Comincia la corsa all'
Oscar, conseguentemente anche il recupero di film da qui alla fatidica data. Cercherò di essere più rapida e puntuale che posso ma la situazione distributiva italiana non darà una mano, già lo so. Qualcosa di buono comunque lo ha fatto visto che
Arrival, diretto nel 2016 da
Denis Villeneuve e candidato a otto premi
Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Fotografia, Miglior Montaggio, Miglior Scenografia, Miglior Sonoro, Miglior Montaggio Sonoro), è già arrivato in Italia ed è bellissimo. Segue post senza spoiler.
Trama:
quando dei misteriosi "bozzoli" spaziali compaiono in dodici diverse località terrestri, la linguista Louise Banks viene chiamata per capire il linguaggio degli alieni e tentare di comprendere quale sia il loro scopo sulla Terra.
Con
Arrival ho toccato un non invidiabile record personale: al quinto minuto di pellicola piangevo già come una fontana, non scherzo. La colpa, se posso usare impropriamente questo termine, è dell'utilizzo della splendida melodia
On the Nature of Daylight di
Max Richter, già apprezzata in film quali
Shutter Island e
Disconnect durante sequenze particolarmente topiche ed emozionanti e ripescata da
Villeneuve per impreziosire l'inizio e la fine di quel gioiello che è
Arrival. Per me che di musica e fantascienza non capisco nulla, emozionarmi così tanto all'inizio di una pellicola di genere e proprio grazie alla colonna sonora (tra l'altro bellissima, non solo per questo pezzo) significa già predisporre il mio animo verso qualcosa di non meglio definito ma sicuramente bello ed importante, e significa aprire non tanto la mente ma soprattutto il cuore ad una storia che punta moltissimo sull'importanza della comunicazione;
Villeneuve ha esordito utilizzando un linguaggio che ho potuto capire persino io e ciò mi ha permesso di affrontare "in pace" una pellicola di non facile lettura, che sicuramente offre il fianco a mille interpretazioni e tremila obiezioni. Il secondo elemento di
Arrival in grado di fare breccia nel mio cuore è stato poi, neanche a dirlo, la natura della protagonista. Louise Banks ha una freccia fondamentale al suo arco, quella di essere una formidabile linguista, che non significa semplicemente "sapere tante lingue" bensì "sapere COME funzioni il linguaggio"e, soprattutto, "avere la ferma volontà di capire chi ci sta davanti" che è poi la molla che spinge i pazzi come la sottoscritta ad impegnarsi nell'ingrato studio delle lingue straniere (dico ingrato perché, tolte soddisfazioni puramente personali, la laurea in lingue a me è servita davvero poco nella vita. Altro che alieni... ma sorvoliamo). A differenza di mille altri film di genere dove i protagonisti affrontano la forma di vita aliena di turno con paroloni scientifici quando va bene oppure enormi fucili quando va male, Louise si impegna quindi a trovare un modo letteralmente universale per facilitare le comunicazioni e capire quale sia lo scopo di Abbott e Costello (così vengono ribattezzati gli alieni) sulla Terra ed è seguendo le ricerche e i tentativi della protagonista che
Arrival si apre a ragionamenti ben più profondi, che trascendono la storia narrata e che sono legati al modo in cui i due alieni percepiscono il tempo e lo spazio, percezione che influenza moltissimo la struttura stessa della pellicola.
Aggiungere altro sulla trama sarebbe un delitto, anche se prima o poi mi piacerebbe scrivere un lungo post (come ho fatto per
Silence) sui pensieri che mi hanno attraversato la mente alla fine di
Arrival, ma siccome un elemento fondamentale del film è la possibilità di scegliere come interpretare i segni che ci vengono inviati dall'universo e, soprattutto, l'importanza di praticare il libero arbitrio anche di fronte all'ineluttabilità del destino, la stesura di un articolo "spiegone" andrebbe contro tutto ciò che racconta
Villeneuve. Allora mi limiterò a dire di quanto
Arrival mi sia piaciuto tantissimo anche dal punto di vista formale, con quell'aria uggiosa che permea tutta la pellicola, capace di accrescere ancora di più la presunta minaccia aliena, a tratti mitigata da immagini talmente delicate per quel che riguarda i colori e la composizione che scomodare
Malick non sarebbe così sbagliato. Ho adorato il design semplice dei baccelli sospesi nell'aria, il trip prospettico che è l'ingresso dei protagonisti all'interno della nave aliena, l'eleganza dei segni grafici creati ad hoc per simulare la scrittura di Abbott e Costello, la perfezione di un montaggio e di una regia che non lasciano assolutamente nulla al caso. Soprattutto, ho amato lo sguardo di
Amy Adams, quello sguardo che già mi aveva catturata con
Animali notturni e che qui assume ancora ulteriori valenze, lasciando trasparire la forza e la determinazione nascoste all'interno di una donna apparentemente fragile, costretta a scontrarsi non solo contro un mondo maschilista e guerrafondaio ma anche con un dono alieno talmente soverchiante da chiedersi "che diavolo avrei fatto io al suo posto?". Come si diceva su
Facebook,
Arrival è un film importantissimo, forse uno dei più importanti dell'anno e non solo per quel che riguarda il campo della fantascienza, ma proprio perché è una pellicola che supera i generi e può riuscire nel miracolo di far riflettere lo spettatore sulla propria natura per settimane. Io, intanto che rifletto, per non sbagliare raggiungerò l'apice dello
spleen ascoltando in
loop continuo
On the Nature of Daylight e continuando a versare lacrime finché non arriveranno gli alieni a darmi consolazione con un abbraccio tentacolato.
Del regista
Denis Villeneuve ho già parlato
QUI.
Amy Adams (Louise Banks),
Jeremy Renner (Ian Donnelly),
Forest Whitaker (Colonnello Weber) e
Michael Stuhlbarg (Agente Halpern) li trovate invece ai rispettivi link.
La piccola Hannah viene interpretata, nelle fasi della sua vita, da tre attrici diverse, una delle quali è la piccola
Abigail Pniowsky, che interpretava Lily Painter nella prima stagione dell'inquietantissimo
Channel Zero e che ritroveremo nella seconda, imminente stagione. A proposito di Hannah, il destino della giovane è diverso nel racconto di
Ted Chiang, all'interno del quale
SPOILER la ragazza muore a 25 anni per un incidente in montagna invece che a causa di una malattia (ciò nonostante Louise decide comunque di non intervenire per cambiare il corso degli eventi). Inoltre, inizialmente la trama del film prevedeva che i doni degli alieni fossero parti di tecnologia ben specificate e diverse per ogni zona del pianeta ma, a quanto pare, per evitare somiglianze con
Interstellar il finale della pellicola è stato cambiato; OVVIAMENTE, se
Arrival vi fosse piaciuto non vi consiglierò di recuperare quella camurrìa di
Interstellar però potete provare con
Frequency - Il futuro è in ascolto, Contact, Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. - L'extraterrestre e persino
L'esercito delle 12 scimmie. ENJOY!