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mercoledì 26 novembre 2025

Shelby Oaks (2024)


Nonostante la distribuzione imbarazzante, sono riuscita a vedere Shelby Oaks - Il covo del male (Shelby Oaks), diretto nel 2024 dal regista Chris Stuckmann.

Trama

I presentatori di un canale YouTube dedicato al paranormale vengono uccisi nella città fantasma di Shelby Oaks ma il cadavere di una di loro, Riley, non viene ritrovato. Dopo anni, sua sorella si imbatte in un indizio sconvolgente...

Recensione

Di Shelby Oaks avevo sentito parlare per la prima volta dal mio insegnante di inglese, un ragazzo delizioso con cui facevo conversazione una volta a settimana fino a qualche mese fa (e che saluto, qualora passasse di qui!). Parlando di cinema e horror, un giorno mi ha detto che il critico di cui si fidava di più era Chris Stuckmann e che non vedeva l'ora che uscisse il suo primo lungometraggio, finanziato da una campagna Kickstarter dall'enorme successo. Questo lungometraggio era proprio Shelby Oaks, per questo ero molto curiosa di guardarlo e, come spesso accade, l'ho fatto a scatola chiusa, sapendo solo che si trattava di un found footage. In realtà, Shelby Oaks comincia come un found footage ma prosegue come horror dalla regia più classica. La vicenda narrata ha origine dalla morte dei presentatori del canale YouTube Paranormal Paranoids e da ciò che le loro telecamere hanno registrato prima che venissero uccisi. L'unica di cui non è stato rinvenuto il cadavere è la sensitiva del gruppo, Riley Brennan, che la sorella maggiore Mia non ha mai smesso di cercare per 17 anni. Dopo l'introduzione dei video in questione, e una serie di filmati televisivi o sul web che coprono "il caso" seguendo un pattern tristemente familiare di sensazionalismo, teorie complottiste e vuote vestigia di ricordi mitizzati, Shelby Oaks diventa un mockumentary, con tanto di interviste a Mia, agli spettatori di Paranormal Paranoids e all'ispettore che ha seguito la vicenda, ma anche questo stile dura poco. Infatti, accade qualcosa di scioccante che cambia completamente il registro del film, con tanto di stacco che anticipa i titoli di testa. Benché la presenza di Riley (e non solo) ne permei ogni sequenza, Shelby Oaks diventa, da quel momento in poi, la storia di Mia, una donna che ha smesso di vivere il giorno in cui la sorella è scomparsa, mettendo in pausa tutto ciò che non era "utile" alla sua ricerca, rapporto col marito compreso. E' una storia di testardaggine ossessiva, che in più occasioni fa dubitare della sanità mentale della protagonista, caratterizzata da una preoccupante mancanza non solo di spirito di autoconservazione, ma proprio di percezione di sé in quanto individuo, tanto la sua vita è legata a doppio filo al destino della sorella. E' anche una storia in cui, proprio per via di questa abnegazione totale verso Riley, Mia si ritrova preda di un'entità malevola senza neppure capirlo, almeno finché non è troppo tardi, ed è proprio questo che rende interessante Shelby Oaks, film che cambia spesso registro e "cliché" mantenendo sempre una coesione invidiabile e spiazzando lo spettatore con una bella serie di colpi di scena.

Proprio l'abilità di Chris Stuckmann di "nascondere" i fili che tengono unite le tante anime del film è ciò che impedisce Shelby Oaks di finire dritto nel cestone degli horror medi, o di risultare un semplice collage di cose già viste. Il rischio c'era, in effetti. La prima parte in particolare richiama tantissimi found footage e mockumentary famosi, non ultime opere recentissime come la saga di Hell House LLC.
Un altro aspetto positivo del film è che Chris Stuckmann, conoscendo molto bene il genere, è riuscito a mettere in pratica questa sua conoscenza creando sequenze che non si appoggiassero esclusivamente a prevedibili jump scare, quanto piuttosto alla tensione creata da spazi vuoti e bui o da dettagli quasi impercettibili (tante volte non ero sicura che ci fosse davvero ciò che mi sembrava di vedere), e giocata più sull'attesa che sul risultato finale. Considerato il budget microscopico, è interessante anche il modo in cui il regista è riuscito a ridurre gli effetti speciali all'osso, preferendo ricorrere a punti di luce, qualche immagine riflessa e alle percezioni incerte derivanti dall'uso della telecamera a mano per dare forma all'orrore di un incubo nell'accezione demoniaca del termine. Una scelta intelligente, perché i pochi effetti digitali sono abbastanza bruttini, e ciò fa ben sperare relativamente a cosa potrebbe fare in futuro Stuckmann con qualche soldo in più. Per il momento, direi che Shelby Oaks è un ottimo debutto, e l'unico vero difetto che gli imputo è la mancanza di coraggio nel perseguire una via che speravo fosse stata aperta una volta per tutte da Immaculate, nonostante sia una scelta di sceneggiatura coerente col passato e il carattere della protagonista. Vi consiglio quindi la visione di Shelby Oaks, magari al cinema, perché nella solitudine di casa il rischio è quello di non riuscire a chiudere occhio, soprattutto se dal letto riuscite a vedere una finestra e quello che potrebbe nascondersi dietro il vetro nel buio.

Cast

Di Camille Sullivan (Mia), Keith David (Morton Jacobson) e Derek Mears (Tarion) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Chris Stuckmann è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Famoso principalmente come YouTuber e critico cinematografico, è anche produttore. Americano, ha 37 anni.

Se vi è piaciuto...

Se Shelby Oaks vi è piaciuto recuperate The Blair Witch Project, Hell House LLC e Lake Mungo. ENJOY!


martedì 19 febbraio 2019

Alita - Angelo della battaglia (2019)

Spinta dalle aspettative esaltate di quanti lo stavano aspettando, sabato sono andata a vedere Alita - Angelo della battaglia (Alita: Battle Angel), diretto dal regista Robert Rodriguez e tratto dal manga Alita l'angelo della battaglia di Yukito Kishiro.


Trama: il dottor Ito trova in una discarica il cervello ancora intatto di una cyborg e lo impianta nel corpo della figlia defunta. La giovane Alita, immemore della sua vita passata, deve così scoprire cosa si cela nei suoi flashback e nelle sue prodigiose abilità di lottatrice...


Credo di essere una delle quattro persone al mondo che non hanno mai letto Alita l'angelo della battaglia, manga che negli anni '90 aveva contribuito alla diffusione della cultura "otaku" in Italia e al boom che ne è derivato. Sono comunque andata al cinema spinta da due nomi, quello di James Cameron alla sceneggiatura e alla produzione e quello di Robert Rodriguez alla regia. Inoltre, non conoscendo l'opera originale, ero anche felice del fatto di non dover subire gli effetti nefasti della sicura banalizzazione e semplificazione dei temi trattati nel manga ad uso e consumo del popolo bue occidentale, cosa che mi ha portata a vivere Alita - Angelo della battaglia come un Ready Player One un po' più trash e banalotto. Non cercate significati particolari, fossero anche quelli "buonisti" e tanto vituperati dalla cVitica alla Spielberg o alla Disney, perché Alita mi è parso giusto una scusa per mostrare incredibili effetti speciali al servizio di violentissime scene action ai danni di cyborg, robot e cagnolini (fuori dall'inquadratura, mentre il montaggio furbo consente di assistere al taglio netto di un corpo umano senza che la dicitura PG-13 ne risenta, anche perché in tutto questo c'è gran dispendio di sangue azzurro), al limite c'è un vago monito a non tradire amici e amanti per raggiungere i propri scopi, per quanto spinti dalla disperazione, ché non sempre chi vive in paradiso è migliore di chi sta all'inferno. Ogni personaggio del film, infatti, è letteralmente portato a vivere perennemente con lo sguardo al cielo, alla città sospesa di Zalem, dove vigono promesse di ricchezza e superiorità contro il pianeta/discarica che sta sotto, un melting pot di culture e razze all'interno del quale cyborg ed esseri umani più o meno potenziati convivono sotto l'egida di una legge marziale mantenuta da cacciatori di taglie. In tutto questo, la giovane Alita deve ricordare la sua vita passata mentre comincia a viverne una nuova fatta di amori adolescenziali, scoperte scioccanti su se stessa e su chi la circonda, ed episodi di violenza sempre più incontrollabili alimentati da una malvagia eminenza grigia che risponde al nome di Nova e che arriva a sfruttare persino lo sport nazionale, il Motorball, per eliminare Alita e le ultime vestigia di un passato radicato nientemeno che su Marte. Quanto alla protagonista, di per sé Alita è scema come un tacco ed ingenua come poche, degno contrasto con un corpo e un addestramento marziale che la rendono una macchina da guerra superiore a qualsiasi altra in grado di offrire così allo spettatore un po' di gioia.


I momenti veramente esaltanti di Alita - Angelo della battaglia sono infatti quelli in cui l'"angelo" da il meglio di sé, con una furia devastante unita alla consapevolezza di dover eliminare qualsiasi ostacolo le si pari davanti; che sia in una rissa "da bar", in una gara di Motorball mozzafiato oppure in un corpo a corpo contro cyborg sempre più mostruosi, Alita salta, vola e calcia con grazia, accompagnata da urla di battaglia cariche di sdegno e dall'abilità caciarona di Rodriguez dietro la macchina da presa. Il buon Robert si è fatto le ossa con la trilogia del Mariachi e con i vari Spy Kids e si vede, perché è in grado di "piegarsi" alle regole del PG-13 senza rinunciare a rendere chiaramente ciò che accade nelle varie sequenze anche nei momenti più concitati, riuscendo a destreggiarsi sia nei momenti più "fisici" sia in quelli dove sono gli effetti speciali a farla da padroni, ovvero per più di metà film. Alita - Angelo della battaglia è infatti il trionfo del digitale e della motion capture, a partire dalla protagonista con gli enormi occhioni e il corpo sproporzionato modellata su Rosa Salazar, una bambolotta carinissima e in qualche modo molto umana che interagisce alla perfezione con i suoi nemici cyborg, forse un po' meno riusciti ma comunque impressionanti e per nulla posticci. Anzi, mi verrebbe da dire che gli unici a risultare "finti" sono proprio gli attori blasonati infilati a forza in questa mega-produzione solo per fare la figura dei cioccolatai, Christoph Waltz in primis. Ecco, io non riesco a capire come Waltz possa passare dall'essere un attore con la A maiuscola, indimenticabile e fondamentale (soprattutto quando viene diretto da Tarantino) all'essere un povero cristo scoglionato che non sa bene come sia capitato sul set, come in questo caso; per carità, non va meglio a un non accreditato Edward Norton o alla sempre splendida Jennifer Connelly, costretta in un ruolo di villainess tra i più mosci ed indecisi mai scritti, per non parlare dell'elegante Mahershala Ali che meriterebbe ben altre occasioni, e sicuramente al 90% del pubblico non fregherà una cippa del trattamento di questi grandi nomi, però a me si spezza un po' il cuore. Fatto ad uso e consumo del popolino nerd, Alita - L'angelo della battaglia mi è sembrato, in definitiva, un film divertente e ben realizzato ma più effimero di qualsiasi cinecomic Marvel in quanto maggiormente privo di quell'elemento che consente al personaggio Alita di elevarsi rispetto al resto dei cyborg: il cuore. Mi sa che sto invecchiando, eh?


Del regista Robert Rodriguez ho già parlato QUI. Christoph Waltz (Dr. Dyson Ido), Jennifer Connelly (Chiren), Mahershala Ali (Vector), Ed Skrein (Zapan), Jackie Earl Haley (Grewishka), Jeff Fahey (McTeague), Derek Mears (Romo), Casper Van Dien (Amok), Edward Norton (Nova) e Michelle Rodriguez (Gelda) li trovate invece ai rispettivi link.

Rosa Salazar interpreta Alita. Americana, ha partecipato a film come Bird Box e a serie quali American Horror Story. Anche regista e sceneggiatrice, ha 34 anni.


Il film è finito nelle mani di Robert Rodriguez perché James Cameron (che covava il progetto dall'inizio del nuovo millennio) era troppo impegnato coi sequel di Avatar ed è rimasto come produttore e cosceneggiatore; Rosa Salazar ha invece battuto alle audizioni Zendaya e Bella Thorne. Se Alita - Angelo della battaglia vi fosse piaciuto recuperate il manga edito da Planet Manga e "spezzato" in tre serie: Alita, Alita Last Order  e Alita Mars Chronicles. ENJOY!


domenica 18 novembre 2018

I Don't Feel at Home in This World Anymore. (2017)



In una di queste calde sere d'estate ho recuperato I Don't Feel at Home in This World Anymore, film presente nel catalogo Netflix, di cui quasi tutti avevano parlato benissimo tempo addietro, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Macon Blair.


Trama: dopo aver subito un furto, l'infermiera Ruth si imbarca nella ricerca della refurtiva e dei colpevoli, accompagnata dallo strano vicino di casa, Tony.



Non so se è la vecchiaia che sta cominciando a rendermi ipersensibile ma ultimamente a me sembra che la gente sia impazzita tutta. Sarà che abito in una città costiera dove d'estate il flusso di turisti sempre più "fai-da-te" rende quasi impossibile uscire di casa ma nei weekend mi tocca testimoniare ad esempi di inciviltà e menefreghismo terribili, tra gente che parcheggia a cazzo de cane, getta la spazzatura dove vuole, fa defecare i suoi dolci cagnolini su qualsiasi strada percorribile, addirittura (e non sto scherzando) fa pisciare i suoi ancor più SANTI bambini per strada, DAVANTI ai tavoli dei ristoranti all'aperto, perché portarli in bagno è difficile, per non parlare dei vecchiacci/e che, ansiosi come sono di correre a casa e aspettare la Signora Con La Falce, morire che ti facciano passare alla cassa quando tu hai UN sacchetto del pane e loro la spesa per sei mesi. Insomma, ogni giorno mi/ci tocca testimoniare ad esempi di ordinaria maleducazione sempre più fastidiosa e ciò mi ha fatta immedesimare tantissimo nella protagonista di I Don't Feel at Home in This World Anymore, infermiera timida e tranquilla, amante dell'alcool e della musica country, che all'ennesimo sopruso ingiustificato (nella fattispecie, un furto con scasso preso decisamente sottogamba dalla polizia) decide di dire BASTA. Non "basta" tipo "giorno di ordinaria follia", beninteso, quanto piuttosto un "basta" che diventa desiderio di tutelarsi e di non farsi mettere i piedi in testa, partendo dal condivisibile desiderio di recuperare la refurtiva quando la polizia mostra di non avere interesse a farlo, preferendo trattare Ruth con la miserevole condiscendenza che si offre a chi ha scioccamente lasciato la casa incustodita. Da questa semplice ricerca della refurtiva, durante la quale Ruth si allea con lo strampalato vicino di casa amante delle arti marziali, nasce un film che, nonostante il tono leggero e grottesco, racconta l'angoscia di chi non si sente più parte di questo mondo e vive ogni giorno con triste rassegnazione, sentendosi sempre più lontano da un'umanità che corre allegramente verso il baratro dell'autodistruzione, della mediocrità, dello schifo.


Tra una gag e un momento decisamente splatter, soprattutto sul finale, le riflessioni di Ruth inducono lo spettatore a gettare uno sguardo non troppo indulgente sulla propria vita, a pensare a quanto sia giusto "lasciarsi vivere" e farsi scivolare addosso tutto sopportando con una pazienza che sconfina pericolosamente nell'atarassia e nel menefreghismo; la consapevolezza che un buon 99% di noi non lascerà alcun segno nella storia non deve diventare una scusa per far sì che la deboscia abbia il sopravvento perché si può lasciare comunque un buon ricordo ad amici, parenti e semplici conoscenti... oltre che, se possibile, cercare quel minimo di soddisfazione e felicità anche per noi, ovviamente. E' per questo che la storia di Ruth, con tutte le sue inevitabili esagerazioni e licenze "poetiche" e al netto dell'indiscutibile assurdità dei personaggi di cui è popolata, rischia di radicarsi nel cuoricino dello spettatore, che può tranquillamente rispecchiarsi nella protagonista in almeno un paio di sequenze chiave; per lo stesso motivo,  I Don't Feel at Home in This World Anymore è più profondo di quanto parrebbe ad una prima, distratta occhiata e non è proprio uno di quei film da guardare col cervello spento, benché l'occhio venga coccolato da una messa in scena accattivante e un montaggio dinamico. Melanie Lynskey, attrice bravissima e fortunatamente distante dai canoni di bellezza hollywoodiani, cicciottina e dal viso non particolarmente attraente, è perfetta per il ruolo di Ruth ed è un altro, fondamentale veicolo di immedesimazione, mentre Elijah Wood, ormai abbonato ai ruoli weird, incarna l'aspetto più assurdo del film ma, attenzione, anche il suo personaggio non è da prendere sottogamba. Tony, infatti, pur con tutte le sue idiosincrasie, è il perfetto contraltare di Ruth, una persona che, a differenza della protagonista, non si limita a lasciarsi vivere ma cerca di crearsi un'oasi di realizzazione e felicità (per quanto piccola) così da non impazzire ed abbruttirsi. Che poi anche lui cerchi riscatto e lo faccia "uscendo" dal suo guscio tendendo una mano a Ruth, non solo materiale ma anche "spirituale", è l'ulteriore messaggio positivo di un film che magari non cambierà la vostra esistenza ma probabilmente vi spingerà a riflettere sul modo migliore di affrontare questo mondo dove tutti, io per prima, rischiamo di non sentirci per nulla "a casa".


Di Melanie Lynskey (Ruth), Elijah Wood (Tony), Derek Mears (Monkey Dick) e Jane Levy (Dez) ho parlato ai rispettivi link.

Macon Blair è regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, inoltre interpreta l'uomo che al bar spoilera il libro a Ruth. Americano, anche produttore e stuntman, ha 44 anni.




martedì 18 febbraio 2014

Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe (2013)

Qualche sera fa mi sono messa a guardare, senza troppa convinzione, Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe (Hansel and Gretel: Witch Hunters), diretto nel 2013 dal regista Tommy Wirkola. Well, suprise, surprise...


Trama: dopo essere stati abbandonati nel bosco e avere ucciso la strega che abitava nella storica casetta di marzapane, Hansel e Gretel crescono per diventare veri e propri cacciatori di streghe. Un giorno, la loro caccia li conduce ad un villaggio dove i bambini scompaiono misteriosamente...


Sto impazzendo, mi sa. Mi preparavo a stroncare un'epica belinata e invece questo Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe, pur con tutti i suoi difetti, mi ha divertita un sacco e ho dovuto anche chinare il capo davanti a un paio di trovate gustosamente sanguinose! La cosa che lo ha salvato da eventuali critiche troppo impietose è che, innanzitutto, la regia non è fracassona e baracconesca come mi sarei aspettata (una "roba" tipo I Tre Moschettieri di Anderson o, peggio, tipo La leggenda del cacciatore di vampiri) ma tiene il ritmo del racconto ed asseconda le tamarreidi dei personaggi senza spaccare in due il cranio del povero spettatore o fargli scoppiare gli occhi come due acini d'uva. Un'altra cosa che mi ha spiazzata e che ho molto apprezzato è la natura ambigua del film. Superficialmente è una supercazzola più vicina all'action fantasy che all'horror e, indubbiamente, strappa grasse risate e non mette paura o inquietudine nemmeno per un secondo... tuttavia spesso e volentieri le scene vengono contaminate da dosi di gore perlomeno inusuali per il genere, il tasso di violenza è altissimo e un paio di sequenze lasciano intendere antefatti o conseguenze particolarmente spiacevoli, decisamente inadatte all'atmosfera che caratterizza il resto della pellicola. Questo guazzabuglio, assieme alla trama sicuramente banale ma comunque frizzante, contribuisce a divertire lo spettatore poco esigente o desideroso di un po' di sano e semplice entertainment per tutta la durata del film.


Per quel che riguarda la caratterizzazione dei due fratellini cacciatori, è simpatica l'idea di presentare una Gretel bellissima ma gretta e mascolina al punto da riuscire a trovarsi solo con un troll e un Hansel burbero, impacciato... e diabetico! La cosa sembra stupida ma mi ha fatto riflettere su come il folle Tommy Wirkola abbia trasformato la favola originale di Hansel e Gretel in qualcosa di totalmente non convenzionale ma anche, in qualche modo, coerente e neppure troppo campato in aria. Certo, le banalità non mancano  e nemmeno i personaggi tagliati con l'accetta (nel senso metaforico del termine ma non solo...), le streghe e lo sceriffo in primis, ma considerata la natura di prodotto di intrattenimento sono difetti accettabili e sui quali è facile sorvolare col cervello staccato. Gli attori portano a casa la pagnotta senza metterci troppo impegno e senza distaccarsi dai cliché in cui si sono impantanati nel corso degli anni (Famke Janssen è la solita fatalona pericolosa mentre Peter Stormare il solito villain dalla morale infima) ma anche loro hanno l'aria di essersi divertiti parecchio, quindi sembra quasi di respirare un'aria di totale relax. Il trucco delle streghe non è particolarmente esaltante, sembra più adatto ad una serie televisiva che ad un film e, sinceramente, non ho idea di come le armi di Hansel e Gretel o le varie scene d'azione siano state rese col 3D cinematografico, ma per quel che riguarda gli effetti speciali non mi è sembrato che la CG fosse invadente come spesso accade. Insomma, Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe non è nulla di trascendentale ma funziona, stranamente. Un'occhiata disimpegnata gliela darei!


Di Jeremy Renner (Hansel), Famke Janssen (Muriel), Derek Mears (Edward) e Peter Stormare (Sceriffo Berringer) ho già parlato ai rispettivi link.

Tommy Wirkola è il regista e sceneggiatore della pellicola. Norvegese, ha diretto film come Dead Snow e il suo seguito. Anche attore e produttore, ha 34 anni e un film in uscita.


Gemma Arterton interpreta Gretel. Inglese, ha partecipato a film come Rocknrolla, Quantum of Solace, I Love Radio Rock, Scontro fra Titani, Prince of Persia – Le sabbie del tempo e Byzantium. Ha 27 anni e tre film in uscita.


La stunt tarantiniana Zoe Bell compare durante il sabba come una delle streghe mentre il regista Tommy Wirkola fa una comparsata come uno degli assistenti dello sceriffo. Tra le “scartate” per il ruolo di Gretel figurano invece attrici del calibro di Diane Kruger, Eva Green e Noomi Rapace. Come si evince dal finale aperto, Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe ha da qualche tempo il sequel in produzione ma, per ora, non si conoscono né il regista né gli eventuali interpreti. Nell’attesa, sappiate che potete recuperare un’extended version della pellicola un bel po’ più esplicita e sanguinolenta e, se Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe vi fosse piaciuto, potete sempre guardare I fratelli Grimm e l’incantevole strega e magari, perché no, L’armata delle tenebre. ENJOY!

mercoledì 10 luglio 2013

Hatchet III (2013)

Estate, tempo di indulgere nell'attività casalinga più adatta alla stagione: la visione di horror cazzoni. E cosa c'è di più cazzone di Hatchet III, diretto da BJ McDonnell? Beh, Hatchet II, ovvio, ma di quello abbiamo già parlato.


Trama: Marybeth, sopravvissuta alla strage del film precedente e con lo scalpo di Victor Crowley in mano, si costituisce alla stazione di polizia e viene accusata di essere l'autrice di tutti gli omicidi. Gli sbirri, purtroppo per loro, si accorgeranno del madornale errore solo quando sarà troppo tardi... 


Cosa si può dire di un film dall'assunto talmente scemo che persino Adam Green, regista dei primi due capitoli e sceneggiatore di questo Hatchet III, arriva a prendersi per il chiulo da solo? Niente, appunto, gli si può solo voler bene, magari dopo aver perdonato gli svarioni e la noia del secondo capitolo, pronti a ridere nuovamente dell'esagerata brutalità di Victor Crowley, il babau più brutto e ignorante (con rispetto parlando) della storia del cinema. E se pensate che il deforme spettro non possa diventare ancor più brutto, ignorante e brutale... vi sbagliate di grosso! Basta solo aumentare la carne da macello, spingere una squadra di sbirri e una di SWAT all'interno dell'ormai famigerata palude del boogeyman e sedersi comodamente in poltrona a guardare Crowley smembrarli a mani nude o quasi, nonostante tutte le loro spacconerie e, soprattutto, grazie alla loro incredibile dabbenaggine. Poi, ovviamente, c'è la questione "come liberarsi definitivamente del mostro", che sembra avere più vite dei gatti e che non muore nemmeno centrifugandolo e poi mettendolo nel forno, aspetto della trama che ci permette di vedere una Danielle Harris decisamente in forma e più scazzata del solito (come darle torto?), compresa nel ruolo di esorcista riluttante.


La recensione potrebbe finire qui perché c'è poco altro da dire, in effetti. BJ McDonnell sostituisce Adam Green alla regia e lo fa in modo dignitoso, gli effetti speciali sono pregevoli in virtù della loro artigianalità e l'appassionato horror può continuare a divertirsi col gioco delle citazioni: in questo caso, troviamo la bella Rileah Vanderbilt, già comparsa in Frozen e anche nei primi due capitoli di Hatchet sotto il pesante trucco di un giovane Victor, il solito Sid Haig ormai a suo agio nell'esilarante ruolo di redneck rincoglionito, l'enorme Derek Mears, la cui presenza risponde al quesito "tra Crowley e Jason Voorhes/Predator chi vincerebbe?", un irriconoscibile Zach Galligan nei panni dello sceriffo, il Roach de La casa nera e l'immancabile Parry Shen, che porta a casa la tripletta di presenze e, di conseguenza, anche l'esperienza dei due personaggi precedenti. Tirando le somme, dunque, direi che la saga di Hatchet (sempre che sia finita!!) si sia conclusa degnamente, con un film che chiude tutti i discorsi lasciati in sospeso e che, apparentemente, esaurisce tutti gli escamotage necessari al genere per continuare a cannibalizzarsi e propinare allo spettatore sempre la stessa solfa. Umorismo a grana grossa e sangue a fiumi non mancano, così come una gran bella dose di autoironia, e forse è quest'ultima caratteristica che rende Hatchet più simpatico di altri prodotti simili e mi porta a consigliare anche quest'ultimo capitolo come "tranquilla" visione estiva per rivangare i bei tempi di Notte Horror.



Di Danielle Harris (Marybeth), Kane Hodder (Victor Crowley), Derek Mears (Hawes), Sean Whalen (Randy), Adam Green (l'uomo ubriaco in carcere) e Sid Haig (Abbott McCullen) ho già parlato ai rispettivi link.

BJ McDonnell è il regista della pellicola, alla sua prima esperienza “solitaria”. Anche attore, produttore e, soprattutto, assistente di regia, ha 38 anni.


Zach Galligan (vero nome Zachary W. Galligan) interpreta lo sceriffo Fowler. Americano, lo ricordo per film come Gremlins, Waxwork - Il museo delle cere è arrivato in città, Gremlins 2 - La nuova stirpe e Waxwork 2 - Bentornati al museo delle cere, inoltre ha partecipato alla serie Melrose Place. Ha 49 anni.


Caroline Williams interpreta Amanda. Americana, ha partecipato a film come Non aprite quella porta - Parte 2, Il patrigno II, Non aprite quella porta - Parte 3, Giorni di tuono, Leprechaun 3, Il Grinch, Halloween II e alle serie Hunter, La signora in giallo, E.R. - Medici in prima linea, Sabrina vita da strega Nip/Tuck. Ha 56 anni e tre film in uscita.


Se Hatchet III vi fosse piaciuto, non perdetevi Hatchet e, nonostante sia meno bello, Hatchet II... è l'unico consiglio che posso darvi! ENJOY!

venerdì 20 febbraio 2009

Venerdì 13 (2008)

Forse l’ho già detto ma ripeterlo non fa mai male: per me gli slasher sono fuffa. Maniaco (fornito di oggetto tagliente di varia foggia e fattura) entra, maniaco uccide, maniaco esce, solitamente senza motivazioni e perpetuando la stessa carneficina con due, tre variazioni sul tema e sempre ai danni di una manica di imbecilli che segue alla lettera ogni clichè dei film horror. Nonostante tutto, altri horror al cinema non ce n’erano e da parecchio non andavo a vederne uno col mio compare storico. Ed ecco palesarsi davanti ai miei occhi il mascherone da hockey di Jason Voorhes in Venerdì 13 di Marcus Nispel, ennesimo prequel/sequel/newquel di una saga storica (ormai solo quello sanno fare…).

 


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La trama è sempre la stessa, da più di 20 anni (non a caso questo sarebbe il dodicesimo film…). Tanti infatti ne sono passati da quando la mammina di Jason sterminò gli ospiti del Crystal Lake camp per vendicarsi della morte del figlio, tempo prima. E il figlio, io non l’ho mai capito, o non è mai morto o è diventato una sorta di enorme zombie che porta avanti il vizietto di famiglia e stermina chiunque si avvicini all’amena località di villeggiatura e, per buona pace degli spettatori, anche coloro che poveracci lì nelle vicinanze ci vivono!


 


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Gli attori sono ovviamente da dimenticare, sia le vittime sacrificali che quelli che interpretano i protagonisti. La regia è classica, senza troppi orpelli da videoclip, fotografia nitida e pulita anche nelle parti girate nei sotterranei. La colonna sonora è inesistente, se non fosse per il solito verso Jasoniano (chi ha visto almeno un film della serie mi capirà, quello che è un incrocio tra un maniaco sessuale e un serpente a sonagli, forse la cosa più inquietante di tutta la saga..). E’ apprezzabile il tentativo di fare una sorta di “compendio” di tutti gli eventi più importanti accorsi in vent’anni, per poter ricominciare la saga da capo a beneficio delle nuove generazioni: dalla morte della madre, agli esordi di un Jason con una maschera fatta di stoffa, per poi giungere alla tanto agognata maschera più o meno ad un terzo del film. Se dovessi dire la verità la pellicola poteva fermarsi tranquillamente all’ultima morte del primo gruppo, ovvero dopo 10 minuti: ritmo serrato, inizio in grande stile, un Jason più cattivo e furbo che in passato. Poi il tutto si ammoscia nella banale prevedibilità.


 


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Questo film è un for Fans only. Se non ve ne è mai fregato un tubo di Jason e della saga di Venerdì 13 non andate nemmeno a vederlo. E’ come se fosse un’enorme, lunghissima pubblicità dedicata ad un’icona degli anni ’80: niente è cambiato, Jason è cattivo, indistruttibile, ha la maschera, anche se, come dice Ale, in realtà la trova nel terzo capitolo della saga, si mette in pose plastiche per captions che poi verranno sicuramente prese dagli appassionati di tutto il mondo per farne wallpapers e quant’altro (vedi la scena in cui sta in agguato contro la luna piena, molto d’effetto) e non si impegna neppure troppo per regalare morti ad effetto, tutto sa molto di già visto, persino io che non ho seguito tutti i film della saga sapevo quando saltare sulla poltrona e quando tutelarmi dall’ingresso “a sorpresa”. Anche il finale era telefonato, miseriaccia. Lo sanno tutti che per eliminare Jason bisognerebbe smembrarlo, bruciarne i pezzi, mettere le ceneri in almeno quindici contenitori d’amianto e seppellirli nei luoghi di culto più sacri al mondo. Altrimenti torna…


 


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C’è da dire che anche questa volta Jason agisce da paladino della morale, manco fosse il Repo Man di Papa Ratzinger. Le giovani vittime sono infatti la quintessenza del vizio e della perversione! Innanzitutto gli piantano della marijuana nel territorio (e pretenderebbero che, dopo avere abbandonato le pianticelle alle sue cure, lui gliele lasciasse anche.. ma dico!), poi gli adolescenti d’oggi nemmeno più indugiano in atti impuri come il sesso di coppia per amore, ma, orrore!, per piacere e tradendosi anche a vicenda. E vogliamo parlare del cinese ubriaco, il nero e il campagnolo che si fanno le pippe MENTRE fumano, e non sigarette, e i due che addirittura RUBANO la barca dell’amico per commettere ulteriore peccato sessuale? Assolutamente, non si fa. E per questo devono essere puniti. Gratta gratta anche quelli che parrebbero i più morigerati sono abissi di turpitudine: una tradisce col pensiero il fidanzato, un altro ha avuto una gioventù dissipata, l’ultima cerca persino di divertirsi un pochino nonostante abbia la mamma gravemente malata.. e quindi venga Jason con il machete e sia cacca su tutti loro!! Unbelivable, come i tempi e gli USA non cambino affatto…




Marcus Nispel è il teutonico regista della pellicola, il suo secondo lungometraggio. Inizialmente si occupava solo di videoclip, poi ha esordito per il grande schermo con il francamente orribile remake di Non aprite quella porta. Ha 46 anni.


 


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Derek Mears interpreta nientemeno che Jason Voorhes, sebbene il suo volto non si veda mai nel film. Il bestione californiano non è un novellino, ha collezionato partecipazioni in pellicole come Man in Black II, l’orrendo Cursed – Il Maleficio, Le colline hanno gli occhi 2. E’ un assiduo frequentatore anche di serie televisive: ER, Alias, My Name Is Earl, Masters of Horror, CSI: Miami, solo per citarne alcune. Ha 37 anni.


derel_mears


Questo è MMostro già di per sé... o___O


Vi lascio con il trailer del Venerdì 13 originale, che inizia proprio con quel famigerato verso di cui vi parlavo! Se vi capita ritrovatelo... c'è anche il buon Kevin Bacon al suo esordio come vittima sacrificale, nonostante, come capirete dall'urlo della tizia che viene minacciata con l'accetta, il livello degli attori è da dimenticare!


 


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