venerdì 25 settembre 2026

2026 Horror Challenge: A mezzanotte possiederò la tua anima (1964)


La challenge della settimana prevedeva di guardare un film che mi avesse attirata dalla locandina, seguendo la tipica "video store rule". Ho scelto così A mezzanotte possiederò la tua anima (À Meia-Noite Levarei Sua Alma), diretto e co-sceneggiato nel 1964 dal regista José Mojica Marins.

Trama

Il becchino Zé do Caixão ritiene che l'unica ragione dell'esistenza umana sia perpetuare la stirpe. Per questo, dopo avere ucciso la moglie sterile, cerca una donna che possa dargli un figlio...

Recensione

Ho già avuto modo più volte di scriverlo ma, anche se spesso è difficile guardare un film a tema tutte le settimane, adoro essermi imbarcata in questa Challenge, perché mi spinge ad uscire dalla comfort zone e ad imparare cose nuove. Per esempio, non avevo mai sentito nominare Zé do Caixão, invece in Brasile è un boogeyman più popolare di Freddy Krueger. Nato, appunto, con questo A mezzanotte possiederò la tua anima, il personaggio di Zé do Caixão (in pratica, Giò il cassamortaro) è stato riproposto dal suo creatore ed interprete, José Mojica Marins, moltissime volte nel corso degli anni, distinguendosi come una creatura del tutto amorale, spinta solo dal desiderio egoistico di perpetrare la propria stirpe, senza badare ad amici, nemici o mogli. L'aspetto paradossale di Zé è che, nonostante le azioni terrificanti che compie, non si tratta di un adoratore del demonio né di un mostro (a parte le inquietanti venuzze nere che gli compaiono nelle cornee prima di compiere un delitto, come se l'uomo ipnotizzasse le sue vittime); Zé è un "semplice" essere umano mosso da passioni innominabili, temuto dall'intero paese in cui vive, che non crede assolutamente nel paranormale o negli spiriti e sfida ogni credenza religiosa (in particolare quelle cattoliche) in quanto convinto che Dio non esista. Muovendosi con l'arroganza di chi non teme nulla e nessuno, Zé uccide con cattiveria senza distinzione di sesso, concupisce e violenta le donne, minaccia e picchia a sangue gli uomini, tutto con un solo obiettivo in mente, ovvero quello di procreare. Ovviamente, ad attendere Zé come punizione per i suoi innumerevoli peccati e per la sua miscredenza ci sarà un risvolto sovrannaturale della vicenda , il che rende A mezzanotte possiederò la tua anima uno spregiudicato mix di exploitation e horror gotico, a mio avviso molto avanti per i tempi in cui è stato girato, considerato il clima politico del Brasile dell'epoca.

A mezzanotte possiederò la tua anima è stato fotografato in un bellissimo e nitido bianco e nero che, se vogliamo, rende ancora più feroce la violenza degli omicidi di Zé e molto più inquietante il finale. Gli effetti speciali e il trucco riempiono lo schermo di occhi strappati, cadaveri, morti insanguinati e chi più ne ha più ne metta; nonostante questo, A mezzanotte possiederò la tua anima non manca di una certa ironia, che strizza l'occhio allo spettatore fin dall'inizio. Due dei personaggi, lo stesso Zé e la chiromante che avrà un ruolo fondamentale nel prosieguo del film, introducono l'opera parlando direttamente al pubblico, il primo spiegando la sua "filosofia" di vita, la seconda consigliando a chi fosse poco coraggioso di uscire dalla sala prima dell'inizio del film. In realtà, forse ho trovato A mezzanotte possiederò la tua anima più weird e pieno di umorismo nero di quanto sia in realtà. Il mio problema è che, essendo ligure, guardare il film in lingua originale è come guardare una commedia di Govi, con l'aggravante che ogni maledetta volta mi viene in mente Crozza nei panni di Josè Altafini; insomma, la mia mente è talmente condizionata da non ritenere il portoghese una lingua adatta agli horror, ed è un limite, me ne rendo conto. Ciò detto, José Mojica Marins nei panni di Zé è qualcosa di incredibile, perché riesce ad essere contemporaneamente piacione (per quanto non toccherei un uomo simile nemmeno con un dito), inquietante, terrificante e patetico nella sua natura fondamentalmente vanesia, che spesso supera persino quella di psicopatico senza scrupoli. Capisco molto bene come sia riuscito ad imprimersi a fuoco nella memoria del popolo brasiliano e a diventare un'icona dell'horror, e sono decisamente contenta di avere fatto la sua conoscenza, nonostante sia un individuo ben poco piacevole. Probabilmente, in futuro recupererò altri film aventi Zé per protagonista, anche perché mi piacerebbe sapere quali idee di sceneggiatura hanno tirato fuori per farlo tornare, visto che lo scioccante finale è molto definitivo!

Cast

José Mojica Marins è il regista e co-sceneggiatore del film e interpreta Zé do Caixão. Brasiliano, ha diretto altri film come Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere e Embodiment of Evil. Anche sceneggiatore e produttore, è morto a 64 anni. 

Curiosità

Il personaggio di Zé do Caixão è tornato, nel tempo, in molti altri film. Della trilogia "ufficiale" iniziata con A mezzanotte possiederò la tua anima fanno parte Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere e Embodiment of Evil. Altre opere sono The Strange World of Coffin Joe, Awakening of the Beast, The Bloody Exorcism of Coffin Joe, The Strange Hostel of Naked Pleasures (che ha per protagonista un personaggio molto simile) e Hallucinations of a Deranged Mind, tutti diretti da José Mojica Marins. Non vi resta che mettervi alla ricerca! ENJOY!

martedì 22 settembre 2026

Carrie (2002)



Il 7 ottobre uscirà il Carrie di Mike Flanagan, serie che ovviamente riuscirò a cominciare e concludere probabilmente a Natale del 2029. Nonostante il sicuro ritardo con cui la guarderò, ho comunque deciso di prepararmi non solo rileggendo il romanzo per la trentesima volta, ma anche di rivedere gli altri adattamenti cinematografico/televisivi, parlando sul blog di quelli che ancora non avevo trattato. Cominciamo oggi col film TV Carrie, diretto nel 2002 dal regista David Carson e tratto dal romanzo omonimo di Stephen King.

Trama

Carrie, plagiata dall'ossessiva madre ipercattolica, è lo zimbello della scuola. A seguito dell'ennesimo episodio di bullismo ai suoi danni, la ragazza si accorge di possedere dei poteri telecinetici...

Recensione

Correva l'anno 2002 e, nonostante King avesse già disconosciuto Carrie 2: La furia (di cui parlerò nei prossimi giorni), la NBC aveva pensato fosse comunque un'ottima idea produrre un remake televisivo di Carrie, con un'ambientazione contemporanea. Nella mente di Bryan Fuller, che più avanti sarebbe assurto agli onori televisivi come showrunner di Hannibal, la versione di De Palma era una favoletta che approfondiva poco i personaggi, quindi lo sceneggiatore aveva deciso di scrivere un adattamento che approfondisse le caratterizzazioni di Carrie e della altre studentesse, e che ci andasse un po' più cauto sulla questione "vendetta", in quanto la strage di Columbine era avvenuta giusto un paio di anni prima. Il risultato è questo elefantiaco Carrie, della durata di più di due ore, il quale segue quasi pedissequamente, almeno nella prima parte, il romanzo di King, riprendendone lo stile di racconto "postumo", con tanto di interrogatori dei poliziotti ai sopravvissuti, e portando sullo schermo persino l'episodio in cui una Carrie bambina fa piovere pietre sulla casa e su tutto il vicinato.  L'approfondimento psicologico tanto sbandierato da Fuller lascia il tempo che trova, in quanto, salvo la protagonista, tutti coloro che la circondano sono macchiette più o meno bidimensionali. Per quanto riguarda Carrie, invece, il personaggio è meno passivo e più tosto rispetto a quello portato in scena da De Palma, tuttavia manca dello spirito di spietata vendetta che rendeva l'originale così spaventoso, in quanto le manifestazioni più violente del potere della ragazza (e ciò vale soprattutto per la strage al ballo) si accompagnano ad uno stato di trance che la rende inconsapevole e, una volta tornata cosciente, dimentica delle sue azioni. Questa scelta, come ho scritto sopra, deriva dalla volontà di rendere Carrie un personaggio con cui gli spettatori potessero empatizzare, sgravandola da quella sete di vendetta che, dopo Columbine, era comprensibilmente tabù all'interno di un'opera pensata per un pubblico televisivo. Il secondo motivo di questo cambiamento lo trovate nelle "Curiosità", e porta il finale della storia a prendere una strada diversa da quella del romanzo, nonostante vengano conservati un paio di "omaggi"al film di De Palma.

Per quanto riguarda la realizzazione, Carrie è un prodotto televisivo nel senso più stretto e squallido del termine, non è certo figlio di quello stile cinematografico che, proprio in quegli anni, caratterizzava le serie TV più famose. Purtroppo, per rimanere in tema Stephen King, il film TV ricorda roba terrificante come I langolieri, non solo per via della regia piatta ma soprattutto dal punto di vista degli effetti speciali. A cominciare dalle pietre presenti nel flashback iniziali, più simili a dei piccoli asteroidi digitali, per continuare con gli oggetti fatti levitare da Carrie e concludere con la ciliegina sulla torta, l'angoscioso (non angosciante) incendio della palestra con conseguente crollo dell'edificio, Carrie è un trionfo di effettacci indegni persino di filmino realizzato in casa. A salvare più o meno la baracca è l'interpretazione di Angela Bettis, che compensa anche quella per nulla incisiva della Clarkson (Emilie de Ravin, invece, è un'ottima Chris e lo stesso vale per Kandyse McClure nei panni di Sue). La Bettis aveva deciso di partecipare al film esclusivamente con l'idea che ne sarebbe stata tratta una serie TV in grado di darle un compenso più o meno stabile, e in seguito ha disconosciuto questo Carrie, ma la sua bellezza particolare e i suoi lineamenti duri danno vita ad un personaggio meno "malleabile" rispetto alla Carrie di Sissy Spacek. I dialoghi con le altre studentesse al ballo sono molto divertenti, e le ferme prese di posizione nei confronti della madre sono inquietanti quanto basta; l'unico aspetto dell'interpretazione della Bettis a risultare buffo è il modo in cui storce gli occhi prima di ogni attacco, scelta che per quanto mi riguarda priva un po' il personaggio di pathos, ma ovviamente si tratta di gusto personale. Diciamo che il mastodontico, oggettivo difetto di Carrie è che si limita a raccontare una storia già letta e vista due volte senza aggiornarla né renderla più accattivante o apporre sostanziali cambiamenti, salvo per un paio di scelte che, però, la trasformano in qualcosa che, se si fosse concretizzato, sarebbe diventato un'altra opera di King, con un focus più governativo-supereroistico. Ci sarebbero voluti altri 4 anni perché Fuller realizzasse questa sua ambizione, ma questa è un'altra storia e non deve costringervi a subire due ore di piattume televisivo, nemmeno per amor di completezza.  

Cast

Di Angela Bettis (Carietta 'Carrie' White), Patricia Clarkson (Margaret White), Katharine Isabelle (Tina Blake), David Keith (Detective John Mulchaey), ho già parlato ai rispettivi link.

  • David Carson è il regista del film. Inglese, ha diretto episodi di serie come Le avventure di Sherlock Holmes, Star Trek: The Next Generation, Beverly Hills 90210, Star Trek: Deep Space Nine, Nash Bridges, Più forte ragazzi, Smallville e film quali Generazioni. E' anche produttore.
  • Emilie de Ravin interpreta Chris Hargensen. Australiana, la ricordo per film come Le colline hanno gli occhi e per serie quali Roswell, CSI: Miami, Lost e C'era una volta. Ha 45 anni. 

Curiosità

Il finale del film TV è legato all'idea con cui è nata questa versione di Carrie, ovvero fungere da prologo per una serie televisiva che, vista la pessima accoglienza del suo precursore, non ha mai visto la luce. Se volete arrivare preparati all'appuntamento con Flanagan, oltre a leggere il romanzo di Stephen King, recuperate le due versioni cinematografiche di Carrie, quella di De Palma e quella di Kimberly Peirce, e magari aggiungete Carrie 2: La furia, di cui parlerò domani. ENJOY!


venerdì 18 settembre 2026

2026 Horror Challenge: Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (2024)


Siccome questa settimana ho parlato di Pinocchio: Unstrung, e visto che la challenge settimanale lasciava libera scelta, oggi vi beccate due righe su Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (Winnie-the-Pooh: Blood and Honey 2), diretto e co-sceneggiato dal regista Rhys Frake-Waterfield.

TRAMA

Dopo gli omicidi del Bosco dei 100 acri, Christopher Robin ha tentato di rifarsi una vita come infermiere, ma tutti pensano sia un assassino. Almeno finché Pooh e i suoi mostruosi compagni non decidono di uscire dal bosco...

RECENSIONE

Torna, con un titolo italiano che farebbe la felicità di Antonio Albanese, l'orsetto non ricchione preferito dal webbe. Una volta avevamo gli Sharknado, oggi il Twisted Childhood Universe, e non so dirvi se si stava meglio prima oppure no. Quel che è certo è che i realizzatori di Sharknado sapevano di avere per le mani una puttanata col botto e hanno sempre giocato la carta, più o meno efficace, dell'ironia, mentre Rhys Frake-Waterfield crede di essere Wes Craven e si approccia alle opere da lui prodotte con la stessa baldanza e ancor più serietà, nonostante sia privo di qualsiasi capacità artistica. Qui, addirittura, si scomoda il metacinema: per giustificare le orrende maschere di gomma utilizzate in Winnie the Pooh: Sangue e Miele nonché il cambio dell'interprete di Christopher Robin, l'azione viene spostata avanti nel tempo, abbastanza perché la strage perpetrata da Pooh e soci sia già diventata leggenda e materia di riduzioni cinematografiche. Pertanto, gli schermi televisivi dei protagonisti proiettano Winnie the Pooh: Sangue e Miele in svariate occasioni, e più volte viene nominato il film in questione, con sommo scorno di Christopher Robin, ormai considerato il matto del paese, o il serial killer quando gli dice proprio male. Ovviamente, come noi sappiamo, Winnie the Pooh e soci esistono davvero anche se, plot twist shyamalano da me indovinato al minuto 41, la loro storia non è proprio quella che avevamo conosciuto nel primo film. Ad affiancare Pooh e Pimpi nelle loro sanguinose scorribande, questa volta troviamo il beniamino Tigro e un altro bestio al quale, per dare un volto disneyano, sono dovuta andare su Wikipedia, ovvero il gufo Uffa. E l'onomatopea in questione è proprio quella che è uscita più volte dalle mie labbra nel corso della visione. Winnie the Pooh: Sangue e Miele era una vaccata splatter al sapor di silicone, ma correva come un treno da un'efferatezza all'altra, qui invece Rhys Frake-Waterfield cerca di "nobilitare" la faccenda con noiosissimi intermezzi psicoanalitici e onirici, tentando persino di dare un background a Christopher Robin e famiglia, e i mostriciattoli del boschetto della sua fantasia si scatenano ben poco. Oppure, forse, lo fanno ma io non sono riuscita a vederli.

I realizzatori avranno, infatti, anche avuto il budget pompato, ma dev'essere andato tutto a discapito del direttore della fotografia, che invece di smarmellare ha pensato bene di giocare di sottrazione in ogni scena notturna (e ce ne sono parecchie). Il risultato, innanzitutto, è che Tigro e Pooh sono indistinguibili l'uno dall'altro a meno che non ci siano campi medi che li mostrino vestiti oppure che non si senta la voce di Tigro (che a me è sembrata intercambiabile a quella di Uffa, per inciso, una parodia del Freddy Krueger ciarliero), e poi non si capisce un belino nel corso della maggior parte delle mattanze, salvo qualche dettaglio particolarmente cruento in alcune scene. Se non altro, il make-up migliorato delle creature fa sì che Pooh non sembri più un rattuso idiota con una maschera di gomma in faccia, mentre Uffa fa molto Anjelica Huston in Chi ha paura delle streghe?, ma sono gli unici due aspetti positivi in un film sciatto a livello di sceneggiatura e, soprattutto, di attori. Con tutto l'amore che provo per l'accento inglese più stretto, non puoi pretendere di ingaggiare solo persone che biascicano con delle patate in bocca, stelline siliconate o cristiani inespressivi, conficcando peraltro l'ultimo chiodo nella bara della carriera di Simon Callow, uno che ha partecipato ad Amadeus, per Dio! Di più, il finale del film è apertissimo e persino minaccioso: illustrazioni ben più belle di tutto ciò che è stato mostrato fino a quel momento introducono Peter Pan's Neverland Nightmare (già uscito da anni anche in Italia. Probabilmente non ci avete fatto caso ma la psichiatra di Christopher si chiama Mary Darling), Bambi: The Reckoning e Pinocchio: Unstrung. Quest'ultimo l'ho apprezzato, come sapete, di Bambi mi se ne dice bene, ma ho il serio timore che Peter Pan mi farà male, male, male da morire. Ma chissà quando riuscirò a finire la saga! 

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Rhys Frake-Waterfield ho già parlato QUI mentre Simon Callow, che interpreta Cavendish, lo trovate QUA.

CURIOSITÀ

Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele è il seguito di Winnie the Pooh: Sangue e Miele, se vi piace il genere recuperatelo, altrimenti evitate, ma recuperate senza indugio Pinocchio: Unstrung! ENJOY!



martedì 15 settembre 2026

Pinocchio: Unstrung (2026)


Non lo volevo nemmeno vedere, poi Lucia e Silvia ne hanno parlato con affetto, quindi ho recuperato Pinocchio: Unstrung, diretto e sceneggiato dal regista Rhys Frake-Waterfield.

Trama

Per risollevare il morale del nipote James, dopo la morte dei genitori e del migliore amico, Geppetto decide di fargli conoscere Pinocchio, un ragazzino di legno creato da lui. Tutto andrebbe per il meglio, non fosse che il desiderio di Pinocchio è diventare umano a sua volta...

Recensione

Non avevo voglia di guardare Pinocchio: Unstrung perché la mia fiducia nei confronti di Rhys Frake-Waterfield era pari a zero. Dopo l'inguardabile Winnie the Pooh: Sangue e miele e il suo seguito/reboot leggermente migliorato, Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (di cui non ho ancora parlato sul blog) il cosiddetto Twisted Childhood Universe mi aveva abboffata oltremisura. Il problema principale riscontrato durante la visione dei film dedicati all'orsetto rattuso era la totale mancanza di ironia a fronte di make-up ed effetti speciali al limite del decente e degli attori canini, mentre l'unico pregio del progetto TCU era una sfacciata esibizione di gore e violenza. Per fortuna, Rhys Frake-Waterfield deve avere udito i miei improperi, perché Pinocchio: Unstrung di serio ha poco o nulla. Certo, c'è la necessaria quota da pagare per il progetto "universo condiviso" che dovrebbe prima o poi condurre a Poohniverse: Monsters Assemble, con tutta una mitologia non meglio chiarita legata alla nascita di Pinocchio e dell'inquietante Wood Mother che, se non ho capito male, dovrebbe coinvolgere anche il creatore degli ibridi visti in Winnie the Pooh, ma sono dettagli che non rovinano il divertimento. In buona sostanza, Pinocchio: Unstrung è un rozzo coming of age in cui il burattino titolare, dopo aver cercato di diventare umano nel modo peggiore (per gli altri), impara a capire la differenza tra bene e male e ad accettare la propria unicità (forse). All'interno del percorso di crescita, come succede in quasi tutte le versioni di Pinocchio, il burattino incapperà in pochi buoni amici e troppi consiglieri fraudolenti, con un paio di aggravanti: gli amici, in Pinocchio: Unstrung, sono delle minchie di mare, e i consiglieri fraudolenti degli psicopatici da primato, come se già non bastasse quel minimo sindacale di devianza mentale di cui il burattino è dotato già in partenza. A farne le spese è chiunque si azzardi a fare del male, anche poco, al piccolo James, come accadeva nel reboot de La bambola assassina... solo che a Chucky piacerebbe essere matto in culo come il Pinocchio di Rhys Frake-Waterfield!

La più recente incarnazione di Pinocchio non ha, infatti, la minima remora morale e vuole solo divertirsi come un bambino, mettendo a frutto quelle poche "lezioni" di anatomia impartitegli dall'amichetto James per raccogliere quanto serve per diventare "vero". Mai mi sarei aspettata, all'interno di un film diretto da Rhys Frake-Waterfield, di trovare la sequenza più TW del 2026, una roba atroce che ha rischiato di farmi svenire in poltrona mentre con le mani cercavo di capire se la mia faccia aveva ancora tutto al suo posto. Obiettivamente, per quanto mi riguarda, la sequenza nello studio dentistico non ha rivali, e tutto il resto è la sagra dello humour nero e della cattiveria fuori scala, uniti ad effetti speciali deliziosi, interamente o quasi affidati ad artigiani che hanno evitato la CGI come la peste, e si vede. Questo è uno dei motivi per cui Pinocchio: Unstrung va visto, perché è ben raro al giorno d'oggi questo amore per gli effettacci splatter di una volta, e tale dedizione va ricompensata. Cascate male, invece, se decidete di salire sul treno di Pinocchio: Unstrung per godervi l'interpretazione di Robert Englund, perché il grillo è ben poco parlante. Detto ciò, a parte gli amici in carne e ossa di James (la versione discount di Dudley Dursley, apprezzabile solo per la cattiveria con cui viene trattato, e l'unica studentessa delle superiori che sembra una vecchia di 30 anni), gli attori che partecipano a Pinocchio: Unstrung sono molto meglio degli scappati di casa che infestavano i primi due film del Poohniverse, per non parlare poi della presenza di Richard Brake. Se Pinocchio è "unstrung", il suo Geppetto è "unhinged", e anche se mi fa riderissimo l'idea di un riccastro inglese che di nome fa Geppetto (se quello fosse il cognome sarebbe ancora peggio, ché James Geppetto non si può sentire), l'attore non si risparmia e, da un certo punto in poi, dà vita ad uno dei suoi tipici personaggi allucinanti e disgustosi che tutti i fan dell'horror hanno imparato ad amare. Non avrei mai pensato di scriverlo sul mio blog ma guardate Pinocchio: Unstrung perché ne vale proprio la pena. Io, intanto, proverò a dare una chance agli altri film del Poohniverse che mi mancano!

Cast

Del regista e sceneggiatore Rhys Frake-Waterfield ho già parlato QUI. Richard Brake (Geppetto) e Robert Englund (voce del Grillo) li trovate invece ai rispettivi link.
 

Curiosità

Scott Chambers, che interpreta Christopher Robin, riprende il ruolo da Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele, che vi consiglio di recuperare, se vi è piaciuto Pinocchio: Unstrung, assieme a Winnie the Pooh: Sangue e Miele, Peter Pan: Incubo nell'isola che non c'è e Bambi: La Vendetta. ENJOY!

venerdì 11 settembre 2026

2026 Horror Challenge: Matango il mostro (1963)


Il tema della challenge settimanale era KAIJU, quindi ho scelto il film Matango il mostro (マタンゴ - Matango), diretto nel 1963 dal regista Ishiro Honda e tratto dal racconto The Voice in the Night di William Hope Hodgson.

Trama

Sette persone naufragano con lo yacht su un'isola deserta e avvolta da una nebbia perenne. Alla ricerca di cibo ed acqua, ritrovano il relitto di una nave, divorato dalla muffa e dai funghi...

Recensione

Come spesso succede, i suggerimenti della challenge su Letterboxd sono un po' imprecisi. Al di là dell'uso occidentale della parola "kaiju", che solitamente noi riserviamo ai mostri giganti tipo Godzilla, è difficile far rientrare Matango anche all'interno del significato letterale di "kaiju", ovvero "strane bestie". Questo perché il Matango del titolo originale è un fungo e, a parte un gabbiano e una tartaruga senza occhi, all'interno del film non ci sono animali, tranne forse l'uomo. Dando per buona quest'ultima considerazione, effettivamente i personaggi di Matango sono proprio delle bestie strane, come dimostra la sceneggiatura di Takeshi Kimura, che sfrutta l'elemento horror e lo stress da isolamento per mettere in scena quella che è, a tutti gli effetti, una lotta di classe. All'interno di uno yacht si riuniscono il ricco proprietario, uno scrittore non particolarmente famoso, una bellissima cantante, un professore universitario con la sua allieva, uno skipper e un uomo di fatica. Il morale è alto e tutti sono amici, finché, dopo una tempesta che danneggia gravemente lo yacht, i sette fanno naufragio su un'isola immersa nella nebbia, all'interno della quale ci sono sì torrenti di acqua dolce, ma nulla o quasi da mettere sotto i denti. Pur riuscendo a trovare del cibo in scatola all'interno del relitto di una nave, la quantità è assai scarsa per sette persone, e non solo; la struttura è invasa da una muffa tenace e da misteriosi funghi che il diario di bordo vieta chiaramente di mangiare, mentre di notte vagano creature deformi che potrebbero essere frutto di allucinazioni, eppure sembrano tremendamente reali. Ce n'è abbastanza per scatenare una cabin fever coi fiocchi, che fa tornare a galla il rigido classismo della società giapponese ed erode le regole basilari della convivenza sociale. Accecati da una fame sempre più nera, i naufraghi faticano a rimanere razionali; mentre il ricco si aggrappa, inutilmente, a privilegi che lì non hanno ragione di esistere, il povero o il frustrato cercano riscatto per una vita ingrata approfittando di un luogo dove le convenzioni sociali non esistono più, e di una situazione che, secondo loro, li rende liberi di dare sfogo ai loro istinti più bassi. Buona parte dell'orrore o, meglio, dell'inquietudine presente all'interno del film, non ha nulla a che vedere con l'aspetto horror/fantascientifico della trama. La possibile presenza di fantasmi o mostri, assieme alla disgustosa proliferazione fungina, è un ulteriore "disagio" che accelera le violente dinamiche negative all'interno del gruppo, ma non è quello fondamentale. Le due cause scatenanti sono, infatti, fame ed isolamento, che consentono all'elemento weird di insinuarsi persino come possibile fonte di salvezza od evasione. 

Fame e stanchezza spingono Yoshida, lo scrittore, a mangiare per primo i funghi. E' un atto di disperata ribellione, un modo per giustificare il compimento di future azioni mostruose, compiute dopo aver rinunciato volutamente alla propria umanità. Benché Yoshida (come del resto il riccastro, l'uomo di fatica e la cantante) venga connotato fin dall'inizio come un personaggio negativo o comunque borderline, il pessimismo di Matango sottolinea come questo tipo di debolezza, questo desiderio di arrendersi egoisticamente al "male" per cancellare le sofferenze fisiche e mentali, sia comune al 90% dell'umanità, con qualcuno che lo maschera meglio di altri. Il finale, in tal senso, è emblematico, e arriva come un'ulteriore doccia fredda dopo un'allucinata sequenza di puro terrore in cui, finalmente, lo spettatore riesce a vedere l'effetto del "matango" in tutta la sua gloria. Furbescamente, Honda centellina le apparizioni dei mostri lasciandoli spesso nella penombra, oppure nascondendoli in parte dietro alberi, porte ed oblò, così da garantire l'effetto shock di una foresta di funghi giganti semoventi che sembra uscita dritta da un'allucinazione da... beh, da funghi. E' un cerchio che si chiude, la versione ancora più in acido dell'Isola dei Lotofagi, dove gli esseri umani sostituiscono la realtà con kitschissime visioni di sfarzo ed opulenza, mentre vengono puniti per i danni inflitti alla natura (nel corso del film viene detto che l'isola era probabilmente luogo di esperimenti nucleari), trasformandosi in ciò che non riescono a smettere di mangiare. Tornando alla questione linguistica dell'inizio: no, Matango non è un kaiju eiga, è più un thriller psicologico con mostri, un ibrido tra horror, dramma e fantascienza. Sono comunque contenta di averlo visto, sia perché il vintage nipponico mi da sempre enormi gioie, sia perché è un'opera che spinge a riflessioni interessanti, anche se avrei preferito più fungoni mostruosi e meno dialoghi. Se la mia recensione vi ha incuriosito, sappiate che, al momento della pubblicazione del post, Matango si trova gratis su Plex. La qualità video non è delle migliori, ci sono un po' di interruzioni pubblicitarie e la lingua è esclusivamente in giapponese con sottotitoli inglesi, ma ho paura che non esistano versioni DVD o bluray adatte ai lettori italiani, quindi bisogna accontentarsi!

Cast

Ishiro Honda è il regista del film. Giapponese, ha diretto film come Godzilla, Il re dei mostri, Rodan il mostro alato, Mothra, Frankenstein alla conquista della Terra, Distruggete Kong! La Terra è in pericolo, Godzilla il re dei mostri e Sogni. Anche sceneggiatore, montatore e attore, è morto nel 1993. 

Curiosità

Tutti o quasi i membri del cast avevano già o hanno in seguito collaborato con Honda all'interno di altri kaiju eiga. Il film era stato quasi vietato in Giappone, perché il make-up dei mostri ricorda molto le deformazioni causate dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Se Matango il mostro vi è piaciuto recuperate L'invasione degli ultracorpi, Terrore dallo spazio profondo, Little Joe, Uomini H e S.O.S. i mostri uccidono ancora. ENJOY!






mercoledì 9 settembre 2026

Coyote vs. Acme (2026)


Ci ha provato la ACME ad impedirmi la visione, approfittando della collaborazione del multisala savonese, palesemente in combutta con la bieca multinazionale. Ma è "bastato" un salto a Genova per poter vedere Coyote vs. Acme, diretto dal regista Dave Green.

Trama

Dopo l'ennesimo, disastroso tentativo di catturare Beep Beep, Wile E. Coyote decide di fare causa alla ditta ACME, da decenni causa dei malfunzionamenti di ogni suo strumento di cattura...

Recensione

Le persone normali aspettavano questo film da tre anni, ovvero da quando la Warner Bros., per ottenere una detrazione fiscale milionaria, aveva deciso di non distribuire il film completato (se qualcuno poi mi spiega il meccanismo dietro una cosa simile gliene sarei grata!). Io lo aspettavo da QUARANTACINQUE anni, perché Wile E. Coyote, genio, è il mio personaggio preferito in assoluto all'interno della nutrita scuderia dei Looney Tunes. Lo amo talmente tanto che da bambina ero arrivata ad associare i nomi dei singoli registi agli episodi migliori, ad un character design più accattivante e curato rispetto ad altri (qualcuno ha detto Chuck Jones?), e ancora oggi non esiste, per me, nulla di più esilarante delle facce sconsolate di Wile E. Coyote davanti alla sfiga cosmica che lo coglie come un tornado ogni volta che tenta di catturare il maledetto Beep Beep che, per quanto mi riguarda, è progenie di qualche demone infernale. L'idea di un lungometraggio interamente dedicato a Wile E. Coyote mi aveva mandata in visibilio, la notizia che il film non avrebbe mai visto la luce mi aveva intristita oltremodo, e posso solo ringraziare (per la prima e credo unica volta nella vita) l'internet per avere sollevato tutte le proteste che hanno concesso a Coyote vs. Acme di vedere la luce. In realtà, appena entrata in sala, la paura era che tante aspettative avrebbero coinciso con una mezza delusione, timori che si sono dissipati dopo la prima sequenza, in cui l'essenza dell'eterna lotta tra coyote e road runner è stata rispettata in tutta la sua purezza. Ma cos'è, in soldoni, Coyote vs. Acme? E' la rivalsa di Wile E. Coyote contro l'azienda il cui nome campeggia da decenni su ogni articolo da lui comprato per corrispondenza, al fine di creare le invenzioni che gli consentirebbero di catturare e mangiare Beep Beep. Disperato dopo l'ennesimo fallimento, Wile E. Coyote vede in TV l'annuncio di un avvocato che promette risarcimenti per situazioni assai simili alla sua, e decide di correre in città per ingaggiarlo. L'avvocato, Kevin Avery, è uno scappato di casa che cerca di fare il minimo sindacale e ha ormai perso ogni fiducia verso se stesso e il suo lavoro, ma in qualche modo Wile riesce a manipolarlo fino a fargli intentare una causa di risonanza nazionale contro la Acme, rischiando di portare a galla segreti che sarebbero dovuti restare sepolti.  

Coyote vs. Acme gioca sullo stesso terreno di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, non solo perché il fulcro della vicenda è la strana alleanza tra un umano che ha toccato il fondo del barile e un cartone animato con un proprio obiettivo da raggiungere, ma perché mescola diversi generi cinematografici"adulti", come l'action, il crime e il procedural, dando vita ad una vicenda dai toni semi-seri, tristemente legata all'attualità. Le megacorporazioni come la ACME sono, purtroppo, una realtà consolidata, e le singole persone, rapportate a questi colossi fatti di nomi altisonanti e figure quasi leggendarie come i loro CEO, ci fanno la figura delle formiche davanti a un gigante. Messe di fronte all'unica cosa che sembra valere davvero a questo mondo, il Dio Denaro, le persone che hanno subito dei soprusi da parte di queste multinazionali chinano il capo, quasi ringraziando per i pochi spiccioli d'indennizzo che, spesso, possono cambiare la vita di chi li riceve, e tentare di smascherare queste entità per ciò che sono sembra, davvero, il tormento di Sisifo. Una fatica inutile, un raggiungere la cima del monte spingendo una gigantesca pietra, solo per poi dover ricominciare da capo, ancora, ancora e ancora. Che è poi quel che fa il povero Wile ogni volta che tenta di catturare Beep Beep, scontrandosi contro la colossale pietra della sfiga cosmica, inaspettatamente aiutata da una Acme per la quale il povero coyote è una mucca da mungere, un numero particolarmente remunerativo da spremere fino all'osso. Alla domanda che gli insensibili si pongono da sempre, ovvero "perché Wile, invece di spendere soldi comprando trabiccoli inutili, non li usa per mangiare?", il film offre l'unica risposta possibile, veicolando un necessario messaggio di resilienza, orgoglio, costanza e rispetto di ciò che per altri è importante, anche se a noi sembra una cosa assurda. Sfido chiunque a non commuoversi fino alle lacrime sul finale e a lasciare un pezzettino di cuore non solo a Wile, ma anche a un altro essere insospettabile.

E rimanendo in tema "esseri", passando però a cose più facete, Coyote vs. Acme punta a deliziare i fan dei Looney Tunes con una serie di guest star da primato, senza limitarsi ad un freddo elenco di personaggi da spuntare. Al di là dei "soliti" Bugs Bunny e Daffy Duck (non fraintendetemi: il coniglio lo farei in fricassea, ma il papero è secondo, tra i miei preferiti), altri Looney Tunes vengono messi sotto i riflettori in ruoli per loro inusuali ma stranamente calzanti; Foghorn Leghorn in primis, ma anche Titti e un'insospettabile nonnina, quest'ultima legata a un personaggio che non si vedeva su schermo da almeno 20 anni. Tra gag "fisiche" iconiche ma sempre riuscitissime, perfette per bambini e adulti, e nuove strizzate d'occhio ai più grandicelli (la battuta sui predatori mi ha annientata), Coyote vs. Acme ha parecchi momenti in cui si ride davvero di cuore, non solo grazie ai cartoni animati ma anche ai loro colleghi umani. Will Forte è un'ottima spalla per Wile e John Cena ormai ha dei tempi comici praticamente perfetti, ma chi non sbaglia un colpo da decenni è sempre P.J. Byrne, che nei panni del servile avvocatucolo della multinazionale regala gioie immense. Tecnicamente parlando, Coyote vs. Acme è molto bello. Talvolta l'interazione tra animazione e immagini live action non è proprio ineccepibile, però non ci sono mai momenti in cui si ha la sensazione di guardare una roba finta, zeppa di CGI inguardabile, e le mattane animate per le squallide strade di Albuquerque sembrano poter accadere davvero, tanto i realizzatori sono stati attenti ai dettagli e a tutto ciò che accade sullo sfondo dell'azione principale. Che dire, io ormai ho 45 anni e i tempi di Chi ha incastrato Roger Rabbit? sono lontani, ma non mi  stupirei se qualche bambino tra i meno smaliziati si convincesse del fatto che Abuquerque sia una nuova Cartoonia, allo stesso modo in cui mi ero illusa io prima che mamma mi rivelasse una triste verità. Anche se i cartoni animati non potranno mai interagire con noi, Coyote vs. Acme è la prova che non bisogna mai abbandonare i propri sogni, né smettere di lottare per ciò che crediamo giusto... che ci vogliano tre anni o una vita intera, e anche se le fredde multinazionali ci mettono i bastoni tra le ruote!

Cast

Di Luis Guzmán (Giudice Troppogrosso), P.J. Byrne (Bill Pelicanos) e Kenneth Choi (Oscar Jeon) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Dave Green è il regista del film. Americano, ha diretto film come Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra. Anche produttore e montatore, ha 43 anni. 

Curiosità

Lo studio legale Avery, Jones and Maltese è un omaggio agli storici animatori della Warner Bros Tex Avery, Chuck Jones e Michael Maltese, questi ultimi proprio creatori del personaggio di Wile E. Coyote. Se il film vi è piaciuto recuperate Chi ha incastrato Roger Rabbit? e Space Jam. ENJOY! 

martedì 8 settembre 2026

Notte Horror 2026: La casa 7 (1989)


A causa del mega-problema avuto quest'anno col blog avevo pensato di lasciare perdere tutto e non partecipare nemmeno alla Notte Horror. Poi ho riflettuto, arrivando alla conclusione che non sono di certo io a dover scomparire come se avessi fatto qualcosa di male, quindi eccomi qua per il tredicesimo anno consecutivo a celebrare i filmacci del ciclo Notte Horror. Il mio compagno questa sera è La stanza di Gordie, che vi parlerà di Rawhead Rex, mentre io sono rimasta in territori più casalinghi, e ho scelto, per l'appunto, La casa 7 (The Horror Show, anche conosciuto come House III: The Horror Show), diretto nel 1989 dal regista James Isaac. ENJOY!

Trama

Il detective McCarthy cattura il killer Max Jenke, il quale viene condannato alla sedia elettrica. Appena prima di morire, Jenke giura vendetta a McCarthy e gli si insedia in casa come spirito, rovinandogli famiglia e carriera...

Recensione

Voi forse non avete idea della confusione provata, a inizio anni '90, quando Notte Horror aveva mandato in onda La casa 7. Nonostante la mancanza di internet, tra un passaggio televisivo e l'altro avevo più o meno tenuto conto della quantità di "case", ed ero rimasta molto male quando mi ero resa conto di essermi persa la sesta. Ed ero anche rimasta perplessa dal fatto che La casa 7, a differenza di quelle originali e di quelle apocrife, sarà anche stata ambientata in una casa, appunto, però sembrava più una versione di Sotto Shock, uscito all'estero lo stesso anno ma, probabilmente, arrivato in Italia un po' prima del film di James Isaac. Col tempo ho imparato di non potermi fidare della numerazione di questa saga, e anche che La casa 7 non c'entra effettivamente nulla né con le opere di Raimi, né con gli apocrifi italiani, né con la serie House, di cui avrebbe dovuto essere il terzo capitolo, come leggerete nelle "Curiosità". Quindi a cosa serve La casa 7? Ecco, bella domanda. Il film di James Isaac, prodotto da Sean S. Cunningham, è la storia di una vendetta postuma, perpetrata ai danni del detective McCarthy dal serial killer Max Jenke dopo essere stato fulminato sulla sedia elettrica. Siccome il DVD edito dalla Magic Memory non è dotato, mortacci loro, di sottotitoli per l'audio inglese, ammetto di essermi persa la spiegazione di come abbia fatto Jenke a dotarsi del potere di diventare spirito (c'è tutta una supercazzola legata all'elettricità ma non fatemi entrare nei dettagli), ma è poco importante ai fini della trama. La cosa fondamentale è che Jenke si insedia in casa di McCarthy e, approfittando del fatto che il detective è già guardato con sospetto da famiglia e colleghi a causa di un'importante PTSD causata proprio dall'indagine su Jenke, gli incasina ancor più la testa facendolo passare per matto in culo grazie a una serie di allucinazioni ben piazzate. A differenza di Horace Pinker che si limitava a possedere la gente, Jenke è un Freddy Krueger ancora più potente, capace di modificare la realtà, trascinare le vittime nella sua dimensione, imitare voci, profondersi in esibizioni da stand-up comedian e chi più ne ha più ne metta. L'unica cosa che Jenke non fa è tenere fede alla sua fama di sanguinario figlio di puttana omicida, il che significa che il film è una menata senza fine, salvata solo da un inizio e un finale scoppiettanti e zeppi di momenti ad alto tasso di gore.

Ciò che impedisce a La casa 7 di scadere nell'ignominia perpetua sono, in primis, gli effetti speciali dello studio KNB EFX Group, fondato da Kurtzman, Nicotero e Berger, che si possono gustare nel corso del flashback in cui McCarthy entra in un incubo fatto di corpi smembrati e teste mozzate, nella sequenza della sedia elettrica, nell'esilarante scena del tacchino, e in tutti i momenti in cui il finale ricorre al body horror "spinto", con idee che avrebbero fatto la felicità di Cronenberg. L'altra cosa che salva La casa 7 dal dimenticatoio è la presenza di Lance Henriksen e Brion James all'interno di un cast di attori mediamente cani (tra l'altro, il DVD che ho io pubblicizza in maniera massiccia il nome di Dedee Pfeiffer, che interpreta la figlia di McCarthy, invece che di Brion James, e continuo a chiedermi perché). Henriksen si profonde in un'interpretazione che, negli ultimi 20 anni, sarebbe stata molto più consona per l'overacting di Nicolas Cage, ma se non altro crede fermamente in quel che fa e ci mette tutto l'impegno che un film simile non meriterebbe nemmeno per sbaglio. Brion James, dal canto suo, dipende molto da quanto lo spettatore ha voglia di prenderlo sul serio. L'idea di un serial killer dotato della risatina fessa di uno Skeletor qualsiasi a me fa molto ridere, e in questo contesto l'attore non riesce ad incutermi né timore né inquietudine, ma ammetto di apprezzare molto questi tocchi cheesy all'interno di un horror anche ambizioso, quindi sono rimasta soddisfatta. Purtroppo per lui, James non è né Mitch Pileggi né, tantomeno, Robert Englund, e il suo gigioneggiare mostra tutti i limiti di un attore nato per i ruoli di malvagio glaciale, quindi altri spettatori potrebbero non essere così indulgenti. La casa 7 è un film che ovviamente non inserirò mai nel novero dei cult da Notte Horror, ma è un'opera alla quale sono molto legata, perché è stato il primo e unico horror propinato ad una delle mie migliori amiche, che ancora oggi mi odia per averla costretta a tale supplizio, come dimostrano i messaggi Whatsapp che ci siamo scambiate durante il mio rewatch dopo 30 e fischia anni. Il contrappasso di questo odio è di essersi trovata un marito che ama gli horror e avere generato un figlio ugualmente traviato, ma mica sarà colpa mia, giusto? Ti voglio bene, Paola!!  

Cast

Di Lance Henriksen (Detective Lucas McCarthy) e Brion James (Max Jenke) ho già parlato ai rispettivi link.

  • James Isaac è il regista del film. Americano, ha diretto film come Jason X e Skinwalkers - La notte della luna rossa. Anche tecnico degli effetti speciali, produttore e attore, è morto nel 2012.
  • Dedee Pfeiffer interpreta Bonnie. Americana, sorella di Michelle Pfeiffer, ha partecipato a film come Tutto in una notte, Un giorno di ordinaria follia e a serie quali La signora in giallo, Seinfeld, Ellen, Friends. CSI - Scena del crimine, La zona morta, CSI: NY, E.R. - Medici in prima linea e Supernatural. Anche produttrice, ha 62 anni. 

Curiosità

Lewis Arquette, che interpreta il tenente Miller, è il patriarca degli Arquette ed era comparso accanto al figlio David in Scream 2. Kane Hodder ha fatto da stuntman a Brion James in alcune scene. James Isaac ha sostituito il regista originale del film, David Blyth, dopo che quest'ultimo è stato licenziato poco dopo l'inizio della produzione. Il film avrebbe dovuto essere il sequel ufficiale di Chi è sepolto in quella casa? e La casa di Helen, ma non ha nulla a che vedere con i capitoli precedenti; infatti, la MGM voleva ricominciare da capo e ha chiesto di modificare pesantemente la sceneggiatura introducendo un nuovo boogeyman potenzialmente iconico, re-intitolando il film The Horror Show. Nel 1992 è poi uscito, per il mercato dell'home video, House IV - Presenze impalpabili, seguito diretto di Chi è sepolto in quella casa?. Se La casa 7 vi fosse piaciuto recuperate quindi piuttosto Sotto Shock e Pentagram, che ho già visto e conosco, e aggiungete i per me sconosciuti Prison e L'occhio della morte, magari da segnarsi per le prossime Notti Horror.

Notte Horror 2026

E' toccato a me chiudere la rassegna, ma di seguito trovate tutti i film di cui hanno parlato i miei esimi colleghi, di cui vi consiglio di recuperare i post! Al prossimo anno (spero)!





venerdì 4 settembre 2026

2026 Horror Challenge: The Hitcher - La lunga strada della paura (1986)


La challenge horror settimanale voleva un film uscito nel 1986, così ho deciso di festeggiare i 40 anni di The Hitcher - La lunga strada della paura (The Hitcher), diretto dal regista Robert Harmond.

Trama

Un ragazzo dà un passaggio a un autostoppista che, in realtà, è un folle killer. Dopo essere miracolosamente fuggito alle sue grinfie, il ragazzo viene perseguitato dall'autostoppista e ingiustamente accusato dei delitti da lui commessi...

Recensione

Ormai la mia memoria è andata. Mi sembra strano che non avessi mai visto prima di qualche giorno fa The Hitcher, eppure più ci penso più mi vengono in mente solo le locandine e le pubblicità su TV Sorrisi e Canzoni e basta. Quindi, do per buono, vergognosamente, di aver affrontato per la prima volta The Hitcher all'età di 45 anni, e sono felicissima di averne avuto, finalmente, l'opportunità, nonostante l'atroce dubbio che la versione disponibile su Prime Video sia tagliata. Spero di sbagliarmi ma, a prescindere, The Hitcher mette un'angoscia maledetta anche senza mostrare più del necessario. Per chi, come me, o non avesse mai visto il film o si fosse dimenticato di averlo fatto, The Hitcher inscena un terribile gioco tra gatto e topo ai danni del giovane Jim. Bello ed ingenuo, Jim si è messo in viaggio per consegnare una macchina a San Diego e, dopo aver rischiato di addormentarsi durante il tragitto, decide di caricare un autostoppista che possa tenergli compagnia. Quest'ultimo si rivela, purtroppo per Jim, un pazzo omicida il quale, dopo non essere riuscito ad ucciderlo per puro caso, si mette a perseguitarlo, arrivando al punto da incastrarlo per gli omicidi da lui commessi. L'agghiacciante meccanismo di pura tensione che è The Hitcher non risiede tanto nell'attesa che John Ryder, prima o poi, compaia su qualche macchina lanciata a folle velocità per uccidere Jim, quanto piuttosto nel modo subdolo con cui il killer priva il ragazzo di ogni minima speranza di aiuto o salvezza. Più volte, infatti, Ryder risparmia la vita di Jim, solo per farlo piombare in una nera disperazione che nulla ha a che fare con la morte (o, almeno, non la sua); beffardo e, in qualche modo, "paterno" nel suo desiderio di educare Jim, Ryder arriva persino al punto di mettergli delle monete sugli occhi (un obolo per il traghettatore dei morti) per sottolineare il suo desiderio di uccidere la parte ingenua ed infantile del ragazzo, di costringerlo ad abbracciare un'oscurità e un male percepiti come inevitabili. Privo di un nome reale, John Ryder potrebbe davvero essere l'incarnazione del male che si annida nel mondo, una macchina di morte senza motivazioni né origini, e per questo assolutamente casuale nelle modalità e nei tempi con cui dispensa violenza e orrore. La battaglia tra lui e Jim va dunque oltre il livello fisico, nonostante l'ampio utilizzo di armi da fuoco e lame affilate, e si concretizza in un'oscurità che divora, lentamente ma inesorabilmente, l'animo del ragazzo, lasciandolo solo ad affrontarla anche mentre scorrono i titoli di testa. 

La cosa che più colpisce, dopo 40 anni, è la lucidità con cui questa perdita di innocenza e questo viaggio nell'orrore vengono messi in scena, rifuggendo l'estetica anni '80 e i cliché del sottogenere slasher a cui The Hitcher è stato erroneamente ascritto. Robert Harmon, regista che poi si è inspiegabilmente perso, cattura la brulla bellezza dei paesaggi naturali "all-american" tagliati da strade infinite, prende la loro familiarità e li trasforma in qualcosa di alieno, una dimensione altra dove gli umani non posso entrare e, quando lo fanno, è a loro rischio e pericolo. E' come se, addormentandosi, Jim avesse sconfinato in un universo parallelo e, ad ogni tentativo di fuggire, si portasse dietro Ryder nella realtà, con tutte le terribili conseguenze del caso, per lui e per gli altri. Questo aspetto onirico della regia e della narrazione porta lo spettatore a sentirsi a tratti confuso; per esempio, durante il secondo incontro tra Jim e Ryder, nella stazione di servizio abbandonata, in mezzo alla nebbia, ero convinta che il ragazzo si sarebbe prima o poi svegliato, mentre l'intera sequenza nella stazione di polizia sembra presa di peso da uno dei vari Nightmare, tanto è surreale la situazione in cui viene a trovarsi il protagonista. E poi, ovviamente, c'è lui. Rutger Hauer, bello come il sole, tremendamente affascinante nonostante sia l'interpretazione dell'attore che la sceneggiatura diano l'idea che Ryder sia un buco nero, una fredda macchina di morte. Eppure, Hauer ha talmente tanto carisma che si mangia qualunque altra presenza nel film, anche il povero C. Thomas Howell, il quale a meno di vent'anni ha comunque interpretato egregiamente la terribile trasformazione psicologica che subisce Jim. "Iconico" è una parola ormai abusata, che sono arrivata a non apprezzare granché, eppure Rutger Hauer in The Hitcher è niente meno che iconico, uno spauracchio che, anche privo di trucco e col solo ausilio di quegli allucinanti occhi di ghiaccio, risulta più terribile di tanti altri mostri che hanno fatto la storia del genere horror. Se anche voi, dopo 40 anni, non avete mai visto The Hitcher o ve lo siete dimenticato (ma, arrivata a questo punto, ne dubito), questo anniversario è un'ottima occasione per recuperarlo ed imparare, una volta per tutte, che la mamma ha ragione: non si caricano gli autostoppisti!!

Cast

Di Rutger Hauer (John Ryder), Jennifer Jason Leigh (Nash) e Jeffrey DeMunn (Capitano Esteridge) ho parlato ai rispettivi link.

  • Robert Harmon è il regista del film. Americano, ha diretto film come Teneramente in tre e They - Incubi dal mondo delle ombre. Anche produttore, direttore della fotografia e sceneggiatore, ha 73 anni.
  • C. Thomas Howell interpreta Jim Halsey. Americano, ha partecipato a film come E.T. - L'extra-terrestre, I ragazzi della 56ª strada, The hitcher II - Ti stavo aspettando, The Amazing Spider-Man e a serie quali Moonlighting, I viaggiatori delle tenebre, Oltre i limiti, E.R. Medici in prima linea, 24, Outcast, The Punisher, The Terror, Criminal Minds, Creepshow e The Walking Dead. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 60 anni e due film in uscita. 

Curiosità

Armin Shimerman, che interpreta il sergente nelle scene dell'interrogatorio, era il preside Snyder di Buffy The Vampire Slayer. Il film ha un seguito, The hitcher II - Ti stavo aspettando, e un remake, The Hitcher. Non avendoli mai visti, non posso consigliarveli, ma potete guardare Duel e, perché no, Wolf Creek. ENJOY!

martedì 1 settembre 2026

Insidious - Fuori dall'Altrove (2026)


Volevo andare a vedere Camp Miasma, ma abito nella maledetta Savona e ho dovuto accontentarmi di Insidious - Fuori dall'Altrove (Insidious: Out of the Further), diretto e co-sceneggiato dal regista Jacob Chase.

Trama

Gemma vive con la figlioletta Maya nella casa dove, un tempo, sua madre si era suicidata dopo avere manifestato pericolosi disturbi mentali. Un giorno, Gemma comincia ad avere incubi terribili che cominciano ad erodere la sua percezione della realtà...

Recensione

Come forse saprete, la saga di Insidious non è mai stata tra le mie preferite, l'ho sempre trovata piuttosto noiosa, preferendole il franchise di The Conjuring. Di fatto, sono andata al cinema senza ricordare nemmeno l'ultimo film, La porta rossa, portandomi dietro solo un'infarinatura generica comprendente un ricordo piuttosto chiaro di cosa fosse la dimensione chiamata "Altrove" e, ovviamente, di chi fosse la sensitiva Elise Rainier. Se in Fuori dall'Altrove c'erano degli easter egg, salvo forse la comparsa di un paio di demoni che mi è parso di riconoscere, non li ho ovviamente colti, ma poco importa perché l'ormai sesto capitolo della saga è un'opera che si regge abbastanza sulle sue gambe e che può essere apprezzata anche senza conoscere i film precedenti. Chiuso il capitolo Lambert, infatti, Fuori dall'Altrove introduce un nuovo personaggio, Gemma, un'igienista dentale con un'infanzia segnata da una madre morta suicida dopo essere impazzita. Nonostante i giusti consigli del fidanzato, che spesso la esorta ad abbandonare una casa così piena di dolore e cupi ricordi, Gemma si ostina a vivere lì assieme alla figlia Maya. La loro vita scorre serena, finché Gemma comincia a sognare l'oscura dimensione denominata "Altrove", dove risiedono i demoni e i morti che non riescono ad andare nell'aldilà; ancor peggio, gli incubi si rivelano qualcosa di peggiore, arrivando persino ad alterare la percezione della realtà di Gemma e a spingerla verso una progressiva follia che rischia di farla diventare come sua madre, alienandola dalla spaventata Maya. Ovviamente, dietro queste visioni ed incubi c'è qualcosa che non vi sto a spoilerare, ma fondamentalmente Gemma ha una caratteristica in più rispetto ai "fortunati" membri della famiglia Lambert che scivolavano inconsapevolmente nell'Altrove, e ciò la rende uno strumento indispensabile per ciò che lì dimora. A livello di "paura" per lo spettatore, questa caratteristica di Gemma si traduce in un confine ancora più sottile tra realtà e Altrove, tra sogno, veglia e visione, risultando (almeno per quanto mi riguarda) più coinvolgente e divertente rispetto ai precedenti capitoli; inoltre, il pregio di Fuori dall'Altrove è l'introduzione di un paio di personaggi assai barocchi, sia vivi (più o meno) che morti, che aumentano di un paio di tacche il tasso di disgusto e di cheesiness dell'intera operazione. Certo, quest'ultimo aspetto deve entrare in risonanza con spettatori pronti a stare al gioco e ad apprezzare questi tocchi weird, come la sottoscritta, mentre gli altri rischiano di giudicare Fuori dall'Altrove ancora più scemo dei film che lo hanno preceduto.

Oltre a questo, capisco anche che molti spettatori disprezzeranno Fuori dall'Altrove per la sua natura derivativa. Per quanto mi riguarda, se vengono frullati gli ingredienti giusti mangio tutto volentieri, e l'ultimo capitolo di Insidious aggiunge, agli elementi tipici della saga, anche suggestioni da molti altri film horror passati e presenti. Da Nightmare a The Dentist, entrambi ampiamente citati e saccheggiati, si passa ad una delle sequenze più particolari, quella in cui Gemma si perde all'interno di un fortino di cuscini, in cui molti hanno visto un richiamo a Backrooms ma che a me ha riportato alla mente il poco conosciuto e geniale Dave Made a Maze, tutti piccoli tocchi che ravvivano una regia tutto sommato ordinaria, che però dà molta importanza ai colori (soprattutto il rosso) e ad un sonoro insinuante. Rispetto agli altri film della saga, mi è sembrato si sia posta una maggiore attenzione anche al character design dei personaggi, affidati ad attori dal sembiante particolare, o ad un make-up ispirato. I tre vecchietti che campeggiano in tutte le foto promozionali, per esempio, sono un colpo di genio che offre parecchie soddisfazioni durante la visione, e il demone "capo", Cyrus (a furia di trovare citazioni, non riuscivo a smettere di pensare a Con Air), supera in figaggine il Lipstick-Face Demon dei primi capitoli in quanto frutto illegittimo di una misteriosa unione tra Alice Cooper, Iggy Pop e il Bughuul di Sinister. Gli attori principali, invece, sono abbastanza dimenticabili. Benché sia sempre bello vederla sul grande schermo, Lin Shaye ormai passa giusto a ritirare l'assegno, e l'unica cosa che mi ha colpita è l'incredibile somiglianza della protagonista, Amelia Eve, con una giovane Naomi Watts. In definitiva, credo che Insidious - Fuori dall'Altrove sia un dignitoso horror commerciale che potrebbe accontentare sia i fan che lo spettatore occasionale. Quest'anno ho visto di meglio, anche per quanto riguarda il non-elevated horror, però mi sono divertita, forse perché partivo con aspettative azzerate. Ciò detto, adesso basta mungere la mucca dell'Altrove, per piacere!

Cast

Di Lin Shaye, che interpreta Elise Rainier, ho già parlato QUI.


Curiosità

Amelia Eve, che interpreta Gemma, era la Jamie di The Haunting of Bly Manor, mentre Brandon Perea, Nick, ha partecipato al film Nope. Insidious - Fuori dall'Altrove è perfettamente fruibile come film a sé stante ma , per completezza, il mio consiglio è quello di recuperare Insidious, Oltre i confini del male - Insidious 2, Insidious 3 - L'inizio, Insidious: L'ultima chiave e Insidious - La porta rossa. ENJOY!

venerdì 28 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Kuroneko (1968)


La challenge questa settimana chiedeva di guardare un film consigliato da Guillermo del Toro. La scelta è caduta dunque su Kuroneko (藪の中の黒猫, Yabu no naka no kuroneko), diretto e sceneggiato nel 1968 dal regista Kaneto Shindo.

Trama

Due donne vengono violentate e uccise da una truppa di samurai, e tornano come spiriti assetati di vendetta, decise ad uccidere qualunque uomo dotato del medesimo titolo...

Recensione

Guillermo del Toro ha dichiarato di avere guardato sia Onibaba che Kuroneko all'età di 10 anni, e di esserne uscito con la psiche distrutta. Descrivendo questi due film come perfetti racconti radicati nel folklore giapponese, ne sottolinea però la modernità per quanto riguarda violenza e sessualità. Purtroppo, io a 10 anni non avevo neppure idea di cosa fosse Kuroneko, quindi non sono rimasta traumatizzata dalla visione quanto Guillermone, però gli do assolutamente ragione relativamente alla modernità con cui affronta la violenza sulle donne e la sessualità. La vicenda di Kuroneko parte proprio da una violenza sessuale con conseguente omicidio ai danni di due donne che, come già accadeva alle protagoniste di Onibaba, cercano di sopravvivere da sole in tempo di guerra. Se però, in qualche modo, le donne di Onibaba erano "colpevoli" di uccidere e derubare i passanti dei loro averi, Yone e la nuora Shige, per quel che è dato sapere allo spettatore, sono innocenti e l'orrore che è toccato loro in sorte nasce dal fatto di essere prive di una protezione maschile, visto che Gintoki, figlio di Yone e marito di Shige, non è ancora tornato dalla guerra. Le due donne muoiono e riappaiono sulla Terra come Onryou, spiriti vendicativi, ma all'interno del film c'è posto anche per un altro spirito del folklore giapponese, il bakeneko, una creatura mutaforma che divora gli esseri umani; i due spiriti si fondono in uno, e ogni notte la giovane Shige aspetta il passaggio dei samurai che hanno ucciso lei e la suocera, per portarli nel loro reame in mezzo al bambù (yabu no naka) e strappare loro la gola con affilati denti da felino. Il sesso, come scrivevo all'inizio, svolge un ruolo molto importante all'interno di Kuroneko. Le due donne non vengono "solo" uccise, ma anche violentate, subendo un doppio atto di brutale disprezzo. Nella loro vendetta, il sesso è fondamentale, in quanto i samurai vengono attirati dall'aspetto docile ed indifeso di Shige, e poi convinti da lei e Yone di essere non solo i benvenuti nella loro casa, ma anche desiderati, lasciati padroni di fare quello che desiderano alla giovane donna che si offre loro con l'appoggio della madre. In un cerchio perfetto di immagini e simbolismi, i samurai ripuliti e legittimati risultano disgustosi quanto la loro versione rozza, ugualmente mossi da appetiti smisurati che Kaneto Shindo riprende senza alcuna pietà né simpatia, aspetti questi che riserva invece alle due protagoniste.

ll sesso legato all'amore romantico si rivela invece veicolo di distruzione nel momento esatto in cui Gintoki incrocia nuovamente il cammino di Shige. Così come l'amore di Shige e Yone, tradotto nell'attesa del ritorno di Gintoki, le ha condannate a morire in solitudine, allo stesso modo l'umanissimo desiderio di potersi congiungere, finalmente, con l'uomo amato (e non con dei disgustosi sconosciuti, come necessario passaggio prima di eliminarli), spalanca a Shige le porte dell'aldilà, come punizione per non aver rispettato il giuramento di uccidere tutti i samurai. Kuroneko, come già Onibaba, non ha un lieto fine, perché la vendetta come viene intesa nella cultura giapponese non è pulita e ben mirata come ci ha insegnato Kill Bill, ma travolge anche chi non se lo merita, come invece ci ha insegnato Ju-On, il quale con Kuroneko ha un paio di cose in comune. Dall'istante in cui Gintoki e Shige si incontrano, dunque, scatta la tragedia, e la struttura del film, fino a quel momento regolare e quasi ripetitiva, diventa più movimentata ed imprevedibile, anche per quanto riguarda la messa in scena. A livello visivo, infatti, ciò che più mi ha colpita di Kuroneko è l'eleganza squisitamente teatrale delle sequenze che vedono Shige e Yone in azione all'interno della loro dimora spettrale. La lenta danza di Yone, in contrasto con la violenza con cui Shige strappa la gola dei samurai a morsi, i faretti che illuminano le figure delle donne facendole comparire all'improvviso dalle ombre come spettri di un bianco abbacinante, il fumo, che le avvolge di un'aura eterea, sono tutti aspetti stilistici presi dal teatro kabuki e noh e sono una gioia per gli occhi. Ma è splendido anche il trucco che, in maniera incredibilmente sottile e grazie anche all'abile uso dell'illuminazione, trasforma il viso di Nobuko Otowa in un ibrido tra donna e gatto, prima ancora che un make-up prostetico più "invasivo" intervenga nelle sequenze maggiormente horror e rivelatrici. Per tutti questi motivi, e per mille altri che lascio ai critici veri, Kuroneko è uno di quei film che meritano di essere custoditi e rivisti, magari in una double feature con Onibaba, per poter godere meglio di entrambe le opere!


Cast

Del regista e sceneggiatore Kaneto Shindo ho già parlato QUI.

Curiosità

Nobuko Otowa, che interpreta Yone, è la moglie del regista, per il quale aveva già recitato come protagonista in Onibaba; nello stesso film compariva come Hachi anche Kei Sato, qui nei panni del governatore Raiko. Ovviamente, il pluricitato Onibaba è un'opera che vi consiglio di recuperare se vi è piaciuto Kuroneko. ENJOY!

mercoledì 26 agosto 2026

Nightborn (2026)


Incuriosita dalla presenza di Ron Weasley, ho recuperato Nightborn (Yön lapsi), diretto e co-sceneggiato dalla regista Hanna Bergholm.

Trama

Saga e Jon vanno a vivere nella casa d'infanzia di lei, in mezzo ai boschi finlandesi. Dalla loro unione nasce un bambino, il quale mette fin da subito in allarme Saga, che non lo riconosce come umano...

Recensione

Nightborn, primo film in lingua inglese di Hanna Bergholm, prosegue un po' il discorso già iniziato con Hatching, e affianca nuovamente un idillio familiare fasullo, o comunque ipocrita, a una natura caotica ma in qualche modo più "sana" e vera, anche nei suoi aspetti negativi. Stavolta i due protagonisti sono Saga e Jon, una donna finlandese e un uomo inglese, i quali decidono di sposarsi e mettere su famiglia, andando a vivere in Finlandia, nella casa d'infanzia di lei. La dimora, che necessita di parecchi interventi di restauro, si trova in mezzo ai boschi ed è stata in parte fagocitata dalla natura, al punto che, in mezzo a quella che era la cameretta di Saga, è cresciuto persino un albero. Proprio sotto lo sguardo di alberi rigogliosi e dalle forme vagamente umane viene concepito il figlio di Saga e Jon, il quale fin da subito presenta delle caratteristiche peculiari che non vengono mai mostrate chiaramente allo spettatore, ma si evincono dagli sguardi perplessi di dottori ed infermiere, e soprattutto dallo sconcerto di Saga, incapace persino di definirlo col pronome "he", al quale preferisce un "it". La critica verso un'istituzione familiare ipocrita nasce dal fatto che tutti, persino Jon, chiudono gli occhi di fronte alle stranezze sempre più inquietanti del neonato; Nightborn diventa un maternity horror nel momento in cui Saga, già provata da tutte le naturali conseguenze del parto, rimane l'unica a vedere il bambino per quello che è e viene lasciata sola alla sua mercé, a rischio di perdere la vita durante l'allattamento. Alla paranoia crescente di Saga si associa un biasimo progressivamente più violento da parte di Jon e di tutti quelli che la circondano, oltre al sorgere di una connessione con qualsiasi cosa condivida la natura del piccolo, ovvero delle misteriose entità legate al folklore finlandese e alla famiglia di Saga. La famiglia (in particolare per quanto riguarda il legame tra genitori e figli), sotto lo sguardo di Hanna Bergholm si ripropone come la fredda unione di persone che non si sono scelte tra loro e che mal si sopportano per esigenze meramente sociali, o di facciata. La regista mette in scena il fallimento dei costrutti umani, e torna a raccontare la libertà e la gioia di legami benedetti dalla natura, istintivi e liberi da qualsiasi tipo di vincolo. Saga e il bambino arrivano ad accettarsi vicendevolmente quando la donna, invece di imporre le sue idee sul piccolo, sceglie di osservarlo e comprendere, accettandole, le sue esigenze, per quanto avulse dalla natura umana. Contestualmente, Saga cambia agli occhi degli altri, o forse torna quella che è sempre stata, una donna che ha dovuto rinunciare alla propria personalità per venire accettata dagli altri e non rimanere sola, se ho capito bene l'intento della metafora della Bergholm.

La presenza degli elementi naturali è fondamentale in Nightborn e si traduce, in primis, nella scelta di rigogliosi boschi come location esterne, e poi in tutta una serie di dettagli presenti all'interno della casa d'infanzia di Saga, ma anche all'esterno, per non parlare dell'efficace trucco prostetico applicato al corpo di Seidi Haarla. Nel corso del film Saga va incontro a tutta una serie di cambiamenti fisici che, in maniera molto intelligente, colpiscono l'occhio dello spettatore consapevole, ma all'interno del contesto narrativo legato al punto di vista di Jon e degli altri comprimari, risultano plausibili anche come frutto di una naturale decadenza legata alla maternità. Chi non ho trovato granché naturale (ma, come al solito, potrebbe essere semplice gusto personale) è invece il piccolo Kuura, i cui movimenti sono troppo rigidi e dà l'idea di essere un mix un po' forzato di animatronic, bambolotti e bambini veri uniti dalla tecnologia digitale. D'altronde, è quel mio stesso gusto personale ad impedirmi di vedere Rupert Grint in altri ruoli che non siano quelli di Ron Weasley. Qui, come padre (!) adulto e responsabile, benché antipatico come la merda, a me è sembrato forzato, ed è molto meglio Seidi Haarla, attrice dotata di una bellezza ben distante dai canoni universalmente accettati, e anche della capacità di passare in un attimo da sposa timida e madre riluttante a forza della natura capace di mettere a posto figlio e marito con un paio di urla animalesche ben piazzate. Per quanto mi riguarda, dunque, Hanna Bergholm si riconferma una voce interessante all'interno del panorama horror internazionale, capace di mantenere una propria personalità distintiva dando vita a favole nere profondamente radicate nel folklore della sua terra. Nightborn mi è piaciuto e aspetto il suo prossimo film!

Cast

Della regista e co-sceneggiatrice Hanna Bergholm ho già parlato QUI mentre Rupert Grint, che interpreta Jon, lo trovate QUA.

Se vi è piaciuto...

Se Nightborn vi è piaciuto recuperate Hatching, The Twin, Still/Born. ENJOY!

martedì 25 agosto 2026

The Last House (2026)


La settimana scorsa è usscito un nuovo film originale Netflix, The Last House, diretto dal regista Louis Leterrier, così ho deciso di guardarlo...

Trama

Dopo una pioggia improvvisa, una famiglia rimane bloccata in casa, senza possibilità di uscire, e deve cercare di sopravvivere...

Recensione

Come al solito, non mi sono informata molto prima di accingermi alla visione di The Last House, mi sono semplicemente lasciata ispirare dalla locandina e dalla premessa. L'idea iniziale è molto interessante. Una famiglia rimane bloccata in casa mentre fuori infuria una pioggia misteriosa, e lo stesso accade a tutti i loro vicini. Jason, Ann e i loro due figli le provano tutte per uscire, ma è come se una forza misteriosa avesse sigillato l'intero edificio, finestre e altri pertugi compresi. La sceneggiatura di Matthew Robinson cattura lo spettatore per la prima mezz'ora, spingendolo a temere il peggio da una situazione simile, prima ancora che il tempo scorra e i problemi temuti si presentino, in tutta la loro gravità, agli stessi personaggi. Nel mezzo, ci sono scene di vita familiare quanto più "normali" possibile, anche perché Jason ed Ann hanno due figli piccoli che vanno protetti soprattutto psicologicamente, ma capite anche voi che il film, a un certo punto, deve presentare una svolta, altrimenti andrebbe ben poco lontano. Il problema di The Last House è proprio questo, purtroppo. Le "svolte", gli eventi necessari a far sì che la storia progredisca e, in qualche modo, si concluda, sembrano messe lì senza seguire delle regole logiche e, talvolta, contraddicono persino le premesse del film. Cercherò di non fare spoiler ma, durante le primissime sequenze, succede che qualcuno rimanga chiuso fuori casa e cerchi aiuto. Questa persona, dopo un po', viene attaccata da "qualcosa" che si nasconde all'esterno e viene richiamato dalla pioggia; ebbene, per cinque anni ci viene mostrato che, rimanendo in casa, non ci sono problemi di sorta (anche se è una vaccata. Se ciò che si nasconde fuori, ragionevolmente, si nutre di esseri umani o comunque li attacca, perché chiuderli nelle case?), dopodiché questa certezza viene disattesa per mettere la famiglia con le spalle al muro. Ancora peggio, a un certo punto la pioggia diventa qualcos'altro, dando per buono che sia sempre stato così, e addirittura, sul finale, la situazione viene risolta con un gesto di pietà (punto focale dell'intera vicenda e di una moraletta stinfia sulla quale poi tornerò) non solo totalmente fuori contesto, ma anche sproporzionato relativamente alle conseguenze. 

Davanti alla celebrazione dell'umana compassione e dell'empatia che contrasta con la moderna freddezza dei rapporti umani e familiari, The Last House si mostra inutilmente crudele nei confronti di tantissimi animali, più di quanto sarebbe lecito aspettarsi in un film non horror che si trattiene molto relativamente all'aspetto survival (d'altronde, Jason è un incrocio tra McGyver e Sampei, in grado di trasformare qualsiasi oggetto in un complesso macchinario utile a fare qualunque cosa). Se mal sopportate la morte on screen di animali domestici e non, The Last House è un trigger warning grosso come una casa, della durata di quasi due ore, e considerate che io a un certo punto mi sono messa a piangere e Mirco se n'è direttamente andato. La sceneggiatura di The Last House è dunque un misto di scempiaggini e paraculate assortite, ma per fortuna sta messo meglio nel reparto tecnico. Una volta superati i panorami posticci dell'introduzione e del finale, gli effetti speciali sono molto gradevoli, in quanto utilizzano sia effetti digitali sia animatronics, cosa che rende le sequenze di lotta subacquea nel prefinale concitate ed angoscianti. Sono notevoli anche le scenografie, in quanto, ovviamente, la casa di Jason ed Ann è protagonista tanto quanto gli attori, e nel corso del tempo subisce una metamorfosi funzionale ed artistica degna di nota, sicuramente una delle caratteristiche più interessanti del film. Anche gli attori non sono affatto male, sebbene Ann e i figli siano condannati a non evolvere per tutta la durata di The Last House. L'unico che si ritrova per le mani materiale su cui lavorare è Wagner Moura, il cui personaggio passa dall'essere un amorevole e paziente papà a un freddo dispensatore di mezzi di sopravvivenza, talmente concentrato sulla salvezza della propria famiglia da dimenticarsi di manifestare il proprio affetto, visto ormai come qualcosa di scontato e superfluo. Certo, Moura la prende dannatamente sul serio, come se un film come The Last House potesse in qualche modo assicurargli la seconda nomination agli Oscar, e onestamente è un po' sprecato. Così come, per quanto mi riguarda, è sprecato il tempo perso guardando questo film, l'ennesimo giocattolone pronto per il cestone dello streaming, da dimenticare nel giro di un paio di settimane.

Cast

Di Greta Lee (Ann) e Wagner Moura (Jason) ho parlato ai rispettivi link.


Curiosità

Arden Cho, che interpreta Ruth da adulta, è la doppiatrice originale di Rumi di KPop Demon Hunters. Se volete un film serio, che vi metta addosso una strizza vera di fronte a una situazione simile, recuperate We Need to Do Something, oppure virate su The Mist, The Divide, Await Further Instructions e Vivarium. ENJOY!

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