mercoledì 17 giugno 2026

Faces of Death (2026)

Siccome gli amici orrorofili ne parlavano tutti bene, ho deciso di guardare Faces of Death, diretto dal regista Daniel Goldhaber.


Trama: Margot lavora come content moderator per una piattaforma chiamata Kino. Un giorno incappa in alcuni video di omicidi troppo realistici per essere finti, e decide di indagare...


Faces of Death
è un horror del 1978 finito dritto nell'elenco dei video nasties inglesi, nonché bannato in parecchi paesi. Il motivo di tale accanimento risiede nella sua natura di mockumentary atto, come da titolo, a presentare i vari aspetti della morte attraverso una serie di corti efferati a base di omicidi, sevizie, operazioni chirurgiche, suicidi, immagini dell'Olocausto, animali uccisi o picchiati a sangue, ecc. ecc. All'epoca l'opinione pubblica si era convinta che tutto ciò che veniva mostrato nel film fosse vero, e che quindi Faces of Death fosse uno snuff movie, invece le scene più scioccanti ed esplicite erano state create ad hoc con l'ausilio di effetti speciali. Tutto questo lo scrivo nel caso non sapeste cosa sia Faces of Death, come me prima che decidessi di guardare il film di Daniel Goldhaber. A onor del vero, avevo anche recuperato l'opera del '78, ma quando ho chiesto a Lucia se fosse proprio necessario guardarla mi ha consigliato di vivere serena e di lasciar perdere (ed effettivamente, dopo l'autopsia iniziale ho seguito con gioia il consiglio). Il nuovo Faces of Death, per fortuna, non è un remake, bensì una vicenda a sé ambientata in una realtà in cui Faces of Death esiste e dove un serial killer ha deciso di ammazzare influencer e persone più o meno famose replicando le sequenze più truci del film. Una scelta simile ha consentito ad Isa Mazzei e Daniel Goldhaber di evitare il mero appeal al voyeurismo degli spettatori, per intavolare invece un ragionamento sulla percezione e fruizione della violenza al giorno d'oggi. Negli anni '70, un film come Faces of Death parlava alla "pancia" degli spettatori, era un invito a mettere un piede nel proibito, a rischio di farsi dare dei matti e dei pervertiti, e una sfida a dimostrare quanto pelo si avesse sullo stomaco per sopportare una continua serie di violenze sempre più efferate. Al giorno d'oggi, il pelo ce l'abbiamo non solo sullo stomaco, ma su ogni organo interno, e tutto ciò che i realizzatori di Faces of Death si erano ingegnati a mettere su pellicola ci scorre sotto gli occhi quotidianamente all'interno di telegiornali, internet e piattaforme, che lo vogliamo o meno. Adulti e, purtroppo, ragazzini sempre più giovani, sono ormai desensibilizzati a ogni forma di violenza e orrore, ma provano sempre quell'attrazione insana, quella stessa curiosità morbosa che impedisce di distogliere lo sguardo quando, per esempio, ci sono degli incidenti (o così dicono. Io mi giro dall'altra parte, ché l'ultima volta che mi sono trovata davanti un vecchietto seduto e ferito vicino al suo scooter ho pianto per un'ora alla vista del suo viso triste e sconsolato, per non parlare poi di tutti i film mentali che mi sono fatta all'idea che sarebbe potuto succedere a me, mio padre, ecc. ecc.).


Questo meccanismo perverso è alla base del funzionamento di qualsiasi piattaforma che, senza esagerare onde evitare pesanti sanzioni, lascia comunque passare spizzichi e bocconi di violenza, indecenza, stupidità, per far sì che il pubblico non si stufi e continui a portare numeri. Le prime sequenze del nuovo Faces of Death sono emblematiche. Margot, che lavora come content moderator per la piattaforma Kino, approva tantissimi contenuti discutibili, prima di incappare negli inquietanti video ispirati al film del '78, e anche quando fa notare al suo capo come i video in questione potrebbero non essere falsi, l'ordine che le viene dato è quello di lasciar perdere. Perché immagini audaci come quelle creano traffico ed engagement, spingono la gente a volerne sempre di più; oppure, per quanto negativa, generano pubblicità e quindi alimentano la curiosità di chi ancora non conosce l'ennesimo fenomeno virale. Il nuovo Faces of Death però non critica questo meccanismo. Lo dà, in maniera molto rassegnata, come una realtà assodata ed inevitabile. Piuttosto, il film di Daniel Goldhaber riflette sulle persone, su quanto ormai siamo assuefatti a certe immagini, e si chiede se sia ancora possibile discernere realtà da finzione, avere la percezione del pericolo e della morte, la consapevolezza che l'esistenza del singolo non è un lungo reel ripreso da un telefonino, che lo vede come unico protagonista. Una consapevolezza che Margot ha imparato a sue spese (e non solo) e che la spinge a voler riparare, in qualche modo, ai danni causati proprio dalla sua stupidità, sfruttando quei meccanismi perversi di cui sopra. La sfida mortale tra Margot e Arthur è angosciante proprio perché entrambi cercano di approfittare delle falle del sistema, dapprima per "tirare acqua al loro mulino", poi per cercare di eliminarsi a vicenda prima che ci riesca l'altro.


Proprio per la sua natura di "sfida" all'ultimo sangue, Faces of Death si regge quasi interamente sulla favolosa interpretazione dei due protagonisti. Dacre Montgomery, per quanto mi riguarda, è una garanzia dai tempi di American Horror Story e quest'anno mi aveva già incantata con la partecipazione a Il filo del ricatto, ma i suoi tratti delicati, quasi "di plastica", passatemi il termine, lo rendono perfetto per interpretare insospettabili, glaciali serial killer. Inoltre, quando sbrocca malissimo fa davvero paura. Barbie Ferreira, invece, non la conoscevo, anche se era già comparsa in Nope, ed è stata una bellissima sorpresa. La sua Margot è una ragazza spezzata, ma è anche cazzuta, e dotata di una notevole dose di testardaggine; seguire le sue indagini sempre più angosciate e arrivare a temere seriamente per la sua vita mette un ansia tremenda ed è uno dei punti di forza del film. Per quanto riguarda il Faces of Death originale, non è che il film di Daniel Goldhaber faccia venire voglia di recuperarlo, nonostante la sua natura di omaggio. Gli spezzoni scelti da Arthur, riproposti con un elegante mix di manichini e persone vere, oltre che con dovizia di sangue, non nascondono la natura rozza e la ricerca dello shock fine a se stesso dell'originale, e simili operazioni mi davano già fastidio quando ero una ragazzina scema e potenzialmente suggestionabile (i mondo movie e i loro emuli li ho sempre evitati), figuriamoci oggi che ho 45 anni. A una sequela ininterrotta di brutture preferisco film come questo Faces of Death, al quale mi sono avvicinata senza troppe aspettative e che, grazie alla storia intrigante, all'ottimo ritmo, e ad un ultimo atto mozzafiato, è diventato una delle visioni più interessanti dell'anno. 


Di Dacre Montgomery, che interpreta Arthur Spevak, ho già parlato QUI.

Daniel Goldhaber è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Cam. Anche produttore e montatore, ha 34 anni.


Barbie Ferreira
interpreta Margot Romero. Americana, ha partecipato a film come Nope e, come doppiatrice, ha lavorato in Robot Chicken. Anche modella, produttrice e regista, ha 29 anni.


Ovviamente, se Faces of Death vi fosse piaciuto, recuperate l'originale del 1978, con la mia benedizione (io continuerò ad evitarlo!). ENJOY!

martedì 16 giugno 2026

Disclosure Day (2026)

Sabato sono corsa al cinema a vedere Disclosure Day, l'ultimo film diretto dal regista Steven Spielberg.


Trama: mentre un ragazzo ruba dei video secretati dalla ditta per cui lavora ed è costretto a fuggire assieme alla fidanzata per non essere ucciso, la meteorologa di una stazione televisiva comincia a mostrare strani poteri telepatici legati proprio ai segreti nascosti nei video...


Nel 1986 usciva Fievel sbarca in America, co-prodotto dalla Amblin, casa di produzione di Spielberg. All'interno del film, che ricordo ancora abbastanza bene, la famiglia di topolini russi protagonisti decideva di emigrare in America perché, come diceva il testo di una delle canzoni, "Non ci son gatti in America". L'America è da sempre stata una terra mitologica per noi che non ci viviamo, un luogo dove i cattivi sono davvero molto cattivi e pronti a fare il male dell'umanità, come scopriva a sue spese il povero Fievel (i gatti c'erano eccome), ma dove esistono anche i buoni, per di più buoni "speciali", se non addirittura gli eroi che alla fine salveranno il pianeta. E' un'idea confortante, benché sia stata sbugiardata dalla realtà non solo ora che il presidente degli USA è un imbecille arancione ma già dai tempi della fondazione degli Stati Uniti, e che ci riporta a quando eravamo bambini, innocenti, rapiti da film che, in sostanza, ci propinano da sempre la stessa visione delle cose. Tutto questo giro intorno al mondo mi è balenato in testa quando ho cercato di capire perché Disclosure Day mi abbia lasciata spesso a bocca aperta, rapita dalla narrazione, talvolta in lacrime, soprattutto nel corso del terzo atto, quando invece, razionalmente, mi rendo conto che la sceneggiatura, scritta a quattro mani da David Koepp e dallo stesso regista, presenti più di un'incongruenza e tanti momenti WTF. La risposta di Lucia, Spielberghiana di ferro, è stata "Perché è un'opera d'arte", ma io sono bimba di Scorsese, non di Spielberg, e non ritengo affatto Disclosure Day un'opera d'arte. L'unica cosa che mi è venuta in mente, dunque, è che Spielberg sia riuscito a ricreare la magia che ci avvinceva da bambini, quella che nasce dallo spingere il cuore dello spettatore verso un afflato di ingenua speranza, verso la convinzione che non siamo soli nell'Universo e che, lassù tra le stelle, Qualcuno è incuriosito dalla nostra presenza sulla Terra. Qualcuno che, ovviamente, punta lo sguardo solo sull'America, ed estrae a sorte poche persone speciali in un luogo zeppo di entità governative o private che non hanno il minimo interesse a riferire al mondo messaggi di pace, e che scelgono di tenere la conoscenza per sé, perché troppo pericolosa. Qualcuno che sceglie l'empatia come fondamentale mezzo di salvezza per un'umanità condannata, offrendo doni che possano abbattere le differenze e fornirci una maggior comprensione di noi stessi e di coloro che ci circondano, anche se quel primo contatto può rappresentare un trauma e rischia di venire percepito come un'invasione. Spielberg è l'unico che, da Incontri ravvicinati del terzo tipo, riesce a convincere lo spettatore che tutto questo possa succedere davvero, anzi, a dargli la speranza che possa succedere, perché la sua è una fantascienza che parte innanzitutto dall'uomo e dai suoi complessi sentimenti.


All'interno di una trama radicata nell'attualità, che vede un mondo alle soglie della terza guerra mondiale, Disclosure Day punta l'attenzione su persone che hanno perso loro stesse, prive di uno scopo nella vita oppure asservite a quella che credono sia la loro missione. Il film è interamente filtrato dal punto di vista di Daniel e Margaret, pedine fondamentali alle quali mancano tutti i pezzi del puzzle o quasi, ed è attraverso il loro cammino verso la progressiva conoscenza che anche noi spettatori arriviamo a farci un quadro più o meno chiaro della situazione. Il percorso dei due protagonisti non è privo di dilemmi morali, e un altro aspetto interessante del film è la mancanza di una polarizzazione netta tra bene e male, in quanto Noah, connotato come villain, condivide gli stessi dubbi e paure di Jane, la ragazza di Daniel, su quanto sia opportuno per l'umanità venire a conoscenza di segreti alieni proprio nel momento di massima incertezza geopolitica. Se l'atteggiamento dei due personaggi è diametralmente opposto, anche in virtù di un diverso background (Noah è un razionale e freddo burocrate, Jane un'ex novizia che ha perso la fede), la natura dei loro dubbi risiede in una fondamentale e legittima sfiducia verso l'umanità che, inevitabilmente, riverbera nello spettatore. L'aspetto geniale di Disclosure Day, per quanto mi riguarda, è proprio il modo in cui umanizza talmente i due protagonisti, Daniel e Margaret, da illuderci di potere essere loro, quando la realtà è ben diversa, e lo dimostra il ribaltamento finale: noi non siamo i veicoli della "rivelazione", bensì gli utenti finali, il pubblico che deve mettersi seduto in silenzio a testimoniare una meraviglia, un orrore, davanti ai quali non ci sono parole. E ognuno di noi è chiamato a reagire secondo la propria coscienza, perché non ci sono concesse né istruzioni chiarificatrici né messaggi di qualche entità superiore; possiamo solo riflettere, una volta riaccese le luci in sala, su cosa faremmo se davvero un "Disclosure Day" arrivasse a ribaltare tutte le nostre convinzioni. Forse è per questo che sono uscita dal cinema in lacrime, per la paura che un giorno così io non lo vedrò mai, o forse per il terrore che, qualora succedesse, mi mancherebbe il coraggio di affrontare la verità.


Le scene finali di Disclosure Day, infatti, sono molto difficili da sostenere senza farsi venire la tachicardia. Spielberg coniuga una regia meticolosa, che si serve di ottimi effetti speciali, a un montaggio eccelso, atto a trasmettere tutta l'urgenza derivante da una notizia epocale; i filmati di archivio ricreati si alternano alla concitazione dell'interno di una sala di regia, a una sufficienza pratica ma un po' scocciata che lascia spazio a un'incredulità reverenziale, a maschere di professionalità che vanno in frantumi per rivelare persone spaventate e prive di mezzi per descrivere ciò a cui stanno assistendo. Gli ultimi minuti di Disclosure Day sono un capolavoro di tecnica cinematografica, in grado di stare in piedi anche senza l'ausilio di bravi attori. Tutto ciò che viene prima, per quanto bello e tecnicamente ineccepibile, si regge invece sulle spalle di due attrici incredibili, una praticamente sconosciuta, l'altra una garanzia. Emily Blunt qui è semplicemente magnifica. Nulla da togliere a Josh O'Connor, ma il cuore di Disclosure Day è Margaret, così umana, così impreparata ad accogliere un dono potentissimo, spesso buffa e nevrotica, a tratti così schiacciata dal peso della (non) conoscenza da spezzare il cuore. Ho cominciato a piangere nel momento stesso in cui Margaret torna "a casa" ma la sequenza che mi ha annientata, probabilmente, annullando tutte le mie barriere emotive, è stata quella, di poco precedente, dell'attacco di panico, così vicina e così reale che ho rischiato di averne uno assieme alla Blunt. Se, come ho scritto su, non avevo alcun dubbio sulla bravura della Blunt, la sorpresa del film è stata la nepo baby Eve Hewson. Bellissima e delicata, la Hewson si fa carico dell'aspetto "religioso" del film senza esacerbarlo, tiene testa a un attore come Colin Firth rivelandosi perfetta per un futuro nel genere horror, e si fa portavoce dei poveri spettatori "normali", uscendo a testa alta da una vicenda più grande di lei. Se siete arrivati a leggere fin qui, vi sarete resi conto che Disclosure Day mi ha messa in seria difficoltà, perché ancora adesso, a mente fredda, non riesco a capire il motivo per cui abbia avuto una così grande presa emotiva su di me. Razionalmente mi rendo conto che non è affatto un capolavoro (il Bolluomo è rimasto ben poco colpito, per esempio), pertanto non pretendo di convincere i miei sparuti lettori ad andarlo a vedere, ma mi piacerebbe sapere qual è stata la vostra reazione al film per parlarne nei commenti, quindi recuperatelo in qualche modo!


Del regista Steven Spielberg ho già parlato QUI. Emily Blunt (Margaret Fairchild), Josh O'Connor (Dr. Daniel Kellner), Colin Firth (Noah Scanlon), Colman Domingo (Hugo Wakefield), Wyatt Russell (Jackson) e Elizabeth Marvel (Sorella Maura) li trovate invece ai rispettivi link. 

Eve Hewson interpreta Jane Blankenship. Irlandese, figlia di Bono degli U2, ha partecipato a film come This Must Be the Place e Il ponte delle spie. Ha 35 anni. 


Chavo Guerrero Jr.
compare nelle scene iniziali come l'arbitro del match di wrestling. Se Disclosure Day vi fosse piaciuto recuperate Incontri ravvicinati del terzo tipo e E.T. L'extraterrestre. ENJOY!


  

venerdì 12 giugno 2026

2026 Horror Challenge: Repulsione (1965)

Il tema della challenge questa settimana era "anni '60". Ho quindi scelto di guardare Repulsione (Repulsion) diretto e co-sceneggiato nel 1965 dal regista Roman Polanski.


Trama: Carol vive con la sorella in un appartamento a Londra e lavora come estetista in un salone. Estremamente timida e riservata, ha un atteggiamento di rifiuto nei confronti degli uomini, che peggiora quando la sorella va via per una decina di giorni assieme al fidanzato, lasciando Carol sola nell'appartamento...


Mi è venuto in mente di scegliere Repulsione perché ho avuto modo di guardarne degli spezzoni, orribilmente doppiati in spagnolo, durante una trasferta di lavoro a Barcellona, e ho realizzato di non averlo mai visto prima. Repulsione fa parte dell'ideale trilogia Polanskiana di follia e paranoia coltivate all'interno di insospettabili appartamenti, assieme a L'inquilino del terzo piano e Rosemary's Baby. E' il primo film di questa trilogia non ufficiale, oltre che il primo film in lingua inglese diretto dal regista, e col tempo è diventato un modello (soprattutto stilistico) di riferimento per tutte quelle storie in cui il protagonista viene progressivamente inghiottito da una follia senza scampo. La protagonista di Repulsione è Carol, giovane belga che vive a Londra in un appartamento assieme alla sorella. Fin dalla prima sequenza, un primissimo piano degli occhi della ragazza sul quale scorrono i titoli di testa, capiamo che il film seguirà interamente il suo punto di vista, condizionato da un trauma mai raccontato in maniera esplicita ma suggerito più volte, che la porta a provare un istintivo disgusto (una "repulsione", appunto) verso tutto il genere maschile. Questa repulsione è esasperata dall'ambiente che circonda Carol, fatto di una pletora di personaggi femminili che sembrano vivere esclusivamente in funzione degli uomini e delle dinamiche che governano il rapporto tra i due sessi; le anziane clienti insegnano alle giovani estetiste come gestire gli alti e i bassi di una relazione, le colleghe di Carol raccontano solo di serate passate con amanti o fidanzati, la sorella si porta in casa un uomo sposato, il quale si ferma a dormire nell'appartamento condiviso e lascia i suoi oggetti in bagno. Carol, costretta a vivere in una terra straniera e già introversa di suo, non ha modo di fuggire a un'idea di "normalità" femminile inestricabilmente legata alla presenza maschile; la sua bellezza e l'apparenza innocente e dimessa, inoltre, non fanno altro che renderla vittima perfetta delle mire più o meno "cortesi" degli uomini che la circondano, i cui istinti vengono solleticati da una donna-bambina da proteggere o di cui approfittarsi (nel primo caso rientra Colin, che si elegge ad innamorato e cavalier servente in quanto ossessionato dalla reticenza di Carol, nel secondo il viscido padrone di casa). Repulsione ci mostra una Carol che fatica a mantenere la sanità mentale, già proiettata verso una totale chiusura verso il mondo esterno, come dimostrano i suoi frequenti momenti di astrazione da ciò che la circonda, ma ancora aggrappata a quel minimo di sprone incarnato dalla sorella, volitiva e spiccia. Quando la sorella parte per una vacanza di dieci giorni con l'amante, Carol non ha più nulla che la protegga dall'oscurità che dimora nella sua mente. Complice la solitudine, le sottili crepe nella sanità mentale si trasformano in voragini che ne condizionano ogni percezione, generando così tremende allucinazioni e scatenando l'istinto di autoconservazione di una donna terrorizzata.


Girato in un bianco e nero nitidissimo, Repulsione ingigantisce a dismisura il senso di spaesamento e claustrofobia provati da Carol limitando l'azione a pochissimi ambienti chiusi e trasformando Londra in una dimensione "di passaggio", un inferno che la protagonista è costretta ad attraversare ogni giorno cercando di vederne il meno possibile. Quando Carol, interpretata da una Catherine Deneuve piena di tic e priva di qualsiasi caratteristica "glamour", è presente sulla scena, la cinepresa si concentra o sul suo sguardo perso nel vuoto mentre cammina lentamente, o sui suoi piedi e sul terreno che calpestano, talvolta su quei pochissimi dettagli di vita esterna "sicura" in grado di catturare l'attenzione della ragazza, come le suore che giocano a palla nel cortile visibile dalla finestra dell'appartamento. L'unica salvezza, per Carol, sarebbe l'appartamento, ma anche quello diventa sempre più insicuro e terrificante e, man mano che la follia della ragazza progredisce, viene abbandonato ad una totale incuria (piatti sporchi che si accumulano, un coniglio crudo lasciato a marcire, patate che germogliano senza venire cotte, la stessa protagonista che si lascia andare, negli abiti e nell'acconciatura, nonostante si passi ossessivamente le mani sul volto e sul corpo, come se qualcosa di invisibile la sporcasse). Ciò che Carol vede nella sua mente si traduce, per lo spettatore, in sequenze che mescolano la realtà agli incubi senza soluzione di continuità. Il sonno e la veglia perdono qualsiasi confine e figure misteriose superano le barriere fisiche e razionali per violentare Carol, l'appartamento si riempie di improvvise, surreali crepe, i muri diventano creta molle dalla quale spuntano mani pronte ad afferrare la protagonista, e persino lo spazio si deforma grazie all'utilizzo di sapienti grandangoli, il tutto mentre i suoni dell'appartamento vengono enfatizzati a dismisura, seguendo le percezioni distorte della donna. Repulsione è quindi un film ancora oggi angosciante, non solo per come "vomita" all'esterno gli incubi di una persona preda di una violenta nevrosi, ma anche perché racconta l'orrore urbano e modernissimo dell'essere soli anche in mezzo alla folla, divorati da traumi inconfessabili, e l'inevitabile trasformazione in mostri nel momento in cui crolla quella sottile maschera di "normalità" che consente di sopravvivere ad un prezzo altissimo. 


Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski ho già parlato QUICatherine Deneuve (Carol Ledoux) e Ian Hendry (Michael) li trovate invece ai rispettivi link. 


Se Repulsione vi fosse piaciuto recuperate Rosemary's Baby, L'inquilino del terzo piano e Possession. ENJOY!

mercoledì 10 giugno 2026

Masters of the Universe (2026)

Attirata come una falena dal trailer, domenica ho portato il Bolluomo a vedere Masters of the Universe, diretto dal regista Travis Knight.


Trama: il piccolo principe Adam viene mandato sulla Terra per salvarsi dal malvagio Skeletor e impedirgli di ottenere la Spada del Potere. Sfortunatamente, nel salto dimensionale Adam perde la Spada e la ritrova solo dopo 15 anni, quando, ormai cresciuto e quasi convinto che il Regno di Eternia sia un sogno, viene attaccato dagli sgherri del malvagio...


Non odiatemi se vi dico che mi sono divertita tantissimo guardando Masters of the Universe, e che non mi aspettavo nulla di diverso dalla tamarrata vista al cinema. D'altronde, sono una femminuccia nata nel 1981, non ho mai avuto modo di giocare con i pupazzi della Mattel che, se non vado errata, venivano venduti con dei giornaletti "seri", e conosco He-Man solo per quella cafonata di serie animata della Filmation, quella con lo Skeletor da avanspettacolo, Adam in versione Enzo Paolo Turci e la moraletta finale dei personaggi con grassa risata annessa. Ah, e lasciamo pure perdere I dominatori dell'universo, film del 1987: ai suoi primi due passaggi televisivi si era rotta l'antenna, la videocassetta affittata non funzionava, quindi non ho avuto il coraggio di recuperarlo in funzione di Masters of the Universe, per paura che mi si svampassero televisioni e altri device vista la sfiga che mi porta. Sono dunque arrivata in sala con nessuna aspettativa e la convinzione che avrei avuto davanti una trashata invereconda, e così è stato. Nel film di Travis Knight, Adam è l'equivalente del Thor di Taika Waititi, un babbalone di un altro universo finito sulla Terra privato del proprio retaggio e disperato perché nessuno crede all'esistenza di Eternia. Adam lavora all'interno di un'azienda per le risorse umane, cosa che richiama appunto gli spiegoni educativi della serie Filmation, ed è in questo dettaglio che risiede quel minimo di insegnamento morale veicolato dal film: non bisogna essere "LUI-L'UOMO" per proteggere i propri cari, né rinunciare alla propria natura immolandola a un irraggiungibile modello di leggendaria virilità, perché la forza, come sempre, è dentro di noi, basta accettare i nostri pregi come i nostri difetti. Altrimenti si diventa degli stronzi non come Skeletor, quanto piuttosto come il papà di Adam, il quale dev'essere andato a lezione da Genzo Ikari, oppure degli ubriaconi come Duncan "Man-at-Arms", uomo talmente d'un pezzo da aver abbracciato la bottiglia al primo fallimento serio. Attorno a questo minuscolo nucleo di crescita del personaggio, il quale segue il tipico percorso americano fatto di successo, pesante caduta e conseguente rinascita, c'è un microcosmo di personaggi che negli anni '80 venivano accettati per quel che erano ma che, nel tempo, sono diventati materiale da meme, ed è proprio questa costante presa per il culo del materiale originale a comporre un buon 70% della trama.


Poveri cristi come Fisto e Ram-Man vengono infatti "scherzati" per i loro nomi inverosimili con giochi di parole che inevitabilmente si perdono nell'edizione italiana, ma che fondamentalmente renderebbero il film "barely legal" quanto l'intero sproloquio a base di spade e terga tirato fuori sul finale da Skeletor. Lo stesso Skeletor è un meme vivente, la versione fantasy (si può dire fantasy per i Masters? Ma chi se ne frega, il blog è mio) del Dr. Male di Austin Powers, circondato da beoti che non hanno il coraggio di dirgli quanto sia, fondamentalmente, pericoloso quanto ridicolo. Persino Evil-Lyn non può fare altro che guardarlo con la morte del cuore, impossibilitata a dirgli quanto sia minchione nonostante quella consapevolezza gliela si legga negli occhi ad ogni inquadratura. Masters of the Universe è tutto così, una gag dietro l'altra ad annullare anche quei due/tre momenti che potrebbero essere tragici, ma se pensate che per me sia stato un difetto, dovete cambiare recensione. Anche perché, là dove manca la tragedia, ci sono momenti epici come se piovessero, grazie ad uno stupendo score invasivo e cafonissimo a cui ha messo pesante mano Brian May, che sottolinea ogni scena d'azione e di battaglia (a un certo punto parte persino Princes of the Universe dei Queen, perfetta per il tema del film, nonostante fosse sigla di Highlander, ma giuro che in Masters of the Universe trova spazio tutto, da Boys Don't Cry a What's Up? passando persino per The Power degli Snap!, dove mi è scesa inevitabilmente una lacrima. E vogliamo parlare dei Darkness? Che meraviglia.). Travis Knight, che ricordavo delicato regista dello splendido Kubo e la spada magica, qui seppellisce ogni cosa di CGI ma, non essendo un cane maledetto come Jon M. Chu, non la usa come pigra stampella per sopperire alla mancanza di senso del ritmo e di gusto per la composizione, quindi non fa venire voglia di strapparsi gli occhi. A quello, purtroppo, ci pensano gli oggetti di scena, l'unica cosa veramente brutta del film, orribili quasi a livello Descendants. Anzi, c'è un'altra cosa bruttina, e non sto facendo body shaming. A fronte di un cast tutto sommato azzeccatissimo, partendo dal protagonista con quella deliziosa faccetta clueless, la scelta di mettere Alison Brie come Evil-Lyn ha privato il personaggio di qualsiasi tipo di fascino, e se non siete d'accordo scrivete pure "Meg Foster" su Google, poi ne riparliamo. Come ho detto, questi sono però difetti trascurabili. Masters of the Universe è un giocattolone perfetto, che purtroppo farà probabilmente schifo alle nuove generazioni che lo percepiranno come il cugino povero e scemo dei supereroi Marvel/DC; per quanto mi riguarda, spero che le TRE scene post-credit, soprattutto una, si evolvano in almeno un seguito, che non mancherò di correre a vedere al cinema!     


Del regista Travis Knight ho già parlato QUI. Camila Mendes (Teela), Idris Elba (Duncan), Jared Leto (Skeletor), Alison Brie (Evil-Lyn), Morena Baccarin (Sorceress), Kristen Wiig (voce di Roboto) e Dolph Lundgren (Macho-Man) li trovate invece ai rispettivi link.

Nicholas Galitzine interpreta Adam/He-Man. Inglese, ha partecipato a film come Il rito delle streghe e Pecore sotto copertura. Anche produttore, ha 31 anni e tre film in uscita. 


Jóhannes Haukur Jóhannesson
interpreta Fisto. Islandese, ha partecipato a film come Atomica bionda, Che fine ha fatto Bernadette, Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga e a serie quali LazyTown e Il trono di spade. Ha 46 anni e quattro film in uscita.


Sasheer Zamata
, che interpreta Suzie, era Jennifer Kale nella serie Agatha All Along. Se Masters of the Universe vi fosse piaciuto recuperate il film I dominatori dell'universo. ENJOY!

martedì 9 giugno 2026

Mother Mary (2026)

Mi ha fatta un po' penare, ma alla fine sono riuscita a vedere Mother Mary, diretto e sceneggiato dal regista David Lowery.


Trama: Mother Mary, una diva del pop in crisi, si rivolge alla sua ex stilista, con la quale ha rotto i rapporti, per farsi realizzare l'abito che la vedrà tornare ad esibirsi...


Dire che Mother Mary "mi ha fatta un po' penare" è un eufemismo coi fiocchi. Innanzitutto, dalle mie parti non è uscito quindi ho dovuto ricorrere al pensiero laterale. La visione casalinga, purtroppo, è cominciata sotto i peggiori auspici, perché dopo mezz'ora sono crollata addormentata e non c'è stato verso di riuscire a finire il film, in quanto ogni volta che rimandavo indietro il video il risultato era sempre lo stesso. Ho quindi deciso di guardare Mother Mary a pezzi, in orari giornalieri, e sono contenta di non avere rinunciato all'impresa, perché l'ultimo film di Lowery è una ghost story atipica, zeppa di immagini affascinanti e legata a doppio filo con un mondo che mi attira da sempre, pur senza capirne nulla, ovvero quello della moda. La protagonista titolare, Mother Mary, è una pop star in crisi che ha quasi rischiato di morire sul palco, durante il suo ultimo concerto. Il suo ritorno in scena è imminente, ma il giorno prima dell'esibizione la cantante fa sparire le sue tracce e raggiunge Sam, ex compagna di vita e stilista personale, alla quale chiede un abito per l'occasione. Il motivo per cui Mother Mary mi ha inizialmente annientata è la voluta, statica freddezza del primo atto. Mary e Sam sono due donne che hanno condiviso un sentimento totalizzante, i cui echi riverberavano inevitabilmente anche in ambito lavorativo, e che si sono lasciate malissimo, a costo di cicatrici irreparabili e una distanza incolmabile. La prima parte del film è intrisa di tutta la freddezza derivante da un amore trasformatosi in odio, e propone il duetto di due attrici grandiose che si rinfacciano, rispettivamente, un dolore impossibile da quantificare, il tutto mentre Sam, all'interno di un fienile riadattato ad atelier, prova con riluttanza a creare l'abito per Mary. Le due donne, con enormi difficoltà, cercano di colmare un vuoto di anni e di tornare a conoscersi, superando la diffidenza consolidata nel tempo. I loro tentativi sarebbero inutili, non fosse per un elemento gotico e sovrannaturale, "qualcosa" che ha letteralmente "attraversato gli oceani del tempo", nato oppure richiamato da un limbo nel momento esatto in cui qualcosa, dentro Sam, è morto ed è stato tagliato via; un'appendice che, inevitabilmente, è stata attirata da un vuoto simile all'interno di Mary, poiché figlia del medesimo sentimento che univa le due donne. L'arrivo di questo "fantasma" rende Mother Mary più movimentato ed interessante, non solo perché aggiunge un elemento perturbante alla trama, ma anche perché movimenta, di conseguenza, tutta la messa in scena di un film che, dalle prime sequenze, mi era erroneamente sembrato un mero esercizio di stile fine a se stesso.


Mother Mary
, visivamente, è un'opera splendida e molto intelligente. Tutta la prima parte è dominata da toni neutri e cupi, con l'unica eccezione delle sequenze in cui vengono mostrati spezzoni dei faraonici spettacoli di Mother Mary, più una dea scesa in terra che un essere umano; è il modo migliore per accentuare la distanza tra le due donne e per dare un'immagine negativa di Mary, divorata dalla fama e dal successo, trascendente i comuni mortali al punto da abbandonare Sam dopo averla sfruttata. In realtà, man mano che il film prosegue ci viene mostrata una Mary fragile e altrettanto sola, molto umana nel rapportarsi con le persone e ben diversa sia dalla visione negativa che ne ha Sam, sia dal relitto tremante che bussa alla sua porta non invitata. La macchina da presa rimane anche relativamente statica, almeno finché l'elemento sovrannaturale non comincia a mostrarsi, sebbene non dichiaratamente, attraverso l'incredibile performance fisica in cui Anne Hathaway si impegna in una forsennata danza silenziosa. Da quel momento, il film fa uso di un montaggio dinamico che alterna e fonde passato e presente, narrazioni e ricordi, potenziali visioni a sequenze di una realtà troppo assurda per essere vera, all'interno delle quali la danza e il movimento hanno più valore dei statici fiumi di parole dell'inizio. I toni neutri lasciano spazio ad un rosso vivace, tinta distintiva della trovata più interessante del film (realizzata in collaborazione con l'artista Daniel Wurtzel): uno spirito senza forma, che appare alle due donne come un lembo di leggera, preziosa stoffa scarlatta, simbolo di ciò che le univa un tempo, amore e moda. A proposito di moda, i costumi nati dalla collaborazione tra Bina Daigeler e la stilista Iris van Herpen non sono solamente delle splendide sculture di stoffa, ma sono fondamentali per sottolineare il percorso artistico di Mother Mary e quello del legame tra lei e Sam. Uno degli elementi più evidenti, in tal senso, è il progressivo modificarsi dell'aspetto delle aureole indossate dalla protagonista, che passano dall'essere artigianali e piene di personalità ad inutili e pesanti orpelli privi di significato. Arrivata a questo punto, non vorrei che pensaste che Mother Mary "si salvi" solo da un certo punto in poi. Il problema di non essermi fatta coinvolgere da una parte iniziale fatta di dialoghi e stasi è solo mio, perché Anne Hathaway e Michaela Coel sono fantastiche, hanno un'espressività e un'alchimia tali da spezzare il cuore all'idea che i due personaggi si siano feriti reciprocamente, e i primi piani coi quali le grazia Lowery sono dei distillati puri di bellezza ed emozioni. Quindi, il mio consiglio è quello di recuperare Mother Mary. Potrebbe non essere la cup of tea di molti e richiede tanta pazienza, non lo nego, ma val la pena "soffrire" un po' e magari, perché no, riguardarlo una seconda volta "col senno di poi". Secondo me è un'opera in grado di crescere di visione in visione. 


Del regista e sceneggiatore David Lowery ho già parlato QUI. Anne Hathaway (Mother Mary) e Hunter Schafer (Hilda) le trovate invece ai rispettivi link. 

Michaela Coel interpreta Sam Anselm. Inglese, ha partecipato a film come Star Wars - Gli ultimi Jedi e Black Panther: Wakanda Forever. Anche sceneggiatrice, produttrice, regista e compositrice, ha 39 anni. 


Se Mother Mary vi fosse piaciuto recuperate Il cigno nero, Perfect Blue e In Fabric. ENJOY!

venerdì 5 giugno 2026

2026 Horror Challenge: Milk & Serial (2024)

Il film per la challenge settimanale era a scelta libera. Per questo, incuriosita da Obsession, ho deciso di recuperare il film d'esordio di Curry Barker, Milk & Serial, da lui diretto e sceneggiato nel 2024 e disponibile gratuitamente su Youtube


Trama: Milk e Seven sono due youtuber che gestiscono un canale famoso per le burle a ignare vittime. Il giorno del compleanno di Milk, Seven decide di fare uno scherzo al collega ed inscena la morte di un'amica comune proprio il giorno della festa...


Milk & Serial
è il primo lungometraggio horror realizzato in seno al canale Youtube That's a Bad Idea, dove il duo comico formato da Curry Barker e Cooper Tomlinson si sono fatti le ossa a colpi di sketch zeppi di umorismo nero, sconfinando talvolta nell'horror tout court. Ne avevo sentito parlare credo da Marika, ma avevo lasciato perdere il recupero perché, ingannata dalla parola "serial", ero convinta si trattasse appunto di una serie a episodi, invece Milk & Serial è proprio un film, per quanto breve, che i due hanno deciso di mettere gratis sul loro canale quando, dopo un anno, non avevano ancora trovato qualcuno interessato a distribuirlo. La trama prende spunto proprio dall'esperienza su Youtube di Barker e Tomlinson, i quali si ritraggono, appunto, come gestori di un canale dedicato a sketch beceri e discutibili burle ai danni del prossimo. A beneficio del canale, Seven decide di giocare un pesante scherzo a Milk, il giorno del suo compleanno. Sotto l'occhio di una telecamera e con l'aiuto di un paio di amici e collaboratori, Seven compra una pistola con pallottole a salve e, la sera della festa, si porta dietro un attore che spara ad una degli invitati. Lo scherzo riesce, Milk si dichiara entusiasta dell'inventiva dell'amico e del sicuro picco di visualizzazioni ricavate da un video simile, ma l'episodio è solo il prologo per qualcosa di più oscuro, che ovviamente non vi spoilero. Sfruttando la tecnica del found footage, Curry Barker mette insieme pezzi di un puzzle contorto e malato, stuzzicando lo spettatore con scritte introduttive a vari capitoli presentati in ordine non cronologico, che spalancano le porte di un "orrore della porta accanto". Il regista e sceneggiatore sembra sputare nel piatto in cui mangia, ma in realtà Milk & Serial non è una critica di un certo genere di canale Youtube, quanto piuttosto il risultato di tutta l'esperienza di anni passati a realizzare video accomunati da un preciso fil rouge, di cui il film è la summa. Pur non essendo un prodotto particolarmente "profondo", Milk & Serial funziona perché veicola un intenso senso di incertezza attraverso la rappresentazione di un gaslighting da manuale, e mescola sapientemente realtà e finzione giocando con generi e stili riconoscibili pur seguendo un linguaggio personale.


Le radici di ciò che, per quanto mi riguarda, era uno dei punti forti di Obsession, si possono ritrovare qui, ovvero la natura meno che perfetta delle amicizie, il fatto che delle persone vediamo solo ciò che ci fa più comodo, al punto che qualora spuntasse del "marcio" rischierebbe di coglierci impreparati. E marcio ce n'è parecchio in Milk & Serial, nascosto sotto strati di affabilità e simpatia, non solo per quanto riguarda l'aspetto thriller/horror della vicenda, ma anche per tutte le piccole cattiverie "normali" che si evincono dai dialoghi, per non parlare dell'idea imbecille che dà il via a tutto, uno scherzo di cattivo gusto se mai ne è esistito uno. Mi pare di capire che a Barker piacciano i personaggi idioti o, comunque, distaccati dalla realtà e convinti di essere gli unici protagonisti di una storia che deve andare come dicono loro, a prescindere dalle conseguenze, e che non si faccia scrupolo a metterci la faccia. In Milk & Serial, costato 800 dollari contro il quasi milione di Obsession, basta proprio "quella" faccia per gelare il sangue dello spettatore, assieme a pochi, efficaci effetti pratici e a riprese che rivelano una realtà tutto sommato banale e squallida, dove si rischia di morire male (e stupidamente) nella semi-indifferenza di amici e familiari, e dove le relazioni sono governate da SMS e interazioni social. La fine ingloriosa del film e i deliri ascoltati per tutta la sua durata sono l'espressione massima del "molto rumore per nulla", che lascia depressi e svuotati, colpiti dalla beffarda cattiveria di un giovane Autore dalle idee ben chiare, bravissimo sia dietro che davanti la macchina da presa. Per questo sono molto contenta che anche Anything But Ghosts, il prossimo film della coppia Barker-Tomlinson, sia sceneggiato da entrambi. Continuare a esprimere in toto la propria personalità penso sia l'indispensabile chiave del successo per un regista che troverei sprecato a dirigere storie altrui.


Del regista e sceneggiatore Curry Barker, che interpreta anche Milk, ho già parlato QUI.


Il film vede Cooper Tomlinson, storico collaboratore di Curry Barker, presente anche in Obsession e nell'imminente Anything But Ghosts, nei panni del co-protagonista Seven. ENJOY!


giovedì 4 giugno 2026

Backrooms (2026)

Con Backrooms, diretto e co-sceneggiato da Kane Parsons, si completa un miracoloso trittico di uscite horror consecutive al multisala di Savona (e lo so che al giovedì di solito non pubblico, ma mi spiaceva rimandare il post a martedì prossimo, vista l'importanza del film)!


Trama: il proprietario di un negozio d'arredamento in odore di fallimento scopre, al piano inferiore, l'ingresso per una dimensione nascosta fatta di ambienti semi-deserti potenzialmente infiniti...


A beneficio di chi, come me, è piuttosto ignorante a livello di thread Reddit, Youtube e videogame, prima di lanciarmi in una critica vera e propria vorrei fare un po' di chiarezza sulle "backrooms". Lunedì il cinema era pieno zeppo di adolescenti e bambini non accompagnati (questi ultimi non avrebbero nemmeno dovuto essere presenti ma vabbè...) e la cosa mi aveva lasciata stupita. In mio soccorso, erano arrivati il mio storico compare di visioni horror e il suo figliolo liceale, asserendo che Backrooms fosse tratto da un videogioco famosissimo. In realtà, non è proprio così, ma la cosa gioca a favore di Parsons e della A24. Il concetto di "backrooms", infatti, era nato come creepypasta nel 2019 ed è stato solo nel 2022 che il regista ha caricato un corto horror a tema sul suo canale Youtube, diventato poi il primo episodio di una web series. I videogiochi hanno cominciato ad arrivare praticamente qualche mese dopo la nascita del creepypasta e, sebbene l'argomento sia lo stesso e la lore assai simile, non c'entrano nulla col film di Parsons, cosa di cui ero assolutamente convinta, prima che la sicumera dei miei amici mandasse in frantumi le mie certezze. Fatta chiarezza e appurato che non sono ancora entrata nel buco nero dell'Alzheimer, parliamo un po' di Backrooms "il film". Backrooms vede come protagonista Clark, proprietario di un fallimentare e squallido negozio di arredamento, costretto a viverci dentro dal giorno in cui la moglie lo ha sbattuto fuori di casa. Un giorno, per puro caso, Clark scopre, su un muro al piano inferiore del negozio, un passaggio invisibile che porta in un'altra dimensione fatta di stanze apparentemente infinite, perlopiù vuote oppure con all'interno oggetti di uso comune talvolta fusi con le pareti e i pavimenti. Clark, formatosi come architetto, comincia ad esplorarle per gioco, si convince di poterle mappare, dopodiché si perde in più di un senso. Pur non fornendo spiegazioni chiare e definitive, le "backrooms" del film sembrerebbero essere una dimensione in cui la realtà in cui viviamo viene distorta, espressa "come se qualcuno che non sa cosa sia un cane dovesse disegnarlo partendo da una descrizione che gli viene fatta"; le stanze e ciò che contengono sembrano normali, ma c'è sempre qualcosa che stona, dettagli abbozzati di oggetti, ambienti (e altro) filtrati da un punto di vista incerto, comunque impreciso. L'idea che mi sono fatta io è quella di un'entità che ha cercato di creare una copia della realtà che conosciamo, senza capirla al 100%. In aggiunta, la dimensione aliena delle "backrooms", sempre in base a un'opinione puramente personale, si alimenta dei pensieri e dei ricordi di chi ci finisce dentro, espandendosi così in maniera ugualmente imperfetta proprio perché nessuno è in grado di ricordare o riprodurre fedelmente ambienti e volti passati, in quanto la memoria, inevitabilmente, si logora col tempo.


Al di là di queste considerazioni speculative sulla natura delle backrooms, il film di Parsons sottolinea il fascino che un luogo come questo rischia di esercitare sulle menti più permeabili. Clark è un uomo solo, che fatica ad accettare una realtà vissuta sempre (dal suo punto di vista) nel ruolo di "vittima". Come molte persone che non riescono ad uscire da questo impasse, Clerk si è lasciato attirare dalle promesse di un miglioramento attraverso nastri di auto aiuto, accompagnati da sedute periodiche con chi questi nastri li ha incisi, Mary, la quale però è sola e spezzata quanto lui. Un luogo come le backrooms, senza regole, potenzialmente infinito, che si plasma di volta in volta in base ai ricordi di chi lo abita, è l'ideale per fuggire da un mondo altrettanto vuoto, squallido e incomprensibile, che ha però l'aggravante di essere governato da precise regole sociali ed economiche. Oltretutto, probabilmente le backrooms consentirebbero di recuperare luoghi e persone perdute, a patto di accontentarsi di averne delle versioni imperfette, e ciò è un ulteriore incentivo a lasciarsi andare e soccombere al loro potere, per chi non ha più nulla da perdere. L'altra faccia della medaglia di un mondo senza regole, popolato da "concetti", da idee, è ovviamente la possibilità concreta di morire male per mano di queste stesse astrazioni, che non conoscono dolore né morte, e che quindi sono governate da istinti basici; la consapevolezza che non esiste modo di fuggire da noi stessi, e che realtà e backrooms non sono poi così diverse nel loro intento di divorarci o sbatterci in faccia quanto poco contiamo nell'universo (per non parlare poi dell'illogicità che le accomuna, e che rende impossibile coglierne il senso ultimo), fa di Backrooms un'opera lucida e malinconica, per non dire pessimista. 


E' incredibile che a realizzarla sia stato un ragazzo che, all'epoca delle riprese, aveva solo 19 anni. Kane Parsons ha una conoscenza dei meccanismi che governano l'orrore cinematografico da far invidia a tanti suoi colleghi più blasonati. I lenti movimenti di macchina, accompagnati da inquadrature atte a modificare la percezione dello spazio all'interno delle singole stanze, alimentano un senso di angoscia che va oltre i pochi jump scare ben piazzati nel corso del film e si insinua sotto pelle per rimanere molto tempo dopo la visione. Alle panoramiche delle backrooms, ai lenti timelapse che danno l'idea di un luogo senza tempo e in continua espansione ma comunque soggetto a deteriorarsi, si affiancano riprese di una realtà che sembra ancora più allucinante e spaventosa. Le villette a schiera tutte uguali, gli ospedali asettici, gli immensi parcheggi abbandonati, lo stesso negozio di Clark, vuoto e inconsistente, le persone che, quando non sono sfocati complementi d'arredo sullo sfondo, sono comunque personaggi bidimensionali oppure grotteschi frutti di ricordi dolorosi; tutto concorre a creare un clima allucinato, un mix tra la grottesca (ir)realtà Lynchiana e gli episodi migliori della serie Channel Zero, d'altronde a sua volta basata sui creepypasta. Oltre a vantare un'ottima regia, Backrooms ha delle scenografie che mi hanno lasciata più volte con la mascella sul pavimento, da tanto sono arzigogolate e fantasiose. Unite alla fotografia giallastra e all'utilizzo di filtri e post-produzione per dare l'idea delle riprese di una telecamera amatoriale anni '90, queste scenografie reali e "calpestabili" facilitano l'immedesimazione del pubblico e non hanno quel sapore posticcio di CGI, che avrebbe reso tutto molto meno efficace. Lo stesso, fortunatamente, vale per le sparute creature che si vedono nel film e, soprattutto, per il mostro che rende l'ultima parte di Backrooms materiale per incubi da qui all'eternità, frutto di un pesante make-up prostetico applicato sull'altissimo Robert Bobroczkyi. Onestamente, ci sono stati momenti in cui inghiottire sorprese bestemmie onde non scatenare l'ilarità delle orde di ragazzini che mi circondavano è stato molto difficile, e la mia unica fortuna tornata a casa è stata l'essere accompagnata da un Bolluomo appena tornato dalla sala prove. Per quanto mi riguarda, dunque, l'attesa e le aspettative su Backrooms sono state completamente ripagate, al punto che nemmeno la faccetta da cazzo di Mark Duplass ha rovinato l'esperienza. Abbandonatevi pure all'hype senza remore, per una volta è giustificato!!


Di Chiwetel Ejiofor (Clark), Renate Reinsve (Mary), Mark Duplass (Phil) e Katharine Isabelle (Robin) ho parlato ai rispettivi link.

Kane Parsons è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha 21 anni ancora da compiere ed è anche attore, compositore, montatore, produttore e tecnico degli effetti speciali. 


Se Backrooms vi fosse piaciuto recuperate la web series The Backrooms, cosa che farò di sicuro io, e aggiungete Cube - Il cubo, Vivarium, Strade perdute, Inland Empire e Skinamarink, anche se a me non è piaciuto e lo trovo uno degli horror più sopravvalutati di sempre. ENJOY!




mercoledì 3 giugno 2026

Passenger (2026)

A Savona è miracolosamente uscito anche Passenger di André Øvredal! Prima di tornare alla solita, fastidiosa situazione di penuria, sono andata a vederlo.


Trama: dopo aver assistito a un incidente stradale mortale, una coppia di fidanzati comincia a venire perseguitata da un'entità demoniaca...


Uscito un po' in sordina e bocciato da molti, in realtà Passenger è un horror dignitosissimo, con delle ottime intuizioni e una solida regia. Persino la trama, nonostante si appoggi sui tipici cliché delle storie a tema "infestazione demoniaca", ha degli sprazzi originali, perché a memoria non rammento un horror in cui siano le strade americane ad essere infestate da entità che si legano in maniera inscindibile alle sfortunate automobili che le incrociano, portando alla morte autisti e passeggeri (ma se mi sbaglio, scrivete pure i titoli nei commenti!). Gli sventurati del caso sono Maddie e Tyler, una coppia di fidanzati che gira l'America a bordo di un van. Tra i due, che pur sono innamoratissimi, ci sono delle divergenze taciute: la massima ambizione di Tyler è vivere libero, assieme a Maddie, a bordo di un camper, senza mettere mai radici, mentre Maddie vorrebbe finalmente crearsi una famiglia in un luogo da poter chiamare casa. Il comprensibile fastidio di Maddie nei confronti della nuova vita on the road (io sono una couch potato, quindi mi mette quasi più paura l'idea di vivere passando da un parcheggio all'altro, usando le palestre per fare la doccia, che trovarmi davanti un demone) si acuisce quando i due si imbattono in un incidente stradale mortale e, subito dopo, cominciano a succedere cose abbastanza strane e terrificanti all'interno del van, tutte riconducibili a una creatura sovrannaturale. Passenger va spedito come un treno nei primi due atti, durante i quali viene introdotta la demoniaca figura del "passeggero" del titolo, il suo modus operandi atto a fare impazzire le persone prima di ucciderle, e la sua lore, fatta di regole ben precise da seguire, nel caso si voglia tentare di sopravvivere. Nel prefinale, purtroppo, queste stesse regole vengono disattese o piegate ai voleri di una trama sempre più legata agli schemi dell'horror demoniaco, cosa che rende difficile allo spettatore non sentirsi un po' preso in giro. Inoltre, Passenger si indebolisce proprio quando la presenza tangibile dell'entità diventa preponderante, appoggiandosi sempre più a jump scare telefonati, diversamente da una prima parte in cui le apparizioni del maligno vengono centellinate, costringendo André Øvredal a sbrigliare tecnica e fantasia a beneficio della tachicardia della gente in sala. 


Il regista realizza almeno tre sequenze davanti alle quali bisognerebbe togliersi il cappello. La prima è quella iniziale, dove la magistrale tensione creata da una lentissima panoramica il cui punto di vista è situato all'interno della macchina si combina ad un sonoro da brividi e un montaggio intelligente (per non parlare dell'omaggio alla terrificante scena del ciclista in Il seme della follia!); la seconda è interamente ambientata in un parcheggio, e impiega più o meno la stessa tecnica per enfatizzare il terrore e il senso di spaesamento della protagonista; la terza sfrutta invece in maniera originale un'opera inaspettata, Vacanze romane, un film che con l'horror non c'entra nulla ma che penso non riuscirò mai più a guardare allo stesso modo. André Øvredal si conferma dunque un ottimo regista di genere che sa il fatto suo, in grado di confezionare ottimi e divertenti horror "commerciali". Personalmente, ho anche apprezzato il sembiante del "passenger", soprattutto nelle inquadrature che lo vedono ripreso da lontano, di scorcio, appena fuori dal campo visivo, perché l'insieme mi ha ricordato il Bob di Twin Peaks, contribuendo non poco al terrore provato durante le sue apparizioni. Meno interessante il volto del demone, ahimé, che ho trovato poco originale, ma tutto sommato si tratta di un piccolo difetto che, assieme agli altri citati nel post, non inficia il valore di un film interamente dedicato alla paura fine a se stessa, senza ambizioni elevate di critica sociale, o di realizzare un capolavoro che rimarrà negli annali. Ogni tanto c'è bisogno anche di questo tipo di horror medi ma genuini per mandare avanti la baracca, quindi il mio consiglio è quello di premiare Passenger andando a vederlo in sala! 


Del regista André Øvredal ho già parlato QUI mentre Melissa Leo, che interpreta Diana Larson, la trovate QUA.


Jacob Scipio
, che interpreta Tyler, era nel cast di I mercen4r - Expendables. ENJOY!





venerdì 29 maggio 2026

2026 Horror Challenge: Bug (2006)

La challenge settimanale chiedeva la visione di un film uscito nel 2006, quindi ho scelto di festeggiare i 20 anni di Bug, diretto dal regista William Friedkin.


Trama: Agnes, separata da un marito violento appena uscito dal carcere, vive da sola in un motel. Un giorno, un'amica le presenta Peter, uomo dal passato misterioso. Dopo essersi fermato a dormire da lei, Peter sviluppa con Agnes un rapporto sempre più stretto e pericoloso...


Se vogliamo essere proprio precisi, Bug festeggerà i vent'anni l'anno prossimo, perché l'opera di Friedkin era stata distribuita nelle sale statunitensi a maggio del 2007, dopo essere stata presentata al festival di Cannes l'anno prima. Per amor di challenge, e poiché ormai ho già guardato il film, ho deciso di far valere comunque il 2006, tanto l'anno prossimo ci sarà già un sacco di gente appassionata che vi parlerà di Bug e il mio post sarebbe un'insignificante goccia nel mare. Tra l'altro, la challenge mi ha dato modo di colmare l'ennesima lacuna. Nonostante la regia importante, infatti, non avevo mai avuto modo di guardare Bug e ne sono rimasta folgorata. Il film racconta, in maniera lucidissima, una triste vicenda dove proprio la lucidità va a invece farsi friggere e, come da orripilante sottotitolo italiano, la paranoia diventa contagiosa. La vicenda, tratta dall'omonima pièce teatrale di Tracy Letts (autore anche della sceneggiatura), ruota attorno al rapporto che si instaura tra Agnes, donna spezzata da un passato doloroso e in fuga dal marito violento, e Peter, taciturno veterano della Guerra del Golfo. I due si incontrano una sera grazie ad un'amica comune e Agnes decide di ospitare per la notte Peter, privo di un posto dove stare. Inizialmente, le interazioni tra i due, pur influenzate dalla profonda solitudine di entrambi, sono all'insegna di un cortese distacco. Una notte di sesso, tuttavia, segna l'inizio di una connessione più profonda e deleteria per entrambi. Agnes, vittima del senso di colpa legato alla scomparsa del figlio e terrorizzata dal marito appena uscito di prigione, sviluppa una contorta dipendenza da Peter, un mix tra un istinto di protezione quasi materno verso una "vittima" della società e dei "poteri forti" e il bisogno di avere accanto un uomo che la faccia sentire necessaria. L'atteggiamento di Agnes, al tempo stesso altruista ed egoista, non fa altro che esacerbare i problemi mentali di Peter, il quale, privo di qualcuno in grado di porre un freno logico alle sue paranoie, le porta all'estremo. In una graduale ma inarrestabile inversione dei ruoli, la natura potenzialmente salvifica di Agnes viene sconfitta dal desiderio di tenere vicino Peter a tutti costi e la donna di polso dell'inizio diventa uno scricciolo impaurito e privo di pensieri "suoi"; viceversa, Peter passa dall'essere l'uomo timido che voleva soltanto un amico a complottista terrorizzato ma sicuro di sé, autoproclamandosi guida di Agnes all'interno di un mondo governato da un'élite di potenti intenzionati a controllare il genere umano. La cosa triste e angosciante di Bug è la zona grigia in cui si muovono i due protagonisti, due anime perse che non possono venire definiti come carnefice o vittima, colpevole o innocente. Lo stesso Peter non è cattivo, anzi, vuole soltanto il bene dell'unica persona che ha ascoltato e accolto ciò che per altri erano solo paranoie da curare, senza rendersi conto che il suo atteggiamento è persino più deleterio e pericoloso di quello dell'ex marito di lei.  
 

Essendo un dramma teatrale, gli ambienti dove si svolge Bug sono ridotti all'osso. La maggior parte della vicenda ha luogo all'interno della stanza di motel dove vive Agnes, mentre quel paio di sequenze nel bar e nel supermercato hanno due funzioni diverse, la prima quella di contestualizzare il sostrato sociale in cui si muove la protagonista, la seconda per delinearne il dramma passato. La stanza del motel, già claustrofobica e squallida all'inizio, tanto che sembra quasi di sentire l'odore stantio dell'alcol, delle sigarette e del caffè che scandiscono i giorni e le notti di Agnes, si trasforma sotto la cinepresa di Friedkin in un mondo alieno. La metamorfosi del mondo ridotto dei due protagonisti passa attraverso un drastico cambiamento di scenografia, che va di pari passo con una fotografia sempre più fredda; da insicuro ricettacolo di sporcizia ed insetti, dove chiunque o qualunque cosa potrebbe entrare senza nemmeno troppa fatica, la stanza diventa un asettico trionfo di alluminio, proiettando all'esterno la follia che divora la mente di Agnes e Peter. Friedkin, rigorosissimo nel mettere in scena una discesa agli inferi quanto più verosimile possibile, lascia talvolta che le paranoie dei protagonisti trovino sfogo sullo schermo, coinvolgendo lo spettatore con movimenti di macchina e un montaggio isterici, sottolineati da un sonoro invasivo, oppure giocando di sottrazione e lasciando che siano gli attori a convincere il pubblico della presenza o meno dei fantomatici insetti del titolo. Ed è difficile, credetemi, non cominciare a grattarsi in maniera forsennata, nel momento in cui Michael Shannon e Ashley Judd iniziano a convincersi gradualmente che ci sia un'infestazione (o peggio) in corso. Coadiuvati da un sapiente trucco prostetico, i due attori sono talmente tanto intensi nelle loro interpretazioni da far scomparire dalla memoria dello spettatore i pochi comprimari che li affiancano (tranne un surreale Brían F. O'Byrne). In particolare, Michael Shannon, che già interpretava Peter a teatro, compie un lento e convincente percorso da eccentrico tutto sommato innocuo a matto col botto dotato di una logica agghiacciante, difficile da confutare, mentre Ashley Judd, nei suoi disperati tentativi di rimanere aggrappata a una sanità mentale sempre più labile, spezzerebbe il cuore a un sasso; il dialogo e la sequenza "rivelatori", prima dell'inevitabile, scioccante epilogo, sono tra i punti più alti raggiunti al cinema quell'anno, e lasciano svuotati, vittime di un tarlo nel cervello che rischia di rendere difficile il sonno. Se, come me, avete sempre vissuto nell'ignoranza, è giunto il momento di festeggiare i 20 anni di Bug recuperandolo e inserendolo nei vostri film preferiti di sempre. E' un viaggio angosciante, ma val la pena, credetemi!


Del regista William Friedkin ho già parlato QUI. Ashley Judd (Agnes White) e Michael Shannon (Peter Evans) li trovate invece ai rispettivi link.

Harry Connick Jr. interpreta Jerry Goss. Americano, lo ricordo per film come Il mio piccolo genio, Independence Day e serie quali Will & Grace. Anche produttore, cantante e compositore, ha 59 anni. 


Lynn Collins
interpreta R.C.. Americana, ha partecipato a film come Number 23, X-Men: le origini - Wolverine e a serie quali The Walking Dead. Ha 49 anni e un film in uscita. 



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