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venerdì 17 aprile 2020

Occhio per occhio (2019)

Qualcuno su Facebook ne aveva parlato molto bene, quindi approfittando di un po' di tempo in più ho recuperato Occhio per occhio (Quien a hierro mata), diretto nel 2019 dal regista Paco Plaza. So che non è un film a tema ma colgo l'occasione del post per augurare buona Pasqua a tutti!


Trama: Mario lavora in una casa di riposo dove, un giorno, viene ricoverato il boss della droga Padín, ormai anziano e molto malato. Tra i due si sviluppa un rapporto assai stretto ma non tutto è come sembra...


Quien a hierro mata è l'incipit di un proverbio spagnolo equivalente al nostro "chi di qualcosa ferisce, di qualcosa perisce", ma effettivamente anche "occhio per occhio" rende l'idea. La pellicola racconta infatti una storia di sottile e lenta vendetta, maturata nei recessi di una follia latente, legata a doppio filo al doloroso passato di Mario, infermiere all'interno di una casa di riposo. L'aspetto placido dell'uomo nasconde un animo tormentato che trova il suo sfogo nel vecchio Padín, anziano boss della droga afflitto non solo da una malattia incurabile ma anche da due figli inqualificabili, nella fattispecie uno zamarro e un cretino; in quanto boss della droga, Padín incarna la fonte di tutti i mali che hanno reso orribile il passato di Mario, il quale, per l'appunto, decide di ripagare il vecchio con la stessa stupefacente moneta. Non importa che Mario ora sia sposato e in procinto di diventare padre, perché il desiderio di venire risarcito e di vendicarsi diventa molto più forte rispetto a quello di rifarsi una vita, con tutto quello che ne consegue. Onestamente, non posso dire che Occhio per occhio non sia un film ansiogeno, soprattutto nei momenti legati alla centellinata vendetta di Mario, un lento domino che porta ad un finale devastante che merita da solo la visione dell'intero film, peccato che vi sia tutta la sottotrama "crime" dedicata ai figli di Padín, certo necessaria per raggiungere detto finale ma terrificante dal punto di vista della messinscena e del cast, tanto che ad un certo punto mi è parso di guardare una fiction Rai o Mediaset, e nemmeno una delle migliori.


Per fortuna, a nobilitare l'intera operazione c'è un signor attore come Luis Tosar. La sua è una faccia che non mi stancherei mai di guardare anche se, ora come ora, avrei paura a trovarmela davanti. Il suo Mario è un'acqua cheta da manuale, affidabile e persino piacevole come persona e professionista, ma quel lampo di follia in fondo agli occhi e il modo calmo di parlare anche davanti all'uomo da lui più odiato mettono i brividi. Se l'intero film fosse stato una sorta di torture porn con Tosar e Xan Cejudo come protagonisti,  probabilmente avrei avuto gli incubi per una settimana, invece tocca sopportare la presenza di Ismael Martínez ed Enric Auquer, figli degeneri del vecchio, oltremodo fastidiosi. Certo, potrebbe anche essere il doppiaggio italiano ad avermi indisposta, ma non me la sentivo di costringere il Bolluomo a una sessione di spagnolo in tarda serata, non dopo una giornata di lavoro. Detto questo, è indubbio che Paco Plaza con Netflix stia avendo una sorta di rinascita, e dopo l'ottimo Verónica ha sfornato un thriller piccolo e non privo di difetti, sia a livello di regia (i flashback fatti a videoclip non hanno incontrato il mio gusto) che di sceneggiatura, a tratti parecchio tirata per i capelli, ma comunque perfetto per una serata ad alto tasso di adrenalina.


Del regista Paco Plaza ho già parlato QUI mentre di Luis Tosar, che interpreta Mario, ho parlato QUA.

mercoledì 21 dicembre 2016

Cien años de perdón (2016)

Come sapete, spesso scelgo di vedere determinati film in base ad una serie di "logiche" che non credo vi spiegherò mai o mi prendereste per Sheldon. Com'è, come non è, seguendo questo metodo mi è capitato per le mani Cien años de perdón (conosciuto anche come To Steal from a Thief), diretto dal regista Daniel Calparsoro, e ora arrivo a chiedermi se non sia il caso di abbandonare queste logiche perverse...


Trama: un gruppo di malviventi entra all'interno di una banca a Valencia e prende in ostaggio tutti i presenti. Mentre la polizia si organizza, i ladri si ritrovano bloccati dalla pioggia torrenziale che ha allagato il tunnel per la fuga e scoprono che il motivo della rapina è legato a qualcosa di ben più importante di soldi e gioielli...



Cien años de perdón è un film talmente insulso che non merita neppure i normali due paragrafi di post ma avrei dovuto capirlo fin dai titoli di testa, durante i quali è spuntata la Mediaset tra i produttori. Effettivamente, sembra di guardare un episodio allungato di Distretto di polizia o Squadra antimafia, ditene uno tanto per me sono tutti uguali, con i riflettori puntati sui ladri invece che sulle "guardie" e, come un qualsiasi episodio di queste due serie, il film soffre essenzialmente di due problemi: è girato in maniera talmente anonima da far passare la voglia, i personaggi sono delle macchiette e il 90% degli attori porta a piangere per la tristezza. Si salvano solo Luis Tosar, uno dei motivi che mi hanno spinta a dare una chance a Cien años de perdón e, vagamente, Rodrigo De la Serna, per quanto il suo accento mollo mi abbia gettata più di una volta tra le braccia di Morfeo. Vogliamo parlare della trama? In soldoni, abbiamo un gruppetto di ladri (la cui caratteristica principale è quella di indossare maschere assai simili a quelle viste in La pelle che abito) che entrano in banca convinti di portare a casa il colpo del secolo, se non fosse che il capo è invece lì per rubare una cassetta in particolare, contenente dei segreti legati a un politico in coma; l'azione si sposta quindi spesso dalla banca alla stazione di polizia (zeppa di agenti che non conoscono le implicazioni politiche della vicenda) e da lì alla cricca di potenti che invece SA cosa celi davvero la banca e per questo motivo concerta i peggiori mastruzzi per far uscire i ladri dalla banca impuniti e con le informazioni intatte. A questo vanno aggiunti gli scazzi della direttrice della banca che sta per essere licenziata e conseguentemente si ricicla novella Fujiko Mine, i litigi tra i vari membri della banda, tunnel allagati da pioggia torrenziale (maledetti imbecilli, avevate la bellissima Valencia da sfruttare e la seppellite sotto la pioggia??) e tanti, troppi dialoghi di rara pochezza, resi "vivaci" dal costante ricorso al turpiloquio. Quest'ultimo aspetto, se siete interessati alle lingue e gradite un vademecum degli insulti da lanciare ad uno spagnolo, potrebbe essere l'unica cosa interessante di Cien años de perdón ma sappiate che al decimo "tu puta madre" ho gettato la spugna persino io. Invece di guardare questo film vi consiglierei quindi di risparmiare tempo ed energie prenotando piuttosto un viaggio a Valencia, città bellissima che vale davvero la pena visitare!

P.S. Il titolo originale del film non sta ad indicare gli anni di penitenza che dovrebbero farsi i realizzatori di questa porcatella, bensì si riferisce al proverbio spagnolo "Quién roba a un ladrón, tiene cien años de perdón" (Chi deruba un ladro avrà cent'anni di perdono). Arridateme Robin Hood!!


Di Luis Tosar, che interpreta il Gallego, ho già parlato QUI.

Daniel Calparsoro è il regista della pellicola. Spagnolo, ha diretto film come Salto al vacío, Warriors, Ausentes e Combustion, arrivato anche in Italia sul mercato home video. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni.


Rodrigo De la Serna interpreta l'uruguaiano. Argentino, ha partecipato a film come I diari della motocicletta e Chiamatemi Francesco - Il papa della gente. Ha 40 anni.


Cien años de perdon ha una trama molto simile a quella di La rapina perfetta quindi, se il genere vi interessa, potreste provare a recuperarlo. ENJOY!

domenica 3 aprile 2016

Desconocido - Resa dei conti (2015)

Spinta da un paio di consigli recuperati in rete, ho deciso di dare una chance a Desconocido - Resa dei conti (El desconocido), diretto nel 2015 dal regista Dani de la Torre.


Trama: mentre sta accompagnando i figli a scuola il consulente finanziario Carlos riceve una telefonata da uno sconosciuto, che lo minaccia comunicandogli dell'esistenza di una bomba all'interno della macchina. Lo sconosciuto vuole più di 300.000 euro, in caso contrario Carlos e i figli esploderanno...


Tutto mi aspettavo da Desconocido ma non di passare la prima ora di film in preda all'ansia. Dotato di uno stile più americano che europeo, il film di Dani de la Torre ha, almeno nella prima parte, la stessa potenza della bomba che minaccia di far saltare in aria Carlos e i suoi figli perché riesce a concentrare all'interno di un ambiente chiuso come quello di un SUV non solo la minaccia di un ordigno pronto a deflagrare non appena i tre occupanti della macchina dovessero scendere a terra, ma anche le palesi dinamiche astiose presenti in una famiglia allo sfascio, dove i figli non hanno più rispetto né fiducia nei confronti di un padre troppo impegnato col lavoro per riuscire a costruire un legame con loro. Per il resto, la trama è molto semplice, quasi stringata: c'è una bomba nella macchina, Carlos viene minacciato telefonicamente da uno sconosciuto che vuole dei soldi PROPRIO da lui, per svariati motivi che non sto a spiegarvi c'è la necessità urgente di fare una sosta in ospedale ma il malvivente telefonico non ne vuole sapere. Punto. La storia di Desconocido è tutta qui ed effettivamente, una volta esauriti il rush iniziale e la botta di adrenalina, la pellicola si affloscia ricercando spiegazioni relative all'identità dell'attentatore che, pur essendo legate ad una triste realtà economica e sociale, poco importano allo spettatore, perlomeno non all'interno di questo genere di film, e anche il "gioco" della bomba perde di verve dal momento in cui lo sceneggiatore Alberto Marini (già autore di quel Bed Time devo ancora vedere) preferisce la staticità di un assedio al sovraccarico sensoriale dell'inizio.


Il dinamismo della prima parte nasce non solo dalla sceneggiatura ma da precise scelte di regia e montaggio, quest'ultimo serratissimo, mentre la telecamera passa dai primi piani minacciosi del telefono cellulare a quelli disperati di Carlos e dei suoi figli. Il resto della pellicola si assesta su sentieri più conosciuti, meno "coraggiosi" se vogliamo, resi tuttavia ancora abbastanza interessanti dall'utilizzo di bravi caratteristi. Non si può dire, infatti, che Luis Tosar non regga praticamente da solo il peso di un film che lo vede come unico protagonista o quasi; i figlioli, bontà loro, sono due peppie della peggior specie che farebbe molto piacere vedere morti nei modi peggiori (soprattutto la figlia, con quella faccetta odiosa) e Tosar ha un bel da fare ad interpretare il triplice ruolo di consulente finanziario senza scrupoli, padre sull'orlo di una crisi di nervi e ostaggio alla disperata ricerca di un modo per fuggire da una situazione insostenibile. Altrettanto bravi Fernando Cayo, che interpreta un ispettore abbastanza peculiare, e soprattutto la carismatica Elvira Mínguez, donna dal pelo sullo stomaco alto tre dita, molto mascolina e particolare, mentre il colmo del diludendo arriva alla scoperta dell'identità del "desconocido", non tanto per le motivazioni che lo spingono (comprensibilissime, per carità), bensì per l'utilizzo di un attore poco capace a catturarsi quel minimo di empatia necessaria per una trama come quella del film. A parte questo, Desconocido è un'ottima pellicola per una serata ad alto tasso di adrenalina; vi conviene recuperarlo prima che qualche furbone americano ne giri un remake, anche perché la possibilità che ciò avvenga è davvero molto alta!


Di Luis Tosar, che interpreta Carlos, ho già parlato QUI.

Dani de la Torre è il regista della pellicola. Spagnolo, anche sceneggiatore e produttore, è al suo primo lungometraggio e ha 41 anni.


Fernando Cayo, che interpreta l'ispettore Espinosa, era il marito di Belén Rueda in The Orphanage. Detto questo, se Desconocido - Resa dei conti vi fosse piaciuto recuperate In linea con l'assassino o Buried - Sepolto. ENJOY!


martedì 30 giugno 2015

Musarañas (2014)

Dopo averne letto benissimo praticamente ovunque, finalmente sono riuscita anche io a recuperare Musarañas, diretto nel 2014 dai registi Juanfer Andrés ed Esteban Roel.



Trama: al tempo del regime Franchista, due sorelle vivono assieme nello stesso appartamento e la più giovane è vittima della follia crescente della sorella maggiore Montse che, a causa di terribili traumi infantili, non è mai uscita di casa. La situazione peggiora quando un vicino di casa è costretto a chiedere asilo proprio a Montse…  



Quando ho cominciato a sentire nominare Musarañas in giro per la rete, ancor peggio dopo aver letto il titolo inglese, Shrew’s Nest, mi è ovviamente venuto in mente l’orrido Night of the Killer Shrews, uno dei film più trash della storia del cinema, dove branchi di topi mutanti (interpretati da cani travestiti) asserragliavano un gruppo di sparuti esseri umani. Erano i tempi della fantascienza d’accatto USA ma il toporagno è un animaletto peculiare, timidino, anche un po’ stronzetto, non bisogna tirarlo fuori a forza dal suo nido e trasformarlo in un mostro da due soldi, bensì bisogna avere pazienza e ritrarlo come merita, rispettando i suoi spazi e gli ambienti chiusi che gli sono consoni. Gli spagnoli Juanfer Andrés ed Esteban Roel sono riusciti con pazienza ad addomesticare la bestiola e hanno creato così un claustrofobico, meraviglioso thriller/horror psicologico di quelli che piacciono tanto a me, giocato soprattutto sulle interpretazioni delle fantastiche attrici principali e quasi interamente girato all’interno delle ristrette quattro mura di un appartamento. Musarañas racconta la storia di due donne apparentemente diverse ma in realtà più simili di quanto loro stesse vorrebbero ammettere, intrappolate non solo dalle loro fobie, dai traumi del passato o da un difficile affetto reciproco ma anche dalla società, dalla guerra, dalla dittatura: negli anni '50 si era in pieno regime Franchista e la Spagna era uno stato profondamente cattolico e questi due elementi "coercitivi" risultano fondamentali all'interno della pellicola, soprattutto per capire la psicologia delle due protagoniste e contestualizzare alcuni comportamenti dei personaggi. I mille segreti che circondano Montse affondano infatti le radici nella guerra e nella natura maschilista della società dell'epoca e lo strano rapporto con la sorella è legato a doppio filo con una concezione fortemente repressiva del cattolicesimo mentre la sorella incarna la Spagna che vorrebbe rinascere, che vede nella fine della guerra la possibilità di ottenere un futuro di libertà e amore. Tutti questi elementi si fondono alla perfezione con una storia che li sfrutta appieno per alimentare fobie, follia e un'incontrollabile escalation di violenza e sangue.


Detto questo, pur essendo un thriller psicologico Musarañas non lesina momenti molto gore che in qualche modo danno "sfogo" ad una componente di altissima tensione che altrimenti risulterebbe insostenibile; le riprese di Juanfer Andrés ed Esteban Roel riescono infatti a rendere l'appartamento di Montse una "tana" vera e propria, quasi interamente impenetrabile al mondo esterno, con due unici accessi rappresentati da una finestra e una porta che tuttavia da sulle scale di un condominio, quindi un altro luogo chiuso e labirintico, inoltre la soffocante presenza della protagonista funge già di per sé da elemento ansiogeno. Macarena Goméz, come direbbe Silly, ha una "perfetta faccia da toporagno" e i suoi occhi enormi e spiritati sembrano volere inghiottire lo spettatore all'interno degli abissi di follia del personaggio, che l'attrice peraltro riesce ad interpretare senza mai renderlo ridicolo, neppure una volta. Attorno alla bravissima Macarena gravitano attori altrettanto bravi come Hugo Silva e Carolina Bang, già visti ed apprezzati ne Las Brujas de Zugarramurdi (Musarañas è stato prodotto da Alex de la Iglesia, mica pizza e fichi!!), l'inquietante e cattivissimo Luis Tosar e l'ambigua Nadia de Santiago, che interpreta la sorella di Montse e vi assicuro che nasconde più di una sorpresa, nonostante l'apparente tranquillità del personaggio. Devo dire che da una produzione di De la Iglesia mi sarei aspettata roboanti e trashissime scene di violenza e grottesco, invece Musarañas è di una bellezza quasi classica, un dramma da camera che si trasforma in un horror degno di quella new wave spagnola che tanto sta offrendo ad un genere ancora in grado, soprattutto al di fuori degli USA, di regalare delle bellissime sorprese! Vi consiglio di andare a caccia di questo Musarañas e di incrociare le dita perché venga distribuito anche in Italia prima o poi!!

Lo spagnolo Juanfer Andrés è il co- regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. E' affiancato dal messicano Esteban Roel, a sua volta alla prima esperienza "importante" dietro la macchina da presa dopo avere partecipato a parecchie serie TV come attore.


Macarena Gómez (vero nome Macarena Gómez Traseira) interpreta Montse. Spagnola, ha partecipato a film come Dagon - La mutazione del male e Las Brujas de Zugarramurdi. Ha 37 anni e un film in uscita.


Hugo Silva (vero nome Rafael Hugo Fernández Silva) interpreta Carlos. Spagnolo, ha partecipato a film come Gli amanti passeggeri e Las Brujas de Zugarramurdi. Ha 38 anni e quattro film in uscita.


Luis Tosar (vero nome Luis López Tosar) interpreta il padre di Montse. Spagnolo, ha partecipato a film come Miami Vice e Bed Time. Anche produttore e sceneggiatore, ha 44 anni e quattro film in uscita.


Carolina Bang (vero nome Carolina Herrera Bang) interpreta Elisa. Spagnola, moglie di Alex de la Iglesia, ha partecipato a film come Ballata dell'odio e dell'amore, Las Brujas de Zugarramurdi e a serie come Velvet. Anche produttrice, ha 30 anni e un film in uscita.


Anche Gracia Olayo, che interpreta Doña Puri, aveva lavorato già col produttore Alex de la Iglesia in La ballata dell'odio e dell'amore. Detto questo, se Musarañas vi fosse piaciuto recuperate assolutamente Che fine ha fatto Baby Jane? e Misery non deve morire. ENJOY!


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