venerdì 30 gennaio 2026

2026 Horror Challenge: Pulse - Kairo (2001)


Questa settimana, il tema della challenge horror era "cyber horror", così ho scelto di guardare Pulse - Kairo (回路), diretto e sceneggiato nel 2001 dal regista Kiyoshi Kurosawa.

Trama

Alcune persone cominciano a scomparire misteriosamente, mentre i fantasmi invadono il mondo sfruttando internet... 

RECENSIONE

Se esiste un film in grado di prevedere il cupo futuro in cui saremmo piombati di lì a poco, è proprio Pulse. Figlio della recessione economica giapponese, espressione di un'epoca di paura ed incertezza dove le fondamenta della società nipponica sono andate quasi a farsi benedire, Pulse accoglie i timori del periodo storico in cui è stato girato ma getta anche uno sguardo sul rovescio della medaglia di tecnologie che avevano appena cominciato a diventare molto popolari nel mondo orientale (noi saremmo arrivati qualche anno dopo). Attraverso il racconto della silenziosa invasione da parte degli yurei, dei fantasmi, Kiyoshi Kurosawa tocca infatti argomenti come l'incapacità di comunicare, la solitudine, la distanza e l'isolamento incoraggiati, appunto, dai cellulari e da internet. Lo fa imbastendo due storie parallele, che si incontrano sul finale. La prima vede come protagonista Michi, appena trasferitasi a Tokyo per lavorare in un negozio di piante, la quale si ritrova a testimoniare, impotente, la progressiva scomparsa di tutti i suoi colleghi; la seconda punta i riflettori su Kawashima, studente che installa un provider sul suo computer e, da quel momento, viene perseguitato da un inquietante sito internet pieno di immagini di persone sole, all'interno di ambienti bui. Benché i due personaggi abbiano caratteri diversi, ciò che li accomuna è il condurre una vita solitaria senza rendersene minimamente conto, convinti o di avere una rete di conoscenze e familiari solida (come Michi) oppure di poter contare, come Kawashima, su un atteggiamento espansivo, molto chill, come direbbero i giovani d'oggi. In realtà, entrambi proveranno sulla propria pelle la labilità dei legami intrecciati nel corso del tempo, e l'impossibilità di trovare argomenti che possano fare breccia nella stretta rete di disperazione con la quale gli yurei hanno avvolto l'umanità, perché sono a loro volta soli e disperati. Quanto all'invasione degli spiriti, non è violenta né sanguinosa, a loro basta entrare in risonanza con le emozioni negative dei vivi ed amplificarle per privarli della volontà di lottare, ed è questa la cosa più terrificante di Pulse, al di là delle immagini effettivamente inquietanti legate alle "forbidden room", che attirano a sé gli umani, e dei loro occupanti. Il ritmo del racconto, infatti, è talmente lento e progressivo che quando, sul finale, le strade di Tokyo si svuotano, condividiamo lo stesso shock dei protagonisti, i quali fino a quel momento si erano concentrati sulla loro situazione contingente, senza accorgersi di un apocalisse tanto subdola quanto efficace. 

Eppure, non è che Kiyoshi Kurosawa non ci offra gli indizi per capire, è solo che non li vediamo, perché la nostra attenzione viene catturata dalle sequenze più dichiaratamente scioccanti e paranormali del film. Tra echi di un j-horror agli albori, fatto di figure scure che si contorcono minacciose, tecnologie ribelli, computer che si accendono da soli mostrando scorci di un altro mondo o entità misteriose che ci spiano, ricorrendo a quell'effetto Droste che i giapponesi amano particolarmente, ombre che all'improvviso acquistano una forma umana, suicidi violenti, scritte inquietanti e ancor più angoscianti macchie sul muro, rischiamo di perderci dettagli importanti. In primis, il progressivo scurirsi della fotografia, opera di Junichirô Hayashi, che immerge le immagini in un'atmosfera sempre più plumbea, eco non solo dell'oscurità del mondo degli spiriti, ma soprattutto della perdita della volontà di continuare a vivere. Man mano che gli yurei aumentano di numero, le superfici riflettenti e i vetri delle finestre diventano opache, e l'unico colore che salta all'occhio è il rosso, che in Giappone viene usato fin dall'antichità come protezione contro gli spiriti maligni e che qui, infatti, viene usato per sigillare le forbidden room, oltre ad essere l'ultimo colore che Junko indossa prima di venire a sua volta "maledetta". Oltre a questo, il regista inserisce spesso e volentieri persone sullo sfondo che, di tanto in tanto, scompaiono all'improvviso, un'elemento su cui inizialmente l'occhio non si sofferma ma che poi diventa evidente, aumentando l'incertezza su chi sia o meno una persona reale. L'unico difetto di Pulse - Kairo, almeno per me, è quello di essere forse un po' troppo lungo per l'argomento che tratta, e a distanza di 25 anni gli effetti speciali più importanti, come quello dell'aereo, risentono un po' l'usura del tempo. A parte questi due aspetti trascurabili, è un ottimo film che offre un punto di vista originale, benché pessimista, sulla depressione, la solitudine e il terrore di vivere, più che di morire; personalmente non l'ho trovato tanto pauroso, quanto angosciante, perché pone interrogativi scomodi e dipinge situazioni anche troppo verosimili, yurei a parte. Vi consiglio, dunque, di maneggiarlo con molta cura. 

CAST

Del regista e sceneggiatore Kiyoshi Kurosawa ho già parlato QUI

CURIOSITà

Kumiko Asô, che interpreta Michi Kudo, ha partecipato anche a Ring 0: Birthday. Di Pulse - Kairo esiste un omonimo remake americano del 2006 che ha persino generato un seguito straight-to-video Pulse 2: Afterlife. Considerato che il remake è stato scritto da Kurosawa e Wes Craven potreste anche dargli un'occhiata, se Pulse vi fosse piaciuto, e aggiungere Cure, Ringu e Shutter. ENJOY! 

mercoledì 28 gennaio 2026

Sirat (2025)


La settimana scorsa è uscito in Italia Sirat (Sirât), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Oliver Laxe e candidato a due Oscar, Miglior Film Straniero e Miglior Sonoro.

Trama

Luis, assieme al figlioletto Esteban, gira per i rave in cerca della figlia maggiore, da tempo scomparsa. Quando si convince che un gruppo di raver si recheranno in quello decisivo, Luis si accoda alla loro piccola carovana...

RECENSIONE

Da che ho memoria o, meglio, da quando ho raggiunto l'età per uscire di casa, mio padre mi ha sempre detto: "su g'he du burdellu, porta via u belin", ovvero "se ci sono dei casini, vattene". Per mio padre, i rave sarebbero l'epitome del "burdellu", una calamità (in)naturale intrisa di casini, a partire dalla loro illegalità, dalla quantità di droga che gira, e dalla possibilità concreta di venire portati in prigione o peggio. Per questo mi è sembrato di leggere nell'animo di Luis, un tizio sulla sessantina con figlioletto al seguito che va di rave in rave a cercare l'altra figlia, quella maggiore, scomparsa senza dare più notizie di sé. Non sappiamo perché la ragazza non abbia più contattato la famiglia, sappiamo solo, e nemmeno da Luis, che dalle foto sembra avere "gli occhi tristi" e che il padre è deciso a ritrovarla, quello stesso padre che, con tutta probabilità, farebbe un falò di rave e raver assieme. Probabilmente, nel suo cuore Luis la dà già per persa, eppure lo stesso decide di seguire un gruppetto di raver, pronti a passare alla prossima festa, per tentare ancora una volta la sua disperata ricerca, perché arrendersi sarebbe anche peggio. Sirat comincia così come il tipico viaggio cinematografico on the road, dove due realtà diverse si incontrano, si scontrano e poi si mescolano, limando le rispettive diffidenze e arricchendosi reciprocamente, un viaggio verso un obiettivo ben preciso. Peccato (o per fortuna), però, che Sirat non sia così lineare e banale: il titolo fa riferimento al ponte, più sottile di un capello e più affilato di una spada, sospeso sopra l'inferno, un ponte che solo gli animi retti possono attraversare. E l'inferno è ciò che circonda Luis e i suoi compagni, un inferno tanto splendido quanto subdolo, che offre mille possibilità di una vita libera e selvaggia, ma non perdona la minima distrazione, soprattutto quando tutto intorno c'è sì la minaccia della guerra, ma anche un ambiente che nasce per essere pericoloso e inospitale. In ogni sequenza, a partire dalla frenetica scena iniziale in cui la cinepresa di Oliver Laxe ci trascina letteralmente dentro un rave, a stordirci di musica martellante, c'è qualcosa a ricordarci che la fuga dalla realtà è temporanea, che basta un nonnulla e le ali che ci fanno librare in alto possono andare in fiamme e precipitarci all'inferno, che il "burdellu", se vuole, può travolgerci anche se le altre volte ce la siamo cavata per il rotto della cuffia. E così, il prevedibile viaggio di Luis diventa un'esperienza cinematografica tra le più angoscianti viste nella vita, un non-horror che mette più ansia di un film che rispetta tutte le regole del genere. 

Il motivo per cui Sirat entra sotto pelle è la perfetta commistione tra tecniche di "finzione" cinematografica e uno stile documentaristico che rende tutto più verosimile. Oliver Laxe non ricerca l'artificio, lascia che siano gli scorci naturali del deserto marocchino a creare immagini spettacolari e mozzafiato, inserendo di volta in volta l'elemento umano o artificiale (le enormi, vecchissime casse utilizzate nei rave in primis) per modificare drasticamente l'atmosfera, senza mai essere banale. E' raro che un film mi sorprenda, ma Sirat lo ha fatto per ben tre volte, con una fluidità letteralmente spaventosa, che mi ha impedito di "rilassarmi" per tutto il resto del film. In tandem con lo stile di regia, anche la scelta di utilizzare un attore famoso come Sergi López, affiancandogli dei veri raver, risulta vincente e concorre a rendere credibile il piglio realistico di Sirat. Steff, Josh, Bigui, Tonin e Jade riempiono lo schermo con le loro facce splendide, da buskers, e fanno venire voglia di sapere cos'è successo loro prima degli eventi raccontati nel film, di seguirli lungo il cammino che li ha portati a diventare "cacciatori" di rave. E a proposito di rave, che Sirat abbia una candidatura per il miglior sonoro non deve stupire. I suoni del film, un misto di musica techno e dei silenzi naturali tipici del deserto, avvolgono lo spettatore senza lasciarlo andare dall'inizio alla fine, attirandolo in un trip fatto di bassi insinuanti, suoni distorti e una grezza vitalità artigianale riprodotta con incredibile nitidezza. Oserei dire che pare quasi di essere in un rave, non fosse che non ho mai provato una simile esperienza e, dopo Sirat, mai la proverò, soprattutto a 44 anni suonati, ma l'impressione è stata quella. A maggior ragione, perché alla fine di Sirat mi è sembrato che mancasse "qualcosa", come se il film mi avesse stordita, mi avesse travolta con emozioni troppo fugaci per poterle trattenere, e ciò mi avesse impedito di coglierne il senso di insieme. Forse dovrei rivederlo, ma anche no, e non perché sia un brutto film (spero di essere stata chiara, è bellissimo), ma perché resistere fino alla fine senza scappare preda dell'ansia è stato molto difficile.   

CAST

  • Oliver Laxe è il regista e co-sceneggiatore del film. Francese, ha diretto i film Todos vós sodes capitáns, Mimosas e O que arde. Anche produttore, ha 44 anni.


martedì 27 gennaio 2026

Vieja loca (2025)


Lo avevo perso al ToHorror, e sono riuscita a recuperare in questi giorni uno dei film che avevo puntato a ottobre, Vieja loca, scritto e diretto nel 2025 dal regista Martín Mauregui.

Trama

Preoccupata per le condizioni mentali della madre, Laura chiede al suo ex marito di andare a controllarla. Per l'uomo è l'inizio di un incubo alla mercé dell'anziana donna...

RECENSIONE

La senilità e l'alzheimer stanno diventando mostri sempre più quotati all'interno del cinema horror, tanto più spaventosi perché purtroppo reali e diffusi. La vecchiaia, l'angoscia di avere a che fare con persone un tempo amate, completamente stravolte da una malattia che cancella i loro ricordi e ne altera le percezioni, sono cose che fanno paura, e molti autori cercano di esorcizzarle o venire a patti con esse. Vieja loca, fin dal titolo, sceglie una strada più grottesca rispetto ad altre opere a tema, e corre sul filo della hagsploitation; questo genere, che tanto andava di moda negli anni '50 e '60, nell'horror moderno ha però perso quella valenza di "ultima spiaggia" alla quale erano costrette dive ormai invecchiate, e non è più qualcosa che sminuisce le anziane attrici, anzi, semmai le eleva. Questo perché anche Alicia, la protagonista del film, non è caratterizzata come una semplice "vecchia pazza", nonostante molte sequenze del film siano uno squisito compendio di commedia nerissima. Alicia, come da definizione della figlia, è un "buco nero", una donna con la quale non era già facile avere a che fare in età più giovane, e i motivi diventano dolorosamente chiari man mano che il film prosegue. Il fantomatico César, per il quale Pedro viene scambiato da Alicia, è un mostro oscuro che ha tormentato il passato della donna, legandola a sé con la violenza, con una perversa pretesa di esclusività e, infine, con degli atroci delitti, e quando le difese mentali di Alicia crollano, il passato la travolge come un'onda di marea, portando con sé tutti gli sventurati che hanno a che fare con lei. A farne le spese in primis è il povero Pedro, appunto, che per una gentilezza fatta alla ex moglie preoccupata si ritrova a venire legato e torturato da una donna decisa a fargli pagare anni di abusi psicologici e fisici. La sceneggiatura di Martín Mauregui è impietosa, ma non è spietata nei confronti di Alicia, ed è ovviamente pessimista, perché una malattia terribile come quella descritta nel film contamina non solo il presente, ma anche l'affetto e i ricordi passati.

Tali premesse giustificano il ritmo ripetitivo della prima parte del film, che reitera in maniera angosciante situazioni e dialoghi (persino ricette, utile nel caso voleste imparare a fare l'alfajor), e a un certo punto mostra come, per Alicia, il tempo si sia riavvolto per poi fermarsi nel momento più terribile della sua vita. La ripetitività delle situazioni non stempera, però, l'inquietudine derivante dall'impotenza di Pedro, costretto non solo fisicamente, ma anche mentalmente, impegnato in un approccio faticoso atto a conquistare la fiducia dell'ex suocera, vista l'impossibilità di farla ragionare. L'ambientazione "casalinga" del film, girato per la maggior parte all'interno di una villa decadente la cui incredibile bellezza si è appannata nel corso del tempo, funziona come parallelo della condizione di Alicia, abbandonata a se stessa e priva di "manutenzione", eppure ancora solida, fiera; la casa di Alicia soffre di perdite idrauliche, cade a pezzi in alcuni punti, è un triste regno di disordine e caos, e nasconde terribili, oscuri segreti che sfuggono allo sguardo di chi viene distratto dall'aspetto apparentemente normale dell'anziana signora. Quanto agli attori, Carmen Maura si profonde in un'interpretazione senza freni che diventa la spina dorsale dell'intero film, dando vita ad un mostro, sì, ma con tristi sprazzi di umanità che spingono talvolta a provare pietà per questa "vecchia pazza", soprattutto sul finale. L'interazione con Daniel Hendler (che io, neanche a dirlo, non conoscevo ma che è uno degli attori più famosi in Uruguay), sempre sul filo della farsa, da vita ad un paio di sequenze ad alto tasso di tensione, inoltre lui è molto bravo a non farsi surclassare dal carisma di Carmen Maura, pur mantenendo sempre un'aura da medioman dimesso che lo rende ancora più tragico. In definitiva, Vieja loca è sicuramente un film che mi sarebbe piaciuto vedere al ToHorror e, nonostante non sia privo di difetti, è una visione che consiglio, soprattutto se vi piace questo genere di tematiche.

CAST

Di Carmen Maura, che interpreta Alicia, ho già parlato QUI.

  • Martín Mauregui è il regista e sceneggiatore del film. Argentino, ha diretto un altro film, El amor (primera parte).

venerdì 23 gennaio 2026

28 anni dopo: Il tempio delle ossa (2026)


Martedì sono andata a vedere uno dei film che aspettavo di più, 28 anni dopo: Il tempio delle ossa (28 Years Later: The Bone Temple), diretto dalla regista Nia DaCosta.

Trama

Spike finisce tra le grinfie della gang capitanata da Sir Jimmy Crystal, diventandone un membro riluttante. Il Dr. Kelson, invece, cerca un modo per riportare l'Alfa Samson alla ragione...

RECENSIONE

Non vedevo l'ora di tornare nel mondo di 28 anni dopo, non solo perché ero rimasta appesa al cliffhanger che aveva introdotto gli assurdi Jimmies ma anche perché il titolo del nuovo capitolo prometteva il ritorno di un personaggio che avevo adorato, lo stralunato, dolcissimo Dr. Kelson. Il tempio delle ossa comincia più o meno dove finiva 28 anni dopo. Spike è stato salvato da Jimmy Crystal e i suoi sodali solo per guadagnarsi l'ingresso della banda con un duello all'ultimo sangue, e il suo cammino di scoperta di sé e del mondo fuori dall'isola dov'è nato e cresciuto subisce una brusca frenata. O, meglio, non è più il tema portante del film, ma anche qui Spike è costretto a vivere esperienze tremende per poter comprendere un ulteriore aspetto dell'umanità post-apocalittica e scegliere da che parte stare. Se il film precedente lo aveva messo di fronte alla fallibilità del padre e al memento mori/amoris del Dr. Kelson, il secondo capitolo gli chiede di scegliere tra chinare la testa per paura, affidandosi a una divinità che, per quanto malevola, giustificherebbe ogni sua azione dando una parvenza di ordine al mondo, oppure accettare con coraggio la responsabilità della scelta individuale all'interno di una realtà caotica, senza entità vere o presunte che sussurrano certezze e regole da seguire. Questa biforcazione del cammino di Spike viene rappresentata dallo scontro (dapprima "a distanza" e "ideologico", poi fisico) tra il Dr. Kelson e Sir Lord Jimmy Crystal. Banalmente, i due incarnano rispettivamente la ragione scientifica e il fanatismo religioso, ma se fosse tutto lì, il film sarebbe ben poca cosa. I due personaggi sono accomunati dal dolore e da una follia più o meno evidente, ma è diverso il modo in cui hanno scelto di affrontarli.

Kelson è rimasto umano, anche a costo di non farsi capire dai suoi simili e pagare il prezzo di un isolamento decennale; il suo tempio delle ossa è un monumento a chi un tempo ha vissuto, a prescindere da come sia morto e se sia stato o meno infettato dalla terribile epidemia. Questo concetto estremamente razionale e "ugualitario" della vita, e forse anche il desiderio di non essere più solo, lo spinge a cercare un rimedio scientifico per permettere all'Alfa Samson di trovare quiete nella furia, di "guarire", seppure temporaneamente, trovando così la pace. Il fatto che Kelson, a un certo punto, faccia una scoperta sensazionale, non è un buco di trama o uno strafalcione: abbiamo visto in 28 settimane dopo come l'approccio, anche di medici e scienziati, fosse contenitivo/distruttivo, atto non a curare chi era già infetto ma ad impedire che la malattia si diffondesse. Solo Kelson, tra tutti i personaggi visti nei vari film della saga (e forse anche Isla, in un certo senso), ragiona in termini di persone, non di mostri, ed agisce di conseguenza, senza mai abbandonare la fede nella razionalità e nella scienza. Sir Lord Jimmy Crystal, per contro, ha cancellato la razionalità con un colpo di spugna, vittima di un trauma subito in età troppo giovane per poterlo processare. Unico sopravvissuto di una famiglia governata, con tutta probabilità, dal pugno di ferro di un pastore talmente invasato da accogliere l'Apocalisse con gioia, Jimmy ha fatto un minestrone di tutte le cose imparate nel corso dell'infanzia e ha deciso di essere stato toccato dalla mano di Satana, investito del ruolo di Principe del Regno creato dal Vecchio Caprone e quindi tenuto ad amministrare la Carità del Diavolo seminando ulteriore morte e distruzione. Quello di Jimmy è un personaggio patetico, un bambino mai cresciuto che ha cercato un motivo per giustificare un semplice colpo di fortuna, perché l'alternativa sarebbe stata ancora più terribile; Jimmy è l'equivalente malvagio del Jupe di Nope, convinto di essere intoccabile perché prescelto, e le sue "sette dita" sono ancora più patetiche di lui, dei disperati che cercano una scusa per giustificare azioni inenarrabili. E' la contrapposizione tra questi due personaggi a rendere Il tempio delle ossa un'opera ricca ed affascinante, e a "giustificare", se ce ne fosse bisogno, tutto l'orrore che la regista ci sbatte in faccia fin dal primo minuto.

Nia DaCosta
dirige con ritmo indiavolato (haha!), senza lesinare dettagli raccapriccianti e momenti in cui ho faticato a tenere gli occhi sullo schermo, ma si concede anche parentesi poetiche, che mi hanno vista trattenere le lacrime a malapena, non solo sul finale. La regista, inoltre, sfrutta alla perfezione il connubio tra una colonna sonora peculiare (dove la fanno da padrone i Duran Duran ma trovano posto anche Everything In Its Right Place dei Radiohead e, soprattutto, The Number of the Beast degli Iron Maiden) e la possibilità di avere un Ralph Fiennes particolarmente ispirato. Tralasciando una sequenza "poetic cinema" che difficilmente verrà superata quest'anno, davanti alla quale devo avere avuto l'espressione di una bambina che vede per la prima volta un parco giochi, la musica è una componente fondamentale del rapporto che viene a crearsi tra il Dr. Kelson e l'Alfa Sanson, perché, mitologicamente, è proprio la musica ad irretire le bestie (anche più degli oppiacei). Se, all'inizio, la regista gioca tantissimo sulla tensione scatenata dalla prima, terrificante scena che vede Samson protagonista (anche in virtù della tremenda somiglianza tra il personaggio e George Eastman in Antropohagus, change my mind), andando avanti le inquadrature ravvicinate creano un universo "intimo", all'interno del quale due anime sole cercano di avvicinarsi e di comprendersi, perlomeno di accettarsi a vicenda. Gli occhi azzurri e dolenti di Ralph Fiennes restituiscono allo spettatore 28 anni di profonda solitudine e la serenità di chi ha scelto di rimanere umano in un mondo di mostri, facendosi pienamente carico di questa difficile scelta. Dalla parte opposta, ci sono le schegge impazzite dei Jimmy. Jack O'Connell si è ormai abbonato ai ruoli di mostro carismatico, e una volta capito chi ha ispirato la sua mise (documentatevi per favore su Jimmy Savile, se ancora non lo avete fatto) il personaggio risulta ancora più folle e grottesco, ma anche gli altri Jimmy riescono a farsi ricordare, alcuni più di altri, soprattutto le "quote rosa". L'anno scorso avevamo avuto una gioia, ovvero la certezza che Il tempio delle ossa sarebbe uscito nel giro di pochi mesi. Quest'anno la situazione è più nera: il film di Nia DaCosta, nonostante a mio parere sia ancora più bello del suo predecessore, è uscito nel periodo peggiore, non ha fatto gli incassi sperati (in sala, oltre ai me e ai miei amici, c'era UNA SOLA persona), e il terzo capitolo di quella che era nata come una trilogia non è nemmeno ancora in produzione. Visto il commovente finale, io prego tutte le divinità perché la saga di 28 anni dopo possa avere la sua degna conclusione, o comincerò a distribuire Carità a tutti quelli che si saranno messi di traverso. 

CAST

Della regista Nia DaCosta ho già parlato QUI. Jack O'Connell (Sir Jimmy Crystal), Ralph Fiennes (Dr. Kelson) e David Sterne (George) li trovate invece ai rispettivi link. 


SE VI è PIACIUTO...

Il film segue 28 giorni dopo , 28 settimane dopo e 28 anni dopo, quindi recuperate tutto quello che lo precede. ENJOY!

mercoledì 21 gennaio 2026

2026 Horror Challenge: Allucinazione perversa (1990)


Questa settimana la challenge horror di Letterboxd voleva un film uscito quando ho compiuto 9 anni. Ho scelto quindi Allucinazione perversa (Jacob's Ladder), diretto nel 1990 dal regista Adrian Lyne.

Trama

Jacob è un reduce del Vietnam che lavora come postino e vive con Jezzie dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie. La sua vita scorre più o meno serena, almeno finché non comincia ad avere terribili allucinazioni...

RECENSIONE

Praticamente quasi tutti i miei post scritti per la challenge horror cominciano confessando di non avere mai guardato un cult universalmente riconosciuto, e Allucinazione perversa non fa eccezione. In realtà, stavolta non sapevo nemmeno di cosa parlasse il film, non fosse che, "grazie" ai titolisti furboni che hanno voluto cavalcare il successo delle opere più famose di Adrian Lyne, è stato deciso di trasformare "La scala di Jacob" (nome di un allucinogeno utilizzato nel film ma anche riferimento biblico alla Scala di Giacobbe, quella che porterebbe direttamente in Paradiso) in Allucinazione perversa. Di perverso, il film non ha proprio nulla, almeno non nell'accezione che, all'epoca, si poteva associare agli aspetti sessuali delle altre opere del regista, e probabilmente chi era andato al cinema per altri motivi, sarà anche rimasto deluso, trovandosi di fronte un horror dalle atmosfere plumbee. Allucinazione perversa racconta la storia di Jacob, un reduce del Vietnam tornato a casa dopo averci quasi lasciato la pelle. La vita di Jacob non è tutta rose e fiori; è vittima di forti mal di schiena, che lo costringono a costanti sedute col chiropratico Louis, e soffre ancora per la morte del figlioletto Gabe, avvenuta prima di partire per la guerra, probabilmente uno dei motivi per cui la moglie ha deciso di separarsi da lui. Nel corso del film ci viene anche detto che Jacob è in cura da uno psichiatra, ma tutto lascerebbe pensare che i suoi problemi mentali siano sotto controllo, almeno finché l'uomo non comincia ad avere terrificanti allucinazioni a base di esseri demoniaci, con solo una vaga parvenza umana. Da quel momento, Allucinazione perversa diventa una discesa (o forse una permanenza) all'inferno, dove ogni senso della realtà e dello scorrere lineare del tempo diventa nebuloso, e la dolorosa confusione di Jacob si trasmette allo spettatore senza filtri; tutto ciò che vede il protagonista è frutto di una tremenda PTSD o c'è davvero un complotto ai danni suoi e degli altri commilitoni tornati dal Vietnam? Jacob è vivo e malato oppure è morto senza saperlo, bloccato in un limbo da incubo che sta piano piano rivelando la sua vera natura? La risposta arriverà senza possibilità di errore alla fine del film, ciò non toglie che il viaggio per giungere alla verità passa per ricordi estremamente traumatici e dolorosi, che spingono all'alienazione, all'autoisolamento, ad una paranoia che trasforma il presente in una dimensione oscura che, come un cancro, attecchisce anche ai ricordi sereni e alla poche cose buone rimaste, rovinandole. 

La dimensione oscura di cui sopra viene portata sullo schermo da Lyne con un piglio abbastanza visionario, ispirato dall'arte di Francis Bacon, e spalanca una dimensione infernale tangibile, la cui eredità influenza ancora oggi un certo tipo di horror; l'esempio più eclatante, che spicca anche agli occhi di chi, come me, non bazzica i videogame, è l'effetto speciale che fa muovere le teste dei demoni a velocità supersonica mentre il corpo rimane immobile, diventato una caratteristica di Silent Hill. Le sequenze più dichiaratamente horror di Allucinazione perversa (già angoscianti di loro, come quella dell'ospedale) acquistano ulteriore potenza grazie al montaggio che alterna senza soluzione di continuità presente, passato, ricordi veri e memorie inventate, mentre l'orrore paranoico in cui erano immersi i militari in Vietnam viene sottolineato da una fotografia nebulosa, tinta di un giallo malato. A proposito di colori, è impossibile non venire colpiti dall'azzurro degli occhi di Tim Robbins, citato anche nei dialoghi. L'attore interpreta Jacob come un uomo che, nonostante abbia già tre figli e sia stato sposato, sembra appena uscito dall'infanzia, un adulto/bambino dotato suo malgrado di una fragilità affascinante, che entra nel cuore dello spettatore per la sua impossibilità di uscire da una situazione kafkiana. Il sorriso dolente di Tim Robbins, le lacrime che scivolano senza vergogna sul suo volto, la rabbia impotente che lo porta a scoppi di violenta follia, rendono il personaggio di Jacob molto sfaccettato e umano, oltre ad essere una delle migliori interpretazioni dell'attore. Notevoli anche la sensuale Elizabeth Peña, il cui aspetto induce a provare diffidenza nei confronti di un personaggio volutamente ambiguo, e Danny Aiello in un ruolo stranamente "salvifico", un po' distante da quelli che ne hanno decretato il successo. Allucinazione perversa si è rivelato dunque uno strano ibrido tra horror a sfondo satanico e critica sociale nei confronti di una guerra i cui effetti sulla popolazione americana erano ancora ben evidenti negli anni '90, un'opera fortemente ansiogena che regala, però, qualche piccolo sprazzo di speranza e apre la mente a filosofie e idee che, purtroppo, l'horror attuale ha un po' abbandonato. Senza dubbio, un film da recuperare o da riscoprire. 

CAST

Di Tim Robbins (Jacob), Danny Aiello (Louis), Pruitt Taylor Vince (Paul), Eriq La Salle (Frank), Ving Rhames (George) e Macaulay Culkin (Gabe, non accreditato) ho parlato ai rispettivi link.

  • Adrian Lyne è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Flashdance, 9 settimane e 1/2, Attrazione fatale, Proposta indecente e Lolita. Anche sceneggiatore e produttore, ha 85 anni.
  • Elizabeth Peña interpreta Jezzie. Americana, ha partecipato a film come La bamba, Miracolo sull'8ª strada, Free Willy 2, Gridlock'd - Istinti criminali, Rush Hour - Due mine vaganti, e a serie quali Oltre i limiti e CSI: Miami; come doppiatrice, ha lavorato ne Gli incredibili e American Dad!. Anche regista, è morta nel 2014. 
  • Jason Alexander interpreta Geary. Americano, famoso per il ruolo di George Costanza nella sit-com Seinfeld, ha partecipato a film come The Burning, Pretty Woman, Genitori cercasi, Una cena quasi perfetta, Amore a prima svista e a serie quali La tata, Friends, Malcom, Detective Monk, Criminal Minds, Due uomini e mezzo, Innamorati pazzi, Young Sheldon; come doppiatore, ha lavorato ne Il ritorno di Jafar, Il gobbo di Notre Dame, Aladdin, Dora l'esploratrice, The Cleveland Show, I Simpson, Robot Chicken e American Dad!. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 67 anni e un film in uscita. 

CURIOSITà

Nel film compare anche il chitarrista dei Tenacious D, Kyle Gass, nel ruolo di Tony. Una cosa curiosa è che, per poter dirigere Allucinazione perversa, Adrian Lyne ha rinunciato a Il falò delle vanità mentre Tom Hanks, che era la prima scelta per il ruolo di Jacob, ha preferito partecipare al film di De Palma. Quanto a Macaulay Culkin, invece, l'attore non compare nei credits perché il padre aveva deciso che Allucinazione perversa non fosse adatto all'immagine pubblica del figlio. Il film ha avuto un remake dal titolo Jacob's Ladder, del 2019, ma non mi sembra meriti lo sforzo di una visione. Invece, se Allucinazione perversa vi fosse piaciuto, potreste recuperare Angel Heart - Ascensore per l'inferno, Il seme della follia e Videodrome. ENJOY!

martedì 20 gennaio 2026

Sorry, Baby (2025)


E' uscito in questi giorni in sala Sorry, Baby, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Eva Victor, la quale è stata anche candidata agli ultimi Golden Globe come Miglior Attrice Protagonista in un Film Drammatico, per il ruolo di Agnes.

Trama

La vita di Agnes, studentessa universitaria di letteratura inglese, viene sconvolta da un evento traumatico che la segna indelebilmente...

RECENSIONE

Non conoscevo assolutamente Eva Victor e, non avendo seguito la cerimonia dei Golden Globe, non avevo capito tutto l'hype che ha preceduto l'uscita italiana di Sorry, Baby. In tutta onestà, nemmeno ricordavo che Eva Victor fosse nella rosa di nominati, e se ho guardato il film è solo perché, da mesi, ero stata attirata dalla malinconica locandina in cui la protagonista, Agnes, tiene tra le mani un gattino. Col senno di poi, direi che il mio istinto questa volta ci ha azzeccato, perché Sorry, Baby, nonostante sia un'opera da maneggiare con estrema cautela, è anche un film bellissimo, che spero otterrà dei meritati riconoscimenti ai prossimi Oscar. Sorry, Baby, racconta la storia di Agnes, un'insegnante di letteratura che vive sola in un'enorme casa circondata dalla natura, appena fuori città. Il film inizia quando Lydie, migliore amica ed ex coinquilina dei tempi dell'università, ormai trasferitasi a New York, la va a trovare per il weekend. L'arrivo di Lydie, e un'importante novità legata alla sua vita, scatena in Agnes i ricordi mai sopiti di un trauma terribile, una violenza subita all'ultimo anno di università che ha condannato la protagonista all'immobilità, mentre tutto attorno a lei è andato avanti. Non è che Agnes si sia chiusa in casa senza uscirne, traumatizzata al punto da non potere più avere contatti con le persone, tuttavia la struttura stessa del film, divisa in capitoli cronologicamente sfasati, restituisce l'immagine di una persona spezzata, per la quale il tempo è diventato un susseguirsi di non-giorni nebulosi, intervallati da sporadici eventi "importanti" che,  a prescindere siano positivi o negativi, rimandano inevitabilmente alla violenza subita. Sorry, Baby è dunque un'opera che racconta un dolore insuperabile, ma lo fa in maniera misurata, senza mai ricorrere ai toni del melodramma o della tragedia, preferendo piuttosto appoggiarsi ad un'amara ironia che porta la protagonista a rifuggire da qualsiasi forma di pietismo. 

Sorry, Baby
focalizza anche l'attenzione sull'amicizia, su come essa evolva nel corso del tempo, dandone un ritratto assai realistico. Il trauma subito da Eva la costringe a rimanere indietro rispetto agli altri, la priva della volontà di avere dei legami, una famiglia, dei figli; eppure, queste "mancanze" possono essere sperimentate anche da chi non ha mai subito violenze, da chi vive una vita tutto sommato serena, e vede legami d'amicizia che un tempo sembravano assoluti affievolirsi in favore di "altro". Un matrimonio, un trasferimento, un figlio, sono tutte cose che, inevitabilmente, scalzano l'amicizia dal primo posto all'interno delle priorità e, nel caso di Agnes, la privano di un punto fermo, una solida roccia alla quale aggrapparsi per non affondare nel marasma di pensieri negativi che la soffocano. Lydie, all'interno del film, è l'unica persona che non definisce Agnes solo in base al trauma, ma la appoggia senza giudicare né compatirla, venendole persino in soccorso quando le fredde, impersonali parole di chi dovrebbe aiutarla suonano più come una condanna che un aiuto (la sequenza dell'esame dal ginecologo è angosciante). A un certo punto Lydie se ne va per cominciare il suo percorso di vita, ma nonostante ciò il profondo sentimento di amicizia verso Agnes non viene mai meno, e lo dimostra il cameratismo condiviso dalle due anche dopo un anno di separazione. L'"anello debole" della coppia, cristallizzata nel tempo e nello spazio, è Agnes, la quale è incapace di scrollarsi di dosso il desiderio di creare un legame ancora più forte con Lydie, che la possa mettere sullo stesso piano della compagna con la quale sta per avere una figlia. Non si tratta di "amore", almeno non di quello che implica anche una componente di desiderio sentimentale o sessuale, e proprio questa mancanza di un nome, di una giustificazione, lo rende un sentimento ancora più frustrante e doloroso, che rischia di aumentare ulteriormente il senso di tremenda solitudine ed inadeguatezza provato dalla protagonista. 

Per trattare temi assai seri, Eva Victor sceglie la via della leggerezza, portando sullo schermo una quotidianità talvolta un po' artefatta (soprattutto per quanto riguarda i dialoghi) ma non inverosimile. La scelta di ambientare il film in un paesino di provincia, all'interno del microcosmo universitario, in un contesto meteorologico fatto di giornate serene ma gelide, è perfetta per l'atteggiamento schivo ma anche ironico della protagonista, la quale indossa quel mezzo sorriso come un'armatura nei confronti di un mondo che non sa come gestirla. Le grandi dimensioni della casa in cui vive Agnes, unite alla scelta di utilizzare un guardaroba semplice, al limite del dimesso, accentuano la solitudine del personaggio e danno l'idea del grande sforzo che la protagonista deve fare ogni giorno per vivere un'esistenza normale, per scacciare pensieri innominabili e scendere dal letto, e questi dettagli mi hanno fatto apprezzare ancora di più il film (ciò non giustifica però, porca miseria, che né Lydie né Agnes si siano degnate di mettere una cavolo di tenda in casa, almeno in bagno, visto che Agnes ha il gabinetto davanti a una finestra enorme!) e l'interpretazione di Eva Victor. E' raro che un'attrice riesca ad esordire con un'opera prima così potente, dovendo ricoprire anche il ruolo di sceneggiatrice e regista, eppure l'interpretazione di Eva Victor è divertente, affascinante, commovente senza mai diventare patetica. Persino io che sono una frignona mi sono spesso ritrovata a sorridere della caustica ironia di Agnes, e l'unico momento in cui ho  pianto davvero, oltre allo splendido finale, è stato durante il confronto con John Carroll Lynch, più che altro per il modo delicato con cui la protagonista si apre all'inaspettata gentilezza altrui, entrando in risonanza con uno sconosciuto privo di fronzoli, rustico ma sincero. Adorando John Carroll Lynch, non posso che essere grata ad Eva Victor per averlo voluto in un ruolo breve ma intenso, il che indica un ottimo fiuto anche per gli attori: Naomi Ackie, Lucas Hedges e persino la perfida Kelly McCormack (per non parlare di quel buco nero incarnato da Louis Cancelmi, il perfetto esempio di come si possa mettere efficacemente in scena una "cosa brutta" senza che diventi il fulcro visivo di un film) sono il perfetto complemento dell'interpretazione della Victor, ulteriore valore aggiunto di un film splendido, che vi consiglio di non perdere!    

CAST

Di Naomi Ackie (Lydie), Lucas Hedges (Gavin) e John Carroll Lynch (Pete) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Eva Victor è la regista e sceneggiatrice del film, inoltre interpreta Agnes. Francese, al suo primo lungometraggio dietro la macchina da presa, è conosciuta principalmente come attrice. Anche produttrice, direttrice della fotografia e montatrice, ha 32 anni.

CURIOSITà

Kelly McCormack, che interpreta Natasha, era nel cast di Un piccolo favore e Un altro piccolo favore. Se Sorry, Baby vi fosse piaciuto recuperate Aftersun e The Fallout. ENJOY!

venerdì 16 gennaio 2026

KPop Demon Hunters (2025)


Spinta dai due Golden Globe ricevuti, uno per il miglior film d'animazione e l'altro per la miglior canzone, ho finalmente recuperato KPop Demon Hunters, diretto dai registi Chris Appelhans e Maggie Kang (anche co-sceneggiatrice), disponibile su Netflix.

Trama

Rumi, Mira e Zoey sono le tre componenti del gruppo di idol Huntrix. La loro è però un'attività di facciata, che cela il loro vero compito, quello di impedire che i demoni invadano la nostra dimensione. Il loro successo sembra scontato, almeno finché non compare sulla scena la boyband Saja Boys...

RECENSIONE

Un sacco di persone che conosco e di cui mi fido avevano speso parole di elogio per questo KPop Demon Hunters, ma lo avevo messo un po' da parte, presa da altre priorità. Ora posso dire di essere felicissima di averlo recuperato, perché il film di Chris Appelhans e Maggie Kang è davvero bellissimo e divertente, fruibile anche da chi, come me, di KPop non sa nulla. Siccome sono intrisa di cultura nipponica e sono totalmente ignorante in materia Corea, sarò costretta ad usare analogie a me familiari, cercate di non odiarmi. Rumi, Mira e Zoey, ovvero il gruppo di idol Huntrix, hanno una doppia vita come ogni majokko che si rispetti; vivono nel mondo scintillante della musica e della moda, ma lo fanno perché, attraverso la loro voce (soprattutto quella di Rumi) riescono a scaldare e unire i cuori degli esseri umani, creando l'energia che da vita a una barriera per tenere a bada i demoni ed impedir loro di invadere la Terra. Oltre a fungere da scudo, le ragazze sono anche delle guerriere, delle cacciatrici, e tra una canzone e l'altra non ci mettono molto a uccidere i demoni che tentano di attaccarle. Soprattutto, però, Rumi, Mira e Zoey sono giovani ragazze come tante. Hanno i loro segreti, i loro problemi, le loro paure, imperfezioni che nel mondo dorato degli Idol non devono esistere, perché i fan esigono che i loro idoli, appunto, siano emblemi di eccellenza ideale; questa stessa eccellenza, inoltre, vale anche per la loro attività di cacciatrici e guardiane della barriera. Il lato oscuro dell'industria dello spettacolo coreana (condiviso, in generale, da tutto l'Oriente) è lo spunto da cui si dipana la trama di KPop Demon Hunters, consentendogli di veicolare un necessario messaggio positivo. Più che ricercare una solitaria perfezione, odiando, senza capirlo, tutto ciò che ci fa paura o risulta "strano", l'invito è quello di aprirsi a chi abbiamo vicino, guardare oltre le apparenze, trasformare i difetti in una forza travolgente in grado di aprirci gli occhi sul mondo. Questo messaggio viene trasmesso senza pedanteria né sdolcinatezza, sfruttando in maniera assai divertente i cliché dei KDrama e dell'universo KPop e concedendo spazio anche a momenti più seri e drammatici, nel corso dei quali la protagonista Rumi diventa qualcosa di più di un bel faccino dotato di una voce angelica. 

Il punto di forza di KPop Demon Hunters, assieme alla trama interessante e al messaggio potente che rivolge agli spettatori, è il mix tra una visione moderna della Corea e le leggende che ne caratterizzano la cultura. Il character design dei Saja Boys è un'esilarante mix dei cliché di ogni boyband mai esistita al mondo, e va a braccetto con la bellezza di ciò che si nasconde dietro gli apparenti ragazzi, ovvero degli splendidi messaggeri di morte che seguono l'iconografia moderna dei Jeoseung Saja, con quel loro tipico cappellaccio nero. Non parliamo poi di quanto siano meravigliose la gazza con tre occhi e la tigrotta azzurra, due spiriti complementari usciti dritti dai dipinti della tradizione coreana e pronti ad entrare nel novero delle mascotte animate più amate di sempre. Anzi, per quanto mi riguarda, i personaggi secondari o gli antagonisti sono anche più belli delle Huntrix, le cui animazioni mi hanno ricordato anche troppo lo stile delle Totally Spies, serie di cui non ho mai apprezzato l'inserimento di espressioni comiche e deformed vicine allo stile degli anime, che ho sempre trovato forzato in quello stile di disegno. Nulla da dire, però, sulla regia e l'animazione delle scene di combattimento o dei numeri musicali, coinvolgenti le prime e tremendamente accattivanti i secondi. Accattivante è anche l'unico aggettivo che mi viene in mente per descrivere brani che ti costringono a muoverti a tempo al primo ascolto, o ti catturano grazie alla bellissima voce della cantante Arden Cho, la doppiatrice originale di Rumi; il brano Golden ha giustamente vinto un meritato Golden Globe, ma le canzoni sono tutte belle e, soprattutto, perfette per i temi e le atmosfere del film. L'unico vero difetto di KPop Demon Hunters, almeno per me, è la mancanza di approfondimento delle due compagne di Rumi, la burbera Mira e l'entusiasta Zoey, ma so che sarebbe stato impossibile dare a tutte le ragazze lo stesso spazio. Per questo, spero nell'uscita di un sequel, dove magari si accenni al passato delle cacciatrici e si approfondisca di più il legame con la loro mentore, Celine, altro personaggio potenzialmente interessante ma mal utilizzato. Aspetto fiduciosa, nel frattempo credo che ascolterò in loop la colonna sonora del film!

CAST

Di Ken Jeong (voce originale di Bobby), Lee Byung-hun (Gwi-ma) e Daniel Dae Kim (dottor Han) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Chris Appelhans è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto Il drago dei desideri. Anche animatore, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni.


CURIOSITà

Ji-young Yoo, che doppia Zoey, era nel cast di Until Dawn - Fino all'albaKPop Demon Hunters vede anche la reunion di due amatissimi interpreti di Lost, che nella serie interpretavano marito e moglie, ovvero il già citato Daniel Dae Kim Yunjin Kim, qui doppiatrice di Celine. Nell'attesa che esca un sequel già annunciato, se KPop Demon Hunters vi fosse piaciuto recuperate Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria, Belle, Red, Kubo e la spada magica e Nimona. ENJOY!

mercoledì 14 gennaio 2026

2026 Horror Challenge: La morte corre sul fiume (1955)


A causa delle uscite recenti ho saltato il post della horror challenge, la settimana scorsa, ma non la visione del film. Al momento, dunque, i post sono un po' sfasati ma conto di rimettermi in carreggiata a breve. Il tema della settimana scorsa era "Horror più popolare su Letterboxd, tra quelli non ancora visti e non sulla wishlist", ed è uscito in automatico La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter), diretto e co-sceneggiato nel 1955 dal regista Charles Laughton, tratto dal romanzo omonimo di Davis Grubb.

Trama

Un sedicente predicatore, che in realtà è un serial killer di vedove, sposa l'ex moglie di un rapinatore impiccato da poco, onde appropriarsi del denaro nascosto dall'uomo prima di morire...

RECENSIONE

La morte corre sul fiume è uno dei quei cult di cui ho sentito parlare mille volte e di cui avrò visto centinaia di parodie, ma non ero mai riuscita a vedere l'opera originale. Accolto con disgusto dalla critica dell'epoca, al punto da spingere Charles Laughton a rinunciare a una carriera da regista, La morte corre sul fiume è in realtà un thriller dignitosissimo con un protagonista indimenticabile, il terrificante Harry Powell di Robert Mitchum. Prima dell'arrivo della diva Lillian Gish e della sua tostissima Rachel Cooper, il carismatico predicatore Powell si mangia tutti gli altri personaggi, e non solo per esigenze di copione che vogliono le persone ammaliate dal fascino e dall'eloquenza del personaggio, ma proprio per il modo in cui è stato caratterizzato. Harry Powell è un mostro travestito da agnello, benché sia vestito di nero dalla testa ai piedi, come l'angelo della morte; arriva preannunciato da un inno religioso che suona come una condanna ("ci abbandoniamo al Suo abbraccio"), è implacabile nel perseguire i suoi scopi, annienta l'animo delle sue vittime prima ancora del corpo, ed è talmente arrogante da permettersi di fare il cialtrone anche quando la situazione volge al peggio per lui. E' proprio questa commistione di sacro e profano, di pericolosità e cialtronaggine, a rendere il personaggio indimenticabile, un gentiluomo d'altri tempi che nasconde un cuore nero come l'inferno. Non a caso, sono i bambini a vedere oltre la sua facciata. Non tanto Pearl, troppo piccola per rendersi conto di ciò che la circonda, quanto il povero John, già costretto dal padre a sobbarcarsi il segreto del nascondiglio dei soldi rubati. Mentre la madre Willa, provata dalla morte di un marito impiccato come criminale, lascia che il disprezzo per le donne e il fervore religioso di Powell la avvelenino, facendole il lavaggio del cervello, John deve stare all'erta, pena la vita sua e della sorella. E' proprio la presenza di John e Pearl a rendere La morte corre sul fiume non tanto un thriller, quanto una fiaba dalle atmosfere southern gotic; come novelli Hansel e Gretel, i due bambini sono costretti a prendere una barca e fuggire alla morte incarnata da Powell (come da titolo italiano), fino ad approdare al porto relativamente sicuro offerto da Miss Cooper, donna dai modi spicci ma decisa a dare un rifugio e la possibilità di avere un'infanzia serena ad ogni bambino che arriva a bussare alla sua porta. Sapete bene che non ho un grande istinto materno, ma onestamente, sul finale, vedere John liberarsi dal peso del segreto affidatogli dal padre e piangere tutto il dolore dell'innocenza perduta per colpa degli adulti, mi ha stretto il cuore. 

La regia e la fotografia, opera di Stanley Cortez, concorrono ad aumentare l'atmosfera fiabesca de La morte corre sul fiume. Il bianco e nero è incredibilmente nitido e pulito, tanto che sembra di avere davanti delle illustrazioni a china semoventi, all'interno delle quali la figura di Powell spicca come una macchia "sbagliata", ovunque si trovi. Il predicatore risulta ancora meno umano durante le sequenze della fuga di John e Pearl, quando la sua ombra, accompagnata soltanto da un canto insinuante, si staglia all'orizzonte come fosse la sagoma di un demone. Tra scene create completamente in studio, come quella del fienile, riverberi sull'acqua che rendono il fiume una dimensione a sé, fuori dallo spazio e del tempo, e analogie che vedono la presenza di teneri animaletti, la fuga dei bambini diventa un incubo a occhi aperti, completamente distaccato dalla realtà, e lo stesso vale per la presenza di Powell nella vita quotidiana. Le violente interazioni tra il predicatore e i bambini, inoltre, vengono pietosamente intervallate da momenti più lievi ed umoristici, che hanno la doppia funzione di dare un po' di respiro allo spettatore e mitigare la ferocia e l'orrore di una situazione obiettivamente insostenibile. Non che Laughton si trattenga: la sequenza del cadavere nel fiume, per quanto resa più poetica da una fotografia particolarmente morbida, è carica di tragedia, e l'assedio ai danni di Miss Cooper e dei suoi ragazzi mette angoscia come un home invasion moderno. Per quanto riguarda le interpretazioni, di Robert Mitchum ho già parlato all'inizio del post, ed è incredibile vedere con quale naturalezza l'attore indossi i panni per lui inusuali di uno psicopatico tout-court, talmente ipocrita nel suo approcciarsi ad un fervente cristianesimo da risultare un perfetto predicatore, tristemente realistico. Shelley Winters, nel ruolo di Willa, è l'emblema dei genitori deboli ed egoisti che popolano fiabe ed horror, ma infonde al personaggio una triste umanità per cui è impossibile odiarla, mentre Lillian Gish è semplicemente perfetta. A Miss Cooper viene consegnata la morale del film, la speranza per un futuro migliore affidato ai bambini, i quali vivono in un mondo duro, ma alla fine riescono a resistere, a perseverare; la pacata durezza e la dignità dell'attrice, contrapposta all'ostentata sicumera di Robert Mitchum, arricchisce entrambe le interpretazioni e rende La morte corre sul fiume qualcosa di più di un semplice thriller da guardare e dimenticare dopo qualche giorno. Se non l'avete mai fatto, come buon proposito per il 2026 recuperate questo cult, non ve ne pentirete!    

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Charles Laughton ho già parlato QUI mentre Shelley Winters, che interpreta Willa Harper, la trovate QUA.

  • Robert Mitchum interpreta Harry Powell. Americano, ha partecipato a film come I forzati della gloria, La magnifica preda, Il promontorio della paura, Il giorno più lungo, S.O.S. Fantasmi e Cape Fear - Il promontorio della paura. Anche produttore e sceneggiatore, è morto nel 1997.
  • Lillian Gish interpreta Rachel Cooper. Diva del muto e musa di David Wark Griffith, ha partecipato a film come Nascita di una nazione, Intolerance, Le due orfanelle, Duello al sole, I commedianti e Le balene d'agosto. Anche sceneggiatrice, regista e produttrice, è morta nel 1993. 
  • Peter Graves interpreta Ben Harper. Più conosciuto come Jim Newton di Furia cavallo del West e James Phelps del telefilm Missione impossibile, ha partecipato a film come L'aereo più pazzo del mondo, L'aereo più pazzo del mondo... sempre più pazzo, La famiglia Addams 2, Il mistero della casa sulla collina, Men in Black II e ad altre serie quali Fantasilandia, La signora in giallo, Love Boat, Dr. House, Cold Case e Settimo cielo. Come doppiatore, ha lavorato in Angry Beavers e American Dad!. Anche regista, è morto nel 2010.

CURIOSITà

Evelyn Varden, che interpreta Icey Spoon, era anche nel cast di un altro grande thriller dell'epoca, Il giglio nero. La morte corre sul fiume ha un remake televisivo, Una famiglia in pericolo, dove Harry Powell è interpretato, in maniera assai appropriata, dall'ex Padre Ralph Richard Chamberlain. Non l'ho mai visto e non ci tengo particolarmente; se La morte corre sul fiume vi fosse piaciuto, consiglio, piuttosto, Il promontorio della paura (e, ovviamente, il remake firmato Scorsese, Cape Fear - Il promontorio della paura) e I diabolici. ENJOY!

martedì 13 gennaio 2026

Una di famiglia - The Housemaid (2025)


Per concludere il pellegrinaggio cinematografico di inizio anno, la settimana scorsa sono andata a vedere anche Una di famiglia - The Housemaid (The Housemaid), diretto nel 2025 dal regista Paul Feig e tratto dal romanzo omonimo della scrittrice Freida McFadden.

Trama

Millie, ragazza dal passato turbolento, cerca disperatamente un lavoro e si convince di aver risolto tutti i suoi problemi quando viene assunta come governante dalla ricca Nina. Già il primo giorno, però, Millie capisce di avere di fronte una donna con gravi problemi psichici, che non perde occasione per renderle la vita un inferno...

RECENSIONE

Non ero granché convinta di andare a vedere Una di famiglia, lo ammetto. Mi sono fatta trascinare dall'entusiasmo di un'amica da qualche settimana a digiuno di horror e thriller visti al cinema, e ho dato fiducia al progetto giusto in virtù della presenza di Amanda Seyfried, che mi piace sempre molto. Ero scettica, in primis, a causa di Paul Feig, che non ho mai associato al thriller nemmeno dopo avere visto il gradevolissimo Un piccolo favore e, men che meno, dopo il suo orribile sequel. Fortunatamente, Una di famiglia è l'equivalente un po' più curato di un thriller televisivo anni '90, e affianca ad una certa prevedibilità della trama la curiosità di capire dove andranno a parare le serie di situazioni al limite dell'assurdo che coinvolgono Millie, giovane in cerca di lavoro che finisce per fare la governante a casa dei ricchi Winchester. Siccome Una di famiglia non va per il sottile, fin dall'inizio Millie viene bersagliata senza pietà dalla folle padrona di casa, Nina, un incrocio tra Iriza Legan e le compagne di scuola di Lovely Sara, per di più gelosa marcia di un marito bello come il sole e buono come il pane (in entrambi i sensi), di fronte al quale Millie non riesce a rimanere indifferente. Esatto, come avrete capito Una di famiglia è un thriller condito con un pizzico di spicy, ma senza esagerare, ché non siamo nei perversi anni '90, e qui è tutto filtrato dalle risatine delle booktoker pruriginose; si dà un colpo al cerchio e uno alla botte, consentendo anche a chi non è avvezzo a generi più "forti" e "complessi" di passare una serata divertente al cinema, con la punta del piede immersa nel torbido pantano dell'animo di personaggi problematici. E poiché non siamo più negli anni '90, un elemento importante della trama è l'empowerment femminile, che a un certo punto trasforma Una di famiglia nella versione ripulita e moralmente più "accettabile" di quel filone cinematografico di cui fa parte anche Promising Young Woman. Ma ho detto anche troppo, meglio cambiare argomento.

Premesso dunque che Una di famiglia è "spazzatura" (e qui citerei una favolosa utente di Letterboxd che ha commentato il film con un "se questo è spazzatura, allora io sono un procione"), ciò che impedisce di venire infastiditi dalla puzza è la confezione di lusso in cui è racchiuso. Lasciando da parte le scene di sesso, ben realizzate ma, per quanto mi riguarda, eccitanti come le copertine di un Harmony, Paul Feig come al solito sguazza nell'ambiente che gli è più consono, ovvero quello della ricca borghesia, tra ambienti ed edifici favolosi, comfort moderni e abiti femminili dal gusto squisito. Come già in Un piccolo favore, anche in Una di famiglia la luce accecante di una raffinata opulenza nasconde un profondo disagio che sconfina nella malattia mentale, e questo vale sia per gli splendidi costumi e scenografie, ma anche per gli interpreti, ulteriore valore aggiunto del film. La punta di diamante del cast è Amanda Seyfried, che molla gli ormeggi e si affida senza vergogna a un overacting che farebbe arrossire persino Nicolas Cage, risultando convincentissima dall'inizio alla fine. Sydney Sweeney, giustamente "dimessa" (ovvero come potrei essere io dopo parrucchiere, estetista, chirurgo estetico e una settimana di sonno ininterrotto), le fa da misurato contraltare senza farsela menare troppo, pur con occasionali dimostrazioni di comprensibile fragilità, mentre Brandon Sklenar si arricchisce piano piano di sfumature. Inizialmente, l'attore si mescola alle suppellettili, condividendone profondità ed espressività, dopodiché acquista sempre più spessore, offrendo una delle interpretazioni più divertenti di questo inizio anno. Ciò non vale, ovviamente, per colui che è inspiegabilmente diventato il feticcio di Paul Feig, il nostrano Michele Morrone. Già vittima di un personaggio che, almeno nel film, è utile quanto il due di coppe a briscola, il manzo pugliese perde il confronto impari con la pala da giardiniere che gli hanno messo in mano e con la quale, in tutta sincerità, avrei più piacere a passare 365 giorni. E siccome, rileggendo queste ultime righe, ho timore che mi scambierete per le pazze alle quali piace leggere roba come Forked, Unhinged ecc., mi taccio e, con mia stessa sorpresa, mi limito a consigliarvi di dare una chance a Una di famiglia - The Housemaid, perché potreste anche divertirvi. 

CAST

Del regista Paul Feig ho già parlato QUISydney Sweeney (Millie Calloway), Amanda Seyfried (Nina Winchester) ed Elizabeth Perkins (Signora Winchester) le trovate invece ai rispettivi link.


CURIOSITà

Attualmente, Una di famiglia - The Housemaid ha già ottenuto il via libera per un sequel, che dovrebbe intitolarsi The Housemaid's Secret e vedere il ritorno sia di Paul Feig alla regia che di Sydney Sweeney nei panni di Millie. Considerato che l'autrice Freida McFadden ha scritto tre libri e un racconto di quella che, nel tempo, è diventata una saga, potrebbe anche non essere finita qui. Nell'attesa, se Una di famiglia - The Housemaid vi fosse piaciuto, potete recuperare L'amore bugiardo - Gone Girl e La ragazza del treno. ENJOY!

lunedì 12 gennaio 2026

Golden Globes 2026

Ieri sono stati assegnati i Golden Globe, quindi oggi comincia, almeno per me, la tanto odiata/amata Award Season, con conseguente mega-recupero di opere in vista delle nomination agli Oscar del 22 gennaio. Sopportate la mia consueta ignoranza con questo mini-riassunto dei premiati ai Golden Globe 2026! ENJOY!


Miglior film drammatico
Hamnet (UK/USA, 2025)

Pur non avendo mai visto un trailer, questo film mi ha ispirata fin dalla locandina. Considerato che si parla di Shakespeare, Amleto e arte che nasce dal dolore, e che la regia e sceneggiatura sono affidate alle mani di Chloé Zhao, mi aspetto un'opera bellissima. Mi spiace, però, per Frankenstein e I peccatori, i quali ovviamente non avevano speranza alcuna di vincere, non in questa categoria. Hamnet - Nel nome del figlio, uscirà in Italia il 5 febbraio, comodo comodo per gli Oscar.


Miglior regista
Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l'altra

E che gli vuoi dire a Paul Thomas Anderson? La regia del suo ultimo film è un trionfo e gli auguro la strada spianata verso il suo primo Oscar. Sarebbe anche l'ora. 


Miglior film - Musical o commedia
Una battaglia dopo l'altra 
(USA, 2025)

A me l'inserimento nella categoria "commedia" di film come Una battaglia dopo l'altra, Bugonia o No Other Choice fa sempre un po' ridere, ma temo che questa classificazione valga per tutti i film difficili da etichettare. Forse avrei preferito la vittoria di No Other Choice, ma sono ugualmente contenta.


Miglior attore protagonista in un film drammatico
Wagner Moura in L'agente segreto

Il film uscirà in Italia a fine mese, non so assolutamente di cosa parli, non ho mai visto un trailer e non conosco Wagner Moura perché non ho mai guardato Narcos. Insomma, brancolo nel buio più totale per questa vittoria, ma d'altronde lo stesso vale per l'intera categoria; le uniche due interpretazioni che conoscevo, quelle di Oscar Isaac e Michael B. Jordan, per quanto intensissime, non mi sembravano materiale da Golden Globe


Miglior attore non protagonista
Stellan Skarsgård in Sentimental Value

Per quanto ami Skarsgård e per quanto sia sicurissima che la sua interpretazione sia favolosa, il mio cuore quest'anno andava al sensei di Benicio del Toro. Il 22 gennaio, comunque, correrò a vedere Sentimental Value a prescindere, visto che adoro Joachim Trier


Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Jessie Buckley in Hamnet

Quest'anno non ho visto nemmeno una delle performance candidate, quindi una vale l'altra, almeno per me. La Buckley mi era piaciuta molto in La figlia oscura e Women Talking, per cui ho grande fiducia.


Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Timothée Chalamet in Marty Supreme

Ommamma. Non so se reggerò la combo Chalamet/Safdie, temo mi verrà una pellagra che solo la presenza di Fran Drescher potrà mitigare, ma lo saprò soltanto il 22 gennaio, quando Marty Supreme uscirà in Italia. Nell'attesa, mi dispiaccio per Di Caprio, Lee Byung-Hun e Jesse Plemons, attori che apprezzo infinitamente più di quel twink ormai cresciuto. 


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Rose Byrne in If I Had Legs I'd Kick You

If I Had Legs I'd Kick You non ha ancora una data di uscita italiana e, ovviamente, di questo film non sapevo nulla. Dovrebbe essere una tragicommedia di stampo psicologico, quindi qualcosa che potrebbe piacermi, mentre Rose Byrne, finora, mi era rimasta vagamente impressa solo per i franchise di Insidious e X-Men, quindi sono curiosa di capire come possa avere asfaltato Chase Infiniti ed Emma Stone.


Miglior attrice non protagonista
Teyana Taylor in Una battaglia dopo l'altra

Mi dispiace enormemente per Amy Madigan e la sua zia Gladys, ma in effetti la Taylor è un mostro vero, la cui interpretazione eclissa persino quella di due signori attori come Sean Penn e Leonardo di Caprio


Miglior sceneggiatura
Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l'altra

Anche in questo caso, non posso fare altro che essere felice, sebbene mi dispiaccia per I peccatori, che a mio avviso meritava qualcosina in più. 


Miglior canzone originale
"Golden" di Joong Gyu-kwak, 
24, Nam Hee-dong, Lee Yu-han, Teddy Park, EJAE e Mark Sonnenblick per KPop Demon Hunters

Ringrazio ogni divinità per la mancata vittoria delle due menate di balle firmate Wicked: For Good e aspetto di vedere KPop Demon Hunters per giudicare la canzone in questione.


Miglior colonna sonora originale
I peccatori di Ludwig Göransson

E vorrei ben vedere. Cito il mio stesso post: "il mix di jazz, blues, canzoni originali, ballate folk, ritmi forsennati di basso e chitarre elettriche che sembrano volere squarciare il velo della realtà, è perfetto per l'atmosfera de I peccatori ed è una delle poche colonne sonore che ho avuto voglia di riascoltare appena uscita dal cinema". Vittoria meritatissima!!


Miglior cartone animato
KPop Demon Hunters 
(USA/Canada, 2025)

Mi dispiace per La piccola Amélie, perché per me è un capolavoro, ma siccome finora ho snobbato KPop Demon Hunters, sospendo il giudizio e lo recupererò a breve. 


Miglior film straniero
L'agente segreto
 (Brasile/Francia/Paesi Bassi/Germania, 2025)

Sono contenta che non abbia vinto Un semplice incidente (non per chissà quale motivo, semplicemente perché non sono riuscita ad andarlo a vedere causa influenze ed impegni nonostante lo abbiano tenuto un paio di settimane a Savona!) ma mi spiace per No Other Choice e La voce di Hind Rajab, visti ed apprezzati. Il valore de L'agente segreto sale sempre di più, speriamo lo programmino presto al cinema d'essai! 


Cinematic and Box Office Achievement
I peccatori 
(USA, 2025)

Mi sembra un po' una cafonata questo contentino a un'opera splendida come I peccatori, ma tant'è. Noi amanti dell'horror dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco ed essere felici per il fatto che molti film di genere, quest'anno, rientrassero nel novero di nomination importanti.


Come al solito, le serie TV sono per me motivo di vergogna. Miracolosamente, quest'anno ho guardato una delle miniserie più premiate, Adolescence, che si è giustamente portata a casa i Golden Globe per la miglior miniserie o film per la televisione, per la miglior attrice non protagonista, per il migliore attore protagonista di miniserie o film per la televisione e per il miglior attore non protagonista. La vittoria del mio amato Seth Rogen come miglior attore in una commedia mi spinge invece a recuperare una serie che ho nei radar da parecchio, The Studio, per il resto mi trincero nella mia solita ignoranza e vi do appuntamento agli Oscar, il 16 marzo!


venerdì 9 gennaio 2026

La piccola Amélie (2025)


Un altro film splendido visto a inizio anno è stato La piccola Amélie (Amélie et la métaphysique des tubes), diretto e sceneggiato nel 2025 dai registi Liane-Cho Han Jin Kuang e Maïlys Vallade e tratto dal romanzo autobiografico Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb.

Trama

Amélie, figlia di un diplomatico belga di stanza in Giappone, arriva a due anni senza percepire nulla di ciò che la circonda, dopodiché comincia a conoscere il mondo, con tutta la gioia e il dolore che ne consegue...

RECENSIONE

Non ho mai letto Metafisica dei tubi, né altre opere di Amélie Nothomb, quindi non sapevo cosa aspettarmi da La piccola Amélie. Sono stata essenzialmente attirata dai colori e dalle animazioni di un trailer che profumava tantissimo di Studio Ghibli, e siccome amo i cartoni animati anche se ho 44 anni suonati e, come sapete, adoro il Giappone, ho chiesto a Mirco di accompagnarmi al cinema il giorno dell'Epifania. Siamo usciti dalla sala in lacrime, entrambi profondamente commossi da un film splendido, dall'impostazione e dai temi adulti, eppure realizzato in modo da portare sullo schermo il punto di vista di una bambina di tre anni. O di Dio, se volete. O anche di un "ortaggio", dipende a chi lo chiedete. La caratteristica di Dio, infatti, è quella di subire e non trattenere stimoli, emozioni ed esperienze, così che tutto passa attraverso lui come se fosse un tubo, un tubo immoto, immutabile ed egocentrico. Queste caratteristiche possono essere ascritte anche ai bambini molto piccoli, al di là della loro natura meno che statica, quindi alla stessa Amélie: voce narrante del film, Amélie è il centro del proprio universo, di un mondo che si piega alle leggi della sua percezione falsata, e tutto ciò che la circonda, se non colpisce il suo interesse o non mostra di eleggerla a "bene supremo", non è altro che un rumore di fondo. Non ricordo le sensazioni che provavo da bambina, ma probabilmente il punto di vista adottato da La piccola Amélie è vicinissimo a quello di un treenne incapace di andare oltre alle situazioni contingenti e a un egoismo sconfinato, non per cattiveria, quanto proprio per la mancanza di esperienza. Per questo, la prima parte del film è un bombardamento costante di sensazioni contraddittorie che mescolano il reale all'immaginazione, di forze naturali che si scatenano in sintonia al carattere bizzoso della protagonista, di momenti riflessivi che tuttavia scivolano come l'acqua, senza che Amélie cambi davvero o maturi con l'esperienza. C'è una netta separazione tra una voce autoproclamatasi "saggia" e un mondo che appartiene in toto ai grandi (che parla, in effetti, agli spettatori adulti), un divario che diminuisce man mano che il film prosegue e che il legame tra Amélie e la domestica di casa, Nishio-san, si fa totalizzante. Nishio-san, senza volere, cristallizza il mondo di Amélie nel tempo e nello spazio, ed è solo quando questo piccolo universo perfetto subisce la prima crepa che il dolore imprime nell'animo della protagonista indelebili ricordi; come già la Pixar ai tempi del primo Inside Out, anche La piccola Amélie ci insegna che vivere e crescere vanno di pari passo con tristezza, perdite e separazioni, senza le quali non riusciremmo a fare tesoro della felicità che possediamo, né a capirla fino in fondo.

Sono considerazioni adulte, che hanno portato me e Mirco a piangere come due fontane in sala, inevitabilmente, perché sarebbe così bello tornare ad abbandonarsi all'innocente petulanza dell'infanzia, essere adorabilmente stronzi e menefreghisti come la protagonista de La piccola Amélie. E come la sua protagonista, il film di Liane-Cho Han Jin Kuang e Maïlys Vallade unisce il meglio di due mondi e culture distanti, aprendo le sue riflessioni anche alla necessità di condivisione e conoscenza, le uniche cose in grado di salvarci dalle guerre, piccole o grandi che siano, e da una morte che non sia quella naturale. Dell'Europa, La piccola Amélie riprende l'elegante e sagace ironia, uno stile d'animazione pulito, un character design che strizza l'occhio alla Francia e al Belgio; dal Giappone, in primis dalle opere dello Studio Ghibli e degli slice of life dei primi Mamoru Hosoda e Makoto Shinkai, derivano un approccio fantasioso ma rispettoso verso la natura, i piccoli riti casalinghi, una poesia racchiusa nelle forme, nei colori e nelle melodie di una splendida colonna sonora. L'animazione tradizionale del film restituisce allo spettatore tutta la bellezza di un mondo filtrato dagli occhi enormi di una bambina, il sense of wonder di splendide sequenze dai colori brillanti nelle quali non c'è differenza tra sogno e realtà, ma anche la triste "normalità" della morte di una persona cara, o di una guerra lontana comprensibile solo attraverso l'ausilio di metafore "casalinghe". In realtà, mi rendo conto che sto facendo davvero fatica a mettere per iscritto le sensazioni provate guardando La piccola Amélie, un minuscolo capolavoro che mi ha lasciata frastornata e prigioniera di una girandola di emozioni fortissime, e che probabilmente dovrei rivedere con calma per analizzarlo come meriterebbe. Quindi, il mio consiglio è quello di smettere di leggere, armarvi di tanti fazzoletti e correre al cinema a guardare un film che rischia di venire penalizzato dai campioni d'incassi natalizi, quando invece avrebbe meritato molta più risonanza. Spero vivamente di vederlo tra i titoli candidati agli Oscar di quest'anno!

CAST

  • Liane-Cho Han Jin Kuang è il co-regista e co-sceneggiatore del film. Come animatore, ha realizzato film quali L'illusionista. E' anche storyboard artist. 

SE VI è PIACIUTO...

Se La piccola Amélie vi è piaciuto, recuperate Il mio vicino Totoro e Mirai. ENJOY!

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