Dopo aver ripescato il titolo da una vecchia rubrica del blog mi è capitato di vedere L!fe Happens, diretto e co-sceneggiato nel 2011 dalla regista Kat Coiro.
Trama: Kim e Deena sono due twentysomething che vivono assieme e conducono una vita sregolata a base di feste e rapporti occasionali. Proprio durante uno di questi Kim rimane incinta e si ritrova a dover essere madre single mentre tutti attorno a lei sembrano realizzare qualsiasi obiettivo nella vita, Deena in primis...
Avvicinandosi i quaranta sempre più gente (leggi: padre e madre) comincia a domandarsi quando metterò la testa a posto sfornando un simpatico pargoletto e sempre più persone attorno a me (leggi: amiche di una vita) decidono di intraprendere il cammino della maternità/paternità con una serenità d'animo che talvolta gli invidio. Il problema è che io, pur non essendo gnocca come la Ritter e la Bosworth e pur avendo una decina di anni in più, sono cazzona come i due personaggi da loro ritratti e l'idea di ritrovarmi ricoperta di rigurgito latteo mentre cambio un pannolino invece, che so, di salire sul primo volo per la Nuova Zelanda e darmi alla pazza gioia per una settimana (o anche semplicemente andare una sera al cinema), consacrandomi per almeno 18 anni buoni al totale benessere psico-fisico di una mini-persona potenzialmente spaccamaroni, mi riempie appena appena d'ansia. A causa di questa disposizione d'animo, ho apprezzato parecchio che un film come L!fe Happens, almeno in parte, affrontasse la gravidanza indesiderata di Kim con un realismo che non coincide necessariamente con eccesso di drama e situazioni deprimenti, quanto piuttosto con piccoli scazzi quotidiani, difficoltà oggettive sia nella gestione della casa e del lavoro sia nella vita privata, fino ad arrivare alla tipica situazione di rottura che solitamente precede l'atto risolutivo in questo genere di "commedie formative". D'altra parte, per quanto la si possa infiocchettare, una gravidanza imprevista o non desiderata non è necessariamente un evento positivo e rischia di distruggere l'esistenza di una persona che dovesse ritrovarsi in una situazione già precaria di suo; se poi, come nel caso di L!fe Happens, si aggiunge la beffa di essere rimaste incinte perché l'ultimo preservativo l'ha "vinto" la coinquilina che nel frattempo è diventata ricca e famosa ha senso anche ritrarre la giovane mamma come una persona non tagliata per esserlo, ridotta a soffrire la propria situazione fino al punto di combatterla, negandola, con tutte le sue forze prima di rendersi conto che la vita "capita" e che una situazione potenzialmente negativa può anche nascondere delle belle sorprese. Per tutti, ci mancherebbe, persino per un inquietante stalker che meriterebbe di non vedere le donne neppure col binocolo.
Sì, nonostante quello che ho scritto all'inizio L!fe Happens è comunque una commedia rosa travestita da pellicola indipendente, che marcia spedita verso la sua conclusione a tarallucci e vino e richiede allo spettatore di tapparsi il naso senza badare troppo al fatto che, gira che ti rigira, nonostante le premesse realistiche si parla comunque di donne bellissime, libertine ma dal cuore di mamma, femministe ma in cerca del principe azzurro, spiantate ma comunque in grado di costruirsi una carriera invidiabile nel giro di un annetto al massimo accompagnate da uomini rozzi ma fighi oppure stalker ma interessanti. Insomma, proprio quello che happens nelle l!fe di tutti i giorni, come no! Forse in quella della Ferragni, sebbene lei non si sia beccata un uomo né figo né interessante. Ma non divaghiamo. Nonostante tutto non sono riuscita a volere male a L!fe Happens non solo perché l'ho presa come una semplice commedia divertente senza troppe pretese ma anche perché adoro Krysten Ritter (motivo per cui mi sono messa a guardare un film che avrebbe potuto farmi seriamente schifo) e la Bosworth si è rivelata un'esilarante protagonista/spalla capace di interpretare un personaggio che, di fatto, si becca tutte le battute migliori. Altra gioia è stata quella di rivedere il Prior di Angels
in America, ovvero l'attore Justin Kirk, probabilmente l'unico capace di nobilitare il solito personaggio fuori dalle righe che tenta di concupire una delle protagoniste conquistandola coi suoi modi assurdi dopo essere stato rimbalzato per mezzo film (ops, spoileROTFL). Mettendo quindi assieme attori capaci, mise accattivanti, quel pizzico di follia in grado di invogliare lo spettatore ad avere Kim e Deena (e la loro terza coinquilina) come amiche, un po' di brani simpatici in pieno spirito "giovani sgallettate americane crescono" il risultato è che L!fe Happens diventa un film guardabile e perfetto per una di quelle sessioni di "stira & mira" alle quali periodicamente siamo costrette noi povere fanciulle spargolate... o magari per le mamme che con un occhio devono stare attente ai loro frugoletti!
Di Krysten Ritter (che interpreta Kim e ha co-sceneggiato il film), Kate Bosworth (Deena), Justin Kirk (Henri) e Seymour Cassel (Pop Pop) ho già parlato ai rispettivi link.
Kat Coiro è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto pellicole come Una rete di bugie. E' anche attrice e produttrice.
Geoff Stults interpreta Nicholas. Americano, ha partecipato a film come 2 single a nozze, J. Edgar e a serie quali Settimo cielo, How I Met your Mother e Bones. Anche produttore, ha 40 anni e un film in uscita.
Kristen Johnston interpreta Francesca. Americana, indimenticata Sally della serie Una famiglia del terzo tipo, ha partecipato a film come Austin Powers - La spia che ci provava, I Flinstones in Viva Rock Vegas, Austin Powers in Goldmember e ad altre serie quali Sex and the City, E.R. Medici in prima linea e Ugly Betty. Ha inoltre lavorato come doppiatrice per serie come Kim Possible. Ha 50 anni e due film in uscita.
Jason Biggs interpreta Sergei. Americano, lo ricordo per film come American Pie, American School, Assatanata, American Pie 2, Jay & Silent Bob... fermate Hollywood!, American Pie - Il matrimonio, Jersey Girl e American Pie: Ancora insieme, inoltre ha partecipato a serie come Will & Grace e lavorato come doppiatore per Teenage Mutant Ninja Turtles - Tartarughe Ninja. Anche produttore, ha 39 anni e un film in uscita.
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mercoledì 21 marzo 2018
domenica 19 giugno 2016
Somnia (2016)
Sul Bollalmanacco torniamo a parlare di Mike Flanagan che col suo Somnia (Before I Wake), da lui diretto e co-sceneggiato, è già al secondo film quest'anno!
Trama: Jessie e Mark hanno visto morire il loro figlioletto e non possono averne altri. Per lenire il dolore della perdita decidono di prendere in affidamento il piccolo Cody, già passato attraverso diverse famiglie adottive, e presto scoprono che il bambino è dotato di un incredibile potere legato ai sogni...
Si può girare un film capace di trascendere i limiti delle ormai sdoganatissime ghost story e di diventare una favola nera adatta ad una vastissima fetta di pubblico? Certo, se ti chiami Mike Flanagan e non ne sbagli una, confermandoti un decorosissimo regista di genere, per quanto commerciale. Se vi siete stufati di quegli horror dove il mostro compare sempre per colpa di una maledizione, dove i personaggi non abbandonano le case infestate neppure quando i fantasmi li prendono a calci nei denti, dove nessuno pare avere una motivazione per compiere determinate azioni e men che meno suscitare qualsivoglia emozione nel pubblico, allora Somnia è il film che fa per voi. Somnia, a dire il vero, ha moltissimi punti in comune con La madre, una pellicola che, come quella di Mike Flanagan, parla agli spettatori partendo da una situazione dolorosa ed estremamente condivisibile, che coinvolge dei bambini sfortunati e degli adulti dal cuore buono ma ferito, cosa che li porta a compiere azioni egoiste e, in questo genere di film, pericolose. L'aspetto più bello di Somnia infatti è che Cody non è uno di quei pargoli inquietanti, veicolo di forze demoniache e compiaciuto di esserlo, bensì un bimbo tenerissimo ed intelligente, maledetto tuttavia da un dono impossibile da gestire; allo stesso modo, Jessie e Mark capiscono quasi subito qual è il problema di Cody ma scelgono consapevolmente di conviverci e non risolverlo (anzi, di sfruttarlo) per alleviare il proprio dolore e riottenere qualcosa che è stato loro crudelmente strappato. Ciò che accomuna tutti i protagonisti è l'impossibilità di integrarsi nella vita reale e di affrontarla e se Cody, povero patato, è giustificabile in quanto piccolino ed incapace di processare un terribile trauma infantile, è altrettanto vero che la debolezza di Jessie, la quale arriva ad ignorare sia i saggi consigli di Mark sia il terrore del bambino per tenere tra le mani un briciolo di illusoria felicità, non è possibile da condannare in toto.
Ovviamente, Somnia non è solo un film di sentimenti, la componente horror/fantastica c'è ed è necessaria. Per fortuna, a differenza de La madre gli autori non si sono focalizzati sulla figura del mostro, conseguentemente il film non si basa soltanto sull'attesa delle apparizioni di un orrido pupazzone fatto al computer (che pure c'è e non è tutta 'sta bellezza neppure qui); Somnia mette inquietudine perché gioca soprattutto sull'attesa del momento in cui i sogni di Cody si trasformeranno in incubi, tanto che persino gli elementi più gioiosi delle fantasie del piccolo, come per esempio le bellissime farfalle che popolano molte scene della pellicola, rischiano di provocare diffidenza, a prescindere dalla presenza o meno del babau tanto temuto dal pargolo. Bisogna dire inoltre che buona parte della riuscita di Somnia risiede nella presenza di Jacob Tremblay, un piccolo attore che con la sua voce e i suoi grandi occhioni riuscirebbe a fare "vincere facile" persino i Vanzina. E' raro che io mi metta a piangere per un film horror ma ormai, dopo Room, sono diventata come le ochette di Lorenz e ho l'imprinting su Jacob Tremblay, l'unico bambino del grande schermo capace di risvegliare il mio selvaticissimo istinto materno; vederlo soffrire spaventato, oppure ascoltarlo porre delle tristissime domande ai genitori adottivi è causa per me di magone istantaneo e l'unico desiderio che ho è che Tremblay non faccia la fine di tutti gli altri suoi colleghi "prodigio", affossandosi in produzioni terrificanti o diventando un orrido e brufoloso ciccione (ogni riferimento a Haley Joel Osment è puramente casuale, ovviamente). Detto questo, mi pare che Flanagan abbia fatto centro ancora una volta, quindi mi sento di consigliare Somnia anche a chi solitamente non bazzica l'horror e magari gradisce provare comunque qualche brivido in questa estate che tarda ad arrivare.
Del regista e co-sceneggiatore Mike Flanagan ho già parlato QUI. Kate Bosworth (Jessie), Thomas Jane (Mark) e Annabeth Gish (Natalie) li trovate invece ai rispettivi link.
Trama: Jessie e Mark hanno visto morire il loro figlioletto e non possono averne altri. Per lenire il dolore della perdita decidono di prendere in affidamento il piccolo Cody, già passato attraverso diverse famiglie adottive, e presto scoprono che il bambino è dotato di un incredibile potere legato ai sogni...
Si può girare un film capace di trascendere i limiti delle ormai sdoganatissime ghost story e di diventare una favola nera adatta ad una vastissima fetta di pubblico? Certo, se ti chiami Mike Flanagan e non ne sbagli una, confermandoti un decorosissimo regista di genere, per quanto commerciale. Se vi siete stufati di quegli horror dove il mostro compare sempre per colpa di una maledizione, dove i personaggi non abbandonano le case infestate neppure quando i fantasmi li prendono a calci nei denti, dove nessuno pare avere una motivazione per compiere determinate azioni e men che meno suscitare qualsivoglia emozione nel pubblico, allora Somnia è il film che fa per voi. Somnia, a dire il vero, ha moltissimi punti in comune con La madre, una pellicola che, come quella di Mike Flanagan, parla agli spettatori partendo da una situazione dolorosa ed estremamente condivisibile, che coinvolge dei bambini sfortunati e degli adulti dal cuore buono ma ferito, cosa che li porta a compiere azioni egoiste e, in questo genere di film, pericolose. L'aspetto più bello di Somnia infatti è che Cody non è uno di quei pargoli inquietanti, veicolo di forze demoniache e compiaciuto di esserlo, bensì un bimbo tenerissimo ed intelligente, maledetto tuttavia da un dono impossibile da gestire; allo stesso modo, Jessie e Mark capiscono quasi subito qual è il problema di Cody ma scelgono consapevolmente di conviverci e non risolverlo (anzi, di sfruttarlo) per alleviare il proprio dolore e riottenere qualcosa che è stato loro crudelmente strappato. Ciò che accomuna tutti i protagonisti è l'impossibilità di integrarsi nella vita reale e di affrontarla e se Cody, povero patato, è giustificabile in quanto piccolino ed incapace di processare un terribile trauma infantile, è altrettanto vero che la debolezza di Jessie, la quale arriva ad ignorare sia i saggi consigli di Mark sia il terrore del bambino per tenere tra le mani un briciolo di illusoria felicità, non è possibile da condannare in toto.
Ovviamente, Somnia non è solo un film di sentimenti, la componente horror/fantastica c'è ed è necessaria. Per fortuna, a differenza de La madre gli autori non si sono focalizzati sulla figura del mostro, conseguentemente il film non si basa soltanto sull'attesa delle apparizioni di un orrido pupazzone fatto al computer (che pure c'è e non è tutta 'sta bellezza neppure qui); Somnia mette inquietudine perché gioca soprattutto sull'attesa del momento in cui i sogni di Cody si trasformeranno in incubi, tanto che persino gli elementi più gioiosi delle fantasie del piccolo, come per esempio le bellissime farfalle che popolano molte scene della pellicola, rischiano di provocare diffidenza, a prescindere dalla presenza o meno del babau tanto temuto dal pargolo. Bisogna dire inoltre che buona parte della riuscita di Somnia risiede nella presenza di Jacob Tremblay, un piccolo attore che con la sua voce e i suoi grandi occhioni riuscirebbe a fare "vincere facile" persino i Vanzina. E' raro che io mi metta a piangere per un film horror ma ormai, dopo Room, sono diventata come le ochette di Lorenz e ho l'imprinting su Jacob Tremblay, l'unico bambino del grande schermo capace di risvegliare il mio selvaticissimo istinto materno; vederlo soffrire spaventato, oppure ascoltarlo porre delle tristissime domande ai genitori adottivi è causa per me di magone istantaneo e l'unico desiderio che ho è che Tremblay non faccia la fine di tutti gli altri suoi colleghi "prodigio", affossandosi in produzioni terrificanti o diventando un orrido e brufoloso ciccione (ogni riferimento a Haley Joel Osment è puramente casuale, ovviamente). Detto questo, mi pare che Flanagan abbia fatto centro ancora una volta, quindi mi sento di consigliare Somnia anche a chi solitamente non bazzica l'horror e magari gradisce provare comunque qualche brivido in questa estate che tarda ad arrivare.
Del regista e co-sceneggiatore Mike Flanagan ho già parlato QUI. Kate Bosworth (Jessie), Thomas Jane (Mark) e Annabeth Gish (Natalie) li trovate invece ai rispettivi link.
Jacob Tremblay interpreta Cody. Canadese, ha partecipato a film come I Puffi 2 e soprattutto Room. Ha 10 anni e tre film in uscita.
Per una volta la distribuzione italiana ha azzeccato il titolo, che in effetti era quello originariamente scelto prima di diventare Before I Wake. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate il pluricitato La madre e Nightmare - Dal profondo della notte. ENJOY!
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mercoledì 28 gennaio 2015
Still Alice (2014)
Dopo la tamarreide torniamo in territorio Oscar con Still Alice, diretto e co-sceneggiato nel 2014 dai registi Richard Glatzer e Wash Westmoreland, tratto dal romanzo Perdersi di Lisa Genova e candidato a un premio Oscar per Julianne Moore come miglior attrice protagonista.
Trama: Alice Howland è una stimata linguista a cui un giorno viene diagnosticata una forma di Alzheimer precoce. Nonostante i ricordi e la percezione di sé stessa e della propria famiglia comincino a scivolare via a poco a poco, la donna cerca in qualche modo di affrontare la malattia...
L'Academy, si sa, adora i malati. Adora le storie strappalacrime, le storie vere di americani che "ce l'hanno fatta" o che possano fungere da esempio per le masse, raccontando vicende edificanti o strazianti, dove il pedale della lacrima facile e del dramma patinato è talmente tanto pigiato che spesso la macchina si sfonda prima di arrivare a fine corsa. Non deve stupire, dunque, che Julianne Moore abbia praticamente in mano la statuetta di miglior attrice protagonista e purtroppo, nonostante il mio tifo continui ad andare spudoratamente verso Rosamund Pike, non troverei motivo alcuno per dare torto all'Academy. Still Alice, infatti, E' Julianne Moore. L'intera pellicola ruota attorno alla figura di Alice, donna di mezza età, intelligente e bella, ammalatasi di Alzheimer precoce; il percorso inevitabile che porterà la protagonista da signora sicura di sé ed ammirata a vegetale privo di ricordi ed incapace di focalizzare ciò che la circonda è graduale, filtrato attraverso i gesti, gli sguardi e le parole di un'attrice che, per fortuna, non cerca né la pietà del pubblico né i fiumi di lacrime che mi sarei aspettata di versare (cosa che non è avvenuta) ma tenta piuttosto di trasmettere l'angoscia di una condizione terribile, di un "inferno sulla terra", di un lento deterioramento che la protagonista avverte come qualcosa di tangibile, che la viola nel profondo. La battaglia contro l'Alzheimer mostrata nel film non diventa un inno alla ricerca di cure alternative o una campagna sui diritti delle persone malate ma mantiene una dimensione interamente personale e non contempla né eroi né scienziati in grado di salvare Alice; il destino della protagonista è segnato fin dall'inizio e a noi non resta che testimoniare, impotenti, al cambiamento fisico e psicologico incarnato alla perfezione da Julianne Moore, mentre il montaggio della pellicola si fa sempre più frammentato e le immagini sempre più evanescenti. Questi sono i lati positivi di Still Alice... eppure, attrice protagonista a parte, il film non mi ha né emozionata né particolarmente soddisfatta.
L'incredibile, ingenuo difetto di Still Alice, infatti, è la mancanza di personaggi secondari e attori capaci di "smussare" l'indubbio carisma della protagonista e fornire un'amalgama di sensazioni e punti di vista in grado di stordire emotivamente lo spettatore. Fin dalla prima inquadratura della famiglia riunita a un tavolo, fin dalle prime parole dei convenuti, si avverte già una terribile sensazione di dejà vu e pare di vedere spuntare sulla fronte degli attori delle etichette indelebili: marito comprensivo fino a un certo punto ma comunque assente, figlio buono ma inutile, figlia approfittatrice che sarà simpatica e disponibile finché le cose andranno bene ma quando la merda colpirà il ventilatore scapperà finché le andranno le gambe, figlia scapestrata che per amore di mammà si rivelerà la persona migliore di tutte. Non c'è un minuto di incertezza in Still Alice, né c'è la possibilità di empatizzare con personaggi che incarnano ogni cliché del genere e che sono di conseguenza interpretati da attori mediocri ma perfetti per la parte, come per esempio Kristen Stewart che, nei panni della scazzatona ribelle con velleità attoriali, calza i panni di Lydia come se avesse addosso un guanto e risulta così molto meno irritante del solito. Altro punto dolente, l'irreale momento "thriller" con tanto di messaggio dal passato che, se da un lato vuole testimoniare l'eccezionale intelligenza di Alice, dall'altro risulta anche troppo stiracchiato e non porta ad alcuna riflessione costruttiva sul disagio che una malattia come l'Alzheimer provoca non solo a chi ne è affetto ma anche a chi ha la sfortuna di essere sano e vedere la persona amata diventare un'estranea priva di ricordi, una tabula rasa che si "limita" a respirare e vivere l'attimo senza fare tesoro di alcuna esperienza. Sono convinta che un argomento simile meritasse un approccio più coraggioso e più lontano dal melodramma, qualcosa che portasse lo spettatore a porsi domande difficili e a mettere in discussione sé stesso e il suo rapporto con la famiglia e la società; realizzato così, mi spiace dire che Still Alice rischia di essere per molti spettatori (me compresa) soltanto un freddo esercizio di bravura attoriale.
Di Julianne Moore (Alice Howland), Alec Baldwin (John Howland) e Kristen Stewart (Lydia Howland) ho già parlato ai rispettivi link.
Richard Glatzer è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, affetto da SLA, ha diretto film che non avevo mai sentito nominare, come Fluffer e Quinceañera. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 63 anni.
Wash Westmoreland è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Fluffer e Quinceañera. Anche aiuto regista, sceneggiatore, produttore e attore, ha 48 anni.
Kate Bosworth (vero nome Catherine Anne Bosworth) interpreta Anna Howland-Jones. Americana, ha partecipato a film come Le regole dell'attrazione, Superman Returns e Comic Movie. Anche produttrice, ha 31 anni e cinque film in uscita.
Nonostante la Moore sia candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista pare che il ruolo di Alice fosse stato offerto prima a Michelle Pfeiffer, Julia Roberts e Nicole Kidman, che hanno tutte rifiutato. Detto questo, se Still Alice vi fosse piaciuto recuperate La teoria del tutto. ENJOY!
Trama: Alice Howland è una stimata linguista a cui un giorno viene diagnosticata una forma di Alzheimer precoce. Nonostante i ricordi e la percezione di sé stessa e della propria famiglia comincino a scivolare via a poco a poco, la donna cerca in qualche modo di affrontare la malattia...
L'Academy, si sa, adora i malati. Adora le storie strappalacrime, le storie vere di americani che "ce l'hanno fatta" o che possano fungere da esempio per le masse, raccontando vicende edificanti o strazianti, dove il pedale della lacrima facile e del dramma patinato è talmente tanto pigiato che spesso la macchina si sfonda prima di arrivare a fine corsa. Non deve stupire, dunque, che Julianne Moore abbia praticamente in mano la statuetta di miglior attrice protagonista e purtroppo, nonostante il mio tifo continui ad andare spudoratamente verso Rosamund Pike, non troverei motivo alcuno per dare torto all'Academy. Still Alice, infatti, E' Julianne Moore. L'intera pellicola ruota attorno alla figura di Alice, donna di mezza età, intelligente e bella, ammalatasi di Alzheimer precoce; il percorso inevitabile che porterà la protagonista da signora sicura di sé ed ammirata a vegetale privo di ricordi ed incapace di focalizzare ciò che la circonda è graduale, filtrato attraverso i gesti, gli sguardi e le parole di un'attrice che, per fortuna, non cerca né la pietà del pubblico né i fiumi di lacrime che mi sarei aspettata di versare (cosa che non è avvenuta) ma tenta piuttosto di trasmettere l'angoscia di una condizione terribile, di un "inferno sulla terra", di un lento deterioramento che la protagonista avverte come qualcosa di tangibile, che la viola nel profondo. La battaglia contro l'Alzheimer mostrata nel film non diventa un inno alla ricerca di cure alternative o una campagna sui diritti delle persone malate ma mantiene una dimensione interamente personale e non contempla né eroi né scienziati in grado di salvare Alice; il destino della protagonista è segnato fin dall'inizio e a noi non resta che testimoniare, impotenti, al cambiamento fisico e psicologico incarnato alla perfezione da Julianne Moore, mentre il montaggio della pellicola si fa sempre più frammentato e le immagini sempre più evanescenti. Questi sono i lati positivi di Still Alice... eppure, attrice protagonista a parte, il film non mi ha né emozionata né particolarmente soddisfatta.
L'incredibile, ingenuo difetto di Still Alice, infatti, è la mancanza di personaggi secondari e attori capaci di "smussare" l'indubbio carisma della protagonista e fornire un'amalgama di sensazioni e punti di vista in grado di stordire emotivamente lo spettatore. Fin dalla prima inquadratura della famiglia riunita a un tavolo, fin dalle prime parole dei convenuti, si avverte già una terribile sensazione di dejà vu e pare di vedere spuntare sulla fronte degli attori delle etichette indelebili: marito comprensivo fino a un certo punto ma comunque assente, figlio buono ma inutile, figlia approfittatrice che sarà simpatica e disponibile finché le cose andranno bene ma quando la merda colpirà il ventilatore scapperà finché le andranno le gambe, figlia scapestrata che per amore di mammà si rivelerà la persona migliore di tutte. Non c'è un minuto di incertezza in Still Alice, né c'è la possibilità di empatizzare con personaggi che incarnano ogni cliché del genere e che sono di conseguenza interpretati da attori mediocri ma perfetti per la parte, come per esempio Kristen Stewart che, nei panni della scazzatona ribelle con velleità attoriali, calza i panni di Lydia come se avesse addosso un guanto e risulta così molto meno irritante del solito. Altro punto dolente, l'irreale momento "thriller" con tanto di messaggio dal passato che, se da un lato vuole testimoniare l'eccezionale intelligenza di Alice, dall'altro risulta anche troppo stiracchiato e non porta ad alcuna riflessione costruttiva sul disagio che una malattia come l'Alzheimer provoca non solo a chi ne è affetto ma anche a chi ha la sfortuna di essere sano e vedere la persona amata diventare un'estranea priva di ricordi, una tabula rasa che si "limita" a respirare e vivere l'attimo senza fare tesoro di alcuna esperienza. Sono convinta che un argomento simile meritasse un approccio più coraggioso e più lontano dal melodramma, qualcosa che portasse lo spettatore a porsi domande difficili e a mettere in discussione sé stesso e il suo rapporto con la famiglia e la società; realizzato così, mi spiace dire che Still Alice rischia di essere per molti spettatori (me compresa) soltanto un freddo esercizio di bravura attoriale.
Di Julianne Moore (Alice Howland), Alec Baldwin (John Howland) e Kristen Stewart (Lydia Howland) ho già parlato ai rispettivi link.
Richard Glatzer è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, affetto da SLA, ha diretto film che non avevo mai sentito nominare, come Fluffer e Quinceañera. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 63 anni.
Wash Westmoreland è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Fluffer e Quinceañera. Anche aiuto regista, sceneggiatore, produttore e attore, ha 48 anni.
Kate Bosworth (vero nome Catherine Anne Bosworth) interpreta Anna Howland-Jones. Americana, ha partecipato a film come Le regole dell'attrazione, Superman Returns e Comic Movie. Anche produttrice, ha 31 anni e cinque film in uscita.
Nonostante la Moore sia candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista pare che il ruolo di Alice fosse stato offerto prima a Michelle Pfeiffer, Julia Roberts e Nicole Kidman, che hanno tutte rifiutato. Detto questo, se Still Alice vi fosse piaciuto recuperate La teoria del tutto. ENJOY!
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