle la vita in carreggiata, ma ad una condizione. Da qui in poi non posso essere più esplicita o la visione del film perderebbe di valore. Dico solo che L'estranea è un'angosciante spirale di caos, messa in moto da un singolo evento, che si espande sempre più, nel tempo e nello spazio, trascinando con sé Anna e la sua intera famiglia. L'occhio del ciclone è proprio Anna, mossa da un amore filiale che cela un egoismo strisciante e la rende comunque cieca a ciò che è davvero importante per i suoi ragazzi, misurati in base ad uno stretto metro di giudizio che non ammette sorprese, né deviazioni. Sono i medesimi sentimenti che muovono suo marito Walter, però lui è connotato molto peggio, un maschio "alfa" che perde il controllo al minimo intoppo, ed è per questo che le attenzioni dell'estranea si rivolgono ad Anna. Nelle contraddizioni e nella caparbia durezza della donna, l'estranea trova terreno fertile e una fonte di potere,
la certezza che, per quanto venga alzata la posta, quell'egoismo mascherato da amore, pronto a cambiare pelle come un serpente, non avrà mai una fine, né un limite. 

L'empatia del regista, nominata a inizio post, risiede nella sua capacità di tratteggiare personaggi spesso odiosi, senza mancare di evidenziare quelle fragilità umane che impediscono di giudicarli in maniera tranchant, e senza "disinteressarsi" di loro, trasformandoli in granitiche figurine. In questo senso, per me L'estranea è stato un po' un'ordalia, perché mi sono presa a cuore un personaggio in particolare, pur non essendo mai stata vittima dei suoi stessi problemi, forse perché la persona in questione non segue i soliti cliché che l'avrebbero voluta antipatica, supponente e persino un po' crudele. Vedere il suo destino deciso nel giro di una notte, sacrificato a un bene più grande, è una cosa che mi ha fatto salire un groppo in gola, rimasto lì fino alla fine del film, enfatizzato da un finale tristissimo che dovrebbe suonare come una liberazione, ma che io ho vissuto come una sconfitta. E pensare che l'estranea, come personaggio, non è solo inquietante, ma è dotata di un profondo senso dello humour nero che "alleggerisce" ogni interazione con Anna, quindi il film non avrebbe dovuto risultarmi così deprimente. Mi viene da pensare, allora, di essere finita vittima di un effetto nostalgia. La canzone Liquido, utilizzata per uno dei momenti più scioccanti del film e ripresa durante i titoli di coda, è uno dei pilastri della mia vita al liceo, e sentirla utilizzata in quel contesto mi ha richiamato l'idea di occasioni sprecate, decisioni sbagliate a cui ormai non si può più porre rimedio. Lo stesso vale per la sequenza ambientata nel 2006, la sera in cui l'Italia aveva battuto la Francia ai mondiali. E' un evento che avevo vissuto in Australia, lontana dalla famiglia e dagli affetti, e che quindi mi aveva resa inusualmente patriottica; L'estranea sfrutta quella fatidica sera per veicolare tante di quelle sensazioni potenti (la speranza vana di ricucire un rapporto genitore-figlio, il coraggio di rivelarsi al mondo per ciò che si è, il gesto disperato di chi sa di non avere più una via d'uscita, l'attesa prima e la consapevolezza poi di aver compiuto un gesto irreparabile, la stupida gioia di una vittoria che, per una sera, ha dato l'illusione all'Italia e agli italiani di avere risolto tutti i loro problemi) che l'esperienza ha avuto lo stesso effetto di una commovente madeleine proustiana.

A livello tecnico, L'estranea è un film stupendo. Il mio unico problema, con i film di Strippoli, è l'audio in presa diretta che, unito alla dizione non sempre perfettissima degli attori, a volte mi fa perdere interi pezzi di dialogo, spesso soverchiati da una colonna sonora anche troppo invasiva. Ma, davvero, è l'unico difetto che ho riscontrato, a fronte di una regia e di una fotografia splendide, che un minuto prima travolgono lo spettatore con riprese corali di luminosa gioia, quasi artefatta e surreale (la festa iniziale è il trionfo del bianco abbacinante tirato fuori di peso da una pubblicità, e la ripresa dall'alto in cui la gente corre verso le urla strazianti di Alice la rende, col senno di poi, più simile a un incubo che a un sogno), e un minuto dopo comprimono i personaggi all'interno di luoghi cupi, zeppi di dettagli sfocati, ripresi da angolazioni sghembe e resi per questo ancora più claustrofobici. Gli attori, poi, li ho trovati molto bravi, al netto della mia solita "repulsione" verso le parlate troppo strascicate e gli accenti marcati. Romana Maggiora Vergano, a mio avviso, è la giovane attrice italiana più brava in circolazione, e Jasmine Trinca trasmette allo spettatore tutte le contraddizioni del personaggio di Anna, quell'apparenza di calma, materna dignità che nasconde l'orrore di chi ha perso talmente tanti pezzi della sua anima da non essere più nemmeno umano. Ammetto di non conoscere la filmografia di Valeria Bruni Tedeschi, tanto le opere in cui compare l'attrice sono distanti dai miei gusti cinematografici, ma mi azzardo a scommettere che Strippoli le abbia offerto il ruolo della vita, o almeno quello in cui è potuta uscire dalla comfort zone e mettersi alla prova con un personaggio borderline, sempre un po' sul filo del grottesco, e capace di imprimersi a fuoco nella mente dello spettatore. Mi rendo conto di avere scritto un post un po' confuso ed emotivo, quindi concluderò dicendo solo che, al momento, L'estranea è per me uno dei film più belli visti quest'anno, se non il più bello. Se entrerà nella cinquina delle opere candidate all'Oscar per miglior film straniero, tanto meglio, perché avrà molta più visibilità e le case di produzione italiane forse ricominceranno a puntare sull'horror. Se non sarà così, spero ugualmente che Strippoli continuerà su questa strada, perché il nostro Cinema ha bisogno di autori come lui per sopravvivere.  

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Paolo Strippoli ho già parlato QUI. Jasmine Trinca (Anna) e Adriano Giannini (Walter) li trovate invece ai rispettivi link.

  • Valeria Bruni Tedeschi interpreta l'estranea. Nata a Torino, ha partecipato a film come La balia, Munich, Un'ottima annata - A Good Year, Baciami ancora, Il capitale umano, La pazza gioia e Duse. Anche sceneggiatrice e regista, ha 62 anni e un film in uscita. 

Se vi è piaciuto...

Se L'estranea vi è piaciuto, recuperate Il sacrificio del cervo sacro. ENJOY!

giovedì 15 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 15: Deliria (1987)


Il tema del 15simo giorno di Nuovi Incubi Halloween Challenge era Giallo, così ho scelto di riguardare, dopo tantissimi anni, Deliria, diretto nel 1987 dal regista Michele Soavi.

Trama

Durante le prove di un musical, un killer mascherato comincia ad uccidere assistenti, attori e ballerini, impossibilitati ad uscire dallo studio...

Recensione

Di Deliria avevo ricordi vaghissimi, salvo per la mise particolare del killer, una testa di barbagianni poi ripresa in molti altri film di genere, anche solo come omaggio. Riguardandolo, mi è tornato in mente che, forse, la prima volta non lo avevo apprezzato granché, mentre stavolta mi ha catturata fin dalle prime scene, pur non essendo un film esente da difetti. Deliria spicca per la sua particolarità fin dalla trama, che mescola realtà e finzione partendo dalla messa in scena di un musical a tema horror, all'interno del quale un killer dalla maschera da barbagianni uccide le prostitute del quartiere a luci rosse. Quando una delle ballerine, per colpa di una storta, viene convinta da una delle costumiste ad andare a farsi curare in un ospedale psichiatrico in quanto "più vicino" rispetto ad altre strutture più consone, un pericoloso maniaco evade dalla cella e si rifugia proprio nella loro macchina, cominciando a mietere vittime all'interno del teatro di posa, sostituendosi al killer del musical. La trama, come vedete, è molto semplice, e più che un giallo Deliria sembra uno slasher, anche perché l'identità dell'assassino si conosce fin dall'inizio. Inoltre, la sceneggiatura del film strizza l'occhio agli horror americani dove il killer ha caratteristiche quasi sovrannaturali; non solo muore con grande difficoltà, ma riesce anche ad eludere trappole all'apparenza infallibili, tornando alla carica ancora più incattivito ed assetato di sangue. Un altro fil rouge di Deliria è la perdita di dignità di un lavoro artistico come quello della ballerina o dell'attore/attrice, ridotto qui a un mero mezzo di sopravvivenza per persone che non hanno più il becco di un quattrino, trattate a pesci in faccia da registi senza scrupoli che fanno il paio con produttori discutibili. Paradossalmente, è proprio l'assassino che, ritrovatosi all'improvviso in una sorta di "Paese delle Meraviglie" che gli consente anche di assumere l'identità di un misterioso serial killer mezzo umano e mezzo bestia, riscopre il fascino della musica e della teatralità, divertendosi come le sue vittime non riescono più a fare da tempo.

Al suo primo film come regista, Soavi fa sua la lezione appresa sui set di Dario Argento, con il quale ha lavorato come regista di seconda unità, ed unisce l'amore per i colori sgargianti come il rosso e il blu elettrico, oltre ad un gusto per morti ad effetto che sembrano quasi delle opere d'arte, a suggestioni più legate allo slasher americano. Il risultato è un ibrido affascinante, soprattutto quando la finzione dell'opera teatrale si confonde con la terrificante realtà vissuta dai protagonisti; lo spettatore, a un certo punto, sa che sotto la maschera da barbagianni non si nasconde un attore, bensì il killer, il che crea sequenze scioccanti come quella della morte sul palco per strangolamento prima e fendenti all'arma bianca poi. Anche quando gli omicidi si fanno più gore, per esempio quando uno dei protagonisti si ritrova diviso in due con profluvio di interiora sparse sul pavimento, c'è sempre un gusto coreografico per la composizione della scena, e un che di artistico legato alle luci, ai colori e alle ombre , che lasciano allo stesso tempo orripilati ed affascinati. Anche la colonna sonora utilizzata, che si compone di melodie diegetiche e non, concorre a creare un effetto straniante, aumentando non solo la tensione, ma anche la sensazione che i protagonisti, chiusi all'interno di un teatro di posa, siano finiti in una dimensione infernale separata dalla nostra, popolata da incubi e mostri sanguinari (impressione rafforzata da quel pre-finale onirico, fatto di corpi ricomposti e piume che cadono dall'alto come neve). Gli intermezzi quasi comici dedicati ai due poliziotti che, ignari di tutto ciò che accade nel teatro, rimangono di "guardia" nell'auto di pattuglia a parlare del più e del meno, rinfocolano ulteriormente questa sensazione e fanno di Deliria una bestia assai strana, figlia di un regista sfortunato che, nato in un'epoca diversa, sarebbe probabilmente diventato uno dei nomi di spicco dell'horror italiano, invece di perdersi in ignominiose schifezzuole come QUESTA.

Cast

Del regista Michele Soavi, che compare, non accreditato, come un giovane poliziotto, ho già parlato QUI. David Brandon (Peter), Barbara Cupisti (Alice), Giovanni Lombardo Radice (Brett) e George Eastman (co-sceneggiatore del film, compare quando Irving Wallace indossa la maschera) li trovate invece ai rispettivi link.


mercoledì 14 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 14: Colony (2026)


Il tema odierno della Nuovi Incubi Halloween Challenge, "Best Make Up", mi fornisce l'occasione per parlare di Colony (군체 - Gun-che), diretto dal regista Yeon Sang-ho.

Trama

Uno scienziato avvisa la polizia che, di lì a poco, rilascerà un potentissimo virus, di cui lui solo detiene l'antidoto, all'interno di un edificio. Costretti ad affrontare persone improvvisamente impazzite ed altamente contagiose, i pochi rimasti sani cercano di mettersi in salvo...

Recensione

Colony è l'ennesima variante di un genere, lo zombie movie, che puntualmente mi stupisce ogni volta che penso non abbia più nulla da dire. Uno degli esempi più eclatanti, guarda caso, era Train to Busan, sempre diretto da Yeon Sang-ho, che mi aveva atterrita e ridotta in lacrime copiose. Colony non raggiunge i livelli di Train to Busan, ma è un action horror spettacolare, spalmato in due ore che sembrano trenta minuti; la trama si concentra sull'esplosione di un'epidemia all'interno di un enorme e centralissimo edificio, per mano di uno scienziato il cui scopo è dimostrare di poter superare quello che per lui è il fulcro di tutti i problemi dell'umanità, ovvero l'incomunicabilità. Gli zombie (i quali, tecnicamente, non sono tali, poiché malati sì, ma ancora vivi) di Colony, come da titolo, si comportano come le formiche all'interno di una colonia, passandosi informazioni di vitale importanza non tanto per la loro sopravvivenza, quanto per il perpetuarsi della loro "specie", trovando la forza nel numero. La cosa interessante del film è vedere messo in pratica questo passaggio di informazioni e la conseguente, progressiva evoluzione degli infetti, di fronte ai quali gli esseri umani ci fanno una ben magra figura, per un paio di motivi. Certo, lo scienziato responsabile dell'epidemia è uno stronzo patentato e vanesio, le cui motivazioni sono quantomeno risibili, ma rimanendo in tema di "comunicazione" e "condivisione", che sono gli elementi portanti del film, la sceneggiatura fa un ritratto delle istituzioni, e di come vengono manipolate le informazioni, più inquietante degli stessi infetti. Chi mostra un minimo di empatia oppure ragiona veramente per il bene comune, invece di riempirsi la bocca di belle parole con l'unico obiettivo di risultare immacolato davanti all'opinione pubblica, viene trattato come un paria quando va bene o sacrificato quando va male; Colony racconta un'umanità appesa a un filo e chiusa in un pericoloso individualismo, tanto che i vaneggiamenti dello scienziato responsabile del contagio, riflettendoci con attenzione, non sembrano poi così campati in aria.

Al di là di queste importanti considerazioni morali, che arricchiscono ulteriormente il film, Colony si distingue sia per  il make up e la fisicità degli infetti (caratterizzata da contorsioni da brividi e movimenti a scatti alternati ad una velocità micidiale) sia, soprattutto, per un'enorme varietà di dinamiche soluzioni visive che vanno sensibilmente oltre quelle classiche di un film di zombie, per non parlare della disgustosa abbondanza di muco biancastro che trasforma lentamente il gigantesco edificio in un ricettacolo di schifezze insalubri. Il modo in cui gli infetti comunicano tra loro crea dei momenti di "stasi" in cui la tensione si taglia col coltello, e quando attaccano non ce n'è per nessuno, tra perfette coreografie di morte, un montaggio dinamico che consente comunque allo spettatore di non perdere neppure un dettaglio dell'azione, e una regia che lascia spazio anche a momenti riflessivi e persino commoventi, durante i quali la già flebile speranza viene annientata senza possibilità di recupero. Un'altra cosa che ho molto apprezzato di Colony è l'evoluzione dei personaggi e la loro imprevedibilità, caratteristiche attribuibili sia ai due poli della vicenda, l'imperscrutabile Seo Young-chul e la razionale Kwon Se-jeong, sia ai componenti della sparuta banda di sopravvissuti, ad ognuno dei quali è data la possibilità di "brillare" e, spesso, di spiazzare lo spettatore, il quale arriva presto a capire che è meglio non affezionarsi a nessuno. A fronte dell'evidente sforzo produttivo di Colony, non è poi così sbagliato considerarlo un blockbuster (ma esistono ancora?) horror capace di fare impallidire buona parte delle produzioni commerciali occidentali, ed è veramente un peccato non avere l'occasione di goderselo in una sala, su uno schermo quanto più grande possibile. Colony verrà proiettato mercoledì prossimo al ToHorror; speriamo che questo evento dia il la ad una ben più ampia distribuzione in tutta Italia, magari senza aspettare 10 anni com'è successo a Train to Busan!

Cast

Del regista Yeon Sang-ho ho già parlato QUI.

Se vi è piaciuto...

Se Colony vi è piaciuto, recuperate 28 giorni dopo con tutti i suoi seguiti e Train to Busan. ENJOY!

martedì 13 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 13: Queens of the Dead (2025)


Il tema odierno della Nuovi Incubi Halloween Challenge era "Non morti". Ho recuperato quindi il film Queens of the Dead, diretto e co-sceneggiato proprio l'anno scorso dalla regista Tina Romero.

TRAMA

Poche ore prima dell'inizio di uno spettacolo di drag queen già funestato da parecchi problemi, New York finisce vittima dell'apocalisse zombie e sia organizzatori che star devono cercare di sopravvivere e ricongiungersi ai propri amici e familiari...

RECENSIONE

Se volete leggere una recensione bella e ragionata, scritta col cuore, rivolgetevi a Lucia, come sempre, che conosce molto meglio di me l'horror in generale, la poetica di George Romero in particolare, e l'universo queer. Qui troverete, invece, l'approccio di una persona abbastanza ignorante in materia, che si è comunque divertita come una pazza a guardare Queens of the Dead, e che ha trovato anche il tempo di commuoversi, apprezzando il modo in cui Tina Romero ha rielaborato materiali di partenza che hanno ormai quasi 60 anni. Non solo, anche le commedie horror illuminate dalle paillettes delle drag queen sono già cosa nota; proprio l'anno scorso, infatti, mi era capitato di vedere Slay!, dove al posto degli zombie c'erano i vampiri, e tra le due opere ci sono parecchie somiglianze. La differenza fondamentale è che Slay! aveva un umorismo di grana più grossa e giocava sullo scontro tra drag queen e buzzurri della provincia americana, in Queens of the Dead invece questo scontro non c'è, perché il focus del racconto è un microcosmo queer consolidato, dove l'unico outsider è Barry, fratello etero della moglie di Dre, proprietaria del locale dove si svolge il film. Queens of the Dead inserisce l'apocalisse zombie all'interno di una situazione (sociale, lavorativa e familiare) in transizione, dove i protagonisti sono costretti ad affrontare problemi che non derivano dal loro essere queer, quanto dall'essere persone con problemi economici, lavorativi e sentimentali. Senza addentrarci troppo negli spoiler, in Queens of the Dead si parla di rinunciare ai propri sogni per timore di non essere "abbastanza", del terrore di fallire nel momento più importante della propria vita, della solitudine di chi si nasconde dietro un muro di droghe e cinismo; la regista, sfruttando gli zombie, ci dice che le uniche vie di salvezza sono la famiglia (non necessariamente quella vera, ma quella che ci scegliamo), la gentilezza, l'inclusione, il dialogo. Gli stessi zombie, che pure sono voraci ed implacabili come quelli di papà George, sembrano anime perse e tristi, che vagano spaesati tentando di recuperare una scintilla vitale attraverso i "riti" quotidiani di una vita fatta di social e della disperata necessità di appartenere a un "gruppo".

La riuscita di un film come questo, dove i legami tra personaggi sono un aspetto fondamentale della trama, è legata essenzialmente alla bravura degli attori. Tina Romero mette in piedi un cast molto affiatato di volti noti e meno noti, composto di artisti appartenenti all'universo queer, i quali offrono interpretazioni assai convincenti ed emozionanti, con parecchie concessioni ad un aspetto più "comedy" ma mai sciocco o ridicolo, nemmeno quando la situazione cammina pericolosamente sul filo della farsa. La capacità di mantenere questo equilibrio, l'affetto rivolto non solo verso personaggi che si avvicendano sullo schermo, ma soprattutto verso il genere creato dal padre, sono i punti di forza dell'approccio di Tina Romero, la quale fa propria la lezione di George, rileggendola senza mai mancare di rispetto né ai temi sociali né a quelli umani. Un aspetto, inoltre, che ho molto apprezzato del film, è il fatto che gli zombie risultino comunque "fabulous", elegantissimi nelle loro sfumature di blu, molto più brillante e vivido rispetto alla tinta grigio/bluastra utilizzata ai tempi da Romero padre e Tom Savini. Incuriosita da quello che ha scritto Lucia nel suo post, sono andata un po' a documentarmi sui colori e l'universo queer e, davvero, dietro c'è un mondo, che mi ha portata a scoprire articoli come QUESTO, sui quali potrei soffermarmi ore così da riuscire a riguardare film come Queens of the Dead o I Saw the TV Glow con occhio ben più consapevole. Ma anche così, Queens of the Dead è una coccola fatta di paillettes, costumi stupendi, attori bravissimi e momenti di intenso divertimento e commozione. Essendo un'opera prima, posso dirmi estremamente soddisfatta e augurare a Tina Romero una sfolgorante carriera!

CAST

Di Riki Lindhome, che interpreta Lizzy, ho già parlato QUI mentre Tom Savini, che interpreta il sindaco, lo trovate QUA.

  • Tina Romero è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Americana, figlia di George A. Romero, è al suo primo lungometraggio. E' anche attrice, scenografa, montatrice e produttrice.

CURIOSITÀ

Jack Haven, che interpreta Kelsey, era la Maddy di I Saw the TV Glow mentre Cheyenne Jackson, che interpreta Jimmy, è un habitué della serie American Horror Story e lo ricorderete sicuramente come proprietario dell'Hotel Cortez. Se Queens of the Dead vi fosse piaciuto recuperate Slay!. ENJOY!

lunedì 12 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 12: Il signore della morte (1981)


Il tema della Nuovi Incubi Horror Challenge oggi era "Colonna sonora di John Carpenter". Armata di Wikipedia, andando in ordine cronologico in base ai film non ancora trattati sul blog, ho scelto Il signore della morte (Halloween II), diretto nel 1981 dal regista Rick Rosenthal.

Trama

Scampata a malapena alla furia di Michael Myers, Laurie viene portata in ospedale mentre il killer, nonostante sia stato colpito più volte dai proiettili del Dr. Loomis, scappa e si rimette a caccia di vittime...

Recensione

Ogni volta ci provo, ma non posso farci nulla. Purtroppo, gli slasher alla Halloween o Venerdì 13 mi dicono poco, e questo Il signore della morte, che non è nemmeno diretto da Carpenter, mi ha lasciata abbastanza fredda. Non a caso, l'avevo visto e subito rimosso dalla memoria almeno 30 anni fa, ricordavo giusto l'ambientazione ospedaliera e un'idea di "immobilità" che non ho riconfermato solo io, alla seconda visione, ma lo stesso Carpenter. Il quale, dopo avere visto la prima versione del film diretto da Rick Rosenthal, aveva pensato bene (con sommo scorno del regista) di rimetterci mano, aggiungendo qualche scena gore e vivacizzando il ritmo in fase di montaggio per venire incontro a un'idea più moderna di slasher e distaccarsi dall'originale, quindi non oso immaginare cosa si fosse trovato davanti il povero John, visto che io ho rischiato di addormentarmi più volte. Salvo l'inizio, infatti, l'azione de Il signore della morte e quasi interamente relegata all'ospedale dov'è ricoverata Laurie, un posto praticamente deserto salvo un dottore, un paio di infermiere e un guardiano notturno più addormentato di me, facili prede di un Michael Myers che non muore nemmeno colpito dalle cannonate. Questo, in realtà, è l'aspetto interessante de Il signore della morte, in cui si accenna a Michael Myers come entità sovrannaturale più che essere umano, come un puro concentrato di male la cui sola presenza basta ad infettare gli abitanti di Haddonfield e ad alimentare in loro una ferma volontà omicida, oppure a condannarli a morti tragiche (o tragicomiche, vedi il poveraccio morto bruciato); il concetto qui appena accennato sarebbe poi stato ripreso ed ampliato da David Gordon Green nel notevole Halloween Kills, diventandone il fulcro. Qui, invece, il nucleo del film è la natura ineluttabile e persecutoria di Michael Myers, che si esprime appunto nei sistematici omicidi, più o meno efferati, dello sparuto personale dell'ospedale, con la povera Laurie che, a un certo punto, avverte l'"aura potentissima" di Michael e capisce che le conviene scappare dalla stanza nonostante le gravi ferite riportate nel film precedente. Parallelamente, un Dr. Loomis sempre più esasperato passa il tempo a convincere le persone della pericolosità di Myers. Se vi sembra una cretinata, ricordatevi che per gli spettatori saranno anche passati tre anni, ma le vicende de Il signore della morte si svolgono negli istanti successivi la fine di Halloween - La notte delle streghe, quindi le forze dell'ordine stanno ancora cercando di capire cosa sia successo e se fidarsi o meno di uno psichiatra all'apparenza matto quanto il suo fuggevole paziente. 

Rileggendo ciò che ho scritto all'inizio, sembra che l'ambientazione ospedaliera de Il signore della morte non mi sia piaciuta. In realtà, sebbene trovi molto più inquietante l'idea di un serial killer che viola normali abitazioni uccidendo baby sitter in modo casuale, il cupo ospedale di Haddonfield è un luogo molto carpenteriano, e il fatto che la maggior parte degli omicidi non vengano mostrati nel corso dell'atto, ma solo come risultato finale, dà proprio l'idea di un luogo di morte da cui nessuno può fuggire. La disperata fuga di Laurie nei sotterranei è angosciante, così come vedere il silenzioso ed implacabile Michael spuntare in lontananza da angoli, vetrate o porte, e quelle due o tre sequenze che si abbandonano al gore non vanno ad intaccare il mito del primo Halloween, anche se indubbiamente privano il film di una certa originalità, rendendolo somigliante a tanti altri slasher. Un paio di omicidi sono comunque notevoli, in primis quello ambientato in una vasca da bagno, ma anche la macabra scoperta del povero Jimmy, costretto a perdere i sensi in un lago di sangue, ha il suo perché. Purtroppo, e mi perdonino i fan, sono i due attori principali a non apportare granché alla saga che ha contribuito a renderli famosi. Jamie Lee Curtis compare pochissimo e, per la maggior parte del tempo, è costretta per esigenze di sceneggiatura a rimanere in silenzio, semi-catatonica; Donald Pleasence, invece, si abbandona a un overacting che, spesso, fa del Dr. Loomis un vecchiaccio petulante e saccente, da gettare tra le amorevoli braccia di Michael Myers alla prima occasione utile. Quanto alla colonna sonora, protagonista della challenge di oggi, di musica mi intendo ancora meno di cinema, quindi non saprei che dire, salvo che mi è sembrata calzante quanto quella del primo film, forse un po' più "truzza" e synth, penso sempre per creare un'opera che potesse essere all'altezza degli slasher dell'epoca. L'unica cosa che posso dire con certezza è che l'Halloween theme è sempre una bellezza, una di quelle melodie che mette i brividi lungo la schiena e galvanizza lo spettatore a prescindere che quest'ultimo sia fan della saga o semplice appassionato di horror!
  

Cast

Di Jamie Lee Curtis (Laurie Strode), Donald Pleasence (Sam Loomis) e Charles Cyphers (Leigh Brackett) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Rick Rosenthal è il regista del film. Americano, sposato con l'attrice Nancy Stevens, che qui interpreta Marion, ha diretto film come Gli uccelli 2, Halloween - La resurrezione ed episodi di serie quali Buffy l'ammazzavampiri, Tru Calling, Veronica Mars, Smallville e 90210. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 77 anni. 

Curiosità

Jeffrey Kramer, che interpreta Graham, era Hendricks ne Lo squalo. Il film è il sequel diretto di Halloween - La notte delle streghe ma, se volete la saga completa (anche se nelle intenzioni di Carpenter doveva finire tutto col secondo capitolo), dovete recuperare anche Halloween III - Il signore della notte, Halloween 4 - Il ritorno di Michael Myers, Halloween 5 - La vendetta di Michael Myers, Halloween 6 - La maledizione di Michael Myers, Halloween - 20 anni dopo, Halloween - La resurrezione, Halloween , Halloween Kills, Halloween Ends. ENJOY!


venerdì 9 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 9: La torre del male (1972)


La Nuovi Incubi Halloween Challenge oggi si incrocia con la mia Horror Challenge annuale. Il tema odierno della prima era Isole, Porti, Spiagge, il tema settimanale della seconda era Protoslasher. E' uscito così La torre del male (Tower of Evil, anche conosciuto come Horror on Snape Island e Beyond the Fog), diretto e sceneggiato nel 1972 dal regista Jim O'Connolly.

Trama

Dei ragazzi vengono uccisi su Snape Island. L'unica sopravvissuta è accusata di omicidio plurimo ma il consulente della famiglia decide di andare sull'isola ad indagare, assieme a un gruppo di archeologi convinti che lì si nasconda un tesoro fenicio...

Recensione

La torre del male (conosciuto in Italia anche col meraviglioso titolo Perché il dio fenicio continua a uccidere?) è uno di quei film che parte benissimo e poi si sgonfia, tanto che verso la fine ho faticato a rimanere sveglia. Diciamo, anzi, che parte a bomba: soltanto nei primi 5 minuti ci sono tre cadaveri, di cui due decapitati, e un efferato omicidio all'arma bianca. In realtà, se La torre del male avesse continuato ad essere la ricostruzione di quanto accaduto a quattro ragazzi che, una sera, hanno deciso di usare il faro di un'isola sperduta come nido d'amore, forse avrebbe avuto tutt'altro genere di impatto, in quanto la narrazione, nella prima metà del film, è affidata alle allucinazioni di una ragazza in stato catatonico. La natura inaffidabile della narratrice, unica sopravvissuta accusata di omicidio, rende la vicenda molto più interessante rispetto a quanto viene mostrato dopo, quando un gruppo di archeologi si reca sull'isola alla ricerca di un tesoro fenicio. E' qui che, in effetti, La torre del male manifesta tutte le caratteristiche dello slasher; all'interno di un luogo più o meno confinato, i protagonisti vengono attaccati o uccisi a turno da una mano sconosciuta, in modi più o meno efferati, e l'unico mistero del film consiste nel capire se, come da fuorviante titolo italiano, l'assassino è una qualche mostruosa divinità satanica, oppure qualcosa di molto più prosaico. L'enorme difetto de La torre del male è il ritmo soporifero della parte centrale, durante la quale i realizzatori mi sono sembrati molto più interessati alle dinamiche sessual-sentimentali tra i vari protagonisti, rispetto a creare un clima di inquietudine, e anche il mistero "familiare" che, a un certo punto, viene sviscerato con uno spiegone inusuale per questo genere di film, risulta in un ulteriore appesantimento.

Come ho scritto prima, è un peccato, perché Jim O'Connolly, almeno per la prima mezz'ora, sceglie un approccio psichedelico, colorato e molto gore. Le tecniche sperimentali con le quali i medici cercano di risvegliare la mente di Penny e la rappresentazione dei suoi ricordi confusi, tra urla ininterrotte, immagini ripetute in loop e squarci di un sanguinoso inferno, mettono i brividi e contrastano con lo stile utilizzato a partire da quando gli archeologi mettono piede sull'isola. Da quel momento in poi, La torre del male diventa simile a un film minore della Hammer, solo con qualche scena osé in più. Gli interni gotici del faro si amalgamano alla perfezione con un'isola brulla, avvolta da una cupa nebbia, e con le caverne dove si sposta l'azione verso il finale, ma il tutto è privo di quell'aura weird che rende così particolare l'incipit de La torre del male. Il film si fa anche meno efferato, man mano che prosegue. L'unico omicidio degno di nota è perpetrato tramite mannaia d'oro, per il resto truccatori e reparto effetti speciali si sono concentrati più sulla creazione di cadaveri putrefatti e creature mostruose, che sono i protagonisti indiscussi del tremendo soggiorno degli archeologi sull'isola. Nemmeno gli attori sono particolarmente degni di nota, anzi, direi che un paio sono addirittura intercambiabili, tanto che già mi riesce difficile ricordarne le facce e, come spesso succede, i più interessanti sono i caratteristi impegnati nei ruoli di isolani stundai. Nonostante un po' di delusione, La torre del male ha comunque degli aspetti positivi, e sono contenta di averlo visto, anche perché è un'opera poco conosciuta, e quale momento migliore della spooky season per questi recuperi originali?

Cast

  • Jim O'Connolly è il regista e sceneggiatore del film. Inglese, ha diretto altri film come Smokescreen, Il cerchio di sangue e Spogliati... che poi ti sposo!. Anche produttore, è morto nel 1986.  


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