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venerdì 26 novembre 2021

The Green Knight (2021)

Un'altro dei film che aspettavo con trepidazione quest'anno era The Green Knight, scritto e diretto da David Lowery, uscito pochi giorni fa su Amazon Prime Video con un titolo italiano che non sto nemmeno a riportare.


Trama: la notte di Natale, alla corte di Re Artù si palesa il Cavaliere Verde proponendo un gioco: subirà l'attacco di un Cavaliere senza reagire ma, in cambio, in capo a un anno quello stesso Cavaliere dovrà cercarlo e accettare di subire la stessa identica cosa. Gawain accoglie la sfida e decapita il Cavaliere Verde e, dopo un anno, parte per andare incontro al medesimo destino...


La prima cosa che mi è balenata alla mente alla fine della visione di The Green Knight (ma anche nel corso della stessa) è quanto sia vergognoso che un film simile, in Italia, sia finito direttamente tra le maglie della distribuzione online senza passare dal cinema. Che nessuno mi venga a dire che guardare The Green Knight a casa, a meno di non avere una stanza identica a una sala cinematografica (il che non vuol dire solo disporre di uno schermo 4K grosso come mezza parete, signori, mi rincresce), sia equiparabile al guardarlo come avrebbe meritato, nel buio e nel silenzio religioso di un cinema, senza nemmeno mezza distrazione, con uno schermo in grado di rendere giustizia alle splendide sequenze realizzate da Lowery, perché mi metto ad urlare come la bonanima di Solange davanti a degli orridi boxer a pallini. Guardarlo a casa, davvero, dimezza la portata dell'esperienza, e infatti nonostante fossi affascinata e presa dalle vicende di Gawain, mi sono addormentata dopo mezz'ora. Dopo un'ora di nanna e (giuro) ginnastica in casa, sono riuscita ad arrivare alla fine ma senza lo stesso coinvolgimento che avrei provato al cinema, e la cosa mi ha spezzato il cuore perché The Green Knight è uno dei film più particolari e affascinanti dell'anno, con così tanti livelli di lettura che non bastano le due righe stinfie che uso di solito per sviscerarli tutti. Lowery riadatta una leggenda stra-conosciuta dei cicli Arturiani mettendo sotto i riflettori un Gawain non ancora cavaliere, poco più di un ragazzino fatto uomo, che passa le giornate ad ubriacarsi o divertirsi nei bordelli pur essendo nipote di una leggenda come Re Artù; Gawain passa le giornate in attesa di "dimostrare in suo valore" ma senza davvero volerlo, aspettando un destino cavalleresco che parrebbe inevitabile e dovuto ma, in sostanza, non si adopera perché questo arrivi. Ci pensa mammà, con l'ausilio della magia (ma la signora non è Morgana, occhio, bensì Morgause) a richiamare, la notte di Natale, il Cavaliere Verde che renderà Gawain una leggenda... o forse quest'ultimo aspetto è sopravvalutato?


Il Gawain di Lowery, nonostante intraprenda, da un certo punto in poi, la Cerca che dovrebbe renderlo cavaliere, non cambierà né maturerà fino all'ultimo. Il suo animo, sia nel suo villaggio, prima di incontrare il Cavaliere e durante l'anno di attesa, sia durante il viaggio, rimane sempre quello di un ragazzino insicuro e pavido, di una persona che non sa cosa fare nella vita e che prende i dettami cavallereschi come regole prive di senso; sa che deve rispettarli ma non capisce come, né perché, e vive in un'incertezza costante che gli agguanta non solo il cuore, ma anche il braccio, rendendolo debole in ogni senso. Tutti i piccoli episodi in cui è diviso The Green Knight sono come tanti poemi in cui Gawain viene messo di fronte ai suoi difetti e ogni volta fallisce, salvo quando deve decapitare un avversario che non si muoverà, e anche i pochi momenti in cui la sua natura di cavaliere, in qualche modo, emerge (per esempio con Santa Winifred), i suoi modi stonano e non riescono a celare una natura di donnaiolo insicuro, che dagli altri si aspetta sempre qualcosa in cambio, atteggiamento, quest'ultimo, che un cavaliere non dovrebbe mai avere. Di base, Gawain arriva alla meta solo grazie alla fortuna, non certo al suo valore, ed è solo sull'ambiguo finale che parrebbe riscattarsi, aprendo gli occhi ad una triste consapevolezza che ne rinfocola il coraggio da tempo sopito. 


E Dev Patel è uno SPLENDIDO Gawain, proprio con tutti i suoi difetti. Lontano dall'iconografia che lo vorrebbe ovviamente bianco e biondo, Patel incarna un Gawain che rompe con la tradizione anche in questo senso e che si ritrova quindi "separato" dagli altri cavalieri, nonostante il palese amore che gli riserva il re, suo zio. Patel è giovane, aitante, incredibilmente sensuale ma anche dimesso e sconfitto, tanto che a volte verrebbe da prenderlo a schiaffi per l'inerzia e la debolezza che dimostra in ogni sua azione; ma è l'intera cavalleria, lo vediamo, ad essere debole, non a caso Artù e Ginevra sono vecchi e morenti come quel mondo che, a dar retta allo splendido monologo messo in bocca alla Vikander, verrà inevitabilmente ucciso dal verde, il colore della vita, che solo potrà tornare rigoglioso e splendido nella morte, sì, ma dell'uomo. A dispetto di questo pessimismo di fondo, che forse è speranza verso una realtà più attenta ai bisogni della natura, la messa in scena di The Green Knight è un trionfo di colori vividi che paiono usciti dai quadri medievali, ed è zeppo di un'iconografia talmente ricca che bisognerebbe avere una cultura enciclopedica per riuscire a capire tutti i riferimenti; io so solo che alcune sequenze sono di una delicatezza incredibile mentre altre lasciano a bocca aperta da tanto sono ricche ed affascinanti, e che Lowery si riconferma un Autore con la A maiuscola, che regala agli spettatori opere non facilissime ma di sicuro molto originali e di grande impatto. Recuperatelo, se potete.  


Del regista e sceneggiatore David Lowery ho già parlato QUI. Dev Patel (Gawain), Alicia Vikander (Essel/la Lady), Sarita Choudhury (la madre), Sean Harris (Re), Kate Dickie (Regina), Ralph Ineson (Cavaliere Verde), Barry Keoghan (lo sciacallo) e Joel Edgerton (il Lord) li trovare ai rispettivi link.


Erin Kellyman, che interpreta Winifred, ha partecipato alla serie Falcon and the Winter Soldier nei panni di Karli. Se The Green Knight vi fosse piaciuto recuperate Willow, una delle fonti di ispirazione dichiarate del regista, A Ghost Story, Excalibur e L'amore e il sangue. ENJOY! 

venerdì 23 ottobre 2020

Evil Eye (2020)

Finisce con Evil Eye, diretto dai registi Elan e Rajeev Dassani, la mia esperienza con il progetto Welcome to the Blumhouse, almeno per il momento... e per fortuna, aggiungerei.

Trama: Pallavi ha origini indiane ma vive in America e vuole vivere la sua esistenza in piena libertà. La madre Usha, rimasta in India e perseguitata da un doloroso passato, ha paura che la figlia possa finire vittima di una maledizione e tenta in tutti i modi di farla sposare per evitarlo, con esiti controproducenti...

Arrivata all'ultimo Welcome to the Blumhouse posso dirlo: ma cosa è venuto in mente a Jason Blum? Se la collaborazione con Amazon doveva essere un modo per invogliare gli spettatori a guardare i film prodotti dallo studio, diciamo che, salvo il bellissimo Nocturne e il gradevole Black Box (che pure è dimenticabilissimo), non hanno fatto un gran bell'affare. Anche perché io avrei creduto di toccare il fondo con The Lie ma, poverino, al confronto di Evil Eye parliamo di un capolavoro della suspance, la cui unica pecca è la stupidità dei protagonisti; non mi aspettavo, invece, che avremmo finito il quartetto con la telenovela indiana, il drama matrimoniale in salsa Tandoori, la maledizione dell'orchite fulminante. Mi dispiace, davvero. Odio definire un film noioso, perché credo che sia una definizione troppo soggetta alla percezione del singolo spettatore e rischia di tenere distanti altri da potenziali capolavori, ma non ho un aggettivo migliore per Evil Eye, all'interno del quale l'elemento thriller viene diluito in un mare di interminabili telefonate che veicolano l'incomprensione (generazionale e culturale) tra una madre iperprotettiva e una figlia che vuò fa' l'americana ma è nata in India. In pratica lo spettatore dovrebbe farsi venire l'ansia perché Pallavi detta Pallu non trova il fidanzato e, quando lo trova, a mammà viene in mente che 'sto fidanzato troppo perfetto per essere vero somiglia tanto a un suo ex che, anni addietro, le aveva usato violenza dopo averla stalkerata, e siccome la donna è fissata con oroscopi, maledizioni, talismani ecc. fate un po' due più due e immaginate come potrà proseguire la trama del film, che si ricorda di essere un thriller sovrannaturale tipo a 15 minuti dalla fine.

Alla decima telefonata tra Pallu e madre, io e il Bolluomo avevamo tanta voglia di morire, davvero, e mi dispiace perché Sarita Choudhury, che interpreta mamma Usha, è un'attrice molto brava e interessante, impegnata nel ruolo potenzialmente assai intrigante della custode delle tradizioni che è costretta a prendere atto non solo di nuove tecnologie ma anche di nuovi modi di pensare, mentre tutti attorno a lei sembrano essere felici per Pallu e per la sua nuova vita in America. Purtroppo per la Choudhury, è proprio la trama ad essere pesante e priva di equilibrio, incredibilmente ripetitiva nel riproporre continuamente gli stessi flash del passato di Usha mentre la situazione stenta ad evolversi o a distanziarsi da un pattern che prevede 1) proposte "indecenti" di Sandeep a Pallu (che spaziano dal rivedersi all'andare a vivere insieme), 2) dubbi di Pallu sviscerati al telefono con amiche o mamma 3) mamma che dà di matto e spinge così Pallu ad accettare le proposte di cui sopra, anche solo per amore di contestazione filiale 4) mamma che dall'India smania ricordando il suo triste passato mentre il marito medita il suicidio non sapendo più come placarla. Aggiungo che una trama così ripetitiva non giova neppure al tentativo di riflettere sulla natura dell'indipendenza o dei legami tra genitori e figli, riflessioni che ovviamente si perdono in questo mare di fuffa inconsistente. Quindi, in conclusione, Evil Eye non è buono né come vetrina per la Blumhouse ma neppure per avvicinarvi per vie traverse alla sterminata filmografia indiana: molto meglio un Jallikattu, che trovate sempre su Amazon Prime Video

Elan Dassani e Rajeev Dassani sono i registi della pellicola. Gemelli nati in America, Elan è al suo primo lungometraggio mentre Rajeev ha diretto The Nevsky Prospect e Watercolor Postcards. Anche produttori e sceneggiatori, hanno 41 anni.


Sarita Choudhury interpreta Usha. Inglese, ha partecipato a film come La casa degli spiriti, Delitto perfetto, Lady in the Water, Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte I, Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte II e a serie quali Jessica Jones. Ha 54 anni e tre film in uscita. 




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