venerdì 22 maggio 2026

2026 Horror Challenge: The Ghoul (1933)

Il tema della Challenge settimanale era "Gotico". Nella watchlist avevo questo The Ghoul, diretto nel 1933 dal regista T. Hayes Hunter, che faceva proprio alla bisogna!


Trama: un eminente egittologo in punto di morte chiede di venire sepolto in un sarcofago assieme ad un gioiello che gli consentirebbe di ottenere la vita eterna. Quando l'uomo muore, però, il gioiello diventa fonte di un'aspra contesa che lo costringe a tornare per uccidere...


Pur avendo come protagonista un pilastro dell'horror americano, The Ghoul è un film prodotto e realizzato in Inghilterra, e ha rischiato di diventare una delle tante pellicole perdute della storia del cinema. Una versione rovinata, tagliata e priva di sonoro era stata ritrovata verso la fine degli anni '60 in Cecoslovacchia, dopodiché, fortunatamente, all'inizio degli anni '80 ne è stato riesumato un negativo in perfette condizioni, nascosto all'interno di un magazzino murato ed inutilizzato all'interno degli Shepperton Studios in Inghilterra. Grazie al British Film Institute, che solo nel 2003 ha offerto il materiale restaurato per la diffusione in DVD, The Ghoul è oggi un'opera di cui possiamo fruire tutti, e che si trova gratuitamente, sottotitolata, su tantissimi canali di YouTube. The Ghoul, più che un horror tout court, è un mistery con elementi gotici e parecchi momenti in cui un volontario, garbato humour british viene utilizzato per stemperare la tensione. Protagonista è un egittologo, interpretato da Boris Karloff, convinto che venendo sepolto assieme a un gioiello chiamato "Luce Eterna" otterrà, per l'appunto, la vita eterna. Essendo un gioiello assai prezioso, la Luce Eterna viene bramato da parecchie persone alle quali interessa più il denaro che una leggenda potenzialmente farlocca e che, astutamente, decidono di aspettare che il vecchio tiri le cuoia per potersene impossessare. Costoro, però, hanno sottovalutato la minaccia del professor Norlant. In punto di morte, l'egittologo profetizza un ritorno qualora le sue volontà non vengano rispettate e, puntualmente, l'uomo risorge come il "ghoul" del titolo, mosso da intenti omicidi e dalla volontà di recuperare il gioiello rubato. Dopo un inizio ambientato in un'Inghilterra nebbiosa, atto a presentare tutti i personaggi del film e a delineare i vari passaggi di mano del gioiello, The Ghoul trasferisce la parte più importante della vicenda all'interno della lugubre magione di Norlant, un luogo zeppo di elementi weird e perturbanti, che fa il paio col mausoleo egizio fatto costruire dal professore come ultima dimora e teatro della propria resurrezione. Il Norlant di Karloff si vede poco, ma la sua presenza alleggia come un'ombra costante sugli altri personaggi, e le sue pratiche blasfeme ed incomprensibili (per gli altri) incarnano quell'oscurità in grado di travolgere esistenze quotidiane normali e di insinuarsi nel cuore dei vivi, rivelando brame inconfessabili e spingendo ad atti inauditi che richiamano punizioni ultraterrene.  


A differenza di un film come The Drums of Jeopardy,  recuperato recentemente (nonostante anch'esso appartenga a un'epoca in cui il codice Hays non era ancora in vigore), The Ghoul spicca per la presenza più marcata di scene violente esplicite. In The Drums of Jeopardy gli omicidi di Karlov erano soltanto suggeriti, oppure la sequenza veniva tagliata un istante prima di raggiungere la sua definitiva conclusione. Qui, invece, Karloff (quello vero!) strangola le sue vittime senza farsi troppi problemi e, a un certo punto, arriva persino ad incidersi un simbolo pagano sul petto, spillando sangue, cosa che credo abbia sconvolto più di uno spettatore dell'epoca. L'atmosfera lugubre del film viene confermata anche da una scenografia e una fotografia legate agli stilemi dell'espressionismo tedesco: sia gli ambienti esterni che gli interni sono caratterizzati da uno spiccato contrasto tra luce e ombra e, spesso, gli esseri umani sono solo misteriose figure nascoste in una nebbia insinuante, mentre la magione di Norlant, come sottolineato anche nei dialoghi, sembra più l'antro di una creatura notturna che una dimora dove qualcuno potrebbe effettivamente vivere. A proposito di dialoghi, The Ghoul è infarcito di parecchi scambi di parole ricchi di wit britannico (le interazioni tra l'avvocato e il nipote del morto o tra quest'ultimo e il "parson" sono fantastiche) e ha una forte componente comica, affidata quasi in toto alle due attrici del cast, in particolare alla svenevole, ingenua Miss Kaney di Kathleen Harrison, la quale nonostante tutto non vede l'ora di concupire l'affascinante sceicco che arriva a movimentarle la vita. Il malessere del 1933, e quasi quasi è meglio essere strangolati dal ghoul! Considerazioni sceme a parte, The Ghoul è un film molto interessante e particolare, che merita una visione.


Di Boris Karloff, che interpreta il professor Norlant, ho già parlato QUI mentre Ralph Richardson, che interpreta Nigel Hartley, lo trovate QUA.

T. Hayes Hunter è il regista del film. Americano, ha diretto film come Il trionfo della primula rossa. Anche sceneggiatore e produttore, è morto nel 1944.


The Ghoul
ha un remake del 1961, Sette allegri cadaveri, una commedia horror tratta anch'essa, molto liberamente, dal racconto The Ghoul di Frank King. Ovviamente, questo remake non è disponibile su nessuna piattaforma italiana, ma ne esiste una versione in DVD, se siete curiosi di guardarlo. ENJOY! 

mercoledì 20 maggio 2026

Blue Moon (2025)

Per la serie "recuperi pre-Oscar", oggi vi parlo di Blue Moon, diretto nel 2025 dal regista Richard Linklater e candidato a due Oscar, quello per Miglior attore protagonista e quello per Miglior sceneggiatura originale.


Trama: il paroliere Lorenz Hart, la sera del trionfo del suo socio storico, si ritrova in un bar ad attendere Elizabeth, la sua protetta...


Mi ero chiesta come mai, nel corso dei miei soliti recuperi, non fosse ancora arrivata la classica biografia di un personaggio (a me) sconosciuto e finalmente Blue Moon ha esaudito il mio "desiderio". Il film di Richard Linklater ci offre, infatti, uno scorcio degli ultimi anni del paroliere Lorenz Hart, colui che, assieme al compositore Richard Rodgers, ha dato vita a canzoni come Blue Moon, appunto, e spettacoli quali A Connecticut Yankee, più volte nominato nel corso della vicenda. Il focus della sceneggiatura di Robert Kaplow è una serata ben precisa, quella in cui il musical Oklahoma! ha aperto a Brodway per la prima volta, decretandone non solo il clamoroso successo, ma anche la nascita di un nuovo sodalizio artistico, quello tra Richard Rodgers e Oscar Hammerstein. L'inizio della fine, insomma, per Hart, il quale si ritrova, solo ed amareggiato, al bar dove l'ex socio sta per arrivare a festeggiare lo spettacolo, ad attendere sua protetta, l'aspirante poetessa Elizabeth. Che il destino di Hart non sarà felice, il film lo chiarisce fin dalle prime scene, ma Blue Moon cristallizza un commovente, delicato momento di consapevolezza, in cui Hart capisce di essere ormai "superato", intrappolato in un passato di gloria che lui stesso, complice l'alcolismo e un carattere intemperante, ha contribuito a distruggere. La presa di consapevolezza arriva graduale, rallentata dalla natura affabulatoria del protagonista, il quale mescola continuamente verità ed illusioni alimentate da una passata grandezza, aneddoti che lo vedono protagonista, sogni di gloria per il futuro e tantissime pennellate di umorismo nero, citazioni più o meno colte e una buona dose di malizia, che rendono i dialoghi particolarmente vivaci ma non meno "patetico", passatemi il termine, il povero Hart. Il modo in cui il protagonista apre gli occhi alla triste realtà, tra la freddezza malinconica di Rodgers e i fiumi di parole di un'adolescente in fregola che ha occhi solo per sé stessa e per le sue "crush" (tra le quali, ahimé, Hart non rientra) è una doccia fredda per lo spettatore, il quale si ritrova impossibilitato a provare altro che simpatia per lui, e la sciocca speranza che le carte possano tornare a girare in suo favore. 


L'impianto di Blue Moon è giustamente teatrale come il mondo in cui è ambientato, caratterizzato da un'intima unità di luogo, una serie di lunghi monologhi e qualche importante dialogo tra Hart e tutta una serie di co-protagonisti ed "extras", con un paio di gag imperniate su personaggi che sarebbero diventati importantissimi per la scena culturale americana. Il film è lo one man show di Ethan Hawke, aiutato giusto da un paio di trucchetti tecnici a riprodurre la fisicità di Hart (a volte il trucco riesce, altre meno; le poltrone, per esempio, sembrano innaturalmente grandi, ma le inquadrature atte a mostrare Hawke più basso di tutti gli altri attori sono perfette) ma, per il resto, impegnato nella performance della vita. L'attore ripropone tutti i vezzi di Hart, il suo modo di parlare e la sua ambiguità di fondo, profondendosi in un riuscito mix di poesia e trivialità, senza mai risultare macchiettistico, anzi; il suo personaggio acquista profondità nel tempo e se, all'inizio, Hart sembra solo un buffo fanfarone, verso il finale si avverte proprio il peso della vecchiaia, delle occasioni perdute, una malinconia che prelude ad una resa e che dona ulteriore profondità agli sguardi e ai gesti dell'attore. Il dialogo all'interno del deposito degli abiti è una delle mie sequenze preferite, per la verosimiglianza con cui un cuore colmo di amore e speranza si ritrae, si rimpicciolisce davanti allo spietato fulgore di una sincerità ingenua e crudele, affidata all'impossibile bellezza di Margaret Qualley, sempre più splendida ed irraggiungibile. Guardando quella scena, sfido chiunque ad ignorare il magone, a ricordare tutte le volte in cui ci si è sentiti stupidi, umiliati di fronte all'incapacità di capire che il nostro tempo era passato e, per certi versi, forse non era neppure mai arrivato. Lo ammetto, arrivata alla fine di Blue Moon non ero molto convinta di quello che avevo visto, forse perché da Richard Linklater non mi aspettavo qualcosa di così "tradizionale". Eppure, passata la notte che porta consiglio, ho scoperto di non riuscire a smettere di pensare alle emozioni dolceamare lasciate dal film, un'opera delicata e poetica alla quale vi consiglierei di dare una chance. 


Del regista Richard Linklater ho già parlato QUI. Ethan Hawke (Lorenz Hart), Bobby Cannavale (Eddie), Andrew Scott (Richard Rodgers) e Margaret Qualley (Elizabeth Weiland) li trovate invece ai rispettivi link.



 

martedì 19 maggio 2026

Forbidden Fruits (2026)

Siccome era un film che mi incuriosiva parecchio, di recente ho recuperato Forbidden Fruits, diretto e co-sceneggiato dalla regista Meredith Alloway.


Trama: le tre commesse del negozio di abiti Free Eden spadroneggiano all'interno del centro commerciale ma l'arrivo di una quarta ragazza, Pumpkin, sconvolgerà i delicati equilibri del trio...


Avevo aspettative altissime per questo Forbidden Fruits, che era stato salutato dalla stampa di genere come una versione moderna di Giovani streghe, uno dei miei film preferiti. Questo potrebbe essere il motivo per cui Forbidden Fruits non mi ha convinta al 100%, anche se l'ho trovato divertente e, a tratti, anche interessante per il modo in cui rappresenta le quattro protagoniste. Forbidden Fruits parte come una qualsiasi commedia alla Mean Girl, Ragazze a Beverly Hills o Schegge di follia. Ci sono tre ragazze, Apple, Cherry e Fig, che sono in cima alla catena alimentare del centro commerciale, tre commesse dell'esclusivo negozio di abiti Free Eden. Ognuna di esse è bellissima, desiderabile e, ovviamente, irraggiungibile e tutte vengono ugualmente adorate dalla plebe che popola il tristissimo centro commerciale. Un giorno, si presenta alle tre una quarta ragazza, Pumpkin, che dopo un minimo di reticenza viene introdotta all'interno della piccola cerchia. Pumpkin scopre così che le commesse sono anche una congrega di streghe guidate dalla carismatica Apple la quale, in cambio di promesse di sorellanza, sostegno reciproco e crescita, pretende fedeltà assoluta e il rispetto di alcune regole fondamentali. Un'oscurità sottesa, insomma, che nasconde segreti terribili e un'insofferenza in grado di mandare in frantumi l'"Eden libero" con poche azioni mirate, trasformando così i toni dell'opera da satira sociale a commedia nera con abbondanti pennellate di horror. Questa varietà di registri, per quanto mi riguarda, è un po' il problema di Forbidden Fruits. Il film intavola un discorso interessante sulle magagne del femminismo "interessato", sulla sorellanza ipocrita che vira verso l'estremismo, e fa un ritratto complesso di almeno due delle protagoniste, ovvero Apple e Cherry. La prima è connotata come la villain (la Nancy) del gruppo, furiosa verso una vita che l'ha privata degli affetti e conseguentemente dedita a un controllo totale degli altri, ma è impossibile non provare talvolta pietà per gli effetti che ha avuto su di lei la profonda solitudine; Cherry, d'altra parte, viene dipinta come la tipica bimbo bionda, ma la sua è una tragica maschera che cela senso di colpa e il disperato desiderio di appartenere ancora a qualcosa, o a qualcuno. Le altre due protagoniste, purtroppo, non sono così bene caratterizzate (Fig dovrebbe essere la più intelligente ma verso il finale diventa scema come un tacco, Pumpkin, pur con tutte le sue ragioni, cambia personalità da una sequenza all'altra), e sono un'ottima espressione di quella mancanza di coesione che lamentavo qualche riga fa. Forbidden Fruits, infatti, introduce tante suggestioni quante ne lascia cadere e non sfrutta al meglio tutte le cartucce che ha al suo arco, in primis quella della congrega di streghe, che a un certo punto diventa poco più di una nota di colore che poco apporta alla risoluzione della vicenda. Lo stesso, purtroppo, vale per buona parte di qualsiasi avvenimento del film esuli dalla progressiva disgregazione del gruppo, tra tornado, indagini, daddy issues e un quinto elemento, Pickle, che si porta via gli aspetti più intriganti della sceneggiatura. 


Al di là delle mie perplessità per quanto riguarda la scrittura del film, Forbidden Fruits ha dalla sua un comparto visivo di tutto rispetto che, ovviamente, segue le regole non scritte dei modelli a cui fa riferimento. Abbiamo quindi una colonna sonora accattivante e zeppa di pezzi da vere "bitch", ad accompagnare sequenze introduttive di gruppo atte a sottolineare la natura cool ed esclusiva della congrega. Per chi, come me, è una fashionista wannabe (ovvero, adora la moda estrosa e sexy ma non ha capacità, fisico e coraggio per vestirsi in quel modo), gli outfit di ognuna delle ragazze, studiato appositamente per sottolinearne le caratteristiche individuali, sono uno più bello dell'altro, e ho apprezzato anche il fatto che gli abiti delle protagoniste si facciano via via più anonimi col progressivo disgregarsi della loro amicizia. Altra cosa apprezzabilissima è il modo in cui gli scenografi hanno unito l'atmosfera girlie e modaiola di Free Eden alle necessarie suggestioni gotiche veicolate dall'idea di una congrega di streghe, creando un antro stiloso ma inquietante, dove non stona affatto l'immagine di uno stivale da cowboy utilizzato al posto di un classico calice o di un calderone. E poi, naturalmente, ci sono le attrici. Victoria Pedretti mi aveva già rubato il cuore come membro della Flanagan Family, grazie ad una sensibilità e una fragilità in grado di commuovere, ma qui dimostra anche di avere tempi comici perfetti e dà vita ad una maschera tragicomica più complessa di quanto non appaia (e grazie, Victoria, per essere una gnocca da primato in un corpo normale, che osa perfino mostrare un accenno di cellulite. Grazie!). Non guardando Riverdale non conoscevo affatto Lili Reinhart ed è stata una splendida sorpresa. La sua Apple è carismatica da morire, oltre che bellissima, e l'attrice si lascia trasportare in toto dall'intensità del personaggio che interpreta, sia nel "bene" di un controllo maniacale che nel male di una follia che esplode incontrollabile, rimanendo sempre e comunque affascinante e sexy. Alexandra Shipp, in mezzo alle due, è un po' l'ago della bilancia che raramente sconfina in un'interpretazione sopra le righe, mentre purtroppo Lola Tung si lascia divorare dal carisma delle altre, indebolendo quello che dovrebbe rappresentare il punto di vista esterno e razionale, più vicino allo spettatore, e conseguentemente l'empatia verso Pumpkin. A prescindere dagli indubbi difetti, probabilmente derivanti dall'inesperienza e dal troppo entusiasmo (o ansia da prestazione) tipici delle opere prime, Forbidden Fruis è un film che merita più di una visione. Sono troppo vecchia perché diventi un cult personale, ma magari potrebbe folgorare qualche ragazzina sedicenne, com'era successo a me con Giovani streghe!  


Di Alexandra Shipp, che interpreta Fig, ho già parlato QUI.

Meredith Alloway è la regista e co-sceneggiatrice del film, al suo primo lungometraggio. Americana, è anche attrice e produttrice.


Lili Reinhart
interpreta Apple. Americana, famosa per aver partecipato alla serie Riverdale, ha lavorato come doppiatrice ne I Simpson. Anche produttrice, ha 30 anni e due film in uscita. 


Victoria Pedretti
interpreta Cherry. Americana, la ricordo per film come C'era una volta a... Hollywood, Shirley e, soprattutto, per serie quali Hill House, The Haunting of Bly Manor e Something Very Bad Is Going to Happen. Anche regista e produttrice, ha 31 anni e tre film in uscita. 


Se Forbidden Fruits vi fosse piaciuto recuperate Amiche cattive, Schegge di follia, Jennifer's Body, Giovani streghe e Bodies, Bodies, Bodies. ENJOY!




venerdì 15 maggio 2026

2026 Horror Challenge: The Drums of Jeopardy (1931)

Il tema della challenge settimanale era abbastanza particolare, cito testualmente: "Poverty Row, Hollywood's Original low budget B movies". Dalla lista fornita dal creatore della challenge ho scelto The Drums of Jeopardy, diretto nel 1931 dal regista George B. Seitz e tratto dal romanzo omonimo di Harold MacGrath.


Trama: dopo la morte della figlia, lo scienziato bolscevico Boris Karlov giura vendetta sulla famiglia di nobili che ritiene responsabile dell'accaduto...


Prima di parlare del film, contestualizziamo un attimo il tema della challenge, perché anche io ero abbastanza ignorante in materia. "Poverty Row" è un termine gergale che indica piccoli studios che, dagli anni '20 agli anni '50, producevano film di serie B in contrasto con le grandi majors. I generi erano più o meno sempre gli stessi, in primis c'erano i western, ma anche commedie, film d'avventura o crime, affidati a registi e attori poco famosi e realizzati con budget irrisori. The Drums of Jeopardy, prodotto dalla Tiffany Pictures, rientra di diritto in questa Poverty Row ma, a differenza di quanto riportato nell'elenco che ho consultato, non è un horror, quanto più un mix tra melodramma e spionaggio internazionale, con qualche suggestione vagamente legata al genere oggetto della challenge. La prima cosa, che peraltro fa un po' ridere, è la presenza di un mad doctor chiamato Boris Karlov, il quale però viene connotato come scienziato pazzo solo nelle prime sequenze che lo presentano; inizialmente, si vede Karlov trafficare con delle provette e con una maschera antigas dall'aspetto inquietante ma, in seguito, lo stesso dottore viene rappresentato solo come uno spietato bolscevico assetato di vendetta, con una diffusa rete di spie e sicari al seguito e, al limite, un gusto un po' più spiccato per gli omicidi violenti e le torture psicologiche. The Drums of Jeopardy non mostra esperimenti folli, né mutazioni causate dagli stessi o simili, anzi, Karlov potrebbe giusto essere un antenato dei nemici bondiani, al massimo. Vero è che Karlov segue un cieco percorso di vendetta simile a quello di molti thriller horror, una furia cieca che non guarda in faccia a nessuno e che non si cura di capire chi, tra i membri della famiglia Petroff, abbia veramente spinto al suicidio la figlia. Tale percorso, inoltre, si mescola ad una leggenda legata alla collana del titolo, "i tamburi della sventura" appunto, un oggetto maledetto in quanto rubato ad un'antica tribù, che dovrebbe condannare a morte chiunque si veda recapitare uno dei ciondoli che la compongono. 


A parte questo paio di aspetti un po' più particolari, The Drums of Jeopardy non fa paura né mette inquietudine e si snoda in maniera abbastanza banale seguendo la fuga dei Petroff dalla Russia in America. All'interno della sceneggiatura si fa ben attenzione a distinguere i buoni dai cattivi, senza addentrarsi in elucubrazioni socio-economiche legate alla rivoluzione russa; la Russia è rappresentata come un paese "esotico" come tanti altri, dove accadono "cose" strane che in America non succederebbero mai, e per quanto deprecabili siano, i nobili acculturati vengono accolti senza troppe remore dall'intelligence USA. Ovviamente, il film presenta un'evoluzione del personaggio del principe Nicholas, dipinto inizialmente come uno stupido sciupafemmine, il quale dopo avere conosciuto l'americana Kitty decide, in un giorno, di mettere la testa a posto, eleggerla ad amore della sua vita e, conseguentemente, ammantarsi delle caratteristiche tipiche di un eroe senza macchia e paura, condividendole però col vero personaggio totalmente positivo dell'intera vicenda, il saggio agente all-american Martin Kent. Alla ciarliera zia di Kitty, Abbie, viene lasciato il ruolo di comic relief e grillo parlante della situazione, e al povero Boris Karlov non resta altro che circondarsi di caratteristi dalla faccia perfetta per il ruolo di silenziosi, infidi sicari. A proposito di facce, quella di Boris Karlov, ovvero dell'attore Warner Oland, non mi era nuova, con quel taglio orientale degli occhi, nonostante le origini svedesi. In effetti, nonostante abbia partecipato a un film della Povert Row, Oland era già diventato famoso grazie al ruolo di Fu Manchu e, in seguito, sarebbe diventato una star interpretando il detective Charlie Chan in ben sedici film. Ciò detto, in tutta onestà, non avrei motivo di consigliarvi The Drums of Jeopardy (che potete trovare gratis su Plex o su Youtube), a meno che non siate fan dell'attore e vogliate godervi una sua opera meno conosciuta!

George B. Seitz è il regista del film. Americano, ha diretto film come Un affare di famiglia, L'amore trova Andy Hardy, Gudice Hardy e figlio, Andy Hardy incontra la debuttante, La vita comincia per Andy Hardy e La doppia vita di Andy Hardy. Anche sceneggiatore, produttore e attore, è morto nel 1944.


Warner Oland
(vero nome Johan Verner Olund) interpreta Boris Karlov. Svedese, ha partecipato a film come Il drago rosso, The Return of Dr. Fu Manchu, Il cammello nero, La crociera del delitto, L'artiglio giallo e L'uomo dai due volti. E' morto nel 1938.


Clara Blandic
k, che interpreta Abbie, era la zia di Dorothy ne Il mago di Oz. The Drums of Jeopardy è il remake di un film omonimo del 1923. ENJOY!

mercoledì 13 maggio 2026

Honey Bunch (2025)

Passata la febbre da Oscar mi sono dedicata al recupero di un paio di uscite horror che avevo lasciato indietro. Una di queste è Honey Bunch, diretto e sceneggiato nel 2025 dai registi Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer.


Trama: Diana, reduce da un grave incidente, viene portata dal marito Homer in una clinica sperimentale che promette di guarirla in pochi giorni. Non passa molto tempo prima che la donna capisca che qualcosa non va...


Siccome sono una persona molto profonda, avevo puntato Honey Bunch perché avevo visto, nel cast, il nome di quel figo illegale di Jason Isaacs. Non ricordavo, infatti, di avere già visto un film realizzato da Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer, anche se i loro nomi mi sembravano familiari, ed è solo cercando informazioni su Honey Bunch dopo la visione che ho realizzato: gli autori sono gli stessi di Violation, angosciante riflessione sulla violenza sessuale e la percezione della stessa, una visione potente ma anche molto, molto deprimente. Honey Bunch non raggiunge, per fortuna, quei livelli di angoscia e orrore, ma non è una visione leggera. Come spesso accade negli ultimi tempi, Honey Bunch decostruisce un rapporto di coppia apparentemente idilliaco, un legame che ha subito una ferita tremenda nel momento in cui Diana ha avuto un incidente d'auto, perdendo parte delle funzioni motorie e dei ricordi precedenti alla tragedia. Accompagnata dal marito Homer, Diana si affida alle cure di una clinica in mezzo alla campagna, la cui fondatrice promette di rimetterla in sesto in pochissimi giorni, attraverso un metodo rivoluzionario. Come sempre accade negli horror, le cure miracolose non sono mai a buon mercato e, ancor peggio, i metodi rivoluzionari nascondono realtà aberranti; nel caso di Honey Bunch, tutto ciò si unisce al discorso sull'amore e come viene vissuto e percepito, soprattutto nel momento in cui una metà della coppia si "rompe". Quand'è che l'amore totalizzante si trasforma in egoismo? E' giusto prendere decisioni all'insaputa dell'altro, arroccati nella cieca convinzione che sia "per il suo bene"? E' giusto, anche, annullarsi totalmente per amore, rinunciando a tutto ciò che non pertiene alla sfera di coppia? Sono queste le domande scomode che pone Honey Bunch, senza ovviamente dare una risposta chiara ed univoca, anche perché il punto di vista adottato è quello di Diana, una donna che non può più fidarsi dei suoi ricordi e delle sue percezioni. Diana è malata, e può solo lasciare che gli altri prendano le decisioni per lei senza metterla a parte, per riserbo o chissà per quale altro motivo. Quando la cura comincia a renderla ancora più confusa, e a trasformare la realtà che la circonda con flash da incubo, Diana inizia a percepire che qualcosa non va e smette di fidarsi, mettendo in discussione anche chi pensava di conoscere bene.


Lentamente, attraverso pochi dialoghi e molti flashback alternati a sprazzi di visioni, inquadrature di sguardi e gesti fugaci, uniti al setting perfetto di una magione isolata, circondata da foresta, pericolose scarpate e giardini misteriosi, Honey Bunch costruisce un'atmosfera di paranoia crescente, che culmina in un finale weird e violento, ben poco rassicurante. Lo stile di Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer ricorda quello degli horror europei anni '70 (di fatto, il film è ambientato in quegli anni), caratterizzati dal contrasto tra una fotografia morbida e flash di violenza surreale, che si fondono fino a confondersi e annullare ogni parvenza di realismo. Fa molto anche la colonna sonora particolare, caratterizzata da echi vintage che mi hanno ricordato tantissimo i brani più riusciti di Pino Donaggio, con quei suoni dissonanti che accompagnano movimenti di macchina improvvisi e rivelatori. Per quanto riguarda gli attori, purtroppo partivo svantaggiata dall'aver visto l'irritante Tito e qualcosa, di quel film, mi dev'essere rimasto, perché ho provato spesso fastidio durante le interazioni tra Diana e Homer. Per carità, Grace Glowicki e Ben Petrie sono bravissimi e, in quanto compagni nella vita vera, sono anche piuttosto naturali e verosimili, ma interpretano due personaggi con i quali, nonostante tutto, non sono mai riuscita ad empatizzare fino in fondo e verso i quali ho provato, fin dall'inizio, un'inspiegabile diffidenza. Molto meglio Jason Isaacs, Julian Richings e Kate Dickie, facce "rassicuranti" che, se non altro, so come gestire e alle quali vorrò sempre bene, anche quando interpretano personaggi discutibili o inquietanti. In conclusione, Honey Bunch è un horror che tratta con originalità e piglio artistico un argomento già battuto altre volte; non è un'opera facile ed immediata e, probabilmente, servirebbe una seconda visione "col senno di poi" per carpirne appieno le sfumature ma, anche così, è un film che consiglio (poi magari provate anche Tito, eh. Giusto per capire se ha fatto schifo solo a me)!


Dei registi e sceneggiatori Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer ho già parlato QUIJulian Richings (Delwyn), Kate Dickie (Farah) e Jason Isaacs (Joseph) li trovate invece ai rispettivi link.


Grace Glowicki
, che interpreta Diana, è la regista, sceneggiatrice ed interprete di Tito, una delle visioni più pesanti dei vari Torino Film Festival, che vedeva tra i protagonisti anche Ben Petrie, il compagno della Glowicki, che in Honey Bunch interpreta Homer. ENJOY!

martedì 12 maggio 2026

Bolle di recensioni: Mortal Kombat (2021) e Mortal Kombat II (2026)

Attirata da un paio di trailer e dalla presenza di Karl Urban, ho deciso di andare a vedere Mortal Kombat II e, qualche giorno prima, ho recuperato il prequel Mortal Kombat, film del 2021 che, chissà perché, era sfuggito ai miei radar. Siccome Mortal Kombat l'ho guardato ormai più di una settimana fa, senza mai avere il tempo di scrivere qualcosa in merito, e siccome nessuno dei due film è proprio quel che si dice un capolavoro su cui elucubrare più di tanto, mi sembrava doveroso accorpare due mini-post nella rubrica Bolle di recensioni. ENJOY!


Mortal Kombat
(Simon McQuoid, 2021)

Probabilmente questo me l'ero perso perché sono sempre stata una bimba di Street Fighter, più che di Mortal Kombat. Ma da nerd un po' a tutto campo, nonché figlia degli anni '80-'90, conoscevo buona parte dei personaggi del videogame e la natura gradevolmente splatter dell'opera videoludica, culminante nelle iconiche "Fatality". Il primo Mortal Kombat introduce l'idea di un torneo da disputare tra vari mondi in lotta tra loro, con una serie di prescelti portatori di un marchio particolare che vengono chiamati per combattere in duelli all'ultimo sangue. Qualora un regno dovesse vincere il torneo per dieci volte di fila, questo avrebbe la possibilità di sottomettere il regno perdente; in questo caso, il rischio è che la Terra venga conquistata dal Regno Esterno, già a nove vittorie. La cosa esilarante di Mortal Kombat è il modo in cui il Regno Esterno ami vincere facile, nel senso che la tattica è quella di uccidere i prescelti prima ancora che sappiano dell'esistenza del torneo. Ciò consente agli sceneggiatori di presentare vari personaggi del videogame nei panni di malvagi tout court, mostri pronti ad uccidere gli ignari guerrieri terrestri radunati dal dio del fulmine Raiden, il tutto attraverso il punto di vista del protagonista Cole Young, il Goku/Pegasus della situazione che, nonostante sia dotato di un potere inimmaginabile, non ha la più pallida idea di come utilizzarlo. Diciamo che Cole è anche il personaggio meno interessante (una sorta di uomo d'ottone Bautistiano che non ha neppure un'oncia del carisma di tutti i vari Sub-Zero, Skorpion, Raiden, Mileena, Shang Tsung e, ovviamente, Kano, il jolly impazzito del mucchio e il comprimario meglio scritto, o comunque il più divertente) e, non fosse per le notevoli dosi di splatter e violenza mutuate, giustamente, dalla natura stessa del videogioco, seguire le sue prevedibili vicende sarebbe una noia pazzesca. Tutto sommato, il film poteva venire meglio ma poteva anche venire peggio, considerato che Simon McQuoid era alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa; il montaggio e la resa dei vari combattimenti è un po' rozza e poco fluida, con parecchie magagne coperte da abbondanti dosi di CGI (che, fortunatamente, mi sono risparmiata al cinema o temo mi sarebbero esplosi gli occhi, altro che Fatality), le scene drammatiche di raccordo sono cheesy quanto un puff al formaggio, e la maggior parte degli attori occidentali dovrebbe andare a zappare la terra, però è anche vero che basta un "Kano wins", un "get over here!" e quella zamarrata di canzone infilata nei titoli di coda per far tornare istantaneamente il buonumore. E di sicuro è un film perfetto per farsi venire voglia di rispolverare qualsivoglia versione di Mortal Kombat abbiate in casa e rimettervi a giocare.

Curiosità: Il film era stato inizialmente classificato come NC-17 e il regista ha dovuto tagliare parecchie scene di violenza estrema per ottenere l'R-rating. Il Mortal Kombat di Paul W.S. Anderson, per inciso, era stato realizzato per l'R-rating ed era stato completamente stravolto per ottenere il PG-13.


Mortal Kombat II
(Simon McQuoid, 2026)

Sembra che qualcuno, all'epoca, si fosse lamentato di almeno due enormi difetti in Mortal Kombat: il fatto che il torneo non venisse mai disputato e l'assenza di Johnny Cage. Cinque anni dopo, Simon McQuoid ha dato al pubblico quello che voleva e ci ha aggiunto anche Kitana coi suoi ventagli, assieme a un paio di altri personaggi assai pittoreschi presenti nel videogioco. Salvo per un paio di cadute di ritmo, in particolare all'inizio, non mi sono pentita di essere andata a vedere Mortal Kombat II al cinema. Intanto, il film usa uno sporchissimo barbatrucco per far tornare il mio adorato Kano e ribadire la natura profondamente malvagia e paracula del Regno Esterno (nel primo film ammazzavano i prescelti prima che ne avessero consapevolezza, qui usano direttamente una pietra che rende immortali, quando non sono impegnati nella sottile arte della necromanzia). Inoltre, i riflettori vengono spostati da quel mollo di Cole a Johhny Cage il quale, pur seguendo un percorso di presa di coscienza assai simile, ha una personalità strabordante che non ci mette molto ad offuscare quella di tutti gli altri comprimari, forse anche più anonimi del film precedente. Sarà che adoro Karl Urban, ma non l'ho trovato un male. Quanto al Mortal Kombat in sé, mi pare si sia data un'accelerata alle scene gore e violente, con almeno un paio di morti decisamente sorprendenti ed "esagerate", accompagnate dall'utilizzo di ambienti familiari ai giocatori del franchise, ma la sensazione è sempre quella di avere davanti scene di lotta realizzate col minimo sindacale di sapienza e tecnica, annegate nella CGI per stordire lo spettatore. Non so se è perché gli stessi realizzatori e produttori ci credono poco, sta di fatto che Mortal Kombat II si conclude in modo "neutro", con l'assist per un eventuale terzo film che, qualora non venisse mai girato, non lascerebbe comunque lo spettatore con l'amaro in bocca per una storia monca, come potrebbe succedere, per esempio, nel caso di Five Nights at Freddy's. Per quanto mi riguarda, se Josh Lawson tornerà nei panni di Kano sarò della partita, ed esigo anche, tra i doppiatori italiani, la presenza di Haruhiko Yamanouchi, anche se avrò sempre paura che Skorpion voglia vendere una Suzuki a Sub-Zero prima di fargli una Fatality.

Curiosità: Ed Boon, co-creatore della serie di videogiochi, compare nei panni del barista Ed.

venerdì 8 maggio 2026

2026 Horror Challenge: Bloodthirsty (2020)

La challenge horror, questa settimana, chiedeva un horror diretto da una donna. In watchlist, non so perché, avevo Bloodthirsty, diretto nel 2020 dalla regista Amelia Moses, così ne ho approfittato per guardarlo.


Trama: una cantante in crisi d'ispirazione e vittima di allucinazioni viene contattata da un produttore discografico, che si offre di aiutarla a realizzare il nuovo disco. Nella casa del produttore, però, le condizioni mentali della ragazza peggiorano ulteriormente...


Di sicuro l'ho già scritto molte volte, ma lo ripeto: è assai difficile che un film sui licantropi mi entusiasmi e, nell'eterna lotta tra le due tipologie di mostri, il mio amore andrà sempre ai vampiri. Non deve stupire, dunque, che io abbia trovato Bloodthirsty un film come tanti, senza infamia né lode, al limite reso ancora meno interessante da una trama che segue cliché assai banali, senza reinventare granché. Bloodthirsty racconta la storia di Grey, cantante in crisi d'ispirazione che, dopo un primo album di successo, vive nell'ansia che la sua seconda opera venga stroncata dalla critica. All'incertezza per il futuro della carriera si aggiungono terrificanti allucinazioni durante le quali Grey si vede mutare in una bestia assetata di sangue, visioni che si fondono con la realtà e la portano a dubitare non solo di se stessa, ma anche di tutto ciò che la circonda. Nel bel mezzo della crisi, arriva la proposta di Vaughn, famoso produttore discografico con un passato oscuro, che invita Grey e la sua fidanzata a trasferirsi nella sua villa in mezzo ai boschi per registrare il nuovo disco. Nonostante i dubbi iniziali, legati principalmente ad un'accusa di omicidio da cui Vaughn è stato assolto, l'approccio del produttore funziona e a Grey comincia a tornare l'ispirazione; assieme ad essa, però, arrivano cambiamenti importanti nella psiche della ragazza, qualcosa che la spinge ad abbracciare sempre più la violenza sanguinosa delle sue visioni per "liberarsi" delle costrizioni morali e sociali. Come facilmente intuibile, Bloodthirsty è l'ennesima storia che racconta il connubio tra la natura "maledetta" di un artista e la sua arte. Grey non riesce più a cantare né suonare perché si costringe a rinnegare ciò che si nasconde in lei, indossando una facciata di ragazza perbene, gentile e remissiva; le allucinazioni sono lo sfogo di un retaggio rimosso, sepolto in profondità, e il metodo di Vaughn consiste nell'indurre Grey ad accettare il suo lato mostruoso, rendendo di conseguenza le sue canzoni e la sua musica più "vere". Siccome Bloodthirsty è un horror, e nemmeno dei più sottili, il discorso non è solo metaforico, e la progressiva presa di coscienza di Grey rischia di mettere in pericolo lei e la sua fidanzata, anche perché Vaughn ha un secondo fine intuibile praticamente al quinto minuto di film, se vogliamo essere generosi.


L'aspetto che mi ha un po' perplessa di Bloodthirsty, al di là di uno svolgimento prevedibile e di una messa in scena che lascia abbastanza tiepidi anche nelle sequenze più horror (dove la regista tende a preferire un blando schifo all'inquietudine, soprattutto per eventuali spettatori vegetariani o vegani ma, ripeto, niente che non si sia già visto, reso in maniera molto più disgustosa, in miliardi di altri film simili) è il fatto che le canzoni di Grey siano talmente gnegne da far venire il latte alle ginocchia. L'evoluzione del suo stile, il cambiamento, lo percepiscono solo i personaggi: salvo per l'aggiunta di qualche immagine "forte" nei testi ("God is a fascist", per dire, che fa inorridire la fidanzata) e una maggiore confidenza nell'esecuzione, Grey rimane una di quelle cantautrici pop che miagolano intristite dall'amore e dalla vita, con tutto il rispetto per la giovane Lowell che ha partecipato alla colonna sonora del film e lo ha co-sceneggiato, probabilmente inserendo qui e là alcuni aspetti autobiografici. Da un film sui licantropi avrei voluto una roba più punk e grezza rispetto a questa ode alle ballad indie ma, ovviamente, è solo gusto personale. Fortunatamente, almeno la protagonista, Lauren Beatty, ha un aspetto particolare e distante dalle bellezze un po' plasticose e tutte uguali del cinema di genere commerciale, così che il ritratto di una cantante in bilico tra la fama e il ritorno all'anonimato risulti più verosimile; inoltre, alcune caratteristiche del viso della Beatty sono già di loro "ferine" e ciò aiuta molto la transizione nelle varie fasi del make-up atto a trasformarla in mostro sul finale. Non posso però spendere le stesse parole di elogio per il resto del cast, fatto di attori anonimi ed inespressivi, con quella breve comparsa di Michael Ironside messo lì a mo' di nume tutelare di un'operazione che rischia di non entusiasmare nemmeno i suoi fan più accaniti. Non penso di avervi incuriosito col mio post ma, nel caso, trovate Bloodthirsty sui canali Midnight Factory o, ancora meglio, gratis su Tubi, se avete una VPN.    


Di Michael Ironside, che interpreta il dottor Swan, ho già parlato QUI.

Amelia Moses è la regista del film. Canadese, anche sceneggiatrice e produttrice, ha diretto altri film come Bleed with Me e Guess Who.


Lauren Beatty i
nterpreta Grey. Canadese, anche regista, sceneggiatrice, compositrice e cantante, ha partecipato a film come Pay the Ghost, Saw: Legacy e Bleed with Me


Greg Bryk
interpreta Vaughn Daniels. Canadese, ha partecipato a film come A History of Violence, L'incredibile Hulk, Saw V - Non crederai ai tuoi occhi, RED, Saw 3D - Il capitolo finale, Rabid e a serie quali Relic Hunter e Channel Zero. Anche produttore e doppiatore, ha 54 anni e due film in uscita. 


Se vi piacciono le tematiche di Bloodthirsty, due film molto più riusciti da recuperare sono Raw e Ginger Snaps. ENJOY!


mercoledì 6 maggio 2026

Undertone (2025)

Uno degli horror più chiacchierati nella mia sfera di appassionati del genere era Undertone, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Ian Tuason, quindi ho cercato di guardarlo appena possibile.


Trama: Evy, che vive con la madre costretta a letto da una malattia terminale, ha come unico sollievo il podcast a tema sovrannaturale condiviso con l'amico Justin. I due rimangono però coinvolti in una serie di eventi sempre più inquietanti, dopo avere riprodotto alcuni file audio arrivati da una mail anonima...


Mi avevano sconsigliato di guardare Undertone da sola e di sera, ma l'ho fatto lo stesso. Il risultato è stato di dovere sospendere la visione almeno un paio di volte per fare il giro del mio piccolo appartamento e accendere le luci laddove non vi fosse la possibilità di chiudere le porte, come per esempio in corridoio, e anche così ho vissuto momenti di panico a seguito di un paio di rumori misteriosi, probabilmente causati dalla gatta Makiki che si sistemava sulla sedia da lavoro di Mirco. So bene che la paura è qualcosa di puramente soggettivo, ma con me Undertone è stato efficacissimo per un motivo, che poi è lo stesso che mi porta ad essere terrorizzata ogni volta che leggo La nonna di Stephen King. Probabilmente, anche ad Ian Tuason sarà capitato, da bambino, di rimanere solo in casa per periodi brevi, e di aver provato, in quei frangenti, una paura talmente grande da trasformare i secondi in minuti e i minuti in ore, a causa di una fantasia smisurata che vedeva mostri in ogni ombra. Io ancora oggi faccio incubi vividissimi sulla mia vecchia casa d'infanzia (per inciso, un semplice appartamento di 5 stanze e un corridoio), dove la cucina era l'unico "porto franco", a patto di non dare mai le spalle al buio del corridoio, luogo su cui si aprivano quattro vani apparentemente vuoti e sicuri, ma mica detto. Nei miei incubi, da quelle stanze arrivano voci che non possono essere semplici rumori o allucinazioni auditive, e si accendono all'improvviso delle luci; l'unica cosa che mi resta da fare, in quei momenti di terrificante consapevolezza, è scegliere tra rimanere immobile in cucina, ad aspettare l'inevitabile col cuore in gola, oppure aprire la porta-finestra che dà sul terrazzo, e da lì tentare di calarmi giù dal balcone, confidando in un atterraggio morbido dal secondo piano. A fronte di questi terrori che mi porto dietro dall'infanzia, Undertone è stato agghiacciante perché, per buona parte del film, Evy è seduta a un tavolo, indossa un paio di cuffie che la isolano dal mondo esterno, e dà le spalle a un corridoio buio su cui si affaccia la scala che porta al piano di sopra, dove sua madre sta morendo per una malattia incurabile. Tutto il resto, compreso il difficile rapporto con una fede cattolica inculcata dalla madre, il senso di colpa per avere evitato ogni tipo di legame affettivo con la donna fino all'insorgere della malattia, l'angoscia derivante dall'essere rimasta incinta di un uomo impreparato a gestire qualsiasi tipo di responsabilità e la conseguente, comprensibile paura di non essere in grado di fare la madre, il podcast come unico punto fermo in cui indossare la maschera di un "personaggio" (Evy la scettica contro il credulone Justin) così da mantenere un minimo di stabilità emotiva, persino la natura del demone, direttamente collegata a tutto questo disagio, per me è passato in secondo piano.  


Ian Tuason
, al suo primo lungometraggio, mostra una padronanza nella gestione degli spazi e del sonoro che ha dell'incredibile. Intanto, buona parte dell'inquietudine di Undertone proviene da ciò che si sente nelle cuffie di Evy. Appena la ragazza le indossa, i rumori esterni vengono tagliati fuori e il suo universo diventa ciò che viene riprodotto o registrato in funzione del podcast, tutte cose ovviamente terrificanti già da sole, visto che Undertone è un found footage audio, il cui scheletro sono dieci file .wav che raccontano una storia di invasione/possessione demoniaca sempre più angosciante. Succede però che le sensazioni provate da Evy mentre indossa le cuffie si riversino nella realtà esterna; quando le toglie, ciò che ha ascoltato sembra riverberare intorno a lei, non c'è quello stacco netto che invece si nota nel momento in cui si mette al computer. La consapevolezza che Evy non possa sentire quel che accade appena dietro di lei, o al piano di sopra dove giace sua madre, alimenta la forza delle riprese di Tuason il quale, maledetto lui, o rinchiude la bravissima Nina Kiri all'interno di inquadrature ridotte, magari mostrando solo alcuni dettagli come le mani o un primo piano del volto, oppure la mostra seduta al tavolo a figura intera, ma sul lato destro dello schermo: l'attenzione della macchina da presa, in quei casi, è tutta per ciò che sta dietro la porta aperta alla sua sinistra, l'abisso insondabile del corridoio buio, delle scale che portano al piano di sopra. L'attesa che da lì arrivi "qualcosa", non necessariamente ad attaccare Evy, ma anche "solo" a manifestare la sua presenza, è l'aspetto di Undertone che me lo ha reso così insostenibile, assieme ai tanti dettagli inquietanti legati ad oggetti di uso quotidiano, che nella mente dello spettatore diventano potenziali veicoli di un orrore demoniaco senza pietà né remore. Il finale di Undertone, chiassoso e delirante, non funge da valvola di sfogo, bensì è un passo verso una follia generata dal terrore dell'attesa nonché un attentato alle coronarie, e ammetto, per venire incontro alla mia sanità mentale, di non averlo guardato con l'attenzione che avrebbe meritato, bensì con lo sguardo appena rivolto verso il Gatto della fortuna della Lego, situato poco più in basso rispetto al televisore. E' un ottimo trucco che vi consiglio di sfruttare, se vi capiterà di guardare Undertone a casa. Al cinema, dovesse mai uscire in Italia, l'unica soluzione penso sia la solita rete di protezione fatta di dita intrecciate e occhi socchiusi ma non garantisco che sopravviverete alla visione.   

Ian Tuason è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Canadese, è anche produttore.


Adam DiMarco
, la voce di Justin, è il Nicky di Something Very Bad Is Going to Happen. ENJOY!

martedì 5 maggio 2026

Pillion (2025)

Era da qualche tempo che volevo vederlo e, finalmente, sono riuscita a recuperare Pillion, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Harry Lighton a partire dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones.


Trama: Colin è un timido omosessuale che vorrebbe trovare la persona giusta. La sera di Natale viene abbordato da Ray, aitante motociclista, col quale comincia una relazione basata su pratiche BDSM...


Prima di cominciare il post, devo fare una confessione esilarante. Probabilmente perché traviata dal nostro "caro" amico ex senatore, ero convinta che Pillion fosse un nome o, al limite, un cognome. Alla fine del film, col mio compagno di visione, ci siamo guardati e ci siamo chiesti: "Ma quindi, Pillion chi cavolo era?". Ebbene, giusto perché l'ignoranza è uno stile di vita, scopro ora che il termine "pillion" viene utilizzato, in inglese, per indicare il sellino posteriore di una moto, quello del passeggero. E' quindi il posto riservato a Colin, il protagonista del film, il quale si ritrova impegnato in una relazione che gli nega il ruolo di conducente e lo vuole "trasportato" o, per meglio dire, dominato, da Ray. Motociclista misterioso e bellissimo, Ray un giorno dà appuntamento a Colin per una sveltina in un vicolo la notte di Natale. Dopodiché, non si fa sentire per chissà quanto tempo, finché, dopo un po', propone a Colin di andare da lui. E' l'inizio di una lunga relazione BDSM, con Ray come dominatore e Colin impegnato a pulire casa, cucinare e fare la spesa, relegato a dormire sul tappeto della camera da letto, oppure a rimanere in piedi, in silenzio, mentre Ray suona il piano o legge, situazioni alternate ad atti sessuali spesso accompagnati da dolore o umiliazione. Rileggendo le righe che ho scritto, mi rendo conto di quanto sia difficile, per me, non utilizzare termini "di parte", che in qualche modo condannino un tipo di relazione che la mia mentalità percepisce come ingiusta. In realtà, Pillion si mantiene neutro nei giudizi, e racconta a degli spettatori probabilmente ignoranti in materia o comunque impreparati, un modo di relazionarsi (non solo sessualmente) consenziente, con ruoli definiti accettati da entrambe le parti, accompagnato dalla progressiva presa di coscienza di un ragazzo che, nella sottomissione, trova la felicità. Colin, nel corso del film (molto più leggero e divertente rispetto al romanzo da cui è tratto, a quanto ho letto in giro) cresce e impara a gestire una relazione che, anche per chi ha il ruolo di sottomesso, deve essere paritaria e consapevole, con dinamiche passabili di venire temporaneamente sospese se in quel momento la persona coinvolta non è più felice. Viceversa, Ray rimane un mistero, sia per gli spettatori, che per Colin, che per la banda di motociclisti di cui fa parte, un uomo talmente compreso nel suo ruolo di dominatore da trovarsi spaesato ed inerme di fronte ad eventuali atti di "debolezza".


Dovrei leggere Box Hill, ma l'idea che mi sono fatta è che Harry Lighton, anche sceneggiatore, abbia smorzato molto di ciò che viene mostrato nel libro a favore di un'opera più a misura d'ignorante e di un pubblico "generalista", dando in pasto agli spettatori pillole di BDSM accompagnate comunque da aspetti più edificanti, che prevedessero una sorta di chiusura per almeno un personaggio, nonostante il finale aperto. Allo stesso modo, è vero che Pillion non lesina immagini abbastanza esplicite dal punto di vista sessuale, ma l'approccio di Lighton ammorbidisce la natura diretta e persino violenta di certe pratiche, privandole di connotazioni morbose o tragiche, preferendo ricorrere ai cliché della commedia (talvolta romantica, mettendoli alla berlina) o ad atmosfere drammatiche sì, ma mai opprimenti. Di sicuro, un film come Pillion deve avere messo a dura prova gli attori, non solo per via di alcune scene "forti" ma anche per il grado di confidenza, intimità e fiducia richieste dall'interazione tra i personaggi. Alexander Skarsgård, anche fuori dal set, ha sempre dato prova di non essere mai stato un uomo schizzinoso o schivo, forse anche per via delle sue origini scandinave, e comunque ha la fisicità perfetta per interpretare un freddo motociclista, talmente bello da non sembrare nemmeno vero. Chi continua a stupirmi ad ogni film è invece Harry Melling, che compensa un aspetto oggettivamente bruttino, povera stella, con un acume incredibile nella scelta dei ruoli e una rara sensibilità nell'interpretarli. Siccome Pillion segue il punto di vista di Colin, con Ray connotato più come oggetto del desiderio che come protagonista a tutto tondo, Melling ha il non facile compito di trasmettere allo spettatore la percezione di una gioia "differente", la dignità e la realizzazione derivanti da una sottomissione scelta di propria volontà, ben diversi dall'iniziale paura di perdere l'ultima occasione rimasta di stare con qualcuno, soprattutto con un figo come Skarsgård. Non è una cosa facile, perché il rischio di un film come Pillion è che Colin venga percepito come una vittima, ma per quanto mi riguarda l'attore c'è riuscito eccome. Questo è uno dei motivi per cui mi sento di consigliare un film probabilmente non per tutti (in primis per chi ha amato il romanzo, che potrebbe percepire l'adattamento filmico come un tradimento verso la fonte), abbastanza originale e interessante da elevarsi dalla media delle opere recenti, che spesso sottovalutano l'intelligenza dello spettatore e non lo lasciano neppure libero di riflettere. 


Di Harry Melling (Colin) e Alexander Skarsgård (Ray) ho già parlato ai rispettivi link.

Harry Lighton è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha 34 anni.


Lesley Sharp
interpreta Peggy. Inglese, ha partecipato a film come Full Monty, La vera storia di Jack lo squartatore, Inkheart - La leggenda del cuore d'inchiostro e serie come Dr. Who. Anche regista, ha 66 anni. 



giovedì 30 aprile 2026

2026 Horror Challenge: Il mostro della laguna nera (1954)

Il tema della Challenge Horror della settimana era "anni '50". Ho scelto dunque di guardare Il mostro della laguna nera (Creature from the Black Lagoon), diretto nel 1954 dal regista Jack Arnold.

Trama: dopo il ritrovamento di un fossile misterioso, un gruppo di ricercatori si reca in Amazzonia. Lì scopriranno l'esistenza di un antichissimo mostro anfibio e decideranno di provare a catturarlo, con tragiche conseguenze...  


Il mostro della laguna nera
era sicuramente un altro di quei film che avevo guardato ai tempi dell'università ma che, purtroppo, ricordavo poco. Il bello di questa challenge è che mi costringe a riguardare anche cose che, normalmente, non penserei mai di riprendere, e mi lascia ogni volta meravigliata per la freschezza che mantengono alcuni titoli, anche dopo decenni. Il mostro della laguna nera ne è un ottimo esempio, e fa strano pensare, col senno di poi, che il film di Jack Arnold aveva tutte le carte in regola per finire del dimenticatoio: il gill-man è stato l'ultimo dei cosiddetti mostri classici della Universal, quindi ha avuto meno tempo di altri per sedimentarsi nella memoria degli spettatori dell'epoca, inoltre il film è stato realizzato in 3-D quando la moda per questo formato si stava esaurendo, circostanze che, al giorno d'oggi, avrebbero condannato un'opera all'oblio senza possibilità di appello. Invece, Il mostro della laguna nera è entrato a far parte dell'immaginario collettivo, ha segnato autori come Stephen King o Guillermo del Toro, solo per citarne un paio, e ha generato due seguiti e chissà quanti emuli. Forse perché la trama, di per sé molto semplice, profuma d'avventura e di mondi sconosciuti, o forse perché il mostro, poverino, sotto sotto fa un po' pena. Il gill-man, infatti, non viene connotato come malvagio, ma come una creatura vissuta per secoli in un luogo incontaminato, che si ritrova tra i piedi esseri umani pronti a scavare, deturpare e depredare, per amore di una scienza e di un progresso che lui non può ovviamente capire. All'epoca, la sequenza in cui il gill-man spia e segue Kay sott'acqua avrà sicuramente messo angoscia, a me è sembrata il frutto della fascinazione di un essere vivente nei confronti di una creatura completamente diversa da lui, una brama nata da solitudine secolare, e mi è sembrata invece molto malinconica. La duplice percezione della natura del gill-man, d'altronde, è parte integrante della trama, che vede contrapposti due modi di intendere la ricerca scientifica, con David e Kay, da una parte, che vogliono studiare e capire nel rispetto dell'ecosistema e degli esseri che lo popolano, mentre dall'altra parte Mark non esita ad uccidere ed inquinare per raggiungere gli obiettivi ed ottenere finanziamenti. Il mostro della laguna nera potrebbe quindi anche essere considerato come un antenato degli eco-horror, in quanto il messaggio ammonitore è chiaro e la fine del gill-man non ha il sapore del trionfo, quanto più quello di un'occasione perduta.


Il mostro della laguna nera
è molto moderno anche nella realizzazione, e nel modo in cui rappresenta l'eroina femminile. Intanto, la fotografia del film è fatta di contrasti tra luce ed ombra molto nitidi, e ogni fotogramma è chiaro e ben definito, sia per le riprese effettuate sulla "terraferma" che per quelle subacquee. Queste ultime hanno una bellezza tutta particolare, che sconfina nella poesia espressa durante la nuotata parallela di Kay e del gill-man, quasi un balletto dotato di una fluidità e un'eleganza impressionanti; viceversa, quando la creatura viene ripresa a figura intera nella caverna che segna l'ingresso del suo regno, l'impressione è quella di avere di fronte un alieno a disagio in un ambiente che non gli si confà, il che accresce ulteriormente la sensazione di un pericolo imminente e feroce per gli umani. Non è che le sequenze in cui il gill-man attacca gli incauti subacquei non mettano ansia, però c'è un ribaltamento dell'estraneità, anche se è un modo contorto e orribile per dirlo: nell'acqua, sono gli umani ad essere innaturali e goffi, giustamente vulnerabili, mentre sulla terra, nonostante la sua ferocia, è il gill-man ad esporsi alla possibilità di venire catturato, ferito o peggio. C'è da dire che, forse, questa mia idea è alimentata, giocoforza, dai due diversi attori sotto il costume della creatura e, soprattutto, dai due diversi costumi, ma sia come sia è qualcosa che rende il film ancora più particolare. Tornando al discorso, invece, di Kay e dell'eroina femminile, è interessante trovare nei dialoghi dei riferimenti alla realizzazione lavorativa prima ancora che matrimoniale e alla pari dignità di due scienziati differenziati solo dal rispettivo sesso. Sebbene Kay venga trattata come una damsel in distress in virtù del suo essere l'unica donna (e in quanto concupita dal gill-man) e sebbene l'idea di una nuotata in costumino bianco non sia proprio furbissima, quanto piuttosto una strizzata d'occhio agli spettatori maschi, la protagonista viene comunque connotata come una donna forte, intelligente e indipendente, la cui apertura mentale va di pari passo con un'empatia che esula dal genere o dalla specie e che viene condivisa con l'eroe maschile. Il mostro della laguna nera ha un solo, grande difetto se, come me, avete poco tempo per i rewatch: fa venire una voglia matta di riguardare La forma dell'acqua per godere di uno dei capolavori di del Toro con rinnovata consapevolezza. Credo proprio che sia un double feature da sperimentare, almeno una volta nella vita! 

Jack Arnold è il regista del film. Americano, ha diretto film come Destinazione Terra, Tarantola, Radiazioni BX: distruzione uomo, La vendetta del mostro ed episodi di serie quali Wonder Woman, La donna bionica e Love Boat. Anche produttore, sceneggiatore e attore, è morto nel 1992.


Richard Carlson
, che interpreta David, aveva già lavorato col regista in Destinazione Terra mentre Nestor Pavia, che interpreta il capitano Lucas, sarebbe tornato per il seguito del film, sempre diretto da Jack Arnold, La vendetta del mostro. Il mostro della laguna nera ha anche un terzo sequel, Il terrore sul mondo, diretto però da John Sherwood. Se il film vi fosse piaciuto cercateli e, ovviamente, aggiungete La forma dell'acqua. ENJOY!

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