mercoledì 29 luglio 2026

Find Your Friends (2025)


Era uscito su Shudder qualche tempo fa, ma solo in questi giorni sono riuscita a recuperare Find Your Friends, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Izabel Pakzad.

TRAMA

Dopo essere state cacciate da un party su uno yacht, un gruppo di amiche vanno in vacanza nelle zone di Joshua Tree. Lì vengono importunate da un terzetto di locali, i cui intenti si fanno sempre più pericolosi...

RECENSIONE

Sono forse troppo vecchia per queste stronzate? Sicuramente sì, e "stronzata" non è comunque il termine che applicherei a questo film, per motivi che spiegherò, ma ciò non toglie che Find Your Friends non sia stato assolutamente la mia cup of tea a causa di un'antipatia totale verso tutti i personaggi coinvolti. L'antipatia, ribadisco, probabilmente deriva da cause prettamente anagrafiche. In tutta onestà, sorbirmi un'ora e fischia di twentysomething sballate, ubriache come degli irlandesi, sceme come dei tacchi e circondate da bonobi sbavanti ancora più sballati, ubriachi, scemi ed arrapati, ha messo in crisi tutta l'empatia che avrei dovuto ragionevolmente provare per quello che, di fatto, è un rape and revenge. Prima di venire crocefissa: sono donna, sono stata giovane e scema anche io. Guardando Find Your Friends mi è venuto lo stesso maledetto nervoso di quando, in mezzo a persone sconosciute, in un luogo sconosciuto e potenzialmente pericoloso, magari in vacanza, qualche mia amica (fortunatamente poche) si riduceva talmente a merda da accettare di appartarsi col primo streppone scappato di casa, costringere le altre a subire la compagnia di altrettanti strepponi scappati di casa per non lasciarla sola o, ancora peggio, sparire per ore senza nemmeno rispondere al telefono facendo morire di preoccupazione le altre ed impedendo loro di poter tornare a casa. Ecco, salvo Amber, la protagonista, che pure si sballa come se non avesse un domani, le sue allegre compagne sono tutte così, egoiste di merda sempre in cerca di alcol, droga e belino, e pazienza se la loro amica ha subito un trauma tremendo, l'importante è che detta amica non faccia la pesantona, rovinando la festa a tutte. Alla faccia della cringissima cerimonia "love on you", dove le protagoniste di Find Your Friends si augurano il sicuro meglio per un futuro radioso, quando arriva il momento di sostenere Amber ecco che il "love" sparisce, tornando solo quando le imbecillissime scelte di vita delle cinque grazie le costringono ad affrontare conseguenze estreme. A prescindere da tutto ciò, è PALESE che le cinque sgallettate non meritino ciò che accade loro nel film, però trovo anche scorretto che Izabel Pakzad, regista e sceneggiatrice, mi costringa, in almeno un paio di occasioni, a pensare "Però te la sei cercata, stella mia!", e a vergognarmi neanche fossi un giancazzo qualsiasi. Perché va bene che "girls just want to have fun", ma porca puttana, il minimo che ti si chiede è stare lontana dalle red flag palesi.


Find Your Friends
non è dunque ascrivibile al novero delle "stronzate" perché costringe lo spettatore a stare scomodo sulla poltrona, con i suoi pensieri non sempre limpidi, e se vogliamo posso anche concedere alla Pakzad l'abilità di approfondire almeno la personalità di Amber, e conseguentemente, in parte, delle altre ragazze, dando una giustificazione più filosofica della loro idea di divertimento, qualcosa che vada al di là di "siamo delle oche decerebrate". Il punto è che Find Your Friends, per quanto mi riguarda, non racconta nulla che altri rape and revenge non abbiano fatto meglio; l'unico aspetto che distingue il film da altre opere simili è la mancanza di catarsi sul finale, che priva lo spettatore anche del gusto di una violenza vendicativa, poiché lascia le protagoniste sole, con l'unica certezza di avere fallito nell'unica cosa che conta nella vita, ovvero proteggere gli amici, più che affidarsi ad una app per "trovarli" quando sono lontani. Per il resto, Find Your Friends è molto ben fatto. Mi pare che, nei titoli di coda, Izabel Pakzad ringrazi Gaspar Noé, al quale sicuramente si è ispirata nelle molteplici scene in cui le protagoniste sono perse nei loro deliri indotti da alcol e droga, immerse in luoghi saturi di corpi sudati che si muovono al ritmo di una musica martellante. Le stesse protagoniste sono brave, in particolare Helena Howard, affiatate tra loro e verosimili nel loro appartenere ad una generazione che ha fatto del nulla cosmico la sua bandiera; è stato fatto anche un ottimo lavoro di casting per quanto riguarda i personaggi maschili, due dei quali affidati ad attori sicuramente belli e, soprattutto, capaci di tirare fuori l'aspetto viscido dell'uomo consapevole del suo aspetto e disabituato a vedersi rifiutato. Per tutti questi motivi, non mi sento quindi di sconsigliare Find Your Friends solo perché ho preso in odio totale le protagoniste e i loro modi di fare. Magari, se chi legge questo post è meno anziano e più indulgente di me, lo adorerà, chissà!  

CAST

Di Bella Thorne, che interpreta Lavinia, ho già parlato QUI.

Curiosità

Helena Howard, che interpreta Amber, era la Isabel di I Saw the TV Glow. Se Find Your Friends vi fosse piaciuto, recuperate Revenge. ENJOY!

martedì 28 luglio 2026

Ricchi... da morire - Delitti in famiglia (2026)


Qualche settimana fa ho recuperato anche Ricchi... da morire - Delitti in famiglia (How to Make a Killing), diretto e co-sceneggiato dal regista John Patton Ford.

Trama: Becket si ritrova orfano dopo che la madre, disconosciuta dalla facoltosa famiglia, muore di malattia senza che i suoi parenti muovano un dito per aiutarla a coprire le spese mediche. Destinato comunque ad ereditare l'immenso patrimonio familiare alla morte degli altri discendenti, Becket decide di non aspettare e di accelerarne la dipartita...

Ho deciso di tornare a fare un po' come quando ero ragazzina, e guardare i film anche per la presenza di determinati interpreti. Spinta da questa risoluzione, ho recuperato Ricchi da morire perché nel cast figuravano Margaret Qualley, che ormai adoro, e Ed Harris, che è sempre un piacere vedere sullo schermo. Glen Powell, invece, mi suscita sentimenti contrastanti. Per me lui è il Chad di Scream Queen e per questo gli vorrò sempre bene, ma mi pare che lo stiano utilizzando per riempire il vuoto incolmabile lasciato da Bruce Willis, alternando ruoli action in cui è necessario il suo fisico di tutto rispetto a commedie in cui gli viene richiesto savoir faire, un'aria piaciona e una moralità borderline le quali, purtroppo, evidenziano tutti i limiti della sua gamma espressiva, cosa che non accadeva a Bruno. Anche questo Ricchi da morire rientra nella categoria, ed è lontano dall'essere memorabile non solo per quella faccetta un po' di gomma che si ritrova l'attore, ma anche perché la struttura della trama dà l'idea di una cosa concepita più per una miniserie che per un film. Becket è figlio di una rampolla dell'alta società, la quale decide di andare contro il volere paterno e tenere il bambino, venendo così ripudiata. Rimasti senza un soldo, Becket e la madre tirano avanti finché quest'ultima non muore per malattia. Consapevole di essere l'erede ultimo dell'intera fortuna dei Redfellow, Becket decide di prendere il proprio destino tra le mani e di eliminare sistematicamente tutti i familiari che lo precedono senza aspettare una morte naturale. Ricchi da morire è un intero, lungo flashback raccontato da Becket a un prete il giorno prima dell'esecuzione capitale, quindi il "gioco" del film è capire come e quando, oppure a causa di chi, l'uomo ha compiuto un passo falso fatale. Tra un omicidio e l'altro, troppo breve e ai danni di personaggi troppo superficiali per essere davvero interessanti, Ricchi da morire porta avanti una riflessione sulla moralità delle persone (affidato ad un lungo monologo/spiegone di Ed Harris) e su cosa sia la reale ricchezza, visto che a un certo punto Becket si ritrova tra le mani, prima ancora di raggiungere il suo obiettivo ultimo, uno stile di vita invidiabile.

E' anche questo il motivo per cui dico che Ricchi da morire sarebbe stato meglio come miniserie. C'è, infatti, questa trama "orizzontale" di sviluppo del personaggio di Becket, il quale scopre amore e amicizia espandendo quel microcosmo snob al quale la madre, pur priva di denaro, lo aveva relegato, e poi ci sarebbe un "murder of the week", che porta Becket sempre più vicino alla realizzazione dei suoi piani. Spalmare la vicenda all'interno di una miniserie avrebbe dato più sostanza anche al personaggio di Julia, che qui risulta semplicemente una matta umorale, e avrebbe consentito un finale meno frettoloso e riuscito. E' palese, e anche comprensibile, che i realizzatori puntassero ad un effetto shock, ma la vera dannazione morale di Becket sarebbe stata molto più efficace con un ultimo omicidio (d'altronde, è anche vero che il protagonista non risulta inquietante proprio perché le sue vittime sono molto più deprecabili di lui) eseguito per cieca vendetta, non con un'accettazione passiva degli eventi, con moraletta finale annessa. Ricchi da morire è dunque un film destinato a passare e a non lasciare ricordo di sé e ciò inficia anche l'interpretazione della Qualley la quale, dopo meno di una decina di film "importanti", risulta già la caricatura di sé stessa, relegata nel typecasting di donna affascinante e pericolosa con istinti da dominatrice. Niente di male, ci mancherebbe, anche perché la ragazza è sempre bellissima e, in questo caso, ha anche la fortuna di indossare degli splendidi abiti Chanel, ma la speranza è quella che le vengano affidati ruoli un po' più originali e di spessore, in futuro. Ciò detto, Ricchi da morire è un film perfetto per il mercato dello streaming, quindi non disperatevi se non lo trovate più programmato nei cinema e aspettate con fiducia che esca su qualche piattaforma, se proprio avete voglia di guardarlo.  

venerdì 24 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Gli invasati (1963)


Il tema della challenge settimanale era "domestic horror". Anche per festeggiare l'uscita del libro Confetti, dell'adorabile Marika, ho deciso di riguardare Gli invasati (The Haunting), diretto nel 1963 dal regista Robert Wise e tratto dal romanzo L'incubo di Hill House di Shirley Jackson.

Trama

L'antropologo John Markway decide di studiare Hill House, una casa definita malvagia, possibile teatro di mortiferi eventi sovrannaturali. Per fare ciò, contatta Eleanor e Theo, due donne dotate di percezioni extrasensoriali più acute del normale, e le invita a passare alcuni giorni con lui e l'erede dei Sannerson all'interno della villa. Hill House, però, sembra essere attratta principalmente da Eleanor...


Recensione

Non riguardavo Gli invasati (mamma, che titolo orrendo!) da 20 anni e, all'epoca, lo avevo recuperato perché una delle sue scene era stata definita, forse su Ciak, come una delle più spaventose all'interno di un horror. Sto parlando, ovviamente, di quella in cui la porta della sala da pranzo respira, verso il finale del film, un'immagine che ancora oggi, dopo più di 60 anni dall'uscita de Gli invasati, fa accapponare la pelle, pur non essendo l'unica degna di nota all'interno del film. Purtroppo, siccome non rileggo L'incubo di Hill House da tantissimo tempo, non riuscirò a fare un confronto tra romanzo e film, che mi pare siano sostanzialmente molto simili, quindi mi limiterò a fingere di non conoscere la fonte letteraria de Gli invasati e di non avere mai visto prima l'opera di Robert Wise. Al film calza alla perfezione la definizione di horror psicologico, oltre che di gotico avente per protagonista una casa infestata. Se l'introduzione, infatti, si concentra sulla malvagità di Hill House e sul tragico destino accorso a tutti i suoi abitanti, a partire dalla sua costruzione, in seguito il film si focalizza (come del resto la casa) su Eleanor, donna nevrotica e sensibile, vittima di un triste passato di soprusi familiari. La voce fuori campo di Eleanor apre la mente della protagonista allo spettatore, il quale viene travolto dal doloroso desiderio della donna di "appartenere" a qualcosa, di essere attesa e desiderata, di poter finalmente ambire ad un futuro di libertà e pienezza. La disperazione di Eleanor la rende cieca di fronte alle vibrazioni oscure di Hill House, da lei percepite fin dall'arrivo; a dispetto dell'istintiva paura verso la villa, voltare le spalle all'oscurità significherebbe tornare in seno a una famiglia che la considera poco più di una stupida servetta nevrastenica, venire meno alla fiducia che il fascinoso Dr. Markway ha riposto nei suoi confronti, insomma rinunciare a qualunque cosa la renda unica e necessaria. Eleanor, con tutte le sue paure e il senso di colpa per la morte della madre, è il bersaglio perfetto per Hill House, che fa leva proprio sull'inconscio della donna per frantumarlo al punto da farle perdere il contatto con la realtà. E' indubbio che all'interno di Hill House vi sia "qualcosa", ma il film è costruito in modo da impedire, sia allo spettatore che ai protagonisti, di capire quanto sia causato da veri fenomeni paranormali e quanto, invece, sia frutto della mente allo sbando di Eleanor, la quale perde progressivamente lucidità e autocontrollo.

Eleanor potrebbe trovare un'ancora di salvezza in Theo, libera e disnibita, oltre che incredibilmente acuta, ma il loro rapporto inizialmente amichevole e fraterno si deteriora per tutta una serie di motivi, tra i quali la gelosia di Theo (la cui omosessualità è stata "ammorbidita" dalla sceneggiatura ma è comunque palese) e il suo carattere volitivo, che porta Eleanor ad istintivi moti di ribellione per non farsi sottomettere e tornare alla sua condizione precedente. Man mano che il film prosegue, nonostante l'interesse di Markway, Eleanor rimane sempre più isolata e imprigionata negli oscuri intrighi di Hill House, e questa sua progressiva solitudine viene enfatizzata da una regia che, fin dall'inizio, mira a rendere la villa terribilmente claustrofobica e "sbagliata". La sceneggiatura ha tagliato quasi tutte le scene in esterno, presenti nel romanzo (tranne lo scioccante finale), così da rendere la casa ancor più protagonista, un mostro che inghiotte quanti sono così sventurati o incauti da avvicinarsi. La maggior parte del film è stata inoltre girata con obiettivi grandangolari, così da dare un'innaturale curvatura alle mura di Hill House, e l'impressione che i personaggi siano osservati oppure persi all'interno delle mura è fornita dalle inquadrature sghembe e dall'ampio utilizzo di un POV soggettivo che portano lo spettatore a chiedersi da dove arriverà l'orrore tanto temuto. Per veicolare un senso di terrore pur mantenendo il mistero della casa, Wise ha inoltre scelto di affidarsi al sonoro; quasi tutte le manifestazioni del sovrannaturale consistono in colpi assordanti, pianti, bisbigli e risate, il che, in una villa in stile rococò, zeppa di statue, stucchi, porte, specchi e corridoi, porta a guardare con sospetto qualsiasi elemento architettonico potenzialmente semovente, effetto ulteriormente accentuato dall'utilizzo di un bianco e nero fatto di ombre profondissime e luci abbacinanti. Quello che colpisce soprattutto de Gli invasati, però, è quanto sia moderno ed originale ancora oggi, sia per la messinscena che per i temi trattati. Merito, ovviamente, del materiale di partenza, ma anche della sensibilità con cui ne è stata maneggiata la complessità, adattandola al mezzo cinematografico senza snaturarla, consegnando allo spettatore la terrificante, attualissima discesa nella follia di un animo fragile e sensibile. Se non avete mai visto Gli invasati, vi consiglio di recuperarlo appena possibile!

Cast

  • Robert Wise è il regista del film. Americano, ha diretto film come La jena: L'uomo di mezzanotte, Ultimatum alla Terra, West Side Story (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior regista), Tutti insieme appassionatamente (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior regista), Audrey Rose e Star Trek. Anche produttore, attore e montatore, è morto nel 2005, all'età di 91 anni. 
  • Russ Tamblyn interpreta Luke Sannerson. Indimenticabile Dr. Jacobi della serie Twin Peaks, ha partecipato a film come 7 spose per 7 fratelli, I peccatori di Peyton, West Side Story, Drive, Django Unchained e ad altre serie quali Saranno famosi e Hill House. Anche sceneggiatore, ha 82 anni.

Curiosità

Richard Johnson, che interpreta il Dr. John Markway, negli anni '70 si è dato all'horror italiano e ai B-Movies, figurando nel cast di film come Zombie 2, L'isola degli uomini pesce, Chi sei? e Il medaglione insanguinato, tutte cose perfette da recuperare d'estate! De Gli invasati esiste un remake del 1999, Haunting - Presenze, mentre il capolavoro di Flanagan, Hill House, è una rilettura del romanzo di Shirley Jackson; vi consiglio, ovviamente, di recuperare questa splendida serie e aggiungere Ballata macabra. ENJOY!


mercoledì 22 luglio 2026

Il Bollalmanacco On Demand: Buon compleanno Mr. Grape (1993)


Oggi torna il Bollalmanacco on Demand con una richiesta di Lory! Il film di oggi è Buon compleanno Mr. Grape (What's Eating Gilbert Grape), diretto dal regista Lasse Hallström e tratto dal romanzo omonimo di Peter Hedges, anche sceneggiatore. Il prossimo film On Demand sarà The Square. ENJOY!

TRAMA

Gilbert vive assieme al fratello Arnie, affetto da una grave disabilità intellettiva, alle due sorelle e alla madre, la quale dopo il suicidio del marito si è lasciata andare diventando talmente obesa da non potersi muovere dal divano. I suo giorni passati ad accudire i familiari scorrono lenti e privi di stimoli, finché nella sonnolenta cittadina dove vive arrivano Becky e la nonna, due nomadi che girano l'America in camper...

RECENSIONE

Buon compleanno Mr. Grape era uno di quei film che, all'epoca, avevano guardato praticamente tutti quelli che conoscevo, e che io avevo invece volutamente evitato per un unico, importantissimo motivo: detestavo Leonardo DiCaprio, universalmente acclamato come un gran figo, e quella sua faccetta da coglioncello imberbe. Poco m'importava che in Buon compleanno Mr. Grape il suo ruolo fosse quello di un ragazzino con problemi intellettivi e che il film non avesse a che fare con sdolcinate storie d'amore, DiCaprio mi stava sulle balle quindi via, camminare. Adesso, per contro, non sopporto Johnny Depp, che all'epoca era uno dei miei attori preferiti, mentre invece adoro DiCaprio, quindi diciamo che, se da una parte vedere Buon compleanno Mr. Grape mi ha portata a pentirmi di avere sempre snobbato un'interpretazione di DiCaprio a dir poco allucinante, dall'altra ho provato fastidio ad ogni apparizione di Depp. Il problema è che il titolo italiano del film, orribile sotto ogni punto di vista, darebbe a intendere che il protagonista sia Arnie, invece la trama si concentra, come da titolo originale, su Gilbert e su quello che lo rode, che lo disturba al punto da dare l'impressione di essere una sorta di "passeggero" della vita, apatico ed inespressivo. Ne ha ben donde, poveraccio. Gilbert è il figlio maggiore (in realtà ce ne sarebbe un altro ma ha preferito la vita militare) della famiglia Grape e, come tale, è costretto a prendersi cura di due sorelle, una madre che è ormai diventata talmente grassa da non potersi più muovere, e di un fratellino, Arnie, con gravi disabilità intellettive. La trama del film è interamente incentrata su un soffocante senso di immobilità e prigionia, che sia o meno volontaria. La madre di Gilbert, dopo il suicidio del marito, si è imprigionata all'interno di un corpo informe, diventando l'insano pilastro attorno al quale ruotano le abitudini quotidiane della famiglia. La sorella maggiore di Gilbert, giocoforza, è stata costretta ad assumere il ruolo di "donna di casa", la sorella minore, pur andando ancora al liceo, lavora per aiutare con le spese, e Gilbert, oltre a lavorare, è stato eletto a "guardiano" del fratellino disabile. Le responsabilità nei confronti della famiglia, assieme al trauma mai superato per il suicidio del padre e alla sostanziale immobilità della cittadina di provincia in cui vive, hanno fatto di Gilbert un ragazzo taciturno ed introverso, vittima di una routine soffocante ed incapace di guardare al futuro.

Paradossalmente, prima dell'arrivo della nomade Becky, è proprio l'imprevedibilità delle azioni di Arnie, per quanto radicate anch'esse in una sorta di routine, a rappresentare l'unico diversivo all'interno di una cittadina ormai morta. Arnie dice quello che gli passa per la mente, vuole salire "in alto", anela ad una commovente libertà che non può esprimere a parole, ed è anche per questo che Gilbert prova, verso il fratello, un complesso mix di amore e odio: c'è ovviamente l'angoscia di percepirlo come una zavorra che non gli impedirà mai di prendere il largo (e lo stesso vale per la madre, che zavorra lo è anche fisicamente) ma c'è anche l'invidia di vederlo ancora innocente, sgravato da qualsiasi responsabilità, questo nonostante la consapevolezza della tragedia della condizione di Arnie. Per tutto il film, Gilbert tenta di affrancarsi dalle catene che lo legano, ma sono minuscole ribellioni che non portano a nulla e che gli arrecano ancora più dolore, perché è la sua visione del mondo ad essere ristretta ed immutabile; è l'incontro con Becky a consentirgli di guardare le cose da un altro punto di vista, perché la ragazza prende la vita così com'è, senza pregiudizi, accettandola e vivendola appieno sia nel bene che nel male. Lasse Hallström, vero maestro quando si tratta di portare sullo schermo le assurdità della vita di provincia, crea non solo un microcosmo fatto di negozietti e tavole calde dove tutti si conoscono, ma fa della casa di Gilbert una metafora del suo stesso tormento interiore; un edificio costantemente bisognoso di riparazioni, all'interno del quale il tempo si è fermato a quando la famiglia era unita e felice, e dove tutto è stato riorganizzato attorno alla gigantesca mole di Mrs. Grape, insomma una prigione se mai ne è esistita una. Johnny Depp, con un'improbabile tinta rossiccia, attraversa il film sempre con la stessa espressione e, proprio per questo, veicola l'immagine calzantissima di un ragazzo morto dentro, privo di speranze e desideri salvo qualche blando prurito sessuale giusto per salvarsi dalla noia. La sua è un'interpretazione commovente, soprattutto quando viene enfatizzata dall'interazione con DiCaprio, il quale dà l'illusione perfetta di avere davvero dei problemi mentali. I suoi tic, lo sguardo sfuggente, le risate improvvise e la disperazione altrettanto repentina, l'intero linguaggio corporeo dell'attore è la prova di uno studio che va al di là della mera imitazione, ma che parte dal rispetto e dalla comprensione di chi si trova in quelle stesse condizioni. E se quella di DiCaprio è una mimesi perfetta, l'aspetto più tragico del film è la realtà della fisicità di Darlene Cates, la quale ha avuto un declino fisico e mentale assai simile a quello di Mrs. Grape, il che rende ogni sua scena ancora più dolorosa e commovente. In sostanza, ho aspettato più di 30 anni per recuperare Buon compleanno Mr. Grape ma adesso sono molto contenta che Lory me lo abbia chiesto. D'altronde, sospettavo mi sarebbe piaciuto, perché il Lasse Hallström degli anni '90 e degli inizi del nuovo millennio era uno dei miei registi preferiti!

CAST

Johnny Depp (Gilbert Grape), Leonardo DiCaprio (Arnie Grape), Juliette Lewis (Becky), Mary Steenburgen (Betty Carver), Laura Harrington (Amy Grape), John C. Reilly (Tucker Van Dyke) e Crispin Glover (Bobby McBurney) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Lasse Hallström (vero nome Lars Sven Hallström) è il regista del film. Svedese, ha diretto film come Qualcosa di cui... sparlare, Le regole della casa del sidro, Chocolat, The Shipping News - Ombre dal profondo e Hachiko - Il tuo migliore amico. Anche sceneggiatore, montatore, produttore e attore, ha 80 anni. 
  • Kevin Tighe (vero nome Jon Kevin Fishburn) interpreta Mr. Carver. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto a 4 zampe, Ancora 48 ore, Mumford, San Valentino di sangue, Una battaglia dopo l'altra e a serie quali Squadra emergenza, Love Boat, La signora in giallo, I racconti della cripta, E.R. Medici in prima linea, Oltre i limiti, Rose Red, The 4400, Numb3rs e Lost. Anche regista e sceneggiatore, ha 82 anni.

CURIOSITÀ

Leonardo DiCaprio, all'epoca delle riprese nemmeno ventenne, era stato nominato all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, perso contro Tommy Lee Jones per Il fuggitivo. Se Buon compleanno Mr. Grape vi fosse piaciuto recuperate Rain Man, Le regole della casa del sidro e Little Miss Sunshine. ENJOY!

martedì 21 luglio 2026

La Casa: Il rogo del male (2026)


La settimana scorsa sono andata a vedere La Casa: Il rogo del male (Evil Dead Burn), diretto e co-sceneggiato dal regista Sébastien Vanicek.

TRAMA

Dopo la morte del figlio maggiore, i familiari e la giovane vedova si riuniscono nella vecchia casa di famiglia, in mezzo ai boschi, ma vengono attaccati da una forza maligna...

RECENSIONE

Sembra che il fil rouge delle nuove "case", almeno finora, sia la famiglia più o meno disfunzionale. In Evil Dead Rise c'erano Ellie e i suoi bambini, ai quali si aggiungeva la sorella "perduta" Beth, la quale intraprendeva un percorso che la portava responsabilizzarsi ed assumere un ruolo di guardiana e protettrice, se non di madre. La famiglia di Ellie, con tutti i suoi problemi, era adorabile, e lo spettatore subiva il profondo dolore di vederla violata e distrutta nel peggiore dei modi per mano degli spietati deadites della saga. Questo dolore, ne La Casa: Il rogo del male (che per comodità chiamerò da qui in poi col titolo originale), non si prova nemmeno per un secondo, perché la famiglia protagonista meriterebbe un horror-thriller a parte proprio per i meccanismi perversi che la muovono. La famiglia Price è un'istituzione traballante all'interno della quale mamma Susan, provata dall'assenza del padre e dalla morte della sorella, si è annullata per rispondere ai bisogni di tutti: un marito dotato della gamma emotiva di un comodino stronzo, un figlio merda ma portato in palmo di mano in quanto primogenito, un secondo figlio ameba e inconcludente, la "pora" nonna con l'Alzheimer che le ha fatto schizzare la cattiveria a livello 3000. Se Thya, fidanzata del secondogenito, è stata più o meno accettata proprio in virtù dell'"inutilità" del ragazzo, Alice è stata invece additata come la stronza, per di più francese, che ha portato via il primogenito dalle braccia di mammà e non ha fatto ciò per cui veniva sopportata a malapena: sfornare un bel nipotino. La famiglia Price (colpo di genio chiamare il patriarca "Benjamin" ma, a dimostrazione di quanto io sia vecchia, c'è da dire che in sala ero l'unica che è scoppiata a ridere) è, in poche parole, un manuale di relazioni tossiche ambulante, e all'arrivo dei deadites non si piange come ai tempi di Evil Dead Rise, ma si prega con fervore affinché questi maledetti vengano macellati nel minor tempo possibile. Le uniche che non viene voglia di vedere morte sono Thya ed Alice, ovviamente. Alla seconda, in particolare, la sceneggiatura chiede di caricarsi sulle spalle il peso di una felicità di facciata che nasconde traumi matrimoniali irreparabili, un fantasma (o un demone?) di violenza e soprusi che è il prezzo da pagare per la tranquillità di tutti, per continuare a fingere che tutto sia perfetto, e che viene esternato in tutto il suo reale marciume quando i deadites trasformano i Price in quello che sono realmente: dei demoni bugiardi e affamati del dolore altrui, niente di più, niente di meno. Qui, forse più che negli altri film della saga, la possessione dei deadites viene trattata come un virus latente che tira fuori l'orrore già esistente all'interno delle persone, un fuoco dell'inferno che consuma da dentro e brucia, irreparabilmente, anche gli altri.

Per il resto, il "burn" del titolo si traduce, principalmente, in capacità pirocinetiche che farebbero finire il film nel giro di dieci minuti, se non fosse che i deadites le usano solo quando fa loro comodo, e in un finale che non rende giustizia a tutto il delirio precedente, ma forse questo è un mio bias, visto che a mostri fiammeggianti in CGI preferisco il sano, vecchio ed agghiacciante trucco prostetico. Nulla da dire, invece, a tutto ciò che viene prima. Sébastien Vanicek era stato notato da Raimi proprio grazie a Vermin, che gli ha fatto ottenere appunto la regia di Evil Dead Burn. Per quanto mi riguarda, Vanicek non ha tradito le aspettative. Il francese gira come se fosse indemoniato lui stesso e spara a mille tutto ciò che aveva reso Vermin così ansiogeno e dinamico, coadiuvato da un montaggio pazzesco: piani sequenza ripresi da punti di vista insoliti, ambienti ristretti dove la cinepresa sembra riuscire ad infilarsi in ogni dove, così che lo spettatore non perda nemmeno un dettaglio di ciò che sta accadendo, giri di macchina a 360 gradi, l'immancabile soggettiva veloce del demone che si abbatte sui malcapitati. Senza scomodare la new french extremity (Evil Dead Rise era altrettanto dettagliato e stomachevole e il regista è ben lontano dal cupo, reiterato pessimismo dei suoi conterranei dell'epoca), Vanicek ci dà dentro anche col gore e coi dettagli disgustosi, indugiando in un paio di automutilazioni talmente ostentate da risultare grottesche, ma dimostra di avere imparato anche la lezione argentiana per cui ciò che fa davvero accapponare la pelle è mostrare scene di dolore "plausibile", legato a incidenti che potrebbero accorrere anche nella realtà. Come buona parte dell'horror moderno, inoltre, Evil Dead Burn si avvicina più alle atmosfere della prima Casa di Raimi. Ciò significa che il film non è privo di momenti anche esilaranti, quasi tutti legati alla natura meno che solenne della morte o della vecchiaia (la scena del funerale è emblematica), ma non travalica mai nell'assurdo o nel nonsense, neppure quando la furia e la loquacità dei deadites si scatenano in tutta la loro gloria. Mi ritengo dunque molto soddisfatta di questo Evil Dead Burns. Non è ai livelli del film di Cronin, ma è una dignitosa aggiunta a un franchise che non manca mai di regalare gioie, nemmeno dopo 45 anni.  

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Sébastien Vanicek ho già parlato QUI

CURIOSITÀ

Souheila Yacoub, che interpreta Alice, era nel cast di Climax mentre Tandi Wright, che interpreta Susan, era la madre di Pearl nell'omonimo filmHunter Doohan, ovvero Joseph, interpretava invece Tyler nella serie Mercoledì. Pur essendo fruibile da solo senza alcun problema, La Casa: Il rogo del male è direttamente collegato a La casa - Il risveglio del male (rimanete in sala fino alla fine dei titoli di coda!) e, ovviamente, è legato a  La casa, La casa 2, L'armata delle tenebre, La casa del 2013 e alla serie Ash vs. Evil Dead, tutte cose che vi consiglio di recuperare se il film di Vanicek vi è piaciuto e nell'attesa che esca Evil Dead: Wrath nel 2028. ENJOY!

venerdì 17 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Tesis (1996)


La challenge horror questa settimana chiedeva di festeggiare l'anniversario di un film uscito nel 1996. Invece di scegliere un "banale" Dal tramonto all'alba, di cui comunque quest'anno dovrò parlare, pur non essendone in grado, ho puntato un altro mio grande amore cinefilo, Tesis (Tésis), diretto e co-sceneggiato dal regista Alejandro Amenábar.

Trama

Cercando materiale per una tesi sulla violenza all'interno delle opere audiovisive, Angela incappa in uno snuff avente come protagonista una studentessa della sua stessa università, scomparsa da qualche tempo. Con l'aiuto del compagno di corso Chema, Angela comincia a indagare, attirando l'attenzione dell'assassino...

RECENSIONE

Cercando qua e là su Internet, è venuto fuori che la prima visione italiana televisiva di Tesis era andata in onda nel 2003. Non sono sicurissima al 100% che sia proprio vero, ma siccome quell'anno andavo a mia volta all'università, può essere. Sta di fatto che, come al solito, probabilmente devo ringraziare Ghezzi e il suo Fuori Orario per avermi fatto scoprire questa perla della cinematografia spagnola. Tesis era stato il mio amore di un'estate, culminato nella ricerca dell'opera di Oscar Wilde in cui si racconta la storia della principessa e del nano morto di crepacuore, ovvero Il compleanno dell'infanta. Erano tempi in cui internet si usava ancora poco, e avevo dovuto affidarmi alla memoria di quel pozzo di cultura che è l'amico Toto per recuperare la fonte della storia che Chema racconta ad Angela nei labirintici sotterranei dell'università. Da allora, avrò rivisto Tesis un paio di volte e poi, come spesso accade, ho lasciato che questo film tanto amato cadesse nell'oblio fino a qualche giorno fa, quando l'ho riguardato come fosse la prima volta, rimanendone nuovamente coinvolta e affascinata. Tesis racconta le vicende di Angela, laureanda alle prese, appunto, con la tesi. L'argomento scelto, come viene ribadito a un certo punto nel film, è complesso ed insidioso, ovvero la violenza all'interno delle opere audiovisive, direttamente collegato alla morbosa fascinazione dell'essere umano verso il sangue, le torture e la morte. Per ottenere materiale, Angela si avvicina a Chema, famoso all'interno della facoltà per essere amante dell'horror estremo, e chiede al suo relatore la possibilità di visionare film particolarmente espliciti. Quest'ultimo, cercando qualcosa che possa fare al caso della ragazza, recupera una videocassetta all'interno di un angolo nascosto della videoteca di facoltà, e muore dopo averla visionata. Angela è la prima a trovare il cadavere del relatore e, mossa proprio da quella morbosa fascinazione di cui sopra, ruba la cassetta, che si rivela essere uno snuff contenente l'omicidio di una studentessa della sua stessa facoltà, misteriosamente scomparsa da qualche tempo. Angela e Chema si mettono quindi ad indagare, attirando ovviamente le attenzioni di chi ha realizzato il video. 

Rivisto dopo 20 anni e un minimo di obiettività in più, Tesis si è rivelato un film con tantissimi pregi e qualche difetto. Il messaggio di fondo ha mantenuto intatta la sua potenza, la capacità di raccontare l'oscurità di un animo umano che, spogliato da tutte le regole sociali, è assimilabile a quello di una bestia assetata di sangue. Angela è attirata dall'orrore e dalla violenza, la sua mente la spinge in ogni modo a guardare, perlomeno a sbirciare. Ancor prima che dai sogni su Bosco, nei quali si mescolano eros e thanatos, questa sua "perversione" si capisce fin dall'inizio: dalla corsa per riuscire a vedere il cadavere in metropolitana nonostante i divieti della polizia, dall'incapacità di spiegare in cosa consisterebbe la sua tesi e perché abbia scelto proprio un argomento simile, dagli escamotage che utilizza per non essere "sfacciata" come Chema. Angela ha bisogno di giustificazioni oppure tramiti per legittimare la sua curiosità ed ergersi a giudice morale degli altri, mentre Chema, sostanzialmente, se ne frega e, in maniera molto infantile, ostenta la sua ribellione fingendo di non avere sentimenti, positivi o negativi che siano. Sono entrambi due personaggi immaturi e borderline ma, mentre Angela è la protagonista che viene costruita per essere "ingenua", al limite del cretino, nella pervicacia con la quale si ostina a mettersi in pericolo anche di fronte a una red flag grossa come una casa (cose che non la privano del suo ruolo di eroina), Chema viene connotato come un personaggio ambiguo, disgustoso. Un nano che si è visto allo specchio e, apparentemente, ha accettato la sua bruttezza indurendo il proprio cuore invece di morirne, arrivando ad assecondare in toto i pregiudizi delle persone. A differenza di altri, Chema non sa vivere, è incapace di indossare una maschera di normalità, e il difetto di Tesis è proprio quello di usare gli innumerevoli aspetti creepy della sua personalità solo come elemento sviante, senza imbastire un discorso più serio; ancora peggio, in qualche modo Chema viene giustificato nonostante sia oggettivamente deprecabile e compia azioni molto discutibili, perché nonostante il suo amore per l'horror estremo non arriva mai a mettere in pratica ciò che vede nei film.  

Molto interessante, ancora oggi, è invece il continuo dialogo tra l'occhio dello spettatore e quelli dei personaggi, tra la cinepresa del regista e quella dell'assassino, che si scambiano continuamente portando la realtà nella finzione e viceversa. Lo stile di Tesis è molto argentiano, con i protagonisti che corrono fuggendo da "qualcosa" di invisibile, incarnato dalla macchina da presa, oppure persi all'interno di ambienti assai comuni che diventano all'improvviso delle vuote anticamere di morte, dove potrebbe esserci chiunque in agguato. A differenza di Argento, però, Amenábar intavola anche un discorso cinefilo e metacinematografico. Tesis è ambientato all'interno della facoltà di Cinema, i personaggi conoscono sia le tecniche di regia che quelle di sceneggiatura, oltre alle regole del genere thriller-horror, e si trovano in una situazione in cui realtà e finzione si sovrappongono; da spettatrice riluttante ma curiosa, Angela si ritrova ad essere potenziale protagonista di qualcosa che si finge cinema per giustificare istinti brutali e, invece di "guardare", viene guardata e violata, talvolta anche a sua insaputa. Il prosaico discorso del professor Càstro, durante il quale gli studenti vengono invitati a "dare al pubblico ciò che vuole", ragionando principalmente in termini economici, si traduce sul finale in una doccia fredda per Angela, la quale ha finalmente toccato con mano il vero significato della parola "orrore" e si ritrova, a sua volta, ad essere protagonista di una storia da dare in pasto alle masse ipnotizzate e affamate di vicende violente. C'è da chiedersi cosa girerebbe oggi Amenábar, in un'epoca in cui vanno per la maggiore i true crime e in cui qualsiasi horror estremo, da raccattare in qualche oscura videoteca, impallidisce rispetto a quello che ci propinano i social, ma probabilmente aveva già immaginato una deriva simile, visto il modo in cui si chiude Tesis. Che, se ancora non aveste capito, vi consiglio di cercare e custodire come un tesoro prezioso!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Alejandro Amenábar ho già parlato QUI. Fele Martínez (Chema) e Eduardo Noriega (Bosco Herranz) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Ana Torrent, che interpreta Ángela ha partecipato al film Verónica nel ruolo della madre degli sfortunati protagonisti. Se Tesis vi fosse piaciuto, recuperate 8mm - Delitto a luci rosse, L'occhio che uccide e il reboot di Faces of Death. ENJOY!

mercoledì 15 luglio 2026

Slanted (2025)


Un altro film che puntavo da qualche tempo era Slanted, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Amy Wang

Trama

Joan, figlia di due immigrati cinesi, cerca disperatamente di integrarsi all'interno del liceo e ha il sogno di diventare reginetta della scuola. Dopo una serie di frustranti insuccessi, entra in contatto con la Ethnos, un centro medico che promette di risolvere tutti i suoi problemi di immagine...

RECENSIONE

"Slanted", in inglese, ha due significati. "Slant eyes" è un modo poco cortese, per non dire razzista, per indicare gli occhi a mandorla, mentre "slanted", oltre a poter venire tradotto come "inclinato", indica anche qualcosa di "fazioso", una sola faccia della medaglia. All'interno del film di Amy Wang, la parola del titolo contiene in sé entrambe le accezioni. La protagonista, infatti, è figlia di immigrati cinesi, nata e cresciuta in America, e patisce il suo aspetto diverso, che la relega ai margini della scuola assieme a chiunque non sia bianco e la rende comunque vittima di bullismo e pregiudizi, oltre ad impedirle di raggiungere il suo sogno di bambina, quello di diventare reginetta della scuola. La seconda traduzione di "slanted" indica invece il punto di vista fazioso di ciascuno dei protagonisti del film, che genera una serie di incomprensioni legate alla mancanza di comunicazione, e porta all'inevitabile tragedia. Joan è condizionata dalla società prevalentemente bianca che la circonda. I bianchi sono ricchi, hanno i privilegi, possono passeggiare sereni per strada senza essere malvisti; il suo ideale è la ragazza bionda incoronata reginetta della scuola quando lei era solo una bambina, un'immagine che si è cristallizzata nella sua memoria fino a renderla un obiettivo totalizzante. Siccome Slanted è innanzitutto un body horror, a un certo punto Joan ottiene ciò che desidera, grazie alle miracolose operazioni chirurgiche della Ethnos. Attenzione, però: tornando alla visione "slanted" della realtà di cui sopra, la Ethnos non è una mostruosa macchina sforna-bianchi gestita da esponenti della razza ariana, bensì il frutto della frustrazione di persone di colore che vedevano il loro posto all'interno della società usurpato da bianchi meno capaci. Al grido di "bianco è bello", la Ethnos concede ai suoi clienti la gioia di omologarsi, cancellando con un colpo di spugna tutto ciò che è legato alle loro radici e alla loro cultura, annullando ogni diversità e creando, di fatto, dei cloni. Essendo Joan una ragazzina, ovviamente non capisce in maniera conscia le mostruose implicazioni di una cosa simile, ma è il suo corpo a parlare per lei, a dare voce a qualcosa che i suoi genitori hanno già capito ma che, sempre per quella visione unilaterale del mondo, non riescono a comunicarle se non attraverso un'impressione di arretratezza, di rifiuto dell'America, di imbarazzo. 

A fronte di quanto sopra, la definizione di horror comedy che spesso si trova in giro sul web, in riferimento a Slanted, è quantomai imprecisa. E' vero che alcune dinamiche, soprattutto all'inizio, sono simili a quelle delle commedie liceali a base di queen bees e outsiders, e che la Ethnos ha delle connotazioni volutamente surreali e grottesche, ma ciò che accade a Joan è triste e angosciante. L'orrore vero non è il progressivo deteriorarsi delle condizioni del volto di Joan/Jo, ma quello del rapporto tra lei e i genitori, o con l'unica amica di origini indiane, e la consapevolezza che esaudire il suo desiderio d'infanzia l'ha privata delle cose più importanti, l'unicità in primis. Amy Wang, probabilmente, ha affrontato l'argomento con la delicatezza derivata dall'esperienza diretta, forse anche per questo il body horror non è così esplicito, ma ricerca un'espressione più legata ad una dimensione psicologica. Per quanto riguarda le due attrici che interpretano Joan e la sua versione bianca, Jo, sono entrambe bravissime, sia Shirley Chen, che non conoscevo, sia la beniamina dell'horror Mckenna Grace. A quest'ultima, in particolare, viene affidata la non facile interpretazione di un'asiatica nel corpo di una bellissima ragazza dotata di tutti i tratti somatici per essere accettata e amata in società, con tutto ciò che ne consegue in termini di linguaggio corporeo, tra nervosismo accentuato e sguardi intimiditi che si alternano ad atteggiamenti spavaldi che risultano quasi forzati. Anche il cast di supporto è molto valido, in primis i genitori di Joan, ai quali Amy Wang riserva i momenti più malinconici, soprattutto verso il finale, che mi ha messo un groppo in gola difficile da mandare giù. Lontano dalla "rozzezza" di Grafted ma assai simile per tematiche, Slanted è l'horror ideale se siete ancora alle prime armi nel genere e non siete ancora pronti per un assalto gore come quello di The Substance, perché è delicato ma anche intelligente, nonché molto onesto nei confronti dello spettatore. Cercatelo, perché è davvero carino!

CAST

Di Mckenna Grace, che interpreta Jo Hunt, ho già parlato QUI.

  • Amy Wang è la regista e sceneggiatrice del film, al suo primo lungometraggio. Australiana, è anche produttrice, attrice e montatrice. 

CURIOSITà

Maitreyi Ramakrishnan, che intepreta Brindha, è comparsa nell'ultima stagione di The Boys come Countess Crow. Se Slanted vi fosse piaciuto recuperate i già citati The Substance e Grafted. ENJOY!

martedì 14 luglio 2026

Minions & Monsters (2026)


Sabato sera sono andata al rinnovato cinema di Albisola a vedere Minions & Monsters, diretto e co-sceneggiato dal regista Pierre Coffin.

Trama

Due Minions, James e Henry, decidono di perseguire un sogno ben diverso da quello del resto della loro tribù, ovvero realizzare un film. Per poter girare uno splendido film di mostri, utilizzano un libro di incantesimi che ne evoca davvero uno...

RECENSIONE

Ho sempre amato i Minions e il loro grande capo Gru, ma col tempo mi sono un po' disaffezionata, al punto che non ho mai recuperato Cattivissimo me 4. Stavo quasi per lasciare perdere anche Minions & Monsters, nonostante il trailer simpatico e la presenza di un mini-Cthulhu, ma per fortuna ho dato una scorsa al post entusiasta di Solaris e, spinta dalla curiosità, ho approfittato della programmazione albisolese per andarlo a vedere. Poi dicono che ormai i blog sono morti e non servono più a nulla! Sono felice di essermi fidata, perché Minions & Monsters è sì l'ennesima aggiunta ad un franchise di successo che non accenna a volersi fermare, ma anche e soprattutto un'immensa dichiarazione d'amore al Cinema, la macchina dei sogni in grado di realizzare quelli delle menti più visionarie e poetiche, e di regalarne altri a quanti sono pronti a sedersi per un paio d'ore nelle poltrone di una sala. La storia di Minions & Monsters, da collocarsi cronologicamente prima dei fatti narrati nel primo Minions, si concentra, infatti, su due Minions in particolare, James ed Henry. Mentre i loro colleghi hanno come unico scopo nella vita quello di trovare un "grande capo" malvagissimo da seguire, James ed Henry sono guidati da fantasia e senso dell'umorismo; in particolare, James adora disegnare storie, tanto quanto Henry adora ascoltarle e condividere con l'amico la propria unicità. Dopo tutta una serie di esilaranti vicissitudini, i Minions finiscono nella Hollywood di fine anni '20 e si ritrovano protagonisti assoluti della scena cinematografica dell'epoca, quella precedente la transizione dai film muti al sonoro. E' proprio lì, prima che la trama introduca i Monsters del titolo, che Minions & Monsters diventa un gioiellino per i cinefili adulti (c'è anche una favolosa zampata sul finale, che non vi spoilero); per il modo in cui il film racconta l'energia, l'esagerata opulenza e la gloria di un'industria cinematografica al suo apice, con tutti i suoi pregi e difetti, la facilità con cui chiunque poteva dare forma a sogni e desideri, e anche la tragica velocità con cui i sogni potevano trasformarsi in incubi di indigenza, dopo anni di fama e denaro. Un dualismo incarnato alla perfezione dai geniali produttori Frank ed Elwood, mostro di cattiveria l'uno ed ottimista tutto zucchero l'altro, emblemi del destino estremo che lambiva chiunque si avvicinasse ad Hollywood.

Questa parte di Minions & Monsters è davvero l'equivalente animato di quel trionfo che era il Babylon di Chazelle, di cui riprende alcuni elementi chiave, sia a livello di trama che di messa in scena (la transizione da muto a sonoro avrebbe sicuramente risollevato l'animo del povero Jack Conrad di Babylon, perché pronunciare parole storiche come "Rosebud/Rosabella" in minionese farebbe sembrare perfetta la voce di qualsiasi attore!). A proposito di quest'ultima, dal momento in cui i Minions mettono piede ad Hollywood c'è da diventare matti a trovare tutti gli omaggi alla settima arte, con capolavori parodiati non solo durante gli splendidi titoli di testa, oppure con intere sequenze dedicate, ma anche con riferimenti blink and you'll miss it all'interno delle scene più concitate, in primis quella dell'inseguimento in treno all'interno di una trafficatissima strada; probabilmente, però, la sequenza più emozionante per un cinefilo è quella del dietro le quinte, una lunghissima carrellata che offre un meravigliato sguardo alle magie praticate dalle maestranze, indispensabili protagonisti per il corretto funzionamento della macchina dei sogni, ancor più di attori e registi blasonati. Per quanto riguarda l'aspetto "monsters", l'impatto visivo degli stessi è efficacissimo, perché il character design di Goomi e colleghi è meraviglioso così come le animazioni, ed è interessante anche il modo in cui la parte di trama che li vede coinvolti, assieme a James, Henry ed Ed, scorra in parallelo con l'altrettanto assurda vicenda di Dick e degli altri Minions, finiti dritti all'interno di una storia di fantascienza che, a un certo punto, acquista tutte le sfumature di una love story d'altri tempi. Giuro senza vergogna che non avrei dato un euro a questo Minions & Monsters, invece si è rivelato uno dei capitoli migliori del franchise e una boccata di aria fresca capace di coniugare meraviglia cinefila e grasse risate. Approfittate delle arene estive, all'interno delle quali sarà sicuro mattatore ancora per un po', e recuperatelo!!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Pierre Coffin, che doppia anche i Minions, ho già parlato QUI. Allison Janney (voce originale di Olivia), George Lucas (sé stesso), Christoph Waltz (Max), Jeff Bridges (Frank e Elwood), Jesse Eisenberg (Dort), Trey Parker (Goomi), Zoey Deutch (Debbie) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Nella versione italiana, il regista Max è doppiato da Maccio Capatonda. Minions & Monsters si colloca cronologicamente prima di Cattivissimo me, Cattivissimo me 2, Minions, Cattivissimo me 3, Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo e Cattivissimo me 4, tutti film che vi consiglio di recuperare, anche se Minions & Monsters è perfettamente fruibile anche da solo. ENJOY!

venerdì 10 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Touch Me (2025)


Oggi la challenge lasciava libera scelta, quindi ho guardato un film che mi ispirava da un po', Touch Me, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Addison Heimann.

Trama

Joey e Craig, due amici problematici, vengono invitati a casa di Brian, alieno tentacolato che si nasconde sotto l'aspetto di fascinoso essere umano. L'idillio si spezza quando entrambi gli amici si scoprono molto attratti da Brian...

RECENSIONE

Agli albori del blog, ormai quasi 20 anni fa, cercavo quasi esclusivamente film dalle trame assurde, oppure quegli horror so bad it's so good, comunque roba che difficilmente avrebbe trovato una distribuzione da noi oppure degli scult che hanno fatto storia. Avrete notato che, ormai, non è più così da parecchio, e che il Bollalmanacco ormai è un diario di visioni anche abbastanza "banali", passatemi il termine, ma per fortuna, ogni tanto, arrivano film come questo Touch Me, che lasciano interdetti già dalla trama. Il film comincia con un lungo monologo di Joey, la quale, su invito della psicoterapeuta, racconta il trauma che l'ha portata lì infarcendolo di dettagli assurdi, quasi esilaranti, in modo da sdrammatizzarlo. Joey le parla di Brian, fascinoso uomo d'affari dalle tute multicolor, e di come costui l'abbia attirata nella sua enorme villa, prima di palesare la sua natura di alieno tentacolato e usarle violenza, costringendola a darsi alla fuga e cercare rifugio da Craig, il suo migliore amico gay. Quella che è stata venduta alla psicoterapeuta come una presa in giro, però, è la pura verità. Brian è realmente un alieno e Joey, prima di scappare terrorizzata, ha passato un periodo non meglio definito a godere, letteralmente, di tentacoli in grado di spazzare via ogni ansia e provocare orgasmi multipli. Un'altra verità è che Joey, seppur traumatizzata, è diventata dipendente dal tocco di Brian. Così, quando si presenta l'occasione, Joey torna alla villa portandosi dietro Craig, il quale si scopre affatto immune al fascino del narcisista Brian; quest'ultimo, ovviamente, è ben felice di fare sesso tentacolato con entrambi, ma il triangolo metterà a dura prova un idillio che nasconde terrificanti segreti. Temo di avere già detto troppo sulla trama di Touch Me, ma vorrei aggiungere ancora una cosa. Nonostante l'effettiva "stupidera" dell'assunto iniziale, il film di Addison Heimann è una spietata riflessione sulle amicizie tossiche, su quei legami di convenienza che si reggono essenzialmente sull'infelicità delle persone coinvolte, e che si sgretolano quando questa condizione di miseria condivisa viene meno. Joey è una ragazza che ha davvero vissuto un trauma terribile, ancor prima di conoscere Brian, ma invece di confidarsi con Craig e cercare di tirarsene fuori, preferisce vivere in una perenne condizione di stordimento; dall'altra parte, Craig usa Joey come metro della propria bontà d'animo, tenendosela in casa come un animaletto carino con cui sfogarsi dal mattino alla sera, in cambio di un tetto e di soldi a palate.

Quando Brian si propone come "guru" e guaritore dell'anima, il rapporto tra Craig e Joey si incrina proprio perché la creatura aliena è falsa e superficiale quanto loro, innamorato solo di se stesso e di un ideale di bellezza che vale finché i suoi amanti lo idolatrano senza porsi troppe domande. C'è anche un aspetto più horror sotteso alla vicenda, ovviamente, ma l'aspetto interessante di Touch Me è proprio il progressivo sfaldarsi dei legami tra i personaggi e la trasformazione di un sogno erotico in un incubo; il resto, sono dettagli che, molto ironicamente, Heimann evita consapevolmente di spiegare, abbracciando in toto le regole di un film di serie Z o l'esilarante follia di un film Giapponese. Questo aspetto di Touch Me potrebbe essere quello che me lo ha fatto piacere così tanto. Il film è, infatti, pesantemente legato alle iconografie giapponesi, cominciando proprio dall'hentai a base di polpi e tentacoli che risale già a fine '800 e il cui esempio più elevato è Il sogno della moglie del pescatore di Hokusai. Touch Me risente anche dell'influenza di film come House, per gli inserti onirico-demenziali che deformano i personaggi oppure trasformano in fumetto i loro pensieri, e del genere pinku eiga, ovviamente, ma io ci ho visto qualcosa anche di un film che col Giappone ha ben poco da spartire, ovvero Brain Damage di Henenlotter (i tentacoli dell'alieno creano dipendenza, inoltre non credo che Brian sia un nome messo a  caso!), anche per come, a un certo punto, vira nello splatter visionario e artigianale. Se Addison Heimann è un regista e sceneggiatore da tenere d'occhio, è anche vero che è riuscito a sfruttare al meglio il cast, in particolare Lou Taylor Pucci. Aperta parentesi body shaming: Lou Taylor Pucci mi fa orrore. Per quanto mi riguarda, l'aspetto più assurdo di Touch Me non è che qualcuno brami di venire scopato da dei tentacoli, ma che voglia farsi anche solo sfiorare dalla versione umana di Brian. Ciò detto, l'interpretazione dell'attore è inquietante e esilarante al tempo stesso, e il suo Brian ha proprio l'aria del guru carismatico dietro al quale c'è il vuoto cosmico, con somma sfortuna di quanti sono disposti a farsi rovinare la vita. I suoi balletti anti-stress, per affrontare l'infantile disperazione che lo assale di tanto in tanto, sono una delle cose più memorabili di un film che ne contiene parecchie, e che vi invito a recuperare se non siete troppo schizzinosi. Poi fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate!

CAST

Di Olivia Taylor Dudley (Joey) e Lou Taylor Pucci (Brian) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Addison Heimann è il regista e sceneggiatore del film. Americano, ha diretto anche il film Hypochondriac. E' anche produttore e attore.


martedì 7 luglio 2026

Good Luck, Have Fun, Don't Die (2025)


Era un po' che volevo vederlo, e ho approfittato dell'uscita italiana per recuperare Good Luck, Have Fun, Don't Die, diretto nel 2025 dal regista Gore Verbinski.

Trama

Un uomo misterioso, che afferma di venire dal futuro, entra in un diner per trovare le persone che lo aiuteranno ad impedire l'estinzione umana per mano dell'IA...

RECENSIONE

Good Luck, Have Fun, Don't Die è uno di quei film inutilmente complicati, che tirano la corda fin quasi a spezzarla e costringono lo spettatore a un tour de force per non addormentarsi sulla poltrona. La cosa assurda, come ho scritto su Facebook, è che l'ultimo film di Verbinski dura 10 minuti più di L'esercito delle 12 scimmie, dal quale prende tantissima ispirazione, ma sembra continuare per ore ed ore, a differenza del film di Terry Gilliam. Buona parte della "colpa", se di colpa si può parlare, è di una sceneggiatura che era nata per essere una serie, cosa che salta subito all'occhio a causa della natura episodica della prima parte. Dal momento in cui l'uomo del futuro interpretato da Sam Rockwell entra nel diner, infatti, due o tre personaggi che andranno a formare il suo gruppo di "eroi" si rendono protagonisti di flashback dedicati; abbiamo dunque insegnanti in fuga davanti ad adolescenti inquietanti, ragazzi che vengono sostituiti da cloni, storie d'amore che scompaiono inghiottite dall'intelligenza artificiale, insomma, vari assaggi di fantascienza horror tenuti assieme da un fil rouge, che sono troppo brevi per essere davvero interessanti e distolgono l'attenzione dello spettatore dal fulcro del film. E dire che di carne al fuoco anche senza questi flashback ce ne sarebbe stata a bizzeffe, a partire dal triste destino del protagonista, il quale è costretto a vivere come il Bill Murray di Ricomincio da capo e affrontare, giorno dopo giorno, lo stesso rompicapo, ovvero quale sia la giusta combinazione di avventori che gli consentirà di annientare l'IA. A mio parere, Good Luck, Have Fun, Don't Die sarebbe stato molto più interessante se, invece di appoggiarsi al "non lo famo ma lo dimo" di Rockwell, avesse mostrato, effettivamente, i suoi sbagli più eclatanti e sanguinosi, anche se sentirli raccontare dal protagonista è una cosa parecchio esilarante, lo ammetto. Non è così interessante, invece, tutto il discorso sull'IA, che nasce già vecchio e raccontato meglio altrove, ridotto a una serie di tristi cliché frutto di conversazioni tra boomer.

E' un peccato che la sceneggiatura di Matthew Robinson sia così stiracchiata, perché Gore Verbinski, dal canto suo, fa di tutto per rendere il film una bellezza per gli occhi. A differenza dello sceneggiatore, Verbinski il senso del ritmo ce l'ha e, aiutato dall'energia di un folle Sam Rockwell, cattura lo spettatore con un'introduzione, quella ambientata nel diner, che è un gioiellino di dinamismo. Verbinski inserisce, inoltre, un sacco di dettagli ricorrenti che acquistano senso man mano che il film prosegue, e non si sottrae neppure all'utilizzo di creature che a definirle cringe si fa loro un complimento, eppure all'interno della narrazione hanno perfettamente senso. Intanto, la loro presenza spiazza lo spettatore, in secondo luogo sono un modo per sottolineare la natura prettamente vuota e stupida dell'IA, il cui obiettivo è rendere gli esseri umani che la utilizzano altrettanto vuoti e stupidi. Passando al cast, Sam Rockwell è sicuramente una spanna sopra tutti gli altri attori, ma i suoi comprimari sono indispensabili alla riuscita dell'opera. Tra i tempi di comici perfetti di Michael Peña e quel mix di fragilità e weird apportato dalla carinissima Juno Temple, ha modo di farsi spazio anche un'attrice che non conoscevo, Haley Lu Richardson, la quale inizialmente attira per via della sua mise e del suo stile, per poi diventare uno degli elementi fondamentali del film, distinguendosi per l'abilità con cui gestisce sia le sfumature drammatiche del personaggio che quelle più action e "punk". L'impressione che mi ha dato Good Luck, Have Fun, Don't Die è dunque quella di un lavoro riuscito a metà, che forse sarebbe stato più valorizzato da un altro tipo di medium. Non mi sento affatto di sconsigliarlo, perché i film brutti sono altri, ma rischia di essere un'altra di quelle opere senza infamia né lode che non riescono a lasciare traccia nella mente dello spettatore dopo un paio di giorni, e persino di non trovare un target di pubblico adatto. Anche per Good Luck, Have Fun, Don't Die vale la stessa cosa che dirò per Ricchi da morire, di cui parlerò tra qualche giorno: se non lo trovate in sala non disperatevi, va benissimo anche aspettare l'uscita in streaming e risparmiare qualche soldino.

CAST

Del regista Gore Verbinski ho già parlato QUI. Sam Rockwell (L'uomo dal futuro), Juno Temple (Susan), Michael Peña (Mark) e Zazie Beetz (Janet) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Tom Taylor, che interpreta Tim, era Jake nel tremendo La torre nera. Se Good Luck, Have Fun, Don't Die vi fosse piaciuto recuperate L'esercito delle 12 scimmie e Everything Everywhere All at Once. ENJOY!

venerdì 3 luglio 2026

2026 Horror Challenge: Il mulino delle donne di pietra (1960)


Il tema settimanale della Challenge Horror poteva essere il top del trash, in quanto chiedeva la visione di un "Horny European Horror". Dall'elenco di esempi forniti dal creatore della challenge ho tirato fuori Il mulino delle donne di pietra, diretto e co-sceneggiato nel 1960 dal regista Giorgio Ferroni (la raccolta di racconti fiamminghi ad opera di tale Pieter van Weigen, nominata nei titoli di testa come fonte della trama del film, a quanto pare non esiste ed è stata inventata per dare maggior tono all'opera).

Trama

Dopo essere stato incaricato di fare delle ricerche sull'argomento, il giovane scrittore Hans viene invitato a dimorare presso il cosiddetto Mulino delle donne di pietra, all'interno del quale c'è un carillon composto da statue a grandezza naturale di tragiche eroine del passato. Il proprietario dell'opera è lo scultore Gregorius Wahl, che vive nel mulino assieme alla figlia Elfie, la quale cela un inquietante segreto...


RECENSIONE

E io che mi aspettavo chissà quale depravazione da Il mulino delle donne di pietra! In realtà, di gente arrapata ce n'è ben poca all'interno del film e, anche se verso il finale il mad doctor di turno approfitta della messa in atto del suo diabolico piano per mostrare un capezzolo della malcapitata vittima, la più infoiata è la figlia dello scultore, Elfie, la quale si invaghisce subito di Hans e se lo porta a letto senza troppe cerimonie. Qui e là, poi, si inneggia ai piaceri della carne grazie alla presenza della procace Annelore (interpretata dalla cugina di Moira Orfei, Liana) e all'atteggiamento piacione del simpatico Ralf, ma sono davvero dettagli di poco conto. In realtà, Il mulino delle donne di pietra è un dignitoso horror gotico in costume, peraltro il primo in Italia ad essere stato realizzato a colori, il che lo dota sicuramente di un valore storico non da poco. Il mulino delle donne di pietra prende il titolo dal luogo dov'è ambientata la maggior parte della vicenda, ovvero una struttura trasformata in una sorta di attrazione turistica dalla presenza di un carillon fatto di statue a grandezza naturale di famose eroine del passato. La caratteristica peculiare delle statue è quella di raffigurare queste donne da morte, oppure morenti; non bastasse questo elemento già abbastanza creepy, va aggiunto anche che Elfie, la figlia del proprietario del mulino nonché autore del macabro carillon, viene tenuta celata alla vista di eventuali ospiti. Nonostante ciò, lo scrittore Hans, incaricato di scrivere un articolo sul carillon e, conseguentemente, invitato a dimorare nel mulino, rimane ugualmente affascinato dalla ragazza, la quale non fa mistero di essersi perdutamente invaghita dell'uomo. E' il solito trope della femme fatale, procace e dai capelli corvini, il cui aspetto è in aperto contrasto con quello semplice e quasi fanciullesco di Liselotte, amica d'infanzia di Hans e da sempre innamorata di lui. Horny come da titolo della challenge, Hans "si concede" ad Elfie per una notte, ma si rende subito conto che la ragazza è strana, oltre che morbosa in maniera ossessiva, quindi torna con la coda tra le gambe da Liselotte, proclamando il suo amore eterno per lei. Ora, non dirò che Hans si merita tutto ciò che gli accadrà dopo, perché questo dovrebbe essere un post serio, ma a prescindere da come la penso io, il personaggio viene punito per questo suo abbandonarsi alla tentazione del proibito e, come i migliori eroi gotici, viene condotto sull'orlo della follia da qualcosa di talmente perverso da risultare inconcepibile.

Mi rendo conto di essere stata abbastanza lacunosa, ma potrei scommettere che sono in tanti a non avere guardato Il mulino delle donne di pietra, quindi mi spiacerebbe incappare in antipatici spoiler. Passo quindi a parlare un po' dell'aspetto visivo dell'opera. Come sottolineato all'inizio del post, Il mulino delle donne di pietra è stato il primo horror italiano a venire girato a colori e Giorgio Ferroni, assieme al direttore della fotografia Pier Ludovico Pavoni, sfruttano al meglio questo nuovo mezzo espressivo. I colori del film sono intensi, pieni, risaltano ancora più vividi grazie all'utilizzo di ombre nitide e ben definite; ovviamente, vengono privilegiate le sfumature del rosso, soprattutto per gli abiti, un giallo malato che sottolinea la natura non proprio salubre del mulino, tinte blu e viola che fanno assumere alla realtà i contorni di un incubo. L'abile uso del colore è anche funzionale alla trama, soprattutto quando la cinepresa si sofferma sul lento, inquietante movimento delle statue del carillon, indugiando sui dettagli dei loro volti e delle loro espressioni. Il mulino e i suoi dintorni, nebbiosi e grigi, sembrano usciti dritti da un romanzo gotico. La struttura del mulino è labirintica e le inquadrature del regista, talvolta debitrici dello stile espressionista tedesco, riescono a farlo sembrare molto più grande di quello che è, soprattutto quando Hans comincia a perdere contatto con la propria razionalità e a confondere realtà e allucinazioni. La lunga sequenza onirica in cui il protagonista immagina di parlare con vari personaggi è doppiamente efficace perché Ferroni non utilizza alcun elemento visivo per distinguere sogno e realtà; l'unico indizio per lo spettatore è l'eco della voce degli interlocutori di Hans, ma quando il protagonista è solo si finisce vittime della sua stessa confusione. Al di là dell'innegabile bellezza formale, un appunto che bisogna fare a Il mulino delle donne di pietra è che l'aspetto horror è trattenuto per buona parte del suo metraggio e che la follia, purtroppo, esplode solo sul finale, rivelando tutta la depravazione celata all'interno del mulino e gettando nuova luce sulla scappatella di Hans che, col senno di poi, rende molto meno peregrino il tema della challenge. Di più non dimandate e, se questo post vi ha incuriosito, recuperate anche voi Il mulino delle donne di pietra.

CAST

  • Giorgio Ferroni è il regista e co-sceneggiatore del film. Nato a Perugia, ha diretto film come Le baccanti, Il leone di Tebe, Un dollaro bucato, Per pochi dollari ancora, Wanted, L'arciere di fuoco e La notte dei diavoli. Anche montatore, attore e produttore, è morto nel 1981, all'età di 73 anni.

mercoledì 1 luglio 2026

Influencers (2025)


Siccome Rai4 lo manderà in onda questo sabato 4 luglio, parliamo un po' di Influencers, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Kurtis David Harder.

Trama

CW è riuscita a fuggire dall'isola deserta indonesiana. Cercando di rifarsi una vita a Parigi, si innamora, ricambiata, di Diane, ma le sue pulsioni omicide tornano a galla...

RECENSIONE

Influencer, arrivato in Italia come Influencer: l'isola delle illusioni, era un horror carino uscito un paio di anni fa, che si aggiungeva al filone recente dedicato a chi vive in un lussuoso mondo fatto di sponsor, viaggi, bei vestiti e frasette motivazionali atti a prendere per il naso i follower, illudendoli di poter, un giorno, fare la loro stessa vita. Che gli influencer siano uno dei tanti mali che affliggono la società spero sia chiaro, e il film di Kurtis David Harder prendeva in giro i meccanismi che governano questa piaga, introducendo come villain una ragazza capace di controllare questi stessi meccanismi e rivoltarli contro gli influencer rubando loro tutto, in primis la vita. CW era un fantasma, un enigmatico babau che si appropriava delle vuote, patinatissime esistenze altrui senza alcun motivo particolare; Influencers non rivela molto di più sul personaggio, ma stavolta almeno ce lo mostra intento a provare, almeno, a creare dei legami. La parte di film che anticipa i titoli di coda ci mostra CW nel sud della Francia, felicemente fidanzata con Diane, ragazza di buona famiglia che nulla sa dei trascorsi della compagna. Ovviamente, questo spaccato di felicità non può durare, perché CW, oltre ad essere enigmatica, è anche psicologicamente instabile; quando, durante una vacanza, si mette in mezzo un'invadente influencer inglese, a CW scatta una comprensibile mosca al naso che, ahilei, scatenerà una cascata di eventi nefasti. In più, la protagonista del film precedente è in cerca di vendetta perché, pur essendo sopravvissuta all'isola deserta in cui l'aveva intrappolata CW, è stata accusata degli omicidi compiuti da quest'ultima, e la sua vita è stata completamente rovinata. Nell'attesa dell'inevitabile confronto tra le due, Kurtis David Harder alza il tiro e scoperchia tutto il marcio che si nasconde dietro il mondo scintillante degli influencer. Se, nel primo film, il target era tutto sommato limitato all'abisso di tristezza e solitudine celato dalle splendide foto di viaggi (Madison era vanerella ma non faceva male a nessuno), qui ci sono arroganti star del web alle quali tutto è dovuto, ipocriti che fanno le peggio cose dietro una facciata irreprensibile, merde umane che fomentano l'odio verso le donne, ecc. ecc. Insomma, già prima CW era un personaggio difficile da criticare, ma in questo sequel si arriva direttamente a fare il tifo per lei, nella speranza che la sua violenza ripulisca il mondo da un po' di stupidità assortita. 

Kurtis David Harder
ha avuto anche aumenti sostanziali per quanto riguarda il budget, perché i paesaggi da sogno del film precedente raddoppiano, e l'azione spazia tra le zone più lussuose di un'Indonesia popolata da ricconi e la Francia, in particolare le zone del Sud. Quelle del regista non sono solo cartoline turistiche, perché i paesaggi naturali e le opulente architetture, per non parlare degli interni, sono funzionali alla trama e si fanno essi stessi personaggi. La Francia del Sud diventa il luogo del cuore, una speranza di rinascita insozzata dallo stesso vuoto cosmico che trasforma tutto in "esperienza esclusiva", mentre l'Indonesia è come sempre quella zona borderline in cui ci si può volutamente perdere, sia per via della natura selvaggia, sia per le attrazioni e i locali zeppi di turisti disattenti in cerca di facile divertimento o di quello scorcio con cui accaparrarsi le invidie di pochi amici e tanti follower. Anche Cassandra Naud fa quel passo in più, e il film diventa il suo one woman show, attraverso il quale consegnare al pubblico una CW sempre misteriosa, ma un pochino più umana, anche nei suoi terribili difetti. C'è da dire che gli altri interpreti non sono proprio degli attori eccelsi, in primis Emily Tennant, il cui carisma era dubbio già nel primo film, ma la Naud ha abbastanza cazzimma e sensibilità da poter trasformare CW, eventualmente, in una villainess alla quale sarebbe giusto consegnare un'intera serie. Anche perché Influencers si fa molto interessante e divertente negli ultimi 20 minuti (al netto di un catfight che ho trovato un po' imbarazzante), durante i quali Kurtis David Harder butta tutto in caciara ma con uno stile elegantissimo ed ironico che mi ha portato a perdonargli una prima parte pasticciata e leggermente soporifera, almeno per quanto mi riguarda. Nell'attesa che CW torni, forse, per un terzo capitolo, consiglio la visione di Influencers, anche se magari il primo non vi aveva fatto impazzire.

CAST

Del regista e sceneggiatore Kurtis David Harder ho già parlato QUIGeorgina Campbell, che interpreta Charlotte, la trovate invece QUA.

  • Cassandra Naud interpreta CW. Canadese, riprende il ruolo dal film Influencer, inoltre ha partecipato ad altri film quali Descendants 2, Descendants 3, It's a Wonderful Knife e a serie come Le terrificanti avventure di Sabrina. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 33 anni e parteciperà alla serie Carrie, di Mike Flanagan

CURIOSITà

Emily Tennant torna a riprendere il ruolo di Madison, dopo gli eventi di Influencer, che ovviamente vi consiglio di recuperare. ENJOY!

martedì 30 giugno 2026

Toy Story 5 (2026)


La settimana scorsa sono andata a vedere Toy Story 5, diretto e sceneggiato dai registi McKenna Harris e Andrew Stanton.

Trama

Jessie, Buzz e gli altri giocattoli vivono felici con Bonnie, almeno finché alla bambina non viene regalato un tablet, Lilypad, che si accaparra interamente la sua attenzione...

RECENSIONE

Nel 1995, il giocattolo a corda Woody viveva l'esperienza più terribile della sua esistenza, venendo rimpiazzato da Buzz Lightyear, dotato di suoni e luci elettroniche. Nel 2026, la cowgirl Jessie rivive il trauma che l'ha segnata con la sua prima "bambina" e viene rimpiazzata dal tablet Lilypad. Sono due pattern praticamente identici, che presentano anche diversi punti in comune a livello di regia ed animazione, ma differiscono in un punto drammatico, che poi è il fulcro del discorso portato avanti da Toy Story 5. Woody e Buzz erano giocattoli diversi ma comunque molto simili, con i quali i bambini potevano sbrigliare la fantasia rimanendo "presenti" alla realtà che li circondava, interagendo talvolta con genitori e coetanei. Lilypad, invece, è un tablet, e non si possono inventare giochi con un tablet ma bisogna usare quelli contenuti nel device, seguendo determinate tempistiche che portano a rimanere perennemente connessi, pena perdere dei "privilegi". Jessie e Lilypad, a differenza di Woody e Buzz, non giocano nello stesso campionato, e per vincere (là dove per "vincere" si intende fare il bene di Bonnie) bisogna imparare a conoscere pregi e difetti dell'avversario, accettando gli inevitabili cambiamenti e la consapevolezza che c'è un tempo per ogni cosa e che l'unica cosa importante è esserci nel momento che conta maggiormente. Quella di Toy Story 5, in realtà, è una "Jessie Story", all'interno della quale Woody e Buzz sono poco più di una nota di colore. Testarda e boomer, Jessie si fa portavoce del punto di vista di genitori e adulti, disperati all'idea che i loro piccoli crescano troppo in fretta e vengano portati via da tecnologia e social, diventando sempre meno bambini. In realtà, però, Toy Story 5 non è un cautionary tale contro tablet e affini, quanto piuttosto un racconto di formazione all'interno del quale c'è un garbato invito ad unire sempre l'elemento umano alla tecnologia e a vigilare sui pargoli ipnotizzati e affascinati da essa. All'interno di una società in cui anche i più piccoli devono essere connessi, pena venire trattati come paria, sta agli adulti capire e sfruttare le potenzialità dei mezzi tecnologici per arricchire le possibilità di crescere, coltivare interessi e conoscere nuovi amici, tenendo sempre presente però che la realtà "virtuale" può ferire malamente e avere gravi ripercussioni sulla vita reale. 

L'importante ed attualissimo messaggio, assieme a un paio di prese di coscienza tristemente "adulte", che mi hanno causato il solito magone, sono gli aspetti migliori di quello che, per quanto mi riguarda, è al momento il capitolo più debole della saga. Guardando Toy Story 5 ho patito il ritmo calante della prima parte e il riproporsi di situazioni più o meno sempre uguali a quelle dei film precedenti; i giocattoli di Bonnie danno il meglio quando la ragazzina si lancia in coloratissime, allucinanti fantasie in cui lo stile d'animazione è simile a quello tradizionale e analogico, altrimenti lasciano un po' il tempo che trovano. D'altronde, dopo quattro film ormai il parterre di comprimari è immenso e, salvo per l'utilizzo originale di Buzz Lightyear, persino gli ex protagonisti fanno fatica a trovare ancora qualcosa da dire. Così non è per Bonnie, fortunatamente, sebbene anche nel suo caso si cominci ad avere l'impressione di avere di fronte un personaggio costruito in modo che risulti normale nella sua stranezza, così inquadrata negli standard di originalità della Disney/Pixar da essere quasi banale. Il film vanta alcune sequenze memorabili, in particolare quelle che riguardano un certo gruppo di personaggi tutti uguali, costruite come se fossero dei corti d'azione, talvolta addirittura horror, e alcuni momenti più riflessivi che sfiorano la poesia ma, tutto sommato, la sensazione che mi ha lasciato Toy Story 5 è quella di un'opera che dimenticherò nel giro di un paio di settimane. Anche in virtù di quanto tempo è servito a realizzarlo e dell'obiettiva bellezza delle animazioni e della tecnica digitale, che ha raggiunto dei livelli tali da esprimere persino la sensazione tattile del materiale di cui sono fatti i giocattoli, non dirò, ovviamente, che il nuovo capitolo è "inutile". Sono convinta che i bambini l'adoreranno e che molti adulti ci perderanno il cuore come per tutti gli altri capitoli della saga, quindi vi invito ad andare a vederlo e a portarci i pargoli, ma personalmente sono rimasta un po' freddina. Dai trailer che hanno preceduto Toy Story 5 so però che da qui a novembre mi aspetteranno almeno altri quattro cartoni animati da vedere, quindi vi do appuntamento al prossimo, sperando in una recensione più entusiasta!

CAST

Del co-regista e co-sceneggiatore Andrew Stanton ho già parlato QUI. Tom Hanks (Woody), Tim Allen (Buzz Lightyear), Joan Cusack (Jessie), Craig Robinson (Atlas), Jay Hernandez (il papà di Bonnie), Bonnie Hunt (Dolly), Tony Hale (Forky), Wallace Shawn (Rex), Ernie Hudson (Combat Carl), Annie Potts (Bo Peep), Keanu Reeves (Duke Caboom) e Alan Cumming (Bullseye in versione malvagia) li trovate invece ai rispettivi link.

  • McKenna Harris è la co-regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, principalmente animatrice, ha diretto il corto Ciao Alberto. E' anche produttrice e doppiatrice.
  • Greta Lee è la voce originale di Lilypad. Americana, ha partecipato a film come St. Vincent, Past Lives e a serie quali Wayward Pines e What We Do in the Shadows. Anche sceneggiatrice e regista, ha 43 anni e un film in uscita, The Last House

CURIOSITà

Conan O'Brien è la voce originale di Smarty Pants. Il cavallo Bullseye avrebbe dovuto parlare ed essere doppiato da Martin Short, ma alla fine si è deciso per lasciare il personaggio muto. Il film segue, ovviamente, Toy Story, Toy Story 2, Toy Story 3 e Toy Story 4, che vi consiglio di recuperare assieme ai corti Vacanze hawaiiane, Buzz a sorpresa, Non c'è festa senza Rex, Toy Story of Terror e Toy Story - Tutto un altro mondo. ENJOY!



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