martedì 22 dicembre 2020

Sound of Metal (2019)

Approfittando del fatto che il Bolluomo è musicista, gli ho propinato Sound of Metal, di cui tutti stanno parlando benissimo, film diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Darius Marder e disponibile su Amazon Prime Video.


Trama: un batterista, ex tossico, comincia a perdere irrimediabilmente l'udito. Accolto da una comunità per non udenti, il ragazzo a poco a poco impara a convivere col suo handicap ma sogna sempre di poter tornare a sentire...


Pochi film quest'anno mi hanno lasciata divisa a metà come Sound of Metal. Nemmeno Diamanti grezzi era riuscito a fare tanto, perché il sentimento di odio totale riversato sul protagonista è stato costante dall'inizio alla fine, nonostante abbia riconosciuto al film una bellezza formale incontestabile. Sound of Metal, invece, ha tante cose bellissime che si uniscono ad altre che mi hanno privata di un entusiasmo che, almeno fino a metà film, non mi ha abbandonata. Tra le prime, ovviamente, figura l'interpretazione di Riz Ahmed, attore che onestamente non mi aveva mai colpita più di tanto e che qui ci mette tutto il cuore nel portare sullo schermo la figura di Ruben, batterista che a un certo punto non riesce più a sentire nulla, colpito da una terribile malattia degenerativa dell'apparato uditivo. La sofferenza rabbiosa ed impotente di un musicista privato della possibilità di sentire, il nervoso bisogno di un tossico che torna ad avvertire il richiamo di qualcosa che riesca a farlo evadere dalla realtà, si percepiscono con una forza dirompente, negli sguardi e nei gesti dell'attore, la cui intensità a tratti stringe il cuore (nel momento del primo addio tra Ruben e Lou ho pianto tutte le mie lacrime, il Bolluomo lo sa); a rafforzare ancor più un'interpretazione già valida, ci pensa un sonoro che sarebbe da vittoria assicurata agli Oscar 2021. La genialità di Sound of Metal sta proprio nel farci sentire (o non sentire) tutto quello che sente Ruben, salvo poche, necessarie eccezioni, così da farci provare sulla pelle quell'orribile sensazione di isolamento inaspettato che il protagonista sperimenta dal momento in cui il suo udito scompare, per non parlare di tutto ciò che accade in seguito, nel male, terribilmente angosciante, e nel bene, con una sequenza finale di incredibile poesia.  


Il mio problema con Sound of Metal è da ricercarsi in qualcosa, anzi, in qualcuno, che mentre guardavo i titoli di coda tutta corrucciata e triste per non aver apprezzato il film come avrei voluto, mi ha fatta scattare dalla poltrona e urlare "aaaah, vabbé!": il maledetto Derek Cianfrance, regista di Come un tuono. E guardando bene, anche Darius Marder, porca miseria, aveva partecipato alla sceneggiatura di quell'insoddisfazione di film, e giuro che ad averlo saputo non mi sarei avvicinata a Sound of Metal con tutte queste aspettative. Fortunatamente non ricordo benissimo Come un tuono, ma rileggendo il post che avevo scritto all'epoca, mi ero scontrata con personaggi secondari poco incisivi ed eventi dati per scontati, probabilmente importanti ma trattati con una superficialità sconcertante; in misura minore, questo accade anche per Sound of Metal. Ho letto di una probabile nomination ai Golden Globe per Olivia Cooke e spero vivamente non sia vero. Non perché la Cooke non sia bravissima ma perché il suo personaggio raggiunge il picco di intensità emotiva e di importanza più o meno a metà film per poi scomparire e infognarsi in uno di quegli eventi di cui parlavo prima, quelli sicuramente importantissimi e fondamentali per i personaggi ma che tuttavia non riescono ad arrivare a toccare lo spettatore, che arriva solo a fatto "compiuto". Lo stesso, purtroppo, vale per tutta la comunità di non udenti che accoglie Ruben, coi quali non si riesce ad empatizzare mai, nemmeno per un secondo, soprattutto col direttore del centro di accoglienza, i cui metodi paiono funzionare sul protagonista giusto "perché sì", al punto che gli ovvi salti temporali legati ad esigenze di minutaggio sconfinano pericolosamente con omissioni legate alla presunzione degli sceneggiatori. Con questo, ribadisco che Sound of Metal ha tutti i numeri per piacere alla follia a moltissimi spettatori e io stessa ne sono rimasta ammaliata per parte della sua durata; tuttavia, la parte che intercorre tra la separazione da Lou e lo splendido finale mi ha lasciata abbastanza indifferente. Peccato, speravo già di aver trovato l'outsider prepotente delle classifiche di fine anno!


Di Riz Ahmed (Ruben), Olivia Cooke (Lou) e Mathieu Almaric (Richard Berger) ho già parlato a rispettivi link.  

Darius Marder è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo film dietro la macchina da presa. Americano, anche produttore, ha 47 anni.


Dakota Johnson e Mathias Schoenaerts avrebbero dovuto interpretare i due protagonisti ma i ritardi legati alla realizzazione del film hanno fatto sì che rinunciassero. ENJOY!

12 commenti:

  1. Salve, ti volevo proporre questa possibilità per dire la tua su film e serie. L'occhio del cineasta è una community che offre a tutti uno spazio per discutere sulla settimana arte tramite recensioni ufficiali o recensioni nei commenti. Ti metto qui il link con la speranza che ti unirai a noi e alla nostra community di cinema. Per qualsiasi dubbio scrivici pure. A presto e buon cinema.

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  2. Non ai torto sui difetti sparsi, ma è un esordio in fondo, e ha una intensità fuori dall'ordinario. Spero davvero di rivederlo agli Oscar.

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    1. HAI, maledetto telefono.

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    2. Io spero, come ho scritto, di rivederlo lì per la questione del sonoro e un altro paio di aspetti tecnici. Per il resto, non sono rimasta particolarmente "impressed" ed esordio, comunque, virgola: Sound of Metal parte da una docufiction mai terminata di Derek Cianfrance, che ha dato il permesso a Marder di rimaneggiarla e trasformarla in film.

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  3. Riz e sonoro se non finisco agli Oscar è per qualche complotto. La Cooke suona (pardon) strana anche a me, non protagonista che si vede pochissimo e incisiva fin là.

    Io Cianfrance invece lo ringrazio, non per i film e le serie bruttarelle che ha fatto ultimamente, ma per aver lasciato il progetto nelle mani di Marder che ne ha tirato fuori qualcosa di più puro e meno pesante rispetto a quello che poteva fare lui.

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    1. Ah ma allora Cianfrance non sta sullo stomaco solo a me XD

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  4. L'ho messo in lista, anche se tra Netflix, Prime e i vari horror di cui mi nutro, devo dire che non è facile stare dietro a tutto.

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  5. Boh, a me ha lasciato parecchio tiepido...

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    1. Ha detto davvero poco anche a me, nonostante la bellezza indubbia del sonoro.

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