Trama: i presentatori di un canale YouTube dedicato al paranormale vengono uccisi nella città fantasma di Shelby Oaks ma il cadavere di una di loro, Riley, non viene ritrovato. Dopo anni, sua sorella si imbatte in un indizio sconvolgente...
Di Shelby Oaks avevo sentito parlare per la prima volta dal mio insegnante di inglese, un ragazzo delizioso con cui facevo conversazione una volta a settimana fino a qualche mese fa (e che saluto, qualora passasse di qui!). Parlando di cinema e horror, un giorno mi ha detto che il critico di cui si fidava di più era Chris Stuckmann e che non vedeva l'ora che uscisse il suo primo lungometraggio, finanziato da una campagna Kickstarter dall'enorme successo. Questo lungometraggio era proprio Shelby Oaks, per questo ero molto curiosa di guardarlo e, come spesso accade, l'ho fatto a scatola chiusa, sapendo solo che si trattava di un found footage. In realtà, Shelby Oaks comincia come un found footage ma prosegue come horror dalla regia più classica. La vicenda narrata ha origine dalla morte dei presentatori del canale YouTube Paranormal Paranoids e da ciò che le loro telecamere hanno registrato prima che venissero uccisi. L'unica di cui non è stato rinvenuto il cadavere è la sensitiva del gruppo, Riley Brennan, che la sorella maggiore Mia non ha mai smesso di cercare per 17 anni. Dopo l'introduzione dei video in questione, e una serie di filmati televisivi o sul web che coprono "il caso" seguendo un pattern tristemente familiare di sensazionalismo, teorie complottiste e vuote vestigia di ricordi mitizzati, Shelby Oaks diventa un mockumentary, con tanto di interviste a Mia, agli spettatori di Paranormal Paranoids e all'ispettore che ha seguito la vicenda, ma anche questo stile dura poco. Infatti, accade qualcosa di scioccante che cambia completamente il registro del film, con tanto di stacco che anticipa i titoli di testa. Benché la presenza di Riley (e non solo) ne permei ogni sequenza, Shelby Oaks diventa, da quel momento in poi, la storia di Mia, una donna che ha smesso di vivere il giorno in cui la sorella è scomparsa, mettendo in pausa tutto ciò che non era "utile" alla sua ricerca, rapporto col marito compreso. E' una storia di testardaggine ossessiva, che in più occasioni fa dubitare della sanità mentale della protagonista, caratterizzata da una preoccupante mancanza non solo di spirito di autoconservazione, ma proprio di percezione di sé in quanto individuo, tanto la sua vita è legata a doppio filo al destino della sorella. E' anche una storia in cui, proprio per via di questa abnegazione totale verso Riley, Mia si ritrova preda di un'entità malevola senza neppure capirlo, almeno finché non è troppo tardi, ed è proprio questo che rende interessante Shelby Oaks, film che cambia spesso registro e "cliché" mantenendo sempre una coesione invidiabile e spiazzando lo spettatore con una bella serie di colpi di scena.
Proprio l'abilità di Chris Stuckmann di "nascondere" i fili che tengono unite le tante anime del film è ciò che impedisce Shelby Oaks di finire dritto nel cestone degli horror medi, o di risultare un semplice collage di cose già viste. Il rischio c'era, in effetti. La prima parte in particolare richiama tantissimi found footage e mockumentary famosi, non ultime opere recentissime come la saga di Hell House LLC.
Di Camille Sullivan (Mia), Keith David (Morton Jacobson) e Derek Mears (Tarion) ho già parlato ai rispettivi link.
Se Shelby Oaks vi fosse piaciuto recuperate The Blair Witch Project, Hell House LLC e Lake Mungo. ENJOY!










